Warm me up in a nova’s glow and drop me down to the dream below

di Guitarist_Inside
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Do you have any energy left? ***
Capitolo 2: *** It’s like a whirlwind inside of my head ***



Capitolo 1
*** Do you have any energy left? ***


Questa storia è nata mesi fa (a fine maggio o inizio giugno credo), quando, dopo un sogno, ne scrissi in breve la trama e iniziai a lavorarci sopra.
Tuttavia, nonostante avessi già scritto qualche capitolo, non avevo mai trovato il coraggio/la voglia/il tempo e/o chissà cosa per pubblicarla.
Alla fine, però, la cara Sadako Kurokawa mi ha convinto a postarla, non permettendomi di lasciarla celata tra i meandri del mio hard disk… E ora, grazie alle sue doti di persuasione, ho rimesso mano al primo capitolo (che, inoltre, tra quelli che avevo iniziato a scrivere è uno di quelli che mi piace di più :’3) e mi sono infine decisa a pubblicarlo. Quindi, beh, è merito/colpa sua se ora anche questa storia è qui :3 x’D

Premessa

L’idea di scrivere questa raccolta è nata una sera, mentre parlavo (e ridevo) al telefono con la mia migliore amica del mio ultimo sogno, in cui peraltro erano coinvolti i Linkin Park, l’ultimo di una serie di altri sogni altrettanto stravaganti. E di qui un pensiero pazzoide si è fatto strada: perché non scrivere tutti quei sogni strampalati che mi ricordavo?
Certo, essendo sogni, la trama spesso presenta elementi non troppo verosimili, ambientazioni strane, caratteri magari OOC, componenti irrazionali, accostamenti talvolta improbabili, e tutti quei balzi tipici appunto dei sogni…
Ma alcuni di essi sono davvero particolari… E, perché no? Perché non riderci su anche in futuro? Perché non iniziare a mettere per iscritto quelle trame basate sul ricordo di sogni realmente fatti (e a volte mi chiedo cosa c’era di strano in ciò che ho bevuto/mangiato la sera prima o semplicemente nella mia testa, per sognare cose del genere…ahahaha)?
Okay, ammetto che ho un po’ di imbarazzo nel fare tutto ciò… ma l’aspetto di divertimento alla fine ha avuto la meglio. Perché, sì, diverte anche me ricordare certi sogni e dargli una forma scritta, quasi come se fosse una (bizzarra) fanfic, o qualcosa di simile.
E dunque eccomi qui, a cominciare a scrivere una raccolta di sogni, passati e futuri, che vedono in qualche modo coinvolti i Linkin Park!
Quindi, ora, dopo tali avvertimenti, siete liberi di chiudere la pagina, oppure di addentrarvi nella lettura dei miei Scleri Mentali… a voi il risch…ehm, la scelta! xD
Nel caso sceglieste questa seconda opzione, beh, vi consiglio di armarvi di un po’ di clemenza per la mia mente bizzarra che nel sonno ha partorito certe idee… e di prepararvi a leggere di eventi improbabili, che spaziano attraverso i più disparati luoghi e congetture mentali, toccando innumerevoli generi che a volte non sono neppure in grado di definire pienamente, magari dotati di una buona dose di umorismo.
Enjoy :D

Premessa #2

L’idea primordiale, come ho scritto prima (qualche riga più sopra e qualche settimana prima di quando mi sono decisa a continuare a scriverla), era quella di scrivere un’unica raccolta, con un sogno per capitolo.
Tuttavia, dato che dopo aver solamente messo per iscritto il canovaccio -basato sui miei ricordi riguardanti il sogno citato all’inizio della prima premessa- su cui avrei poi dovuto lavorare, ho notato che solamente quello (senza approfondimenti, dialoghi precisi, dettagli, introspezione più approfondita, eccetera) occupava la bellezza di ben 4 pagine di World… e che il primo capitolo, da una bozza essenziale di un terzo di pagina arrivava ad occuparne circa 5… Beh, diciamo che ho ritenuto un’idea migliore quella di dividere addirittura il sogno in capitoli e pubblicarlo come fanfic a se stante.
Ciò non toglie che, magari, c’è la possibilità che in futuro io scriva altri di questi sogni, portando avanti l’idea iniziale (muahahah *risata malefica*), magari creando una raccolta di più fanfic, invece che un’unica fanfic-raccolta.
Che ci volete fare, la sintesi non è uno dei miei doni xD (Beh, spero ciò non sia un problema ;D)
Oh, un’ultima cosa prima di lasciarvi alla storia: dedico questa fanfic alla mia migliore amica, quella citata all’inizio della prima premessa, la mia cara Fede-chan (BloodyMoon94), e ad Anna (Sadako Kurokawa), colei che mi ha definitivamente costrett…ehm, convinto a pubblicare questa fanfic, che ringrazio entrambe per le nostre chiacchierate, le risate e il sostegno che mi hanno sempre dato, anche in questo caso.
Okay, ora che ho scritto il mio papiro introduttivo (l’ho già detto che il dono della sintesi non è tra le mie caratteristiche principali quando scrivo, vero? :’3) posso ritenermi soddisfatta e lasciarvi -sempre se state ancora leggendo- alla storia (che, ricordo, è tratta da un sogno, frutto della mia mente pazzoide xD).
Fatemi sapere che ne pensate! :)



Contesto: Concerto dei Linkin Park, in uno stato degli USA. Anno imprecisato: dovrebbe essere il periodo del tour di Meteora, ma c’è qualche dettaglio contrastante (ma alla fine era un sogno, quindi è già un miracolo che abbia uno spazio e un tempo vagamente definiti!). Giusto per fare un esempio di questi dettagli, dai più importanti ai più trascurabili: c’è/può esserci (dipende da come revisionerò il sogno) anche la presenza più o meno accennata di canzoni scritte e suonate DOPO il periodo in cui la storia si svolge; la tecnologia è grossomodo ai livelli di oggi (ad esempio, la diffusione di l’iPod e mp3 è ai livelli di quella attuale); Brad ha i capelli come ora (neppure in sogno riesco a immaginarmi Brad con i capelli corti, ma LOL); etc…

CAPITOLO 1Do you have any energy left?

Le mie costole sono ormai un tutt’uno con la transenna, ma non sento più il dolore, o meglio, non me ne importa nulla.
Così come ignoro i miei piedi che chiedono pietà e continuo a saltare.
Così come non presto particolare attenzione all’aria che a volte manca per qualche secondo, né al bagno di sudore che mi avvolge.
Così come non me ne frega nulla del mal di gola lacerante, e continuo a cantare a squarciagola, consapevole del fatto che domani probabilmente non avrò più un filo di voce, a meno che le mie corde vocali abbiano capacità miracolose.
E canto, e urlo, e salto, e alzo mani e pugni al cielo insieme a migliaia di altre persone, animata da quella linfa vitale, quell’indescrivibile flusso di energia che proviene dalla loro musica, dalla loro vicinanza, dalle parole che ci rivolgono, dall’entusiasmo dell’atmosfera generale, da ogni singolo respiro di quell’aria carica di mille emozioni: le loro, le mie, quelle di tutta la gente lì con me, come un unico e indescrivibile miscuglio eterogeneo.
L’atmosfera è quasi surreale, il tempo scorre in un modo tutto suo: tutto pare infinito, ma allo stesso tempo sembra passare così veloce…
Non riesco a credere che sia passata già più di un’ora e mezza da quando quei sei ragazzi hanno acceso i nostri animi con la loro musica! Non voglio pensare che tra non molto tutto ciò finirà, non voglio pensare che queste sono le ultime canzoni del concerto; voglio godermi appieno ogni singolo secondo, voglio imprimerlo bene nell’anima e nella memoria, così da poterlo portare sempre con me.
Un salto, un urlo, una nota potente data dalla commistione di tutti gli strumenti, ed ecco il colpo di batteria che conclude il brano. Esplodiamo in un boato di urla e applausi, mentre attendiamo con trepidazione di sapere cosa faranno ora.
What a beautiful crowd! What an exceptionally beautiful crowd today!– comincia a dire Chester, spingendosi al bordo del palco, tra l’euforia e le urla di migliaia fans – There are so many good, wonderful, loving, caring people in this audience today!
Thank you guys for showing so much energy and so much love, we really appreciate it! – ora è Mike, giunto accanto all’amico, a continuare.
Sorridono, guardando le nostre facce felici e commosse. Già, commosse: sento qualcosa di caldo e bagnato scorrermi su una guancia, e realizzo di star piangendo.
Piangendo per la troppa gioia e le troppe emozioni, che ancora una volta non riescono più a restare confinate in me. Non posso farci nulla, non posso arginare la loro espressione. E comunque, sono troppo felice per preoccuparmene.
Now, we wanna do something special for you guys! – annuncia Shinoda, esaltato quanto noi.
Do you have any energy left? – ci chiede poi, e il boato che proviene dal pubblico è una risposta più che eloquente.
Great! This song is gonna be our last song, so if you have any energy left, fuckin’ use it right now! Because what we’re gonna do right now… what we’re gonna do right now needs everyone’s energy! Are you ready? – continua Mike.
Un altro boato di “Yeah!”, spesso conditi in “Fuck yeah!” o “Hell yeah!”, esplode tra noi.
Alright, it seems you’re fuckin’ ready! So now… – ora Chester riprende la parola – Now we’re gonna do something I think we haven’t ever done at once… – prosegue dopo qualche secondo di pausa, mentre l’emozione continua ad aumentare tra noi, che ci chiediamo, aspettando con trepidazione, cosa mai avranno intenzione di fare.
And we need your help, guys! – continua, camminando lungo la linea di confine del palco – Are you cool with it?
Inutile dire la risposta; nonostante nessuno di noi sappia in cosa consiste l’aiuto che sta per chiederci, la cosa suona dannatamente esaltante. Certo che ci va bene!
Alright guys! We need a fuckin’ volunteer! Who wanna come on stage right now?
Un secondo di silenzio; poi, il delirio generale.
Mi manca il respiro, per un attimo credo che il cuore mi si sia fermato, ma subito dopo riprende a battere ancora più velocemente di prima. Sarebbe troppo bello poter salire su quel palco insieme a loro, qualsiasi cosa abbiano intenzione di fare. Sarebbe un sogno.
Alzo anch’io la mano, urlo insieme a migliaia di altri ragazzi e ragazze, senza tuttavia riporre troppe speranze: so che è quasi impossibile che tra tutta quella gente prendano proprio me. Non sono mai stata troppo fortunata; come mi ha insegnato la vita, non mi illudo certo, ma ci provo comunque.
You… You… You… – comincia a dire Chester, camminando mentre indica il pubblico, osservandolo, scrutandolo, con aria quasi divertita.
You… You… You… You…
Oddio, sta venendo dalla mia parte! Come tutto il mio settore, inizio ad urlare più forte e a muovere il braccio più velocemente, in preda all’agitazione. Mi chiedo da dove arrivi quella forza frenetica, quell’energia dirompente che mi sconvolge, quando invece temevo addirittura di poter quasi venir meno…
You… You… – è sempre più vicino – You… You… You!
Si è fermato.
E indica nella mia direzione.
Mi guardo intorno, probabilmente sta indicando qualcuno vicino a me.
“Non illuderti, Ema, è senz’altro così”, dice una vocina dentro di me.
You! You, with the LP Underground T-shirt and the half-blue hair!
Mi guardo di nuovo intorno: sono davvero io? Davvero non sta indicando qualcun altro con la maglietta del LP Underground e un po’ di ciuffi di capelli blu sulla testa?
No, a quanto pare ce l’ha proprio con me… Oddio, non posso crederci!
Okay, forse ora è la volta buona che collasso davvero.
Sotto il mio sguardo stupefatto, un bodyguard si avvicina e mi solleva senza apparente fatica, depositandomi sul palco.
Ancora non ci credo; non può essermi capitata davvero una cosa del genere!
Incredula, col respiro affannoso e il cuore che sta per uscirmi dal petto, mi ritrovo sul palco, sul loro palco, davanti a migliaia di fan urlanti, di persone come me… e Loro.
Tutto mi pare così surreale.
Chester mi viene incontro e mi abbraccia, stringendo le braccia attorno alla mia vita e mischiando il nostro sudore.
Sento che sto per rischiare un infarto o qualcosa del genere, un momento o l’altro.
Istintivamente ricambio la stretta.
Mi rendo conto che probabilmente ho un sorriso ebete stampato in faccia, ma non posso evitarlo.
Hey! What’s your name? – mi chiede, porgendomi poi il suo microfono.
– E…Ema! – rispondo, quasi stupendomi della mia voce che, nonostante tutto, per fortuna è riuscita ad uscire dalla paralisi nella quale temevo fosse caduta.
Alright guys, make some noise for Ema! – urla al pubblico, che esplode in un boato.
È davvero impressionante.
Vedere tutta quella gente urlare, lì davanti a me, è davvero qualcosa di indescrivibile. È un’emozione sconvolgente, avverto un’energia prorompente fluire in me, travolgendomi.
Chiudo gli occhi per un attimo, cercando di fare un respiro profondo, di riprendere almeno in parte il controllo di me e non finire completamente in balìa di quell’uragano di emozioni impetuose che mi attraversano, rischiando di farmi collassare travolta dal loro peso.
Riapro le palpebre e guardo nuovamente il pubblico. Riesco a percepirne l’energia e l’amore di cui poco prima avevano parlato i Linkin Park, ringraziandoci. Dio, se avevano ragione! È davvero qualcosa di impressionante.
Così come è impressionante poter essere lì, sul palco con i Linkin Park.
Già, essere lì con Loro è davvero al di fuori di ogni mia possibile aspettativa.
Sono emozionatissima e tesa all’inverosimile, non riesco neanche a dire quanto.
Mi guardo intorno, in uno stato di trance, e mi chiedo chissà poi cosa vorranno che faccia adesso…
Ed ecco che, come per rispondere a quella mia domanda, Chester (che realizzo solo ora essersi allontanato qualche secondo fa) torna, porgendomi un altro microfono.
Can you sing? – mi chiede, sfoggiando un magnifico sorriso, mentre stringo le mani sudate e tremanti attorno al microfono che mi passa.
So cantare?
Sì, certo.
Non l’ho mai fatto davanti a così tanta gente, ma nel tempo ho imparato a tirar fuori le mie potenzialità, senza troppa vergogna di cantare davanti a qualcuno con la mia band. Però l’insieme di tutta la gente davanti a cui avevo suonato in vita mia, sommando tutti i nostri piccoli concerti, non era nemmeno un centesimo della gente che ora era lì davanti a me. E, soprattutto, non ero sul palco dei Linkin Park!
Posso cantare?
Sì. O almeno, credo di sì.
Se le corde vocali non mi hanno abbandonato prima, possono farmi ancora questo favore. Devo solo evitare di collassare in preda all’emozione! “Non è poi così difficile, dai”, mi dico, ironica.
Yeah… – la mia voce si fa strada verso il microfono, prima più incerta, poi sempre più forte – Yeah, sure!
Sto per chiedergli cosa debba cantare, quale canzone, quale parte… Ma non faccio in tempo.
Perfect! – mi interrompe.
Poi si volta, guarda Mike, e per un attimo mi pare di vederli ridere, scambiandosi uno sguardo d’intesa.
Ed ecco che, a un cenno, quest’ultimo inizia a muovere le mani sulla tastiera della propria chitarra, seguito poco dopo da Brad, delineando un riff che non riesco immediatamente a riconoscere.
This is a brand new song! – annuncia Mike, con un sorriso beffardo sul volto.
Mi manca il respiro, mi blocco un attimo.
Cos’ha appena detto? Ho capito bene? L’informazione ci mette qualche secondo a farsi strada dai miei timpani al mio cervello, e quando giunge scuote senza pietà i miei neuroni già provati, rischiando di farli andare completamente in corto circuito.
Nel limite del possibile, il mio battito cardiaco accelera ulteriormente, di pari passo coi miei pensieri.
Joe si inserisce nella melodia con qualche scratch, seguito pochi secondi dopo dal basso di Phoenix e dalla batteria potente di Rob.
Cosa devo fare?
Non ho la più pallida idea di cosa stiano per suonare, di che genere di canzone sia, di come si evolva la musica, di cosa dicano i testi…
Ma sono impazziti?
Sto per essere risucchiata dal panico più totale.
So che devo mantenere la calma, in qualche modo, perché devo evitare il blackout totale; non voglio e non posso permettermi una fottuta crisi di panico, ora.
Respiro profondamente, riempiendo i miei polmoni fin quasi a farli scoppiare, prima di espirare il più lentamente possibile.
Bene, per ora riesco ancora a rimanere cosciente e grossomodo padrona dei miei pensieri e dei miei movimenti… Ma ancora non ho la più pallida idea di cosa diavolo io debba fare!
Fisso i sei ragazzi, con aria oltremodo interrogativa e persa, cercando una risposta.
What… What should I sing? – chiedo infine, avvicinandomi a Chester.
What you want! – risponde lui semplicemente, ridendo – Just sing what you feel like singing. Listen to the music: just let it come into you and add something yours. – mi sorride, senza ironia questa volta – I think you can do it. – mi dice avvicinandosi al mio orecchio e facendomi rabbrividire leggermente per l’emozione, prima di saltare qualche metro più in là, esplodendo in uno scream da brividi e iniziando a cantare.
Non so cosa pensare.
Una parte di me pensa che i Linkin Park siano completamente impazziti.
Una parte di me pensa che invece stiano dando prova di una grande fiducia nei fans e che ciò sia davvero da ammirare.
Ma è meritata tutta questa fiducia?
È indubbio che stanno facendo qualcosa di assolutamente azzardato. E probabilmente, anzi sicuramente, lo sanno anche loro. Forse ci provano gusto, a sfidare la sorte, a fare qualcosa di così audace e dall’esito più che mai incerto.
Ho paura. Paura di deludere le loro aspettative, paura di collassare, paura di sbagliare, paura di fare una figura di merda.
Però, in fondo, la cosa eccita anche me.
Sento energia pura attraversare il mio corpo, donandomi brividi indescrivibili.
Il mio sguardo cade sul pubblico, che guarda i Linkin Park ora attonito, ora meravigliato, ora con occhi d’ammirazione, ora con curiosità… e che guarda anche me; mi scruta, interessato, curioso, dubbioso. Vedo sguardi di incitamento, vedo sguardi scettici, vedo sguardi esterrefatti, vedo sguardi in attesa.
Da una parte ho una fottuta paura, ma dall’altra voglio accettare quella sfida. Quella sfida con loro, con i Linkin Park, e con me stessa.
Cosa devo fare?
In parole povere, devo improvvisare.
E lo farò.
L’adrenalina sale in me sempre più, raggiungendo livelli che mai avrei creduto possibili.
Resto un po’ in silenzio, ascoltando con attenzione le note, il ritmo, la caduta, l’intonazione, le parole, l’argomento.
Avverto una sensazione strana, ma non per me del tutto nuova.
Sento la musica e le parole parlarmi: parlare a me, parlare di me, parlare con me.
Qualcosa in me si smuove, raggiungendo e stimolando la profondità della mia anima, o qualunque cosa essa sia.
Decido di rispondere.
Mi faccio coraggio, decido di rischiare e mettermi in gioco.
Seguo i consigli che mi ha dato Chester poco fa: far entrare musica dentro di me, farmi guidare da lei, e cantare quello che mi sento dentro.
Se lo voglio, se ci credo, posso farcela.
Lascio che la musica e i testi entrino in di me sempre più in profondità, lascio che io possa diventarne un catalizzatore, lascio che ciò che provo possa sconvolgermi per poi uscire nuovamente da me.
Lascio che la musica possa fare di me un suo strumento.
E lei continua a parlarmi, invadendomi completamente, soggiogandomi.
Vinta, non so come, l’emozione, la paura, l’imbarazzo e tutto il resto che mi impediva di proferire parola, inizio a improvvisare, unendo la mia voce a quella musica che ormai pare un tutt’uno con me, con la mia anima, con la mia mente.
Prima tento qualche parola ogni tanto, poi mi arrischio sempre di più.
Ormai, è come se la musica avesse preso possesso di me.
È come se allo stesso tempo io sia una spettatrice di me stessa, essendo pur sempre quella me stessa che sta cantando la propria anima su questo palco, con Loro.
Non riesco a comprendere razionalmente cosa mi stia succedendo. O meglio, non riesco a formulare una spiegazione razionale di nulla, in questo momento.
Ma forse è meglio così.
Mi lascio trasportare da quel vortice che ha preso possesso di me, senza tuttavia esserne completamente passiva. È una sensazione, un’emozione inspiegabile, inesprimibile… Strana. E meravigliosa.
Non avverto più un confine tra la mia essenza e quella della musica.
Di conseguenza, non sento più una barriera tra la mia anima, i miei pensieri e la mia voce, che sempre più sicura si aggiunge a quella di Chester e a quella di Mike, per rimarcare certe parole, certi concetti, e per aggiungerne di altri, miei, complementari, come in un dialogo alquanto peculiare tra la musica e la mia anima più profonda.
In quell’atmosfera che ha certamente del magico, mi volto, incrociando uno ad uno gli sguardi dei sei componenti dei Linkin Park, e ciò che ricevo sono sempre occhiate e sorrisi d’approvazione e soddisfazione.
Dio, non so quanto a lungo riuscirò a contenere tutta questa felicità e quest’indicibile turbinio di emozioni, senza esplodere!
Ad un tratto, Mike mi si avvicina. Mi dice qualcosa, ma non riesco a distinguere le sue parole.
Devo mostrare uno sguardo vago, o incerto, dubbioso, poiché si accosta maggiormente a me e mi ripete ciò che ha detto prima.
Credo di non aver compreso perfettamente; in quel vortice di sensazioni di cui sono piacevolmente vittima, tutto mi pare come ovattato, ad eccezione della musica ovviamente. Ma da quel che mi sembra di comprendere, vuole che salga su qualcosa.
Pochi secondi dopo, sale un paio di scalini e, continuando a suonare, salta su una specie di trave sopraelevata, posta all’altezza di circa un metro e mezzo, larga più o meno la metà e lunga circa 3, a occhio e croce.
Ecco, ora mi guarda, e mi fa cenno di raggiungerlo.
Allora avevo capito bene!
Per un attimo mi chiedo lo scopo, ma subito ricaccio quella domanda nel posto da cui era venuta. È inutile cercare un senso a tutto ciò che mi sta accadendo: è tutto così meravigliosamente irreale e travolgente che certamente non riuscirei a trovarlo razionalmente.
In ogni caso, sono un po’ titubante: se perdessi l’equilibrio o non calcolassi bene lo spazio, confusa da quell’uragano di sensazioni, potrei cadere, rimediandoci un’epica figura di merda e magari qualche bell’osso rotto.
Però… Però qualcosa dentro di me, quello stesso qualcosa che mi ha spinto ad improvvisare mettendo in gioco la mia essenza, mi dice che, chissenefrega, si vive solo una volta e qualcosa del genere probabilmente non mi capiterà più, e quindi perché non salire?
Reputo che non è affatto una cattiva idea: il ragionamento è più che convincente.
Quindi, nell’arco di una manciata di secondi, raggiungo Mike, che mi si avvicina, smettendo di suonare e poggiandomi un braccio sulle spalle, per iniziare a rappare la strofa al mio microfono.
Dio, è così dannatamente vicino! Il suo braccio sulle mie spalle, le nostre facce che quasi si sfiorano, il nostro sudore che si unisce, mischiandosi, come potrei giurare che fanno le nostre energie metafisiche, per così dire, che scaturiscono da noi e irradiano l’ambiente circostante tramite la musica.
Forti brividi mi attraversano la schiena e tutto il corpo, mentre il mio cuore batte all’impazzata, in tutt’uno con la batteria, rimbombandomi nella testa e pompando tutta la linfa vitale che mi scorre nelle vene, o meglio, nelle arterie.
Nuovi brividi scaturiscono in me, causati ora anche dalle parole che sta pronunciando il rapper che mi è accanto. Parole forti, potenti. Parole che entrano in me senza bussare o chiedere permesso; parole che irrompono, si intrufolano in profondità e si rispecchiano nella mia anima e nella mia vita. Parole che mi scuotono da dentro.
Parole che mi fanno venire voglia di urlare, unendo la mia voce alla sua.
Ecco, ora riconosco le parole che cominciano il pre-ritornello, che mi invitano a cedere nuovamente alla tentazione, al comando che la musica mi sta dando e a cui obbedisco più che volentieri.
Una parola vibra in me scuotendomi più forte delle altre, chiudo gli occhi un attimo e stringo più forte il microfono, mentre la mano mi trema per un secondo.
Sento la mano di Mike poggiarsi sulla mia e stringerla, assieme al microfono in mezzo alle nostre teste.
Mi volto leggermente e incrocio per un attimo il suo sguardo, prima di iniziare a cantare con sentita enfasi e decisione le ultime parole del verso, riversandoci parte di me.
La strofa, che introduce quello che sarà il ritornello, termina; Mike si allontana appena, suonando un accordo potente.
Sorride nella mia direzione, poi salta giù.
Io rimango su quella specie di trave, continuando a cantare la mia parte improvvisata sulle note del ritornello, duettando con Chester, che termina l’ultimo verso urlando la parola finale con una tale energia e una tale voce da smuovere completamente i demoni che risiedono nelle profondità della mia anima, provocarmi scosse lungo tutto il corpo e la pelle d’oca.
Respiro a fondo, godendomi quell’aria, mentre osservo tutti dall’alto. Loro sei (i Linkin Park, cazzo!), e il pubblico, così tante persone, fans, Soldiers come me, che creano un connubio unico di correnti di energia in continuo scambio, che fluisce dal palco al pit e viceversa, contemporaneamente.
Ora c’è una parte strumentale, mentre Brad comincia un bridge fantastico, non troppo lungo, non un virtuosismo assurdo, ma potente e della durata perfetta per quel brano, assai sentito e coinvolgente, accompagnato da alcuni effetti lanciati da Mr. Hahn e dal resto della band.
Mentre il mio spirito è ancora mosso da quelle note, Chester riprende a cantare il ritornello ancora una volta. Lo seguo a ruota, alternando e unendo la mia voce alla sua, in un botta e risposta che continua a provocarmi brividi, aggiungendo versi che canto da sola, intonandone alcuni assieme a Chaz e ripetendo alcune parole con Mike.
È tutto così dannatamente perfetto.
L’atmosfera è qualcosa di surreale ed inebriante che mi avvolge e mi fa sentire fottutamente bene, piena di energia travolgente, mentre quel divino connubio di strumenti e voci scorre in me come linfa vitale.
Forse è il miglior ritornello della canzone che ho cantato (se non una delle parti cantate più sentite e meglio riuscite che io abbia mai fatto in assoluto), ormai più sicura di me e completamente in preda alla musica e a ciò che essa mi comunica.
Riesco ad avvertire la mia essenza più profonda, completamente assorbita e strettamente legata a quella musica e a quell’atmosfera, che mi fanno sentire in un posto a cui appartengo davvero.

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Capitolo 2
*** It’s like a whirlwind inside of my head ***


Hey, saaaalve! *agita manina*
A quanto pare ce l’ho fatta a pubblicare il secondo capitolo a meno di un mese dal primo! Beh, non è un tempo d’aggiornamento di cui vantarsi, direte voi, ma per me è pur sempre un traguardo! X’D Già, perché a quanto pare, scuola, impegni vari, computer, internet, ispirazione e chi più ne ha più ne metta, spesso e volentieri si mettono d’accordo per impedirmi di scrivere e pubblicare, ‘tacci loro (non sono romana, ma quando ci vuole ci vuole xD)! D:
Comunque, stavo dicendo, eccomi qua col secondo capitolo.
Quello che per ora mi è piaciuto ed è stato in un certo senso più “facile” da scrivere è stato lo scorso capitolo, non lo nego. Al punto che, per un attimo, mi sono chiesta se non fosse meglio lasciare la fic così, ignorando il resto del sogno e quel documento word su cui ho scritto il “canovaccio”, ovvero la trama mooooooolto in sintesi per non dimenticarla. Sarebbe stato più semplice: meno casini, meno cose da scrivere, nessun problema coi tempi d’aggiornamento. Ma a quanto pare a me piace complicarmi la vita LOL E quindi eccomi di nuovo qui :3
Okay, ho già scritto fin troppe boiate, vi lascio al capitolo che è meglio.
Anzi no (no, non vi siete ancora liberate di me *muahahah*), prima voglio ringraziare di cuore tutte/i(?) coloro che hanno deciso di aprire questa pagina e non cliccare immediatamente la X rossa in alto, ancora di più chi ha deciso di leggere ciò che avevo scritto, e, per quanto possibile, ancora di più quelle che hanno voluto lasciarmi una recensione! Davvero, per una scrittrice (o insomma, per una che scrive, seppur per diletto) fa davvero piacere sapere cosa ne pensa chi legge le sue storie, avere opinioni, reazioni, spunti, suggerimenti, etc. Quindi, grazie mille a SkyDragon, _Nobody_, Sadako Kurokawa e Occhio di Horus. Grazie per avermi fatto sorridere con le vostre recensioni, per avermi lasciato i vostri pensieri, consigli, opinioni, etc. Thank you :3
Okay, ora mi levo davvero dalle bal…ehm, vi lascio al secondo capitolo, sempre che siate ancora qui xD
Buon Natale in ritardo e Buon Anno in anticipo (così non si fa torto a nessuno dei due LOL)!
See ya!




* Nota: Da ora in poi scriverò i dialoghi, dato che via via aumenteranno, in Italiano (anche se ovviamente dovrebbero continuare a svolgersi in Inglese-Americano, non è che magicamente i Linkin hanno imparato la nostra lingua! Anche se è una fic tratta da un sogno, almeno su queste cose è abbastanza verosimile x’D), altrimenti dovrei scrivere una fic per metà in Inglese e, insomma, per quanto ami questa lingua, impiegherei più tempo io a scrivere e voi a leggere, credo… E poi questo è un sito Italiano! Quindi preferisco lasciar perdere x’D *


CAPITOLO 2 It’s like a whirlwind inside of my head

La batteria di Rob, sostenuta dalle chitarre di Brad e Mike e dal basso di Phoenix, segna la fine di quella canzone improvvisata, che avrebbe potuto risultare un Inferno, ma alla fine mi ha regalato il Paradiso.
Se esiste, infatti, sono sicura che il Paradiso sia simile a tutto questo vortice di musica che mi ha risucchiato in un turbine di emozioni e note, permettendomi di esprimermi più liberamente di quanto avessi mai osato immaginare.
Mi guardo intorno ancora una volta, felicemente sorpresa di avercela fatta.
Non avrei mai sperato di poter fare qualcosa del genere.

Quando Mike e Chester avevano annunciato ridacchiando che avrei dovuto cantare improvvisando le parole di una loro canzone mai sentita, per un attimo mi ero sentita mancare, come se un enorme macigno mi fosse piombato in testa togliendomi il respiro. Avevo temuto di svenire, avevo temuto di non farcela e avevo temuto mille altre cose.
Invece, inaspettatamente, ce l’avevo fatta. Ancora una volta la loro musica si era insinuata in me, impadronendosi di ogni fibra della mia essenza, parlandomi come solo lei era capace di fare. E allora, mentre le parole di Chester riecheggiavano nella mia mente, avevo deciso di buttarmi. Avevo preso la rincorsa ed ero saltata, metaforicamente parlando, senza sapere cosa avrei trovato ad aspettarmi sotto: la mia rovina o la mia salvezza?
Tutto ciò che sapevo era che i Linkin Park avevano deciso di sfidare la sorte e di fidarsi di me, per quanto questo potesse essere da pazzi. Ma le cose considerate da pazzi, in qualche modo, mi avevano sempre attratto, nonostante i rischi.
Conoscevo anche il potere immenso che la musica aveva su di me; sentivo chiaramente quei forti brividi scuotermi dalla punta dei capelli a quella dei piedi, facendo vibrare la mia anima.
Ormai ero in ballo, qualcuno o qualcosa aveva deciso di darmi, o meglio di donarmi, una tale opportunità, e non potevo né volevo tirarmi indietro. Così, avevo chiuso gli occhi e mi ero lasciata andare, trasportata da quel mare di note e parole.
Ero sprofondata per poi risalire in superficie, immersa in quella musica che aveva cominciato a far vibrare le giuste corde del mio spirito, per poi scorrere come linfa vitale irrorando ogni mia singola vena, ogni mia singola arteria, ogni mio singolo capillare. Ero ubriaca di emozioni; e si sa, da ubriachi le inibizioni vanno scemando sempre più, fino a lasciarti la via completamente spianata. Era così che mi sentivo, mentre la musica mi attraversava, rendendomi parte di sé.
Se ci credevo, potevo farcela, dovevo solo lasciare che quel brano facesse di me un catalizzatore. Sì, Chester aveva ragione. Avevo rivolto lo sguardo verso i sei musicisti, trovando solo incoraggiamento, determinazione ed energia. Avevo sorriso, mentre un brivido più forte degli altri mi aveva scosso, in concomitanza con un potente accordo di chitarra e con delle parole altrettanto incisive che stavano cantando proprio in quel momento Mike e Chester. E allora, in un’ondata travolgente, erano arrivate le parole che temevo mi mancassero. La musica mi parlava, e io le avevo semplicemente risposto, liberando la mia mente e il mio cuore. Non era così difficile, potevo farcela.

E ce l’ho fatta, a quanto pare.
Mi sento fiera di me, veramente fiera di me.
Sono ancora ebbra di emozioni indescrivibili, mentre spazio con lo sguardo dalla band ai fans e le mie labbra si tendono sempre più in un sorriso.
Il pubblico applaude, visibilmente e piacevolmente stupito.
Loro, i Linkin Park, mi guardano, sorridendo.
Chester ride e mi lancia un’occhiata come per dire “che ti avevo detto?”, mentre il mio sorriso si stende ancora di più sul mio volto, per quanto ciò possa essere possibile.
Ringraziano la folla in delirio per l’ennesima volta, salutandola calorosamente. Quell’esperimento azzardato e fortunatamente ben riuscito costituiva l’ultima canzone di quel meraviglioso concerto, e il pubblico lo sa.
Vedo lacrime di gioia, mentre gli applausi sembrano non terminare mai.
Anch’io sono incredibilmente felice, avverto sensazioni potenti, come pochissime volte mi è capitato nella mia vita. Non riesco a rendermene conto, ma forse qualche lacrima è sfuggita anche al mio controllo, strabordando dai miei occhi così come quell’insieme di emozioni e gioia straripa da ogni mia particella vitale.
Sono ancora su quella specie di trave, come immobilizzata dallo spettacolo, felice più che mai, ma allo stesso tempo sfinita.
I Linkin Park, un po’ tutti, mi fanno cenno di scendere e raggiungerli, mentre il pubblico continua quell’ovazione interminabile.
Però, ora che la musica non possiede più il controllo di me dandomi forza, mi sento davvero esausta, vittima inerme di miliardi di sensazioni fortissime; l’emozione ha il sopravvento; mi gira la testa, e per di più mi sento come se questa fosse sconvolta da un uragano di pensieri e sentimenti che imperversa al suo interno.
Cerco di non farci caso, ma è impossibile ignorare completamente il mondo che sembra aver cominciato a ruotare molto più velocemente del solito.
Mentre cerco di saltar giù anch’io per raggiungerli, la mia vista si affievolisce, mi cedono le gambe, perdo l’equilibrio.
No, non posso rovinare tutto ora. Sono riuscita a non deludere la loro fiducia, a non deludere me stessa e a non deludere i Soldiers, ancora stupiti dal coraggioso gesto della band. Sono riuscita nella parte più complessa, non posso fallire proprio ora, non posso…
Per un attimo non riesco neppure a pensare. È questione di un secondo, di un orribile e interminabile secondo; vedo tutto nero, ogni cosa mi pare lontana mille miglia, i suoni giungono ovattati.
Quando riesco a riprendermi, è ormai troppo tardi.
Cado rovinosamente, senza poter fare nulla per impedirlo.
Ecco, ancora una volta ho rovinato tutto… Mi sento un disastro.
Mi sento inutile, debole e impotente.
Per un attimo, mi odio. E odio sentirmi così.
Il dolore che mi trafigge dall’interno copre quello pulsante alla gamba, che avverto solo qualche attimo dopo.
Atterro mezza svenuta poco dietro a Mike e Brad, che accorrono subito, assieme agli altri quattro musicisti. Nonostante abbia la vista ancora annebbiata, riesco a vedere i loro volti sbigottiti e preoccupati.
Vedo le loro labbra muoversi, senza udire alcun suono per qualche secondo. Poi, la loro voce arriva alle mie orecchie come un eco lontano.
Mi chiedono se sto bene.
Mi viene quasi da ridere.
Una parte di me è quasi tentata di saltar loro addosso e benedirli, perché dopo tutto ciò che ho vissuto grazie a loro, dopo tutto ciò che per quello hanno rischiato, dopo tutto ciò… io ho rovinato il gran finale del concerto, per colpa di una mia banale debolezza. E loro non sono nemmeno un po’ incazzati con me; sono solo preoccupati per la mia salute.
Cerco di sorridere meglio che posso. Ho le lacrime agli occhi, me le sento, quelle dannate gocce salate che mi confondono la vista più di quanto già non sia. Non so se siano dovute alle troppe emozioni così forti tutte assieme, quelle che poco fa mi han fatto collassare, oppure siano dovute alla felicità complessiva, oppure alla commozione per il fatto che ora loro siano venuti tutti lì a vedere come sto, dimostrando per l’ennesima volta quanto tengano ai propri fans, mentre anche il pubblico è rimasto altrettanto sbigottito e col fiato sospeso… Oppure per il dolore pulsante alla caviglia. In ogni caso, credo che quest’ultima ragione, se ha contribuito, l’ha fatto davvero in minima parte, confrontata alle altre.
Annuisco a fatica cercando di sorridere, dicendo che sì, sto bene, grazie, e che mi dispiace molto.
Provo a rialzarmi subito, stringendo i denti, cercando di ignorare il dolore: non voglio causare ulteriori perdite di tempo.
Tuttavia, i miei sforzi sono vani; non riesco neppure a sollevarmi di due fottuti centimetri.
Sospiro contrariata; poi abbasso un attimo lo sguardo alla mia caviglia sinistra, rimasta sotto il peso del mio corpo, per verificarne effettivamente lo stato. Noto che non è certo in una bellissima posizione, probabilmente è anche per quello che sta pulsando e mi fa dannatamente male; cerco di liberarla, causandomi una fitta lancinante. Cazzo, spero non sia rotta! Ragiono tra me e me. Beh, fortunatamente non ero molto in alto, quindi non posso essermi fatta nulla di grave… spero. Probabilmente la caviglia è solo slogata.
Faccio forza con le braccia per terra e tento nuovamente di rialzarmi, ma non ci riesco, sono troppo debole, e per di più la gamba fa un male assurdo.
Dannazione a me! Odio sentirmi impotente, odio non sentirmi all'altezza, odio fare figure da idiota, e soprattutto odio rovinare qualcosa per colpa mia a qualcuno che ammiro o che per me è importante.
Alzo gli occhi, incontrando sei sorrisi che mi incoraggiano a non mollare.
Avverto qualcosa di umido e caldo solcarmi una guancia: un’altra lacrima sfuggita al mio controllo.
Cerco di sorridere, e allungo titubante le mani verso quelle che i due ragazzi più vicini, Brad e Mike, tendono verso di me. Le stringo. So che sto tremando, ma non sono in grado di fare nulla per evitarlo.
– Hey, ce la fai? – la voce di Chester mi arriva alle spalle, facendomi quasi sobbalzare.
– Sì. Certo. Credo di sì… – balbetto.
Prima che io possa finire di parlare, mi prende da sotto le ascelle, dandomi la forza necessaria per alzarmi. Probabilmente ha intuito che, a causa della debolezza e dell’immobilità della gamba sinistra imprigionata e dolente, avevo scarse possibilità di riuscirci da sola, nonostante non avessi voluto ammetterlo.
Così, grazie all’aiuto dei tre, riesco finalmente a rialzarmi. Un boato incoraggiatore arriva anche dal pubblico, che era rimasto sbigottito in un silenzio alternato ad esclamazioni qua e là.
– Riesci a camminare? – mi chiede ora Chester.
– Sì, ce la faccio, grazie. Non… Non preoccupatevi per me… – rispondo istintivamente.
So di essere molto debole, sento la testa che continua a girare vorticosamente, sento il dolore pulsante alla caviglia… Tuttavia, non voglio essere loro di ulteriore peso.
Ma nonostante tutto, loro insistono per aiutarmi.
Come fanno a essere così… così… adorabili?
Mi fanno capire che vogliono che vada con loro sul bordo del palco, per il saluto finale al pubblico. Non so se merito un tale onore, ma a quanto pare loro sembrano convinti di ciò che dicono.
Sorrido, grata per tutto quello che han fatto e che mi hanno permesso di vivere, e annuisco, ancora un po’ imbarazzata, accettando l’invito con entusiasmo.
Non voglio sembrare una che si piange addosso autocommiserandosi, quindi cerco di camminare come meglio riesco, senza dare a vedere gli spasmi che quei piccoli passi tremanti mi causano.
Si scambiano un veloce sguardo, poi Mike e Chester, ridendo, mi prendono sottobraccio, sorreggendomi e guidandomi.
Metto un piede avanti all’altro con più sicurezza, cercando di non pensare al dolore che il movimento mi provoca. Mi concentro su di loro, su Mike e Chaz, sui Linkin Park, sul pubblico in delirio, su tutte le emozioni indescrivibili che mai avrei potuto sperare di vivere veramente. Quello che ho sul volto è uno dei miei sorrisi più sentiti e sinceri.
Arriviamo al bordo del palco, al centro. Brad, Rob, Phoenix e Joe si dispongono accanto a Mike e Chester, simmetricamente, lasciandomi addirittura l’onore del posto centrale.
In quel momento non me ne frega più un cazzo della caviglia. Non sento più nulla, se non le braccia di Chester e Mike intrecciate attorno alle mie spalle, il calore di quel gesto, le urla dei fans, e l’energia che tutto ciò sprigiona. Quella gamba pulsante di dolore può anche andare a farsi fottere; in quel momento non la sento neppure.
I Linkin Park stanno ringraziando il pubblico, composto da migliaia di Soldiers emozionati, con parole cariche di affetto autentico, salutando e mandando baci con le mani.
Senza neanche rendermene conto, alzo anch’io le mani, insieme a loro.
Sono sul palco, con loro, con i Linkin Park, seppure tutto ciò sembra ancora così assurdo per essere compreso appieno dal mio cervello; ma allo stesso tempo è come se fossi anche dall’altra parte, tra il pubblico in delirio.
Quel pubblico allo stesso tempo felice per le forti emozioni che il concerto ha donato loro e triste perché è già giunto al termine; il tempo è passato troppo velocemente, come accade durante tutte le cose per noi stupende, quando un secondo pare un attimo eterno, ma al tempo stesso è così sfuggevole.
Quel pubblico che urla, che piange, che ride, che alza i pugni al cielo in risposta, ricambiando calorosamente il saluto della band.
Sorrido, mentre tutto mi appare sempre più sfocato, surreale.
Mi inchino assieme ai sei ragazzi attorno a me, che non sono altri che i Linkin Park.
Quando mi rialzo, portando di nuovo le braccia al cielo, con le mie mani unite in una catena a quelle dei musicisti, sento la testa ancora più leggera. Cerco di non badarci e mettere a fuoco ciò che vedo intorno a me.
Mi rendo conto a mala pena che sto ridendo e piangendo assieme, come molti ragazzi e ragazze giù nel pit e non solo.
Mike e Chester ora hanno lasciato la presa delle mie mani, così come gli altri quattro componenti del gruppo.
Chester corre da una parte all’altra del palco, lanciando baci tra le urla dei fans; poi si dirige assieme agli altri vero il backstage, mentre il pubblico continua a gridare il loro nome.
Ecco, come ogni cosa, credo sia arrivata la fine. Cerco di sorridere tra le lacrime.
La piccola parte più razionale che è sopravvissuta in me si chiede ora dove dovrei andare ora, ma ecco che le mie domande vengono interrotte dal braccio di qualcuno che mi si posa attorno alle spalle.
Non appena realizzo che si tratta di quello di Mike, il mio cuore perde un battito, mentre mille domande si affollano nella mia mente così velocemente da non poter essere decifrate dal mio cervello.
Se prima facevo fatica a reggermi in piedi, da questo punto di vista ora la situazione è quasi peggiorata.
Mi dice qualcosa, ma non riesco a capirlo, tra le urla del pubblico e lo stato di trance in cui mi trovo.
Allora, avvicina le labbra al mio orecchio, urlando per farsi sentire, e questa volta riesco finalmente a comprendere… o almeno credo di aver capito, dato che le sue parole suonano come un invito ad andare con loro.
Non riesco a credere che possa avermi chiesto una cosa del genere, dopo tutto quello che già mi hanno permesso di vivere, seguirli nel backstage ora sarebbe oltre le mie aspettative! Aspettative secondo le quali, a dir la verità, non credevo nemmeno fosse possibile alcunché di ciò che mi è capitato da quando Chester mi ha scelto e fatto salire sul loro palco… Ma, in ogni caso, mi sembra fin troppo, dopo tutto ciò, poter seguirli ancora!
La cosiddetta fortuna non era mai stata molto presente nella mia vita. Cos’è, si stava forse facendo perdonare per avermi ignorato tanto a lungo?
– Okay… Andiamo allora! – la voce di Mike arriva lontana al mio cervello, seppure dal suo fiato caldo che ho appena sentito sull’orecchio sinistro intuisco la sua vicinanza, che mi sta facendo impazzire più di quanto già non fossi prima.
Non so cosa abbia fatto o quando esattamente l’abbia fatto, non me ne sono quasi resa conto, fatto sta che ora ritrovo il mio braccio attorno alle sue spalle, mentre il suo scende poco sotto le mie, stringendo la presa, mentre mi accompagna verso la scaletta a lato del palco. Si ferma un attimo, per voltarsi a salutare un’ultima volta il pubblico, prima di imboccare i gradini, aiutandomi a scendere, mentre lo seguo, sempre in stato di trance.
Dopo qualche passo, si accorge che, nonostante faccio del mio meglio per camminare normalmente, sto vistosamente zoppicando; si ferma.
– Stai bene? – mi chiede, con voce pacata, sovrastando le urla dei fans in lontananza che ancora li acclamano e li ringraziano.
Annuisco, non riuscendo a parlare in quel momento. È come se la mia fottuta lingua si fosse incollata al mio fottuto palato, maledizione!
– Mi dispiace per la tua gamba… Voglio dire, mi sento un po’ in colpa, alla fine l’idea di farti salire lassù è stata mia e… – avverto un po’ di imbarazzo nella sua voce, nelle brevi pause impacciate che interpone tra le frasi, prima di iniziare a parlare a macchinetta.
È fin troppo carino… Sorrido.
– Non… Non c’è assolutamente problema. Non preoccuparti, Mike. È tutto ok, sto bene… Mi sento bene, non c’è alcun problema. – non so come, ma riesco a trovare il coraggio e la forza di staccare la lingua da quel dannato palato e a connetterla al cervello.
È paradossale il fatto che ora sembra quasi come se fossi io a dover tranquillizzare lui, nonostante neppure io riesco a parlare senza ingarbugliarmi tra le mie stesse parole confuse, ovviamente.
– E poi beh… non è colpa tua se… voglio dire, sono io che sono caduta. A proposito, mi dispiace. Davvero. Voi… Io… – mi impappino sempre più, ma ritengo già un miracolo il fatto che in una situazione del genere io riesca ancora a parlare e a formulare frasi di senso compiuto, più o meno – Beh… Vi ho creato un casino rovinando tutto, alla fine, e mi dispiace… –
– Non preoccuparti, è andato bene comunque. – liquida così l’argomento, sorridendo, per tranquillizzarmi.
Sembra tornato più sicuro ora.
Riprendiamo a camminare.
– E… beh… Niente, volevo solo ringraziarti… E ringraziare tutti voi, per tutto… – cerco di parlare fluidamente, ma faccio molta fatica, così come mi costa un grande sforzo anche camminare: la caviglia pulsa sempre di più, la mia testa è sempre più leggera, il mondo si muove vorticosamente e mi appare sempre più sfocato, le gambe sono sempre più deboli.
– Figurati… A proposito, fanno mille dollari, per il passaggio! – ride.
È adorabile, cerca di scherzare per sdrammatizzare e alleggerire l’atmosfera.
Rido anch’io.
Mi dimentico quasi della gamba, per ricordarmene però bruscamente qualche secondo dopo, quando cede improvvisamente sotto sforzo; se non ci fosse stato Mike pronto a sorreggermi, sarei certamente finita a terra un’altra volta.
– Hey, tutto okay? – non sta più scherzando, tutt’a un tratto si è fatto serio, forse è un po’ preoccupato, e lo si intuisce sia dal suo tono di voce che dal suo sguardo.
Annuisco, causandomi un giramento di testa più forte degli altri. Per un attimo, vedo tutto completamente sfocato e buio; fortunatamente un attimo dopo riprendo conoscenza, se posso dire di averla persa.
Cazzo, no, non posso svenire. Tutto, ma non posso svenire ora.
Sento Mike urlare qualcosa ai cinque amici, poco più avanti, ma non riesco a capire cosa; tutto pare così lontano.
Poi mi sento sollevare da terra; realizzo a stento, sbigottita, che il motivo per cui non avverto più la terra sotto i miei piedi è che Mike mi sta prendendo in braccio!
Oddio… Il cuore batte ancor più forte, sta impazzendo. Cerco di regolarizzare il respiro, non posso e non voglio svenire del tutto!
Ma questo sta cercando di aiutarmi o di spedirmi all’altro mondo?
Si volta, per dire agli altri che li avrebbe raggiunti poco dopo, poi torna a rivolgersi a me.
– Stai tranquilla… Ti porto in ambulatorio. – la sua voce, seppur lontana, giunge dalle mie orecchie al mio cervello.
Stare tranquilla? Cazzo, rischio di svenire da un momento all’altro e, dopo che ho cantato con i Linkin Park sul palco davanti a migliaia di fans, dopo che ho fatto una figura di merda colossale slogandomi una caviglia che per di più mi fa un male boia (ormai sono troppo debole per riuscire a mascherarlo a sufficienza), dopo che loro mi hanno aiutato, nonostante gli abbia causato un imprevisto rischiando di rovinare tutto alla fine, dopo che Michael Kenji Shinoda in persona mi ha detto di andare con loro nel backstage… Ora quello stesso Michael Kenji Shinoda in persona mi ha preso in braccio. Come diamine faccio a restare calma?
Ovviamente non glielo dico, anche se so che probabilmente comprende come posso sentirmi e che sta solamente cercando di aiutarmi.
Tento di mantenere il mio self-control; non ho intenzione di sprecare le mie ultime energie per saltargli addosso (come se già non mi trovassi in quella posizione che… oddio!) sembrando una stupida ragazzina in calore, che, per di più, non sono assolutamente! Darei un’idea sbagliata di me e ci rimedierei solamente una figura di merda, un’altra e forse peggiore. Inoltre, le cosiddette bimbeminchia danno fastidio pure a me, figurati lui come si sentirebbe! No, non voglio assolutamente metterlo in imbarazzo e arrecargli disturbo.
Provo a inspirare ed espirare profondamente, mentre il cuore continua a martellare nel mio petto peggio di una grancassa colpita da un doppio pedale.
Devo calmarmi. Altrimenti rischio seriamente di andare in iperventilazione o vattelappesca cosa e svenire. E io non voglio svenire.
Cerco ancora di controllare il respiro, seppur con scarsi risultati. È come se ci fosse un uragano dentro la mia testa; il mondo mi appare sempre più lontano e ovattato. Tuttavia, mi tengo aggrappata alla realtà come meglio posso. Realtà che in quel momento mi circonda sotto forma di due braccia, di due spalle e della maglietta scura di Mike; mi attacco a queste ultime due, come per riflesso condizionato, in cerca di un appiglio.
Lo sento ridacchiare, sento il suo fiato scompigliare dolcemente i miei capelli.
Chiudo gli occhi, cerco di mantenere quel poco controllo di me che ancora m’è rimasto, anche se non sono sicura che questo sia il metodo giusto.
Non passa molto tempo (non potrei dire però di quanti secondi o minuti si tratta, dato che la mia concezione del tempo è ormai fin troppo vaga), e sento che mi deposita piano su qualcosa di morbido.
Apro lentamente gli occhi. Il mondo gira vorticosamente intorno a me; ci metto qualche secondo a mettere a fuoco ciò che mi circonda. Riflettendo a fatica, stabilisco che devo trovarmi su una brandina dell’ambulatorio che Mike ha nominato prima.
Poi, confusamente, vedo la sua bocca muoversi; il suono, invece, arriva qualche secondo dopo.
Mi dice di stare lì ferma, e che presto sarebbe arrivato un medico.
La sua voce giunge a me come se fosse lontana mille anni luce, ma fortunatamente intendo le sue parole.
– Hai bisogno di qualcos’altro? – pochi secondi dopo la sua voce torna a raggiungere le mie orecchie.
Scuoto debolmente la testa e lo ringrazio ancora.
– Okay. Io ora vado, tu vedi di fare la brava ragazza, non scappare e soprattutto cerca di restare viva! – ride – Io torno più tardi; mi raccomando, ti voglio vedere viva quando torno! Okay? –
– O-Okay – riesco a dire, con un filo di voce, sorridendo e annuendo appena, mentre il mondo continua a girare sempre più vorticosamente.
– Perfetto, allora siamo d’accordo! – continua lui con quel suo tono allegro e scherzoso – See ya later!
Si volta e si dirige verso la porta; tengo lo sguardo fisso su di lui finché non esce.
Mi appoggio allo schienale della brandina. Fisso ancora la porta per qualche secondo, poi chiudo gli occhi, sotto il peso di quel mondo vorticante e delle mille emozioni vissute e che ancora vivono e impazziscono in me.

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