The Cave Guardian

di Persej Combe
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** α. prologo ***
Capitolo 2: *** il rapimento ***



Capitolo 1
*** α. prologo ***







α

( P r o l o g o )

 
  La tempesta si abbatteva senza freni contro le rive del villaggio di Ceneride. Alte onde si innalzavano gridando verso il cielo ricoperto da nubi scure e plumbee per poi ricadere nell’acqua con prepotenza, lasciando dietro di sé una cresta di schiuma bianca gorgogliante, che veniva presto divorata dall’accavallarsi di altri flutti e di schizzi. Le isole attorno erano ormai state sommerse dalla violenza dell’oceano. Gli alberi lottavano strenuamente affinché le proprie radici non cedessero alla brutale spinta della massa d’acqua e delle raffiche di vento. I Pokémon marini cercavano di ripararsi e di opporre resistenza in qualunque modo possibile alla forza della natura, fino ad allora loro madre e protettrice, che si era adesso ribellata all’improvviso con impeto furente, senza concedere alcuna via di scampo ai propri figli.
  C’era una figura in lontananza che osservava tutto quanto con sguardo fermo e solenne, mentre Rocco prendeva la mano di Vera per tenerla vicino e condurla al luogo stabilito.
  La ragazza guardava l’ombra bianca all’orizzonte. Dalle sue spalle scivolava un mantello lungo e candido, le cui pieghe si scuotevano tra le mani del vento capriccioso e indomabile. Poco più in là, una macchia azzurra e una rossa sembravano rincorrersi, l’una irrefrenabile e ferocemente turbata, l’altra calma e apparentemente distaccata. Vera scrutò anch’esse e per un istante ebbe pietà di loro.
  «Questa pioggia è terribile... Se va avanti così, finirà per sommergere tutto», disse ad un tratto il giovane in tono grave, guardando con timore attorno a sé. Il temporale si fece improvvisamente più forte, ed egli affrettò il passo. Vera lo seguì senza esitare.
  Faceva uno strano effetto vedere quell’espressione sul viso di Rocco; sul viso del Campione.
  Rocco era il più potente Allenatore di tutta quanta Hoenn, nessun uomo né Pokémon era in grado di tenergli testa. Eppure, forse, di fronte a simili eventi non si può essere né Allenatori né Campioni, ma soltanto umani. Tanto valeva la vita di Rocco quanto quella di un commerciante di Solarosa: in quel paese piccolo e spesso trascurato rispetto alle altre città si ripeteva infatti con uguale vigore e intensità la tragedia dell’effimero essere umano di fronte alla grandezza e insuperabilità di un’entità che andava ben oltre ogni titolo e nomina, ben oltre ogni tipo di ricchezza che fosse d’intelletto o d’animo.
  La figura bianca si faceva sempre più vicina e ora Vera poteva scorgere dei ciuffi turchesi scivolare sui lineamenti maschili del suo viso e scuotersi: era di bell’aspetto e regale.
  Egli incrociò il proprio sguardo con quello di lei per pochi istanti prima che esso si posasse sul volto di Rocco che col fiatone lo chiamava, gridando più che poteva.
  «Rocco, tu qui?», domandò apprensivo, sostenendolo per le braccia mentre gli andava incontro.
  Il Campione gli rivolse gli occhi, con un cenno della testa alluse alla ragazza che aveva accanto. L’altro parve comprendere ciò che intendeva, ed annuì. I suoi occhi brillavano d’azzurro, ma di una tinta più tenue e serena di quella del mare rabbioso in tempesta. Vera li osservò, trovandovi conforto.
  «Ti prego, ascolta bene il mio amico. Ha qualcosa di importante da dirti» intimò poi Rocco voltandosi verso di lei e allontanandosi di qualche passo.
  Di nuovo i loro sguardi si incrociarono. In silenzio, Vera sostenne quell’occhiata indagatrice senza tirarsi indietro, in attesa delle parole che l’uomo le avrebbe rivolto. Ad un tratto egli sorrise, poiché guardandola si era rassicurato dell’anima buona che traspariva dalla sua figura minuta e ancora fanciullesca, quasi di bambina. Era certo che avrebbe potuto fare affidamento su di lei.
  «Mi chiamo Adriano», si presentò, «Sono il Capopalestra di questa città. Mi è anche stato affidato l’incarico di proteggere la Grotta dei Tempi. Vedi, questi acquazzoni sono causati da un potere proveniente da lì».
  Improvvisamente, un fulmine cadde nelle vicinanze. Il lampo riversò la propria luce su di loro, facendo brillare di un bagliore rosso la pietra che la ragazza custodiva nella borsa. Adriano lo notò, guardò più attentamente ed ebbe come un fremito.
  «Quella che hai con te è la Gemma Rossa...».
  Vera annuì. Scoprì la copertura della tasca dello zaino e trasse fuori l’oggetto con delicatezza, tenendolo saldamente tra le mani e mostrandolo al Cenerideo affinché potesse avere la certezza che si trattava esattamente di ciò che aveva intuito. Adriano lo prese per un attimo tra le dita, fissandolo intensamente. Glielo restituì poco dopo.
  «Bene. Seguimi», disse poi, avviandosi e facendo segno agli altri due che procedessero dietro di lui.
  Si mossero rapidamente, facendo forza contro la corrente del vento che spingeva verso di loro quasi volesse indurli ad arretrare e abbandonare ogni speranza. Nelle orecchie risuonava il mormorio chiassoso e profondo dell’aria, che come un lamento cresceva e si affievoliva per poi riscoppiare all’improvviso. Oltre al picchiare della pioggia sulla strada, l’unico rumore che proveniva da intorno era quello soffocato dei loro piedi che battevano contro la terra impregnata d’acqua, raggrumata a formare un fango, mentre si spostavano. Rocco si arrestò, scrutò la cittadina vuota e deserta, le porte e le finestre delle case serrate, i corsi d’acqua privi di creature che nuotassero in essi. Adriano se ne accorse, si fermò e girandosi lo guardò silenziosamente mentre gli volgeva le spalle. Vera lo imitò a propria volta.
  «Gli uomini e i Pokémon hanno bisogno di acqua per vivere... Ma questa pioggia incute un tale terrore, perché?», sussurrò, continuando a guardare il paesaggio attorno e riscoprendo un istante dopo l’altro un indicibile timore.
  Alzò lo sguardo verso il cielo ormai buio, allungando una mano ad accogliere le gocce di pioggia che provenivano dalle nubi.
  «Le nuvole continuano ad addensarsi sopra Ceneride. Presto oscureranno tutta Hoenn... Se ciò dovesse succedere...».
  Quando si girò nuovamente, trovò gli occhi di Adriano ad attenderlo, ancora quieti e pazienti. Rocco gli venne vicino, rivolgendogli uno sguardo che l’altro ricambiò prontamente. Si rimisero in marcia. In lontananza Vera intravide le porte che nascondevano l’entrata della caverna.
  «Devi andare» le disse Adriano una volta che si furono fermati di fronte alle colonne che decoravano il portone d’accesso «Nessun uomo né donna può entrare nella Grotta dei Tempi. Ma tu devi andare, devi andare qualsiasi cosa ti attenda all’interno. Non temere, la Gemma Rossa ti proteggerà. Va’, ora, e riporta l’equilibrio che si è dissolto!».


 
.     .


 

Alola a tutti! Come va?
Eccomi qui con una nuova storia. Stavolta si va ad Hoenn!
Per quanto riguarda la collocazione all'interno della serie, diciamo che si tratta di uno Zaffiro Alfa un po' rimaneggiato. Adriano ha il mantello come nei giochi più vecchi, in parte perché mi era rimasta impressa questa sua immagine da piccola, soprattutto nell'anime di Diamante e Perla con la Coppa Adriano: lo trovavo molto elegante e autorevole, il coordinatore perfetto. Per ora però non voglio dilungarmi troppo con le chiacchiere, siccome oggi siamo appena all'inizio.
Grazie a tutti coloro che sono arrivati a leggere fin qui, anche solo per dare una sbirciatina: spero che questo piccolo prologo vi sia piaciuto!
Colgo anche l'occasione per farvi tanti auguri di buona Pasquetta! Spero che vi stiate godendo serenamente queste vacanze!
A presto~!
Pers

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Capitolo 2
*** il rapimento ***







1

( I l   r a p i m e n t o )

.
 
  Si narra di una grotta in cui si dice esser celato l’ancestrale potere da cui tutta la vita ebbe origine. Solo pochi eletti che abbiano avuto la forza di controllare nel proprio animo i tumulti dello spirito possono accedervi: altri soccomberebbero dinnanzi a tale straordinaria energia, troppo deboli per poterla fronteggiare. Si tratta di un potere enorme, a tratti indomabile data la sua natura primitiva, al di là della ragione. Per questo motivo è necessario che un Guardiano la sorvegli e ne reprima i moti più violenti.
. 

 
  Il caffè nero e bollente fumava all’interno della tazza. Venne avvicinata una zuccheriera e una mano si offrì, un po’ nervosamente, accompagnata da un cucchiaino, di addolcire la bevanda. L’uomo, che era stato fatto accomodare con tante cure e riverenze al capo della tavola, sollevò un dito, riconoscente alla donna, e lasciò che gli versasse quel po’ di zucchero che le aveva indicato. Allora egli la ringraziò con un sorriso cordiale e lei annuendo andò a sedersi accanto al marito.
  Come appariva misera la cucina! Quanto inadatta ad accogliere un simile personaggio che con grande gentilezza e inaspettatamente si era presentato davanti alla porta! I due coniugi lo osservavano, adoranti, ma da una parte estremamente afflitti per lo stato delle tende alla finestra, rovinate dai vapori e corrose dal tempo, o per la tovaglia povera, di plastica, che giaceva nascosta sotto a quella di tessuto, bianca, che era stata afferrata dal cassetto in tutta fretta e stesa alla rinfusa.
  Ad un tratto l’ospite alzò il viso e li guardò. Essi sussultarono. Si spinsero in avanti col busto e gli si accostarono timidamente, allo stesso tempo curiosi e trepidanti, in attesa delle parole che intendeva rivolgere loro.
  La donna si portò le mani alle labbra, i suoi occhi si fecero lucidi.
  «Voglio prendere con me il ragazzo».
 
 
  Immerse una mano nell’acqua, lasciando che la corrente gli accarezzasse le dita. Restò così per un po’, muovendo pigramente in circolo il palmo, osservando il piccolo turbinio che si veniva a creare nel centro. Poi si fermò, all’improvviso serrò con forza le dita in un pugno, e con delicatezza ritrasse la mano, scrutando attentamente i rivoli che scivolavano sulla pelle sfuggendo alla sua presa e che si rituffavano giù per nascondersi nell’azzurro più profondo.
  Quel giorno le porte della grotta erano sospinte da una leggera corrente che proveniva dai suoi invalicabili abissi: spesso esse si aprivano in uno spiraglio per poi richiudersi senza sosta. Le vestali ne osservavano i movimenti, riflettendo con grande raccoglimento sulla natura della forza che dimorava oltre quelle barriere.
  Il cielo cominciò a farsi grigio. Venature plumbee emersero lungo la superficie del fiume, andando a farsi via via sempre più inquiete e vibranti. Nell’aria rintronò il cupo boato di un tuono. Il vento si era alzato. Qualcuno già frugava nella borsa o nello zaino per cercare l’ombrello o era intento ad armeggiare col manico, impaziente di ripararsi dalle prime gocce di pioggia che cadevano leggere dal cielo.
  Il ragazzo al contrario si crogiolava nei loro tocchi quasi carezzevoli, percependo l’acqua scivolare sul proprio corpo, accogliendola a braccia spalancate ora che si era alzato in piedi, ed essa penetrava intimamente nella sua anima, suo elemento naturale e personale. Si sentiva vivo e mosso da una grande emozione che lo colmava completamente, facendolo vibrare di una gioia piena e vivida. Così allungò un braccio e rivolgendosi al suo Pokémon che nuotava armonioso nel fiume, lo esortò a continuare la Pioggiadanza, unendosi anche lui al ballo a propria volta.
  Feebas non poteva di certo definirsi tra le creature più aggraziate. Il muso asciutto, le pinne logore e sbrindellate, l’aspetto disordinato e scomposto, erano tutte caratteristiche che difficilmente potevano farlo apparire bello o minimamente carino. Non era nemmeno molto sveglio, e questo sicuramente era un altro punto che non giocava a suo favore. Eppure, mentre nuotava o si divertiva a girare in cerchi in mezzo all’acqua, c’era un che di elegante ed agile che traspariva dalla sua pellaccia dura. Per questo motivo il ragazzo aveva deciso di catturarlo: come se si fosse reso conto fin dal primo momento di quella sua natura un po’ nascosta, che già, celata tra le squame tozze e resistenti, accennava a una delicatezza degna del più incantevole Milotic. Inoltre Feebas era un Pokémon estremamente raro da trovare, e ciò non aveva fatto altro che alimentare maggiormente le cure e le attenzioni del suo Allenatore.
  Danzavano insieme, sulle note di una musica dolce e misteriosa che la pioggia sussurrava alle loro orecchie. I loro corpi si muovevano, sinuosi e coordinati, cercando di fondersi con l’acqua per formare un tutt’uno.
  Intorno cominciò piano piano a raggrupparsi qualche spettatore curioso. Attorno all’isolotto che precedeva la caverna si fece un gran accalcarsi di ombrelli e di mantelle e di sguardi e di sospiri.
  Il più bel giovane che Ceneride avesse mai visto. Così ormai avevano preso a chiamarlo. Ed era bello, in effetti, differentemente dal Pokémon che portava con sé e che tanto malcontento generava talvolta tra i suoi spettatori. Composto, slanciato, efebico, si divertiva a giocare con l’acqua e a piegarla al proprio volere alla stregua di un prestigiatore. Non c’era persona in città che non rimanesse incantata dai suoi trucchi, così spettacolari e scenografici, seppur evidentemente acerbi e immaturi: era qualcosa che da parte sua si poteva accettare, al momento, dato che si trovava in quell’età in cui ancora non si è adulti, ma neppure bambini. Presto avrebbe certamente rivolto il proprio interesse verso occupazioni più idonee e adatte a un ragazzo del suo tipo, almeno questo era il pensiero comune a tutti.
  Ad un tratto si levò un leggero brusio. Le porte della grotta continuavano a percuotersi incessantemente. Una voce si stava diffondendo di bocca in bocca, da un orecchio all'altro:
  «Hai sentito anche tu?».
  «Sì. Dicono che sia stato scelto».
  «Un giovane come lui. Non c’è da stupirsene».
  «Non potevano esserci dubbi che un giorno avrebbe attirato l’attenzione di una persona tanto prestigiosa».
  «Che onore!».
  Ma lui, ignaro, proseguiva a muoversi assieme al suo Pokémon, senza udire quelle parole e senza curarsi delle presenze che mano a mano si stavano facendo sempre più pressanti e compatte, richiamate dalla grande notizia.
  Come dei tamburi, le porte battevano, e dei passi silenziosi si avvicinavano. All’improvviso vi fu un verso, che echeggiò tutt’attorno, e ognuno lo sentì. Mentre il ragazzo si accingeva a esibire gli ultimi passi, la gente distolse da lui lo sguardo per posarlo su quella figura azzurra e possente che si stava facendo largo tra la folla: un Kingdra, dalla postura severa e rigida, gli occhi rossi e ostinati. Dalla sua bocca brillò una sfera di luce e da essa si diramò il lampo di un attacco Geloraggio, che si riversò contro le gocce di pioggia, trasformandole in punte di ghiaccio e mettendo fine alla tempesta. Il giovane alzò le braccia, audace e impetuoso, e come una stella sembrò risplendere in mezzo ai cristalli. Si arrestò.
  «Adriano!».
  Non appena quel nome si disperse nell’aria, le porte si richiusero con un colpo sordo, e scese il silenzio. I ghiacci caddero in terra frantumandosi.
  Così, dinnanzi al fiore dai petali rossi e neri, che di tanta vita e di tanta morte fu testimone nel corso dei secoli, Adriano venne scelto dal Capopalestra Rodolfo come suo discepolo.
  L’uomo avanzò di qualche passo, osservando il giovane negli occhi. Richiamò a sé Kingdra e lo richiuse nella sua Poké Ball. Poi allungò una mano verso il ragazzo. Adriano esitò a lungo prima di infilare le proprie dita nelle sue. Guardò il viso del Capopalestra, frastornato, che ancora non si rendeva conto di quel che era avvenuto. Infine tuttavia cedette, e la sua mano si offrì, un po' nervosamente. Allora Rodolfo sorrise, benevolo e grato della fiducia che gli aveva mostrato: si tolse la giacca e la mise sulle spalle del ragazzo per coprirlo dal freddo e porlo sotto la propria protezione.
  Tornando verso la strada di casa, erano poche le persone che non si voltassero a guardarli. Molte erano entusiaste della scelta che Rodolfo aveva compiuto, convinte che quel giovane sarebbe certamente stato in grado di mettere a frutto i suoi insegnamenti e di ereditare da lui il posto in Palestra quando sarebbe stato il momento.
  Giunti di fronte alla porta azzurra, Adriano bussò. La sua famiglia lo accolse con grande felicità e affetto, riempiendolo di baci e di abbracci e di carezze, ringraziando ancora una volta l’uomo per l’onore che era stato concesso. Venne preparata una valigia, furono messe da parte qualche maglietta, un po' di pantaloni e della biancheria. Si raccolse in giro per casa il minimo indispensabile: Rodolfo rassicurò più volte i genitori del ragazzo dicendo che si sarebbe preso cura lui del resto e che avrebbe fornito da sé tutto ciò di cui ci sarebbe stato bisogno.
  «Per quanto tempo?».
  «Vorrei tenerlo con me quattro anni, se a voi sta bene».
  «Quattro anni…».
  «Sono davvero molti».
  «È vero, e non posso che darvi ragione per l’apprensione che mostrate. Ma come anche un Allenatore di Pokémon che voglia diventare il migliore è costretto a partire lontano da casa per tanti anni, così voglio che sia per Adriano, affinché diventi il più grande Capopalestra d’Acqua che Ceneride e l’intera Hoenn abbiano mai visto. Ma non temete, avrò la massima premura nel farvi avere sue notizie e vi informerò di ogni sviluppo circa il nostro addestramento».
  Adriano salutò la mamma, il papà e sua sorella maggiore. Rodolfo lo attendeva pazientemente, già avviatosi per strada.
  Mentre la porta azzurra si chiudeva di fronte a lui, il ragazzo si girò e lo guardò: era pronto a seguirlo.
 
 
  Le pareti che proteggevano il villaggio emergevano dall’oceano facendo risaltare la roccia bianca e ruvida della loro superficie. Man mano che si allontanavano, una nebbia sottile ne appannava di volta in volta le sembianze, lasciando posto ad una figura offuscata e dai contorni vaghi. Restava solo un leggero pallore sbiadito ad attestare la presenza del cratere che millenni e millenni prima era stato generato dall’impatto con il meteorite caduto dallo spazio.
  Rodolfo era alla guida del timone, con gli occhi fissi in avanti a tracciare la rotta che dovevano percorrere, mentre Adriano era sul retro della barca, che non poteva fare a meno di guardare indietro, verso la sua casa, verso il luogo natio.
  Se ne stava appoggiato con le braccia incrociate sopra la ringhiera a scrutare la macchia biancastra e vaporosa all’orizzonte che minacciava di sparire da un momento all’altro.
  «Ceneride si vedrà ancora dal posto in cui andremo?» aveva chiesto a Rodolfo poco dopo essere partiti.
  «Mi dispiace molto, Adriano, ma purtroppo non si vedrà», era stata la risposta.
  Era davvero pronto a seguirlo, allora? Sì, lo era, lo sentiva chiaramente dentro di sé. Eppure c’era questa strana sensazione, una paura un po' insolita di fronteggiarsi con il resto del mondo che mai aveva visto stando sempre chiuso nel suo cratere. Insomma, non conosceva nemmeno se stesso, ancora, come poteva essere pronto a conoscere quel che c’era fuori!
  All’improvviso cominciò a provare una certa ansia sempre più pressante al punto tale che impallidì. Sudava freddo e la testa gli girava forte, il tutto accompagnato da un senso opprimente di nausea. Si tappò la bocca ma per quanto si sforzasse non riuscì a trattenersi: spingendosi in avanti, gettò il viso oltre il bordo della ringhiera con gesto impellente.
  «Adriano, va tutto bene? Adriano!» lo chiamò allarmato Rodolfo lasciando il timone. Immediatamente accorse in suo aiuto.
  «Scusami, Rodolfo…» gli disse con un po’ di imbarazzo, tossendo ancora per il malessere.
  L’uomo gli rivolse uno sguardo sollevato e con un sorriso cercò di rassicurarlo: «Oh, è solo un po’ di mal di mare, non preoccuparti. Non devi essere abituato a viaggi in barca tanto lunghi, non è vero? Mettiti qui e fissa lo sguardo sull’orizzonte, ti aiuterà. Aspetta, ora ti porto qualcosa da mangiare, così potrai riempire lo stomaco».
  Tornò dopo poco con del pane e qualche fetta di formaggio. Adriano non fu molto persuaso all’inizio, tuttavia alla fine si decise ad addentare un pezzo della pagnotta. Mangiò in silenzio, guardando l’orizzonte e il mare che lo circondava, così vasto e ignoto.
  Lontano da Ceneride il clima si faceva via via più tiepido e piacevole. Rodolfo era tornato alla guida della barca. Di tanto in tanto gettava lo sguardo sul ragazzo per accertarsi che stesse bene. Nel cielo azzurro gli Wingull volavano planando lungo la distesa d’acqua ed emettendo giocosamente i loro versi striduli.
  «Va meglio, adesso?».
  «Sì», rispose, rosicchiando quel po' di formaggio che era rimasto vicino alla crosta.
  «Ascolta, che ne diresti di darmi una mano al timone? Ti va?».
  «Sul serio?».
  «Certo! Vieni, ti faccio vedere come funziona».
  Mentre Rodolfo gli spiegava il modo in cui virare, Adriano prestava la massima attenzione alle sue parole. Imitava i suoi movimenti cercando di attenersi a quel che gli consigliava e facendo domande.
  Sì, era davvero pronto a seguirlo. Lo aveva sentito fin da quei momenti in cui, durante i suoi allenamenti solitari assieme a Feebas, si era casualmente ritrovato a condividere lo stesso tratto di fiume dove i Pokémon di Rodolfo preferivano riposare oppure affinare lo stile di lotta. Allora i loro occhi avevano finito per incontrarsi, e si erano guardati in maniera complice, in silenzio, che ognuno era impegnato nelle proprie occupazioni. Poi gradualmente c’erano stati i primi suggerimenti del Capopalestra, qualche complimento misto a un paio di ammonimenti, le parole di ammirazione e gratitudine da parte di Adriano, e infine si erano presi in simpatia: entrambi avevano iniziato a nutrire grande rispetto e interesse nei confronti dell’altro. Nonostante fosse nato questo legame un po' particolare, però, il ragazzo aveva ugualmente accolto con stupore l’esser stato scelto come suo allievo e in parte ancora non riusciva a crederci, seppure proprio in quel momento si trovasse esattamente al fianco di Rodolfo, intento a nominargli termini tecnici e complicati che faticava a memorizzare.
  Il lavoro sulla barca e l’occuparsi del timone lo aiutò a distrarsi dalla nausea e ben presto si dimenticò del tutto di quel malore che aveva provato in precedenza. Teneva lo sguardo fisso in avanti, a scrutare l’orizzonte e oltre di esso. Ad un tratto, una distesa marroncina contornata dalla nebbia che si stagliava in lontananza attirò la sua attenzione. La indicò al maestro con un dito.
  «Quella è la nostra destinazione», disse Rodolfo «Manca poco, ormai, arriveremo presto».
 
 
  La sabbia scricchiolava sotto le sue scarpe. Adriano si era fermato alla fine del pontile dove Rodolfo stava ormeggiando la barca. Ad un certo punto questo lo richiamò, lanciandogli un oggetto che il ragazzo si affrettò ad afferrare. Schiuse le dita con cautela e si sorprese di scoprire che cosa gli avesse affidato: un mazzo di chiavi. Insicuro, alzò la testa come a voler ricevere una conferma da parte dell’altro. Rodolfo di rimando annuì.
  «Io finisco di sistemare qui, tu nel frattempo vai pure ad aprire. Ti raggiungerò tra qualche minuto».
  C’era una casa sulla spiaggia, dove cominciava a crescere l’erba. Essa si alzava su due piani: al primo c’era un piccolo portico che accoglieva gli ospiti sotto la propria ombra, al fresco, dove erano stati sistemati due tavoli ai lati della porta d’entrata, sotto le finestre; al piano superiore, invece, un grande balcone si affacciava dalle stanze frontali sporgendosi verso il mare.
  In un certo senso, Adriano si sentì sollevato nel momento in cui, infilando le chiavi nella serratura, posò lo sguardo sul portone di colore azzurro: forse non sarebbe stato in grado di vedere Ceneride dal punto in cui si trovava l’isola su cui erano, tuttavia sembrava che Rodolfo avesse voluto portarne una parte con sé sui quei muri bianchi e sulle imposte celesti.
  Entrando dentro il salone che fungeva da ingresso, si slacciò le scarpe e se le sfilò, le sistemò accanto all’appendiabiti. Siccome era molto buio, decise di scoprire le finestre. Aprì i vetri e spalancò le persiane. La luce rossastra del tramonto si riversò allora dentro la stanza, tingendola di sfumature calde e gradevoli.
  Adriano vide Rodolfo arrivare dalla riva, che camminava lento e stancamente. Il viaggio doveva aver affaticato anche lui, pensò. Uscì e rimase ad aspettarlo sotto al portico, facendogli un gesto di saluto con la mano. Quando lo raggiunse, l’uomo gli si accostò sorridendogli in maniera fiacca, ma contento, e gli diede una pacca sulla spalla.
  «Grazie, Adriano», disse entrando.
  Mise via le proprie scarpe appoggiandole sul pavimento vicino a quelle del ragazzo, assieme alla valigia di Adriano che aveva portato dalla barca. Si tolse di dosso la giacca e la lasciò cadere sullo schienale del divano, poi si sedette e mentre rilassava le spalle e un sospiro usciva dalla sua bocca, si sbottonò il gilet nero e parte della camicia bianca che portava sotto di esso. Non appena mise mano alla Poké Ball, Kingdra apparve al suo fianco per fargli compagnia. Rodolfo lo accarezzò grato sotto al muso, passando piano le dita sulla sua pelle squamosa.
  A quella vista Adriano pensò che anche a lui avrebbe fatto piacere giocare un po’ con Feebas. Durante il viaggio purtroppo non avevano avuto modo di parlare molto. Prese la Poké Ball, tuttavia restò a guardarla interdetto, poiché la presenza di Rodolfo gli sembrava di troppo e avrebbe preferito restare da solo con il proprio Pokémon. L’uomo parve rendersi conto dei suoi pensieri, così alzò la testa e disse: «Immagino che sarai stanco, dopotutto il tragitto è stato lungo. Puoi andare di sopra, se vuoi, ho sistemato una stanza per te. Ho anche installato un acquario per Feebas, spero sia di suo gradimento. Io intanto mi riposo qualche minuto, poi vedrò di preparare qualcosa per cena».
  Adriano annuì, sorpreso dalla cura che Rodolfo pareva aver messo in ogni dettaglio per accoglierlo con sé. Emozionato, allora, si precipitò verso le scale, cercando in un primo momento di contenere gli eccessi di euforia finché si trovò sotto lo sguardo dell’uomo. Salito al piano superiore, cominciò ad esplorare le stanze che vi erano. Subito di fronte alle scale un piccolo bagno con doccia faceva da contrapposto a quello più ampio del piano inferiore munito di vasca. Sulla parete di fianco ad esso c’era poi la camera di Rodolfo, non molto grande, ma dall’aspetto comunque confortevole nonostante l’arredamento estremamente ridotto all’essenziale: un letto matrimoniale, un paio di comodini posti alle estremità dei due capi, un armadio a muro.
  Infine si spostò con vibrante curiosità verso la porta della stanza che era stata riservata a lui. La aprì con esitazione, ma allo stesso tempo tremendamente impaziente di entrare.
  Un enorme sorriso si dipinse sul suo volto. I muri azzurri lo salutarono come abbracciandolo e non appena Adriano si mosse ad aprire la finestra che dava sul balcone corse di fuori, dove c’era la distesa infinta del mare ad osservarlo teneramente.
  «Che bello!» esclamò entusiasta.
  Allora tirò in alto la sfera di Feebas e fece uscire il Pokémon, per mostrargli lo splendido paesaggio. Poi si ricordò dell’acquario che Rodolfo gli aveva detto di aver sistemato in camera. Ritornò dentro e lo trovò vicino alla finestra. Era spazioso e ben decorato, con piante acquatiche e qualche anemone finto dai colori più vari. Feebas sembrò apprezzarlo molto e ci si ambientò quasi subito.
  C’erano inoltre un tavolino con una sedia e un armadio. Adriano pensò che sarebbe stato meglio andare a prendere la valigia per riordinare le sue cose. Scese di sotto e trovò Rodolfo intento a cucinare, mentre ascoltava il notiziario alla televisione. I due si scambiarono uno sguardo fugace: l’uomo percepì l’euforia del ragazzo e ne fu molto lieto. Poi Adriano afferrò il bagaglio che era stato lasciato accanto alla porta e tornò al piano di sopra.
 
 
  L’ora di cena trascorse tranquillamente tra una portata e l’altra. Rodolfo si rivelò essere un ottimo cuoco, nonostante i sapori delle pietanze fossero diversi rispetto a quelli dei piatti dei suoi genitori a cui Adriano era tanto affezionato. Dopo aver mangiato, sparecchiarono la tavola assieme e l’uomo si occupò di pulire le stoviglie, permettendo al ragazzo di andare a riposare in camera.
  Più tardi, Rodolfo si affacciò alla porta della sua stanza per dargli la buonanotte. Adriano era già a letto, ma era talmente emozionato da non riuscire ad addormentarsi, nonostante la giornata fosse stata assai faticosa. Al contrario, Feebas già sonnecchiava da un po’ dentro il suo acquario.
  «È tutto così bello, Rodolfo! Ti ringrazio», disse il ragazzo, tirandosi a sedere sul materasso.
  «Sono felice che qui ti piaccia, Adriano: spero che ti troverai bene», gli rispose di rimando il maestro.
  «Sento già la mancanza di casa, ma credo che con il tempo mi ambienterò. Dopotutto staremo insieme per quattro anni, per cui penso di non avere altra scelta», dalle sue parole trapelò con evidenza una certa malinconia.
  Rodolfo si appoggiò contro lo stipite della porta con sguardo pensieroso, un po’ dispiaciuto per lo stato d’animo del ragazzo, nonostante sapesse quanto le sue emozioni fossero più che comprensibili. Alzò la testa e sembrò come se avesse voluto dire qualcosa, ma pareva tentennare.
  «Ascolta,» parlò dopo pochi istanti «io sono qui accanto. Nel caso in cui dovessi aver bisogno di qualcosa, non esitare a chiamarmi, d’accordo? Senza imbarazzo».
  Adriano annuì e gli rivolse un sorriso estremamente grato. Poi si voltò verso la seconda finestra, quella che campeggiava al lato del letto, sulla parete successiva a quella del balcone. Osservò intensamente di fuori, dove una manciata di luci colorate in lontananza risplendeva sopra la coltre marina.
  «Rodolfo?», lo chiamò.
  «Sì?».
  «Ecco. Mi stavo chiedendo di che città si trattasse quella laggiù. È forse Porto Alghepoli?».
  Rodolfo si avvicinò di qualche passo e si mise a guardare il punto che Adriano gli stava indicando.
  «Oh, no. Porto Alghepoli si trova dalla parte opposta, verso Ovest. Quella invece è Verdeazzupoli. Ora è buio, perciò è un po’ difficile, ma di giorno, quando il tempo è particolarmente buono, delle volte si riesce persino a vedere la stazione spaziale».
  «Da quaggiù? Addirittura?».
  «Già. Nei prossimi giorni magari te lo farò notare. Ora però sarà meglio andare a dormire, domani inizieremo con il nostro allenamento e ti voglio al massimo delle forze!».
  Il ragazzo gli rivolse un gesto deciso, in modo da fargli intendere che l’indomani sarebbe stato in grado di versare tutte le sue energie nell’addestramento. Rodolfo sorrise soddisfatto, impaziente di poter testare le sue capacità e di portarle al limite della perfezione.
  «Allora, buonanotte».
  «Buonanotte, Adriano. Riposa bene».

 
 
.     . 
 

 
 

Buongiorno a tutti!
Eccoci al primo capitolo, spero che non si sia fatto attendere troppo! Come state?
È la prima volta che provo a scrivere un storia con questi personaggi: soprattutto per quanto riguarda Rodolfo, spero di averlo gestito bene, siccome di solito è un po' tralasciato rispetto agli altri Capipalestra. All'inizio ho avuto qualche difficoltà nell'immaginarmelo essendo così poco approfondito tanto nei giochi, quanto anche in giro per Internet.
Per quanto riguarda la parte del viaggio in mare, spero di non aver commesso qualche strafalcione, purtroppo non sono mai salita su una barca, quindi ho cercato di trattare qualsiasi riferimento nel modo più vago possibile. Nel caso in cui però qualcuno più esperto di me avesse qualche appunto da farmi, sarò felice di ripassarci sopra per correggere!
Infine, ci tenevo a spiegare un attimo di che cosa si trattasse quel fiore dai petali rossi e neri di cui si parlava più o meno a metà: per chi non lo sapesse, sia in RubinoOmega che ZaffiroAlfa sull'isolotto di fronte alla Grotta dei Tempi a Ceneride si trova un albero donato tanti anni prima da un viaggiatore proviente dalla regione di Kalos e accanto ad esso c'è un fiore un po' particolare, uguale a quello tenuto dal Floette di AZ in Pokémon X e Y. Mi sembrava carino riproporre questa citazione anche qui!
Per ora credo di aver detto tutto quel che volevo, spero tanto che il capitolo vi sia piaciuto! Grazie a tutti per essere passati a leggere, cercherò di aggiornare il prima possibile (...sessione estiva permettendo)!
Un abbraccio~!
Pers

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