Dare to live

di _mErcy_
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** The fall of the wall ***
Capitolo 2: *** Inside the nightmare ***
Capitolo 3: *** The 104th Trainee Corps ***
Capitolo 4: *** Training ***



Capitolo 1
*** The fall of the wall ***


Chapter 1: The fall of the wall

 

Year 845, Shiganshina District, Wall Maria

 

C'era una volta una piccola guerriera, acclamata da tutti per il suo coraggio e la sua lealtà.

Prima della sua scesa in scena, la ragazza perse i genitori per colpa di alcuni mostri che avevano attaccato il suo villaggio.

In seguito la piccola ragazza divenne una giovane guerriera pronta a combattere i suoi nemici affiancata dai suoi fedeli compagni.

Ma un terribile giorno, la piccola guerriera perse i suoi amici durante una battaglia contro i mostri e si ritrovò da sola, ma decise di non arrendersi e di andare avanti, voleva sconfiggere quegli orribili mostri per vendicare la morte delle persone che amava e per garantire all'umanità la sopravvivenza.

Durante uno scontro la piccola guerriera rimase ferita. Mentre stava per scappare rimase in trappola, un mostro la stava per prendere.

La piccola guerriera osservò il cielo azzurro che stava sopra di lei e ricordò i bei momenti passati accanto alle persone a lei care . Le sfuggì un piccolo sorriso. La guerriera desiderava soltanto essere felice con le persone che amava e sapeva che il suo sogno si sarebbe realizzato. Quindi chiuse gli occhi e aspettò che il mostro la uccidesse.”

 

“Mamma...”

“Dimmi tesoro.”

“La storia finisce davvero così?”

“Non lo so tesoro, ma in questo libro pare sia così.” La madre mise il libriccino sul comodino e poi si alzò dal letto della figlia.

“Adesso Veronica è ora di dormire, domani abbiamo la nostra gita.” Disse la madre baciando la fronte della bambina.

“Non vedo l'ora!” Veronica si mise sotto le coperte e sua madre si avvicinò a lei per darle un dolce bacio sulla fronte.

“Buonanotte tesoro.”

“Notte mamma.” La madre della bambina sorrise e silenziosamente uscì dalla stanza chiudendo la porta.

La piccola Veronica allungò il braccio e spense la luce rimanendo in quel buio che l'avrebbe accompagnata per il resto della notte.

 

Il mattino seguente Veronica si svegliò molto presto.

Scese con un balzo dal letto e si mise le ciabatte, dopodiché con una piccola corsa si recò nella cucina al piano di sotto.

La madre intanto si stava mettendo la giacca del lavoro, sulla quale c'era stampato un emblema con due rose rosse accompagnate da delle spine.

La donna appena vide la figlia, smise di sistemarsi per andare incontro alla piccola.

“Veronica come mai ti sei svegliata così presto?” Chiese la donna abbassandosi all'altezza della bimba.

“Perché non vedo l'ora di uscire, mammina.” Rispose la bambina saltellando allegramente sul posto.

“Bene, visto che sei sveglia che ne dici di fare una buona colazione?” Domandò la madre prendendo e poi appoggiando una ciotola di latte caldo sul tavolo.

La piccola Veronica si sedette al suo posto e osservò con l'acquolina in bocca la tavola.

Davanti a sé aveva un'enorme quantità di delizie. Dal pane tostato con la marmellata alle cialde sciroppate.

Senza pensarci troppo prese forchetta e coltello e incominciò a prendere le cialde e a metterle nel suo piatto.

“Stai attenta col coltello, potresti tagliarti!” L'avvisò la madre.

“Mamma ormai sono grande!” Esclamò a gran voce la bambina mettendo in bocca il primo pezzo di cialda.

“Mamma...”

“Dimmi tesoro.”

“Perchè indossi la tua divisa da lavoro?” Chiesa la piccola mentre masticava la sua colazione.

“Vedi tesoro della mamma... io non posso abbandonare il mio mestiere, devo essere pronta a difendere le mura. Sempre.” La madre si avvicinò alla figlia e le accarezzò la testolina.

“Ma ti prometto che il mio lavoro non ci rovinerà la giornata.”

La bambina sorrise tristemente e con un sol boccone finì la sua colazione per poi alzarsi dal tavolo.

“Dov'è il babbo?”

“Accidenti a quel dormiglione, l'avevo chiamato mezz'ora fa!”

“Vado a svegliarlo!” Disse la bambina saltellando.

“Brava, ma non fare troppo chiasso.”

Veronica si diresse nella stanza dei genitori e aprì la porta urlando a squarciagola.

Il pover uomo che stava dormendo, fu svegliato in preda al panico.

“Oh mio Dio, siamo in pericolo?” Chiese l'uomo mezzo assonnato e allo stesso tempo terrorizzato.

La bambina intanto salì sul letto matrimoniale e incominciò a saltare. “Babbo! Oggi abbiamo la nostra gita! Ricordi?” Disse aumentando la frequenza dei salti.

“E' oggi? Davvero?” Disse prendendo in braccio la figlia e portandola in cucina.

“Clarice.” Disse il padre alla madre. Lei si voltò a guardarli.

“Qui abbiamo una piccola peste.” Affermò il gran uomo appoggiando la piccola per terra.

“Oh vedo. Dai Gerard fai colazione, così possiamo partire.” Disse Clarice invitando il padre a sedersi a tavola.

“Riguardo a te piccola peste...”Aggiunse la donna con tono di rimprovero.

Veronica guardò la madre tristemente pensando di essere in colpa.

“Vai a vestirti.” Disse la madre sorridendo.

La piccola riacquistò la sua felicità e mantenendola si diresse nella sua piccola cameretta per prepararsi.

_

 

Il cielo era sereno e si potavano udire i canti dei gabbiani che svolazzavano allegri nei cieli.

Veronica e la sua famiglia erano pronti per la loro splendida giornata insieme.

“Guarda mamma!” Urlò la bambina indicando le bancarelle.

C'erano tanti banchi differenti stracolmi di oggettini colorati, particolari e persino vestitini con motivi differenti e giocattoli di ogni tipo. Veronica si avventurava tra essi senza sosta, non sapeva dove fermarsi e c'erano così tante cose che voleva comprare.

I genitori la seguivano a stento, scontrando molto spesso la gente che si aggirava come loro tra le bancarelle, dovendosi scusare ogni volta.

La bambina ad un certo punto si era fermata. Era stata colpita da un oggetto particolare che se ne stava appoggiato sopra ad un piccolo tavolino. Era un cappello di paglia adornato con un semplice fiocco rosso e con qualche perlina colorata.

“Mamma voglio questo cappello, me lo compri?” Chiese tirando la giacca della madre.

“Lo vuoi veramente?”

“Si è troppo bello.” Veronica prese il cappello e se lo mise in testa, le stava molto grosso e le copriva la vista.

“Ma non ti sta un po' troppo grande?” Domandò la madre ridacchiando. La bambina sbuffò e senza pensarci troppo si tolse il cappello e lo mostrò alla commessa.

“Non ha una taglia più piccola?” Chiese la bimba sventolando il cappello qua e là.

“No mi dispiace questa è l'unica taglia che abbiamo.” Si scusò la signora.

“Non fa nulla tesoro, ne troveremo uno più bello.” Disse la madre togliendo il cappello dalle mani della figlia.

“Ma io lo voglio!” Disse Veronica cercando di riprenderselo.

“Non fare storie, lo sai che ti sta troppo grosso.”

“Ti prego mamma, quando sarò più grande lo porterò sicuramente!” Disse Veronica con le lacrime agli occhi.

“Va bene, te lo compro, ma promettimi che lo metterai sempre.”

“Promesso!” Disse Veronica con un enorme sorriso sulle labbra.

 

L'allegra famigliola aveva deciso di riposarsi in riva all'unico fiume che si trovava nel loro distretto.

L'aria era fresca e c'era poca umidità, quindi era davvero piacevole rilassarsi un po' sotto il caldo sole di primavera.

I raggi solari si riflettevano sui bellissimi capelli lunghi e corvini della bambina facendoli sembrare più setosi di quello che già erano.

Il tenue ciuffo che portava sull'occhio sinistro copriva metà del suo pallido visetto, mentre l'occhio destro, che era di un bellissimo color verde-grigio, aveva sotto i risplendenti raggi, dei meravigliosi riflessi tendenti all'azzurro.

 

La madre di Veronica stava chiacchierando allegramente con con il padre mentre la piccola cercava invano di tenere il cappello sulla testa senza che le andasse sopra agli occhi.

Alla fine si arrese e decise di tenere il suo copricapo in mano.

“Perché l'hai tolto?” Chiese la madre notando il gesto della figlia.

“Mi cade sopra gli occhi!”

“Non dovevo comprartelo.” Disse la madre prendendo il cappello dalle mani della figlia per sistemarselo sulla sua testa.

“Se vuoi posso tenerlo io, guarda come mi sta bene!”

“No, è mio!” Disse la bambina saltando addosso alla madre per cercare di riprenderselo.

I genitori della bambina scoppiarono in una sonora risata mentre la piccola mise il broncio.

“Ehi voi due che ne dite di andarci a prendere qualcosa da mangiare?” Domandò il padre alzandosi dal freddo terreno.

“Ottima idea!” Rispose la madre alzandosi anche lei. Ma Veronica non aveva intenzione di muoversi da lì.

“Mamma restiamo qui, per favore.” La madre guardò la figlia sbalordita, per poi passare lo sguardo a suo marito che subito capì.

“E va bene, ci vado solo io, ma voi due non vi muoverete da qui. Intesi?” Disse il padre cercando di essere il più serio possibile, ma sotto i folti baffi neri li scappò una risatina.

 

Veronica e la madre, mentre aspettavano il ritorno del padre con il loro pranzo, si erano messe a giocherellare con i colorati fiorellini che crescevano vicino al fiume.

Veronica ne aveva raccolti tanti di colori vivaci e differenti, e dopo averli presi, li radunava nel suo cappello.

La madre si limitava a raccogliere i fiori più piccoli lasciando i più belli per la figlia.

Dopo averne presi un bel po', decisero di creare delle corone fatte solo di fiori.

Clarice attorcigliava i fiori in modo lento e semplice per mostrare a Veronica il procedimento da compiere per creare una corona di fiori come si deve. La bambina cercava di copiare la madre, ma non riusciva a creare una corona che durasse più di 5 minuti.

La madre aveva fatto tra coroncine di fiori, una se la mise sopra la testa e l'altra la diede alla figlia, che infilò guardandola compiaciuta.

“E' davvero bella.” Disse toccandola.

“Non toccarla troppo altrimenti si potrebbe rovinare!” Le raccomandò la madre.

“Okay.”

“Vieni qui Veronica, ho un'ultima cosa da fare prima che torni papà.” La madre dopo che la bambina si avvicinò la fece sedere di spalle davanti a lei.

“Ti farò una treccia a lisca di pesce.”

“Wow è come quella che avevi nella foto con la nonna?” Chiese la piccolina con un'espressione di meraviglia sul volto.

“Si, e ora resta ferma.”

La madre lavorava con calma e concentrazione per far si che la treccia venisse perfetta e senza alcuna imperfezione.

Veronica cercava di stare ferma anche se dentro di sé moriva dalla voglia di ammirare il capolavoro che la madre stava facendo.

“Ho finito!” Esclamò la madre alzandosi.

Veronica prese la lunga treccia e la portò su una spalla.

“Mamma è bellissima!” Disse la bambina senza contenere l'emozione. “Mi insegni a farle?”

“Stasera, prima di dormire.” Disse la madre sorridendole.

 

Improvvisamente nel distretto si fece silenzio, un fulmine venne scagliato dal cielo.

Oltre il muro spuntò una gigantesca mano rossa, che si aggrappò alla parete.

Inseguito insieme a del fumo, comparve un enorme testa titanica, che superava l'altezza delle mura.

Veronica e la madre guardavano la scena senza fiatare, erano confuse e sorprese di vedere un titano.

In una frazione di secondo il gigante di dimensioni colossali alzò la gamba per poi sfondare con un solo calcio l'entrata principale del distretto.

Pezzi enormi di mura furono lanciati insieme ad un enorme nuvola di fumo.

Nel distretto si scatenò il panico totale. Molta gente incominciava a scappare urlando e imprecando, altri cercavano invano di liberare le persone che erano rimaste intrappolate sotto le enormi rocce che gli erano catapultate sopra, altri ancora rimasero lì a fissare l'enorme creatura fino alla sua scomparsa.

La bambina e sua madre erano pietrificate, senza respiro, non riuscivano a muoversi.

“M-mamma.” Disse Veronica tremando.

“Dobbiamo scappare, i titani staranno sicuramente entrando.” Rispose la madre prendendo la figlia per la mano e incominciando a correre.

“Ma Mamma.” Veronica correva a fatica, le sue gambe si reggevano a malapena in piedi.

“Coraggio Veronica!”

 

Dopo minuti di stancante corsa, si erano immerse in una folla di gente che cercava di raggiungere la sponda del fiume per salire sulla nave che avrebbero fatto partire poco tempo dopo.

I soldati del Garrison stavano tentando di calmare i cittadini, ma essi erano terrorizzati al solo pensiero di essere divorati vivi da uno di quei mostri.

Veronica si immerse nella folla alla ricerca di una persona in particolare. Suo padre.

Era andato a comprare da mangiare tempo prima e non era più tornato, poteva essere salvo oppure no. Veronica doveva trovarlo a tutti i costi.

 

Nel tentativo di ritrovare il padre, Veronica aveva perso di vista la madre, ma sapeva che probabilmente era qualche decina di metri dietro di lei.

La bambina si fermò di colpo, sentiva qualcuno gridare aiuto. Conosceva quella voce, così senza pensarci troppo aumentò la sua corsa e si diresse dall'uomo in pericolo.

Veronica aveva svoltato l'angolo e quello che vide le fece perdere la calma e la speranza. Suo padre era lì, davanti a lei, sulle sue gambe aveva un enorme masso e continuava a dimenarsi disperatamente.

“Papà!” Urlò la bambina avvicinandosi al padre.

“Veronica... cosa fai qui?”

“Papà devo aiutarti!” Disse la bimba mettendo il capello in testa solo per cercare di spostare l'enorme masso.

“Ma come puoi? Sei troppo piccola. Scappa, altrimenti i giganti prenderanno anche te!” Disse il padre alla figlia, ma lei non voleva cedere.

“Papà, io voglio liberarti!” Disse la bambina lasciando che le lacrime le rigassero le guancette rosee.

Intanto la madre era riuscita a raggiungerli.

“Mamma aiutami!” Urlò Veronica alla madre.

La donna osservò la situazione e corse ad aiutare la figlia.

“Clarice, fermati è inutile.”

“Ma..”

Davanti a loro calò un ombra gigantesca.

“No... no.” La donna si allontanò dalla roccia coprendosi la bocca con le mani.

“Clarice...” Disse l'uomo dolcemente alla moglie che si voltò per guardarlo. “Prendi Veronica e scappa.”

“Gerard tu morirai...” La donna scoppiò in lacrime, non c'era nulla che potavano fare per salvarlo.

“Non importa, salva te stessa, ma sopratutto salva nostra figlia.” L'uomo sorrise e lasciò scivolare una lacrima amara dal suo occhio destro.

Clarice, senza esitare, prese in braccio la figlia ed incominciò a correre.

“Mamma! Fermati! Papà è ancora lì!” Urlò la bambina continuando a piangere.

“Non possiamo fare nulla per lui. Devo salvarti!”

Veronica stava guardando dietro di sé, l'orribile titano aveva spostato il masso dalle gambe del padre per poi sollevarlo da terra con una mano.

La bambina cercò di non guardare, ma il suo corpo era come se fosse paralizzato.

Alla fine successe quello che Veronica temeva, il padre finì nella bocca titanica e in una frazione di secondo il suo corpo fu diviso letteralmente a metà, lasciando che schizzi di sangue invadessero l'area circostante.

“Noooo.” Urlò a squarciagola la bambina.

La madre non riusciva a far frenare le lacrime, loro non erano riuscite a salvarlo e questo le sarebbe rimasto sulla coscienza per tutta la vita.

 

Clarice non si era fermata nemmeno un secondo, voleva farlo, ma i titani erano in circolazione e Veronica poteva essere in pericolo, così continuò a correre a perdifiato fino a quando non arrivò all'uscita del distretto.

“Veronica, cerca la nave che sta per partire, salici sopra e sarai al sicuro.” Disse la madre appoggiando la figlia per terra.

“Mamma e tu?”

“Io starò con i miei colleghi.” Disse la donna.

“Ma mamma.” La bambina non voleva muoversi, aveva paura di perdere anche la madre.

“Fallo!” Urlò la madre.

Veronica si girò e camminò verso la nave che ormai era in partenza, si intrufolò in mezzo alla gente e riuscì a salire.

La madre sorrise soddisfatta e si diresse verso i suoi compagni.

 

Veronica intanto era riuscita a sistemarsi vicino al bordo della nave in modo che potesse ammirare l'acqua cristallina del fiume.

Osserva la terra ferma provando un senso di malinconia. Ripensava a quello che era successo, all'apparsa del titano colossale, alla morte del padre e a questa fuga dal distretto.

Tutti questi eventi in una sola giornata l'avevano stremata e spaventata, aveva paura per la madre che si trovava ancora laggiù, sarebbe sopravvissuta? Oppure sarebbe diventata cibo per titani come il padre?

Queste domande le mettevano paura e confusione, non riusciva a stare tranquilla.

Si accasciò per terra e strinse la treccia ormai sciolta, poi fissò il suo adorato cappello e lo mise in testa.

Le lacrime incominciarono a rigarle il volto, i suoi singhiozzi erano accompagnati da quelli delle altre persone spaventate a morte come lei.

Voleva che tutto questo fosse un orribile sogno, ma invece non era così, questo era solo l'inizio di un orribile incubo.

 

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Capitolo 2
*** Inside the nightmare ***


Chapter 2: Inside the nightmare

 

Year 845, Wall Maria/Wall Rose

 

La nave su cui era salita Veronica era riuscita a partire in tutta sicurezza.

Tutto sembrava essersi tranquillizzato, ma non era così. Quando la nave fece una decina di metri , si udì un forte rumore.

In pochi istanti un titano alto almeno una quindicina di metri, sfondò la seconda entrata del muro Maria dando il libero accesso ai titani nella parete interna.

Veronica, che se ne stava seduta a piangere, si era alzata per osservare cosa fosse successo. Quando vide quello strano titano,

subito si sgranò gli occhi per osservare meglio la gigantesca creatura, poi scuotendo la testa si rimise a sedere.

“Non ci sono più pericoli Veronica, qui sei al sicuro.” Ripeteva a se stessa cercando di tranquillizzarsi.

 

Dopo circa mezz'oretta la situazione sulla nave si era leggermente calmata anche se la gente continuava a dimenarsi e a piangere per le persone morte e per le loro vite ormai sconvolte.

Veronica smise di piangersi addosso e decise di alzarsi dall'umido pavimento di legno. Fece qualche passo e poi si guardò intorno, c'era un silenzio quasi inquietante. Ma se ascoltava bene poteva udire il rumore dello scorrere dell'acqua e i lamenti di alcune persone.

Poi qualcosa o meglio qualcuno attirò la sua attenzione.

“Eren?” Domandò.

Un bambino dai capelli castani e due luminosi occhi verdi si girò verso di lei.

“Veronica? Anche tu qui?” Domandò il moro. “Ehi Mikasa,Armin guardate chi c'è!”

Due bambini della stessa età di Veronica si presentarono davanti agli occhi della bambina.

“Veronica, così sei finita anche tu su questa nave.” Disse la ragazza dai capelli corvini e dai freddi occhi grigi.

“Si, sono riuscita a salvarmi... ma per mio padre...” Veronica si accasciò a terra ricominciando a piangere.

“Mi dispiace Veronica.” Disse Eren appoggiando la sua mano sulla spalla destra della bambina.

“Sai uno di loro ha divorato mia madre.” Disse ringhiando. La bambina lo guardò con stupore, conosceva Eren e sapeva che quel bambino era spesso arrabbiato, ma il dolore e la voglia di vendetta che bruciano nei suoi occhi la scioccarono molto.

“Ehi Vero, se vuoi puoi restare con noi fino a quando vorrai. Ti va?” Disse Armin, un bambino minuto dai capelli biondi e con gli occhi azzurri.

Veronica lo fissò per qualche secondo poi annuì con la testa.

 

I quatto bambini si conoscevano da molto tempo, erano nati e cresciuti nel distretto di Shiganshina e molto spesso si incontravano per giocare insieme, visto che la casa di Veronica e quella di Eren e Mikasa erano vicine.

Veronica spesso si ritrovava ad essere vittima di bullismo così come Armin, ma per loro fortuna a salvarli c'erano Eren e Mikasa che entravano in scena correndo, e con grande forza, riuscivano sempre a sconfiggere i bulli.

Nonostante la simile forza, Eren e Mikasa in realtà non erano fratelli di sangue, la bambina, infatti era stata adottata dai Jeager, ovvero la famiglia di Eren, l'anno prima perché i sui genitori erano stati uccisi da un gruppo di vandali.

Armin invece, era amico di Eren fin da quand'erano molto piccoli, insieme sognavano di visitare il mondo al di fuori dalle mura. Ma il loro sogno era lontano e quasi irrealizzabile, ma non avevano intenzione di arrendersi.

 

 

 

Year 845, Trost District, Wall Rose

 

Era ormai passato un giorno da quando la nave aveva attraccato nel distretto.

Veronica, Eren e Mikasa stavano aspettando le loro porzioni di cibo, quando arrivò Armin correndo verso di loro con in braccio quattro pagnotte.

“Ragazzi guardate cosa mi ha dato mio nonno!”

“Ah delle pagnotte, fantastico!” Disse Veronica quando Armin gliene porse una.

Prima che mangiassero, sentirono un uomo appartenente al Garrison, farfugliare qualcosa riguardo la gente del muro Maria rifugiata nel muro Rose, e sul fatto che sarebbe stato meglio se ne fossero morti molti di più.

Eren preso dalla furia s'incamminò verso l'uomo e gli diede un calcio nello stinco. Costui insieme ad un suo compagno, reagirono male a tale azione, così colpirono Eren, che si accasciò a terra.

Prima che il bambino fosse colpito di nuovo, s'intromise Armin che si scusò per il comportamento dell'amico, giustificando la sua azione dicendoli che aveva reagito così solo perché era affamato.

I quattro si stavano spostando, quando Veronica notò una persona a lei famigliare camminare accanto a loro.

“Mamma?” Chiese Veronica.

“Veronica, sei tu?” La madre non esitò ad abbracciare la figlia, che non riuscì a far frenare le lacrime.

“Pensavo fossi morta!” Disse Veronica staccandosi dalla madre.

“No tesoro sto bene.” Disse guardandola, poi passò lo sguardo ai tre bambini dietro di lei.

“Oh voi siete gli amichetti di Veronica, non è vero?”

I tre annuirono all'unisono e la madre di Veronica gli domandò: “Siete soli? Perchè se è così potete stare da noi.”

“No stia tranquilla sappiamo dove stare.” Rispose Mikasa gelidamente. “Grazie della sua offerta.” Disse infine.

“Va bene, comunque se cambiate idea potete trovarci nella 18° strada ad ovest, chiedete a qualcuno di Trost nel caso voi non la troviate.”

Veronica e la madre si allontanarono da loro tre e incominciarono ad incamminarsi.

“Mamma, dove andiamo?” Chiese la piccola timidamente.

“Dai nonni, d'ora in poi vivremo lì.”

“I nonni! Ah che bello!” Rispose allegramente.

La madre sorrise e prese per mano la figlia.

“Andiamo, scommetto che la nonna stasera per cena farà il tuo piatto preferito.”

“Uhmm Yummy.”

 

-

 

Year 846, Trost District, Wall Rose

 

Era in quel anno che le persone si erano riunite per decidere di ricostruire il muro Maria.

In molti erano stati obbligati a coltivare terreni per procurare abbastanza cibo per la sopravvivenza di tutti.

La mamma di Veronica era stata convocata per partire alla riconquista del muro Maria. Veronica era contraria a questa decisione, però non avevano altre scelte.

“Mamma... Lunedì ritornerai, vero?” Chiese Veronica mentre si avvicinava alla soglia della porta, dove vi era la madre.

“Mi dispiace tesoro, ma devo partire, per l'umanità.” Disse la madre abbassandosi all'altezza della figlia per darle un dolce bacio sulla fronte. “Come ti ho detto il mio dovere è quello di proteggere le mura, non è così?” La madre le porse un sorriso triste è se andò salutando tutti con una mano. Veronica la guardò allontanarsi e con occhi colmi di tristezza si ritirò in casa per preparasi a lavorare.

 

Veronica si era tolta il pigiama e si era messa dei vestiti comodi per il lavoro, un paio di stivali di gomma e aveva legato i lunghi capelli in una semplice coda di cavallo bassa. Alla fine mise un cappotto adatto per la fredda stagione, e lei e il nonno erano pronti per coltivare i campi.

Appena usciti s'imbatterono nel loro vicino di casa, Thomas Wagner, un tipo alto, biondo e con delle lunghe basette, all'incirca della stessa età della bruna.

A Veronica pareva un ragazzo simpatico e sveglio e accettava volentieri la sua compagnia durante il lavoro.

 

Year 846, Wall Rose/Wall Sina

 

Il lavoro era tanto e difficile, i più anziani alzavano e abbassavano la zappa con fatica e anche i più piccoli non erano da meno.

Veronica aveva appena finito di coltivare il suo piccolo pezzo di terreno, quando Thomas le si avvicinò.

“Wow Veronica sei veloce!” Si complimento il ragazzo. “Guarda come sono indietro io!” Disse indicando il suo pezzo di terreno mezzo coltivato.

“Ti ringrazio Thomas, ma anche tu non te la cavi male.” Rispose Veronica sorridendo. “Ora se non ti dispiace vado ad aiutare mio nonno, sembra si stia affaticando troppo.” Detto questo salutò il biondo e si diresse dal nonno che come la vide, smise di zappare.

“Tesoro mio, hai già finito?”

“Si” Disse prendendo la sua zappa e incominciando a impiantarla più volte nell'umido terreno.

“Cosa fai?”

“Ti aiuto, così andiamo a casa prima.” Disse la ragazzina sorridendo all'anziano.

 

Year 846, Trost District, Wall Rose

 

I lunghi giorni a lavorare passavano in fretta e arrivò il tanto atteso lunedì, ovvero il giorno in cui la madre di Veronica sarebbe dovuta ritornare dalla missione.

La ragazzina se ne stava seduta a disegnare su un tavolo nel salotto, quando sentì bussare alla porta.

“La mamma! E' tornata!” Disse saltando giù dalla sedia.

La nonna intanto stava andando ad aprire. Quando Veronica arrivò trovò la nonna inginocchiata per terra in preda alla disperazione, ed un uomo in divisa davanti alla porta.

“Dov'è mamma?” Chiese Veronica guardandolo terrorizzata.

“Mi dispiace, ma non ce l'ha fatta, se ne è andata valorosamente durante la missione di ieri mattina.” L'uomo fece il famoso saluto mettendo il pugno destro sul cuore e il braccio sinistro dietro la schiena. “Vivissime condoglianze.” Dette queste parole se ne andò lasciando che il silenzio di quell'istante invadesse la mente della povera ragazzina.

 

-

 

Il lungo inverno era giunto al termine e Veronica stava ritornando a casa dal lavoro, quando s'imbatté in un gruppetto di tipi loschi, forse di qualche anno più grandi di lei.

Stavano picchiando un povero gattino bianco. Veronica non poteva stare lì a guardare.

“Ehi voi, smettetela subito!” Gridò con tutto il coraggio che aveva addosso.

“Oh ma che bella bimbetta abbiamo qui?” Disse il più grande di loro con un orribile ghigno sul volto.

“Sarà divertente ridurti in poltiglia non è così Carl?” Aggiunse un altro tipo losco.

Veronica non poteva fare nulla per fermarli erano forti e lei era da sola.

Quei tipacci l'avevano presa a calci umiliandola e deridendola.

Si sentiva inutile ed era in questi momenti che le risalivano in mente certi ricordi, ricordi di suo fratello Antonio.

 

-

 

Year 841, Shiganshina District, Wall Maria

 

Veronica era sdraiata per terra e piangeva, i soliti bulli del distretto la stavano tormentando di nuovo, le tiravano i capelli e la insultavano sputandole addosso.

Il suo tormento sarebbe ben presto finito, perché dall'angolo spuntò suo fratello Antonio, che corse nella sua direzione.

“Ehi voi lasciatela stare!” Urlò ai bulli.

“Cazzo! E' Antonio! Scappiamo!” Gridarono all'unisono e poi correndo se ne andarono via.

“Ehi Vero...” Disse il fratello alzandola da terra.

“Domani partirai... come farò senza di te.” Disse sfregandosi gli occhi cercando di non piangere.

“Stai tranquilla ti verrò a trovare dopo le spedizioni.” Disse mostrando alla sorella un ampio sorriso.

“Ma andrai fuori dalle mura, è pericoloso e tu lo sai!” Disse abbracciandolo. “Non voglio!”

“Tranquilla andrà tutto bene, ti prometto che quando ritornerò giocheremo tutto il giorno insieme.”

“Me lo prometti?” Chiese Veronica porgendoli il mignolino.

“Si te lo prometto.” Disse afferrando il mignolo della sorella con il suo.

 

-

 

Year 843, Shiganshina District, Wall Maria

 

“Tesoro, sono ritornati dalla spedizione!” Disse la madre urlando dall'altra parte della cucina.

Veronica senza contenere l'emozione, si precipito fuori dalla porta insieme al padre.

Guardava con stupore la Legione Esplorativa che stava rientrando nell'interno.

Con lo sguardo stava cercando il fratello, ma non lo vedeva da nessuna parte.

Alla fine notò il caporale Levi arrivare con un cavallo nella sua direzione.

Veronica non esitò a domandarle del fratello.

“Dov'è Antonio?” Levi la guardò cupamente, quell'uomo era sempre cupo, ma in quel momento lo sembrava più del solito.

Scese dal cavallo e mise la mano destra sulla spalla della bambina.

“Mi dispiace, ma tuo fratello non ce l'ha fatta.” A quelle parole Veronica si sentì crollare il mondo addosso.

Non poteva essere, suo fratello era uno dei soldati migliori dopo di Levi, era secondo nella top ten dei tirocinanti. Non poteva crederci, come era successo tutto questo?

 

-

 

Year 846, Trost District, Wall Rose

 

La ragazzina non poteva essere umiliata ancora per molto, e con tutte le forze che aveva in corpo, riuscì ad alzarsi ed a sferrare un colpo dritto sul naso di Carl, che indietreggiò quasi cadendo.

“Cazzo che male!” Disse toccandosi il naso sanguinante.

“Ne ho anche per voi, pezzi di merda!” Gridò Veronica agli altri due.

“Nono grazie.” Risposero in coro. Dopodiché alzarono le suole e se ne andarono.

La ragazzina tutta addolorata e piena di lividi, decise di portare a casa con se il gatto per curarlo.

 

-

 

Year 847, Trost District, Wall Rose

 

“Davvero? Ci saranno i reclutamenti a breve?” Chiese un uomo anziano ad una signora.

“Eh si sai, a breve avremo altri eroi a proteggerci.”

Veronica era sulla via del ritorno dal lavoro e aveva sentito questo discorso, così incuriosita si avvicinò ai due anziani.

“Scusate, davvero ci saranno i reclutamenti?”

“Certo, perché vuoi arruolarti anche tu?” Chiese la signora ridacchiando.

“Certo che si!”

“Ma non sei troppo piccola?” I due anziani risero in coro.

“Ma ho 12 anni!” Rispose ringhiando. Poi senza pensarci troppo si diresse da un uomo del Garrison per arruolarsi.

 

-

 

Era il giorno della partenza, e Veronica si stava pettinando davanti allo specchio del bagno, quando un pensiero la bloccò.

“Questi capelli... sono troppo lunghi.” Disse facendo scorrere i suoi capelli corvini tra le dita.

“Devo tagliarli.” Veronica aprì il cassetto del nonno e prese le forbici da barbiere, e senza pensarci troppo, con delle grosse sforbiciate tagliò i suoi lunghi capelli in un corto caschetto.

Dopo tale azione prese i bagagli e scese le scale.

“Tesoro aspetta!” Disse la nonna fermandola. “Sei sicura di voler partire?”

“Più che sicura.” Rispose aprendo la porta.

“Perchè hai tagliato i capelli? Erano così belli.”

“Nel militare non serve essere belli, bisogna solo combattere duramente per la sopravvivenza della nostra specie.” Dopo queste parole Veronica uscì dalla porta salutando con la mano i nonni.

Nel suo cammino verso l'uscita di Trost scontrò un ragazzo.

“Ehi tu deficiente stai attenta a dove vai!” Le urlò contro il ragazzo.

“Sta attento tu, imbecille.” Le rispose infastidita.

“Tsk, ma guarda che stupida ragazza dovevo scontrare.” Bisbigliò il ragazzo allontanandosi da lei.

“Ma chi si crede di essere questo tipo con la faccia simile a quella di un cavallo e poi che razza di capelli sono quelli!” Disse urlando e battendo ferocemente i piedi per terra.

Mentre lei era alle prese con il suo sfogo, un altro ragazzo la scontrò da dietro.

“Ops.”

Veronica si girò e un viso famigliare le si mostrò davanti agli occhi.

“T-Thomas? Anche tu ti arruoli?” Chiese stupita.

“Certo perché non dovrei, e comunque non stare in mezzo alla strada, altrimenti blocchi il passaggio. “ Le raccomandò ridendo.

“Certo.”

“Andiamo insieme, ti va?”

“Si, va bene.”

I due s'incamminarono verso l'uscita pronti per incominciare la loro nuova vita nell'esercito.

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Capitolo 3
*** The 104th Trainee Corps ***


Chapter 3: The 104th Trainee Corps

 

Year 847, Military Base, Wall Rose

 

I due ragazzi erano finalmente arrivati alla base militare appena in tempo, prima che la campana per le entrate suonasse.

Thomas sembrava agitato e quasi non riusciva a contenere l'adrenalina che scorreva nel suo corpo.

Veronica invece era tranquilla, non si preoccupava affatto del suo futuro nella militare.

Dopo qualche minuto all'interno del recinto della base, i due si ritrovarono in una lunga fila stracolma di gente che aspettava di essere chiamata per la consegna dell'uniforme, che avrebbero sempre portato durante i faticosi allenamenti.

 

Dopo svariati minuti, Veronica fu chiamata da un uomo biondo e abbastanza alto che, come si aspettava, portava una divisa da istruttore. Non aveva nulla di diverso da quella da cadetto, però la giacca era più scura e lunga.

L'uomo le consegnò l'uniforme completa, caratterizzata da un semplice paio di pantaloni bianchi, due lunghi stivali marroni e una giacca di un colore marroncino chiaro con il simbolo del corpo d'addestramento, ovvero due spade argentate sovrapposte in modo da formare una 'X'.

Il tutto era confezionato in uno scatolone grigio, con sopra scritto il nome della ragazza.

Dopo la consegna, cercò un posto dove cambiarsi, e dopo svariati giri a vuoto, trovò una camera riservata solo e esclusivamente alle ragazze, ovviamente nel dormitorio. Lì si tolse i vestiti e li mise dentro la sua valigia, poi con fretta, ma cercando di non vestirsi come una barbona, si mise la nuova divisa.

Le sembrava comoda e molto pratica da utilizzare durante gli allenamenti, quindi senza pensarci troppo cercò uno specchio per ammirarsi. Bhe non c'era nulla da dire in particolare, le stava bene. I pantaloni non erano ne troppo larghi ne troppo attillati, gli stivali calzavano perfettamente con i suoi piccoli piedi e la giacca sopra ad una semplice maglietta bianca le stava divinamente.

Mentre si stava sistemando i corti capelli, una ragazza dai semplici codini portati sulle spalle, le si avvicinò.

“Uh, sembri soddisfatta!” Disse riflettendosi anche lei nell'enorme specchio. “Anch'io!” Disse sorridendo.

“Cosa c'è? Non guardarmi così.” Disse notando lo sguardo perplesso di Veronica.

“Oh mio Dio, devo andare!” Aggiunse correndo via.

“Mah che strana ragazza...” Disse Veronica perplessa, ritornando dai suoi bagagli.

Prima di trasportarli nella sua apposita zona letto, doveva trovare quel determinato punto nell'enorme stanza. Quindi prese la scatola e lesse il numero del suo letto.

“N° 127” Veronica fece le spallucce, e trasportando i suoi bagagli, si diresse nella sua zona letto.

'Così è questo il mio letto, sembra scomodo, molto scomodo.' Pensò la ragazza mentre appoggiava sul letto le sue valigie. Dopo aver compiuto tale azione, decise di uscire per dirigersi al campo dove l'istruttore Shadis, o almeno credeva di aver capito che si chiamasse così, li avrebbe “accolti” nell'esercito.

Fuori dal dormitorio femminile, a sua insaputa, trovò un Thomas sorridente con addosso la sua nuova divisa da cadetto.

“Woah Veronica, fa strano vederti vestita così. Tutto sommato ti sta bene!” Esclamò il ragazzo avvicinandosi per guardarla meglio.

“Ti ringrazio Thomas, anche tu non sei male vestito da soldato.” Rispose Veronica con un mezzo sorriso.

 

Svariati minuti dopo, Veronica si trovava in una fila insieme ad altri cadetti.

L'istruttore Shadis stava strillando come un matto alcune cose riguardo a quello a cui sarebbero andati incontro nelle loro prime giornate, e probabilmente anche nei giorni a seguire.

Veronica, come tutti gli altri aveva le mani dietro la schiena, e nel caso l'istruttore avesse scelto di sentire la sua presentazione, lei avrebbe dovuto rivolgergli il famoso saluto da soldato.

 

Le presentazioni erano incominciate, l'uomo dallo sguardo cupo e profondo si accaniva contro i poveri cadetti che, con il cuore in gola e il sudore sul viso, si presentavano cercando di mantenere la loro tranquillità, ma la maggioranza falliva miseramente.

L'attenzione di Veronica si soffermò su un ragazzino biondo e minuto di sua conoscenza. Era Armin.

Veronica confusa e stranita ascoltava la presentazione del ragazzo.

“Chi sei tu?” Urlò Shadis in faccia al poveretto.

“Armin Arlart, signore.” Rispose il ragazzo facendo il saluto.

“Da dove vieni?”

“Dal distretto di Shiganshina, signore.” Rispose Armin cercando di rimanere il più calmo possibile, ma si capiva benissimo che quell'uomo lo stava terrorizzando a morte.

“Arlart, qual è il motivo che ti ha spinto ad unirti a noi?”

“La vittoria dell'umanità!” Rispose il ragazzo mettendo tutto il fiato che aveva per fare un grido pieno di coraggio.

“Ottimo, ti farò diventare cibo per titani. Terzo squadrone a me gli occhi!” Urlò l'uomo toccando la testa di Armin per farlo girare di spalle. Poi passò alla preda successiva.

La prossima vittima non era altro che il vicino di casa dei nonni di Veronica, ovvero Thomas.

L'istruttore gli gridò di presentarsi e così il ragazzo fece.

“Non stai gridando abbastanza!” Lo rimproverò l'istruttore.

Thomas tremante e impaurito, disse per la seconda volta il suo nome. Shadis lo rimproverò con tono severo e passò ad una ragazza che Veronica aveva già visto prima nei dormitori femminili.

“Chi cazzo sei tu?”

“Io sono Mina Carolina da...” La ragazza non fece in tempo a finire la sua frase che l'uomo le urlò contro facendole chiudere gli occhi per la strizza.

“No non lo sei! Tu vieni da un porcile e sei peggio del bestiame!” Shadis aveva uno strano modo di spronare i propri cadetti, Veronica era confusa. Come potevano i suoi aspiranti soldati imparare ad diventare forti se quell'uomo li faceva venire la caga?

“Si! Io sono peggio del bestiame!” Ripeté la povera ragazza dai piccoli codini.

Dopo averla umiliata per ben bene, passò ad altri soldati del terzo squadrone. Infine si dedicò al quarto, quello in cui si trovava Veronica. L'uomo osservava le persone che aveva intorno ignorandone un bel po', e così fece anche con la ragazza dai capelli corvini.

Forse riusciva ad intuire chi ha avuto un passato orribile, oppure riusciva a capire chi era più forte emotivamente, e per questo non aveva bisogno di nessuna stupida prova di coraggio.

Veronica guardò la persona che Shadis aveva puntato, conosceva quel ragazzo, ne era più che sicura.

“Chi diavolo sei tu?”

“Sono Jean Kirschtein da Trost.” Rispose il ragazzo dall'orribile acconciatura e con la faccia simile a quella di un cavallo.

Veronica sentì una piccola fitta di odio nel rivedere quel ragazzo scortese, si quello che aveva avuto l'onore di incontrare qualche ora prima.

“Perchè sei qui?”

“Per unirmi alla Polizia Militare e vivere nella città interna.” Rispose il ragazzo sorridendo come un emerito idiota.

“Capisco, quindi vuoi vivere nella città interna?” Shadis sembrava calmo, troppo calmo.

“Sissignore!” Rispose il giovane.

Shadis non sembrava averlo preso molto in simpatia perché appena il ragazzo ebbe finito di rispondere, con un colpo netto, gli diede una testa sulla sua fronte facendolo cadere per terra in preda al dolore.

Veronica non era riuscita a trattenersi e si lasciò sfuggire una piccola risatina, cercando ovviamente di non farsi notare.

'Ben ti sta, stronzo.' Penso compiaciuta la ragazza continuando a sogghignare di nascosto.

“Chi ti ha detto di inginocchiarti?” Strillò Shadis a Jean che continuava a tenersi la testa dolorante.

“Non diventerai mai un ufficiale della Polizia Militare se questo ti manda al tappeto!” Shadis passò ad un altro cadetto.

“Tu! Tu chi diavolo sei? Perché sei qui?”

Dietro a Shadis si mostrò un viso lentigginoso con stampato sopra un sorriso insicuro, e a quanto si poteva capire dal suo sguardo, il ragazzo aveva una fifa nera.

“Io sono Marco Bodt, da Jinae al di là del muro Rose. Sono venuto qui per unirmi alla Polizia Militare e per offrire il mio corpo al re.”

“Oh è così? Bravo ragazzo.” Disse Shadis al ragazzo con le lentiggini, che sembrò aver calmato i nervi.

“Un obbiettivo nobile. Ma ricorda...” L'istruttore si avvicinò al viso del ragazzo che lo osservò con uno sguardo perplesso. “Il re non vuole il tuo corpo.” Dopo aver pronunciate quelle parole lasciò il ragazzo, che rimase pietrificato.

“Ma cos?” Sussurrò Veronica.

'Certo che qui sono tutti strani, ci sono un sacco di persone con obbiettivi stupidi e privi di senso. Sono sicura che questi individui avranno molte probabilità di diventare cibo per titani.' Pensò Veronica chiudendo gli occhi e sospirando già stufa di stare lì a subirsi tutti gli idioti di turno.

“Prossimo!”

L'istruttore si avvicinò ad un ragazzo basso e senza un capello in testa.

“Chi cazzo sei tu?”

“Connie Springer da Ragako, a sud del muro Rose.” Si presentò il ragazzo portando erroneamente il braccio sinistro al petto e il destro dietro la schiena. Questo gesto scatenò in Shadis la furia più totale. Il povero Connie fu sollevato da terra con le mani dell'istruttore, che reggevano la sua testa pelata, mentre i pollici gli tiravano gli occhi.

“Ascolta Connie Springer.” Aggiunse l'uomo continuando a far penzolare il ragazzo. “Credo che ti sia già stato detto. Quel saluto significa che stai offrendo il cuore al re! Il tuo cuore è dalla parte giusta?” Chiese l'uomo al ragazzo che continuava a penzolare.

Improvvisamente l'istruttore voltò il suo sguardo a sinistra, lo sgranocchiare di qualcosa lo aveva attirato. Lasciò cadere Connie per precipitarsi davanti ad una ragazza che stava mangiucchiando una patata.

“Tu! Chi diavolo sei?”

Gli sguardi di tutti erano rivolti alla ragazza, che stranita si guardava intorno sperando di non essere lei quella che tutti fissavano. Nel mentre continuava a divorare la patata anche se sotto sotto si sentiva in colpa. Improvvisamente un urlo la fece distrarre dal suo spuntino.

Veronica si sentiva più confusa e fuori luogo di prima, ma in che diavolo di posto era finita?

“Ehi! Sto parlando con te!” Dopo quell'urlo la giovane con una coda di cavallo, ingoiò il pezzo di patata che aveva appena finito di masticare e fece il saluto portando al petto anche il vegetale.

“Io sono Sasha Blause, signore, vengo da Douper, a sud del muro Rose.”

“Sasha Blause... cosa stai stringendo nella tua mano destra.”

Sasha rispose di aver trovato una patata in cucina e di non aver resistito nel prenderla, così per farsi perdonare ruppe con le sue mani un pezzo di patata per offrirlo a Shadis, che stupefatto accettò.

Ovviamente la ragazza in seguito fu stata costretta a non toccare cibo fino all'indomani ed a correre per tutto il campo per un tot. di volte.

 

Quella sera tutti i cadetti si erano riuniti nella mensa per la cena.

Veronica si era seduta in un tavolo insieme a Thomas e alla ragazza con i codini. Insieme a loro c'erano una ragazza rossiccia e lentigginosa, un ragazzo alto e senza capelli che dava delle occhiatine alla tipetta rossa, cercando di non essere notato, e un altro ragazzo la cui acconciatura le ricordava molto il tipo con le lentiggini di quella mattinata.

Mentre Veronica continuava a magiare, il suo gruppetto si era alzato per sentire alcune curiosità sul colossale e sulla caduta del muro di Shiganshina. Naturalmente notizie raccontate tutte da Eren.

Il ragazzo rispondeva a tutte quelle stupide domande, come: Quanto era alto il colossale? E i titani come sono?

Bhe all'ultima domanda sia Eren che Veronica provarono un enorme fitta allo stomaco, entrambi lasciarono scivolare dalle loro mani il cucchiaio che stavano usando per mangiare quella cosa simile ad una minestra, per coprirsi la bocca. Marco intervenne subito dicendo al gruppo d'ascolto di Eren, che avrebbero dovuto smetterla di fare certe domande per colpa di alcuni ricordi abbastanza dolorosi, che erano ritornati nella mente del giovane cadetto.

Dopo alcuni momenti di silenzio, Eren prese il pane e lo addentò, poi dopo aver ingoiato il pezzo disse pieno di orgoglio che i titani non erano altro che delle nullità e che lui gli avrebbe uccisi tutti. E per farlo gli sarebbe bastato far parte del Corpo di Ricognizione. Veronica guardava Eren pensando che fosse diventato completamente matto, non poteva uccidere tutti i titani, era un idea cretina e lui lo sapeva benissimo!

A contraddire le idee di Eren c'era quello sbruffone di Jean, che seduto ad un tavolo non poco più lontano del suo, criticava il ragazzo.

“Hai appena detto di volerti unire al Corpo di Ricognizione?” Chiese Jean sorridendo maliziosamente.

“Esatto” Rispose seccato l'altro ragazzo. “ E tu sei quello che vuole unirsi alla Polizia Militare e vivere facilmente.”

“Sono un uomo onesto.” Veronica non poteva far altro che guardarlo con disgusto, aveva una voglia matta di prenderlo a pugni in faccia, ma cercava di trattenere le sue voglie violente.

“E' meglio dell'azione quando non sei altro che un fottuto codardo.”

“Stai parlando con me?” Domando Eren alzandosi in piedi e guardando con aria di sfida il ragazzo davanti a se.

“Ehi fermati!” Vicino a lui Marco sembrava essersi accorto della tensione che si era creata tra i due sfidanti, e da come si era allarmato, si poteva capire che non aveva alcuna intenzione di assistere ad una stupida sfida fatta da due imbecilli con idee opposte.

“Oh scusa se ti ho offeso.” Disse Jean sarcasticamente alzandosi per mettersi difronte ad Eren, pronto a sfidarlo. Ma in quel momento la campana che segnalava la fine del cena, suonò. Così i due ragazzi decisero di riappacificarsi, per il momento.

 

La mensa si stava svuotando e Veronica aveva appena finito di cenare.

Mentre stava per uscire si scontrò distrattamente con qualcuno.

“Ehi tu! Stai attento!” Urlò scocciata la ragazza.

“Oh scusami tanto, non volevo scontrarti.” Si giustificò Marco, allontanandosi di qualche passo dalla ragazza che continuava a fissarlo con odio. “Ci siamo già visti? Penso di no, io sono...”

“Marco Bodt... ho assistito alla tua presentazione stamattina.” Disse la ragazza evitando un contatto visivo con il tipetto lentigginoso.

“Oh.” Questa fu la sua unica risposta, evidentemente era sorpreso di vedere una ragazza che ricordava il suo nome e cognome solo dopo una misera presentazione.

“Comunque io sono Veronica Daves.” Disse allontanandosi da Marco.

Egli la guardò stupefatto, sulle sue guance si poteva vedere un lieve rossore.

“Ehi aspetta!” Urlò sperando che lei lo sentisse.

Veronica si girò per guardarlo.

“Il tuo nome. Il tuo nome mi piace molto.” Disse diventando completamente rosso, quel colore riusciva addirittura a coprire le sue piccole lentiggini.

“Grazie.” 

Marco la guardava mentre se ne andava. Si toccò le guance, erano bollenti.

“Ahhh sono arrossito come un'idiota.” Disse allarmandosi.

“Forse perché lei è davvero bella.” Sussurrò sorridendo a se stesso.

 

Veronica si stava sistemando il pigiama quando una ragazza le parlò facendole prendere un bello spavento.

“Eeehi, siamo compagne di letto, che bello!” Gridò Sasha senza contendere l'emozione. Veronica finito di cambiarsi, si mise ad osservare la ragazza davanti a sè. Due simpatici occhi marroni la stavano osservando. Veronica spalancò gli occhi, ovviamente l'aveva riconosciuta.

“Sei tu! La ragazza patata!” strillò indicandola con l'indice.

“Nooo non chiamarmi anche tu così!” Si lamentò la ragazza buttandosi di pancia sul duro letto e seppellendo la sua faccia in uno dei cuscini che si trovava accanto a lei.

“Dai dormi. Domani ci svegliamo presto.” Disse Veronica mentre copriva con un lenzuolo la sua nuova compagna.

Infine la ragazza si girò dalla parte opposta di Sasha e le augurò un buonanotte assonnato, ma come risposta ricevette un dolce russare. “Bha che gente strana che c'è qui.” Disse chiudendo gli occhi per poi lasciarsi cullare dai suoi dolci sogni.




Angolo Autrice:
Finalmenrte mi sono ricordata di aggiungere questo piccolo spazio a fine capitolo.
Innanzitutto voglio ringraziare chi legge la mia storia e spero che i prossimi capitoli possano essere un po' più interessanti di questo.
Qui come potete vedere ci sono due foto. Ho provato a disegnare la mia OC. Il primo disegno rappresenta lei da bambina e il secondo mostra com'era lei quando faceva parte del corpo d'addestramento.
Bhe questo è il risultato. Si lo so non saranno il massimo dello splendore, ma è per rendere l'idea.... :D
           

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Capitolo 4
*** Training ***


Chapter 4: Training

 

Year 847, Military Base, Wall Rose

 

Veronica era stata svegliata da un fioco raggio di sole che si stava infiltrando all'interno della buia stanza.

Esso gli si era piantato proprio sopra la faccia, facendola svegliare prima del dovuto.

Così ,Infastidita, la ragazza si mise a sedere, e con una mano, stropicciò i suoi ancora mezzi chiusi.

Si guardò intorno. La stanza era silenziosa, le altre ragazze che condividevano il dormitorio con lei erano ancora immerse nel loro profondo sonno. E il loro dolce respirare, le faceva capire che i loro sogni erano tranquilli e pieni di armonia.

La giovane si voltò per guardare la ragazza patata.

Essa era spaparanzata a pancia in giù sul letto, ed emetteva alcuni strani suoni dalla sua bocca semiaperta.

'Ma come diavolo fa a dormire in questa maniera? Bha che tipa strana', pensò Veronica ricacciandosi sotto le soffici lenzuola.

Si girò sul fianco opposto a quello di Sasha e chiuse gli occhi.

Ma prima di poter ritornare nel suo mondo immaginario, la presenza di una ragazza la turbò.

Non credeva di averla mia vista; i suoi capelli castano scuro le arrivano poco prima delle spalle, il suo viso spigoloso era ricoperto da piccole lentiggini scure e i suoi occhi orientaleggianti avevano un colore simile al marrone ambrato.

Questa tipa alquanto strana, le si era messa difronte, ma non la stava guardando. Aveva lo sguardo puntato su qualcosa o forse qualcuno, vicino alla cuccetta di Veronica.

“Scusami, cerchi qualcosa?”, chiese Veronica uscendo dal letto mettendosi le ciabatte.

La ragazza appoggiò le mani sui fianchi e guardando Veronica con un espressione scontrosa, le domandò: “Hah? Parli con me?”

“Si”.

“No, non sto cercando nulla. E comunque anche se fosse, la questione non ti riguarderebbe”, oh, ma che ragazza simpatica. Sicuramente sarebbero diventate ottime amiche.

Certo in un universo dove le persone opposte provano simpatia l'una per l'altra.

La scontrosa ragazza si allontanò dal letto della corvina, e con passi lenti e pesanti si diresse alla porta, per poi aprirla e uscire da essa sbattendola in modo poco gentile.

Veronica mise una mano sulla faccia e sbuffando disse a se stessa: “Qui di normale non c'è proprio nessuno”.

Alla sua affermazione fece da sottofondo l'improvviso russare delle sua compagna di cuccetta. “Già proprio nessuno”.

La giovane si avvicinò di più alla sua coetanea. Osservandola meglio poteva notare che stava sbavando sulla fodera del cuscino, e nel suo russare, poteva udire qualcosa che assomigliava a certi nomi di alcune pietanze raffinate e abbastanza costose.

Il suo inquietante modo di osservarla fu interrotto dal bussare di qualcuno.

La porta si spalancò e una donna dalla conformazione fisica robusta, dai capelli rossi e unti raccolti in un orripilante crocchia, si fece avanti urlando a squarciagola alle aspiranti soldatesse: “Forza alzatevi gruppo di sgualdrine, è ora della colazione. Chi rimane senza non avrà cibo fino a pranzo”, dopo codeste parole girò i tacchi e se ne andò, anche lei sbattendo la porta in modo molto poco educato.

Sasha si tirò su dalla sua scomoda postazione e con un balzo scese dal letto, poi con sguardo colmo di terrore chiese a Veronica: “Ha detto niente cibo fino a pranzo per chi arriva in ritardo, o sbaglio?”.

“Si, ha detto così”, rispose senza capire il senso di fare una domanda così scema.

“Nooo!”, gridò mettendosi le mani tra i spettinati e lunghi capelli castani.

“Devo muovermi!”, Sasha prese la biancheria intima e corse in bagno.

“Ma perché?”, domandò disperatamente Veronica alzandosi per raggiungere la sua strampalata compagna, anch'essa prendendo il suo rispettivo cambio.

 

La sala pranzo era stracolma di gente e la confusione regnava.

Alcuni cadetti per capirsi l'un l'altro, gridavano a squarciagola, rendendo la sala ancora più incasinata di prima.

Veronica si guardava intorno disorientata e si chiedeva se avrebbe mai trovato un posto da sola, ma per sua sfortuna la stanza era tutta occupata e i tavoli vuoti erano impossibili da trovare.

Alla fine si arrese e decise di raggiungere il tavolo di Thomas, dove egli sventolava un braccio nella speranza di farsi notare della ragazza.

“Vero! Vieni con noi”.

“Sto arrivando”, la ragazza si avvicinò con passi lenti, e quando arrivò al tavolo prese posto intenta ad ascoltare i loro discorsi.

“Domani c'è la nostra prima esercitazione”, ricordò Franz, un tipo coi capelli rasati che sembrava piuttosto interessato ad una rossiccia lentigginosa seduta accanto a lui.

“Già non vedo l'ora di provare l'esercizio”, enunciò Mylius, un tipetto dai capelli color cenere e dallo sguardo poco sicuro.

“Però si dice che chi non supera la prova non verrà ammesso e sarà rispedito a casa”, aggiunse tristemente Hannah, la rossa.

“Ma sono sicura che noi riusciremo nell'intento”, la incoraggiò Mina, la ragazza vivace dai capelli racconti in due piccoli codini.

“E tu Veronica? Non sei emozionata all'idea di dover essere sottoposta alla tua prima prova?”, chiese Thomas.

“Bhè insomma. Sono sicura che sarà una prova facile”.

“Lo spero!”, esclamarono in coro Hannah e Franz. Ma dopo essersi accorti di averlo detto contemporaneamente arrossirono e abbassarono la testa.

“Secondo me tra i due nascerà l'amore”, disse Mina ridacchiando.

“Ah ma che dite!”, urlò Hannah mostrando il suo viso arrossato.

Nac e Thomas scoppiarono in una sonora risata che coinvolse presto anche tutti gli altri.

Veronica cercava di restare seria e impassibile, ma sotto sotto si era fatta una risatina anche lei.

 

Dopo la rapida e quasi soffocante colazione, i cadetti si sarebbero dedicati alla loro prima lezione teorica.

Veronica si era seduta accanto a Thomas, visto che era l'unico che conosceva meglio, oltre al trio di Shiganshina.

Il ragazzo era stato molto attento durante l'intera lezione, prendeva appunti, e se non capiva qualcosa alzava la mano e chiedeva.

La corvina invece, passava tutto i tempo a guardarsi in giro, per osservare al meglio le reclute con cui avrebbe passato i tre anni di militare.

Dopo varie occhiatine qua e là, si soffermò su Marco, il ragazzo che la sera prima aveva scontrato e in seguito apprezzato, grazie al complimento che le aveva fatto.

Il ragazzo condivideva il banco con Jean, che durante la lezione, si divertiva a stuzzicare ed a lanciare palline di carta per tutta la classe. 
'Un vero scemo', pensò Veronica ritornando a guardare il ragazzo lentigginoso.

Osservando i lineamenti del profilo, ogni caratteristica del suo viso e la sua conformazione fisica, non poteva certo dire che non fosse un bel ragazzo!

Ma sfortunatamente per lei, lui si girò a guardarla; probabilmente si era accorso del fatto che lei lo stesse osservando. Ma egli non sembrava infastidito, anzi le sorrideva timidamente.

Veronica divenne rossa e si voltò verso la lavagna provocando la curiosità del suo compagno di banco.

“Ehi Vero, qualcosa non va? Se hai le idee poco chiare, chiedi pure a me”.

“P-potresti spiegarmi l'ultimo passaggio? Per favore”, chiese la ragazza a sguardo basso.

“Quello sulla manovra tridimensionale?”, dopo che la giovane annuì, Thomas incominciò la spiegazione.

'Accidenti non mi piacerà quello spero! E' uno stupido.

1 Perchè sta con quel cavallo.

2 Perchè la sua domanda era davvero cretina.

Come diavolo si può chiedere se i titani sono immortali? Ovvio che non lo sono, sennò cosa ci starebbe a fare in un posto del genere?
Bha tutte quelle fantasie sulla Polizia Militare devono averlo rimbecillito', pensò Veronica mentre Thomas finiva il suo riassuntivo discorso.

 

-

 

Il giorno seguente si era tenuto il loro primo allenamento, citato nella lunga spiegazione del giorno prima.

L'esercizio consisteva nel rimanere sospesi per aria, tenuti da 2 spessi fili collegati ad una cintura.

L'obbiettivo era mantenersi in equilibrio cercando di non cadere. Anche perché come avevano spiegato, chi non riusciva a superare la prova veniva cacciato via dall'esercito.

 

I turni passavano in fretta, e man mano venivano messi alla prova tutti i tirocinanti.

Thomas fu uno dei primi, e a quando sembrava, non se la cavava male.

Anche gli altri della compagnia riuscirono nel loro intento.

Però Hannah sembrava avere qualche difficoltà. Ma Franz era subito disposto ad incoraggiarla urlando come un matto parole confortanti. Eh già si stava innamorando.

Dopo i loro turni, arrivò quello di Mikasa. Lei era semplicemente fantastica. La migliore. Si reggeva con stile ed eleganza e lo faceva in modo quasi naturale, senza alcuno sforzo. Sicuramente sarebbe entrata con ottimi risultati nella Top Ten. Di questo Veronica ne era sicura.

Sasha si dondolava canticchiando canzoncine su alcune ricette e Connie si limitava a fare l'imbecille, esultando come un bambino dopo che era riuscito a superare la prova.

Jean, sicuro di sé, si vantava della sua impresa e Marco, il povero ragazzo che gli stava dietro, doveva subirsi tutte le cagate che uscivano dal muso di quel rompiscatole.

I due ragazzi erano entrambi riusciti nella loro prova, bhe dalla reazione di Jean era ovvio. Anche se qualche piccola difficoltà l'aveva avuta il signorino 'sono il più bravo dell'universo.'

Ma visto che non voleva mostrare le sue debolezze, se qualcuno gli chiedeva qualcosa riguardo i suoi errori, lui si giustificava dicendo che era rimasto imbambolato dal fascino irresistibile di Mikasa, e per questo aveva commesso degli sbagli. Naturalmente dopo queste parole lui arrossiva e guardava la ragazza sghignazzando, mentre il lentigginoso si limitava a coprirsi la faccia con una mano in segno di sconforto.

 

I due coetanei di Veronica, la osservavano mentre si metteva alla prova durante il suo turno.

Entrami stavano sorridendo, ma in due modi totalmente differenti.

Jean aveva quel suo stupido ghigno, mentre Marco aveva stampato in viso un sorriso semplicemente adorabile e sincero. Veronica dopo averlo ammirato, si sentì subito di buonumore, forse quel ragazzo riusciva a rendere felice la gente mostrando a loro uno dei suoi solari sorrisi?

Però cercava di non distrarsi per  restare in equilibrio, e a quanto pare ci riusciva benissimo, anche se qualche volta aveva la sensazione di cadere e fare una brutta figura.

Ma questo era capitato ad una persona che conosceva molto bene. Un ragazzo che dopo la morte della madre aveva giurato vendetta ai titani, Eren Jeager.

Non immaginava che un ragazzo così determinato fosse anche così scarso, ma a quanto pare la sua idea iniziale nei confronti di Eren era errata.

Egli era stato legato al suo stesso modo, però al suo contrario il ragazzo non aveva per niente il senso dell'equilibrio.

Infatti era caduto a testa in giù rimanendo appeso come un allocco grazie ai fili.

Shadis si era accanito contro di lui, invece i cadetti si erano limitati a deriderlo.

Più tardi Armin e Mikasa avrebbero aiutato il poveretto ad allenarsi per il secondo tentativo, che sarebbe stato il giorno dopo.

 

Quella sera Veronica era riuscita a trovare un tavolo vuoto, e senza esitare si precipitò verso di esso e prese posto.

Appoggiò il vassoio sul tavolo e con una cucchiaiata, prese la minestra per farle strada nella sua bocca. Dopo passò ad addentare con avidità il pane, d'altronde a pranzo non aveva toccato cibo.

Mentre la ragazza si gustava la cena, un ragazzo dall'allegria contagiosa e dalle tenere guanciotte lentigginose, si presentò davanti a lei con un semplice e timido: “Ehi”.

Veronica finì di ingozzarsi e dopo aver inghiottito con fatica il cibo, lo salutò con una mano accennando un sorriso insicuro.

“Posso sedermi accanto a te?”, chiese Marco appoggiando il vassoio sul tavolo.

“Certo”, rispose Veronica cercando di nascondere il rossore sul suo viso provocato dalla scena di prima; Lei che si rimpinzava, e lui probabilmente aveva visto tutto.

“Sei sola? Pensavo che tu avessi il tuo gruppo. Comunque sei Veronica, giusto?”, il ragazzo si sedette difronte alla ragazza che rispose: “Si sono sola, a volte preferisco stare con poca gente oppure in disparte”, disse tornado a mangiare la sua minestra, stavolta cercando di avere dei modi più da signorina.

“Capisco”, disse Marco incominciando la sua cena.

“Marco! Dove cazzo eri, ti ho cercato dappertutto!”, Veronica riconobbe quella fastidiosa voce e alzando lo sguardo vide una persona con cui non avrebbe voluto avere a che fare.

“Scusami, volevo conoscere meglio Veronica”, rispose Marco sorridendo al suo amico.

“Conoscere chi?”, domandò il ragazzo grattandosi la testa con aria da completo tonto. “Questa perdente?”, chiese infine indicando Veronica, che a stento riusciva a restare calma.

“Jean!”, lo rimproverò Marco.

“Tu sei un vero stronzo, lo sai”, urlò Veronica alzandosi dal tavolo per buttarsi addosso a Jean.

“Veronica fermati”, disse Marco prendendo in tempo la ragazza prima che lo uccidesse.

Veronica guardò Jean con disprezzo, e a sguardo basso, uscì dalla mensa lasciandola nel silenzio più totale.

“Dovresti trattarla meglio”, disse Marco mettendo una mano sulla spalla di Jean. Lui si imitò a ringhiare.

“Dopotutto viene da Shiganshina, lei era lì quel giorno”.

“Ah poco importa, ora se non ti spiace io mangio”, rispose arrogantemente mentre si sedeva al tavolo.

 

-

 

Veronica la sera prima non aveva dormito bene, forse ci sarebbe riuscita se solo avesse potuto spaccare la faccia a Jean, ma Marco aveva impedito tutto ciò.

'Perchè Marco non mi ha lasciata uccidere quella stupida faccia da cavallo?', si domandava Veronica rigirandosi nel letto alla ricerca di una posizione che le avrebbe conciliato il sonno. Ma tutto sembrava inutile.

Alla fine si arrese e si alzò dal letto dirigendosi alla finestra.

Il sole stava per sorgere, e quindi in pochi minuti la tizia lurida e tracagnotta sarebbe arrivata, sempre con la sua gentilezza, a svegliarle.

 

Quel giorno i cadetti avrebbero sperimentato per la prima volta la manovra tridimensionale.

Gli aspiranti soldati, divisi in squadre, dovevano cercare di colpire alcuni obbiettivi di diversi metri d'altezza.

Naturalmente questo era un allenamento destinato sopratutto a chi aveva intenzione di unirsi al Corpo di Ricerca, però l'esercizio era obbligatorio per chi voleva classificarsi tra i primi dieci.

Ad ogni tirocinante era stata assegnata un'attrezzatura per gli addestramenti, più l'imbragatura necessaria per utilizzarla.

 

Nella foresta il sole era già alto e i suoi raggi penetravano attraverso le meravigliose foglie dei possenti alberi.

Nonostante fosse autunno, il caldo si faceva sentire, anche perché gli aspiranti soldati indossavano una divisa abbastanza pesante. Probabilmente utile per il freddo del rigido inverno.

Ma nonostante questo piccolo inconveniente, i ragazzi davano tutti loro stessi per riuscire al meglio nella prova.

Veronica, come i suoi coetanei, stava aspettando su di un ramo, il via per la partenza.

Non appena fu dato, i cadetti si lanciarono dagli alberi alla ricerca dei bersagli.
L'istruttore intanto osservava le loro tecniche, e trascriveva su di un foglio i propri commenti sugli aspiranti soldati.

La ragazza corvina, si muoveva abbastanza rapidamente, ed era sufficientemente brava nello spostarsi utilizzando gli appositi arpioni, ed anche a volare adoperando le bombolette a gas.

Mentre sorvolava la foresta, era intenta a cercare in ogni direzione un obbiettivo, ma a quanto pare non ne vedeva neanche uno.

Ma prima di gettare la spugna, qualcuno le si era avvicinata offrendole un indizio su dove trovare quello che tutti stavano cercando.

“Marco?”, chiese la ragazza voltandosi verso il ragazzo, pur cercando di non distrarsi, altrimenti sarebbe andata a schiantarsi contro un albero.

“Se girerai verso destra con me, troverai sicuramente un bersaglio”, disse sorpassandola di poco.

Marco si muoveva con destrezza ma era lento nei movimenti, però i suoi riflessi e i suoi consigli potevano davvero essere ottimi per un'intera squadra in battaglia. Quindi Veronica doveva sfruttarli al meglio. Così decise di seguirlo.

Il ragazzo aveva ragione, a pochi metri da loro, tra gli alberi, si intravedeva un bersaglio non ancora colpito. Quella fu un ottima occasione per Veronica.

La ragazza seguita da Marco, si lanciò verso la sua preda tagliando con le affilatissime lame, la parte in gomma che doveva rappresentare la collottola del titano.

Subito dopo il ragazzo fece la stessa sua identica cosa, solo che il taglio da egli provocato era molto più preciso e profondo di quello della ragazza.

“Ehi Bodt, non te la cavi male!” Si complimentò Veronica, che era atterrata su un ramo di uno dei colossali alberi.

“Ad essere sincero anche tu sei abbastanza brava.” Il ragazzo la raggiunse e disse: “Sei pronta per fare questo davanti all'istruttore?” La giovane guardò dritto negli occhi il suo compagno e poi annuì. “Bene allora andiamo.” Marco le sorrise, poi voltandole le spalle si alzò in volo lasciandola lì a pensare a quanto diavolo lei lo trovasse attraente, anche se non lo avrebbe mai ammesso.
 

La sera stessa, mezz'ora dopo la cena, Veronica aveva deciso di fare una passeggiata all'interno del campo.

Mentre si stava rilassando prendendo a calci un sasso che le si era piantato sul suo cammino, si sentì chiamare.

“Ehi Veronica!”, un Marco pimpante la stava raggiungendo correndo. “Cosa fai qui?”

“Nulla stavo prendendo un po' d'aria fresca, la mensa è troppo affollata”.

“Ah capisco... Se stai cercando un posto dove rilassarti e distrarti un po', so dove lo puoi trovare”, disse il ragazzo prendendola per mano.

“E-ehi, dove stiamo andando?”, chiese Veronica lasciandosi trascinare.

“Adesso lo scoprirai”, il ragazzo mise le mani sopra gli occhi della ragazza. “Aspetta ancora un po'”.

“Marco, io non capisco”, la ragazza ormai confusa, continuava a camminare.

Dopo averla fatta avanzare per quelli che sembravano minuti infiniti, Marco tolse le mani dal suo viso.

“Ta-dan!”.

“Oh mio Dio, questo posto... è bellissimo!”, esclamò Veronica guardandosi intorno.

Il posto dove Marco l'aveva portata era un meraviglioso spazio all'aperto. C'era un soffice prato verde ricoperto di fiori di ogni varietà.

Il fiume, lo stesso che 5 anni prima amava visitare, aveva l'acqua di un color cristallino che lasciava intravedere il fondo di esso. Inoltre la Luna aveva modo di poter riflettere la sua bellissima immagine.

Naturalmente non potevano mancare gli alberi, alti e imponenti, colmi di meravigliose foglie rosse e gialle, le tipiche della stagione autunnale.

“Ho visto che dietro la caserma si nascondeva questo spazio aperto e bé tu me lo hai ricordato adesso, quindi...”. disse Marco mettendosi la mano sul collo, mentre arrossiva leggermente.

“Posso restare qua per un po'. Vuoi farmi compagnia?”, chiese al ragazzo lentigginoso, che annuì freneticamente.

 

Era ormai passata quasi un'ora, e i due si erano messi a parlare dei propri interessi personali e delle cose che avrebbero voluto fare in futuro.

Alla fine Marco si ritrovò a parlare della sua famigliola felice.

“Bhe come dire noi siamo davvero in tanti”.

“Quanti precisamente?”, domandò la ragazza seduta sotto un grosso albero accanto al ragazzo.

“Siamo in otto, genitori compresi”, rispose portando un dito sotto il naso. “A volte è davvero difficile trovare pace in quella casa, sopratutto con quei marmocchi rompiscatole dei miei fratellini”, continuò sbuffando e incrociando le braccia. Veronica si limitò a fare una piccola risata.

“Dev'essere bello avere dei fratelli. Sai anche io ne avevo uno, una volta”, Veronica alzò lo sguardo per fissare la Luna, immersa in un mare di stelle luccicanti.

“Ma morì in una missione, anni fa”, la ragazza incrociò gli occhi di lui. Marco la fissava con preoccupazione. “Sai, la mia famiglia... mi manca molto”, disse la ragazza lasciando scivolare una lacrima.

Marco allarmato si precipitò verso di lei. “Ehi, io non volevo farti ricordare brutti momenti. Se questo argomento ti da fastidio, ti basta chiedermi di parlare di qualcos'altro”, il ragazzo strinse in caldo abbraccio Veronica, che gli mostrò subito un enorme sorriso.

“Scusami, è che questi ricordi ritornano sempre in momenti meno opportuni”, disse guardando il ragazzo che si era girato per non mostrare il suo viso arrossato.

“Sai cosa mi ricordano le tue lentiggini?”.

“C-cosa?”.

“Un bellissimo cielo stellato, come quello di stasera”, la ragazza scoppiò in una sonora risata, che ben presto coinvolse anche il suo nuovo amico.

Veronica si sentiva davvero bene. Era tanto che non parlava dei suoi problemi, e con Marco era riuscita ad esprimersi. Anche perché con lui le parole e i sentimenti gli riusciva ad esprimere senza problemi, perché aveva capito fin da subito che si poteva fidarsi ciecamente di lui.

Inoltre il tenero abbraccio che le aveva dato, l'aveva messa in imbarazzo, e sperava tanto che lui non riuscisse a sentire il battito del suo cuore, perché stava battendo all'impazzata.

“A proposito di stelle”, i due incrociarono i loro sguardi. “Conosco una storia che è tratta da un libro di fiabe, che ho sempre adorato”, disse Marco sorridendo alla ragazza, che lo guardò timidamente.

“Forse la conosco”.

“E' quella che narra della storia di alcuni eroi che, dopo essere stati uccisi, si tramutano in stelle”, Marco fissò gli astri e poi chiuse gli occhi, come se si fosse immerso nella sua immaginazione. “Può sembrare una cosa stupida però il modo in qui è narrata, è semplicemente meraviglioso. Quell'autore è fantastico”.

“Non starai mica parlando del libro delle cento fiabe?”.

“Si proprio quello!”.

“Chissà se quello che narra questa storia è vero. Perchè se fosse così la mia famiglia si troverebbe sopra di noi in questo preciso momento. Chissà.

“Già chissà”, ripeté il ragazzo sciogliendo l'abbraccio in cui erano stati per tutto quel tempo. “E' tardi, dobbiamo tornare indietro”, ricordò alla ragazza, che si alzò pulendosi la gonna per togliere i fili d'erba rimasti appiccicati.

Marco si rimise in piedi a sua volta e afferrando la mano di Veronica si mise a correre.

“E-ehi”, Marco rise e rallentando la sua corsa si girò per guardare la ragazza sorpresa per tale gesto. “Che c'è? Non è una delle tue passioni correre alla sera?”.

“Nah”.

“E allora qual è la tua più grande passione?”, chiese curioso il ragazzo tenendo stretta la mano della ragazza.

“Dipingere”.

“Tu dipingi?”.

“Me lo chiedi come se fosse una cosa strana”.

“No, è che mi piace quando qualcuno dipinge, sopratutto se ritrae paesaggi o persone”.

“Bene allora sai cosa farò?” Il giovane la fissò interessato. “Farò un bellissimo quadro riguardante il bel posto che abbiamo visitato, contento?”.

“Un'ottima idea!”, gridò allegro il ragazzo. “E mi farai l'onore di essere il primo a vederlo?”.

“Certo che si”, rispose Veronica.






Angolo Autrice: 
Finalmente dopo secoli infiniti, sono riuscita a portare a termine il quarto capitolo. 
Mi dispiace averci messo un po' più del solito, ma la scuola mi sta letteralmente uccidendo, quindi non trovo mai tempo per continuare la mia fanfiction. 
Comunque, volevo ringraziare chi continua a leggere la mia storia :)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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