La vita di Ebony.

di Chiamatemi Ansia
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prologo ***
Capitolo 2: *** Capitolo 1 ***



Capitolo 1
*** Prologo ***


Image and video hosting by TinyPic ~Una sera d'inverno, nel bel mezzo di una bufera che mise al buio l'intera cittadina di Coulsota, una fragile bambina decise di nascere, di abbandonare la pancia calda e sicura di sua madre con settimane d'anticipo. Era molto piccola e l'infermiera di turno aveva quasi paura a tenerla in braccio, o meglio dire, fra le sue mani così grandi, in confronto a quel minuscolo corpicino che dava la sensazione di potersi rompere da un momento all'altro.
Questa nuova piccola vita oltre a trasmettere una immensa gioia alla sua famiglia, portò anche un po' di panico tra il personale dell'ospedale: le incubatrici erano tutte piene e lei aveva bisogno assolutamente di essere posta in una di esse perchè era decisamente troppo fragile. Dopo varie telefonate e pianti isterici, da parte della madre, riuscirono a far arrivare una nuova culla speciale da un ambulatorio vicino, cosìche la bambina poté essere messa al sicuro.
Passarono giorni prima che potesse andare a casa con i genitori, giorni a volte difficili pieni di ansia causata dalla salute instabile della bambina che stava iniziando a formare i suoi primi anticorpi, altri, soprattutto gli ultimi, pieni di speranza. La madre, col consenso del padre, decise il nome della bambina temeraria poco prima di portarla via dall'ospedale, in realtà non lo decise le uscì semplicemente dalla bocca, con un sussurro, mentre osservava il visino della bimba che teneva in braccio: aveva due grandi occhi di un azzurro intenso con scaglie di grigio e un buffo ciuffetto, fine, di capelli ramati. La sua semplicità le ricordò il nome di una protagonista di uno spettacolo teatrale che aveva visto da ragazza e che da sempre aveva amato, cosìle venì spontaneo di chiamare sua figlia Ebony.
 

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Capitolo 2
*** Capitolo 1 ***


Era l'ennesima volta che ascoltavo la storia “incredibile”, come sostenevano i miei, sulla mia nascita. Era estenuante la loro voglia di essere sempre circondati da persone, di essere sempre al centro dell'attenzione, lasciandosi sfuggire, spesso, anche dei particolari della mia vita, imbarazzanti, senza chiedermi il permesso, non che dovessero farlo ma un minimo di privacy in più l'avrei preferita. Insomma i miei sono dei tipi molto socievoli, probabilmente per via del loro lavoro di organizzatori di eventi dato che erano costretti a stare nel mezzo alle persone praticamente tutti i giorni, e forse quella costrizione l'avevano cambiata in piacere per conservare la loro sanità mentale che andava scemandosi con gli anni; ma io sono l'esatto opposto: sono l'asociale per eccellenza, infatti, tralasciando le mie amiche più intime, tendo a non rivolgere la parola a nessuno passando così per quella ragazza “strana”o “con la lingua mozzata”. Fatto sta che, questa sera, per i miei gusti, nel piccolo salotto di casa mia, c'erano davvero troppe persone, che non conoscevo e non avevo interesse a conoscere, ma sapere che loro avevano visto già la mia vagina in circa venti clip di quando ero piccola mi dava fastidio e non poco. Mi limitai ad annuire ai miei e ad alzare le spalle per dare segni di vita al ragazzo, seduto accanto a me, che tentava un approccio da circa due ore. Guardai l'ora facendomi beccare in pieno dai miei e mi dovetti sorbire una ramanzina sull'educazione di intrattenere un ospite; decisi che ero stata fin troppo in quello spazio angusto; scavallai le gambe, mi alzai e dissi “per educazione”al ragazzo, Timmy, forse quello era il suo nome, se voleva venire su in camera con me, ricevetti un'occhiataccia da tutti e quattro gli adulti come se gli avessi proposto di cogliere il fiore più sacro, poveri ingenui. Da quel punto di vista sono una ragazza anche fin troppo brava, ci tengo alla mia verginità, non la donerei ad uno qualsiasi tanto per farmi notare da ragazze che tutti chiamano “popolari” ma che io definisco semplicemente “ochette”. Preferivo rimanere nel mio angolo di solitudine con un po' di orgoglio. Salimmo su in camera e scambiai poche parole con Timmy, non ero proprio dell'umore adatto e mi dispiaceva un po' per lui, ma si sa quando si è nei giorni mestruali meglio girare alla larga dalle ragazze. Gli accesi il computer e gli diedi il via libera di far ciò che voleva – Puoi fare tutto ma non andare sui siti porno per favore – accennai un sorriso e mi buttai sul letto, dove rimasi la maggior parte della sera con le cuffie nelle orecchie, le mani incrociate sulla pancia, e lo sguardo rivolto al soffitto, ma che di tanto in tanto spostavo per dare una veloce occhiata allo schermo, fin troppo illuminato, del computer giusto per vedere se aveva capito che non doveva guardare niente di pornografico. Arrivati i momenti dei saluti sfoderai uno dei miei sorrisi falsi migliori, marcando le fossette ai lati della mia bocca così da sembrare dolce e ingenua. Appena uscirono diedi la buonanotte ai miei e scappai in camera prima che potessero fermarmi, sentì mia madre che mi chiamava mentre salivo le scale ma feci finta di niente. Mi sgranchì il collo e aprì l'armadio girandomi poi verso l'anta con lo specchio, inclinai la testa guardando il mio riflesso, passai le mani sotto il seno, sulla pancia stringendola e sulle cosce che cercai di diminuire tirando, con entrambe le mani, la ciccia, in eccesso, indietro. Sospirai – un giorno tutto ciò sparirà- mi levai le calze e il vestito, mi fissai di nuovo allo specchio e passai una mano sulla superficie riflettente e fredda all'altezza del mio viso – sei così bella peccato che ti abbiano messa in un corpo di merda-. Adoravo il mio volto, era molto raro aveva tanti tratti caratteristici: delle lentiggini marroncine lo riempivano in gran parte, gli occhi azzurri erano così grandi e profondi che sembrava potessero leggere la mente delle persone, le labbra erano carnose e grandi al punto giusto, ma il suo forte erano capelli rossi; li sciolsi dallo chignon facendoli ricadere sulle spalle come tante piccole onde setose, sorrisi subito guardandomi ma esso sparì di nuovo quando osservai il resto di me, per l'ennesima volta. Chiusi con una botta di nervoso l'anta e mi infilai sotto le coperte. Misi il viso sotto il cuscino che compressi con una mano, contro il mio orecchio, per non sentire i rumori della casa e poco dopo i miei classici pensieri notturni mi addormentai.

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