Ogni uomo uccide ciò che ama

di Angel27
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Tra Prigionia e Follia ***
Capitolo 2: *** Sei mia ***



Capitolo 1
*** Tra Prigionia e Follia ***


ATTENZIONE PER COMPRENDERE MEGLIO QUESTO CAPITOLO È NECESSARIO LEGGERE LA FLASHFIC “OGNI UOMO UCCIDE CIO’ CHE AMA”
Ciao a tutti!
Soddisfo la richiesta di Lady Evelyn Quaffolt ho scritto un seguito alla flashfic “Ogni uomo uccide ciò che ama”.
Ringrazio tutti da subito per l’attenzione e vi informo che questa sarà una raccolta di one-shot quindi non ci sarà un vero e proprio collegamento tra un capitolo e un altro. Non segue l'ordine di Avengers o Thor.
Detto ciò spero che vi piacerà mi auguro che me lo facciate sapere con un commentino.
Ah vi sfido a trovare alcune citazioni presenti nel brano, vediamo riuscite a scovarle!
A presto!
Angel27


Erano forse passate settimane o forse poche da quella sera a New York, al risveglio mi ritrovai in una camera da letto oserei dire regale e difatti poco dopo scoprii di essere “ostaggio” di quell’essere che riconobbi come il dio degli Inganni, Loki. I miei studi universitari mi avevano concesso un sapere generale e soddisfacente riguardo la mitologia norrena.
Certo era che avevo perso la cognizione del tempo, su Jotunheim notte e giorno si confondono e sembra che il tempo non passi mai.
Ero il suo passatempo, il giocattolo col quale si riscattava per la perdita di Midgard, difatti fu costretto a ritirarsi dopo l’intervento della squadra Avengers, peccato che la loro azione difensiva non comprendeva il recupero di questa povera anima su un pianeta di lande ghiacciate ed enormi puffi a due ante. Capitemi cerco di sdrammatizzare.
Quella sera arrivai al culmine, mi aveva istigata fino allo sfinimento vedendo la mia ostinazione nel resistergli. Sapevo perché non voleva utilizzare la forza, godeva nel far soffrire la sua vittima psicologicamente fino a renderla schiava del suo volere. Portava così chiunque ad accettare il suoi desideri o peggio ancora a bramare di essere sottomesso al suo volere. Ma io non intendevo arretrare di un solo passo, preferivo la morte!


Mi guardava insolente il ghigno non abbandonava le labbra sottili, un moto d'ira m'invase e non riuscii a reprimerlo. Con scatto felino gli fui addosso rimasi seduta sul suo petto mentre le mani al collo aumentavano la presa, digrignai i denti come una belva ferita se avessi avuto un briciolo di lucidità mi sarei vergognata di me stessa, più belva che donna.
Sarà stato l'istinto di sopravvivenza o la semplice provocazione del dio a infastidirmi al punto da ridurmi in quello stato, fatto sta che il ghigno sul volto per qualche istante svanì.
"Lo sapevo..." sibilò con aria vagamente compiaciuta.
"Cosa?" ringhiai.
"La tua anima è nera quanto la mia." A quelle parole la rabbia ingaggiò una lotta estrema con la ragione e la presa contro il mio volere si fece più lieve.
"Ammettilo hai costretto la tua indole aggressiva e subdola sotto la maschera della brava ragazza per rabbonirti le persone che ti circondavano. E ci sei riuscita eccome. Il tuo malefico intento seppur inconscio ha mostrato i suoi frutti, qualsiasi cosa tu dica o faccia loro ti seguiranno, ti ascolteranno, perfino morirebbero per te. La tua mancanza li ha portati alla follia…-sentii il sangue gelare nelle vene mentre una consapevolezza si faceva strada nel mio cuore- ma tu non puoi saperlo, giusto? Prima tuo padre, ti considerava la sua principessa per te avrebbe ucciso, ma alla fine è stato lui da dare la vita." un ghigno malefico si fece strada sul suo viso.
“Tu menti…” biascicai mentre il respiro si faceva sempre più pesante.
"Ma non ti è bastato...oh no. La tua anima oscura gridava ancora "sangue" e non ha tardato ad arrivare poco tempo dopo...si, la tua impudenza è costata la vita di tua madre."
"Finiscila!" la rabbia tornava feroce, il tono di voce assunse le sembianze di un ringhio, cominciavo a sentire strani sussurri rimbombare nelle orecchie.
"E alla fine tua sorella, l'ultimo segno vivente della tua famiglia..." concluse, aveva osato troppo.
"STA ZITTO!" il ruggito fu tale da far tremare le vetrate della camera, le mani stringevano spasmodicamente la testa nella speranza di risvegliarla da un incubo. Le loro voci dapprima piccoli sussurri divennero urla di scherno e dolore, gridai con quanto fiato avevo mi piegai su me stessa ma il dio non ebbe pietà alcuna, afferrò i miei polsi e ribaltò la posizione. Ora era lui che mi teneva inchiodata al pavimento col peso del suo corpo, le braccia sopra la testa anch'esse bloccate dalle sue mani. Capii che si era preso gioco di me fin dal principio, non ero stata nemmeno per un secondo una minaccia per lui, il ghigno era tornato malefico più di prima e colmo di uno scherno che feriva il mio orgoglio tanto da sopprimerlo. Presi a dimenarmi come un'ossessa nel tentativo di divincolarmi ma fu impossibile era come lottare con una statua di marmo, tu perdi forze e lei rimane lì a prendersi gioco della tua debolezza.
"Non potresti essere più simile a me." mi sussurrò chinandosi su di me tanto da solleticare col respiro il mio orecchio. Tentai di morderlo invano e lui scoppiò a ridere gettando indietro il capo.
"Sei davvero insolente lo sai..." non era una domanda questa volta si avvicinò alle labbra e, nonostante le mie resistenze, premette con forza le labbra gelide contro le mie, tentò di approfondire il bacio ma ne ricavò un morso al labbro inferiore, si allontanò di scatto.
Il suo volto si alternava tra il divertito e l'arrabbiato, mentre piccole gocce scarlatte coloravano le labbra sottili. Si portò una mano al labbro e constatò che effettivamente sanguinava, mi trapassò con lo sguardo glaciale e compresi di aver fatto una grossa stupidaggine.
"La pagherai..." disse poi con sorriso maligno.
Mi tirò su con malagrazia strattonandomi per i polsi, mi gettò sull’enorme letto con violenza tale da farmi impattare contro la spalliera in ferro, mi guardò famelico spogliandomi con lo sguardo ancora mi assalì quella sconosciuta sensazione di disagio. Pochi secondi ed era di nuovo su di me, questa volta la presa fu brutale e per domare la mia resistenza non si risparmiò ad usare il Seiðr. Le circostanze mi costrinsero a fermarmi così mi sentii come un coniglio che sa di dover morire, immobilizzata e arresa, almeno alle apparenze, al suo volere.
"Dimostri di essere ciò che pensano tutti." sputai velenosa, mentre mi baciava lascivo il collo.
"Ovvero?" mi chiese ghignando, interrompendo solo per un attimo la sua tortura.
"Un vile che si appropria con la forza di ciò che può facilmente sopraffare. Facile così eh? Dì la verità non hai mai combattuto per ciò che desideravi." esalai mentre mi torturava ancora con quei baci che mandavano piccole scosse, di quello che avevo timore di definire piacere, per tutto il corpo.
Alzò di scatto il capo con sguardo che mandava fiamme, forse avevo parlato troppo.
"Tu cosa ne puoi sapere? È facile giudicare un grosso libro dalla copertina perché troppo difficile da leggere secondo i superficiali!" si allontanò da me con uno scatto d’ira.
"Sei tu che rendi quel libro incomprensibile! Sei tu che ti ostini a voler governare un regno che non ha padroni!" risposi austera, sorrise di sbieco e non nascondo che ne ebbi paura.
"Io sono nato per essere un re!" ringhiò con occhi divenuti scarlatti.
"Forse, ma non della terra!" risposi a tono mentre lui irato si avviò alla porta.
"Vedrai..."sibilò lanciandomi un'ultima occhiata glaciale prima di sparire sbattendo l’enorme porta.
Camminavo su e giù per la stanza annoiata come non mai un armadio a due ante blu puffo mi aveva portato la cena, me ne fregavo, non avevo affatto fame volevo solo andarmene… tornare a casa. Al ricordo delle parole di Loki sentivo le lacrime pungere gli occhi, mentre pregavo che le sue fossero solo orrende menzogne. L’essere sola poi non mi aiutava di certo, avevo bisogno di sfogare quel dolore e rabbia, di gridare a qualcuno quella frustrazione che mi attanagliava.
Chi cavolo me l'aveva fatto fare di salvare quel vecchietto? Per una volta dovevo farmi gli affaracci miei!
'Vedi cosa succede a impicciarsi dei fatti altrui?'
Ah beh ci manchi solo tu!
'Scusa non ti sentivi sola'
No!
'Allora mi sopporterai ugualmente!'
Affatto già mi devo sorbire il pazzo squinternato ci manchi solo tu!
'Guarda il lato positivo non potrà impazzire oltre.'
Ma io si... risposi fissando la finestra in un moto di follia un'idea a dir poco sconsiderata attraversò la mia mente la spalancai mi infilai una pelliccia, trovata nell’enorme armadio in mogano, e via.
'Non oserai tanto!'
Scommetti?

Presi la rincorsa e mi buttai di sotto con slancio felino calcolando le distanze tra me e il suolo ricoperto di neve mi sarei certamente spaccata qualcosa ma lo preferivo alla prigionia. Vidi il mondo correre veloce e l'impatto fu tremendo oltre alla neve c'era una spessa lastra di ghiaccio che presi in pieno col braccio sinistro. Mi rigirai nella neve dolorante, fissando il cielo coperto da minacciosi nuvoloni neri e un'insana follia mi prese, forse per il trauma dell'impatto o per la prolungata clausura, iniziai a ridere come una folle. Mi rialzai gemendo per il dolore, sentivo le ossa intorpidite dal freddo e il braccio quasi certamente fratturato mandare fitte tremende. Fissai quel palazzo immenso e rabbrividii constatandone la grandezza, girai le spalle e cercai di mettere più distanza possibile tra me e quell'inferno.
Non fu semplice, ogni passo era un nuovo dolore che tirava all'estremo le poche forze rimaste, se prima mi sentivo un leone ora non riuscivo quasi a reggermi sulle gambe. Combattevo contro una tempesta di neve e il freddo tremendo toglieva il fiato. La neve bruciava la pelle, il ghiaccio feriva gambe e piedi oramai anch'essi congelati, il braccio, inoltre, sembrava non voler collaborare straziandomi con frequenti fitte. Quando oramai il palazzo non era altro che un puntino luminoso in lontananza le gambe cedettero e caddi a peso morto sul ghiaccio priva di forze, lasciai che la neve scavasse la mia tomba. Meglio morta che sua pensai chiudendo gli occhi, sperando nella pietà di un qualsiasi dio, mi lasciai poi avvolgere dalle fredde tenebre.

 

Mi risvegliai cullata da una profonda sensazione di benessere e un dolce profumo invase le mie narici, le membra sentivo chiaramente che posavano su qualcosa di soffice, ma gli occhi pigri non avevano la minima intenzione di aiutarmi a capire cosa fosse.
Finalmente con un grande sforzo li aprii e dopo qualche istante misi a fuoco l'ambiente circostante: le pareti in legno, il mobilio del medesimo materiale colmo di spezie, erbe e un leggero fuocherello che scoppiettava in un piccolissimo camino.
Una donna, dall’età non ben definita, sedeva ai piedi del letto aveva lunghi capelli bianchi raccolti in una treccia, la pelle blu rigata in alcuni punti da tonalità scure dello stesso colore, ricordava vagamente un felino. Il suo volto dai tratti gentili mi fissava sereno.
"Ben svegliata." iniziò felice.
"Dove sono?"chiesi con voce impastata dal sonno.
"Nella mia umile dimora al centro del bosco innevato. Il mio nome è Chione ti ho trovata priva di sensi al limitare del bosco. Hai dormito tre giorni." a quelle parole balzai a sedere.
"Tre giorni?!" le feci eco incredula.
"Esatto. Hai una frattura al braccio sinistro e ti ho trovata delirante per la febbre alta, è chiaro che non sei di questo mondo."  constatò, certo non ci voleva un genio per capirlo.
"No infatti, mi chiamo Karielle vengo dalla terra o come la chiamate voi Midgard." questa notizia doveva averla sconvolta perché balzò in piedi, con una strana luce negli occhi, prendendo a frugare in un vecchio baule. Ne estrasse una pergamena consumata dal tempo e me la srotolò davanti con un gran sorriso.
Vi erano incisioni e immagini raffiguranti giganti di ghiaccio e figure a me ignote, la guardai interrogativa.
 "C'è una profezia: quando una figlia di Eva sederà su trono di ghiaccio vincente, il regno del male finirà all'istante." la mia espressione doveva essere peggiorata, perché la donna sospirò delusa.
"Ovviamente non sai della profezia."osservò.
"No..." risposi confusa.
"Secoli fa vi fu una guerra tra Jotunheim e i nove mondi, Odino per punire l'insolenza di Laufey, padre di Loki nostro re, lo privò della Gemma dell'infinito, custodita nel Tesseract, che permetteva la vita nel nostro regno. Da quel giorno questa terra ha perso ogni forma di vita, molti Jotun sono morti per le difficoltà ad adattarsi al clima troppo rigido. Furono le Norne a giungere in nostro soccorso rivelandoci questa profezia, secondo la quale sarà una figlia del tuo mondo a salvarci." concluse speranzosa.
"E tu credi che sia io?" chiesi scettica quasi urlando.
"Non ne ho dubbi altrimenti gli dei non mi avrebbero permesso di salvarti." rispose sicura.
"No no no qui c'è un grosso malinteso. Io non sono capace di cuocermi due uova o di gestirmi il programma universitario figuriamoci se posso salvare un pianeta!" affermai gesticolando con la mano sana come una pazza.
Lo sguardo allibito e confuso di Chione mi costrinse a sospirare e spiegare tutto dal principio.
"Senti io non sono stata mandata dagli dei o da qualche mistico potere, semplicemente quel pazzo del tuo re mi ha rapita senza una ragione mentre voleva conquistare la Terra per passatempo! NON-SONO-QUELLA-CHE-CERCATE" conclusi scandendo le ultime parole.
Non vidi delusione o rassegnazione sul suo viso, semplicemente mi sorrise ed annuì riprendendo posto accanto a me sul morbido giaciglio. "Va bene allora .... penso sia il caso che ti riposi ancora un po', poi vedremo come fare per riportarti su Midgard."disse dolcemente.
Per un secondo mi sembrò che finalmente tutto cominciasse ad andare per il verso giusto, e sentii la speranza tornare a fare capolino. Ma mi sbagliavo...mi sbagliavo di grosso.

 

 

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Capitolo 2
*** Sei mia ***


"Muoviti!" sbraitò uno dei giganti mentre mi trascinava con malagrazia attraverso i corridoi del palazzo.
Le catene, non so se per il freddo o per il fatto che fossero scheggiate in più punti lasciando scoperti taglienti spuntoni in ferro, scavavano profondi e brucianti solchi sui polsi, ma non gli diedi molta importanza ero persa a contemplare l'architettura di quel palazzo, terribile e splendido al contempo.
Le pareti di cristallo, il pavimento bianchissimo e lucido, dal soffitto poi perdevano enormi lampadari ornati da miriadi di diamanti a goccia, potevo vedere chiaramente le nostre immagini riflesse più e più volte ovunque. Come poteva tanto splendore essere nelle mani di questi mostri?
Mentre mi ponevo queste domande, il mio aguzzino si fermò bruscamente lasciandomi impattare contro la sua schiena, mi fulminò con lo sguardo mentre scioglievo, con strane smorfie, muscoli del viso un po' indolenziti per il freddo e la botta appena presa.
Alzai lo sguardo e notai solo allora una porta enorme in cristallo spessissimo, che venne spalancata con facilità da due Jotun. Mi si mozzò il fiato nel vedere lo splendore della sala del trono.
Sulla sinistra non vi erano mura solo alte vetrate divise da colonne bianche, il pavimento lucidissimo e bianchissimo, il soffitto forse in granito bianco decorato con mille motivi diversi ma perfettamente abbinati tra loro. Mi trascinarono con maggiore forza, dovevo essermi fermata incantata da tanto splendore, gettandomi a terra con malagrazia davanti una scalinata non molto alta.
Non mi sorpresi quando incrociai due occhi scarlatti sfavillanti e un ghigno compiaciuto, era certamente soddisfatto di avermi catturata di nuovo e potevo leggere in quell'espressione l'indecisione su come farmela pagare.
"Dunque credevi di riuscire a fuggire? Nel mio regno? Devi essere parecchio stolta ragazzina!" Non risposi, ero in piedi con lo sguardo fisso in quelle iridi scarlatte.
"Non rispondi? Sei consapevole che potrei ucciderti qui e adesso?!" continuò ghignando.
 Ancora nessuna risposta lo fissavo sempre più decisa con un sorriso di scherno dipinto sul volto.
"Potrei torturarti oltre l'impensabile e bearmi di ogni tuo grido di dolore, uccidere tutte le persone a te care davanti i tuoi occhi nel peggiore dei modi." si stava indispettendo, lo si leggeva chiaramente dal tremolio nervoso delle labbra e dal bagliore nel rosso sangue dei suoi occhi.
Ma il mio piano non poteva procedere meglio di così quindi rimasi muta ad osservarlo, senza distogliere lo sguardo dal suo che più non temevo. Si alzò e mi sembrò infinitamente più alto di quando mi si era manifestato in forma umana. A passi lenti bruciò la distanza che ci separava, abbandonando il trono di ghiaccio, mi sentii infinitamente piccola quando si fermò a pochi centimetri di distanza, inclinò il busto tanto da permettere alle sue labbra di sfiorare il mio orecchio destro.
“Hai ragione sai-sussurrò mellifluo- le parole sono maschere dietro il quale si nascondono le menzogne peggiori. Ma questo gli esseri che ti hanno condotta da me non possono comprenderlo…-fece una breve pausa come se cercasse le parole giuste- Bene se con me non hai intenzione di parlare lo farai con i prigionieri delle segrete. Portatela via!" concluse perentorio scostandosi da me di colpo.
 Senza alcun riguardo le stesse guardie che mi avevano condotta da lui mi presero di peso allontanandomi da quel re dannato.
Ripercorsi a ritroso il percorso fatto in precedenza, svoltammo poi in un vicolo buio illuminato debolmente da una torcia azzurrognola portata da uno degli Jotun dinanzi a me. Ad ogni scalino verso l'inferno sentivo il freddo diventare più pungente e le grida dei detenuti farsi sempre più forti, per la prima volta dopo mesi sentii la paura fare capolino dai meandri del mio subconscio.
Le prigioni mettevano i brividi erano buie e completamente ricoperte da vetrate, solo le pareti in roccia nera le dividevano l'una dall'altra. Sfilai davanti quelle che potevano sembrare lugubri vetrine, sotto gli sguardi dei detenuti che ammutolivano ad ogni mio passo, fino ad una cella apparentemente vuota dentro la quale si vedeva a malapena. Riuscii a distinguere una branda lurida, un tavolinetto, ovviamente ghiacciato, e un recipiente che lasciava vagamente intuire la sua funzione.
Lo Jotun mi gettò nella cella togliendomi i ferri, l'impatto col ghiaccio fu tremendo, sentii subito il freddo gelare il sangue.
Mi strinsi i polsi doloranti e violacei, strisciai fino alla branda stringendomi nella coperta maleodorante, sembrava di essere in una cella frigorifera, dopo una sola notte lì dentro sicuramente non avrei rivisto l'alba. Dopo tutte le disgrazie che mi sono capitate per la mia testardaggine non ho ancora imparato a fare la brava bambina, almeno non gli ho dato soddisfazioni, le parole di Chione tornarono alla memoria sospirai e mi scappò un sorriso compiaciuto nel ricordare poi le parole di Loki “Potrei uccidere tutte le persone a te care davanti i tuoi occhi nel peggiore dei modi”  si era tradito nessuno dei componenti della mia famiglia era morto ciò non poteva che rallegrarmi, con o senza di me avrebbero dovuto vivere la loro vita senza rimpianti.
Un tremolio convulso e impercettibili gemiti attirarono la mia attenzione, seguii con lo sguardo i rumori fino ad una figura rannicchiata in un angolo non molto lontano, pensavo di essere sola, ma a quanto pareva mi sbagliavo. Mi alzai, tentando di reggermi sulle gambe tremanti, diretta verso la figura mi chinai e la vidi, una ragazza forse della mia età, tremava come una foglia, non so se per paura o per freddo. La sua pelle era bianchissima, ma segnata da graffi e lividi, i capelli di mille sfumature dal blu, al cobalto, all’azzurro incorniciavano un viso angelico.
"Ehi- sussurrai poggiandole una mano sulla spalla quella trasalì appiattendosi alla parete spaventata- no... tranquilla non voglio farti del male." la rassicurai e, dopo averle offerto il mio braccio, la sollevai aiutandola ad arrivare alla branda e quando si distese sembrò tranquillizzarsi.
"Grazie" pigolò.
"Come ti chiami e perché sei qui dentro?" chiesi sedendomi accanto a lei.
"M..mi chiamo Cleta so...no una delle schiave del re, i suoi Jotun mi...mi hanno rapi...ta mesi fa, vengo da Alfheim." concluse sembrava facesse uno sforzo immane a parlare.
"Non mi sorprende ha rapito anche me, non so dove sia Alfheim, ma io vengo da Midgard. Mi chiamo Karielle." a quelle parole si illuminò dovevo smetterla di rivelare le mie origini a tutti.
"So già cosa mi stai per dire, ma no non sono io e anche se lo fossi non credo di essere nelle condizioni per liberare questo pianeta dalla sua minaccia." mi diede ragione annuendo col capo e m'invitò, scostandosi leggermente, a stendermi accanto a lei così ci saremmo riscaldate a vicenda con l'aiuto della coperta e del calore dei nostri corpi.
Ci svegliammo con le urla dei detenuti trasalendo per lo spavento, ci guardammo sospirando sollevate, essere in due rendeva tutto più facile.
"Perché gridano?" chiesi.
"Hanno fame, probabilmente stanno portando da mangiare" sussurrò.
Beh poteva anche aver ragione se vogliamo chiamare “cibo” quella sottospecie di massa informe marrone e una ciotola d'acqua sporca, potevo chiaramente intravedere dal vetro della cella ammassi di quella roba essere trangugiati  dai prigionieri affamati. Quando fu il nostro turno ci venne portata una pietanza assai diversa, lo Jotun lasciò scivolare il vassoio sul ghiaccio e dopo averci rinchiuso nuovamente si allontanò mugugnando parole incomprensibili. Osservammo stupite il vassoio con acqua cristallina, cibi vari e soprattutto caldi. Pensai sospettosa che ci fosse qualche veleno, ma annusando e ispezionandolo attentamente mi resi conto che era solo una tattica di Loki per tenermi in vita il più possibile.
"Non ci posso credere prima mi sbatte qui dentro e poi mi porta il pranzo non lo sopporto!" sbraitai sotto lo sguardo attonito di Cleta.
"Perdonami,-dissi poi- tu mangia pure, ne hai bisogno non ho per nulla fame." dissi e lei mi sorrise timida.
Bevvi solo un sorso d'acqua calda per riscaldarmi quel poco che bastava per non farmi morire assiderata, anche perché a breve si sarebbe gelata anche quella. Quando finì di mangiare, Cleta, sembrava aver riacquistato le forze, mi sorrise dolcemente e ringraziò ancora per averle dato l’intero pasto. Il suo sguardo vagò fino ai miei polsi gonfi e malconci, si affrettò ad estrarre dal vestito sgualcito, un tempo azzurro, un fazzoletto di stoffa che divise in due parti e delicatamente li fasciò. La ringraziai di cuore ora andavano molto meglio e non sentivo più il dolore pulsare nelle vene.
Il tempo sembrava essersi fermato, andavamo avanti così: sveglia quando arrivava il cibo, che puntualmente rifiutavo sotto lo sguardo preoccupato di Cleta, poi crollavamo addormentate con i corpi indolenziti dal freddo e la paura di non risvegliarci più.
 "Com'è Alfheim?" le chiesi, mentre eravamo stese sotto la coperta, sperando di non essere inopportuna, con mio grande sollievo mi sorrise.
"Magnifica, ha laghi stupendi, immense distese di verde, montagne innevate, boschi frondosi, e coste lambite da un mare limpidissimo.-raccontò come se le avesse dinanzi-Il nostro popolo vive pacifico da secoli, sai noi elfi non amiamo la guerra preferiamo vivere in pace immersi nella natura e fusi con la madre terra." rivelò poi.
Notai solo allora le piccole orecchie a punta e una piccola consapevolezza m'illuminò.
"Quindi sei un'elfa è una cosa incredibile!" nonostante il freddo pungente l'enfasi nello scoprire quella notizia si manifestò chiara al punto che Cleta sorrise divertita.
"E voi? Cosa fate su Midgard?" chiese poi curiosa.
"Noi siamo un popolo in continua evoluzione, certo abbiamo molte difficoltà a far comprendere l'importanza della natura a tutti gli abitanti di Midgard…della pace soprattutto. Ma confido che un giorno si apriranno le menti ad una visione più pacifica. Non credo ameresti la Terra, al confronto di Alfheim è davvero un luogo confusionario e caotico, però è la mia casa e nel mio piccolo lotto ogni giorno per cambiare il male in bene almeno per quanto mi è possibile." risposi con la nostalgia di casa che aumentava e feriva il cuore stanco di soffrire. Mi chiesi cosa stessero facendo e quale scusa avessero trovato per spiegare la mia scomparsa, non sarei tornata a casa ne ero consapevole, ma abituarmi all’idea di non rivedere più il mio mondo era un’impresa che sapevo impossibile da compiere.
"Tornerai presto a casa..."sussurrò mentre si accoccolava a me.
Non saprei dire quanto tempo passai in quella prigione, giorni o mesi, solo che quando mi risvegliai ero sorretta da due Jotun che mi trascinavano fuori la cella, sentivo il corpo immobilizzato, sicuramente per colpa del freddo, ma quando vidi che mi stavano separando da Cleta che mi guardava con occhi lucidi da dietro il vetro lurido presi a dimenarmi come un'ossessa, gridavo, piangevo per la rabbia e la disperazione menavo calci senza curarmi delle catene che tornavano a raschiare la carne viva.
“Cleta!-gridai- Io non ti lascio! Ti liberò! Ti libererò!” ciò che riuscii ad ottenere fu solo un tremendo colpo sulla nuca che mi tramortì all'istante, l’ultima cosa che vidi furono gli occhi colmi di lacrime.

“Ciò che ho sempre amato dei sogni è l’irregolarità, la follia che li rende così strani e imprevedibili.”
“Chione…- sussurrai mi alzai di scatto ricordandomi di Cleta- dov’è Cleta? Le avevo promesso…che l’avrei liberata…io devo trovarla, ho promesso…” balbettai mentre le lacrime lasciavano brucianti solchi sulle guance.
“Oh piccola mia- sussurrò mentre mi stringeva a sé- sei così giovane ma ti è chiesto di donare tanto…troppo.”
“Ho promesso…” continuai con sguardo perso.
“Hai una missione piccola Karielle, portala a termine e tutto troverà il suo corso. Non ci sarà pace fin quando Loki regnerà su Jotunheim…deve morire.” Disse carezzando i miei capelli.
“Lo farò.- dissi recuperando lucidità e scostandomi quanto bastava per guardarla negli occhi- Morirà.”

 
Aprire gli occhi non fu semplice per niente, le palpebre mi sembravano macigni, la testa mi ronzava e doleva come se fosse trapassata da pugnali roventi, inoltre il corpo pareva non voler rispondere ai miei comandi, non riuscivo a muovere né gambe, né braccia.
Con un gemito schiusi gli occhi e venni accecata dalla luce, riuscì a portare le mani al viso per nascondere gli occhi feriti. Impiegai interi minuti per farli abituare nuovamente alla luce, in prigione al massimo passava qualche bagliore dalle minuscole fessure sulle alte pareti fuori le celle e dalle fiaccole azzurrine nei corridoi.
Mi resi conto di essere nuovamente in una delle camere da letto del palazzo, guardandomi intorno mi resi conto che era quella dalla quale ero fuggita, fortunatamente ero sola.
Mugugnai infastidita, mentre nella mia mente scorrevano le immagini della solitaria clausura e tornava la sensibilità agli arti, sentii dei passi farsi vicini e tornai nella precedente posizione da finta dormiente. La porta si aprí e dei leggeri passi felpati si avvicinarono al giaciglio, non mossi un muscolo, immaginavo già chi fosse il mio visitatore e non avevo intenzione di guardarlo negli occhi, né di prendere questioni con lui.
"Fingere di riposare non ti aiuterà credimi." disse con scherno.
Decisi di smetterla con quella ridicola farsa e di aprire gli occhi lentamente, lo trovai vicino all’enorme finestra intento ad osservarne l'altezza dalla quale mi ero lanciata.
"Non posso certo negare che ammiro il coraggio, nessuno ha mai osato tanto. Devi essere davvero disperata per aver tentato un'azione tanto folle e sconsiderata." continuò mellifluo.
Deglutii incerta sulla possibilità di riuscire ad articolare una frase di senso compiuto, mi misi a sedere trattenendo un gemito di fastidio.
"Minacci il mio pianeta e la mia famiglia...mi rapisci senza una ragione...mi sembrano ragioni sufficienti per giungere a tanto." Risposi prendendo fiato tra una parola e l'altra e cercando di rendere il tono più fermo possibile.
Sorrise divertito, dei! Quanto avrei desiderato cancellargli quell'espressione compiaciuta dal viso con un bel pugno. Per la prima volta, dopo quella notte a New York, mi soffermai sui tratti perfetti del viso, sulla pelle albina, sulle vesti regali verde smeraldo ed oro, sui capelli non molto lunghi che sfioravano la nuca.
Scossi la testa per liberarmi da quei pensieri che avrebbero portato solo problemi al mio piano, non potevo lasciarmi andare, non con lui.
"Dov'è Cleta?" chiesi senza remore.
"Cleta? Ah ti riferisci all'elfa?! È dove merita di stare." rispose maligno.
"Liberala!" il mio tono di voce era perentorio.
"Come prego?"chiese sorpreso e divertito avvicinandosi a passi lenti senza interrompere il contatto visivo.
"Liberala, mi devi almeno questo..." continuai addolcendo il tono. Mi osservò a lungo sul volto sempre il ghigno compiaciuto.
"E sia.- concluse, lo guardai sorpresa- Guardie!" due Jotun entrarono istantaneamente nella camera. "Giustiziate la prigioniera di Alfheim, come mi è giustamente stato fatto notare deve essere liberata...è lì anche da troppo tempo." ordinò rivolto alle guardie che sorrisero diaboliche.
Balzai giù dal letto e ondeggiai in preda alle vertigini, sentii lo stomaco chiudersi e ricevere mille pugni, mentre un conato di vomito mi minacciava. Portai una mano al ventre e l'altra al petto, mentre il dio mi osservava compiaciuto congedando le guardie, mi piegai in due dal dolore respirando a fatica, mentre la rabbia mi accecava. Non poteva farlo, non poteva uccidere un'anima innocente, senza colpa alcuna e immeritevole di tanto dolore. Mi poggiai instabile alla struttura del letto a baldacchino, ancora sotto shock e quando alzai lo sguardo la rabbia che avevo dentro prese una forma ben precisa...la sua.
"Perché..." biascicai ancora piegata su me stessa, il cuore nel petto sembrava scoppiare preda dell’ira.
Tornai in posizione eretta lentamente, e non so quale forza mi spinse a tanto, ma con la stessa andatura mi avvicinai a lui con sguardo furente. Vidi il ghigno sparire e sul suo viso farsi largo un'espressione decisa quanto la mia. Ignorai di aver indosso solo una fascia a coprire il seno e uno slip, tantomeno persi tempo a chiedermi chi o cosa mi avesse tolto le vesti e perché.
"Tu...sei l'essere più spregevole che abbia mai conosciuto. Orgoglioso- gli diedi uno spintone senza curarmi delle conseguenze e del dolore alla testa che andava aumentando- infido- continuai ma lui non si oppose- schifoso, lurido- non so dove presi la forza ma continuai fino a farlo impattare contro la parete- chi ti dà il diritto di vita o di morte su un essere vivente? Credi di essere onnipotente solo perché sei il re? Perché conosci arti che nessuno più è capace di praticare? Ti credi tutto e sei niente...solo un verme che si insidia su un trono credendo di essere un re e alla fine resta solo uno schifoso essere strisciante senza spina dorsale! Se vuoi qualcuno da uccidere mi offro volontaria, ma prima dovrai battermi." Ringhiai come una belva ferita ma soddisfatta di vedere l'espressione del suo viso, ma esitai quando con orrore mi resi conto che provavo un piacere smodato nel urlargli contro e con ancor più orrore capii che sentire il suo corpo tanto vicino al mio non mi disgustava affatto.
Era furioso, aveva lasciato che continuassi a parlare senza riuscire a reprimere la sua rabbia, mi afferrò con malagrazia i polsi feriti strattonatomi e lanciandomi contro la parete. L'impatto fu tanto forte che la vista si annebbiò per il dolore, sentii la porta aprirsi e delle voci che mugugnavano qualcosa riacquistai la vista esattamente nel momento in cui la porta si richiuse, pochi secondi dopo mi sentii sollevare e poggiare sul materasso.
Ero stanca...decisi di non opporre resistenza lasciai che le lacrime di frustrazione scendessero brucianti sul viso, mi lasciai andare davanti a lui ferita e desiderosa di un abbraccio materno. Mi feriva sapere che ogni mio sforzo di resistergli diventava vano, perché alla fine lui si dimostrava sempre più forte di me. Sentii la sua mano carezzarmi il viso proseguendo fino ai fianchi nudi, rabbrividii stringendo gli occhi con forza non volevo cedere alle emozioni che mi stava dando quel tocco tanto delicato. Si chinò su di me fino a baciare la base del collo all'altezza della giugulare.
"Sai cosa fanno i serpenti quando puntano la loro vittima..." sussurrò sulla mia pelle- attendono...pazienti...finché non scattano afferrando la preda per la gola!" In una frazione di secondo lo sentii afferrarmi la gola con un morso tale da farmi gemere per il dolore, inarcai la schiena col fiato mozzato stringendo la coperta tra le mani per trattenere ancora le lacrime. Quando mi lasciò sentì chiaramente i denti sfilarsi dalla carne mentre piccole gocce di liquido viscoso scorrevano per il collo disegnandone le linee.
Il respiro non riuscì a regolarizzarsi, il cuore sembrava voler abbandonare il petto, riuscii ad alzare appena il braccio destro portandomi lentamente la mano alla gola in cerca d'aria.
Lo vidi sfilarsi lentamente i vestiti, i suoi occhi verdi che non abbandonavano i miei scatenarono  in me tremolii convulsi.
Dolorante e con la mano stretta al collo indietreggiai fino alla spalliera del letto, vi poggiai la schiena deglutendo con la consapevolezza che tentare di opporre resistenza ormai era inutile, mi si avvicinò e in pochi istanti era sopra di me. Si impossessò del mio collo lasciando una scia di baci languidi non curandosi del sangue che macchiava le labbra chiare, arrivato alle labbra si fermò e sorrise beffardo nel constatare che non mi opponevo a quella tortura. Con inaspettata dolcezza posò le sue labbra sulle mie, sentii il sapore metallico del mio sangue e con stupore mi resi conto che non mi infastidiva. Non so cosa mi prese ma impercettibilmente mossa dall’istinto risposi  a quello che si poteva definire un bacio, forse sentivo solo il bisogno di un gesto così...delicato, forse tutto quel dolore mi aveva annebbiato la mente tanto da farmi perdere il senno...forse quelle erano tutte scuse, in realtà una parte di me lo desiderava...quella più oscura, quella ferita desiderava quelle labbra dal nostro primo incontro, perché alla fine sapevo che ciò che più mi spaventava era trovare in me la conferma delle sue parole.
“La tua anima è nera quanto la mia.” Sentii la sua voce nella mia testa tanto chiara che mi domandai se avesse davvero pronunciato quelle parole o se fosse solo frutto dell’immaginazione.
La mia risposta al bacio doveva averlo sorpreso perché lo sentii esitare, ma fu per pochi istanti poi premette con più forza le labbra contro le mie chiedendo implicitamente di approfondire quel bacio ed io glielo concessi schiudendo appena le labbra. Lo sentii avvolgermi con le lunghe braccia e stringermi a sé e per pochi istanti dimenticai tutto…il dolore, la rabbia, la mia missione e la mia famiglia, tutto era svanito con quel semplice abbraccio.
Quando si allontanò lo vidi squadrare con incredibile attenzione la mia reazione, stette lì a fissarmi con espressione indecifrabile, mentre cercavo di comprendere quali emozioni stavano muovendo le mie azioni. Aprii la bocca per parlare, ma non uscì un suono mi sembrava di avere un doppio cappio al collo che stringeva la trachea tanto da spezzare le corde vocali.
Si avvicinò ancora e mi prese le spalle allontanandole dalla spalliera  fece poggiare la mia schiena al suo petto, completamente inebriata dalle emozioni lasciai il capo andare lentamente sulla sua spalla chiudendo gli occhi. Lo sentii poggiare una mano sulla gola e sussultai per il dolore, non ne ero certa ma credo che la pelle avesse assunto un colore livido.
"Shh mi dispiace ma dovevi essere punita..." Sussurrò sfiorando con le dita la parte lesa facendomi così sussultare per dolore e piacere al contempo mentre stringevo con forza gli occhi.
"Quell'elfa....sarà la tua ancella vedi di tenerla d'occhio" continuò mantenendo il tono della voce basso e profondo.
Aprii gli occhi lentamente, per cercare conferma di quelle parole che credevo essere frutto delle allucinazioni. La posizione in cui eravamo non mi permise di guardarlo negli occhi, ma sentii il suo cuore battere a ritmo accelerato contro la mia schiena e questo mi bastò. Era un momento così intimo...così paradossale un minuto prima pendevo dalla sua bocca come una docile preda ed un minuto dopo ero tra le sue braccia domata da una dolcezza che non potevo riconoscere come sua. La testa prese a girarmi violentemente non riuscivo a comprendere più nulla, mi sembrava tutto confuso...disordinato...sbagliato ma anche maledettamente piacevole. La sua mano si chiuse attorno al mio collo inarcai appena la schiena trattenendo un gemito.
 "Sai cos'è che ci affascina tanto di voi umani? La fragilità." sussurrò al mio orecchio.
Mi avvolse una sensazione  di profondo benessere e in pochi minuti quella corda che mi impediva di parlare venne spezzata. Non volli pensare…agii voltandomi verso di lui lentamente, lo guardai dritto negli occhi con rabbia, dolore, frustrazione e con un sentimento nuovo mosso dall’istinto di sopravvivenza.
Abbassai lo sguardo e presi ad osservare il suo corpo perfetto: muscoli appena accennati, la pelle diafana, le vene delle braccia che disegnavano linee perfette ed armoniose, il petto che danzava al ritmo del cuore e constatai che indossava solo un panno legato ai fianchi che divideva i nostri corpi.
Lentamente presi a disegnare con le dita i particolari del suo petto, quando carezzai i fianchi lo sentii sussultare impercettibilmente. Aveva le fattezze di un uomo ma il corpo di un dio, la freddezza di un rettile e la dolcezza del più appassionato amante.
Alzai lo sguardo ed incontrai i suoi occhi, che non mi avevano persa un istante, quello sguardo che ora mi sembrava così familiare… come se lo conoscessi da sempre. E fu allora, in quello sguardo, che trovai la mia follia, decisi di non seguire la mente lasciando che le emozioni prendessero il sopravvento. Presi con delicatezza le sue mani e ne sfiorai il palmo con le labbra per poi posarle sui miei fianchi, che lui strinse delicatamente, continuai ad avvicinarmi fino a sfiorare le sue labbra con le mie, lo guardai esitando ma quando sentii il suo corpo premere contro il mio lasciai andare ogni paura e lo baciai con passione. Quando i nostri sguardi si incrociarono ancora mi sentii travolgere dal verde intenso dei suoi occhi.
"Finalmente hai capito...-sussurrò- tu sei mia."
 
 NDA

Lo so che vorreste uccidermi:
1) perchè non era questa la storia che dovevo aggiornare come da promessa
2) per il ritardo imperdonabile
3) perchè sono una spregevole sadica in ritardo con recensioni ed aggiornamenti 
Vi dirò la verità sono presissima dagli esami e l'unico momento che ho trovato per aggiornare è stato oggi dopo pranzo ho trovato questo capitolo scritto in maniera accettabile e vista la lunga assenza ne ho approfittato così posso dirvi. SONO VIVA! E che aggiornerò tutte le mie storie perchè ho intenzione di finirle vi prego solo di avere pazienza per me le vacanze ancora non sono iniziate.
Spero davvero che questo capitolo vi sia piaciuto, ah vorrei precisare è una raccolta di capitoli connessi tra loro anche se non raccontano nei minimi particolari tutti gli eventi, continuerò in modo tale che capiate chi è questa Chione e cosa vuole dalla nostra protagonista. Una piccola domanda che ne dite del nome? Ho fatto delle piccole ricerche tra i nomi nordici femminili e questo mi pareva perfetto, significa "casta" si lo so è un ossimoro ;) voluto.
Detto ciò vi prometto aggiornamenti prima del prossimo secolo.
baci
Angel27
 

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