Danganronpa: Offsite

di ChrisAndreini
(/viewuser.php?uid=466967)

Disclaimer: Questo testo proprietà del suo autore e degli aventi diritto. La stampa o il salvataggio del testo dà diritto ad un usufrutto personale a scopo di lettura ed esclude ogni forma di sfruttamento commerciale o altri usi improri.


Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prologue: The Curtain opens ***
Capitolo 2: *** Chapter 1: Drink, dance and forget your despair Hotel Life 1 ***
Capitolo 3: *** Chapter 1: Drink, dance and forget your despair Hotel Life 2 ***
Capitolo 4: *** Chapter 1: Drink, dance and forget your despair Hotel Death ***
Capitolo 5: *** Chapter 1: Drink, dance and forget your despair Class Trial ***
Capitolo 6: *** Chapter 2: Memories, sins and children games Hotel Life 1 ***
Capitolo 7: *** Chapter 2: Memories, sins and children games Hotel Life 2 ***
Capitolo 8: *** Chapter 2: Memories, sins and children games Hotel Death ***
Capitolo 9: *** Chapter 2: Memories, sins and children games Class Trial ***



Capitolo 1
*** Prologue: The Curtain opens ***


Danganronpa: Offsite

 

Prologue: The Curtain opens

 

La Hope’s Peak Academy. Un sogno che Misaki Ikeda non avrebbe mai creduto possibile.

Non che fosse priva di talento o lì solo per un colpo di fortuna, anzi, di talento ne aveva parecchio, ma essendo sorella di una ragazza dell’ultimo anno che rispondeva al nome di Ultimate Mentalist più di quanto rispondesse quando la chiamavano Ritsuko, ed era sempre stata considerata la più talentuosa della famiglia, Misaki aveva sempre pensato di non essere all’altezza di rientrare nella cerchia dei fortunati prescelti.

Eppure, eccola lì, membro ufficiale della classe 77-B, e già in lizza per uno scambio culturale con una delle succursali estere, sicuramente quella americana. Era sempre stata eccezionale nelle lingue, pur non essendo il suo talento principale, anche se forse sarebbe stato più dignitoso, per certi versi, rispetto a quello ufficiale.

Rimase a rimirare per qualche secondo, estasiata, il profilo sontuoso dell’edificio, e sobbalzò quando una ragazza più grande di lei le cinse il collo, prendendola di sorpresa.

-Sorellina, ti sei incantata? Guarda che se non ti sbrighi farai tardi alla cerimonia- la incoraggiò sua sorella, iniziando a trascinarla dentro l’edificio.

-Arrivo, arrivo. Mi stavo solo godendo il momento. Sembra troppo bello per essere vero- le sorrise Misaki, facendosi trascinare e continuando a fissare l’edificio con occhi a cuore.

Ritsuko ridacchiò.

-Mi fa davvero strano vederti così felice di andare a scuola. Guarda che alla fine non è niente di speciale. È solo una scuola come un altra, solo con gente parecchio strana- alzò le spalle, cercando di placare la sua, a suo parere esagerata, eccitazione.

-Ma lo sai che amo la gente particolare- Misaki si eccitò solo di più.

Ritsuko scosse la testa -Visto il tuo talento non me ne stupisco. Sono certa che ti farai degli ottimi ricordi e parecchi amici- commentò ottimista -Anche se un po’ mi dispiace che potresti trasferirti presto in America- aggiunse poi, un po’ incerta.

-Più amici da fare!- esclamò Misaki, che al contrario era ogni secondo più eccitata all’idea di tutto ciò che l’aspettava oltre quella porta.

-Ovviamente- Ritsuko alzò gli occhi al cielo. Conosceva bene la sorella, il suo entusiasmo esagerato non la stupiva più, ormai -Sbrigati che devo finire il mio an…- 

Ma Misaki non riuscì a recepire l’ultima parola.

Perché nel momento stesso in cui, trascinata dalla sorella maggiore, mise piede nell’edificio, il vuoto l’avvolse completamente, e poi il buio.

Quello che sarebbe dovuto essere l’inizio della più straordinaria esperienza della sua vita si trasformò presto nel peggiore dei suoi incubi.

 

Quando riaprì gli occhi, le sembrarono essere passati anni. Era intontita, la testa le pulsava terribilmente, e sentiva un pessimo sapore in bocca. Sollevò con difficoltà la mano destra e se la portò sulla fronte, cercando di alleviare il dolore e controllando che non avesse la febbre. Sembrava di no.

Lentamente cercò di ricordare cosa potesse essere successo, ma per quanto sforzasse la memoria, l’ultimo suo ricordo era di entrare alla Hope’s Peak Academy trascinata da sua sorella, niente di più e niente di meno. L’unico risultato che ottenne, quindi, fu di aumentare il mal di testa.

Decise di lasciar perdere, e iniziò a guardarsi intorno, sempre rimanendo sdraiata in quello che sembrava un comodo divano in una saletta con televisione, una telecamera poco discreta e un tavolino in un angolo. Il tutto condito con dettagli decisamente lussuosi tra cui due tende rosse accanto alla televisione e delle finestre… completamente sprangate.

Forse era svenuta e l’avevano portata lì, ma perché era sola? E perché non era in infermeria? Sembrava quasi il salottino privato di qualcuno, era parecchio strano. Ed ancora più strane erano quelle finestre coperte.

Misaki non si sentiva ancora in grado di alzarsi, perciò si osservò, sperando di non trovare niente fuori posto, ma era vestita esattamente come era entrata: camicia bianca a maniche corte, cravattino a fiocco e gonna blu, calze azzurre e delle scarpe stringate scure.

Anche il suo centinaio di bracciali dell’amicizia erano al loro posto sui suoi avambracci, e non sembrava mancarne nessuno.

Diede un’occhiata di troppo al bracciale di lacci con un ciondolo a cuore che teneva in un posto speciale più in alto sul braccio, poco sotto la spalla, ma non sembrò trovare assolutamente nulla fuori posto. Anche i capelli castani, sciolti con qualche treccina legata con ulteriori braccialetti dell’amicizia, erano normali.

Eppure, lei si sentiva strana, diversa da poche ore prima, e molto confusa.

Riuscì a trovare la forza per mettersi a sedere e guardarsi intorno, ma la tensione che provava da quando si era svegliata non fece che aumentare. C’era sicuramente qualcosa che non andava in lei, e in quel posto. Perché sua sorella non era con lei? Ritsuko era parecchio protettiva, non l’avrebbe lasciata sola se fosse svenuta senza motivo. Ma era davvero svenuta? Stava benissimo fino a poco prima. Ed era davvero all’accademia? Non sembrava come la sorella gliel’aveva descritta.

La telecamera e le finestre erano le cose che più la inquietavano, e le osservò preoccupata, torturandosi le mani e riflettendo su cosa fare.

Chiuse gli occhi per qualche secondo per riordinare le idee, ed elaborò un piano su come agire: doveva uscire da lì, esplorare con discrezione ed eventualmente chiedere aiuto.

Ma prima di poterlo mettere in pratica, un annuncio inaspettato proveniente dallo schermo della televisione e dagli altoparlanti ad essa collegata la fece sobbalzare di scatto.

-Ben svegliati, studenti, ben svegliati. Recatevi nella hall immediatamente per la cerimonia di accoglienza- la voce dell’annuncio era squillante e quasi fastidiosa ad udirsi, ma almeno le aveva dato qualche informazione.

Misaki si alzò, le gambe ancora tremanti e poco reattive, e lentamente iniziò a dirigersi fuori dalla stanza, anche se non aveva la minima idea di dove potesse essere la hall, ed era anche piuttosto confusa dall’uso del termine.

Fu solo raggiunta la porta che si rese conto di un fatto ancora più preoccupante, che non aveva idea di come potesse esserle sfuggito.

La voce aveva parlato in inglese, e lei non solo l’aveva capito alla perfezione, come se fosse la sua seconda lingua, ma non se n’era neanche del tutto accorta, come se ormai ci fosse abituata. Ma non era possibile. Era brava in inglese, ma non aveva mai nessuno con cui parlarci, a casa. E poi, teoricamente, doveva essere in Giappone, a casa sua, in quel momento. Perché all’improvviso alla Hope’s Peak Academy parlavano inglese?

Rimase con la mano sulla maniglia per almeno un minuto, cercando di capire cosa stesse succedendo, ma alla fine si arrese alla realtà dei fatti: non lo avrebbe scoperto stando lì, perciò si decise ad uscire, e raggiungere la hall, che, con sua grande fortuna, scoprì essere proprio oltre la porta, perciò almeno non doveva esplorare e non rischiava di perdersi. 

Purtroppo, capì anche perché la voce acuta degli altoparlanti l’aveva chiamata “hall”. E la sua confusione non fece che aumentare notando di non essere affatto nella sua scuola. Beh, in nessuna scuola.

Era chiaramente all’ingresso di quello che sembrava un hotel piuttosto lussuoso. 

E davanti a lei c’erano una decina di ragazzi di circa la sua età o poco più grandi, che si girarono a guardarla all’erta, e sembravano confusi e spaesati quanto lei.

Beh, quasi tutti.

Sentendo tutti quegli sguardi addosso, Misaki si fece piccola piccola, ma accennò un sorriso. Dopotutto, il suo talento l’aiutava parecchio in quel genere di situazioni, con tante facce sconosciute. Salutò con un cenno tutti quanti, ma non sapeva bene che lingua usare, ad essere sincera.

-Un’altra studentessa della Hope’s Peak Academy?- indagò incuriosita una ragazza con i capelli verdi legati in una treccia, occhi blu e occhiali tondi alla Harry Potter. Era vestita con un maglione color tanno che le lasciava scoperte le spalle, una gonna marrone  con scarpe in tinta e delle lunghe collant nere. Portava inoltre una borsa a tracolla e una matita dietro l’orecchio.

Alla sua domanda, Misaki sembrò riavere speranza, e annuì.

Certo, la ragazza aveva parlato inglese, e quello non si spiegava, ma aveva anche nominato la Hope’s Peak, e quindi Misaki non era l’unica che teoricamente avrebbe dovuto essere lì.

-Sì, mi chiamo Misaki Ikeda… ma… ecco… dovrei essere in Giappone… al momento- confessò, stupendosi della sua perfetta pronuncia e dalla naturalezza con cui stava parlando, almeno la lingua.

Una ragazzina mingherlina dai capelli biondi legati in una coda alta e tenuti fermi da un fiocco rosso e oro, occhi verde acqua, anch’essi circondati da occhiali larghi molto più alla moda, vestita come una studentessa di Hogwarts di Grifondoro con numerose spille di altre strane opere sul petto alzò di scatto la testa da alcuni depliant su un tavolo che stava analizzando e si rivolse a Misaki, entusiasta.

-Sei giapponese? Ti piacciono gli anime? Io ne ho visti a bizzeffe! Anche se i miei preferiti sono i film dello studio Ghibli e Sun Witch Esper Ito!- iniziò a fangirlare. Tra tutti sembrava quella meno toccata dalla confusa situazione.

Misaki cercò di adattarsi e le rispose con sincerità, riflettendo sulla domanda.

-Sì, sono giapponese. Non sono una grande esperta di anime, ma adoro quelli dello studio Ghibli e in generale i film piuttosto delle serie. Tipo Your Name- ammise, trovando il discorso davvero utile per distrarsi.

-Ottimi gusti, sorella! Mi chiamo Sophie Wilkinson, Ultimate Fangirl- si complimentò e presentò la bionda, con un occhiolino e stringendole con vigore la mano.

-Vi pare davvero il momento di pensare a stupidi cartoni animati? Per caso tu hai idea del perché siamo qui? Anzi, neanche te lo chiedo. Pensi persino di stare in Giappone- le interruppe un ragazzo dai capelli biondo scuro sistemati in un ciuffo, occhi ambrati, occhiali rigidi e giacca elegante. Indossava una sciarpa di seta. Sembrava uno snob ricco figlio di papà con la puzza sotto al naso, e squadrò Misaki con sguardo critico e di superiorità.

-In effetti non ne ho idea. Questa dovrebbe essere la succursale americana?- chiese Misaki, rivolgendosi un po’ a tutti.

-Teoricamente, ma non credo lo sia. A me sembra quasi più un hotel- commentò un po’ incerta una ragazza un po’ in carne che era spaparanzata su un divanetto. Aveva i capelli viola legati a ciuffo d’ananas in alto sulla testa, gli occhi verde oliva e una spruzzata i lentiggini sul volto. Indossava una maglietta alla marinara gialla a maniche corte, due polsini rispettivamente verde e rosa acceso, dei pantaloni a mezza gamba blu e scarpe da ginnastica dai lacci di colore diverso e che si abbinavano ai polsini. Uno stile eccentrico per una ragazza dalla personalità eccentrica.

-Complimenti Sherlock, sono certo che sei la Ultimate Detective- la prese in giro in tono sarcastico il biondino con gli occhiali.

-A dire il vero sono la Ultimate Comedian, ma grazie del complimento- rispose, ironica, la ragazza, e lui alzò gli occhi al cielo.

-Che talento stupendo!- si complimentò Misaki. -Come ti chiami?- chiese poi, rendendosi conto di non averlo chiesto a nessuno.

-Cheyenne Chapman. Puoi chiamarmi Chap, lo fanno un po’ tutti, oppure Chey-Chap, che è il mio nome d’arte- rispose lei, con entusiasmo.

-Arte…- la sfotté il biondino, mimando le virgolette con le dita.

-E fammi indovinare, tu sei l’Ultimate Mr. Simpatia?- chiese Chap sarcastica, rivolgendosi a lui e seccata dal suo comportamento.

-Sono l’Ultimate Critic. Un giorno la tua carriera dipenderà dal mio giudizio, perciò stai attenta- la minacciò lui.

Misaki avrebbe tanto voluto intervenire, ma decise di lasciar perdere, dato che avevano problemi più gravi a cui pensare, e non voleva crearsi da subito dei nemici, anche se al momento Chap sembrava più propensa a diventare sua amica rispetto a quel critico.

-Quindi nessuno sa che posto è questo, chi ci ha chiamati qui e cosa dobbiamo fare?- chiese, rivolgendosi alla ragazza con la treccia che le aveva rivolto la parola per prima.

Lei alzò le spalle.

-Non saprei. Da quello che ho capito dovremmo essere tutti, tranne te, degli studenti della classe 2 della succursale americana della Hope’s Peak Academy, probabilmente chi ci ha chiamati qui aspetta tutti gli altri prima di farsi vivo. Sono certa che c’è una spiegazione logica a tutto questo- cercò di farsi coraggio, pensierosa.

-Oggi è il vostro primo giorno di scuola?- chiese Misaki.

-Sì… teoricamente, per tutti- rispose un ragazzo che era seduto a terra a gambe incrociate, e che colpì parecchio Misaki per la stravaganza del suo aspetto. 

La sua pelle era color caramello, e due cicatrici gli sfiguravano il volto rispettivamente sul naso e sulla guancia sinistra. Portava una benda sull’occhio sinistro e quello destro era rosso e dall’espressione fredda e impassibile. I capelli erano di varie tonalità di grigio e sistemati in un ciuffo mosso che gli ricadeva sul volto. I suoi vestiti gli stavano grandi, e sembravano parecchio consumati: una maglia ingiallita dal tempo, una felpa da ginnastica gialla, pantaloni scuri sformati e degli stivali che gli arrivavano alle ginocchia. Al collo portava un amuleto tenuto da un laccio di cuoio, che sembrava raffigurare un occhio.

Misaki non avrebbe mai saputo indovinare il suo talento, ma era sicura che non fosse niente di normale.

-Quindi… aspettiamo?- chiese poi, senza sapere che altro fare.

-È quello che stiamo facendo un po’ tutti. Io, per esempio, sarà un’ora che aspetto il tè che quel maggiordomo aveva detto che mi avrebbe fatto- una ragazza seduta su un divano, che fino a quel momento era rimasta a rimirarsi le unghie laccate di nero, degnò i presenti di qualche parola, in tono snob e pieno di sé. Misaki iniziò già a prendere appunti per accoppiarla con il critico, perché sembravano fatti l’uno per l’altra.

La ragazza aveva lisci capelli neri tenuti con una fascia, occhi argentati con un neo sotto quello sinistro, e indossava in girocollo argento con quello che sembrava un rubino incastonato. Un bustino rosso, una gonna e un coprispalla di pizzo neri con ghirigori rossi, parigine semitrasparenti nere e scarpe col tacco a stiletto del medesimo colore, con la punta in argento. La quantità di argento nel suo vestiario era troppa perché fosse vero, ma da come la ragazza si atteggiava, Misaki intuì che avesse una ricchezza che le permetteva tutto lo sfarzo che ostentava. 

-Ehm… in realtà sono passati circa due minuti- obiettò sottovoce un ragazzino in piedi poco distante, che si torturava a disagio le mani.

Sembrava molto più piccolo rispetto agli altri studenti. Aveva capelli blu che gli ricadevano a ciuffi sul volto e gli arrivavano quasi alle spalle. La pelle di porcellana sembrava non aver mai visto la luce del sole, e gli occhi erano grandi e violetti, con un neo sotto all’angolo dell’occhio destro. Indossava abiti di fattura pregiata, dallo stile quasi vittoriano, in tonalità blu scuro con richiami dorati.

Misaki apprezzò la scelta di colore, il blu era anche il suo colore preferito.

-Quindi c’è un maggiordomo?- chiese immagazzinando l’informazione. Se era finito in quella scuola doveva essere davvero straordinario.

Prima che il ragazzino dai capelli blu potesse rispondere, il maggiordomo in questione fece la sua comparsa, tenendo un vassoio con tè e biscotti.

-Ho fatto del mio meglio per sbrigarmi il prima possibile. Ho qui del golden tea con biscotti alla cannella- enunciò con eleganza, avviandosi verso il divanetto dove la ragazza snob stava aspettando.

Il maggiordomo non poteva essere altro che un maggiordomo. I capelli castani erano ben pettinati, gli occhi scuri erano benevoli, aveva baffetti eleganti e indossava uno smoking lindo e pinto, con tanto di guanti bianchi. Era alto e la postura, inoltre, era perfetta. Se Misaki fosse stata ricca era certa di volere un maggiordomo così.

-Sei stato parecchio lento. E dovresti essere l’Ultimate Butler?- lo criticò la snob, che invece non sembrava minimamente impressionata. Forse lui era il suo maggiordomo, e lei ormai vi era abituata, O forse semplicemente non avrebbe elargito complimenti neanche se ne fosse andata della sua vita.

-Biscotti alla cannella?! Posso averne un paio?!- chiese una ragazza che Misaki fino a quel momento non aveva ancora notato. Aveva corti e disordinati capelli arancioni, occhi verdi e una spruzzata di lentiggini su tutto il viso. Portava un basco di cuoio, una giacca di pelle, pantaloni da fantino e stivali lunghi e comodi. Misaki intuì che fosse una fantina o una cacciatrice.

Sembrò spuntare da dietro il divano e si precipitò con irruenza davanti al vassoio, urtando per sbaglio il ragazzino dai capelli blu che quasi cadde a terra.

Con riflessi degni di un supereroe… o un maggiordomo, in effetti, il maggiordomo lo riafferrò al volo e lo rimise in piedi, tenendo il vassoio perfettamente in bilico sulla mano libera, e senza far cadere una goccia di tè. Lanciò una discreta occhiataccia alla nuova venuta, che si affrettò a scusarsi sentitamente.

-Mi dispiace, non ti avevo visto. Posso prendere comunque un biscotto? Quelli alla cannella sono i miei preferiti!- confessò, guardando il maggiordomo supplicante. Questi, dopo aver offerto il tè alla snob e una tazza anche al ragazzino, le porse gli agognati biscotti.

Misaki si avvicinò ai quattro, e osservò il tè.

-Wow, hai preparato tutto questo in meno di cinque minuti? Come è possibile?- chiese, sorpresa, osservando l’eleganze nella disposizione di quattro tazze di tè, la teiera, la zuccheriera, il latte, il limone e il piatto con i biscotti.

-Trucchi del mestiere di maggiordomo. Vuole una tazza di tè, signorina. Non mi pare di aver ancora fatto la sua conoscenza- rispose il maggiordomo, in tono formale.

-Giusto, mi chiamo Misaki Ikeda. Grazie per il tè e dammi del tu, ti prego- si presentò lei, prendendo una tazza e aggiungendo zucchero e latte.

-Alan Smith. Al tuo servizio- il maggiordomo si presentò a sua volta, con un elegante inchino.

-Io mi chiamo Kismet Reed- si intromise l’esuberante ragazza di prima, avvicinandosi con la stessa irruenza per presentarsi e rischiando nuovamente di far cadere il ragazzino dai capelli blu, che però si scansò in tempo e fece solo cadere qualche goccia di tè sulla sua giacca.

Il maggiordomo si affrettò a porgergli un fazzolettino, e avvicinò il vassoio con i biscotti il più vicino possibile a Kismet in modo che si allontanasse dal ragazzino e non attentasse di nuovo alla sua vita inconsapevolmente.

Kismet prese altri biscotti, e porse la mano libera da essi a Misaki, che la strinse -Sono la Ultimate Horse Rider, tu?- chiese.

Misaki esitò un attimo. Non era una grande fan del suo talento, e preferiva non dirlo troppo in giro, se poteva evitarlo.

Venne salvata dalla sua rivelazione dalla snob, che interruppe ogni sua possibile confessione con un secco: -potreste chiacchierare altrove? Mi state rovinando l’ora del tè-.

Misaki alzò le mani in segno di resa e si allontanò, proprio mentre la fangirl si avvicinava per chiedere l’ultima tazza di tè rimasta.

Facendo conto mentale delle persone che aveva conosciuto e di cui sapeva i nomi, si avvicinò alle uniche due persone con cui non aveva ancora parlato, che in un angolo stavano parlando tra loro.

-Ciao, sono Misaki Ikeda, e voi?- chiese intromettendosi nel discorso, che entrambi sembrarono felici di interrompere.

-Pierce Ellis. Ultimate Dentist- si presentò uno dei due. Aveva disordinati capelli verde chiaro che gli andavano da tutte le parti, grandi occhi rossi poco rassicuranti, una mascherina attorno al collo e portava un camice bianco da laboratorio sopra gli abiti dai colori spenti. Le scarpe erano stivaletti ospedalieri, e le mani erano coperte da spessi e scomodi guanti di gomma blu.

-Stavo giusto dicendo a Midge di come la lega metallica dei suoi orecchini rischia di provocarle danni al lobo. E poi, che resti tra noi, ma chiunque abbia lavorato al suo apparecchio per i denti deve volerle male- aggiunse, prendendola e sussurrandole all’orecchio in modo confidenziale, ma abbastanza forte da farsi sentire anche dall’interlocutrice, che arrossì, irritata e insicura.

-Uso solo le migliori leghe per i miei gioielli! Non sai proprio di cosa parli. E il mio apparecchio…- si mise una mano davanti alla bocca per nasconderlo -…non è carino quello che dici- obiettò solo, incapace di mettere in dubbio le parole di quello che era considerato il migliore dentista o futuro tale della sua generazione.

Neanche Misaki poteva troppo obiettare, ma nella sua profana opinione, l’apparecchio non aveva niente che non andasse. 

Inoltre gli orecchini sembravano davvero di ottima fattura. Cercò di concentrarsi su quello per rallegrare la conversazione, dato che la ragazza davanti a lei era sicuramente un’esperta o comunque un’amante di gioielli, avendone parecchi, tra orecchini, collana, bracciali, una cinta e anche una cavigliera sottile e stupenda. Inoltre, a differenza del dentista, che aveva uno sguardo quasi folle, gli occhi grandi e rosa scuro della ragazza mostravano dolcezza e insicurezza, e Misaki voleva aiutarla per quanto possibile. I capelli erano un caschetto rosa confetto, indossava una camicia a mezze maniche e una gonna magenta scuro, calze bianche con richiami rosa e ballerine nere. 

Il dettaglio che però Misaki apprezzò di più dato che in parte lo condivideva, furono però i cinque bracciali, di diverse forme e fatture, che portava ai polsi.

-Adoro i tuoi braccialetti!- li indicò con ammirazione, sorprendendo la ragazza, che arrossì ulteriormente, e la ringraziò abbassando lo sguardo, sempre senza togliere la mano da davanti alla bocca.

-Sei un’orafa, per caso? O una collezionista di gioielli?- chiese, curiosa.

-Sì! Cioè… sono un’orafa. Mi chiamo Midge Lewis e sono la Ultimate Jewel Maker- si presentò lei, porgendo a Misaki la mano che non le stava coprendo la bocca.

-È un talento fantastico! Io adoro i bracciali, anche se indosso principalmente bracciali dell’amicizia, come puoi vedere. Sai, puoi togliere la mano da…- cercò di incoraggiarla a mostrare la sua bocca, ma il dentista la interruppe, indicando la tazza di tè che Misaki si era dimenticata di avere in mano e da cui non aveva preso ancora neanche un sorso.

-Dove hai preso il tè? Ce n’è ancora?- chiese, incuriosito.

Trovandola un’ottima scusa per toglierselo di torno in modo da liberare Midge del supplizio di tenere la mano davanti al viso, Misaki gli porse la sua tazza.

-Tieni, prendi la mia, se vuoi aggiungere latte, zucchero o limone puoi andare da Alan il maggiordomo- indicò il gruppetto in fondo alla stanza, dove il maggiordomo cercava con la massima eleganza di togliere Kismet dalle grinfie dei pochi biscotti alla cannella rimanenti, e nel frattempo di salvare il ragazzino che sembrava essere sempre involontariamente colpito, mentre la snob sorseggiava il suo tè con un tic infastidito all’occhio e la fangirl parlava di un qualche anime o serie TV con maggiordomi e tè che le ricordava molto quella situazione tra un sorso e l’altro, seduta vicino a lei.

-Potevi anche chiedermi di andarmene, ma sei gentile ad offrirmi la tua tazza- commentò Pierce, senza peli sulla lingua, prima di avviarsi con tranquillità verso il gruppetto.

-Puoi togliere la mano dalla bocca adesso- Misaki incoraggiò la nuova amica, che però appariva ancora incerta.

-Non saprei, Pierce ha detto che è orribile. Non vorrei che ti desse fastidio- obiettò, giocherellando con uno dei suoi braccialetti con la mano libera.

-Perché dovrebbe? A me sembrava un buon lavoro. Non dovresti dare troppo peso alle parole degli altri- le mise una mano sulla spalla e le fece un grande sorriso incoraggiante, al quale Midge ricambiò, abbassando la mano.

Proprio in quel momento la ragazza con la treccia verde raggiunse le due, e attirò l’attenzione di Misaki facendole tap tap sulla spalla.

-Scusa se ti interrompo, ma volevo chiederti il permesso di utilizzare la tua dichiarazione nel mio articolo- le chiese, indicando un taccuino dove stava prendendo appunti.

-Fammi indovinare: Ultimate Journalist?- chiese Misaki, che non avrebbe avuto altre idee.

-Già. Mi chiamo Winona Wright- si presentò, con un sorriso orgoglioso.

-Come Phoenix Wright!- si sentì venire da Sophie dall’altra parte della stanza.

Misaki non riuscì a trattenersi dal sorridere dai continui riferimenti della fangirl, poi si rivolse nuovamente a Winona, che aspettava trepidante una sua risposta.

-Certo che puoi usare la mia dichiarazione. Anche se non so quanto possa essere interessante- si sminuì, rigirandosi una treccina tra le dita.

-Per ora sei la più interessante. “Ragazza che non dovrebbe essere qui maggiore sospettata di rapimento in massa degli studenti della succursale americana della Hope’s Peak”- recitò.

-Sospettata?- chiese Misaki, piegando la testa sorpresa.

-Beh, senza offesa, ma siamo rinchiusi in questo strano hotel con porte e finestre barrate, siamo tutti studenti americani, tu sei l’unica giapponese, è sospetto- le rivelò, in tono ovvio, senza traccia di astio ma illustrando semplicemente i fatti.

-È vero… ma… dovevo comunque trasferirmi. E se fossi la rapitrice avrei finto di essere anche io americana- cercò di sviare i sospetti Misaki, iniziando a sudare freddo.

-E poi la classe non dovrebbe essere di sedici persone? Per ora siamo solo in 12- la difese Midge, che sembrava averla già presa in simpatia. Misaki le fece un sorriso riconoscente.

-Ehi, l’articolo è ancora in bozza, non scaldatevi. Stavo solo raccogliendo i fatti- Winona alzò le mani in segno di resa, e tornò a scribacchiare sul suo taccuino proprio mentre il tredicesimo arrivava in tutta fretta, accompagnato dal quattordicesimo, che fece la sua comparsa molto più tranquillo.

-Visto, siamo arrivati. Non c’è bisogno di farsi prendere dal panico- disse al tredicesimo, che per la fretta rischiò quasi di cadere a terra, e salutò tutti con un rumoroso:

-Scusate il ritardo! Non trovavo la Hall!! Mi sono perso qualcosa?- 

Il ragazzo si rivelò essere uno studente con una zazzera di capelli blu, più chiari di quelli del ragazzino, occhi fucsia e una fossetta sul mento. Indossava una bandana rossa, una t-shirt del medesimo colore e una salopette di jeans. Alla vita portava una cassetta degli attrezzi e indossava dei guanti piuttosto consunti.

Misaki non poteva fare a meno di notare che sembrava quasi una versione di…

-AH! SUPER MARIO SI È TINTO I CAPELLI!!- esclamò Sophie, facendolo sobbalzare e quasi cadere a terra.

-Che? No! Cioè… è vero che sono l’Ultimate Plumber, ma non assomiglio affatto a Super Mario. Sono decisamente molto più…- iniziò a darsi delle arie, ma si interruppe di scatto quando il suo sguardo si posò sulla snob, che sembrava sul punto di avere un esaurimento nervoso con tutta la confusione che si stava creando.

E l’esaurimento sembrò inevitabile quando l’idraulico le si avvicinò con occhi a cuore, e quasi le si appiccicò addosso.

-Il mio nome è Brett Price. Posso sapere quello di questa dolce e adorabile fanciulla?- chiese con fare romantico, prendendole una mano.

La snob alzò lo sguardo di ghiaccio su di lui.

-Se non liberi immediatamente la mia mano da quei luridi guanti da lavoro ti faccio ingoiare la tazza da tè, la zuccheriera, la teiera e ti infilo il vassoio lì dove non batte il sole- lo minacciò, e Misaki dovette ammettere che lo disse con un’eleganza e una calma decisamente invidiabili.

Brett si affrettò ad eseguire, ma non sembrava particolarmente intimorito.

-Adoro le donne che si fanno rispettare- commentò, con un occhiolino e l’aria sognante, e prima che la snob potesse mettere in pratica la sua minaccia, o farla mettere in pratica dal maggiordomo, il ragazzo che lo aveva accompagnato si affrettò a trascinarlo via, e si rivolse poi al ragazzino dai capelli blu, il più vicino, per chiedergli chiarimenti.

-Siamo gli ultimi?- 

Lui scosse la testa.

-Non so quanti dovremmo essere, ma mi pare di aver capito che dovremmo essere almeno 16 e siamo solo 14 per il momento- gli spiegò, a bassa voce.

-Meglio così, Brett si è lamentato per tutta la strada di essere in ritardo mostruoso e di temere che lo espellessero perché è molto sfortunato. Io sono Odgen Gutierrez, Ultimate Barman- si presentò poi il quattordicesimo. Era un ragazzo davvero affascinante. I capelli erano raccolti in una coda bassa e di colore biondo cenere. Gli occhi erano verde acqua circondati da occhiali ovali, e aveva un accenno di barba sul mento. Indossava una semplice camicia bianca e dei pantaloni grigi, e il tratto più distintivo del suo abbigliamento era un braccialetto di perline colorate che sembrava artigianale al polso. 

Il ragazzino gli strinse la mano, accennando un sorriso -Godwin Dixon, Ultimate Philanthropist

Alla sua affermazione, seguirono alcuni secondi di puro silenzio da parte di tutti i quattordici in sala. Misaki non capì esattamente il motivo, ma rimase in silenzio come tutti gli altri. Godwin si strinse nelle spalle, a disagio.

-Dixon? Erede della Dixon Corporation?- chiese Winona, la prima a riprendersi dallo shock.

Ah, evidentemente era un ricco figlio di dirigenti miliardari parecchio conosciuti.

Godwin annuì leggermente, parecchio a disagio.

-Devi assolutamente concedermi un’intervista! Come ti senti ad essere odiato praticamente da tutti quanti a causa degli affari illeciti dei tuoi genitori?- chiese Winona, avvicinandosi con il taccuino già pronta a prendere appunti.

Vista l’espressione terrorizzata di Godwin, Misaki si vide costretta a intervenire, e cercò di fermare la giornalista.

-Non mi sembra il momento giusto per intervistare qualcuno. Magari più tardi- cercò di interromperla, prendendole il braccio per scansarla via.

-Vuoi per caso censurarmi perché cerco la verità?!- la accusò Winona, cercando di liberarsi, ma entrambe vennero scansate da un lato da Kismet, che le fece cadere a terra e si diresse verso Godwin con furia quasi omicida.

-Tu sei il responsabile della chiusura del mio ranch e della rovina della mia famiglia! Dovresti vergognarti!- lo accusò, puntandogli il dito contro.

Al ragazzino vennero le lacrime agli occhi.

-No no no, è colpa di mio padre. Io ho…- cercò di giustificarsi, ma Kismet non lo lasciò finire, e gli diede le spalle, sbuffando.

-Chiederò di cambiare classe!- esclamò fumando.

-Ce n’è solo una dato che siamo una succursale relativamente nuova- infranse le sue speranze Midge, in tono mite.

-Allora voglio stare il più lontana possibile da lui!- Kismet alzò la testa, incrociò le braccia e si mise nell’angolo per evitare di guardarlo.

-Siete davvero così idioti da pensare che siamo in una scuola? Ma nessuno di voi è mai stato in un hotel in vita sua?!- esclamò irritato il critico, sollevandosi gli occhiali sul volto.

Per quanto il tono non fosse dei più graditi a Misaki, la ragazza apprezzò parecchio il cambio di argomento, e si alzò con un balzo da terra.

-In effetti la situazione è parecchio strana, il critico ha ragione- gli diede man forte, avvicinandosi a Winona per offrirle aiuto ad alzarsi a sua volta. Winona accettò di buon grado, e poi iniziò a prendere altri appunti.

-“Il critico” ha un nome!- si lamentò il critico, storcendo il naso.

-Lo so, ma non me lo hai detto- Misaki alzò le mani in segno di resa.

-Beh, tu non me lo hai chiesto- obiettò il critico, deciso ad avere ragione.

-Nessuno lo ha chiesto neanche a me, ma mi sono presentata comunque- replicò Misaki, in tono casuale -A proposito, mi chiamo Misaki Ikeda- disse al barman e all’idraulico, che le risposero con un cenno della mano.

Il critico aprì la bocca per ribattere, ma ammise di essere stato sconfitto, perciò strinse i denti e si presentò.

-Mi chiamo Leland Peterson- e fu come ammettere una sconfitta, dal modo in cui lo disse.

Misaki però non stava giocando un qualche strano gioco, e gli sorrise e basta -Piacere Leland- lo salutò solo, stringendogli la mano un attimo per poi dirigersi verso i nuovi venuti e chiedere informazioni su cosa avessero fatto prima di ritrovarsi lì.

-Quindi anche voi siete entrati a scuola e siete svenuti senza ricordare nulla?- chiese per fare un punto della situazione dopo aver sentito delle veloci e confuse spiegazioni.

-Sì, io ero parecchio in ritardo perché ho beccato un incidente con l’autobus e la metro ha chiuso proprio il tratto di strada vicino a casa mia, avevo paura di perdere il mio primo giorno. Sono davvero sfortunato!- si lamentò l’idraulico.

-Forse avresti dovuto perdere il primo giorno, a quest’ora non saresti qui intrappolato- commentò Ogden, osservando le lastre alle finestre e la porta bloccata.

-Sarebbe comunque intrappolato, come tutti noi- commentò il ragazzino pieno di cicatrici ancora seduto a terra, che Misaki aveva quasi dimenticato.

-Come fai a dirlo?- gli chiese Misaki, piegandosi in modo che i loro volti fossero uno di fronte all’altro.

-Tu sei qui, no? E poi non credo che oggi sia il nostro primo giorno di scuola- rispose lui, misterioso, e senza dare segno di voler dire altro.

-Come ti chiami, e qual è il tuo talento?- cambiò argomento Misaki.

-River Clak- rispose lui, poi distolse lo sguardo come a congedarla. Misaki capì l’antifona, e si alzò, segnando il nome.

Fece poi un piccolo recap mentale delle persone che aveva appena conosciuto.

Sophie la fangirl, Chap la comica, Alan il maggiordomo, Kismet la fantina, Pierce il dentista, Midge l’orafa, Winona la giornalista, Brett l’idraulico, Ogden il barman, Godwin il filantropo, Leland il critico e River il… qualcosa di molto misterioso sicuramente. Un momento… la snob non aveva ancora detto il suo nome né il suo talento.

Dato che non aveva molto altro da fare, le si avvicinò, e si sedette vicino a lei, che aveva finito il tè ma continuava a tenere la tazza come se pensasse di riuscire a scoraggiare le persone dall’avvicinarsi a lei.

-Che vuoi?- chiese a Misaki in tono scocciato.

-Niente, volevo solo complimentarmi per come hai tenuto testa a Brett, prima. Ti sei fatta rispettare. Molto badass- si complimentò, con un ampio sorriso.

La snob alzò gli occhi al cielo, per niente lusingata dai compimenti.

-Lo so, un atteggiamento così è fondamentale nel mio lavoro, con tutte le sanguisughe che mi si appiccicano addosso- affermò. 

Misaki provò un po’ di pena per lei. Capiva bene le attenzioni indesiderate, avendone ricevute in alcune occasioni.

Ma la sua pena si ridusse leggermente quando la snob continuò.

-Beh, non li biasimo, io sono decisamente stupenda. Ma una prima scelta come me non può mica abbassarsi alle lusinghe della feccia comune come quello lì- indicò l’idraulico, che sentendosi osservato la salutò e le inviò un bacio.

La snob storse il naso disgustata.

-Qual è il tuo lavoro?- indagò Misaki.

-Sei venuta qui solo per indagare su di me? Pensavo che la giornalista fosse lei- indicò Winona, che cercava ancora di farsi concedere un’intervista da Godwin, che provava a declinare gentilmente ma era torchiato. Alan li raggiunse per cercare di placare gli animi.

-Non sto indagando, voglio solo fare amicizia e conoscere i miei compagni di avventura- si giustificò Misaki, incoraggiante.

La snob sbuffò -Se ti dico il mio nome e il mio talento mi lascerai in pace?- chiese, irritata.

-Se è quello che vuoi va bene, non voglio forzarti la mia presenza- acconsentì Misaki.

-Naomi Rossini. Ultimate Opera Singer. E ora vattene. La tua puzza di plebaglia inizia ad ostruirmi il naso- la cacciò con un cenno stizzito della mano.

Annusandosi discretamente per controllare che non puzzasse, anche se pareva di no, Misaki decise di liberarla della sua presenza, e tornò vicino a Midge, che era rimasta in disparte ed evitava con attenzione il dentista.

Ma prima che potesse commentare su quanto chiunque li avesse mandati lì li stesse facendo aspettare, una ragazza comparve da un’uscita che in un hotel normale avrebbe portato alle camere, e sembrò sorpresa di trovare delle persone.

-Quindi si riferiva a voi con “studenti”- commentò, analizzandoli uno ad uno.

Era una ragazza dalla bellezza stravolgente ma lo sguardo duro. Pelle olivastra, lunghi capelli bianchi e mossi e occhi viola. Aveva un neo sotto la bocca, portava degli occhiali da sole sull’estremità della testa e indossava abiti dalle tinte neutre: impermeabile color cachi, sciarpa ocra, stivali di cuoio marrone scuro, una gonna che le arrivava quasi alle ginocchia e mezzi guanti neri.

Dopo averli squadrati per qualche secondo con occhi taglienti e sospettosi, cambiò atteggiamento e si aprì in un ampio sorriso.

-Salve, anche voi studenti della Hope’s Peak Academy?- chiese, curiosa.

-Succursale americana, tranne lei che è una sospetta giapponese- rispose Winona, indicando Misaki che venne osservata con sospetto un po’ da tutti, anche se non l’aveva di certo reso un mistero e non lo trovava così strano.

-Come ti chiami?- chiese la nuova venuta, inarcando un sopracciglio.

-Misaki Ikeda- rispose lei, in un sussurro.

-Mi suona come nome. Sei la studentessa candidata per lo scambio culturale al posto di Sonia Nevermind, giusto?- chiese analizzandola.

-In effetti sì… cioè… ero in lizza per lo scambio, ma doveva avvenire tra un mese- spiegò.

-Non so il tuo talento, ma so per certo che non era sospetto, perciò possiamo stare tranquilli- le si avvicinò e le diede una pacca rassicurante sulla spalla, per poi rivolgersi agli altri.

-Certo, la situazione è parecchio strana. Qualcuno ha trovato qualche informazione utile? Ho esplorato il primo piano ma ci sono solo le camere da letto e un salottino comune maschile e uno femminile- si rivolse agli altri con tono pratico. La osservarono tutti molto confusi.

Alla fine fu Misaki a portare alle labbra la domanda che tutti si stavano ponendo.

-Ehm… come ti chiami? Qual è il tuo talento? E comunque… noi ci siamo diretti qui come ci hanno detto, credo che nessuno di noi abbia esplorato- spiegò, un po’ imbarazzata.

La ragazza li osservò tutti incredula.

-Janine Edwards. Ultimate Botanist- disse velocemente.

Misaki rimase davvero sorpresa. Possibile che quella davanti a lei fosse semplicemente una botanica?

-Ma sul serio siete intrappolati in un hotel in quello che dovrebbe essere il vostro primo giorno di scuola, e vi dirigete senza domande dove chiunque ci ha rinchiusi qui vuole che andiamo? E se fosse una trappola?- chiese.

-Sono felice di non essere l’unico sospettoso su tutta questa situazione!- le diede man forte Leland. 

-Suvvia, secondo me sei troppo paranoica, se dovesse succedere qualcosa ti proteggerò io- Brett si avvicinò alla botanica e le mise un braccio intorno alle spalle.

Misaki si preparò ad ulteriori minacce rivolte verso il cavo orale e anale dell’idraulico, ma Janine la stupì anche più di Naomi, perché agì direttamente, togliendosi il braccio con un bloccaggio a pressione istintivo.

Lo tenne sotto scacco per qualche secondo, poi lo liberò e scosse la testa.

-Non credo che tu sia in grado di proteggermi ma grazie dell’offerta. Siamo tutti? Avete comunque scoperto qualcosa? Insomma, gente, dobbiamo agire, non possiamo aspettare che la soluzione cada dal cielo!- li incoraggiò, determinata.

L’idraulico si accarezzò il braccio e la guardò ad occhi sgranati.

-Mi sono innamorato- lo sentì Misaki borbottare tra sé, e lanciò uno sguardo verso Naomi, che guardava la nuova venuta con un disgusto e una rabbia malcelata.

Probabilmente era triste di aver perso un ammiratore che poteva fungerle da giocattolino e schiavetto personale. Eppure aveva già il maggiordomo!

Anche se forse Misaki aveva frainteso, e non era il maggiordomo di nessuno, ma solo un maggiordomo generale. Era possibile se non probabile, in effetti.

-Non c’è uscita!- esclamò una voce provenire dalla zona dove sicuramente si trovavano la cucina e la sala da pranzo, e un ragazzo, l’ultimo che mancava all’appello, fece la sua comparsa dalle porte.

-Salve compagni di classe. Siete della succursale americana della Hope’s Peak, vero?- chiese, con un sorriso affabile e misterioso.

Misaki rimase subito affascinata dai suoi tratti elfici e la faccia da cattivo ragazzo. Aveva un ciuffo di capelli rossi spettinati, magnetici occhi azzurri e sguardo furbetto. Indossava una maglia marrone con sopra una giacca di pelle rossa, jeans attillati e scarpe da ginnastica perfette per muoversi velocemente e a passo felpato. Al collo portava due targhette metalliche di quelle che si trovavano al collo dei criminali o dei soldati. Lui non sembrava affatto un soldato.

-Sei sicuro che non ci sono uscite?- chiese Janine, avvicinandosi indagatrice.

-Sono Nowell Wilson, l’Ultimate Thief, state pur certi che se io non riesco ad uscire da un edificio blindato, sicuramente non ci riuscirete voi- il nuovo venuto spense le speranze della botanica, che incrociò le braccia e sospirò.

-Accidenti! È proprio come sospettavo. Spero solo che non sia una specie di…- i suoi timori vennero interrotti (e confermati, probabilmente) quando la voce che aveva radunato tutti lì si fece nuovamente risentire.

-Finalmente vi siete decisi a mostrarvi tutti. Sono decisamente deluso dal vostro ritardo. L’America si fa sempre riconoscere, devo dire che me lo aspettavo!- li riproverò, e poi un orso di peluche da una parte bianco e dall’altra nero fece la sua comparsa da dietro la scrivania della reception, allertando tutti, che iniziarono ad indietreggiare.

Beh, tutti tranne Midge, che era appoggiata al bancone e non si era accorta di nulla, almeno finché Misaki non le fece cenno di guardare dietro di lei.

Midge si girò, ritrovandosi faccia a faccia con l’orso, che le fece un cenno di saluto. L’orafa si allontanò il più in fretta possibile, rischiando di cadere a terra per la fretta ma venendo prontamente afferrata dal maggiordomo.

-Questo qui è davvero Sebastian!- Misaki sentì Sophie commentare sottovoce, ma non capì il riferimento.

-Ora che finalmente ci siete tutti sono pronto per l’accoglienza. Innanzitutto mi presento: sono Monokuma, il nuovo preside della scuola. Nuova gestione direttamente dalla sede principale giapponese- si presentò il pupazzo, facendo un inchino. 

Janine lanciò un’occhiata sospettosa verso Misaki, che però era sconvolta quanto gli altri.

-Quel pupazzo parla!- esclamò Brett, nascondendosi dietro la botanica, che lo lasciò fare ignorandolo come se fosse un insetto.

-Monokuma, non sono un pupazzo!- lo corresse il pupazzo, tirando fuori gli artigli, per poi continuare la sua spiegazione.

-Dato che voi studenti americani siete ben conosciuti per battere la fiacca, ho deciso di adottare un metodo perfetto per farvi impegnare un po’. Una settimana bianca in un hotel a cinque stelle tra le montagne- enunciò, con grande entusiasmo. Nessuno però sembrava voler esultare. Dopotutto le lastre alle finestre non davano a nessuno una buona impressione.

-Una settimana bianca?- chiese incerta Sophie, rigirandosi tra le mani i depliant che prima stava analizzando, tutti raffiguranti paesaggi montani e corsi di sci, snowboard e pattinaggio -In effetti ha senso- 

-Oh, ho detto una settimana? Che sciocco, in realtà intendevo un’eternità bianca. Un’eternità in questo hotel in mezzo ai ghiacci, i monti e la neve, senza nessun contatto con il mondo esterno e nessuna prospettiva per il futuro- si corresse Monokuma, esordendo poi in una risata acuta e fastidiosa.

Misaki impallidì.

-È uno scherzo? Un’eternità?- chiese, con voce tremante, accarezzandosi le braccia ricoperte dai braccialetti.

-Non è uno scherzo. Non potete uscire da qui, a meno che non vi diplomate. Sapete, non posso tenere nel mio soggiorno eterno dei combinaguai, perciò c’è un modo per uscire- ammise, in tono imponente.

Gli studenti iniziarono a mormorare tra loro. Gli unici ancora concentrati sull’orso furono solo Nowell e Janine. 

-Qualsiasi cosa sia lo farò immediatamente. Devo andarmene da qui!- esclamò Leland, stringendo i pugni -Qual è la condizione?- chiese poi a Monokuma.

-Dovete uccidere un vostro compagno di classe!- annunciò Monokuma.

Seguì un silenzio sbigottito. Gli unici che sembravano aspettarsi questo colpo di scena sembravano Janine e River, che rimasero impassibili.

-Non importa il modo: potete accoltellare, impiccare, strozzare, avvelenare, smembrare, congelare, bruciare o ogni altra fantasiosa alternativa vi venga in mente. State solo attenti a non farvi beccare. Se riuscirete a farla franca per omicidio ve ne andrete dalla scuola, e tutti gli altri verranno uccisi. Se verrete beccati, preparatevi ad un’esecuzione coi fiocchi- spiegò Monokuma nel silenzio, in tono troppo gongolante per la situazione.

-Non è vero. Non può essere vero- affermò con sicurezza Naomi, ma neanche lei era convinta dalle sue parole, e sembrava dirle solo per renderle vere a sé stessa.

-Comunque se fosse vero, sarebbe davvero un modo interessante di cominciare l’anno- ridacchiò il dentista, per niente toccato, almeno esteriormente, dalle nuove informazioni e dalla prospettiva di una schiavitù eterna o un’assassinio da compiere.

-Fidatevi è vero! Vi darei altre informazioni, ma avete fatto tardi, e si è fatta ormai ora di andare a dormire. Assicuratevi di ritirare i vostri e-handbook che fungeranno anche da chiave elettronica per le vostre stanze. Primo piano, i ragazzi a destra e le ragazze a sinistra. Domani preparatevi al primo motivo. Non vedo l’ora, sarà un gioco divertentissimo!- e con un’ultima risata malvagia, l’orso sparì.

Un secondo di silenzio, poi il panico generale.

A nulla servì il tentativo di Janine di portare la calma, quasi tutti gli studenti iniziarono a dare i numeri.

Misaki era come loro, ma rimase più che altro ghiacciata.

Poi chiuse gli occhi, prese un profondo respiro, e decise come agire.

Si avviò con sicurezza sul bancone della reception e salì, per attirare l’attenzione di tutti.

-Silenzio!- gridò, e fu felice di ottenerlo.

-Sentite, so che è una situazione preoccupante, e siamo tutti terrorizzati, ma dobbiamo mantenere la calma, magari andare a riposare e riflettere meglio sulla questione domani. Non possiamo lasciarci abbattere da poche difficoltà. Siamo grandi talenti, riusciremo a trovare una soluzione, dobbiamo solo avere un po’ di pazienza. Non succederà niente dal giorno alla notte- cercò di rassicurare tutti. Gli studenti iniziarono a riflettere.

-Un bel discorso, ma, qual è il tuo talento?- chiese Janine, avvicinandosi a lei.

-Come, scusa?- 

-Sei la più sospetta, essendo giapponese e tutto. Qual è il tuo talento?- insistette la botanica, squadrandola insieme a tutti gli altri studenti.

Misaki non pensava fosse importante, ma alla fine cedette: 

-È stupido, ma… sono la Ultimate Friendship Maker-

 



 

Grafico

 

(A.A.)

Allora, vorrei partire con le premesse.

In questo periodo sono davvero appassionata a Danganronpa, in pochi mesi ho giocato al primo e al secondo, sebbene avessi già visto l’anime tratto dal primo gioco. Ho anche visto Danganronpa 3, recuperando la trama di Ultra Despair Girls.

Quindi ci potrebbero essere riferimenti ai personaggi dei precedenti giochi e dell’anime, così come qualche spoiler sui finali dei due giochi principali, ma solo alla fine. Per il resto la storia è completamente originale: è un nuovo killing game con personaggi della sede americana, e i personaggi, luoghi, omicidi e tutto il resto sono completamente inventati da me.

Ci ho lavorato davvero tantissimo e mi farebbe molto piacere se mi deste un’opinione.

Ho già scritto interamente il “Chapter 1”, che pubblicherò ogni settimana. Vi chiedo di finire di leggerlo prima di accantonare del tutto la storia (poi potete fare quello che volete).

Ogni “Chapter” sarà diviso in 4 capitoli: 2 capitoli Hotel Life, il cui primo arriva fino al motivo della settimana e il secondo fino all’omicidio, 1 capitolo Hotel Death -investigation-, e l’ultimo capitolo del Trial.

Ho già progettato tutto, ma per rendere la storia più interattiva, oltre alle immagini dei personaggi, eventuali immagini dei luoghi e immagine di ogni morte di personaggio, alla fine dei capitoli Class Trial e Hotel Life 2 metterò un sondaggio dove potete votare il personaggio con cui Misaki passerà il Freetime. Per il primo Hotel life, poiché già scritto, il personaggio è già stato scelto, ma potete già votare per il secondo Hotel Life.
Ecco il link: Sondaggio Freetime

Se volete dei profili dei personaggi ed eventuali fanart e aggiornamenti potete seguirmi su tumblr: Tumblr

Credo di aver detto tutto, spero che la storia vi piaccia e spero che qualche buona anima la leggerà perché mi ci sono impegnata davvero molto.

Fatemi sapere con un commento che ne pensate dei personaggi, teorie su chi muore, chi vive e chi uccide e altre cose del genere.

Un bacione e alla prossima :-*

Ritorna all'indice


Capitolo 2
*** Chapter 1: Drink, dance and forget your despair Hotel Life 1 ***


Chapter 1: Drink, dance and forget your despair

 




Hotel Life

 

Regola #1: È espressamente vietato distruggere monitor, telecamere, altoparlanti, Monokuma e forzare le porte chiuse a chiave dal preside.

Regola #2: L’orario notturno è dalle 10 di sera alle 7 del mattino. Durante l’orario notturno le porte per la mensa e la sala da ballo verranno chiuse.

Regola #3: Prestare il proprio e-Handbook è severamente proibito.

Regola #4:  Chiunque uccida un compagno di classe si diplomerà, a meno che non venga scoperto.

Regola #5: Una volta che un omicidio verrà commesso, un processo di classe si terrà dopo un breve periodo di investigazione

Regola #6: Se il colpevole verrà scoperto durante il processo di classe, solo egli subirà l’esecuzione.

Regola #7: Se il colpevole non viene scoperto, tutti gli altri verranno condannati

Regola #8: Chiunque infranga le regole verrà punito con un’esecuzione immediata

Regola #9: Ulteriori regole potrebbero esse aggiunte a discrezione del preside.

 

Misaki lesse le regole sul suo personale e-Handbook, che conteneva tutte le informazioni su di lei, dal suo nome, al suo talento, fino alle sue misure. Era felice che una regola le impedisse di prestarlo o mostrarlo agli altri, perché certe informazioni voleva tenerle possibilmente nascoste.

Inoltre era la chiave di camera sua, e sebbene avesse cercato di risollevare il morale a tutti e mettere speranza, in realtà era parecchio nervosa, e preoccupata dal restare lì con 15 sconosciuti americani che la consideravano sospetta solo perché era in uno scambio culturale.

Per placare il nervosismo, iniziò ad elencare tutti i suoi amici mano a mano che raggiungeva il loro bracciale dell’amicizia. Era un’abitudine che l’aiutava a concentrarsi e sentirsi meno sola, ma in quelle circostanze non fu di molto aiuto, perché il peso di quello che poteva significare la sua reclusione lì era troppo grande.

Monokuma aveva annunciato l’orario notturno già da un bel po’, eppure Misaki non riusciva a dormire.

Si rigirò nel letto, riflettendo su quanto accaduto nelle ultime due ore.

-Ultimate Friendship Maker? È uno scherzo per caso?- l’aveva presa in giro Naomi, ridendo come un’ochetta.

-No, vi giuro. So che è un talento stupido ma è vero. Sono solo molto brava a farmi degli amici, e voglio a tutti un mondo di bene- si era spiegata, accarezzando i centinaia di bracciali dell’amicizia.

-Mi sembra credibile, se abbiamo un filantropo e avevamo una principessa, un’”amica del cuore di tutti” è possibile- l’aveva difesa Janine, pensierosa.

-Grazie, Janine- 

-Non ho detto che mi fido di te, solo che se hai detto una bugia è plausibile. Anche se è probabile che ne avresti scelta una ancora più plausibile. Comunque hai ragione, dovremmo andare nelle nostre camere e riposare prima di fare un punto della situazione domattina- la botanica aveva preso il proprio e-Handbook e aveva dato un’occhiata alle regole e alle informazioni.

Misaki e gli altri avevano preso i propri con più incertezza, e l’avevano guardata pensando avesse altro da dire. Aveva uno sguardo sicuro, e l’aria autorevole, quasi tutti la guardavano già come se fosse una leader.

-C’è un orario notturno dalle 10 alle 7, vediamoci alle sette a colazione in mensa. Ci divideremo i compiti e inizieremo ad esplorare l’edificio in cerca di una via di fuga- aveva consigliato, e li aveva osservati come a vedere se ci fossero obiezioni. 

Notando il silenzio, aveva poi sorriso.

-Andrà tutto bene, scapperemo e nessuno si farà male. State tranquilli e abbiate speranza- cercò di rassicurarli, prima di sparire nel corridoio che portava al primo piano.

-Mi piaceva di più quando era paranoica. L’ottimismo non le si addice- aveva commentato Leland, scuotendo la testa e seguendola.

Mano a mano, tutti se n’erano andati, ma Misaki era rimasta indietro, intenta ad osservare l’e-Handbook e incerta sul da farsi.

-Hai sentito la botanica, andrà tutto bene- aveva cercato di incoraggiarla il ladro, l’ultimo rimasto nella hall oltre a lei, che si stava stiracchiato, per niente turbato dalla situazione, almeno esteriormente.

-Lo so che andrà tutto bene, sono solo un po’… confusa- aveva cercato di giustificarsi. -Mi sembra tutto sbagliato, tutto strano. Due secondi prima ero con mia sorella nelle porte della Hope’s Peak giapponese, e adesso eccomi qui, in America, in un hotel in montagna e di mia sorella nessuna traccia. Credo di avere un’idea sul motivo di Monokuma, ma ho un po’ paura di scoprirlo- non sapeva neanche lei perché aveva confessato tutte le sue paure ad uno sconosciuto che aveva anche detto di essere un ladro, perciò di certo non la persona più affidabile del mondo, ma qualcosa, dentro di lei, le aveva suggerito di farlo.

Lui le aveva sorriso, un sorriso sincero, e le aveva messo una mano sulla spalla.

-Anche io ho i miei sospetti, e ho un po’ di timore, ma restare qui a non fare nulla non ci aiuterà sicuramente, perciò sarebbe meglio andare a dormire, non pensi?- aveva cercato di rassicurarla, in tono dolce -Senza contare che restando nella hall da sola di notte rischi che le persone ti considerino ancora più sospetta- aveva poi confessato, in tono più leggero e quasi prendendola in giro.

-Uffi. Potrei accusarvi di razzismo, lo sapete?!- l’aveva minacciato scherzosamente.

-Oh no, fammi vedere se le regole vietano commenti razzisti!- il ladro si era affrettato a controllare, anche se entrambi sapevano che Monokuma difficilmente era così aperto di mente.

-Purtroppo per te Monokuma non ci ha pensato. Magari le aggiungerà in seguito. Fino ad allora possiamo sospettare quanto vogliamo- dal tono in cui lo aveva detto pareva che la stesse invitando a cena, ma Misaki aveva scosso la testa e alzato gli occhi al cielo -Mi hai convinto, vado in camera. È sicuramente meglio che continuare a parlare con te- gli aveva fatto un cenno di saluto e si era avviata nel corridoio che portava alle camere.

-Ehi, aspetta, crea-amicizie!- l’aveva chiamata lui, poco prima che si chiudesse la porta del corridoio alle spalle.

Misaki si era voltata confusa.

-Due cose: Primo, ti è caduto l’e-handbook- glielo aveva indicato a terra, e Misaki si era affrettata a riprenderlo -Secondo, sono l’ultimo arrivato, quindi non so il tuo nome- 

-Misaki Ikeda- si era presentata lei, stringendogli la mano.

 

Il mattino successivo, un annuncio con voce acuta e fastidiosa la informò che il giorno prima non era stato un tremendo e spaventoso incubo, ma la realtà dei fatti. 

-Buoooongiorno a tutti quanti! Sono le sette del mattino. Preparatevi ad un’altra grandiorsa giornata!- la svegliò Monokuma.

Misaki non si era resa neanche conto di essersi addormentata, ma di certo non voleva svegliarsi, e seppellì la testa sotto il cuscino, decisa a continuare a dormire, perché non si sarebbe fatta dire da un orso con la voce irritante come comportarsi e cosa fare.

Poi si ricordò dell’appuntamento con gli altri ragazzi in mensa, e si alzò così in fretta che rischiò di cadere a terra.

Si alzò, lavò e vestì così in fretta che era certa di aver appena stabilito un record mondiale, e alle 7.10 correva giù per le scale, diretta in mensa.

Passò davanti alla hall e raggiunse un corridoio che portava alla sala da ballo, dalle porte di vetro, la mensa e il bar. La cucina era annessa alla mensa.

Misaki corse in mensa e si annunciò con uno squillante: -Scusate il ritardo, non ho dormito!- ma non c’era molta gente ad ascoltare la sua dichiarazione.

Infatti, nonostante i quasi quindici minuti di ritardo, gli unici presenti in sala erano Janine, Godwin, che sembrava dormire in piedi, e Winona, che cercava ancora di ottenere da lui un’intervista, ma trovava ben poca partecipazione dal bell’addormentato.

-Ben arrivata, Misaki. Non sei in ritardo. In effetti penso che potremmo aspettarci l’arrivo di tutti verso le otto- l’accolse Janine, che stava controllando sotto i tavoli in cerca di qualcosa che Misaki non poteva neanche immaginare.

-Ma… l’appuntamento era alle sette, giusto?- chiese la giapponese, per essere sicura.

-Sì, ma non ho considerato il tempo che ci mettono persone come Leland e Naomi a prepararsi, perciò credo che non ci degneranno della loro presenza prima delle 8. Purtroppo l’America è una nazione piuttosto ritardataria- spiegò Janine, controllando il tavolo successivo.

-Ehi, non generalizzare! Io sono puntuale come un orologio svizzero! Ed infatti alle 7 ero già qui, ma le porte per la mensa, la sala da ballo e il bar erano chiuse. Si sono aperte tutte insieme nello stesso istante con un suono molto rumoroso. Mi hanno fatto prendere un colpo!- obiettò Winona, indicando le porte, per poi tornare a torchiare Godwin, che stava praticamente dormendo a braccia incrociate sul tavolo.

Misaki rifletté sull’informazione, appuntandosi di portarsi sempre una bottiglietta d’acqua in camera prima di dormire per evitare di avere sete durante la notte, e mentre lo faceva comparve Alan, rimasto in cucina per tutto il tempo, probabilmente, che portava un vassoio con del caffè, che porse verso Winona e Godwin, i più vicini al tavolo.

-Caffè lungo. Potete aggiungere latte e zucchero a scelta, e dei biscotti all’arancia- presentò il vassoio, in tono professionale. Misaki si avvicinò. In effetti aveva davvero bisogno di caffè.

-Grazie Alan, mi ci voleva proprio. Non riesco a tenere gli occhi aperti- bofonchiò Godwin, prendendo una tazza e bevendo in un sorso. Era sorprendente la naturalezza con cui lo bevve. Misaki non se lo sarebbe aspettata da un ragazzino così minuto che sembrava frequentare le elementari.

Winona lasciò perdere per un po’ la sua intervista fallimentare per prendere una tazza a sua volta, e ce n’era solo un’altra ancora disponibile, perciò Misaki decise di chiedere a Janine, anche se l’istinto e la stanchezza le suggerivano di appropriarsene subito.

-Janine, vuoi del caffè?- chiese, attirando la sua attenzione e indicando l’ultima tazza.

La botanica fece spuntare la testa da sotto il quarto tavolo che stava controllando, e lanciò un’occhiata sospettosa ad Alan, e poi al caffè.

Sorrise e scosse la testa.

-Grazie mille, ma non sono un’amante del caffè. Sono già abbastanza iperattiva- declinò elegantemente, per poi tornare sotto al tavolo.

-Posso farle un tè, signorina Edwards?- le propose Alan, accomodante.

Janine fece nuovamente spuntare la testa.

-Non preoccuparti, Alan. Se vorrò qualcosa me lo farò io- declinò ancora una volta, uscendo poi fuori dal tavolo e avviandosi in quello successivo. Chiuse il discorso dando ad entrambi le spalle.

-Allora potrei prendere io il caffè?- chiese Misaki ad Alan, per distogliere la sua attenzione da Janine, che di certo non voleva trovarcisi.

-Oh, certamente signorina Ikeda. C’è abbastanza caffè per tutti, ma pensavo di portarlo mano a mano che arriveranno nuove persone- le spiegò, porgendole con galanteria la tazza.

Misaki la prese con un grande sorriso riconoscente, e iniziò a bere a piccoli sorsi.

-Sei davvero l’Ultimate Butler- si complimentò, sedendosi poi vicino a Godwin, decisa ad aspettare gli altri e nel frattempo godersi il caffè.

Ci furono alcuni minuti di religioso silenzio, tra il caffè e l’ispezione di Janine, poi la botanica li raggiunse, commentando qualcosa sull’assenza di cimici e armi nascoste, proprio mentre, stiracchiandosi, Nowell entrava tranquillamente nel salone.

-È come hai detto tu, Janine, solo il primo piano con le camere e i salottini è sbloccato, e non ho trovato indizi da nessuna parte- esordì, sbadigliando, e rivolgendosi alla botanica, che sospirò, rassegnata.

-Non ne sono sorpresa. Chiunque abbia il potere di organizzare questa situazione non metterebbe indizi nei primi piani- rifletté, prendendo poi posto accanto a Winona e segnando qualche appunto su un foglio.

Misaki si sporse per osservare, ma era criptato.

Certo che, per essere una che incoraggiava la fiducia e l’amicizia, era parecchio paranoica.

Misaki non la biasimò.

-Ehi, Alan, potresti portarmi un caffè?- chiese Nowell al maggiordomo, sbadigliando e sedendosi accanto a Misaki.

-Subito signor Wilson- acconsentì Alan, sparendo subito in cucina e comparendo pochi secondi dopo con una tazza e una caffettiera per riempire quella di chiunque ne volesse ancora.

Misaki ne approfittò. Stava proprio dormendo in piedi.

-Buongiorno, amicona!- la salutò Nowell con un occhiolino, come se l’avesse vista solo in quel momento.

-Buongiorno ladruncolo- rispose lei, bevendo il caffè.

-Dormito?- chiese lui, con il sorrisino di chi sapeva già la risposta.

-Magari. Non è che telecamere e promesse di morti reciproche mi concilino molto il sonno- scherzò, trattenendo l’ennesimo sbadiglio.

Nowell ridacchiò.

-Davvero? Io lo trovo decisamente rilassante- affermò ironico.

-Infatti sprizzi energia da tutti i porti- continuò lo scherzo la ragazza, indicando i capelli spettinati e le occhiaie profonde.

-Ditemi, vi conoscevate prima della reclusione o l’attrazione reciproca è stata un colpo di fulmine?- li interruppe curiosa Winona, sporgendosi verso di loro con la penna e il taccuino già pronti a segnare le loro risposte, e rischiando di rovesciare il caffè bollente su Godwin, che si spostò in tempo, bevendo la sua terza tazza.

Alan alzò gli occhi al cielo. Era almeno il quarto tentato omicidio accidentale ai danni di quel povero ragazzo.

Misaki e Nowell caddero dalle nuvole, e si allontanarono di riflesso l’uno dall’altra.

-Cosa? Attrazione? Parli di noi?- chiese incredula Misaki, indicando lei e Nowell senza credere che Winona potesse essere seria.

-Bella questa. Se hai bisogno di scoop ti posso aiutare, ma sei disperata se trasformi qualche battuta in una storia d’amore- se ne tirò fuori il ladro, ridacchiando per l’assurdità dell’assunzione.

-Concordo con lui- gli diede man forte Misaki.

-Non serve che vi scaldate troppo. Se non volete che disperda l’informazione basta dirlo. Ho una ferrea normativa sulla privacy. Parlerò di voi senza usare nomi e oscurando i volti nelle foto… non ho la macchina fotografica con me, al momento, ma se ne dovessi trovare una oscurerei le foto- li rassicurò, con un occhiolino complice.

Entrambi scossero la testa.

-Non scrivere niente, Skeeter. Non sarebbe un articolo interessante- la scoraggiò Nowell, finendo il caffè e alzandosi per andare vicino a Janine e parlare con lei.

Misaki finì anche la sua seconda tazza.

-In effetti preferirei un’intervista con l’erede Dixon, ma non me la vuole concedere- si lamentò Winona, spaparanzandosi triste sulla sedia.

-Non uscirebbe niente di interessante. E poi non mi sembra il momento giusto- cercò di tirarsi fuori Godwin, in un sussurro.

-È sempre il momento giusto per un articolo!- esclamò Winona, decisa.

-Buongiorno, sono in ritardo?- una voce assonnata annunciò l’arrivo di Chap.

-Sì, ma siamo ancora in pochi quindi diciamo che sei in anticipo- la rassicurò Janine, senza distogliere lo sguardo dagli appunti e mordicchiando la penna.

Prima che Chap potesse rispondere, probabilmente con una battuta visto il suo talento, venne interrotta dall’arrivo di una frettolosa e preoccupata Midge, accompagnata da un rassicurante Ogden.

-Scusate tantissimo il ritardo, mi ero persa un orecchino e ci ho messo un sacco a trovarlo- si scusò Midge, e sembrava quasi sull’orlo delle lacrime per la figuraccia che era convinta di stare facendo.

Misaki si affrettò a rassicurarla, come Ogden già stava facendo da un po’.

-Tranquilla, manca ancora un sacco di gente. L’importante è che hai ritrovato quel bellissimo orecchino- le sorrise ampiamente, e Midge ammutolì, e poi ricambiò il sorriso, quasi commossa, toccando gli orecchini.

-Grazie Misaki. Di solito sono sempre puntuale, non volevo dare una brutta prima impressione- abbassò la testa.

-Non temere, Midge, nessuno si attaccherà ad una cosa così insignificante per giudicarti- la rassicurò Ogden, con una pacca sulla spalla.

Midge arrossì e si prese il volto tra le mani, imbarazzata.

-Non merito tutte queste parole gentili, grazie mille!- abbassò la testa per cercare di distogliere l’attenzione da lei e si sedette vicino a Misaki, nel posto prima occupato da Nowell.

-Posso, vero? Se non vuoi cambio…- iniziò a chiedere ritornando paranoica, ma Misaki non la lasciò neanche finire.

-Ma certo che puoi sederti, mi fa piacere. Anzi, volevo proprio chiederti qualcosa circa il tuo talento- Misaki si sporse verso di lei, per osservare gli orecchini. A Midge si illuminarono gli occhi.

-I nuovi arrivati gradiscono del caffè?- chiese Alan in tono cortese. 

Midge rifiutò, gli altri accettarono di buon grado e si sedettero al tavolo.

-Potrei averne un’altra tazza?- chiese timidamente Godwin, sollevando la tazza.

-Signor Dixon, non mi pare il caso, sarebbe la sua quinta tazza e non le fa bene- cercò di dissuaderlo Alan, in tono cortese ma fermo.

-Lo so, hai ragione, ma non riesco proprio a svegliarmi, mi sento davvero debole- Godwin sospirò e accasciò la testa tra le braccia, sul tavolo.

Sia Chap che Alan gli lanciarono un’occhiata preoccupata, poi quest’ultimo sparì in cucina per prendere il caffè per i nuovi arrivati.

Quando tornò, l’atmosfera si era fatta più leggera, e nuovi volti avevano fatto la loro comparsa, disponendosi tra i tavoli e iniziando a parlare del più e del meno. 

Misaki e Midge erano ancora nella loro conversazione sui bracciali, Midge era talmente tanto nel suo elemento che neanche si accorse dell’arrivo di Pierce, che con nonchalance aveva salutato tutti e si era seduto vicino alla giornalista, commentando qualcosa sulla composizione chimica del caffè, dello zucchero e di come entrambe le cose danneggiassero i denti. Prese comunque tre tazze di caffè con due zollette di zucchero ciascuna.

Anche Sophie era arrivata, più pimpante di quanto Misaki avrebbe creduto possibile, commentando allegra sul distributore di riviste nel corridoio e sulle curiosità che avrebbe scoperto leggendole. 

Nowell e Janine rimasero a parlare tra loro, probabilmente delle stanze visitate e facendo una mappa generica.

Purtroppo l’atmosfera tranquilla e serena era destinata a rompersi presto.

Infatti, proprio quando Godwin stava per cedere all’intervista di Winona, Kismet entrò stiracchiandosi in cucina.

-Ho bisogno di dieci caffè altrimenti muoio!- esclamò, per poi bloccarsi di scatto quando si ritrovò faccia a faccia con il filantropo.

-Buongiorno- la salutò lui, insieme ad una distratta Misaki ancora intenta a parlare con Midge e un rigido Alan, che era già pronto ad andare in cucina a rimpinguare la brocca di caffè.

-Io non faccio colazione nella sua stessa stanza!- si lamentò la cavallerizza, indicando Godwin che si ritirò sulla sedia, e ignorando tutti i saluti.

-Kismet, siamo tutti sulla stessa barca, non potresti lasciar perdere?- provò a farla ragionare Chap, che si stava sparando un biscotto dietro l’altro, dato che i biscotti all’arancia, a quanto pare, erano i suoi preferiti.

-Non posso lasciar perdere! È una questione di principio! Lui ha rovinato la mia vita!- obiettò la ragazza in tono acuto -Anzi, spero davvero che se qualcuno morirà sarà lui la prima vittima!- gli augurò poi, presa dalla foga, e ammutolendo tutta la sala, che si girò a guardarla.

Dopo un secondo di silenzio sbigottito che sembrò durare anni, Misaki si alzò, e si rivolse a Kismet in tono fermo.

-Hai esagerato. Posso capire che tu ce l’abbia con la sua famiglia, ma non è una scusa valida per augurargli la morte- la rimproverò, con sguardo tagliente, prendendo le difese di Godwin, che tremava visibilmente ed aveva abbassato lo sguardo, vergognandosi di se stesso.

Kismet sembrò presa in contropiede dalla freddezza del suo sguardo, e notando l’atmosfera generale e le occhiatacce nei suoi confronti, decise di fare un passo indietro.

Sospirò, e si prese la fronte tra le mani.

-Scusate, non volevo augurargli la morte… solo… lo voglio il più lontano possibile da me- cercò di giustificarsi, con voce tremante e sempre piena di rabbia.

Nessuno sembrava però disposto a cacciare Godwin per ammettere lei.

-L’erba voglio non cresce neanche nel giardino…- iniziò a recitare Sophie, con un tono da “Rompi poco le scatole che siamo in una situazione del cavolo anche senza le tue fisse strane”, ma venne interrotta da Godwin, che si alzò in piedi.

-Va bene- acconsentì, posando la tazza sul tavolo e iniziando ad avviarsi fuori dalla sala.

-Ehi, non devi andartene solo per compiacerla… possiamo sempre provare a…- provò a fermarlo Chap, ma lui scosse la testa, e accennò un sorriso.

-Ha ragione ad odiarmi. I miei genitori hanno fatto cose orribili- ammise, con un sospiro -Sarò nella sala da ballo qui accanto. Chiamatemi quando ci saremo tutti- si rivolse in particolar modo a Janine, che nonostante fosse rimasta concentrata sui suoi fogli per tutta la conversazione, ed era l’unica che non aveva alzato lo sguardo neanche alla minaccia di morte, gli fece cenno di “ok” con la mano, dando segno che non si era persa una parola.

Con un cenno di saluto a chi lo aveva difeso, Godwin sparì nella sala da ballo, tramite una porta che la collegava direttamente alla mensa.

-Ecco il caffè, Kismet- Alan le porse la tazza, con la solita premura, ma con più forza, facendo cadere qualche goccia sul tavolo.

Non era l’unico ad essere rimasto infastidito dal comportamento della cavallerizza.

Misaki però decise di lasciar perdere, e tornò a parlare con Midge.

Winona era infastidita soprattutto dall’aver perso l’intervista, ma si riprese subito iniziando a torchiare Kismet di domande sul suo passato con Godwin, segnando informazioni che probabilmente avrebbe messo nell’articolo insieme all’intervista che era convinta di voler fare.

Poco dopo, la porta si spalancò, e Brett si fece da subito riconoscere inciampando sui suoi piedi e cadendo di faccia a terra, urtando il tavolo dove erano sedute Chap, Ogden e Sophie, e facendo quasi rovesciare il caffè a quest’ultima.

-Ehi! Attento!- si lamentò lei.

-Tutto bene, Brett?- chiese invece Ogden, scrutando il nuovo venuto con una leggera traccia di preoccupazione.

In effetti l’idraulico non era messo bene.

Aveva due occhiaie da far spavento, una ferita sulla testa dalla quale usciva un po’ di sangue ed era bagnato fradicio.

Il cuore di Misaki iniziò a battere furiosamente temendo che qualcuno potesse aver già attentato alla sua vita, ma le sue preoccupazioni erano infondate, perché l’idraulico si spiegò subito.

-Sì, tutto bene. Scusate il ritardo. Stamattina mi sono svegliato tardi dopo una notte insonne piena di pensieri sulla mia amata- fece uno sguardo ammiccante e Janine, che gli lanciò una breve occhiata confusa prima di decidere di ignorare totalmente lo spasimante -…e dato che non riuscivo a svegliarmi bene ho deciso di bagnarmi il volto con dell’acqua, ma mi si è rotto il lavandino, inzuppandomi tutto. Allora ho cercato di ripararlo al meglio ma quando mi sono rialzato ho sbattuto la testa contro la ceramica ed eccomi qui- indicò il bernoccolo dolorante, che iniziò a massaggiare. Ogden gli passò un fazzoletto di carta per fargli pulire il sangue.

-Certo che sei parecchio sfigato, Mario- osservò divertita Sophie.

-Il mio nome è Brett- la corresse lui.

-Nah, sei Super Mario- Sophie ormai l’avrebbe chiamato solo così, quindi Brett decise di lasciar perdere e si avviò nell’unico posto libero vicino a Janine, che però fu più rapida di lui e gettò la sedia in un angolo con un gesto tattico del piede.

Rimasto a bocca asciutta, Brett lanciò un’occhiata supplicante a Nowell per convincerlo a cedergli il posto, ma il ladro non lo degnò di altro che un sorrisino canzonatorio, al ché Brett capì che quello non era il suo giorno, e si mise nel tavolo accanto, vicino a Ogden, che provò a rassicurarlo.

Misaki si guardò intorno.

-Mancano solo Leland, Naomi e River, giusto?- chiese rivolta a nessuno in particolare, contando velocemente i presenti.

-In realtà River è arrivato dieci minuti fa- la corresse Janine, indicando un punto dietro di sé.

Misaki non capì cosa stesse indicando finché non notò che il ragazzino era seduto a terra, appoggiato al muro dall’altra parte della stanza, così immobile da non dare minimamene nell’occhio, intento a… meditare? Misaki non capì, ma decise di non indagare, dato che il ragazzo sembrava molto restio a dare informazioni personali.

-Allora mancano solo Leland e Naomi. E sono le 8- fece il punto della situazione.

Proprio in quel momento arrivò il critico, sistemandosi la sciarpa sul collo e lanciando uno sguardo di sufficienza al resto della sala.

-Spero di essere l’ultimo, non mi va di aspettare ulteriori ritardatari- commentò, senza degnarsi di salutare il resto della sala.

-Buongiorno, Leland. Mi dispiace ma manca ancora Naomi, però Alan ha fatto del caffè per tutti- lo accolse Misaki, con un gran sorriso.

Leland rimase un attimo spiazzato dal suo atteggiamento così gentile, ma si riprese subito e sbuffando si sedette ad un tavolo vuoto.

-Credo che possiamo anche fare a meno di lei. Alan, portami un caffè. Janine, perché volevi riunirci tutti insieme?- andò dritto al sodo.

Alan fece un cenno del capo e sparì nuovamente in cucina.

-Aspetta, dobbiamo essere tutti! Non provare a fare il principino!- lo riprese Chap, guadagnandosi un’occhiata obliqua da parte del critico.

-In effetti a questo punto non credo che Naomi abbia intenzione di farsi viva- ammise Janine, con grande sorpresa di tutti.

-Posso provare ad andarla a chiamare- si offrì Misaki, alzandosi in piedi pronta a correre.

-No! Ci vado io!- esclamò Brett, alzandosi in piedi ancora più in fretta e facendo cadere la sedia dietro di sé.

Non aspettò neanche che Janine gli dicesse alcunché ed era già sparito.

-Sembra che la sua amata non sia l’unica amata che ha- commentò Misaki ridacchiando tra sé e lanciando uno sguardo a Janine, che accennò un sorriso a sua volta, e scosse la testa.

-Meglio per me, è un accollo- ammise, alzando gli occhi al cielo.

In molti si ritrovarono ad annuire.

Pochi minuti dopo, minuti utilizzati da Leland per fare una veloce colazione, Brett tornò con un nuovo bernoccolo in testa, la coda tra le gambe, e più sangue di prima sul volto.

-Non ha intenzione di farsi viva- disse solo, prendendo poi un altro fazzoletto e cercando di pulirsi al meglio.

-Ti ha malmenato per la tua insistenza?- ridacchiò Sophie -Ma che razza di Super Mario sei?!- lo prese in giro.

-Ehi! Non sono Super Mario! E poi avrei potuto difendermi benissimo, ma… ecco… le donne si fanno vincere, sì!- affermò con convinzione.

Nessuno credette a una parola.

-Lasciamo perdere. È chiaro che Naomi non si farà vedere, e da un lato penso sia meglio, dato che suppongo che Monokuma aspetti che siamo tutti insieme prima di rivelare ciò che non ha detto ieri, e per avere la massima collaborazione preferisco posticipare le rivelazioni al più tardi possibile- commentò Janine, quasi tra sé, mordicchiando la penna e osservando gli appunti presi.

-Allora, cosa proponi di fare?- chiese Misaki, andando al nocciolo della questione perché non voleva pensare all’orso di peluche inquietante che li aveva accolti la sera prima.

-Aspettate, vado a chiamare il signor Dixon- la interruppe Alan, sparendo per un attimo e tornando pochi secondi dopo seguito dal filantropo, che si sedette lontano dalla cavallerizza, nel tavolo vicino a River, e iniziò ad ascoltare il piano di Janine.

-Direi di dividerci in gruppi da tre ed esplorare i piani a nostra disposizione, poi rivederci in mensa a ora di pranzo e fare il punto della situazione. Io e Nowell abbiamo già esplorato per conto nostro, ma un’opinione da fonti diverse può sempre portare a risultati inaspettati e dettagli importanti. Senza contare che è il caso che ognuno veda con i propri occhi l’ambiente dove è probabile che staremo per un po’- spiegò Janine, probabilmente anticipando molte domande, perché non ci furono obiezioni.

Dopo qualche secondo di silenzio, che lei interpretò come assenso generale, continuò.

-Siete liberi di fare le coppie che volete. Io e Nowell andremo insieme, e vorremmo…- prima che potesse annunciare la terza persona che probabilmente i due avevano scelto insieme per accompagnarli, Brett la interruppe.

-Vengo con voi! Sarò di grande aiuto!- si avvicinò alla ragazza con occhioni a cuore. Janine non riuscì neanche a fingere di essere allettata dalla proposta.

-In realtà avevamo già optato per l’amicona- ruppe le sue speranze Nowell, indicando Misaki, che cadde dalle nuvole, non aspettandosi affatto di essere stata scelta per accompagnare i più informati.

Janine e Brett le lanciarono due discrete occhiate supplicanti, e Misaki non seppe proprio da che parte schierarsi.

Da un lato era davvero interessata ad essere parte del gruppo, anche se probabilmente avevano scelto lei per indagare solo perché non si fidavano particolarmente. Inoltre se stando con loro poteva salvare Janine dalla furia romantica di Brett…

Ma allo stesso tempo un po’ le dispiaceva per l’idraulico sfigato.

…ma non quanto le dispiacesse per Janine, perciò era già pronta ad acconsentire al ladruncolo, quando con la coda dell’occhio notò lo sguardo deluso di Midge, e cambiò completamente idea.

-Sono onorata che abbiate pensato a me, ma io volevo fare coppia con Midge- spezzò le speranze del duo. Brett e Midge sorrisero ampiamente. Quest’ultima alzò lo sguardo su di lei sorpresa e onorata.

-Davvero vorresti venire con me? Non ti ho seccato parlandoti di bracciali?- chiese, incredula.

-Ma certo che no! Anzi, dobbiamo finire il discorso- la rassicurò Misaki, con un occhiolino complice.

-Capisco… allora… puoi venire con noi, se vuoi- Janine si rivolse a Brett con l’aria di una che avrebbe preferito morire piuttosto che esplorare un hotel misterioso con un pervertito che le sbavava dietro, e Nowell annuì a sua volta.

-Rispetto la tua scelta, amicona- 

-Voi altri?- chiese Janine, rivolgendosi agli studenti.

-A me va bene chiunque- River alzò le spalle, ma Misaki notò che aveva lanciato un’occhiata verso Godwin.

Anche Janine sembrò accorgersene, perché decise di accorparli insieme.

-Allora tu, Godwin e Alan- decise -se a voi due non dispiace- chiese poi al maggiordomo e al filantropo che annuirono, acconsentendo alla divisione.

-Io e Chap!- esclamò Sophie, prendendo la mano della comica.

-E dato che Janine ha tolto dalla mia portata l’intervistato penso che mi unirò alla cavallara. Va bene Kismet?- propose la giornalista, rivolgendosi alla rossa, che alzò le spalle e guardò storto Godwin.

-Credo che mi unirò a voi- aggiunse il dentista, con nonchalance.

Leland sembrò accorgersi solo in quel momento che rimanevano fuori solo lui e Ogden, perciò si affrettò a dire la sua.

-Io vado con la friendship maker e la gioielliera- cercò di prenotarsi, ma era troppo tardi.

-Mi dispiace, ma Ogden si è già accorpato a noi- spezzò le sue speranze Misaki, un po’ dispiaciuta.

Leland si accorse che l’unico gruppo senza il terzo membro era quello composto da Sophie e Chapman, e sbuffò.

-Posso andare solo?- chiese a Janine, che scosse la testa, con uno sguardo di malevolo divertimento.

-Oh, no!- Sophie si sfregò le mani.

-Tu ti unisci a noi!- Chap lo prese per un braccio con sguardo malefico.

-Beh, credo che possiamo andare- li congedò Janine, e i gruppi iniziarono a disperdersi.

I primi ad uscire furono Chap e Sophie, trascinandosi dietro un infastidito Leland.

Misaki si sentì in pena per il critico. Il duo di ragazze non sembrava avere buoni progetti nei suoi riguardi.

-Attente solo a non ucciderlo- si fece assicurare.

-Tranquilla, abbiamo progetti migliori- ridacchiò Sophie.

Il trio male assortito venne seguito a ruota da Winona, Kismet e Pierce.

Il gruppo di Janine fu il successivo ed infine Alan, Godwin e River si avviarono in cucina.

-Allora, da dove cominciamo?- chiese Midge, una volta che furono rimasti soli in stanza.

-Io direi di partire dalla cucina- propose Misaki, e i suoi compagni di avventura acconsentirono.

La cucina era molto grande, e parecchio professionale, come si poteva ben immaginare considerando che l’hotel sembrava a cinque stelle dalle stupende decorazioni interne.

-Allora… dobbiamo indagare, giusto? Ho paura di rovinare qualcosa- Midge accennò qualche passo e iniziò ad osservare gli scaffali vari e la file di pentole e padelle appese ad un gancio sopra i fornelli.

-Tranquilla, diamo solo un’occhiata dentro le credenze per controllare che non ci siano cose strane, e poi dobbiamo avere più o meno un’idea di come procurarci cibo- valutò Misaki, aprendo credenze e constatando che c’erano perlopiù utensili vari e non sembrava esserci cibo da nessuna parte.

-Credo che lì ci sia una dispensa, vado a controll…- Midge indicò una porta poco distante, ma per farlo urtò leggermente contro il sottile gancio che teneva una decina di padelle, che si sganciò facendole cadere tutte.

-Attenta!- prima di capire cosa stesse succedendo, l’orafa venne presa di peso e spostata da un lato da Ogden, appena in tempo prima che le cadesse tutto addosso rischiando di provocarle un danno celebrale.

Misaki si affrettò a controllare che stesse bene, ma per fortuna era solo un po’ scossa e tremante.

Il rumore però aveva allertato il gruppo che si trovava nella dispensa, e che accorse fuori.

Il gruppo formato da Alan, Godwin e River, quest’ultimo meno allarmato, e con un cioccolatino in mano che stava gustando tranquillo.

-Tutto bene?- chiese preoccupato Godwin, osservando gli allarmati studenti e dando particolare attenzione a Midge, che era sull’orlo delle lacrime per l’imbarazzo di avere tutta quell’attenzione su di sé.

-Sì, si è solo sganciata la sbarra che tiene le padelle, non si è fatto male nessuno- Misaki parlò per l’amica.

Godwin tirò un sospiro di sollievo, mentre Alan si affrettò a riagganciare la sbarra e posizionare nuovamente le padelle.

-Purtroppo è molto instabile, dovremmo chiedere a Brett di darci un’occhiata. Il minimo urto lo sgancia, ho quasi fatto cadere tutto ieri quando ho fatto il tè- raccontò il maggiordomo.

-Dovremmo mettere un cartello, allora, per avvertire chiunque decida di cucinare- suggerì Ogden, osservando il gancio con attenzione.

-La trovo un’ottima idea, Nella dispensa ho trovato del materiale per scrivere, in delle scatole in un angolo. Probabilmente servono per l’inventario- riferì Alan, iniziando ad avviarsi nuovamente in dispensa, ma Misaki lo interruppe.

-Tranquillo, vado io. Ne approfitto per controllare la dispensa- si propose, dirigendosi poi verso la porta in fondo alla stanza, che portò effettivamente ad una dispensa decisamente ben fornita, e ben organizzata in varie sezioni: carne, pesce, prodotti farinacei, frutta, verdura, cibo precotto, cibo spazzatura, bevande di ogni tipo e parecchi dolci, che Misaki adocchiò parecchio interessata.

Le scatole con i materiali per scrivere erano da un lato, vicino ad un grosso cestino per i rifiuti, e Misaki ci si avviò ferrea, decisa a non farsi traviare dalla cioccolata che sembrava chiamarla e pronta a scrivere un biglietto di avvertenza.

Uscì un colorato bigliettino che saltava subito all’occhio, e Misaki fece per tornare nella sala principale, ma una porta seminascosta dietro il reparto della carne attirò la sua attenzione.

-È la cella frigorifera- una voce dietro di lei per poco non le fece venire un infarto, e si girò per ritrovarsi davanti a River, che la osservava con volto impassibile.

-Capisco. Per i surgelati immagino- suppose Misaki, cercando di ricomporsi. River annuì, poi prese una scatola di cioccolatini e uscì, senza aggiungere altro.

Misaki decise di non indagare oltre, prese il foglio che le era caduto per lo spavento, e tornò in cucina, dove il gruppo di prima se n’era andato, e Midge stava chiedendo a Ogden del braccialetto di perline che portava al polso, ormai del tutto tranquillizzata dopo aver rischiato un trauma cranico.

-Si vede che non è stato comprato, ma la fattura è comunque molto buona. È stato usato il legno, giusto? I colori sono davvero stupendi- stava commentando, osservandolo da vicino ma senza toccarlo.

Misaki attaccò il foglio con molta attenzione, poi entrò nella conversazione.

-Sì, è fatto di legno. Me lo ha dato mio fratello un paio di giorni fa, come regalo per l’inizio del liceo. Adora creare piccoli gioielli- rispose Ogden, con un sorriso nostalgico, rigirandosi il bracciale sul polso.

-L’ha fatto due giorni fa?- chiese Midge, per essere sicura, un po’ incerta.

-Non so quando l’abbia fatto, ma comunque in settimana. È una passione recente. Credi che abbia talento per avere dieci anni?- chiese curioso a quella che era sicuramente la più esperta, dentro alla casa, e che abbandonò l’espressione concentrata e analitica per tornare la solita insicura.

-Oh… beh… dipende. Non è ancora perfetto ma ha talento, sicuramente! Per avere dieci anni e per aver iniziato da poco può fare grandi cose- lo rassicurò, balbettando leggermente ma cercando di essere più onesta e incoraggiante possibile.

-Io lo trovo stupendo, e un segno di profondo affetto da parte di tuo fratello- Misaki sorrise al barman, sfiorando inconsciamente il bracciale dell’amicizia che le aveva dato sua sorella.

-Oh, Misaki, non ti avevo sentita tornare!- l’accolse Midge -Hai controllato la dispensa? Dobbiamo controllare anche noi?- chiese Midge, pronta a tornare a lavoro.

-Non ce n’è bisogno- Misaki condivise le poche scoperte fatte.

-Credo che possiamo andare nella sala da ballo, allora- propose quindi Ogden, indicando la mensa.

La sala da ballo si poteva raggiungere in due modi: dal corridoio principale, attraverso la grande porta di vetro, o dalla sala da pranzo, attraverso una più piccola porta secondaria ma ugualmente elegante.

Misaki e il resto del gruppo passarono attraverso la mensa, e una volta raggiunto l’obiettivo, la friendship maker non riuscì a trattenere un’esclamazione ammirata.

La sala da ballo era stupenda. Dai toni scuri ma dalle decorazioni pittoresche.

Sulla destra Misaki vide un impianto stereo di ultimissimo modello, e altoparlanti da muro distribuiti in tutta la sala.

Il centro della sala era sgombro in modo da ballare, sul muro di destra il bar era incredibilmente ben fornito, e Ogden vi si precipitò immediatamente, con occhi brillanti.

Accanto al bar c’erano due divanetti, visibili attraverso la porta di vetro che dava sul corridoio, e accanto ad essi una tenda copriva una finestra. Misaki si avviò a spostarla, cercando di ignorare la telecamera ingombrante posta alla sua destra, per controllare se fosse anch’essa coperta da lastre di ferro molto spesse, e purtroppo era così.

Sospirò rassegnata.

Altri due divanetti con un tavolo basso davanti e due poltroncine affianco erano nel muro accanto, ed erano sovrastati da uno schermo di Monokuma.

Kismet si era sdraiata su uno di essi, mentre Winona, seduta sulla poltroncina più vicina, prendeva febbrilmente appunti su tutto quello che la cavallerizza le diceva.

Le due non sembravano molto propense ad indagare, ed ora che Misaki ci pensava, non vedeva Pierce da nessuna parte.

-Ragazze, scusate se interrompo, ma dove…?- la domanda sull’ubicazione del terzo membro del gruppo venne interrotta quando egli comparve da dietro il bancone del bar, con parecchie bottiglie in mano e l’aria di un bambino che ha scoperto il nascondiglio dei dolci dei genitori, e i regali di natale. 

-Questo bar è straordinariamente ben fornito- affermò eccitato, iniziando a controllare le bottiglie.

-Oh, scusate, non fa niente. Continuate- Misaki si sciolse dalla conversazione delle due ragazze e si avvicinò al bar, dove Ogden aveva iniziato a catalogare le bottiglie.

-Scoperto qualcosa di interessante?- chiese, appoggiandosi al bancone e fissando le bottiglie a sua volta.

-Di certo dovremmo fare un inventario e chiudere da qualche parte alcune bottiglie. Siamo tutti minorenni e qui è pieno di alcolici- esordì Ogden, con un cenno di disapprovazione e una bottiglia di Gin in mano.

-Non solo. Con alcune di queste sostanze e il kit di chimica sotto al bancone si potrebbe creare qualche veleno!- esclamò poi Pierce, quasi divertito, mostrando due composti chimici che sembravano del tutto innocui agli occhi di Misaki. Era anche vero, però, che la chimica non era la sua specializzazione.

-Beh, dovremo trovare un posto sicuro dove mettere anche questo materiale- commentò poi Ogden, decisamente preoccupato, adocchiando il set di chimica.

-Nah, non credo ce ne sia bisogno. Assunti separatamente questi elementi chimici non hanno alcun effetto. Probabilmente solo io sarei in grado di creare un veleno decente. E mi scoprireste subito, perciò non lo farò- cercò di rassicurare i due ragazzi, facendoli preoccupare ancora di più.

Misaki però non voleva pensare ad eventuali omicidi o metodi di assassinio, e cercò, arrampicandosi sugli specchi, di cambiare argomento.

-Ti intendi di chimica?- chiese, curiosa, per fare conversazione occasionale.

-Yep, adoro la chimica. Sono decisamente molto più interessato alla farmacia piuttosto che all’odontoiatria, ma il talento è una catena- alzò le spalle, fingendo disinteresse, ma apparendo piuttosto infastidito.

-Magari dopo il diploma potrai specializzarti nell’ambito che preferisci- cercò di incoraggiarlo Misaki, ma Pierce non era molto convinto.

-Il modo per diplomarsi è uccidere, e dubito che qualcuno vorrà dare una borsa di studio ad un assassino, ma sei una ragazza gentile e ottimista. Oh, beh, torno nel mio gruppo, non ho altro da vedere- tagliò corto, abbassando nuovamente il morale di Misaki e provando a tornare dalle ragazze, che continuavano con l’intervista, anche se gli animi iniziavano ad accendersi.

-Un momento- lo fermò Ogden, in tono deciso.

Pierce si girò, con aria santarellina.

-Posa il sidro- gli impose Ogden, indicando un punto nel suo camice.

Pierce roteò gli occhi.

-È solo succo di mela- cercò di tirarsi fuori, con sorriso innocente.

Ogden gli fece uno sguardo eloquente, e Pierce cedette, e posò la bottiglia che aveva, abilmente ma non abbastanza, nascosto in modo da poterla consumare in seguito.

Misaki fissò ammirata il barista, che posò tutti gli alcolici nei posti giusti e fece un breve conto mentale di quanti ce ne fossero.

-Se qualcosa sparisce me ne accorgerò immediatamente- assicurò a Misaki, con un occhiolino.

-Sei grande, Ogden- si complimentò lei, allontanandosi dal bar per controllare il resto.

Niente di interessante o che potesse essere un indizio. Raggiunse Midge, che nel frattempo aveva controllato le casse e l’impianto stereo.

-Non sono esperta, ma mi sembra molto ordinario- disse, delusa da sé stessa per non essere di aiuto.

-Non lo sono neanche io. Magari Brett ci capirà di più- osservò Misaki, alzando le spalle.

-È un idraulico, non un meccanico- obiettò Ogden, pulendosi le mani nella pezza che portava sempre appesa alla cintura e raggiungendole.

-Direi di andare in corridoio e poi all’ingresso- propose poi, indicando la porta di vetro.

Misaki salutò con un cenno l’altro gruppo, e si avviarono nel corridoio.

Il corridoio non era particolarmente interessante. Collegava semplicemente la reception alla mensa e alla sala da ballo, ma c’era un’ulteriore porta, in fondo, piccola e che sembrava poco importante. Misaki si avviò ad aprirla, mentre Midge controllava il distributore di riviste posizionato accanto all’uscita dalla reception.

Ogden seguì Misaki, curioso quanto lei sulla porta, ma la loro curiosità non trovò sfogo, perché la porta era chiusa a chiave.

Misaki provò ad insistere, pensando potesse essere difettosa, ma venne interrotta da un urletto isterico di Midge, e una vocetta stridula e irritante.

-Ehi ehi ehi! Hai già scordato la regola numero 1? Forzare le porte è una violazione delle regole!- la riprese l’inconfondibile timbro di Monokuma, e Misaki sobbalzò così vistosamente che per un attimo superò Ogden in altezza, per poi sollevare le mani in segno di resa.

-Non pensavo fosse chiusa!- provò a giustificarsi -Credevo che fosse difettosa, non voglio disobbedire alle regole- affermò con un sorriso spaventato.

-Fai bene. Perché alla prima infrazione…- Minokuma tirò fuori gli artigli, assumendo un’aspetto sorprendentemente spaventoso per un orso di peluche, e Misaki si affrettò ad annuire.

-Non lo farò. Puoi anche andare adesso- cercò di cacciarlo via. Non tanto per il proprio bene, quanto per quello di Midge che era pallida e si era nascosta tremante dietro un preoccupato Ogden.

Monokuma lanciò un’occhiata ammonitrice a Misaki, poi sparì nel nulla, facendo tirare ai tre un sospiro di sollievo.

-Beh, non credo ci sia molto altro da vedere, se quella porta è chiusa. Trovato riviste interessanti, Midge?- chiese Misaki, lasciando perdere la visita dell’orso bicolore e avvicinandosi all’orafa, che si allontanò da Ogden e annuì con convinzione.

-Sì, ci sono un sacco di numeri della mia rivista di gioielli preferita. In uno c’è addirittura un capitolo intero sui bracciali dell’amicizia… insomma… se ti può interessare- Midge si rigirò una rivista tra le mani, perdendo sicurezza ad ogni parola, e Misaki la prese, molto interessata.

-Ma è fantastico! Mi puoi insegnare a fare bracciali dell’amicizia per tutti!- esclamò, facendole tornare sicurezza. 

-Altre informazioni?- chiese Ogden, un po’ impaziente.

-Oh, no, non mi sembra. Sono riviste generiche, molte su film, videogiochi, cucina e moda- spiegò Midge, rimettendo poi a posto la rivista, dispiaciuta di non poter dire altro.

-Interessante. Capisco perché Sophie era così entusiasta- commentò Misaki.

-Andiamo alla reception?- chiese, indicando la porta al fianco del distributore.

Il gruppo annuì.

Alla reception, trovarono nuovamente Godwin, Alan e River, che discutevano su cosa fare.

-Dovremmo vedere la sala da ballo prima di salire al primo piano- stava suggerendo Alan, pratico.

-Non conviene, si creerebbero discussioni evitabili- stava obiettando River, in tono impassibile ma sicuro di sé.

Godwin era seduto sul divano in silenzio, senza sapere che parti prendere.

-Tutto bene, ragazzi?- chiese Misaki, introducendosi nella conversazione.

-Stiamo solo civilmente decidendo se conviene concludere prima il piano terra o avviarci direttamente nelle camere- spiegò Alan -Non devi preoccuparti, signorina Ikeda- la rassicurò, con un cenno del capo.

-Vi manca la sala da ballo, vero?- indovinò Ogden, riflettendo sulle parole di River.

-Non vi conviene andarci subito, c’è ancora il gruppo di Kismet- suggerì Midge, sottovoce ma preoccupata abbastanza da attirare tutta l’attenzione su di sé.

-Era per questo che non volevi andare lì?- chiese Alan a River, pensieroso.

-Sospettavo ci fosse ancora, ma non ero sicuro. Non volevo comunque rischiare- spiegò il ragazzo, incrociando le braccia e alzando le spalle.

-Potete andare senza di me, vi aspetterò qui- provò a proporre Godwin, torturandosi le mani.

-Non possiamo lasciarla solo, signor Dixon- provò ad obiettare Alan, da perfetto gentiluomo.

-Può stare con noi mentre visitiamo la reception- provò a suggerire Misaki, che, come probabilmente metà delle persone lì dentro, aveva già sviluppato una sorta di istinto materno nei confronti del ragazzino, e voleva assolutamente farselo amico. 

Era una sua abitudine: essendo una ragazza piuttosto sicura di sé, e decisamente amichevole, come il suo talento dimostrava ampiamente, tendeva ad avvicinarsi sempre a chi considerava bisognoso di affetto, insicuro, o più fragile. Aiutare queste persone ad apprezzarsi di più ed essere per loro un sostegno e un’amica era uno dei suoi scopi di vita.

-Mi dispiace comunque lasciarlo indietro- provò ad obiettare il maggiordomo, che sembrava a sua volta averlo preso sotto la sua ala protettiva.

-A me va bene, vi aspetterò qui. Ho anche bisogno di stare un po’ seduto- Godwin gli fece cenno di procedere senza pensare a lui, e, un po’ titubanti, i due ragazzi annuirono e si avviarono in sala da ballo.

-Kismet dovrebbe darsi una calmata, però- osservò Misaki, avvicinandosi a Godwin con la scusa di controllare i divani, ma cercando di approfittarne per parlare un po’.

Midge iniziò ad osservare i depliant e le finestre, mentre Ogden controllava il bancone della reception.

La porta che dava all’ufficio del direttore era chiaramente chiusa a chiave con una moltitudine di lucchetti, perciò i ragazzi non provarono nemmeno ad aprirla.

-Kismet ha ragione a prendersela con me. I miei genitori hanno fatto tanti errori- ribatté Godwin, abbassando la testa un po’ a disagio.

-Cosa significa? La colpa è loro, non tua. A meno che tu non avessi chiesto espressamente di distruggere il ranch di Kismet. In quel caso saresti un bambino viziato, ma non mi sembri il tipo- scherzò Misaki, rivoltando i cuscini ma non trovando nulla di utile.

Godwin accennò una risatina.

-No, non ho bisogno di chiedere ai miei genitori qualcosa, e di certo non chiederei niente del genere. In realtà faccio beneficenza per cercare di ammortizzare…- si interruppe, e arrossì, distogliendo lo sguardo dalla ragazza di fronte a lui, che non capì il cambio di atteggiamento.

-Tutto bene?- chiese, avvicinandosi come temendo che si sentisse male da un momento all’altro. Evidentemente tutti quei caffè non gli avevano fatto bene.

-Sì, scusa. Non dovrei parlare di me. Siamo in una terribile situazione, non voglio che sembri che mi vanti di quello che faccio o di tutti i soldi che ho- iniziò a torturarsi le mani -Insomma… a differenza vostra, io non ho neanche un vero e proprio talento- si sminuì, alzando le spalle.

Certo che sua sorella non mentiva quando diceva che alla Hope’s Peak c’erano persone strane. Erano alla succursale americana, e non ce n’era uno normale. Non in senso negativo, ma Misaki avrebbe voluto che Godwin e Midge fossero un po’ più sicuri di loro e delle loro abilità.

-Invece io trovo che il tuo sia un talento fantastico. Insomma, guarda me, sono solo una brava a fare amicizia, neanche il mio è un vero talento. Ma comunque ce ne sono di peggiori. Nella sede principale ogni anno viene estratto a caso uno studente che viene definito l’Ultimate Lucky Student, e in classe di mia sorella c’era una ragazza che era classificata con il talento di Ultimate Grammar Nazi. Credo che Ultimate Philanthropist sia un talento di tutti rispetto- cercò di risollevargli il morale.

Lui la guardò confuso per un attimo, poi si portò una mano alla bocca, cercando di trattenere una risatina.

-Ultimate Grammar Nazi?- chiese, come se avesse capito male.

-Giuro. Inutile dire che non l’apprezzava nessuno, e mia sorella mi ha detto che ogni tanto in classe avvenivano delle vere e proprie guerre civili tra la fazione di questa Grammar Nazi e quella dell’Ultimate Meme Lord- raccontò, ridacchiando un po’ tra sé ricordando gli aneddoti della sorella, che ovviamente era dalla parte del Meme Lord, considerando che i due erano parecchio amici e condividevano il gusto per stupidi nomignoli e creazione di parole assurde.

Godwin rimase un attimo basito, poi scoppiò a ridere, tenendosi lo stomaco e cercando di essere il più silenzioso possibile.

-La classe di tua sorella deve essere molto divertente- commentò, una volta calmato lo scroscio di risa.

Misaki annuì, soddisfatta di essere riuscita nell’intento di strappargli una risata.

-Sì, ma tutti alla Hope’s Peak sono parecchio particolari. Anche qui, e sono sicura che riusciremo ad uscire in un batter d’occhio, unendo i nostri talenti- sorrise, ottimista.

Godwin non rispose, ma sembrava rasserenato.

-Trovato qualcosa, Misaki?- chiese Midge, avvicinandosi titubante.

-Solo un amico, tu?- rispose Misaki, sorprendendo non poco Godwin, che sorrise tra sé e arrossì leggermente.

-Ho controllato anche il salottino privato, ma tranne una porta nascosta da una tenda, che però è chiusa a chiave, non ho visto nulla che potrebbe essere usato per uscire- la mise al corrente Midge, un po’ delusa, ma non sorpresa. Neanche Misaki si aspettava buoni sviluppi. Dopotutto sia Janine che Nowell avevano già controllato l’edificio da cima a fondo, i vari gruppi lo stavano esplorando giusto per rendersi conto dei loro dintorni, non per altro.

-Mi sono svegliata nel salottino privato, non mi ero proprio accorta della porta nascosta- commentò Misaki, ricordando gli eventi del giorno prima. 

Erano passate meno di 24 ore, eppure le sembravano passati giorni interi.

-È normale, è nascosta dietro una gigante tenda, ero convinta che fosse una finestra, per questo ho controllato- la rassicurò Midge, facendole cautamente pat pat sulla spalla.

Misaki non necessitava di tale attenzione, dato che la svista non le aveva fatto né caldo né freddo, ma fu felice che Midge gliela offrisse, e le sorrise riconoscente, facendola sentire molto orgogliosa.

-E tu, Ogden, che mi dici?- chiese poi la friendship maker, alzando leggermente la voce per attirare l’attenzione del barman.

Lui sollevò la testa da una pila di fogli, e alzò le spalle.

-Nessuna informazione utile, solo dei fogli recenti. Sembra che questo hotel vada a gonfie vele. Secondo questo registro dovrebbero esserci più di cinquanta ospiti al momento. Mi sembra così assurdo che siamo soli e rinchiusi qui- osservò Ogden, comparando il registro e il calendario appeso al muro.

-Pensi che Monokuma li abbia rinchiusi da qualche parte?- Midge impallidì, e si strinse le spalle, a disagio.

-Sono certa di no, forse ha attuato un’evacuazione di massa. Non credo sia così potente da poter recludere tutta questa gente senza che si venga a sapere o che qualcuno lo impedisca- cercò di essere positiva Misaki. La speranza, in quel momento, era tutto ciò che avevano per andare avanti.

-E noi?- provò a chiedere Godwin, preoccupato.

Misaki rimase zitta per qualche minuto, poi tornò alla carica con l’ottimismo.

-Siamo di meno, quindi magari i soccorritori se la prendono più comoda, ma qualcuno verrà. È impossibile che non verrà nessuno. Siete pur sempre gli studenti della scuola superiore più prestigiosa d’America, no?- cercò di razionalizzare nella visione più positiva possibile, ma i suoi tre interlocutori erano comunque piuttosto dubbiosi.

-In ogni caso, queste carte non danno molte informazioni, penso che possiamo procedere- Ogden alzò le spalle, e iniziò ad avviarsi verso la scala che portava alle camere.

-Aspetta, non possiamo lasciare Godwin solo- provò ad obiettare Misaki, che condivideva le preoccupazioni di Alan. Quel ragazzino rischiava di morire con un nulla, era meglio che fosse accompagnato, specialmente con Kismet poco distante pronta all’attacco.

-Non c’è bisogno, posso aspettare senza problemi- provò ad obiettare Godwin, che non voleva essere un peso.

Prima che potesse ribattere, River e Alan tornarono, il primo nel solito silenzio, il secondo con la solita eleganza.

-Credo che sia il caso di salire a controllare le camere, signor Dixon, il gruppo della signorina Wright e del signor Ellis sta per arrivare- Alan lo incoraggiò a salire le scale, e Godwin si alzò, con una punta di incertezza, come se non riuscisse troppo bene a tenersi in equilibrio.

Inconsciamente Misaki si avvicinò per prenderlo al volo nel caso fosse caduto, anche se non era proprio la persona migliore per il compito, ma Godwin si riprese subito, e le fece cenno di stare tranquilla.

-Scusate, mi si erano solo addormentate le gambe, mi succede- spiegò, seguendo poi il maggiordomo e il ragazzino dal talento ancora misterioso su per le scale.

-Dovremmo andare anche noi?- suggerì Misaki, indicando la porta che dava alle scale.

Ogden lanciò un’ultima occhiata incerta verso i fogli, e si rivolse a Midge.

-Sicura che non ci fosse nulla degno di nota nella sala accanto?- chiese, pensieroso.

Midge apparì incerta.

-Io non ho notato nulla. La porta è chiusa, le finestra sbarrate, e non ci sono altri oggetti degni di nota, in realtà- commentò, riflettendo attentamente come se stesse mettendo in dubbio tutta la sua vita.

-Mi sono svegliata lì, ieri, sono abbastanza certa che non ci fosse nulla di strano- commentò, con sicurezza.

-Allora immagino che possiamo procedere. Mancano solo le camere, giusto?- chiese Ogden, alzando le spalle e avviandosi nel corridoio con le scale.

Midge e Misaki lo seguirono.

-Le camere e i due salottini, uno maschile e uno femminile- lo corresse Midge, incerta, come se temesse di farlo arrabbiare, e allo stesso tempo orgogliosa di dire qualcosa di giusto e inconfutabile.

-Non penso che potremo entrare nelle camere, quindi penso che dovremo accontentarci dei salottini- obiettò Misaki, che aveva lasciato la sua in un certo disordine e non voleva che Ogden e Midge la vedessero.

Oltretutto l’idea che un ragazzo entrasse in camera sua la imbarazzava parecchio, soprattutto visto che, almeno per il momento, non lo conosceva nemmeno, anche se non dubitava che sarebbero diventati ottimi amici.

-Concordo sul non visitare le camere, ma i salottini valgono la pena- annuì Midge, sorridendo tra sé.

Arrivati al corridoio che presentava le scale, tre nuovi volti li accolsero, davanti ad una grata che custodiva l’accesso a delle scale che portavano in quello che evidentemente era un piano sotterraneo.

Nowell era appoggiato al muro, chiaramente divertito, mentre Brett si stava vantando con Janine e quest’ultima osservava le grate e il proprio e-Handbook.

-Salve ragazzi, come procede l’esplorazione?- chiese Misaki con un gran sorriso, salutando il nuovo gruppo.

-Stavo riflettendo sul forzare la grata in qualche modo per controllare il sotterraneo e i piani superiori- spiegò Janine, pensierosa, e senza degnare i nuovi arrivati di uno sguardo.

In effetti Misaki si ricordava di aver visto una grata simile davanti alle scale che portavano al secondo piano.

-Il mio amore è davvero coraggioso, non trovate?- commentò Brett, con occhi a cuore, facendo storcere il naso alla botanica.

-Non dovreste farlo. Contraddice la prima regola- cercò di metterli in guardia Misaki, ricordando l’avvertimento di Monokuma di poco prima.

Dal tremore delle spalle di Midge, anche lei lo ricordava.

-In realtà no- disse Nowell, tirando fuori il proprio e-Handbook, e mostrandolo al gruppo.

-La regola dice chiaramente che non si possono forzare le porte chiuse a chiave, non le serrature in generale- spiegò, con un sorrisino che non prometteva nulla di buono.

-Quindi potresti farlo, se volessi? Sei l’Ultimate Thief, giusto?- chiese Misaki, iniziando a riempirsi di speranza.

-Non voglio comunque rischiare, a dire il vero, e poi c’è Brett che crede di poterlo fare. Gli lascio provare- Nowell alzò le spalle, e lanciò un’occhiata di pena a Brett, che aveva iniziato ad armeggiare con il lucchetto nonostante Janine cercasse di fermarlo per non rischiare che lo danneggiasse irreparabilmente, vista la sua sfortuna.

-Il tuo altruismo nei confronti del povero Brett è ammirevole, ma aspettando rischiamo che Monokuma si renda conto del piano e cambi…- Ogden provò a mettere fretta al ladro, ma non riuscì neanche a finire la frase che una notifica da ogni e-Handbook della stanza lo zittì e fece sobbalzare tutti. Neanche il tempo di prendere la carta, che a Brett venne data la scossa.

-Ahia! Ma perché?!- si lamentò lui, scuotendo la mano colpita.

-Siete svegli, ragazzi, troppo svegli per il vostro bene. Ma grazie di avermi suggerito la modifica- la voce irritante di Monokuma fu abbastanza come risposta, e Misaki controllò l’e-Handbook per controllare che i suoi dubbi fossero esatti.

Purtroppo si rivelò così.

Regola #1: È espressamente vietato distruggere monitor, telecamere, altoparlanti, Monokuma e forzare qualsiasi serratura chiusa a chiave dal preside.

Misaki sospirò, rassegnata.

Janine sbuffò, contrariata.

-Non è sicuramente il tuo unico errore. Ti sconfiggeremo, Monokuma- lo minacciò, decisa.

L’orso si limitò a ridere tra sé.

-Ne sei davvero sicura? Non vedo l’ora di vederti sepolta dalla disperazione- commentò, prima di sparire così come era apparso.

-Se avessi fatto fare direttamente a Nowell magari saremmo riusciti ad andare nei sotterranei- commentò Janine, ignorando del tutto il commento dell’orso e concentrandosi sulla grata, riflettendo.

-Probabilmente avremmo solo trovato altre porte chiuse a chiave, e lì la regola valeva in ogni caso- commentò Nowell, alzando la testa. Sembrava rassegnato a non trovare nulla, ma non per questo disperato dall’idea di non poter uscire. Che fosse solo un buon attore o semplicemente rilassato, Misaki trovò il suo atteggiamento decisamente confortante.

-Comunque voi cosa fate qui? Avete finito il giro?- chiese Janine, cambiando argomento, probabilmente per cercare di distrarsi.

-No, in realtà ci mancano i salottini- spiegò Misaki -Anzi, è meglio se andiamo- indicò le scale e fece cenno ai suoi compagni di seguirla, con un ultimo cenno di saluto a Janine, Nowell e Brett.

Brett si massaggiava ancora la mano, perciò non la notò, Janine ricambiò distrattamente e Nowell salutò con un sorriso indecifrabile.

Una volta nel piano successivo, notarono la grata che portava ai piani ancora superiori. Era l’unico elemento interessante della stanza, perciò si avviarono subito nei salottini.

Il primo in cui si diressero fu quello dei maschi.

Non aveva una porta, ma un semplice arco che faceva intravedere subito due lunghi divani piuttosto comodi. La moquette era dalle tonalità azzurre e un enorme poster adornava le pareti dietro i divani.

Due poltrone erano poste ai due lati e due tavoli erano davanti a loro, così come un contenitore di riviste.

Midge lo analizzò subito, mentre Misaki si guardò intorno. Nel lato destro della stanza, dalla prospettiva di chi entrava, c’era un piccolo stereo, mentre a sinistra svettava un distributore automatico di bibite e snack vari.

Misaki sperò ci fosse anche nel salotto delle ragazze, così almeno non avrebbe rischiato di soffrire la sete durante la notte, nel caso si fosse dimenticata di prendere da bere.

Nella peggiore delle ipotesi contava già di intrufolarsi nel salotto dei ragazzi.

A mali estremi, estremi rimedi.

Ogden controllò il distributore, così Misaki decise di pensare alla radio, e mise il primo cd che le capitò sottomano, per controllare che funzionasse.

E per poco non si assordò, facendo sobbalzare gli altri membri del suo gruppo.

La canzone, infatti, di una band giapponese che non aveva mai sentito prima, era parecchio strana e decisamente hardcore.

Si affrettò a rimuovere il cd, commentando con un -Direi che la radio funziona- e per curiosità controllò il titolo della canzone.

“From Me to You” scritta da una tale Ibuki Mioda.

Si segnò mentalmente di stare attenta ad ogni canzone che portasse quel nome.

Anche se doveva ammettere che “I squeezed out the baby but I have no idea who the father is” la attirava parecchio.

Per non rischiare di traumatizzare ulteriormente Midge, si limitò a controllare ogni cd nel caso ci fossero indizi e, appurato che non ce ne fossero, si avvicinò all’orafa, che osservava le riviste ad occhi sgranati, e un leggero rossore le aveva tinto le guance.

-Allora, trovato qualche rivista interessante?- chiese, sedendosi sul divano.

Midge sobbalzò, e si affrettò a nascondere le riviste.

-No, nulla! Sono piuttosto… insomma…- negò, con voce acuta, arrossendo sempre di più.

Misaki non seppe che pensare, e prese una rivista dal mucchio, nonostante Midge cercasse di evitarlo.

-Non devi vederle, non credo sia il caso!- cercò di strappargliela dalle mani, ma Misaki fu più veloce… e se ne pentì amaramente.

Rimase qualche secondo bloccata sul posto, poi gettò la rivista dall’altra parte della stanza, arrossendo vistosamente.

-Ma che diamine di riviste hanno messo qui?!- esclamò, sorpresa.

Ogden si girò verso di loro, confuso e preoccupato.

-Cosa c’è, ragazze? Qualcosa di inerente agli omicidi?- chiese avvicinandosi.

Ma le espressioni imbarazzate delle compagne e la copertina della rivista gettata in un angolo furono una risposta sufficiente. 

-Oh…- commentò solo, schiarendosi la voce e sistemandosi gli occhiali sul volto, imbarazzato a sua volta.

Raccolse il giornale da terra, prese gli altri dello stesso genere che erano nel portariviste, e li nascose senza neanche dar loro un’occhiata dietro al distributore di bevande fresche.

-Non riesco a credere che ci siano questo genere di riviste. È peggio dell’alcool al piano di sotto. Monokuma si rende conto che siamo minorenni?!- commentò il barman, e per la prima volta Misaki lo vide davvero irritato.

Infatti, in mezzo ad alcune riviste sportive, Midge e Misaki erano rimaste traumatizzate da giornali per adulti, adulti maschi per essere esatti, e non era stata una visione particolarmente piacevole.

-Secondo me dovremmo nasconderli meglio- suggerì Misaki, in un sussurro.

Midge annuì, senza riuscire a proferire parola.

-Penso anche io, dovremmo trovare un buon posto dove mettere sia le riviste compromettenti che l’alcool. Ne parlerò con Janine, magari in privato in modo da non rendere tutti quanti partecipi altrimenti non sarebbe un segreto così grande- rifletté Ogden, pensieroso.

Misaki annuì.

-Però se lo sanno tutti e Brett scompare sapremmo per certo che è lì e non gli è successo nulla di male- commentò poi la friendship maker, ridacchiando tra sé e cercando di smorzare l’imbarazzo.

Midge scoppiò a ridere, un po’ isterica ma sincera.

-Una trappola perfetta per toglierlo dai piedi di Janine- le diede man forte, tappandosi poi la bocca per paura di essere stata troppo cattiva.

Ma Misaki rise di gusto.

-Sono certa che Janine vi sarebbe riconoscente- commentò Ogden, per poi indicare il corridoio.

-Non credo che ci sia altro da vedere, i distributori hanno cibi caldi e cibi freschi, così come bibite di vario genere. Tutti a lunga conservazione… molto lunga- spiegò, alzando le spalle e iniziando ad avviarsi verso il salottino delle ragazze.

Midge e Misaki lo seguirono.

Il salottino delle ragazze era praticamente identico a quello dei ragazzi, solo che in tonalità più sul rosa e sul viola, e arricchito dalla presenza di Chap, Sophie e Leland, la prima in piedi intenta a raccontare una barzelletta, gli altri due seduti sul divano, intenti a ridere a crepapelle.

Misaki rimase a bocca aperta quando notò il sorriso sincero di Leland e il suo autentico divertimento.

Pensava che ci sarebbe voluto decisamente di più ad abbassare le sue difese. Anche se probabilmente era merito del talento della comica.

Misaki si dispiacque di essersi persa la battuta, anche perché smise appena arrivarono.

-Ciao ragazzi! State ancora facendo il giro?- li accolse Sophie, la prima a notarli, interrompendo le risate.

Leland si irrigidì di scatto, e tornò musone come prima, cercando di non dare a vedere il divertimento che lo aveva assalito.

Misaki avrebbe tanto voluto commentare, ma decise di lasciar stare, e si rivolse a Sophie.

-Questa è l’ultima stanza tra quelle visitabili. Non abbiamo scoperto molto, tranne che tra le riviste per ragazzi ce ne sono molte dal gusto discutibile- alzò le spalle, avvicinandosi tallonata dai suoi compagni di squadra.

-Ah, davvero?- chiese Leland, un po’ troppo interessato, e guadagnandosi occhiatacce da tutti i presenti in sala.

si corresse immediatamente.

-Davvero inaccettabile! Chi mai potrebbe essere interessato a riviste del genere. Siamo minorenni- commentò, senza troppa convinzione. Sophie e Chap alzarono gli occhi al cielo, e decisero di lasciar perdere.

Sophie prese alcune riviste del salotto delle ragazze, e si alzò per mostrarle a Misaki.

-Noi invece abbiamo solo riviste sulla casa e di pettegolezzi da dire al parrucchiere. Mah! Le riviste nel corridoio della mensa sono molto più interessanti- si lamentò, mostrando un articolo sulle pulizie.

Misaki incrociò le braccia, e, pur sapendo di andare incontro a una grande crisi da parte di Midge, si schiarì la voce.

-Monokuma!- chiamò, rivolta direttamente verso una telecamera.

L’orso comparve pochi istanti dopo, facendo sobbalzare vistosamente Midge, che si nascose dietro Ogden.

-Hai chiamato, infiltrata?- 

Misaki decise di ignorare il nomignolo.

-Si può sapere perché la distribuzione delle riviste è così sessista? Lo trovo un grande insulto!- si lamentò, incrociando le braccia.

Chap la raggiunse, dandole man forte.

-Infatti! Noi donne non siamo solo pettegole con manie di pulizia! Pretendiamo riviste diverse- 

L’orso di peluche piegò la testa, come valutando l’idea, con quella che doveva sembrare un’espressione confusa.

-Ma io non ho messo nessuna rivista, queste erano qui prima del mio arrivo all’hotel, e le ho semplicemente lasciate dov’erano. Dovreste prendervela con chi era qui prima di me- se ne lavò le mani.

-Che strana scelta di lessico. Intendi il direttore dell’hotel o i precedenti ospiti?- indagò Leland, inarcando le sopracciglia e alzandosi dal divano, all’erta e pronto ad ascoltare confessioni importanti.

-Aaaaahhhh! Non vi dirò di più! Sono spoiler! E non sono fan degli spoiler! Quindi ho la bocca cucita!- Monokuma fece cenno di tapparsi la bocca.

-Ma io adoro gli spoiler! Neanche una piccola anticipazione? Ha a che vedere con le date delle riviste? Perché ho una teoria che…- Sophie iniziò a rivelare i suoi “headcanon” osservando le riviste, ma Monokuma la zittì immediatamente.

-Ehi! Vacci piano! Rivelerò molte cose a cena, se la lirica si degnerà di essere presente. Non rovinarmi il divertimento di vedere le vostre facce quando vi svelerò il motivo del capitolo!- si sfregò le mani con un ghigno malefico.

-Aspetta, significa che le mie teorie sono giuste?- chiese Sophie, con troppa eccitazione per il luogo e la situazione in cui si trovavano.

-Non rivelerò nulla, ma non spifferare le tue sciocche teorie in giro!- la minacciò, con gli artigli tesi.

Sophie sbuffò.

-Uff, odio l’hype!- si lamentò, incrociando le braccia.

-Beh, non dovrai aspettare molto. Credo che vi lascio alla vostra inutile esplorazione. Sfruttate bene il tempo, perché per almeno due di voi… non ne è rimasto molto- ghignò malefico, prima di sparire così come era apparso.

Midge tremava vistosamente dietro ad Ogden, che cercava di tranquillizzarla.

Chap era decisamente infastidita dalla situazione, e stringeva i pugni come se fosse pronta a picchiare Monokuma.

Leland scosse impercettibilmente la testa e tornò seduto, mentre Sophie controllò nuovamente le riviste.

-Secondo me non sarà una rivelazione così sconcertante. Ha lasciato troppi indizi- commentò, un po’ tra sé.

-Qual è la tua teoria?- chiese Misaki, giocherellando distrattamente con il ciondolo a forma di cuore attaccato al bracciale che le cingeva la parte superiore del braccio, e riflettendo sulla teoria che aveva sviluppato il giorno prima, ma alla quale non voleva credere più di tanto.

-Leggi un paio di riviste e ti farai un’idea- rispose Sophie, criptica, sfogliando la fantomatica rivista di pulizia. -C’è una rubrica di battute non male in questa rivista- commentò poi, facendo cenno a Chap di raggiungerla sul divano e lasciando del tutto perdere il discorso precedente.

Misaki lo lasciò perdere a sua volta, e si rivolse ai compagni di esplorazione.

-Credo che non ci sia molto altro da fare, non è ancora ora di pranzo. Ci prendiamo un po’ di tempo libero?- chiese, controllando l’orologio appeso al muro.

-Penso sia una buona idea. Possiamo esplorare in solitaria le cose che ci hanno colpito di più. O semplicemente riposare o leggere qualche rivista- acconsentì Ogden.

-O passare del tempo con qualcuno…- commentò Midge, sottovoce, senza guardare Misaki.

-Credo sia un’ottima idea- annuì Misaki.

 

Freetime!

 

-Midge, ti va di passare un po’ di tempo insieme? Mi devi insegnare come creare dei bracciali dell’amicizia- propose poi alla gioielliera, che sobbalzò, sorpresa di essere di nuovo chiamata in causa.

-Vuoi ancora passare del tempo con me? Ma non ti sei stufata?- chiese, sorpresa.

-Perché mai dovrei stufarmi? Se non ti va non fa niente, ma ero davvero curiosa dei bracciali- le sorrise, radiosa.

Midge arrossì leggermente, e annuì con forza.

-Ma certo che mi va! Sono felicissima! Nessuno è mai stato così gentile con me. Ti spiegherò tutto! Sono brava nei bracciali dell’amicizia. Si possono creare con qualsiasi cosa. Aspetta, vado a prendere la rivista che abbiamo visto nel corridoio della sala da ballo!- esclamò eccitata, avviandosi saltellando fuori dal salottino.

Misaki decise di seguirla, e salutò con un cenno gli altri.

Rimasero il resto del tempo, prima di pranzo, a studiare come realizzare braccialetti dell’amicizia. Misaki aveva qualche conoscenza base, ma l’abilità di Midge era decisamente fenomenale. Non trovarono da nessuna parte elementi adatti a realizzare bracciali di prima qualità, ma di certo legarono parecchio tra loro, perché lo studio e le prove con fogli di carta lasciarono tempo a chiacchiere.

-Da dove è nata la passione per la creazione di gioielli?- chiese Misaki, per fare conversazione.

-Oh, beh… non è mai stata una vera e propria passione, più un lavoro. Sai, i miei genitori avevano un’orificeria, in città, e quindi mi ha insegnato mio padre- raccontò, con un sorriso al ricordo.

-Wow, un’orificeria. Immagino che facevate grandi affari- osservò Misaki, pensando ad uno dei suoi tanti amici con i genitori orafi. Era ricchissimo e non faceva che vantarsene, anche se sotto sotto era tutta una maschera che aveva messo su per farsi accettare dagli altri ed entrare nella cerchia dei “ragazzi fighi”.

-Beh… più o meno… insomma… non eravamo gli unici della città, e avevamo parecchie spese. Ma mio padre è sicuramente il migliore, non ci sono dubbi- si vantò, con orgoglio.

-E tua madre?- chiese Misaki senza pensarci.

Midge spezzò la carta che stava usando per fare il braccialetto.

Misaki se ne accorse, e tornò sui suoi passi.

-Scusa, ho toccato un tasto dolente?- chiese, preoccupata, dandole tutta la sua attenzione.

-No, no, tranquilla. Diciamo che lei era più che altro una commessa, perciò mio padre ha insegnato a me il mestiere così che potessi aiutarlo un po’ nel lavoro. Le mani dei bambini sono piccole e lavorano meglio piccoli meccanismi- rispose, un po’ troppo precipitosamente, rimediando al danno fatto con uno stranissimo nodo che riuscì a riattaccare la carta senza romperla.

Misaki avrebbe voluto indagare di più, ma non voleva essere indelicata, perciò decise di ritornare sull’argomento in futuro.

Ma si segnò mentalmente l’uso del passato per indicare la madre di Midge, e il commento sulle mani dei bambini. 

Perché non ne era certa, ma il lavoro minorile non doveva essere legale.

Forse era solo malpensante ed era, come sosteneva Midge, solo un piccolo aiuto.

Decise di non pensarci, e continuò ad allenarsi con i bracciali.

Alla fine dell’esercizio, Midge le promise che una volta trovati materiali giusti le avrebbe fatto un bracciale stupendo, e si separarono per dirigersi nelle rispettive camere a prepararsi prima di pranzo.

 

Fine Freetime!

 

Dopo la parentesi con Midge, Misaki si diresse in mensa, con lo stomaco che borbottava ed eccitata da cosa avrebbe potuto scoprire di nuovo.

Non scoprì poi molto, in realtà, tranne qualche nuova informazione sui suoi compagni di avventura, come il fatto che Alan non era bravo solo a preparare tè e caffè, ma anche a cucinare.

E che evidentemente lo era anche Janine, perché si preparò un pasto a parte.

Comunque fu tra gli ultimi ad arrivare, e notò che i gruppetti erano già sparsi nei tavoli. Janine e Nowell come al solito erano insieme e discutevano sulla situazione, la prima mangiando dell’insalata e bevendo direttamente da una bottiglietta invece che dalle brocche accuratamente posizionate da Alan. Brett ovviamente era appiccicato alla botanica, e nello stesso tavolo c’era anche Pierce intento a mangiare la pasta preparata da Alan canticchiando qualcosa a bocca chiusa, completamente immerso nei suoi pensieri e ignaro di ciò che lo circondava. 

Nel tavolo accanto, il più vicino alla porta che dava alla cucina, c’era un piatto senza consumatore, probabilmente appartenente al maggiordomo, Godwin che mangiava silenzioso la sua pasta tenendo d’occhio l’altra parte della mensa e Ogden che mangiava a sua volta parlando con Midge, che più che altro ascoltava interessata un aneddoto.

Poi in un tavolo vuoto c’era Leland, e degustava il piatto con attenzione, annuendo lievemente con la testa.

Certo che per essere un critico era molto generoso nei suoi giudizi, come aveva dimostrato anche con la comica. Forse perché tutti lì erano dei talenti.

Winona e Kismet erano nell’ultimo tavolo, il più lontano possibile da quello di Godwin, e la giornalista stava revisionando i suoi appunti ignorando completamente la cavallerizza, che provava a fare conversazione senza successo. Evidentemente la giornalista aveva ottenuto tutto quello di cui aveva bisogno.

Mancavano ancora Sophie, Chap, River e ovviamente Naomi.

Mentre si avvicinava al tavolo di Leland, dato che le dispiaceva che fosse da solo, notò che il ragazzino misterioso in realtà era arrivato, ma era così silenzioso, immobile e minuto che non lo notò minimamente, e ormai era già praticamente seduta con il critico e non era il caso di cambiare idea e avvicinarsi a lui.

-Posso sedermi?- chiese al critico, indicando la sedia.

Lui annuì, ancora degustando attentamente il cibo.

-È all’altezza delle tue papille gustative?- chiese curiosa.

-Non è una cucina da ristorante stellato, ma ha una semplicità e una raffinatezza da cuoco privato per una famiglia altolocata. Considerando che il cuoco è un maggiordomo direi che è piuttosto accettabile- rispose lui, tecnico -Inoltre la cottura della pasta è all’altezza di un italiano, e non è roba da poco- ammise poi, onesto.

-Stupendo, non ho mai mangiato cibo italiano, né abbastanza raffinato per una famiglia altolocata- sorrise Misaki, aspettando pazientemente il ritorno del maggiordomo.

Leland piegò un sopracciglio.

-Ah no?- chiese, sorpreso.

Misaki scosse la testa.

-In realtà vengo da una famiglia piuttosto umile. È incredibile che sia io che mia sorella siamo state ammesse alla Hope’s Peak Academy- spiegò, allargando il sorriso, proprio mentre Alan rientrava e si guardava intorno per controllare nuovi venuti.

Sorrise a Misaki e le apparecchiò il posto.

-Arrivo subito con la pasta. Ti vanno bene gli spaghetti al ragù bianco?- chiese accomodante.

-Certo, hanno un aspetto delizioso, Alan- annuì, con l’acquolina in bocca.

-Arrivano subito, l’attesa è molto minore rispetto all’alternativa vegetariana- la informò.

-Intendi l’insalata di Janine?- indagò Misaki, osservando la botanica.

-Oh, no, lei ha insistito per cucinarsi da sola- negò Alan, un po’ infastidito, prima di tornare in cucina.

-Oh… è più paranoica di quanto pensassi- commentò Misaki, sorpresa, rivolgendosi a Leland per fare conversazione.

Lui sembrava però avere altri pensieri.

-Davvero vieni da una famiglia umile?- chiese, decisamente confuso.

Misaki fu presa in contropiede da quella domanda.

-Beh, sì, perché, ti sembravo una nobile?- scherzò, atteggiandosi da diva, in un’interpretazione tutt’altro che convincente.

-Non certo una nobile, ma ero convinto che venissi da una famiglia quantomeno benestante. Il tuo atteggiamento è stato fuorviante- commentò Leland, continuando a mangiare senza più degustare.

-In che senso?- provò a chiedere Misaki, ma la risposta del critico venne interrotta dall’arrivo del suo piatto, presentato con un inchino appena accennato e un -Buon appetito, signorina Ikeda- formale e all’altezza di una famiglia davvero altolocata.

Misaki lasciò perdere la conversazione per mangiare con foga gli spaghetti, dall’aspetto delizioso e dal sapore ancora migliore.

Dopo averla vista abbuffarsi, Leland sghignazzò.

-Ok, mi sono sbagliato, non sei affatto membro di una famiglia d’élite- ritornò sui suoi passi, continuando a mangiare.

-Ah ah ah- finse di ridere Misaki, continuando ad abbuffarsi, proprio mentre Sophie e Chap entravano, parlando tra loro.

Appena le vide, neanche il tempo di farle sedere, e Janine si alzò in piedi.

-Siamo tutti?!- chiese, speranzosa.

-In realtà mancherebbe Naomi- osservò Nowell, disinteressato.

-Al diavolo la cantante. Quelli importanti ci sono tutti. Avete trovato qualcosa di interessante?- chiese la botanica, frettolosa. Probabilmente non vedeva l’ora di finire così da chiudersi in camera e sfuggire alle attenzioni pesanti di Brett.

-Solo a noi l’e-Handbook ha emesso uno strano suono?- chiese Godwin, alzando timidamente la mano.

-No, è accaduto a tutti. Monokuma ha modificato leggermente una regola per impedirci di scassinare qualsiasi serratura chiusa a chiave da lui- spiegò Nowell.

-Non c’era già quella regola?- chiese Chap, confusa, sedendosi nel primo tavolo che trovò libero, e attirando l’attenzione del maggiordomo per far portare della pasta a lei e a Sophie.

-Aveva scritto porte, non serrature. Dovresti fare più attenzione alle regole, potremmo trovare parecchi punti ciechi e sfruttarli- spiegò Nowell, con un sorriso furbetto.

Era proprio la faccia da Ultimate Thief.

-Capisco. Comunque noi non abbiamo trovato nulla- Chap alzò le spalle, e iniziò a mangiare la pasta appena portata dal maggiordomo.

-Parla per te, io ho trovato parecchie riviste interessanti- Sophie sorrise in modo enigmatico, assaggiando la pasta e poi iniziando a mangiarla con gusto.

-Indizi su come uscire?- indagò Janine.

-No, nessun indizio. Ma ho alcune teorie- rispose Sophie, alzando le spalle.

-Che genere di teorie?- chiese Misaki, sperando che ora, davanti a tutti, le condividesse.

-Non mi piace fare spoiler, e al massimo scopriremo tutto stasera- Sophie si rivelò ancora una volta intransigente.

-Se hanno a che fare con il motivo, è molto meglio evitare di parlarne. Altre scoperte?- Janine lasciò perdere, e si rivolse al resto della sala.

-La dispensa è ben fornita, e Monokuma ci ha avvisato che viene rifornita costantemente. La spazzatura viene buttata ogni notte, a mezzanotte. Non che abbiamo modo di provare l’orario, dato che la cucina è chiusa, di notte- Alan spiegò le sue scoperte.

-Io più che una scoperta ho una richiesta: dovremmo trovare un posto dove tenere sotto chiave le bottiglie di alcool e alcune riviste, non vorrei che qualcuno ne facesse un uso sbagliato- prese la parola Ogden, con molta calma ma in tono fermo.

-E perché? Siamo abbastanza responsabili mi pare- cercò di fargli cambiare idea Brett, con occhi brillanti.

Janine gli lanciò un’occhiata eloquente, poi annuì in direzione del barman.

-Hai perfettamente ragione. Credo di aver visto un cassetto con chiave piuttosto spazioso in cucina, potremmo mettere tutto lì e affidare la chiave a qualcuno che sceglieremo tramite votazione- propose, e Brett cambiò subito atteggiamento concordando con lei.

-Possiamo aggiungere tre composti chimici di quelli presenti nella postazione chimica sotto al bar? Sono gli unici tre che potrebbero rendere un determinato composto mortale, e forse è meglio che ci sia un controllo su chi ne viene a contatto- aggiunse Pierce, interessandosi solo in quel momento alla conversazione.

-Direi che è un’ottima idea. Anche se dubito che qualcuno riuscirebbe a creare un veleno con quegli ingredienti- gli diede man forte Ogden.

-Allora è deciso, e se mai qualcuno ne avesse bisogno per i giusti motivi potremo tenere un registro con quantità prese e uso fatto. Chi dovrebbe tenere la chiave?- Janine si rivolse a tutti i presenti, che risposero indicandola.

Sobbalzò, sorpresa.

-Io?- chiese, incredula.

-Ma assolutamente, non c’è storia. Sei la più affidabile qui dentro. Un vero leader- la esaltò Misaki, incoraggiante.

Janine arrossì, e sorrise tra sé.

-Beh… grazie. Faccio solo del mio meglio…- si schiarì la voce -Allora, tornando a noi… altre informazioni?- chiese tornando seria.

-Io ho trovato una cartina dell’hotel, tra i fogli della reception, e non combacia in termini di camere. Secondo la carina non ci sono due salottini, ma ulteriori camere, e questa cosa è decisamente strana, secondo me- prese la parola Winona, tirando fuori una cartina e lanciandola a Janine dopo averne fatto un aeroplanino. 

La botanica la prese al volo, e la confrontò con lo schizzo fatto da lei quella mattina.

-È come pensavo. O non siamo davvero in un hotel, o è stato modificato prima del nostro arrivo, in ogni caso dovremmo analizzare meglio la cartina in cerca di qualche uscita di emergenza. È tutto?- chiese guardandosi intorno.

-Abbiamo scoperto molte cose, ma niente che ci possa aiutare ad uscire- alzò le spalle Kismet, desiderosa di andarsene il prima possibile.

Janine sospirò.

-Beh, almeno ci abbiamo provato. Analizzerò la piantina, questo pomeriggio. Ci rivediamo a cena- li salutò, prima di alzarsi e dirigersi in camera.

-Posso aiutarti?- chiese Brett, alzandosi così in fretta da far cadere la sedia dietro di sé.

Janine ne aveva davvero avuto abbastanza delle sue attenzioni.

-Se provi ad avvicinarti alla mia camera ti infilo la bottiglietta d’acqua vuota su per il...- si interruppe notando che Alan aveva portato il dolce.

-Sono bastoncini di cioccolato?- chiese perdendo tutta l’aggressività.

-Ce ne sono parecchie confezioni, in dispensa. Sono di tuo gradimento, signorina Edwards?- chiese Alan, porgendole il vassoio che ne conteneva diversi, più tazze di caffè e alcuni biscotti.

Janine fece per prenderne un paio, poi ritirò in fretta la mano, come se si fosse scottata.

-Vado a prenderne un pacchetto intero. Mi serviranno molto per concentrarmi mentre studio la piantina- affermò, dimenticando del tutto Brett e dirigendosi in cucina.

L’idraulico fece per seguirla, ma il ladro lo tenne fermo sul posto.

-Se ci tieni al tuo posteriore, ti conviene davvero starle alla larga, almeno fino a stasera- gli consigliò, riferendosi alla precedente minaccia.

Brett sbuffò, e fece per risedersi. Purtroppo la sua sedia era caduta e lui non se n’era reso conto, perciò cadde a terra, facendosi parecchio male proprio al posteriore.

Misaki si trattenne per non ridere, ma i suoi sforzi furono vani.

Finì di mangiare, e prese qualche bastoncino di cioccolata come dolce.

Fu tra i primi ad alzarsi.

-Dove vai?- chiese Leland, mordendosi il labbro subito dopo come pentendosi di aver fatto uscire la domanda.

-Non so, un po’ in giro, magari aiuto Janine o trovo qualcuno con cui passare il tempo- rispose lei, alzando le spalle.

 

Freetime!

 

Leland si pulì la bocca con il tovagliolo.

-Io ho finito di mangiare…- disse, quasi tra sé, e senza guardare la ragazza negli occhi.

Misaki ci mise un po’ a capire cosa volesse, poi gli sorrise.

-Forte, ti va di passare un po’ di tempo insieme?- chiese, come se fosse una sua idea.

Leland finse di rifletterci un po’ su, poi sospirò, e rispose come se stesse facendo una grande concessione.

-Va bene, non ho altro da fare, dopotutto- acconsentì.

Misaki lo guardò divertita, poi i due si avviarono fuori dalla sala da pranzo.

-Ho una domanda da farti- esordì Misaki, una volta fuori dalla stanza.

-Chiedere è lecito, rispondere è cortesia- alzò le spalle il critico.

-Perché eri convinto che fossi membro di una famiglia benestante?- chiese riprendendo il discorso di prima, decisamente incuriosita.

Leland soppesò le parole.

-Te l’ho detto, il tuo comportamento è stato fuorviante. E forse anche il tuo talento mi ci ha fatto pensare. Insomma, solitamente i talenti “inutili” sono di persone dalle ricche famiglie che hanno potuto ampliare le loro semplici passioni. Tipo Sophie e Godwin. E anche Chap, nel suo piccolo, anche se tenta di nascondere il suo benessere economico- spiegò, facendo gossip.

Misaki era parecchio interessata.

-Chap è ricca? Non lo avrei mai detto. E neanche Sophie in realtà- ammise, riflettendo su eventuali atteggiamenti che potessero provare il punto sollevato da Leland, senza successo.

-Eppure ero convinto che la Ultimate Friendship Maker fosse un’acuta osservatrice- la criticò velatamente, sollevando gli occhi al cielo.

Misaki incrociò le braccia, fingendo di prendersela. 

-Allora illuminami, critico. Che atteggiamenti dichiarano l’appartenenza ad un certo ceto sociale?- chiese.

-Accomodiamoci in sala da ballo, terrò una lezione- rispose Leland, indicando la sala.

Una volta seduti comodi, cominciò.

-Innanzitutto si parte dai saluti. L’educazione è il primo indicatore di una famiglia benestante. Le apparenze vanno sempre tenute, e i benestanti sanno restare in piedi, essere educati, cortesi e dalla risposta pronta. Il carisma è prerogativa delle persone di un alto ceto sociale-

-Chap e Sophie non sono molto portate in questo campo- osservò Misaki.

-Tu sì invece. Ma passiamo al punto due, dato che spesso, nelle famiglie benestanti, capita che ci siano figli ribelli che cercano di nascondere la loro origine. Atteggiamento nei confronti di classi sociali inferiori- continuò Leland.

-Nel senso…?- chiese Misaki, che non capiva del tutto il ragionamento.

-Avrai notato come Chap si rivolge ad Alan. È rispettosa, ma chiede, accetta e non pensa neanche per un secondo di fare qualcosa da sola. Si vede che è abituata ad avere un maggiordomo o comunque della servitù. E anche Sophie ha preso la tazza da tè ieri senza preoccuparsene troppo- la fece riflettere. Misaki doveva ammettere che aveva una sua logica.

-Mi stai incuriosendo molto. Il terzo punto?- 

-Come già anticipato prima, è il talento. Questo è un punto un po’ controverso, ma dagli studenti dell’anno scorso e da alcuni studenti su cui ho indagato nella sede principale della Hope’s Peak, ho diviso le tipologie di talenti in tre sezioni distinte: necessità, tipica delle persone più povere; lavoro, che può variare; hobby, che se non viene trasformato in necessità è prerogativa quasi esclusiva delle persone ricche, e in questo caso Sophie ne è un esempio lampante. Devi essere ricco per avere accesso ad ogni film, serie TV, anime e robaccia varia necessari a diventare la Ultimate Fangirl- spiegò, con orgoglio per la sua classificazione.

-Devo dire che anche Naomi rientra perfettamente nella categoria, anche se nel suo caso aggiungerei un parametro per l’essere “snob”- commentò, pensando alla cantante lirica.

Leland ridacchiò.

-Meglio condividerti il quarto e più importante punto per capire se uno è ricco o no, che nel mio caso è il punto più importante, ma bisogna avere il talento per metterlo a frutto- le si avvicinò, come per farle una confessione importante -L’autenticità-

Misaki lo guardò confusa.

-Autenticità?- chiese, senza capire a cosa si riferisse.

-Bisogna capire se le persone fingono il loro comportamento davanti agli altri. Chap finge di essere una testa calda ribelle che viene dalla strada, e si nota palesemente, Janine non prova neanche a nascondere il suo vero talento e se ne accorgerebbe anche un bambino, e Naomi esaspera a tal punto il suo comportamento snob che diventa una macchietta, e non riesco a credere che tu ci sia davvero cascata- cercò di spiegarsi, con superiorità.

-Certo che hai delle doti deduttive davvero sorprendenti sulle persone- si complimentò Misaki, senza badare all’evidente critica nei suoi confronti.

Leland sorrise, soddisfatto dal commento lusinghiero.

-Beh, è ovvio, sono un critico. Capire le menzogne è parte del mio lavoro- spiegò, come se non fosse niente di ché.

-A proposito del tuo lavoro. In cosa sei specializzato?- chiese Misaki, curiosa.

-Tutto?- rispose lui, come se non capisse la domanda.

-Critichi tutto? Non hai un settore in cui sei più specializzato? Non so, critico gastronomico, o cinematografico, o qualcos’altro- provò a spiegarsi lei, gesticolando.

-Te l’ho detto, sono specializzato in tutto: gastronomia, cinema, teatro, opera, comicità, musica, scrittura, arte, moda… qualsiasi cosa insomma, anche il design di esterni- si vantò.

-E sei esperto in tutti questi settori?- insistette Misaki, incredula.

-Ovviamente. Ti sfido a non esserlo da figlio unico con i genitori che mi sono ritrovato- si lasciò sfuggire Leland, per poi interrompersi, e schiarirsi la voce.

-Che genere di genito…- ma l’indagine di Misaki venne troncata sul nascere.

-Comunque su questo punto fondamentale ti mi hai fuorviato, perché sei decisamente autentica, e dato che superi a pieni voti i requisiti sopra riportati, ero convinto venissi anche tu da una famiglia ricca. Dovrei rivedere i miei standard- cambiò argomento in fretta, ritornando al precedente.

-Perché? Se una persona è povera non può essere tua amica?- lo prese in giro Misaki, convinta che si fosse espresso male.

Leland si sistemò gli occhiali sul volto.

-Certo che no. I poveri cercano sempre di approfittarsene- rispose ovvio.

Misaki perse per un attimo il sorriso, e rifletté sulle sue parole per qualche secondo.

Poi sorrise nuovamente.

-Ma mi hai detto che io sono autentica, quindi magari per me puoi fare un’eccezione- gli fece un occhiolino complice.

Il critico fece per ribattere, ma chiuse subito la bocca, senza sapere come rispondere.

Arrossì leggermente.

-Certo che sei davvero ineccepibile nelle risposte. Facciamo che per il momento non ti escludo- le concesse, senza guardarla.

-Stupendo. Quindi potrò continuare a disturbarti per passare un po’ di tempo insieme, in futuro- si esaltò la ragazza, alzandosi in piedi.

-Aspetta, dove vai?- chiese Leland, colto di sorpresa.

-Da nessuna parte, volevo prendere un succo al bar… tu vuoi qualcosa?- chiese, avviandosi in fondo alla sala.

-Oh… no, sono a posto per il momento- rifiutò. Sembrava sollevato che lei non se ne andasse, ma tentò di nasconderlo.

Rimasero a parlare e fare teorie su chi fosse ricco e chi povero per qualche ora, passando ad altri argomenti di critica che passava in parecchi ambiti diversi, poi Misaki decise di dirigersi in camera e riposare un po’ prima di cena.

 

Fine Freetime!

 

Arrivò in mensa riposata e affamata, e fu una delle prime.

Ovviamente però non batté sul tempo Godwin, Alan e Winona, che erano già lì. Winona aveva convinto Godwin a concederle finalmente un’intervista, e lo stava tartassando di domande sulla sua famiglia, sulle sue madri, servitù, affari e in generale tutta la sua vita.

Godwin non era di molte parole, e sembrava più a disagio del solito.

-Buonasera, cosa c’è per cena?- chiese Misaki interrompendoli, e adocchiando con interesse il piatto di carne davanti a Godwin.

-Può scegliere tra costata di manzo o tonno alla griglia, con contorno a scelta di patate o insalata- rispose Alan, servile come al solito.

-Vada per la carne e le patate- accettò Misaki, sedendosi accanto al filantropo.

-Smamma! Sono nel bel mezzo di un’intervista, e tu me lo distrai!- la cacciò con irruenza Winona, al ché Misaki alzò le mani in segno di resa e si spostò in un tavolo vuoto.

Alan le apparecchiò in fretta e le portò la cena.

Mano a mano iniziarono ad arrivare tutti gli studenti.

Midge si sedette vicino a Misaki, e ordinò pesce e insalata.

Leland venne trascinato al tavolo con Chap e Sophie, con cui sembrava aver stretto amicizia quando erano stati smistati nei gruppi da tre, e Ogden fece compagnia a Brett in un tavolo singolo dove quest’ultimo stava aspettando con trepidazione Janine, che al momento non si vedeva da nessuna parte. Quando Pierce arrivò si sedette con loro, probabilmente con l’intenzione di parlare a Ogden dell’alcool o di chiedere a Janine qualcosa dal cassetto chiuso.

River come al solito entrò senza che nessuno se ne accorgesse, e si mise il più lontano possibile dalla folla.

Stessa sorte toccò a Kismet, che arrivò stiracchiandosi e dopo aver notato Godwin e avergli lanciato un’occhiata carica d’odio, si avviò con sicurezza il più lontano possibile da lui, che impegnato com’era con l’intervista neanche si accorse dello sguardo di fuoco.

Subito dopo fu il turno di Nowell, con la solita aria disinteressata di chi aveva tutto sotto controllo e nulla di cui preoccuparsi.

Adocchiò Misaki e si avvicinò al tavolo.

-Buonasera Amicona, buonasera Perla, posso sedermi con voi?- chiese, prendendo posto prima di ricevere risposta.

Alan gli apparecchiò subito e prese le ordinazioni.

-Pensavo ti saresti seduto con Janine- commentò Midge a bassa voce, adocchiando il tavolo con Pierce, Ogden e Brett.

-Quel tavolo è già abbastanza pieno, e poi Janine in persona non è ancora arrivata, e volevo scambiare quattro chiacchiere con l’amica di tutti- si spiegò il ladro, servendosi un bicchiere d’acqua.

-Beh, non conosco ancora abbastanza bene gli altri da definirmi amica di tutti ma… di che vuoi parlare?- acconsentì Misaki, sinceramente curiosa.

-Secondo te il talento definisce una persona?- chiese a sorpresa il ragazzo, quasi tra sé.

Misaki rimase un attimo spiazzata, non si aspettava minimamente una domanda di questo genere.

Anche Midge lasciò la sua insalata a sé stessa e si mise a riflettere.

-Non penso- rispose poi Misaki -Insomma, dipende da persona a persona, e dal tipo di talento, ma fondamentalmente ognuno è quello che è, e al massimo è la persona a definire il talento- si spiegò, convinta di quello che diceva.

-Ohhh, hai ragione, Misaki. Concordo con lei- le diede man forte Midge, ricominciando a mangiare senza più preoccupazioni.

Alan portò la carne di Nowell, e anche lui cominciò a mangiare, senza ulteriori commenti.

-Perché questa strana domanda?- chiese poi Misaki, interrompendo il silenzio del tavolo.

-Nessun motivo in particolare. Mi chiedevo se qualcuno non mentisse riguardo al suo talento, e che motivi avrebbe di farlo- rispose lui, con nonchalance, lanciando un’occhiata verso Janine, che era appena entrata e aveva lanciato un’occhiata esasperata verso Brett.

-Forse qualcuno mente perché non può rivelare il vero talento- provò a suggerire Misaki.

-E perché non può rivelarlo? È una situazione di vita o di morte. A meno che qualcuno non abbia un talento assassino non vedo perché nasconderlo- provò ad obiettare Nowell.

-Forse qualcuno nasconde un talento che non ha niente a che fare con questa situazione, o magari qualcuno non si identifica con il proprio talento e preferisce usarne un altro. O magari se le persone scoprissero il talento vero potrebbero non guardare più quel qualcuno allo stesso modo, anche se, come dicevo, il talento non definisce  la persona- insistette Misaki.

Nowell alzò le mani in segno di resa.

-Mi sa che hai ragione, Misaki- si arrese.

-È solo una mia opinione, poi ogni persona è diversa. Comunque non credo che tra di noi c’è un assassino che finge di essere un assistente di custodia per bambini- scherzò poi la ragazza, facendo ridacchiare Midge.

Un annuncio di Monokuma interruppe la cena per tutti.

“Tutti gli studenti si rechino immediatamente nella hall. Sto parlando anche con te, Naomi Rossini. Ti conviene precipitarti o ti vengo a prendere per i capelli!”

Nella sala calò il silenzio, poi Janine, che non aveva neanche ordinato da mangiare, si alzò dal tavolo.

-Dovremmo andare, è arrivato il momento della verità- incoraggiò il resto della sala, avviandosi poi fuori dalla mensa.

Nowell si alzò subito dopo.

-Seguo il grande capo. Voi due venite con me?- chiese alle compagne di posto. Misaki si alzò a sua volta, prendendo un ultimo boccone di carne. Midge fu un po’ più titubante, ma li seguì.

Mano a mano uscirono tutti quanti, e si ritrovarono nella hall, in attesa di Naomi, che li degnò della sua presenza trascinata per i capelli da Monokuma, come egli aveva promesso.

-Togli le tue sudice zampacce da me, stupido pupazzo!- si lamentava lei.

-Non stavi arrivando, mancavi solo tu, snobbona- obiettò Monokuma, lasciandola andare e salendo nel bancone della reception, pronto a fare un annuncio che sicuramente era convinto avrebbe messo nei cuori di molti studenti la voglia di uccidere.

-Come procede la reclusione forzata? Avete già voglia di sacrificare tutti quanti per uscire da qui?- chiese, sfregandosi le mani con tono cospiratore.

-Nessuno di noi ucciderà mai per uscire da qui, qualsiasi cosa dirai!- esclamò Misaki con convinzione. Non riusciva neanche ad immaginare che qualcuno potesse commettere un omicidio. Erano tutte persone strane, ma non erano assassini, ne era certa.

-Non concordo, ma ammiro il tuo ottimismo- commentò Nowell, tra sé, ma abbastanza vicino a Misaki da farle sentire il commento.

-Oh, la forza della speranza. Quasi mi commuove- la prese in giro Monokuma, asciugandosi una finta lacrima. -Ma vediamo che succede se mischiamo la speranza con un po’ di sana verità- aggiunse poi, con un tono che non prometteva niente di buono.

-Ci hai chiamato per dirci il motivo che dovrebbe spingerci ad uccidere?- andò al punto Janine, senza mezzi termini.

-Certo che sei davvero sveglia per essere una botanica. In effetti vi ho richiamati proprio per questo. Gente prima di me lo ha tenuto segreto, ma ho in mente dei piani molto malvagi per le prossime settimane, se siete abbastanza svegli da scoprire il primo colpevole, e sono piuttosto certo che almeno la metà di voi l’hanno già capito, perciò vi darò conferma dei vostri dubbi- Monokuma iniziò un lungo discorso di presentazione, dando prova che la sintesi non era di certo il suo forte. 

-Andiamo, sputa il rospo, ho fame- lo incoraggiò Chap, per niente impressionate.

-Upupupupu, forse per alcuni di voi sarà uno shock, ma non siete stati trasportati qui subito dopo il vostro ingresso a scuola. In realtà il vostro primo giorno di scuola è stato più di tre anni fa- la rivelazione, detta in modo divertito e quasi casuale, attirò del tutto l’attenzione degli studenti, che rimasero in un silenzio sbigottito.

-Tre anni…?- sentì Misaki sussurrare alla sua destra, forse detto da Brett, forse da Ogden. Non era importante al momento.

-Oh, sì, tre anni! Avete dimenticato tre anni di stupenda e orribile vita scolastica tutti insieme a cantare Kumbaya e a farvi scherzi terribili, nelle gioie e nei dolori, nella speranza e nella disperazione… più quest’ultima a dire il vero, visto che in tutto questo c’è stata anche l’apocalisse- Monokuma diede l’informazione come se non fosse niente di importante. Misaki sbiancò.

-Apocalisse…?- sussurrò tra sé, sconvolta.

-Sì, solite cose di tutti i giorni nella vita dei liceali. L’unico modo per recuperare i vostri ricordi, uscire da qui e scoprire cosa è successo a parenti e amici in questi tre anni è uccidere qualcuno e non farsi scoprire. Perciò buona fortuna ragazzi- Monokuma era già pronto ad eclissarsi quando Janine lo interruppe per fare una domande che probabilmente era passata dalla mente di tutti, ma che solo lei ebbe il coraggio di far uscire fuori, senza curarsi di quello che gli altri avrebbero potuto pensare di lei.

-Quindi puoi restituirci i ricordi, in che modo?- chiese, scettica.

Sedici sguardi si puntarono curiosi e ansiosi su Monokuma, in attesa della sua risposta.

-Ho il macchinario che ho usato per prelevarvi i ricordi, li posso impiantare nuovamente quando e come voglio, è un gioco da ragazzi. Li ho visti tutti come fossero dei film in prima persona. Non avete idea del cringe per molti di essi- indicò senza pudore Brett, che si lamentò, arrossendo.

-Ehi! Non avevi alcun diritto di vedere i miei ricordi! E sono sicuramente molto eroici e interessanti- ci tenne a sottolineare, anche se non gli credette nessuno.

-Se è per questo non ha alcun diritto di tenerci segregati qui contro la nostra volontà, ma mi pare che lo abbia fatto e che continuerà a farlo- commentò irritata Naomi, a denti stretti.

-In ogni caso vi conviene uccidere se volete impossessarvi nuovamente dei vostri preziosi ricordi adolescenziali. Tre anni sono molti, chissà cosa è successo ai vostri cari- dopo aver messo a tutti la pulce nell’orecchio, Monokuma si eclissò nel nulla, lasciando tutti sgomenti e silenziosi.

Misaki si guardò intorno, cercando di capire come gli altri avevano preso la notizia, e giocherellando nel frattempo con il ciondolo del bracciale dell’amicizia nella parte superiore del braccio. 

Brett stava cercando di pensare a cosa poteva aver fatto che potesse essere considerato cringe.

Naomi era a denti stretti e sguardo basso, si teneva il più lontano possibile dalla folla.

Kismet era a bocca aperta, Winona ad occhi spalancati.

Pierce beveva un caffè che si era probabilmente portato dalla sala da pranzo senza dare segno di essere toccato.

Sophie sembrava quasi soddisfatta.

Ogden era impallidito e si rigirava sul polso il bracciale del fratello.

Midge, pallida come un lenzuolo, sembrava sul punto di svenire.

Alan era impeccabile come al solito, ma il suo labbro inferiore tremava.

Leland si mordeva il labbro inferiore e faceva passare lo sguardo da un membro all’altro della sala.

Chap scuoteva la testa, non credendo ad una parola di quello che Monokuma aveva detto.

River aveva un’espressione di marmo, e stringeva in mano il medaglione che portava al collo, come se potesse dargli qualche risposta.

Godwin era bianco come un cadavere, del tutto perso, e teneva le mani in un punto imprecisato della schiena.

Janine aveva un fuoco negli occhi.

Nowell guardava le due targhette che aveva al collo, concentrato.

Subito dopo sollevò lo sguardo su Misaki, e i loro occhi si incrociarono.

Fu solo un attimo, ma un terribile senso di deja-vu percorse la mente di Misaki.

E dopo quell’attimo, quando entrambi i ragazzi tornarono con lo sguardo su Janine che aveva di nuovo preso il controllo e stava cercando di rassicurare tutti, Misaki si rese conto che Monokuma non aveva mentito.

Certo, forse non erano proprio tre anni, le sembrava troppo assurdo, ma lei conosceva Nowell. Ne era certa.

E lui conosceva lei.

E se era così con lui, sicuramente era lo stesso per le altre quattordici persone.

E Misaki era convinta, ora più che mai, che non avrebbe mai ucciso uno di loro. 

Che stupido che era Monokuma se pensava che degli amici si sarebbero uccisi a vicenda.

O forse era lei troppo ottimista.

 

 

 

 

(A.A.)

Mi dispiace per la lunghezza, non mi sono trattenuta.

Purtroppo i personaggi sono tanti e voglio dedicare a ciascuno abbastanza tempo per farveli conoscere, apprezzare, e poi ucciderli senza pietà, muahahahah.

Poi certo alcuni hanno più spazio di altri perché saranno più importanti. Dopotutto non è un vero Danganronpa se non c’è una Kirigiri/Chiaki pronta a risolvere tutto, un Nagito/Togami pronto a rovinare tutto e un protagonista ottimista.

Anche se i miei personaggi saranno più di questo… si spera.

E spero che vi stupirò.

Se avete teorie mi farebbe un sacco piacere sentirle, tramite recensione o messaggio privato. Stessa cosa se avete un personaggio preferito. Potrei anche salvarlo… o ucciderlo subito.

So che questo primo motivo è esattamente quello di Danganronpa 2, ma non è mancanza di originalità, è più che altro esigenza di trama, e a differenza di DR2 qui c’è l’aggiunta che Monokuma ha la possibilità di restituire i ricordi, che saranno molto importanti in questa edizione.

Il prossimo capitolo (che dovrebbe essere più breve ma mancano ancora due freetime) si concentrerà sulla vita paranoica post-motivo e si concluderà con la scoperta della prima vittima. Brace yourselves perché sono abbastanza certa che non ve lo aspetterete. E ci sarà anche l’illustrazione.

Vi invito a partecipare, se non l’avete fatto, al sondaggio per decidere il free time event del prossimo capitolo, che trovate nel prologo, e che aggiungo anche qui: Sondaggio

E ho creato anche un test: “Quale personaggio sei?” 

Spero che il capitolo vi piaccia.

Alla prossima settimana.

Ritorna all'indice


Capitolo 3
*** Chapter 1: Drink, dance and forget your despair Hotel Life 2 ***


Chapter 1: Drink, dance and forget your despair

Hotel Life

 

Il clima era davvero teso, due giorni dopo l’annuncio di Monokuma, ma avevano trovato un certo equilibrio che era risultato per tutti piuttosto confortante.

Janine era diventata il capo del gruppo, senza essere effettivamente eletta o essersi autoproclamata tale, e aveva imposto un coprifuoco e gli orari dei pasti, almeno in linea generale per ritrovarsi tutti insieme almeno tre volte al giorno.

Dato che la sveglia era alle sette, avevano deciso che la colazione si sarebbe svolta alle otto, così che tutti avessero il tempo di prepararsi, poi il pranzo a mezzogiorno e la cena alle sette. Inoltre l’orario notturno avrebbe sancito il coprifuoco, e il momento di andare a dormire per tutti quanti. Le camere erano perfettamente sicure, perciò nessuno temeva di essere ucciso nel sonno, ma la regola li rendeva comunque più tranquilli, anche se non c’erano certezze che venisse rispettata.

Ma Misaki era ottimista. Nessuno avrebbe ucciso nessuno. 

Anche se, quando raggiunse la sala da pranzo per la cena, la tensione la stava soffocando.

Aveva fatto qualche minuto di ritardo dato che si era distratta a leggere la rivista sui bracciali consigliata da Midge, e quest’ultima, insieme a Winona e Godwin, tirò un profondo sospiro di sollievo quando la vide entrare.

-Scusate il ritardo- Misaki si sedette al tavolo di Winona e Midge, e quest’ultima l’abbracciò di scatto, per poi ritirarsi immediatamente, imbarazzata.

-Scusa, mi stavo preoccupando- ammise, abbassando lo sguardo.

-Già, sei sempre tra i primi ad arrivare, perché questo ritardo?- chiese Winona, curiosa e già pronta a scrivere un articolo.

Misaki era felice che trovasse qualcosa da fare in quel clima, ma non voleva essere citata in un articolo. Aveva brutte esperienze al riguardo.

-Mi sono solo distratta mentre leggevo una rivista. Niente di eclatante- le rassicurò lei. Winona sbuffò.

-Non è mai niente di eclatante. L’intervista a Godwin non è stata eclatante, i gossip non sono eclatanti e l’unica cosa appena eclatante è stato il litigio tra Janine e Naomi- si commiserò, chiudendo il blocco per appunti.

Misaki le diede qualche pacca sulla spalla, per rassicurarla.

Il litigio era avvenuto subito dopo l’annuncio di Monokuma, durante la decisione degli orari.

In realtà neanche questo era stato chissà quanto eclatante, ma era stato il seme dal quale erano partiti il dubbio e la tensione.

 

Janine aveva iniziato a stabilire qualche regola chiedendo la partecipazione di tutti, e quando aveva insistito sulla presenza obbligatoria, Naomi aveva obiettato.

-Io non ho intenzione di circondarmi di gente che vuole uccidermi. Non lascerò la mia camera, poco ma sicuro- si era imposta, sbattendo i piedi a terra come una bambina viziata, e facendo sobbalzare alcuni ragazzi con i nervi a fior di pelle.

-Non è con questo atteggiamento che riuscirai ad uscire- Janine era ancora calma, ma si vedeva che non aveva apprezzato l’interruzione.

-Sicuramente vivrò più di te- aveva insistito Naomi, incrociando le braccia.

-Sicura? Solitamente le persone isolate sono le vittime migliori. Siamo un gregge di pecore, e chi si smarrisce è il primo a venire mangiato dal lupo- Janine la buttò sul fiabesco, come se stesse spiegando la faccenda ad un bambino.

-Bella analogia- aveva commentato Winona, che dall’inizio della discussione aveva iniziato a prendere appunti.

-Non se il lupo è travestito da pecora- Naomi aveva ignorato la giornalista e continuato a rispondere a Janine, in tono accusatorio.

La botanica aveva sospirato, e scosso la testa.

-Sai che ti dico, fai come ti pare. Non sono una babysitter incaricata di proteggervi, e non ti obbligherò a renderci partecipi della tua presenza. Il mio era solo un consiglio per sopravvivere, perché sono la prima che vuole sopravvivere a tutti i costi e trovare un modo di uscire. C’è sempre una falla nel sistema. Bisogna solo avere pazienza e collaborare. Ma se non vuoi sono certa che la tua assenza non peserà a nessuno- aveva concluso, dandole le spalle e avvicinandosi a Nowell per fargli probabilmente una domanda sulle porte.

Naomi aveva sbuffato, e le aveva dato le spalle a sua volta.

-Bene, io vado in camera. Quando morirai non infestarmi i sogni solo perché avevo ragione- aveva concluso la cantante lirica scuotendo i capelli con aria snob prima di avviarsi per le scale.

-Posso portarle la cena, signorina Rossini? Non ha mangiato nulla- aveva proposto Alan, servile.

Naomi l’aveva squadrato per un attimo con sospetto, poi aveva sorriso, civettuola.

-Certo. Ti aspetto in camera- aveva acconsentito, sparendo poi per le scale.

L’ultima cosa che Misaki aveva sentito, prima che Janine ricominciasse con le regole, era stato un commento di Brett che le aveva fatto alzare gli occhi al cielo.

-Posso portarle io il cibo?- al quale Alan gli aveva risposto con uno sguardo assassino.

 

Dopo quel momento, Naomi non si vedeva se non sporadicamente per mangiare, anche se sembrava degnarli della sua presenza solo per assicurarli che fosse viva, come qualcuno, forse Brett o Alan, le aveva suggerito.

Dato che si era palesata per l’ora del tè, Misaki dubitava di vederla anche a cena.

Anche perché era il turno di Brett di cucinare, e il pollo bollito che presentò confermò ogni pregiudizio che si poteva avere sulla sua cucina.

Avevano stabilito di darsi i turni per cucinare, dato che non era giusto che facesse tutto Alan, anche se lui era comunque onnipresente in cucina ed insisteva per preparare almeno il tè e il caffè. 

Naomi non si fece vedere, in effetti, e gli studenti gustarono il pollo in silenzio, con qualche commento sporadico su faccende di scarso interesse comune e qualche faccia schifata. 

Come dessert, Alan preparò velocemente delle coppe di gelato che tutti gustarono con molta più gola, e che solo Janine non accettò, dato che continuava a cucinarsi tutto il proprio cibo. 

Nessuno sembrava intenzionato ad uccidere, di questo Misaki era certa, ma temeva che prima o poi la noia e la claustrofobia avrebbero portato qualcuno ad impazzire. 

Forse avrebbe potuto organizzare qualcosa.

Passò la cena ad ascoltare Winona parlare di un premio che aveva vinto per un articolo su un ladro di gioielli, con Midge che lo commentava interessata, e fu tra i primi a tornare di sopra, nel salotto comune delle ragazze, per leggere un altro po’ prima di andare a dormire, e magari farsi venire qualche idea per movimentare un po’ quella vita monotona.

Venne presto raggiunta da Chap e Sophie, che le fecero compagnia fino all’orario notturno, e da Janine, che le salutò distrattamente e si mise a lavorare su un enorme mappa da detective con indizi e teorie che aveva messo nel salottino comune perché non c’era abbastanza spazio in camera sua. Ovviamente, come era ormai consuetudine, mangiava bastoncini di cioccolato, uno dietro l’altro con grande concentrazione. Ne finiva almeno due pacchetti al giorno, era una vera e propria dipendenza.

-Qualche novità, Miss Marple?- chiese Sophie, osservando la mappa che però era ancora piuttosto spoglia, ad eccezione della piantina dell’edificio e di alcuni appunti strappati dal bloc notes di Janine.

-Niente di rilevante. Trovato informazioni dalle riviste?- chiese Janine alle tre ragazze. Misaki scosse la testa, Chap alzò le spalle e Sophie fece entrambe le cose.

-Me lo aspettavo, ma ci dev’essere un punto debole, Monokuma non può aver pensato a tutto- Janine sgranocchiò un bastoncino di cioccolato nervosamente, concentrata.

-Non ho punti deboli, fidati- la voce acuta di Monokuma, comparso sopra lo stereo, fece sobbalzare le tre ragazze, che si voltarono verso di lui.

L’orso compariva poco, ma sembrava sempre pronto a ribattere contro Janine. Misaki sperava fosse perché temeva che prima o poi lo avrebbe fregato, ma non voleva darsi false speranze, perciò cercava di non essere troppo positiva.

Janine alzò gli occhi al cielo.

-Allora approfitteremo della tua noia- ribatté Janine, senza scomporsi.

-Non credo proprio, fiorellino- la prese in giro lui, prima di scomparire nuovamente.

-Quell’orso mi irrita- commentò poi Janine, sbuffando e tornando alla mappa.

-A me inquieta, ma sotto sotto lo trovo innocuo. E poi continuo a dubitare che dica la verità. Spero solo che nessuno ci caschi- commentò Chap, che era una dei pochi che si rifiutava categoricamente di credere che il motivo proposto da Monokuma fosse vero.

Ammetteva che era probabile che avessero dimenticato qualcosa, ma dubitava che l’amnesia fosse di tre anni, e non aveva creduto neanche un istante alla storia dell’apocalisse.

Misaki avrebbe voluto essere sicura e positiva quanto lei.

-Lo spero anche io, ma sono certa che se anche qualcuno ci crede nessuno sarà così stupido da uccidere per una cosa del genere, soprattutto considerando che finirebbe probabilmente per morire anche lui, dato che lo scopriremmo- rifletté Janine, senza peli sulla lingua. 

Per quanto Misaki apprezzasse la sincerità, la trovò leggermente fuori luogo. Fortuna che Midge non era nei paraggi.

-Appunto, quindi Monokuma ha già perso!- le diede man forte Sophie, determinata. 

Proprio in quel momento, un annuncio interruppe le chiacchiere.

-Annuncio dalla direzione. Sono le dieci di sera, perciò è ufficialmente orario notturno. La sala da ballo e la mensa saranno chiuse a chiave. Buonanotte, sogni d’oro, e attenti al mostro sotto il letto- arrivò puntuale la voce irritante di Monokuma.

-Beh, credo sia il caso di andare a dormire- le incoraggiò Janine, come una madre che manda a letto i suoi figlioletti indisciplinati.

-Fammi prendere qualche rivista. Anche se ormai le ho lette quasi tutte- commentò Sophie, facendo scorta.

-In effetti sta diventando un po’ noioso stare qui- Chap sbadigliò, e si avviò in camera -Buonanotte a tutti- 

-Meglio noioso che mortale- sussurrò tra sé Janine, prendendo un ultimo appunto prima di sistemare le sue cose.

-Concordo- affermò Misaki, avviandosi a sua volta, con ancora in mano la rivista che stava leggendo prima delle numerose interruzioni.

Una volta in camera chiuse per bene la porta alle sue spalle, e si buttò nel letto.

Chap aveva ragione, c’erano poche cose da fare e la vita iniziava ad essere già noiosa.

Doveva trovare qualcosa che smuovesse gli animi ed infondesse un po’ di buonumore, ma non sapeva esattamente cosa.

Forse un buffet dove ognuno cucinava qualcosa? La cucina era abbastanza grande per tutti, ma sicuramente persone come Leland e Naomi non avrebbero mai acconsentito, e Godwin non sembrava in grado di cucinare e si sarebbe sentito in imbarazzo.

Giochi adolescenziali? Sembrava una buona idea. Gioco della bottiglia, obbligo e verità… anche per conoscersi meglio, ma temeva che Monokuma avrebbe potuto intrufolarsi e rendere il clima davvero teso rivelando qualcosa per metterli l’uno contro l’altro.

Sfogliò velocemente la rivista come cercando qualche idea, e rimase folgorata quando si imbatté in un articolo sui vestiti da ballo migliori per un ballo scolastico. Poi si diede mentalmente della stupida per non averci pensato prima: una festa nella sala da ballo. Cibo, bevande (rigorosamente non alcoliche perché erano ancora chiuse nel cassetto segreto), musica e divertimento. Perfetta per scaricare la tensione, conoscersi meglio e buttare via la disperazione che li stava avvolgendo.

Si preparò per dormire con una neo-ritrovata speranza, decisa a proporre l’idea a Janine il giorno dopo, a colazione. 

 

Misaki non era mai stata così al buio in tutta la sua vita. Non riusciva a distinguere neanche la minima luce, ed era a terra, legata mani e piedi senza sapere cose potesse esserci davanti a lei e cosa ci facesse lì.

Qualcuno stava cercando di ucciderla? L’aveva rinchiusa per farlo più tardi? Forse era opera di Monokuma? Non ne aveva idea, ma era terrorizzata.

Provò a sbattere gli occhi, a sbarrarli il più possibile, ma il buio non ne voleva sapere di diradarsi, e la voce non ne voleva sapere di venire fuori dalla sua gola per chiedere aiuto.

Ad un certo punto, dopo quelle che parvero ore o addirittura giorni, sentì un suono attutito, distante, una voce familiare che però non riuscì a riconoscere.

-Misaki! Misaki dove sei?!- 

Voleva rispondere, ma non ci riusciva.

Poi sentì dei passi avvicinarsi a lei dal nulla. Si voltò cercando l’origine, ma sembrava tutto intorno a lei.

Poi si sentì schiaffeggiare, e cadde a terra, sorpresa e dolorante.

-Non sei ancora crollata? Non so se ammirarti o odiarti- le disse una voce divertita, anch’essa familiare ma irriconoscibile.

-Resta concentrata- le disse un’altra voce, più seria e quasi irritata, proveniente da un’altra direzione.

Provò ad alzarsi, a chiedere informazioni, ma uno schiaffo sull’altra guancia la fece cadere nuovamente.

-Svegliati!- sentì la seconda voce dire, in tono che non ammetteva repliche.

 

Misaki si svegliò di scatto, sudata e disidratata. Per un attimo non riuscì neanche a rendersi conto di dove fosse, poi rimase quasi sollevata nel notare che era nella sua camera dell’hotel, viva e al sicuro, beh, più o meno. Sicuramente più al sicuro che se fosse stata in quello strano bunker sotterraneo. Un momento, un bunker? Chiuse gli occhi cercando di ricordare il sogno che aveva fatto, ma più la sua mente si faceva lucida, più il sogno sbiadiva, e il suo unico pensiero diventava la sete che aveva in quel momento.

Si strofinò gli occhi e controllò l’orologio accanto al letto.

Erano le due di notte passate, ben oltre l’orario notturno e troppo presto per uscire senza rompere il coprifuoco imposto.

Ma aveva davvero troppa sete, e aveva finito quel pomeriggio la bottiglietta d’acqua che aveva preso dai distributori. Come mai faceva così caldo in camera sua?!

Si mise seduta cercando di capire cosa fare, e per poco non morì d’infarto quando Monokuma le comparve davanti, l’occhio rosso che brillava nel buio della sua camera.

-Sono passato solo ad informarti che c’è stato un problema al regolatore del riscaldamento in alcune camere, tra cui la tua. Sicura di non essere la Ultimate Unlucky Student? Capitano tutte a te, upupupupu- la informò, e prima che Misaki potesse mandarlo in un posto poco carino scomparve nuovamente, lasciandola sola, accaldata e assetata nella stanza.

Sospirò, e pensò a cosa fare.

La sua camera era abbastanza vicina al salottino delle ragazze, era improbabile che qualcuno si svegliasse e se anche così fosse stato avrebbe potuto dire che aveva sete e voleva solo prendere un bicchiere d’acqua. Il percorso che avrebbe fatto lo avrebbe reso piuttosto ovvio. 

Decise di rischiare, e prese l’e-Handbook per sbloccare la porta e rientrare una volta fuori.

Il corridoio era silenzioso e vuoto, Misaki cercò di fare il più silenziosamente possibile, ma si interruppe di scatto quando vide una tenue luce provenire dal salottino.

Poteva ancora rinunciare e tornare in camera. Si sarebbe magari arrangiata con l’acqua del bagno o altro, ma la sua curiosità la spinse a dare un’occhiata.

Fece spuntare la testa lentamente e silenziosamente, e perse un battito quando vide Janine inerte sulla poltrona, il volto spostato da un lato, la mano destra che penzolava oltre il bracciolo con il suo quaderno dimenticato a terra, e la sinistra in grembo, che teneva con presa lenta una penna. Non indossava l’impermeabile e le maniche della camicia erano sollevate. 

Misaki era sul punto di urlare, poi si rese conto che Janine respirava, era solo addormentata.

Tirò un silenzioso sospiro di sollievo, e decise di prendere l’acqua senza fare rumore per non svegliarla. Probabilmente anche in camera sua il riscaldamento andava al massimo ed era andata lì per dormire meglio, o per prendere appunti e poi si era addormentata.

Alla fine era solo Janine, non aveva motivo di dubitare di lei e di certo non voleva svegliarla.

Si diresse al distributore e prese una bottiglietta, e mentre si avviava nuovamente verso camera sua, Janine si girò nel sonno, scoprendo il fianco sinistro.

Misaki le lanciò un’occhiata intenerita, ma rimase di sasso quando notò il manico di una pistola uscire dalla sua gonna, nella parte sinistra della schiena. Emise un gemito sorpreso e spaventato, che purtroppo allertò Janine, che si svegliò immediatamente e si rimise seduta composta e in posizione di difesa.

Misaki sobbalzò ed indietreggiò leggermente, presa in contropiede e ancora sconvolta dalla scoperta.

-Janine!- esclamò sottovoce.

-Misaki…- le fece eco Janine, per poi inarcare un sopracciglio, sospettosa -cosa ci fai qui?- chiese, posizionandosi in modo da tenere nascosta la pistola e squadrando Misaki come a stabilire quanto avesse visto.

La ragazza non voleva finire con un buco in fronte, perciò decise di fingere di non aver visto niente, anche se dubitava che Janine avrebbe usato l’arma. Era Janine, dopotutto.

Si fidava di lei… giusto?

Misaki indicò la bottiglietta d’acqua, cercando di apparire normale.

-Monokuma ha aumentato il termostato di camera mia al massimo e mi sono svegliata davvero assetata. Sono venuta a prendere una bottiglietta d’acqua. Non ti avevo notata, mi hai fatto paura- spiegò, ridacchiando -Tu perché sei qui?- chiese poi, in tono casuale.

Janine si rimise in fretta l’impermeabile, nascondendo del tutto l’arma, e poi prese il blocco per appunti che aveva lasciato cadere a terra.

-Stesso problema tuo- rispose nel frattempo -Monokuma mi ha fatto un bello scherzo con il riscaldamento e sono venuta qui a prendere appunti, non riuscivo a concentrarmi con tutto quel caldo- strappò una pagina dal diario e la aggiunse alla mappa. Prese poi la penna e scrisse qualcosa.

Era troppo buio perché Misaki riuscisse a capire, ed aveva troppo sonno perché le interessasse.

-Beh, allora ti auguro la buonanotte. Provo a riaddormentarmi- salutò la botanica con uno sbadiglio, e lei rispose con un cenno della mano.

-A domani, Misaki. Buonanotte- 

Quando tornò in camera, la temperatura era tornata accettabile. Con tutti i pensieri che Misaki aveva in testa, temeva che non sarebbe mai riusciva a riaddormentarsi. Ed invece, dopo aver svuotato la bottiglietta d’acqua ed essersi rigirata un paio di volte nel letto, il sonno la colse in pochi minuti.

 

-Buoooongiorno a tutti quanti! Sono le sette del mattino. Preparatevi ad un’altra grandiorsa giornata!- 

Misaki non aveva la minima voglia di svegliarsi, e quella sveglia non era di certo la migliore per iniziare la giornata.

Forse Monokuma pensava che sarebbe riuscito a far uccidere qualcuno esasperandoli con quella stupida battuta ogni mattina.

Beh, non avrebbe colpito Misaki.

Stanca e ancora assonnata, la ragazza si alzò e si preparò con la massima calma, ma erano appena le 7.15 quando uscì dalla camera per andare a fare colazione.

Era il turno di Godwin di preparare, e non sapeva minimamente che cosa aspettarsi.

Dato che era ancora presto, si avviò nel salottino per controllare le ultime note di Janine nella grande mappa. Il foglio che aveva messo l’altra sera non era niente di particolarmente interessante, solo un’annotazione sul riscaldamento delle camere e sul fatto che quelle di Janine e Misaki si erano riscaldate troppo. Aveva lasciato spazio per aggiungere altri nomi, ma Misaki non pensava fosse poi così importante. Sicuramente Monokuma stava solo facendo loro uno scherzo.

Mise la rivista che aveva preso il giorno prima al suo posto, controllò ancora un po’ la mappa e alle 7.35 decise che non le importava di arrivare in anticipo, era troppo assonnata e aveva bisogno di un caffè.

Scese le scale stanca morta, e per poco non andò a sbattere contro Nowell e Janine, che stavano parlando concitati proprio sotto le scale.

-Scusate- disse con uno sbadiglio, ma non stavano badando minimamente a lei.

-Ok, dammi un motivo valido per cui tu ora mi stia facendo una domanda del genere e ti risponderò- stava dicendo Nowell, irritato e a braccia incrociate.

-Non c’è motivo. Sono solo curiosa. Allora, puoi farlo o no?- chiese Janine, in tono freddo.

Nowell sbuffò. 

-Certo che posso, ogni porta può essere scassinata, ma non vedo motivo di farlo, e comunque sarebbe molto più difficile e rumoroso con una persona che si è chiusa dentro, quindi fidati che se ne accorgerebbero tutti se scassinassi una camera- rispose lui, alzando le spalle senza capire il motivo per cui doveva dare quella spiegazione.

-Qualcuno è entrato in camera tua, Janine?- chiese Misaki, preoccupata per lei. 

La botanica scosse la testa.

-No, volevo solo capire se fosse possibile che qualcuno scassinasse una camera per commettere un omicidio. Sembra piuttosto improbabile quindi ne sono felice- Janine surclassò la questione come se non avesse importanza, ma non sembrava convinta dalla risposta di Nowell.

-Credi che qualcuno stia progettando un omicidio?- chiese Nowell, mettendosi subito all’erta.

Janine scosse la testa.

-No, non credo. Sono tutti molto calmi al momento, ma sempre meglio essere prudenti- li mise in guardia, per poi dar loro le spalle.

-Hey, dove vai?- chiese Misaki, un po’ preoccupata.

-A colazione. Volete venire con me? Sono davvero curiosa di sapere cosa ha fatto Godwin- come se la conversazione di prima non fosse mai avvenuta, Janine sorrise rilassata, e indicò il corridoio che portava alla mensa.

-Sono curioso anche io. Chissà, magari il piccoletto ha un talento nascosto- Nowell seguì la botanica, e Misaki si aggregò a loro, senza però fare commenti.

Quando arrivò in mensa, notò che erano i primi ad essere arrivati, e a giudicare dal fumo che veniva dalla cucina probabilmente sarebbero stati anche gli ultimi.

-No, non ha un talento nascosto- commentò Nowell. Misaki gli lanciò un’occhiataccia e gli diede un leggero schiaffo sulla spalla.

-Che c’è, è un dato di fatto- si lamentò lui.

Sentendo lo scambio di battute, Godwin fece spuntare la testa dalla cucina, e sorrise imbarazzato. Il suo volto era coperto di farina e fuliggine, come una moderna cenerentola, ma gli occhi gli brillavano e sembrava che non si divertisse tanto da parecchio tempo.

Forse l’idea del buffet non gli sarebbe andata tanto male, ma era meglio che Misaki non la proponesse per il bene della cucina.

-Scusate tanto, ho tutto sotto controllo. Alan sta…- cercò di rassicurarli, ma il richiamo alterato del maggiordomo lo smentì.

-Signor Dixon, venga qui, deve togliere il caffè dal fuoco- lo spronò, in tono esasperato ma, o forse era solo l’impressione di Misaki, divertito anche lui.

Di certo la Friendship Maker non l’aveva mai sentito parlare così con qualcuno. Evidentemente Godwin l’aveva fatta grossa.

-Arrivo subito, Alan. Scusate, vi porto i caffè- sorrise ai nuovi venuti, in tono servile, prima di scomparire subito in cucina.

-Vado a farmi un tè. E magari prendo qualche biscotto o dei bastoncini…- iniziò a dire Janine.

-…di cioccolato- conclusero con lei Nowell e Misaki.

-Sono una dipendenza, capo- le fece notare Nowell, divertito.

-Se non stai attenta finirai per morire di diabete- scherzò poi Misaki.

Janine alzò gli occhi al cielo.

-Il mio metabolismo li assimila perfettamente e mi aiutano a pensare- si giustificò, un po’ rossa.

-Wow, sei come L quindi? Hai anche una posizione che aumenta la tua capacità celebrale del 40%?- chiese Sophie entrando in quel momento, saltellando allegra e sedendosi ad un tavolo a caso.

-No, solo bastoncini di cioccolato- negò Janine, avviandosi poi in cucina per farsi da sola il tè.

Misaki e Nowell si sedettero e tennero il posto per la botanica.

-Credi che mangerà mai insieme a tutti noi?- chiese Misaki, pensierosa.

-Di certo non il cibo preparato da Godwin o da Brett- ridacchiò Nowell, stiracchiandosi mentre attendeva il caffè.

-Tu ti fidi di lei?- chiese Misaki a sorpresa, tra sé.

Nowell la guardò confuso.

-Certo, e ho i miei buoni motivi. Se devo essere onesto Janine è l’unica persona qui dentro di cui midi fidi davvero. Senza offesa- rispose senza esitazione.

Misaki annuì.

-Mi va bene- disse tra sé.

Ripensò alla pistola che le aveva visto addosso. Forse si era sbagliata e aveva visto qualcosa che non c’era per colpa delle ombre della notte e dei suoi nervi a fior di pelle, o forse non era una vera pistola ma qualcosa che serviva per le piante.

Anche se Misaki dubitava fortemente che il suo talento fosse davvero quello di botanica, a meno che non fosse come Pierce e aveva un talento che non le piaceva.

Immersa nei suoi pensieri, quasi non si accorse dell’arrivo di Godwin, che porse loro delle tazze di caffè fumante e dei piatti con dei muffin con gocce di cioccolato un po’ bruciati.

-Ecco a voi, buona colazione- li servì, cercando di imitare Alan.

-Grazie Godwin, hanno un ottimo aspetto- cercò di rassicurarlo Misaki, anche se doveva ammettere che di ottimo nei muffin c’era ben poco. Il caffè però si salvava, era già qualcosa.

-Alan ha fatto il caffè, io ho provato a fare i muffin. Non mi sono usciti proprio benissimo ma è stato divertente provare. La prossima volta giuro che starò più attento al forno. Ma con tutte quelle modalità mi sono confuso- ammise, arrossendo leggermente.

-È il pensiero che conta- lo rassicurò Misaki -E per essere la prima volta non sono male- aggiunse,  dopo aver assaggiato un pezzo del dolce.

A parte il retrogusto di bruciato, il sapore era decente, e aveva dosato bene gli ingredienti.

-Grazie Misaki. Voglio migliorarmi sempre di più. Spero che Alan mi darà lezioni- Godwin sorrise eccitato, e più pieno di vita di quanto Misaki lo avesse visto fino a quel momento.

Fu felice del suo entusiasmo.

-Credo di aver trovato una nuova passione. Quando usciremo voglio assolutamente prendere lezioni professionali. Potrei cucinare io agli eventi di beneficenza. Ovviamente quando sarò più portato- continuò il filantropo, con un grande sorriso e occhi brillanti.

Misaki non riusciva a capire come facesse Kismet ad odiarlo. A prescindere dalla sua famiglia, Godwin era la persona più pura che la friendship maker avesse mai incontrato, e lei di persone ne aveva incontrate davvero molte. Solo guardarlo faceva salire l’istinto di proteggerlo a tutti i costi.

-Se usciremo…- commentò tra sé Nowell, sorseggiando il suo caffè.

Godwin si incupì.

-Certo che usciremo. Troveremo un modo sicuramente, senza che nessuno muoia- cercò di essere positiva Misaki, facendo sorridere nuovamente il filantropo.

-Concordo, nessuno potrebbe mai uccidere qualcuno qui dentro. Sono convinto che…- ma il discorso speranzoso di Godwin venne interrotto da Sophie, al tavolo accanto, che gli fece cenno di raggiungerla.

-Senti, adoro i discorsi positivi eccetera, ma potresti portarmi il mio caffè?- chiese, un po’ impaziente. 

-Certo arrivo subito!- Godwin scattò sull’attenti, e rischiando di cadere per motivi sconosciuti, si affrettò a servire la fangirl.

-Beh, di certo nessuno ucciderà lui- commentò Nowell, sorridendo intenerito.

-E nessun altro- aggiunse Misaki, che non voleva perdere la speranza.

Nowell non ribatté, ma alzò gli occhi al cielo.

Janine li raggiunse molto presto, con una tazza di tè fumante e una scatola di bastoncini di cioccolato.

-Se volete del tè ce n’è ancora in cucina- disse a Misaki e Nowell, sedendosi accanto a quest’ultimo.

-Mi accontenterò del caffè, grazie- rifiutò Nowell. Misaki fece lo stesso.

Mano a mano, nuove persone iniziarono ad arrivare, sedendosi nei posti più disparati e aspettando che arrivassero tutti.

Persino Naomi li degnò della sua presenza, mettendosi in un angolo e prendendo solo una tazza di caffè, poco propensa ad assaggiare muffin bruciati.

Anche se la seconda porzione venne decisamente meglio, grazie all’assistenza di Alan.

Misaki, una volta finito di mangiare, decise di proporre a Janine l’idea che le era venuta la sera prima.

-Janine, che ne dici se organizzassimo una festa, stasera, per risollevare un po’ il morale?- chiese, sporgendosi oltre Nowell per farsi ascoltare.

La botanica la guardò, soppesando le sue parole. 

-Riunire tutti quanti in uno spazio ristretto mi sembra una buona idea in effetti, per evitare eventuali omicidi- annuì, pensierosa.

Misaki irrigidì il sorriso.

-Non era esattamente quello che avevo in mente ma si può vedere anche così. Ovviamente finiremmo prima dell’orario notturno, dato che non voglio che rimaniamo chiusi dentro tutta la notte, ma penso sia una buona occasione per combattere la noia e darci speranza- affermò con sicurezza.

Gli occhi di Janine brillarono per un attimo, come se avesse avuto un’illuminazione improvvisa, poi si girò verso Misaki, e le rispose, in tono indifferente.

-La trovo una buona idea, io ci sto. Dovresti proporla quando arriveranno tutti- acconsentì, facendola sorridere orgogliosa.

-Non so se sia una proposta pericolosa o no, ma Janine ha ragione. Se qualcuno si comporta in modo sospetto è più probabile vederlo e nessuno agirà con tante persone riunite tutte insieme- le diede man forte Nowell. 

Misaki alzò gli occhi al cielo.

-Potreste essere positivi, per favore? Se diamo per scontato che qualcuno ucciderà qualcun altro allora sicuramente questo accadrà. Mai sentito parlare di profezia che si autodetermina?- si irritò Misaki, che trovava davvero difficile concentrarsi sul restare positiva con persone paranoiche e negative accanto. Forse doveva cambiare posto e mettersi vicino a Midge, che parlava con Ogden poco lontano.

-Crollo di Wall Street, certo che conosco le profezie autoavveranti, ma meglio prepararsi al peggio che farselo arrivare addosso senza poi sapere come comportarsi- cercò di farla ragionare Nowell, ma prima che Misaki potesse rispondergli per le rime, Janine li interruppe, e diede una pacca sulla spalla del ladro.

-Spostati immediatamente o qualcuno rischierà la morte- gli disse in tono che non ammetteva repliche.

Nowell la guardò confuso, mentre Misaki alzò la testa, e vide Brett avviarsi verso di loro pronto a sedersi accanto all’”amore della sua vita”, anche detta Janine.

Prima che Nowell potesse capire cosa stesse succedendo, la friendship maker cambiò posto, occupando quello accanto a Janine e lasciando a bocca asciutta l’idraulico, che provò a chiederle di spostarsi.

-Mi dispiace, trova un altro posto- Misaki alzò le spalle, con tono angelico, e mogio mogio Brett si avviò dal suo secondo amore della sua vita, che gli lanciò un’occhiata così penetrante che se gli sguardi potessero uccidere avrebbero avuto la loro prima vittima. Alla fine si accontentò di sedersi accanto a Ogden.

Alle 8.30 arrivò Leland, con le occhiaie e l’aria di che avrebbe preferito fare tutt’altro.

Si sedette in un tavolo isolato e chiamò Godwin per chiedere il caffè.

-È il tuo momento per proporre la tua idea- la incoraggiò Janine con un colpetto discreto, mangiando un bastoncino di cioccolato.

Misaki si fece coraggio, e si alzò in piedi, schiarendosi la voce per attirare l’attenzione di tutti.

-Buongiorno a tutti. Ora che siamo al completo volevo proporvi una cosa- iniziò, un po’ a disagio. Avrebbe dovuto prepararsi un discorso allo specchio.

-Calma amicona, non ti mangerà nessuno, per il momento- la rassicurò Nowell, sottovoce.

Misaki allargò il sorriso, cercando di rilassarsi, anche se gli sguardi di Naomi e Leland non l’aiutavano di certo.

-Che ne dite di organizzare una festa stasera? Distenderà gli animi e ci aiuterà a conoscerci meglio, e divertirci- propose, con tono incoraggiante.

Ci fu un secondo di silenzio, che fu Chap a rompere.

-Figo, ci sto- disse semplicemente, continuando a mangiare il suo muffin.

-Anche io, posso occuparmi del bar- propose Ogden con un caldo sorriso.

-Ohhh, non ero mai stata invitata ad una festa! Che bello! Aspetta, sono invitata, vero?- chiese Midge, un misto tra ansiosa ed eccitata. Sembrava un chihuahua iperattivo. 

-Ma certo che sei invitata, più siamo meglio è. Sarebbe perfetto se ci fossimo tutti quanti- la rassicurò Misaki, sempre più convinta della sua idea.

-Scordatevelo. Odio i party- si tagliò fuori Naomi, sbuffando.

-Oh, che svolta inaspettata- commentò sarcastico Nowell, facendo ridere quelli che l’avevano sentito.

-Io penso alla musica. Ci sono dei CD stupendi nella zona dei ragazzi. Quella Ibuki Mioda spacca!- commentò Sophie, ignorando del tutto la cantante lirica.

-Io posso procurare il buffet- si propose Alan, servile come sempre.

-Posso aiutare?- chiese Godwin, che evidentemente aveva deciso che la cucina era il suo nuovo hobby.

-Forse sarebbe meglio andarci con calma, signor Dixon- cercò di farlo desistere il maggiordomo.

-E poi la cena è il mio turno. A meno che non vogliamo slittare?- si intromise Chap, guardando Ogden, che era stato incaricato della colazione del giorno successivo.

-Oh, beh, ammetto che il caffè è il mio punto forte per questo speravo nella colazione- ammise -Ma posso anche fare il pranzo non c’è problema- annuì comunque.

-Non serve, sono certa che Chap possa aiutarti, almeno un po’- chiuse la questione Janine, ancora con il bastoncino in bocca e leggermente pensierosa.

Alan e Chap annuirono.

-Allora, chi è a favore?- chiese Misaki, per essere certa.

Tutti, ad eccezione di Naomi e Leland, alzarono la mano. Dopo aver notato di essere in minoranza, e dopo due occhiatacce da parte di Sophie e Chap, anche Leland alzò la propria, lasciando sola Naomi.

-Ne sono davvero felice, ragazzi!- esclamò Misaki, quasi commossa.

-Spero uscirà un articolo migliore dell’intervista a Godwin. Ho già in mente il titolo: “Party della speranza. Alla faccia tua Monokuma!”- annunciò Winona, con enfasi.

-Alla faccia di chi, scusate?!- l’arrivo repentino di Monokuma li fece sobbalzare tutti.

-Non fare il party pooper!- lo accusò Sophie, già pronta a combattere per difendere la festa che sembrava starle parecchio a cuore.

-State organizzando una festa e non mi avete invitato? Che maleducati!- si lamentò l’orso, incrociando le braccia e facendo l’offeso.

-Perché mai avremmo dovuto invitarti? Sei noiorso- lo insultò Chap, che non lo vedeva affatto come pericolo. Molti studenti trattennero le risate. Altri rimasero impassibili, non apprezzando la freddura.

-E allora io vi vieto di fare una festa- li minacciò Monokuma.

-Davvero ti toglieresti il divertimento dell’intero gioco punendo tutti tranne Naomi? Perché tutti noi vogliamo fare questa festa, in un modo o nell’altro, e dato che l’unico modo per impedire la festa è aggiungere nuove regole, e tutti quelli che le infrangono vengono puniti, finiresti per ucciderci tutti quanti- lo sfidò Janine, con un sorriso trionfante.

L’occhio di Monokuma si illuminò in tono minaccioso, ma non poteva ribattere.

-Va bene, potete fare la vostra festicciola. Sarà uno degli ultimi fari di speranza per voi povere anime in pena. Io e Naomi ci divertiremo da soli- cedette, irritato. La cantante dell’opera sobbalzò, e guardò schifata l’orso.

-Come scusa?- chiese, ritirandosi sulla sedia.

-Beh, sei l’unica a non andare, perciò tanto vale che passo del tempo con te- la minacciò Monokuma.

-Assolutamente no! Preferisco il party!- rifiutò Naomi, quasi rompendo la tazza del caffè che teneva in mano per quanto la stava stringendo.

-Oh, è deciso allora. Divertitevi tutti insieme al party. Chissà che non sia un’ottima occasione per uno splendido omicidio di gruppo- Monokuma si sfregò le mani, fece una grassa risata, e sparì nuovamente nel nulla così come era apparso.

Naomi rimase di ghiaccio, elaborando cosa fosse appena successo.

-Quel figlio di…- cominciò a dire tra sé, poi sbuffò.

-Quand’è la festa?- chiese a Misaki, che non aveva una risposta da darle.

-Che ne dite delle sei? Così abbiamo un po’ di tempo prima dell’orario notturno- propose Misaki.

-Magari cinque e mezza? Tanto il tempo che arrivano tutti e si fanno davvero le sei- propose Sophie, la più entusiasta.

-A me va bene- annuì Misaki. Si sentì un mormorio di accordo nella folla di studenti.

-Bene, non mi vedrete fino ad allora, poco ma sicuro!- annunciò Naomi indispettita, prima di alzarsi, buttare sul tavolo il tovagliolo ed uscire.

-Non l’aspetterei prima delle sette- commentò Janine tra sé, prima di alzarsi a sua volta.

-Ci vediamo a pranzo, buona mattinata a tutti- li salutò, prima di uscire.

-Oh, aspetta Janine, devo chiederti una cosa dal cassetto- cercò di fermarla Midge, zompettando dietro di lei per raggiungerla prima che scomparisse del tutto, e lasciando perdere il resto della colazione.

Janine era ancora di guardia al cassetto con alcool, prodotti chimici pericolosi e riviste, ma se a qualcuno serviva qualcosa, principalmente per pulire o per eventuale cibo da cuocere con una punta di alcool, era ben disposta a concedere gli ingredienti, e teneva un registro con nomi, oggetto preso, quantità prelevate e scopo. Era davvero efficiente.

Mano a mano, la sala cominciò a svuotarsi, e anche Misaki decise di uscire.

Magari poteva parlare un po’ con qualcuno.

 

Freetime

 

Uscì dalla sala chiedendosi con chi potesse passare la mattinata, e si diresse nel salottino delle ragazze, pensando di dover aspettare, dato che quasi tutti stavano ancora facendo colazione.

Nella sala trovò Janine, che le fece un cenno di saluto e continuò a controllare il cartellone con gli indizi.

-Posso aiutarti?- chiese Misaki, cercando di essere utile.

Janine rimase sorpresa dalla proposta, ma acconsentì.

-Stavo dando un’occhiata alla piantina. Ieri Sophie mi ha mostrato un articolo sulle costruzioni e trovo assurdo che qualcuno sia riuscito a fare un lavoro del genere in un hotel in così poco tempo, a meno che non sia talmente ricco da permettersi di comprare l’hotel in questione- osservò la botanica, pensierosa.

-Dubiti di qualcuno dei ragazzi?- indagò Misaki, un po’ preoccupata, pensando a Godwin.

Janine scosse la testa.

-No, l’unico ricco abbastanza è Godwin, e il suo profilo psicologico è il più impeccabile qui dentro. Lo trovo a dir poco impossibile. E poi chiunque abbia fatto una cosa del genere difficilmente si infiltrerebbe tra di noi, a meno che non sia completamente pazzo. Può sempre rischiare di venire ucciso- le spiegò pacatamente.

Misaki si rassicurò. Odiava dubitare degli altri. Andava completamente contro il suo talento.

-Sai tantissime cose di noi. Sai persino qualcosa su di me. Come mai?- chiese, per fare conversazione, confrontando la mappa ufficiale dell’hotel e la mappa di Janine, che aveva reso perfetta gli ultimi due giorni. 

Janine la squadrò un attimo, un po’ allertata dalla domanda, ma poi tornò all’indagine e fece finta di niente.

-Sarò onesta, ho fatto ricerche su questa classe e la tua classe in Giappone- ammise, un po’ esitante.

Misaki la guardò sorpresa.

-La mia classe?- ripeté per essere sicura di aver capito bene.

-Tu e Sonia probabilmente siete in uno scambio culturale, a meno che lei non sia la mastermind, ma non credo. Ma anche io ero in lizza per lo scambio- si spiegò, come a giustificarsi.

-Davvero? Ti piace il Giappone?- certo che per essere una botanica Janine era davvero piena di sorprese.

-Beh… non esattamente. Ho vissuto in Giappone per un po’ e so parecchie lingue: americano, russo, giapponese, italiano e messicano. Ho anche conoscenze spagnole e brasiliane ma sono lingue complesse- spiegò, con una punta di orgoglio.

-Wow, dovresti essere la Ultime Linguist o qualcosa del genere- si complimentò Misaki.

Janine non riuscì a trattenere un sorriso soddisfatto, ma cercò di mantenersi professionale.

-Beh, credo che Godwin sappia più lingue, e anche Sonia Nevermind. Credo che alla fine la sua passione per i drama giapponesi abbia prevalso sulla mia caccia a…- si zittì di scatto, come se avesse rivelato troppo.

Misaki la guardò piena di aspettativa, ma Janine non aggiunse altro.

-Secondo la mappa al secondo piano dovrebbe esserci un’uscita di emergenza, chissà se possiamo trovare un modo di arrivare al secondo piano senza farci friggere da Monokuma- commentò, cambiando del tutto argomento.

Misaki non insistette, e cercò di aiutarla il resto del tempo.

Era felice però che Janine le avesse parlato un po’ di sé, sentiva di iniziare a stringere un buon legame con lei.

 

Fine Freetime

 

La mattinata era passata parecchio veloce, e l’attesa per la festa iniziava a farsi sentire.

Ormai era ora di pranzo, e Misaki decise quindi di avviarsi in mensa, leggermente in ritardo, ma non abbastanza da preoccupare Midge e Winona, questa volta. La prima, oltretutto, era incaricata di preparare il pranzo, mentre la seconda quasi non si accorse di lei, mentre parlava con Pierce in maniera molto concitata.

Misaki decise di sedersi vicino a River, non si erano parlati molto da quando erano finiti lì, ed era davvero curiosa di conoscerlo un po’ meglio.

-Ciao, posso sedermi?- chiese al ragazzino, che annuì.

-Come va?- chiese poi, facendo conversazione mentre aspettava il pranzo.

Midge aveva già rassicurato tutti che avrebbe cucinato qualcosa di leggero, così che fossero pronti per il party. 

-Sono ancora vivo. È un risultato- rispose lui.

Misaki sospirò. Certo che incontrava sempre gente poco allegra. Forse avrebbe dovuto mettersi vicino a Sophie e Chap e farsi qualche risata.

Purtroppo le due non erano ancora presenti. Si ripromise di farlo il giorno successivo.

-Sì, Chap è una persona divertente- commentò River, quasi tra sé.

Misaki lo guardò sconvolta. Aveva per caso detto i suoi pensieri ad alta voce?

-Io non ho… detto niente- obiettò, anche se non era del tutto convinta.

-No, ma ho capito comunque- affermò River, distogliendo lo sguardo e rigirandosi il medaglione che aveva al collo tra le mani.

-Hai davvero un ottimo sesto senso- si complimentò lei, sorridendogli incoraggiante.

-Si può dire così- lui non sembrò toccato dal commento, e si limitò ad alzare le spalle.

-Posso unirmi a voi?- chiese una voce timida. Misaki e River alzarono lo sguardo verso il ragazzo a cui apparteneva, che si rivelò essere Godwin.

-Certo- River rispose prima di lei, indicando il posto davanti a lui, con uno scintillio nell’occhio non coperto dalla benda.

-Grazie, preferisco lasciare il posto a Kismet, non riesce mai a sedersi al centro della sala per colpa mia- disse il filantropo, abbassando lo sguardo imbarazzato.

-La colpa è sua, non tua- commentò Misaki, alzando gli occhi al cielo.

-Concordo- ammise River, in un sussurro.

-Beh, non posso obbligare qualcuno ad apprezzarmi. Preferisco starle lontano così da non darle fastidio. È meglio per tutti e non mi costa niente- cercò di cambiare argomento Godwin.

-Non è l’ideale in questo contesto, ma può funzionare per il momento- annuì River. 

-Continui a parlare per enigmi- gli fece notare Godwin, con un sorrisino divertito.

-Oh, non me ne accorgo mai- River arrossì leggermente.

-Mi ha chiesto di dirgli sempre quando parla per enigmi, anche se a me piace quando fa così. È particolare, vero?- Godwin spiegò la situazione a Misaki, che annuì cercando di non apparire troppo sconcertata. Non pensava che quei due fossero così in confidenza.

Probabilmente avrebbe dovuto dire qualcosa, ma per fortuna venne anticipata da Midge, che li raggiunse con un sorriso e una zuppa calda. Alan l’accompagnava, pronto ad apparecchiare mentre l’orafa serviva.

-Un pasto leggero e caldo- presentò la ragazza, con un sorriso orgoglioso.

-Oh, grazie. Dopo l’incidente di ieri con il termostato mi devo ancora riprendere- la ringraziò Godwin, con un grande sorriso.

-Incidente?- chiese Misaki, sorpresa. Allora lei e Janine non erano le uniche.

-La mia camera era gelata. Il riscaldamento si è spento del tutto. Non riuscivo più a dormire- raccontò lui.

-Che strano, a me il calore è aumentato tantissimo- spiegò Misaki, confusa.

-Probabilmente Monokuma ha fatto qualche scherzo- provò a supporre Midge, sorpresa.

-O magari questo è solo uno dei tasselli di un puzzle di cui non conosciamo la figura- rifletté River, in tono enigmatico.

Godwin ridacchiò.

-Di nuovo- lo riprese, guardandolo con un grande sorriso.

River arrossì leggermente e distolse lo sguardo, restando in silenzio e iniziando a mangiare.

-Torno a servire- li salutò Midge, andando in altri tavoli. Alan la seguì, lanciando un’ultima occhiata verso di loro.

Mangiarono abbastanza in silenzio, poi Janine, molto in ritardo, entrò nella stanza con passo deciso, e si avviò in cucina senza neanche salutare.

Dopo qualche minuto, uscì dalla cucina con nient’altro che tre pacchetti di bastoncini di cioccolata e un sandwich di quelli preconfezionati. Fece per uscire dalla stanza, poi cambiò idea e si rivolse a tutti quanti.

-Ragazzi, stasera resterò nella sala da ballo dopo la festa e dopo l’orario notturno, voglio vedere com’è di notte e se cambia qualcosa, per cercare indizi su come uscire- annunciò, e scomparve dalla cucina prima che qualcuno potesse obiettare o chiedere spiegazioni.

Misaki vide Nowell, in un tavolo da solo, piegare la testa confuso, e affrettarsi a seguirla.

Misaki decise di non immischiarsi. Sperava solo che Monokuma non la punisse, anche se restare nelle aree chiuse la notte non era contro le regole. Scassinarle lo era.

Quindi in realtà Janine era molto più al sicuro nella sala da ballo piuttosto che in camera, perciò Misaki non aveva nulla da temere.

E poi si fidava di Janine. 

Continuò a mangiare senza pensarci più di tanto, chiacchierando un po’ con Godwin di cibo e della festa imminente, River ascoltava senza però intervenire, e si alzò prima di loro, decisa a far fruttare il tempo rimasto prima del party, parlando con qualcuno.

 

Freetime

 

Decise di controllare che ci fosse bisogno del suo aiuto per preparare la sala da ballo, ma all’interno non trovò ancora nessuno, ad eccezione di Pierce, che trafficava con il set di chimica.

-Ciao Misaki Ikeda- la salutò con il solito sorriso rilassato.

Misaki non aveva interagito molto con lui. Da grande amica di tutti qual era, trovò che quella fosse una perfetta occasione.

-Che fai?- chiese, avvicinandosi con un grande sorriso.

-Esperimenti- rispose lui, con un sorriso che non prometteva niente di buono.

Misaki indietreggiò leggermente, lui ridacchiò.

-Tranquilla, Misaki Ikeda. Niente di letale, non potrei. Ma Winona mi ha chiesto se potevo rendere dell’inchiostro visibile al buio, così può scrivere senza accendere la luce- spiegò, mostrando una penna che aveva smontato.

-Forte!- commentò Misaki, seriamente interessata -Sono davvero sorpresa che ti hanno reso un dentista e non un chimico, sembri davvero talentuoso- ammise, osservando i tentativi di inchiostro brillante.

Pierce non trattenne un sorrisino soddisfatto.

-Beh, entrambi i miei genitori sono dentisti, sono cresciuto nel loro studio. E ho un talento incredibile anche in questo campo, modestamente. Apri la bocca- incoraggiò Misaki, che un po’ incerta eseguì.

Le lanciò un’occhiata molto attenta, e annuì leggermente, poi la guardò con tono leggermente di rimprovero.

-Non hai mai usato il filo interdentale, o sbaglio?- indovinò. Misaki arrossì leggermente.

-Ma lavo i denti tre…-

-…due volte al giorno. Va bene comunque. Ma stai attenta a non erodere lo smalto, perché spazzoli troppo la parte sinistra e un po’ meno la destra. Per il resto va tutto abbastanza bene, ma inizia a passare il filo interdentale… o no. Io non sono nessuno per dirti che fare e non mi interessa particolarmente- Pierce alzò le spalle, e tornò al suo esperimento.

-Wow. È vero che sei bravo come dentista- ammise Misaki, presa dall’istinto di coprirsi la bocca come era accaduto a Midge il primo giorno.

-Ma anche quando ero piccolo preferivo armeggiare con gli elementi chimici. Mi piaceva da morire anestetizzare la bocca dei clienti. A volte deliravano facendo suoni strani o confessando cose quando davo una dose un po’ troppo forte. E poi non riuscivano a muovere bene la bocca e facevano le smorfie più divertenti del mondo!- spiegò, come un bambino che parla del suo cartone animato preferito pieno di robot e macchine.

-Hobby peculiare- commentò Misaki, senza sapere se essere affascinata o inquietata dal racconto.

-Era divertente. Ho scoperto cose davvero interessanti in questo modo- il suo sguardo si rabbuiò leggermente per un attimo, come ricordando qualcosa di molto spiacevole. Ma subito dopo tornò normale, e Misaki pensò di esserselo solo immaginata.

-Tu pensi che io sia strano, vero?- Pierce guardò Misaki con il tono di chi la sapeva lunga.

-Beh, di certo sei particolare, ma ho avuto amici più strani, non ti vantare- lo provocò, con un occhiolino complice.

-Il tuo talento ti calza come un guanto, invece. Sai perfettamente come approcciare tutti. Il ché potrebbe non renderti la persona più affidabile del mondo, ma credo che per il momento mi fiderò- la assicurò, ricambiando l’occhiolino.

-Anche perché sei l’unica, oltre a Winona e Ogden, che mi abbia parlato- disse poi, con una traccia di malinconia, tornando al suo lavoro.

Misaki si dispiacque un po’ per lui, e gli si avvicinò.

-Hai bisogno di aiuto?- propose, anche se di chimica non capiva assolutamente nulla.

-Beh… in effetti… potresti passarmi le cose man mano che te le chiedo? Sono segnate- le chiese, indicando ingredienti e piccoli utensili.

Misaki si affrettò ad annuire.

Rimasero a fare esperimenti per un po’, poi Sophie, Ogden e Chap li cacciarono perché dovevano allestire la sala, e Misaki tornò in camera per prepararsi prima dell’inizio della festa.

 

Fine Freetime

 

Quando arrivò finalmente il momento della festa, Misaki era felice di aver avuto quell’idea. Un’occasione distesa, da passare in compagnia senza pensare al killing game.

Scese le scale diretta alla sala da ballo, e trovò Janine nella Hall, più distesa rispetto all’ora di pranzo, intenta a parlare amabilmente con Chap e mordicchiando il solito bastoncino di cioccolato.

-Janine, è ora di cena, non dovresti mangiare cioccolata- la riprese Misaki, guadagnandosi un’alzata di occhi al cielo da parte della botanica.

-Lo so, mamma, ma sarà un self service, quindi pensavo di spararmi l’ultimo prima della cena- si difese, alzando le mani in segno di resa.

-Uff, fai come ti pare, ma dovresti provare a disintossicarti. Che farai quando finiranno?- provò a convincerla Misaki, guadagnandosi una linguaccia da parte di Janine, che poi tornò a parlare con Chap.

Dal poco che Misaki capì della loro conversazione anche Chap aveva avuto problemi con il riscaldamento, quella notte. 

Quando raggiunse la sala, erano ancora in pochi, dato che lei era, come sempre, un po’ in anticipo.

Ogden si era già appostato dietro il bar, pronto a servire bibite analcoliche e dare prova del suo talento.

Winona ne stava già approfittando, e stava parlando dell’intervista fatta a Godwin e del resto degli articoli scritti fino a quel momento, lamentandosi di quanto fossero privi di interessanti aneddoti e pettegolezzi.

Sophie stava ancora armeggiando con la musica, e si stava facendo aiutare da un restio Brett, che si lamentava della cosa affermando di essere un idraulico, non un meccanico.

Misaki decise di lasciarli fare, e fece per avviarsi al bar, quando Nowell, dal fondo alla sala, che non aveva notato, le fece cenno di avvicinarsi a lui.

Era seduto su un divanetto in un lato della stanza, difficile da notare entrando dalla porta ma con un’ottima visuale della pista da ballo e in generale dell’intera stanza.

Misaki gli si sedette accanto.

-Come va, amicona?- chiese. La voce era rilassata, ma gli occhi all’erta e attenti.

-Va piuttosto bene. Si prospetta una bella serata… se Sophie riesce ad far funzionare le casse- rispose Misaki ottimista.

La sua speranza venne infranta da un suono acuto e fastidioso che sembrava dichiarare davvero lontano l’intento della bionda, che però non si diede per vinta, si rimboccò le maniche, e cacciò via Super Mario dichiarando che portava sfortuna.

Il povero idraulico si avviò quindi al bar, dove iniziò a provare a convincere Ogden a servirgli qualcosa di alcolico, trovandolo però irremovibile, anche perché tutto l’alcool era nel cassetto segreto.

-Sai, hai avuto davvero una buona idea, lo ammetto. Credo che a Janine serva una festa- le sorrise Nowell.

-Dove è finito Mr. “Una festa è il modo migliore per tenere d’occhio tutti dato che siamo delle macchine assassine pronte ad uccidere”?- lo prese in giro Misaki.

-Mi sembra un po’ lungo come soprannome, e comunque non ho cambiato idea. È ottima per tenere sotto controllo tutti, ma dubito che qualcuno sia così stupido da uccidere in questa situazione, e a Janine serve una distrazione. Perciò accetta il complimento e basta, amicona- Nowell la spinse giocosamente, e lei ricambiò.

-Cos’ha?- chiese Misaki riferendosi a Janine, che proprio in quel momento stava entrando nella stanza intascando i bastoncini di cioccolato e avviandosi al bar, seguita da Chap, che invece si avviò da Sophie per aiutarla.

Nowell guardò la botanica leggermente preoccupato.

-Non ne ho idea. È più nervosa del solito, ma non mi vuole dire nulla. Forse è solo stanca perché non ha dormito bene l’altra notte. Forse tutta la paranoia inizia a soffocarla. Mi consola pensare che se fosse successo qualcosa di grave me lo avrebbe detto- spiegò Nowell, cercando di essere ottimista.

Misaki fu presa in contropiede dall’ottimismo, ma doveva ammettere che ne era felice.

-Ne sono certa anche io. Voi due siete molto legati- gli diede man forte.

Nowell alzò le spalle.

-Beh, siamo alleati con un obiettivo comune, e ci fidiamo abbastanza l’uno dell’altro. Non ci definirei legati, ma siamo un buon team- 

-Vi conoscevate prima della reclusione?- indagò Misaki, curiosa.

Proprio in quel momento un suono dalle casse attirò l’attenzione di tutti, subito dopo seguito da una melodia ritmata e allegra.

Misaki dubitava fosse Ibuki Mioda, ma ne fu felice.

Nowell considerò l’avvento della musica come un buon modo di cambiare argomento, e si alzò porgendo la mano verso la friendship maker.

-Ti va di ballare?- chiese in tono casuale.

Misaki gli prese la mano e si alzò.

-Con piacere- acconsentì, con un grande sorriso.

Furono i primi ad avviarsi al centro della sala, ma appena si misero a ballare, la musica si fermò di scatto, e venne prontamente sostituita da un brano lento.

Nowell e Misaki si girarono verso Sophie con le sopracciglia aggrottate, e la videro sfregarsi le mani con aria cospiratrice e confabulare con Winona, che l’aveva seguita e le aveva sussurrato qualcosa all’orecchio, il drink ancora in mano.

“I ship it” Misaki lesse nel labiale di Sophie, poi si girò nuovamente verso Nowell, che fece altrettanto, scuotendo la testa.

-Vuoi ancora ballare?- chiese, porgendole la mano.

Misaki non era tipa da imbarazzarsi per un ballo lento o badare ai pettegolezzi che sarebbero potuti scaturire da ciò. Aveva voglia di ballare, e non le dispiaceva farlo con Nowell, alla fine.

Annuì, e gli prese la mano.

Nowell accennò un sorriso, e le mise la mano libera sulla vita. Misaki mise la sua sulla spalla del ladro. 

La differenza di altezza si faceva un po’ sentire, perciò alla fine la fece scendere sul braccio.

E ballarono.

E sembrò la cosa più giusta e semplice del mondo.

Misaki sentì come se un enorme masso cercasse di uscirle dalla mente.

-Noi ci conoscevamo molto bene- sussurrò, quasi tra sé, guardando il ladro come se osservarlo abbastanza attentamente potesse riportarle a galla i ricordi perduti.

Lui però distolse lo sguardo.

-Non cambia la situazione in cui siamo ora- scosse la testa, cercando di scoraggiarla dal provare a ricordarlo.

Misaki distolse lo sguardo a sua volta, e continuarono a ballare in silenzio.

Poco prima della fine della canzone, una voce acida attirò l’attenzione dei due ballerini.

-La vostra tecnica fa davvero schifo- li riprese la voce del critico, appena arrivato, passando loro accanto diretto al bar.

Nowell la prese come un’ottima scusa per allontanarsi dalla ragazza.

-Che dire, credo che il pallone gonfiato abbia ragione, per una volta. Vado a prendere da bere- il ladro si allontanò rilassato, e Misaki rimase per un attimo sola in mezzo alla pista da ballo, nel silenzio dato che dopo il ballo lento non era ancora partita la musica successiva.

Misaki scosse la testa, cercando di ricacciare indietro tutta la confusione che le era appena salita, e nel momento in cui riaprì gli occhi e tornò in sé, una nuova canzone, più ritmata e allegra, le fece venire voglia di continuare a ballare.

Si guardò intorno in cerca di un compagno di ballo. Al bar c’erano Leland, Nowell, Janine, un Brett che rischiava la vita perché alitava addosso a Janine e ovviamente Ogden, che non poteva muoversi.

Sophie era allo stereo da sola. Winona si era spostata nei divanetti e segnava appunti con aria allegra. Nei divanetti c’erano anche Godwin e River, che parlavano amabilmente.

Chap e Alan facevano avanti e indietro dalla cucina per portare del cibo da posare in alcuni tavolini allestiti in fondo alla stanza, vicino alla porta che dava alla sala da pranzo.

Quando stava per andare da Godwin e River per trascinarli in pista, la vittima perfetta comparve dalla porta a vetri principale, un po’ timidamente e guardandosi intorno.

-Midge!- l’accolse Misaki, precipitandosi da lei e prendendola per i polsi per trascinarla in pista con lei.

Midge per un attimo rimase completamente scombussolata, poi cercò di dire qualcosa ma finì per borbottare e arrossire, confusa.

-Balliamo- la incoraggiò Misaki, ondeggiando la testa a ritmo della musica e muovendo la ragazza a sua volta.

-Io… io… non so… come…- provò ad obiettare Midge, balbettando.

-Tranquilla, è semplice! Lasciati andare e divertiti. Non vorrai mica lasciarmi sola- cercò di convincerla Misaki, con un occhiolino.

Midge arrossì di più, e annuì leggermente.

-Ok… ci provo- acconsentì, iniziando a muoversi e copiando con grande incertezza le mosse di Misaki.

Leland sembrava in procinto di fare un commento dal bar, ma Misaki lo fulminò con lo sguardo prima che aprisse bocca, e il critico si zittì.

Il party procedette senza intoppi. Dopo qualche canzone Misaki si interruppe per prendere da bere e da mangiare, lasciando Midge con Chap, che le stava insegnando a dabbare. Ora che l’orafa si era sbloccata non sembrava più voler smettere.

Misaki si sedette accanto a Janine, al bar.

-Posso avere una bibita fresca, Ogden?- chiese al barman.

-Sono qui per questo. Hai qualche preferenza particolare?- indagò lui, già pronto a soddisfare ogni richiesta ad eccezione di quelle che involvessero alcool.

-Sorprendimi- si affidò Misaki, con un occhiolino, sporgendosi poi verso Janine, che beveva il suo drink con attenzione, degustandolo come a controllare che non fosse avvelenato.

-Hey, ti diverti?- chiese Misaki.

Janine si distolse dai suoi pensieri, e si girò verso la friendship maker, come se l’avesse appena vista.

-Sì, sono solo un po’ stanca- mentì, con un sorriso falso, lasciando perdere la bibita.

Misaki gliela prese tra le mani e trangugiò un sorso, sorprendendo non poco la botanica, che la guardò come se fosse impazzita.

Misaki posò il bicchiere e aspettò qualche secondo, poi si girò nuovamente verso Janine.

-Sono ancora viva, puoi berlo, non è avvelenato- la prese in giro. Janine alzò gli occhi al cielo, ma non trattenne una risatina.

-Certo che non è avvelenato, l’ho fatto io- incrociò le braccia, fingendosi offesa.

-E allora perché tutta questa incertezza nel berlo- indagò Misaki, un po’ preoccupata.

-Me lo stavo godendo, in realtà. Sai, Misaki… sono un po’ preoccupata, lo devo ammettere- abbassò lo sguardo, e per la prima volta Misaki lo vide davvero in difficoltà.

-So che sembra che non ci sia via d’uscita, ma andrà tutto bene. Prima o poi usciremo, ne sono sicura. E nel frattempo godiamoci le gioie di vivere in un hotel a cinque stelle da soli per un po’. Viviamola come fosse una lunga vacanza- provò a rasserenarla, con un occhiolino.

L’arrivo del suo drink le diede un’aria ancora più festiva, e dopo aver ringraziato Odgen lo sollevò cercando un brindisi.

Janine sospirò, poi prese il proprio drink e partecipò al suo brindisi.

-Tu e Nowell avete ragione, sto riflettendo troppo, devo lasciarmi andare un po’ di più- ammise.

-Ti va di unirti a me sulla pista da ballo più tardi?- chiese Misaki, indicando Midge che si stava scatenando, ora accompagnata da metà degli studenti, tra cui anche Godwin, River, Kismet e Pierce.

-Forse potrei seguirti in pista, ma solo per una canzone- cedette Janine, bevendo il suo drink a sorsi più grandi.

Misaki sorrise caldamente, ma prima che potesse continuare la conversazione, la sua attenzione venne attirata da un sonoro tonfo, e sia lei che Janine si girarono verso la fonte del rumore, dove trovarono Godwin a terra, dolorante, e Kismet affianco che si scusava in maniera poco convinta e convincente, anzi, quasi soddisfatta.

-Ma dico, sei impazzita?!- si infuriò Chap, avvicinandosi alla cavallerizza, che indietreggiò di qualche passo.

-Non l’ho fatto apposta, stavo ballando ed è colpa sua se era vicino a me. L’ho detto che doveva starmi lontano!- provò a giustificarsi Kismet, incrociando le braccia, e lanciando un’occhiata di fuoco verso Godwin, che aveva sollevato la mano come a distogliere l’attenzione da sé, ma aveva una mano sulla base della schiena e non sembrava riuscire ad alzarsi.

Davvero si era fatto così male per una semplice caduta?

Misaki si mise all’erta, e lo stesso fece Janine, pronta ad intervenire.

Non fu l’unica, anche Alan si avvicinò alle due litiganti, ed aiutò Godwin ad alzarsi.

-Suvvia, ragazze, non litigate- cercò di placare gli animi, anche se non sembrava molto bendisposto nei confronti di Kismet.

Nessuno lo era.

-Ti ho visto spingerlo! L’unica colpa qui è tua! Sei una testarda ed infantile ragazzina. Avresti potuto ucciderlo! Hai idea della situazione in cui siamo?!- continuò Chap, con le mani sui fianchi, facendole una bella ramanzina.

Misaki notò con la coda dell’occhio che anche Ogden si stava irrigidendo e sembrava sul punto di intervenire.

-La situazione in cui siamo non cambia quello che ha fatto. E non l’ho fatto apposta, ti ripeto. Se vuole evitare di finire al tappeto, forse dovrebbe stare più attento. Altrimenti se muore è solo colpa sua!- l’affermazione finale di Kismet, detta a volume piuttosto alto, ammutolì tutti i presenti nella stanza, che la guardarono increduli. 

Beh, quasi tutti.

-Peccato non ci siano dei pop-corn- commentò infatti Pierce, che stava osservando la scena con interesse e una traccia di sadico divertimento.

-Tieni, prendi i miei- offrì Monokuma, comparendo random con una busta di pop-corn che offrì al dentista, che alzando le spalle accettò.

-E poi mi chiedono perché non esco mai dalla camera- commentò invece Naomi, lanciando un’occhiata disgustata alle due litiganti e tornando a limarsi le unghie.

Dopo quei secondi di silenzio e il siparietto comico, Chap si gettò contro Kismet, e venne bloccata in tempo record da Alan.

-Signorina Chapman, si contenga- cercò di calmarla, ma Chap era andata in berserk.

-Quando avrò finito con lei quello che le hanno fatto i genitori di Godwin le sembrerà una barzelletta!- esclamò, cercando di liberarsi dalla presa di Alan.

Kismet lo prese con una affronto personale.

-Tu non hai la più pallida idea di cosa si provi! Ti faccio vedere io!- si buttò verso Chapman, sollevandosi le maniche pronta a menare le mani.

A quel punto intervennero anche Janine e Ogden, e divenne una vera e propria battaglia a cinque.

Misaki era agghiacciata e fissava la scena a bocca aperta. Godwin provò ad intervenire, ma venne fermato da River, che sembrava confuso e molto più teso del normale.

Alla fine, Janine riuscì a separare del tutto Chap e Kismet, facendole cadere a terra e lanciando loro un’occhiata di fuoco.

Troneggiava tra le due con un’aria decisamente letale, e per qualche istante Misaki temette che avrebbe tirato fuori la pistola e fatto una strage.

Invece si limitò a sistemarsi l’impermeabile e raccogliere i bastoncini di cioccolato e l’e-handbook che le erano caduti nello scontro, e a rimetterli in tasca.

-La prossima volta che succede una cosa del genere non ci andrò così leggero- le minacciò -Siamo tutti nella stessa barca, e per quanto ci costi dobbiamo provare ad andare d’accordo, e dimenticare i problemi passati- lanciò in particolare un’occhiata a Kismet, che distolse lo sguardo.

-Credetemi quando vi dico che io sono la prima che se potesse preferirebbe di gran lunga evitare metà delle persone qui dentro, ma se vogliamo uscire e sopravvivere dobbiamo necessariamente collaborare, perché…- il suo discorso motivazionale venne interrotto da Sophie, che le parlò sopra con eccessiva eccitazione, come sempre.

-…”se non riusciamo a vivere insieme, moriremo da soli!”- citò una qualche serie TV, con sicurezza.

-Più o meno è quello il concetto- annuì Janine.

-Lost insegna- si vantò Sophie.

Kismet sbuffò, si alzò in tutta fretta, e paonazza uscì dalla stanza, urtando nuovamente Godwin che per poco non cadde di nuovo e congedandosi con un irritato:

-Non capite nulla! Io me ne vado in camera- 

-Ha ragione. Quanto vorrei poter rimediare- Godwin abbassò lo sguardo, con le lacrime agli occhi.

-Niente da il diritto di prendersela con te in questo modo- obiettò Chap, alzandosi e avvicinandosi a lui per controllare le sue condizioni.

Il filantropo sospirò.

-Sto bene, mi dispiace che abbiate litigato per colpa mia. Anche io vado in camera, scusate- si ritirò, a testa bassa e con davvero poco equilibrio.

-Ti accompagno- si offrì River, in tono disinteressato ma davvero preoccupato.

Alan e Chap gli lanciarono un’ultima occhiata preoccupata prima di lasciarlo andare.

Nella sala era scesa un’atmosfera pesante, ma per fortuna venne alleggerita da Sophie, che iniziò a mettere canzoni prese dai vecchi cartoni animati, e Misaki incoraggiò i ragazzi più rilassati ad unirsi a lei per un karaoke.

Anche Janine si unì, dopo che Misaki e Nowell combinarono gli sforzi per convincerla.

Persino Alan si era lasciato andare e aveva smesso di preoccuparsi per tutti quanti.

Lui e Ogden, al bar avevano parlato di cucina per un po’, e Ogden gli aveva preparato qualche drink per aiutarlo a dormire meglio, dato che sembrava non riuscire a riposare quei giorni.

A dieci minuti dall’orario notturno, il maggiordomo, sbadigliando, iniziò a portare tutto in cucina, e sistemare la sala da ballo.

Janine lo raggiunse.

-Non devi fare tutto tu. Io resterò nella stanza, possono sistemare il resto- si offrì, con un sorriso, incoraggiandolo ad uscire con gli altri.

-Quindi resti davvero nella stanza per tutto l’orario notturno?- chiese Misaki sorpresa, pensando che fosse uno scherzo o che Nowell le avesse fatto cambiare idea.

-Certo. Sarà molto interessante. Prenderò appunti. Ci vedremo domani alle otto in sala da pranzo- la salutò Janine, sicura di sé e tranquilla.

La festa le aveva davvero fatto bene.

-Perché alle otto?- chiese Nowell, confuso.

-Prima di raggiungervi vorrei salire in camera e lavarmi, ma alle otto sarò puntuale. Buonanotte- li congedò, incoraggiandoli ad uscire.

-Buonanotte- la salutarono in contemporanea Nowell e Misaki, seguiti a ruota dai restanti studenti.

Sophie aveva una catasta di CD in mano, e sembrava triste.

-Tutto bene Sophie?- chiese Misaki avvicinandosi, preoccupata.

-No. È stata una festa pazzesca, ma è finita troppo presto! Non ho neanche messo “I squeezed out the baby but I have no idea who the father is”!- si lamentò, indicando i CD.

-Possiamo sempre continuare il party nei salottini- propose la friendship maker, tra sé.

Sophie si illuminò.

-Ottima idea, Misa Misa!- si complimentò, con un gran sorriso.

-…Misa Misa?- chiese Misaki, confusa. 

-Sì, Misa Amane, del manga Death Note- si spiegò Sophie, come se fosse ovvio.

Misaki conosceva il personaggio, la sua confusione derivava dal fatto che non credeva affatto che il nome le rendesse giustizia.

Decise di non obiettare. Sophie cambiava spesso i soprannomi che dava alla gente. Era convinta che Misa Misa non le sarebbe stato addosso a lungo.

-Chi si unisce a noi?- chiese Sophie, lasciando perdere il discorso soprannomi e rivolgendosi alle ragazze.

-Io sarei ben felice di…- cominciò Brett, con occhi brillanti, ma Sophie non lo fece neanche finire.

-Solo ragazze! Il salottino è piccolo e siamo comunque in orario notturno- lo tagliò fuori, con tono autoritario.

-Non è ancora…- provò a lamentarsi Brett, ma proprio in quel momento Monokuma diede il solito annuncio.

-Annuncio dalla direzione. Sono le dieci di sera, perciò è ufficialmente orario notturno. La sala da ballo e la mensa saranno chiuse a chiave. Buonanotte, sogni d’oro, e attenti al mostro sotto il letto- 

-Dicevi?- Sophie lo guardò con aria di sfida.

-Su, Brett, possiamo fare un after party di uomini. Ci divertiremo anche più delle ragazze- cercò di rassicurarlo Ogden, dandogli una pacca sulla spalla.

-Lo trovo piuttosto improbabile- Brett mise il muso lungo, ma Sophie, e onestamente anche il resto delle ragazze, non sembravano volerlo tra i piedi.

-Io ci sono, assolutamente- si unì Chap.

-A me farebbe molto piacere- provò ad offrirsi Midge.

Anche Winona era dentro.

Naomi se n’era già andata da un po’, e Misaki in ogni caso non pensava che avrebbe apprezzato l’idea. 

Così come Kismet, che era ancora chiusa in camera, probabilmente, perché non era più tornata.

Poco male, a Misaki bastavano Chap, Sophie, Winona e Midge per divertirsi.

Anche i ragazzi formarono un gruppetto, sebbene molto meno consistente, e formato solo da Ogden, Nowell, Brett e Alan.

La serata fu davvero divertente, e quando andarono a dormire era ormai mezzanotte.

 

-Buoooongiorno a tutti quanti! Sono le sette del mattino. Preparatevi ad un’altra grandiorsa giornata!-

Ormai Misaki si era rotta di quella sveglia, e pensare che avrebbe dovuto ascoltarla per molti altri giorni le stava facendo salire l’istinto omicida.

Istinto omicida che scese del tutto dopo tredici secondi nei quali si stiracchiò e si rigirò un po’ nel letto.

Aveva voglia di qualcosa di dolce, quella mattina, sicuramente Ogden avrebbe preparato qualcosa di buono.

Si alzò sbadigliando e si avviò in bagno per fare le sue solite cose, con calma dato che aveva fino alle otto prima dell’appuntamento con gli altri, ma come al solito fece parecchio in fretta, e quando uscì erano appena le 7.15.

Non voleva fare la solita ragazza in anticipo, perciò si avviò sbadigliando verso il salottino delle ragazze, magari per leggere una rivista mentre aspettava un orario decente.

Rimase piuttosto sorpresa di trovarci Nowell, intento ad osservare attentamente la mappa con i pochi indizi.

-Buongiorno ladruncolo- lo salutò, facendolo sobbalzare un attimo.

-Speravo fossi Janine. Buongiorno anche a te, amicona- la salutò lui, un po’ deluso.

-Purtroppo sono solo io. Janine sarà andata a lavarsi prima della colazione- provò a suggerire, ottimista.

-Già, probabilmente. Speravo di incontrarla ma sono appena arrivato, probabilmente ho fatto tardi- commentò Nowell, un po’ triste dalla cosa.

-Credi che abbia scoperto…?- iniziò a chiedere Misaki, ma venne interrotta dal suono lontano di padelle che cadevano, che attirò la sua attenzione, e la fece sobbalzare leggermente.

-Quella sbarra di ferro è davvero pericolosa- commentò Nowell, scuotendo la testa.

-Spero che Ogden non si sia fatto nulla- si preoccupò invece Misaki.

-Sono sicuro di no- la rassicurò Nowell, continuando ad osservare la mappa.

Non trovando nulla di interessante, si rivolse nuovamente a Misaki.

-Come è andata la serata tra ragazze?- chiese per fare conversazione.

Misaki distolse lo sguardo, un po’ imbarazzata.

In effetti mentre parlavano era uscito l’argomento “ragazzi”, e Nowell era stato citato parecchio, soprattutto accostato a Misaki.

-È andata bene. Cose da ragazze. Non chiedere. La vostra serata tra ragazzi?- provò a cambiare argomento.

-È durata poco più di dieci minuti, almeno per me. Ma credo che Brett abbia cercato di intrufolarsi alla vostra- le rivelò.

Misaki non ne fu sorpresa, e si limitò ad alzare gli occhi al cielo.

-Vuoi andare a fare colazione?- gli propose poi, indicando la porta.

Era ancora presto, in realtà, ma era sempre meglio avviarsi piuttosto che restare lì a non fare nulla.

Nowell sembrò un po’ incerto, ma poi annuì, e i due si avviarono verso la mensa.

Appena arrivati alle scale, però, vennero raggiunti e superati in tutta fretta da Alan, che li salutò con un rapido -Scusate il ritardo. Non mi sono svegliato stamattina- al quale sia Misaki che Nowell non fecero in tempo a rispondere.

-Onestamente sono felice che abbia dormito un po’ di più- ammise Misaki. Nowell ridacchiò

Una volta raggiunta la reception, Misaki notò Sophie intenta a leggere una rivista seduta sul tavolino.

Evidentemente il divano era troppo mainstream per lei. Ma andava bene, dopotutto era così minuta che era improbabile che avrebbe ceduto sotto il suo peso.

-Buongiorno Sophie- la salutò con un cenno. Nowell fece lo stesso.

-Hola Misa Misa e Robin Hood- ricambiò Sophie, distrattamente -Siete venuti insieme… risultato di una notte interessante?- suppose, lasciando per un attimo perdere la rivista per lanciare loro un’occhiata maliziosa.

Sia Misaki che Nowell ignorarono la supposizione.

-Posso convincerti a cambiarmi soprannome? Misa Amane mi sta sulle scatole- provò a protestare Misaki, cambiando in questo modo argomento.

Sophie tornò alla rivista, delusa.

-Ci sto riflettendo, ma sei sfuggente, perciò accontentati, per ora- la congedò con un gesto sbrigativo della mano.

Misaki scosse la testa, e decise di lasciar perdere per il momento, e avviarsi in sala da pranzo.

-Forse Misa Misa è un soprannome anche più carino di Amicona- la prese in giro Nowell, guadagnandosi una gomitata.

-Non ci provare, ladruncolo, o sarò costretta a vendicarmi- lo minacciò.

Lui alzò le mani in segno di resa.

-Era solo un’idea. Anche se ormai mi sono affezionato ad amicona-

Passando per il corridoio, Misaki lanciò per sicurezza un’occhiata attraverso la porta di vetro, ma Janine non si vedeva.

Quando arrivarono in mensa, erano i primi, oltre a, probabilmente, Ogden e Alan che stavano cucinando.

Misaki e Nowell si sedettero insieme, e iniziarono a chiacchierare.

Nel giro di qualche minuto arrivarono i due ragazzi a offrire il caffè. Ogden ammise di essere un po’ in ritardo per colpa delle padelle cadute, ma che avrebbe preparato in fretta il resto e offrì loro un caffè talmente buono che Misaki si sentì inondare di energia inarrestabile.

-Wow, Alan è bravo, ma Ogden è fuori dal mondo- commentò Nowell, bevendo il proprio caffè.

Misaki annuì. -Spero si occupi spesso delle colazioni- ammise, speranzosa.

-Devo assolutamente convincere Janine a provarlo. Per me riuscirebbe a sfondare la porta solo con questa scarica di energia- osservò Nowell. Misaki sorrise all’idea.

Piano piano la mensa iniziò a riempirsi, e alle 8 precise, all’appello mancavano solo Naomi, Kismet, Godwin, Sophie e Janine.

-Strano che fiorellino non sia ancora qui. Aveva detto le otto- commentò Nowell, iniziando a preoccuparsi.

-Sono certa che ha solo perso traccia del tempo- provò a suggerire Misaki, e quando la porta si aprì era già pronta ad accoglierla con energia. Ma rimase leggermente delusa notando che era solo Kismet.

-Hey, cavallara, hai visto Janine?- chiese Nowell, alzandosi e interrogandola, con una strana luce negli occhi.

-No, non ho visto la dittatrice- rispose Kismet, mettendo il broncio e dirigendosi il più lontano possibile dalla folla.

-Kismet e Naomi si sono scambiate di corpo?- scherzò Misaki, per alleggerire la tensione che, per colpa della preoccupazione di Nowell, si stava alzando alle stelle.

Gli studenti non la sentirono, e iniziarono a sussurrare tra di loro, un po’ preoccupati.

-Vado a chiamarla- annunciò Nowell, iniziando ad avviarsi fuori dalla mensa.

-Aspetta, vengo con te- si offrì Misaki, mossa da una sensazione sgradevole che voleva togliere il più in fretta possibile.

Nowell la guardò un attimo, poi annuì, e i due uscirono dalla mensa.

-Forse le è preso un colpo di sonno. Magari è rimasta sveglia tutta la notte ad indagare ed era troppo assonnata- propose Misaki, ottimista, cercando principalmente di rassicurare sé stessa.

Nowell non le degnò di una risposta, e procedette a grandi passi per il corridoio, diretto alle camere.

Misaki provava a stargli dietro, ma una volta raggiunta la porta che dava alla reception, un terribile dubbio la assalì. 

Una sensazione lungo la spina dorsale, come se qualcuno la chiamasse da lontano.

Non le avrebbe fatto male controllare.

Si girò e si avviò alla sala da ballo.

Dalla porta a vetro non si vedeva nulla, ma la sala aveva alcuni punti ciechi.

Entrò lentamente, come se temesse di disturbare, e guardò prima a sinistra, e poi a destra.

E il fiato le morì in gola, mentre il cuore perse un battito.

All’angolo della stanza, la testa posata sul muro, gli occhi chiusi e la bocca semiaperta, con una pistola in mano e immersa in una pozza di sangue, che macchiava anche il muro dove era poggiata oltre che parte del pavimento, c’era Janine.

L’urlo di Misaki uscì fuori dalla sua bocca senza che potesse neanche controllarlo, e quasi non sentì l’annuncio di Monokuma.

-Ding dong dong ding. Un corpo è stato trovato. Ora, dopo un certo lasso di tempo, ci sarà un processo di classe!-

 

 

(A.A.)

Ah, beh, chi l’avrebbe mai detto.

In realtà è abbastanza sgamabile se conoscete bene il gioco e se avete notato gli indizi sparsi per questo capitolo. (c’è anche una freddura terribile che spero nessuno abbia notato).

Anche chi sembra un protagonista non è al sicuro in questo gioco malvagio. 

Siamo arrivati al primo punto di svolta, spero sia all’altezza delle aspettative.

Sono curiosissima di sentire qualche teoria sul modus operandi, l’assassino o altro basati sull’immagine, quindi se avete qualche idea non esitate a lasciare una recensione o un messaggio.

Spero che il resto del capitolo vi sia piaciuto e spero davvero che i prossimi due del chapter 1 siano all’altezza di qualsiasi aspettativa.

Ringrazio chi ha partecipato al sondaggio (ovvero un paio di persone ma non mi aspettavo nessuno) e spero che i freetime da voi richiesti siano all’altezza.

Spero che molte cose siano all’altezza. Purtroppo senza troppo feedback non posso saperlo, ma la HOPE è l’ultima a morire, soprattutto in questo contesto di Danganronpa.

Ho già parlato troppo.

Un bacione e al prossimo sabato :-*

 

Ritorna all'indice


Capitolo 4
*** Chapter 1: Drink, dance and forget your despair Hotel Death ***


Chapter 1: Drink, dance and forget your despair

Hotel Death

 

Nowell la raggiunse immediatamente, preoccupato.

-Misaki co…- ma si interruppe di scatto alla vista del corpo senza vita della botanica e leader del gruppo.

Misaki lo abbracciò di riflesso, seppellendo il volto nella sua giacca, come a cercare di togliersi dalla vista quell’immagine rivoltante.

-No! Non è possibile. È un incubo!- esclamò, senza riuscire a credere che quello che aveva visto fosse reale, che Janine fosse davvero morta.

Lui la strinse, e sospirò, senza dare segno di essere scosso. Il suo volto era una maschera impassibile.

-Non è giusto che sia stata lei la prima. Non lo meritava- sussurrò tra sé, pieno di rammarico.

Misaki lo guardò sorpresa dalla sua compostezza, ma prima che potesse dire qualsiasi cosa, una voce proveniente dalla porta che dava sulla mensa la anticipò.

-È uno scherzo? Cosa… OH PER L’AMOR DI SPARKLING JUSTICE!- a parlare e arrivare nella stanza fu Winona, che non appena vide il corpo fece un salto di tre metri all’indietro, andando a sbattere contro le casse audio.

-Va a chiamare gli altri, tutti quanti. Anche Naomi e Godwin- la incoraggiò Nowell, con voce ferma. La giornalista annuì e scomparve nuovamente attraverso la porta.

-Vado a chiamare i ragazzi nei dormitori…- si offrì Misaki, cercando una scusa per allontanarsi da lì, ma Nowell la tenne ferma per un braccio.

-No, dobbiamo essere entrambi qui. Se io fossi il killer potrei approfittare di essere solo per cancellare qualche prova- cercò di farla ragionare.

Misaki lo guardò ad occhi sgranati, e si liberò con uno strattone dalla sua presa.

-Se tu fossi… non c’è nessun killer! Pensi davvero che qualcuno… stai forse confessando?!- iniziò a chiedere, balbettando, la voce molto più acuta del normale.

-Non possiamo escludere la possibilità, tutto qui- alzò le spalle Nowell.

I loro compagni non ci misero molto ad arrivare.

-Oh mio dio!-

-Ma quindi era vero?- Chap

-Moriremo tutti! Moriremo tutti!!- Midge

-Ma da dove salta fuori la pistola?!- Leland

-No! L’amore della mia vita!- Brett

-Sapevo che con quell’atteggiamento avrebbe presto tirato le cuoia- Naomi

Misaki non provò neanche ad associare le parole alle persone, anche se non era difficile visti i caratteri. Il chiacchiericcio della sala, pieno di ansia e preoccupazione, si fece sempre più fitto, finché Alan sovrastò tutti.

-Vado a fare della camomilla per calmare gli animi- propose, ma venne fermato sul posto da una vocetta stridula che fece sobbalzare tutti quanti.

-Eh no! Finalmente siete tutti riuniti, quindi vi devo spiegare per bene le regole, e darvi il primo Monokuma File dell’edizione!- Monokuma era comparso dal nulla, come suo solito, proprio vicino a Midge, che si era allontanata in tutta fretta fino a finire quasi tra le braccia di Ogden.

-Il monokuma file?- chiese quest’ultimo, inarcando un sopracciglio, e rimettendo in piedi l’orafa.

-Certo, siete pur sempre delle mezze calzette del liceo, perciò vi darò un aiuto. Un file dove saranno elencati: identità della vittima, ora del decesso, causa del decesso, stato del corpo, ed eventuali ulteriori informazioni. Ma prima, vi spiego alcune regole. Dopo il ritrovamento di un corpo avrete un po’ di tempo per investigare in santa pace. Potete usarlo come volete, ma vi consiglierei di andare in cerca di prove. Poi parteciperete ad un processo di classe, dove discuterete animatamente per scoprire il colpevole. Una volta scoperto, o almeno, se pensate di averlo scoperto, ci sarà una votazione, e se il colpevole ottiene la maggior parte dei voti, sarà lui e lui solamente ad essere giustiziato. Se lui la fa franca, e date la colpa ad un altro, sarà lui e lui solamente a lasciare l’edificio, e tutti gli altri saranno giustiziati. Perciò, se non volete morire, vi conviene iniziare a lavorare.

Che abbia inizio il periodo investigativo!- annunciò Monokuma, giubilante.

 

-Investigazione-

In quel preciso momento gli e-Handbook di tutti emisero un suono di avviso, e Misaki prese il suo, un po’ tremante.

Il monokuma file le era stato scaricato direttamente lì.

Sollevò lo sguardo sull’orso di peluche, indecisa se fargli una domanda che le premeva in fondo alla gola.

Ci pensò però qualcun altro a farla al posto suo.

-Monokuma, un suicidio è considerato come un omicidio?- chiese Nowell, analizzando il monokuma file.

-Ma certo! Suicidarsi è togliere una delle vite più importanti di tutte: la propria! Pensate poi che divertimento se uno si suicidasse e nessuno lo scoprisse, condannando in questo modo tutti quanti. Ahhh, quanta disperazione- e con occhi a cuore, Monokuma sparì, con un ultimo -Buona fortuna, ragazzi, ne avrete bisogno-

-Io vado a fare quella camomilla- si offrì Alan, adocchiando in particolare Midge, che tremava come una foglia, e a Godwin, che era pallido come un fantasma e non sembrava in forma.

Misaki doveva ammettere che era un’ottima idea.

-Dovremmo dividerci e racimolare indizi. Due persone dovrebbero controllare il corpo in modo che l’assassino non tenti di intaccare la scena del crimine, e poi dividerci in gruppi di almeno due persone. Potete anche non fare niente, ma non dovete stare da soli. A proposito, Midge, vai da Alan- indicò l’orafa, che annuì in fretta, e corse in cucina.

-Uhhh, credi che il colpevole sia il maggiordomo?! Sarebbe un meme!- esclamò Sophie, con una nota di divertimento.

-Scusate… ma non è ovvio?- si intromise Leland, con tono da saputello, avvicinandosi a Nowell e indicando il cadavere -È un suicidio! Anche un idiota lo capirebbe. Era in una stanza chiusa a chiave, con una pistola. E dalle macchie di sangue è ovvio che è stata lei a premere il grilletto- cercò di farli ragionare, indicando la mano destra di Janine.

-Sì, ma dove ha preso la…- provò ad obiettare Winona, ma Nowell li interruppe.

-Avremo tempo di fare teorie quando saremo al processo. Ora come ora dobbiamo investigare, e trattare la scena del crimine come fosse un omicidio. Perciò due persone devono restare sulla scena del crimine e controllarla-.

-Mi offro io- disse Brett, che osservava il corpo senza vita di Janine con le lacrime agli occhi -Voglio giustizia!- disse con determinazione. Misaki si dispiacque di averlo giudicato così aspramente, nei giorni passati -…e bearmi della sua bellezza ancora per un altro po’- aggiunse poi, facendo ritirare alla ragazza la precedente affermazione.

-Mi unisco a te. Non credo che sarei d’aiuto nelle indagini. Sono piuttosto tarda- ammise Kismet, avvicinandosi e prendendo posto.

Non sembrava del tutto toccata dalla presenza di un cadavere, ma Misaki notò che si stava sforzando per restare forte.

-Bene, dividetevi in gruppi. Io sto con Misaki- Nowell consigliò gli altri, ma Misaki aveva da ridire.

-E se io non volessi stare con te?- chiese. Non si fidava molto del ladro, in quel momento.

Nowell non le rispose, si limitò a lanciarle un’occhiata penetrante.

E Misaki non seppe perché, ma sentì che doveva indagare con lui. Era l’unico modo per arrivare alla verità.

-Va bene, mi unisco a te- cedette, prendendo l’e-Handbook per controllare il monokuma file.

-Allora mi unisco a voi. Non la lascio sola con te!- si intromise Leland, lanciando un’occhiata sospettosa al ladro, che gli rispose con un sorriso beffardo.

-Ma come? Non eri convinto fosse un suicidio? Non ho bisogno di qualcuno che ci rallenti, quindi trovati un altro gruppetto- lo cacciò in malo modo, iniziando a far trasparire la sua irritazione. Essendo un caro amico, o comunque un importante alleato di Janine, Misaki riuscì a capirlo, e intervenne.

-Ha ragione, Leland, indagheremo da soli. Almeno se dovremo spostarci da questa sala- prese le parti di Nowell, che con un sorriso soddisfatto, ma turbato dalla preoccupazione per quel momento, abbandonò la conversazione per avvicinarsi al corpo di Janine.

La replica seccata di Leland venne stroncata sul nascere da Misaki, che era decisa a farsi forza e concentrarsi sul capire cosa fosse successo, e soprattutto escludere l’idea che ci fosse un assassino in mezzo a loro. Non credeva di riuscire a sopportarlo.

-Ora basta discutere! Mettiamoci a lavoro- Misaki incoraggiò tutti quanti, e incominciarono a disperdersi.

Leland sbuffò e fece coppia con Naomi, allontanandosi in fretta dalla scena del crimine.

Misaki prese il Monokuma file.

“La vittima è conosciuta come Janine Edwards. L’ora della morte è tra mezzanotte e l’una di notte. Presenta una ferita d’arma da fuoco alla testa. Nessun’altra ferita degna di nota, ma del sangue è uscito dagli occhi e dalla bocca. Il corpo è stato ritrovato nella sala da ballo” lesse velocemente.

Alcune informazioni la colpirono più di altre, ma qualcosa non le sembrava del tutto corretta.

Decise di accantonare i dubbi in un angolo, e si avvicinò a Nowell per controllarlo, e per controllare il corpo, anche se era l’ultima cosa che avrebbe voluto fare.

Soppresse l’istinto di vomitare, e si inginocchiò vicino a Janine, stando ben attenta a non calpestare il sangue ancora fresco.

Nowell stava controllando con attenzione gli occhi, concentrato e con una luce vorace nello sguardo.

-Il monokuma file non mentiva, è uscito sangue dagli occhi e dalla bocca, anche se non eccessivamente- la informò, sentendola vicino.

Misaki non riusciva a parlare, perciò si limitò ad osservare il corpo.

Ok, un passo alla volta.

Controllando il proprio respiro, Misaki iniziò dalla ferita.

Il proiettile le aveva attraversato il cranio andandosi ad infilare nel muro lì vicino.

Era entrato dal lato destro e uscito da quello sinistro, come mostrava la pistola tenuta con la mano destra.

Come Nowell aveva notato, del sangue usciva dagli occhi chiusi e dalla bocca semiaperta, e il rigor mortis rendeva difficile muovere quelle parti del corpo per indagare meglio. Non che Misaki volesse farlo.

Per non escludere nulla, Misaki controllò le tasche, cercando un qualche biglietto, o degli appunti che potessero dare degli indizi.

La pistola era sua, come aveva constatato due sere prima, ma che compisse un gesto del genere non se lo sarebbe mai aspettata. Forse Misaki sarebbe dovuta essere più attenta. Parlarle. Avrebbe dovuto capire che iniziava ad essere disperata. Eppure non c’erano segnali evidenti. E Misaki aveva avuto la sua dose di amici con tendenze suicide, lo avrebbe capito se Janine fosse stata tra loro. Probabilmente non la conosceva abbastanza bene.

Nelle tasche trovò una bottiglietta d’acqua aperta e il blocco per appunti con una penna. Sfogliò velocemente il blocco per appunti, dove trovò solo qualche annotazione risalente ai giorni precedenti, e tante pagine strappate che aveva messo nella grande mappa nel salottino delle ragazze. L’ultima scritta risaliva al pomeriggio prima.

“Sophie sta lavorando sodo. Alan e Cheyenne cucineranno mentre Ogden si occuperà del bar. Mancano poche ore al party. Devo tenere gli occhi aperti anche più del solito, sono molto preoccupata visto il…” ma la frase si interrompeva di scatto per via di due pagine strappate. Forse le aveva messe nella grande mappa, anche se erano strappate in modo più irregolare rispetto alle altre.

Per sicurezza controllò tutte le pagine, e nell’ultima pagina, in un angolo quasi nascosto Misaki lesse uno strano codice: “As, C, O, P, S, Mg”. As, C e O erano cerchiati.

Non capì il significato, ma decise di tenersi a mente l’informazione.

Posò il quaderno dove lo aveva lasciato in modo che lo trovassero gli altri che indagavano, e passò al resto del corpo, in particolare le mani.

La mano destra teneva la pistola, la sua presa si era allentata, mentre la sinistra era inerte, il palmo era sporco di sangue.

Non trovò niente di rilevante nella sua investigazione, ma doveva ammettere che le sembrava incompleta. E Nowell sembrava pensarla allo stesso modo, dato che, nonostante avesse controllato per più tempo, continuava ad essere inginocchiato accanto a lei, concentrato e pensieroso, come se non riuscisse a capire qualcosa.

Misaki decise di indagare nel resto della stanza, e chiedere informazioni ai suoi compagni di avventura.

-Ragazzi, voi avete notato niente di strano in Janine?- chiese a Kismet e Brett, che erano ai due lati del corpo e lo controllavano.

Kismet scosse la testa. 

-Assolutamente nulla. Sembrava normale ieri quando mi ha allontanato da Chapman. Non riesco davvero a credere che si sia suicidata. È terribile e mi sento così in colpa per essermi comportata così con lei- rispose Kismet, lanciando un’occhiata sconvolta verso il cadavere.

-Secondo me non è stato un suicidio- obiettò Brett, scuotendo la testa.

-È vero che io non sono un genio, ma credo che il critico abbia ragione. Era in una stanza chiusa, ha una pistola in mano, non può essere altro che un suicidio- obiettò Kismet, alzando le spalle.

-Per me qualcuno si è intrufolato nella stanza e l’ha uccisa, e ha avuto tutta la notte per disfarsi delle prove- insistette Brett.

-Come fai ad esserne così certo?- indagò Misaki, incuriosita dalla sua certezza.

-Ieri notte, sul tardi, una ragazza è uscita dal dormitorio. Non ho visto chi, ma è scesa nella hall. Sospetto, no?- rivelò, in tono cospiratore.

-Ne sei sicuro?- chiese Misaki, segnando l’informazione.

-Certo, cercavo di intrufolarmi nel salottino delle ragazze- spiegò lui, orgoglioso di sé.

-Scusa, e cosa diamine volevi fare nel salottino delle ragazze?!- chiese Kismet, con uno sguardo di fuoco.

-Oh… ehm…- Brett iniziò a balbettare scuse poco credibili, e Misaki decise di indagare altrove.

La sala era ormai quasi vuota, ad eccezione del cadavere, di Nowell, dei due guardiani e del gruppo di Ogden e Pierce, che stavano controllando il bar. Ogden osservava preoccupato gli scaffali, Pierce aveva gli occhi come due fessure, ed era serio e concentrato, evento mai successo che metteva in chiaro la gravità della situazione.

La ragazza si avvicinò.

-Trovato qualche indizio utile?- chiese, piegandosi per controllare il bar.

-Ogden ha messo parecchio in disordine ieri- lo prese in giro Pierce, il solito tono rilassato stonava parecchio con il volto concentrato.

-Non sono stato io. Ho lasciato il bar perfettamente in ordine, non ho idea di cosa sia successo- si lamentò lui, punto sul vivo.

Misaki capì a cosa si riferissero. Il bar era completamente sottosopra, e alcune bottiglie erano cadute a terra, rompendosi e macchiando il pavimento di marmo con i loro liquidi colorati.

Il set da piccolo chimico era mezzo rotto, e in generale sembrava proprio che un cieco si fosse messo ad armeggiare con i liquidi.

-Sei sicuro di non averlo lasciato così?- chiese Misaki, incredula.

-Parola d’onore di barman. Sono un tipo ordinato. Quando ho finito di lavorare ieri sera ho messo tutto in ordine e sono tornato in camera poco prima che chiudessero le porte, con il resto di voi. Forse è stata Janine, prima di… insomma…- Ogden non sapeva come continuare, e lanciò alla botanica uno sguardo triste. Era chiaro che fosse convinto che fosse un suicidio.

-Forse ha provato prima a crearsi un veleno e poi, non riuscendoci, ha deciso di usare la pistola che sarebbe stata decisamente la soluzione più ovvia- provò a consigliare Pierce, alzando gli occhi al cielo per far capire quanto l’idea fosse assurda.

-Non era quello che stavo suggerendo, so che non avrebbe senso- alzò le mani Ogden, scuotendo la testa.

-Infatti, e poi Janine ha la chiave dello scaffale in cucina. Basterebbe andare lì per crearsi un…- Misaki si interruppe nel mezzo della sua osservazione, rimanendo di sasso.

La chiave… la chiave non c’era. Janine la indossava sempre come collana, anche quando dormiva da quello che diceva, eppure Misaki non l’aveva vista.

Si impose di controllare meglio il corpo e dare uno sguardo in cucina dopo aver finito con la sala da ballo.

-Tutto bene, Misaki?- Ogden le agitò una mano davanti al viso, e lei si sbloccò.

-Scusate, stavo riflettendo sulla cosa- si spiegò, un po’ imbarazzata.

-Io credo che abbia semplicemente cercato di prendere da bere qualcosa ma dato che era buio non abbia trovato quello che cercava. O magari lo ha trovato e poi lo ha rimesso a posto o lo ha rotto per sbaglio- provò a suggerire Ogden -Una specie di… non so… ultimo brindisi- sussurrò poi, lanciando un’altra occhiata triste verso Janine.

-È possibile, anche se i neon sono sempre accesi in sala da ballo- Misaki osservò le luci, sicuramente non così luminose da essere chiare, ma abbastanza per illuminare tutta la stanza. Da fuori si poteva vedere abbastanza bene la sala da ballo, anche durante l’orario notturno.

Con questi pensieri si diresse da Nowell per chiedergli se avesse per caso visto la chiave.

Nowell la guardò per qualche secondo prima di rispondere.

-Giusto, la chiave. Ecco la seconda cosa- sussurrò poi tra sé.

-Come?- chiese Misaki, senza capire.

-Non credi che manchi qualcosa?- iniziò a spiegarsi lui, indicando il corpo senza vita di Janine.

-In che senso, scusa?- Misaki però continuò a non capire.

-Non ha quasi nulla addosso. Solo un quaderno con molte pagine mancanti e una bottiglietta d’acqua. Dov’è il suo e-Handbook? Dov’è la chiave e come ha fatto a strappare le ultime pagine del quaderno se è probabile che le abbia scritte qui dentro? È c’è qualcos’altro che non torna, ma non mi viene in mente cosa. Questo caso è pieno di buchi- si spiegò meglio lui, irritato.

Misaki provò a riflettere.

-Forse li ha nascosti in luoghi privati- provò a suggerire, senza però la minima intenzione di indagare nelle zone private di una ragazza morta.

-No, ho controllato, non sono addosso a lei- la tagliò subito lui, guadagnandosi un’occhiata scandalizzata dalla compagna di indagine.

-È una questione di vita o di morte, Misaki. Non abbiamo tempo di fare gli schizzinosi- lui rispose in fretta allo sguardo, arrossendo leggermente ma cercando di non darlo a vedere.

-Forse le è caduto in una delle sue indagini. Lo cerco nella sala- si propose lei, allontanandosi nuovamente dal corpo per controllare al meglio la sala da ballo.

Controllò i divani, il pavimento e le casse, cercando in ogni anfratto, ma non trovò tracce né della chiave, né dell’e-Handbook.

L’unico indizio degno di nota, e parecchio preoccupante, fu sul divano che dava sulla porta a vetri.

Sulla superficie dello schienale, infatti, trovò una leggera macchia di sangue, quasi impercettibile da notare ma chiaramente presente.

Misaki segnò l’informazione, anche se stonava parecchio con la situazione.

Tornò da Nowell per dargli la brutta notizia. Il ladro nel frattempo aveva raggiunto Pierce con la bottiglietta d’acqua.

-Riesci ad analizzarla?- gli stava chiedendo, determinato.

-Analizzarla in che senso?- il dentista era leggermente confuso.

-Per controllare la presenza di qualche veleno. Non possiamo escludere nulla, e hai il set da piccolo chimico- si spiegò meglio Nowell, impaziente.

-Ti è possibile farlo?- gli diede man forte Ogden, sorpreso.

Pierce roteò gli occhi.

-Sì, potrei farlo. Ma credo che sprechi il tuo tempo, a dire il vero. Non escludo l’ipotesi di un bell’omicidio, ma chi potrebbe mai essere così abile da avvelenare la persona più paranoica dell’hotel?- cercò di rompere le sue supposizioni.

-In effetti era attentissima. Si cucinava tutto da sola, prendeva solo cibi ben chiusi e ieri non mi ha neanche permesso di farle un drink, ha insistito per prepararselo- ammise Ogden, scuotendo la testa.

-Puoi farlo o no?- insistette Nowell, iniziando a perdere la pazienza.

-Certo. Il set è un po’ rotto, ma posso dimostrare che non è avvelenato se ci tieni. Essendo liquido è facile. Se fosse stato solido non ce l’avrei fatta- Pierce prese la bottiglietta d’acqua e si avviò nuovamente al bar, per prendere il set del piccolo chimico. Ogden lo raggiunse per controllarlo.

-Trovato l’e-Handbook, amicona?- chiese Nowell a Misaki, girandosi verso di lei.

La ragazza scosse la testa.

-Niente fuori posto, tranne una piccola macchia di sangue- spiegò, Nowell annuì, per niente sorpreso -Credo che dovremmo controllare la cucina per vedere se la chiave è lì o se il cassetto è aperto- propose poi, indicando la porta che dava alla mensa.

Nowell annuì nuovamente, pensieroso, e la precedette in mensa, dove trovò Chap, Sophie, Winona, Godwin e River. 

Misaki fu colta da un’illuminazione e incoraggiò Nowell ad entrare in cucina prima di lei. C’erano Alan e Midge, quindi non avrebbe in ogni caso potuto nascondere qualche prova. Nowell annuì e basta, sempre immerso nei suoi pensieri.

-Sophie, posso farti una domanda?- chiese Misaki avvicinandosi al gruppetto.

-Certo, sull’attenti. Di cosa hai bisogno, Misa Misa?- chiese la fangirl, pronta all’azione.

La situazione era troppo tragica, perciò Misaki non obiettò sul soprannome che, ormai l’aveva capito, l’avrebbe accompagnata per tutto il tempo.

-Stamattina tu da quanto eri alla hall?- chiese, riflettendo sull’idea di Brett che qualcuno potesse essere nella sala da ballo con Janine.

Sophie ci pensò qualche secondo.

-Non saprei di preciso, ma parecchio tempo. Sono scesa verso le tre di notte a prendere una rivista, sono anche passata davanti alla sala da ballo, e ho visto Janine dormire sul divano. Non riesco a credere che poi abbia fatto quello che ha fatto- abbassò la testa, la voce quasi spezzata da un groppo alla gola, ma si riprese quasi subito -Comunque sono nella hall da allora. Perché lo chiedi?- indagò, confusa dalla domanda.

-Quindi sei lì da prima della fine dell’orario notturno- fece il punto della situazione Misaki, riflettendo.

-Sì- confermò Sophie.

Winona si interessò parecchio alla conversazione, e si mise ad ascoltare.

Chap, Godwin e River, invece, erano in un angolo e l’ultimo cercava di rassicurare i primi due.

-Mi sapresti dire l’ordine con cui sono arrivati tutti in mensa?- chiese poi Misaki alla fangirl, cercando di avere chiaro un punto della situazione.

Winona sembrò capire il suo ragionamento, perché prese un foglio e iniziò a scrivere.

-Oh, sì, credo di poterlo fare. Allora, il primo è stato Boe.

-Boe?- chiese Misaki, confusa.

-Ogden- si spiegò Sophie -È arrivato poco prima dell’annuncio di Monokuma, un po’ stanco. È sembrato sorpreso di vedermi lì, credo di avergli fatto prendere un colpo dato che ero nell’ombra a leggere. La scena mi ha ricordato quando…- 

-Puoi stringere? Abbiamo poco tempo- le mise fretta Misaki.

Sophie alzò le mani, e continuò ad elencare senza troppe storie.

-Ok, poi è sceso Godwin, un po’ dopo Ogden, ma è ritornato in camera qualche minuto dopo affermando di non sentirsi troppo bene. Poi Alan, tu e Nowell…- 

-Ohhhhh, erano insieme? Avete fatto le ore piccole?- indagò Winona, guardando Misaki maliziosa.

-Non è il momento Skeeter- si lamentò Misaki, irritata, per poi incoraggiare Sophie a continuare.

-Mi hai chiamata con il soprannome che usa lui, interessante- commentò tra sé Winona, prima di ricominciare a prendere appunti.

-Dopo di voi è arrivata Midge, con cui ho parlato un po’, e si è aggiunta Chap poco dopo.

Winona e Pierce sono venuti insieme e non mi hanno degnata di uno sguardo. Poi River, Leland, Brett e Kismet. E poi Nowell è venuto nella hall con faccia da funerale. Pensavo che volesse chiamarmi ma poi si è guardato indietro ed è tornato nel corridoio. E ti ho sentito urlare. E a proposito di suoni, non credo sia importante, ma ho sentito un rumore infernale di pentole cadute tra l’arrivo di Godwin e la sua uscita. Ah, e alla fine è venuta Winona a chiamarmi- finì il racconto Sophie, concentrata.

-E posso confermare che Naomi era in camera- aggiunse Winona, sicura di sé.

-Non ti è sembrato strano non aver visto Janine tutto il tempo?- chiese Misaki a Sophie, confusa.

-No, pensavo fosse già in mensa. Era già lì dopotutto- spiegò Sophie, alzando le spalle.

-Allora, ricapitolando, l’ordine di passaggio: Ogden, Godwin, Godwin se ne va, Alan, Misaki e Nowell, Midge, Chap, Winona e Pierce, River, Leland, Brett e Kismet. Naomi era in camera così come Godwin. Tutto torna. Non c’era sicuramente nessuno in sala da ballo con Janine, durante la notte- concluse Winona, ricapitolando gli appunti.

-Bene, abbiamo escluso questa pista. Grazie mille, ragazze- le salutò Misaki, prima di avviarsi in cucina, dove Nowell aveva aperto il cassetto e stava controllando il quaderno dove erano segnati tutti i prestiti.

-Hai scassinato il cassetto?- chiese Misaki sorpresa, accorrendo verso di lui per controllare che non morisse da un momento all’altro per colpa della prima regola di Monokuma.

Lui le lanciò un’occhiata divertita, e scosse la testa.

-No, il cassetto era aperto. Anche se messo in modo che sembrasse chiuso, con la chiave dentro. Curioso, non è vero?- la rassicurò lui -Anche se non credo che Monokuma mi avrebbe punito per averlo scassinato, in ogni caso. Comunque ti consiglio di dare un’occhiata al registro con i nomi. Sono certo che sia importante- Nowell le diede il registro, e Misaki si appoggiò in un angolo per leggerlo con calma.

-Signorina Ikeda, vuoi un po’ di camomilla?- l’approcciò Alan, servile, porgendole una tazza.

-Ci sono anche bastoncini di cioccolato- aggiunse Midge, seguendolo, con voce tremante.

MIsaki sobbalzò sentendo nominare i bastoncini di cioccolato, e guardò persa i due ragazzi.

-Dici è che è stata una cattiva idea? Di cattivo gusto? Volevo onorare Janine perché lei li adorava, ma forse non avrei dovuto proporlo, scusa, li tolgo subito, mi dispiace tanto- Midge iniziò a farsi prendere dal panico, ma Misaki si affrettò a rassicurarla.

-No, Midge, è stata una buona idea, mi ha solo preso un attimo alla sprovvista. È carino che tu voglia ricordarla così. Alla fine sono i dettagli la parte più importante- affermò, prendendo la camomilla e un paio di bastoncini di cioccolata.

-Beh, era un dettaglio piuttosto evidente. Aveva sempre un pacchetto di bastoncini di cioccolato con sé.- commentò Alan, nostalgico, prima di allontanarsi per offrire la camomilla ad altre persone, seguito da Midge.

Nowell, che stava armeggiando con il materiale contenuto nel cassetto, si bloccò di scatto. Misaki lo sentì sussurrare “la terza cosa!” e corse dietro Alan.

Misaki decise di non seguirlo e lesse i nomi di chi aveva preso del materiale: 

Alan Smith era quello con più ingredienti e alcool preso, principalmente utilizzati per pulire o per cucinare qualcosa di specifico. 

Cheyenne Chapman aveva preso una rivista per fare uno scherzo a Brett.

Ogden Gutierrez aveva preso degli ingredienti per pulire una brutta macchia in camera sua. 

Pierce Ellis aveva preso degli ingredienti per migliorare il suo dentifricio.

Sophie Wilkinson aveva preso una rivista perché l’aveva adocchiata e un articolo le interessava, niente di scandaloso. Poi aveva usato la stessa rivista per fare uno scherzo a Brett.

Midge Lewis aveva chiesto un disinfettante per pulire gli orecchini.

Misaki trovò qualcosa di familiare, ma non seppe cosa. Per certo però sapeva che approvava l’uso che Chap aveva fatto della rivista.

Mentre rimetteva il registro a posto, Nowell rientrò, e le fece cenno di seguirlo.

-Qualche pista?- chiese Misaki, sull’attenti.

-Alan ha detto di aver preso due scatole di bastoncini di cioccolato da accompagnare alla camomilla, e Midge gli da corda. Vediamo quanti ce ne sono- la prese per il polso e la trascinò verso la dispensa, deciso a controllare i rifiuti. 

Misaki trovò la sua veemenza parecchio scombussolante.

Non era abituata a vedere il ladro così, e lentamente la sua facciata tranquilla e disinteressata stava lasciando posto ad una determinazione con tracce di disgusto evidenti.

Una volta nella dispensa, Misaki iniziò a guardarsi intorno, anche se non credeva che avrebbe trovato indizi utili, mentre Nowell controllava meticolosamente la spazzatura.

-Non credi di esagerare?- provò a scoraggiarlo, ma lui non l’ascoltò, e due minuti dopo riemerse trionfante con tre scatole di bastoncini di cioccolato, tutte vuote.

-Ah! Ecco qui. Sono tre scatole. Midge e Alan ne hanno usate due, la terza dev’essere di Janine- annunciò, orgoglioso.

-È vuota, forse l’ha buttata prima di… morire. Mi sembra più che ragionevole. È morta dopo mezzanotte, magari i rifiuti erano già stati tolti da Monokuma- suggerì Misaki, mite.

-Perché buttarla?-

-Nowell…-

-Forse qualcuno l’ha preso e l’ha buttato perché c’erano degli indizi- continuò a proporre lui, aprendo tutte e tre le scatole per cercare qualcosa.

-Nowell…-

-Dobbiamo considerare tutto quanto, io sono convinto che c’è qualcosa sotto- insistette lui, senza però trovare nulla. Erano tre scatole vuote, completamente.

-Nowell!- l’ultimo richiamo sembrò attirare l’attenzione del ladro, che sollevò lo sguardo su Misaki come se la sentisse per la prima volta.

-Non credi di stare esagerando? Neanche io voglio credere che sia morta, ma quella è una scatola di bastoncini di cioccolato, che probabilmente Janine ha buttato appena è finita. Non devi cercare significati in tutto. A volte per vedere quello che vogliamo finiamo per ignorare la verità- cercò di farlo ragionare, mettendogli una mano sulla spalla in modo confortante.

Nowell sospirò.

-Lo so, Misaki, ma non si è suicidata. Io la conoscevo, ed era la più decisa ad andarsene. Sai, temevo quasi che sarebbe stata lei ad uccidere qualcuno pur di uscire, ma sapevo che non ne era capace. Ed ora…- si interruppe, stringendo i denti. I suoi occhi erano lucidi, per la prima volta sembrava davvero toccato dalla morte di Janine.

Misaki lo abbracciò senza pensare, e lui la strinse, cercando di calmarsi.

Rimasero così qualche secondo, e Misaki dovette ammettere che era confortante restare così tra le braccia del ladro. La differenza di altezza di certo la aiutava a sentirsi protetta. 

-Oh, eccoti qui, ti stavo…- l’arrivo di due figure nella stanza li interruppe, e li fece allontanare di scatto.

-Winona adorerà lo scoop- commentò Pierce, ridacchiando. Ad entrare erano stati lui e Ogden.

-Scusate, non volevamo disturbarvi- si scusò Ogden.

-Allora, hai i risultati?- chiese Nowell cambiando argomento, leggermente rosso in volto.

-Yep. Tutto negativo. Nessun veleno nell’acqua. Vicolo cieco, dead end, cul-de-sac- smontò la teoria il dentista, facendo sospirare Nowell.

-Non che mi aspettassi risultati. Grazie lo stesso- fece un cenno ai due e incoraggiò Misaki a seguirlo mentre usciva dalla stanza.

Misaki salutò i due studenti e gli zompettò dietro.

-Allora, dove si va?- chiese, senza molte idee su cosa fare ancora.

Nowell non riuscì a rispondere, perché mentre passavano Misaki aveva inavvertitamente urtato la sbarra con le padelle killer, che si smontò come sempre causando una baraonda immensa.

Misaki rischiò quasi di diventare la seconda vittima per colpa di una padella gigante, ma con riflessi degni di Alan e Ogden messi insieme, Nowell la prese di peso portandola fuori dal raggio di azione.

-Sta più attenta, non voglio un altro cadavere!- la sgridò lui, allarmato.

-Scusa, scusa, non è colpa mia. Quella scopa è pericolosa! Sembra quasi messa apposta perché cadendo urti le padelle killer!- cercò di giustificarsi, iniziando a mettere in ordine e parecchio innervosita.

Nowell rimase qualche istante immobile, come riflettendo su qualcosa, poi scosse la testa e la aiutò a rimettere tutto in ordine.

-Tutto bene?- chiese Ogden tornando nella stanza, probabilmente allertato dal rumore.

-Solite padelle killer- spiegò Misaki alzando le spalle.

-Ti capisco benissimo, stamattina mi sono cadute e mi hanno quasi colpito e rallentato un sacco- commentò Ogden, scuotendo la testa e affrettandosi ad aiutarli.

Pierce entrò nella stanza e li guardò senza fare niente, mangiando qualche biscotto preso dalla dispensa.

Una volta finito di sistemare, Misaki e Nowell si allontanarono nuovamente dal gruppo.

-Allora, dove si va?- chiese nuovamente Misaki al compagno di indagini, che questa volta riesce a rispondergli.

-In camera di Janine, potrebbero esserci degli indizi. E poi volevo controllare la mappa nella stanza delle ragazze- la informò il ladro, iniziando a salire le scale.

Misaki annuì, poi, mentre raggiungevano il corridoio delle ragazze, le venne un’illuminazione.

-Aspetta, non possiamo entrare in camera di Janine. È chiusa e non abbiamo trovato il suo e-Handbook- gli fece notare.

-Lo so, chiediamo a Monokuma- surclassò Nowell, con la faccia di chi aveva un piano.

Misaki decise di fidarsi e seguirlo.

Per prima cosa controllarono la mappa, ma non c’era assolutamente nulla che potesse essere utile, tranne forse la lista delle persone che avevano avuto problemi con il riscaldamento: 

Misaki, Janine, Godwin, Ogden, Winona e Brett.

Forse ce n’erano altri, ma Janine non li aveva trascritti.

Misaki aggiunse il nome di Chap, che ricordava aver sentito l’altra sera.

Poi si avviarono in camera di Janine.

-Monokuma- chiamò Nowell, con sicurezza. 

L’orso comparve dal nulla come sempre, tranquillo e divertito.

-Robin Hood mi ha chiamato?- si mise a disposizione, prendendo in giro il ladro.

-Puoi aprirci la porta di Janine per le indagini?- chiese Nowell tranquillamente, senza scomporsi.

-Una richiesta molto interessante. In effetti dovrei aprirvi le porte delle camere per le indagini, ma in questo caso non mi sembra giusto farlo. Arrangiatevi- negò l’aiuto Monokuma, prima di sparire nuovamente nel nulla.

Misaki sospirò.

-Grandioso!- esclamò sarcastica -Non abbiamo l’e-Handbook e non possiamo aprire porte chiuse a chiave senza trasgredire alle regole, quindi siamo finiti- si lamentò, incrociando le braccia e cercando una soluzione.

Ci mise qualche secondo a notare che Nowell si era messo in ginocchio e armeggiava con la serratura.

-Nowell, che stai facendo?- chiese confusa una volta che se ne fu accorta.

-Scassino la serratura- rispose lui, ovvio.

Misaki rimase qualche secondo immobile, poi si precipitò sopra di lui per cercare di fermarlo.

-Non farlo! Monokuma ti punirà. Non voglio che muoia anche tu!- tentò di scoraggiarlo, isterica.

-Tranquilla, non è contro le regole- la rassicurò lui, scansandola con facilità, sinceramente divertito dalla sua preoccupazione.

-È vietato scassinare qualsiasi serratura- gli fece notare Misaki, prendendo il suo e-Handbook.

-…chiusa a chiave dal preside- concluse lui, con tono furbetto, sbloccando poi subito dopo la porta con un sonoro click.

Misaki si preparò a vederlo esplodere, ma non accadde niente, segno che aveva ragione sulla regola.

Tirò un sospiro di sollievo, poi lanciò un’occhiata di chi la sapeva lunga a Nowell.

-Tu lo sospettavi dall’inizio, vero?- chiese al ladro, che annuì.

-E lo sapeva anche Janine- continuò a supporre Misaki.

Nowell annuì nuovamente.

-Ma era molto meglio che il resto degli studenti non lo capisse, era più sicuro per evitare omicidi e paranoia- aggiunse poi, entrando lentamente nella stanza.

Misaki dovette ammettere che non aveva tutti i torti.

Accanto alla porta, c’era un elastico di gomma lungo e sottile.

La camera di Janine era piena di foglietti, appunti e fascicoli vari. Sembrava essere lì da mesi, e non da pochi giorni.

Il letto, gli addobbi e anche la carta da parati era completamente diversa da quella di Misaki. Forse Monokuma aveva personalizzato le loro stanze. Anche se aveva detto che era tutto così quando il gioco era iniziato.

Strano, ma non rilevante per il momento.

Nowell iniziò a controllare ovunque, e Misaki fece lo stesso.

Dopo qualche minuto di ricerca, la ragazza notò una strana lettera, nascosta bene dentro un libro su erbe medicinali che sembrava piuttosto noioso.

-Nowell, vieni qui- incoraggiò il ladro, che la raggiunse, e insieme lessero la lettera, assemblata con tanti pezzetti di giornale, come si vedeva nei film e nelle serie TV.

“Stanotte verrai uccisa” 

Nowell e Misaki si scambiarono un’occhiata.

No, quello non poteva assolutamente essere un suicidio.

Ma chi era stato, e come?

-Ding Dong Dong Ding. Il periodo di indagine è finito, siete pregati tutti di raggiungere il salottino privato vicino alla hall- la voce di Monokuma attirò l’attenzione dei due ragazzi. Era arrivata l’ora del processo.

 

 

(A.A.)

Bene, allora, questo capitolo è molto più breve dei precedenti e il prossimo sarà solo un po’ più lungo.

Il motivo è che se negli hotel life il mio approccio di scrittura è narrativa, descrittiva e introspettiva, nel periodo investigativo e nei class trial lascio molto più spazio ai dialoghi e ai fatti nudi e crudi, cercando anche di strutturare la cosa come nel gioco, e quindi dando spazio principalmente agli indizi e alle discussioni.

Spero che il metodo sia di vostro gradimento, e per eventuali consigli, dubbi o altro non esitate a scrivermi.

Ora che ci sono tutti gli indizi (anche se qualcosa potrebbe comparire anche durante il Class Trial) credo che si possano fare teorie.

Non so se ho detto troppo, o troppo poco, o altro, quindi spero davvero di ricevere un feedback per migliorarmi nel prossimo chapter.

Se avete teorie, sono curiosa di saperle. Potete anche rispondere al sondaggio: Chi è il primo assassino?

Per il resto spero davvero che la storia sia interessante per i pochi che la leggono, mi auguro che continuerete a farlo, un bacione e alla prossima settimana :-*

Ritorna all'indice


Capitolo 5
*** Chapter 1: Drink, dance and forget your despair Class Trial ***


Chapter 1: Drink, dance and forget your despair

Class Trial

 

-Tutti gli studenti si dirigano nel salottino privato vicino alla Hall- arrivò la voce di Monokuma.

-Non mi sembra un luogo abbastanza grande per un processo di classe con tutti quanti- commentò Misaki, con un groppo in gola e iniziando a sentire una grande tensione.

-Forse sbloccherà la porta dietro la tenda- rifletté Nowell, che al contrario si irrigidì, con una fredda determinazione.

Quando arrivarono nel salottino, erano già tutti lì, ad eccezione di Midge e Alan.

-Di solito sono i protagonisti gli ultimi ad arrivare. Qui invece si fanno sempre attendere tutti troppo- commentò la voce irritata di Monokuma, che comparve davanti alla porta dietro la tenda con un enorme orologio al polso che controllava.

-Eccoci, scusate il ritardo!- arrivò la voce di Midge, affannata e preoccupata.

-Perdonate, ma dovevo mettere le tazze a lavare- si giustificò il maggiordomo, sistemandosi i guanti.

-Bene, possiamo cominciare- Monokuma scoprì la porta, e la aprì.

Solo che al suo interno non c’era una stanza, ma un grande ascensore.

-Tutti dentro, vi porto alla sala del processo- li incoraggiò l’orso.

Nowell fu il primo ad entrare, e Misaki fece lo stesso, seguita poi dal resto degli studenti, chi più determinato, chi molto più incerto.

La friendship maker non sapeva bene come sentirsi. Ricapitolò nella sua mente tutto quello che aveva scoperto, e cercò di iniziare a collegarlo. Non c’erano ipotesi da escludere, non c’erano certezze.

Quello era il momento di agire, di mettere da parte tutto quello che sapeva fino a quel momento e pensare solo ai fatti nudi e crudi.

Prese un profondo respiro, e si preparò ad affrontare il suo primo processo di classe.

 

L’ascensore li portò in una sala davvero strana, dai motivi bianchi e neri che sembrava uscita da un set di silent hill. Al centro sedici palchetti erano disposti in modo circolare, e in fondo alla sala c’era un trono dove sedeva Monokuma, eletto giudice, giuria e boia.

Beh, solo giudice e boia, in realtà, dato che loro sarebbero stati la giuria.

Vista la confusione di Misaki, avrebbe preferito che quel ruolo lo ricoprisse Monokuma, anche se poi probabilmente sarebbero morti tutti quanti.

Ognuno di loro aveva un posto assegnato, e in uno dei palchetti c’era un pannello con una foto di Janine, cancellata da una X rosa sangue.

Era decisamente inquietante. Misaki cercò di ignorarlo mentre si metteva al suo posto, vicino a Leland e Ogden, troppo vicina e Monokuma per i suoi gusti.

L’orso era su un grande trono alle loro spalle, e sembrava al culmine della gioia, osservava con malefico divertimento soprattutto Godwin e Chap, che non si erano ancora ripresi ed erano cadaverici e molto spaventati.

Una volta che tutti furono al loro posto, Monokuma prese la parola.

-Bene bene bene. Iniziamo subito con una spiegazione del processo di classe. I vostri voti determineranno il risultato. Se capite chi ha commesso l’omicidio, solo egli riceverà la punizione. Ma se sbagliate, punirò tutti ad eccezione del vero colpevole, che sarà libero di andarsene e riceverà tutti i ricordi degli anni di scuola- spiegò brevemente.

-Tsk, non sarà così difficile. Sappiamo tutti che si tratta di suicidio, giusto?- obiettò Leland, sicuro di sé.

Misaki avrebbe voluto concordare, ma non ne era più molto certa, dopo tutti gli indizi raccolti.

-Se ne sei così certo vuoi rischiare la sorte subito?- lo provocò Monokuma, con un sorrisino che non faceva presagire nulla di buono.

-Prima di prendere decisioni affrettate sarebbe meglio analizzare tutti gli indizi- Misaki cercò di calmare gli animi e fermare Monokuma, che ridacchiò e acconsentì.

-Beh, che il processo di classe abbia inizio!- esclamò, su di giri.

-Innanzitutto decidiamo l’approccio…- prese le redini Sophie, che probabilmente aveva visto abbastanza serie TV o videogiochi su processi -…facciamo un processo alla Phoenix Wright o alla Law and Order?- chiese, con serietà.

-Come puoi paragonare questa situazione a una serie TV?! È morta una persona!- si indignò Midge, in tono piuttosto acuto e tremante.

-Non sto sminuendo, ma dobbiamo comunque capire da dove iniziare- cercò di giustificarsi Sophie. 

-Io direi di iniziare spiegando agli idioti che non l’hanno capito che si tratta di un suicidio quindi non c’è molto da indagare- prese la parola Leland, sistemandosi gli occhiali. Misaki gli lanciò un’occhiataccia.

-Mi va bene, discutere sulla causa della morte mi sembra un buon modo per dimostrare che si tratta di un omicidio, dato che Janine non si sarebbe mai uccisa- accettò la sfida Nowell. Sembrarono crearsi due fazioni: quelli convinti che si trattasse di un suicidio, tra i quali figuravano sia quelli che non credevano in Janine che quelli che non volevano credere che tra di loro ci fosse davvero un assassino; e quelli convinti dell’omicidio, tra i quali si mise anche Misaki, nonostante volesse credere a sua volta al suicidio.

-Cominciamo dal luogo del delitto: la sala da ballo- iniziò Leland, deciso a dimostrare la sua idea -Era chiusa al momento dell’omicidio, ed è contro le regole forzare una porta chiusa a chiave dal preside. Questo dimostra che non c’era nessuno con Janine al momento dell’omicidio, quindi è impossibile che uno di noi l’abbia uccisa. È un suicidio!- spiegò il suo caso.

-Obiezione!- esclamò Brett, convinto.

-Che Phoenix Wright sia- commentò sottovoce Sophie, ma abbastanza forte da farsi sentire da tutti.

-Non vedo l’ora di sentire cosa hai da dire, sicuramente non farà che confermare la mia ipotesi- Leland sorrise in tono di superiorità.

-Beh, qualcuno può essersi intrufolato, o essere rimasto dentro la sala pronto per uccidere e poi nascondere le prove e intrufolarsi in mezzo a noi dopo che le porte sono state sbloccate!- Brett era convinto della sua idea -E poi ho visto una ragazza scendere le scale verso la sala da ballo! Sono sicuro che sia lei l’assassina- disse poi, soddisfatto di sé.

-OBIEZIONE!- tuonò Sophie, puntando il dito come il famoso gioco di avvocati -Quella ragazza ero io!- esclamò poi, indignata.

-Ecco, abbiamo la colpevole. Ha appena confessato!- Brett la indicò con forza. Kismet, che era affianco a Sophie, si allontanò leggermente, squadrandola preoccupata. 

-Non l’ho uccisa io! Non l’ha uccisa nessuno! La porta era chiusa, e sono certa di aver visto tutti dopo l’omicidio!- si discolpò Sophie, furiosa.

-Dovremmo davvero credere alla tua parola? Sei un’assassina!- Brett non demordeva.

-Se Sophie fosse l’assassina non avrebbe motivo di mentire e dare a tutti un alibi. Inoltre è scesa dopo l’orario della morte, secondo la sua deposizione, ed è rimasta nella hall per tutto il tempo- Misaki diede man forte alla bionda, riflettendo.

-Tiè! Te l’ho detto che non sono un’assassina- Sophie mostrò un pugno verso Brett, che si ritirò.

Leland riprese la parola.

-Quindi nessuno era con Janine all’ora della morte. Enigma della camera chiusa. Nella maggior parte dei casi si tratta di un suicidio, a meno che non ci siano passaggi segreti o strani meccanismi. Monokuma, ci sono passaggi segreti?- si rivolse all’orso, che pensò un attimo prima di rispondere.

-Credi davvero che chiuderei le porte ogni sera se ci fossero passaggi segreti?- parlò a Leland come fosse un idiota.

-Appunto. E la pistola era nella mano di Janine, quindi è chiaramente la colpevole del proprio omicidio. Le prove sono tutte qui- concluse Leland, con ovvietà.

-Concordo che non ci fosse nessuno con lei al momento dell’omicidio- ammise Misaki. Leland sorrise soddisfatto -Ma non significa che qualcuno non l’abbia uccisa- aggiunse poi, prendendosi il mento con le mani e riflettendo sulla situazione.

-Cosa? Si è sparata un colpo in testa!- esclamò Leland, come se parlasse a una bambina di due anni.

-Potrebbe essere stato qualcuno a farlo. Ci sono molte faccende della scena del crimine che non sono chiare- intervenne Nowell, difendendo la teoria di Misaki.

-Il Monokuma file afferma che è morta per la ferita da arma da fuoco alla testa!- insistette Leland.

-Non è esatto!- esclamò Misaki, colta da un’illuminazione. 

-Come scusa?!- Leland incrociò le braccia.

-Il Monokuma File non esplica la causa delle morte. Dice solo l’identità della vittima, l’ora del decesso e le ferite- obiettò la ragazza, mostrando il Monokuma File.

“La vittima è conosciuta come Janine Edwards. L’ora della morte è tra mezzanotte e l’una di notte. Presenta una ferita d’arma da fuoco alla testa. Nessun’altra ferita degna di nota, ma del sangue è uscito dagli occhi e dalla bocca. Il corpo è stato ritrovato nella sala da ballo”

Leland rimase qualche secondo in silenzio. Tutti i ragazzi iniziarono a mormorare.

-Bel colpo- Nowell fece un occhiolino a Misaki.

-Non è detta l’ultima parola! È possibile che l’orso lo trovava troppo ovvio e non lo ha specificato- provò ad obiettare Leland, arrampicandosi sugli specchi.

-Pensi che vi sopravvaluti a tal punto?- ridacchiò Monokuma, rompendo le sue obiezioni.

Leland rimase in silenzio, riflettendo.

-Ma se non è morta per la ferita, come è morta?- provò a chiedere Winona, prendendo febbrilmente appunti. Da un lato Misaki avrebbe preferito che non lo facesse. Dall’altro era comodo avere qualcuno che teneva conto di tutto quello che stava succedendo. Sarebbe potuto risultare utile per eventuali incoerenze.

-Potrebbe essere stata avvelenata da qualcuno prima di rinchiudersi dentro. Forse con un veleno a lento rilascio- osservò Naomi parlando per la prima volta, in tono indifferente. Misaki fu molto sorpresa. Si aspettava che sarebbe rimasta zitta tutto il tempo, e poi che fosse dalla parte di Leland, nella fazioni di chi credeva al suicidio.

-Meh, ho controllato l’acqua che aveva, e  non c’era traccia di veleni- Pierce alzò le spalle, contraddicendola.

-E ieri non ha preso nulla ad eccezione di ciò che si era preparata da sola. Era molto paranoica- gli diede man forte Ogden, in tono mite.

Naomi non obiettò.

Era un punto di stallo.

Misaki cercò di pensare alla situazione da un altro punto di vista. Non doveva cercare di trovare l’arma del delitto, doveva solo dimostrare che non potesse essere il colpo di pistola.

Mentre rifletteva, Nowell riprese la parola.

-Tralasciando per il momento l’arma del delitto, ci sono moltissime faccende che non quadrano nella scena del crimine. Janine non girava mai senza tre cose: la chiave del cassetto, i bastoncini di cioccolato e l’e-Handbook. Tutte e tre cose che non aveva con sé al ritrovamento del corpo- cercò di far notare -Passi per la chiave che era nel cassetto e i bastoncini che potrebbe aver buttato: dove è finito il suo e-Handbook. Sicuramente l’ha preso l’assassino per non farci entrare in camera sua, visto che…- ma la deposizione convincente di Nowell venne interrotta da Midge, che alzò timidamente la mano.

-Ehm… Nowell… potrei averlo trovato io- ammise, in un sussurro.

Tutti si girarono verso l’orafa, che si ritirò nella sedia e tirò fuori un e-Handbook.

-Dove l’hai trovato?- chiese Winona, curiosa e pronta a prendere ulteriori appunti.

-Era in sala da ballo, a terra accanto al divano. Non sapevo di chi fosse. Non l’ho guardato per evitare di trasgredire alle regole, pensavo di chiedere dopo se qualcuno l’avesse perso. Non sapevo che quello di Janine non si trovasse- si spiegò Midge, il tono diventava via via più acuto mano a mano che parlava.

Nowell lanciò un’occhiata a Misaki, che ricambiò. Aveva controllato, non c’era prima. Probabilmente il killer l’aveva messo lì poco prima del processo per approvare l’ipotesi del suicidio.

-Beh… ok, forse l’e-Handbook le era caduto, ma ci sono altre cose strane nella scena del crimine: al suo quaderno mancavano dei fogli, e io e Misaki abbiamo trovato un messaggio minatorio in camera sua- Nowell tirò fuori il foglio con i ritagli di giornale “Stanotte verrai uccisa”.

-Come siete entrati in camera sua. C’è la regola che vieta di scassinare porte- osservò Ogden, sorpreso.

-Le porte chiuse dal preside, non dagli alunni- spiegò Nowell, come fosse cosa da nulla.

Monokuma ridacchiò.

-Scaltro il ragazzino- 

Nowell alzò gli occhi al cielo.

-Il biglietto spiega tutto. Qualcuno l’ha minacciata ed è riuscito ad ucciderla. Per questo era più paranoica del solito. Deve essere caduta dritta nella trappola di chiunque fosse il mandante- concluse la deposizione Nowell.

-Ma come hai detto tu, era più paranoica del solito, e ritorniamo al punto di prima. Qual è l’arma del delitto, se non si è trattato di un suicidio?- insistette Leland.

Misaki però era preparata per rispondere.

-Prima di definire l’arma del delitto, vorrei capire perché siete così convinti che sia un suicidio- chiese a Leland, con uno sguardo innocente.

-Aveva una pistola in mano, sangue a terra ed era chiusa dentro- rispose Leland ovvio.

-Perché il palmo sinistro è sporco di sangue?- chiese allora Misaki.

-Come?- 

-Il palmo sinistro è sporco di sangue. Era lungo il corpo, lontano dagli schizzi di sangue, eppure era sporco come se avesse messo la mano dritta dentro. Come è possibile se è morta sul colpo?- Misaki condivise la sua idea.

-Inoltre Monokuma afferma che sangue è uscito dagli occhi e dalla bocca, che era sporca di sangue secco. Può aver ingerito qualcosa che le ha provocato sangue alla bocca e agli occhi. Questo spiegherebbe anche la macchia trovata sul divano, che non avrebbe motivo di essere lì in un caso di suicidio-

-Potrebbe essersi ferita per sbaglio prima- provò a suggerire Leland, anche se iniziava a non sembrare molto convinto.

-Il monokuma file non riporta altre ferite- fece notare Misaki, zittendo Leland.

-Epistassi?- provò a suggerire Chap, riflettendo.

-Il sangue è uscito dalla bocca e dagli occhi, non dal naso, e non sono cose che accadono per casi naturali- intervenne Nowell.

-Perdonate, potrei avere la vostra attenzione un momento?- Alan interruppe agitato la discussione. In mano aveva l’e-Handbook di Janine, che aveva preso da Midge, accanto a lui, e acceso.

Tutti si voltarono verso di lui.

-Qui c’è scritto Irina Ivanova, Ultimate Secret Agent- spiegò, mostrando l’e-Handbook a tutti.

Ci furono alcuni secondi di puro silenzio, poi fu Nowell a prendere la parola, dopo un profondo sospiro.

-Era il suo vero nome, e il suo vero talento. Lo sapevo solo io. È anche il motivo per cui aveva una pistola- ammise.

Tutti lo guardarono sconvolti.

-Tu sapevi davvero molte cose, sai- disse poi Sophie, guardandolo con sospetto.

Misaki sgranò gli occhi.

Nowell roteò gli occhi, seccato ma non ferito dalle accuse.

-Se fossi il suo assassino non cercherei così fervidamente di scoprire il colpevole e sarei dalla parte del suicidio- cercò di scagionarsi.

-O potresti essere così deciso proprio per non sembrare colpevole!- ribatté Sophie.

-Va bene, credetemi il killer, mi va bene purché vi decidete che non è un suicidio e possiamo passare alle altre prove- tagliò corto Nowell.

-Inoltre vorrei far notare che essendo un agente segreto è impossibile che si sia trovata in una situazione talmente disperata da uccidersi. Aveva il sangue freddo e parecchia determinazione- aggiunse poi, incrociando le braccia.

-Magari si era rotta di essere quella con il sangue freddo e la determinazione- provò a suggerire Leland.

Nowell sembrava in procinto di gettarsi contro di lui.

-Tornando all’ipotesi di omicidio…-cercò di cambiare argomento Misaki, prima che qualcuno si facesse male.

-Le prove che hai presentato finora sono circostanziali. Poteva anche soffrire di sanguinamento, o forse si è morsa il labbro. O il sangue da occhi e bocca è uscito dopo lo sparo. Non prova nulla- tagliò corto Leland.

-Ma il palmo sinistro…- ripeté Brett, che non sembrava avere molte nuove idee ma sosteneva appieno quelle di Misaki e Nowell.

-Un momento… ma certo!- Nowell si tirò una pacca sulla testa.

Di nuovo monopolizzò l’attenzione degli studenti.

-Lei non può essersi sparata- disse con sicurezza -Perché era mancina

Misaki non ci aveva mai fatto caso, ma Nowell non aveva tutti i torti, scriveva con la sinistra e quando aveva visto la pistola era nel lato sinistro, pronta ad essere presa con quella mano.

Ma allo stesso tempo.

-Non è vero- obiettò Alan, scuotendo la testa -Ho preso nota durante i pasti della mano dominante di ognuno dei presenti per prendere nota di come apparecchiare per ciascuno, e ad eccezione del signor Dixon, della signorina Wright, della signorina Rossini e del signor Ellis 

sono tutti destrimani, compresa la signorina Edwards. Mangiava con la destra- affermò con sicurezza.

Le sue doti di osservazione da maggiordomo erano notevoli, non c’è dubbio.

-Era ambidestra, le attività semplici come mangiare le faceva con la destra, ma quando si trattava di attività che richiedevano la forza o che faceva di riflesso, come difendersi da un attacco o ballare o probabilmente anche puntare una pistola, usava la mano sinistra, la sua mano dominante- insistette Nowell.

Tutti iniziarono a rifletterci, e la maggior parte della sala concordò con Nowell.

-Chiedo perdono per l’interruzione. Ammetto le mie colpe- si ritirò il maggiordomo, con un cenno rispettoso del capo.

-Hai fatto bene a sollevare il punto, Alan- lo incoraggiò Misaki.

-Ok, forse non si è trattato di un suicidio, ma siamo comunque punto e accapo, qual è l’arma del delitto, e come ha fatto il killer a somministrargliela?- cercò di farli ragionare Leland.

-L’unico modo per uccidere qualcuno a distanza con assoluta certezza è con un veleno, non ci sono molte altre opzioni- osservò Misaki, alzando le spalle.

-Prima Robin Hood ha detto che Janine non girava mai senza e-Handbook, bastoncini di cioccolato e la chiave del cassetto- osservò Winona, rileggendo gli appunti. 

-Ma che non ha trovato i bastoncini di cioccolato nel corpo. Forse erano avvelenati e il killer si è sbarazzato delle prove- concluse Sophie per lei, capendo il suo ragionamento.

-C’era un pacco di bastoncini di cioccolato in più nel cestino, stamattina. È probabile che fossero l’arma del delitto- riferì Nowell. Misaki annuì per confermare, dato che era con lui quando li aveva visti.

-Ma come ha potuto scambiare i pacchi senza che lei se ne accorgesse? Se era un’agente segreto aveva riflessi molto allenati, se ne sarebbe sicuramente accorta- obiettò Kismet, poco convinta.

-Può averlo fatto in un momento in cui li mangiava. Sicuramente ieri sera, dato che ne finiva un pacco ogni poche ore. Perciò il luogo migliore era al party- suggerì Nowell, pensando agli eventi principali della festa.

-Un momento, ma se la vittima è stata avvelenata, la lista dei sospettati si restringe…- fece notare Sophie, eccitata -…alle persone che hanno preso composti chimici in questi giorni-

-Senza contare che la stessa vittima ha scritto degli elementi chimici nel suo blocco per appunti, sì- annuì Nowell, tirando fuori il blocco. Misaki prese il registro.

-L’assassino non può essere così sciocco. Avrà sicuramente cancellato il suo nome dalla lista. O forse ha scassinato il cassetto e ha preso quello che gli serviva- provò ad osservare Ogden, lanciando un’occhiata sospettosa a Nowell.

-Non credo. Sono piuttosto certo che l’assassino non avesse capito che il cassetto si potesse scassinare, e che non sia riuscito a nascondere le prove proprio grazie a Janine, che aveva chiuso il cassetto con la chiave dentro e l’aveva sistemato in modo che sembrasse chiuso- osservò Nowell, sicuro di sé.

-Come fai a dirlo?- chiese Winona, interessata.

-Credo che Janine abbia capito che qualcuno l’avesse avvelenata, e stesse cercando una soluzione- rispose Nowell.

-Come fai a dirlo?- ripeté Winona, sempre più interessata.

-Il bar era sottosopra, segno che stava sicuramente cercando di crearsi un antidoto, quindi ha avuto il tempo di sistemare tutto quanto- a questo punto intervenne Pierce, in tono indifferente -A proposito, che elementi chimici ha segnato?- chiese, sporgendosi verso Nowell. C’era solo Godwin tra di loro, perciò non fu difficile, anche perché Godwin continuava a rasentare uno stato di coma vigile.

As,C,O,P,S,Mg”. As, C e O sono cerchiati- illustrò Nowell, mostrandogli il foglio.

-Arsenico, Carbonio, Ossigeno, Fosforo, Zolfo e Magnesio. È una combinazione di elementi molto strana. Misaki, puoi darci i nomi delle persone che hanno preso qualcosa nel cassetto?- chiese Pierce a Misaki. Era strano quanto potesse sembrare indifferente a tutto e un attimo dopo estremamente professionale.

-Allora, Alan, Chap, Ogden, Pierce, Sophie e Midge. Ad eccezione di Chap e Sophie hanno tutti preso prodotti chimici- elencò Misaki, sentendo nuovamente la sensazione di familiarità. C’era qualcosa che le sfuggiva in quel registro. 

-Io so per certo di non aver preso questi elementi, o comunque niente di pericoloso. E poi so di non essere il killer quindi ok. Mi passi un attimo il registro?- Pierce chiese il registro a Misaki, che glielo passò. Poi la ragazza chiuse gli occhi, cercando di capire che collegamento ci potesse essere tra il registro e gli elementi chimici.

-Alan, hai qualcosa da dirci?- chiese Pierce, dopo aver osservato il registro per circa un minuto.

Il maggiordomo scattò sull’attenti.

-Cosa c’è?- chiese, cadendo dalle nuvole.

-Sei l’unico qui che ha preso qualcosa contenente arsenico. Che è cerchiato insieme al carbonio e all’ossigeno. L’hai uccisa tu?- chiese Pierce senza peli sulla lingua.

Sophie saltò sulla sedia.

-Il colpevole è il maggiordomo?! Sarebbe un meme!- esclamò, battendo le mani eccitata.

-Tralasciando che è uno stereotipo che non si rivela mai vero, signorina Wilkinson, non sono stato io ad uccidere la signorina Edwards. Non ho le competenze chimiche necessarie e con tutto il dovuto rispetto non credo che le avesse anche lei, non era nemmeno una vera botanica e dubito fortemente che potesse identificare cosa la stesse uccidendo- Alan mantenne la calma, ma i suoi occhi divennero due fessure.

-Mi sembra una buona difesa- Pierce alzò le spalle e lasciò perdere.

-A me no. Hai preso l’arsenico, Alan Smith, cosa ne hai fatto?!- chiese Nowell, sospettoso.

Questa associazione fece scattare qualcosa in Misaki, che aprì gli occhi di scatto ed esclamò uno strano -AS!- che fece girare tutti verso di lei, confusi.

Lei, che guardava tutti orgogliosa come se avesse rivelato l’assassino, rimase sorpresa che nessuno avesse capito cosa intendesse.

-AS, Alan Smith. C come Cheyenne, O come Ogden, P come Pierce, S come Sophie e Mg come MidGe- spiegò. Molti studenti si accesero con consapevolezza.

-Non stava scrivendo i prodotti chimici, ma i possibili colpevoli- ci arrivò Sophie, sorpresa di non averci pensato prima.

-Ovvero le persone che erano nel registro- aggiunse Naomi, pensierosa.

-E ha cerchiato tre nomi: Alan, Chap e Ogden. I nostri tre principali sospettati- concluse Misaki.

I tre citati impallidirono.

-Io non centro niente! Ho preso solo una rivista dal cassetto! Ed era per fare uno scherzo a Brett!- si affrettò ad escludersi Chap, bianca quanto Godwin e parecchio agitata.

Brett sobbalzò.

-Ma quindi eri tu! È lei l’assassina. È abbastanza crudele da uccidere l’amore della mia vita!- esclamò, diventando rosso.

-Ho solo ritagliato le immagini lasciando solo il testo! È colpa tua se sei un pervertito!- si difese Chap, in tono acuto.

-Anche io credo che Chap non c’entri, quindi credo che i sospetti ricadano su Ogden e Alan- Misaki indicò i due, che erano anche abbastanza vicini tra loro. Midge era l’unica che li separava, e si stringeva preoccupata facendo passare lo sguardo da uno all’altro abbastanza terrorizzata. Poveretta, era circondata.

-Io sostengo nuovamente la mia innocenza, e il fatto che non ho le competenze di creare un veleno- asserì Alan, in tono calmo. Il suo labbro inferiore tremava.

-Anche io sono innocente. Ho solo preso il necessario per pulire una macchia in camera mia. Sono un barman, mica un chimico- obiettò Ogden, incrociando le braccia offeso.

-Mixologo- lo corresse Nowell, guardandolo storto.

-Come?- chiese Ogden, piegando la testa, confuso.

-Sei un mixologo, non un barman, almeno ufficialmente. In qualità di mixologo potresti senza problemi aver creato un composto chimico letale- insistette il ladro -E mi chiedo perché menti in giro dicendo che sei un barman- 

-Hai rubato il mio e-Handbook?- Ogden si ritirò, indispettito.

-Ho dato un’occhiata- Nowell alzò le spalle.

-Beh, comunque è questione di semantica. Alla fine non cambia molto e la gente capisce meglio la parola barman, non mixologo- si giustificò Ogden, mantenendo la compostezza -Non so creare un veleno, e non vedo come avrei potuto crearne uno con quello che ho…-

-Beh, quello che hai preso fa un ottimo veleno. In realtà potrebbero essere entrambi, ma chi?- Pierce iniziò a guardarli, riflettendo.

-Non siamo a indovina chi! Non trattarli come se fossero oggetti! Sono persone. Permettiamo loro di difendersi!- a parlare, per la prima volta, fu Godwin, probabilmente sbloccatosi dopo aver notato quanto vicini fossero alla verità.

Misaki condivideva il suo pensiero, ma aveva dubbi sul fatto che una difesa avrebbe aiutato.

-Uno di loro mentirà, non serve a niente- Nowell scosse la testa. Godwin aveva le lacrime agli occhi. Guardò i due sospettati.

-No, non ci credo! Non credo che uno di noi sia un assassino!- si prese il volto tra le mani.

-Eppure ce ne sono cinque- sussurrò River. Nessuno lo sentì.

-Io non capisco il motivo per il quale siamo noi due sotto accusa. Solo perché la vittima ha cerchiato i nomi? Che ne poteva sapere? Avrebbe scritto il colpevole se l’avesse saputo. Stava solo facendo speculazioni- Ogden cercò di svincolare. MIsaki gli diede ragione. Dovevano trovare maggiori prove.

Ci pensò su. Cosa avevano in comune i tre nomi cerchiati. Di certo non era l’aver preso un elemento chimico, e niente di ciò che figurava nel registro. Ma qualcosa dovevano avere in comune.

-Janine era più sveglia di tutti noi, probabilmente aveva qualche idea. Anzi, forse aveva capito chi era il killer e l’aveva scritto insieme ai motivi, ma egli ha strappato le pagine del diario dove lo teneva- si infiammò Nowell, fulminando Ogden e Alan con lo sguardo.

Probabilmente Janine aveva un motivo, è vero. Ma Misaki non riusciva a capire perché avesse cerchiato proprio quei nomi.

Come prima, cercò di vedere la situazione da un altro punto di vista. Non doveva pensare a cosa i tre avessero in comune, ma capire cosa Janine poteva aver visto per mettere quei tre sulla stessa barca.

Qualcosa successo di recente, qualcosa che avrebbe permesso proprio a quei tre di starle abbastanza vicino da avvelenarla.

E la colpì.

-La lite- sussurrò, dando uno schiaffo vittorioso al banco dove era sistemata.

-La lite?- chiese Leland, accanto a lei, l’unico che sembrava averla sentita.

-Ha cerchiato quei tre nomi perché quelle tre persone sono le uniche che possono averle somministrato il veleno, probabilmente tramite i bastoncini di cioccolato- spiegò Misaki, rivolta a tutti.

-In che modo, Misaki?- chiese Ogden, accanto a lei, con uno sguardo di ghiaccio negli occhi verde acqua.

-Ieri sera Alan, Cheyenne e Ogden erano gli unici nomi del registro coinvolti nella lite alla quale ha partecipato Janine. Janine era talmente occupata a sistemare Cheyenne e Kismet che non si è minimamente resa conto dello scambio. Pensava che i bastoncini le fossero semplicemente caduti, invece una persona, Alan oppure Ogden, li ha sostituiti con quelli avvelenati. E Janine era talmente concentrata sul mantenere l’ordine che non ha pensato non fossero sicuri. E poi tutti sanno che i bastoncini sono la sua unica debolezza. Abbassa sempre la guardia con essi- Misaki spiegò la sua teoria, e la sala si zittì.

Cheyenne e Kismet erano pietrificate.

-È colpa mia… se non avessi attaccato Kismet magari l’assassino non avrebbe scambiato i bastoncini e sarebbe ancora viva- commentò Chap, in un sussurro.

-Già è tutta colpa tua- disse invece Kismet.

-Ehi! Anche tu hai partecipato!- si indignò la comica.

-Non è colpa vostra, ma del vero assassino. Che non abbiamo ancora individuato, chi è dei due?- le interruppe Leland, indicando i due sospettati, che iniziarono a parlarsi sopra per difendere la loro innocenza.

-Servirebbe un altro indizio, un indizio che escluda uno dei due- commentò Winona, rileggendosi gli appunti.

Misaki ci pensò. Era un omicidio ben organizzato, architettato in più punti. L’avvelenamento vero e proprio era solo uno dei tanti, poteva cercare di risalire al colpevole dagli altri.

-Certo che è stata una fortuna per l’assassino che Janine si sia chiusa dentro, rendendo tutto molto più simile al suicidio- commentava intanto Midge, quasi tra sé e sempre cercando di farsi piccola piccola.

-Non è esatto!- obiettò Misaki, mentre un indizio le veniva alla mente.

Midge si ritirò ulteriormente.

-Scusami! Sto zitta!- esclamò in tono acuto.

-No, non preoccuparti, ma non è stata una fortuna, per l’assassino. Lui ha programmato tutto, fin dall’inizio, con il biglietto minatorio- iniziò a spiegare. 

Nowell sembrò capire il suo ragionamento.

-Ha fatto passare il biglietto sotto la porta con uno stratagemma, per farle credere di essere entrato- continuò lui.

-Con un elastico che è rimasto dentro la stanza- gli diede man forte Misaki.

-Così Janine ha pensato di non essere al sicuro dentro la camera, e ha deciso di chiudersi in sala da ballo- 

-Dove ha trovato la morte che il killer aveva progettato fin dall’inizio- concluse Misaki.

-Tutto molto interessante, ma come ci aiuta questa informazione a capire chi è dei due?- chiese Leland, non molto contento dello scambio di complicità tra Misaki e Nowell.

-Il killer ha fatto un piccolo errore non da poco. Vuoi dirlo tu, amicona?- Nowell le fece un occhiolino, e Misaki prese la parola.

-Più che un errore è stata una mossa azzardata. Per mettere il biglietto dentro la camera, Janine non poteva essere dentro, e così ha cercato di tirarla fuori durante la notte. Poteva farlo di mattina, ma probabilmente pensava fosse meno preoccupante, o sicuro. E per farla uscire ha messo fuori uso il riscaldamento della sua stanza. Solo che non l’ha fatto solo con Janine, ma con altre persone, in modo da non creare sospetti, tra cui sé stesso, per avere una scusa- iniziò a spiegare Misaki.

Alan la osservava attento, Ogden, sebbene fosse accanto a lei, non la degnò di uno sguardo, e mantenne la testa bassa.

-La camera di Janine è accanto al controllo del riscaldamento, ciò avrebbe dato una scusa all’assassino, anche se non ne ha avuto bisogno, altrimenti Janine ce lo avrebbe già rivelato. È stato sciocco, però, perché quando la ragazza ha condotto un’indagine al riguardo, ha confessato di essere tra gli sfortunati con il riscaldamento danneggiato, e l’unico dei due che compare in entrambe le liste sei tu…- Misaki si voltò verso destra -…Ogden- annunciò infine.

Il barman rimase impassibile, ma un leggero tic all’occhio mostrò il suo stato di tensione.

Si girò verso Misaki e la squadrò.

-A dire il vero credo che sia molto più sospetto qualcuno che non ha confessato di avere il riscaldamento danneggiato, se, come sostieni tu, non è stato beccato. Chi può dimostrare che Alan non ha mentito?- chiese Ogden, indicando il maggiordomo.

Lui aprì la bocca per difendersi, ma venne anticipato da Godwin.

-Io! La mia stanza era gelida, così ho bussato a quella di Alan, che è proprio accanto. La sua stanza era normale, e siamo stati insieme il resto del tempo- il filantropo gli diede un alibi, e Ogden si irrigidì.

-Allora, Ogden, confessa il tuo crimine. Ormai sei con le spalle al muro- lo incoraggiò Nowell, con decisione.

Ogden sembrò riflettere parecchio, molto in difficoltà, poi sorrise, e si rivolse a tutti gli studenti.

-Va bene, lo confesso, ho avvelenato Janine con i bastoncini di cioccolato, le ho messo il biglietto eccetera eccetera, ma non l’ho uccisa io- affermò, con convinzione e un sorriso davvero inquietante.

-Come, scusa?- chiese Nowell, confuso.

-Mi hai sentito, non l’ho uccisa io. Perché è stata ritrovata con un colpo in testa, e non ci sono prove che sia stato io a farlo. Anzi, se devo dare un’opinione al riguardo, direi che Janine si è resa conto di stare per morire, ha capito che avrebbe sofferto e si è sparata in testa prima che il veleno facesse effetto, oppure non voleva che uno di noi si trasformasse in omicida, oppure voleva confonderci tutti e farci uccidere insieme, questo spiegherebbe il perché della mano diversa e dei falsi indizi. Una cosa è certa, non potete dimostrare che sia stato io a spararle. Quindi non avete prove contro di me- continuò a difendersi.

Midge era talmente lontana dal barman che ormai era quasi in braccio al maggiordomo.

Misaki era senza parole. Come poteva una persona che aveva appena provato ad uccidere qualcuno, probabilmente anche riuscendoci, essere così rilassato al riguardo?

Ma soprattutto come poteva essere Ogden quel qualcuno? L’Ogden paziente, paterno e gentile che non sembrava in grado di far male a una mosca.

-Janine non lo avrebbe mai fatto! Janine non avrebbe mai premuto il grilletto contro di sé- esclamò Nowell, sbattendo il pugno contro il banco.

-E tu che ne sai? Quanto la conoscevi? Quanto ci conosciamo tutti noi? Avresti mai detto che io avrei cercato di uccidere qualcuno? Penso di no, eppure progetto questo omicidio da quando Monokuma ha annunciato il motivo, e se quella finta botanica da quattro soldi non avesse fatto quel trucchetto con il cassetto avrei scambiato i registri e non sareste mai risaliti a me- Ogden era fuori di sé, ma manteneva un’apparenza rilassata e sicura di sé. Misaki sentì che era solo una facciata, e dentro era decisamente spaventato.

-Non mi interessa se non sei stato tu ad ucciderla, devi morire!- a sorpresa l’accusa non venne da Nowell, ma da Winona, che fissava il barman con disgusto.

-Si, si, uccidetemi pure dopo questo trial, ma non accusatemi perché non sono stato io, e finiremmo solo tutti uccisi- Ogden tagliò corto.

-Stai mentendo!- esclamò Nowell.

-Dimostralo- lo sfidò quindi Ogden -Dimostra che sono stato io a simulare il suicidio, vediamo un po’- 

Nowell era in difficoltà, Misaki decise di intervenire.

-Poniamo il caso che Janine sia morta a causa del veleno. Il mattino dopo tu potresti scendere, controllare che sia morta e simulare l’omicidio con la sua pistola. Sei stato il primo ad arrivare, avresti potuto benissimo farlo- cominciò Misaki, decisa.

-Confermo, è stato il primo, seguito da Godwin- le diede manforte Sophie. 

-Mettiamo il caso che quello fosse il mio piano, entro nella sala da ballo e vedo che Janine si è uccisa con un colpo alla testa. Sono scioccato, capisco di essere comunque nei guai e prendo i bastoncini di cioccolato che butto, per non essere accusato, poi vado in cucina e preparo la colazione- obiettò invece Ogden. In effetti era uno scenario plausibile.

-Mettiamo il caso invece che hai simulato l’omicidio, pensando che Janine fosse destrimane dato che l’avevi vista solo mangiare e bere e…- ma l’obiezione di Misaki venne nuovamente interrotta da Ogden.

-Hai sentito uno sparo, stamattina?- chiese, sollevando le mani.

Misaki si bloccò. Uno sparo? Come non poteva esserle venuto in mente. La pistola aveva sparato, ma nessuno aveva sentito niente.

-Forse la sala da ballo è insonorizzata- provò a proporre.

-No, non lo è. Fidati, mentre salivo per andare in camera sentivo tutto quanto- la tagliò Naomi, con il solito tono indifferente.

-Le camere sono insonorizzate, invece- continuò Ogden. -Quindi quando tutti siamo andati in camera lei ha commesso il grande passo- 

-Non è esatto!- obiettò Misaki, con uno scintillio orgoglioso negli occhi.

-Sophie era lì. Ha detto di essere scesa stanotte, avrebbe sentito uno sparo- indicò la ragazza, che annuì.

-Non ho sentito nulla, e ho un’ottimo udito e un’ottima memoria- si vantò.

-Aspetta, ma prima hai detto che Sophie è scesa dopo- obiettò all’improvviso Winona, rileggendo gli appunti -La morte è avvenuta tra mezzanotte e l’una, quando sei scesa, Sophie?- 

-Verso le tre di notte- rispose lei, pensierosa.

-Se è scesa dopo non può aver sentito lo sparo- Ogden si aggrappò all’informazione, in tono ovvio.

Misaki voleva obiettare, ma poi ebbe un’illuminazione.

-È esatto- ammise, annuendo.

Nowell le lanciò un’occhiata confusa.

-Certo che è esatto. Te l’ho detto che non sono stato io- Ogden si esibì in un sorrisino vittorioso, ma Misaki non aveva finito.

-Era già morta quando Sophie è scesa, ma Sophie l’ha vista. È stata la prima persona a vedere il cadavere

Sophie impallidì, e portò una mano alla bocca.

-Oh cielo, vuoi dire che quando l’ho vista accasciata sul divano e credevo dormisse…- iniziò.

-…era già morta- annuì Misaki. Ogden impallidì.

-Per questo quando io ho visto il cadavere c’è stato l’annuncio- aggiunse poi -Lo avevano già visto altre due persone: Sophie e Ogden- 

-Monokuma, l’assassino è compreso tra le tre persone che devono vedere il cadavere prima dell’annuncio?- chiese Naomi, curiosa.

-Solitamente no, ma in questo caso lo avrei incluso. Poi non dico di averlo fatto- affermò Monokuma, con un sorrisino malizioso.

-È finita. Confessa- Misaki lo incoraggiò, ma Ogden non voleva demordere.

Aveva i pugni chiusi e tremava di rabbia. Si aggrappava ad ogni possibile scappatoia.

-Forse ha visto male, può capitare, era notte- Ogden sollevò le spalle, cercando di apparire ovvio.

-I neon sono sempre accesi- gli ricordò Misaki -La visuale è abbastanza chiara-

-Dammi le prove che io fossi lì. Dammi una testimonianza di qualcuno che ha sentito uno sparo. Sentiamo, sono tutto orecchi!- iniziava man mano a perdere la compostezza. Midge ormai era quasi dietro ad Alan.

-Beh, il sangue era fresco, a terra, e… e…- ma Misaki non aveva molte altre idee.

-Noi abbiamo sentito lo sparo- venne in suo soccorso Nowell, riflettendo.

Dal suo tono, aveva questa informazione fin dall’inizio.

-Quando, scusa?- chiese Ogden, sorpreso. 

Misaki si chiese se bluffasse. Doveva agire di conseguenza?

-Eravamo insieme quando c’è stato, ricordi Misaki? Nella sala delle ragazze- Nowell lanciò un’occhiata pregna di significato alla ragazza, che capì, e sorrise.

-Le padelle- annuì.

-Scusate, ma padelle e pistole fanno suoni molto diversi- obiettò Brett, confuso.

-Il killer ha usato il suono delle padelle come distrazione per sparare. Ci siamo concentrati sulle padelle e non abbiamo pensato che potessero coprire qualcosa- spiegò Nowell, vittorioso.

Ogden ebbe un attimo di panico, poi tornò tranquillo.

-Ti sei fregato da solo, Nowell. Se ho urtato le padelle vuol dire che ero in cucina, quindi non ero quello che eventualmente premeva grilletto- obiettò.

Misaki non poteva controbattere. Era vero che le padelle erano più instabili e aveva trovato una scopa messa in modo strano, ma non erano prove.

Nowell era perso quanto lei.

Poi, una flebile voce risuonò nella sala.

-Non è vero- era Godwin, a testa bassa e con le lacrime agli occhi. Si rivolse direttamente a Ogden.

-Io ero in sala da pranzo. Avevo un fortissimo mal di testa e stavo pensando di tornare in camera. Quando ho sentito le padelle mi sono precipitato in cucina per controllare che stessi bene, ma non eri lì- alzò la testa verso il mixologo, scusandosi con lo sguardo per la testimonianza che stava dando.

-Ti ho cercato ma non c’eri, e quando sono tornato in sala da pranzo eri appena rientrato, con dei fogli in mano e mi hai detto che avevi controllato una ricetta su una rivista. Non era la verità. Stavi finendo di uccidere Janine- concluse Godwin in un sussurro.

Fu più convincente e d’impatto di tutto quello che Nowell e Misaki avevano detto fino a quel momento.

Ma Ogden non voleva darsi per vinto, anche se ormai la sua voce aveva un tono disperato e gli occhi passavano da una parte all’altra della stanza.

-No, non avete abbastanza prove! È tutto confuso! Chi volete convincere?!- ormai non aveva vere e proprie obiezioni, ma Misaki accolse la richiesta.

-Va bene, dirò cosa è successo esattamente- promise, chiudendo poi gli occhi e ricapitolando tutti gli indizi e le scoperte.

Chiuse gli occhi, liberò la mente, cercando di entrare in quella di Janine per capire come poteva essersi sentita e mossa nel periodo che nessuno, ad eccezione di Monokuma, aveva osservato.

Mormorò qualcosa in giapponese tra sé, e si isolò completamente per qualche secondo.

Quando aprì gli occhi, sembrava un’alta persona.

-Tutto è cominciato due notti fa…-cominciò.

 

Closing Argument

 

“L’assassino ha progettato l’omicidio da quando ha sentito il messaggio di Monokuma.

Per qualche motivo era disperato e sentiva il dovere di tornare a casa e recuperare i ricordi che aveva perso. 

Ma sapeva di dover progettare un omicidio impeccabile, perciò ha pianificato tutto nel dettaglio.

Ha chiesto a Janine un prodotto di pulizia dal cassetto segreto, e ha avvelenato i bastoncini di cioccolato che sapeva mangiasse sempre. Ha usato la sua abilità di mixologo per bilanciare il veleno in  modo da renderlo letale ma non riconoscibile. 

Una volta preparata l’arma del delitto, doveva capire quando somministrargliela. Era meglio farlo di notte, ma non poteva rischiare che si risalisse a lui, così ha progettato di rinchiudere la vittima in un luogo isolato dal quale nessuno, neanche l’ultimate thief, sarebbe potuto entrare, in modo da isolare la vittima e far pensare al suicidio.

Non sapeva che le serrature chiuse dagli studenti potevano essere scassinate, perciò non poteva permettere che Janine restasse chiusa in camera sua, o non sarebbe riuscito ad armeggiare con il corpo in modo da far pensare al suicidio. Un veleno, infatti, sarebbe risultato troppo sospetto.

Perciò ha elaborato un piano per far passare a Janine un’intera notte da sola.

Ha armeggiato con i condotti di riscaldamento di alcune camere, tra cui la propria, per attirare Janine fuori dalla sua stanza e permettergli di infilare con un elastico un biglietto minatorio. Ha usato l’elastico per dare l’impressione di essere entrato nella camera.

Mossa azzardata, ma Janine, insieme a Nowell, sapeva che camera sua poteva essere scassinata, perciò, nella sua natura paranoica, ha pensato che qualcun altro potesse averlo capito, e, così come il killer aveva pianificato, ha cercato una sistemazione isolata per la notte.

Ogden ha poi approfittato della festa che avevo organizzato per trovare l’occasione di scambiare le scatole di bastoncini di cioccolato, e l’occasione perfetta è capitata durante il litigio tra Kismet e Cheyenne. 

Nella colluttazione, Janine non si è resa conto che l’assassino le aveva rubato la scatola e ne aveva fatta cadere un’altra a terra, e nella distrazione ha preso i bastoncini avvelenati.

Dopo la festa, Janine è rimasta in sala da ballo, mentre l’assassino si è prima creato un alibi nel gruppo dei ragazzi, e poi è andato a dormire, pronto a svegliarsi per primo e approfittare del suo turno di cucinare per contraffare la scena del crimine in modo che sembrasse un omicidio. 

Non so se sapesse della pistola, ma è probabile che l’abbia vista mentre scambiava le due scatole. In ogni caso sapeva di dover fare in fretta e di dover impedire che qualcuno potesse accorgersi della sua assenza dalla cucina, quindi ha approfittato di essere l’incaricato barman della serata per dare ad Alan un intruglio sonnifero per farlo svegliare più tardi, dato che il maggiordomo è sempre il primo a scendere e aiuta in cucina.

Ma torniamo alla notte precedente.

Janine è rimasta chiusa, nella sala da ballo, e ha iniziato ad indagare.

A un certo punto, probabilmente dopo aver finito la scatola di bastoncini di cioccolato, ha iniziato a sentirsi male. Tossendo nella mano sinistra, si è accorta di perdere sangue, ed è probabile che abbia iniziato a capire che qualcuno l’avesse avvelenata.

Per prima cosa è andata al bar, cercando in qualche modo un antidoto, ma senza successo. Gli occhi erano offuscati dalle lacrime e dal sangue, e l’oscurità della sera non aiutava di certo.

Poi deve aver capito che fosse meglio andare in cucina. Di notte si chiudono le porte che danno verso la sala da pranzo e la sala da ballo, ma le due sono collegate, e non sono chiuse tra di loro, perciò Janine ha raggiunto la cucina senza problemi. Ha poi aperto il registro e segnato i nomi e ciò che avevano preso. Ha inoltre chiuso il cassetto con la chiave dentro, in modo che sembrasse chiuso e che il killer avesse maggiori difficoltà ad aprirlo. O credesse di averle.

È molto probabile che abbia scritto le sue teorie nel quaderno, ma poi avrà capito che non era sicuro, e ha lasciato un indizio molto meno comprensibile e quindi difficile da togliere in basso alla fine del quaderno, e il killer non lo ha notato o non ha fatto in tempo a strapparlo.

Con le sue ultime forze ha cercato in tutti i modi di aiutarci a scoprire il suo assassino, e poi si è accasciata sul divano, incapace di continuare a muoversi. Ha sporcato vagamente il divano, ed è rimasta lì. Ora della morte, tra mezzanotte e l’una. 

Verso le tre di notte Sophie, insonne, è scesa a prendere una rivista e si è accampata nella hall. Ha visto dalla porta a vetri l’immagine di Janine, morta sul divano, ma pensando fosse solo addormentata non si è preoccupata.

Altro salto temporale. Alle sette del mattino Monokuma da il suo annuncio. Mentre tutti si svegliano e iniziano a prepararsi, Ogden è il primo a scendere, in fretta. Ha i minuti contati. Passa davanti a Sophie e si spaventa nel notare che è già lì. Essendo tranquilla non si preoccupa, e procede per la sua strada.

Forse è andato prima a controllare Janine, forse ha progettato la caduta delle padelle a distanza tramite una scopa. 

Sicuramente ha controllato il corpo, ha strappato le pagine incriminanti, ha ripreso la scatola con i bastoncini vuota ma con tracce di veleno e ha rubato l’e-Handbook per non permettere a nessuno di entrare in camera di Janine e trovare il biglietto minatorio. Lui è la seconda persona che ha visionato il cadavere. Non è stato durante l’omicidio, quindi non vale come assassino, ma come persona esterna.

E poco dopo le 7.15 la sua trappola è scattata, e ha approfittato del rumore delle padelle per darsi un alibi e sparare, in modo da coprire l’omicidio con una falsa pista. Ed è stato un grosso errore. Avrebbe potuto usare un’altra arma e non rischiare che la sua assenza si notasse subito, ma ha voluto essere il più realistico possibile, e non aveva calcolato la presenza di Godwin.

Lui è il più puntuale, e quando è tornato in mensa lo ha visto uscire dalla cucina.

Ha inventato una scusa al volo per giustificare i fogli che aveva in mano, ed è corso in cucina per cercare di salvare il suo alibi approfittando che Godwin non stesse bene. È probabile che volesse scambiare i registri del cassetto per sicurezza, ma non avendo la chiave e non sapendo che le serrature non potessero essere scassinate, ha pensato che non sarebbe stato possibile visionarlo. Inoltre non aveva tempo di riflettere sulla cosa, perché poco dopo è arrivato Alan, e non ha potuto fare altro che aspettare che qualcuno trovasse Janine.

Per finire, poco prima che Monokuma annunciasse che il periodo di investigazione era finito, ha lasciato l’e-Hanbook di Janine in sala da ballo in modo che qualcuno lo trovasse e confermasse l’ipotesi dell’omicidio.

Ogden Gutierrez.

Sei tu l’assassino!”

 

(cliccate sull’immagine)

 

Misaki indicò con forza il barman, che digrignava i denti e respirava a fatica, cercando una soluzione.

Tutti lo fissavano, tutti credevano alle parole di Misaki.

E sotto quegli sguardi accusatori, alcuni disgustati, altri delusi, altri ancora terrorizzati, alla fine crollò.

Si strinse son forza il bracciale che aveva sul polso destro, abbassò la testa e con le lacrime agli occhi sussurrò -Per favore, non fatemelo ammettere- in una supplica disperata.

Misaki sospirò. Chiuse nuovamente gli occhi e sussurrò qualche parola in giapponese.

-Monokuma, siamo pronti a votare- disse poi all’orso, dopo essersi calmata.

Lui batté le mani contento e azionò la votazione.

Misaki era accanto a Ogden, e lo vide tremare visibilmente. Stringeva il bracciale sempre più forte. Non votò.

Misaki vide però il resto dei ragazzi farlo, e lo fece a sua volta.

Avrebbe voluto astenersi, ma non voleva che lo facessero in troppi rendendo il voto nullo.

-E lo sfortunato nominato è…. rullo di tamburi…- dagli altoparlanti della sala si sentirono davvero dei tamburi -…Ogden Gutierrez, che si rivela anche l’assassino. Complimenti, manipolo di teste d’uovo. Avete scoperto il non ovvio assassino. Siete davvero l’élite dell’élite… americana. E ora, è il momento dell’esecuzione- lanciò un’occhiata a Ogden, che impallidì, ritirandosi impercettibilmente.

-Ti prego! Non posso morire adesso!- esclamò, anche se era ormai troppo tardi.

-Aspetta, Monokuma!- cercò di salvarlo Godwin.

-Cosa c’è? Io sono ansioso di finire la giornata! Ormai si è fatto pomeriggio con tutto il vostro battibeccare e le indagini- sbuffò Monokuma, per quanto gli orsi possano sbuffare.

-Ti prego, Ogden, dicci perché l’hai fatto- Godwin cercò di prendere tempo e redimere in qualche modo l’uomo che si sentiva in colpa di aver fatto condannare.

Ogden lasciò cadere qualche lacrima. Rigirò nel polso il bracciale che aveva stretto tutto il tempo.

-Mio fratello- ammise, in lacrime, iniziando a singhiozzare.

-Tuo fratello?- ripeté Nowell, incredulo.

-È malato. Ha un cancro terminale. Dovevo tornare da lui. Dovevo sapere se in questi anni sono riuscito a curarlo, e non… lui ha bisogno di me. Sono venuto alla Hope’s Peak Academy solo per lui, per trovare qualcuno che potesse darmi una cura. Non posso morire senza saperlo. Ti prego, Monokuma. Ho ucciso qualcuno, ho fatto partire il gioco. Fammelo sapere. Prima di uccidermi dimmi cosa è successo a mio fratello!- si rivolse all’orso, proprio dietro di lui.

-Credo che troverò più divertente farti morire nella disperazione di non sapere se è vivo o morto- Monokuma fece un sorriso crudele.

Misaki sentì lo stomaco contrarsi. Come si poteva essere così crudeli?! 

-Cosa ti costa dirglielo?!- cercò di convincerlo, ma l’orso era irremovibile.

-Ed ora, è il momento della punizione!- esclamò, eccitato.

-Aspetta!- provarono a dire Misaki, Godwin e qualcun altro che si era commosso alla sua storia tra cui Midge, che era tornata accanto a Ogden e gli stava dando delle pacche sulla spalla.

-Basta tirarsi indietro. Ho fame e non ho più niente da dire!- Monokuma tirò fuori gli artigli.

Ogden provò a scappare, ma una specie di collare di metallo attaccato a un braccio meccanico lo afferrò per il collo, fermandolo sul posto. 

-No! Ti prego! Non voglio morire!- supplicò Ogden, cercando di liberarsi, ma non ebbe successo, e il braccio lo trascinò nella stanza accanto.

-Potevi pensarci prima- commentò tra i denti Nowell. Misaki gli lanciò un’occhiata delusa prima di correre, insieme a tutti gli altri, nella stanza accanto, dove Monokuma aveva allestito una sala delle torture tra le quali spiccava un enorme shaker per cocktail trasparente dove una persona ci sarebbe potuta stare comodamente. 

Misaki impallidì. 

 

Execution: Can I offer you a Drink?

 

Il braccio di metallo trasportò Ogden dentro lo shaker trasparente e lo immobilizzò dentro. Poi Monokuma comparve sotto di esso, vestito da barista, e dopo un suo ordine, lo shaker si animò, iniziando a fare su e giù in modo sempre più veloce. Misaki vide chiaramente il collo di Ogden spezzarsi, così come in seguito tutte le sue ossa. Lo shaker si tinse subito di rosa.

Misaki era a bocca aperta, disgustata ma allo stesso tempo incapace di distogliere lo sguardo. Era la situazione di molti di loro. Era come quando si assiste a un incidente. Si vorrebbe distogliere lo sguardo, ma una forza masochista e irresistibile ti spinge a continuare a fissare quello che sta succedendo.

Solo che in quel momento non c’era un incidente, ma un vero e proprio omicidio a sangue freddo, e sebbene ci fossero alcuni studenti che sembravano voler intervenire, erano tutti troppo sconvolti per agire. E chi sembrava calmo, come Nowell, Pierce e Winona, non sembrava averne la minima intenzione.

Quando lo shaker smise di muoversi, era quasi del tutto coperto di sangue, ma si poteva vedere il corpo ormai senza vita del mixologo, in fondo ad esso.

Monokuma però non sembrava aver finito, perché attivò nuovamente la macchina con un sorriso sadico che non solo continuò a shakerare, ma aggiunse la funzione di frullatore.

Il sangue era ormai ovunque, e un po’ iniziò a schizzare sugli studenti.

Alla fine di tutto, lo shaker aveva un liquido rosa leggermente denso. 

Monokuma ne versò un po’ in un bicchiere da cocktail, ci mise un ombrellino e bevve rilassato.

-Volete favorire? Un ottimo Ogden Drink!- propose con un ghigno agli studenti.

Misaki si sentiva in procinto di vomitare. L’odore del sangue era nauseabondo, ma si impose di restare calma.

Nessuno rispose a Monokuma, che alzò le spalle.

-Non sapete che vi perdete- commentò -Potete andare. Ci risentiamo all’orario notturno- li congedò poi, continuando a godersi il drink.

I ragazzi non se lo fecero ripetere due volte.

 

Quella sera, nessuno si presentò a cena. Ognuno prese qualcosa dalla dispensa, a orari diversi, e mangiarono nelle proprie camere o in qualche altro posto solitario.

Misaki era l’unica in mensa, ma non riusciva a mangiare. Aveva lo stomaco completamente bloccato, sebbene non mangiasse qualcosa dalla colazione.

Cercava di cancellare la terribile immagine dell’esecuzione dalla mente, ma quando provava a distrarsi le tornava in mente quella del corpo senza vita di Janine. Era tutto troppo orribile. 

-Signorina Ikeda, posso prepararti qualcosa- propose il maggiordomo, avvicinandola con sguardo dispiaciuto.

Misaki scosse la testa.

Alan fece per andarsene, ma poi la friendship maker lo fermò.

-Alan, scusa se prima ti abbiamo accusato- disse, dispiaciuta.

Alan le sorrise, e annuì.

-Tranquilla, signorina Ikeda. Capisco che alcuni indizi portassero a me. Alla fine abbiamo scoperto la verità, ed è ciò che conta- cercò di rassicurarla. Non sembrava tipo che portava rancore.

-Per curiosità, a cosa è servito l’arsenico?- chiese poi Misaki, per fare conversazione.

-Era un disinfestante. C’era un’infestazione di insetti nell’appartamento del signor Clark. Lo stavo per dire ma venivo costantemente interrotto. Speravo che lui mi difendesse. …Beh, sbagliavo, dato che è rimasto in silenzio tutto il tempo- Alan abbassò la testa.

-River è un tipo silenzioso. Secondo me sarebbe intervenuto se non avessimo scoperto per primi il vero assassino- Misaki cercò di essere ottimista. Alan annuì.

-Se vuoi scusarmi, signorina Ikeda, penso che ora andrò a preparare una camomilla. Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure- si mise a disposizione, con un cenno rispettoso del capo, prima di tornare in cucina.

Misaki decise di tornare in camera e provare a dormire, anche se era ben lontana dall’orario notturno.

Era stata una lunga e pesante giornata, e ora che il killing game era ufficialmente iniziato, sarebbe stato molto difficile risollevare gli animi ed evitare che le persone dubitassero l’un l’altro. Sperava quasi di svegliarsi e rendersi conto che era stato tutto un terribile e spaventoso incubo.

Ma sapeva che non poteva essere così facile.

 


(A.A.)

Non ci credo di aver finito di pubblicare il primo chapter. Sono così felice!!

Parlando del capitolo, spero che lo stile botta e risposta con le frasi in grassetto sia stato di vostro gradimento. Mi sono impegnata davvero molto per questo omicidio e mi auguro sia stato all’altezza delle aspettative, e non troppo confuso. Chi si aspettava Ogden alzi la mano, o me lo faccia sapere. 

Ora, prima di annunciare il periodo di hype, volevo ringraziare tutti quelli che hanno letto la storia fino a questo momento. Mi aspettavo meno gente e spero che continuerete a seguire la storia nonostante la breve pausa che ci sarà prima del prossimo capitolo.

Volevo anche ringraziare la persona che ha risposto allo scorso sondaggio impiegandoci due ore e mezza per fare una jojo’s reference perché sebbene non segua l’anime sono scoppiata a ridere comunque. 

E a proposito di sondaggi, metto quello per i freetime della settimana prossima: Con chi vuoi passare il freetime?
Link anche al test: Che personaggio di Danganronpa: Offsite sei?

Credo sia tutto. Spero che il capitolo vi piaccia e non voglio mettervi aspettative ma se la storia vi interessa un feedback potrebbe sicuramente darmi più ispirazione per continuare il prima possibile. Ma non sentitevi obbligati, tanto la storia continuerà comunque. Ci sono troppo attaccata. Probabilmente riprenderà a ottobre

Un bacione gigante e alla prossima :-*

Ritorna all'indice


Capitolo 6
*** Chapter 2: Memories, sins and children games Hotel Life 1 ***


Chapter 2: Memories, sins and children’s games

Hotel Life

 

Il mattino dopo, quando Misaki si avviò a colazione, l’ambiente era quello di un funerale.

Era il turno di Nowell di cucinare, ed era quello che ne aveva meno voglia, probabilmente. Colazione salata mezza bruciata e mezza cruda, e non aveva preparato caffè. Probabilmente era ancora risentito nei confronti di Ogden, e la bevanda glielo ricordava troppo.

Misaki però sentiva la necessità di un caffè, dato che non aveva chiuso occhio la scorsa notte.

Si sedette accanto a Midge, che aveva gli occhi rossi e i lucciconi.

-Come va?- chiese, pur sapendo che la domanda era stupida.

-Era uno dei più cari che avevo qui dentro? Come ha potuto fare una cosa così orribile?!- esclamò per tutta risposta la ragazza, soffiandosi il naso e ricominciando a piangere a singhiozzi. Era vero che Ogden aveva legato un po’ con tutti, in quei pochi giorni, soprattutto con i più isolati come Midge, Brett e Pierce.

Questi ultimi però non sembravano molto scossi dalla sua morte. Pierce era proprio indifferente, mentre Brett si disperava peggio di Midge, ma solo riguardo a Janine.

Misaki poteva immaginare il disgusto che avrebbe provato Janine a sentirlo. Si rabbuiò pensando a lei.

-Perché era un debole. Ecco perché l’ha fatto- rispose con irruenza Nowell, posando con forza il piatto della colazione di Misaki davanti a lei e rischiando di far saltare le uova strapazzate dritte sulla sua faccia.

Per tutta risposta, Midge pianse più forte.

-Nowell, capisco che Ogden abbia sbagliato, ma era disperato!- cercò di obiettare Misaki, rassicurando l’amica con qualche pacca sulla spalla.

-No, non lo giustifica. Io ho sei fratelli dai quali voglio tornare, sei fratelli che dipendono da me, ma non ucciderei mai nessuno per tornare da loro, nonostante Trevor abbia solo due anni. E poi…- Nowell abbassò lo sguardo verso il piatto di uova e bacon che aveva appena posato, e il tono furioso si addolcì, diventando malinconico.

-Oggi avrebbe mangiato con tutti noi. Me lo aveva promesso. Si fidava di quello che le avrei cucinato… e invece…- Nowell sospirò, distolse lo sguardo e tornò in cucina.

Misaki sentì il cuore sprofondare. Sarebbe stato difficile riprendersi in fretta da quello che era successo, e la paura continuava a serpeggiare tra gli animi.

Se era accaduto una volta, nulla poteva evitare che accadesse di nuovo.

E fare un’altra festa o evento per risollevare gli animi sarebbe stato fuori luogo e preoccupante, dato che la festa era stata il teatro del primo omicidio, sebbene indiretto e a scoppio ritardato.

Misaki si sentiva quasi in colpa per averlo proposto. Alla fine era stata una complice involontaria. Non voleva neanche pensarci.

Sospirò e iniziò a mangiare, cercando di fare conversazione con Midge che non sembrava riuscire a smettere di piangere.

Mano a mano la sala cominciò a riempirsi di gente, ma continuava a sembrare vuota.

Neanche Chap sembrava in vena di battute, e mangiava pallida la sua colazione, che sembrava in procinto di rimettere da un momento all’altro.

Era stato un duro colpo per lei, dato che non credeva minimamente che le minacce di morti reciproche fossero vere.

Alan arrivò leggermente in ritardo, e si affrettò a preparare il caffè che Nowell aveva tralasciato. Misaki non era mai stata così felice di bere la calda bevanda, e ringraziò Alan più del solito. Il maggiordomo apprezzò parecchio.

Quando arrivarono tutti, nessuno nella sala se ne accorse. Persino Naomi era arrivata, eppure nella sala si sentiva l’assenza dei due ragazzi che erano venuti a mancare il giorno prima.

Fu Monokuma a spezzare il silenzio e rendere partecipi gli studenti della cosa.

-Buongiorno ragazzi! Tutti presenti. C’è da dire che che gli omicidi sono utili per l’educazione. Siete tutti puntuali e tranquilli. Pensavo di lasciarvi qualche giorno prima del prossimo motivo ma potrei anche procedere stasera- commentò, malefico.

Seguì un coro spaventato che cercò in tutti i modi di fargli cambiare idea, e Monokuma ridacchiò.

-Vedo che non siete cambiati poi molto. Bene, sono venuto ad annunciarvi che poiché siete stati bravi a risolvere l’omicidio di Janine Edwards, o meglio, Irina Ivanov, ho aperto nuove aree che potete esplorare. Anche perché sennò il gioco diventerebbe noioso, non vi pare?- Monokuma si sfregò le mani, malevolmente divertito.

-Quale piano?- chiese Nowell, che era già emerso da un po’ dalla cucina ed era appoggiato al muro, con aria da duro.

-Secondo piano. Non tutte le porte. Vi lascio ad esplorarle. Buona giornata- Monokuma fece loro un occhiolino e un saluto prima di scomparire di nuovo.

-Rifacciamo gli stessi gruppi dell’altra volta?- propose Sophie, dopo che l’orso se ne fu andato.

-Al… al nostro gruppo manca un membro- le fece notare Midge, con il labbro tremante.

-In effetti ora non possiamo più mantenere i gruppi da tre- commentò Leland, pensieroso.

Non sembrava aver preso male il fatto di essere stato contraddetto costantemente durante il processo di classe, ed era uno dei più calmi nonostante tutto. Almeno esteriormente.

-Chi se ne importa- Nowell alzò le spalle, e parlò con voce chiara e diretta -Non siamo dei bambini, ed essere cauti non ha aiutato nessuno prima. Ormai ci conosciamo e possiamo anche non girare accompagnati. Perciò io esploro da solo- disse con sicurezza, tornando in cucina per sistemare prima di prepararsi ad esplorare.

Misaki avrebbe voluto accompagnarlo, dato che erano stati un’ottima squadra durante il processo, ma capì che probabilmente voleva restare solo per sopportare meglio il lutto. Non lo biasimò.

-Ci rivediamo comunque qui a ora di pranzo?- chiese Misaki verso il resto del gruppo, che annuì. Poi si voltò verso Midge, che la guardava con occhi da cucciolo.

-Ti va di andare insieme?- le chiese, incoraggiante. Lei annuì sorridendo quasi commossa. Aveva gli occhi rossi e non riusciva a trattenere le lacrime.

Non era proprio la compagna migliore per esplorare i dintorni, ma Misaki preferiva comunque stare con lei e cercare di rasserenarla.

-Potrei unirmi a voi?- si aggiunse Leland, in tono casuale, sistemandosi la sciarpa e senza guardarle.

-Certamente- acconsentì Misaki, forzando un sorriso. Non perché non volesse il critico nel gruppo, ma era davvero confusa che lui si fosse proposto.

Alla fine molti rimasero da soli: Brett, Kismet, Nowell, Pierce e Naomi. River, Alan e Godwin riformarono lo stesso gruppo su richiesta di quest’ultimo. Sophie, Chap e Winona si unirono in un gruppo al femminile.

Dopo aver finito con calma la colazione e aver messo in cucina i piatti, Misaki si avviò con il suo gruppo verso il nuovo piano, un po’ preoccupata di cosa avrebbe potuto trovare.

Il secondo piano era molto grande, e delle cinque porte che davano sul corridoio solo tre erano aperte. Una di quelle chiuse aveva il cartello di una biblioteca. Misaki si dispiacque un po’ che fosse ancora chiusa, e tra sé pensò che non vedeva l’ora che Monokuma la aprisse. Rendendosi conto che questo significava che qualcun altro sarebbe dovuto morire, si affrettò a cancellare quel pensiero dalla testa, e con Midge e Leland si avviò nella prima delle tre porte aperte, che aveva l’aspetto della porta di un ospedale con tanto di piccole finestre che davano dentro.

Effettivamente la sala si rivelò essere un’infermeria, come i ragazzi constatarono entrando, e come se fosse stato attirato per via di tutti i suoi acciacchi, trovarono dentro Godwin che sembrava già pronto per essere ricoverato.

Era infatti seduto su un lettino e leggeva alcuni fogli medici mentre River controllava i grandi strumenti e Alan si occupava di classificare i farmaci.

C’era anche Pierce, e guardava il luogo come fosse un negozio di giocattoli.

In effetti per essere solo un’infermeria era piuttosto ben equipaggiata. Probabilmente l’hotel rischiava di finire isolato, essendo in montagna, perciò si preparava ad ogni evenienza. Infatti, oltre a lettini e parecchi farmaci, bende e accessori ospedalieri, c’era anche una postazione professionale per le analisi chimiche, e apparecchi per misurare la pressione e fare radiografie.

Misaki non era esperta, ma poteva immaginare che fosse la manna per Pierce, soprattutto la postazione chimica.

-Se lo avessimo avuto con Janine, l’omicidio si sarebbe risolto in venti secondi- commento Pierce, accarezzando la postazione chimica come fosse un enorme cagnetto affettuoso.

Midge sembrava in procinto di scoppiare nuovamente a piangere, così Misaki si affrettò a cambiare argomento.

-Alan, trovato farmaci interessanti?- chiese al maggiordomo, che si scansò per farle vedere.

-Ci sono tantissimi antidolorifici, antibiotici e parecchi altri composti chimici. Credo che dovremo ampliare il cassetto con le sostanze da controllare. Ci sono anche dei sonniferi parecchio intensi, e anestetico. E medicine omeopatiche… un po’ di tutto insomma- spiegò, indicando i vari settori. I cassetti più vicini alla porta avevano i farmaci più leggeri, e mano a mano che ci si spingeva più in là nella stanza si saliva di pericolosità e potenza. O almeno da quello che Misaki poté osservare.

Avrebbe voluto chiedere un parere professionale a Pierce, ma lui era troppo intento ad abbracciare la postazione chimica, perciò decise di ignorarlo.

-Ohhh, ci sono anche delle vitamine a forma di animali- commentò, prendendone una e mostrandola a Midge.

-Awww, quella rosa è a forma di farfalla, adoro le farfalle- commentò l’orafa, calmandosi leggermente.

-Io adoro i conigli- si aggiunse Godwin, posando i fogli e avvicinandosi un po’ traballante.

Misaki si girò per controllare cosa stessero facendo gli altri. A parte Pierce che stava controllando tutte le funzionalità della stazione chimica, River osservava la macchina per fare radiografie con espressione corrucciata, mentre Leland controllava le finestre sbarrate.

Per la prima volta da quando lo conosceva (che lei ricordasse), Misaki lo vide giù di corda. Stava controllando la sala, ma i suoi occhi erano persi e pieni di paura.

Quindi, in fin dei conti, la morte di Janine aveva colpito anche lui.

Sospirò.

Si alzò e lo raggiunse, con la scusa di controllare a sua volta le finestre.

-Tutto bene?- chiese, cauta.

-Secondo la mappa ufficiale qui doveva esserci un’uscita di sicurezza, ma Monokuma ha pensato anche a quella. Peccato- commentò lui, ritornando composto e rilassato.

Misaki decise di non insistere.

-Ottima pensata. Mi ero dimenticata di quella uscita, e pensare che Janine me lo aveva detto un sacco di volte- lo complimentò.

Lui accennò un sorriso soddisfatto, poi lanciò a Misaki uno sguardo dolce.

-Beh, sappiamo tutti che sono un passo avanti agli altri- si vantò, tornando quello di sempre.

Misaki alzò gli occhi al cielo.

-Certo che lo sei- gli diede ragione ironica.

-Credo che qui abbiamo finito, possiamo tornare ad esplorare- fece cenno a Midge, che lasciò perdere le pastiglie vitaminiche per uscire con loro.

Godwin e Alan sembravano averla tranquillizzata parecchio.

La prossima stanza era proprio accanto all’infermeria, e già dalla porta si capiva che era una sala per i bambini. Probabilmente un baby club dove lasciarli quando i genitori andavano a fare qualche gita in montagna per conto loro o volevano le camere libere.

La mappa ufficiale, che Leland sapeva a memoria, diceva altrettanto.

Misaki però era preoccupata che Monokuma l’avesse trasformata in una sale delle torture o chissà che altro.

Quando entrarono, però, la sala era esattamente quello che si sarebbero aspettati.

All’interno c’era il gruppo di Chap. La suddetta guardava i titoli dei DVD accanto a una piccola televisione a forma di orso con sguardo irritato.

-Tutti cartoni animati su orsi. Monokuma ci sta prendendo in giro!- esclamò, lanciandoli in aria e beccando Leland dritto in testa.

-Attenta ciuffo d’ananas!- la richiamò lui, massaggiandosi il capo.

-Oh, scusa sciarpetta, non vi ho visto entrare- si scusò lei, con un sorrisino divertito.

Misaki ridacchiò e si guardò intorno. La sala era parecchio impolverata, decisamente più rispetto all’infermeria, ma era davvero colorata e metteva di buonumore.

Il lampadario era una striscia di metallo tenuta su da due sostegni in metallo rinforzati. Le cinque lampadine attaccate erano a forma di fiori.

Il pavimento era verde chiaro con tanti cerchi colorati di varie grandezze, c’erano tappeti pelosi, un sacco di giochi e un mini salottino con poltrone imbottite per guardare la televisione a tema.

In una di queste poltrone, abbastanza piccola per starci interamente e il volto pallido come se avesse appena visto un cadavere, stava Sophie, che fissava un punto vuoto davanti a lei e si era avvolta in una coperta colorata con immagini di orsetti di peluche.

Misaki le si avvicinò, preoccupata, lasciando Leland e Chap a discutere.

-Sophie, tutto bene?- chiese entrando nel suo campo visivo.

-Misaki, puoi uccidere qualcuno per me?- le chiese con naturalezza e voce sottile.

Misaki impallidì e indietreggiò inconsciamente, ritirandosi.

-Che cosa?- chiese, sorpresa da quella assurda richiesta.

-C’è una biblioteca, Misaki. UNA BIBLIOTECA!!- esclamò Sophie, prendendosi il volto tra le mani disperata.

Il sollievo avvolse Misaki, che riuscì a sorridere e imitare un’espressione comprensiva per compiacere la fangirl.

-Voglio leggere libri veri. I cinquantacinque che ho trovato in camera mia non mi bastano. E non sopporto più leggere solo riviste!- si lamentò Sophie. Misaki le fece pat pat sulla spalla per rassicurarla, poi rifletté sulle sue parole.

-Un momento, hai trovato cinquantacinque libri in camera tua?- chiese, sorpresa.

-Monokuma ha detto che erano lì quando ha preso possesso dell’hotel. Non sono l’unica. C’erano libri anche in camera di Chap, soprattutto libri di barzellette. Ma voglio una biblioteca vera!- Sophie continuò a lamentarsi, e Misaki decise di lasciarla a a disperarsi da sola. Midge prese il suo posto e tentò di rassicurare la fangirl.

Misaki invece si avvicinò a Winona, che analizzava la casa delle bambole, e sebbene fosse impassibile, Misaki la trovò piuttosto pallida.

-Trovato qualcosa di interessante?- chiese. La giornalista annuì vagamente, poi sobbalzò.

-Oh, Misaki, non vi ho sentiti entrare- sorrise in modo un po’ falso, e due secondi dopo abbandonò il sorriso, e si scansò per far vedere anche a Misaki cosa aveva attirato così tanto la sua attenzione.

Misaki impallidì a sua volta.

La casa delle bambole era una copia dell’hotel, del vero hotel a cinque stelle che figurava nella mappa, e le bambole messe al loro interno, erano loro sedici.

E non solo questo. La bambola di Janine era messa sdraiata nella sala da ballo, danneggiata e circondata da succo rosa, mentre quella di Ogden era smembrata e sistemata in un bicchiere fuori dalla casa.

Per il resto Misaki era vicino a Nowell e Leland in una camera che si trovava al posto del salottino delle ragazze. Midge era nella hall da sola. Naomi era in quella che secondo la mappa era la spa, per il momento chiusa. Brett nella sua camera. Godwin in infermeria insieme a Pierce. Kismet nella sala dei bimbi. Winona in sala da ballo accanto al corpo di Janine. Chap e Sophie erano insieme in biblioteca mentre Alan e River erano in cucina.

Misaki non capì cosa potesse significare, ma le bambole erano inquietanti e decisamente troppo simili a loro.

-Dieci piccoli indiani…- sussurrò, pensando al giallo di Agatha Christie. Non sapeva neanche come era riuscita a fare l’associazione, non avendolo mai letto, ma Winona annuì.

-Ci ho pensato anche io. Credo che dovremmo chiudere la casa delle bambole- suggerì, abbassando il tetto.

Misaki si trovò perfettamente d’accordo.

-Monokuma è davvero pazzo- commentò.

Prima che Winona potesse sigillare la casetta, però, Leland le raggiunse, e diede un’occhiata.

Misaki lo vide impallidire a sua volta, poi il suo sguardo si incupì. 

-Perché noi due siamo insieme a Nowell, nella stanza delle ragazze?- Misaki non capì se la sua preoccupazione fosse che erano insieme, erano con Nowell o la stanza delle ragazze, ma scosse la testa e rispose a tutte e tre le cose.

-Monokuma è davvero pazzo- ripeté, alzandosi in piedi e lasciando Leland a parlare con Winona.

Fece un po’ il giro della stanza e controllò i poster e le finestre, ma non c’era niente di utile, tranne molti orsetti teneri.

Poi si avvicinò a Kismet, che era nella stanza dall’inizio ma passava completamente inosservata, perché a differenza del solito non aveva fiatato e fissava completamente immobile il giocattolo di un cavallo bianco dalle macchie nere, con espressione assente e malinconica.

Misaki non nutriva molta simpatia per la cavallerizza, dato che se la prendeva con Godwin senza motivo, ma doveva ammettere che vedendola così le fece un po’ pena. 

Le si avvicinò e si mise in ginocchio accanto a lei. Dalla faccia di Kismet era piuttosto certa che non stesse così per un motivo stupido come una biblioteca chiusa.

-Va tutto bene?- chiese cauta.

-È uguale a Fate- rispose lei, continuando a fissare il cavallo, e senza effettivamente dare una risposta chiara.

Misaki provò a supporre.

-Fate è il tuo cavallo?- indagò.

-Il nostro nome ha lo stesso significato, sai? “Destino”- Kismet sorrise tra sé, poi scosse la testa e abbassò lo sguardo -Non è il mio cavallo. Era il mio cavallo. Prima che me la portassero via. Prima che i genitori di Godwin me la portassero via. Quegli odiosi Dixon- strinse i denti, rabbiosa.

Misaki pensò che fosse il momento di spezzare una lancia in favore di Godwin.

-Non è colpa sua, ma dei suoi genitori. Lui non ha nulla a che vedere con quello che ti è successo, e conoscendolo sono certa che ha provato a rimediare in qualche modo- suppose, anche se non aveva la minima idea di cosa Godwin avrebbe potuto fare per Kismet.

Lo sguardo della cavallerizza di indurì, e guardò Misaki con freddezza.

-Non è colpa mia che mi abbiano tolto il ranch e i cavalli. Era colpa dei miei genitori. Ma io ho pagato comunque, quindi pagherà anche lui- e con questa ultima affermazione, Kismet mise il cavallo giocattolo in tasca e uscì dalla sala dei bimbi.

Misaki sospirò, per niente sorpresa dalla fine della conversazione, e raggiunse Midge e Leland, che si erano riuniti e aspettavano lei.

-Nessun indizio utile, tranne le bambole demoniache- Leland incrociò le braccia.

-Bambole demoniache?!- esclamò Midge, impallidendo.

-Niente di che, non preoccuparti. Credo che possiamo visitare l’ultima stanza- tagliò corto Misaki, uscendo dalla sala bimbi e avviandosi verso l’ultima sala.

-Teoricamente questa porta dovrebbe condurci a un corridoio con due grandi camere di lusso- spiegò Leland, ma appena entrarono capirono che la stanza stavolta era cambiata, ed era diventata un enorme magazzino stipato di tantissimi oggetti.

-Buona fortuna a fare un cassetto segreto per evitare omicidi- commentò ironico Leland, lanciando un’occhiata a una serie di mazze di ferro e qualche peso che non aveva la minima ragione di essere lì.

Oltre a parecchi oggetti, però, sia pericolosi che completamente innocui, c’erano anche tre persone, e non sembrava stessero avendo una conversazione molto civile.

-Tu devi farti gli affari tuoi! E sei pazzo! E non faccio nulla di male!- a cercare di difendersi in tono acuto era Brett, e indicava un parecchio infastidito Nowell, che era a braccia incrociate e lo guardava con sguardo truce.

-Io non mi sto immischiando. Ho solo detto che i tuoi tentativi fallimentari di flirt mi stavano innervosendo mentre esploravo, e ti ho gentilmente chiesto di piantarla- rispose lui. Il suo tono tradiva un fremito irritato.

Naomi era accanto a Nowell, e faceva passare lo sguardo da lui a Brett piuttosto soddisfatta.

-Mi hai anche tirato un pugno però!- si indignò Brett, mostrando un livido che iniziava a formarsi sul braccio.

Misaki lanciò un’occhiata a Nowell, delusa, ed entrò nella conversazione.

-Che sta succedendo qui?- chiese, osservando i tre ragazzi.

Naomi abbandonò l’espressione soddisfatta e guardò Misaki risentita dal fatto che le stesse rovinando il divertimento.

-Il ladro mi vuole fregare tutte le ragazze!- si arrabbiò Brett, come un bambino che fa i capricci -Prima Janine e adesso Naomi-

Nowell scattò pronto a tirargli un altro pugno, ma Misaki fu rapida e gli bloccò il braccio a mezz’aria.

Non era abbastanza forte da fermarlo del tutto, ma lo rallentò abbastanza da permettere a Brett di scappare e nascondersi dietro a Midge, che sobbalzò e lo guardò quasi spaventata. Misaki intuì che la strategia di Brett fosse quella di usarla come scudo umano perché sapeva che Nowell non le avrebbe mai fatto del male. O forse semplicemente era l’unica disponibile dato che Naomi era in un angolo e non gli avrebbe mai permesso di avvicinarsi, mentre Leland si era affrettato ad aiutare Misaki per chissà quale spirito di sacrificio e insieme i due riuscirono a fermare il ladro, che all’accenno a Janine sembrava proprio aver perso la testa.

-Nowell, calmati. Brett è il solito ma non ti devi abbassare al suo livello- cercò di riportarlo alla ragione Misaki.

Nowell chiuse gli occhi e fece un profondo sospiro per calmarsi.

Quando li riaprì, i suoi muscoli erano rilassati e sul volto era ricomparso il solito sorriso sarcastico.

-Forse hai ragione, amicona. A mia discolpa posso dire che il pugno è sopraggiunto quando il primo avvertimento non ha avuto frutti. E dato che questa stanza sta divenendo un po’ troppo affollata per i miei gusti, penso che osserverò il resto. Ci vediamo a pranzo- senza variazioni vocali di sorta, Nowell fece un cenno in direzione delle ragazze e uscì dalla stanza.

Misaki sentì borbottare Brett qualcosa del tipo “Erano passati solo cinque secondi dall’avvertimento”, ma non si lamentò ulteriormente e tornò ad infastidire Naomi, che sbuffò e uscì dalla stanza senza neanche salutare.

Misaki e i suoi compagni di gruppo si lanciarono occhiate confuse, e ad interrompere il silenzio fu poi Leland.

-Davvero ti piace quel ladro con la testa calda?- chiese a Misaki, con una punta di fastidio e parecchio giudizio nella voce.

Misaki si ritrovò ad arrossire senza poterlo controllare.

-Ti piace Nowell?! Davvero?- chiese Midge, a bocca aperta.

La friendship maker si affrettò a scuotere la testa.

-No, assolutamente no! Non mi piace Nowell! Sono solo preoccupata per lui come lo sono per tutti quanti. Su, esploriamo!- incoraggiò il gruppo, che si disperse senza aggiungere altro.

Non trovò niente di che, dato che il magazzino era troppo grande e pieno di cose per poterle classificare e controllare tutte, così alla fine Misaki e il gruppo si divisero, anche se Midge rimase in magazzino a cercare materiali per creare bracciali dell’amicizia.

Misaki avrebbe tanto voluto passare un po’ di tempo con qualcuno, o rilassarsi, ma l’esplorazione era durata parecchio, e quel giorno toccava a lei preparare il pranzo.

Scese in cucina sbadigliando sonoramente, e rubò una rivista di cucina per farsi venire qualche idea.

Non aveva mai cucinato per tutte quelle persone.

Alla fine optò per una ricetta del suo paese, sperando potesse piacere a tutti.

 

Alla fine il ramen che preparò riscosse un certo successo. Era caldo, etnico e portava energia.

Misaki dimenticò tutte le preoccupazioni cucinando e servendo ai tavoli, e si divertì anche parecchio, nonostante fosse stancante. Per fortuna c’era Alan ad aiutarla, e Misaki lo ammirò ancora di più perché non riusciva a immaginare di fare una cosa così tutti i giorni, tre volte al giorno, senza il minimo problema.

E il maggiordomo preparò anche un dessert finale a tema giapponese, cosa che Misaki apprezzò parecchio.

L’unico a non farsi vedere a pranzo fu Nowell, e la cosa gettò un’ombra su Misaki, che avrebbe tanto voluto sapere cosa ne pensava del suo ramen.

Alla fine del pranzo, Winona si alzò per prendere la parola.

-Allora, trovato niente di interessante?- chiese al resto della sala, con il blocco per appunti in mano.

-Il baby club non sembra toccato da parecchio, ma ci sono solo cartoni animati sugli orsi- Chap alzò le spalle, senza sapere bene cosa dire.

-L’infermeria è parecchio fornita, e non vi conviene avvelenare più nessuno perché c’è una postazione chimica meravigliosa, perciò vi beccherei subito. A meno che non uccidiate me, ma mi creerei un antidoto perciò vi beccherei comunque. Oppure mi uccidete non con il veleno e dall’omicidio successivo potete usarlo- illustrò Pierce, con tono poco sano di mente.

-L’infermeria ha anche parecchi farmaci- tagliò corto Misaki, che non voleva parlare di omicidi -Ma non so se possiamo chiudere quelli pericolosi nel cassetto perché sono parecchi- aggiunse poi, pensierosa.

-E poi il cassetto non è servito a molto, mi pare- commentò tra sé Naomi, che stranamente li aveva resi partecipi della sua presenza, anche se aveva mangiato poco, e al momento si stava controllando le unghie in fondo alla sala molto distante da Brett.

-Senza contare che il magazzino è pieno di oggetti pericolosi difficilmente classificabili, perciò credo proprio che potremmo limitare i limiti- aggiunse Nowell, che era entrato senza farsi notare ed era appoggiato accanto alla porta.

-Ben arrivato, Nowell, ti porto da mangiare?- chiese Misaki, con un sorriso incoraggiante.

Lui scosse la testa.

-Grazie amicona ma non ho fame, ho preso qualcosa prima, dal distributore del salottino delle ragazze- spiegò.

Misaki ebbe un deja-vu, che la preoccupò parecchio. Il comportamento del ladro iniziava ad avvicinarsi parecchio a quello di Janine, e non era finita molto bene per l’agente segreto.

-Io ho trovato una casa delle bambole uguale al vero hotel, e c’erano delle bambole in scala che erano identiche a noi. Janine e Ogden però erano… diciamo danneggiati- raccontò Winona, un po’ cupa.

-Quanto malato può essere Monokuma per creare delle bambole che ci raffigurano?!- esclamò indignata Sophie, sentendosi un po’ violata.

-Lo so. Forse però la posizione delle bambole potrebbe darci qualche indizio- cercò di proporre Winona, alzando le spalle senza troppe altre idee.

-Può essere un piano. Altre novità?- chiese Misaki, rivolta al resto della sala.

Aspettò un po’ per vedere se qualcun altro aveva qualcosa da dire, ma ci fu solo silenzio.

-Immagino che possiamo chiudere la faccenda. Ma preferirei che alcool e riviste per adulti rimanessero nel cassetto. Secondo voi chi dovrebbe tenere la chiave?- chiese Misaki. Così come la prima volta che questa domanda era stata posta, anche in questo caso la risposta fu unanime, o quasi.

Ad eccezione di Brett che votò per se stesso, e Naomi che si astenne, quasi tutti puntarono il dito verso Misaki, che da un lato si sentì molto apprezzata, dall’altro un po’ preoccupata.

Dopotutto era il compito di Janine, e Janine ora non c’era più. Si disse però che doveva stare tranquilla. E poi era giusto che si assumesse lei la responsabilità, dato che aveva tirato fuori l’argomento.

-Bene, grazie della fiducia. Vado subito a chiudere il cassetto- disse quindi, con un sorriso.

-Aspetta, devi farlo subito? Non potresti aspettare cinque minuti- Brett fece per correre dentro, probabilmente con l’intento di rubare qualche rivista o una bottiglia di alcool, ma venne prontamente fermato da Alan, che lo trattenne.

-Vai, signorina Ikeda!- la incoraggiò. Brett provava a dimenarsi ma non aveva speranze. Tutta la sala scoppiò a ridere, compresa Misaki, che corse in cucina e si affrettò a recuperare la chiave e chiudere il cassetto.

Era felice di vedere che in qualche modo gli studenti iniziavano a rasserenarsi.

 

Dopo aver lavato i piatti, Misaki decise che poteva rilassarsi un po’, e parlare con qualcuno.

 

Freetime!

 

Si avviò verso le camere, riflettendo su cosa fare e con chi parlare. Forse poteva approfittarne per parlare con Nowell, e cercare di risollevarlo, ma purtroppo non lo trovò da nessuna parte.

Giunta al salotto privato dei ragazzi, fu un’altra faccia familiare e amichevole che trovò e la convinse a fermarsi.

Godwin era seduto composto ma rilassato e quando la vide spuntare nella stanza, alzò di scatto la testa dalla rivista che stava sfogliando, e le sorrise caldamente.

-Ciao Misaki! È un piacere vederti qui! Cerchi qualcuno?- chiese, chiudendo la rivista e rivolgendole la sua completa attenzione.

-Sì, ma non credo di trovarlo. Ti va di passare un po’ di tempo insieme?- chiese la ragazza, avvicinandosi e sedendosi nella poltrona accanto alla sua -Voglio essere sicura che tu ti sia ripreso del tutto da ieri- aggiunse poi squadrandolo con attenzione.

Era più colorito rispetto al giorno prima, e più brillante.

-Sì, non preoccuparti. Sono un po’ cagionevole di salute, purtroppo, ma ho trovato alcuni farmaci che ero solito prendere quando mi mancavano vitamine, e dovrei stare meglio- le spiegò, con un timido sorriso.

-Farmaci?- indagò Misaki, mettendosi all’erta.

-Beh, più che altro… integratori? Non so, non sono un grandissimo esperto, ma ho chiesto consiglio ad Alan e a Pierce, sono stati molto d’aiuto. Non temere, mi rimetterò, prima o poi- cercò di rassicurarla Godwin, con un sorriso brillante.

-Sono felice di sapere che stai meglio, anche se non posso fare a meno di preoccuparmi. Deve essere difficile restare chiusi così a lungo nelle tue condizioni- suppose, sporgendosi per controllargli la fronte, che per fortuna aveva un calore accettabile.

-Beh… ne sono abituato. Sai, sono nato con due mesi d’anticipo, e sono l’unico erede cagionevole della grande famiglia Dixon… non sono mai uscito di casa, praticamente. I miei genitori non mi portavano neanche alle serate mondane- il ragazzo abbassò lo sguardo, ricordando la sua infanzia.

-Mi dispiace tanto- Misaki si portò una mano alla bocca, mortificata.

-No, non dispiacerti. Non mi pesava più di tanto. Passavo tanto tempo con i domestici, e a volte uscivo in giardino, accompagnato. Erano tutti molto gentili con me. Per certi versi, considero più loro come la mia famiglia- ammise, cercando di risultare ottimista.

Il suo sguardo innocente e gentile era il più autentico che Misaki avesse mai visto. Era davvero un tesoro.

Sorrise a sua volta, e lanciò un’occhiata alla rivista che stava leggendo.

-Allora, cosa leggevi di bello? Sembrava prenderti molto- chiese, sporgendosi verso di lui incuriosita, e facendo cadere il discorso forse troppo personale.

-Oh, leggevo un bellissimo articolo di cucina. Voglio essere preparato per il mio prossimo turno- spiegò, infiammandosi entusiasta e riprendendo l’articolo per mostrarlo a Misaki.

Passarono un bel pomeriggio insieme, e Misaki era certa che fossero diventati un po’ più amici. 

 

Fine Freetime

 

Quando arrivò l’ora di cena, Misaki si diresse puntuale come un orologio svizzero verso la sala da pranzo, e subito un profumino delizioso la accolse.

Teoricamente era il turno di Naomi, ma Misaki ormai conosceva abbastanza bene i suoi compagni da capire immediatamente che a cucinare era stato Alan.

-Salve signorina Ikeda- la accolse Alan con un cenno rispettoso del capo.

-Ti sei superato, oggi- si complimentò Misaki, sedendosi vicino a Winona e Godwin, unici altri oltre a lei e prendendo in mano un menu di carta ben piegato.

C’erano parecchi diversi tipi di piatti, tutti molto appetitosi.

Guardò Alan in cerca di spiegazioni.

-Pensavo di fare come in un vero ristorante, signorina Ikeda. È anche un modo per complimentarmi con tutti voi per aver risolto il caso. È un periodo difficile e il buon cibo è un genere di conforto non indifferente. Mio padre diceva sempre “Quando l’umore è a terra, il cibo è la prima chiave per il paradiso”- spiegò, apparecchiandole con eleganza.

-Concordo in pieno- annuì Winona, che stava studiando il menu con molto interesse -Prendo la bouillabaisse. Adoro la cucina francese- disse poi, chiudendo il foglio di carta.

Alan segnò l’ordine, e lanciò un’occhiata a Godwin per controllare che avesse deciso.

-Prendo lo stufato di carne e patate- disse senza neanche lanciare una seconda occhiata al menu. 

Alan sorrise -Ottima scelta, signor Dixon- segnando poi l’ordine e girandosi verso Misaki.

-Potresti lasciarmi qualche minuto per scegliere? Sembra tutto ottimo- lo pregò, e lui acconsentì e si diresse in cucina per preparare i primi ordini.

-Stufato di carne e patate? Con tutti i piatti pazzeschi in menu? Pensavo che avessi un palato sopraffino- si sorprese Winona, commentando la scelta di Godwin.

-Beh, sì, ma lo stufato di carne e patate è il mio piatto preferito. Preferisco la cucina semplice e popolare. Trovo che ci sia molto più calore e amore nei piatti familiari di questo genere- rispose lui, con semplicità.

Misaki controllò il menu. In effetti il piatto ordinato da Godwin stonava rispetto al resto, decisamente più pregiato.

Fu tentata di prenderlo, dato che il discorso del filantropo le era piaciuto parecchio, ma poi notò il piatto di ravioli, e cedette.

Quando Alan ricomparve con i piatti per Winona e Godwin, e pronto ad accogliere Midge, Sophie e Chap, arrivate in quel momento e sistemate in un altro tavolo, ne ordinò una porzione.

-Vuoi che ti aspettiamo?- chiese Godwin. Winona aveva già iniziato a mangiare.

-No, non preoccupatevi, aspetto. E poi lo stufato bisogna mangiarlo caldo- Misaki lasciò stare, e incoraggiò il filantropo, che fece per cominciare a mangiare, ma si interruppe nuovamente.

-Vuoi assaggiare?- chiese, porgendolo verso di lei.

Misaki voleva rifiutare, ma l’odore era troppo buono, così cedette e ne prese un po’.

Cavolo quanto era buono. Alan aveva davvero talento.

Dovette resistere all’impulso di finire il piatto, e fu solo il pensiero di quanto buoni dovessero essere i ravioli a fermarla.

-Hai fatto davvero un’ottima scelta- commentò. Godwin sorrise soddisfatto.

Misaki non dovette aspettare molto, perché proprio mentre i successivi “clienti” entravano, ovvero Kismet, River e Leland, Alan le portò il piatto di pasta fumante.

Leland venne trascinato al tavolo con Sophie e Chap, Kismet si mise il più lontano possibile da Godwin, mentre River si sedette accanto a quest’ultimo, senza dire una parola.

-Vuoi assaggiare?- Godwin gli offrì il piatto. River lo osservò, e ne prese un po’ senza neanche rispondere.

Alan gli si rivolse subito.

-Sai già cosa ordinare?- chiese, pronto a prendere appunti e poi dirigersi dai nuovi arrivati per apparecchiare e far loro la stessa domanda.

-Prendo lo stufato anche io- rispose lui.

Godwin sorrise raggiante.

La cena passò in un’atmosfera molto più allegra di quanto Misaki pensava fosse possibile.

Mano a mano arrivarono tutti, persino Naomi e Nowell, e l’aria nella stanza si fece molto meno pesante.

Misaki si sentì nuovamente ottimista, per la prima volta da un po’ di tempo.

Ed era convinta che anche gli altri iniziassero a sentirsi tali.

Sorrise tra sé, mentre ascoltava Pierce, sopraggiunto al loro tavolo, discutere di medicina con un confuso Godwin e una interessata Winona, mentre River mangiava più di quanto avesse fatto da quando era lì.

Quello di Janine era stato un episodio isolato. Non c’era nulla che avrebbe potuto convincere i suoi compagni di avventura ad uccidere nuovamente.

Anzi, l’omicidio di Janine e l’esecuzione di Ogden sarebbero serviti proprio per evitare ulteriori omicidi. Erano tutti sconvolti, era impossibile che accadesse di nuovo.

C’era solo un problema. Una persona che preoccupava Misaki, poiché isolata, solitaria e ancora giù di corda.

Nowell fu il primo ad alzarsi nonostante fosse stato l’ultimo ad arrivare, e sebbene Misaki lo cercò per parlargli prima dell’orario notturno, non riuscì a trovarlo da nessuna parte.

Andò a dormire un po’ più serena, ma sempre con un peso nel petto.

 

Il giorno successivo passò abbastanza tranquillo, con visite sporadiche di Monokuma che rompeva le scatole e con Nowell sempre impassibile e isolato.

Nessuno fece colazione perché Leland non si era resa conto che era il suo turno, così Alan mise una lavagnetta davanti alla porta della cucina con segnati i turni ogni giorno, e Godwin ne approfittò per proporre di scrivere in una lavagnetta accanto il menu del pasto.

Il pranzo fu preparato da River e la cena fu servita da Kismet. Stranamente Alan non contribuì con nessuno dei due nella cucina, anche se aiutò comunque a servire. 

Misaki passò il tempo cercando di legare con gli altri ragazzi e provando a prepararsi psicologicamente a una nuova bomba sganciata da Monokuma.

Il suo ottimismo e la sua bravura nel processo di Janine l’avevano resa la nuova leader non eletta dell’hotel, e stava già riflettendo su nuovi modi di passare il tempo in attesa di trovare indizi per uscire.

L’unico problema restava Nowell.

Alla fine della giornata, poco prima dell’orario notturno, lo cercò per parlargli, dato che non poteva continuare ad evitare tutti per sempre, ma non si vedeva da nessuna parte.

Misaki si sedette sul divano della stanza delle ragazze cercando di immedesimarsi in lui, ma non aveva molte idee su possibili luoghi che non avesse già cercato.

Sophie e Chap la raggiunsero.

-Tutto bene, Misa Misa?- chiese Sophie, sedendosi sul tavolino, davanti a lei.

-Sembri un po’ giù di corda, vuoi che ti racconti qualche barzelletta?- le diede man forte Chap, mettendosi accanto a lei e cingendola in un abbraccio.

Misaki sorrise alle due.

-Tranquille, sto bene, sono solo un po’ preoccupata per Nowell. È l’unico che non si è ancora ripreso da Janine. Non fa che evitarci e ho paura che possa ritorcerglisi contro come è successo a Janine- ammise, esternando i suoi dubbi.

-I ship it!- esclamò Sophie in tono da gossip, con le stelline agli occhi.

-Secondo me se gli parlassi tu si sfogherebbe e tornerebbe quello di sempre- cercò di rassicurarla Chap.

-Il problema è che non lo trovo da nessuna parte. Ho provato a parlarci a pranzo e a cena, ma mi evita. E la sera scompare poco prima dell’orario notturno- si rammaricò Misaki.

-Siamo sicuri che non collabori con Monokuma? E quindi ha accesso ad aree chiuse a noi?- propose Sophie, con un terribile dubbio.

-Se anche collaborasse con me dovrebbe comunque attenersi alle regole. Sono fiscale su queste cose. Le regole non si infrangono- rispose Monokuma, comparendo dal nulla come sempre.

Chap sobbalzò, Sophie e Misaki rimasero impassibili. Si erano ormai abituate.

-E allora dove può essere il ladro?- si chiese Sophie, pensierosa.

-Non ne ho idea… o meglio, so per certo dove si trova ma non ve lo dirò mai. Ci risentiamo al mio annuncio dell’orario notturno. Bye bye- le salutò Monokuma prima di sparire.

-È contro le regole distruggerlo, vero?- chiese Chap stringendo i pugni.

-Prima regola- annuì Misaki, sospirando -Magari gli parlerò domani prima di colazione. Vado a dormire. Ci vediamo, ragazze- si alzò dal divano e salutò le amiche, che ricambiarono e restarono lì.

Mentre si dirigeva in camera, però, le venne un dubbio.

In effetti c’erano due luoghi praticamene impossibili da controllare ma che potevano essere raggiunti, specialmente dall’Ultimate Thief.

Scese le scale e si diresse in cucina, utilizzando il vantaggio di avere la chiave del cassetto per prendere i due e-Handbook delle persone decedute, che avevano deciso di mettere lì. 

Fece appena in tempo a uscire prima che Monokuma annunciasse l’orario notturno.

Poi si diresse per prima cosa verso la stanza di Janine, chiusa a chiave.

L’aprì con l’e-Handbook, e sorrise tra sé, perché la sua intuizione si era rivelata giusta.

Seduto a terra, il volto sepolto dalle braccia posate sulle ginocchia, dei fogli in una mano e una bottiglia di sidro nell’altra, c’era Nowell, e a giudicare da come si muoveva stava singhiozzando.

Di solito, in una situazione del genere, Misaki si prendeva qualche secondo, chiudeva gli occhi e pensava a come sarebbe stato meglio agire, soprattutto quando la persona davanti a lei era quasi uno sconosciuto, ma con Nowell non dovette pensarci neanche un secondo.

Gli si avvicinò lentamente, e si sedette accanto a lui, senza dire una parola.

Nowell si ritirò inconsciamente, e alzò la testa verso di lei. Gli occhi erano rossi e rigati di lacrime.

-Voglio stare solo, amicona- cercò di congedarla, prendendo un sorso di sidro, e dandole le spalle.

-Non vuoi stare solo, Nowell- obiettò lei, avvicinandosi leggermente.

Nowell le lanciò un’occhiata, e si asciugò gli occhi al meglio.

-Tu hai paura di stare in compagnia- aggiunse Misaki, con un sorriso incoraggiante.

-Non capisco che intendi dire- Nowell scosse la testa, senza dar segno di aver capito il ragionamento, ma sobbalzò leggermente, dando prova a Misaki di aver colpito nel segno.

-Tu e Janine eravate molto amici- cominciò Misaki. Gli occhi del ladro si coprirono di lacrime.

-Sono ancora a lutto, quindi lasciami in pace e fammelo superare a modo mio- cercò di cacciarla via, ma Misaki non demorse.

-Non è solo questo, hai paura che aprendoti con gli altri soffrirai ancora così- indovinò.

Nowell ci mise qualche secondo a rispondere.

-Nessuno di voi è come Janine- disse solo.

-Ma potremmo comunque essere tuoi amici, in un modo diverso. Dacci una possibilità, Nowell. Se vuoi vendicare la tua amica, potremo farlo solo insieme- cercò di convincerlo. Nowell esitò.

-Janine non avrebbe voluto che tu ti isolassi. Diceva sempre che dovevamo collaborare, e restare uniti- aggiunse.

-E guarda che fine ha fatto- Nowell scosse la testa e tornò difensivo.

-Sappiamo entrambi che ha fatto questa fine solo perché era troppo prudente- Misaki non voleva apparire insensibile, ma era la realtà dei fatti, e Nowell doveva rendersene conto. Ogden l’aveva presa di mira perché la considerava un pericolo e perché era molto più semplice fingere che fosse un suicidio proprio per la sua tendenza alla prudenza assoluta e all’isolamento, per quanto un controsenso potesse sembrare.

Nowell non replicò, ma abbassò il capo, e porse a Misaki i fogli che aveva in mano.

-Li ho trovati in camera di Ogden, deve essere riuscito a nasconderli prima del processo- spiegò. Misaki li prese.

Erano le ultime pagine di diario scritte da Janine, che Ogden aveva strappato in tutta fretta.

Oltre a citare il biglietto minatorio e a parlare della serata, c’era un’ultima nota, che confermava la teoria che avesse capito buona parte di quello che le era successo. Era davvero intelligente e intuitiva.

“Chiunque tu sia. Non vincerai! Mi hai capito?! Non ti permetterò di uccidere tutti quanti. Ho lasciato indizi. Nowell li troverà. Nowell ti distruggerà, insieme a Misaki.

Tanto so che sei Ogden, Cheyenne o Alan. Anche se sono più propensa per Alan e Ogden. Non mi interessano i tuoi motivi, niente ti da il diritto di uccidere qualcuno. Niente ti ha dato il diritto di uccidermi. Hai realizzato il tuo omicidio, ma non è perfetto, e loro ti scopriranno. E non mi dispiace per te. 

Nowell, Misaki, chiunque altro, se leggerete questo messaggio, spero che troverete il colpevole. E se lo leggete dopo aver trovato il colpevole, grazie, grazie di avermi almeno vendicato. 

Vi conosco da poco, ragazzi, ma voglio bene a tutti voi, in un certo modo. So di avervi conosciuto, so che un tempo eravamo davvero grandi amici, e spero che riuscirete ad uscire tutti quanti.

Misaki, prenditi cura di Nowell e degli altri da parte mia.

Nowell…sappi che ti voglio bene. Sei stato il mio primo vero amico. Mi dispiace non essere riuscita a mantenere la promessa.”

Dopo aver finito la lettura, che si faceva più difficile da leggere mano a mano che le forze di Janine avevano iniziato ad abbandonarla, facendole scrivere a scarabocchi, Misaki aveva le lacrime agli occhi.

Non c’era nulla che potesse dire a Nowell per farlo stare meglio, lo sapeva. Ma voleva esaudire le ultime volontà dell’amica.

Diede nuovamente il foglio a Nowell, e gli cinse le spalle, stringendolo a sé per dargli conforto.

Lui sospirò profondamente, e fece altrettanto, arrendendosi al fatto che Misaki non lo avrebbe abbandonato, e che per quanto stesse soffrendo non poteva lasciare che il lutto lo distogliesse dal suo vero obiettivo.

Dopo qualche minuto, fu Misaki a interrompere il silenzio, cercando di risollevare l’atmosfera.

-Per curiosità…- iniziò a chiedere, separandosi dal ladro.

-Non ti dirò niente riguardo alla promessa di Janine- la anticipò Nowell, deciso.

-Lo so, volevo chiederti un’altra cosa… dove hai preso il sidro? Era nel cassetto delle cose vietate- lo rimproverò, incrociando le braccia.

Nowell non riuscì a trattenere una risatina divertita, e alzò le mani in segno di resa.

-Non l’ho preso dal cassetto- si scagionò -Era in camera di Pierce. Deve averlo rubato prima che lo chiudessi definitivamente, o lo ha scassinato. L’ho preso da camera sua. Quando sono nervoso o mi sento giù commetto piccoli furti innocenti. Almeno ho evitato che Pierce bevesse- cercò di giustificarsi.

Misaki alzò gli occhi al cielo, ma decise di lasciar perdere, e cominciò ad alzarsi, togliendosi la polvere dalla gonna.

-Per rimediare potresti presentarti a colazione, domani- cercò di convincerlo.

Nowell si alzò a sua volta, e annuì.

-Hai ragione, Misaki. Ci vediamo domani- le sorrise, e iniziò ad avviarsi fuori dalla porta.

Misaki lo seguì, ma proprio davanti all’uscio, Nowell cambiò idea, e si girò nuovamente verso di lei.

-Grazie, per tutto- le disse, prima di darle un bacio sulla fronte.

Misaki arrossì fino alla punta delle orecchie, e borbottò un -Figurati- molto poco chiaro.

Con un ultimo sincero, grato e anche divertito sorriso, Nowell la salutò, e uscì dalla stanza.

Quando Misaki riuscì a riprendersi e uscire a sua volta, era già scomparso.

Sorridendo soddisfatta per quello che era successo, si avviò allegramente verso camera sua, pronta a dormire e convinta che niente avrebbe potuto rovinare il clima allegro che stava tornando a formarsi.

Non aveva fatto i conti con la malvagia mente dietro Monokuma.

 

Misaki era al buio, ma riusciva comunque a distinguere i tratti della figura davanti a lei: una ragazza di circa tredici o quattordici anni che tremava e teneva lo sguardo fisso verso terra, piangendo sommessamente. Aveva i capelli rossi tenuti in due trecce, gli occhi verdi e i tratti somatici decisamente familiari. Sebbene fosse malmessa, aveva un buon profumo di fiori.

Misaki avrebbe voluto rassicurarla, ma non sembrava poter parlare, né muoversi. Era spettatrice all’interno del suo corpo.

Senza averne potere, Misaki spostò lo sguardo verso un’altra figura nell’ombra che non riuscì a mettere del tutto a fuoco, poiché era troppo distante. Riusciva solo a capire che fosse una ragazza, o una donna, e che sembrava eccitata da tutta la situazione.

-Forza, forza, uccidila- la stava incoraggiando la figura nell’ombra, parlando giapponese, come lei.

Ahah, molto divertente. Come se Misaki potesse davvero fare qualcosa del genere. E con cosa poi?!

Mentre la sé che non poteva controllare abbassava lo sguardo, Misaki si rese conto che aveva una pistola, e che era senza ombra di dubbio lei quella che la stava tenendo in mano, perché aveva le braccia coperte di bracciali, sebbene alcuni non le fossero familiari. Tremava.

-Misaki, ti prego. Ti prego non uccidermi- la ragazzina parlò tra i singhiozzi. A differenza della figura di prima, parlava americano. Il corpo di Misaki guardò la pistola, poi la ragazzina.

-Non è niente di personale- disse alla ragazzina, con una piccola traccia di rimpianto, puntando la pistola dritta nella sua fronte.

La ragazzina tremava, puntò gli occhi dritti verso Misaki, pieni di lacrime.

-Ti prego, sei una di famiglia. Sei come una sorella per me. Ti prego non…- ma non riuscì a finire, perché Misaki premette il grilletto, uccidendola sul colpo.

Poi mollò immediatamente la pistola, e guardò la figura nell’ombra.

-Wow, ero piuttosto certa che avresti sparato contro di me. Ti avevo sottovalutata- esclamò lei, divertita nonostante fosse stato appena commesso un omicidio davanti ai suoi occhi. Sembrava Monokuma. Che razza di persona poteva essere così eccitata all’idea che qualcuno provasse a spararle?! A Misaki veniva da vomitare.

Lanciò un’ultima occhiata alla ragazzina a terra. Gli occhi spalancati, vuoti e vitrei. Il sangue che iniziava a dilagarsi per il pavimento. Iniziò a sentirne l’odore pungente e metallico.

 

Misaki si svegliò di scatto, corse in bagno e vomitò. Il sogno che aveva appena fatto sembrava così reale, era stato talmente  disgustoso…

Aveva appena ucciso una ragazzina di tredici o quattordici anni. E sebbene fosse stato solo un sogno era stato agghiacciante e spaventoso.

Tremava completamente, e dopo aver sfogato lo stomaco, rimase in ginocchio davanti al water, cercando di calmarsi.

Due giorni prima Janine era morta, era normale che fosse agitata, e magari aveva mangiato troppo, o stare chiusa lì la stava facendo ammalare, perciò faceva sogni strani.

Eppure non si sentiva male, anzi, le veniva voglia di ridere, e rise. Una risata nervosa, isterica, quasi disperata.

Oddio, cosa le stava capitando?!

Si prese la testa tra le mani, e fece dei profondi respiri per calmarsi.

Era solo un sogno, uno strano sogno provocato dall’agitazione. Niente di più.

Sognare di uccidere qualcuno non significava necessariamente volerlo fare. Una volta sua sorella le aveva raccontato di aver sognato di baciare uno dei suoi compagni, e la cosa l’aveva disgustata tantissimo. A volte si sognava il contrario di ciò che si voleva fare. Sicuramente questo era un caso come quello.

Una volta calmatasi, si diresse in camera, pronta a riaddormentarsi, ma rimase di sasso quando notò che sul comodino era stata messa una polaroid.

La prese con mano ancora tremante. C’era l’immagine, in soggettiva, del sogno che aveva appena fatto. La ragazzina che aveva appena ucciso che piangeva e con la pistola puntata sulla sua fronte, un istante prima che Misaki premesse il grilletto.

Era una foto, era reale. Era successo davvero, da qualche parte.

Girò la foto, e lesse la spiegazione “Uccidi una povera ragazzina innocente e inerme”

Misaki però non poteva crederci. Forse era stata contraffatta, forse era un trucco di Monokuma per disperarla.

Non era vero, non poteva esserlo… giusto?

 

 

 

 

 

 

 

(A.A.)

Ohhhhhhh, chissà cosa è quel sogno e quella polaroid.

A distanza di… anni, torno finalmente con il secondo chapter di questa storia. 

Alla faccia della breve pausa ^^’

Ma ho avuto cose da fare, poca ispirazione, e poi c’è stato il Covid, altre storie, insomma… meglio tardi che mai, giusto?

Sappiate che i quattro capitoli che compongono questo Chapter sono quasi del tutto finiti (mi manca giusto revisionarli e finire l’ultimo) quindi dovrei senza problemi mantenere quantomeno la promessa di pubblicare ogni lunedì un capitolo senza farvi aspettare troppo.

Proverò ad essere un po’ più costante.

Spero che il capitolo vi piaccia, grazie se siete arrivati fino a qui, un bacione e alla prossima :-*

Ritorna all'indice


Capitolo 7
*** Chapter 2: Memories, sins and children games Hotel Life 2 ***


Chapter 2: Memories, sins and children’s games

Hotel Life

 

-Buoooongiorno a tutti quanti! Sono le sette del mattino. Preparatevi ad un’altra grandiorsa giornata!-

Misaki era già sveglia da parecchio, intenta a rigirarsi nel letto con la polaroid in mano.

Una volta sentito il solito annuncio, decise che non era il caso di continuare a provare a prendere sonno. Era una battaglia persa in partenza, in ogni caso.

Si alzò lentamente nel letto, nascondendo la foto sotto il cuscino, e si diresse in bagno, cercando un modo per togliere le occhiaie.

Si lavò il viso, fece una doccia, si vestì, ma non riusciva a levarsi dalla testa l’immagine di quella ragazzina, e la possibilità di averla effettivamente uccisa.

Solo a pensarci le tornava la nausea.

Per la prima volta non vide neanche l’orario quando scese a fare colazione, e arrivò in ritardo, tanto che fu una delle ultime. Ma a giudicare dall’atmosfera, la sala sembrava vuota, priva del chiacchiericcio solito.

Alan la accolse con un sorriso meno caldo del solito, e le diede il caffè direttamente in mano senza dire una parola, pensieroso.

Godwin era seduto e tremava leggermente, fissando la sua tazza di caffè, pallido come un lenzuolo, senza prenderlo.

Davanti a lui Midge la accolse con un timido sorriso un po’ tirato e incerto, ma sincero.

Winona aveva lo sguardo più serio e concentrato che Misaki le avesse mai visto addosso, e guardava Sophie che era in un angolo e sembrava l’unica normale, intenta a leggere una rivista e a mangiare un pasticcino. Accanto a lei c’era Chap, che era l’unica che parlava, anche se non sembrava serena come voleva apparire.

Pierce guardava Winona con sguardo indefinibile, e accanto a lui Brett si era fatto piccolo piccolo nella sedia, come cercando di non farsi vedere da nessuno.

Sia Nowell che Leland, in due tavoli opposti della stanza, lanciarono a Misaki delle profonde occhiate quando arrivò.

River era molto isolato, cosa effettivamente abbastanza normale, e pensieroso borbottava qualcosa tra sé.

All’appello mancavano solo Kismet e Naomi.

Misaki si avviò verso Godwin, per controllare come stesse, e gli si sedette accanto.

-Ciao Midge. Buongiorno Godwin, come state?- chiese, rivolta in particolar modo al filantropo, che sobbalzò come uscito da una trance, e le sorrise leggermente, anche se aveva le lacrime agli occhi.

-Sto bene, ho solo avuto un incubo- cercò di negare Godwin, evitando il suo sguardo.

-Che cosa hai sogna…?- ma l’indagine di Misaki venne stroncata sul nascere dall’entrata decisamente rumorosa di Kismet, che esordì e fece sobbalzare tutti con un imponente -DIXON!- e iniziò ad avviarsi verso il ragazzino con l’aria di qualcuno che lo avrebbe ammazzato a mani nude.

Misaki fece subito per mettersi in sua difesa, ma non aveva motivo di preoccuparsi, perché non appena lo raggiunse, la cavallerizza lo prese di preso e lo abbracciò stretto.

-Sei il migliore del mondo! Non ho parole per ringraziarti! Sarò la tua più cara leale e fedele amica da qui fino alla fine dell’eternità!- esclamò facendolo roteare intorno.

Godwin era senza parole, così come il resto della sala, ghiacciata e incredula di fronte alla dimostrazione di affetto inaspettata e incomprensibile della cavallerizza verso il filantropo che fino a poco prima odiava con tutta sé stessa.

-Cosa… cosa ho fatto?- chiese Godwin in un sussurro, una volta che fu di nuovo messo giù e posato sulla sedia.

-Hai fatto tutto! Mi hai salvata! O meglio, hai salvato tutti i cavalli del mio ranch e mi hai permesso di andarli a trovare quando voglio. E non solo loro, tutti gli animali. Persino Fate! L’hai presa da tuo padre che la voleva per sé e me l’hai regalata. Per me! Sei il migliore del mondo- spiegò Kismet, guardandolo adorante come fosse un dio.

Godwin era talmente a disagio che Misaki poteva giurare che preferisse quando la ragazza lo detestava, perché almeno in quel caso sapeva come reagire.

Dopo qualche secondo di incertezza, accennò un sorriso.

-Oh, beh… sono felice di aver rimediato, ma… come lo sai?- chiese. 

In effetti era una domanda che tutti, nella sala, con molta preoccupazione, si stavano facendo.

-L’ho ricordato stanotte, e ho anche la foto che lo prova,  mi è stata lasciata da Monokuma sul comodino- spiegò, mostrando la foto al filantropo, che se possibile divenne ancora più bianco.

-Quindi credi che quello che hai sognato sia vero?- chiese Misaki, preoccupata.

-Beh, è ovviamente vero. Era troppo reale, e poi ci sono le prove. E adesso lo ricordo chiaramente. Era uno dei primi giorni di scuola- spiegò, ovvia.

-Quindi anche tu hai ricordato qualcosa e ti è arrivata una foto? Io ho ricordato una gara di barzellette contro Sophie, gara che ho vinto a mani basse, ovviamente- rivelò Chap, guadagnandosi un’occhiata sdegnosa da parte di Sophie.

-Voglio la rivincita!- commentò Sophie, decisa.

-Un momento, non siamo sicuri che quello che abbiamo sognato sia vero- cercò di obiettare Alan, che era rientrato da un po’ e beveva la propria tazza di caffè -Non è strano che Monokuma non ci abbia ancora detto niente?- aggiunse poi, lanciando un’occhiata alla telecamera.

-Credo che aspettasse tutti- rispose una voce irritata, entrando nella stanza dalla cucina e porgendo una tazza di caffè verso Kismet.

Tutta la sala si ammutolì di scatto, fissando la ragazza appena entrata.

-Naomi?- chiese Misaki, confusa, cercando di capire se fosse una specie di visione. Forse stava ancora sognando.

La cantante sbuffò, seccata.

-Visto, Alan, è per questo che non volevo uscire. Mi guardano tutti come se fossi un fenomeno da baraccone- commentò, irritata, rigirandosi una ciocca di capelli tra le dita.

-La signorina Rossini è stata tanto gentile da offrirsi volontaria per aiutarmi a preparare la colazione. Oggi era il mio turno, ma voleva redimersi per non aver fatto il suo, un paio di cene fa- spiegò Alan alla folla rimasta a bocca aperta.

-Come minimo avrà sognato che le abbiamo salvato la vita in massa- commentò Chap, sorpresa.

-Non sono affari vostri!- esclamò Naomi, incrociando le braccia -Monokuma, siamo tutti, puoi entrare in scena!- incoraggiò poi l’orso, che arrivò immediatamente, infastidito dall’essere chiamato come un cagnolino.

-Volevo vedervi scannare di più, ma immagino che dovrò aspettare un po’- commentò.

-Beh, come Naomi stava dicendo stavo aspettando che vi riuniste tutti prima di mettervi al corrente della situazione- iniziò poi, salendo su un tavolo vuoto.

-Stanotte tutti voi avete ricevuto un ricordo. Ve l’ho messo nel sonno e vi ho regalato una polaroid che lo rappresenta per dimostrare che no, non sto scherzando. I tipi di ricordi sono molteplici: alcuni allegri, molti tristi, parecchi pieni di amata disperazione, ma tutti sono 100% veri, che ci crediate o no- li informò, guardando soprattutto il tavolo di Misaki e Godwin. La ragazza impallidì.

Ma allora la ragazzina… no, probabilmente Monokuma mentiva. Non poteva essere altrimenti.

-Ora, dato che molti di questi ricordi vi fanno capire quanto eravate legati l’uno all’altro- Monokuma lo disse come se fosse una cosa davvero disgustosa -… ho deciso di implementare una nuova regola, che sono certo alcuni di voi apprezzeranno, e altri troveranno inutile- fece un gesto con la mano, e tutti gli e-Handbook suonarono.

Misaki prese in fretta il suo, e controllò la nuova regola.

 

Regola #9: Se il colpevole non viene scoperto, egli potrà scegliere una persona da salvare al suo posto, ma egli stesso subirà l’esecuzione insieme al resto della classe

 

Misaki rimase a bocca aperta.

-Che dite, sono generoso, vero? Potreste salvare il vostro migliore amico e dovete solo uccidere e morire anche voi- ridacchiò Monokuma.

Nessuno sembrava contento della nuova regola, e gli lanciarono parecchie occhiate truci.

-Geez, che ammasso di persone irritanti. Vi consiglierei anche di dare un’occhiata alla regola numero 1, che è stata modificata leggermente- suggerì loro.

Tutti abbassarono nuovamente la testa per controllare, compresa Misaki: 

 

Regola #1: È espressamente vietato distruggere monitor, telecamere, altoparlanti, Monokuma, le polaroid del secondo motivo e forzare qualsiasi serratura chiusa a chiave dal preside.

 

Quando risollevò la testa, Monokuma era scomparso nel nulla.

-Questo motivo è davvero interessante- commentò Pierce, che sembrava quasi divertito.

-Potrebbe sempre mentire- provò a obiettare Leland, pensieroso.

-Non credo. Temo che Monokuma dica la verità, come l’ultima volta- sussurrò Godwin, sempre più pallido, e con le lacrime agli occhi.

-Non siamo ancora certi che il primo motivo fosse vero- osservò poi Nowell, pensieroso.

Era la prima volta che lui e Leland erano d’accordo su qualcosa. Probabilmente entrambi i loro ricordi non erano positivi.

Misaki era d’accordo nel pensarla così. Non voleva credere a quello che aveva sognato. 

-L’importante è mantenere la calma e non farci condizionare da ciò che abbiamo visto. Qualsiasi sia il passato ora come ora non ha importanza, e dargliene sarebbe fare il gioco di Monokuma- Misaki cercò di rassicurare la sala, con molta più calma di quella che sentiva dentro. Già dalla notte prima, dopotutto, si stava lasciando condizionare.

-Misa Misa ha ragione. Abbracciamo la speranza e mandiamo all’aria la disperazione- le diede man forte Sophie.

-Io non concordo!- obiettò invece Kismet.

Misaki non ne fu sorpresa. La cavallerizza era una testarda testa calda.

-Non ho la minima intenzione di ignorare quello che Godwin ha fatto per me. D’ora in poi sarò la sua fedele protettrice- disse con determinazione e uno sguardo deciso.

Godwin accennò un sorriso, ma i suoi occhi sembravano quasi spaventati all’idea.

-Kismet, sei molto gentile, ma non ce n’è bisogno- provò a dissuaderla, ma Kismet era, appunto, una testarda testa calda. Anche se in questo caso era un bene.

-Certo che ce n’è bisogno. Sono stata davvero crudele, e mi dispiace. Ma mi farò perdonare- gli sorrise, sedendosi accanto a lui.

-Devo dire che Monokuma ha fatto un pessimo lavoro stavolta- commentò Chap, osservando la nuova strana coppia.

-Che intendi dire con questo?- si infiammò subito Kismet, ma Chap alzò le mani e sorrise.

-Niente contro di te, solo che vuole farci ricordare cose che ci metterebbero l’uno contro l’altro, invece sembriamo più uniti che mai- commentò.

Misaki però non era del tutto d’accordo.

Dagli sguardi nella sala, capì che la maggior parte di loro non aveva ricevuto buoni ricordi, e preferivano di gran lunga tenere le informazioni per sé stessi.

Misaki, dopotutto, era tra questi.

E la regola appena assegnata rendeva chiaro che Monokuma sapeva esattamente quello che stava facendo.

Solo che nessuno di loro poteva immaginarlo con sicurezza.

E questo lo rendeva ancora più letale.

 

Freetime

 

Dopo colazione, Misaki sentiva il bisogno di distrarsi da tutto quello che era successo, e decise di passare un po’ di tempo con qualcuno.

Ma prima, magari poteva aiutare a pulire i piatti? Non era il suo turno, ma era sempre bello aiutare gli altri, quando possibile.

-Oh, sei tu- l’accolse la voce irritata di Naomi, intenta nell’ingrato compito.

Non era di certo la persona con la quale Misaki aveva stretto più amicizia, lì dentro, ma forse proprio per questo motivo quella poteva essere una buona occasione per avvicinarsi un po’ a lei.

-Hai bisogno di aiuto?- chiese, avvicinandosi e prendendo le tazze sporche.

-No, ma se non hai niente di meglio da fare accomodati pure- Naomi le indicò la pila di stoviglie da lavare.

Era tanta roba.

Poi Misaki si ricordò di un fondamentale dettaglio… avevano a disposizione parecchie lavastoviglie.

-Ehm… Naomi? Perché stai lavando a mano?- chiese Misaki, confusa.

La cantante lirica sobbalzò.

-Come?- chiese, confusa.

-Ehm… sai, potremmo usare la lavastoviglie- Misaki indicò il comodo elettrodomestico.

Naomi lo guardò come se non ne avesse mai visto uno. Evidentemente non era abituata a lavorare a quelle faccende da persone normali.

Anche se… da come stava lavando i piatti, sembrava avere una certa dimestichezza.

-Oh… giusto. Sì, ehm… infatti!- dopo un’evidente confusione generale, Naomi riassunse un tono saccente e sicuro di sé -Stavo sciacquando i piatti prima di metterli all’interno. Come mi ha detto di fare Alan. Le mie mani non si erano mai sporcate di sapone per i piatti, prima…- si diede delle arie, scuotendo la chioma corvina.

Misaki finse di credere alla scusa, e non trattenne un sorrisino divertito.

-Beh, se vuoi posso sciacquare io e poi ti passo i piatti per metterli nella lavastoviglie- si offrì, con gentilezza.

-Se ci tieni tanto a sporcarti le mani di sapone per i piatti…- Naomi acconsentì, sollevando le spalle.

-Posso farti una domanda?- chiese Misaki, una volta avviata la catena di lavaggio, per fare conversazione.

-No- rispose Naomi con sicurezza, decisa a non fare conversazione.

-Non è una domanda personale, volevo solo chiederti quale fosse la tua opera lirica preferita- era una domanda semplice, dopotutto, senza alcun particolare valore emotivo.

Naomi esitò un po’ prima di rispondere, ma alla fine accennò un sorriso.

-La Cenerentola, di Rossini- ammise. Sembrò illuminarsi al pensiero.

-Posso chiederti il perché?- indagò discretamente Misaki, sperando che la ragazza fosse troppo persa nel viale dei ricordi per esimersi dal rispondere.

-È stata la prima opera che io abbia mai visto. Avevo sei o sette anni, e mi sono intrufolata di nascosto a teatro, perché ero troppo curiosa… cinque anni dopo l’ho interpretato. È stato il mio primo ruolo da protagonista- negli occhi della ragazza c’era una luce soddisfatta e quasi commossa. Sembrava un’altra persona, più fragile, più vulnerabile, più felice, più umana.

Poi sembrò tornare in sé, indurì lo sguardo, e si richiuse a riccio.

-Allora, non riesci a sciacquare più in fretta?- incoraggiò Misaki a sbrigarsi.

La friendship maker non insistette con la conversazione.

-Faccio il più velocemente possibile- promise, aumentando il passo.

Era felice di aver conosciuto un po’ meglio Naomi.

Chissà, forse c’era speranza di diventare anche sua amica, con il tempo.

 

Fine Freetime

 

A pranzo era il turno di Sophie di cucinare, e tutto il cibo era blu.

Misaki non capì il riferimento, ma non fece domande, e si limitò a trangugiare il tutto. Il sapore si poteva definire solo come “blu” a sua volta. Il blu era il suo colore preferito, perciò non se ne lamentò.

A lamentarsi fu invece Naomi, che chiese al maggiordomo di portargli qualcosa a parte.

Non fu l’unica, anche Leland e Pierce fecero la stessa richiesta, e quando anche Brett si unì al gruppo, probabilmente più per seguire Naomi che per altro, Sophie gli lanciò contro l’intera ciotola di stufato blu, e se ne andò via tutta impettita.

Chap la seguì immediatamente, e Alan si occupò del resto del pranzo.

Povera Sophie, forse Misaki avrebbe dovuto controllare come stesse, una volta finito di mangiare.

Era al tavolo con Godwin e Kismet, anche se l’aura dalla cavallerizza era oltremodo minacciosa, e Misaki iniziava a pensare che avrebbe dovuto sedersi insieme a Midge e Leland, o con Chap.

Mentre rifletteva su quanto sgarbato sarebbe stato cambiare posto all’ultimo, Winona raggiunse in tavolo, diventando la nuova destinataria dello sguardo torvo di Kismet.

-Domanda a bruciapelo: cosa vi manca maggiormente del mondo esterno?- chiese, blocco per appunti in una mano e penna nell’altra, rivolgendosi in particolar modo a Godwin.

Era una domanda estremamente fuori luogo che rischiava parecchio di incoraggiare qualcuno ad uccidere per uscire… e allo stesso tempo poteva dare modo agli studenti di comprendere chi aveva motivazioni maggiori nel caso ci fosse stato un nuovo omicidio.

Misaki iniziò a sudare freddo e a valutare i pro e i contro di rispondere alla domanda, con sguardo basso e un’ondata d’ansia. Godwin piegò la testa.

-Perché questa domanda?- chiese, innocente.

-Oh, pensavo di istituire un giornalino dell’hotel, e fare una rubrica dove ognuno risponde ad una domanda a caso. Questa domanda è stata proposta da me, ma le prossime le deciderete voi fedeli lettori!- Winona usò un tono pubblicitario, e sembrava non avere la minima idea di tutte le possibili conseguenze che quella semplice domanda avrebbe potuto portare.

-Capisco, bella idea quella del giornale. Io risponderei… le stelle, suppongo? Una delle mie attività preferite era sdraiarmi sul prato del giardino di casa mia e guardare le stelle- rispose il ragazzo, con semplicità e una punta di imbarazzo.

-Davvero?! Ma anche io adoro guardare le stelle! Anche se ciò che mi manca di più è Fate. Soprattutto ora che so che Godwin me l’ha riportata! Non vedo l’ora di riabbracciarla!- Kismet tirò fuori il giocattolo del cavallo preso dalla sala bimbi e abbracciò Godwin con il braccio libero, rischiando di soffocarlo.

-Per il momento sono tra le migliori risposte, molto meglio del “internet” di Sophie e il “le ragazze” di Brett- Winona segnò le due preferenze, poi si rivolse a Misaki -Tu, Misa Misa?- chiese, notando con una certa confusione quanto fosse pallida.

Misaki cercò di recuperare il sorriso, anche se uscì un po’ tirato perché, santo cielo, ora ci si metteva anche Winona con quel pessimo soprannome?!

-Beh, sicuramente è un po’ cliché, ma mi mancano i miei amici- Misaki indicò i braccialetti dell’amicizia, in particolare quello  dorato posizionato all’inizio del polso destro -… e mia sorella- aggiunse, un po’ tra sé.

-Hai ragione che è un po’ cliché, ma non mi stupisce affatto. Va bene, ho segnato le vostre risposte. Grazie per aver partecipato alla rubrica!- Winona sorrise con gioia e si avviò ad intervistare altre persone.

-Le stelle sono stupende, vero?! Anche se non ho mai capito come facessero le persone a distinguere le costellazioni. Io riconosco solo l’orsa maggiore- Kismet, senza nessuna concezione di cosa fosse lo spazio personale, si attaccò quasi letteralmente a Godwin, e iniziò a parlare di stelle.

Il ragazzo sostenne la conversazione, anche se si capiva chiaramente quanto fosse a disagio per l’improvviso interesse della cavallerizza nei suoi confronti.

Misaki avrebbe tanto voluto aiutarlo, ma si limitò a finire il pasto ed alzarsi dal tavolo.

Dopotutto, meglio una Kismet felice e protettiva con un Godwin leggermente a disagio piuttosto che una Kismet testa calda e vendicativa con un Godwin costantemente in pericolo.

Misaki sperava davvero che l’ottimismo rimanesse il più possibile.

 

Freetime

 

Quando Misaki uscì dalla mensa, decise di dirigersi nel salottino delle ragazze, e magari controllare che Sophie si fosse calmata dopo lo sclero avvenuto a pranzo.

Trovò solo Chap intenta a leggere una rivista, distrattamente e con il volto più serio che Misaki le avesse mai visto in volto.

-Hey, Chap! Tutto bene? Hai visto Sophie?- chiese Misaki, guardandosi intorno.

La comica sollevò lo sguardo verso di lei e improvvisamente tornò sorridente.

-Sì, si è chiusa in camera commentando qualcosa su Brett che è un titano o qualcosa del genere, e che se adesso ci fosse Percy Jackson lo farebbe fuori per il suo affronto… credo che sia meglio lasciarla sbraitare e tra un po’ tornerà come nuova- Chap le fece un occhiolino, per rassicurarla.

Misaki sperò sinceramente che si calmasse in fretta. Non voleva che le persone si abbattessero per faccende così insignificanti.

-Perché la cercavi, le volevi chiedere qualcosa? Perché se è urgente posso fare da tramite, o comunque dirglielo appena la vedo- Chap si offrì, ma Misaki scosse la testa, e si sedette accanto a lei.

-No, niente di urgente, volevo solo assicurarmi che non se la fosse presa troppo. Siamo tutti con i nervi a fior di pelle, dopo le polaroid- commentò, sospirando preoccupata.

-Lo so, ma andrà tutto bene! Kismet ha fatto pace con Godwin, la mia polaroid era super pacifica e non mi ha fatto litigare con Sophie, anche se ci è mancato poco, e secondo me riusciremo ad uscire presto!- Chap provò a rassicurarla, con il suo sorriso più brillante e un ottimismo che Misaki avrebbe voluto emulare.

-Come fai?- chiese, di getto.

Chap piegò la testa, confusa.

-Come faccio cosa?-

-Ad essere sempre così sorridente- si spiegò Misaki, colpita da come riuscisse sempre a mantenere quell’espressione.

-Beh, è facile. Per prima cosa devi sentire la bocca, poi prova a dire Cheese, e mantieni il volto in quel modo, e otterrai un sorriso!- scherzò Chap, facendo una dimostrazione pratica e facendo ridacchiare Misaki per la sua espressione buffa.

-Ecco! Così! Sei un’ottima studentessa!- si complimentò la comica, con un occhiolino.

-Ma seriamente, sei la più ottimista, probabilmente, sempre con il sorriso, e che cerca di trovare il lato positivo. Come fai?- chiese Misaki.

-Beh, la mia filosofia è che se sei tu il primo a sorridere, poi anche gli altri sorrideranno. Un po’ il contrario di Buster Keaton. E poi sorridere fa bene, sia all’umore che alla salute. Non c’è problema che non possa essere risolto da una fragorosa risata… tranne forse quando si è in assenza di ossigeno- rispose la comica, senza perdere l’espressione neanche per un secondo.

Era davvero una presenza rassicurante.

-Hai proprio ragione… in questo clima servirebbe a tutti una risata- commentò Misaki, cercando di imitarla, ma non riuscendo a sorridere in maniera del tutto naturale.

Chap sembrò pensare a qualcosa, ma non la condivise con Misaki.

-Ehi, vuoi sapere un’altra cosa molto salutare?- chiese, incoraggiante.

-Certo-

-Dire “Ciao”- 

Misaki ci mise qualche secondo a capire la battuta, poi scoppiò a ridere, e si seppellì il volto tra le mani, scuotendo la testa.

Che tremenda freddura.

Passarono il resto del pomeriggio tra battute in un’atmosfera molto leggera.

 

Fine Freetime

 

Fu una delle prime ad arrivare a cena, e batté anche sul tempo Godwin. Gli unici oltre a lei erano Winona, intenta a cucinare, Alan, che la stava aiutando, e Pierce, che stava già mangiando allegro, e muoveva la testa come se stesse sentendo la musica, ma senza cuffie nelle orecchie. Forse la stava immaginando.

Misaki si sedette in un piccolo tavolo vuoto, e non parlò neanche mentre aspettava che la servissero.

-Cos’è quel muso lungo? Hai fatto un brutto sogno?- chiese Winona, arrivando con delle crepes salate che sembravano stranamente deliziose.

Misaki non riuscì a non lanciarle un’occhiataccia. Non si aspettava una battuta del genere. Winona non si aspettava tale reazione, e si rese conto di quello che aveva detto dopo qualche istante.

-Giusto! Abbiamo fatto tutti dei sogni strani. Me l’ero quasi scordata! Scusa Misaki- fece un passo indietro, lasciandole il cibo e ritirandosi in cucina.

Con grande confusione di Misaki, mentre rientrava in cucina, lanciò un’occhiataccia verso Sophie e Chap, entrate in quel momento insieme intente a confabulare con fare eccitato. Da ciò che aveva visto fino a quel momento Misaki era convinta che Winona andasse molto d’accordo con le due. Forse il suo ricordo le metteva sotto una cattiva luce?

Misaki si ritrovò a squadrarle con sospetto, senza neanche rendersene conto.

-Non farti influenzare, amicona- le suggerì una voce che la ragazza riconobbe subito, sedendosi accanto a lei.

-Nowell!- sobbalzò la ragazza, sorpresa. Non si era accorta che fosse entrato nella stanza. Di solito non era mai tra i primi.

-Se ti lasci condizionare fai il suo gioco. Qualsiasi sia il passato, ora dobbiamo pensare al presente- continuò il ladro, in tono incoraggiante.

Misaki però non riusciva a guardarlo.

-Lo so- borbottò, senza crederci del tutto.

L’immagine della polaroid continuava a infestarle la mente, come un tarlo che piano piano le stava consumando il cervello.

Neanche il pomeriggio passato con Chap era riuscito a rallegrarla del tutto.

Nowell sospirò, e decise di non insistere.

Accettò le crepes e i due mangiarono in silenzio, fino all’arrivo di Leland, che si sedette accanto a Misaki prendendo il posto che Midge sembrava in procinto di occupare.

-Spero che Winona cucini meglio di Sophie- esordì il critico, lanciando un’occhiata infastidita all’orafa, che rinunciò ad obiettare qualcosa e si sedette con Sophie e Chap.

-Povera ragazza- commentò Nowell tra sé, lanciando un’occhiataccia in direzione del critico.

-Sophie non cucina male- obiettò invece Misaki, giocherellando con il cibo nel piatto, talmente concentrata a fissarlo che non si era minimamente resa conto dello scontro per sedersi accanto a lei.

-Certo, se ti piace il colorante. Era disgustoso!- insistette Leland -Ma non perdiamoci in discussioni che perderesti, cosa ne pensi del nuovo piano di Monokuma?- dopo i convenevoli, Leland passò subito al dunque, e attirò tutta l’attenzione di Misaki, che alzò la testa di scatto e lo guardò confusa.

-Come?- chiese, senza capire dove volesse andare a parare.

-Credi che bluffi?- si spiegò Leland, senza spiegarsi troppo.

-Sì!- 

-No!-

Nowell e Misaki parlarono insieme, poi si guardarono.

Misaki, che aveva detto uno dei sì più convinti della sua vita, incontrò lo sguardo di Nowell, che aveva negato con altrettanta veemenza.

-Io chiedevo alla persona intelligente, non al plebeo- ci tenne a sottolineare Leland.

-Ha parlato lo snobbone pallone gonfiato- Nowell alzò gli occhi al cielo, ma si rivolse subito dopo a Misaki -Che ricordo hai ricevuto? Perché sei convinta che sia falso?- indagò, sorpreso.

Misaki impallidì.

-Beh, no, cioè… penso solo che Monokuma… insomma…- non sapeva proprio come riacchiapparsi -…ecco, forse alcune foto sono vere e altre false- cercò di proporre, lanciando un’occhiata a Kismet che parlava allegramente con Godwin che perlopiù annuiva, e continuava a sembrare alquanto in difficoltà.

-Forse dovremmo mostrare le nostre rispettive foto- provò a suggerire Leland, osservando la stessa scena.

-No!- risposero insieme Nowell e Misaki, questa volta in comune accordo.

Nowell non guardò il volto di Misaki quando rispose, e la ragazza notò che le sue orecchie erano leggermente rosse.

-Hai qualcosa da nascondere, criminale?- indagò Leland.

-Credo che si rischierebbe di creare conflitto evitabile. Alcuni ricordi potrebbero metterci uno contro l’altro più rivelandoli che tenendoli nascosti- cercò di sviare Misaki, fraintendendo il destinatario della domanda e rispondendo al posto di Nowell.

-Allora che si fa? Non voglio che avvenga un altro omicidio!- rifletté Leland, sospirando quasi tra sé.

Misaki non lo aveva mai visto così autentico.

-Oh, ma quindi il pallone gonfiato ha un cuore? O è solo spaventato che qualcuno lo uccida?- lo prese in giro Nowell.

Misaki gli lanciò un’occhiataccia.

-Non credo di essere una cattiva persona se dico entrambe le cose. Nessuno vuole morire!- si infiammò Leland. Aveva una sua logica.

Nessuno vuole morire.

La ragazzina nel ricordo di Misaki non voleva morire. E neanche Misaki vuole morire.

Sarebbe disposta ad uccidere per non morire a sua volta? Fino al giorno prima credeva di no, ma adesso iniziava a credere di esserne in grado.

Ma forse Leland aveva ragione. Forse questo non la rendeva necessariamente una cattiva persona.

Una debole, forse. Una egoista, certamente. Ma non necessariamente cattiva.

I suoi pensieri vennero interrotti dal rumore di una forchetta che colpiva leggermente il bicchiere. Rendersi conto che l’artefice di un gesto tanto raffinato era Chap non fece che rafforzare l’attenzione di Misaki nella realtà, così come quella di tutta la sala, ormai piena, che si girò a guardare la comica.

-Mi è venuta un’idea per rallegrare la vita in hotel!- esclamò lei, con un grande sorriso incoraggiante, alzandosi in piedi sulla sedia.

Misaki non riuscì a fare a meno di irrigidirsi. L’ultima volta che lei aveva avuto un’idea per rallegrare la vita in hotel qualcuno era morto.

-Siete tutti invitati al mio spettacolo stand-up comedy che si terrà domani pomeriggio alle quattro! Barzellette, improvvisazioni, cose molto divertenti, con l’aggiunta di piccoli sketch di Sophie e mi farebbe piacere se Naomi ci deliziasse con qualche canzone- indicò la ragazza, che era l’unica che non le stava dando attenzione.

-Cucinare una volta per voi non significa certo che mi abbasserò al vostro livello. Questa volta mi dissocio completamente da qualsiasi attività ricreativa assassina- rispose lei, categorica, e facendo scendere l’atmosfera.

-Ah, beh, io ci ho provato, ma tu resti una regina di ghiaccio. Sciarpetta almeno ci sarà? Devi recensire!- Chap indicò Leland, che annuì.

-Ti demolirò, ciuffo d’ananas!- le disse sistemandosi gli occhiali.

Dal sorrisino che fece, Misaki capì che era davvero felice della distrazione.

E decise di cogliere la palla al balzo. Dopotutto, ne aveva bisogno. Ne avevano bisogno tutti.

-Chap! È davvero un’ottima idea! Non vedo l’ora di vederti dal vivo!- esclamò, fingendo più entusiasmo di quanto ne provasse.

-Sarà molto divertente!- le diede man forte Godwin, in tono mite ma con un grande sorriso.

Uno alla volta, tutti annuirono, e ad eccezione di Naomi, tutti si convinsero ad assistere allo spettacolo.

Misaki era molto più allegra quando iniziò ad avviarsi fuori dalla mensa per andare a dormire.

-Tu non salirai sul palco?- le chiese Leland quasi tra sé, avvicinandola nella strada per le camere.

Il cuore di Misaki perse un battito, e sentì un brivido risalire lungo la spina dorsale, ma fece finta di niente.

-Perché dovrei?- chiese confusa -Non ho talenti degni- alzò le spalle.

-Già… lascia perdere- Leland la superò, e si avviò in camera.

Misaki non capiva cosa intendesse, ma decise di non pensarci. 

Doveva pensare positivo, dormire bene, ed essere ottimista. Non poteva pensare anche a strane frasi misteriose.

 

Peccato che non riusciva proprio a chiudere occhio.

Rigirandosi nel letto con la polaroid in mano, per poco non si prese un infarto quando notò che Monokuma era proprio davanti a lei, e il suo occhio rosso brillava malizioso e crudele.

-Cosa vuoi da me?!- chiese Misaki, nascondendo la foto nonostante sapesse che non ce n’era bisogno, e mettendosi a sedere.

-Sono venuto a consegnarti un bonus- esordì Monokuma, in tono divertito.

-Non lo voglio!- Misaki si mise subito sulla difensiva. Non avrebbe accettato da quell’orso neanche la chiave per uscire, ed era piuttosto certa che non era venuto nella sua camera di notte per darle un oggetto tanto utile.

-Oh? Eppure ero certo che ti sarebbe interessato. Sai, tu e Nowell siete stati i migliori nel Class Trial, quindi pensavo di darvi un indizio. Oh, ma se non lo vuoi… non fa niente- iniziò a sventolarle una polaroid davanti al viso, e fece per uscire dalla porta.

Misaki esitò. Probabilmente era una trappola, ma se avesse voluto darle qualcosa che avrebbe potuto farle del male non lo avrebbe annunciato, come con il ricordo del giorno prima.

Forse era il ricordo di qualcun altro, magari qualcuno che poteva uccidere. Pertanto Misaki, vedendo l’immagine, avrebbe potuto evitarlo.

Ma d’altra parte, perché mai Monokuma avrebbe dato un indizio utile? 

Però… poteva sempre sapere che lei non aveva intenzione di ricevere niente, quindi lei avrebbe rifiutato, e al successivo trial Monokuma l’avrebbe gettata nella disperazione affermando che l’indizio avrebbe salvato la prossima vittima.

Alla fine Misaki decise che non poteva essere nulla di peggiore della polaroid che aveva ricevuto, perciò fermò Monokuma prima che potesse uscire.

-Aspetta, lo accetto- porse la mano verso di lui, e vide l’occhio rosso brillare. Non riuscì a capire se fosse o no un buon segno.

-Oh, non me lo aspettavo. Beh, ecco a te- con un finto inchino, le porse la polaroid, ma quando Misaki vide l’immagine ritratta, le si strinse il cuore.

Era la soggettiva di qualcuno che Misaki non riuscì ad identificare, e davanti a lei, con una mano sulla sua spalla, c’era Janine. L’espressione era comprensiva e di partecipazione. Incoraggiante. Chiunque si sarebbe sentito rassicurato, qualsiasi cosa fosse successa.

Ma come poteva rivelarsi un indizio.

Misaki provò a girare il foglio, e quello che trovò dietro iniziò a farle collegare i puntini.

“Janine ti consola dopo un lutto”.

Tornò ad osservare la foto, e notò che il braccio della persona alla quale apparteneva il punto di vista indossava un bracciale piuttosto familiare, fatto di sfere di legno colorate.

Ogden.

Alzò la testa verso Monokuma, guardandolo con odio.

Lui ridacchiò.

-Upupupupupu! Dovresti vedere la tua faccia! Attenta a non mostrare questa espressione agli altri, o potranno pensare che hai commesso un omicidio… aspetta, ma lo hai fatto!- la prese in giro l’orso.

Misaki dovette ricorrere a tutto il suo autocontrollo per non prenderlo a calci.

-C’è da dire che è davvero un peccato. Se Ogden avesse aspettato che qualcun altro compisse il primo passo, avrebbe avuto la risposta alla sua domanda. E pensare che ha superato davvero bene la morte di suo fratello, grazie a voi e soprattutto Janine. Oh, beh. Fa buon uso della foto, credo che potrebbe davvero servirti- e con un cenno di saluto, Monokuma scomparve nel nulla così come era comparso.

Misaki si buttò sul letto, e si trattenne a stento dal piangere.

Perché Monokuma si accaniva così su di lei?! Era perché non doveva essere lì? Perché aveva stretto amicizia con tutti? Perché aveva risolto il primo processo di classe? O forse era perché aveva assunto la posizione di capo non ufficiale. Chissà se era stato così perfido anche con Janine. In tal caso Misaki era convinta che l’ipotesi del suicidio sarebbe stata più che legittima.

Si rigirò le due foto tra le mani, senza sapere a cosa sarebbero potute servirle, oltre che a disperarsi.

Rigirandosi nel letto, e osservandole, una strana idea iniziò a formarsi nella sua mente.

Aveva due foto, a differenza di tutti gli altri tranne forse Nowell.

Aveva due foto, ed era difficile, nella seconda, capire chi fosse il soggetto. Lei e Ogden avevano davvero un colore di pelle simile. E le mani sembravano quasi le stesse.

Una foto dove Janine la consolava per un lutto.

Chissà che lutto aveva avuto.

Forse sua sorella?

Senza neanche rendersene conto, mentre il sonno cominciava ad avvolgerla, era quasi del tutto convinta che quella polaroid fosse la sua.

Nascose inconsciamente quella vera sotto il materasso, e osservò quella di Ogden.

La fissò cercando di carpirne ogni particolare, e si addormentò con la foto tra le mani.

 

Il giorno successivo, fu svegliata da qualcuno che batteva forte sulla porta.

Ci mise qualche secondo a collegare il cervello, e sentì anche qualcuno gridare il suo nome con una certa urgenza.

Poi si svegliò di scatto, e si mise a sedere talmente in fretta da farsi girare la testa.

Se qualcuno la chiamava prima dell’annuncio di Monokuma poteva esserci solo un motivo, dopotutto.

Misaki vide nella sua testa tutti i volti dei suoi compagni, chiedendosi chi fosse la vittima, questa volta. Non seppe perché ma il suo pensiero si soffermò su Godwin più che su tutti gli altri.

Corse alla porta e la aprì di scatto, trovandosi davanti il volto spaventato di Nowell.

-Chi è?! Ti prego, dimmi che non è Godwin!- esclamò la ragazza, senza trattenere i lucciconi.

Era spettinata, in pigiama, con le occhiaie e gli occhi lucidi. Non il modo migliore per accogliere in camera il ragazzo, ma non era importante, al momento.

Nowell la abbracciò di scatto, senza darle il tempo di pensare esattamente alla situazione.

-Non ti abbiamo visto in mensa. Eravamo tutti preoccupati!- disse, senza dare una risposta alle sue domande. Probabilmente neanche capendone il significato.

-C…cosa?- chiese Misaki, confusa, quasi soffocata dall’abbraccio inaspettato. Il suo cuore continuava a battere più velocemente del normale, ma non era certa fosse più la paura.

-Sono le otto e mezza! Non hai sentito l’annuncio di Monokuma?- Nowell si allontanò leggermente, e la guardò negli occhi.

Misaki sentì un nodo allo stomaco.

-No, io…- lanciò un’occhiata all’orologio appeso al muro, e notò che Nowell non aveva mentito -…mi dispiace, forse dormivo troppo profondamente. Non riuscivo a prendere sonno, ieri notte- si spiegò, iniziando a strofinarsi gli occhi, per svegliarsi meglio.

-Bene, è un sollievo. Non so cosa avrei fatto se ti fosse capitato qualcosa- Nowell sospirò, e lanciò un’occhiata nella stanza, soffermandosi in particolar modo sulla polaroid a terra, che Misaki aveva lasciato cadere nel sonno.

-Allora io ti lascio preparare e vado ad avvertire gli altri. Non vorrei farli attendere- distogliendo in fretta lo sguardo dalla foto e tornando alla ragazza, Nowell le fece un veloce sorriso, prima di uscire dalla stanza.

Misaki ebbe l’impressione che fosse arrossito leggermente, ma decise di non darci peso, e si avviò in bagno, per prepararsi e dirigersi in mensa per fare colazione.

 

Appena arrivò, venne letteralmente aggredita da Midge, Sophie e Chap, accorse verso di lei per abbracciarla stretta.

-Non preoccuparci mai più così!- dissero in coro, Midge molto più balbettante.

-Lo hanno provato per gli ultimi dieci minuti, mentre ti aspettavano- la informò Leland, seduto in un angolo intento a bere caffè, scuotendo la testa.

Misaki non trattenne una risatina.

-Scusate, ragazze. Ero davvero troppo stanca per svegliarmi- cercò di giustificarsi la friendship maker, ricambiando l’abbraccio delle amiche e cercando Alan con lo sguardo. Aveva bisogno di caffè. Disperato bisogno di caffè.

-Il caffè è finito, ma se vuoi abbiamo la coca cola- arrivò invece Pierce, con un bicchiere pieno di liquido marrone scuro, che porse alla ragazza con il suo classico sorriso rilassato.

Misaki sospirò, ma accettò. Purché la svegliasse.

Poi si diresse nella sala, che si era leggermente svuotata, e si sedette al primo tavolo libero che trovò.

Non che volesse stare sola, ma non credeva di essere in grado di sostenere una conversazione, al momento.

Iniziò a bere la bibita frizzante e si guardò intorno per controllare la situazione della sala.

Chap e Sophie se n’erano andate dopo la sceneggiata, mentre Midge si era seduta accanto a lei, per farle compagnia sebbene avesse finito di mangiare.

Leland finiva in tutta tranquillità il suo caffè e oltre a lui erano rimasti solo Pierce, Alan, entrambi intenti a servire e sistemare la sala da pranzo, e Godwin, accompagnato dalla fedele Kismet. Quest’ultima però era un po’ distratta, e discuteva con Alan qualcosa circa il cibo.

Godwin, però, non sembrava stare affatto bene.

E questa non era certo una novità. La novità era che sembrava davvero sul punto di svenire, la mano che teneva la tazza di caffè tremava, così come le gambe sotto al tavolo, e si teneva la testa come se stesse per scoppiare.

Misaki lo vide sussurrare qualcosa tra sé, poggiare la tazza, e alzarsi dal tavolo.

E prima che accadesse, sapeva già cosa sarebbe successo, e si alzò a sua volta, anche se era troppo lontana per fare qualsiasi cosa.

Mentre il filantropo si accingeva ad uscire dalla sala, le gambe gli cedettero, e cadde a peso morto a terra, sbattendo la testa contro il tavolo.

-Godwin!- gridarono insieme Misaki e Kismet, affrettandosi verso di lui.

-Signor Dixon!- esclamò invece il maggiordomo, sorpreso, rimanendo quasi congelato sul posto.

-Ahi- commentò invece Pierce, senza la minima espressività.

Midge e Leland si limitarono a sobbalzare.

Arrivata davanti al giovane, Misaki rimase sollevata nel notare che non aveva ferite sulla testa, ma era in procinto di svenire, e non sembrava riuscire a mettersi neanche seduto.

-Alan, dobbiamo portarlo in infermeria!- Misaki si rivolse al maggiordomo, il più alto e forte lì dentro, ma prima che potesse raggiungerli, Kismet fu più veloce e prese Godwin senza sforzo, a mo’ di principessa.

-Lo porto io! Strambo, vieni con me!- con serietà e determinazione, Kismet indicò Pierce, che alzò le spalle e la seguì.

Misaki avrebbe voluto fare altrettanto, ma l’aura della cavallerizza la fece restare indietro.

Il sottotesto del suo sguardo, dopotutto, parlava chiaro “Non osate avvicinarvi a lui! Non mi fido di voi per proteggerlo” e sebbene ingiusto, Misaki lo trovò comprensibile.

Poco dopo essere tornata al suo posto, con il cuore che batteva a mille e pregando che Godwin stesse bene, la porta della sala da pranzo si spalancò, e River entrò, guardandosi attorno preoccupato.

-Dov’è Godwin?- chiese all’erta.

-Il signor Dixon è in infermeria- lo informò Alan, in tono professionale sebbene preoccupato.

River sobbalzò, e gli occhi si spalancarono ulteriormente.

-Sono arrivato tardi!- lo sentì borbottare Misaki tra sé, prima che corresse nuovamente fuori dalla stanza.

-Perché lo cerca con tanta urgenza?- si chiese Midge, confusa.

-Forse ha saputo che è caduto- provò a supporre Misaki, anche se le sembrava strano.

-Ma come? È successo pochi minuti fa e l’abbiamo visto solo noi- obiettò Leland, un po’ sospettoso.

Misaki alzò le spalle.

Non aveva la concentrazione per riflettere su ulteriori stranezze. Finì la sua coca-cola senza che ci fossero altri eventi degni di nota.

 

Freetime

 

Quando uscì dopo colazione, decise di cercare il ladro. Voleva ringraziarlo per averla svegliata, quella mattina.

Lo trovò a fissare la porta dell’ingresso.

-Hey, che fai?- chiese Misaki, cercando di capire cosa sembrasse guardare con tale intensità.

Lui sobbalzò. Non si era reso conto della sua presenza, ma tornò subito rilassato e tranquillo, come sempre.

-Stavo solo riflettendo su come teoricamente si potrebbe aprire una porta del genere. Non ho mai visto una serratura simile- spiegò, indicandola ma non toccandola per evitare che Monokuma decidesse di ucciderlo a caso per aver contravvenuto alla prima regola.

Misaki gli diede ragione. Anche se era ovvio che se uno come l’ultimate thief non aveva mai visto qualcosa del genere, era improbabile che l’avesse visto lei, una semplice crea-amicizie.

-Hai visto tante serrature nel corso della tua vita, vero?- lo provocò, alludendo al suo talento.

Lui alzò le mani.

-Non sono così sciocco da confessare un crimine che NON ho commesso davanti a delle telecamere!- lanciò un’occhiata alla telecamera che li fissava insistentemente.

Misaki ridacchiò.

-Giusto, infatti sei l’Ultimate Thief per errore, giusto?- lo prese in giro, dandogli una pacca sulla spalla.

Nowell sospirò.

-A mia discolpa, posso dire che ho sempre rubato solo a chi se lo meritava, o aveva così tanto che una piccola percentuale in meno non gli avrebbe fatto né caldo né freddo- giustificò i vari furti che NON aveva commesso.

-Un moderno Robin Hood- osservò la ragazza, pensando al nomignolo che gli aveva affibbiato Sophie.

-Un semplice ragazzo senza più un padre che deve badare al meglio alla madre e ai sei fratelli minori- Nowell abbassò lo sguardo, cercando di non far vedere gli occhi velati di tristezza.

-Ti mancano molto?- chiese Misaki, realizzando immediatamente che fosse una domanda sciocca.

-Non abbastanza da uccidere qualcuno, questo è certo. So che Keith può cavarsela, insieme a Daisy. Sono gemelli, sai, un anno più piccoli di me. Poi ci sono Felicia, Duncan, Harriet e Trevor. Mia madre dice che noi sette siamo il suo arcobaleno- sorrise tra sé, al ricordo della sua famiglia, e si rigirò tra le mani la catenina che aveva al collo.

-Mia madre invece dice che io e Ritsuko siamo il suo incubo- ricordò Misaki, ridacchiando al pensiero di tutto quello che combinavano da piccole.

-Wo, non ti ci vedo come combinaguai- 

-A mia discolpa Ritsuko era molto peggio di me!- si giustificò Misaki, imitando alla perfezione il tono assunto dal ladro poco prima.

Entrambi risero di gusto.

E rimasero più di un’ora a parlare delle rispettive famiglie, dimenticando per un attimo che rischiavano di non rivederle mai più.

Ma almeno Misaki sentiva di aver formato una connessione più profonda con Nowell.

 

Fine freetime

 

Ben presto arrivò l’ora di pranzo, e Misaki si sentiva molto più sveglia rispetto alla mattina.

Ed era anche parecchio affamata, dato che per colazione aveva solo bevuto una coca cola.

Purtroppo era il turno di Brett, e Alan non lo aveva aiutato a preparare.

Risultato, tutti i ragazzi rimasero praticamente digiuni.

-E ha osato lamentarsi della mia cucina?! Se me lo ritrovo tra le mani lo ammazzo, Super Mario!- si lamentò Sophie, massaggiandosi i muscoli con voce assassina.

-Meglio di no perché sennò poi dobbiamo processarti. Che ne dici di torturarlo pesantemente?- propose Misaki, accarezzando lo stomaco che emetteva brontolii insistenti come se potesse in questo modo calmarlo.

-Mi sembra proprio una buona idea- annuì Sophie, iniziando a riflettere su vari modi di torturare senza uccidere.

Midge, seduta accanto a Misaki, impallidì e si ritirò sulla sedia ad ogni nuova idea.

Alla fine Chap interruppe il programma da film horror.

-Non che mi dispiaccia parlare di torturare Brett, ma avete visto Godwin? Non è ancora arrivato a pranzo- commentò, guardandosi intorno confusa e leggermente preoccupata, anche se cercava di non darlo a vedere.

-Oh, forse è ancora in infermeria- suggerì Midge, pensierosa.

Chap si girò verso di lei così in fretta da farla sobbalzare neanche fosse appena comparso Monokuma.

-Perché è in infermeria? Da quando in infermeria? Cosa è successo?- chiese, arrivandole a pochi centimetri dal naso.

-Oh… ecco… lui…- Midge iniziò a balbettare. Appariva terrorizzata a morte.

-Non si è sentito bene ed è crollato alla fine della colazione. Kismet lo ha portato in infermeria e c’era anche Pierce con loro- spiegò Misaki, togliendo Midge dalla scomoda situazione.

-E voi avete affidato il prezioso Godwin nelle mani della bipolare e del pazzoide?!- esclamò Chap, incredula.

-Concordo che Rick e Merida non sono minimamente affidabili- le diede man forte Sophie.

-Beh, credo che River sia andato da loro- cercò di redimersi Misaki.

-Peggio! Pensi di poterti fidare di Bill Cipher?!- insistette Sophie, ancora più preoccupata.

-Tiene molto a Godwin- obiettò Misaki.

-Godwin sta bene, ha solo avuto un calo di zuccheri- le informò una voce bassa che attirò l’attenzione delle quattro ragazze.

Sophie e Chap arrossirono leggermente per l’imbarazzo quando notarono che la voce apparteneva a River, che sembrava le stesse ascoltando da un po’, e aveva uno sguardo duro nell’unico occhio visibile.

-Oh, beh… buono a sapersi- commentò Sophie, senza guardarlo.

-Ma resterà in infermeria per tutto il giorno, per sicurezza. Kismet resterà con lui- li informò poi River, con leggero fastidio, prima di superarli per uscire.

-Ehi, aspetta!- Misaki lo fermò, alzandosi in piedi e raggiungendolo.

Lui la guardò confuso, aspettandosi una domanda.

Ma Misaki non sapeva da dove cominciare. Avrebbe voluto chiedergli di cosa era preoccupato quella mattina, come stesse Godwin, quale fosse il suo talento, che era l’unico che ancora non conosceva. Ma alla fine, mentre abbassava lo sguardo cercando le parole e incapace di sostenere quello del ragazzo davanti a lei, fu un’altra domanda ad uscirle dalla bocca.

-Sei fradicio? È successo qualcosa?- chiese infatti, notando che le maniche della giacca del ragazzo, così come la parte inferiore e i pantaloni, erano zuppi d’acqua.

-Mi si è rotta una tubatura in bagno. Nulla di grave- River scosse la testa, senza dare segno che la faccenda gli pesasse, ma Misaki non la vedeva così.

-Vieni, andiamo a chiedere a Brett se può risolvere la cosa. È un idraulico, dopotutto- lo incoraggiò lei, facendogli cenno di seguirla e avviandosi in cucina.

River aprì la bocca per obiettare, poi alzò le spalle, ed eseguì.

 

Quando Misaki raggiunse la sala da ballo, nel pomeriggio, pronta per il cabaret, c’erano meno persone di quante se ne aspettasse.

Sophie e Chap avevano allestito un piccolo palco davanti al bar, e delle sedie che davano le spalle alla porta di vetro che dava sul corridoio. 

Avevano evitato con attenzione il luogo dove avevano ritrovato il corpo di Janine, ma la presenza della ragazza riecheggiava nella stanza.

Le due protagoniste dello show erano sotto al “palco” e si preparavano con attenzione. Sophie era concentrata con la musica mentre Chap respirava profondamente.

Misaki si sedette in prima fila, accanto a Leland, che aveva un blocco per appunti e l’espressione concentrata.

Accanto a lei si sedette anche Nowell, incuriosito dallo spettacolo.

Oltre a loro tre, nella sala erano presenti anche Midge, Winona, Pierce e River. 

Senza Godwin e Kismet, erano davvero pochi. E anche Brett si era assentato per riparare l’impianto idraulico in camera di River, lavoro decisamente urgente che rischiava di allagare tutta la zona dei ragazzi.

Alan, sebbene presente, aveva annunciato che avrebbe fatto avanti e indietro per la stanza per portare stuzzichini e bibite. Dato che nessuno aveva pranzato, ne furono davvero tutti felici.

Ovviamente anche Naomi non li degnò della sua presenza.

Alle quattro precise, Chap iniziò lo spettacolo, e Misaki si perse nella scena, nelle battute e negli sketch.

Furono le due ore più divertenti della sua vita, e a malapena si rese conto di ciò che accadeva intorno a lei, tanto era presa dalla performance.

Non la si poteva biasimare, era in prima fila.

Di certo notò però che Leland ridacchiò ben più di una volta, e Nowell le sfiorò le dita durante uno sketch romantico di Sophie, che venne interrotto quando la ragazza li indicò e disse che li shippava.

Leland non ne fu molto contento.

Alle sei e qualche minuto, Chap annunciò che lo spettacolo era finito,  e scese dal palco sbadigliando, stanca ma soddisfatta.

Leland e Winona, che si era seduta in fondo, si precipitarono da lei.

Misaki passò a fare i complimenti alle due ragazze, e si guardò intorno.

Alan si era seduto in fondo, dopo aver finito il suo lavoro di cameriere, e sorrideva.

River, dall’altra parte della fila di sedie, aveva lo sguardo basso, e l’espressione imperscrutabile.

Brett, nonostante avesse promesso che sarebbe venuto dopo la riparazione, non si vedeva da nessuna parte. Forse stava ancora lavorando? 

Midge si era alzata subito dopo lo spettacolo per andare a preparare la cena. Non toccava a lei, ma Godwin era in infermeria, perciò avevano scalato.

Pierce e Nowell erano immutati.

-Ti è piaciuto lo spettacolo, amicona?- chiese Nowell, alzandosi e avvicinandosi a lei.

-Sophie è unica- Misaki alzò gli occhi al cielo, arrossendo leggermente per le sue supposizioni -Ma Chap è davvero brava. Merita il suo titolo- ammise poi, lanciando un’occhiata alla comica, che sembrava davvero felice.

-Che pensi di fare prima di cena?- le chiese poi Nowell, in tono disinteressato.

-Credo che andrò a visitare Godwin. Non lo vedo da stamattina- lo informò pensierosa.

-Buona fortuna. Con la Cavallara di guardia ne avrai bisogno- Nowell le fece un occhiolino, e ridacchiando, Misaki uscì, e iniziò ad avviarsi in infermeria, ripensando alle battute più divertenti e dimenticandosi, per un attimo, della situazione terribile in cui si trovavano.

Quando entrò nella stanza, la realtà la colpì come un pugno nello stomaco, facendola rimanere senza fiato e stordita, come se la terra sotto ai piedi fosse scomparsa. O come se si fosse appena svegliata da un bellissimo sogno.

Alcuni oggetti erano caduti per terra, in disordine, come se ci fosse stata una lotta, e Godwin stesso giaceva a terra, immobile, in camice ospedaliero, quasi del tutto nascosto dalla tenda che divideva i letti, tanto che in un primo momento, Misaki quasi non lo aveva visto.

Il cuore della ragazza sembrò fermarsi per il terrore.

 



 

 

 

 

 

(A.A.)

Questa sì che è una doccia fredda.

Da 0 a 100 in poche righe.

Ma colpo al cuore finale a parte, questo capitolo getta le basi non solo per questo caso, ma anche per altri, con piccoli indizi.

Spero che vi sia piaciuto, e appuntamento alla prossima settimana per il capitolo dedicato alle investigazioni, anche se… potrebbe sorprendervi non poco.

Un bacione e alla prossima :-*

 

 

 

 

Ritorna all'indice


Capitolo 8
*** Chapter 2: Memories, sins and children games Hotel Death ***


Chapter 2: Memories, sins and children’s games

 

-Godwin!- sussurrò la ragazza, a bocca aperta e occhi sgranati. A differenza di come era successo per Janine, forse per l’assenza del sangue, o per il rapporto stretto che aveva con il filantropo, Misaki non ci pensò due volte a correre nella sua direzione.

Perché non poteva essere morto! Si rifiutava di crederlo!

Con mano tremante, si affrettò a controllare il polso, e un’ondata di sollievo la colse non appena sentì il deciso battito del suo piccolo cuore.

Lui si mosse leggermente, e provò ad avanzare, come in uno stato di sonnambulismo.

-Godwin, svegliati- provò a scuoterlo la ragazza, leggermente ma abbastanza forte da ottenere risultati.

Godwin aprì lentamente gli occhi, mettendo con difficoltà a fuoco la ragazza.

-Ki… Kismet… Kismet…- iniziò a balbettare, aggrappandosi a Misaki come ad un’ancora di salvezza. Tremava vistosamente, e non sembrava in grado di reggersi in piedi.

Misaki, inoltre, notò che alla base della schiena, dove il camice dell’ospedale si era leggermente allentato, una profonda cicatrice da operazione gli attraversava quasi interamente la spina dorsale. Non sembrava niente di buono, ma non era il momento di rifletterci.

-Kismet? Cosa è successo a Kismet?- chiese la ragazza, preoccupata.

-M…maschera… è in pericolo… dobbiamo.. dobbia… trovarla!- cercò di spiegarsi Godwin, tentando senza successo di mettersi in piedi.

-Aspetta, tu devi riposare. La vado a cercare io- cercò di rassicurarlo, mentre il cuore iniziava nuovamente a battere all’impazzata e lo stomaco si stringeva.

Non poteva esserci stato un altro omicidio, vero?

-No! Devo trovarla!- esclamò Godwin, con le lacrime agli occhi.

Con qualche difficoltà riuscì ad alzarsi, ma si appoggiò con forza a Misaki, che non poteva fare altro che reggerlo e cercare di convincerlo a parole che non era nelle condizioni di indagare in giro.

Per fortuna non era l’unica che aveva deciso di venire a fare visita al filantropo.

-Credo che lo sketch di Sophie su Phoenix Wright sia stato davvero d’oro…- stava commentando Chap, mentre entrava nella stanza seguita da River, che l’ascoltava ma appariva all’erta e distratto.

-Oh, santo cielo, cosa è successo?!- commentò subito dopo la comica, guardandosi intorno confusa e rivolgendosi a Misaki e a Godwin. 

-Kismet è scomparsa- spiegò Misaki, parlando per Godwin, che non sembrava esserne troppo in grado.

-Dovremmo cercarla. Dividiamoci, così faremo più in fretta- li incoraggiò River, in tono pratico.

-Vado ad avvertire gli altri!- si offrì Chap, correndo via.

-Io cerco in questo piano. Misaki tu occupati del primo. Godwin, resta a riposare- propose River, indicando al ragazzo il primo letto della stanza, che dava direttamente sulla porta.

-No, io… devo trovarla!- provò ad insistere Godwin, tenendosi aggrappato a Misaki, sempre più pallido, per quanto fosse possibile.

-No, River ha ragione. Non riesci a reggerti in piedi- gli fece notare Misaki, prendendolo di peso e mettendolo sul letto.

-Ma…- Godwin continuava ad essere deciso ad andare alla ricerca.

-Lo controllo io- si offrì Misaki. River annuì.

-Lo affido a te, so che è in buone mani, io vado a cercarla- le lanciò uno sguardo penetrante e uscì in fretta dalla stanza.

-Godwin, puoi dirmi esattamente cosa è successo?- decise di indagare Misaki, per avere un quadro più completo della situazione e agire di conseguenza.

-Non… non lo so per certo. Ero a letto a riposare, e a un certo punto ho sentito urlare. Mi sono svegliato e una persona mascherata aveva preso Kismet, che aveva gli occhi chiusi. Credo che fosse svenuta. Ho provato ad alzarmi per affrontarla, e urlare, ma mi ha messo un panno davanti alla bocca. Era molto più forte di me. Poi ho perso conoscenza. Credo di essere caduto a terra. Non lo so, però. È tutto molto confuso- Godwin si prese la testa tra le mani, e iniziò a singhiozzare.

Misaki provò a dargli qualche pacca sulla spalla, per rassicurarlo.

-Mi sai dire che ore fossero?- provò a chiedere, sia per fare conversazione, ma soprattutto per avere un quadro completo della situazione nell’eventualità che fosse successo qualcosa di brutto.

Sperava decisamente di no, ma aveva una brutta sensazione.

-Non lo so di sicuro, ma sicuramente dopo l’inizio dello spettacolo. Alan è venuto a portarmi qualcosa da mangiare e ci ha informati che era iniziato. Poi saranno passati… beh, molti minuti- raccontò Godwin, prendendosi la testa tra le mani per riordinare le idee.

Tra le lacrime era difficile rendersi pienamente conto di cosa stesse dicendo, ma Misaki si fece un’idea abbastanza chiara, e segnò mentalmente l’informazione.

-Ti prego, andiamo a cercarla. Non ce la faccio a stare qui in attesa- Godwin alzò lo sguardo sulla ragazza, supplicandola di smettere di fargli la guardia.

Misaki capiva perfettamente il suo punto di vista, ma era chiaramente sconvolto e malato, e lasciarlo andare in giro alla ricerca di una persona che poteva anche non esserci più non avrebbe mai giovato alla sua salute.

-Sono tutti alla ricerca, vedrai che la troveranno immediatamente- provò a rassicurarlo, anche se non ci credeva neanche lei.

Un rumore di passi vicino alla porta, sebbene attutiti, attirarono la sua attenzione, e sia lei che Godwin notarono di sfuggita la figura minuta di River che correva verso le scale che portavano ai piani inferiori.

Il cuore di Misaki perse un battito.

E prima che potesse rendersene conto, Godwin si era alzato e aveva fatto uno sprint verso la porta, deciso ad indagare.

-Godwin!- Misaki corse al suo inseguimento, ed entrò nella zona dei bimbi pochi istanti dopo di lui.

-Devi stare atten…- il rimprovero le si strozzò in gola appena vide cosa c’era nella stanza.

Il corpo di Kismet era sdraiato sul pavimento. Accanto alla sua testa c’era una pozza di sangue che ancora lentamente si espandeva sotto di lei.

Misaki portò una mano alla bocca, sconvolta e trattenendosi a stento dall’urlare o vomitare.

-Ding dong dong ding. Un corpo è stato trovato. Ora, dopo un certo lasso di tempo, ci sarà un processo di classe!-

Fu solo dopo aver sentito l’annuncio di Monokuma, che Misaki raggiunse la consapevolezza che questa volta non era un falso allarme.

Kismet era morta.

E a quel punto urlò, senza riuscire a trattenersi.

 

Hotel Death

Godwin cadde a terra nella fretta di indietreggiare. I suoi occhi si riempirono di nuovo lacrime.

-No… perché…?!- Misaki lo sentì sussurrare, mentre si portava le ginocchia al petto e iniziava a singhiozzare copiosamente.

Misaki non sapeva assolutamente cosa avrebbe potuto dire per rassicurarlo.

Anche lei era sconvolta, e incapace neanche di pensare.

Prima che potesse rendersi del tutto conto della situazione, vennero raggiunti da Nowell, che entrò nella stanza come una furia, preoccupato.

-Allora è vero. Maledizione!- esclamò, stringendo i pugni.

-Misaki, stai bene?- chiese poi alla ragazza, mettendole dolcemente una mano sulla spalla.

Fu a quel punto che Misaki crollò, e seppellì il volto sul suo petto, come aveva fatto la prima volta che un cadavere le era comparso davanti agli occhi.

Perché era sempre lei la prima a trovarli? A sentire quell’annuncio terribile?

A scoprire che qualcuno aveva approfittato di un momento di speranza per portare ancora maggiore disperazione.

Nowell la abbracciò rassicurante, e velocemente gli altri studenti iniziarono ad entrare.

Per primo River, agitato, che subito si affrettò ad avvicinarsi a Godwin per controllare come stesse, e lanciò una velata occhiataccia a Misaki.

Lei non aveva la forza di sentirsi in colpa per non averlo controllato meglio.

Poi Alan, Chap e Sophie, seguiti a ruota da Leland, poi da Winona e Pierce, Midge e infine, insieme, Brett e Naomi, che rimasero all’ingresso. Il primo sconvolto, la seconda quasi indifferente.

-Beh, almeno è morta la più insopportabile- borbottò la cantante, molto tra sé, ma facendosi comunque sentire dalla maggior parte degli studenti.

-Dissento- obiettò in un sussurro Misaki, sconvolta dalla mancanza di tatto della vera ragazza più insopportabile lì dentro.

-Quindi è vero, Kismet è davvero…?- la voce di Midge era tremante e spaventata, non osava avvicinarsi al corpo.

-Sulla via per la disperazione ultraterrena eterna? Direi proprio di sì. Wow, ce l’avete fatta infine a continuare questo straorsinario gioco!- continuò per lei Monokuma, comparendo davanti a tutti e facendoli sobbalzare.

-Non ci voglio credere, non ci voglio credere!- esclamò Brett, prendendosi la testa tra le mani.

-Dobbiamo fare come l’altra volta? Trovare il colpevole e…-chiese Sophie, pratica ma allo stesso tempo timorosa.

-Esattamundo. Investigazione e processo di classe. L’unica differenza è che se il colpevole non verrà scoperto potrà cambiare posto con ciascuno di voi e farlo uscire da qui- spiegò Monokuma, eccitato, facendo poi un gesto con la zampa.

Un suono collettivo li informò che il monokuma file era stato nuovamente scaricato sui loro e-Handbook.

Misaki lasciò andare Nowell e prese il proprio, cercando di farsi forza.

Se voleva salvare sé stessa e tutti gli altri non poteva permettersi di distrarsi e lasciarsi trascinare dalla disperazione.

-Detto questo, ci vediamo, babbei!- e con un saluto finale, Monokuma scomparve alla vista, così come era apparso.

Misaki tirò un profondo respiro per prepararsi, e lanciò un’occhiata al monokuma file, come prima cosa.

 

-Investigazione-


“La vittima è Kismet Reed. L’ora della morte è alle cinque e quarantacinque del pomeriggio. La causa del decesso è un colpo alla testa. Presenta numerose contusioni e fratture agli arti, alle costole e alla schiena, causate prima della morte”

Terrificante.

-Dobbiamo dividerci in gruppi da due e da tre- suggerì Nowell, pratico, avvicinandosi a Misaki come a suggerire di essere nuovamente in gruppo insieme.

Misaki non aveva obiezioni da fare. Erano stati un’ottima squadra, la volta prima.

-Mi unisco a voi!- esclamò Godwin, con voce tremante, raggiungendo deciso i due.

-Godwin, speravo di essere in gruppo con te- provò ad obiettare River, a voce bassa.

-Quattro persone sono troppe. E Godwin, non stai bene, dovresti riposarti- provò a suggerire Nowell, in tono mite.

-No! La mia amica è morta! Non sono riuscito a fare nulla per salvarla. Devo scoprire cosa è successo!- insistette Godwin, aggrappandosi con forza al braccio di Misaki.

La ragazza annuì.

-Va bene, puoi venire con noi. River, non preoccuparti, ci prenderemo cura di lui- 

River le lanciò un’occhiataccia, ma non obiettò oltre.

-Dobbiamo necessariamente essere in gruppo?- chiese poi Naomi, a bassa voce, rivolgendosi particolarmente a Nowell.

-Dobbiamo controllarci a vicenda. Uno di noi potrebbe essere l’assassino, e dobbiamo assicurarci che non nasconda le prove- spiegò Nowell, impaziente.

-Sì, ma questa volta l’assassino è stato un po’ sciocco, non credete?- si inserì Leland, leggendo con attenzione il Monokuma file.

-In che senso, sciarpetta?- chiese Chap, confusa.

-Il delitto è avvenuto prima delle sei: durante lo spettacolo. La maggior parte di noi ha un alibi di ferro- fece notare Leland.

-Consiglierei di fare queste riflessioni al processo di classe. Non avete molto tempo. Vorrei iniziare il prima possibile e finire prima dell’orario notturno- si introdusse Monokuma, rientrando un po’ seccato e scomparendo prima ancora che tutti si rendessero conto della sua improvvisa presenza.

-L’orso malefico non ha tutti i torti. Non dobbiamo perdere tempo. Unitevi alla persona che vi è più vicino e iniziate ad esplorare- Nowell prese le redini come un capo, e la mano di Misaki per non lasciare alcun dubbio che loro due fossero insieme nell’indagine.

Forse era un po’ impositivo, ma Misaki gli strinse la mano, apprezzando il sostegno che le stava offrendo.

Non riusciva a capire perché, ma Nowell era una presenza davvero rassicurante. Si sentiva al sicuro quando era accanto a lui, come se niente potesse scalfirla.

Alla fine i gruppi furono davvero poco omogenei.

Oltre al trio formato da Misaki, Nowell e Godwin, Naomi finì con Brett, Pierce insieme a Winona, Leland fu accorpato a Midge, Sophie e Chap, e River insieme ad Alan.

-Qualcuno deve controllare il corpo- chiese Nowell ai gruppi.

-Ci offriamo noi. Non credo che saremmo molto d’aiuto. Eravamo in scena per tutto il tempo- si offrì Chap, pallida come un fantasma. Sophie annuì, senza parole.

I gruppi si dispersero in fretta, pronti ad esplorare, e sperando di trovare indizi utili.

-Iniziamo da qui?- chiese Misaki, incerta, cercando di farsi forza per vedere il corpo.

-Credo sia la cosa migliore- annuì Nowell, meno sconvolto, ma pur sempre abbastanza tremante.

Godwin non commentò nemmeno, ma aveva smesso di piangere, il ché era una buona cosa.

Si avvicinarono tutti e tre al corpo, e iniziarono a dare un’occhiata. 

Come il Monokuma file aveva già anticipato, la morte era avvenuta a causa di una botta in testa. Il sangue aveva macchiato la moquette, i capelli di Kismet, ed era sceso lungo il suo volto, ancora piegato in una grottesca espressione sofferente.

Misaki controllò meglio gli schizzi di sangue, e notò che la zona accanto alla bocca non era sporca, come se qualcosa la stesse coprendo al momento dell’impatto.

Accanto al corpo, c’era la ovvia arma del delitto: un peso attaccato ad una corda e macchiato di sangue. Misaki aveva visto questi pesi nel magazzino. Non credeva che qualcuno li avrebbe davvero utilizzati per qualcosa del genere.

Il resto del corpo aveva degli indizi più interessanti.

I polsi di Kismet erano pieni di lividi, e gli stivali, all’altezza delle caviglie, erano leggermente rovinati. Misaki non riusciva a toccarla, ma per fortuna ci pensò Nowell per lei.

-Le sue ossa sembrano rotte, come scritto nell’eHandbook. Anche la sua schiena è spezzata, così come le costole. Chiunque abbia fatto questo, non voleva farla camminare- spiegò a Misaki e Godwin.

-Probabilmente l’ha appiedata per non farla scappare, ma doveva davvero arrivare a tanto?- Misaki era disgustata. Aveva davvero bisogno di torturarla? Alla fine il colpo alla testa finale era stato letale immediatamente.

-Inoltre nelle sue tasche ho trovato il suo eHandbook, dei biscotti alla cannella, un cavallo giocattolo e questa- Nowell mostrò la polaroid del secondo motivo, e Godwin scoppiò nuovamente a piangere.

In soggettiva, la foto mostrava proprio Godwin, sorridente e un po’ timoroso, che le consegnava dei fogli con aria orgogliosa.

-Godwin…- Misaki si affrettò a mettergli le mani sulle spalle, per rassicurarlo. Nowell si affrettò a rimettere la polaroid nella tasca di Kismet.

-Come si può essere così crudeli?! Kismet non meritava di soffrire così tanto- si lamentò Godwin, singhiozzando.

-Troveremo chi le ha fatto questo e lo consegneremo alla giustizia- gli promise Misaki, decisa.

-Non voglio rallentarvi, continuiamo a cercare- tirando su col naso e cercando di asciugarsi le lacrime, Godwin strinse i pugni e cercò di continuare l’esplorazione.

Misaki iniziò a vedere il resto della stanza.

La corda che teneva il peso era stata probabilmente passata attraverso le sbarre di ferro che tenevano le luci. Sembravano leggermente piegate.

Chissà quanto era difficile far passare la corda attraverso di esse. Solo una persona davvero alta ci sarebbe riuscita.

Allo stesso tempo… la moquette era graffiata, come se qualcuno avesse spostato i divanetti della stanza, o una sedia, o entrambe le cose.

-Godwin, puoi farmi un favore?- chiese Misaki, con un’idea che iniziava a formarsi nella mente.

-Certo, qualsiasi cosa- annuì Godwin, deciso.

-Aspetta un attimo qui- Misaki lo posizionò proprio sotto le sbarre di ferro, poi spostò il divanetto più alto della stanza accanto a lui, e lo incoraggiò a salire.

Con una certa difficoltà, Godwin eseguì, ritrovandosi proprio sotto la luce.

-Riesci a toccare le sbarre di ferro?- chiese quindi Misaki.

Era il più basso studente: se ci riusciva lui potevano riuscirci tutti quanti.

-Sì. Con un po’ di difficoltà, ma ci riesco- ammise Godwin, un po’ a disagio.

Quindi non serviva necessariamente essere alti per appendere il peso al soffitto, e con la forza di leva non bisognava neanche essere muscolosi per sollevare il peso.

Quindi, purtroppo, poteva essere stato chiunque.

Sospirò, seccata.

-Per quanto mi dispiaccia ammetterlo, il pallone gonfiato ha ragione: ci sono poche persone senza alibi, quindi possiamo togliere un sacco di gente dalla lista dei sospetti- provò a rassicurarla Nowell, leggendole quasi nel pensiero e aiutando Godwin a scendere dal divanetto.

-C’era tanta gente allo spettacolo?- chiese Godwin, curioso.

-Sì, quasi tutti. Forse dovremmo fare una lista- commentò Misaki, pensierosa.

-Misa Misa, posso dirti per filo e per segno chi c’era, chi non c’era e tutto il via vai!- Sophie, che evidentemente aveva origliato la conversazione, si introdusse nel discorso, determinata.

-Fantastico, Sophie. Prendo un attimo un foglio e…- Misaki si guardò intorno alla ricerca di una superficie dove scrivere, ma fu anticipata da un quaderno e una penna che le arrivarono da due direzioni diverse.

-Tieni, Misaki/amicona- dissero due voci maschili all’unisono, la prima appartenente a Leland, che le porgeva un quadernino, la seconda appartenente a Nowell, che invece metteva a disposizione la penna.

Subito dopo aver parlato, si guardarono in cagnesco.

-Oh… grazie- Misaki non si accorse della tensione nell’aria, e prese entrambe le cose, pronta a scrivere.

-Maturo da parte tua rubarmi la penna dalla tasca- borbottò Leland, irritato.

-Non dovresti indagare con Midge?- lo provocò Nowell, mettendosi tra lui e Misaki.

-Ragazzi, vi sembra questo il momento di litigare?!- li fermò immediatamente Godwin, guardando storto entrambi.

Misaki annuì.

-Se voi due avete smesso con le lotte di testosterone, ho dei nomi da segnare- borbottò, prendendo le parti del filantropo, e incoraggiando Sophie a parlare.

-Aww, tifavo per Nowell- borbottò Sophie, troppo piano per farsi sentire da qualcuno -Allora, durante lo spettacolo ad avere un alibi di ferro, dato che eravamo presenti allo spettacolo, siamo io, Chap, tu, Nowell, Midge, Leland, Winona, Pierce, River e Alan- ricordò Sophie, pensierosa.

Misaki segnò ogni nome in una colonna con la scritta “Alibi dello spettacolo”.

-Quindi gli assenti e sospetti sono Naomi, Brett e Godwin… il cerchio si restringe parecchio- commentò, segnando  i tre nomi e sentendo un nodo formarsi nello stomaco.

Non sapeva da cose fosse provocato, ma il pensiero che con molta probabilità una di quelle tre persone era la colpevole, e li avrebbe lasciati per sempre, era spaventoso.

-Forse dovremmo indagare meglio sugli alibi di ciascuno durante il processo di classe. Adesso dovremmo concentrarci sulle prove fisiche- provò a suggerire Godwin, entrando nella conversazione in punta di piedi, ma in tono abbastanza deciso.

Il nodo allo stomaco di Misaki si strinse, ed esitò qualche secondo nel rispondergli.

I suoi occhi grandi erano limpidi e determinati, ma a conti fatti, non si poteva negare che uno dei nomi sospetti era il suo, e non sembrava per niente preoccupato al riguardo.

-Sì, hai ragione. Credo che per il momento qui abbiamo visto tutto, forse dovremmo controllare l’infermeria per vedere se sono rimasti indizi- alla fine decise di assecondarlo.

Dei tre nomi sospetti, quello di Godwin era l’unico che non credeva proprio potesse essere.

Insomma, era Godwin, e aveva un alibi di ferro, dato che era stato aggredito e rimasto svenuto per tutto il tempo.

-Bene, andiamo in infermeria- Nowell si aggregò alzando le spalle, e fece loro cenno di precederlo. Godwin fu il primo ad uscire, ancora un po’ traballante.

Misaki fece per raggiungerlo, ma venne tirata leggermente indietro da Nowell, che la prese per un braccio e le sussurrò all’orecchio.

-Come vedi Godwin?- le chiese, incerto.

Misaki si affrettò a scuotere la testa.

-È stato drogato anche lui, non è sicuramente colpevole- prese immediatamente le sue difese.

Insomma, dai, era Godwin! Fosse stato chiunque altro avrebbe anche capito i sospetti, ma non Godwin, lui era un angelo!

-Mi fido del tuo giudizio, amicona, ma meglio restare in guardia. I più silenziosi sono quelli che più rischiano di pugnalarti alle spalle quando meno te l’aspetti- l’avvertì, lasciandola poi andare e seguendo Godwin per tenerlo d’occhio.

Misaki non ebbe molto tempo per riflettere sulle sue parole, perché erano già arrivati all’infermeria.

Misaki osservò con attenzione la stanza.

Al suo interno, intenti ad indagare, c’erano Pierce e Winona, il primo alla postazione chimica, la seconda inginocchiata davanti al letto di Godwin.

-Oh, amicissimo mio! Proprio te cercavo!- quest’ultima si alzò di scatto appena vide Godwin, e gli si avvicinò energica.

-Uh, me?- Godwin sembrava davvero sorpreso.

-Ovvio, dopotutto sei l’ultimo ad aver visto Kismet viva. Puoi dire cosa è successo qui?- chiese, già pronta a prendere appunti.

Godwin impallidì.

-Io… come ho detto a Misaki, stavo dormendo, ho sentito un urlo, mi sono svegliato, e qualcuno mi ha drogato. Quando ho ripreso conoscenza, c’era Misaki, Kismet era sparita e poi l’abbiamo ritrovata nella sala dei bimbi- spiegò lui velocemente, Winona segnò incuriosita.

-E hai visto il volto di chi ti ha drogato?- indagò, curiosa.

-No, portava una maschera. E una specie di lungo mantello. Non ho avuto tempo di capire chi fosse- Godwin si prese il volto tra le mani, a disagio e in difficoltà.

Si vedeva che ricordare quello che era successo gli provocava non poca sofferenza.

-Conveniente- borbottò Winona tra sé.

-C’è qualche indizio qui?- chiese Misaki, cercando di cambiare argomento.

-Parecchi segni di lotta, quindi Kismet deve aver combattuto parecchio con il suo assalitore prima di essere portata via. E ci sono parecchi medicinali rotti a terra. Soprattutto anestetici di vario tipo- spiegò Winona, illustrando la situazione e mostrando parecchi contenitori di vetro rotti a terra.

Misaki si piegò, attenta a non calpestare nulla, e analizzò le etichette: Propofol, Ketamina, vari barbiturici e cloroformio.

-Tu invece che fai, Pierce?- Nowell superò i resti a terra e si avvicinò al dentista appassionato di chimica, che fischiettava mentre lavorava e non aveva dato alcun segno di essersi accorto dell’arrivo del trio nella stanza.

Alzò la testa su Nowell quasi infastidito dall’interruzione.

-Propofol- disse solo, mostrando un campione di sangue e non dando alcuna vera risposta.

-…a te e famiglia- Nowell lo guardò storto, molto confuso.

-È un analgesico ad effetto immediato, del tipo che 10 secondi dopo essere stato somministrato ti stende, ma l’effetto dura poco, tra i cinque e i dieci minuti, a meno che non venga somministrato continuamente- spiegò Pierce, in tono ovvio, mostrando con più trepidazione il sangue.

Nowell guardò il sangue, poi Misaki, ed infine Pierce.

-E quindi?- chiese, sempre più confuso.

-Hai controllato il sangue di Kismet?- suppose Godwin, avvicinandosi ai due e osservando il campione curioso.

-Ovvio! È la base! Ah, giusto…!- prima che chiunque potesse fare qualsiasi cosa, Pierce afferrò con violenza il braccio di Godwin, con l’altra mano prese una siringa, e con precisione chirurgica, gli prelevò il sangue.

-Ma che…?!- Godwin sobbalzò per la sorpresa, facendo schizzare un po’ di sangue a terra.

-Ma ti sembra il caso?!- Misaki si alzò di scatto, sconvolta.

-Ma sei un genio!- commentò invece Winona, avvicinandosi a Pierce con occhi brillanti e guardando con attenzione il sangue.

Quella ragazza aveva un lato sadico nascosto, evidentemente.

-Ma un genio di che?- chiese Nowell, guardandola storto.

-Perché così negativi? Analizzo il sangue di Godwin per…- 

-…per controllare che ha detto la verità sull’essere stato drogato! Geniale!- concluse Winona per lui, battendo le mani.

Godwin impallidì, e premette con il dito sulla ferita provocata dalla siringa. Misaki si affrettò a passargli un cerotto.

-Qualche problema, Godwin?- chiese Pierce, iniziando già la sua analisi e felice come un bambino in un negozio di caramelle.

-N_no, certo che no… solo… abbiamo davvero tempo per un’analisi approfondita?- chiese. Nonostante le sue parole volessero risultare tranquille, sembrava spaventato a morte.

Il nodo allo stomaco di Misaki non fece che aumentare, ma provò ad ignorarlo.

-Nah, certo che no. Ma per scoprire sei hai mentito di tempo ce n’è a bizzeffe- Pierce fece un occhiolino a Godwin, e tornò a lavoro.

-Beh, sarà utile, in effetti è stata una buona idea- ammise Nowell, pensieroso, controllando meglio il resto della stanza, ma non trovando nulla di ché.

Misaki lo affiancò. Voleva obiettare qualcosa, ma sapeva che aveva ragione.

Sperava davvero, con tutto il cuore, che Pierce confermasse l’alibi di Godwin. Avrebbe reso anche più semplice la scoperta del vero colpevole.

-Credo che qui non ci siano altri indizi degni di nota- osservò alla fine Misaki, rassegnandosi al fatto che i due principali luoghi del delitto fossero fondamentalmente spogli di indizi veri e propri sull’identità dell’assassino.

Si sedette sconsolata sul lettino dell’infermeria, riflettendo su tutta la situazione.

Godwin si sedette accanto a lei, attento a non muovere troppo il braccio e osservando la stanza con attenzione, come a cercare di recuperare ricordi più importanti.

-C’è una cosa che non mi torna- borbottò poi, battendo leggermente contro il muro.

-Cosa?- chiese Misaki, curiosa.

-Kismet è stata… torturata. Deve per forza aver urlato, e in generale devono esserci stati tonfi molto forti. Com’è possibile che non mi abbiano svegliato?- chiese, confuso.

-Capisco solo un tonfo, ma tanti tutti insieme… la pareti sono sottili, e la sala dei bimbi è proprio accanto- insistette, mordendosi le unghie nervosamente.

-Eri stato drogato, Godwin- gli ricordò Misaki -Però è strano che nessuno di noi si sia accorto di niente- rifletté poi. Era vero che c’erano tre piani di distanza, ma come potevano non aver sentito assolutamente nulla?

-Ci stavo pensando anche io. La musica dello spettacolo era forte, e le camere sono insonorizzate, ma un suono di tortura continuo doveva per forza essere sentito da qualcuno- Nowell si inserì nella conversazione.

-Forse la sala bimbi è insonorizzata- provò a suggerire Misaki. I bambini fanno casino, no? Ci sta che la loro sala sia a prova di urla.

-No, non lo è sicuramente. Ho sentito il tuo urlo, appena hai trovato il corpo di Kismet. L’unica parte insonorizzata dell’hotel sono le camere da letto- spiegò Nowell, scuotendo la testa.

-Eureka!- Misaki arrivò immediatamente alla soluzione, alzandosi di scatto e facendo sobbalzare i due ragazzi -Il magazzino!

-Il magazzino?- chiesero Godwin e Nowell, confusi.

-Era un corridoio con due camere da letto di lusso, ma è diventato un magazzino, se erano camere, sicuramente erano insonorizzate, me l’ha spiegato Leland durante il giro dell’hotel- li mise al corrente, iniziando a sentire la speranza che tornava.

-Quindi pensi che la tortura sia avvenuta in magazzino?- chiese Nowell, curioso.

-E l’ultimo colpo nella sala bimbi, probabilmente perché era più facile realizzare la trappola con le sbarre di ferro- rifletté sbattendo un pugno sulla mano aperta.

-Mi sembra una buona teoria, controlliamo il magazzino!- Nowell le diede man forte, e si alzò di scatto, pronto a dirigersi al magazzino.

Godwin lo seguì.

-Sei un genio, Misaki- 

Misaki sorrise ai due, si sentiva davvero soddisfatta.

Uscirono senza neanche salutare o aspettare che Pierce finisse l’analisi, e si avviarono subito nel magazzino alla fine del corridoio, sperando di trovare qualche indizio un po’ più utile.

Purtroppo il magazzino era un enorme labirinto.

-Meglio dividersi, faremo prima- suggerì Godwin, che aveva recuperato sicurezza.

-Non credo sia una buona idea- provò a fermarlo Nowell, squadrandolo con sospetto.

-Lo so che sono sospetto, ma non abbiamo tempo adesso. Monokuma potrebbe chiamare il processo di classe da un momento all’altro, e siamo gli unici ad aver pensato al magazzino- provò ad insistere Godwin, indicando la grandezza del magazzino.

-Facciamo che Nowell e Godwin vanno insieme ed io da sola? Sia io che Nowell abbiamo un alibi perfetto, dato che non ci siamo mossi dallo spettacolo- provò a suggerire Misaki, trovando un punto di incontro.

-Mi va bene, non ho niente da nascondere!- annuì Godwin, portando inconsciamente una mano dietro la schiena.

I due sottogruppi si divisero e iniziarono ad esplorare.

Misaki non trovò nulla fuori posto, anche se notò che mancava un peso, e anche le corde sembravano meno.

In generale era tutto troppo disordinato per capire esattamente cose fosse fuori posto e cosa no.

Ma alla fine, dopo un po’ di ricerca, notò una pila di sedie che a prima vista poteva non sembrare niente di ché, ma ad un’osservazione più attenta, celava un indizio non da poco.

La sedia in cima, infatti, era parecchio rovinata, graffiata e piena di bozzi, come se qualcuno l’avesse colpita ripetutamente con una mazza da baseball o qualcosa del genere.

Non aveva messo in conto una sedia, ma forse poteva controllare meglio il corpo di Kismet per essere sicura che non ci fossero delle schegge. Non dava indizi sul colpevole, ma avrebbe confermato l’ipotesi che il delitto fosse stato commesso nel magazzino.

Controllò un po’ meglio nelle vicinanze, e arrivò molto presto ad un espositore di vari oggetti sportivi, tra cui numerose mazze da baseball. Come aveva intuito dalla visione della sedia, ne mancava una, che ritrovò buttata in un angolo lì vicino. Anche la mazza, di metallo, aveva qualche bozzo, ed era leggermente graffiata.

Le dinamiche del delitto iniziavano a farsi più chiare nella mente di Misaki.

Ma prima che potesse riflettere bene, sentì Godwin urlare.

E il suo cuore perse un battito.

Corse immediatamente verso la fonte dell’urlo, e raggiunse in fretta Nowell e Godwin. Quest’ultimo era a terra, e si teneva il petto con le mani, facendo grandi respiri.

-Che cosa è successo?- chiese Misaki, spaventata, controllando in fretta i dintorni e rivolgendosi principalmente a Nowell, dato che Godwin non sembrava nelle condizioni di parlare.

Ma fu quest’ultimo a risponderle.

-La maschera era quella- indicò un punto nel muro, dove diverse maschere erano in esposizione, tutte dal simile design, che ricordavano un’inquietante smile dai grossi occhi neri e vuoti e un sorriso dai denti affilati.

-Inquietantissima- ammise, indietreggiando di un passo.

-E vicino c’è anche un mantello riposto male, credo che l’assassino non si aspettasse che qualcuno venisse ad indagare qui- aggiunse Nowell, indicando una pila di mantelli perfettamente ordinati ad eccezione di quello in cima, che era buttato alla meno peggio.

-È stata un’ottima idea venire qui- ammise Misaki, controllando gli indizi per essere sicura che non ci fosse altro da vedere.

-Tu invece hai trovato qualcosa?- chiese Nowell, cambiando argomento.

-Una sedia graffiata e una mazza da baseball piena di bozze. Credo che questo sia l’effettivo luogo della tortura, e che Kismet sia stata legata ad una sedia per evitare che scappasse- spiegò i ritrovamenti e le sue supposizioni al riguardo.

Nowell annuì.

-Inizio a pensarlo anche io. Dovremmo controllare meglio Kismet per trovare ulteriori indizi- le diede man forte. Godwin rabbrividì, era ancora seduto a terra, e non sembrava tanto desideroso di rialzarsi.

-Se vuoi puoi tornare in infermeria, non sei stato bene- propose Misaki, porgendogli la mano per aiutarlo ad alzarsi.

Godwin gliela prese senza esitazioni.

-No, sto bene, stiamo facendo molti progressi e voglio scoprire chi è stato il prima possibile- rifiutò la proposta, e si alzò, determinato, anche se il suo volto era pallido, e sembrava sul punto di collassare ogni secondo.

-Va bene, allora torniamo nella sala bimbi- Nowell alzò le spalle, e indicò la porta.

Quando uscirono, però, si ritrovarono faccia a faccia con Alan e River, che sembravano in procinto di entrare. Alan portava un vassoio con della camomilla fumante, mentre River, a mani vuote, osservò subito Godwin, con espressione preoccupata, per assicurarsi che stesse bene.

-Stavamo cercando voi. La signorina Wright e il signor Ellis ci hanno riferito che siete andati ad indagare nel magazzino- spiegò Alan, gioviale, porgendo il vassoio con le tazze di camomilla -Trovato qualche indizio sulla morte della povera Kismet?- chiese poi, rammaricato.

-Qualcosa, grazie per la camomilla- rispose Nowell, evasivo, prendendo una delle tazze.

Misaki fece altrettanto, Godwin però scosse la testa.

-Temo di aver dormito abbastanza, ho paura che una camomilla potrebbe stendermi- spiegò, declinando l’offerta.

-Oh, capisco, signor Dixon- il maggiordomo sembrava leggermente dispiaciuto, ma non insistette, e fece dietro-front per portare i generi di conforto ad altre persone.

River si girò per seguirlo, ma all’improvviso, come colto da un’intuizione, tornò a fissare Godwin, e corse verso di lui con una prontezza di riflessi invidiabile, afferrandolo nel momento stesso in cui, senza motivo apparente, le sue ginocchia cedettero e lui collassò a terra.

Misaki non si aspettava minimamente una cosa del genere, e si affrettò ad aiutarlo.

Una parte della sua mente, però, si chiede come fosse possibile che River, al contrario, se lo aspettasse.

C’era qualcosa di davvero strano in quel ragazzo.

-Godwin, stai bene?- chiese all’amico, concentrandosi sul problema più urgente.

-Sì, sì, sto bene, posso continuare l’indagine- contrariamente alle sue parole, Godwin non sembrava riuscire a reggersi in piedi, e River riusciva a malapena ad evitare che cadesse.

-Signor Dixon, deve assolutamente tornare in infermeria- suggerì Alan, allarmato, tenendo il vassoio in equilibrio su una mano sola e tenendo in piedi Godwin con l’altra.

Sembrava davvero un compito facile per lui.

-No! Io… io…- Godwin provò ad obiettare, ma poi fece passare lo sguardo tra tutti, e abbassò la testa -Forse è meglio… dopotutto sono solo un peso in queste condizioni- cedette infine, accettando l’aiuto di Alan, che porse il vassoio a River e prese il filantropo in braccio, per portarlo in infermeria.

-È proprio fragile, quel povero ragazzo- commentò Nowell, osservando il gruppo, ora formato da tre persone, che andava via.

-Andiamo alla sala bimbi- Misaki lo incoraggiò a seguirla, e i due si avviarono nella sala.

All’interno, Leland e Midge stavano controllando il corpo, il primo con sguardo concentrato, la seconda il più distante possibile, in estrema ansia.

-Non riesco a credere che abbiano infierito così tanto- borbottava l’orafa, sconvolta e tremante.

-Non ha senso…- commentò invece Leland, molto tra sé, osservando le mani della ragazza.

-Trovato qualcosa di strano?- chiese Misaki, avvicinandosi e controllando a sua volta.

In effetti, come aveva supposto, le mani di Kismet erano piene di schegge, e i polsi sembravano essere stati legati con delle corde.

-Sembra quasi che sia stata legata da qualche parte, ma non ha il minimo senso. Se l’assassino le ha spezzato la schiena per evitare che si muovesse… ma allo stesso tempo l’aveva legata… perché qualcuno dovrebbe arrivare a tanto, e rischiare di fare degli errori, per farla soffrire il più possibile?- chiese Leland, riflettendo ad alta voce.

Misaki si trovò d’accordo con il suo ragionamento.

Anche Nowell raggiunse i due, e controllò a sua volta meglio le condizioni del corpo.

-È semplice- osservò infine, iniziando a guardarsi intorno.

-Sentiamo la mente di un criminale cosa partorisce- lo provocò Leland, incrociando le braccia e guardandolo con malcelato sospetto.

-Ovviamente se voleva farla soffrire significa che questo non è un delitto perpetrato solo per uscire, ma una vera e propria vendetta- spiegò Nowell, con sicurezza. 

-Una vendetta? E per cosa? A nessuno piaceva Kismet, ma non ha mai fatto niente di così grave da portare ad un omicidio così orribile- commentò Chap, che era proprio lì vicino, dato che era incaricata di osservare il corpo.

-Sicuramente ha a che fare con le polaroid, il motivo della settimana- suggerì Misaki, guardandosi intorno e cercando di pensare ad un modo di svelare l’assassino senza costringere tutti quanti a rivelare la propria polaroid.

La sua attenzione venne attirata dalla scatola dei giochi all’angolo della sala, quella dove Kismet aveva trovato il cavallo, durante l’indagine del nuovo piano.

Il coperchio era messo male, come se fosse stato chiuso molto in fretta.

Si avvicinò con circospezione.

-La soluzione è semplice, basta costringere tutti quelli senza un alibi a mostrare la propria polaroid. Sicuramente tra di loro si cela l’assassino- suggerì nel frattempo Leland, pratico. 

-Brett, Naomi e Godwin, giusto? Non è che le polaroid siano molto specifiche, potrebbero non rappresentare in pieno la scena mostrata in sogno, e rischieremmo di creare solo maggiori problemi- obiettò Nowell, scettico.

Misaki aprì la scatola, e rimase di sasso.

Si portò lentamente la mano alla bocca, sconvolta.

-Ragazzi!- chiamò Nowell e Leland, che si avvicinarono immediatamente, e nel frattempo tirò fuori ciò che aveva appena scoperto.

Una polaroid che mostrava chiaramente sia Kismet che Godwin, la prima a cavallo, che aveva, inavvertitamente o di proposito, appena investito il secondo, colpendolo con violenza alla schiena.

Dietro di essa si leggeva la macabra scritta: “Kismet ferisce gravemente Godwin”.

-Oh… suppongo che non ci sia più bisogno di chiedere, abbiamo il nostro movente- osservò Leland, prendendo la polaroid dalle mani di Misaki e osservandola per bene.

La ragazza era senza parole, e il nodo che aveva allo stomaco dall’inizio dell’investigazione si fece sempre più stretto.

Godwin, in quel momento, appariva più sospetto che mai.

-Ding Dong Dong Ding! Il periodo di indagine è finito, siete pregati tutti di raggiungere il salottino privato vicino alla hall- 

Era arrivata l’ora del processo di classe.



 

 

 

 

(A.A.)

Allora… vi ho trollati nello scorso capitolo.

Ma finché non c’è l’annuncio della morte, non si può mai sapere se una persona è viva o morta, giusto?

E Godwin per fortuna era vivo.

Kismet… eh… mi sa proprio di no.

So che il capitolo è un po’ corto, e gli indizi non sono tantissimi, ma spero comunque che vi siate fatti un’idea di cosa sia successo, e magari anche del colpevole. Ci sono parecchie persone sospette… e pochissimi senza un alibi.

Mmmm.

Il prossimo capitolo, che arriverà lunedì prossimo, sarà il più lungo scritto finora, e spero che chiuderà al meglio il chapter.

Per il momento, vi lascio un sondaggio: Chi è il secondo assassino?

Ritorna all'indice


Capitolo 9
*** Chapter 2: Memories, sins and children games Class Trial ***


Chapter 2: Memories, sins and children’s games

Class Trial

 

-Non credo che ci metteremo molto questa volta- commentò Leland mentre lui, Misaki, Nowell e Midge si dirigevano insieme nel salottino privato della Hall.

Misaki non voleva credere all’ovvietà che l’ultimo indizio trovato aveva portato, e aveva messo la polaroid al sicuro nella molto remota speranza di non cacciarla più fuori e di scoprire nuovi indizi che scagionassero l’unico che lì dentro sembrava avere un movente.

-Pierce!- mentre aspettavano i ritardatari, Misaki raggiunse il dentista, che parlava tranquillo con Winona, come se si stesse dirigendo ad una gita, e non al processo di classe che avrebbe decretato la loro vita o la loro morte.

-Oh, Misaki Ikeda. Comment-ca-va?- chiese lui, con un sorriso sornione.

-Le analisi sul sangue di Godwin… che risultato hanno dato?- chiese Misaki, preoccupata dalla risposta ma bisognosa di conoscerla il prima possibile per capire come agire di conseguenza.

-Oh, beh, esami estremamente inconcludenti, ma una cosa è certa: non è stato drogato. Ma quel ragazzo sta male. Se non è il killer, e credo proprio sia il killer, dovrei fargli un’esame approfondito del sangue perché mi sembra abbia globuli bianchi inesistenti- rispose Pierce, dando a Misaki la peggiore notizia possibile.

Proprio in quel momento arrivarono gli ultimi studenti mancanti: Alan, River e Godwin.

-Oh, ecco qui l’assassino!- esclamò Pierce, indicando il gruppo.

Tutti e tre sobbalzarono, sorpresi dalla sua enfasi, poi si guardarono tra di loro, preoccupati.

Pierce ridacchiò.

-Immagino che lo confermeremo al processo di classe- si avviò verso l’ascensore, che si aprì per farli entrare e permettere al gruppo di raggiungere la sala.

Misaki si posizionò accanto a Leland e al posto ormai vuoto di Ogden. Era piuttosto inquietante stare vicino al suo volto segnato dalla x rosa. Era come se la guardasse da dentro la tomba.

-Upupupupu, siamo finalmente giunti al secondo Class Trial! Questo processo si preannuncia pieno di sorprese. Non vedo l’ora di vedere come voi menti bacate reagirete alle prove trovate- Monokuma, seduto sul suo trono con un drink che ricordava terribilmente quello preparato nella precedente esecuzione, incoraggiò gli studenti a cominciare la discussione, eccitato come un bambino il giorno di Natale.

-Mettiamo subito le carte in tavola, tutti qui hanno un alibi ad eccezione di Brett, Naomi e Godwin, quindi è chiaro che sia uno di questi tre!- Leland non perse tempo e subito cominciò con i pezzi grossi.

-Che?!- Brett si ritirò immediatamente, preoccupato.

-Tsk, quindi ora non assistere ad una mediocre opera comica mi rende un’assassina?- Naomi storse il naso e roteò gli occhi, molto meno preoccupata.

Godwin non commentò, e si limitò ad abbassare la testa.

Era estremamente pallido, più di prima. Misaki non era sorpresa che avesse pochi globuli bianchi.

Anche se la consapevolezza che non fosse stato drogato le metteva una forte tensione nello stomaco.

-Sentiamo cosa avete da dire riguardo al momento dell’omicidio, avete un qualche alibi?- Leland insistette, continuando sulla sua teoria, che effettivamente aveva senso, anche se… perché l’assassino avrebbe dovuto scegliere un orario dove sapeva che tutti avrebbero avuto un alibi e quindi i sospettati sarebbero inevitabilmente stati molti meno?

-Io stavo aggiustando una perdita nella camere di River. Il suo lavandino faceva acqua da tutte le parti… letteralmente, intendo- si difese immediatamente Brett molto nervoso per essere accusato.

-È il tuo alibi a fare acqua da tutte le parti… metaforicamente- obiettò Chap, irritata.

-Già! Mi avevi promesso che ci avresti messo massimo dieci minuti a riparare la perdita. Dove sei stato il resto del tempo? Dovevi assistere alla fine del nostro spettacolo- le diede man forte Sophie, offesa dal non aver avuto l’idraulico tra il suo pubblico.

Brett arrossì vistosamente, e lanciò un’occhiata nervosa verso Naomi, che sbuffò, e scosse leggermente la testa.

-Eravamo insieme- ammise infine, come se confessarlo fosse peggio che essere accusata di omicidio.

-Woo! Tu e Super Mario?!- chiese Sophie, estremamente divertita e incredula.

Naomi grugnì infastidita.

-Ci siamo incontrati all’ingresso delle camerate, e abbiamo iniziato a parlare. Siamo rimasti nel salottino dei ragazzi tutto il tempo- spiegò Naomi con più dettagli.

-Esatto! Siamo rimasti lì tutto il tempo! Poi abbiamo sentito che lo spettacolo era finito e Naomi ha… ehm… insomma, ognuno è tornato nella propria stanza- Brett arrossì, imbarazzato.

Probabilmente Naomi gli aveva detto qualcosa del tipo “Eww, non voglio che ci vedano insieme, evapora e fingi che non ci siamo mai incontrati!”.

Misaki non la biasimava, visto che Brett non spiccava certo per personalità, ma forse c’era di più di quanto ci si potesse aspettare.

Solo che… se erano rimasti insieme tutto il tempo significava che avevano un alibi, e questo lasciava una sola persona senza alibi.

No! Misaki si rifiutava di crederci!

-Molto comodo che siano stati insieme durante l’omicidio. Potrebbero essersi alleati per non risultare sospetti e stare mentendo!- provò a suggerire, lanciando un’occhiata sospettosa a Naomi, che storse il naso, infastidita.

-Non scenderei mai così in basso per provare la mia innocenza. Eravamo davvero insieme. E poi cosa ci guadagnerebbero due persone a collaborare? Solo l’assassino esce fuori da qui- obiettò immediatamente Naomi.

Misaki non sapeva come ribattere.

-A meno che Brett non voglia sacrificare la propria vita per Naomi, dubito che mentirebbe per salvarla- osservò Leland, pensieroso.

-Quindi questo ci lascia con solo un sospettato. È stato più semplice del previsto- osservò Pierce, quasi deluso dallo svolgersi degli eventi.

Tutti gli sguardi si puntarono su Godwin, che non aveva fatto alcuno sforzo per difendersi, e impallidì, preso in contropiede dalla improvvisa attenzione.

Dopo qualche istante sobbalzò vistosamente.

-Cosa?! Pensate che sia stato io?!- chiese, sconvolto, e ritirandosi su sé stesso.

-Sei l’unico senza alibi. Tutti gli altri erano allo spettacolo, mentre Naomi e Brett evidentemente erano insieme. Tu dov’eri mentre Kismet veniva uccisa?- chiese Leland, ovvio.

-I_Io…- Godwin provò a parlare, ma venne immediatamente interrotto da Winona.

-Già, e poi sei anche stato l’ultimo a vederla viva. Non si staccava da te, avevi parecchie opportunità per ucciderla- lo mise all’angolo, scrivendo febbrilmente sul suo blocco per appunti.

-Ma…- la spiegazione di Godwin venne nuovamente interrotta da Pierce, che tirò fuori dei fogli di analisi.

-E non puoi più dire di essere stato drogato, perché ho analizzato il tuo sangue e non c’è traccia di anestetici- affossò immediatamente la versione che aveva già dato dei fatti.

Godwin rimase senza parole.

-C_cosa?! Ma non è possibile! Io ero… io sono…- sembrava al limite di un attacco di panico.

Misaki decise di prendere la parola.

-Non giungiamo a conclusioni affrettate! Cerchiamo innanzitutto di ricostruire come sono andati i fatti. Magari anche coloro con un alibi erano in grado di uccidere Kismet! Potrebbero aver agito prima dello spettacolo con una trappola a distanza, iniziamo da lì e poi passiamo alle accuse!- suggerì, andando incontro a Godwin.

-Misaki, mi meraviglio di te. Non ci sono molti misteri riguardo alla causa della morte, la scena del crimine era piuttosto chiara- Leland incrociò le braccia, deluso.

-Però penso che potrebbe aiutare ricostruire meglio le dinamiche- provò a suggerire Midge, molto timorosa.

-Concordo con la signorina Lewis. Non sono stato in grado di osservare con attenzione la scena del crimine, sarebbe utile un’analisi più approfondita- Adam appoggiò l’orafa, accanto a lui, che gli sorrise riconoscente.

Leland sospirò.

-Come scritto nel Monokuma file, Kismet è morta alle cinque e quarantacinque, con un colpo in testa. È morta sul colpo. Non c’è granché da capire- spiegò, mostrando il monokuma file sul suo e-Handbook.

-Sì, ma ci sono tante cose strane in questo omicidio. Innanzitutto perché usare un metodo tanto complicato per ucciderla? Poi era ferita in molte parti del corpo. L’assassino ha infierito più volte su di lei prima di ucciderla. Deve aver urlato. O dovremmo averla sentita. Perché non l’abbiamo sentita?- chiese Misaki, tirando fuori alcune delle domande che le premevano.

Sapeva già la risposta a quella domanda, ma voleva protrarre la conversazione il più possibile, per farsi venire una qualche idea di come salvare Godwin.

Perché si rifiutava di credere che fosse Godwin l’assassino.

-Ahhh, mi sta scoppiando la testa, facciamo una cosa per volta!- propose Chap, massaggiandosi la fronte, confusa.

-Va bene, ripartiamo dall’inizio…- Nowell iniziò a fare il punto della situazione -Alle quattro precise è iniziato lo spettacolo, a cui erano presenti Sophie, Chap, io, Misaki, Leland, Winona, Pierce, Midge e River. Anche Alan faceva avanti e indietro dalla cucina. Kismet e Godwin erano in infermeria perché Godwin si era sentito male, mentre Brett era in camera di River a riparare l’impianto, e Naomi era… dov’eri alle quattro?- Nowell si rivolse alla ragazza, che si rigirò una ciocca di capelli tra le dita.

-Ero in camera mia a leggere una rivista, credo. Sono uscita dalla stanza che erano quasi le cinque, e poi ho incontrato Brett- spiegò.

-Bene, tra le quattro e le sei c’è stato lo spettacolo, ininterrotto, l’ora della morte è alle cinque e quarantacinque. Dobbiamo capire cosa è successo nell’ora e quarantacinque che è passata dall’inizio dello spettacolo alla morte- Nowell porse un obiettivo da raggiungere, poi si rivolse a Godwin.

-Godwin, tu sei stato l’ultimo a vedere Kismet viva, poi spiegarci cosa è successo?- chiese, un po’ brusco ma cercando di essere più incoraggiante possibile.

Godwin sembrò recuperare il coraggio.

-Dopo l’inizio dello spettacolo è venuto Alan per portare a me e Kismet qualcosa da mangiare, mi pare che fossero le quattro e qualcosa. Lo spettacolo era iniziato da poco. Poi mi sono messo a riposare, e dopo un po’ ho sentito urlare, e mi sono svegliato. Ho visto una persona mascherata che aveva preso Kismet, che sembrava svenuta. Ho provato ad alzarmi, ma quella persona mi ha messo qualcosa davanti alla bocca e sono svenuto- spiegò Godwin.

-Quindi qualcuno ha drogato Kismet? Qualcuno di mascherato?- chiese Alan, credendo alle sue parole.

-Uffi, ti ostini con questa messa in scena? Ho già ampiamente dimostrato da un’analisi accurata che non sei stato drogato- Pierce sbuffò, annoiato.

-Non mi ostino! Dico solo la verità!- insistette Godwin, stringendo i pugni.

-Quando ti sei svegliato Kismet era già addormentata?- chiese Misaki, riflettendo sulle prove ottenute.

-Sì… no… sì, quasi. Aveva gli occhi chiusi, ma sembrava che stesse cercando di ribellarsi. Non ne sono sicuro, sono crollato subito dopo- spiegò Godwin, sforzandosi di ricordare. Sembrava sincero, non dava segni fisici che stesse mentendo.

Eppure…

-Quindi non hanno combattuto, lei e l’assalitore?- chiese Nowell, poco convinto a sua volta.

-No, non mi sembra proprio. Il tipo mascherato ha agito prima che Kismet potesse accorgersi di lui- rispose Godwin, convinto.

-Non è esatto!- obiettò Misaki, ripensando alle prove. Non voleva andare contro Godwin, ma era più forte di lei.

-Godwin, pensaci bene, c’erano segni di lotta nella stanza, era pieno di anestetici rotti- gli fece notare, ricordando ciò che aveva trovato in infermeria.

-Solo anestetici…- osservò Pierce, pensieroso.

-Un momento, ma gli anestetici non si trovano nel cassetto più lontano dalla porta? Come hanno fatto a finire lì?- chiese Midge, confusa.

-È possibile che l’assassino si sia dimenticato che sono esperto di analisi chimiche, e che abbia cercato di confondere le acque eliminando gli anestetici per non farci capire che uno o più di essi era stato utilizzato- Pierce iniziava a divertirsi.

-Non è importante per il momento, concentriamoci su ciò che è successo dopo. Kismet è stata presa dall’infermeria, questo ormai è assodato, e Pierce ha confermato che è stata drogata con del Propofol, giusto?- chiese Misaki, per conferma.

-Yup. Su questo Godwin ha detto la verità. Il propofol è un potente anestetico che agisce in pochi secondi, ma il suo effetto dura poco, a meno che non venga iniettato continuamente- spiegò Pierce, con aria da primo della classe e occhi spiritati.

-Hai scoperto se è stato iniettato continuamente?- chiese Alan, molto affascinato dalle analisi del dentista.

-Non ho pensato di controllare- Pierce ruppe la magia.

-Okay, quindi Kismet è stata drogata, e poi è stata portata nella sala dei bimbi, dove è stata uccisa subito, giusto?- Chap provò a ricostruire i fatti, ma c’erano parecchie contraddizioni nella sua tesi.

-Non è esatto!- obiettò Misaki, ripensando allo stato del corpo -Secondo il monokuma file, il suo corpo presentava numerose fratture e contusioni agli arti, alle costole e alla schiena. Quindi prima di essere colpita in testa è stata colpita altrove- spiegò, mostrando il suo e-Handbook.

-Eww, perché fare una cosa del genere?!- chiese Sophie, ritirandosi su sé stessa disgustata.

-Per il momento non è importante capire il perché, ma il come! È stata torturata, probabilmente per almeno un’ora, dato che la morte è avvenuta alle cinque e quarantacinque e il rapimento quando erano ancora le quattro. Quindi la domanda sorge spontanea… come mai nessuno ha sentito nulla?- Misaki passò ad uno dei quesiti più importanti. Lei e Nowell sapevano la risposta, ma era meglio arrivarci per gradi.

-Già, Godwin, come mai non hai sentito nulla, dato che eri nell’altra stanza?- lo provocò Winona, sospettosa.

-Ero drogato!- insistette il ragazzo, ormai con le lacrime agli occhi.

-Non solo lui, ma tutti gli altri. Naomi e Brett erano solo ad un piano di distanza, esattamente sotto la stanza dei bimbi, ma non hanno sentito nulla. Capisco il tonfo attutito del peso che colpiva Kismet, ma tutto il resto? Non vi sembra strano che una tortura continua non sia stata sentita da nessuno? Che Kismet non abbia urlato?- insistette Misaki.

-Dove vuoi arrivare?- Leland la guardò con un sopracciglio inarcato, confuso.

-Rispondi alla domanda- lo incoraggiò lei.

-Beh, per quanto riguarda l’urlo, aveva la bocca tappata. Il sangue non ha raggiunto la bocca, quindi era chiaro che lo fosse, ma per il resto… so per certo che la sala dei bimbi non è insonorizzata- ammise Leland, pensieroso.

-Questo perché la tortura non è avvenuta nella sala dei bimbi!- alla fine, Misaki scoprì le sue carte.

-Il magazzino, giusto?- chiese Alan, ricordando di aver incontrato il gruppo proprio lì fuori.

-È stato concepito come una camera da letto dell’hotel, quindi era insonorizzato, come tutte le stanze. Io e Nowell abbiamo trovato una sedia rovinata, una mazza da baseball, delle corde e anche la maschera e il mantello descritti da Godwin. L’assassino ha portato la sua vittima lì per non farsi sentire- alla fine Misaki spiegò le dinamiche.

-Sì, va bene, ma quindi? Non capisco cosa c’entri il luogo, e perché l’assassino ha finto fosse la stanza dei bimbi- Leland era confuso.

-Esatto! Perché l’assassino ha finito l’omicidio in un luogo diverso? Non ha senso!- Misaki era molto turbata dal modus operandi. 

-Forse per non far trovare le prove della tortura- propose Nowell, pensieroso.

-Ma il monokuma file le avrebbe comunque mostrate- obiettò Sophie.

-Avrebbe potuto fare tutto direttamente in sala bimbi o direttamente nel magazzino, perché usare due luoghi del delitto?- Misaki non riusciva a comprendere la psicologica usata per quello scambio.

E sentiva che fosse un pezzo del puzzle davvero importante.

-Sì okay, è strano, ma non è così importante- obiettò Leland, scuotendo la testa.

-Sì che è importante, la psicologia…- Misaki provò ad insistere, ma lui la interruppe immediatamente.

-Non sei nella mente dell’assassino, non puoi capire la sua psicologia. Non è psicanalizzando l’assassino che capiremo chi è. Dobbiamo solo capire il come, il perché è indifferente- esclamò con enfasi e praticità.

-Il perché è fondamentale per capire affondo un crimine. Per dargli un senso- Misaki non voleva vedere la situazione con distacco, voleva sentire le motivazioni, capire i ragionamenti, scoprire l’umanità celata dietro un atto così inumano.

-Vogliamo parlare di perché?! Bene, parliamo di moventi, allora- Leland, irritato dalla irragionevolezza di Misaki, cambiò direzione del discorso.

Misaki impallidì. Non voleva ancora tirare fuori la polaroid.

-Aspetta, aspetta, dobbiamo prima finire di parlare delle dinamiche dell’omicidio!- lo fermò Chap, che non stava capendo poi molto.

-Il killer ha portato Kismet nel magazzino, l’ha legata ad una sedia, e l’ha colpita ripetutamente con una mazza da baseball, probabilmente a più riprese, e con molta forza. Poi l’ha portata in sala da ballo, ha appeso un peso tramite la sbarra di ferro che tiene le luci, e l’ha fatto cadere sulla suatesta- mentre ricapitolava i fatti, a Misaki venne un’illuminazione -Il sangue…- sussurrò tra sé, ripensando alla scena del crimine e alle condizioni del corpo.

-Sangue?- chiese Winona, incuriosita.

-Ecco perché l’assassino ha scelto la stanza dei bimbi! Lanciando un peso a distanza sulla testa di Kismet, il sangue provocato dalla botta letale non gli è arrivato addosso, perché ha potuto compiere l’omicidio a distanza- spiegò.

-I colpi precedenti non avevano fatto uscire sangue, hanno tutti generato fratture interne e non esterne- rifletté Nowell, capendo il suo ragionamento.

-Esatto! Mentre il colpo finale avrebbe lasciato del sangue, e l’assassino non poteva permettersi di esserne sporcato, forse perché doveva essere visto subito dopo aver compiuto l’omicidio e non aveva il tempo di cambiarsi- suppose Misaki.

-Già, troppo impegnato a fingersi svenuto- borbottò Naomi, guardandosi le unghie.

Misaki le lanciò un’occhiataccia.

-In che senso?- chiese Midge, confusa.

Misaki avrebbe preferito che non la incoraggiasse.

-Mi chiedo solo perché stiamo facendo tante congetture quando sappiamo benissimo chi è stato. L’unica persona senza alibi, e con un chiaro movente- Naomi indicò Godwin, che si ritirò sul posto.

-Quale movente?! Io non avevo alcun motivo per ucciderla! Anzi, eravamo amici. Non mi lasciava mai solo- Godwin si rivolse a tutti per far capire la sua buona fede, Naomi scosse la testa.

-Appunto, se la bifolca l’avesse fatto con me probabilmente anche io l’avrei uccisa. Insopportabile- 

-Ora sappiamo chi sarà il colpevole quando Super Mario morirà- scherzò Sophie.

Brett sobbalzò.

-COSA?!- chiese, preoccupato, facendo passare lo sguardo tra Sophie e Naomi.

-Su questo ne riparliamo quando Brett morirà, ma per il momento è morta Kismet, e chiaramente è stato Godwin. Dopotutto perché uccidere solo uno e non entrambi? Erano sempre insieme ed erano una facile preda- il ragionamento di Naomi era sensato, ma senz’altro sbagliato.

-Magari hanno lasciato Godwin in vita per incastrarlo. Non ci hai pensato?!- obiettò Misaki. Dopotutto era troppo ovvio, in quel caso.

-O magari Godwin ha provato a giocare sul suo essere un santarellino per farti credere a questa cosa. Chi mai sospetterebbe di un piccoletto che non si sa tenere in piedi?- Naomi era molto convinta di ciò che diceva. Era decisamente sospetto quanto ci tenesse ad assegnare la colpa di Godwin così in fretta.

-Appunto, come poteva Godwin, così debole, trasportare il corpo di Kismet non solo nel magazzino, ma poi anche nella sala bimbi. E sollevare quel peso immenso, e infliggere dei danni tanto gravi!- logicamente non aveva alcun senso, e Misaki provò a farlo capire a tutti.

-In effetti è troppo basso per raggiungere le sbarre della sala bimbi. Probabilmente il vero assassino è qualcuno di alto capace di raggiungere le sbarre- osservò Midge, prendendo le parti di Misaki. Sembrava orgogliosa di esserci arrivata.

Nowell ruppe le sue speranze.

-Errato!- obiettò -Nella sala bimbi c’erano graffi sulla moquette. L’assassino ha usato una sedia per arrampicarsi e far passare la corda. Godwin ha provato a salire e raggiungeva la sbarra, quindi è sospettabile quanto tutti gli altri. Anzi, possiamo escludere persone alte- spiegò, portando in causa gli indizi raccolti nella sala bimbi.

-Non se hanno cercato di incastrare Godwin, potrebbero averlo fatto di proposito- Misaki continuò a difenderlo.

-Davvero sei pronta a scommettere la tua vita sull’innocenza di qualcuno solo perché ti sembra innocuo?- Naomi iniziava a stancarsi di quel botta e risposta.

-So che non potrebbe mai aver fatto niente di male!- Misaki era convinta delle sue idee.

-Perché? Perché è carino, tenero, affettuoso, come un cagnolino? Ogden era un santo. Era gentile, era disponibile. Era sempre pronto ad aiutare tutti. E ha ucciso Janine! Non possiamo fidarci l’uno dell’altro! Qui siamo tutti sospetti finché non viene provato il contrario, e anche allora c’è un grande margine di dubbio! Siamo ragazzini buttati nell’arena dei leoni! Se iniziamo a credere alla buona fede di qualcuno solo perché sembra affidabile, finiremo con una coltellata nella schiena!- per la prima volta da quando era lì, Naomi mostrò delle vere emozioni, e Misaki capì dalla sua voce, dai suoi occhi, e dalle mani tremanti, che nonostante la sua presunta freddezza, Naomi era forse la più spaventata lì dentro, la più insicura, e una di quelli che aveva preso peggio il tradimento di Ogden.

Il suo astio si abbassò appena, ma la determinazione non scemò.

Perché Misaki era brava a capire le persone, e Godwin… Godwin…

Godwin era decisamente sospetto.

Molte volte durante le indagini aveva agito come se fosse colpevole. La sua storia non stava in piedi, era l’unico senza alibi, e non si difendeva. Era Misaki a difenderlo.

Lui non stava aprendo bocca.

Si limitava a sembrare spaventato, insicuro, e innocente.

Misaki non ribatté, e abbassò la testa, ripensando meglio agli indizi. Non voleva credere che fosse stato Godwin, ma se voleva scoprire la verità non poteva neanche escluderlo.

-Concordo caldamente con ciò che ha detto Naomi, ma ho qualche dubbio sul movente. Dopotutto tutti qui abbiamo lo stesso movente: vogliamo uscire. Quindi non credo che stabilire un movente sia così importante, dato che tutti potrebbero aver voluto uccidere Kismet- Pierce ruppe il silenzio carico di tensione con un commento spassionato.

-Non è esatto- sussurrò Misaki, a bassa voce, ma facendosi sentire da tutti.

-Uh?- Pierce la guardò confuso.

Gli studenti si girarono verso di lei, chiedendosi perché all’improvviso lo avesse contraddetto, quando aveva detto qualcosa di ovvio.

-Questo omicidio è stato particolarmente brutale, soprattutto l’intento dell’assassino di impedire alla vittima di camminare. Kismet è stata colpita in punti ben specifici, quando teoricamente sarebbe bastato un colpo netto, che avrebbe lasciato anche meno prove- Misaki citò ciò che aveva detto Leland, che si girò verso di lei, incuriosito da come le cose si stessero evolvendo.

-Beh, magari voleva solo evitare che scappasse- suggerì Chap, guardando Godwin preoccupata. Anche lei si era molto affezionata a lui da quando erano nell’hotel.

-Non è esatto!- Misaki scosse la testa, cercando di pensare solo ai fatti, e non lasciarsi distrarre dalle emozioni -La vittima era legata, non poteva scappare- spiegò, ripensando agli indizi trovati nel magazzino.

-Quindi cosa stai suggerendo?- chiese Winona, smettendo di scrivere perché troppo concentrata sulle parole di Misaki.

-Che Godwin… potrebbe avere un movente specifico- borbottò Misaki, con lo stomaco in subbuglio per il senso di colpa nello stare accusando uno dei migliori amici che si era fatta lì dentro.

-Cosa?!- Godwin impallidì. Fissò Misaki con sgomento ed estrema confusione.

-Abbiamo trovato questa, nella stanza dei bimbi, nascosta in una scatola di giochi- la ragazza, infine, tirò fuori la prova più importante e decisiva: la polaroid dove Godwin veniva colpito alla schiena da Kismet a cavallo.

Tutti gli studenti rimasero sgomenti.

-Santo cielo! Godwin, stai bene?- chiese Chap, rivolgendosi a Godwin preoccupata.

Lui fissava l’immagine ad occhi sgranati, sembrava una statua di marmo.

Misaki però notò con la coda dell’occhio, che un’altra persona, in quella sala, aveva avuto una reazione a dir poco inaspettata.

River, che non aveva proferito parola dall’inizio del processo ed era rimasto impassibile ad ascoltare passivamente lo svolgersi degli eventi, nel notare la foto si era improvvisamente irrigidito, e aveva sgranato gli occhi, preoccupato.

Questa reazione mise in moto il cervello di Misaki, che però non aveva troppo tempo di riflettere, perché mostrando quella prova aveva provocato una reazione a catena.

-Mi chiedevo quando saresti finalmente rinsavita mostrando la prova decisiva- commentò Leland, soddisfatto.

-Co_cos’è quella?!- Godwin sembrò sbloccarsi, e si ritirò su sé stesso nel panico.

-A me sembra una polaroid- lo prese in giro Pierce, che iniziava davvero a divertirsi.

-Di chiara provenienza aggiungerei. E tu ti ostinavi a credere che il riccone fosse innocente?- Naomi era incredula e gongolante.

-Non è mia!- obiettò Godwin, finalmente iniziando a provare a difendersi, anche se iniziava a sembrare troppo tardi -Non l’ho mai vista in vita mia!- insistette, indicando la polaroid con disgusto.

-Certo, conveniente fingere che non sia tua una foto che ti da un movente molto importante per voler uccidere qualcuno- Winona scosse la testa, per niente convinta dalla sua tesi.

-Ve lo giuro! Non sapevo che Kismet…- si interruppe, portando una mano alla schiena, e poi scosse la testa con forza -…non dimostra niente! Anche se mi ha colpito non significa che ho riportato danni permanenti, quindi non avevo motivo di vendicarmi!- le sue guance si fecero leggermente rosse.

Stava chiaramente mentendo.

-Non è esatto. Godwin… hai una lunga cicatrice che ti percorre l’intera spina dorsale. Qualche conseguenza c’è stata- gli fece presente che aveva notato il suo problema, e Godwin girò la testa verso di lei, indurendo lo sguardo.

-Cosa?! Come… come lo sai?!- chiese, sempre più nel panico.

-L’ho vista quando ti ho trovato svenuto nell’infermeria… o quando pensavo fossi svenuto- continuava a sentire che qualcosa non andava, ma doveva guardare ai fatti, e i fatti lo rendevano estremamente colpevole.

-Uhhh, ecco perché hai i globuli bianchi così bassi. Delle operazioni alla schiena così invasive ti hanno lasciato un sistema immunitario a terra. Un motivo più che valido per ammazzare la colpevole e colpirla soprattutto alla schiena, lasciatelo dire. Lo comprendo- Pierce gli diede del finto supporto.

-Aspettate! Aspettate! Ragioniamo un secondo! Possiamo provare che quella foto non è mia! Ci sarà un modo. Perché non è mia! Non sapevo che Kismet mi avesse colpito! Non ne avevo idea! E non le avrei mai fatto niente di male, in ogni caso. Non l’avrei mai uccisa!- Godwin non sapeva come difendersi.

-Non ci voglio credere neanche io Godwin! Allora perché non ci mostri la tua polaroid. Se non è questa significa che hai la tua!- Misaki provò ad andargli incontro, con le lacrime agli occhi.

Per un secondo, gli occhi di Godwin si accesero di speranza. Per un secondo, sembrò davvero innocente, rasserenato, come se Misaki gli avesse appena dato una soluzione a cui non riusciva ad arrivare da solo.

Ma durò solo un istante, perché subito dopo essersi tastato la tasca dei pantaloni, la sua speranza lasciò posto ad una completa disperazione.

-No…- sussurrò, controllando meglio le tasche -No!- esclamò con foga, preoccupato.

-Fammi indovinare, l’hai persa?- chiese Naomi, scuotendo la testa.

-Conveniente- le fece eco Winona, per niente impressionata.

-L’avevo fino a prima del processo! La tengo sempre con me per paura che qualcuno la veda!- Godwin ormai era in lacrime, e lo stomaco di Misaki così intricato che la ragazza temeva davvero che avrebbe vomitato da un momento all’altro.

-Su, Godwin, confessa i tuoi crimini, è più facile così- lo incoraggiò Leland, pratico.

-Signor Dixon, è stato davvero lei?- Alan era sconvolto. 

-Godwin, dacci una prova concreta e ti giuro che l’ascolteremo- Chap provò a venirgli incontro, ma anche lei non sembrava affatto convinta della sua innocenza.

-Non so che dirvi. So di essere sospetto! Ma non ho idea di come dimostrare la mia innocenza. Ero davvero svenuto, non so come ha fatto l’assassino ad impedire che la droga risultasse nel sangue, ma mi ha fatto svenire in qualche modo, ed era mascherato, e alto, e con un mantello- Godwin seppellì il volto tra le mani, e iniziò a singhiozzare.

Misaki era sempre più confusa.

Di solito, con prove schiaccianti, l’assassino veniva fuori.

Ogden alla fine si era arreso.

E Godwin… Godwin aveva a suo carico prove ancora più schiaccianti, tra cui un movente estremamente specifico, e l’alibi peggiore.

-Per me possiamo votare, così riusciremo ad andare a dormire ad un orario decente- Naomi sembrava davvero rilassata.

-Oh? Già pronti a votare? Mi aspettavo un processo più lungo- Monokuma si mise sull’attenti, sembrando deluso.

C’era decisamente qualcosa che non andava in quel caso.

Perché Godwin era intelligente, non avrebbe mai ucciso qualcuno rendendo così ovvio che fosse stato lui.

L’aveva appena detto.

So di essere sospetto, ma non so come dimostrare la mia innocenza”.

All’improvviso, il volersi aggregare a Misaki e Nowell assunse un altro significato. E anche la sua decisione nel voler capire cosa fosse successo, a scapito della propria salute.

Che fosse innocente o colpevole, era stato abbastanza intelligente da unirsi ai due che avevano scoperto più cose nel precedente omicidio e impegnarsi per capire il più possibile le dinamiche nel tentativo di scagionarsi.

Ma la polaroid… la polaroid, unico indizio raccolto quando non erano insieme, l’aveva fregato.

La polaroid… c’era qualcosa di strano nella polaroid.

-Per me possiamo procedere- Leland si rilassò insieme a Naomi, convinto della sua accusa.

Misaki aprì la bocca per obiettare, decisa a riflettere meglio sulla situazione e fare quantomeno un riassunto finale,  ma venne anticipata dall’ultima persona che si sarebbe aspettata avrebbe sollevato un’obiezione.

-Aspettate!- arrivò chiara e limpida la voce di River.

Tutti si girarono verso di lui, catturati come da un incantesimo.

Il ragazzo si era raddrizzato, e il suo volto era una determinata maschera calma e sicura -Non è stato Godwin ad uccidere Kismet- affermò con assoluta certezza.

-Un po’ tardi per obiettare- si lamentò Naomi, irritata.

-River!- Godwin guardò l’amico con sollievo e commozione, ma il suo sorriso appena accennato ebbe vita breve, e si trasformò in sgomento e orrore quando River pronunciò le tre parole successive: 

-Sono stato io- affermò infatti, ammutolendo completamente gli studenti, e cambiando drasticamente l’umore nella sala.

Ci furono alcuni secondi di completo silenzio.

Poi la stanza si riempì di esclamazioni sorprese, confuse, incredule e scettiche.

-Cosa?!-

-Non è possibile!-

-È uno scherzo, vero?!- 

-Stavamo per morire tutti?!?!?-

-Sei stato tu?! Come puoi essere stato tu?!- 

-Lo sapevo che eri uno psicopatico!- 

E tra le voci schiamazzanti, una si elevò sopra le altre.

-Silenzio! Non ci sto capendo nulla! Voglio essere intrattenuto, non assordato! Uno alla volta!- li rimproverò Monokuma, irritato e mostrando gli artigli.

-River, capisco la tua devozione verso il tuo amico, ma stai diventando ridicolo. Fingere di essere stato tu e farci condannare tutti mi sembra una dichiarazione d’amore un po’ azzardata- Leland prese la parola, del tutto scettico sulla sua confessione.

River lo guardò per niente impressionato dalla sua obiezione.

-Perché non potrei essere stato io?- chiese, pronto probabilmente a confessare fino al più minimo dettaglio della sempre più confusa vicenda.

-Per prima cosa non ha senso che l’assassino si riveli. Seconda cosa… avevi un alibi, come tutti quelli che erano allo spettacolo… giusto?- chiese Naomi, molto confusa dalla piega che gli eventi avevano appena preso, e non fidandosi minimamente della sua testimonianza.

-Sophie, tu hai una buona memoria fotografica, non è così? Ricordi con molta sicurezza quasi tutto ciò che vedi- River si rivolse a Sophie, che sobbalzò vistosamente sentendosi chiamata in casa.

-Sì! Io? Che c’entro? Perché me lo chiedi?!- si mise immediatamente sulla difensiva, preoccupata. Gli era accanto, e temeva potesse fare qualche gesto azzardato.

-Potresti elencare gli spostamenti avvenuti durante lo spettacolo tra il pubblico? So con assoluta certezza che qualcuno è uscito dalla sala durante lo spettacolo, e poteva compiere l’omicidio approfittando della finestra di tempo priva di alibi- spiegò River, pratico e senza perdere la calma glaciale.

Era terrificante vedere un ragazzo così minaccioso di suo, e allo stesso tempo così piccolo, parlare di un omicidio che aveva commesso con la nonchalance di qualcuno che sceglie cosa mangiare a pranzo.

-Oh… OH! Giusto! Non avevo pensato a questa cosa- Sophie si sforzò la mente, cercando di ricordare -Sì, ecco, Pierce è stato il primo ad allontanarsi, verso metà spettacolo- cominciò la cronaca.

Tutti lanciarono un’occhiata piena di sospetto verso Pierce, che sollevò le mani, sulla difensiva.

-Ehi, ehi! Sono solo andato a prendere da bere in cucina!- si difese.

-Da bere in cucina? Ma c’era Adam che andava dalla cucina alla sala da ballo per portarci del cibo. A che serviva andare in cucina?- chiese Chap, sospettosa.

-Sì, ma non erano le cose che piacevano a me, quindi sono andato a prenderle da solo. Sono stato via pochissimo!- si giustificò Pierce, con sicurezza.

-È vero, è tornato quasi subito- Sophie testimoniò in suo favore -Poi… poi Midge si è allontanata, per un bel po’ di tempo devo dire, poco dopo il ritorno di Pierce- continuò a fare l’elenco degli alibi traballanti.

Stavolta tutti si girarono verso Midge, che iniziò a tremare per il nervosismo.

-Ah! Io! Sì! Sono andata in bagno! Non riuscivo più a trattenerla, e ho fatto il prima possibile!- si spiegò, rossa come un pomodoro.

-E infine River… sì, River si è allontanato per parecchio tempo prima di tornare… verso la fine dello spettacolo. Non saprei dire l’orario preciso, ma potrebbe essere durante l’orario della morte di Kismet- Sophie si portò una mano alla bocca, sconvolta.

-Aspetta! Quindi le persone che avevano un alibi inattaccabile… non avevano un alibi così inattaccabile?!- Leland era molto in difficoltà. Buona parte del suo attacco si era basata sugli alibi. Ma oltre a River, anche Pierce e Midge avevano ormai un alibi traballante. Quindi gli alibi non erano più sinonimo di sicurezza, soprattutto considerando che non si sapeva nulla sui tempi di tortura.

-Beh, non sono importanti più gli alibi, giusto? Sono stato io, dopotutto. L’ho confessato. Vogliamo votare?- River era esageratamente tranquillo per una persona che stava per essere accusata di omicidio e condannata ad una terribile esecuzione.

-Non così in fretta- obiettò Nowell, trovando tutta quella tranquillità fin troppo sospetta.

-Volete che vi dica per filo e per segno come si è svolto l’omicidio? Va bene, farò un breve resoconto- River sbuffò, come se la faccenda fosse solo un enorme seccatura, e iniziò il suo racconto: 

-Mi sono assentato dallo spettacolo con l’intento di andare nell’infermeria e stordire sia Kismet che Godwin. Volevo utilizzare l’alibi dato dallo spettacolo per sembrare il meno sospetto possibile, e ho puntato Kismet e Godwin perché erano sempre insieme, e sapevo che se uno dei due fosse morto, l’altro sarebbe immediatamente risultato sospetto.

Ho deciso di uccidere Kismet perché ero consapevole che nel passato avesse fatto qualcosa di male a Godwin, così potevo usare il movente del ragazzo per renderlo ancora più colpevole ai vostri occhi. Ho drogato Kismet con un anestetico, e ho stordito Godwin con un altro anestetico diverso, in modo che se Pierce avesse fatto un’analisi del sangue, non lo avrebbe trovato…- cominciò il racconto.

-Cosa?! Non è possibile! Ho sperimentato con tutti gli anestetici presenti nell’infermeria, e non c’erano risultati!- obiettò Pierce, punto sul vivo dall’accusa.

-…e ho poi distrutto tutti gli altri facendo finta di volerli celare ma in realtà cercando di confondere le acque. Tu hai cercato di far risalire uno degli anestetici presenti nella pila con le analisi del sangue di Godwin, ma in realtà ho usato una sostanza diversa e naturale, difficile da trovare se non la si cerca, per far credere che Godwin avesse mentito- spiegò River, con un sorrisino soddisfatto.

Il suo labbro tremava leggermente però.

Sembrava… che stesse mentendo.

Ma non era possibile, giusto?

Pierce sembrava voler ribattere, ma chiuse in fretta la bocca, riflettendo.

-Potrebbe essere… possibile. Non ci metterei la mano sul fuoco, ma è possibile- ammise infine, poco convinto ma ammettendo le sue colpe.

-Praticamente metà delle prove contro Godwin erano a causa di persone incompetenti?!- Leland era estremamente infastidito dalla piega che stavano prendendo gli eventi.

-Guardate che sono un dentista, la chimica è solo un hobby- obiettò Pierce, facendo il muso.

Misaki era confusa.

Perché nel momento in cui Pierce aveva dato per buona la versione di River, il sorrisino soddisfatto di quest’ultimo si era tramutato per un secondo in un sorriso sollevato.

Come se fosse riuscito in un bluff a poker.

Non era bravissimo a nascondere i suoi segnali.

C’era qualcosa che non andava in quel caso, qualcosa di importante. Misaki tornò a guardare le polaroid, sia quella di Godwin, che quella di Kismet recuperata sul corpo.

C’era un dettaglio davvero importante che doveva trovare il prima possibile.

-Ho lasciato Godwin lì e ho portato Kismet nel magazzino. L’ho legata alla sedia mentre era ancora addormentata, e ho iniziato a colpirla, svegliandola, e cercando di ferirla il più possibile per rendere più credibile l’ipotesi di un crimine vendicativo- la sua voce era leggermente tremante mentre raccontava quella parte, ma per il resto rimase fredda come un blocco di ghiaccio.

-Lei urlava, ma la stanza era insonorizzata. Dopo averla appiedata le ho coperto la bocca con del nastro isolante, per farla stare zitta, e l’ho portata nella sala dei bimbi, per ucciderla definitivamente senza macchiarmi di sangue. Ho spostato la sedia per raggiungere la sbarra di ferro e ho fatto passare la corda per poi colpirla a distanza con il peso- continuò il resoconto, senza la minima esitazione.

-Quindi il segno sula bocca era nastro isolante, l’avevamo sospettato- gli diede ragione Nowell, ancora poco convinto ma iniziando a credere alla storia di River.

-Poi l’ho lasciata lì e sono tornato allo spettacolo prima della fine- concluse River, alzando le spalle -Ho fatto tutto in modo da dare la colpa a Godwin

-E quindi perché hai confessato?- chiese Naomi, senza capire.

-Suppongo mi sia sopravvenuto un forte senso di colpa per ciò che avevo fatto- River sospirò.

-Non ha senso! Avevi realizzato il crimine perfetto e confessi alla fine?- Leland non riusciva a capacitarsi di un comportamento simile, e non aveva tutti i torti.

-Non sei forse stato tu ad affermare che la psicologia di un killer non ha sempre senso e che non è necessario approfondirla per risolvere il caso? Vi ho dato il come, perché indagare sul perché?- River era punto sul vivo dall’insistenza mostrata dal critico, che strinse i denti, irritato che le sue parole venissero usate contro di lui.

-Wow, sei un completo psicopatico!- esclamò Sophie, ritirandosi da lui e finendo quasi per occupare il posto ormai vuoto di Kismet.

-Ne prendo atto. Allora, andiamo alla votazione?- li incitò River, facendo un cenno a Monokuma, che sembrava parecchio divertito.

Strano, non doveva essere annoiato dal fatto che il killer avesse confessato di sua spontanea volontà?

-Volete votare?- chiese rivolto a tutti gli altri, in tono gongolante.

-No, ho ancora un dubbio- Misaki lo fermò, e guardò River dritto negli occhi -La polaroid?- indagò.

River sembrò per un attimo in difficoltà.

-L’ho rubata a Godwin e l’ho posizionata sulla scena del crimine per usarla per il suo movente. Lo volevo incastrare, come ho già detto- spiegò, distogliendo lo sguardo da quello inquisitore di Misaki, che lanciò un’occhiata a Godwin, che per tutto il tempo aveva fissato River con occhi pieni di lacrime, sconsolati e delusi, ma improvvisamente sobbalzò.

-No! Stai mentendo! Perché quella polaroid non era mia!- esclamò, con sicurezza.

River lo guardò con tristezza.

-Non c’è più bisogno di mentire per salvarti, Godwin, ormai ho confessato, e sanno tutti che non sei stato tu, anche se avevi i motivi di farlo- accennò un sorriso rassicurante.

-Quindi sei certo che la polaroid fosse di Godwin?- Misaki chiese conferma, tenendo in mano entrambe le polaroid ritrovate sul luogo del crimine.

River la guardò confuso.

-Certo! Come puoi notare i due soggetti nella foto sono Godwin e Kismet, e dato che non può essere di Kismet, è senz’altro di Godwin! L’ho rubata e l’ho messa sulla scena del crimine sperando che la trovaste. Ora possiamo votare?!- River iniziava a perdere la calma.

Godwin sembrava in procinto di obiettare, ma Misaki fu più veloce.

-Non è esatto!- lo contraddisse, mostrando con più insistenza la polaroid.

-Cosa non è esatto?! Ero lì! Sono stato io! È così difficile da accettare che per una volta le cose sono semplici?!- River sbottò, ormai perdendo del tutto le staffe.

-Le cose sono tutt’altro che semplici, soprattutto perché qualcuno qui mente sulla propria colpevolezza- Misaki era sicura di sé. Se River avesse confermato quello che Misaki aveva appena capito osservando non solo le due polaroid trovate, ma anche le due in suo possesso, la sua storia sarebbe risultata credibile, ma in questo modo, aveva appena dimostrato di aver mentito sulla propria colpevolezza, o che quantomeno c’era una terza persona coinvolta in quell’omicidio.

-Di che stai parlando?!- chiese River, in difficoltà.

-Questo ricordo non è di Godwin!- affermò Misaki, mostrando la foto a tutti.

-Perché ne sei così convinta?- chiese Winona, prendendo appunti.

-Guardate la polaroid di Kismet. E pensate a quella che avete ricevuto. Vedrete che c’è un dettaglio che accomuna tutte, ma che non compare su questa foto- li incoraggiò a pensare.

Vide alcune persone sporgersi verso di lei, altre presero le proprie polaroid, che tenevano in tasca o nascose da qualche parte.

Nowell sorrise, osservando le due che Misaki teneva in mano.

-Molto sveglia, amicona. È dall’inizio del processo che cercavo di capire cosa non mi convincesse in quella foto- sorrise, facendole un occhiolino.

Misaki si sentì estremamente orgogliosa.

Leland fece passare lo sguardo tra i due, infastidito.

-Non capisco, quale differenza?- chiese alla fine, esternando la confusione di quasi tutti.

-Le nostre polaroid sono tutte in soggettiva. È la scena che ricordiamo di aver visto, dai nostri occhi. Mentre questa…- Misaki indicò l’immagine di Godwin colpito dal cavallo di Kismet -…questa immagine riprende chiaramente i due soggetti, quindi non può essere la polaroid di Godwin, né di Kismet- spiegò Misaki, rigirandosi la prova tra le mani.

-Quindi è un falso?- chiese Alan, pensieroso.

-No, è una soggettiva, del vero assassino! Che ha assistito all’incidente, e ha deciso di approfittarne mettendo la prova nella stanza, e incastrare Godwin. E questo assassino sarebbe potuto essere River, se non avesse appena confermato di non sapere a chi appartiene questa polaroid- Misaki indicò il presunto colpevole, che osservava la propria polaroid, ritirata fuori dalla tasca, con sguardo perso e confuso.

-No… non capisco, non ha senso…- borbottava tra sé, confuso.

Sophie approfittò della sua distrazione per fargli un agguato alle spalle e prendergli la polaroid tra le mani.

-Ehi, ridammela!- provò ad obiettare il ragazzo, ma Sophie fu più veloce e la lanciò verso Misaki, che la prese al volo.

La ragazza capì da dove venisse la confusione di River, e perché fosse tanto convinto che la polaroid fosse di Godwin. Infatti la propria lo vedeva sì in soggettiva, ma era anche riflesso allo specchio, e quindi presente nella scena, nel bagno di quello che sembrava un ospedale, e in lacrime. Dietro la scritta leggeva “L’avevi predetto ma non sei arrivato in tempo. È tutta colpa tua!”.

-Ridammela!- River l’aveva raggiunta, e le strappò la foto dalle mani.

stringendosela poi al petto.

-Quindi non è stato River?- chiese Midge ad Alan, sottovoce.

-Parrebbe di no- rispose lui, poco convinto.

-Chi mentirebbe su un omicidio che non ha commesso?!- Brett era davvero confuso.

-Per me continua ad essere un assassino psicopatico, solo per i suoi atteggiamenti strani- esclamò Chap, lanciandogli un’occhiataccia.

Misaki non la vedeva allo stesso modo. River in quel momento sembrava tutto meno che un assassino psicopatico. Solo un fragile ragazzo che cercava di proteggere un amico.

Un ragazzo che senza esitazioni sarebbe andato incontro alla morte, per difendere quello che sicuramente aveva creduto fosse il vero assassino.

-Leland si sbagliava- sussurrò un po’ tra sé, ma facendosi sentire dal compagno alla sua sinistra.

-Io? Che ho fatto adesso?!- si indignò lui.

-In questo caso non è importante scoprire i come. In questo caso è fondamentale capire i perché. Questo non è un omicidio normale, come con Ogden e Janine, dove dovevamo solo capire come si erano svolti i fatti. Dove il movente era uscire, e tra di noi ci conoscevamo poco e niente. No, qui i moventi sono più personali, subdoli. E ognuno di noi ha qualche segreto che ci lega a doppio filo a qualcun altro, nel bene e nel male. Per questo Monokuma ha aggiunto una regola- Misaki finalmente capì qualcosa di fondamentale che sarebbe servito alla risoluzione del caso.

-Non distruggere le polaroid?- chiese Brett, che non aveva seguito il filo del discorso.

-Abbiamo la possibilità di salvare qualcuno al nostro posto, se uccidiamo qualcuno. La nostra libertà e la nostra vita verrebbe sacrificata per qualcun altro. Abbiamo visto questo caso come se Godwin fosse colpevole, e poi come se Godwin fosse usato come capro espiatorio. Ma forse Godwin in questo caso… è colui che verrebbe salvato. Sarebbe l’unico ad uscire, pur senza aver commesso alcun crimine. Ironico, vero? Fare in modo di accusare colui che alla fine verrebbe comunque salvato- Misaki illustrò la sua teoria, tutti rimasero senza parole.

-Perché qualcuno dovrebbe fare una cosa del genere?- chiese Naomi, che sicuramente non aveva idea di cosa fosse lo spirito di sacrificio.

-Sono pronta a passare il resto del processo a scoprirlo, ma ne sono piuttosto certa- Misaki aveva recuperato padronanza della situazione. La psicologia era il suo forte, ben più rispetto a prove nude e crude.

E l’espressione sconvolta di River, con l’occhio che andava da una parte all’altra cercando di riflettere velocemente, non faceva che confermare la sua teoria.

-No! Aspetta un momento! Perché mai qualcuno dovrebbe uccidere una persone per me?! Io non voglio uscire! Io ho espressamente detto… io… perché una persona, in generale, anche se tiene a me, dovrebbe uccidere qualcuno solo per farmi uscire, e per vendicarmi. Non mi sono fatto nulla di grave! E nessuno qui avrebbe motivi di salvarmi- obiettò Godwin, così tremante che sembrava stesse per crollare a terra da un momento all’altro.

-Interessante che proprio ora che c’è la possibilità che si salvi senza muovere un dito non voglia indagare su questa pista- commentò Pierce, lanciandogli un’occhiata per niente impressionata.

-Non è questo il motivo per cui sto obiettando! Solo… chi potrebbe mai voler sacrificare la sua vita per me?! Non ha senso!- Godwin si abbracciò nervoso e preoccupato.

-Beh, di sostenitori ne hai almeno uno… Bill Cipher, lì, è chiaramente disposto a morire per te- Sophie indicò il ragazzo accanto a lei, che non era più visto come un possibile assassino, ma era ancora adocchiato con sospetto.

Il ragazzo si ritirò su sé stesso.

-Anche Misaki e Chap non volevano credere alla tua colpevolezza… beh, non che sospetti di loro! Hanno un ottimo alibi! Stavo solo dicendo che Godwin è molto apprezzato qui nell’hotel!- osservò Midge, andando nel panico subito dopo.

-River… perché hai mentito?- chiese Misaki, rivolgendosi al ragazzo senza traccia di giudizio, ma con semplice e innocente curiosità.

River guardò Godwin, poi la propria polaroid, ed infine Misaki, incerto, preoccupato, e senza sapere minimamente come rispondere.

-Misaki…- dopo qualche secondo di profonda riflessione, si rivolse alla ragazza in tono confidenziale -La polaroid scagiona Godwin, vero?- chiese in un sussurro, speranzoso.

Misaki annuì con un sorriso -Sì, sono certa che Godwin sia solo stato incastrato e la polaroid appartiene al vero assassino- annunciò con sicurezza. Non era ancora certo al 100%, ma doveva far credere a River che lo fosse in modo che rivelasse ciò che fino a quel momento aveva tenuto nascosto.

-Sospettavo fosse stato Godwin, per questo ho mentito- ammise infine, abbassando la testa.

Godwin era molto ferito dall’accusa di uno dei migliori amici che aveva lì dentro.

-Perché pensavi fossi stato io?! Sapevi che non avrei mai fatto nulla del genere!- obiettò, con labbro tremante.

-Non volevo crederci infatti, ma…- River iniziò a giustificarsi, in tono di scuse, ma venne interrotto da Naomi, che scosse la testa.

-Probabilmente perché è la scelta più ovvia! Le prove sono ancora tutte contro di lui, polaroid o non polaroid. Poteva comunque sapere che Kismet lo aveva colpito. E poi l’immagine potrebbe essere stata contraffatta!- incrociò le braccia, continuando a sostenere la sua tesi.

-Perché avrebbe dovuto contraffare una polaroid che gli dava un movente e lo avrebbe reso il soggetto più sospetto? Mi sembra alquanto improbabile, Soprano- Nowell scosse la testa.

-Dico solo che…- Naomi provò ad obiettare nuovamente, ma questa volta fu River ad interrompere lei.

-No! Godwin non è l’assassino! Godwin sarebbe solo uscito!- affermò con estrema sicurezza.

-Cosa?- indagò Winona, confusa.

-Se l’assassino non viene scoperto Godwin uscirà… per questo pensavo fosse stato lui. Non avevo proprio pensato alla regola di Monokuma- River si prese il volto tra le mani, deluso da sé stesso.

-Come mai ne sei così certo?- indagò Misaki, confusa dalla sua sicurezza.

River sospirò.

-Se ve lo dicessi non mi credereste- scosse la testa, nervoso.

-Perché non ci metti alla prova? Stiamo dando una nuova occhiata alla psicologia piuttosto che alle prove, tutte le cose strane e incredibili sono bene accette per il momento- lo incoraggiò Misaki.

River esitò un secondo, ma alla fine cedette.

-Il mio talento… io… sono l’Ultimate Medium- rivelò infine.

Ci fu qualche istante di silenzio.

Misaki era estremamente affascinata dal suo talento. Chissà come funzionava un’abilità così sfuggente.

Winona non la vedeva allo stesso modo, perché scoppiò a ridere.

-Wow! Incredibile! Perché non chiami Kismet e le chiedi chi l’ha uccisa? Sarebbe utilissimo- lo prese in giro, scuotendo la testa.

River alzò gli occhi al cielo.

-Non funziona così, altrimenti non avrei mai pensato che fosse stato Godwin- spiegò, offeso.

-Con un talento del genere nella scuola risolvere gli omicidi sarebbe troppo facile- Pierce sembrò parecchio deluso, più che scettico.

-Non parlo facilmente con i fantasmi, dipende da loro e da me. Di solito mi vengono dei segnali dall’universo che mi avvertono di cose che stanno succedendo o stanno per succedere. Mi era arrivato il messaggio che Godwin sarebbe sopravvissuto se l’assassino non fosse stato trovato, ma non ho idea di chi sia l’assassino, ma solo delle conseguenze di un futuro in cui non viene scoperto. Non è una scienza esatta! E non volevo rivelarlo perché temevo che poi sarei stato un bersaglio per un futuro omicidio- River condivise i dettagli del proprio talento.

-Aspetta, quando esattamente ti è arrivato questo messaggio?- chiese Chap, curiosa e confusa.

River esitò.

-River…- a Misaki venne un dubbio -…se non sei stato tu ad uccidere Kismet, dov’eri durante la tua assenza dallo spettacolo?- chiese, ricordando l’alibi traballante che lui stesso aveva aiutato a mostrare.

-Io… sentivo una brutta energia provenire dal terzo piano- ammise il ragazzo, dopo un po’ di esitazione -La prima regola di un medium è non interferire con ciò che si sente, ma sapevo che Godwin era lì, e non riuscivo a capire se fosse in pericolo, così ho deciso di andare a controllare che stesse bene, ma quando ho raggiunto l’infermeria…-esitò, un po ‘a disagio -…non l’ho visto- ammise infine.

-Aspetta un momento! Quindi Godwin era davvero assente quando doveva essere svenuto- osservò Winona, controllando i suoi appunti.

Misaki ripensò a quando aveva trovato Godwin svenuto in infermeria.

-Senza entrare, e senza controllare bene, risultava quasi del tutto nascosto dalla tenda che divideva i letti. È normale che River non l’abbia visto. Io stessa ci ho messo parecchio a notarlo- obiettò Misaki.

-Io ho visto distrattamente, e mi era sembrato non ci fosse. Mi sono preoccupato e ho controllato la sala bimbi, e lì… l’ho vista- River si morse il labbro inferiore, come se ricordare quel momento gli provocasse grande dolore, o un forte senso di colpa.

-Kismet già morta?- indagò Misaki per essere certa.

River non rispose.

A Misaki le colse un terribile dubbio.

-Era già morta, giusto?- ripeté, certa di ottenere una risposta positiva.

Tutti fissavano River aspettando la sua risposta, che tardò un po’ ad arrivare, ma alla fine venne rivelata.

-Era viva- ammise, con sguardo basso e occhi carichi di lacrime.

Misaki si portò una mano alla bocca, sconvolta.

-Cosa?!- esclamò Chap, sconvolta.

Godwin sembrava nauseato.

-Kismet era ancora viva?! E tu non hai fatto niente?!- Winona gli puntò il dito contro, accusatrice, furiosa per l’ammissione di River.

Misaki non sapeva più cosa pensare. Questa confessione ribaltava completamente molti fatti del caso. Se Kismet era ancora viva quando River l’aveva trovata, significava che il killer aveva agito a più riprese, e a meno che non fosse un omicidio effettuato da più persone, nessuno oltre a Godwin aveva un alibi che permetteva un’azione a più riprese. Naomi e Brett erano stati insieme durante l’omicidio, mentre gli assenti allo spettacolo si erano allontanati solo una volta, e River era stato l’ultimo, quindi se lui l’aveva trovata viva…

-Sono andato nel panico! Era a terra, immobile, al centro della sala. Pensavo fosse morta, all’inizio, ma poi ho notato che respirava, anche se a fatica. Mi sono avvicinato pensando di aiutarla. Volevo aiutarla, stavo per chiamare aiuto, ma quando l’ho toccata, e lei si è svegliata, e ha provato a chiedere aiuto… mi sono reso conto di quello che era successo, della tortura, e di quanto fosse ormai debole. Probabilmente sarebbe morta comunque. E poi ho visto… ho visto la polaroid a terra, posizionata proprio sotto il suo corpo, pronta ad essere trovata e ho pensato…-

-Che fosse stato Godwin- concluse Misaki per lui, sconvolta da quel racconto, ma iniziando a capire i motivi che potevano aver spinto River ad agire come aveva agito.

Solo che… c’erano tante cose che non riusciva ancora a capire.

-Un momento, ma abbiamo trovato la foto nella scatola dei giochi. Come è finita lì?- chiese Leland, confuso.

-L’ho messa io. Avrei dovuto prenderla e basta, ma ero di fretta, ero nel panico, pensavo che Godwin sarebbe potuto tornare da un momento all’altro per finire il lavoro, così l’ho solo nascosta nel primo luogo che ho trovato, sperando che nessuno la trovasse, e sono scappato via, verso la sala da ballo, per finire di assistere allo spettacolo. Fingendo di non aver visto nulla- 

-Se ci avessi informato avremmo potuto salvare Kismet, e Godwin non sarebbe stato a rischio, non ci hai pensato?!- gli fece notare Winona, ancora sul piede di guerra.

-Sì che ci ho pensato! Ma ho deciso di non farlo perché non volevo che Godwin fosse bollato come possibile assassino e allontanato, o ucciso in futuro, o che Kismet morisse per le ferite e Godwin fosse accusato senza che io potessi salvarlo! Io dovevo salvarlo! Glielo devo- River non sembrava sentirsi particolarmente colpevole per il suo non agire. La lealtà che provava per Godwin era molto più forte di quanto Misaki avrebbe pensato.

Beh, avrebbe dovuto immaginarlo. Era disposto a morire e uccidere per lui, era chiaro che non volesse rischiare che avvenisse il peggio.

-River, ma che stai dicendo?! Tu non mi devi niente! Perché pensavi di dovermi qualcosa! Io non capisco…- obiettò Godwin, sempre più confuso.

-È colpa mia se sei così. Avrei potuto impedirlo! Avevo sentito che quell’incidente sarebbe avvenuto, ma non sono arrivato in tempo per impedirlo- River aveva le lacrime agli occhi, e strinse la propria polaroid al petto.

Finalmente, alla luce di ciò che si era scoperto in quel processo, Misaki capì perché River si sentisse così in colpa nei suoi confronti. 

E come facesse, River, ad essere sempre perfettamente consapevole di quando Godwin avrebbe avuto qualche crollo.

Per qualche strano motivo i suoi poteri paranormali sembravano reagire molto prontamente quando si trattava di Godwin. Forse perché era affezionato a lui, forse per motivazioni sovrannaturali.

-Parli dell’incidente di Kismet?- indagò Midge.

-Non sapevo che fosse stata Kismet, sapevo solo che c’era stato un grave incidente, che i miei poteri avrebbero potuto impedire- 

-Su, su, non è una scienza esatta- Sophie gli diede qualche pacca sulla spalla, a distanza perché ancora non si fidava molto di lui.

-River, non mi devi nulla, non dovevi scendere a tanto per me. Gli incidenti capitano, e ormai…- Godwin iniziò a piangere, cercando di trattenersi ma non riuscendosi per quanto si sforzasse -…ormai l’ho accettato. Non ho paura- qualcosa, in quella frase, fece scorrere un brivido lungo la spina dorsale di Misaki.

-Aspetta, aspetta, aspetta, mi sono persa. Accettato cosa?- chiese Chap, facendo passare lo sguardo tra i due come in una partita di ping pong che però non sembrava riuscire a seguire del tutto.

-La mia polaroid- rispose Godwin, in un sussurro, tentando di asciugarsi le lacrime -Io… ho pochi mesi di vita- rivelò, lasciando tutti nella sala sconcertati.

Non era la prima rivelazione sconvolgente della serata, ma era di certo quella che più sorprese gli studenti, tranne forse Pierce che annuì tra sé come se avesse appena capito tutto.

-Ma l’ho accettato, e non voglio vendetta, né voglio uscire. Voglio solo vivere in pace il tempo che mi resta- si affrettò a continuare Godwin, consapevole che la sua rivelazione gli aveva appena dato un movente ancora peggiore del semplice incidente.

Perché un conto era volere vendetta per qualche operazione, un conto era volerla per un incidente che l’aveva portato alla soglia della morte.

Ma non era stato Godwin, di questo Misaki era ormai convinta.

-Godwin, ci potresti rivelare il contenuto esatto della tua polaroid?- chiese Nowell, cercando di essere il più delicato possibile.

Godwin sospirò.

-Ero dal medico per discutere della mia salute generale dopo aver fatto delle analisi. C’erano anche delle radiografie. La mia spina dorsale era completamente fratturata, e le operazioni fatte per risolvere il problema non avevano fatto che peggiorare la mia salute- spiegò, torturandosi le mani.

-Aspetta, ma se hai la spina dorsale fratturata, come mai cammini?- chiese Brett, grattandosi la base del collo.

Sophie gli lanciò contro una pallina di carta.

-Non puoi chiedere ad una persona perché cammina!- lo rimproverò, con un’occhiataccia.

-Però ha senso, dai. Magari siccome cammini significa che ti sei curato e ora stai meglio- provò a supporre Chap, ottimista.

Godwin scosse la testa.

-Le operazioni fatte per tentare di risolvere il problema mi hanno permesso di camminare con un supporto elettronico. Non so bene come spiegarlo, ma riesco a camminare nonostante non mi senta fisicamente le gambe. Per questo rischio spesso di cadere, e la mia salute è così traballante- spiegò, a testa bassa -Avrò qualche settimana, forse qualche mese, e sicuramente morirò qui, ma mi va bene. Non voglio uscire, non voglio salvarmi. Soprattutto non al posto di qualcuno che può sperare e merita di vivere molto più di me e più a lungo. Preferisco morire piuttosto che essere l’unico sopravvissuto- 

-Non dire così, Godwin! Fuori di qui potrebbe esserci speranza! E tu meriti di vivere!- obiettò River, con le labbra tremanti e le lacrime che minacciavano di uscire a sua volta.

Non era l’unico commosso dalla storia di Godwin, e dal suo coraggio e spirito di sacrificio.

Misaki si asciugò discretamente una lacrima a sua volta.

Ma l’atmosfera non era destinata a durare.

-Sì, va bene, tutto molto bello, romantico e simpatico. Ma qui dobbiamo capire chi ha ucciso Kismet! E se non è stato né Godwin né River, allora chi diavolo è stato?!- obiettò Naomi, sbuffando irritata.

In effetti era ancora impossibile stabilire chi fosse il vero assassino.

-Beh, abbiamo due persone con un alibi incerto- osservò Leland, pensieroso.

-Io sono solo andata in bagno! Non ho niente a che fare con l’omicidio!- si affrettò ad obiettare Midge, con le lacrime agli occhi.

Pierce sospirò.

-Immagino che non avendo notato la droga nel sangue di Godwin sono decisamente sospetto, vero? Beh, non vale molto come difesa, ma io non avrei mai commesso un omicidio per salvare Godwin o chicchessia. Se un giorno ucciderò qualcuno lo farò per uscire e basta- affermò, senza la minima sensibilità -E poi sono stato via davvero solo due minuti, e prima dell’omicidio- aggiunse poi, dandosi un alibi che reggeva di più.

-Mmmmm, tu sei sempre sospetto qualsiasi cosa fai. Alan, l’hai visto in cucina?- chiese Sophie, sospettosa.

-Beh, io…- Alan cominciò a rispondere, ma Pierce lo interruppe subito.

-No, non ci siamo incontrati in cucina, ma non per questo sono sospetto, dai- 

-Infatti River è stato l’ultimo a vedere Kismet viva e dopo il suo ritorno nella sala da ballo tutti avevano un forte alibi- gli diede man forte Misaki, pensando a cosa potevano aver tralasciato.

-Tutti tranne Godwin- ricordò Naomi.

-Siamo punto e a capo! Non risolveremo mai questo mistero!- Chap sbuffò, iniziando a perdere le speranze.

-Siete uno spasso da guardare- ridacchiò Monokuma, osservando la loro disperazione come se gli nutrisse l’anima. Anima che non aveva ma dettagli.

-Sapete, stavo pensando ad una cosa. Non so se è importante, ma…- Midge prese la parola, un po’ incerta.

-Cosa?- Nowell la incoraggiò a parlare.

-Beh, stavo pensando che Godwin e River erano gli unici a sapere le conseguenze dell’incidente, quindi l’assassino probabilmente non sapeva che l’incidente avesse fatto dei danni gravi alla schiena. Quindi come mai ha comunque insistito tanto nell’appiedare Kismet, se non sapeva che anche Godwin non sentiva più le gambe?- rifletté.

Misaki non ci aveva proprio pensato, ma aveva senso.

-Giusto! Presi singolarmente, i due indizi dati a Godwin e all’assassino non portano necessariamente al crimine consumato. Il killer sapeva dell’incidente, ma non aveva modo di conoscere le condizioni di Godwin, a meno che…- Misaki si rivolse al ragazzo, che aveva sgranato gli occhi e aveva cominciato a scuotere appena alla testa, probabilmente intuendo dove Misaki sarebbe andata a parare, ma non volendo crederci.

-Godwin… tu hai rivelato a qualcuno del tuo ricordo?- chiese, cercando di non perdersi neanche il più piccolo movimento nei gesti e nell’espressione del ragazzo.

Lo vide lanciare una brevissima e quasi impercettibile occhiata verso la zona dove stavano Midge, Alan e Brett.

-Io… non lo so. Non ricordo. Può essere, ma ero così sconvolto! Ho cercato di tenerlo per me!- Godwin esitò, senza sapere cosa dire, e sudando freddo.

-Godwin… a chi l’hai detto?- insistette Nowell, fissandolo con attenzione.

Di nuovo il ragazzo lanciò una breve occhiata verso i tre, e Misaki si girò a guardarli, chiedendosi chi potesse essere l’artefice di quell’efferato delitto.

Fu come se fosse colpita da un fulmine.

-Un momento…- Pierce interruppe l’interrogatorio, colto a sua volta da un dubbio -…perché Alan non era in cucina, quando ci sono andato io?- osservò, ripensando a quando avevano confermato il suo alibi.

-Alan?- Naomi si girò verso di lui, aggrottando le sopracciglia.

-Probabilmente ero nella zona frigo, a prendere altro ghiaccio per le bibite- spiegò lui, senza perdere la sicurezza e la calma.

-No, io sono andato in zona frigo, e sono passato per la sala da pranzo, quindi tu non c’eri proprio, o ci saremmo incontrati per forza- insistette Pierce, adocchiandolo con sospetto.

-Forse era venuto a portare del cibo a me e Kismet!- provò a supporre Godwin, in tono acuto.

-No, perché Pierce è andato in cucina a metà spettacolo, e tu hai detto che Alan è venuto da voi all’inizio dello spettacolo- Winona lo contraddisse, ricontrollando i suoi appunti. 

-Allora forse in quel momento ero nella sala. Non capisco perché stiate di nuovo puntando il dito contro di me- Alan sembrava leggermente irritato, ma non si scompose.

-Ah! Il colpevole è il maggiordomo! Parte seconda!- esclamò Sophie, entusiasta.

-Può smetterla con questo stereotipo? Dovrebbe sapere meglio di me che non si rivela mai vero, signorina Wilkinson- era ammirevole come nonostante l’irritazione, riuscisse ad essere così formale -Non potete davvero credere che sia stato io ad uccidere Kismet. Ero impegnato nel lavoro, non avrei avuto il tempo di fare alcunché. Ero sempre presente a poca distanza da un ordine all’altro- si giustificò.

Signorina Wilkinson… Kismet.

A poca distanza da un ordine all’altro…

-Facevi avanti e indietro dalla cucina… River!- Misaki si rivolse al medium, che si mise sull’attenti.

-Cosa?- 

-Hai detto che quando sei andato a controllare Kismet era ancora viva- 

-E avrebbe potuto salvarla- ricordò Winona, guardandolo storto.

-Sì, non c’era né il peso né la corda, non avevo idea di come Go… l’assassino l’avrebbe uccisa. In realtà non avevo idea di dove e come l’avesse torturata. La mia finta confessione è derivata dall’aver ascoltato le vostre teorie. Non ho la più pallida idea neanche di come ha fatto l’assassino a drogare Godwin- spiegò River.

-Ah, lo sapevo che la storia dell’anestetico in più era una stupidata- esclamò Pierce, soddisfatto che le sue analisi non si fossero necessariamente rivelate sbagliate. 

-Il punto è che l’omicidio è stato compiuto in step! Questo spiegherebbe perché usare una stanza insonorizzata e perché coprire la bocca di Kismet una volta lasciata nella stanza dei bimbi. Nessuno dei presenti avrebbe avuto abbastanza tempo per rapire, torturare e poi uccidere Kismet, neanche Alan, a meno che non abbia agito in step- spiegò Misaki, convinta della propria teoria, e allo stesso tempo combattuta sul dover accusare il maggiordomo.

Non si sarebbe mai aspettata da lui tale violenza.

-Eccellente teoria, ma non avevo alcun motivo di fare tutto questo teatrino solo per il signor Dixon. Non siamo neanche così uniti, perché mai avrei dovuto uccidere e torturare una persona per vendicarlo?- Alan scosse la testa, ancora calmo, ma iniziando a sudare leggermente.

Misaki spostò lo sguardo verso Godwin, che aveva le mani alla bocca e si era ritirato su sé stesso, incapace di proferire parola, e in estrema e totale difficoltà. Era chiaro che l’accusa verso il maggiordomo l’aveva sconvolto profondamente.

-Non sapete più su chi puntare il dito e quindi lo puntate verso di me, ma spero che vi ricordiate che anche l’altra volta avevate fatto altrettanto ed eravate in errore. Se volete la mia onesta opinione, il vero colpevole voleva semplicemente accusare il signor Dixon, e il super potere del signor River era completamente sbagliato. O forse è lui l’assassino. Ha ucciso Kismet e vi ha confuso tutti. Mi sembrate davvero tutti molto confusi- Alan cominciò a straparlare, e fece un errore non da poco.

O forse più che altro una leggerezza.

-Kismet…- commentò Misaki, unendo tra sé i tre indizi lasciati dal maggiordomo.

-Come?- 

-Signor Dixon, Signor River… Kismet. Da quando sei qui chiami sempre tutti i maniera formale, ma non Kismet, e neanche River, in parte. È dall’inizio che tratti Kismet in maniera diversa, senza il rispetto che al contraro riservi a tutti gli altri. Questo denota un certo disprezzo, non ti pare?- gli fece notare.

-L’astio nei confronti di qualcuno che per primo è sempre stato irrispettoso non mi rende certo un criminale. Considerando che qui nessuno sopportava la signorina… Reed, credo che ci voglia una prova più sostanziosa di una semplice scelta semantica- Alan non demorse, ma i suoi baffi tremavano leggermente.

-Eri l’unico che faceva avanti e indietro nella stanza, l’unico che potesse commettere l’omicidio in step- insistette Misaki, cercando di farlo cedere.

-Hai prove che sia salito al terzo piano? Hai prove che la polaroid sia mia? Puoi chiedere a tutti qui di mostrare le proprie polaroid, ma dubito fortemente che accetterebbero di rivelare il proprio segreto. Perché come diceva la signorina Rossini poco fa, qui nessuno di può fidare di nessuno. Quindi quella prova potrebbe essere di chiunque, e l’assassino poteva avere qualsiasi motivazione per commettere l’omicidio- in effetti, tutte le prove mostrate fino a quel momento erano circostanziali, e Godwin continuava ad essere sospetto quasi quanto Alan, di cui non si poteva dimostrare un coinvolgimento.

-Un momento…- Naomi si intromise, pensierosa.

Alan sembrò allarmato.

-Io potrei avere una testimonianza incriminante- continuò la cantante lirica.

-Ora che ci penso, la signorina Rossini e il signor Price sono stati graziati molto facilmente, e hanno un alibi ben meno solido del mio- Alan fece un veloce sforzo per far dichiarare invalida la futura testimonianza di Naomi, che però non si fece intimidire.

-L’ho incontrato, a circa metà spettacolo, in effetti, quindi probabilmente verso l’orario in cui Pierce è andato in cucina. Io ero… ero scesa all’ingresso per…- Naomi esitò, arrossendo appena.

-Tranquilla, Naomi, nessuno qui ti giudicherà per voler leggere qualche rivista porno- la incoraggiò Sophie, generando un’occhiata oltraggiata da parte di Naomi, che si affrettò a difendersi.

-No! Volevo solo guardare lo spettacolo!- spiegò, coprendosi poi la bocca e arrossendo ulteriormente.

-Oh oh oh! Ma senti un po’. Miss puzza sotto al naso voleva assistere al nostro spettacolo?- Chap ridacchiò, estasiata.

Naomi sbuffò: 

-Ho ascoltato solo qualche battuta dal salottino, poi sono risalita, e mentre salivo le scale per il secondo piano ho incontrato Alan che le scendeva. Gli ho chiesto cosa stesse facendo, e mi ha risposto che era andato a portare qualcosa da mangiare a Brett. Non ci ho dato molto peso al momento, ma… Brett, hai incontrato Alan?- chiese Naomi all’idraulico, che scosse violentemente la testa.

-No! Assolutamente no! L’unica persona che ho incontrato sei stata tu, davanti alle scale per scendere- affermò con sicurezza.

-Avendoti incontrato subito dopo Alan ho supposto che la sua storia fosse vera, e non ho indagato oltre, ma avrei dovuto pensarci prima che qualcosa puzzava. Solo che era accaduto prima dell’omicidio, quindi non pensavo fosse sospetto- Naomi si rigirò una ciocca di capelli tra le dita, delusa da sé stessa per non averci pensato prima.

-Non avevo trovato il signor Price, ecco perché non mi ha visto. Probabilmente aveva già finito, o ancor più probabilmente stava uccidendo Kismet… ehr… la signorina Reed- provò a giustificarsi Alan.

-Non avevi piatti in mano, Alan. Quindi era impossibile che stessi portando del cibo a qualcuno- Naomi continuò ad accusarlo.

-Ammettilo, Alan, sei l’unico che potrebbe aver commesso l’omicidio, tutti gli indizi portano a te- Misaki lo accusò un’ultima volta.

Tutti gli sguardi erano puntati verso il maggiordomo, che sudava freddo, ma non sembrava voler cedere.

Poi anche Godwin sollevò finalmente la testa.

I suoi occhi erano rossi e lucidi, le guance fradice di lacrime.

Guardò Alan supplicante. Alan abbassò la testa, incapace di mantenere lo sguardo.

Misaki non aveva più dubbi, ormai. 

-Godwin, hai detto ad Alan della tua polaroid?- chiese al ragazzo, che si morse con forza il labbro inferiore, e annuì.

-Alan, come pensi di difenderti quando anche la persona che vuoi salvare ti sta accusando?- Misaki si rivolse quindi al maggiordomo, che alla fine sospirò, e tornò completamente rilassato.

-Volevo che Godwin vedesse nuovamente le stelle, tutto qui. E che Kismet pagasse per tutto quello che gli aveva fatto- ammise infine la sua colpevolezza, con grande calma, e nel silenzio generale degli studenti che pendevano dalle sue labbra.

-Quindi… è stato…- Midge, accanto ad Alan, si allontanò sconvolta. Sembrava portare sfortuna, perché era il suo secondo vicino di posto che veniva accusato di omicidio.

Il lato positivo era che non aveva altri vicini.

-Siamo sicuri che non stia mentendo anche lui per proteggere Godwin? La faccenda continua ad essere parecchio strana- rifletté Brett, molto confuso.

-In effetti mi farebbe bene un riepilogo- ammise Chap, massaggiandosi le tempie per placare il mal di testa.

-Mi sembra una buona idea… ecco come è andata- Misaki chiuse gli occhi, sussurrò qualche parola in giapponese, e quando li riaprì, aveva in mente un quadro preciso della situazione.

 

Closing Argument 

“Tutto è cominciato la notte in cui Monokuma ha dato le polaroid del secondo motivo. L’assassino ha sognato un terribile incidente avvenuto tra Kismet, a cavallo, e Godwin, colpito alla schiena. Si è svegliato il giorno successivo con la polaroid sul comodino, e il suo affetto per il ragazzo l’ha lasciato incerto su cosa fare e come reagire.

Non so bene quando, se il giorno successivo, o la stessa notte, ma ad un certo punto, dopo aver scoperto i moventi, Godwin è andato dall’assassino, confessando di avere poco da vivere a causa di problemi alla spina dorsale, e a quel punto l’assassino ha fatto due più due, e a ha pensato alla nuova regola di Monokuma, che permette a qualcuno si sacrificare sé stesso e l’intera classe per la salvezza di un altro studente. Ha iniziato ad attuare il suo piano.

Probabilmente il calo di zuccheri di Godwin durante la colazione ha accelerato il suo intento vendicativo, e infatti il pomeriggio stesso, approfittando dello spettacolo che gli avrebbe dato un alibi, l’assassino ha deciso di agire.

Essendo responsabile di fare avanti e indietro dalla cucina alla sala da ballo, egli invece aveva una terza meta dove dirigersi ogni volta che non era presente con tutti gli altri, ovvero il terzo piano.

Per prima cosa si è assicurato che Kismet e Godwin fossero in infermeria, portando loro del cibo e confermando che lo spettacolo fosse iniziato. Poi è tornato travestito, ha drogato Kismet, e stordito Godwin con un anestetico, che ha poi…”

-Non l’ho drogato- interruppe Alan, offeso.

-Uh?- Misaki lo guardò con un sopracciglio inarcato, ma poi annuì -Ovviamente, non avresti mai drogato Godwin con qualcosa che avrebbe deteriorato ulteriormente la sua già precaria salute. Hai usato la tua abilità manuale da maggiordomo per stordirlo toccando il nervo giusto?- chiese Misaki, comprendendo perfettamente il suo ragionamento.

-Woo, come nei film?- chiese Sophie, emozionata.

Il maggiordomo annuì.

“Ha stordito Godwin con un attacco nervino, e l’ha lasciato sul letto, svenuto, portando poi Kismet nel magazzino, e legandola ad una sedia. Probabilmente ha anche rotto gli anestetici per far credere ad un confronto tra lui e la sua vittima, e per confondere le acque circa l’uso degli anestetici. È tornato in cucina, e poi in sala da ballo, per servire da mangiare. Quando è tornato nel magazzino, Kismet si era ormai svegliata, e probabilmente Alan l’aveva legata e messa in una stanza insonorizzata per evitare che tentasse di scappare.

Ha iniziato la sua tortura, che non so quanti step ha comportato, ma che l’ha lasciata piena di fratture, tra cui molte alla spina dorsale e alle gambe, per farle provare il minimo di ciò che ha fatto provare a Godwin. L’ha poi lasciata nella sala dei bimbi, imbavagliata, svenuta, e non più capace di muoversi. Rendendosi conto del tempo che scorreva, è probabilmente sceso nuovamente in sala da ballo, e poco dopo River è salito, avvertendo una tremenda energia, e non ha visto Godwin in infermeria perché era coperto dalle tende. Credendo che gli fosse successo qualcosa, l’ha cercato in quel piano, e quando ha notato Kismet nella sala dei bimbi, ha creduto che fosse stato Godwin ad ucciderla.

Ha poi notato che era ancora viva, ma non ha fatto nulla per salvarla, per evitare di accusare l’amico che si sentiva in colpa di aver condannato. Ha trovato la polaroid sotto il corpo di Kismet, e pensando fosse caduta a Godwin, ha provato a nasconderla nel primo luogo che gli fosse venuto in mente, per poi scappare via dalla sala dei bimbi, di nuovo allo spettacolo. La polaroid era in realtà stata messa appositamente dall’assassino per incastrare Godwin.

Verso la fine, l’assassino è tornato, ha preparato il peso e la corda in modo da poter dare la colpa a Godwin e soprattutto non sporcarsi di sangue. Ed infine ha lasciato tutto lì, ed è tornato in sala da ballo, dove ha assistito agli ultimi minuti dello spettacolo senza più servire da mangiare, e ormai senza più bisogno di fare avanti e indietro.

Alan Smith, l’assassino…”

 

-Aspetta, aspetta!- Sophie interruppe la dichiarazione di Misaki, e sia lei che Alan si voltarono nella sua direzione con la medesima espressione confusa e a tratti quasi offesa.

-Fammi indovinare, vuoi confessare di essere in realtà tu l’assassina? Tanto, visto l’andazzo…- borbottò Leland, con uno sbuffo.

-Ew, no! Volevo solo essere io a fare l’annuncio!- chiese, con occhi da cucciolo, come se non stesse per condannare qualcuno a morte.

-Eh… okay?- Misaki, come appena svegliata da una trance, le diede il permesso.

-Il colpevole è il maggiordomo!- esclamò Sophie, con veemenza, e sollevando l’indice come Phoenix Wright in direzione del maggiordomo, che roteò gli occhi, molto infastidito dalla semplicità con la quale Sophie stava trattando la faccenda.


(clicca sull'immagine)

-Sì, sono stato io. Ho ucciso io quella piccola, insignificante, deplorevole schifosa bastarda! E non mi pento assolutamente di ciò che ho fatto, perché lo rifarei un milione di volte, soprattutto se servisse a condannare anche voi e proteggere il mio padroncino- ammise Alan, abbandonando completamente la sua facciata professionale e gentile, e mostrando grande astio nei confronti di tutti quanti i presenti.

-A_Alan?- Midge era molto ferita da quelle parole, guardava con lo stesso sguardo tradito che aveva mostrato al processo prima con Ogden. E in effetti, neanche Misaki riusciva a credere alla vera faccia del maggiordomo che era sempre stato estremamente cortese e disponibile con tutti quanti.

Sempre pronto ad aiutare, confortare, e prendersi cura di loro come un grande padre di famiglia, più che un semplice maggiordomo.

-Non fare così Alan… non parlare come se fossi un mostro. Tu non sei un mostro!- sussurrò Godwin, tra i singhiozzi, così tra sé che furono davvero in pochi a capire cosa stesse dicendo.

-Bene bene, vi vedo convinti. Vi siete decisi a votare?- chiese Monokuma, battendo le mani entusiasta.

Ci fu un generale mormorio di assenso, e il pulsante per votare si materializzò davanti a loro.

Misaki ebbe qualche incertezza nel votare per Alan, che guardava Godwin con una certa preoccupazione.

Anche la ragazza osservò la sua reazione, e notò che Godwin non aveva votato, ed era piegato su sé stesso intento a singhiozzare, devastato dal verdetto che sicuramente stavano per raggiungere, e che lui stesso aveva contribuito a far raggiungere.

Misaki alla fine votò, temendo che non lo avrebbero fatto tutti.

-E lo sfortunato nominato di questa volta è… momento di pausa… Alan Smith! Wooo, il colpevole è il maggiordomo. Prevedibile, ma ci avete messo parecchio a scoprirlo, stavolta. Siamo a 34 pagine e non abbiamo ancora toccato la tragic backstory del padroncino e del suo maggiordomo- osservò Monokuma, ridacchiando tra sé.

Misaki ricordò il primo giorno in cui era arrivata lì, e come aveva pensato che Alan fosse il maggiordomo di qualcuno. Aveva supposto fosse Naomi, ma evidentemente aveva sbagliato padrone, ed era invece Godwin. Non era sorprendente, in effetti, considerando quanto spesso i due stavano insieme.

-Uno figlio dell’uomo più potente degli Stati Uniti d’America, l’altro semplice figlio di uno dei suoi maggiordomi. Eppure sono cresciuti insieme, sempre uno accanto all’altro… beh, più Alan accanto a Godwin, direi, dato che la protezione era a senso unico- mentre Monokuma raccontava la favoletta, dagli schermi della stanza vennero proiettate parecchie immagini, e qualche video, in soggettiva, di momenti d’infanzia di Alan e Godwin, il primo sempre accanto a Godwin, sempre pronto a servirlo, e proteggerlo, una guardia del corpo più che un semplice maggiordomo.

Momenti più disparati: Godwin che insegnava ad Alan a leggere, Alan che portava del cibo di nascosto a Godwin che sembrava essere in punizione, Godwin che vedeva le stelle con Alan accanto che sembrava concentrarsi soprattutto su di lui, Alan che aiutava Godwin a raggiungere cose troppo in alto per lui.

La parte più inquietante, era sapere che Monokuma sembrava avere accesso non solo ai ricordi dimenticati, ma a tutti i loro ricordi, di tutta la loro vita.

Era terrificante.

-Alan Smith farebbe di tutto per il suo amico d’infanzia, anche morire. Non è adorabile questo spirito di sacrificio, pregno della mia tanto amata disperazione? Vi va di vedere qualche clip?- chiese Monokuma, godendosi parecchio lo show nonostante fosse ormai tardi, fossero tutti stremati, e ancora pieni di domande alle quali l’orso non sembrava voler rispondere.

Nonostante le lamentele degli studenti, dagli schermi vennero visualizzate immagini di sorveglianza, riprese da quando loro erano lì. La prima sembrava essere stata ripresa proprio il giorno del loro arrivo, quando si erano ritrovati nell’hotel senza preavviso o spiegazione.

-Signor Dixon, sta bene?- chiese Alan preoccupato, svegliatosi in cucina accanto a Godwin, ancora addormentato, e svegliandolo poi a sua volta. Si vedeva che Godwin era molto più provato da qualsiasi droga gli avessero somministrato, probabilmente a causa della sua salute.

-Alan? Alan, sei tu? Che succede? Dove siamo? Non siamo a scuola?- Godwin si mise a sedere, aggrappandosi ad Alan come un’ancora vitale.

-Non saprei, signor Dixon, ma farò in modo di proteggerla, qualsiasi cosa sia successa- gli promise il maggiordomo, con fare protettivo.

Godwin scosse la testa, e accennò un sorrisino.

-No, no, Alan. Ti ricordi il nostro accordo? Sei alla Hope’s peak per il tuo talento, non per me. Siamo solo compagni di classe, adesso- gli sistemò il papillon con dolcezza.

-Ma…- provò ad obiettare Alan.

-Non preoccuparti per me. Andrà tutto bene. E poi sai che mi mette a disagio il mio titolo. Se avessi anche il mio maggiordomo personale a scuola sarei troppo in imbarazzo. Meglio fare finta di nulla- Godwin sgranò gli occhi quando provò ad alzarsi, ed ebbe parecchie difficoltà a mettersi in piedi, aiutato da un Alan con espressione davvero sofferente.

-Signor Dixon… Sta bene?- indagò il maggiordomo, sempre più preoccupato.

-Io… sì… non… non preoccuparti. Usciamo da qui e cerchiamo di capire cosa è successo- Godwin fece finta di niente, e precedette Alan fuori dalla stanza, ancora incerto sulle sue gambe. Alan lo seguì, servile, ma chiaramente molto teso.

-Oh, e ti prego, Alan, chiamami Godwin. Siamo solo amici adesso- Godwin si girò un attimo verso di lui, e accennò un sorriso.

Lo schermo si fece nero per un attimo, e la scena cambiò, mostrando i due in camera di Alan, Godwin molto infreddolito, con due coperte.

-Grazie di avermi aperto. Scusa se sono piombato all’improvviso, ma la mia camera era gelida- Godwin prese il bicchiere che Alan gli porse, ripieno di liquido fumante.

-Ho incontrato Ogden nel salottino dei maschi, non è un problema isolato- commentò Alan, sedendosi sul bordo del letto e cercando di riscaldare al meglio l’amico.

Godwin accennò un sorriso. 

-Che fortuna che le nostre camere sono vicine. Mi rassicura molto avere accanto qualcuno di cui mi fido. Questa faccenda mi spaventa parecchio- ammise Godwin, abbassando la testa.

-Non ti fidi degli altri?- chiese Alan, indurendo lo sguardo.

-Sì, mi fido. Sembrano tutti brave persone, anche Kismet. Solo… il movente di Monokuma…- Godwin si portò una mano alla schiena -…lascia stare, non è nulla. Sono sicuro che se lavoriamo insieme e ci facciamo guidare dalla speranza, usciremo di qui, e tutto si risolverà al meglio senza che nessuno debba morire- Godwin cercò di essere ottimista, prendendo un sorso di bibita calda.

Alan lo guardò con estremo affetto.

La scena cambiò un’altra volta, questa volta la location era sempre una camera, ma probabilmente quella di Godwin.

E il ragazzo, seduto sul letto, stava singhiozzando sul petto di Alan,  stringendolo forte, e con la polaroid in mano.

-Ho paura, Alan… non voglio morire così, qui dentro, così presto…- si stava sfogando, disperato.

Il maggiordomo lo stringeva a sé, il suo sguardo duro, vuoto, furioso.

Probabilmente pensava al proprio movente.

-Non morirà qui, signor Dixon. Glielo prometto, uscirà da qui, in un modo o nell’altro- promise Alan, stringendolo così forte da rischiare di soffocarlo.

Godwin sgranò gli occhi, e si allontanò, tentando di fermare le lacrime.

-Che intendi, Alan? In che senso?- chiese Godwin, confuso, e leggermente spaventato.

-Farei qualsiasi cosa per lei, lo sa- Alan gli prese le mani tra le sue, e lo guardò negli occhi, cercando di fargli capire quanto tenesse a lui.

Godwin scosse appena la testa, poi sempre più forte mano a mano che capiva quello che Alan sembrava avere intenzione di fare.

-No, Alan. No! Non vorrei mai… non potrei mai… Non dici sul serio, vero?- chiese, incredulo.

Alan sembrò deluso da quella reazione, ma non propriamente sorpreso, accennò un sorrisino.

-No, ovviamente no. È stato solo un momento…- mentì, accarezzandogli la testa.

-Alan, sul serio, promettimi che non farai nulla- insistette Godwin, guardandolo negli occhi.

Il maggiordomo esitò, ma poi annuì.

-Sa che seguo sempre i suoi ordini- rispose, professionale. 

Godwin tirò un sospiro di sollievo.

-Bene, non vorrei mai che succedesse qualcosa ai nostri compagni- si rimise più comodo, e si girò la polaroid tra le mani, tristemente. La rimise in tasca, e si appoggiò ad Alan, cercando di godersi il momento che stava passando con lui.

-Sai, mi basta stare con te per essere felice. E con River, e Misaki, e Chap… alla fine non sarà male morire circondato da persone che mi vogliono bene- commentò, cercando di restare ottimista e pieno di speranza, e accennando un sorriso.

Era convinto che Alan non avrebbe mai ucciso nessuno.

Lo schermo tornò nero, questa volta permanentemente, e Monokuma si schiarì la gola per ricominciare un discorso strappalacrime prima di procedere con l’esecuzione.

-Che tremendo tradimen…-

-Alan…- Godwin alla fine si fece forza, e si rivolse direttamente all’amico, tagliando l’orso.

-Ehi, è maleducato interrompere!- si indignò Monokuma, ma nessuno gli stava prestando attenzione, perché erano troppo intenti ad osservare l’interazione tra Godwin e Alan.

-…perché l’hai fatto? Sapevi che non sarei mai voluto arrivare a questa situazione- chiese infatti il filantropo, guardando ferito l’amico.

-Mi hai detto tu di non agire come tuo maggiordomo, e ho ignorato gli ordini- rispose Alan, senza guardarlo, a denti stretti.

-Ma perché sei arrivato a tanto?! Per uno stupido ragazzo morente! E perché hai provato ad incastrarmi? Non capisco- chiese infatti il filantropo, avvicinandosi ad Alan e crollando praticamente tra le sue braccia.

Alan si abbassò al suo livello, e lo strinse con forza e affetto.

Per la prima volta, il suo sguardo mostrava chiaro rimpianto, e tristezza.

-Volevo… volevo dimostrarti che nessuno qui dentro avrebbe creduto alla tua innocenza. Che nessuno si fidava davvero di te. Che nessuno fosse davvero tuo amico e che valeva la pena lasciarli indietro. Volevo proteggerti perché so quanto sei buono signor Dixon, così buono che pensi sempre agli altri prima che a te stesso, quando sei la persona che più di tutte merita di essere felice- rivelò Alan.

-Anche tu meriti di essere felice. Anche Kismet meritava di essere felice e di redimersi- obiettò Godwin, continuando a singhiozzare sulla divisa del maggiordomo.

-Non avevi calcolato che qualcun altro avrebbe difeso Godwin a spada tratta, pur credendolo colpevole- osservò Misaki, spostando lo sguardo verso River. Anche il maggiordomo si girò verso di lui. I due ragazzi si scambiarono uno sguardo d’intesa.

-Suppongo che la fretta di adempiere al piano mi abbia fatto sottovalutare quanto alcuni di voi fossero legati al signor Dixon. E se devo morire, sono felice di morire sapendo che il signor Dixon ha qualcuno qui dentro che starà dalla sua parte- Alan accennò un sorrisino, e accarezzò la testa di Godwin, che lo lasciò andare, e lo guardò negli occhi, senza capacitarsi che fosse davvero la fine, per lui.

-No, non lo posso accettare. Non è giusto che tu muoia a causa mia. È colpa mia se Kismet è stata uccisa. Alan avrebbe fatto uscire me. Monokuma!- Godwin spinse via Alan e si allontanò, dirigendosi verso Monokuma, che lo guardò, sorpreso dalla sua veemenza.

-Signor Dixon?- anche Alan sembrava parecchio sorpreso dalla determinazione del suo padroncino.

-Uccidi me! Prendo il posto di Alan per questa esecuzione! Dopotutto è colpa mia se Kismet è morta! Ti prego, risparmia Alan- lo supplicò, con determinazione.

E sembrava davvero convinto di quello che diceva, pronto a sacrificare la sua vita per quella di un assassino, che era anche il suo amico d’infanzia.

-Signor Dixon, non ci pensare nemmeno!- Alan raggiunse Godwin e lo allontanò da Monokuma prendendolo per un braccio e mettendosi davanti a lui per proteggerlo.

Anche gli altri studenti iniziarono ad avvicinarsi ai due, sorpresi dall’improvviso colpo di scena.

River rimase al suo posto, con espressione imperscrutabile.

Misaki, per qualche motivo, si ritrovò ad osservarlo con attenzione.

-Non funziona così, damerino. Il colpevole è quello che viene giustiziato, ma… visto che Alan avrebbe salvato te, e questo era parecchio chiaro, suppongo che effettivamente sei tu quello che dovrebbe morire, dato che sei quello che sarebbe uscito- Monokuma controllò le regole tra sé, e poi ridacchiò sguaiatamente, nell’osservare il colore sparire dal volto di Alan.

-No, non te lo permetterò mai, non ti devi azzardare a toccare il signor Dixon!- esclamò, furente, per la prima volta dall’inizio del processo, sembrava seriamente in difficoltà, e spaventato.

Molto più dalla possibile morte di Godwin, che dalla propria.

Era davvero possibile amare qualcuno a tal punto da voler sacrificare la propria vita per quella persona? Misaki, sebbene ancora intontita da tutti i fatti avvenuti in quel processo, era anche affascinata dal rapporto tra i due ragazzi.

-Va tutto bene, Alan. Tanto morirò comunque. Tu invece puoi ricominciare, qui, in mezzo a tutti. Sono sicuro che ti perdoneranno per quello che hai fatto. È colpa mia dopotutto- Godwin, provò a rassicurare Alan che quella era la cosa migliore da fare.

-No, Signor Dixon! Non posso permettere che le venga fatto alcun male. Sono io l’assassino! Devo essere io a morire- continuò ad insistere con Monokuma.

-Uff, basta obiezioni- l’orso di peluche imitò uno schiocco di dita (nonostante non avesse dita) e una cintura metallica prese Godwin per la vita, e lo trascinò nell’altra stanza.

Alan si affrettò a seguirlo, insieme agli altri studenti.

Misaki rimase indietro, ad osservare River, che sembrava confuso. Osservò il luogo in cui era sparito Godwin, poi Alan, ed infine, come colto da una tremenda consapevolezza, guardò Monokuma, con disgusto.

Non rabbia, o sofferenza, per la sorte che stava per toccare all’amico che aveva tentato di proteggere in tutti i modi.

Ma disgusto, misurato disgusto, come se Monokuma stesse giocando con loro e i loro sentimenti.

 

Execution: My ride or die

 

Godwin fu trascinato in quello che sembrava un campo erboso e all’aperto, anche se era chiaro che fossero ancora tutti all’interno dell’hotel.

Gli altri studenti erano tenuti lontani da un recinto di metallo. Alan batteva con forza sulle sbarre, cercando di forzarle.

Godwin venne immobilizzato al suolo. Si vedeva che fosse estremamente spaventato, ma era anche determinato. 

Misaki, raggiungendo gli altri, notò che degli schermi riproducevano la sua immagine in primo piano.

Il ragazzo impallidì quando dal nulla iniziarono ad uscire una mandria di cavalli imbizzarriti, meccanici ma estremamente realistici, che si dirigevano nella sua direzione.

Alan smise di battere sulle sbarre, e impallidì.

Aveva già visto questa scena una volta, nei suoi sogni. L’incidente che aveva ridotto esponenzialmente la vita di Godwin.

Un incidente che non era riuscito ad impedire, la prima volta.

E che ora stava per finire il lavoro.

-No! Godwin!- esclamò con forza e determinazione, sfondando il recinto con una spallata e correndo in direzione di Godwin, che aveva chiuso gli occhi preparandosi all’impatto, ma li riaprì immediatamente quando notò Alan correre verso di lui. Era la prima volta che lo sentiva pronunciare il suo nome.

-Alan!- lo chiamò, cercando di fermarlo, ma il maggiordomo era determinato.

Nel momento stesso in cui raggiunse il luogo dell’impatto, parandosi davanti a Godwin, quest’ultimo venne risucchiato nel terreno, in quello che sembrava uno scomparto costruito apposta per tenere Godwin fuori dal pericolo, e trasparente, in modo che fosse in grado di assistere in prima fila allo spettacolo agghiacciante che per gli altri studenti fu visibile solo a distanza.

E Misaki capì perfettamente il perché del disgusto di River, e guardò Monokuma con la stessa espressione.

L’orso, divertito, aveva fatto in modo che Godwin pensasse di potersi sacrificare per Alan, ma fin dall’inizio aveva previsto che fosse il vero assassino a pagare, e Godwin era quindi stato inondato dalla massima disperazione.

La stessa massima disperazione provata da Alan pochi istanti prima di essere brutalmente assalito dai cavalli meccanici, e ridotto ad una carcassa insanguinata davanti agli occhi inorriditi del ragazzo che aveva tentato in tutti i modi di salvare, senza avere la certezza di esserci davvero riuscito.

-Upupupupu, è stato il processo di classe più bello del mondo. Che vi serva da lezione, studenti. Potete salvare qualcuno, ma sarà l’assassino a pagare le conseguenze dell’omicidio, nel caso venga scoperta. Solo lui!- spiegò l’orso, in tono minaccioso.

Gli studenti erano troppo impegnati a fissare la scena con orrore per badare troppo a lui.

-Beh, si è fatto un po’ tardi. Su, su, ragazzi, tornate ai dormitori- una volta finita l’esecuzione, Monokuma ridacchiò gioioso, spense gli schermi, e aprì il contenitore dove Godwin era rimasto tutto il tempo.

Misaki si avvicinò, cercando di aiutarlo ad uscire. River fece altrettanto, e anche altri studenti si avvicinarono per accertarsi delle loro condizioni, anche se restii a stare troppo vicini ad Alan.

L’odore del sangue era nauseabondo, ma per Godwin ne valeva la pena.

Quando Misaki si avvicinò, Godwin era immobile, ancora all’interno, e fissava Alan senza credere a cosa fosse successo.

Tremava come una foglia, e con l’apertura della porta trasparente, il sangue lo aveva inondato.

-Godwin…- River provò a scuoterlo, con voce insolitamente gentile.

Godwin sobbalzò, osservò i due ragazzi avvicinatisi a lui, poi tornò a guardare Alan, e i suoi occhi si riempirono nuovamente di lacrime.

Uscì dalla scatola il più in fretta possibile, rischiando più volte di cadere, e, ignorando completamente sia Misaki che River, corse via, fuori dal tribunale, con la mano davanti alla bocca come se stesse per vomitare da un momento all’altro. River lo seguì, più lentamente.

Misaki non poteva biasimarlo, anche lei era senza parole, incredula e inorridita dallo spettacolo al quale aveva appena assistito.

Lo erano tutti.

-Uffa! Vi ho detto di tornare ai vostri dormitori! Volete che vi punisca tutti quanti?!- si lamentò Monokuma, mostrando gli artigli.

Misaki lanciò un’ultima occhiata ad Alan, con le lacrime agli occhi, e poi seguì il resto dei suoi compagni fuori dall’aula.

 

Fu l’ultima ad uscire, ed erano tutti andati via, ad eccezione di Nowell, che l’aspettava nel salottino privato.

-Amicona- l’approcciò, preoccupato.

-Nowell- sussurrò lei, avvicinandosi.

Lui le asciugò le lacrime che la ragazza non si era neanche accorta fossero scese sulle sue guance, e Misaki si ritrovò ad abbracciarlo in cerca di conforto.

Quel processo di classe l’aveva lasciata stremata, e non solo per gli indizi difficili, e l’esecuzione finale, ma per l’attaccamento emotivo che gli aveva suscitato l’intera faccenda.

Non riusciva ancora a metabolizzare esattamente cosa fosse successo, e sentiva il bisogno di avere qualcuno accanto che la confortasse.

E Nowell… Nowell era la persona migliore che potesse chiedere al suo fianco.

Si sedettero sul divano, Misaki sempre attaccata a Nowell come un’ancora di salvezza.

-Non ce la faccio più- ammise tra sé.

-Lo so. È stato davvero terribile- le diede man forte Nowell, sospirando.

-Ho paura che anche altre polaroid possano essere dei moventi tremendi, e non riuscirei ad affrontare un altro omicidio- continuò Misaki, mettendo sul tavolo tutte le sue preoccupazioni.

-Non pensarla così, Misaki. Non possiamo perdere la speranza proprio ora- provò ad incoraggiarla Nowell, ma si vedeva che non fosse del tutto convinto di quello che diceva.

Si morse il labbro inferiore, nervoso.

-Mi dispiace, non dovevo crollare così. Forse sarebbe meglio tornare in camera. L’orario notturno è passato da un pezzo- si alzò, abbracciandosi per darsi conforto, ma Nowell la fermò, prendendole una mano.

-Aspetta…- non sembrava molto sicuro di sé, ma era chiaro che volesse dire qualcosa alla ragazza.

-Cosa?- chiese lei, piegando la testa e girandosi verso di lui, aspettando che continuasse.

-Io… posso farti una domanda?- chiese il ragazzo, evitando il suo sguardo.

Misaki si risedette.

-Che domanda?- indagò, un po’ preoccupata, giocherellando con il ciondolo del bracciale che teneva sul braccio, in un posto speciale rispetto agli altri.

Nowell lo osservò, con sguardo indefinibile.

-Cosa rappresenta quel bracciale?- chiese, sorprendendola non poco. Era l’ultima domanda che si sarebbe aspettata.

E Misaki… non sapeva rispondere.

Perché quel bracciale era l’unica cosa fuori posto quando si era svegliata.

-È… è un bracciale importante. Me l’ha dato qualcuno a cui tengo davvero molto- questa era la verità. Non si ricordava chi fosse questa persona, ma sentiva un attaccamento speciale verso di esso.

-Chi?- indagò Nowell, avvicinandosi appena.

-Io…- Misaki esitò.

-Non lo ricordi, vero?- suppose Nowell, indovinando e distogliendo lo sguardo da lei, a disagio. Iniziò a giocherellare con le due targhette metalliche che indossava al collo.

-Perché questa domanda?- indagò Misaki, con il cuore che iniziava a battere furiosamente senza un motivo preciso.

Nowell aprì la bocca per spiegare, sempre senza guardarla, poi la richiuse, sospirò, e tirò fuori un oggetto dalla tasca, che porse a Misaki.

Era la sua polaroid.

L’immagine era una soggettiva di Nowell, seduto sotto un albero. Sulle sue ginocchia, era poggiata Misaki, e sorrideva, allegra, con in mano il bracciale che ora adornava il suo braccio.

Misaki non credeva di essersi mai vista così felice.

Girò la polaroid, e lesse la scritta: “Dai un regalo a Misaki per il vostro primo anniversario”.

Rimase a bocca aperta, e lanciò un’occhiata a Nowell, che la guardava di sottecchi, ed era arrossito in zona d’orecchie.

La ragazza non credeva che il suo cuore avrebbe potuto battere più forte di così senza condannarla a morte.

 

 

 

 

 

(A.A.)

Questo capitolo è il più lungo che io abbia scritto per questa storia, e onestamente ero tentata di dividerlo, ma sono una perfezionista ossessivo compulsiva, e mi sono data uno schema che intendo seguire.

Però se prossimamente vorrete che i capitoli troppo lunghi vengano divisi in due, fatemelo sapere e lo farò. Perché i lettori vengono prima delle mie manie.

Allora… vi aspettavate che fosse stato Alan?

Ammetto che gli indizi non puntavano troppo su di lui, anche se comunque per i più attenti si poteva capire che Alan fosse l’unico dello spettacolo che aveva la possibilità di agire, andando avanti e indietro per la stanza.

Sappiate che il motivo principale per cui l’ho reso un assassino è il meme “Il colpevole è il maggiordomo”. Lo so, sono una persona orribile. Tutto questo casino solo per un meme.

Questo processo è stato molto difficile da scrivere, e penso che si discosti un po’ da quelli del gioco, perché ho voluto introdurre (e ci sarà anche nei prossimi) la dinamica psicologica.

Probabilmente se fossimo nel gioco la parte dove Misaki chiede se Godwin ha detto a qualcuno del suo problema, ci sarebbe stato un minigame stile Apollo Justice dove doveva capire dai suoi gesti chi fosse la persona incriminata, ma questa è una fanfiction, quindi è ancora più semplice andare verso la psicologia.

Spero che questo Chapter in generale vi sia piaciuto, allego il solito sondaggio per decidere i prossimi freetime, e ho già iniziato a scrivere il prossimo capitolo, anche se avrò un leggero hiatus perché preferisco sempre concludere un intero Chapter prima di pubblicarlo.

Ora che si è scoperto il passato tra Misaki e Nowell, le cose potrebbero farsi davvero interessanti.

 

Sondaggio: Di chi vuoi vedere il prossimo freetime?

Ritorna all'indice


Questa storia è archiviata su: EFP

/viewstory.php?sid=3851664