Finché l'alba non ci svegli

di Ancient Flower
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prima notte ***
Capitolo 2: *** Seconda notte ***
Capitolo 3: *** Terza notte ***



Capitolo 1
*** Prima notte ***


Finché l’alba non ci svegli
 
1. Prima notte – The child is father of the man
 
 
Londra, 19 marzo 2019.
 
Era cosciente, grazie a Dio, ma ridotto molto male. I medici lo davano ormai per spacciato e lui stesso ormai stava cominciando a crederlo, ma cercava sempre di evitare l’argomento in sua presenza. Del resto, è questo ciò che succede quando si continua a fumare, di nascosto per giunta, anche dopo la diagnosi di un tumore ai polmoni. Ma John Deacon era sempre stato così: paziente e calmo come un monaco buddhista, ma impetuoso e mutevole come un ragazzino di quattordici anni. D’altronde faceva sempre lo stesso ragionamento contorto da quando aveva quattordici anni, età in cui fumò la sua prima sigaretta: suo padre, suo nonno e suo zio erano morti per tumore ai polmoni e, quindi, quello sarebbe stato anche il suo destino. Credente al destino che cambia, ma già col destino segnato: che dire? John Deacon era una contraddizione vivente.
Era stato trovato da Roger stesso nel suo giardino immenso in cui si era ritirato dopo una vita passata sotto a dei riflettori che mal sopportava, svenuto sul prato e infreddolito. Quando Roger cercò di rianimarlo riuscendoci, John gli sorrise debolmente, esaltando ancora di più i segni del tempo e della malattia su di sé.
“Rog, te lo ricordi quando ti ho fatto uscire da quel brutto circolo vizioso quarantanove anni fa? Mi devi tre notti insonni, amico mio”, ridacchiò, sputando sangue.
E Roger, con le lacrime agli occhi, rivide distintamente il deprimente paesaggio notturno che lo circondava quarantanove anni fa.
 

Londra, 19 marzo 1970.
 

Clapham Common è il luogo migliore per smaltire una tristissima sbornia e questo Roger Meddows-Taylor lo sapeva benissimo. Barcollando, ma ancora capace di intendere e di volere, quel giovane dal viso paonazzo e la pelle impregnata di whiskey a basso costo fece il suo ingresso nel lussureggiante parco del Sud di Londra, cullato dal silenzio dell’oscurità e a tratti confortato dalla presenza di qualche lampione qua e là che rischiarava le fronde degli alberi imperlate da qualche goccia di pioggia, ricordo di una giornata tutt’altro che soleggiata.
Il luogo in cui di solito il biondo vomitava le proprie delusioni da batterista fallito era un immenso gazebo, riservato alle orchestre, in stile tardo-vittoriano. Lì il giovane si sedeva penzoloni sul balconcino verde scuro, cercando il più possibile di non valicare il confine che lo separava da un probabile trauma cranico sporgendosi troppo in avanti e passava così le ultime ore che lo separavano dall’alba, da una vita in cui difficilmente riusciva a mantenersi sobrio. Un’eterna notte nebbiosa governava la mente del giovane Roger, e tra una bottiglia e un’altra amava sfogare la propria frustrazione suonando l’amata batteria, con cui sperava, un giorno, di sfondare nel mondo della musica, come un nuovo Keith Moon*, ad esempio.
La routine alcolica notturna di Roger Taylor venne interrotta dalla voce di qualcuno seduto sugli scalini del gazebo.
“Giornata no, eh?”, si sentì dire.
Il ragazzo voltò la testa di scatto, cercando di mettere a fuoco il più possibile per riuscire a distinguere la fonte da cui provenivano quelle parole. Ed ecco che inquadrò un ragazzo sui diciannove anni, capelli castani e occhi brillanti rivolti verso la Luna piena. Tra le mani rigirava una lattina di fagioli arrugginita con dentro quelli che sembravano dei penny, visto il tintinnio che si sentiva.
Roger tornò a fissare il prato.
“Devo cercarmi un altro posto per l’autocommiserazione”, grugnì, seccato.
Il ragazzo sugli scalini rise.
“Alcune volte bisogna mettere in conto che magari altre persone hanno le nostre stesse idee”.
“Non mi dica che anche lei è venuto qui per smaltire una sbornia dovuta alla consapevolezza di essere una completa nullità”.
Il castano lo guardò stranito.
“Beh, no. Intendevo dire che non è l’unico a voler starsene da solo in un parco alle tre di notte mentre tutta la città dorme”.
“Purtroppo”, soffiò il biondo, “e comunque Londra non dorme mai, nemmeno quando tutti dormono”.
Il suo interlocutore non si fece troppe domande sulla natura di quella frase apparentemente senza senso, attribuendola forse ad un prodotto dell’alcol. Una parte, però, del significato criptico di ciò che il biondo aveva detto fu spiegato poco dopo.
Vi è un piacere nei boschi inesplorati e un’estasi nelle spiagge deserte, vi è una compagnia che nessuno può turbare presso il mare profondo…**”, recitò il ragazzo.
“Byron”, sorrise l’altro, “nessuno più ormai cita i suoi versi”.
“Per un adolescente impetuoso, Byron è ciò che ci vuole per cercare un po’ di comprensione quando ci si sente fuori dal mondo”, sussurrò il ragazzo biondo, “lo leggevo molto quando avevo sedici anni”.
“Io penso che lei stia vivendo in un sogno”, disse il ragazzo castano, serio.
“Se questo è un sogno io spero di svegliarmi presto”, commentò sarcastico.
“Penso che lei giunga a conclusioni troppo affrettate e si stia facendo scappare molte occasioni alla prima delusione”, disse in tono severo, “avvilirsi così condurrà solo a più tristezza”.
“Diamoci del tu innanzitutto, visto che il progetto di star da solo è andato affanculo”, disse il biondo saltando giù dal balconcino per sedersi davanti al più giovane, sul prato, “e mi devi credere quando ti dico che parlare della mia tristezza ad uno sconosciuto e abbandonarmi alla mediocrità non era tra i miei piani quando sono venuto in questa città di merda, con poche banconote e il mio set della batteria”.
“Senti, non sono affari miei e lo capisco, ma che senso ha arrendersi ad un’età così giovane, quando, magari, il bello deve ancora venire? Se è per questo, niente risponde ai nostri piani se noi non lo vogliamo realmente e ardentemente. Ecco, ardentemente è la parola esatta, ardere sempre”, disse il ragazzo col riflesso della Luna negli occhi.
“Dì un po’ sei uscito da una di quelle campagne di prevenzione ai suicidi?”, chiese il biondo disorientato.
Il ragazzo davanti a lui rise di gusto.
“No, parlo in funzione di come normalmente va la vita”, disse con la sincerità negli occhi.
Nonostante la giovane età, quel ragazzo parlava come fosse un vecchio saggio, il che stupì e, a tratti, irritò il biondo batterista.
“Cosa ne sai tu della vita se non hai nemmeno venti anni sicuramente?”, chiese sarcastico il giovane.
Il castano sorrise e si accese una sigaretta, aspirandone avidamente il fumo e buttandolo fuori con gesti molto lenti e un’espressione trasognata.
“Touché”, disse dopo una pausa, “la mia non era presunzione, ma mi baso sulle mie esperienze. Mio padre è morto quando ero ancora molto piccolo, quindi a sedici anni sono scappato di casa quando mia madre ha deciso di risposarsi con uno stronzo violento. Sono arrivato a Londra che non avevo niente, quindi ho cominciato a fare il gigolò per signore insoddisfatte del loro matrimonio con ricconi quasi mai a casa, quindi ho guadagnato un po’ per affittare un piccolo buco in un condominio colonizzato da cinesi e vecchie abbandonate. Adesso chiedo l’elemosina per strada, oltre a continuare ad intrattenere le signore sposate, non perché abbia perso l’appartamento, anche se quello dell’affitto non è esattamente amico mio, ma così racimolerò una piccola fortuna per comprare un biglietto aereo e viaggiare un po’. Andrò in qualche posto sperduto per ritrovarmi un po’”, disse il ragazzo.
Roger rimase a bocca aperta, provocando le risate del castano.
“Io sono l’esempio vivente della merda umana che cerca di trovare il proprio posto nel mondo vivendo da sperduto, quindi non ti abbattere”, disse il ragazzo mentre consumava lentamente la sua sigaretta, “e soprattutto non fidarti delle apparenze”, concluse, gettando il mozzicone per terra e dando una pacca sulla spalla a Roger. Mentre faceva per allontanarsi, con il Sole che faceva capolino dalle fronde degli alberi, il ragazzo castano si girò un’ultima volta, seguito dallo sguardo del biondo.
The child is father of the man***, il bambino è padre dell’uomo, poiché gli insegna più di quanto egli crede: a meravigliarsi ancora, nonostante tutto, ad esempio”, disse il ragazzo camminando al contrario mentre si allontanava, “che senso ha leggere gli autori romantici se non se ne emula l’ardore?”, e si voltò, perdendosi tra gli alberi.
Roger, dopo averlo osservato attonito, si stese sull’erba, mentre il Sole risplendeva sulla sua chioma aurea.
“Certo che di pazzi ce ne sono in giro, ma questo!”, si disse, ridendo.
 
1358 parole.
 
 
*Batterista degli Who, gruppo rock britannico attivo dal 1964.
**Il pezzo di poesia di Lord Gordon Byron proviene da “Vi è un piacere nei boschi inesplorati”, tratta dal poema “Childe Harold’s pilgrimage’ del 1812.
***Frase tratta dalla poesia “My heart leaps up” di William Wordsworth, poeta del primo romanticismo inglese, pubblicata nel 1802.
 
Angolo autrice:
 
Salve a tutti!
E’ bello essere tornata in questa sezione, anche se per un contest indetto dalla cara Soul! Ti ringrazio per avermi stimolato con questo contest, visto che sono reduce di un periodo di blocco dello scrittore compulsivo. La storia si articola in tre capitoli, tutti si svolgono in tre notti, ma non voglio anticiparvi niente perché non voglio sminuire tutto questo! Come ho detto nell’introduzione, la storia è ispirata alle Notti bianche di Fedor Dostoevskij e anche i protagonisti, Nasten’ka e il sognatore, sono stati d’aiuto per caratterizzare Roger e John, un po’ OOC ma non mi piacciono molto i cliché su loro due ;). So bene che Roger faceva già parte dei Queen, ma presto vedrete degli sviluppi diversi. Spero vi sia piaciuto questo primo capitolo, alla prossima!

Cheers, M.

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Capitolo 2
*** Seconda notte ***


2. Seconda notte – Beauty is truth, truth beauty*
 
A Raffaella.
L’allegra malinconia di chi desidera desiderare di nuovo.
 
Londra, 19 marzo 2020.
 
I narcisi sono i primi fiori che annunciano l’arrivo della primavera in un cimitero suburbano inglese, lasciandosi attraversare dall’impetuosa tramontana che ne turba la corolla. L’ondeggiare dei fiori era l’unico suono udibile intorno, mentre, in lontananza, si sentiva vagamente il rombo dei motori, segno della vita che continuava. In un cimitero, invece, è come se il tempo si fosse fermato.
Per Roger il tempo si era fermato esattamente un anno prima, quando i narcisi avevano accolto John tra di loro.
“Almeno ora riuscirà a prendere un po’ d’aria pulita”, pensava, tra sé e sé, accennando un sorriso, mentre sbucciava una mela seduto di fronte alla lapide fredda dell’amico, timidamente riscaldata da un raggio di Sole che filtrava dalle nuvole del cielo cangiante inglese.
Si godeva un po’ di quel vento decisamente troppo fresco, respirandone avidamente il sentore di erba bagnata e pino, mentre, a piccoli morsi, assaporava il frutto, il cui sapore zuccherino risultava particolarmente amaro nella bocca del batterista. Del resto, quando ci si ritrova tra le mani la diagnosi di una brutta cirrosi epatica, per quanto sia buono ciò che si sta mangiando, si sente sempre un retrogusto di amarezza, nata dal costante pensiero che, probabilmente, quello sarebbe stato l’ultimo frutto, l’ultimo sapore, l’ultimo spicchio assaggiato.
Eppure, alla luce di quel Sole che spariva celermente dietro la lapide di un vecchio amico, quando le iridi dell’uomo divennero un tutt’uno con il cielo plumbeo che si tingeva dei colori del tramonto e le mani erano saldamente ancorate ai fili d’erba, come un albero che ricerca nutrimento attraverso le radici, Roger si sentiva stranamente in pace. Non avrebbe mai rimpianto nulla, nemmeno il fatto di essersi fatto del male abusando di alcol. Sempre meglio che morire per mano di qualcun altro, ed è ciò che gli ha insegnato John.
Tornando a casa con l’avanzare del buio, l’accolse il tepore dei termosifoni, che distese un po’ il suo volto contratto dal freddo. Si buttò a peso morto sul divano in pelle nera, lanciando un sonoro sbuffo per calmarsi dopo la faticosa camminata nel cimitero di campagna. Niente più narcisi a fargli compagnia col loro suono impercettibile, ma confortante. Solo il rumore sordo dei propri pensieri e di una malinconica solitudine. Niente luce sfolgorante del Sole, rimpiazzato da una pallida lampadina a LED sul soffitto che ispirava istinti suicidi persino al Dalai Lama. E Roger fissava l’arancio e il viola del cielo mescolarsi amabilmente, per poi lasciare spazio al nero profondo, rischiarato solo da una timida luna crescente. Era decisamente arrivato il momento di farsi un tè.
Mentre aspettava che la bevanda si raffreddasse quel poco per evitare un’ustione, Roger si fece un giro nella polverosa libreria del suo studiolo. Non era mai stato entusiasta di studiare, ma apprezzava molto la lettura. C’era un libro, in particolare, a cui Roger teneva affettuosamente: una raccolta di poesie di John Keats, rilegato in pelle bordeaux con le scritte dorate in copertina. Al suo interno, fungeva da segnalibro un vecchio biglietto aereo, che riportava come anno il 1971, posto sulla pagina dedicata alla poesia Ode on a grecian urn. Vi era una macchia di sangrìa** sull’undicesimo verso: “Le melodie udite sono dolci, ma quelle che non si sentono lo sono ancora di più”. Sapeva ancora di narcisi quella pagina, così come quella fredda notte di esattamente quarantanove anni prima.
 
Londra, 19 marzo 1971.
 
I mandorli che ornavano il parco di Clapham Common erano ormai nel pieno della loro fioritura e i petali diafani si perdevano nell’ancora gelida aria notturna. Roger, con la schiena appoggiata al passamano delle scale del gazebo vittoriano, gustava un po’ di dolce sangrìa, preparata da sua madre, stringendo tra le mani alcuni spartiti, come augurio per un avvenire che non sembrava più tanto nero. Il giorno prima aveva fatto un provino per entrare in una band del college che, sì e no, frequentava e il risultato era stato più che soddisfacente. Per citare le parole dell’eccentrico cantante: “Dio mio, tesoro, se fai sesso come suoni questa batteria potrei farmi un giro con te”, ed era tutto ciò che voleva sentirsi dire. La sua vita stava prendendo finalmente una piega diversa, se lo sentiva che prima o poi avrebbe fatto della sua passione un lavoro, ma mai si sarebbe aspettato che il trionfo arrivasse così presto, visto che, esattamente un anno prima, era pronto a gettare la spugna. Doveva solamente ringraziare quel paio di occhi verdi luminosi che scrutavano il cielo e quella saggezza da campagna pubblicitaria cattolica, eppure non riusciva a capire come mai il consiglio di quello sconosciuto l’avesse così tanto spronato a farsi strada da solo. Sarà stata, forse, la sua voglia di vivere nonostante tutto a far scattare in lui qualcosa. Sarà stato il suo fascino, la sua innocenza, quelle parole così affettuose, eppure non dovute, il parlare schietto, quella voce calda e sognante, quelle dita affusolate che rincorrevano il filo del discorso. Quei dettagli insulsi erano scolpiti nella mente del biondo batterista, tanto che, quando quella sera il giovane sognatore si presentò di nuovo nel parco di Clapham Common, Roger non ebbe difficoltà a riconoscerlo. Aveva i capelli ancora più lunghi e l’accolse con un sorriso e un’espressione di sorpresa. Era da un anno esatto che i due giovani non si vedevano.
“Va bene che credo al destino, ma questa è proprio fortuna!”, esclamò il giovane dagli occhi verdi.
Roger rise di gusto. “Addirittura fortuna? Io penso che tu lo stia facendo apposta, amico”.
Il castano si sedette sugli scalini del gazebo. “Io ci vengo ogni notte qui, da solo o in dolce compagnia”, ammiccò, “ma, ti prego, dimmi: che cosa ti porta qui, eroe byroniano? Un’altra triste giornata?”, scherzò.
Roger sorrise, passando la fiaschetta con la sangrìa al compagno di chiacchiere. “No, tutt’altro: finalmente sono stato preso in una band! E stiamo progettando di incidere un album a breve”.
“Allora bevo alla tua fortuna. Che ti avevo detto? Non ha senso arrendersi così presto!”, esclamò l’altro ragazzo, mandando giù un po’ della sangrìa.
Roger abbassò lo sguardo, concentrandosi sulle sue dita sudate che erano strette tra di loro, cercando di trovare le parole adatte.
“Non sarebbe successo tutto questo se non avessi incontrato te”, disse il biondo, arrossendo un po’. Non era abituato a queste manifestazioni d’affetto, specie per una persona che conosceva attraverso delle semplici perle di saggezza. Lo riteneva da “femminucce”, senza pensare che, in quel momento, era semplicemente umano.
Il castano lo guardò attonito e infine sorrise, abbassando a sua volta lo sguardo, sbattendo più volte le palpebre per realizzare ciò che il batterista aveva detto. Rimasero in un silenzio carico di gratitudine, fino a quando il più giovane dei due tirò fuori un libricino color bordeaux, con le scritte d’oro. Roger l’osservava sfogliare celermente le pagine, fino a quando non si fermò su di una.
“Voglio leggerti un passo della mia poesia preferita. E’ di John Keats, e so che a te piace il periodo Romantico, quindi ecco qui”. Si fermò un attimo, tempo di schiarirsi la voce e lesse lentamente e con voce calma.
Le melodie udite sono dolci, ma quelle che non si sentono ancora di più; quindi, dolci flauti, continuate a suonare, non per l’udito, ma, ancora più caro, suonate per lo spirito canzoni senza suono”.
Roger l’ascoltava come se fosse un incantatore e lui il serpente. Amava come le sue labbra seguissero l’andamento sostenuto e dolce della metrica e come sembrasse sentirle tutte quelle parole. Il ragazzo castano si avvicinò a Roger, guardandolo per un momento negli occhi mentre recitava altri versi.
Bel giovane sotto gli alberi, non puoi cessare la tua canzone, né mai saranno spogli quegli alberi”.
Roger sentiva il cuore a mille e ad ogni sospiro che il giovane cacciava fuori era come un’alitata di vento gelido sulla sua pelle, ogni sguardo un filo sottile che legava gli occhi di uno al cuore dell’altro.
Il castano sospirò, tremante, e riprese. “Amante audace”, pronunciò, fissando i suoi occhi in quelli socchiusi per la serenità di quel momento del biondo, “non potrai mai, mai baciarla”, recitò, con crescente enfasi, “anche se sei così prossimo al tuo obiettivo”. Roger si lasciò scappare un sospiro di desiderio e riaprì finalmente gli occhi, cercando di decifrare quelli del ragazzo ormai così vicino a lui da poterne sentire ogni impercettibile sospiro.
Eppure non temere: lei non può scomparire, anche se non raggiungi la tua gloria, tu amerai per sempre, e lei sarà…”, si fermò un attimo, alzando lentamente lo sguardo su Roger, vedendo i suoi occhi brillare come il mare le cui onde vengono esaltate dalla luce del Sole, e la bocca socchiusa che lascia passare sospiri caldi e frementi. Il ragazzo chiuse gli occhi allora, avendo colto il segnale nell’espressione del biondo e, accarezzandogli una guancia, lasciò che le sue labbra si inebriassero del dolce sapore di sangrìa che le labbra di Roger portavano con sé. In un primo momento, il biondo non rispose, ma infine si lasciò guidare da quel giovane che gridava innocente desiderio da ogni sillaba sussurrata. E il suono degli schiocchi di labbra e dei dolci sospiri che filtravano ogni tanto era tutto ciò che i due, forse inconsapevolmente, avevano immaginato.
Trasportati dall’euforia del momento, lasciarono cadere la fiaschetta di sangrìa rimanente sul libro, che cadde sul prato ormai pieno di profumati narcisi.
Quando i ragazzi si allontanarono dalla presa salda che il desiderio aveva avuto su loro due, con ancora il fiato tremante per l’adrenalina, l’uno appoggiò la fronte contro quella dell’altro, beandosi del suono del vento attorno a loro. Il ragazzo castano teneva ancora appoggiate le mani sulle guance del biondo e, finalmente, si guardarono negli occhi.
“…per sempre bella”, concluse il più giovane. Il biondo sorrise e disse che quella era la poesia più bella che gli avessero mai letto.
Dopo un po’ i due si stesero sull’erba già imperlata da qualche goccia di rugiada, osservando il cielo vestirsi dei colori dell’alba finalmente.
“Sai la cosa strana?”, sussurrò Roger, stringendo a sé il più piccolo.
“Che cosa?”.
“Io non so ancora il tuo nome e tu il mio”.
Il castano sorrise. “E’ vero”, disse, “io mi chiamo John Richard Deacon”.
“Gran bel nome”, sussurrò Roger, “io mi chiamo Roger Taylor”.
“Piacere di conoscerti, Roger Taylor”, rise John.
Fu l’alba.
 
1710 parole.
 
*Frase che apre il quarantanovesimo verso dell’Ode su un’urna greca di John Keats, poeta del secondo Romanticismo inglese, la cui traduzione è “La bellezza è verita, verità bellezza” e che un po’ riassume la poetica dell’autore.
**Bevanda spagnola per cui si parte da una base di vino a cui si aggiungono pesche e arance e diverse spezie, come cannella e chiodi di garofano.
 
Angolo dell’autrice:
 
Salve a tutti!
Diciamo che ora come ora ho due paure: la prima è che non riuscirò a finire la storia (e invece dovrò finirla perché partecipo ad un concorso lmao), la seconda è quella di sforare col limite massimo di parole, ma mammina quando mi ha tirato su non mi ha dato il dono della sintesi, per cui mi scuso se sono prolissa molto spesso ma tutto ciò che uso è un puro espediente narrativo. Mi dispiace anche per l’attesa ma tra viaggi, compleanni e una buona dose di fancazzismo non avevo proprio idea di come mettermi qui e spremermi per continuare questa storia. Ma spero comunque che il risultato sia venuto bene. Vi ringrazio per aver accolto con entusiasmo il primo capitolo e, spero, di rivedervi in settimana con l’ultimo capitolo. In cantiere ho un’altra storia a base Queen, mi sta tornando l’ispirazione, quella maledetta! Un abbraccio.
Cheers, M.

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Capitolo 3
*** Terza notte ***


3. Terza notte – Eternal sunshine of the spotless mind
 
Londra, 19 marzo 2025.
 
Tirare le cuoia in un appartamento abbandonato, spoglio e pieno di polvere, che un tempo aveva condiviso con John e che ora del ragazzo castano in quella casa rimanevano soltanto delle incisioni sui battiscopa, non era di certo quello che un giovane Roger si sarebbe augurato, ma il destino è un bambino capriccioso e probabilmente non conviene fare a gara a chi vuole cosa in questi casi.
Stava morendo solo, vecchio e infreddolito e, tra qualche piccolo colpo di tosse e delle contrazioni all’addome, sperava sempre, col calare del Sole, di rivedere la sagoma snella ed eterea di John entrare silenziosamente nella sua taciturna malinconia notturna, portando un po’ di brio alla deprimente consapevolezza di stare per morire. Ecco, se fosse stato lì in quel momento avrebbe detto: “Stai morendo? E quindi? Cazzo, sei sopravvissuto alla cocaina e hai tirato avanti per 76 anni, dovresti ritenerti fortunato! Hai già visto troppo”, o qualcosa di abbastanza simile, tirando fuori un sorriso sardonico, reso unico da una piccola fessura nei denti centrali. Steso sul pavimento in legno che andava a marcire, Roger ridacchiò divertito al pensiero del suo compagno mentre gli faceva quel rimprovero improvvisato e una lacrima gli solcava le rughe sporgenti e il volto livido.
Mancavano pochi minuti al tramonto e Roger si sentiva il fiato pesante. Cercò di tirarsi su e, quando ci riuscì, sentendo il fastidioso rumore di ossa vecchie quasi come si stessero polverizzando, afferrò la bottiglia di brandy e la nascose nel caminetto spento. Dopodiché, prese il cappotto e uscì di casa in fretta, affondando il viso nella sciarpa di lana, forse più per coprirne il colore giallognolo che per vero e proprio freddo.
Camminò a passo spedito per le strade che circondavano Clapham Common, riconoscendo in un batter d’occhio i luoghi in cui aveva buttato l’anima. Il vento spazzava via tutto ciò che si trovava lungo la sua traiettoria con delle folate gelide e Roger, barcollante, era l’unico che resisteva alla burrasca. Fuori, per quelle strade, non vi era un singolo cristiano a camminare e Roger percepiva il tepore delle case che si apprestavano a consumare la cena.
Quando fu abbastanza vicino ad una casa familiare, si fermo davanti la porta in mogano rossa e suonò il campanello diverse volte. Sentiva che le gambe stavano per cedergli e pregò affinché si sbrigassero ad aprirgli la porta. Nel momento in cui le sue preghiere si realizzarono, Roger fu investito da un’avvolgente nuvola di calore proveniente da un probabile caminetto scoppiettante. Infatti, avvicinandosi, l’odore di pino bruciato l’avrebbe riconosciuto tra mille. Fu fermato dalla voce di chi gli aprì la porta: un uomo sull’ottantina, capelli rasati e brizzolati, occhietti neri vispi e un paio di baffi ornavano lo spazio tra il naso e le labbra sporgenti. Roger l’avrebbe riconosciuto tra mille.
“Roger, darling, hai un aspetto abbominevole!”, esclamò stupito Freddie. Roger accennò un sorriso stanco e si appoggiò allo stipite della porta con le mani tremanti e le occhiaie pronunciate. Più Freddie lo guardava, più sentiva il cuore stringersi in una morsa di apprensione. Dal canto suo, Roger ascoltava le pressanti domande del più anziano, ma non ce la faceva a rispondere, voleva risparmiare energie per quello che avrebbe detto.
Appena alzò lo sguardo, anche Brian li raggiunse e Roger fu felice del fatto che fossero tutti lì, a casa di John, a commemorarlo dopo sei anni dalla sua morte. Brian era quello più provato dal suo aspetto malaticcio.
“Roger, ma che diavolo ti è successo?”, riuscì a dirgli con voce tremante.
Roger, ormai ansimante, riuscì a dire: “Ragazzi, vi prego, perdonatemi”.
Furono le sue ultime parole, prima di crollare a peso morto sul pavimento in noce, mentre l’ultima cosa che sentì fu Freddie ordinare agli altri di chiamare un’ambulanza e Roger pensava che fosse una cosa stupida, visto che stava morendo.
 
Londra, 19 marzo 1997.
 
“Voi siete matti, cazzo, la crisi di mezza età vi fa sparare cazzate, altrimenti non si spiegano queste assurdità!”, sbraitò Roger, furente.
“Roger, tesoro, arrabbiarti così non farà altro che accentuare le tue rughe e smettila di versarti gin nel bicchiere, non hai più vent’anni, mettitelo in testa!”, esclamò Freddie massaggiandosi le tempie, alquanto spazientito.
Roger scaraventò il bicchiere a terra, rompendosi in mille pezzi.
“Senti un po’, Farrock, non farmi la predica su quanto ci voglia fegato ad affrontare questa vita, perché non mi sembra che tu sia tutta questa fortezza di spirito!”, grugnì Roger.
Freddie deglutì. “Ti do ragione Roger, ma se John non vuole continuare a fare tour con noi, non possiamo mica puntargli una pistola sulla tempia e costringerlo a suonare il basso mentre un negriero lo frusta, o mi sbaglio?”.
“Ci parlo io con John, a me fa incazzare il discorso che tu e Brian avete fatto all’inizio, che lui è una persona debole e fragile e che non possiamo pressarlo, voi non sapete quante ne ha passate quell’uomo!”, urlò il biondo.
Brian sbuffò. “Roger, questo non lo metto in dubbio, ma, arrivati alla veneranda età di cinquant’anni se uno non vuole avere più niente a che fare con questo business noi possiamo dire soltanto amen!”, disse il riccioluto.
“Voi siete delle fighette, ci parlo io con John dato che voi tirate fuori il pretesto della debolezza”, sputò Roger, “la verità è che volete tenervi i soldi tutti per voi e se è così, questa è l’ultima volta che mi vedete”.
Detto questo uscì, sbattendo la porta furiosamente e ignorando Brian che lo chiamava. Freddie lo prese da un braccio.
“Lascialo stare, tesoro, vedrai che un giorno tornerà”, soffiò Freddie.
 
Roger corse per le vie notturne del sud di Londra con le lacrime che andavano a morire fin sotto gli zigomi, per poi perdersi nel vento tiepido che annunciava la bella stagione. Loro non capivano niente, di questo era fermamente convinto. Eppure, una piccola parte di sé stesso, per quanto esigua, gli diceva insistentemente che, forse, stava esagerando, che se veramente amava John doveva rispettare quello che desiderava. Ma, in quel momento, solo l’impeto lo guidava.
Una volta arrivato nell’appartamento che condivideva con John, entrò a gamba tesa e trovò il diretto interessato seduto per terra, con le spalle rivolte verso la porta, mentre sembrava incidere qualcosa sul battiscopa. I mobili dell’appartamento erano ricoperti da un telo bianco.
“Che significa, John? Che significa che te ne vai dalla band? Che significano questi lenzuoli sui nostri cazzo di mobili, eh John?”, chiese Roger ansimante, gli occhi ceruleo ormai rossi dal pianto.
John smise di incidere sul battiscopa e si voltò appena, buttando un occhio sulla figura nera dalla rabbia di Roger. Non sopportando quel silenzio, il biondo scattò in avanti e lo afferrò da sotto le ascelle, costringendolo poi a voltarsi e a guardarlo negli occhi.
“Dimmi perché lo hai fatto, ti prego, John, parlami! Perché non me lo hai detto?”, singhiozzò Roger.
John lo guardava dritto negli occhi e gli appoggiò una mano fredda sulla guancia, mentre appoggiò la fronte contro quella di Roger, che, dopo quel contatto, fu scosso ancora di più dai singhiozzi.
“Roger, io ho sei figli, cinque dei quali li devo ancora sistemare, non posso continuare ad andare avanti in giro per il mondo ed abbandonarli a sé stessi solo perché spezzerei il cuore a qualcuno”, soffiò John mentre stringeva a sé Roger, ancora preso dai singhiozzi. Il biondo sapeva, dentro di sé, quanto avesse ragione, ma non voleva dargli questa soddisfazione.
“Tutte cazzate! Tu hai paura! Vuoi allontanarti da me, ecco cosa vuoi fare! Ho accettato il fatto che tu avessi una moglie, dei figli, una casa tutta tua, ma che tu decida di andartene via da me, i-io non lo accetto, mi dispiace, sei ingiu-“. Roger non riuscì a finire la frase che John si avventò sulle sue labbra, passando le dita tra i capelli, che andavano a diventare bianchi, di Roger. Il biondo fu sopraffatto dalle lacrime e cercò avidamente il viso di John, mentre il suo respiro si univa dolcemente al suo smorzato dal pianto e dall’angoscia di perderlo per sempre. John s’interruppe un attimo, lasciando che le loro bocche prendessero fiato per quella che sarebbe stata una notte d’amore, e soffiò sulle sue labbra: “Non mi perderai mai, non mi hai mai perso”. E Roger divenne un po’ più sicuro quella notte, nonostante l’idea di due vecchi che facevano l’amore come due adolescenti, a tratti, lo stranisse, sapeva che John si sarebbe preso cura di lui come la prima volta, in una dimensione in cui il tempo era superfluo quando in gioco c’erano soltanto due corpi intrecciati amorevolmente, due bocche che si desideravano e le dita di uno che scoprivano ogni lembo di pelle dell’altro.
La Luna alta ora dava un po’ di refrigerio ai loro corpi imperlati di sudore, coperti solo dai lenzuoli sui mobili plastificati. L’impercettibile respiro di John arruffava leggermente le restanti ciocche dorate sulla testa di Roger. Il biondo avrebbe voluto che quel momento rimanesse scolpito nel tempo per sempre, ma lo sentiva che John se ne sarebbe andato appena avrebbe chiuso gli occhi, quindi cercò di rendere tutto quanto il meno deprimente possibile e chiuse gli occhi, prima di stampare un piccolo bacio sulla guancia accaldata di John.
“Ti perdono, John”, soffiò il più grande e chiuse gli occhi, sperando di rivederlo presto a Clapham Common o dove il suo istinto l’avrebbe portato.
John se ne andò come l’inverno: sgusciando via in silenzio, portando con sé la notte di cui era padrone da molti anni ormai per lasciare spazio all’alba di una vita nuova, pronto a ritornare non appena fosse stato il momento giusto.
La mattina del venti marzo, Roger si svegliò frastornato per l’alcol che aveva bevuto furiosamente, ma col cuore lenito da una dose terapeutica di affetto e devozione del suo amante. Si ritrovò sul tavolinetto un foglio di carta piegato e un libro di poesie di Keats rilegato in pelle bordeaux. Accennando un sorriso sconfitto, e pronto a piangere come un bambino, aprì il foglietto e si mise a sedere sul divano, mettendosi il libro di poesie di Keats sulle ginocchia. Non ci volle molto ai suoi occhi di velarsi di lacrime.

Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale!
Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata.
Infinita letizia della mente candida!
Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio.
Questa poesia, mio caro Roger, è tratta dall’Eloisa ed Abelardo di Alexander Pope. I due protagonisti sono un esempio di quanto difficile sia amare in certe circostanze, con mille difficoltà e quanto spesso le decisioni di una parte facciano soffrire l’altra. Perché l’amore serve a sentire l’altro e a sentire sé stessi, ma di certo non risolve i problemi. Io sono sempre stato convinto di questo.
Non ho mai avuto l’intenzione di spezzare il tuo fragile cuore, non ho mai preso questa decisione con il voluto intento di farti del male, perché ancora, quando ti vedo, io rivedo quegli occhi che ventisette anni fa imploravano aiuto nell’oscurità di un parco. Non immagini quante cose vorrei fare ancora insieme a te, quanti posti vorrei vedere, quante risate vorrei strapparti e quanto vorrei invecchiare insieme a te. Ma come amo te, amo anche i miei figli e, a differenza dei miei genitori, voglio esserci quando i loro occhi brilleranno d’amore per la persona che hanno scelto, così come i nostri brillarono in quelle notti.
Considerami d’ora in avanti come un’ombra che ti seguirà sempre, come un secondo cuore che batte in sincronia col tuo, come un altro paio di occhi che ti porteranno via dai guai e come altre mani che asciugheranno le tue lacrime al posto tuo, ogni qualvolta ti sentirai da solo. Puoi cercarmi nell’aria notturna, nelle foglie di Clapham Common, in una poesia di Keats o in un passo di Byron, in una macchia di sangrìa o nei fiori che sbocciano, nelle canzoni che ho scritto pensando a te. Sei pieno di me, Roger, ovunque, come io lo sono di te. A differenza dell’incolpevole vestale, io non ti dimenticherò, non lascerò questo buco. Sarò immensamente felice se mi porterai sempre con te.
 
Eternamente tuo,
John.

 
Roger strinse quella lettera al suo petto morbosamente, lanciando un singhiozzo strozzato e premendo il foglio di carta a sé, come se quelle parole volesse tatuarsele indelebilmente al cuore. Il Sole era già alto.
 
Londra, 21 marzo 2020.

Brian e Freddie sapevano quanto Roger ci tenesse a quella lettera da quando gliela lesse sorridente tra le lacrime. Per questo motivo, decisero di cremare il suo corpo insieme alla lettera, come una sorta di “segno di riconoscimento” qualora avesse rivisto John.
Mentre spargevano le ceneri sulla tomba di John, i due restanti membri della band speravano con tutto il cuore che quelle due anime, strette al vincolo dell’eternità, si rincontrassero nell’aldilà, in un luogo senza più limitazioni.

2120 parole.
 
Angolo dell’autrice:

Salve a tutti!
Non ci posso credere, ma ragazzi, finalmente, riesco a finire qualcosa che ho iniziato! Urrà! Stasera offro io. A parte gli scherzi ringrazio a questo punto il contest indetto da Soul, altrimenti, vista la mia inerzia, difficilmente avrei finito questa storia se non ci fosse stato un motivo preciso per finirla. Come vedete, Freddie vive ancora ai giorni nostri, anche se, sinceramente, non riesco ad immaginarmi Freddie vecchio, infatti ho avuto diverse difficoltà lol. Ringrazio tutti voi per il supporto e per le belle parole dei capitoli scorsi, tornerò presto con una one-shot e, probabilmente, una long con cui spero di ritrovarvi! Intanto vi abbraccio e vi ringrazio di essere giunti fin qui.
Cheers, M.
 
 

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