Contraddizioni.

di Afaneia
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Ferite. ***
Capitolo 2: *** Suture. ***
Capitolo 3: *** Cicatrici. ***



Capitolo 1
*** Ferite. ***


Ferite

Contraddizioni


Capitolo primo – Ferite.


Eppure – chissà-

là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia

la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell'uomo

tra ferri arrugginiti e ossa di tori e di cavalli,

tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po' di alloro

e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello d'oro.


G. Ritsos, Elena.



Link... ti ricordi di me?


L'incrollabile forza di Zelda l'ha sostenuta e sorretta per cento anni, ma ora, finalmente, è venuto il suo turno di occuparsi di lei.

A battaglia finita, Link cavalca per tre giorni portando tra le braccia una Zelda spossata ed esausta, semisvenuta. I cento anni di segregazione di Ganon le hanno richiesto più forze di quelle che possedesse – ma di più: di quelle che chiunque al mondo avrebbe posseduto: Link non sa neppure se ce la farà. Ha sigillato e sconfitto Ganon, Zelda è la vera eroina che questa terra merita, ma Ganon ha divorato le sue forze come una malattia violenta e invalidante, e forse non ne avrà a sufficienza anche per sé. Link sa di aver fatto esattamente lo stesso anch'egli, cento anni prima, prima d'esser crollato col corpo trafitto di frecce per farle scudo della sua propria forza, ma per qualche motivo il suo sacrificio non gli pare paragonabile a quello di Zelda.

Forse avrebbe dovuto portarla lassù, nella sua casa sull'Altopiano delle Origini, ma le pareti sono troppo alte e troppo ripide, invalicabili tanto alle sue braccia quanto al suo cavallo, ed egli non ha mai provato a teletrasportare una seconda persona con la tavoletta Sheikah. Non può permettersi di rischiare. Zelda non è ferita, semplicemente il suo corpo è spossato ed esausto, spezzato, e Link conosce un unico popolo che abbia le conoscenze necessarie per aiutarla.

Il viaggio gli appare interminabile. Link copre Zelda di tutti i suoi abiti più pesanti, le infila la sua tunica Rito e le copre il capo del suo mantello per tenerla al caldo, e cavalca tenendola tra le braccia senza neppure sapere se stia facendo la cosa giusta – se dovrebbe fermarsi e correre il rischio del teletrasporto o se dovrebbe cercare di curarla da solo, con le sue forze e le sue magre conoscenze, o cercare aiuto in uno stallaggio, o se gli scrolloni di Draphen potrebbero ucciderla più della sua debolezza. Link prova la stessa paura folgorante, innominabile, che ha provato quando ha sentito il suo cavallo morirgli tra le cosce, quel giorno alle pendici del Monte Morte, quando un mostro di fumo e di fuoco li ha aggrediti e Link si è sentito sbalzare al suolo. Non vuole che Zelda muoia. Dopo aver lottato e vinto per così tanti anni e aver sigillato Ganon, e aver portato la salvezza a Hyrule a costo di cento anni della propria vita, è davvero possibile che questa principessa troppo bella e troppo coraggiosa muoia così, ignominiosamente, sul dorso di un cavallo?

Raggiungono il villaggio Calbarico nel pomeriggio del terzo giorno, e Link si staglia sulla collina che affaccia sul villaggio per chiamare aiuto. Non gli importa di sé, gli importa di lei, della sua forza e del suo coraggio, e soprattutto gli importa che non muoia.

Tutto accade molto rapidamente, poi. Gli Sheikah li circondano e gli strappano Zelda dalle braccia rattrappite dal tanto tenerla stretta e la portano via, la sottraggono al suo sguardo per correre a curarla, e quando Link ormai sta per lasciarsi scivolare al suolo e seguirli, ecco che si sente trascinato giù dalla sella da mani che lo afferrano e lo toccano e lo palpano senza pietà.

«Maestro Link! Sei ferito?»

«No, no» balbetta Link senza capire, mentre mani amiche che d'un tratto gli paiono più forti di quelle di Ganon gli sfilano le armi e tastano le sue braccia e le sue cosce e lo trascinano a valle verso la casa di Impa. «È stato Daruk, è stata Mipha...»

Ma qui nessuno lo capisce, certo, qui nessuno è in grado di capire che cosa esattamente vogliano dire i nomi dei Campioni scomparsi ch'egli balbetta a fatica, e Link non sarebbe neppure in grado di spiegarglielo ora.

È ferito davvero. Il pensiero di non essersene neppure accorto lo farebbe quasi ridere se solo egli non fosse tanto preoccupato per Zelda: non sono ferite gravi, e il potere di Mipha ha già iniziato a ricucire silenziosamente la sua pelle a poco a poco senza ch'egli se ne accorgesse. Il sangue che si è rappreso si è appiccicato al tessuto dei suoi abiti, ed è proprio quando glieli tolgono, cercando di separarli il più delicatamente possibile dalla sua pelle dilacerata, che Link si accorge davvero per la prima volta del dolore.

La casa di Impa brulica di gente accorsa per dare una mano o anche solo per vedere la principessa rediviva, ed è solo con grande difficoltà che Paya – la timida e paurosa Paya – riesce a tener lontani quelli che non sono in grado di portare aiuto ma sono venuti solo a curiosare. L'eroe e la principessa devono riposarsi e guarire, adesso.

Link si sgola a gridare contro una marea di mani che lo affogano. Vuole parlare con Impa, vuole vedere Zelda, vuole... ma questa gente che lo ha spogliato e sta lavando la sua pelle e ricucendo le sue ferite non lo ascolta, è una marea sorda e insensibile che vuole aiutarlo ma neppure presta ascolto al suo dolore e alla sua confusione. Al di là della porta della stanza dove lo hanno trascinato e rinchiuso, Link riesce appena a intravvedere le silhouette confuse delle donne del villaggio che si muovono e si affrettano e accorrono scambiandosi in ogni parte della casa, e indirizza la voce verso di loro per pregarle almeno di dirgli come stia Zelda e se guarirà e s'egli è davvero riuscito a salvarla... ma è del tutto inutile, e parlare a questa gente è come sgolarsi a interpellare il sole nell'attesa che risponda. Vincendo ogni vaga resistenza che ancora il suo corpo sia in grado di opporre, Link finisce per abbandonarsi alle loro mani e semplicemente si arrende, lasciandosi maneggiare da loro come da onde che lo cullano. Non è in grado di lottare oltre, per questa vita.


La casa di Impa si è svuotata solo a notte alta, quando anche l'ultimo paesano è venuto a esprimere la sua gioia e a portare doni di fiori e frutta per la principessa. Ma il villaggio Calbarico non andrà a dormire per questa notte. Colla schiena appoggiata contro la parete, sotto la finestra, Link sta seduto cogli occhi chiusi e ascolta (glielo hanno detto che dovrebbe stare disteso, naturalmente, ma Link certe cose non vuol proprio sentirsele dire). Stanno festeggiando, là fuori: il villaggio celebra la fine della Calamità e la principessa e l'eroe trionfatori. È bello sentire le loro voci. Durante il viaggio da Hyrule centrale fino a qui Link si è voltato più volte indietro, aspettandosi da un momento all'altro di vedere di nuovo l'oscura foschia ricoprire il castello: ancora non si è abituato a non veder più quell'immane massa torreggiare in lontananza da qualunque luogo egli volti gli occhi. Dev'esser stato meraviglioso per questa gente, a un tratto, levare gli occhi e d'improvviso non vederlo più; e Link è contento che abbiano qualcosa da festeggiare, finalmente.

Zelda è nella stanza al piano di sopra. Impa è rimasta con lei per ore, a parlarle di tutte le cose che sono avvenute in questi cento anni, ma col tono lieve e fantasioso di qualcuno che stia raccontando una favola a un bambino assonnato; Zelda deve riprendersi, e Impa, che la conosce bene, non può permetterle di affaticarsi troppo. Ci sarà tempo perché la principessa si metta all'opera per risanare le ferite di Hyrule.

Impa lascia il capezzale della principessa solo molto tardi: aguzzando le orecchie, Link distingue bene tutti i movimenti suoi e di Paya, che la segue come un'ombra per aiutarla a spostarsi, e le sente camminare piano e parlare sottovoce e poi smettere di muoversi, e poi fare, lentamente, silenzio.

Nel corso del suo viaggio, Link ha imparato a muoversi silenzioso e rapido come uno Sheikah persino sul sottobosco secco e scricchiolante delle foreste del sud. Egli lascia perciò la stanza come un soffio di vento, scivolando sul legno come una foglia umida, e percorre le scale e il corridoio senza il minimo scricchiolio. Non vuole svegliare nessuno.

Zelda sta dormendo. Link distingue appena nella penombra la sua snella figura fragile e il profilo delicato dei suoi tratti. Non sa neppure bene come avvicinarla. Negli scorsi tre giorni, lui e Zelda sono stati vicini come un corpo solo e un solo respiro, coi loro petti vicini tanto da non aver più un confine preciso, ed egli ha sentito la propria pelle farsi tutt'uno con la sua pelle nell'ansia di proteggerla; ma ora che sono stati separati, che Zelda gli appare pulita e spendente su un letto circondato dai suoi capelli come una principessa delle favole, egli non sa più come avvicinarla, come una parte del suo corpo che sia stata brutalmente amputata e ch'egli non riesca più a riconoscere come propria.

Ma Link non può aspettare di vederla, egli deve sentirla, deve parlarle, sentire la sua voce, farle delle domande, e forse Zelda gli perdonerà s'egli verrà meno al protocollo per una volta. Inginocchiato accanto al suo letto come un cavaliere del tempo andato, Link le prende la mano e domanda: «Sei sveglia?»

All'inizio le sue parole cadono nel vuoto: non c'è nessuna risposta, e Link annaspa nel buio e nel vuoto, sentendosi proiettato solo nella solitudine della stanza deserta che d'improvviso gli pare sconfinata nel tempo e nello spazio. Ma poi le coperte si muovono appena, e i grandi occhi di Zelda si accendono come fiaccole nell'oscurità.

«Link.» La sua voce è ancora dolce e melanconica come egli l'ha sentita quel giorno lassù, sull'Altipiano; Link posa la fronte sulla sua mano fresca. «Grazie di essere venuto a salvarmi.»

Per tutti questi mesi egli si è trascinato avanti, ancora avanti, lottando contro la morte e contro il tempo solo per poter dire a se stesso di averla salvata; ma ora che la viva voce della principessa lo sta ringraziando, egli non sente di aver terminato alcunché. Ganon è stato sconfitto e Zelda è salva, e dalla finestra provengono le voci squillanti e la musica del villaggio che festeggia la liberazione; ma Link non si sente ancora assolto.

«Ho sbagliato così tanto, Zelda» inizia a bassa voce. Non sa neppure che cosa stia dicendo, o se lo stia dicendo più per lei o per se stesso – quello che conta adesso è parlare e spiegarsi. Zelda non dice niente. «Ci ho messo così tanto, ho sprecato così tanto tempo. Sarei potuto venire a salvarti subito, avrei potuto scendere dall'Altopiano e venire da Ganon, avrei dovuto...»

«Link.» L'interruzione di Zelda è paziente e benevola e cola come un balsamo sulle ferite del suo rimorso: Link ammutolisce all'istante. «Hai avuto paura, ma anche io ho avuto paura. Hai fatto tutto ciò che potevi. E poi, non eri tenuto a venire. Non avevi neppure più i tuoi ricordi...»

«Mi vedevi?» chiede Link vivacemente. Zelda tace per un po'.

«Vedevo la tua anima quando era più vicina alla mia. Sentivo il tuo cuore e la tua forza farsi più forti ogni giorno che passava, sentivo la tua paura e il tuo coraggio quando ti addentravi nei dedali dei colossi sacri. Ho sentito il tuo dolore quando hai incontrato Revali...»

Il cuore di Link dà in un sobbalzo doloroso nel suo petto, come se d'un tratto egli si fosse imbattuto coi suoi propri occhi, in pieno giorno, in un sogno che credeva non poter esistere altrove che nella propria mente e che nessun altro potesse conoscere.

Quando si è ricordato di Revali ha provato un dolore atroce e immenso, smisurato, e non ha saputo spiegare il perché neppure a se stesso. Non ricorda neppure quali fossero i loro rapporti a parte per quell'acerrima rivalità che li divideva, e non è riuscito a intuirlo – che Mipha lo amasse egli lo ha letto della dolcezza che i suoi occhi mantenevano persino attraverso il tramite della sua nebulosa memoria, e allo stesso modo, solo per aver guardato nei suoi occhi attraverso i propri ricordi, Link ha saputo all'istante di non averla amata che con l'affetto che si deve a una sorella. Dei ricordi che ha raccolto di Urbosa e di Daruk egli ha percepito la stima profonda che li univa, l'affetto materno di Urbosa e il cameratismo maschio e volitivo di Daruk; e di Zelda egli ricorda di averle voluto bene come a una metà del suo corpo e della sua anima, di averla osservata e protetta come una creatura sofferente e sola, abbandonata esattamente come lui in un mondo impietoso che non le corrispondeva. Tutta la sua vita egli avrebbe dato per lei, e molto di più, ma col sentimento di dovere che gli ispirava quella creatura nobile e sofferente tutta votata al sacrificio di se stessa, ch'egli sentiva gemella al suo destino.

Ma perché Revali è l'unico che gli manca?

Se glielo chiedesse, forse Zelda saprebbe rispondergli: ella è davanti a lui, potrebbe interrogarla, parlargli, e forse ella conoscerebbe le risposte alle sua domande; ma che cosa vi sia nel suo cuore, e per quale motivo senta la mancanza di qualcuno che non ha mai davvero conosciuto, questo non può aspettare di sentirselo dire dall'esterno. E questo dolore poi come potrebbe dirlo ad alta voce?

Quello connesso a Revali è l'unico sentimento ch'egli senta di aver portato con sé dalla sua vecchia vita – oltre a quello per Zelda, che però è viva – sul quale egli stia costruendo sentimenti e pensieri nuovi. Quando ha ricordato i momenti trascorsi con Urbosa e Daruk è stato come sentirsi raccontare la storia di personaggi del mito coi quali non abbia avuto realmente nulla a che fare in prima persona; e in quanto a Mipha egli ha provato per il suo amore non corrisposto una pietà indicibile, ma come se a non corrisponderla fosse stato un altro ragazzo insensibile e indifferente che nulla aveva a che fare con lui. Allora perché con Revali le cose stanno diversamente, ed egli si sente coinvolto dal suo ricordo come se veramente Revali gli avesse ricordato qualcosa?

La forza di questa nostalgia lo confonde più di quanto egli avrebbe creduto possibile, ed egli vuole davvero indagarla insieme a lei; ma non può chiedergliene direttamente. Allora, accarezzando pensierosamente la mano fragile e fresca che stringe tra le sue, egli trova appena il coraggio di domandare: «Tu ricordi tutto di cento anni fa?»

I capelli della principessa frusciano dolcemente sul cuscino: ella deve aver volto il capo per guardarlo, e forse adesso i suoi occhi stanno attraversando il buio per cercare i suoi tratti. Se ora fossero in piena luce ed ella potesse guardarlo negli occhi, forse Link si sentirebbe in imbarazzo come s'essi dovessero scavare dentro di lui il suo segreto; ma è buio, e il cieco sguardo di Zelda scivola sul suo volto senza trovarvi appiglio.

«Ricordo mia madre e mio padre e la dea» sussurra. La sua voce è così sottile ch'egli arriva appena a udirla. «Ricordo il sole e Hyrule e il mio cavallo bianco e quei fiori che coglievamo su quel prato... ricordo tutto. Link, tu che cosa ricordi?»

«Mi ricordo di te» risponde Link onestamente, e questa è la più grande verità ch'egli arrivi a pronunciare. «E ricordo gli altri... un po'. Ma quella storia che mi ha raccontato Impa, quella sulla principessa e l'eroe di diecimila anni fa... ti ricordi anche quella?»

«Mia madre me la raccontava da bambina.» Zelda tace per un poco. Quando riprende a parlare, la sua voce è se possibile più triste. «Sì... me la ricordo.»

«Eravamo noi?» Questa domanda l'ha tormentato sempre, ed egli sempre l'ha portata con sé, l'ha ossessionato nelle lunghe notti senza scopo delle sue veglie inquiete, quando sostava vicino al fuoco cogli occhi spalancati e infissi nella sconfinata notte che lo circondava. Persino a Daccapo questa domanda lo inseguiva, ma è la prima volta ch'egli ha modo di formularla a parole. «In tutte quelle lotte, in tutte quelle leggende... quella principessa e quell'eroe che sconfiggevano il male ogni volta che si ripresentava e hanno vinto sempre, lo hanno ricacciato sempre, eravamo noi, credi?»

«Eravamo noi» risponde Zelda a bassa voce. «Erano altre vite, però.»

Era la risposta che si aspettava, questa è a fine della storia. Stringendo ancor più tra le dita quella mano che non si ribella e non reagisce, Link chiede ancora: «E ci siamo amati in quelle vite, credi?»

«Non lo so, io... forse. Non lo so.» La voce di Zelda ha un tremito ch'egli non si sarebbe aspettato da lei, come una strana modulazione che vacilla in fondo alle sue parole e si attarda un poco nell'aria della stanza. Suona come se piangesse. Ma perché mai dovrebbe piangere? «Di certo... di certo non in tutte, non è vero?» Di certo non in questa, pare suggerire il tremulo spettro di una risata dolorosa, spezzata, che segue alle sue parole senza tuttavia farne parte. Ma perché Zelda dovrebbe rattristarsene?

«Non in questa» ripete Link. È come pensava; ma ora che l'ha saputo, non sa neppure più che cosa dire. Ci sono tante cose che vorrebbe sapere da lei, così tante, soprattutto, ch'egli non sa neppure come si potrebbe chiederle. Se solo la sua mente potesse compenetrarsi alla sua e a essa sovrapporsi, ed egli potesse vedere il mondo come Zelda lo vede attraverso i propri occhi e la propria saggezza, Link sente che i suoi dubbi svanirebbero; ma non è così che si può farli svanire, ed egli deve accontentarsi di restare al di fuori di lei e della sua mente.

«E quelle vite, senti... quegli eroi e quelle principesse. Pensi che avessero tanti dubbi quanti ne abbiano avuti noi?»

«Vorresti essere loro?»

Come si potrebbe non desiderare di non avere dubbi? Link avrebbe voluto essere un eroe grande davvero, come quelli delle leggende che gli ha narrato Impa – un eroe concreto, autentico, risoluto e coraggioso e in grado in ogni momento di gettarsi nel vuoto e sguainare la spada e combattere – e non come lui, che ha vagato per tutta Hyrule per trovare il coraggio di sfidare Ganon. «Avrei voluto essere più coraggioso.»

Link si ricorda del tormento di Zelda. Ricorda le sue preghiere e il suo pianto, le grandi ondate impotenti della sua frustrazione e la sua stupefatta mortificazione, e il dolore di vedersi redarguita e perduta: anche Zelda avrebbe voluto essere diversa, ed egli si pente all'istante di averle parlato così: se solo Zelda non avesse fallito, se solo il suo potere non avesse tanto tardato a destarsi, forse suo padre non sarebbe morto.

«Avrei voluto esser più forte anch'io» risponde piano. Non c'è rancore nella sua voce, solo una grande e composta tristezza.

«Tu sei stata coraggiosa per cento anni» obietta Link cautamente. Questa è l'unica verità ch'egli conosca, ma non è questo che Zelda aspettava di sentirsi dire, ed egli lo sa. Al pensiero di quegli ultimi cento anni, del coraggio che in ogni momento minacciava di venirle meno e della Calamità che incombeva su di lei, la mano di Zelda trema nella sua ed ella fa per ritrarsi: sta rabbrividendo.

Allora Link capisce di aver sbagliato, di dover dire qualcosa, far qualcosa che possa distrarre il suo pensiero dalla Calamità, e magari mostrarle, chissà, che il suo sacrificio eterno non è stato vano. Che Hyrule esiste ancora grazie a lei e che tutta la sua stanchezza e la sua lotta sono almeno servite a qualcosa.

«Hyrule sta rinascendo, sai» inizia a bassa voce. Quel tremore incontrollabile che l'aveva colta un attimo fa si acquieta un poco; Zelda lo sta ascoltando di nuovo. «Sta nascendo un nuovo villaggio nelle terre di Akkala, uno che non hai mai visto. Non esisteva prima. Lo stanno fondando dal nulla.»

Per la prima volta da quando egli l'ha strappata dalle orride braccia di Ganon, la voce di Zelda si modula in un accenno di risata che aleggia per qualche istante nel buio, e Link trova che sia davvero un bel suono. «Non funziona esattamente così, coi centri abitati.»

«È quello che ho pensato anche io, ma... che tu ci creda o no, sta funzionando.» Mentre sta ancora parlando, Link è folgorato da un'idea improvvisa: sollevatosi di scatto, egli slaccia la tavoletta Sheikah dalla cintura e gliela porge. «Ti va di vederlo?»

Quando l'accendersi della tavoletta le illumina il viso, gli occhi di Zelda si appannano un poco nella luce che attraversa il buio: ella si copre per un attimo gli occhi con la mano, e Link si sorprende di quanto questo gesto sia spontaneo e naturale e quasi infantilesco in lei. Ma egli non demorde, e le immagini scorrono sullo schermo in successione per il tempo necessario a distinguerle: il villaggio che sorge sulle rive del lago prende forma così quasi senza ch'ella se ne accorga, nell'impercettibilità dei mutamenti ritratti giorno dopo giorno, e Zelda vede le pareti di roccia spianarsi e assottigliarsi e le case ergersi variopinte contro l'orizzonte, e la piazza iniziare a brulicare di gente. Link le indica tutto e le spiega tutto e le racconta di quando è andato a scovare in mezzo al deserto una ragazza che cercava avventure e sulla dirupata città dei Rito un ragazzo che cercava libertà; ma d'un tratto, non appena egli distoglie lo sguardo dallo schermo e torna a guardare Zelda, si accorge che qualcosa non va. Le labbra della principessa sorridono, certo, ma i suoi occhi sono colmi di lacrime. Zelda sta piangendo.

«È qui che vuoi andare, vero?»

Link si sente colto in fallo come se l'avesse tradita. Il suo cuore fa un balzo, e sollevandosi di scatto egli spegne la tavoletta Sheikah come se volesse nascondere le prove di un suo tradimento. «Che cosa vuoi dire?»

Il suo viso non è più illuminato dalla luce dello schermo, eppure, quando Zelda lo guarda, Link è perfettamente in grado di distinguere nel buio lo splendore verdefoglia dei suoi occhi. Non c'è la minima accusa in essi.

«Ti ho detto che sentivo il tuo cuore quando era più vicino al mio, ma la verità è che non lo è stato quasi mai. Il tuo cuore non era con me: era nel respiro delle terre selvagge, era in questo villaggio che stai aiutando a costruire...»

Link cerca di prendere la parola, di parlare, difendersi: le parole di Zelda gli appaiono profondamente ingiuste, forse perché colpiscono quella parte della sua coscienza che non si sente affatto serena. Egli ha avuto dubbi, certo, e ci sono stati dei giorni, come quelli che ha trascorso a Daccapo, in cui ha persino pensato di lasciar perdere tutto e nascondersi – ma per quanto egli possa esser stato tentato, per quante occasioni egli abbia avuto, Link non l'ha mai fatto. È stato lui a scalare le mura del Castello, a fronteggiare Ganon armato solo del suo coraggio e della sua spada: dove altro avrebbe potuto essere il suo cuore? Ma le sue parole non trovano voce: la dolcezza di Zelda lo ammutolisce.

«La tua volontà era con me» mormora.«Ma era tutto, e soprattutto era molto più di quello che potessi sperare. Link, tu non ti ricordi di me. Quei ricordi che hai ritrovato appartengono a una persona che è morta laggiù, alla Muraglia di Finterra, quel giorno di cento anni fa...»

«Io sono qui adesso» protesta Link con voce soffocata. Non s'è neppure accorto di essersi alzato in piedi; ma Zelda non ne è affatto intimorita. «Sono qui per te, sono venuto a salvarti. Quello che ho fatto quel giorno per te, quando i guardiani ci aggredivano e io e te eravamo rimasti soli contro il mondo intero, e sarebbe stato più semplice per entrambi lasciarci morire e smettere di lottare...»

«Lo rifaresti ancora, certo» lo interrompe Zelda. La dolcezza della sua voce non ha la minima esitazione.«Lo rifaresti ancora oggi, e lo faresti per chiunque, perché tu sei fatto così e non ti tirerai indietro mai. Ma tutto ciò che hai fatto da quando ti sei svegliato lassù, sull'Altopiano, lo hai fatto perché ti è stato chiesto e dunque dovevi. Io non posso impedirti di sacrificare la tua vita per tutto ciò che desideri, ma posso scioglierti da ogni dovere che tu abbia verso di me e lasciarti libero di scegliere..»

Zelda ha fatto quello che doveva per tutta la sua vita senziente, piegata e oppressa dalla necessità che la incalzava e dal soffocante volere di suo padre, dalla memoria di sua madre e dalla sacra eredità delle sue antenate. Dunque è per questo che non c'è rancore nella sua voce, ma solo un dolore dolce e melanconico, come il ricordo di un rimpianto.

«Va' a Daccapo, Link» insiste Zelda. «O va' nel respiro delle terre selvagge, dove ti porta il tuo cuore. Va' da quella gente che ha bisogno di te e che ti ha chiesto il tuo aiuto e che tu aiuterai sempre, salverai sempre, perché sei fatto così. Siamo stati schiavi del destino dei nostri antenati per tanto tempo che io non voglio più questo per te.»

«Vieni a Daccapo con me!» esclama Link improvvisamente. Questa volta, Zelda è talmente stupefatta che è costretta ad ammutolire. «Puoi ricominciare daccapo anche tu, possiamo farlo insieme. Non sei più costretta a essere la principessa se non vuoi, io mi ricordo quanto hai sofferto. Possiamo ricostruire lo stesso Hyrule, solo che non come la principessa e l'eroe della leggenda, solo come... Link e Zelda. Come quelle persone che stanno costruendo il villaggio a partire da zero, senza essere nessuno...»

«Io non ho perduto la memoria, Link.» La voce di Zelda è tanto flebile ch'egli rischia di non udirla. «Sono ancora la stessa di cento anni fa, e il mio destino l'ho accettato da tanto tempo. Non si parla più di quello che devo, ma di quello che voglio; per te invece è diverso.»

«Voglio venire con te» mormora Link, ma le sue parole suonano deboli e poco convinte, e Zelda lo sa.

«No, Link. Il Link di cento anni fa voleva venire con me, e io ti ringrazio a nome suo per aver mantenuto il giuramento che aveva prestato; ma tu non sei più quella persona. Quando ho dato ordine di portarti al Sacrario della Rinascita, sapevo già perfettamente che non saresti stato lo stesso al risveglio; e da quando ti sei svegliato sei stato così impegnato a ricordarti chi tu fossi che non hai quasi avuto un momento per capire chi sei ora. Io non voglio questo per te.»

«Ma...»

«Link.» La voce di Zelda è calma ma inflessibile, adesso. «Non te lo sto chiedendo, te lo sto ordinando. Voglio che tu vada, e che torni da me soltanto se avrai capito che è questo che veramente vuoi. Me lo prometti?»

Non c'è più nulla da obiettare, adesso. Zelda non gli ha ordinato di partire subito, ma le sue parole suonano egualmente come un addio; e del resto non avrebbero altro da dirsi.

Link è libero, ora tutto il suo cuore dovrebbe pulsare di gratitudine e urlare grazie! grazie! grazie!, poiché Zelda lo ha capito e salvato, ancora una volta; ma per quanto egli le sia grato della sua comprensione, si sente profondamente malinconico. Non voleva che finisse così; ma Zelda ha ragione. Prima di poter decidere se restare con lei o no, forse ha ancora molte cose da capire.

Chinandosi sul bordo del letto, Link posa le labbra sulla sua fronte e si riempie le dita dei suoi capelli. Zelda si è irrigidita e trema, ma Link percepisce egualmente tutto il suo calore.

«Sono contento che tu abbia trovato il tuo posto nel mondo.»

Un tocco fresco lo farebbe sobbalzare se solo non provenisse da lei: Zelda ha sollevato le mani per toccarlo, e ora la punta delle sue dita rosate sfiora appena le sue guance. «Spero che lo trovi anche tu. Link...»

«Sì?»

«Ti vorrò bene per sempre, qualunque scelta tu voglia compiere. Ricorda solo che se domani, o tra mille anni, tu dovessi scegliere di ritrovarmi, potrai sempre tornare. Ci sarà sempre un posto per te al mio fianco, se tu non dovessi trovarne uno migliore in questo mondo. Non te ne dimenticherai, vero?»

«Non potrei mai dimenticarmene.» Link questo lo ha sussurrato col volto affondato nella massa voluminosa e profumata dei suoi capelli biondi, ma è certo che Zelda lo abbia sentito.


Principessa Zelda,

parto per porre fine al mio viaggio come tu mi hai ordinato. Non so ancora quello che troverò, ma ti ringrazio di avermi dato questo ordine.

Lascio per te una chiave. Apre la porta di una casa di Finterra che io non ho amato quanto meritava: se tu cercassi un posto dove riposarti, o nasconderti, o ripartire, mi piacerebbe che tu riuscissi ad amarla un po' più di me. Te ne faccio dono con tutto ciò che contiene. La troverai facilmente: forse per paura di scordare di nuovo il mio nome, l'ho fatto scrivere davanti alla porta. A Finterra troverai qualcun altro che vorrebbe rivederti dopo tanto tempo. Non spaventarti se la troverai un po' cambiata: c'è una spiegazione.

A Finterra troverai anche un bravo architetto (non te lo descrivo: se tu lo cercassi, sono certo che non stenterai a trovarlo). Se deciderai che il modo migliore di ricostruirei Hyrule sia quello di costruire, potrebbe essere l'uomo che fa per te.

Che tu accetti o meno il mio dono, che tu venga o meno a Daccapo, io so già che t'incontrerò di nuovo. Tu hai detto che la mia anima è nel respiro delle terre selvagge, e io mi sono vergognato ad ammettere che avevi ragione: per tutta la durata del mio viaggio, non c'è stato un momento in cui io non abbia desiderato lasciar perdere tutto e abbandonarmi al viaggio. Ma se non ho ceduto è stato perché volevo salvarti. Farò di tutto per sanare questa contraddizione – nel frattempo so che i nostri sforzi andranno nella medesima direzione, e che le nostre anime si incontreranno nella Hyrule che amiamo entrambi.

Non posso riportarti il Link di cento anni fa perché non l'ho mai conosciuto, ma proverò a portartene uno nuovo.

Ti prego, accetta la mia casa. È l'unica cosa che posso darti.


Link.


Post scriptum – Grazie di aver chiamato il mio nome, quel giorno. In questa seconda vita so di non esser stato coraggioso come nella prima, ma l'unica volta in cui ho davvero avuto paura è stata quando ho aperto gli occhi e ho scoperto di non saper più chi ero. Ma poi la tua voce mi ha chiamato e io ho saputo di essere Link – e di questo non potrò mai esserti grato a sufficienza.




Buonasera a tutti!

Non so davvero cosa dire di questa storia, se non che dovevo scriverla, e in pratica si era già scritta da sola senza che me ne accorgessi. Daccapo era completa quando l'ho scritta, ma la verità è che quando l'ho scritta non avevo ancora finito come si deve il gioco; e ora che mi pare di conoscere Hyrule a memoria, e che ciò nonostante continuo ogni volta che riprendo in mano la Switch a trovarvi qualcosa di nuovo, questa storia si è fatta troppo impellente per non poterla scrivere.

Approfitto di queste note per ringraziare di cuore An13Uta e Miryel per i loro pareri alla storia precedente, e per abbracciare di tutto cuore Fiulopis, che si è ormai rassegnata al fatto che betarci le storie a vicenda è quasi una necessità dato che tra tutte mettiamo insieme a malapena un paio d'occhi sani.

Un bacione e al prossimo capitolo!


Afaneia

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Capitolo 2
*** Suture. ***


Ciao a tutti!

Mi dispiace veramente tanto aver impiegato tanto ad affrontare questo capitolo. Stavolta non si è trattato, purtroppo, soltanto della mia abituale e abominevole lentezza: una delle cause principali del mio ritardo è legata a un lutto che ha colpito il mio nucleo familiare, e dal quale non penso che mi riprenderò mai del tutto. Questo capitolo parla di morte, e ho avuto bisogno di qualche settimana per accettare di tornare a parlare di questo argomento; e quando mi ci sono dedicata, ho scoperto che la mia sensibilità al riguardo è cambiata totalmente. Per questo motivo il capitolo non è come avrei desiderato scriverlo all'inizio, e probabilmente non è uno dei miei pezzi migliori. Ma ve lo posto così com'è venuto, nell'unico modo in cui avrei mai potuto scriverlo in questa fase della mia vita.

Come al solito, il betaggio è tutta opera di Fiulopis, che tra una cena di compleanno e un banchetto di Natale è riuscita anche a porre rimedio a qualcuno dei miei abominevoli errori!

Con un ringraziamento enorme quanto doveroso a Miryel e a An13Uta per le loro splendide recensioni, non posso che augurarvi una buona lettura!


Afaneia



Capitolo secondo – Suture.


Carica forte la bestia,

punta diretta al cuore del mago

che trema impaurito e impotente

come un aquilone nel vento senza spago,

come un aquilone che vola senza spago.

Arriva infine la bestia e trafigge il mago al cuore,

che muore travolto ma felice,

perché la bestia si chiama amore,

perché la bestia si chiama amore.


Il Mago Annoiato, Il mago e il mutaforma.



Quando va a Daccapo, Link non scende mai direttamente dal santuario più vicino fino al centro del villaggio. Probabilmente sarebbe facile: calcolando la traiettoria, la via più diretta sarebbe proprio quella di planare dolcemente in quella direzione, e un paio di volte l'ha fatto, naturalmente, e ha concesso a se stesso di guardare il lago spumeggiare sotto di lui e tingersi del tono del cielo, mentre lui lo sorvolava come un uccello. Ma questo non è il suo genere, non per Daccapo, quantomeno, ch'egli ha giurato di proteggere a qualsiasi costo.

Link raggiunge il crinale che sovrasta il villaggio verso il tramonto, ch'egli vede riflettersi nella superficie lucida delle armi che porta appese alla sacca, ma non vi si dirige immediatamente. Per qualche minuto, Link si limita a stagliarsi contro il pendio erboso, scrutando col cannocchiale il villaggio che freme di vita e i suoi dintorni tormentati: ci sono dei boblin nei pressi del tempio, come al solito. È come si era aspettato, conclude tra sé riponendo il cannocchiale: ora che la Calamità è sconfitta e ha cessato di esercitare i suoi malefici influssi su Hyrule, quelle bestie sono come impazzite e hanno finito per assieparsi in grandi gruppi soprattutto là dove hanno maggiori speranze di trovare nutrimento e di che menare le mani, cioè nelle vicinanze dei centri abitati. Ci vorrà del tempo per ripulire le lande da questi mostri, conclude Link tra sé – ma per la prima volta da quando si è svegliato, il tempo non gli manca. Arriverà stanotte al villaggio: per le prossime ore, la sua meta è quel gruppo di mostri che ha intravisto. Stava giusto cercando un po' di materiale da scambiare con Kilton.

Naturalmente non può affrontare un corpo a corpo, non in questo momento: il suo corpo è troppo esausto dopo lo scontro con Ganon ed egli non può permettersi di tendere le ferite dolorosamente ricucite. Probabilmente non sarebbe neppure qui se solo non fosse sfuggito nottetempo all'inflessibile sorveglianza degli abitanti di Calbarico; ma restare a letto per giorni a leccarsi le ferite non era proprio il suo stile – e poi, c'è Mipha con lui, ed egli sente l'ardore del suo spirito aleggiare su di lui, e riesce quasi a percepire l'oscuro invisibile lavorio della pelle che lavora per ricucire e connettere i tessuti... Le ferite guariranno presto, ed egli conosce sufficienti ricette in grado di anestetizzare il dolore che prova. Ma di star fermo ad aspettare che i mostri assaltino il suo villaggio proprio non se ne parla. E poi, Link ha sufficiente buona mira da poter star seduto su un'altura a dominare dall'alto la situazione e scatenare il panico tra i mostri, senza neppure bisogno di sporcarsi le mani. Le sue mani tremano per un solo istante quando tende l'arco Aquila – ma perché, poi? Possibile che quell'arco voglia dire tanto per lui?

È quasi contento d'aver qualcosa da fare per trascorrere le ore che lo separano dalla notte: non voleva arrivare al villaggio di giorno. Non perché non si senta a suo agio. Link ormai conosce bene tutta questa gente che a poco a poco si è trasferita a Daccapo e si è creata una nuova vita, per averla aiutata e soccorsa quando aveva bisogno di lui – ma ora che la Calamità è vinta, Link non vuole che lo ringrazino. Tutto ciò che vuole è parlare con Miceda, e sa benissimo dove trovarlo senza alcun bisogno di cercarlo.

Link flette verso di sé il braccio della freccia, socchiude un occhio e dà inizio alla sua carneficina.


Per avervi abitato anche lui per qualche giorno della sua vita, Link conosce questo edificio ormai troppo bene, e sa bene come avvicinarvisi di soppiatto dall'esterno del villaggio, senza che nessuno possa vederlo. Le luci sono ancora accese al piano di sotto, quando Link si avvicina in silenzio alla finestra strisciando contro a parete: Miceda e Pauda devono aver appena finito di cenare. La tavola è ancora apparecchiata, un poco in disordine, ed egli vede le spalle robuste di Miceda che racconta animatamente qualcosa e Pauda che ascolta e ride mentre cuce un qualche indumento che ha posato sulle ginocchia.

Beh, quantomeno non sta interrompendo niente. Link solleva cautamente la mano e batte piano col pugno chiuso su vetro per richiamare l'attenzione.

L'urlo di Pauda strozzato dalla sorpresa si tramuta in una risata non appena lo riconosce, ed ella continua a ridere di una risata cristallina e aperta, a gola spiegata, mentre corre ad aprirgli la finestra. «Tu sei tutto matto, Link! Ma si può sapere perché non usi la porta come tutti gli altri? Qui nessuno chiude a chiave, lo sai...»

«Ciao, Pauda» risponde Link sorridendo mentre si lascia scivolare attraverso il vano della finestra sul pavimento. «Non volevo che il villaggio si spaventasse vedendo un'ombra... ehi, Miceda.»

Quando Link lavorava a Daccapo, Miceda era un uomo enorme e scettico, rude e laconico come un saggio dei tempi andati: l'uomo che ora si è alzato da tavola per venirgli incontro è ancora enorme e scettico, rude e laconico, ma ha la barba ben fatta e i vestiti perfettamente rammendati. Beh, a quanto pare il fidanzamento ha fatto bene persino a lui.

Ma prima ancora d'esserglisi appressato, gli occhi di Miceda si fanno d'un tratto più grandi e inquieti, colmi d'apprensione, ed egli si ferma bruscamente e borbotta: «Link. Sei ferito.»

«È solo un graffio» risponde Link come al solito, ed è quasi la verità. Ha condotto tutto lo scontro senza neppure avvicinarsi ai boblin, acquattato tra due rocce a prender la mira, scoccare e ricaricare con la massima calma e il minimo spreco di energie. Quelle bestie erano tanto stupide che a malapena sono riuscite a individuare la provenienza dei suoi dardi, ma uno di loro è comunque riuscito a saettare una freccia nella sua direzione, prima di morire. L'ha colto impreparato, questo è vero, ma la freccia gli ha trafitto la spalla senza penetrare troppo in profondità. Link l'ha strappata via e si è fasciato alla meglio con un brandello di tela, ma nell'attesa che il potere di Mipha medichi le sue carni non ha potuto fare nient'altro, e ora la ferita sta sanguinando. Ma quando Link si getta un'occhiata addosso si accorge che non è solo quella ferita a sanguinare, ma che anche quella all'inguine, forse la più grave che abbia riportato nel suo scontro al castello, sta spurgando gocce di sangue e siero attraverso le suture.

Miceda ha capito, naturalmente: quest'uomo è troppo esperto del mondo e anche di lui per non sapere che cos'ha combinato. Mentre Pauda si precipita a prendere qualcosa per medicarlo, perché questa donna nutre un sacrosanto orrore del sangue e delle ferite, Miceda lo scruta severamente e chiede a bassa voce: «Dove hai combattuto?»

«Qua, al tempio abbandonato, lo sai, no... dove si annidano sempre i boblin. Non hanno ancora capito che in questo modo so già dove trovarli.» Ma questo non è evidentemente quello che Miceda voleva sentirsi dire, e la seria imperiosità del suo sguardo lo riconduce immediatamente all'obbedienza. Miceda gli ha fatto la cortesia di fingere di credere alle sue fandonie anche troppe volte, e ora non si può più fare finta di nulla.

«Hai combattuto al castello?» indaga Miceda autorevolmente. «La foschia rossa non c'è più e i colossi sacri sembrano acquietati. È opera tua, questa? È questo che hai fatto quando non eri qui?»

Prima ancora di fare in tempo a formulare una risposta, se non esaustiva, quantomeno ragionevole, Link si ritrova denudato della tunica e riesce a malapena a tenersi addosso i pantaloni mentre Pauda lo trascina a sedere sul bordo del tavolo e comincia a sterilizzare un ago alla fiamma di una candela. Link lo sa che lo sta facendo per il suo bene, ma non può fare a meno di storcere le labbra: odia essere ricucito. Preferirebbe aspettare che fosse la preghiera di Mipha a guarirlo, ma Pauda ha ragione: così facendo guarirà più in fretta.

«Ho combattuto al castello» ammette concisamente, lasciando che siano quelle poche parole a caricarsi di tutto il significato del gesto. Si concede di sorridere per un attimo prima che l'ago trapassi la sua pelle e il dolore improvviso, pungente, lo faccia irrigidire sul tavolo. Poterlo dire ad alta voce, anche se soltanto nella cucina umile di un villaggio sulle sponde di un lago, seduto a farsi disinfettare le ferite col vino e ricucire con filo di seta da una sarta Gerudo, lo rende un po' meno malinconico. Non voleva forse la pena di sacrificare se stesso per poter donare al mondo e a questa gente una Hyrule rinnovata? «Hyrule è salva, ora. Questa è l'ultima generazione di mostri. Quando avremo sconfitto loro, la nostra gente non avrà più nulla da temere.»

«Eri solo tu a non crederci, Miceda!» lo rimbrotta Pauda gettandogli un'occhiataccia al di sopra della spalla nuda di Link, prima di rivolgersi a lui. «Tutto il villaggio si chiedeva se veramente il castello fosse stato liberato, e ora finalmente sappiamo che sei stato tu. Io lo sapevo, comunque. È da quando sei venuto a cercarmi nel deserto vestito da donna che sapevo che avresti fatto grandi cose. Ma perché non sei venuto da noi di giorno, Link? La Calamità è sconfitta, il villaggio vorrà festeggiarti...»

«Forse è per questo che non è venuto di giorno, Pauda» la interrompe eloquentemente Miceda, e Pauda, come accorgendosi della sciocchezza di quanto ha detto, ammutolisce d'un tratto e non risponde. Lei non lo conosce bene quanto Miceda, che durante gli umili giorni di Daccapo ha assistito allo svolgersi del viluppo dei suoi dubbi e dei suoi tormenti, ma anche lei comincia a capire quale peso porti sulle sue spalle la responsabilità della salvezza di Hyrule, e non commenta più.

«Grazie, Pauda, ma non voglio festeggiamenti. Dico davvero. Sono passato solo ad accertarmi che steste bene e che tutto filasse liscio, e poi anche per chiedervi del vostro matrimonio...»

Le mani di Pauda che s'inseguono sulla sua pelle hanno un'esitazione improvvisa della quale Link è grato, dato che corrisponde a una minuscola pausa della sua tortura, e questa strana inusuale coppia si scambia un tacito sguardo significativo.

«Hai tante cose a cui pensare, Link» risponde pazientemente Miceda. «Il nostro matrimonio dev'essere l'ultimo dei tuoi pensieri. Forse non avrei neppure dovuto fartene parola...»

Del suo fidanzamento in effetti Miceda gli ha parlato quasi per caso, una sera in cui Link è capitato a Daccapo esausto e ferito, in cerca di un luogo in cui pregare. Mentre gli preparava qualcosa da mangiare, per distrarlo e tenerlo occupato nell'attesa, gli ha chiesto, tanto per parlare, se avesse per caso incontrato in tutti i suoi viaggi un sacerdote che officiasse matrimoni. Link ha gioito e si è congratulato e lo ha subissato di domande e gli ha promesso che avrebbe cercato, ma poi Miceda non gliene ha più fatta parola. Quest'uomo che un tempo non lo credeva capace neppure di sopravvivere agli Yiga o di discendere dall'Altopiano delle Origini a un tratto si è convinto ch'egli davvero doveva salvare Hyrule, e ha deciso che non doveva esserci nulla in grado di frapporsi a questo obiettivo. Della sua pazienza Link gli è stato molto grato, ma ora quel tempo è finito; e che cosa può esserci di più bello al mondo che celebrare la nuova era con un matrimonio?

«Invece è proprio quello di cui intendo occuparmi al momento» ribatte Link con convinzione. Pauda riprende il suo lavoro sulla sua spalla, ma più dolcemente ancora, ed egli sente la carezza della sua fresca mano affettuosa tra i capelli. Anche Pauda, come Miceda, non è il tipo da lasciarsi troppo andare alle parole, ma proprio di questa carezza silenziosa e universale che vuol dire grazie in tutte le lingue del mondo Link le è indicibilmente grato. Farsi ricucire fa improvvisamente un po' meno male. «Vorrei un consiglio da voi, però. Non sono certo di sapere dove trovare un sacerdote, non mi intendo molto di queste cose.»

O meglio, sa benissimo dove trovare una certa principessa che è forse la persona più vicina al rango di divinità presente al mondo – ma è alquanto certo che Miceda lo riterrebbe un po' esagerato per un piccolo matrimonio in in un neonato villaggio sperduto. E poi chissà se Zelda saprebbe officiare un matrimonio.

Miceda appare ancora combattuto all'idea di approfittare del suo aiuto. «Beh... se vuoi cercare la gente sacra devi andare tra gli Zora, credo. O almeno mia madre diceva sempre così.»

Gli Zora, già. È dall'Ira dell'Acqua che Link non torna al loro Villaggio, forse solo per la presenza di Sidon e le eccessive aspettative ch'egli si sente gravare sulle spalle; ma ora che tutta questa storia è finita, Link si rende conto di quanto puerile e vigliacco sia stato il suo atteggiamento. Forse Sidon avrebbe potuto aiutarlo se glielo avesse chiesto.

«Beh, speriamo che tua madre avesse ragione, allora» ribatte sforzandosi di sorridere. «Posso partire domani. Ho un vecchio amico là, e anche qualche affare da sbrigare...»

«Hm, già. Tu hai sempre amici dappertutto, eh?» Ma lo sguardo che Miceda gli rivolge è sospettoso e poco convinto e Link neppure si sforza più di provare a fingersi allegro. Con Miceda non c'è modo di farla franca. «Pauda, perché non vai di là a scaldare un po' di quello stufato che è avanzato ieri? Questo ragazzo è sempre più magro ogni volta che lo vedo. Non sembra anche a te?»

Pauda è troppo intelligente e ricettiva per non capire che cosa cerchi esattamente Miceda. Riflettendo a voce ostentatamente alta che lo stufato sarà sicuramente freddo e che ci vorrà un po' a scaldarlo, Pauda scompare in cucina chiudendosi rumorosamente la porta alle spalle.

Una volta che sono rimasti soli nella stanza principale, Miceda lo guarda severamente, gli versa un bicchiere di vino ed esordisce: «E così ce l'hai fatta. Hai salvato Hyrule, eh?»

Link beve lentamente un sorso di vino, più per non sembrare un ragazzino che perché ne abbia voglia, e gli fa cenno di sì col capo. «Una specie.»

«Che vuol dire una specie? La Calamità l'hai sconfitta, sì o no?»

A Link fa male ripensare a quel giorno, in realtà. Non è come si potrebbe pensare. Quando pensa all'eroe di Hyrule, la sua mente corre istintivamente a un'immagine che forse conosce per averla vista in un libro o in un quadro, in una qualche vita passata – quella di cento anni fa o in una di quelle che non ha conosciuto mai, la vita di uno dei tanti eroi che si sono avvicendati nel tempo per salvare Hyrule: un eroe bello e coraggioso e tenace, privo di dubbi e di esitazioni, che cavalca verso il sole scagliando frecce contro l'orizzonte e percorre di corsa l'infinita scala a chiocciola di un castello per andare ad affrontare il nemico; ed è una bella immagine, questa, ma per lui non è stato così.

Di quel giorno Link non ha nulla di cui andare orgoglioso. Ha corso e strisciato come un verme contro i muri e sui tetti, nel sotterraneo del palazzo, nascondendosi col cuore che batteva da quel ragno mostruoso e dai suoi colpi mortali, e ha colpito alla cieca sperando di trafiggerlo e ha sentito la spada affondare sino all'elsa nella massa flaccida e nauseabonda del corpo del ragno, e a ogni affondo ha provato timore di non riuscire a tirarla fuori e di trovarsi disarmato e inerte di fronte al nemico, coperto di sangue marrone e pus; e questa è stata la parte gloriosa della battaglia. Ma quando si è ritrovato fuori, a fronteggiare l'enorme cinghiale mostruoso che incalzava sul prato, col cavallo che gli scapitava tra le cosce e minacciava a ogni momento di disarcionarlo, qualcuno al vederlo avrebbe davvero potuto credere che fosse un eroe? Quando a un tratto si è trovato disteso al suolo col capo che gli martellava, a frugare nell'ombra colle mani per ritrovare l'arco che gli era sfuggito durante la caduta e a scagliare addosso a Ganon erba e sassi e zolle di terra per guadagnar tempo, e a pregarlo di morire subito, immediatamente – e se solo in quel momento non ci fosse stato Revali...

Se Hyrule l'avesse visto in quel momento, non lo crederebbe mai un eroe. Provando vergogna di come ha vinto, Link si limita a scrollare un poco le spalle e risponde: «Questa volta sì. È finita davvero, credo.»

Dopo averlo soppesato per un po' con aria scettica, Miceda aggrotta la fronte e commenta: «Stai facendo i salti di gioia, eh?» Ma non c'è alcun sarcasmo nella sua voce, e Link percepisce la domanda implicita nelle sue parole; ma in questo momento, per quanto gli piacerebbe, non sa esattamente cosa rispondergli. Non si sente in grado di replicare alla franchezza del suo sguardo, perciò guarda altrove: fuori della finestra, il villaggio è addormentato e l'aria è quieta e silenziosa. C'è un buon profumo.

«Ti ricordi quella casa di cui abbiamo parlato quando sei andato via?» riprende cautamente Miceda. Sta sorridendo appena, si rende conto Link quando si volta a guardarlo. «Sei ancora del parere che ti andrebbe di costruirla?»

Link ha pensato a quella casa per tutto il tempo in cui ha vagato per Hyrule per riconquistare i Colossi Sacri e i propri ricordi, forse perché era l'unico vero pensiero che fosse in grado di proiettare dopo la fine di Ganon. Quando si soffermava a osservare il mondo dall'alto di una roccia, Link non era in grado di figurarsi come sarebbe stata Hyrule una volta libera, ma era certo che ci sarebbe stata una casa per lui, da qualche parte; ma solo ora egli si rende conto di quanto sia stato ingenuo da parte sua anche solo credere che tutto si sarebbe risolto dopo la sua vittoria. Quella serenità che credeva che avrebbe raggiunto così era un miraggio tanto bello e irreale ch'egli si vergogna d'aver concesso a se stesso di credervi anche solo un momento. Link è inquieto e spaventato esattamente come il giorno in cui è scappato a Daccapo per la prima volta. Non ha risolto niente, il Sacrario della Rinascita è ancora l'unica casa ch'egli mai potrà avere; e ora che Ganon non c'è più persino affannarsi a cercare una soluzione sembra inutile.

Stringendosi nelle spalle, Link scuote un poco il capo e sorride tristemente all'idea di quella casa egli ha associato ogni sua speranza di serenità per il futuro, ed egli è ancora troppo confuso per poterla realizzare.

«Non oggi. Dopo il matrimonio, magari» risponde semplicemente e Miceda annuisce soltanto. Non 'è bisogno d'altro tra di loro.

«Bene così. Il posto c'è, lo sai, e io sono pronto a iniziare quando vuoi. A meno che non ti secchi esser mio vicino di casa» aggiunge molto seriamente, e Link ride.

«Me ne farò una ragione» promette sorridendo; ma quando volge il capo verso la finestra e torna a osservare il villaggio che dorme e si rigira pigramente nel sonno tra la nebbia del lago e il pallido fumo, d'un tratto egli prova inspiegabilmente una gran nostalgia. Di quando Daccapo ancora non esisteva del tutto, e sulle sponde del lago, di notte, egli vedeva soltanto la lunga strada silenziosa dei barbagli di una luna rossa che si specchiava nelle acque, e il suo cuore contemplava dolorosamente in quella calma e in quel silenzio come sul principio di un abisso. Vorrebbe davvero non esser schiavo di questa contraddizione, Link, che si ritrova a vagheggiare il sospiro delle terre selvagge nel cuore di un villaggio, e che pure tuttavia, per tutta la vita ch'egli ricorda, non ha fatto che vagheggiare di trovare un posto al quale appartenere, e che ha costruito e amato con tutte le sue forze un villaggio nel quale non riesce in alcun modo a trovar pace. «Daccapo sta diventando grande, eh?»

Quando guarda il loro villaggio Miceda non vede quello che vede lui, come non l'ha mai visto neppure quando si affannavano a spaccare pietre in una distesa di sterpaglia ed erba secca e rocce. Ciò che vede quest'uomo, quando si affaccia dalla finestra della casa che ha eretto con le proprie mani, è il lavoro ben compiuto e soddisfacente di un artigiano che può finalmente fermarsi a tirare il fiato, e sedersi con legittima soddisfazione a contemplare il frutto delle proprie fatiche, che avrà sempre bisogno di limature e manutenzione, certo, ma sul quale egli può posare la mano, la sera, come su una cosa proprio finita. Per questo motivo Link è contento che Miceda non abbia colto quella vena di malinconia che la sua voce ha tradito per un attimo: quando punta lo sguardo nella direzione del suo, Miceda gli appare enormemente sereno.

«Oh, sì, e ora che tutto sta funzionando a meraviglia arriverà ancora più gente, credimi. Anche il signor Cerada è molto soddisfatto di come sono andate le cose e sta progettando di espandersi ancora... verso le terre dei laghi, credo, ma non ne sono certo. Me lo ha accennato in una lettera di un po' di tempo fa, e comunque non sarei io a occuparmi di quella succursale. Mi trovo bene ad Akkala, ormai.»

Il suo pensiero corre immediatamente al biglietto che ha lasciato per Zelda nella casa di Impa: Link annuisce quasi meccanicamente.«Ci sarà molto da costruire, ora che la principessa è tornata» mormora tra sé e sé, quasi meccanicamente; ma stavolta Miceda non indaga più di così.

«Tu hai bisogno di dormire un po', ragazzo mio» sentenzia in un tono che non ammette repliche, levandosi dal tavolo una volta per tutte.«Perché non vai di là a vedere se lo stufato è pronto, mentre io vado a prepararti un letto per dormire?»


Ogni volta che torna a Daccapo, per quanto questo posto gli piaccia e tutti lo trattino con affetto e corrano a salutarlo con una familiarità colma di gratitudine che non cessa mai di stupirlo, Link non riesce mai a soffermarvisi per più di qualche giorno. È andata così anche stavolta. È rimasto a casa di Miceda per tutto il tempo che è stato in grado di resistere, a farsi viziare e ingozzare da Pauda e a studiare insieme a Miceda il lotto e il progetto della sua futura casa, aspettando con pazienza che le ferite sul suo corpo si richiudessero definitivamente e che il potere di Mipha agisse su di lui con l'ardore di una preghiera; ma poi il suo cuore ha ricominciato a scalpitare d'inquietudine e d'impazienza.

Ha capito di dover ripartire quando un messo degli Sheikah è arrivato al villaggio cavalcando di gran carriera per annunciare a gran voce qualcosa che già si sapeva e qualcosa che invece si vociferava soltanto: che Hyrule è libera per sempre dall'influenza della Calamità, che il Campione di Hyrule ha trionfato sul male con l'aiuto dei Colossi Sacri e della Spada che esorcizza il male, e infine che la principessa Zelda rediviva ha fatto ritorno al castello dei suoi antenati e da lì ricostruirà una Hyrule più salda e più forte con l'aiuto di quanti vorranno unirsi a lei.

Link non ci teneva a incontrare il messo Sheikah. È rimasto ad ascoltare il suo annuncio dall'alto, appollaiato sul tetto della casa di Miceda, col capo coperto sotto il mantello Hylia per nascondere i suoi capelli biondi. Ascoltare senza essere visto gli pareva molto più opportuno.

Dunque Zelda non ha penso tempo, ha pensato sorridendo appena. Deve aver lasciato il Villaggio Calbarico non appena ne è stata in grado, e dopo cento anni trascorsi a trattenere Ganon non ha concesso a se stessa neppure un minuto più dello stretto necessario. La sua devozione a Hyrule è sempre stata così, totalizzante e coinvolgente, e se fosse rimasta con le mani in mano probabilmente sarebbe impazzita. Zelda ha bisogno di salvare Hyrule e lo farà sempre, esattamente come un tempo, cento anni fa, tentava di colmare con studi ed esperimenti quello che non era in grado di fare con la preghiera.

Quanto a lui, è alquanto evidente che le cose non sono tanto semplici.

C'è stato qualcosa che gli ha impedito di restare ancora dopo aver udito questo annuncio. Ancora avvolto nel suo mantello, Link si è calato dolcemente dal tetto, ha raccolto tutte le sue cose, ha deposto sul tavolo un mazzo di fiori a mo' di ringraziamento per la futura sposa e poi ha lasciato Daccapo in silenzio, senza salutare nessuno, così com'era arrivato. Planare nell'aria con la paravela così gli piace molto, gli è piaciuto sempre sin da quando per la prima volta si è gettato dall'Altipiano e ha attraversato lo spazio credendo di morire, col vento che gli sferzava gli occhi facendoli lacrimare e le braccia che urlavano per lo sforzo dopo un coma di cento anni.

È diretto verso il villaggio degli Zora, certo, ma non è precisamente quella la sua prima tappa. Un po' di tempo fa, certo non più di un paio di mesi, Link ha sentito dire da una Zora che pernottava come lui allo stallaggio del Bosco che il principe Sidon era stato investito da suo padre dell'incarico ufficiale di vigilare sul bacino idrico, per prevenire possibili attacchi di mostri ora che la pioggia si era acquietata e perciò non metteva più in pericolo la valle, ma contemporaneamente lasciava i bacini più esposti a eventuali attacchi. Link è stato contento per Sidon, dato che certamente questo voleva dire che il re suo padre aveva deciso di dargli più fiducia e responsabilità, ma anche e soprattutto perché in questo modo avrebbe avuto qualche occasione per menare un po' le mani. Sidon è nato principe ma ha l'animo del soldato, e di restare fermo alla corte del padre a discutere cogli anziani e a preoccuparsi dei raccolti non sarebbe capace mai. È da lui che sta andando, ora.

La via più rapida per raggiungere il bacino proveniendo da Daccapo è quella di risalire le cascate che precipitano dall'altipiano, per poi proseguire verso sud-est. È un viaggio di un giorno e mezzo a dir molto, a patto di conoscere i sentieri giusti e di non imbattersi in frotte di mostri che lo trattengano, e Link se la prende comoda e viaggia con calma.

Da quando la fata del Nume Equino gli ha fatto dono di questa meravigliosa sella Sheikah di cui ha impiegato un po' a comprendere il funzionamento, Link può farsi raggiungere dal suo cavallo quasi ovunque, perciò egli s'inerpica sull'Altipiano, richiama Draphen con la tavoletta Sheikah e si concede un po' di tempo per salutare il suo cavallo come merita. Al villaggio Calbarico, là dove Link l'aveva lasciato a riprendersi, l'hanno trattato come un principe, ma Draphen è ugualmente contento di vederlo.

Link percorre la distanza che lo separa dal bacino a cavallo, lentamente, godendosi il vento e l'odore del mare e il panorama del sole che sorge sul mare e proietta una sua invalicabile strada sulle acque in direzione dell'alba; non ha fretta, oggi. Link cavalca a passo d'uomo lungo i sentieri scoscesi e ripidi che s'inerpicano ai fianchi della montagna e le carrarecce ormai erose dal tempo e dall'inutilizzo, e talora scende da cavallo e s'inoltra da solo tra gli sterpi e la boscaglia.

Quando s'avventura tra gli alberi così, a piedi, camminando piano tra le sterpaglie e il fogliame senza produrre il minimo rumore, per il solo gusto di poter spiare tra le fronde lo straordinario spettacolo di un cerbiatto che si attacca alle mammelle della madre che pascola placidamente, Link si sente di nuovo come si sentiva in quei giorni lassù, sull'Altipiano delle Origini, quando del mondo non conosceva altro che il proprio nome e un orizzonte sconfinato che si estendeva troppo lontano perché egli potesse raggiungerlo.

Sarei dovuto restare là, pensa talvolta, quando si trova immobile nel folto degli alberi, e una danza ondeggiante di raggi di luce, filtrati e modulati dalle fronde frementi sopra il suo capo, disegna sulle sue mani un vello maculato dai raggi di sole come quello di una nebride, ed egli osserva le sue cicatrici accendersi e puntinarsi d'oro in questa luce e in questa pace. Socchiudendo gli occhi riesce quasi a illudersene, e per qualche istante, nel buio delle palpebre chiuse, egli si sente di nuovo là, e percepisce sulla pelle la sensazione ruvida e scomoda dei vecchi abiti di cotone grezzo che gli lasciavano le caviglie scoperte ed esposte alle ortiche e agli insetti e gli tiravano fastidiosamente sui gomiti. Ricorda d'essersi sentito umiliato, un tempo – al tempo della sua fuga e del suo esilio a Daccapo – al pensiero d'esser stato abbandonato su un Altopiano, solo, senza alcuna spiegazione e con nient'altro che vecchi abiti dismessi a coprirlo; ma quel tempo è passato, ora. Ora che il suo scontro con Ganon ha posto tra lui e il mondo che lo circonda il filtro di una sofferenza troppo grande e di una rinnovata maturità, e soprattutto ora che i suoi ricordi ritrovati gli hanno dato una consapevolezza troppo acuta di ciò che è accaduto nei cento anni che hanno preceduto il suo risveglio, Link è ormai troppo distaccato da quella persona per potersene ancora risentire; e ora che conosce tutto e che tutta Hyrule non cela più un solo luogo ch'egli non abbia esplorato, egli si sorprende di provare nostalgia di quei giorni in cui viveva come un selvaggio e s'appostava nel bosco anche per ore per cacciare un cinghiale e avere di che cenare quella sera – e la sua fame era tale che mangiava bocconi di carne cruda mentre aspettava che cuocesse e ghiande asprigne che legavano la lingua. Era l'infanzia della sua vita, quella, giorni in cui si sentiva solo e abbandonato e il mondo lo sgomentava perché gli appariva infinito – e la carne cruda lo nauseava e le ghiande sapevano di selvatico, eppure egli ne voleva ancora e ancora e ancora e continuava a mangiarne perché la sua fame era troppo grande ed egli non sapeva quando avrebbe mangiato ancora!

Si sorprende di provare nostalgia di quei giorni in cui viveva come un selvaggio, cacciando ed esplorando e sforzandosi d'immaginare come funzionasse il mondo attorno a lui, e ignorava che tutto al di sotto di lui, in quella piana sconfinata ch'egli vedeva estendersi a perdita d'occhio, esistesse qualcun altro oltre a lui e a quell'uomo misterioso che gli offriva talora da mangiare, e da cui Link si sentiva sempre più attratto e soggiogato a misura che cercava di fuggirlo. Sarei dovuto restare là. Se non avessi voluto la paravela per andarmene e scoprire chi fossi, se non avessi mai ascoltato le parole del re o la voce di Zelda, tutto sarebbe stato più semplice. Magari un giorno, se si fosse convinto che non esisteva nulla al di fuori dell'Altipiano e che tutta la sua vita non aveva alcuna ragion d'essere che quella d'inalare il profumo dei boschi e bere le gelide acque del fiume, che egli stesso era nato lassù per nient'altro che un mero capriccio del caso senza nessun altro scopo, come un cinghiale o un cervo, avrebbe finito per essere felice lassù; e abitare da solo sull'Altipiano sarebbe stato come essere il re di un intero universo, poiché non gli era possibile andar più oltre. Ma perché non s'era saputo accontentare d'essere come un cinghiale o un cervo?


Il bacino idrico è bello e profondo quanto lo ricordava e le sue placide acque blu rifrangono i barbagli dorati del tramonto e delle scintillanti montagne azzurre. Link lascia Draphen a pascolare sull'altura e si prende il suo tempo per godersi la strada che discende dal crinale della collina d'argento verso il padiglione di lumiserite presso il piccolo molo, là dove lo aspettava Sidon il giorno della loro prima grande avventura, e cammina adagio per colmarsi gli occhi di quello spettacolo e di quel profumo.

Non si è sbagliato quando ha pensato che sarebbe stato qui che Sidon avrebbe istituito il suo quartier generale. Quando si avvicina di soppiatto al padiglione, dall'alto, per evitare di venir visto, Link sente le voci della sua squadra che discute e vocia e ride, e sopra tutte quella di Sidon che dà ordini e disposizioni. Beh, è arrivato, finalmente; ma dal momento che anche qui, esattamente come a Daccapo, egli non ha voglia di ritrovarsi sommerso dai ringraziamenti di un popolo che si sente in dovere di tributargli tutta la sua gratitudine, Link aspetta appostato sul tetto che il sole termini di inabissarsi al di là dei monti divenuti blu come acqua e che il cielo si dispieghi su di loro in un'uniforme coltre scura.

La sua attesa non è destinata a rimanere vana. Poco prima di mezzanotte, a giudicare dalla posizione delle stelle, un turno di guardia fa ritorno al padiglione e i soldati del turno notturno escono per dare inizio alla loro ronda. Link aspetta ancora e tutto procede come aveva supposto: ben presto i soldati di ritorno crollano a dormire, e nella notte chiara e senza vento sormontata da una pallida luna, un'alta figura maschile esce dal padiglione a respirare l'aria notturna.

Per sorprendere il principe alle spalle, Link balza giù dal tetto del padiglione come un soffio e atterra in silenzio sul manto d'erba, soffice come una folata di vento. «Non usa più collocare sentinelle di guardia, eh, Sidon?»

La messa in guardia di Sidon dura solo il tempo strettamente necessario a riconoscere la sua voce. Nell'istante che Sidon impiega a voltarsi di scatto verso di lui e a sfoderare il tridente per reagire, una parte della sua mente lo ha già riconosciuto; ma è solo quando il suo sguardo incontra il suo, ed egli riconosce l'azzurro quieto dei suoi occhi e il biondo grano dei suoi capelli, che Sidon realizza logicamente che si tratta di lui e che non c'è alcun pericolo. Un istante dopo, Link si ritrova avvolto e sollevato da un paio di braccia che lo stringono.

«Link, fratello! Che ci fai qui?»

L'entusiasmo di Sidon è pieno e strabordante come l'onda di un fiume: Sidon ha tante cose da raccontargli e ancor più da chiedergli. Ha seguito le cronache delle sue gesta, della liberazione di tutti i Colossi Sacri, e ha affiancato Vah Ruta quando il Colosso si è risvegliato e ha attaccato il Castello; avrebbe voluto convincere suo padre a mandarlo in suo soccorso a Hyrule centrale con un manipolo di soldati, ma suo padre non poteva accettare di perdere un altro figlio... ah, e lui è stato un pazzo ad attaccare la Calamità da solo!

Di fronte a questo torrente di parole che lo annega, Link non può trattenersi dal ridere. «Ehi, ehi, Sidon... è tutto finito, Ganon non tornerà più, e io sono qui. Non preoccuparti.»

Nella luce lattiginosa che si riflette sulle montagne perlacee, Sidon rimane un momento a osservarlo in silenzio. Sta sorridendo. Forse non gli sembra vero di averlo qui di fronte a sé, sano e salvo e vittorioso dopo la battaglia al castello; ma non c'è solo questo nei suoi occhi. Sidon è stranamente orgoglioso di vederlo. Ma perché?

«Non ho mai dubitato di te neppure per un minuto, Link.» Sidon non distoglie gli occhi da lui, e Link se ne sentirebbe in imbarazzo, se solo non ci fosse una sfumatura tanto assorta, nella sua voce, da ridurlo all'istante al silenzio. «Dopo aver riconquistato Ruta sapevo che ce l'avresti fatta, ma... non so, Link. Mi sembri così diverso dall'ultima volta che ci siamo visti. Più maturo. Stento a riconoscerti.»

Non è più maturo che Link si sente rispetto a quando ha lasciato il villaggio degli Zora per l'ultima volta, ma egli capisce benissimo che cosa Sidon intende dirgli. Gli sorride appena, stancamente, e si sforza di riassumere così, in poche parole, tutto quello che è accaduto nei mesi della loro lontananza. «Beh, sai, Sidon... ho fatto un sacco di cose.»

«Lo so, lo so. Link, hai salvato Hyrule, hai riportato la pace! Riesci a credere che sia tutto finito? Io e mio padre...»

«Ho ricordato tante cose» lo interrompe Link dolcemente, e Sidon ammutolisce d'improvviso.

«Anche Mipha?» chiede a bassa voce, e non è sorprendente che questo punto gli interessi tanto; ma a parte la naturale apprensione per i ricordi che riguardano sua sorella, Link ha la sensazione di avvertire anche qualcos'altro nella sua voce, eppure non è certo di cosa sia. Annuisce lentamente.

«Sì. Anche Mipha... anche, ma non solamente, e ho scoperto un po' di cose del passato. E poi ho incontrato Zelda, e... ma parlami di te» soggiunge in tono forzatamente entusiasta, perché di queste cose non gli va di parlare adesso, e quand'anche gli andasse non avrebbe idea di come dirle. Di fronte a Sidon, reduci entrambi come sono delle proprie vittorie, non gli va di mostrarsi debole, o almeno non al momento. «Ho saputo del tuo nuovo incarico. Non ci siamo più visti da quando...»

«Non è un grosso incarico» minimizza Sidon semplicemente, e Link capisce all'istante che la sua non è affatto falsa modestia. Per questo soldato irruento e coraggioso, come può un semplice incarico di sorveglianza contare qualcosa? «È solo un servizio di guardia della valle. Ma è importante permettere alla nostra gente di pescare e spostarsi in serenità, perciò è fondamentale tenere a bada i mostri.»

«Ce ne sono molti?»

«Perlopiù bande allo sbaraglio che non sanno dove procurarsi il cibo.» Sidon si stringe nelle spalle come a voler minimizzare. «Non è un problema tenerli a bada qui intorno al bacino e nella vallata, ma il rischio è che impazziscano e calino sul villaggio in massa, ora che la Calamità non li domina più. Facciamo turni di guardia in questa zona e abbiamo vedette di guardia sulle alture, però...»

Se c'è una cosa di Sidon che gli è sempre davvero piaciuta è che non è un principe – è un soldato, e pensa e lavora come un soldato per il quale difendere il suo popolo non sia un valore assoluto e ideale privo di qualsiasi applicazione pratica, ma un compito reale, concreto e sporco e per nulla nobilitante. È questo il motivo per cui soltanto Sidon, di tutto il suo popolo, è stato in grado di dimenticare per un momento l'orgoglio degli Zora e lasciare tutto per chiedere aiuto a un Hylia, malgrado l'opposizione degli anziani e nonostante il suo stesso diritto al trono sarebbe stato in discussione, se avesse perduto. Sidon è stato in grado di rischiare e vincere là dove chiunque altro non avrebbe scommesso mai.

«Però? È successo qualcosa?»

«Credo che sia il momento di sbarazzarci del lynel del monte Tuono» riprende Sidon dopo un istante di silenzio. «Il mio progetto è quello di stabilizzare la situazione qua a valle, in modo da avere le spalle libere per la ritirata quando lo attaccherò con una squadra, ma il problema è che continuano a sbucare fuori nuovi mostri ogni giorno, perciò ogni giorno devo rimandare il mio piano.»

Link ha commesso troppe follie in vita sua per potersi permettere di obiettare di fronte a questo piano, ma il suo corpo reagisce da solo quando sente parlare del lynel. La sua mano sale a recuperare l'Arco Aquila dalle spalle e la sua voce parla per lui prima ch'egli abbia il tempo di riflettere. «Ci vado io. Torno prima dell'alba.»

Il lynel del Monte Tuono è stato il primo vero nemico ch'egli abbia dovuto affrontare in questa nuova vita, il giorno in cui gli hanno detto che per salvare Ruta e liberare l'animo di Mipha doveva salire sul monte a sottrargli le frecce; ma la cosa che Link non è stato mai capace di perdonare a se stesso, dopo tutti questi mesi, è stato di non aver avuto il coraggio di combattere contro il lynel quel giorno.

Anche solo provarci sarebbe stato una follia, ed egli lo sa benissimo; ma per quanto possa sforzarsi di convincersi che non avrebbe in alcun modo potuto neppure sopravvivere a uno scontro de genere con le sole sue forze di allora, Link non riesce a perdonarsi l'umiliazione d'aver dovuto strisciare e nascondersi dietro i cespugli e gli alberi per rubargli le frecce come un ladro, e d'aver dovuto scappare planando dalla vetta del monte per fuggire il risveglio della bestia...

Avrebbe potuto tornare e affrontarlo dopo, quando i suoi muscoli si sono fatti guizzanti e possenti sotto la pelle e la resistenza del suo petto si è accresciuta a dismisura; ma c'è stato Daccapo, prima, e la necessità di salvare Zelda poi, ed egli non è più tornato. Ma ora che il gran male è stato distrutto e non v'è più alcuna priorità nella sua vita, ora finalmente egli ha tempo per liberare gli Zora e vendicare il proprio orgoglio.

Ma prima ancora ch'egli abbia il tempo di slegare l'arco dalle proprie spalle, la mano di Sidon sale bruscamente ad afferrare la sua, e la sua voce suona grata ma inamovibile. «No, Link. Non è compito tuo, questo.»

Questa non è la prima volta in assoluto nella sua vita che qualcuno si prende la briga di dirgli di no, che questo non è un suo problema e non deve occuparsi lui di risolverlo e non deve darsene pensiero; ma quella volta non è stato un soldato a dirglielo. È stato un umile carpentiere, e dalle parole di Sidon Link rimane talmente attonito che non gli viene in mente niente di più intelligente da dire che: «Perché no?»

Sono fermi sulla riva dell'acqua nera, ora, ma alla luce della lumiserite che si riflette sull'acqua, il volto di Sidon gli appare serio e assorto.

«Non può toccare sempre tutto a te, Link» risponde a bassa voce. «Hyrule è rimasta ferma per cento anni ad aspettare il risveglio di un eroe che aveva già dato il suo sangue per salvarla, e per tutto questo tempo abbiamo addossato tutto a te. Forse era destino che solo tu potessi sconfiggere la Calamità e salvare Hyrule, ma ora che la Calamità è stata sconfitta non abbiamo più scuse, e non possiamo aspettare te ogni volta che i nostri popoli sono in difficoltà. Mi capisci?»

Sì, certo che Link lo capisce, e a ogni parola Sidon si conferma sempre di più il guerriero che Link lo reputa da sempre; ma gli pare che ci sia una grossa falla nel suo discorso, e allora prova a obiettare: «Le frecce elettriche...»

Sidon ha uno scatto nervoso a queste parole. «Già, erano una buona scusa per esser vigliacchi, vero? Quando invece lo sapevamo benissimo che anche tu avresti potuto morire...»

Tutta quest'amarezza e questo rimorso da parte di Sidon non se li sarebbe aspettati mai. Non l'aveva mai vista in questo modo. Nella sua breve esperienza di vita – e neppure in quella che ha già vissuto, se può fidarsi dei ricordi che ha recuperato – non gli è mai capitata una cosa del genere, e forse è per questo che non sa come reagire; ma perché Sidon è cambiato così tutto a un tratto, quando nei suoi confronti Link non aveva provato che ammirazione per aver avuto il coraggio di chiedere aiuto?

Quando Sidon fa per muoversi e per riprendere a camminare sull'orlo dell'acqua nera, stavolta è Link ad afferrarlo per un braccio e a strattonarlo per costringerlo a fermarsi.

«Sidon» dice fermamente, e si sorprende di quanto suoni imperiosa la sua voce. «Che cosa è successo?»

Ma Sidon non lo guarda negli occhi stavolta, e neppure si volta verso di lui. La giovialità del suo volto si è fatta un poco pensosa, questa notte, e Link non potrebbe giurarlo, ma gli pare che i suoi occhi abbiano saettato per un attimo verso Ruta che troneggia sul bacino.

«Non è niente, Link. È solo che ho pensato che quello che hai fatto tu avrei dovuto trovare il coraggio di farlo io, e d'un tratto mi sono vergognato d'esser venuto a cercarti quel giorno. Il principe sono io e avrei dovuto pensarci io. Ti pare tanto stupido?»

Link vorrebbe controbattere, obiettare; fargli notare che la decisione di cercare un Hylia per sconfiggere Ruta era probabilmente la più sensata che potesse prendere per salvare il suo popolo e far cessare le piogge, e mille altre obiezioni ancora, tutte l'una più plausibile e ragionevole dell'altra. Ma anche Sidon è un guerriero come lo è lui, e anche il suo orgoglio, esattamente come il suo, è bruciante e irragionevole e non può sfamarsi di risposte logiche. C'è un'unica lingua, egli lo sa, capace di parlare al suo orgoglio.

«Andiamoci insieme.»

Sidon gli rivolge un sorriso misto di gratitudine e di rassegnazione. «Link, non c'è bisogno che...»

Ma Link non glielo ha proposto per accontentarlo o perché pensi che Sidon, da solo, non sia in grado di farlo.

«Io e te da soli, come contro Ruta. Compagni d'armi come quel giorno, ti ricordi? Io lo distraggo e tu lo cavalchi. Saremo di ritorno entro l'alba e non lo saprà nessuno. Sarà una vera sortita notturna. Ci stai?»

Lo sguardo che Sidon gli rivolge è cambiato d'un tratto, ora si è fatto attento e indagatore, pensieroso. Sta valutando i pro e i contro di quest'offerta; ma è al soldato, non al principe, che Link ha parlato, ed egli sa perfettamente che è il soldato che gli risponderà.

«Aspetta qui» dice solamente, e la sua voce è tesa e concentrata eppure insieme vibra dell'eccitazione della battaglia. «Prendo il mio tridente.»


È una bestia ancora più orrenda e più grossa di quanto Link ricordasse, immensamente violenta, che eleva il primo ruggito e imbraccia l'arco prima ancora di vederli con precisione nell'oscurità, e Link sente il fruscio delle sue frecce fischiargli accanto all'orecchio e la scarica elettrica fendere l'aria come un tuono.

La battaglia è terribile e violenta e Link sputa sangue e sudore e la ferita sull'inguine quasi rimarginata spurga gocce di siero, e il lynel si ribella e ulula mentre le sue zampe scuotono la terra come quelle di un gigante. Gli calano addosso da due lati, simultaneamente, e il lynel ruggisce e si ribella furiosamente come un cinghiale tratto in trappola, poiché si vede circondato e non ha via d'uscita, percuotendo il terreno come a volerlo perforare. I loro colpi paiono non scalfirlo nemmeno: arrivatogli di spalle, Link lo colpisce con tale forza da spezzargli sulla schiena l'alabarda, che gli rimane conficcata in groppa per tutta la punta; ma quando il lynel ulula di dolore e mena alla cieca la sua clava immensa, sgroppando e ruggendo e cercando di colpirlo, egli per poco non viene sbalzato a terra da uno zoccolo immane; ed è Sidon a salvarlo, Sidon che urla e distrae e confonde la bestia e la sferza di colpi e la tiene lontano da lui. Questa distrazione è tutto ciò di cui aveva bisogno: quando il lynel torna a dargli le spalle, Link vede per un attimo la faretra che gli pende scoperta tra le scapole. È un attimo, un battito di ciglia: mentre il lynel sta per sferrargli un colpo con la spada e Sidon solleva d'istinto lo scudo per difendersi, Link afferra le frecce che ne sporgono e le strattona via e grida: «Le ho prese!»

Poi tutto cambia molto rapidamente. Il lynel s'imbizzarrisce di sentirsi defraudato e la sua schiena sgroppa tanto forte che Link rotola a terra per qualche metro e tutto si confonde. D'improvviso è di nuovo tutto come allora, come sulla piana di Hyrule davanti a quel cinghiale mostruoso e alla fine di tutto; e di nuovo, esattamente come quel giorno, per un istante la vasta distesa d'erba si confonde col cielo nero e Link non sa più bene dove debba guardare...

«Link!»

Quando alza lo sguardo, Link s'accorge che Sidon è riuscito a cavalcare il lynel e lo sta colpendo da ogni possibile angolazione, afferrandosi con una mano alla criniera della bestia e affondando il tridente con l'altra, disperatamente; ma il lynel sgroppa e scalcia come impazzito dal dolore ed è troppo intelligente per comportarsi come una creatura insensata e violenta buona soltanto a ruggire: il lynel ha capito che se è insieme che sono venuti, è l'uno che deve colpire per sconfiggere l'altro. Sidon ha gridato perché la bestia galoppa verso di lui ed egli non sa come fermarlo.

Il suo corpo agisce prima ch'egli sia in grado di prendere una decisione razionale. Senza neppure rendersene conto Link si raccoglie su se stesso per un istante, col corpo tutto teso nella tensione che percorre i muscoli e contratto dal dolore della caduta, e finalmente deflette le gambe e si leva in aria sulle ali di un vortice.

Persino nel cuore di una lotta, Link ha sempre amato volare.

Il lynel non si aspettava la sua mossa. I suoi zoccoli frenano invano affondando fino alle ginocchia nel terreno fangoso, il suo grido di rabbia si ripete echeggiando tra le cime dei monti – ma Link è in altro ormai, molto in alto al di sopra delle cose.

Questo attimo di stupore gli è fatale. Sollevandosi sulla sua groppa per prendere lo slancio, Sidon colpisce ancora e ancora: Sidon è ferocia e furia implacabile sulla terraferma tanto quanto è desiderio di volare nell'acqua. I suoi muscoli possenti guizzano sotto la pelle squamosa, le sue braccia si lordano di sangue fino al gomito, mentre il tridente affonda nella schiena del mostro e poi brilla in aria in cerca di un altro affondo, inarrestabile e violento quanto uno squalo.

Sotto i suoi fendenti il lynel scalcia e sgroppa e mena fendenti all'indietro, alla cieca, nella speranza di colpirlo. Al di sopra di questo inferno di ferro e di sangue, Link lascia per un attimo la paravela e si lascia precipitare. I suoi muscoli tornano a tendersi e a contrarsi a mezz'aria, i suoi occhi sono più veloci della sua mente: Link tende l'arco e scocca tre frecce proprio in mezzo agli occhi della bestia.

Il lynel si accascia al suolo senza neppure un grido mentre Link precipita a terra.

«Link!»

È un miracolo che Sidon non sia rimasto schiacciato sotto il corpo enorme della bestia accasciata al suolo cogli occhi sgranati e fissi, immobili, immane e statuaria più ancora di quando era viva – ma è morta, ora, e Sidon strappa via per l'ultima volta il tridente dalla carne delle sue spalle e si precipita nella sua direzione. «Link, stai bene?»

La preghiera di Mipha è scorsa attorno a lui come acqua non appena è caduto, dolce e penetrante a tal punto ch'egli quasi non ha provato dolore; e poi, chissà se dolore è ancora in grado di provarne il suo corpo. Ma quando solleva il capo per annuire la sua risposta gli muore in gola, perché ora che lo vede da vicino Link s'accorge che Sidon ha una lunga ferita che stilla sangue sul collo.

Non ci sta nemmeno a pensare. Sidon si è curvato su di lui per guardarlo, appoggiato al suo tridente insanguinato conficcato nel terreno, e istintivamente Link protende le mani verso di lui e l'ardore di Mipha fluisce dalle sue dita con la devozione di una preghiera.

Si rende conto della reale portata del suo gesto solo quando gli occhi di Sidon si dilatano improvvisamente di stupore ed egli si ritrae di scatto, e Link si dà dell'idiota da solo.

Non ho mai detto a Sidon d'aver ereditato il potere di Mipha, forse per un certo pudore dopo averla incontrata, quel giorno, dentro Vah Ruta, come se sentisse che quel momento doveva restare tra loro due solamente; ma Sidon è suo fratello, e invece quel potere, esattamente come la Scagliadiluce e la corazza, è passato a lui. Link possiede di Mipha molte più cose di quante ne possieda il suo stesso fratello, e ora per la prima volta gli pare d'aver usurpato qualcosa.

Ritira le mani improvvisamente, come se nasconderle di scatto potesse cancellare quello che è successo, e balbetta: «Mi dispiace, Sidon. Avrei dovuto dirtelo, non volevo tenertelo nascosto...»

«Link, va tutto bene» esclama Sidon ridendo, e il suo volto è di nuovo aperto e sincero e la sua risata spiegata, come sempre. Quell'ombra del suo volto è svanita così com'era apparsa. «Non preoccuparti, va tutto bene. Credi che non lo sapessi?»

Questa notizia lo lascia interdetto per un attimo, tanto che Link non può provare che a protestare e schermirsi ancora. «Sarebbe dovuto andare a te.»

«Link.» La voce di Sidon è bassa e conciliante e non ammette repliche. «Eri tu a combattere per Hyrule, non io, e sei stato tu a salvare lo spirito di Mipha...»

Il senso di colpa che ha provato di fronte agli occhi grandi dello spirito di Mipha e all'ardore della sua tenerezza è stato inumano e indicibile, per nulla rasserenante, perché Link sapeva di non ricordarsi di lei e di non avere idea di chi avesse di fronte; eppure, dall'animo di quella creatura mite e generosa che non si rendeva conto di amare un perfetto sconosciuto, egli ha accettato senza protestare il potere di cui ella gli faceva dono, perché in quel momento egli ne aveva bisogno. Ma ora che tutti i tasselli si sono ricongiunti e collegati nella sua mente, quel senso di colpa d'improvviso torna a farsi più forte e più impellente ed egli non può più reprimerlo in nome di un bene superiore.

«Tu sei suo fratello» obietta debolmente. «La Scagliadiluce, la Preghiera di Mipha, io...»

«Ascoltami, Link... Link!» lo interrompe ancora Sidon, ma con intransigenza, ora, e la sua voce è limpida e inflessibile come una diga di fronte alla marea. Vuole solamente calmarlo. «Io sono suo fratello, ma non ero io che dovevo ricevere quel dono – eri tu. Perché questo ti turba tanto? Link, tu a me non hai tolto niente di lei.»

Ma non è questo che Link sente – Link sente d'avergli usurpato un diritto ch'egli invece non avrà mai.

«Io non l'amavo, Sidon» prorompe d'istinto con la forza di una mareggiata.

«Link... lo so» mormora Sidon piano, senza sapere perché gli sia parso tanto importante confessarglielo. «Può darsi che lo sapesse anche lei... nessuno di noi si è mai aspettato che la ricambiassi. Non eri tenuto a farlo.»

Ma Sidon non capisce, non riesce a capire, non è così che stanno le cose! Col petto oppresso da un singulto di disperazione che pare volerlo dilacerare, Link distoglie bruscamente lo sguardo e risponde: «Ma io ancora non mi ricordo di lei!»

D'un tratto il volto di Sidon cambia sotto la luna, e i suoi occhi stanchi, d'improvviso, appaiono indicibilmente tristi. In questa notte sconfinata che pare trovar fine solo nei monti e nel mare, su questo monte eternamente silenzioso che pare esser l'unico luogo rimasto al mondo e sul quale si fronteggiano solamente loro, come gli ultimi esseri viventi sotto la luna, Sidon sta cercando le parole da dirgli.

«Se io ti dicessi... se io ti rivelassi un mio segreto molto grande e terribile, qualche cosa che non ho rivelato mai a nessuno, tu mi ascolteresti?»

«Certo che ti ascolterei» balbetta Link senza capire, ma le sue parole emergono dolorosamente dal suo petto come un singulto strappatogli a viva forza.

«Link, neanche io mi ricordo di Mipha.»

Le sue parole sono per lui tanto assurde e incredibili, tanto prive di significato, che Link neppure le capisce. Non hanno senso.

«Quando mi hanno annunciato la sua morte ero così piccolo che quasi non capivo. Non ero neppure qui: per tenermi lontano dal pericolo, mio padre mi aveva mandato sull'isola di Terrafinita col mio precettore... e quando sono tornato a casa, sei mesi dopo, semplicemente Mipha non c'era più, e per l'assenza di un cadavere su cui piangere mio padre aveva eretto una statua alla sua memoria. Non ho quasi ricordo di mia sorella perché non abbiamo avuto molto tempo da trascorrere insieme io e lei, eppure tutto quello che so è che sono cresciuto all'ombra di quella statua, e che per me lei è stata un'assenza e nient'altro per gli ultimi cento anni...»

Questa è la prima volta che Link realizza davvero, per la prima volta, che lui non è l'unico reduce di quella guerra di cento anni prima ad aver perduto ogni memoria di quanto è accaduto allora, o quasi. Che Sidon e suo padre e tutto il popolo degli Zora avessero perduto una sorella e una figlia e una principessa soavemente amata lo sapeva, certo, e quel dolore egli l'ha sempre immaginato e rispettato col cuore stretto di compassione e vicinanza – ma che Sidon potesse averla dimenticata per via dell'accumularsi degli anni, questo non l'avrebbe creduto mai, e della propria miopia ora prova vergogna e mortificazione.

«Quella notte, quando abbiamo parlato, sotto la statua...»

Quella notte Sidon parlava con la statua, e attraverso essa si rivolgeva a Mipha: Link lo ricorda nitidamente come fosse appena il giorno precedente. Ma quando Sidon distoglie finalmente lo sguardo dalla sagoma immane di Ruta stagliata verso l'orizzonte e si volge verso di lui, i suoi occhi si sono fatti grandi, enormi di dolore, e il suo sorriso è stanco e dolceamaro e carico di rimpianto.

«Ti pare tanto strano che mi manchi anche se non l'ho mai davvero conosciuta?» Non c'è alcun bisogno che Link risponda, allora Sidon parla ancora. «Non è stato come per te, certo, ma forse non è andata neppure troppo diversamente. Ho passato quarant'anni a domandarmi perché fossi stato condannato a non ricordarmi di lei eppure a non poterla ignorare mai, perché tutta la vita del mio popolo pareva incentrata sul culto ossessivo della sua memoria, e persino mio padre non aveva occhi che per la sua statua...»

«Ci sono state notti in cui avrei voluto che non fosse esistita mai, che non ci fosse stata mai. Sarebbe stato tutto più semplice se Mipha non fosse nata e non fosse morta mai, perché non mi sarebbe mai mancata e non sarebbe mancata a mio padre; non avrei provato tanto rimorso quando ho scoperto di non ricordare più la sua espressione...»

«E poi?» Questa domanda gli sale alla gola più violenta e angosciata di quanto avrebbe creduto mai, ma in questo egli non ha più alcuna capacità decisionale – egli deve sapere, perché sente che se solo sapesse che cosa è stato di Sidon in tutti quegli anni e come è sopravvissuto al dolore, allora tutto diverrebbe chiaro anche a lui e il suo dolore si attenuerebbe, finalmente. Se Sidon ha trovato la chiave per placare questo dolore sordo e immutabile che lo accompagna sempre, per quale motivo essa non dovrebbe salvare anche lui?

Ma Sidon tace a lungo, e il suo silenzio è greve e soffocante tanto che Link prova per un istante la tentazione di scrollarlo, di scuoterlo, incalzarlo; ma poi la voce di Sidon riemerge dal buio, ed egli si aggrappa alle sue parole come a una rupe sull'acqua.

«Non c'è un e poi, Link. Non veramente. È solo che a poco a poco la sua assenza si è fatta costante e abitudinaria, una piccola cosa da affrontare tutti i giorni e che non avrei potuto sanare mai, e ho cercato di liberarmi dall'influenza della sua statua e della sua memoria e di non sentirmene oppresso e schiacciato in ogni minuto della mia vita, e alla fine...»

«E alla fine?» chiede Link a bassa voce, ma senza incalzarlo più.

«E alla fine è arrivata Ruta e tu hai salvato Mipha, e tu eri l'unico altro al mondo oltre a me che non si ricordava di lei e che eppure le era tanto legato da volerla salvare. È solo che a un tratto, quel giorno in cui per la prima volta tu hai indossato l'armatura di Mipha e abbiamo parlato a lungo con Morit, per la prima volta mi sono ricordato davvero di lei – mi sono ricordato quando m'ingelosivo senza capire, perché mia sorella trascorreva tutto il suo tempo con te, e anche di come mi permettesse di aiutarla a cucire la tua corazza senza dirmi per chi fosse, e poi ancora di come m'insegnasse ad aiutarla senza rimproverarmi mai; e ho ricordato il giorno in cui mi ha insegnato a risalire le cascate...»

«Non ricordavi nulla di tutto ciò?» mormora Link appena, e Sidon tace tanto a lungo ch'egli quasi teme che non abbia udito la domanda.

«Avevo dimenticato di ricordarlo ancora, o forse non pensavo che fosse importante... non so. Avevo trascorso con mia sorella tanto poco tempo, ed ero stato schiacciato per tanti anni dalla statua che incombeva sul villaggio e dallo spettro della sua morte precoce, che per tutta la vita non ho pensato ad altro che al fatto che lei non c'era più, non avrei potuto parlarle o tenerle compagnia mai più; ed ero così angosciato al pensiero di non ricordarmi davvero di lei, da non essermi concentrato mai sul fatto che io avevo tuttavia dei ricordi un po' lontani e nebulosi di lei e che quei ricordi appartenevano a me solo, e in tutti quei ricordi Mipha mi amava e s'impegnava a proteggermi – e mi ha insegnato a nuotare. A un tratto per la prima volta quel giorno ho finalmente realizzato che quando mio padre e tutto il villaggio le hanno tributato quella statua non era stato perché Mipha era morta, ma perché era stata viva, e questo è qualcosa che nessuno avrebbe potuto toglierci mai. È stata la prima volta che ho realizzato che Mipha non era stata solo una martire, e che parlare di lei non voleva dire soltanto parlare della sua morte...»

«Ma il dolore è rimasto lo stesso» mormora Link appena, con un senso di delusione più leggero e impalpabile dell'acqua, e appena un po' più soffocante. «È così, vero?»

Sidon tace per un istante prima di rispondere – ma in quell'istante, e questo a Link non può sfuggire, l'amarezza del suo sguardo si è attenuata un po'.

«Certo, Link. Il dolore è sempre lo stesso, e i dubbi e le angosce rimangono sempre. Ti chiederai sempre quale peccato tu dovessi scontare per doverti dimenticare di lei, o se quando è morta lei sapeva che tu le volevi bene; se fosse triste o disperata di dover morire o se lo avesse accettato con la naturalezza di qualche cosa che aveva scelto e che era inevitabile... ma quando nuoto, allora Mipha non è solamente morta. Capisci che la grande differenza per me, anche se può sembrare ovvio e implicito in tutto quello che è accaduto, sta nel fatto che per la prima volta quando ti ho incontrato ho ricordato che Mipha è stata viva per me nel fatto d'avermi insegnato a nuotare?»

Quando le sue parole si spengono lentamente nel silenzio, affievolendosi nell'algido splendore grigiazzurro dell'aurora, Link lo sa in cuor suo che Sidon ha ragione, che le sue parole suonano sagge e ragionevoli; che se solo egli fosse in grado d'accontentarsi e di smetter di tormentarsi, di trovare pace, le sue parole sarebbero più che sufficienti per placarlo e calmarlo. Ma se c'è qualcosa che Link ha ormai capito di se stesso, e che evidentemente è parte di lui esattamente come il suo coraggio e la sua paura, è che di tormentarsi egli non smetterà mai. Sidon ha ragione su tutto – Mipha è risalire una cascata, Mipha è la Scagliadiluce; ma Revali?

«Il dolore è rimasto lo stesso, però» obietta appena, per la seconda volta, ma diretto ormai più a se stesso che a Sidon. Non c'è più ribellione nella sua voce, ormai – solo la consapevolezza che non esiste alcuna possibilità di cambiare le cose, e che di guarigioni e salvezze, ormai, non ne esistono più.

Quando Sidon parla di nuovo, un attimo dopo, la sua voce è di nuovo immensamente triste. Sta guardando Ruta, e al di là di Ruta, chissà, forse vede Mipha. «Il dolore sì, Link... quello è ancora lo stesso. Ancora dopo cento anni.»

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Capitolo 3
*** Cicatrici. ***


Capitolo III – Cicatrici.


Mi sono fatto randagio per poter sfiorare tutto ciò che era, ho bruciato di tenerezza per tutto ciò che non sa dove scaldarsi, ed ho appassionatamente amato tutto ciò che è vagabondo.


André Gide, I nutrimenti terrestri.



La casa di Finterra è tutta pervasa di un profumo che Link non riesce subito a identificare.

È vuota. Non si aspettava diversamente. Non ha mai pensato di trovare qui Zelda – Link è venuto qui solo per cercare le sue tracce nei luoghi dov'è passata, per riposare un istante gli occhi nel silenzio di questa casa che di pace non gliene ha data mai, perché era lui a non sapere dove cercarla; ma ora che lo sa, la casa gli pare d'improvviso più estranea eppure più accogliente, come la casa di un altro. Solo le sue armi appese alle pareti parlano di lui; tutto il resto gli appare bello e pulito, ma anonimo e distante come se non gli fosse mai appartenuto.

Il letto è rifatto con una cura che non è certo la sua. Zelda deve averlo riordinato prima di partire, Link riesce quasi a intravedere il percorso delle sue mani che lisciano le lenzuola odorose di bucato e di fresco.

Non è da lì che proviene il profumo che ha sentito entrando, ma socchiudendo gli occhi Link riesce quasi a vedere la principessa che dorme in questo letto e la grande massa dorata come grano dei suoi capelli sul cuscino. È contento che questa casa abbia potuto darle un po' di serenità, per qualche giorno; ma a differenza sua, Zelda non si è nascosta. Per qualche giorno soltanto, Zelda ha concesso a se stessa il privilegio di una vita normale, esattamente come ha fatto lui a Daccapo, ormai una vita fa; ma non si è illusa mai che quella vita fosse la sua. Finterra esiste soltanto per questa gente semplice e accogliente per la quale entrambi hanno sacrificato la loro vita, cento anni della loro vita, e questa casa non è altro che un piccolo angolo perfetto e irreale di una quiete che loro non hanno avuto e non potranno avere mai, e che proprio per questo è tanto più dolce. Zelda ha concesso a se stessa di assaporare quel mondo, per qualche giorno solamente, e ha visto che cosa ha difeso e che cosa si è negata per sempre, con la tenerezza di una madre che osserva l'inconsapevole serenità dei soli figli che avrà mai, e che sia contenta d'essersi sacrificata per loro senza che essi sappiano che è stata lei.

Ma quella vita, che pure le piacerebbe, non le appartiene, e il destino che Zelda si è scelta è troppo distante da Finterra perché ella potesse permettersi di rimanervi più a lungo: è il destino che suo padre e sua madre e le sue antenate hanno scelto per lei, ma che a sua volta lei ha accettato e ha deciso di adempiere nell'unico modo che le appartiene: quel potere sacro e violento che s'è destato in lei e poi subito assopito non ha più ragion d'essere. Zelda è vicina alla divinità, ma non è nata per essere una sacerdotessa: Zelda è una studiosa e una maga, è una scienziata, e sarà in grado di ricostruire Hyrule servendosi di nient'altro che delle sue mani e del suo ingegno, del suo sacrificio totalizzante, abnegante: ed è per questo che Link sa esattamente dove andare a cercarla.

Passa accanto al tavolo prima di uscire, e d'un tratto il profumo si fa più forte e penetrante, improvvisamente più acuto e dolce che mai. Adagiate su uno spesso panno di cotone grezzo, forse per isolarle dal legno, stanno essiccando ampie corone di fiori azzurri intrecciati. Sono principesse serene.

Prima di lasciare la casa, Link ne solleva una e l'accosta al cuore, e la porta via con sé.


C'è un unico percorso sicuro per raggiungere il Castello senza venir individuati dai Guardiani. Con la sua consueta accortezza, Zelda l'ha fatta segnalare nel modo più chiaro e inequivocabile possibile, disegnando nella piana un tortuoso sentiero di cartelli e segnali di pericolo e di cordoni, di modo che chiunque voglia recarsi ad aiutarla, e a costruire con lei la nuova Hyrule, possa farlo. Al di là di questo percorso sicuro, gli ultimi guardiani corrotti rimasti imperversano ancora, solitari e disperati, quale ultima vera effigie dell'antico dominio di Ganon sulla terra. Link aveva sperato fino all'ultimo che i guardiani sarebbero tornati al loro antico proposito, una volta esauritosi su di loro il mefitico influsso della Calamità; ma a quanto pare, non più guidati da nessuno, anch'essi hanno finito per impazzire, e ora continuano ad aggirarsi follemente per la piana, cercando ovunque nemici senza scopo. Anche loro saranno qualche cosa da risolvere nei prossimi mesi; ma per fortuna non costituiscono un pericolo immediato, al momento. La gente di Hyrule potrà non essere particolarmente coraggiosa, certo, ma quantomeno è estremamente resistente, e ha imparato ben presto a convivere con mostri e guardiani a pochi passi da loro.

Il Castello non è già più quel rudere solenne ma inquietante, maestoso e terrificante che Link ricorda dal suo scontro. Non si tratta solo della foschia purpurea. Un rudere lo è ancora, certo, ma è evidente che non lo rimarrà ancora per molto: a quanto pare sono stati in molti ad accogliere l'appello della rediviva principessa, e ora un gran numero di operai e di maestranze di tutte le razze, dai Goron alle Gerudo, sono accorsi a ricostruire il palazzo e il regno. Tutto il palazzo è un cantiere d'ogni popolo e di ogni attività, che freme di vita e di lavoro incessante. Non c'è più spazio per i mostri, ormai, e in mezzo a questo brulichio ininterrotto di attività e d'entusiasmo, a questa folla vociante che lo attornia e lo circonda e lo soffoca, Link si sente sperduto e insignificante e inutile, come un veterano di una guerra conclusa da secoli. Ci vorrà del tempo per abituarsi a vivere in un mondo che non ha più bisogno di un eroe per salvarsi.

A presiedere questi lavori dev'esserci per forza un esperto, e a giudicare dall'incolmabile mancanza che ha notato nella fauna umana di Finterra, Link sa benissimo anche di chi si tratta. A quanto pare Zelda ha deciso di ascoltare il suo consiglio. Percorrendo a ritroso il tortuoso tragitto di questi operai che si affannano e si scambiano attorno a lui, Link risale lentamente alla sorgente di ogni movimento, perché dev'essere lì, egli ne è certo, che troverà chi sta cercando.

E in effetti, a discutere con Cercida davanti a un colossale progetto su carta della facciata del castello, Link trova ben presto Cerada impegnato a coordinare i lavori di ristrutturazione.

È l'inizio di una nuova epoca, questo, un'epoca della quale egli non sarà mai parte del tutto come del resto non lo è stato mai di questa, ed egli la percepisce con distinta precisione quando per la prima volta avvicina il nuovo Architetto Reale.

«Niente più succursale di Akkala, eh?»

Quando Cerada alza seccamente gli occhi dal progetto e si volta verso il suo scocciatore, con quella strana e ambigua esuberanza che a Link è sempre piaciuta, il suo sconcerto dura giusto il tempo necessario a realizzare chi lui sia e che diamine ci fa lì.

«Oh, caro! Sei sempre una visione ispiratrice» è tutto il suo commento. «Se sei venuto per un'altra casa, ho paura che dovrai aspettare un po'. Oppure sei venuto a unirti ai lavori? Cercida, lo sai che è lui che ha parlato di noi alla principessa Zelda? L'avresti detto mai che era un eroe, di'?»

Travolto da questo torrente d'informazioni, Link trova appena la forza d'insinuarvisi per dire la sua. «Veramente cercavo solo la principessa Zelda.»

Cerada schiocca appena la lingua in un vago segnale di delusione e di risentimento assieme. «Ah beh, un po' d'aiuto ci avrebbe fatto comodo, sai?»

Link aggrotta la fronte per un attimo. «Ma il mio nome non finisce mica in da

«Ah, se è per quello» borbotta Cercida scrollando il capo, e Cerada ritiene opportuno intervenire per specificare: «Abbiamo dovuto fare un'eccezione, per quello. La questione del castello è troppo impegnativa e urgente, e la principessa ci ha chiesto di soprassedere come favore personale. E poi è tutto lavoro volontario» ci tiene a puntualizzare con aria di grande importanza. «Perciò, se tu dovessi aver voglia di darti da fare, sai dove trovarci. Tornando a noi, comunque... la principessa non è qui.»

Il cuore di Link, per un momento, ha un sobbalzo che pare volerlo risprofondare in cento anni di oscurità. «E dov'è?»

«Sulla collina» risponde Cerada con tutta la naturalezza di una risposta abitudinaria, indicando un punto da qualche parte alle sue spalle. «Ci va a cavallo tutte le mattine, non so per quale motivo. Suppongo che cerchi di avvistare qualcosa... comunque puoi aspettarla qui fino a stasera. Ah beh, fai un po' come vuoi» conclude con voce piena di scetticismo, non appena Link risale a cavallo senza neppure finire di ascoltarlo. «Ma perché fare tanta strada quando puoi aspettare che torni?»

«Non sono fatto per le attese» risponde Link sorridendo. «E poi non sono neppure certo di poter aspettare fino a stasera. Può darsi che abbia bisogno di ripartire.»

«Bah! Non ho mai visto qualcuno così ansioso di comprare una casa per poi non abitarci affatto» lo rimprovera Cerada, tanto distrattamente che Link quasi non capisce se si stia rivolgendo a lui oppure a Cercida; e il suo commento lo farebbe sorridere, se solo la parola casa non gli facesse tornare in mente un'altra cosa importante che era venuto a dire e della quale per poco non si era dimenticato.

«Spero che possiate assentarvi dal lavoro almeno per qualche giorno» aggiunge perciò a mo' di commiato. «Miceda si sposa, perciò credo che gli farebbe piacere vedervi alle sue nozze. Ci vediamo a Daccapo, va bene?» Dopodiché, ridendo sotto i loro sguardi stupefatti, sprona Draphen e si allontana verso la collina.


Il crinale sinuoso della collina è spazzato dal vento, e l'erba freme e scricchiola sotto i suoi stivali che la solcano piano, quasi senza suono. Ha lasciato il cavallo a pascolare poco più in basso, vicino a quello della principessa, e ha risalito a piedi, da solo, gli ultimi metri che lo separavano da lei.

Zelda non indossa più l'abito sacerdotale che Link le ha visto addosso quando l'ha salvata, ma morbidi abiti azzurri simili a quelli che indossava nei suoi ricordi, quando non pregava. È un altro lato di Zelda, questo, quello della studiosa che cerca di supplire con l'impegno e la determinazione e il continuo sacrificio di se stessa là dove non arrivavano i suoi poteri e la sua fede. Link non può ancora dire di conoscere appieno l'antica Zelda, perché i ricordi che ha strappato con fatica dalle nebbie del secolo sono ancora troppo frammentari e incompleti, ed egli non è neppure certo che ce ne saranno ancora; tutto ciò che ricorda è che un tempo anche in Zelda questi aspetti erano conflittuali e contraddittori, e che come lui anche la principessa non riusciva a trovare pace. Ma con maggior precisione rispetto alla sfilacciata trama dei suoi ricordi, Link è consapevole che la principessa che ora si staglia davanti a lui sulla collina, coi lunghi capelli scompigliati dal vento, ha trovato una nuova pace che a lui sfuggirà per sempre. Non la invidia. Prova per lei una grande dolcezza, ora che finalmente l'unica sorella concessa alla sua carne, gemella al suo destino, ha trovato la quiete che meritava.

Per non saper bene come iniziare, Link si schiarisce la voce e dice: «Ho trovato i tuoi fiori sul tavolo, a Finterra. Erano molto belli.»

Zelda si volta bruscamente in un vorticare di lunghi capelli biondi al suono della sua voce, e i suoi occhi si colmano e si trasfigurano di gioia per un momento. Ma già un attimo dopo, quando sembra in procinto di corrergli incontro, qualche cosa di oscuro dentro di lei pare trattenerla là dove si trova.

«Link» mormora a mezza voce. È veramente felice di vederlo, Link questo lo sa, lo sente; ma neppure lei si aspettava di vederlo qui così come lui non s'aspettava di tornare; e forse non sa cosa pensarne. «Sei tornato.»

La sua reazione è tanto impacciata e imbarazzata che Link si ferma sull'erba a pochi metri da lei, indeciso se proseguire, e risponde: «Avresti preferito che non lo facessi?»

«No, Link, io... è solo che non era questo che volevo per te. Non era per questo che ti ho sciolto dal tuo giuramento, e tu lo sapevi, questo. Volevo che tu fossi finalmente libero di scegliere.»

«Ma è stata una mia scelta, Zelda» ribadisce gentilmente Link. «È proprio qui che volevo essere.»

Gli occhi di Zelda, luminosi e semitrasparenti come ghiaccio nell'aria limpida che precede il tramonto, hanno una sfumatura dolce e melanconica al tempo. C'è tutta una parte di lei, molto più forte di quella che è felice di riaverlo con sé, che pare sul punto di piangere e che forse vorrebbe urlargli di andarsene e lasciarla: ed è proprio a quella parte di lei ch'egli vuole parlare. Ma tutto ciò che Zelda esprime dell'universo di emozioni che la dilaniano è: «Avrei preferito che andassi là dove ho sentito il tuo cuore quando io ero nel castello.»

«Nel cuore delle terre selvagge?»

Zelda annuisce appena. «Sì»

«Ci sono stato... per qualche giorno.»

Zelda lo ascolta parlare senza distogliere gli occhi da lui, segue ogni suo movimento come a voler leggere ogni parola direttamente dalle sue labbra. «Allora perché sei tornato?»

Perché, se c'è qualcosa che ha imparato dalle leggende che gli ha narrato Impa, questa è che l'eroe e la principessa saranno legati per sempre, nell'infinita serie di vite che li attendono; perché Zelda, che è approdata al presente dopo anni di assenza, è oggi sola al mondo esattamente come lo era lui il giorno del suo risveglio; e infine perché, per quanto entrambi sappiano che il Link di cento anni addietro è morto nella battaglia alla Muraglia di Finterra, egli sente egualmente che il giuramento che l'eroe le ha prestato quel giorno nel Padiglione coinvolge lui direttamente. L'eroe puro e privo di dubbi che brandiva la Spada che esorcizza il male è morto; ma Link, che malgrado le sue paure ha scoperto d'esser in grado di impugnarla a sua volta e dunque degno quanto lui, almeno questo glielo deve: restare accanto alla principessa che si era scelto, fino alla fine.

«Sono così stanco di sentirmi diviso in due, Zelda». Link non riesce a dirlo senza sorridere, e Zelda appare confusa e inquieta per via del suo sorriso. «Quando abbiamo parlato nella casa di Impa, la notte prima che io me ne andassi, avevi ragione su tutto. Negavo solo perché non volevo ammettere che era così: che la mia volontà era con te, ma che il mio cuore era altrove, era a Daccapo, era nel respiro delle terre selvagge... e per quanto ci sia e ci sarà sempre una parte di me che vorrebbe solo scappare e nascondermi, a Daccapo o sull'Altopiano delle Origini, nessuna parte di me ha mai voluto abbandonarti. È soltanto che questa contraddizione mi è sembrata insanabile...»

Link ha lottato contro questa verità per quasi tutta la sua vita senziente, sfiancandovisi contro come contro un ostacolo inamovibile, che gli bloccava il cammino senza ch'egli riuscisse a comprenderne la natura, e s'è sforzato d'ignorarla come se fingere che non esistesse potesse permettergli di vincere. Non era vero. Dopo Ganon, dopo Sidon, in un momento non precisato di questo suo viaggio, d'improvviso Link ha smesso di combattere e si è arreso a quest'evidenza come un animale che si sottomette mostrando il ventre, e inaspettatamente ha scoperto che smettere di lottare era riposante e confortante, e che quella verità da cui fuggiva non era lì per fargli del male. Non era un ostacolo: era un piccolo oggetto duro da tenere in mano come una pietra o una freccia, e senz'altro significato che quello di doverne tener conto.

Link ha cercato per mesi una soluzione ostinandosi a rifiutare la semplice verità che di soluzioni non ce n'erano perché quello contro cui combatteva non era un problema – era una tragedia. Arrendersi a questa scoperta è stato un sollievo improvviso e insperato, come riemergere finalmente dopo minuti di apnea e sentire il petto gonfiarsi d'aria: alle tragedie non esistono risposte né vie di fuga, e non esiste alcuna alternativa che convivervi. C'è una strana melanconica dolcezza nell'accettare tutto ciò.

«Ci sono stati giorni in cui non avrei mai voluto tornare» ammette semplicemente. Confessarsi così, ad alta voce, è quasi voluttuoso.

«In cui avresti preferito restare a Daccapo?»

«Sì... ma non solamente. Non è stata sempre Daccapo.»

«E che cosa è stato, gli altri giorni?» Nella voce di Zelda echeggia appena lo spettro tremulo di una risata, i suoi occhi hanno un velo leggero di lacrime.

Link si stringe appena nelle spalle perché a questa domanda non esiste modo di rispondere. Si domanda se Zelda sapesse, cento anni fa, e magari se si ricordi tuttora che cosa voglia dire Hyrule – Hebra che non trova fine nella vastità del cielo notturno né nella solitudine delle montagne silenti, sconfinate, deserte fin dove il suo occhio può spaziare, e più ancora; il respiro ritmico, segreto, delle foreste che pulsano all'unisono con lui, con la luce che penetra attraverso le fronte e s'indora nel sottobosco come fosse fatta di polvere... Ma qualcosa gli dice di no. Zelda non ha mai provato la sua libertà e la sua solitudine, la consapevolezza dei suoi doveri l'ha accompagnata sempre, dolorosamente, tanto da non lasciarla libera mai, non è stata mai libera e selvatica come lo è lui; e Hyrule allora era diversa, più civile e popolata, e né Zelda né suo padre devono averla vista come l'ha conosciuta lui. Neppure Revali, pensa fugacemente per un istante; eppure Revali, quando si sono incontrati per un attimo lassù, su Medoh, pareva saper bene quanto selvatico e indomabile egli fosse, e quanto il suo cuore fosse errabondo e incostante. Revali ha conosciuto il Link del passato, ma quando si sono incontrati, quel giorno, è stato l'unico dei Campioni che ha parlato davvero con lui, col Link del presente, e gli ha dato l'unico dono che il suo cuore bramasse...

«È stato l'Altopiano, qualche volta» risponde un po' a malincuore, perché per quanti sforzi faccia non c'è modo di esprimere a parole tutto ciò che prova. «Ma non solamente. Ci sono stati giorni in cui è stata Finterra, notti in cui è stata Hebra, albe in cui è stato il deserto; e a volte – non so se potrai capire, ma a volte non ho alcun desiderio di un posto specifico. Ho solo paura che Hyrule finisca per me all'orizzonte, mentre io desidero che prosegua ancora e ancora, fino all'infinito; e oggi, invece...»

«E oggi?» lo incalza Zelda quando la sua bocca non trova più parole da pronunciare; ma la risposta a questa domanda è così ovvia che la sua voce si colma di stupore quando parla.

«Oggi sei tu» risponde allargando le braccia: gli pare evidente, poiché sono l'uno di fronte all'altra, stagliati sulla collina che guarda il Castello. «Sono venuto qui per te.»

«È questo che hai deciso?» domanda finalmente; ma per quanto ella si sforzi di mascherare di naturalezza il tremito confuso della sua voce, Link sa che la verità è che è questo che Zelda spera. Che lo ha allontanato da sé, quella notte al villaggio Calbarico, per nient'altro che un oscuro senso di dovere nei suoi confronti, per la gratitudine che gli porta per aver accettato di salvarla senza neppure ricordarsi di lei – ma la verità,Link lo sa, è che Zelda vorrebbe ricostruire Hyrule al suo fianco, o meglio vorrebbe che fosse lui a volerlo. Link non sa se la decisione che ha preso possa farla felice, ma alternative non ce ne sono. Afferrare questa consapevolezza è stato talmente doloroso che non può più permettersi di metterla da parte e rischiare che gli sfugga ancora.

«Ci saranno giorni in cui sarà questa» assente con semplicità sotto il suo sguardo. Lo sguardo di Zelda che non si distoglie un istante da lui, s'è fatto acuto, attento, e parlare sotto la pressione dei suoi occhi è quasi doloroso. «Ci saranno giorni in cui vorrò veramente ricostruire Hyrule con te, Zelda... ma non tutti quanti. Finalmente ho capito che quella contraddizione mi sembrava tanto insanabile perché lo era. Spero che potrai accettare che in me convivranno sempre il Link del passato e il Link delle terre selvagge, e che per quanto possa apparirti strano, o ipocrita, o assurdo... quelli saranno giorni in cui vorrò davvero stare con te, e non ci saranno altri luoghi in cui preferirò stare che al tuo fianco. Lo capisci?»

Le contraddizioni non si possono sanare, quel Link misterioso e alieno che abita dentro di lui è solo uno dei tanti che si contendono e si alternano , si scambiano l'uno con l'altro per trovare pace. Anche quella parte di lui, esattamente come tutte le altre, ha diritto a esistere.

Appare un lampo di comprensione negli occhi di Zelda. «E cosa farai quando non sarai con me?»

Ma lei stessa, accorgendosi della sciocchezza della propria domanda, ride con gli occhi che brillano di lacrime, e Link non può fare altro che allargare la braccia e ridere a sua volta. Nessuno lo sa, perché Daccapo ancora deve finire d'esser costruita, perché troppa gente ancora ha troppo bisogno del suo aiuto, e perché Hyrule, per fortuna, è ancora vasta e sconosciuta a sufficienza per la sua avidità; e dopo, chissà.

È calata su di loro una strana melanconica pace, ora. È un'altra pace da quella che riscalda Hyrule al di sotto di loro: là fin dove si estende l'orizzonte, tutto attorno a loro, Hyrule sta palpitando e rinascendo. È un unico grande organismo che cresce, come un seme che lavora meticolosamente sotto la terra per venire alla luce: Link, che è parte di Hyrule alla stessa stregua di un cerbiatto o di un albero, percepisce il ritmo di quella crescita come il pulsare del sangue nei suoi polsi. Molto presto, sotto la guida di Zelda, rinascerà quella civiltà fiorente e prospera ch'egli intravvede appena ai margini dei suoi ricordi, riprenderanno gli scambi commerciali, Hyrule sarà un po' meno selvaggia di come lui l'ha conosciuta; a volte si domanda se ci sarà ancora posto per lui, quel giorno. Ma la risposta, che in fondo alla sua coscienza egli conosce già, è che se vi sarà una nuova Hyrule, allora ci sarà anche una nuova avventura.

Non ci sono più lacrime ora negli occhi di Zelda. Il suo volto sembra ora parte di quella pace che avvolge Hyrule, improvvisamente più quieto e calmo ora che ha capito; ma non felice – perché per trovare quella serafica pace e accettare il suo destino, Zelda ha dovuto rinunciare a una parte troppo grande e importante della sua umanità, e ora somiglia un poco più a una dea e un poco meno a una donna , vicina eppure irraggiungibile allo stesso modo di una sua statua.

«Sei cambiato così in fretta, Link.» Link fatica per un istante a distinguere le sue parole dal mormorio del vento. «Ieri soltanto credevi d'esser l'unico al mondo, sperduto solo in mezzo alle terre selvagge; eppure mi pare che tu ora abbia capito qualcosa per cui io ho impiegato più di cento anni...»

«Sono stato aiutato» risponde Link.

Non parlano più, di parlare no, non c'è bisogno tra loro, non ce n'è stato mai. Tutto al di sotto di loro, il costante brulicare di Hyrule che lavora silenziosa come un formicaio nascosto sotto la terra dice già abbastanza per tutti e due, ed entrambi si accontentano di riposare per qualche minuto in quel brulichio e in quella pace. È confortante restare vicini così, senza più bisogno di parlare perché ormai hanno compreso entrambi tutto ciò che l'altro aveva da dire, ad ascoltare il frusciare del vento nel flettersi dell'erba.

Zelda sa chi lo ha aiutato nel suo viaggio, e forse anche per questo non c'è bisogno di parlare – lei sa chi ha incontrato e che cosa li legava, e sa quali di loro hanno parlato al Link guerriero del passato e chi invece, l'unico, ha parlato al cuore che abita nelle terre selvagge. Urbosa gli ha fatto dono della sua furia e Daruk lo ha protetto, e per il grande amore che gli portava Mipha lo ha addirittura salvato, ma Revali, ah! - Revali gli ha insegnato a volare.



Fine.




Eccomi finalmente qua, dopo un tempo abominevolmente lungo. Non ho scuse né giustificazioni per questo ritardo: semplicemente ci ho impiegato il tempo che questa storia ha richiesto nel pastrocchio informe della mia vita e dei miei casini, e se nonostante tutto non l'ho abbandonata è stato perché l'ho amata sempre, con i suoi ostacoli e le sue difficoltà. Questa storia esprimeva qualche cosa che mi premeva molto dire, e se non son riuscita a dirlo nel modo migliore, è stato proprio perché ci tenevo troppo ed era troppo grande per me. Ma confido che si capisca ugualmente qualche cosa di quello che speravo di trasmettere.

Giunta alla fine della mia corsa, non posso che fermarmi un attimo a ringraziare Myriel e An13Uta per le loro recensioni, Vicky96 per aver aggiunto la storia ai preferiti e Destyno e Kyuketsuki per averla aggiunta alle storie seguite. Questi piccoli gesti sono per me incredibilmente significativi e ve ne ringrazio tanto.

Infine, un ringraziamento enorme e doveroso a Fiulopis, beta infaticabile e insostituibile amica, per il suo continuo aiuto alla mia storia e a me come persona.

Questo periodo di riposo forzato mi ha dato ovviamente il tempo per sedermi con calma a ricopiare e sistemare il capitolo, e mi sono sforzata di trovarne i lati positivi. Ma ci tengo tanto a mandare un enorme abbraccio a tutti quanti, in questo momento, sono rinchiusi in casa separati dalle persone care, hanno problemi lavorativi, hanno perduto qualcuno o si trovano in situazione potenzialmente a rischio a causa del covid-19: per quello che valgono le mie parole, non siete soli e vi mando un enorme abbraccio a distanza, ovviamente a norma igienica! Restiamo a casa e speriamo che tutto questo finisca presto.

Nell'attesa di tempi migliori, vi mando mille baci.

A presto, e grazie ancora!


Afaneia

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