Ed è, mia madre

di Shireith
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Ed è, mia madre

(Per diventare fantasmi bisogna morire.
Una persona muore due volte. La prima è una morte reale, fisiologica, inoppugnabile; è la morte di un cuore che cede all’ultimo battito per una ferita irreversibile, per l’età avanzata, per una malattia.)
 
 A Jesper piace pensare di averla persa per una morte onorevole: una morte in cambio di una non morte, una vita per un’altra. La morte, la vita per un’altra, riposa all’ombra di un ciliegio. Come un albero che viva per sempre, nutrendosi della terra per poi, alla terra, ridare i suoi frutti, Jesper spera che sua madre possa vivere per sempre ed eludere così la seconda morte, l’unica delle due che si possa eludere, la morte di chi diventa fantasma. Non nel senso popolare del termine, ché a quello Jesper non ci ha mai creduto. Fantasma, per lui, è chi sopravvive negli altri e grazie agli altri, un eco perenne amplificato da mille voci.
 Nella voce di Jesper c’è sua madre, (sua madre) è l’incrinatura che s’avverte nel momento esatto in cui Jesper, raccontandola, passa dall’accettazione al desiderio di riaverla: perché più la rivive nei ricordi e più gli sembra di averla vicina, e più gli sembra di averla vicina, più la rivuole vicina. Più la rivuole vicina, più lei s’allontana.
 Ma è, la madre di Jesper, un fantasma. Viva nei ricordi, viva nelle parole. Viva nel filo di pensiero che traccia un collegamento tra un qualsiasi evento di tutti i giorni (dopo) e un ricordo custodito gelosamente (prima). C’è solo il prima e il dopo, alla morte di una persona cara. Prima che sua madre se ne andasse, dopo che se n’è andata.
 Ed è, la madre di Jesper, viva nei ricordi, nelle parole, nei pensieri. 
 Ma è, la madre di Jesper, (anche) un fantasma. Morta di prima morte. L’unica delle due impossibile da eludere.
 
(Una persona muore due volte. La prima è una morte reale, fisiologica, inoppugnabile; è la morte di un cuore che cede all’ultimo battito per una ferita irreversibile, per l’età avanzata, per una malattia.)
 
 Malattia. Nessuno la pronuncia mai quella parola. È così brutta: malattia. Ha il sapore di un boccone amaro che ti s’incastra in gola e minaccia di soffocarti senza mai, però, soffocarti davvero. 
 Marya Hendriks non è morta, se lo fosse sarebbe morta solo di prima morte. Sarebbe diventata il fantasma che Wylan mai ha dimenticato e che ora strappa alla sua condizione di fantasma – diversa dal modo in cui Aditi Hilli è fantasma – rubandone il viso scavato e la schiena ricurva per trasferirli su carta, come se la carta potesse restituire Marya Hendriks a sé stessa o, meglio, come se potesse trattenere il dopo e ridarle, ridargli, (ridar loro), il prima.
 
 Nel durante, c’è solo l’illusione dei giorni buoni, la ferita sempre più profonda dei giorni cattivi che l’illusione ha contribuito a infettare.
 
 A Jesper, di sua madre rimane solo l’assenza.
 A Wylan, un dipinto imbrattato da restaurare.
 A entrambi, un fantasma.
 
(Entrambi:
ed è, mia madre,
un fantasma.)
 
«Come sta oggi, Wy?»




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