Dirupisti Vincula Mea (In Revisione)

di Hoel
(/viewuser.php?uid=86957)

Disclaimer: Questo testo proprietà del suo autore e degli aventi diritto. La stampa o il salvataggio del testo dà diritto ad un usufrutto personale a scopo di lettura ed esclude ogni forma di sfruttamento commerciale o altri usi improri.


Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prologo: Todeschi vol omnino Trevixo ***
Capitolo 2: *** Capitolo Primo: 26-27 agosto 1511 ***
Capitolo 3: *** Capitolo Secondo: 27-31 agosto 1511 ***
Capitolo 4: *** Capitolo Terzo: 31 agosto 1511 (18 agosto 1496) ***
Capitolo 5: *** Capitolo Quarto: 1 -2 settembre 1511 ***
Capitolo 6: *** Capitolo Quinto: 2-3 settembre 1511 ***
Capitolo 7: *** Capitolo Sesto: 4 – 5 settembre 1511 ***
Capitolo 8: *** Capitolo Settimo: 5-6 settembre 1511 ***
Capitolo 9: *** Capitolo Ottavo: Confiteor ***
Capitolo 10: *** Capitolo Nono: 7 settembre 1511 ***
Capitolo 11: *** Capitolo Decimo: 8 settembre 1511 ***
Capitolo 12: *** Capitolo Undicesimo: 9 settembre 1511 ***
Capitolo 13: *** Capitolo Dodicesimo: 10 settembre 1511 ***
Capitolo 14: *** Capitolo Tredicesimo, parte prima: Confiteor ***
Capitolo 15: *** Capitolo Tredicesimo, parte seconda: Confiteor ***
Capitolo 16: *** Capitolo Quattordicesimo: 11-12 settembre 1511 ***
Capitolo 17: *** Capitolo Quindicesimo: 13-14 settembre 1511 ***
Capitolo 18: *** Capitolo Sedicesimo: 14-15 settembre 1511 ***
Capitolo 19: *** Capitolo Diciassettesimo: Confiteor ***
Capitolo 20: *** Capitolo Diciottesimo: Confiteor ***
Capitolo 21: *** Capitolo Diciannovesimo: Confiteor ***
Capitolo 22: *** Capitolo Ventesimo: Confiteor ***
Capitolo 23: *** Capitolo Ventunesimo: 16-17 settembre 1511 ***
Capitolo 24: *** Capitolo Ventiduesimo: 18-19 settembre 1511 ***
Capitolo 25: *** Capitolo Ventitreesimo: 20-21 settembre 1511 ***
Capitolo 26: *** Capitolo Ventiquattresimo: 22-24 settembre 1511 ***
Capitolo 27: *** Capitolo Venticinquesimo: Confiteor ***
Capitolo 28: *** Capitolo Ventiseiesimo, parte prima: Confiteor ***
Capitolo 29: *** Capitolo Ventiseiesimo, parte seconda: Confiteor ***
Capitolo 30: *** Capitolo Ventiseiesimo, parte terza: Confiteor ***
Capitolo 31: *** Capitolo Ventisettesimo: 25 settembre 1511 ***
Capitolo 32: *** Capitolo Ventottesimo: 26 settembre 1511 ***
Capitolo 33: *** Capitolo Ventinovesimo, parte prima: 27-28 settembre 1511 ***
Capitolo 34: *** Capitolo Ventinovesimo, parte seconda: 27-28 settembre 1511 ***
Capitolo 35: *** Capitolo Trentesimo, parte prima: 28 settembre 1511 ***



Capitolo 1
*** Prologo: Todeschi vol omnino Trevixo ***


ANNUNCIO

Questa storia è stata revisionata nelle seguente parti:

- Dialoghi: le frasi in dialetto sono rimaste solo tra i popolani. Il resto dei personaggi userà esclamazioni in lingua e basta. Per ricreare un veneto più "antico" rispetto a quello parlato oggigiorno, ci siamo basati sulle produzioni letterarie dell'epoca.

- Legami famigliari, riveduti e corretti laddove necessario.

- Termini tecnici che hanno sostituito quelli più generici.

- Piccole precisazioni e/o variazioni degli eventi, tuttavia non importanti da sconvolgere l’intera trama.

- Suddivisione e layout della storia.

Ogni aggiornamento verrà segnalato con la data di pubblicazione del capitolo aggiornato.  

Ringrazio tutti i miei recensori che fino ad oggi mi hanno seguito: Alessandroago_94, Semperinfelix, Sagitta72, Mrosaria e Vanya Imaryek.

Un ringraziamento in particolare a Sagitta72 per avermi largamente assistito durante la revisione di questa storia.

 

PREMESSA

 

Metto già in avanti le mani, dichiarando che quanto mi appresto a narrare è un misto tra vicende storiche con personaggi storici e al contempo romanzate con personaggi all’occasione inventati per motivi di trama.

Per quanto dettagliati, i “Diarii” di Marin Sanudo il Giovane non riescono a ricostruire passo per passo ogni evento, sicché laddove le fonti svaniscono, la fantasia (pur con giudizio) supplisce. Soprattutto, dell’infanzia e della giovinezza del protagonista non si sa quasi niente e dunque, usando le biografie dei suoi parenti, le pochissime fonti disponibili nonché i saggi sulla vita dell’epoca, ho compiuto un’operazione di “ricostruzione” della sua esistenza pre-1511, l’anno in cui è ambientata questa storia. Non solo. Nessuno è mai riuscito a capire al 100% cosa sia successo realmente al protagonista di questa vicenda, neanche “L’Anonimo” suo primo biografo e grande amico e confidente, né il Sanudo tramite i funzionari che lo interrogarono e che scriveranno per ben tre volte dell’accaduto e per tre volte invece di chiarirlo lo complicheranno ulteriormente, riempiendo il lettore di dubbi. Né tantomeno ci sono d’aiuto le narrazioni postume, infarcite di elementi un po’ troppo soprannaturali nonché d’incongruenze spazio-temporali, considerando le più oggettive cronache del Sanudo. Perfino gli storici moderni si contraddicono tra di loro. Quindi, tra verità, agiografia e ricostruzione romanzata, sperando senza troppe licenze, proveremo a raccontare il mese più lungo (dal 27 agosto al 27 settembre 1511) e punto di svolta di questo giovane patrizio veneziano che aveva all’epoca appena venticinque anni.

Vorrei inoltre sottolineare che nelle cronache i personaggi “bassi” non venivano quasi mai considerati, sicché s’ignora il nome di quei contadini, soldati, religiosi, famigli, etc., che animarono i fatti qui esposti, tranne in caso si siano distinti in maniera particolare. Di conseguenza, poiché non mi piace presentarli soltanto tramite la loro, per così dire, professione, ho dato a quasi tutti un nome e una storia personale.

Mi pare superfluo – ma non si sa mai nella vita – ricordare che ci troviamo nel XVI secolo, ergo che la mentalità dell’epoca sicuramente non era quella del XXI secolo, quindi per cortesia usiamo giudizio prima di offenderci inutilmente.

Infine, riguardo alla struttura del racconto, si dividerà in tre parti e sarà un misto tra riflessioni e narrazione d’eventi, pertanto sia pronto il lettore a “tuffarsi” nel passato del protagonista.

Vi lascio quindi alla lettura del prologo, necessario per capire il contesto delle vicende – incontreremo il “nostro” nel prossimo capitolo.

Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato 02.07.2021

***********************************************************************************************

 

 

 

DIRUPISTI VINCULA MEA

 

A che giova a un uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?

(Marco 8, 36-37)

 

 

 

 

Prologo

Todeschi vol omnino Trevixo

 

 

 

Sin dal momento in cui i Collegati avevano firmato quel loro Trattato nel 1508, sotto la falsa pretesa di combattere il Signor Turco,  l’Imperatore Maximilian I. aus dem Haus Habsburg non aveva mai fatto mistero su quanto scalpitasse d’impadronirsi oltre dei vari territori veneziani anche della città di Treviso e della sua Marca [1].

Primo, perché essa era la chiave per Venezia: caduta Treviso, i Collegati non avrebbero avuto più grandi ostacoli alla loro avanzata almeno fino alla laguna, costringendo così la Serenissima ad arroccarsi sulle sue isole melmose e terminando l’impresa con un bell’assedio marittimo.

Secondo,  perché tra i Domini di Terraferma guarda caso Treviso era la seconda per prosperità dopo Brescia e in data 1511 dopo due anni di guerra, incredibilmente, era ancora pulzella di conquista e saccheggio, mantenendo intatte le sue ricchezze e perciò preda golosa.

Terzo, per una questione di principio.

Infatti, se in nome di antiche pretese mai assopite in cui l’Impero si vedeva in diritto come detentore dell’eredità carolingia sui territori veneti e che di conseguenza portava il Re dei Romani a considerarsi il loro legittimo signore e padrone, ebbene la Marca Trevigiana Maximilian la considerava doppiamente sua per questioni d’eredità familiare, essendo stato il suo bisnonno, Leopold III. von Habsburg ritrovatosi per merto o per caso Marchese di Treviso nel 1381. Peccato che l’Imperatore si fosse scordato del piccolo, insignificante dettaglio che il suo avo stesso aveva tre anni dopo venduto ai Carraresi la Marca, quando s’era reso conto d’aver fatto un pessimo affare a divenirne suo proprietario, stritolato infatti dalle ambizioni e dai rancori delle potenze confinanti.

Anche il suo prozio di parte materna di Maximilian, il Duca di Coimbra Infante Don Pedro d’Avis, lo era stato in via nominale nel 1418 e forse per soddisfare una sua curiosità di conoscere queste terre che nel 1452 la nipote di Don Pedro, l’Imperatrice D. Leonor d’Avis, durante il suo soggiorno a Venezia aveva chiesto al suo carissimo amico Carlo q. sier Nicolò Morexini dalla Sbarra di Santa Ternita, soprannominato “da Lisbona” per i lunghi anni presso la corte portoghese, di accompagnarla a Treviso risalendo il Sile. Il Morexini, della cui figliola neonata l’Imperatrice era stata madrina [2], aveva accettato di buon grado, accompagnandola nella capitale della Marca assieme a cento cavalieri.

Per questi motivi dunque Maximilian, di D. Leonor il figlio, considerava sua e soltanto sua Treviso e i suoi territori, più ancora del resto del Veneto e della Patria del Friuli. E credeva che tal sentimento d’appartenenza lo condividessero anche i trevigiani, sicché ci si può immaginare la sua sorpresa dinanzi all’inaspettata ostinatezza di Treviso e il suo categorico rifiuto d’annettersi all’Impero, checché ne dicesse lui, il Re di Francia, il Papa e Venezia stessa, che liberandola dai vincoli di fedeltà non la voleva distrutta e saccheggiata.

Pertanto, in quel mese orribile dopo la disfatta di Agnadello avvenuta il 14 maggio 1509, in cui una stordita Serenissima brancolava nel buio, incapace di reagire nel frattempo che uno dopo l’altro dei suoi Domini di Terraferma o cadeva o si consegnava ai Collegati, assistendo impotente e  rassegnata al generale gongolare della Lega che già vedeva conclusa la partita e si preparava a spartirsi il ricco bottino; ecco che l’unico caposaldo rocciosamente resistente nello sfasciume generale rimaneva Treviso, solitaria nella sua ferrea volontà di rimanere fedele fino alla morte a San Marco, l’unica città ante-lagunare ad aprire le sue porte agli sbandati soldati veneziani in fuga dal nemico.

Come nel passato, tale decisione venne presa più dal popolo che da chi la governava.

Nel giugno del 1509, a Porta Santi Quaranta si presentava infatti l’ambasciata da parte di Leonardo Trissino da Dresano, capitano dell’Impero, domandando la resa pacifica di Treviso e la sua sottomissione alla potestà imperiale come avevano saggiamente scelto di fare le altre città venete. All’inizio, grazie al sostegno dei nobili trevigiani, la questione era già risolta a favore di Maximilian, poiché la città pareva ben disposta all’annessione e così il Trissino, rassicurato, tardò la sua entrata ufficiale in città anche per aspettare i rinforzi tedeschi, senza i quali non osava entrare a Treviso per timore della vicina guarnigione veneziana a Mestre.

Tuttavia, malgrado l’arrivo e le garanzie dei cinque oratori trevigiani inviati a Vicenza, l’aquila imperiale ancora non veniva issata e anzi, come notò il nuovo provveditore sier Piero Duodo, a Treviso si respirava un’aria pesante, i cittadini “mal disposti” e pareva che “tra lhoro mormoraseno” assai complici, armandosi e studiando sospettosamente le porte della città. Situazione esacerbata dal ritorno degli oratori, la popolazione sempre più convinta della capitolazione di Treviso. Interessatamente, sier Piero Duodo non si premurò di smentire tale notizia, scrivendo solamente che quel che “sarà se averà.” All’oratore di Asolo, alla cui signora ex-regina di Cipro domina Catharina Corner era stata garantito il mantenimento della castellania e i territori intatti se Treviso si fosse sottomessa all’Imperatore,  sier Duodo rispose seccamente: “Se li vostri zerchano salvar il suo, che dovremo far nui altri?” Mandò invece Bernardino Pola e Zuan Antonio Apornio a Venezia per ricevere istruzioni dal Collegio.

Dal canto suo, non ricevendo conferma dell’effettiva resa e sempre più incalzato dall’Imperatore che da Marostica si stava spostando in direzione di Feltre per poi scendere nella Marca, Leonardo Trissino inviò di nuovo il suo trombetta Bastiano a Treviso col vessillo imperiale da issare, e in nome dell’Imperatore d’esigerne la sottomissione o affrontare la collera sua e del suo esercito. Il Trissino stesso avrebbe raggiunto il suo messaggero a Treviso con rinforzi.

Ironicamente, quel suo temporeggiamento gli salvò la vita: il trombetta non raggiunse mai Palazzo dei Trecento, appena il tempo d’entrare in città e un gruppo di trevigiani armati, circondatolo, senza tanti complimenti l’uccise, impadronendosi delle insegne imperiali e sottoponendole ai vituperi più fantasiosi quasi a vendicare la sorte dei leoni marciani oltraggiati nelle città venete occupate.  Dopodiché, con in testa Marco Pelizer, di professione calzolaio, a cavallo e con in mano lo stendardo dorato di San Marco, la folla si diresse verso il Palazzo gridando come un sol uomo: “Marco! Marco!”, sfidando il podestà ad uscire da lì imperiale, se ne aveva il coraggio. S’accarezzò perfino l’idea d’irrompere e di defenestrare lui e tutti i membri del Consiglio Cittadino per aver osato venderli al Re dei Romani. Nel marasma generale, si diceva come i trevigiani avessero perfino scannato tre degli oratori scelti per negoziare col Trissino, dando la caccia poi ai nobili e supposti filoimperali domini Zacaria di Renaldi, Alvixe dal Corno e Rambaldo Avogaro, che non si trovavano da nessuna parte. Falsa la prima notizia, vera la seconda sebbene in quel momento tutto fosse possibile.

Al che il provveditore sier Piero Duodo, dinanzi al panico totale dei suoi colleghi, prese in mano la situazione e, aperta la finestra, lesse alla bellicosa folla la lettera inviatagli da Venezia, in cui a premio della sua lealtà Treviso sarebbe stata esente dalle tasse per i prossimi quindici anni e a ribadire tale concetto diede ordine di bruciare pubblicamente i libri di conto della città e tutti si dimostrarono di ciò molto contenti. Sospirando sollevati dello scampato pericolo – imminente – il podestà sier Hironimo Marin e sier Piero Duodo, in accordo col Consiglio Cittadino, scrissero subito ai Pregadi con la richiesta di uomini e soldi per sostenere la certa rappresaglia dell’Imperatore, a cui quella notizia non tardò ad andar di traverso.

Tale episodio equivalse allo schiaffo di cui Venezia aveva bisogno per riprendersi dal suo intontimento post-Agnadello: accolti commossi i nove oratori trevigiani e udita la conferma del loro appoggio alla Serenissima, il Consiglio dei Dieci inviò poi una lettera al podestà di Treviso, elogiando il coraggio “del suo beneamato ochio destro, dilettissima fiola primozenita de la Signoria Nostra” e giurando di difenderla con ogni mezzo a loro disposizione, anche con le loro vite se necessario.

Non si trattavano d’iperboli o retoriche di circostanza, essendo ora Venezia pronta a dimostrare il perché l’appellavano la Dominante, come dimostrato dal carismatico discorso al Senato del doge Lunardo Loredan, passato da vecchio tremolante e balbettante a determinato guerriero: sì, la Serenissima aveva peccato di superbia e di gola, aveva perso il senso del giudizio e la sua potenza era stata tale da toccare il cielo con un dito; vittima pertanto dell’invidia altrui, per le sue colpe punita, non per semplice malasorte. Ma ora, basta cogli indugi e le ceneri sul capo, che per il bene comune ci si armasse degli antichi valori e delle cristiane virtù e prendendo armi che fosse la loro santa missione di riprendersi la Terraferma, con qualsiasi mezzo, senza cedere.

Andèmo! Andèmo!”, gli fu risposto e così la Repubblica “ribelle dalla Santa Chiesa, scomunicata, interdetta e maledetta” lanciava la sua personale crociata contro la Lega di Cambrai.

Nel tesissimo mese di luglio che seguì, i Padri Veneti con ostinatezza rifiutarono ogni pretesa di cedere Treviso e la Patria del Friuli, sordi all’insistenze dell’Imperatore e del Papa Giulio II, il quale tramite il loro oratore sier Hironimo Donado “dalle Rose”, li fece ben sapere quanto non avrebbe levato la scomunica se Venezia non avesse accontentato le richieste del Re dei Romani, ovvero che Treviso e Udine ritornassero feudi imperiali. Per quel che lo concerneva personalmente, poi, Venezia doveva rinunciare ad ogni possedimento sulla Terraferma; le sue acque dovevano essere navigabili senza dazi; il clero esente da tasse e dal braccio secolare; di non nominare i vescovi; di mettere a disposizione le sue galee col Papa a loro capitano per la crociata contro i turchi, etc. etc, dimostrando quanto Giulio II volesse “la ruina total nostra di Veniexia e dil nome venitiano.”

Neanche il Pontefice aveva però compreso, che se due mesi prima dinanzi a tal discorso Venezia si sarebbe ingobbita di paura e magari avrebbe pure acconsentito, ora invece, all’arrivo di tal rapporto dall’oratore sier Hironimo Donado, l’intero Palazzo Ducale per poco non crollò dalle urla indignatissime del Doge e dei Pregadi e il figlio stesso del Loredan,  sier Lorenzo, balzando in piedi aveva gridato livido in volto: “50 oratori al Signor Turco!”, piuttosto che acconsentire a quel vile ricatto. Di tutti i Collegati, l’unico che non intese scherzo dietro quell’affermazione fu Fernando II d’Aragón el Católico, il quale suggerì al Sommo Pontefice di lasciar perdere Venezia e d’impegnarsi sul serio in una crociata contro i turchi, onde evitare che, approfittandone del conflitto, potessero invadere ulteriori regni cristiani. Il Papa gli rispose freddamente ch’era facile per lui parlare, dopo essersi impadronito di Brindisi, Otranto e degli altri porti pugliesi. 

Mentre l’alta politica si arrovellava sulla sua sorte, Treviso, riassaggiato il sangue dopo un secolo di letargo, si stava mobilitando per meglio affrontare lo scomodo corteggiatore, incominciando da una feroce purga di ogni elemento filoimperiale tra le sue mura. Inaugurò dunque la caccia al “gebelino” e ogni giorno v’era una processione di prigionieri a Venezia, tra cui Alvixe dal Corno e Rambaldo Avogaro, finalmente scovati e catturati; Piero Francesco Barixam e figli; Thadio del Mar e Guangelista Caleger, che furono  oratori per negoziare con Leonardo Trissino; Guielmo e Guido Antonio da Unigo e altri, relegati alla Novissima con ordine che “niun li parlasse”. Di Francesco di Renaldi non si riuscì ad averne lo scalpo, lo si cercò perfino nelle sue ville in campagna per poi digrignare i denti alla notizia di come fosse riuscito a riparare sano e salvo a Trento. Pazienza! Ve n’erano altri su cui rifarsi!

Molti di questi “gebelini” appartenevano all’antica nobiltà feudale, speranzosa nel cambio di governo di acquistare quel potere che gli era stato sottratto da Venezia e i suoi burocrati, patrizi anch’essi. Non avevano tenuto conto loro, i Collegati e soprattutto l’Imperatore, come il podestà, i provveditori e i rettori veneziani, sebbene non dei santi incorruttibili, comunque rappresentavano un sistema giuridico chiaro, definito e assai imparziale quando si trattava della pena capitale, un sistema in cui i cittadini e soprattutto i contadini trovavano supporto contro angherie e le interpretazioni del diritto da parte dei signori locali. Non ci fu quindi da stupirsi se i nobili trevigiani vennero traditi e consegnati dai loro stessi servitori, aprendo le porte delle loro ville o palazzi o indicando ai provveditori dove scovarli. I più scaltri furono i conti da Collalto, i quali subito misero le loro truppe personali a disposizione della Serenissima, dichiarandosi “boni marcheschi.”

Purtroppo, la paranoica smania di Treviso d’epurarsi di ogni elemento imperiale all’interno delle sue mura giunse ad atti poco onorevoli, come il saccheggio dei banchi e delle proprietà dei “zudei de Alemagna”, come i Rapp da Norimberga e i Mintz. Tra questi, la scampò un ebreo di nome Calman che, intuendo il pericolo, aveva dato libero accesso alle sue casse, dichiarandosi “bon marchesco, grande amicho di Trevixo”, dimostrando lungimirante capacità di calcolo e di previsione, ovvero che ci avrebbe rimesso di più ad aver devastato il suo banco e i suoi beni saccheggiati, che a dar via qualche forziere di ducati. Alla prima occasione, comunque, fuggì via a Venezia.

Nel frattempo, Maximilian era scocciato da tanta insolenza e un po’ imbarazzato per via della figura barbina di fronte ai suoi alleati, specie a Louis XII Re di Francia che aveva conquistato una Milano e lui, l’Imperator semper Augustus, inciampava su di una Treviso. Arrivato a Feltre, tra un banchetto e un Te Deum rincarò la dose di minacce, promettendo orride vendette se non si fosse piegata. Al Re dei Romani s’aggiunse il Papa che sempre lavando la faccia a suon d’urla e sputi al povero oratore sier Hironimo Donado, gli ricordava come l’Imperatore avesse 20,000 fanti pronti a “questa impresa di Treviso”, mentre quest’ultima poteva contare soltanto sui 7,000 rimasti a Mestre dopo Agnadello e che Venezia accettasse la realtà, ovvero cedendo ciò che non poteva difendere.

 “E’ certo”, insisteva il Papa ad un sier Hironimo Donado e a dei cardinali Domenego Grimani e Marco Corner ai limiti della pazienza “che oggi o in due giorni l’Imperatore sarà giunto lì, se non si trovi già a quest’ora a Treviso!”, poi aggiunse con una punta d’ansietà che l’acuto ambasciatore captò, piccola defaillance nell’atteggiamento duro e intransigente finora adottato dal Pontefice e prontamente segnalata al Senato che ben avrebbe saputo sfruttarla, conducendo ai grandi mutamenti nel 1511: “Sarebbe stolto da parte di Venezia d’irritare ulteriormente l’Imperatore. Cedete Treviso e Udine, riappacificate i rapporti: in questo modo ci saranno future discordie tra i due Re, cioè di Francia e dei Romani.”

Il cardinal Domenego Grimani guardò sier Hironimo Donado lungamente, che replicò cauto: “Sua Santità, neppure il Doge in persona potrebbe imporre la cessione di Treviso e di Udine, non in una Repubblica retta da un Senato di sì gran varietà d’opinione.”

Maximilian non gradendo la risposta decise d’accantonare la diplomazia e venir ai fatti, occupando Castelnuovo di Quero; Bassano, Feltre, Cividale di Belluno, Castelfranco, Cittadella, Sacile e altre città o paesi limitrofi a Treviso, così da prenderla per paura. Ma la superba non batté ciglio, neppure dinanzi ai racconti degli sfollati che si rifugiavano all’interno delle sue mura, narrando come i tedeschi distruggessero ogni cosa sul loro cammino, rubando il rubabile, profanando gli altari,  facendo a pezzi o bruciando vivi i contadini nelle loro case e uccidendo perfino i neonati in culla. In risposta a ciò, Treviso avviò i rafforzamenti alle sue mura su progetto dell’ingegnere Fra’ Jocondo da Verona, rompeva i canali e deviava il corso dei fiumi; si riforniva di viveri; mandava i suoi stradioti a compiere incursioni ed evacuava le sue donne e i suoi bambini, in un continuo viavai di barche.  I suoi “villani arrabbiati”, che avrebbero preferito “morir marcheschi” invece d’assoggettarsi al dominio imperiale, s’armarono e organizzarono una determinata ed efficace guerriglia, rispondendo alle crudeltà subìte con altrettante crudeltà, come si riportò un caso di soldati tedeschi ritrovati sgozzati e castrati da contadini inferociti.

Eletta trampolino di lancio e base strategica per la sacra riconquista, a Treviso giunsero poi i provveditori generali sier Andrea Griti, sier Christofal Moro, i condottieri Fra’ Leonardo da Prato e Alessio Bua con uomini, cavalli, artiglieria e denari nonché tre valenti “homeni de mar”, Antonio Panese, Philippo Brocheta, Vetor Trum, che assicurarono la difesa delle tre porte cittadine e il traffico sui fiumi di soldati, civili, armi e viveri. Nell’arco di poche settimane, Maximilian si vide sottratti uno ad uno i territori conquistati attorno a Treviso, i suoi sostenitori (o traditori a seconda del punto di vista) prontamente imprigionati e spediti a Venezia. Sier Andrea Griti dovette intervenire più volte a frenare le smanie di vendetta dei trevigiani, come il caso di un tal Beraldo fatto prigioniero assieme ad un borgognone, che il provveditore sier Christofal Moro voleva assolutamente impiccare, desiderio negatogli dal Griti, che giudicò più vantaggioso condurre il Beraldo  a Venezia per farlo “examinare”.

E da Treviso sier Andrea Griti partì a capo di quell’audace e inaspettata spedizione che avrebbe sconvolto i piani dei Collegati, rimettendo tutto in discussione: il 17 luglio, giorno di Santa Marina, con uno stratagemma degno dell’omerico Ulisse e del suo cavallo di Troia, [3] i veneziani entravano a Padova da ben quarantadue giorni sotto il dominio imperiale, sopraffacendo la guarnigione tedesca e catturando Leonardo Trissino e gli altri condottieri collegati, il tutto mentre i padovani ancora dominavano nei loro letti per svegliarsi con il vessillo dorato di San Marco e le campane Del Santo che suonavano a festa. Purtroppo, in quel frangente il Griti non riuscì a contenere i suoi uomini e Padova per punizione della sua resa alla Lega venne saccheggiata pesantemente, incominciando dalle case dei filoimperiali. Nondimeno, ci si rallegrò lo stesso ché l’asse Treviso-Padova era stata ristabilita, Venezia ora sul serio imprendibile.

Alla notizia della riconquista di Padova, il Papa Giulio II “fulminava” d’ingiurie sier Hironimo Donado e i Cardinali Grimani e Corner, i quali sornioni lo lasciavano fare, scrollando le spalle e ridacchiando in cuor loro alla vista del Pontefice paonazzo in volto, proprio lui che s’era proposto “magnanimamente” di funger da intermediario tra l’Imperatore e Venezia per la questione di Treviso e Udine, nonché di farsi da garante acciocché il Re di Francia non saccheggiasse Venezia. E i due risero ancor più forte ad agosto, come tutti i marciani del resto, alla notizia della farsesca cattura da parte di quattro “villani in camisa” del Marchese Francesco II Gonzaga e lo spettacolo del Papa buttar per terra la berretta e fuori di sé dall’ira bestemmiare San Pietro li ripagò di tutte le ingiurie e umiliazioni sorbite a causa di quel tremendo pontefice.

Se a Roma il Papa che aveva scomunicato, maledetto e interdetto l’eretica Venezia bestemmiava pesantemente il suo predecessore, i Collegati dal canto loro non sapevano più a che santo votarsi, realizzando nell’arco di settimane quanto fragili fossero state le loro vittorie.

Il vaso di Pandora era ormai stato scoperto: Castelfranco cadde e senza il Griti a trattenerli, le truppe stradiote-trevigiane tagliarono a pezzi i centocinquanta spagnoli lasciati a presidio della città; il tentativo a settembre del 1509 di riprendersi Padova fallì miseramente dopo quindici giorni d’assedio, tanto che Maximilian, sul campo,  dovette riparare in fretta e furia a Trento se non voleva essere scannato; come se non gli bastasse, suo suocero Fernando el Católico aveva ripreso a tampinarlo per certe questioni sulla reggenza in Castiglia; le città sottomesse si ribellarono e sedare le rivolte costava ai Collegati più risorse che l’averle conquistate; gli indomabili contadini veneti erano più feroci e arrabbiati che mai, tendendo agguati alle truppe collegate notte e dì e rubando armi e rifornimenti; Venezia comprava i mercenari della Lega offrendoli paghe più alte e grandi privilegi; la Sublime Porta si dichiarò amica della Serenissima e anzi, se voleva, poteva pur invaderle l’Ungheria fino a Vienna giusto per; il Re d’Inghilterra Henry VIII venne corteggiato per allearsi con Venezia, così da darla sui corni a Louis XII Re di Francia, già di suo stordito nel sentirsi nominare “Invasore!” invece di “Liberatore!” come al contrario durante le altre guerre in Italia. Neanche le sue riforme nel bresciano e nel bergamasco per renderle più francesi riuscirono a far dimenticare alla popolazione i loro “primi patroni et lhoro vol solum S. Marco”.  Poemi propagandistici celebravano sier Andrea Griti come la reincarnazione di Fabio Massimo contro l’Annibale invasore altresì noto col nome d’Imperatore e Re di Francia, infervorando gli animi.

Venezia aveva dunque contraddetto quanto affermato da Machiavelli, ovvero dimostrando che è possibile navigare anche la sfortuna, basta saper sfruttare la più piccola scheggia impazzita però favorevole nel mare di vicissitudini ostili. E il fiorentino stesso, a Verona, avrebbe commentato stupefatto della fedeltà del popolo alla Serenissima, preferendo morir liberi che schiavi di Francia o Impero [4].

Intanto, a Trento, Maximilian si leccava le ferite, meditando vendetta e nello specifico contro Treviso, incapace di comprendere come avesse potuto perdere la faccia con quella politicamente insignificante città, il cui unico momento di gloria nella storia recente era stata la concessione da parte di Papa Alessandro VI de Borja di celebrare a Santa Maria Maggiore la Messa di Natale prima dell’ora canonica [5] e per aver costretto alla fuga il suo vescovo Bernardo de' Rossi a seguito di un fallito tentativo d'assassinarlo. Come aveva potuto Treviso, descrittagli da sua madre “non una Firenze, una Milano, una Napoli, una Ferrara o una Mantova”, essere stato il granello che aveva fatto inceppare l’intero meccanismo della, in apparenza, invincibile Lega?  Nel pieno dei suoi umori neri, l’Imperatore si sentiva un po’ come Talete di Mileto, che osservando il cielo stellato cascò in un pozzo e una serva tracia lo derise.

L’amore per quella città si trasformò in odio, come l’amante respinto.

Negli anni successivi, più volte il Re dei Romani tentò di riprendere la “impresa de Trevixo”, piani saltati in aria sempre all’ultimo momento, come nell’estate del 1510, quando dopo aver ripreso Feltre era in procinto di avanzare nella Marca, sennonché i marciani non solo avevano respinto l’ennesimo assedio a Padova, ma rincorrevano le truppe franco-imperiali fino al vicentino e oltre, puntando poi a Verona, al che il suo fidato braccio destro, il Principe Rudolf von Anhalt-Dessau der Tapfere si era dovuto recare lì in fretta e furia, abbandonando momentaneamente il progetto d’invasione della Marca Trevigiana. Il Duca di Ferrara, dal canto suo, s’era visto scorrazzare la peggior truppa veneziana nel Polesine e oltre il Po, seminando terrore peggio dei turchi e rubandogli a spregio la sua adorata artiglieria a Polesella, la medesima che aveva usato per affondare la flotta veneziana e, pertanto, non poteva momentaneamente soccorre gli alleati in nessun modo.

A peggiorare la situazione, agli inizi di settembre del 1510 giunse a Maximilian la notizia che l’Anhalt, nel giro di neanche una settimana, s’era ammalato ed era morto in seguito a spasimi atroci da Golgota crocefisso. Il decesso del Principe venne reso pubblico più tardi, eppure tale nuova non impressionò Venezia che già lo sapeva e in maniera sospettosamente troppo dettagliata, da non lasciar spazio a sinistri dubbi, ovvero se il Missier Grande non avesse inviato qualche istruzione ai suoi abilissimi sicari in incognito e magari fu questo il suo personale epitaffio:

 

Sinque zorni xé vissuo,

d’Aynalt el gran cornuo;

trionfo a Verona xéo arrivà,

morto a Yspruch pur tornà. [6]

 

Verità o illazioni, Rudolf von Anhalt-Dessau aus dem Haus der Askanier rimaneva comunque morto orizzontale e Maximilian si ritrovò senza il suo carismatico capitano, un colpo durissimo per lui. Sforzandosi di far buon viso a cattivo gioco, l’Imperatore si fece animo e provò a nascondere il suo nervosismo, anche perché sul cadavere ancora caldo del Principe d’Anhalt, i condottieri della Lega avevano preso a beccarsi sulla successione a capo delle armate imperiali. Contemporaneamente, i capitani di ventura esigevano a gran voce le loro paghe arretrate, giungendo alle minacce o scene madri come quelle del condottiero albanese Mercurio Bua Spata che galoppò fino a Trento al cospetto dell’Imperatore, intimandogli il giusto pagamento o lui sarebbe andato a servizio dal più generoso Re di Francia e coi veneziani se la vedesse da solo. Altro boccone amaro – lo dovette pagare e anche profumatamente, nominandolo pure conte di Soave e Illasi-  ma necessario da digerire se quel satanasso del Bua gli spazzava via ogni resistenza sulla strada per Treviso.

Siccome però in qualche modo l’Imperatore doveva aver adirato particolarmente Dio, anche l’avanzata della primavera del 1511 finì prima ancora di incominciare, scongiurata da un tremendo terremoto che scosse l’intera Terraferma fino a Venezia, seminando indiscriminatamente il panico tra invasori e invasi, entrambi troppo preoccupati ad evitare tegole, pietre e alberi in testa per perdere tempo dietro a facezie quali combattere. Poi, neanche a farlo apposta, il giovane provveditore degli stradioti sier Ferigo Contarini sbucando fuori dal nulla gli catturava Andreas von Liechtenstein, altro suo capitano, spedendole alle Toreselle e per colpa degli insistenti appelli del cugino Paul von Liechtenstein, che a tutti i costi rivoleva indietro il parente e dunque che si pagasse quel furto di riscatto – ben 5,000 ducati d’oro! – il Re dei Romani si era trovato a ritardare l’impresa per l’ennesima volta.

Infine, si arrivò alla piovosissima estate del 1511 e un irremovibile Maximilian ritornò alla carica:  aveva infatti giurato a se stesso che avrebbe conquistato Treviso, la ribelle superba e fonte di tutte le sue disgrazie, fosse dovuto recarvisi di persona e smantellare le sue mura pietra dopo pietra e stavolta non l’avrebbero fermato di certo quisquiglie quali i terremoti, la malaria, le piogge, le esondazioni e le apparizioni della Vergine Maria.

E così, il sostituto di Rudolf von Anhalt,  Jacques II de Chabannes de la Palice assieme a Mercurio Bua si trovarono all'ora del tramonto del 25 agosto 1511 davanti alla fortezza di Castelnuovo di Quero, importante collegamento tra Feltre e Treviso, presidiata da sier Hironimo q. sier Anzolo Miani di San Vidal alla Carità e di madona Leonora q. sier Carlo Morexini dalla Sbarra di Santa Ternita detto “da Lisbona”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

*******************************************************************************************************

Lo scopo di questo prologo è appunto di dare un contesto alle vicende narrate, sulla Guerra della Lega di Cambrai e in particolare sull’ostinatezza di Massimiliano d’Asburgo nel conquistare Treviso, ripagata con altrettanta testarda resistenza. Spero non vi abbia annoiato, però mi ricordo che nei libri di storia nazionale la Lega di Cambrai veniva sempre riassunta in poche pagine, quindi molti dei come, dove, quando e perché non sempre spiegati nel dettaglio.

Mi auguro che il capitolo vi sia piaciuto e alla prossima!

 

Un po’ di noticine:

[1] Benché la Lega avesse giustificato la sua fondazione per combattere l’Impero Ottomano, in realtà era più che palese che lo scopo finale era la conquista della Serenissima.

Prima ancora di dichiararle guerra, i Collegati già si erano spartiti i territori veneziani:

All’Imperatore Massimiliano: tutto il Veneto, il Friuli, l’Istria, Gorizia, Trieste e Rovereto;

Al Re di Francia Luigi XII: Cremona, Crema, Brescia, Bergamo e la Gera d’Adda;

Al Re Ferdinando II d’Aragona: Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli e altri porti pugliesi.

A Ladislao II d’Ungheria: la Dalmazia

Al Papa Giulio II: Ravenna, Cervia, Rimini, Faenza e Forlì.

Al Duca di Ferrara Alfonso I d’Este: il Polesine

Al Marchese di Mantova Francesco II Gonzaga: Peschiera, Asola e Lonato

Al Duca di Savoia Carlo II: l’isola di Cipro.

 

[2] Pur non nominandola direttamente, così la madre del Nostro venne menzionata dallo storico e cronista Marin Sanudo il Giovane: “[…] E poi partì in ditto zorno la serenissima Inperatrie per Sil volse andar con barcha fino a Treviso. Fo acompagnata da alchu zentilomeni deputatti et da sier Carllo Moresini  “da Lisbona»” al qual lei li batixoe una fiola, et così ben sodisfa inseme con lo Imperador andò in Alemagna.”

[3] Brevemente, la stratagemma funzionò così: un commerciante di frumento aveva un parente nella Padova occupata dagli Imperiali e sapendo come la città fosse a corto di approvvigionamenti, questo suo parente garantì per lui così da far entrare i carri col frumento. I veneziani si presentarono dunque con tre carri; il ponte levatoio venne abbassato ma quando venne il turno del terzo carro di passare, questo si bloccò in mezzo cosicché la porta di Padova rimase aperta alla cavalleria veneziana che irruppe in città. Le campane Del Santo, si riferisce qui alla Basilica di Sant’Antonio da Padova.

[4] “Negli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire, e vendicarsi, che sono diventati più ostinati e arrabbiati contro a' nemici de' viniziani, che non erano i giudei contro a' romani; e tutto di occorre che uno di loro preso si lascia ammazzare per non negare il nome viniziano".  E ancora, il 26 novembre 1509,  Niccolò Machiavelli a Verona annota come uno di quei contadini “marcheschi” , catturato, “disse che era marchesco, e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare...”

[5] concessione di Papa Alessandro VI de Borja = a Santa Maria Maggiore a Treviso la Messa natalizia è possibile celebrarla in anticipo, cioè alle diciotto, per una speciale concessione di Papa Alessandro VI che risale al 13 dicembre 1498 e che è tuttora in vigore.

[6] Questa canzoncina non esiste, è una mia composizione. Tuttavia, simili canzoncine sfottitrici erano assai frequenti all’epoca e talvolta così insolenti che Venezia stessa arrivava a proibirle, non sempre con successo.

 

 

 

Ritorna all'indice


Capitolo 2
*** Capitolo Primo: 26-27 agosto 1511 ***


Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato 18.07.2021

***********************************************************************************************************************

 

 

PARTE PRIMA:

Castelnuovo di Quero e Montebelluna

(26 agosto -12 settembre 1511)

 

 

 

Capitolo Primo

26-27 agosto 1511

 

 

 

 

L’ennesima cannonata colpì a vuoto, il tiro ancora insufficiente per far danni; ciononostante il viso gli si bagnò di acqua, confermando i suoi sospetti: si stavano avvicinando, era solo questione di tempo prima che colpissero la fortezza. Potevano soltanto sperare che finissero prima la polvere da sparo.

Osservando le file nemiche dinanzi a sé, Hironimo avvertì uno spaventevole gelo nelle viscere, l’armatura divenutagli d’un tratto pesante quanto un sudario.

Neppure ad Agnadello aveva avuto tanta paura, quando nell’infernale bailamme della rotta si era fatto strada verso la fuga mulinando alla cieca fendenti a destra e a manca e pure pugni e gomitate, mentre scavalcava i cadaveri dei soldati di ambedue gli schieramenti e sempre col cuore in gola per il timore che qualche archibugiere o balestriere lo puntasse. Non gli fosse apparso all’improvviso il suo amato Eòo, bestia nobilissima, che gli aveva permesso di montargli in groppa e mettersi in salvo, a quell’ora sarebbe stato a far compagnia in Francia al Bortolo D’Alviano e tanti altri prigionieri – se gli fosse andata bene. In caso contrario, a mangiare terra.

Non ebbe così paura neppure durante la folle galoppata in fuga fino a Treviso dopo essersi visto chiuso le porte di ogni città, i vessilli imperiali o francesi già svettanti sulle torri e sulle mura, rinnegato dai suoi compatrioti e braccato alla stregua di un criminale a casa sua, nella sua terra, il pensiero rivolto alla famiglia della cui sorte temeva. Neanche in quel frangente aveva osato sperare d’uscirne vivo, percependo sul collo il fiato dei nemici e distrutto dalla fatica. Sicché, ingoiato l’orgoglio, come tutti i pochi compagni  rimastigli anch’egli s’era messo ad implorare davanti a Porta Santi Quaranta affinché la città li offrisse la sua protezione.

“Verzé! Verzé! Sun trevixan fio vostro!”, aveva ruggito disperato dietro di lui Donado Cimavin e la fortuna volle che a far da sentinella in quel momento ci fossero stati proprio i suoi amici, ché, ignorando gli ordini, aprirono la porta cittadina e mai Hironimo poté benedire a sufficienza quel suo “colpo di matto”, come l’avevano definito i suoi compagni, quando a scapito della propria pelle era tornato indietro e caricando aveva impirato il lanzichenecco che si accingeva a finire il giovane trevigiano, già caduto per terra da una scoppiettata fortunatamente di striscio. Issatolo su Eòo, i due erano poi ripartiti, forgiando l’amicizia dei fuggitivi, anche perché dovevano tenersi ambedue svegli in qualsiasi modo, onde evitare la cattura nel sonno. Il digiuno forzato non li aveva giovati, similmente alle ferite, non gravi ma lo stesso debilitanti.

Eppure, neanche in quelle occasioni aveva mai provato una paura così lacerante come ora sulla caminada di Castelnuovo di Quero, quella paura che non riusciva a dimenticare tramite l’ira, l’ambizione e la smania di combattimento come s’era imposto di domarla in quei due anni di guerra; eccola dunque, sottile e indescrivibile, quella di chi era braccato ma soprattutto di chi aveva un debito impossibile da sanare, un abisso dinanzi a sé e con la sola domanda: che faccio? per compagnia.

Hironimo si girò, studiando i volti altrettanto tesi dei pochi coraggiosi rimastigli, quei cinquanta civili bellunesi e feltrini che, invece d’imitare la vigliaccheria dei soldati e dei loro capitani Andrea Rimondi e Ludovico “Batagin” Bataja – serpi malefiche, meriterebbero mille forche e una tenaglia da ogni traghetto! – a loro periglio avevano preferito rimanere a difendere Castelnuovo pur consci di dar battaglia a 3000 fanti con artigliere e 200 cavalli agli ordini del capitano Mercurio Bua, inviati da La Palice così da liberare al Re dei Romani la strada per Treviso, l’antemurale alla laguna di Venezia.

Ma per raggiungere tale preda da Maximilian I. aus dem Haus Habsburg a lungo ambita, i franco-imperiali dovevano passare forzatamente per Castelnuovo, da una parte serrato dallo strapiombo del massiccio del Grappa, dall’altra bagnato dall’irrequieta e vorticosa Piave, cioè non permetteva ad alcuno il passo se non tramite l’angusta porta. Un torrione dall’altra parte del fiume complimentava il Castello, poiché ad esso metteva capo la lunga catena di ferro destinata ad impedire il passaggio fluviale.

Due anni addietro, il previo castellano di Castelnuovo, sier Moro Donado, s’era arreso prima ancora d’ingaggiare battaglia; per quel che lo concerneva, il giovane Miani non avrebbe concesso tale favore agli avversari.

Già prima ancora del loro arrivo, colto da brutti presentimenti, Hironimo aveva infatti dato l’ordine di alzare il ponte levatoio e la catena, specie dopo l’ignominiosa fuga dei suoi capitani e dei soldati (tre volte stramaledetti, se la scampo li apicho co le mie mani!) e questo li aveva immensamente aiutati, smorzando l’attacco e anche un po’ l’iniziale tracotanza dei nemici i quali si ritrovarono dinanzi ad una Piave ingrossata e cattiva, avendo avuto un’estate assai piovosa, e perciò impossibilitati di guadare il fiume senza correr il rischio d’annegare. I franco-imperiali avevano sudato freddo quando si resero conto d’essere finiti in una gola, senza via d’uscita se non quella d’arretrare e ritornare sui loro passi. Pieni di sconcerto avevano forzatamente appurato quanto gli assediati, nella loro disperazione, non avrebbero esitato a tirargli giù il massiccio del Grappa con tutte le sue cime, se ciò li avesse salvato la vita. Il fatto, poi, che piovesse a dirotto li aveva impantanati, rendendoli facile bersaglio delle bocche di fuoco marciane, impedendo lo strapiombo della montagna facile riparo nel bosco.

Contro ogni prognostico, per quasi un giorno Castelnuovo aveva resistito, i suoi difensori malgrado i piccoli successi col cuore pesante: ogni comunicazione con Feltre e Cividal di Belluno era stata interrotta; i rinforzi non sarebbero dunque arrivati e dal Castello ci sarebbero usciti cadaveri. Chissà, pensava Hironimo, se anche sier Zacaria Contarini "dai Scrigni" e suo figlio Piero s’erano sentiti così impotenti e sdegnati, quando a Cremona si videro disertati dai propri soldati?

L’unica certezza rimaneva che il sole incominciava a calare anche su quella giornata del 26 agosto e udendo dell’umiliante situazione di stallo e di come Mercurio Bua non si stesse neanche impegnando nell’assedio (perché poi?), il maresciallo de La Palice decise inaspettatamente di presentarsi per intavolare le trattative, pur stando a debita distanza dal tiro dei balestrieri di Castelnuovo: ormai, quella guerra maledetta aveva assunto pieghe troppo poco cavalleresche per fidarsi della buona parola di chicchessia.

“Al castellano di Castelnuovo di Quero - saluti. Riconosciamo il vostro valore ed è per il rispetto guadagnatovi, che l’Imperatore è disposto alla clemenza: arrendetevi, consegnate la spada e il castello, sottomettendovi alla cesarea potestà e avrete salva la vita. Seguitate, e continueremo finché di questa fortezza non ne rimarrà che il ricordo e voi tutti sarete preda del nostro esercito.  Sappiamo della vostra massiccia inferiorità numerica e non c’è bisogno che finisca per forza in un inutile bagno di sangue!”

Hironimo rimase in silenzio, voltandosi di nuovo verso i suoi compagni: i capitani bellunesi Paulo Doglioni, Christofal Colle e Vetor Pozzo; i due nobiluomini sier Michiel e Benedeto Pagani; Vetor di Croxecalle, Zuane Maresio, Alexandro Salze, Hironimo Vezzan, Vetor Braganza, Gotardo Agnella, Thomà Pigotin, Bortolo Sassaio, Alexio da Selce, Andrea Trepin, Zuam Piero Vedestoni, Agustin Becaria, Catarin Boato, Francesco Pliz, Christofal Tofol, Piero e Sebastian Germini, Vetor Sofforzi, Simon Nogaredo e tutti gli altri soldati volontari bellunesi che lo fissavano a loro volta attenti e silenziosi, il volto sporco di polvere e di sudore. Accanto a lui, i suoi servitori Menego coi figli Trovaso e Vico e il nipote Nadalin, che fedelissimi lo avevano seguito da Venezia. [1]

Pochi giri di parole: avevano tutti una paura fottuta di morire così, per niente, e per un momento Hironimo vi lesse nei loro occhi la tentazione d’accettare la proposta del francese. Poteva biasimarli? Anche le sue mani tremavano! Quale sventato si getta volontariamente nel grande abisso?

Il giovane castellano socchiuse allora le palpebre, respirando a fondo, richiamando alla mente ogni ricordo, ogni sensazione che cacciasse via quella paura insidiosa per sostituirla con la più famigliare ira e così fortificarsi d’odio e determinazione.

Si sforzò di ricordare lo stato pietoso in cui aveva trovato Feltre dopo la riconquista, la città natale della sua primissima infanzia [2] quando suo padre ne era stato amatissimo podestà e capitano, il cui nome era ancora scritto su di una tabella commemorativa a Piazza Maggiore con lo stemma dei Miani, che i cittadini avevano voluto donargli per riconoscenza in seguito alla sua vittoriosa difesa contro il Duca d’Austria nell’inverno del 1487, nonché  alla costruzione di nuove cinta murarie e delle fontane lombardesche rifornite da condutture di “cannoni” di abete, l’acqua captata sopra Pedavena.  

Rivide Hironimo la fuliggine dell’orribile incendio sugli edifici un tempo riflettenti la brillante luce montana da sembrar diamanti; i cumuli di macerie alte fino alle finestre; i monasteri e le chiese profanate, gli affreschi deturpati; il territorio guastato; le case gusci vuoti similmente ai sopravvissuti all’orribile saccheggio sia del 1509 e del 1510, facce di cera, corpi da crudeli percosse ancor tumefatti  e donne pregne di figli non voluti.

Ripensò agli occhi arrossati  e al volto cinereo di sua madre Leonora Morexini Miani, alle lunghe notti insonni in preghiera a piangere in silenzio per non opprimere gli altri figli col suo dolore, il cuore gonfio di pena e angoscia al pensiero di Lucha in Alemagna, ferito e prigioniero. Suo fratello, il figlio primogenito ben più nobile e ben più degno di lui, che le era stato ritornato solo il novembre scorso, vivo sì ma invalido col braccio destro penzolante e inerte, avendogli i proiettili maciullato i nervi e le ossa del gomito durante la strenua difesa del Castello Della Scala. E malgrado la sua dedizione alla santa causa, comunque Lucha si era dovuto umiliare dinanzi al Maggior Consiglio, costretto per necessità a supplicarlo per un mese d’accordargli il permesso d’ottenere a mo’ d’indennizzo la castellania di Quero, anche se governata in sua vece da uno dei suoi fratelli, incominciando infatti a risentire le loro risorse economiche a causa della guerra.

E che dire dell’enorme dispendio di energie e denari per rinforzare Castelnuovo con una terza torre? Nonché degli insulti iniziali dei soldati e degli operai, non gradendo d’esser capitanati da un “putachio imberbe, polorbo”  e divertendosi a sottolineare con crudele gusto ogni suo errore, finché, stufo marcio, Hironimo non aveva preso di persona a scudisciate i più insolenti a monito per gli altri? S’era scordato delle ingiurie al limite dell’assalto fisico della popolazione di Quero, Alano e Vas, che invece di comprendere la gravità della situazione, preferivano poltrire, neanche il Castello si potesse ricostruire da sé?

Si sovvenne poi delle lunghe trattative coi podestà di Feltre e di Cividale di Belluno sulla necessità di stringere un patto di reciproco sostegno in caso d’attacco nemico. Hironimo si ricordò delle sue insistenze sia col Consiglio dei Dieci che col podestà di Treviso di distruggere Scalon, situato sulla forcella sopra Segusino e soprannominato “la mulattiera dei contrabbandieri”: oltre che a danneggiare l’erario, esso corrispondeva ad un passaggio ideale per le truppe avversarie. Nell’ansia aveva venduto l’argenteria, i tappeti e ogni suppellettile prezioso trovato al Castello pur d’assicurarsi fondi sufficienti: ora gli interni di Castelnuovo parevano più austeri della cella di un eremita.

Tanto orrore, tanti sforzi, tante umiliazioni annullate da un  vigliacco?

Il giovane Miani aprì gli occhi; per la terza volta si girò verso i compagni e molto probabilmente anch’essi dovettero aver condiviso le medesime riflessioni raffrontandole alle loro esperienze passate, sparita infatti l’ombra del dubbio dalla loro fronte. I franco-imperiali li avrebbero ammazzati comunque, che almeno chiudessero degnamente la partita come Sansone coi Filistei.

Modulando la voce in un tono fermo e deciso, egli rispose pertanto: “Monsignor Gran Maestro di Francia -  saluti. Come mai codesto bel discorso non viene il Re dei Romani a farcelo di persona? O forse gli brucia ancor la faccia, dopo lo schiaffo di Padova?”

Un rictus nervoso piegò l’angolo della bocca del maresciallo francese e suo malgrado, Mercurio Bua si lasciò sfuggire un sogghigno confermando quel nervo scoperto che tanto affliggeva il suo superiore: effettivamente, da mesi l’Imperatore prometteva di scendere per la Valsugana fino a Treviso, rimpinguando le truppe del La Palice con uomini, armi, cavalli, rifornimenti e danari. Peccato che Maximilian parlasse e parlasse, ma di fatti concreti ben pochi. Lo confermava perfino l’irritato Re di Francia, il vero finanziatore di quell’impresa che gli stava costando almeno più di 20,000 ducati aggiungendosi ai 50,000 d’arretrati già dovutigli dal Re dei Romani, dei quali da troppo tempo si prometteva il risarcimento. Voci indiscrete sostenevano come Maximilian avesse chiesto in prestito soldi al suocero Fernando el Católico. Cosa quella vecchia volpe gli avesse risposto, non fu dato conoscerlo.

“La Cesarea Maestà non può venire di persona giacché voi, ostinandovi a non cedere il vostro Castello, glielo impedite.”

“Ah, così la colpa è di noialtri? Meno male, qui s’incominciava a pensare che l’eccellente esercito dell’Imperatore fosse bravo solo a prendersela con le donne e i bambini, quando non troppo impegnato a rubare, ben inteso.”

“Ci accusate di vigliaccheria? Suona grassa detta proprio da voi, disertato dai vostri medesimi soldati!”

“D’inutili palle al piede non so che farmene!”

“Tanta cocciuta insolenza non difenderà queste mura! Arrendetevi e cedete con onore, ciò che non poteste difendere con la spada! Pensate alla vostra gente e rimettevi alla clemenza dell’Imperatore!”

Al che Hironimo vide letteralmente rosso. “Oh, ma io ci penso alla mia gente così come conosco la clemenza del Re dei Romani: più volte ce l’ha dimostrata al punto che mi par più misericordioso il Signor Turco di lui!” E levata ancor più in alto la voce: “Per quel che ci riguarda, dai tempi di Santa Giustina abbiamo consacrato la vita alla Signoria Nostra e fino all’ultimo respiro non cederemo il Castello e se persisterete a molestarci, vi spediremo tutti all’inferno da dove venite!”

De La Palice scosse il capo, indeciso se dispiacersi o meno per la sorte che attendeva quei disgraziati. In ogni modo li aveva avvertiti, la sua coscienza era quindi a posto. “A piacer vostro”, replicò incolore e assieme a Mercurio Bua galopparono indietro verso il loro campo. “Per oggi abbiamo finito: lasciamoli un’ultima notte per confessare i loro peccati.”

“E dunque?”, chiese il capitano Paulo Doglioni ad Hironimo, scrutandolo attendo.

Staccandosi dal parapetto, il giovane patrizio gli rispose seccamente: “Che andiamo a Patrasso [3] e facciamo la fine di Leonida”, e scese rapido la scalone di legno interno per imboccare il corridoio di pietra in direzione dei suoi appartamenti. Il tempo era poco, doveva sbrigarsi prima che riprendessero a bombardarli.

Spiando di sottecchi la figura del castellano scomparire dalla caminada, Thomà, un putto di sì e no dieci anni, domandò sottovoce a Andrea Trepin il bombardiere. “Ma chi xélo sto Liom Hida? Lo cognossi ti?”

L’uomo fece spallucce. “Mah, sarà un che vien da Porto Gruero. Continua a smissiare ti!”, gli intimò, riferendosi alla miscela di polvere da sparo su cui stava lavorando per il cannone da caricare. Sei parti di salnitro, una di carbon dolce, uno di zolfo. “Fra puoco li avrem in bocha, quei cancari maladeti.”

“Andrea, dime: sul serio andemo a morir tuti?”

L’espressione del bombardiere si raddolcì, pur restando il suo sorriso amaro. “Ne toleremo assa’ co nu”, fu l’unica promessa che poté garantire al suo giovanissimo assistente. “E ch’ee zime dil Grappa et la Piave fassano el resto!”

Apparentemente, Castelnuovo di Quero appariva una chiusa insormontabile: la torre maggiore, inserita nella montagna, era coperta da terrazza, con perimetro esterno munito di piombatoie su cui già i fanti s’erano predisposti per versare al momento giusto del piombo fuso e altro materiale agli assalitori. Dalle strettissime feritoie, disposte a vari piani, i soldati avevano piazzato invece i loro archibugi. Dal lato opposto, la torre minore affondava nel greto della Piave, con fondamenta decisamente profonde. Essa serviva da abitazione al castellano, al capitano militare e ai loro famigli; anche questa torre era coperta da una massiccia terrazza, coperta da grossi merli di roccia viva, ideale per le bocche di fuoco. Un corridoio di pietra collegava le due torri nella parte alta del corpo centrale più basso, dove i soldati s’erano appostati dietro al muretto protettivo, pronti a seconda della necessità di respingere le scale appoggiate alle mura e di tagliare le funi lasciate cogli arpioni.

Allo sbarramento della montagna si aggiungeva quello fluviale: la Piave, a causa dei molti e ricchi affluenti, aveva un livello d’acqua costantemente alto e il suo impetuoso frastuono riecheggiava nella gola di Quero, il suo greto caratterizzato da rientranze, insenature, curve e controcurve. Due soltanto erano i ponti che permettevano il suo attraversamento: uno a Cividal di Belluno ed uno a Cesana.

Quest’unione dunque – del massiccio del Grappa e della Piave – rimaneva l’ultima speranza dei marciani, pregando Iddio di contemplare un’altra aurora.

Nel suo appartamento spoglio, intanto, Hironimo fissava a lungo la carta bianca su cui indugiava, due dita sotto il mento: cosa scrivere alla sua famiglia? Come accomiatarsi dai suoi cari? Con quali ultime parole lui, castellano di Quero, sarebbe stato ricordato? Con che frasi avrebbe potuto consolare la madre, per rassicurarla che moriva con onore, da vero patrizio veneziano e che mitigasse la perdita del figlio con la consapevolezza che aveva adempiuto al suo dovere verso la Signoria? In che modo poteva confortare il Cor Suo, spronandolo a perseguire la santa causa fino alla vittoria e di non sentirsi schiacciato da quell’ennesimo lutto, già di suo oppresso dopo la cattura del padre e del fratello?

Un fremito di collera portò la fronte del giovane castellano a corrugarsi, le labbra martoriate dai denti e piegate all’ingiù in una linea dura.

Scrivere alla famiglia … per cosa? A quale scopo? Per informarli delle sue ultime angosciose ore di vita? Dei suoi timori? Della sua impotenza? Del suo spettacolare fallimento? Per farsi così deridere dai fratelli maggiori? Già li sentiva mormorare: Tipico del Momolo di nascondersi dietro le sottane della siora Mare, a piangere ogniqualvolta si trovi in difficoltà.

No, questo mai.

Intinta la punta nel calamaio, scrisse invece:

“Di Castel Novo di Quer, dì 26 avosto 1511, sera. Informiamo il magnifico provedador zeneral di Trevixo, sier Zuam Paulo Gradenigo quondam sier Justo, che Castel Novo di Quer, attaccata, si tiene ancora ma non si pol garantir per quanto, ergo si prepari Trevixo. Si dubita l’arrivo dei rinforzi – capetanij Andrea Rimondi e Ludovico Bataja hanno disertato el campo, ripiegando a Cividàl di Beluno. Nescio dei podestà et capetanij sier Zuanne Dolfin et sier Nicolò Balbi a Cividàl, la via occupata da li inimici impedisce l’invio di qualsiasi trombetta. Tamen si è di bona voja, gli homeni qui tutti disposti a morir in fede di San Marco.”

Sì, decisamente meglio.

Deglutendo la bile risalente su per l’esofago, Hironimo passò la polvere sull’inchiostro, asciugandolo e dopo averla soffiata via chiuse la missiva destinata al provveditore di Treviso: l’accampamento a debita distanza dalla fortezza per timore di bombardamenti notturni, aveva lasciato la strada per l’alto trevigiano ancora relativamente dalle truppe nemiche per chi conosceva bene il territorio – meditava. Se riuscivano a resistere anche solo per un altro giorno, almeno avrebbero evitato una sconfitta ben più grave per la Serenissima, allertando in tempo Treviso, i cui stradioti ed esploratori stavano sicuramente già pattugliando la Marca; inoltre, i contadini del Montello, a detta delle lettere dei podestà e provveditori, erano vigilantissimi, riparati strategicamente nei fitti boschi e pertanto, se avessero inviato un loro messaggero, le probabilità di giungere in qualche modo sano e salvo a Treviso, senza essere intercettato, erano buone. Certo, la scelta era stata tra la capitale della Marca e Feltre e Cividale di Belluno, quali avvertire per prima: qualcosa però suggeriva ad Hironimo che quel vigliacco del Bataja, ben al riparo a Miesna, avrebbe adempiuto perfettamente al suo nuovo ruolo di corriere, riferendo la situazione a sier Zuanne Dolfin e a sier Nicolò Balbi.  

Magra consolazione per loro e bisognava affrettarsi.

Portandosi al caminetto, il giovane patrizio cercò a tentoni la rientranza segreta sul raccordo della canna fumaria, estraendo una piccola borsa con 200 ducati, ciò che aveva faticosamente messo da parte per le paghe dei soldati. Un risolino isterico gli sfuggì di bocca: con quei soldi ci avrebbero pagato Caronte!

Dopodiché, raccolti tutti i registri, le mappe del territorio nonché l’intero pacco con la corrispondenza coi podestà e i provveditori, il Maggior Consiglio, il Collegio, i Dieci e i Pregadi, li gettò uno ad uno nel fuoco, assicurandosi che di essi non rimanesse altro se non dell’inutile cenere. Forse non sarebbe servito a nulla, nondimeno non poteva cavarsi un certo senso di soddisfazione nel privare il nemico di ogni qualsivoglia forma di bottino.

E a tal proposito …

“Lo so, dolcezza mia. Lo so. Non mi vuoi abbandonare, tu, più fedele d’un cristiano.”

Oggettivamente appariva logico affidare Eòo a Cabriel, il messaggero scelto per quella delicata missione e dunque bisognoso del corsiero più veloce e resistente, tutte qualità risiedenti in quell’animale fedelissimo da Hironimo amato più d’un essere umano, per il quale era entrato in cavalleria appunto per non doverlo cedere e al contempo evitare la multa di 25 ducati [4]. Ma il cuore, hé, il cuore gli aveva suggerito quella scelta per non dover sopportare il dolore di vedere il suo preziosissimo Eòo ridotto a bottino, finendo nelle cupide mani dei francesi o dei tedeschi.

Baciò la fronte dell’adorato cavallo, suo compagno sia nelle felici e spensierate cavalcate estive a Fanzolo sia nelle massacranti missioni notturne di disturbo operate dalla cavalleria leggera.  Hironimo lo accarezzò  tristemente, gli occhi fissi in quelli grandi e liquidi dell’animale che ricambiava solenne, quasi avesse compreso trattarsi di un addio.

“Hai ben capito?”, si riprese, staccandosi a forza dal corsiero per istruire Cabriel, montato timidamente in groppa, in quanto ben conosceva la protettività del suo castellano nei confronti dell’animale, arrivando a sfuriate tremende verso il malcapitato cui toccava ferrarlo se l’operazione non rientrava nei suoi gusti. “Questa lettera la consegni direttamente in mano al provveditore sier Zuam Paulo Gradenigo, solo al sior provedador, a nessun altro! Manco al podestà! Al camerlengo [5], invece, gli darai questa” e il ragazzo si ritrovò la mano pesante col denaro. “E mi raccomando: fatti riconoscere sia dagli stradioti che dai villani, se vuoi evitare di morir sul posto, quelli prima t’assassinano e poi ti domandano il nome. Comprendestu?”

Cabriel annuì energicamente, tirando su col naso.

“E non piangere, non sei un poppante!”, lo rimbeccò aspramente Hironimo, mentre faceva cenno a due soldati di aprire quanto più discretamente possibile l’entrata sud della fortezza, in direzione di Treviso. L’ingresso non era munito di saracinesche, bastando i ponti levatoi ad aprire e bloccare il passaggio, i quali vennero calatati lentamente, manovrando rapidi e guardinghi gli argani e le pulegge.

“Perdòname, zelenza, pensavo ai mii fradeli qui …”

Il giovane patrizio si morse l’interno della guancia, mascherando la propria pena nel realizzare per colpa di quelle parole quanto poco adeguatamente egli stesso si fosse congedato dalla sua famiglia. Sua madre, la sua roccia, lo aveva supplicato in ginocchio di ripensare alla sua decisione, quando Hironimo si era offerto volontario di sostituire Lucha. La donna gli aveva ricordato la sua inesperienza nel gestire una fortezza così strategicamente importante, concessa solo a reggenti di provata competenza e fiducia. Essere un valente cavaliere non fa di te necessariamente un buon comandante,  lo aveva ammonito. Invece d’apprezzare il suo consiglio, Hironimo s’era sentito infantilmente offeso, ribattendo stizzito di non trattarlo alla stregua di un moccioso e ricordandole che qualcuno doveva pur onorare quell’incarico ottenuto a gran fatica, visto che né Carlo né Marco avevano dimostrato sufficiente fegato e amor patrio per rimpiazzare Lucha. E ciò lo aveva affermato proprio davanti a Marco, che s’illividì a tal punto da proferirgli i peggior epiteti e Hironimo realizzò come in un sol colpo, pur di difendere la sua vanità, avesse disprezzato il consiglio materno e insultato i suoi fratelli maggiori.

E questo appena tornati dal funerale della loro sorellastra, Crestina Miani Molin "Murlon".

“Quando sarai a Trevixo”, aggiunse il giovane Miani all’ultimo momento, costringendo Cabriel a fermarsi e girarsi, “porta questo cavallo a mio fratello Marco e riferiscigli che non avrà più da invidiarmelo. Digli anche che mi dispiace d’avergli dato del vigliacco.”

Anni addietro, alla nascita di Eòo, lui e Marco accapigliandosi avevano litigato come pazzi per decidere a chi sarebbe toccata quella magnifica creatura. Siccome Hironimo era il più testardo, con più fiato nei polmoni e ovviamente l’ultimogenito, sua madre aveva ceduto in suo favore, al che Marco s’era vendicato spingendolo dritto a faccia ingiù nello sterco, sorprendendolo di spalle nella scuderia mentre si godeva ignaro il suo ennesimo regalo.

Se così poteva fare ammenda …

La porta venne chiusa e con esso l’ultimo residuo dei tempi passati.

Cor mio, così dunque doveva finire la mia vita? In gabbia peggio d’un sorcio? Fosse stato almanco in battaglia, in groppa al mio Eòo e con te al mio fianco …

“Domino Vetor”, si scosse il giovane dal suo momentaneo incantamento, raggiungendo rapido il capitano feltrino. Costui s’era assai distinto negli ultimi due anni di guerra, guidando coraggiosamente la riconquista della sua città natale e bloccando l’anno successivo le truppe del principe di Noltz presso la Scala. Era stato il primo ad entrare a Castelnuovo di Quero – o quel che n’era rimasto – dopo averlo espugnato di nuovo ai tedeschi. Se c’era qualcuno di cui fidarsi per una sortita di cavalleggeri, Vetor Pozzo era il suo uomo. “Tenetevi pronti con la vostra compagnia: in caso il nemico dovesse entrare in questa fortezza, dobbiamo sbarrargli la strada per Feltre.”

“Non proseguiranno per Trevixo?”, s’informò il capitano.

“Quello è il loro piano, tuttavia hanno due città poco distanti e codesti branchi di cani sono perennemente affamati.”

“Provvedo a radunare i miei uomini, allora”, concluse il feltrino, proseguendo verso le scuderie.

“Eccellenza”, si avvicinò il cappellano al giovane Miani, prendendo il posto di Vetor Pozzo che s’era appena allontanato, “stiamo per celebrar Messa”, forse l’ultima, “non desiderate venire a comunicarvi?”

Hironimo lo fulminò con lo sguardo. “A che pro pregare?”, chiese sardonico, il bel volto distorto in una smorfia ferina. “A meno che non faccia scendere una legione d’angeli per tagliare a pezzi i franco-imperiali, per me si tratta d’una perdita di tempo. D’altronde”, interruppe con veemenza l’obiezione dell’uomo senza concedergli tempo d’esprimersi, “se missier Domino fosse veramente giusto e misericordioso, avrebbe fulminato già da anni quel cancaro fiorentino [6] bestemmiatore che siede a Roma, quel figlio di femmina pubblica che ci ha aizzato contro questi barbari maledetti, bravi solo a saccheggiare le nostre terre, a bruciar tutto, a sgozzare i nostri fanciulli e a violentare le nostre donne. No, Iddio se ne sta sul suo bel trono d’oro a guardare noialtri soffrire alla stregua di cani, permettendo che ogni nefandezza in terra accada impunemente. In due anni di guerra, non L’ho visto difendere né la vedova né l’orfano, né liberare nessuno dal nemico. Dio non ci stima nulla, o avrebbe già provveduto.”

In altre circostanze, ovvero come accaduto negli ultimi cinque mesi, il religioso avrebbe ribattuto tenace il suo disappunto, sospirando e roteando gli occhi, ma fiducioso di possedere abbastanza tempo e risorse onde persuadere quell’ostinato castellano a riallacciare i rapporti col Padreterno. Adesso, a maggior ragione, non confidando nella sua salvezza terrena malgrado l’abito indossato, egli avvertiva l’impellente necessità di concludere quell’ultimo compito, così da presentarsi dinanzi a San Pietro senza rimpianti. “Capisco le vostre obiezioni, nondimeno considerando le circostanze …”

“Colendissimo padre, voi siete un uomo dabbene, non lo nego e vi rispetto per la vostra devozione ed onestà. Se volete dir Messa, fatevelo: se può dar conforto a questi valent’uomini, ben venga. Quanto a me, però, come vi dissi al nostro primo incontro e come vi dico oggi, vi prego di non costringetemi a partecipare.”

Il cappellano scosse il capo e ritornò alla piccola cappella, sconfitto e il cuore grave da tale ostinatezza, dispiacendosi per quell’atteggiamento da turco del giovane patrizio. Un vero peccato, cogitava mesto, contemplare un’anima così passionale eppure perduta …

Alle prime luci dell’alba ripresero le cannonate e quindi altri spruzzi in faccia.

 

***

 

Sier Ferigo quondam sier Hironimo Contarini di San Cassan non si era mai fatto scrupoli di nascondere i suoi pensieri: quando c’era da mandare in malora, mandava in malora; quando c’era da lodare, lodava. Poco gli importava del suo interlocutore, se nobile o plebeo, la sua filosofia di vita si riassumeva nel chiamare sempre il diavolo col proprio nome. Tale sfrontata coerenza l’aveva portato a difendersi due anni addietro con disarmante schiettezza dinanzi ai Dieci, narrandogli di come avesse evitato la cattura a seguito della capitolazione di Asola travestendosi da soldato mantovano e nascondendosi nell’ultimo posto, dove il marchese Francesco Gonzaga l’avrebbe cercato, cioè a Mantova stessa, da dove Ferigo era tranquillamente ripartito per Venezia in barca.

Senza peli sulla lingua, audace ma non sventato, alla fresca età di ventinove anni Ferigo malgrado la disfatta e rocambolesca fuga da Asola venne nominato ugualmente sulla fiducia provveditore di Cividale del Friuli, una scelta rivelatasi lungimirante ché il giovane si dimostrò ben presto un eccellente militare, collezionando spettacolari vittorie in Friuli, nel Vicentino, nel Veronese e nel Polesine; si distinse mirabilmente a Ficarolo, Sassuolo e Mirandola. Al punto che si volle affidargli le truppe più bellicose e indisciplinate, cosicché appena trentenne divenne provveditore degli stradioti (un primato in assoluto considerata la giovane età) che governava col proverbiale bastone e carota, punendo in maniera esemplare ogni forma d’insubordinazione ma al contempo lasciando ai suoi uomini una ragionevole libertà di far bottino, arrivando perfino a giustificarli all’occasione.   

Ovunque andasse, il Contarini seminava il terrore tra i suoi nemici e lo potevano ben testimoniare il Duca di Brunswick Erich I di Brunswick-Lüneburg der Ältere o il condottiero Andreas von Liechtenstein che in più occasioni se lo videro piombare addosso all’improvviso peggio d’un rapace, incapaci di reagire al violento impeto dei suoi attacchi e la frase “vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” assunse per i suoi avversari un significato meno spirituale ma assai più terreno. Grazie alle sue imprese, la famiglia apostolica dei Contarini a gran voce poteva vantare con orgoglio la sua discendenza dagli Aurelii Cotta, prefetti del Reno [7]. Ferigo, al contrario, si schermiva con pragmatica modestia e a chi lo chiamava un Druso, un Germanico o un Ettore, egli rispondeva con un sorrisetto sfottitore: “Puoah! Non avete un miglior paragone? Sono finiti tutti assai male!” 

E sempre con quel suo atteggiamento di chi sa ciò che vale e non accetta contestazioni, egli si presentò a casa del provveditore sier Andrea Griti e perdiana stavolta l’avrebbero ricevuto.

“Me spiace, missier provedador, ma la frebe di sier Griti non è miorata, el sente fredo e caldo e anzi, el dotor è lì per trar sangue.”

“Polelo parlar?”

“Sì?”

“Donca, cavate e lassame passar!”

Fortunatamente per il povero segretario, già in posizione perfetta per una solenne spintonata, gli comparve salvifico da dietro sier Polo Malipiero, il fratellastro del Griti e i suoi occhi umidi ed arrossati non tradivano nulla di buono. “Sier Ferigo, prego, entrate”, gracchiò, tirando su col naso.

“Come sta?”, s’informò sottovoce il giovane provveditore, scansando di malo modo il segretario, il quale giudicò conveniente battere a saggia ritirata, borbottando tuttavia come a furia di star cogli stradioti anche missier Contarini si comportasse in identica cafona maniera.

“Temo che per mio fradelo sia la fine: il medico non porta buone nuove. Ho tentato di persuaderlo a rientrare a Veniexia, ma lui non vuole, non con sier Christofal anch’egli in letto ammalato.”

“E parrebbe tutta Italia con loro: il dottor Hironimo Donado ci ha giusto confermato come a Roma anche il Papa stia giocando a dadi con la morte.”

Polo Malipiero assunse un’espressione disgustata. “Il diavolo volesse pigliarselo una volta per tutte …”, mormorò rancoroso. “Adesso s’è pentito – el cancaro! – d’aver chiamato i barbari in Italia, adesso che minacciano i suoi di territori.”

“Il mal italico”, sentenziò Ferigo, “sta nel rimettersi nelle mani degli stranieri per risolvere questione interne, manco fossero un demiurgo che agisce pel ben e gli interessi nostri, non capendo che così facendo offriamo la testa alla scure.”

“Voi due là, avete finito di spettegolare fitto-fitto peggio delle lavandaie?”, li interruppe sier Andrea Griti dal letto, nervoso quanto un leone a digiuno in gabbia e malgrado il contesto non proprio roseo, quello sfogo provocò un risolino divertito nei due uomini, alleggerendo la tensione vigente.

La stanza puzzava dell’aria stantia tipica dell’ammalato, non avendo infatti aperto le finestre sin dall’inizio della malattia del provveditore e ciò appariva più che giustificabile considerato come l’intero padovano pareva di recente flagellato da febbri improvvise e mortifere, accarezzando l’ipotesi che si trattasse di malaria a causa delle continue deviazioni dei fiumi e rotture dei canali, perciò favorendo l’elemento palustre mai completamente debellato dalla pianura veneta.

Sier Andrea giaceva in letto pallido quanto le lenzuola, forse più per il salasso cui il medico in quel momento lo stava sottoponendo che per la febbre di per sé, la quale comunque manifestava la sua salda presa sull’uomo sudato eppure tremante, il viso torvo per quella degenza forzata, un insulto al suo spirito attivo ed energico. Sedutagli accanto, la sua concubina greca Melpomeni [8] gli teneva la mano, tastando di tanto in tanto la fronte che inumidiva con un panno bagnato. Le sue nipotine Benedeta e Viena Griti erano già salite su di un burchiello diretto a Venezia, accompagnate dalla madre madona Maria Donado Contarini. Il loro nonno aveva veementemente insistito, poiché temeva il contagio se non da lui da qualcun altro, essendo la febbre un male sottile e vigliacco, rapidissimo ad ingoiarsi un’intera città, come Padova in quel momento. Inoltre, era giusto che ritornassero dal loro patrigno, sier Sebastian Contarini.

“Sier Ferigo, mi consola saper almanco voi in piedi”, fu il saluto del provveditore, contento sia di quella visita sia della fine del salasso. “Come si porta il magnifico provedador sier Christofal Moro?”, s’informò, invitandolo a sedersi seppur a debita distanza.

“Esattamente come voi: un giorno migliora, l’altro peggiora. Anche il governatore, il signor Lucio Malvezzi, si è buttato in letto; è da ieri che non si leva.”

Andrea grugnì, puntellandosi sui gomiti e aiutato da Melpomeni, che gli sistemò meglio il cuscino dietro la schiena. “E la cagnara della notte scorsa?”

“Un falso allarme: le sentinelle credevano aver scorto dei cavalli nemici. Ma il magnifico provedador sier Polo Capelo è rimasto comunque al bastione de Cao Longa per accertarsi.”

Sier Griti annuì sollevato.

“Inoltre, stamattina sono stati inviati alla volta di Trevixo i 3000 ducati assieme ai 500 fanti più gentiluomini a seguito, come da voi istruitomi. El vostro sior cugnado sier Zuam Paulo [9] sarà contento, almanco per qualche settimana”, aggiunse Ferigo, la cui venuzza sardonica nel tono di voce non sfuggì al suo collega più anziano, che di fatti ribatté stancamente:

“Sier Ferigo, già sappiamo la vostra opinione in materia …”

“Dunque, se si conosce la mia opinione, perché stiamo qui a succhiarci il pollice, invece d’uscire alla volta di Vicenza ed espugnarla? A presidiarla è rimasta poca gente, non sarà un’impresa impossibile! Mare de diana!”, sbottò con veemenza, battendo i palmi delle mani sulle cosce, “cosa stiamo aspettando? Bassan, Axolo e Castel Francho si sono arrese senza combattere! Se non reagiamo, i nemici non esiteranno ad attaccarci perché ci sapranno deboli!”

“Quindi, secondo voi, Vicenza s’è svuotata perché ci stanno venendo in bocca?”, volle conferma sier Polo, lanciando un’occhiata ansiosa al fratellastro, che convenne:

“Corretto. E senza Vicenza non avranno alcun luogo dove riparare, dopo la sconfitta a Trevixo. Dico bene, sier Ferigo?”

“Sì, ma chi ci assicura che l’impresa sarà a Trevixo?”, insistette Malipiero, anticipando l’altro provveditore. “Le nostre spie ci hanno riferito come la Peliza stia puntando invece qui a Padoa.”

“La Peliza, come tutti i francesi, dice una cosa e ne fa n’altra”, gli spiegò il Contarini. “Se hanno messo questa ciancia in giro, l’è per confonderci. A tal proposito, abbiamo catturato una staffetta del gran maestro il signor Gastone de Foys: da Millan son partite 400 lance, 4000 fanti e 12 bocche di cannone, tutte dirette a Marostega. Nella lettera è stato scritto chiaramente come l’Imperador debba trovarsi a Castel Novo de Quer, se vuole che il Roy di Franza continui a prestargli danaro. E dove conduce Castel Novo? Inoltre, da Marostega passando per Axolo, Castel Francho e Monte Beluna, è molto più facile e veloce puntare su Trevixo che su Padoa.”

Meditando in silenzio, Andrea Griti soppesò i pro e i contri. “Ragionate pulito, ma dubito che il governatore vi darà licenza de partir per tale impresa. Troppo rischioso.”

Ferigo serrò caparbio la bocca, raddrizzando il collo. “Non fallirò, se è questo ciò che teme.”

“Solo perché siete sempre stato vittorioso in battaglia, non significa che siete immortale”, gli ricordò perentoriamente il Griti. “Un assedio è rischioso e sussiste sempre la possibilità, che da Marostega il nemico cangi idea e ripieghi a Vicenza come campo. E se fosse così? Che fareste voi allora? No, spezzate le gambe ai rifornimenti per l’impresa di Trevixo mentre il nemico è in viaggio, ma non tentate né un assedio né di dar battaglia se non alla vostra portata. Non possiamo sguarnire troppo Padoa, sbilanciandoci in caso di centroattacco: ricordate, sier Ferigo, che la fortuna, gran puttana, potrebbe girar in malo modo anche per voi.”

 

 

Continuare con azioni di disturbo, in modo da spingere via i nemici dai confini del territorio padovano e al contempo ritardare il cammino di quella parte d’esercito già diretta alla Valle della Piave.

Non sarà stata quella la risposta che sier Ferigo Contarini aveva desiderato ottenere da quel colloquio col Griti -  a onor del vero aveva sperato in un’intercessione del provveditore generale presso il governatore, sponsorizzandogli l’impresa. Tuttavia, la prospettiva d’uscire per una qualsiasi missione da quella città malata e dall’aria mefitica finalmente s’era concretizzata, liberandolo dal cruccio di dover sprecare il suo tempo sia a punire gli irrequieti stradioti (e giustamente, la paga era in ritardo) sia a fronteggiare giornate intere chiuso in ufficio a Palazzo della Ragione a scrivere, firmare e leggere lettere e documenti. Perfino aiutare sier Polo Capelo nella supervisione del rafforzamento del bastione di Codalunga lo annoiava.

Sospirando pesantemente, il giovane provveditore si diresse quindi verso Palazzo Contarini dietro al Duomo, sperando che la notizia potesse rallegrare in qualche modo il suo amico e lontano parente Marco di Zacaria Contarini "dai Scrigni", il quale versava in un umore nero bestemmia da quando aveva appreso della presenza dell’Imperatore – vera o pianificata che fosse – a Castelnuovo di Quero, là dove si trovava a suo presidio il loro comune amico Girolamo Miani. Dopodiché sarebbe rincasato, così da notificare anche suo fratello Marco Antonio delle ultime novità. 

Sennonché …

“Ah! E’ scappato via, quel mille volte ingrato! E senza dirmi niente! Figlio mio, perché sei stato così crudele verso di me?”

Ma che diamine …?

“Toffolo, cos’è questo carnevale? Che fa madonna ancora in casa? Non la doveva partire oggi per Veniexia?”

“Ah, patron, zelenza, se vui savesse che tragedia! Altro che andar a Veniexia: la mia povera patrona la more de doja, mezza matta!”, gli rispose mesto Toffolo, il servitore, aprendogli il portone e ad accogliere l’uomo a Palazzo furono le urla ferine miste ai pianti di madona Alba Donado Contarini, unite all’esclamazioni esasperate del figlio Francesco, che tentando di calmarla aumentavano per effetto contrario la sua isterica collera. “Siora Mare, calmatevi ve ne prego, o farete radunar tutta Padoa sotto i nostri balconi!”

“O correte a riprender vostro fradelo o tacete, razza de polaco!”

Sorprendentemente, a completare il giocondo quadretto si trovava lì anche sua madre, madona Ysabela Falier relicta Contarini, la quale osservava il tutto attorcigliandosi le dita, indecisa se dar man forte o meno a sier Francesco in evidente difficoltà contro quella belva umana di sua madre.

“Ah, eccolo qua, el Juda Scariota!”, comparve a Ferigo improvvisamente sotto il naso la donna, galoppando giù dalle scale, gli occhi iniettati di sangue e i capelli selvaggiamente in disordine, tanto che lo zendale in testa le penzolava negletto. “La xé tutta colpa vostra se qui me moro!”

Indicando seccamente a Toffolo di serrare il portone onde non dar spettacolo in strada, Ferigo domandò tra il confuso e lo scocciato: “Mia, siora Alba? E in che modo v’avrei strapazzata?”

Sua madre afferrò madona Contarini per il braccio, allontanandola dal figlio. “Alba, per carità, lasciate star. Non è colpa di nessuno, se non dello stesso Marcolino.”

“Ah, no?”, ribatté l’altra, asciugandosi furiosa le lacrime. “Chi ha riferito a mio figlio, che l’Imperador si dirigeva verso Trevixo? Chi gli ha detto, che sicuramente avrebbe attaccato Castel Novo di Quer?”

“E donca? Indove xélo el mal in zò?”

La mano di Alba si mosse convulsamente, indecisa se schiaffeggiare Ferigo o se cavargli gli occhi. “Indove xélo el mal? Marco è partito stamane coi 500 fanti e altri zentilomeni alla volta di Trevixo, e senza una parola, senza un saluto e soprattutto senza il mio permesso! Come avete potuto perderlo di vista così? E’ troppo giovane per un fronte sì periglioso come quello di Trevixo!”

Ah, dunque tutti quei discorsi del suo amico non corrispondevano a vuoti propositi, atti a metter solo in allarme la famiglia: alla fine sul serio aveva trovato il modo di partire anche se di nascosto, checché ne pensasse sua madre. Ah, borbotterebbero i vecchi moralisti, gioventù discola sempre ad agir di testa propria! 

“Zovane sì, siora Alba, ma non puto. Il Marcolin ha fatto la sua scelta, voi fate la madre savia che la smette d’impicciarsi nelle questioni d’un uomo adulto!”

Se sua madre e Francesco non si fossero praticamente gettati su di lei, a quest’ora madona Alba avrebbe tenuto in mano lo scalpo di Ferigo, il quale comunque intuite le intenzioni della donna, aveva ugualmente indietreggiato di qualche strategico passo.

“Can! ‘Ssassin! Vui me volé morta!”

Certo però che madona Alba non imparava mai la lezione; insomma, già Marco le era sfuggito una volta praticamente da sotto il naso, quando neppure ventenne era giunto volontario alla difesa di Padova nel settembre del 1509. Perché  stupirsi, quindi, di un bis da parte sua? Gliel’aveva perfino annunciato in più occasioni, peccato che nessuno dei suoi l’avesse preso sul serio, accusandolo di puerili millanterie.

Saggiamente, Ferigo optò per un silenzio da sfinge (aveva promesso all’amico di non tradire il vero motivo della sua partenza), lasciando che madona Alba si sfogasse ben bene su di lui, coprendolo d’accuse e insulti. Non glielo rimproverava, del resto: suo marito sier Zacaria e suo figlio Piero da ben due anni erano rispettivamente prigionieri a Parigi uno e a Perpignan l'altro, naturale che si preoccupasse a morte degli altri rimastole, arrivando a momenti a sequestrarli mettendoli sottochiave. Non c'era però niente di cui preoccuparsi: suo fratello sier Andrea Donado “dalle Rose” era podestà a Treviso e sicuramente avrebbe tenuto sott'occhio il nipote discolo.

Assordatosi quindi convenientemente, Ferigo si distraeva invece contando mentalmente il numero di stradioti necessari per cavalcare rapidi in direzione di Marostica ma sufficienti per sostenere un attacco vincente. Magari ne avrebbe discusso col conte Guido Rangoni, una volta tornato dalla sua missione a Longara per deviare il corso della Bacchiglione. Infatti, aveva in progetto una piccola modifica al piano originale approvato sia dai provveditori che dal governatore e cioè di non limitarsi a rallentare i rinforzi per il maresciallo, rubandogli soltanto qualche arma, ducato e vettovaglia. No, avrebbero al contrario ingaggiato le truppe nemiche in una vera e propria battaglia, annientandole.

Il de La Palice poteva anche marcire in loro attesa fino al Giudizio Universale: a Castelnuovo non sarebbe arrivato nessuno.

 

***

 

Sapristi, capitaine Mercurio! Com’è possibile che una fortezza difesa da un’accozzaglia di disperati riesca a tenerci in scacco da più di un giorno?”, si lamentava il maresciallo e Gran Maestro di Francia Jacques de La Palice nel suo accampamento di fortuna tra Quero e Vas.

Per l’intera giornata la situazione era rimasta la stessa, sfrontatamente immutabile: Castelnuovo incassava i colpi dei cannoni, li contraccambiava con precisa e micidiale parsimonia, e non si riusciva ad avvicinarsi. Si era tentato un assalto, purtroppo fallito: ai franco-imperiali s’era mozzato il respiro non appena immersa una gamba nelle acque della Piave e alcuni di loro rischiarono d’annegare o annegarono proprio, avendo infatti messo il piede in un dislivello o scivolando su di una pietra erano inciampati, finendo in acque più profonde. I mulinelli, rapidi, avevano ghermito questi malcapitati trascinandoli seco e coloro che non erano stati prontamente afferrati dei compagni, ad un certo punto svanirono dalla superficie, invocando inutilmente soccorso. I pochi fortunati che riuscirono ad arrivare sotto il Castello divennero ben presto preda dei balestrieri marciani.

Dulcis in fundo, aveva ripreso a piovere a dirotto e aumentò il malumore dei soldati, assai frustrati da quell’affatto gradito tiro al bersaglio (dove loro erano il bersaglio); incominciarono di conseguenza ad eseguire di malavoglia gli ordini dei loro capitani, al punto da considerare l’opzione alternativa di prendere un’altra strada per giungere a Treviso e neppure la prospettiva delle più vicine Feltre e Cividal di Belluno più li allettava. Meglio impiegarci più tempo e vivere, che pigliare una scorciatoia e lasciarci nel tentativo le penne.

Sfortunatamente per loro, un messo dell’Imperatore recava la notizia di come Maximilian si stesse dirigendo da Bolzano per scendere a Castelnuovo di Quero, dove avrebbe sostato in attesa di ricongiungersi con le truppe provenienti o da Vicenza o Marostica inviatigli dal governatore di Milano, il duca Gaston de Foix-Nemours. 

Et à propos du Duc de Nemours, si sovvenne all’improvviso il maresciallo La Palice, come mai quell’inusuale silenzio da parte sua? Neanche due righe di biglietto! A quest’ora il contingente doveva essere già in marcia, eppure non una lettera di conferma, non un messaggero. Tali negligenze non erano da lui. Bizarre, très bizarre …

“Se si mette un gatto all’angolo, pur sapendosi fisicamente più debole esso soffia e cogli artigli punta agli occhi del suo opponente”, lo distolse il capitano Mercurio Bua dalle sue elucubrazioni, rispondendo alla sua frustrata domanda. Seduto sul bivacco accanto lui,  l’intera postura del greco-albanese si presentava talmente rilassata, da sembrare più a riposo da una partita di caccia che nel bel mezzo di un assedio. Dinanzi all’espressione accigliata de La Palice, il mercenario precisò: “Il punto è, monseigneur, che non a tutte le città e castelli basta la vista delle nostre insegne per arrendersi. Fortunatamente alcuni s’ostinano nella difesa, rendendo questa guerra un po’ meno monotona.”

Il francese lo guardò come se si fosse ammattito. “Trovate dunque diletto in tutto questo?”, inquisì scandalizzato, ripensando agli eventi di quell’infruttuosa giornata, a quella bolgia infernale di spari, sibilo di frecce e scatti di balestre, boati di cannoni e urla quasi animalesche tra imprecazioni e bestemmie.

Fu il turno del Bua d’indurire la sua espressione. “Ho i miei motivi per non aver ancora disertato l’Imperatore”, disse e de La Palice si domandò se stesse forse alludendo al cambio di bandiera avvenuto esattamente un anno fa da parte di suo fratello Teodoro Bua, servendo ora quest’ultimo con gran fervore la Serenissima.

“Lo dimostrate molto male, capitaine. Sembra quasi che non v’interessi prendere Castelnuovo.”

Il greco-albanese gli rise in faccia beffardo: “Quando la Cesarea Maestà mi pagherà come voglio io, allora combatterò come vuole lei.”

Il maresciallo si rilassò: in fin dei conti i mercenari erano anime davvero semplici! “Et bien, una volta espugnato Castelnuovo, potrete appropriarvi di qualsiasi cosa vi sia di gradimento al suo interno.”

L’intera postura del capitano di ventura si rianimò, scattante e sull’attenti, mentre un’espressione feroce gli contorceva i lineamenti: “Qualsiasi cosa?”, esigette conferma, sporgendosi famelico verso il maresciallo e fissandolo intensamente.

“Avete la mia parola. Posso fidarmi?”

“Jamais, monseigneur, jamais! La mia gente si fidò della clemenza dei turchi, per finire poi impalata sugli spiedi come fagiani o segata in due. Per questo, io rispetto di più chi resiste fino alla morte piuttosto che fidarsi dell’onore vero o presunto del suo avversario”, gli confidò tra il sincero e il sardonico, esibendosi per l’ennesima volta in quel suo tipico altalenare d’umori che applicato in battaglia lo rendeva imprevedibile, ingestibile e inarrestabile.

“Abbiamo dunque un accordo, monseigneur de La Palice”, rimarcò solerte il Bua,  istruendo a Zilio Madalo, suo luogotenente, acciocché alle prime luci dell’alba chiamasse a raccolta i suoi stradioti. E rivolgendosi poi alla loro guida, Borlholamio, domandò in veneziano:  “Donca, sto passajo dil qual ti me parlavi e che porta all’entrada dil Castelo, indove se trova?”

 

Nemmeno in mill’anni avrebbe potuto Hironimo immaginare, quanto il suo paragone con Leonida calzasse a pennello con la situazione sua e dei cinquanta difensori di Castelnuovo di Quero: oltre ad aver praticamente gridato al de La Palice un inequivocabile “Molon labe!” [10], come il re spartano anche loro dovettero subire il tradimento di un Efialte, tal Borlholamio, il quale conosceva un altro sentiero di montagna assai ideale per il contrabbando e che aggirava il Castello, talmente ben nascosto da sembrare innocuo ad occhi profani e pertanto sfuggito alla pur meticolosa ricognizione del territorio da parte del giovane castellano.

Non ebbero neppure il tempo di voltarsi, che la porta sud esplodeva in un enorme boato e in una grassa nuvola scura di polvere e pietre, seguita da un istante di mortifero silenzio che poi sfociò nelle urla bellicose degli assedianti pronti all’irruzione attraverso la breccia.

Il loro arrivo, però, sortì l’effetto d’innescare una piccola accortezza preparata da Hironimo come ultima spes la notte precedente, memore della lezione appresa a Padova dal condottiero Zitolo da Perugia: all’ingresso del cortile interno avevano piazzato della polvere da sparo e i primi malcapitati fecero la medesima fine della porta, rallentando per un istante l’impeto dell’assalto, ma ben presto una seconda ondata si riversò dalla parte opposta e gli assediati adesso erano pronti a puntargli addosso balestre e gli schioppi.  Non soddisfatti, a quelli che la scamparono vennero gettati addosso i fuochi ardenti, trasformando gli assedianti in torce umane e così illuminando la sera già di suo di un bel rosso vermiglio. Il fuoco faceva esplodere i loro schioppi e archibugi, coinvolgendo in piccole esplosioni non soltanto chi lo reggeva ma anche chi gli stava accanto in una mortifera reazione a catena.

“Bruseli tutti! Bruseli tutti!”

Piccoli stratagemmi, però, buoni a ritardare l’inevitabile ché non si poteva trattenere l’acqua con le mani e appunto  passati gli iniziali momenti di sconcerto e smarrimento, i nemici impiegarono maggior vigore nell’assalto, bramosi di sfogare i giorni di frustrazione e pioggia battente in testa, senza un granché di cibo e senza paga.

Francia! Impero!  - gridavano quelli, arrampicandosi quasi pur di raggiungere i soldati marciani.

Marco! Marco! – replicarono i difensori del castello, venendogli incontro con le armi in pugno.

Dopodiché, fu l’inferno del corpo-a-corpo e l’aria s’ammorbò di sangue.

 

***

 

A Domenico da Modone con uomini 189 era stato incaricato di sorvegliare il tratto di mura che dalla cittadella conduceva al bastione del Sile; da lì, in direzione di Santa Maria fino alla Porta di San Tomaso con uomini 221 se ne sarebbe preso cura Carlo Corso. Dalla porta di San Tomaso fino al ponte della Botteniga ci sarebbe stato a presidiare Paulo Baxilio con uomini 100 e da quel punto fino al lazzaretto Cipriano da Forlì avrebbe provveduto alla difesa con uomini 238 per concludere il cerchio con Vigo da Perugia e i suoi fino alla cittadella.

Queste erano state le disposizioni di sier Zuam Paulo Gradenigo, provveditore generale di Treviso, e dal signor Renzo Orsini di Ceri, capitano di fanteria per le pattuglie sia diurne che notturne delle mura. I due avevano in aggiunta ordinato che anche i gentiluomini giunti da Padova e Venezia contribuissero dandosi il turno nella ronda. Quanto all’Orsini e al Gradenigo, erano lì ogni notte o a consultarsi coi capitani e i connestabili sulla caminada o a cavallo a controllare che le ronde si svolgessero in ordine senza intoppi. 

Quella mattina del 27 agosto, tuttavia, l’energico provveditore si trovava in compagnia del capitano Vitello Vitelli e di sier Lunardo Zustignan q. sier Unfrè, avendo avuto infatti al pomeriggio scorso un acceso diverbio con Renzo di Ceri circa il comportamento affatto consono dei suoi fanti alloggiati nelle case dai recalcitranti trevigiani, i quali contraccambiavano la loro maleducazione finendo spesso alle mani e il povero auditore sier Piero Antonio Morexini stava impazzendo per il numero crescente di querele di padri, fratelli, mariti e fidanzati esasperati per le continue e volgari avances fatte alle loro donne, quest’ultime in realtà non tanto indifese quanto si lasciasse adombrare, anzi, se ogni tanto volava un soldato dalla porta di casa, a corrergli dietro con insulti ancor più prosaici era una florida matrona munita di secchia e scopa o la pentola per le castagne. “La prossima volta che te ripeti ste sporcarie a me fia, t’amazaré!” Affacciatesi alle finestre, le vigilantissime vicine di casa davano manforte e terminavano l’opera innaffiando il reo coi fetenti contenuti dei pitali loro e dei congiunti. Coloro che invece erano stati alloggiati nelle case abbandonate dai trevigiani rifugiatisi a Venezia, ugualmente si sollazzavano senza tregua con prostitute, mentre alcuni fanti senza né Dio né Madonne tentavano tramite ogni inganno d’infilarsi nel letto delle monache.

Più volte sier Zuam Paulo aveva rimproverato la fastidiosa malcostume dei soldati e più volte Renzo Orsini aveva promesso di porvi rimedio, ma sia lui sia l’altro Orsini, Troilo, alla fine lasciavano palesemente correre. Il podestà, sier Andrea Donado “dalle Rose” q. sier Antonio el cavalier, neanche ci metteva becco, ripiegando su di una conveniente neutralità. Purtroppo, quest’impasse non stava che peggiorando il temperamento sanguigno dei trevigiani, già di suo pungolato dalla decisione di abbattere la chiesa e monastero di Santa Maria Maggiore – la loro amatissima Madona Granda – per creare l’indispensabile difensivo guasto interno. Il giorno prima, il 26 agosto, si era incominciata in quel quartiere la demolizione di tutte le case fuori e attaccate alle mura, nonché del campanile della Madona Granda tra gli ululati dolenti della gente, che si batteva il petto invocando perdono alla Madre di Dio per quel sacrilegio.  Di conseguenza, le mani pizzicavano e quel pomeriggio accadde, infatti, che un soldato della compagnia di Troilo Orsini avesse allungato le mani sulla moglie di Donado Cimavin, mentre questa usciva dalla chiesa e infischiandosene dello stato di palese gravidanza di madona Felicita (avendo capito ormai i luoghi dove le donne si riunivano, i soldati non ci avevano messo molto per appostarsi strategicamente e lì aspettarle).

Non calcolò l’uomo come anche il signor marito si trovasse alla funzione con lei, rimasto indietro a parlare col prete. Sicché, testimone di tanta sozza tracotanza, Donado aveva ruggito paonazzo in volto: “Coss’elo sto porco negozio?” e afferrato lo zendale della moglie, arrotolandolo lo strinse a mo’ di corda attorno al collo del soldato, trascinandolo lungo il sagrato della chiesa alla ricerca di un palo, incoraggiato dagli astanti che gridavano in estasi feroce: “Apichalo! Apichalo!”

E quando il capitano Troilo Orsini ebbe pure la faccia tosta di querelare Donado Cimavin, l’auditore Morexini esplose, sbraitando spaventosamente: “El gh’ha fatto ben, el gh’ha fatto!”, assolvendo il marito oltraggiato da ogni accusa.

Al che il provveditore Gradenigo aveva aggiunto: “Se voi non mettete un guinzaglio a quei cani in calore dei vostri uomini, li impiccherò io stesso, saveu? Io stesso!” e peccato che a presenziare ci fosse stato anche Renzo di Ceri, che subito tentò di calmare gli animi per poi finire di litigare a voce ancor più grossa col provveditore, minacciandolo di percuoterlo con la sua spada e di impiccarlo.

“Una cheba di matti”, borbottava sier Zuam Paulo, sfogandosi in un irato andirivieni sulla caminada delle mura. “Una vera cheba di matti …”

“E fra poco lo diverrete anche voi, se non la smettete d’agitarvi manco foste un diavol ne l’acqua santa!”

Il provveditore, bloccandosi, si voltò e per la prima volta in tutta la giornata il suo volto si distese alla vista della moglie, madona Maria Malipiero Gradenigo, avvolta in un pesante zendale. Poi, però, ritornò la sua fronte ad accigliarsi: “Non sarebbe questo posto per voi, siora mojer. Rincasate, ché l’aria stanotte è umida e fredda.”

Più che altro, sin dal giorno in cui gli era stata assegnata la difesa di Treviso, l’uomo temeva costantemente in un attacco da parte dei franco-imperiali, specie notturno, e il pensiero che potesse avvenire perfino in quel momento, con la moglie così esposta, lo preoccupava assai. Aveva in più occasioni insistito acciocché ella restasse al sicuro a Venezia coi loro figlioli, ma lei era stata irremovibile: “Nella buona e cattiva sorte, sior marido mio”, gli aveva ricordato e intimamente Gradenigo gliene era grato, non potendo sfogare con nessun se non con Maria i suoi crucci e l’ansia di quell’incarico ogni giorno sempre più oneroso.

Degna sorella del Griti, Maria non si lasciò scoraggiare dalle parole brusche del consorte. “Sì, avete ragione: vengo solo a portarvi un po’ di cena- o meglio, la colazione vista l’ora -  considerato che siete scappato via peggio di un lievero, senza cenare” e gli cedette poco elegantemente una piccola cesta, girando subito sui tacchi. “E comunque”, esclamò perentoria, voltandosi all’ultimo mentre scendeva la scalinata. “Andando avanti così, credo che prima dei franco-imperiali v’ammazzerà la fatica! Va ben stare dietro a tutto e tutti, ma dormir e mangiare, anche le bestie lo fanno! Poi, arrangiatevi, io v’ho avvertito” e lasciò un impacciato marito lì, fermo immobile, in mezzo alla caminada con la cesta in mano.

“In effetti, se posso dir, vostra siora mojer avrebbe ragione”, commentò sier Lunardo Zustignan, con cui quella notte condivideva la supervisione della ronda. “Vi state strapazzando troppo, sier Zuam Paulo, non avete più vent’anni, potete anche riposare una notte.”

“Quando avremo vinto sta maledetta guerra, dormirò per una settimana intera – solo allora!”, dichiarò serissimo sier Zuam Paulo, cedendo il cesto ad una sentinella che non ci pensò due volte a farne bottino.

Da un po’ di tempo l’uomo sentiva delle fitte all’altezza del fegato e la bile gli risaliva acida lungo l’esofago, levandogli l’appetito, molto probabilmente dovute all’ansia di ritrovarsi a difendere una città-chiave della Serenissima sia dalle truppe franco-imperiali sia dai propri disordini interni. Non giovava il fatto, poi, che le sue richieste di rinforzi e denari o non ricevessero risposta o che gli venissero centellinate; ovvio che, senza paga, i soldati stessero dirigendo altrove le loro attenzioni, se alle donne o all’argenteria di chi doveva ospitarli forzatamente in casa. La questione poi della Madona Granda non aiutava, anzi, sua moglie stessa in uno scatto di nervi gli aveva dato del turco, mentre cercava di spiegarle il motivo di quella drastica scelta.

Fortunatamente, il podestà era talmente incompetente e di conseguenza malvoluto da attirarsi la stragrande maggioranza delle antipatie dei trevigiani; ciononostante, il Gradenigo non dormiva sonni tranquilli, addirittura lavorava più del dovuto per dimostrare la sua totale dedizione alla santa causa, da cui le lodi da parte di tutti.

Ma fino a quando?

State attento, sier Zuam Paulo, o metteranno la vostra testa su di una picca, come fecero con Batiano, il trombetta di Leonardo Trissino.

Il racconto di sier Hironimo Marini, il podestà in carica il fatidico 10 giugno del 1509, ancora l’ossessionava, portandolo a scrutare di tanto in tanto dalla finestra del Palazzo dei Trecento la folla in apparenza tranquilla e dedita ai fatti suoi, in realtà un maremoto umano pronto a colpire al primo suo passo falso.

“Fuogi! Fuogi dal Montelo!”

Il provveditore Gradenigo e Zustignan scattarono in avanti verso il parapetto, allungando il collo e gli occhi sgranati alla vista di piccole luci simili a torce illuminare i rimasugli della chiaria.

“Non possono esser già qui!”, esclamò sier Lunardo sconcertato, “L’avremmo saputo!”

Sier Zuam Paulo scosse il capo. “Saccomanni a cavalo, senza dubbio. O cercano i villani … o i villani cercano loro”, asserì concisamente e si staccò dal parapetto, scendendo rapido le scale onde salire a cavallo e raggiungere il capitano Vitelli. “In ogni caso, sarà meglio inviare domani degli esploratori per degli accertamenti. Se i saccomanni si son spinti fin qua, significa soltanto una cosa: che la Valle della Piave è stata invasa!”

E – Dio li scampasse – che la fortezza di Castelnuovo di Quero era caduta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua  

 

 

********************************************************************************************************************

 

Piccola nota: alcuni fiumi in veneto sono al femminile: la Piave, la Botteniga, la Brenta, etc. perciò ho deciso di tenere questo “venetismo” nella scrittura.

A parte questo, come Mercurio Bua abbia espugnato Castelnuovo, purtroppo non si sa con certezza. Un poema greco scritto su di lui nell’Ottocento narra di come, davanti alle lagnanze del Principe di Anhalt, egli si sia messo a nuotare coi suoi stradioti il Piave, assalendo di spalle i marciani.

Ovviamente, si tratta di una narrazione un po’ troppo fantasiosa, poiché attraversare il Piave ingrossato è da sventati in costume da bagno, figurarsi con armature. Eppoi, cosa voleva fare senza armi? In aggiunta nel poema il povero de La Palice è messo da parte, senza contare come il Principe di Anhalt fosse già morto da un anno ai tempi dell’espugnazione di Castelnuovo. Tuttavia, io sono convinta che la parte del giungere alle loro spalle sia plausibile, pertanto ho preso quello spunto e sviluppato con una strategia un po’ meno romanzata.

Alla prossima!

 

Un po’ di noticine:

[1] questi sono i nomi dei militari a presidio della fortezza, che sono giunti fino a noi. I nomi degli altri, così come degli uomini di scorta e dei famigli sia del Nostro che dei suoi capitani, purtroppo, sono rimasti sconosciuti.

 [2] Feltre città natale della primissima infanzia =  stando alla biografia ufficiale, il Nostro è  nato nel 1486 a Venezia nella parrocchia di San Vidal, dove presso il ponte Vitturi si trova il palazzo della sua famiglia.

Tuttavia, in quell’anno suo padre, Angelo/ Anzolo Miani era podestà e capitano di Feltre e secondo il “Liber juramenti rettorum et officialium de extra” e le prescrizioni degli “Statutorum magnificae civitatis et communis Feltriae”, gli ufficiali di Stato erano tenuti a trasferirsi con tutta la famiglia sul luogo del loro incarico, essendo anch’essi compartecipi dei doveri e dei diritti del podestà al momento del giuramento della presa di possesso della podesteria. 

Considerando il viaggio Venezia-Feltre troppo faticoso per un neonato, gli storici di recente hanno avanzato l’ipotesi che forse il Nostro sia nato a Feltre invece che a Venezia; non è da escludere che sua madre, incinta, abbia viaggiato per burchio risalendo il Piave. Purtroppo, sono soltanto speculazioni visto che non sappiamo tutt’oggi il mese e il giorno esatto della nascita del Nostro. Per la storia, ho scelto dunque questa teoria più recente, collocando la sua nascita a Feltre.   

[3] andar a Patrasso = finire male, morire.

[4] multa di 25 ducati = Nell’estate del 1509 venne emanata una grida che chiunque possedesse cavalli doveva cederli alla Serenissima ad uso dell’esercito o incorrere in una multa di 25 ducati per ciascun cavallo trattenuto. Vista la loro importanza, quando si faceva bottino, i cavalli erano le prime prede su cui ci si buttava.

[5]  camerlengo = da non confondere coll’omonima carica nelle gerarchie ecclesiastiche. Nel sistema amministrativo della Serenissima, il camerlengo era colui che amministrava le finanze pubbliche di una città.

[6] fiorentino = fiorentino, in questo caso sodomita. Di sodomia (o  “vizio fiorentino”) s’additava Giulio II stando a certe voci di corridoio riguardo ai suoi gusti effettivamente un po’ ambigui.

[7] famiglia apostolica = per famiglia apostolica s’intendono le 12 famiglie (come gli Apostoli) che si dice fondarono Venezia, tra cui appunto i Contarini, i Morosini (o Morexini) di cui faceva parte la madre del Nostro, i Giustiniani, i Gradenigo e i Corner, etc. Erano anche dette “Case Vecchie”, ovvero esponenti del patriziato più antico. Le “Case Nuove”, invece, erano le famiglie patrizie aggiuntesi o per meriti verso la Repubblica o per ricchezza prima della Serrata,  tra cui ad esempio i Miani, i Gritti, i Malipiero, i Loredan, i Tron (o Trum), etc.

(…) Aurelii Cotta prefetti del Reno = il clan dei Contarini vantava la propria discendenza dalla gens romana degli Aurelii Cotta e in particolare i prefetti del Reno, soprannominati Cotta Rheni, da cui Contareni, venezianizzati in Contarini. Ovviamente, non è storicamente dimostrato, però segue di sicuro la tradizione tutta aristocratica d’inventarsi origini illustri. I Miani, ad esempio, si vantavano di discendere dalla gens Emilia, da cui la latinizzazione (e conseguente italianizzazione) del loro cognome in Emiliani.

[8] prima di dare del fedifrago sporcaccione ad Andrea Gritti, sottolineiamo che egli era rimasto vedovo già dal 1476, anno in cui gli era morta di parto la moglie Benedetta Vendramin, dandogli l’unico figlio legittimo, Francesco, che a sua volta morirà nel 1506, affidando al padre la moglie Maria Donà e le due figlie Benedetta e Viena. Poco più tardi, Maria si risposerà con Sebastiano Contarini, amico del Nostro. Vedovo a soli ventun anni, Andrea decise allora di salpare per Costantinopoli e lì si prese in casa questa donna greca (il nome è inventato, purtroppo lei è rimasta anonima) con cui convisse in monogamia, bisogna dargli credito, e che gli diede quattro figli naturali: Alvise (o Ludovico), Pietro, Giorgio e Lorenzo.

[9]   Gian Paolo Gradenigo aveva sposato Maria Malipiero, figlia di secondo letto di Viena Zane vedova Gritti e di Giacomo Malipiero, quindi sorellastra di Andrea. Oltre a lei, Viena ebbe anche due maschi, Paolo e Michele Malipiero. Il rapporto tra i fratellastri fu sempre ottimo, anzi, in più occasioni Andrea diede prova di grande affetto verso i minori e viceversa.

[10] Molon labe! = Vieni a prenderle!, la famosa risposta di Leonida all’intimazione di Serse di consegnargli le armi.

 

Ritorna all'indice


Capitolo 3
*** Capitolo Secondo: 27-31 agosto 1511 ***


Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato  29.07.2021

***********************************************************************************************************************

 

 

 

 

 

Capitolo Secondo

27-31 agosto 1511

 

 

 

 

Fino a quando, Signore, implorerò aiuto

e non ascolti,

a te alzerò il grido: “Violenza!”

e non salvi?

Perché mi fai vedere l’iniquità

e resti spettatore dell’oppressione?

Ho davanti a me rapina e violenza

e ci sono liti e si muovono contese. [1]

 

 

***

 

 

Un silenzio di tomba regnava su quel freddo e umido meriggio del 27 agosto 1511.

Scioltosi il livido sole dal laccio delle nuvole grigiastre e diradatasi la nebbia della polvere da sparo, azzittitisi gli echi delle grida di battaglia e il fragore delle spade e delle schioppettate, s’impose la pace immobile e gelida del cimitero e tale dovette il Castello apparire al maresciallo La Palice, quando vi entrò a cavallo: nulla si muoveva né un sol rumore umano si sentiva.

I corpi dei marciani e dei franco-imperiali, ammassati uno sopra l’altro in un mortale abbraccio, riuscirono a turbare il pur navigato generalissimo, avvertendo quegli per la prima volta in vita sua una certa insoddisfazione nella vittoria. Sì, avevano conquistato una roccaforte relativamente strategica, tuttavia … Forse quell’aver combattuto sul serio fino all’ultimo uomo aveva levato ogni godimento alla riuscita dell’impresa, schiaffando in faccia ai franco-imperiali la consapevolezza che se quella era la resistenza oppostagli da una fortezza male in arnese come quella di Castelnuovo di Quero, cosa li attendeva una volta giunti sotto le mura di Treviso, l’irriducibile e ostinato Occhio Destro di Venezia?

“Recherchez les survivants!”, ordinò ai suoi uomini La Palice, lui per primo scettico sulla possibilità di trovare dei sopravvissuti in quel mattatoio. Di animo meno incerto appariva invece il capitano Mercurio Bua, che anzi, sceso da cavallo, rivoltava i cadaveri e all’occasione levava loro l’elmo, quasi stesse cercando tra di essi un volto in particolare. Il greco-albanese ansimava leggermente, l’aspetto più scarmigliato del solito, reduce infatti dall’ostinata schermaglia mossagli contro dal capitano Vetor Pozzo e dalla sua compagnia, la quale, per suo sommo smacco, era riuscita a sfuggirgli da sotto il naso e a riparare molto probabilmente a Feltre. Se non fosse stato per il condottiero feltrino e il suo attacco a sorpresa al limite del suicida, di sicuro i franco-imperiali avrebbero concluso l’assedio assai prima, invece di prolungarlo dolorosamente fin quasi a mezzodì.

“Sopravvissuti?”, ripeté snervato il Bua, passando sempre più impaziente al prossimo corpo. “Si è combattuto tutta la mattina, chi volete che sia sopravvissuto? A parte quelli che hanno battuto in ritirata, ovviamente”, aggiunse, ribollendo di stizza al mero ricordo di Vetor Pozzo sparire tra il sentiero montano.

“Abbiamo dato loro una scelta, capitaine. E loro hanno scelto la pace della morte.”

“Sicuro, loro riposano in pace”, commentò ironico Mercurio, “nella breve attesa della nostra compagnia, perché senza bottino quant’è vero Iddio creperemo di fame. Forse, i vostri capitani tedeschi avrebbero dovuto tenerlo da conto, quando si sono avventati come i-d-i-o-t-i sui marciani, invece di salvarne qualcuno per il riscatto! Ogni volta la stessa storia: prima distruggono tutto e poi si lamentano che non è rimasto più nulla per il rifornimento.”

Purtroppo per lui, il maresciallo de La Palice dovette arrendersi dinanzi all’innegabile verità proferita dal mercenario greco-albanese, nell’intimo anch’egli infastidito da quella cecità che li portava sempre più sovente a litigare tra di loro sulle scorte di cibo o altri beni di prima necessità.

“Qualcuno si deve pur essere salvato.”

“Nessuno qui ci crede né lo spera. Guardatevi in giro: vi pare questo il modo di festeggiare una vittoria?”

Di nuovo, Mercurio Bua aveva ragione. Perfino i soldati franco-imperiali, solitamente così rumorosi nel loro gozzovigliante razziare, non osavano fiatare: coloro che ancora si reggevano in piedi dopo quella mattina di sangue si limitavano a rovistare delusi e frustrati tra le macerie e a spogliare i cadaveri sia dei marciani che dei propri compagni, raggranellando un misero malloppo composto di pezzi d’armatura; scarpe e guanti; qualche spada e pugnale; poche monetine e qualche anello.

Non miglior fortuna ebbe chi invece setacciò gli interni del Castello: di cibo era rimasto poco o niente; lo stesso per le munizioni, avendo dato fondo gli assediati ad ogni arma e giungendo perfino a buttare giù in testa le colubrine e i falconetti agli invasori pur di rallentarne l’avanzata.  Nelle stalle giacevano morti i cavalli, se per lo scontro o per mano degli stessi difensori di Castelnuovo difficile da stabilire. Le stanze del castellano piangevano miseria, gli unici pezzi di valore – a parte il cassone cogli abiti – risultavano la sua scrivania di legno di quercia e le lenzuola del letto. La piccola cappella avrebbe potuto competere con la Porziuncola delle origini in quanto a spoglia semplicità, non trovarono una sola pala rivestita di foglie d’oro, niente ostensori, turiboli, calici d’oro, d’argento e ricoperti di pietre preziose, soltanto un crocifisso di legno assai dozzinale subito staccato per farne legna. Neppure il pane e il vino per l’Eucarestia erano rimasti. Al cappellano, morto, poterono rubare solo un piccolo crocifisso d’oro al collo e le scarpe di cuoio ché il rosario era fatto con i semi di lacrime di Giobbe, perciò di nessun valore dunque inutile.

Tanto scoglionarsi - incominciarono a mormorare tra di loro gli scontenti soldati la cui lungimiranza tattica si limitava alla paga mensile e alla sopravvivenza al giorno successivo-  quasi due giorni di patimenti per questo in cambio?

Pietre e cadaveri, era questo il bottino di Castelnuovo di Quero?

Hé, Finger weg! Ich habe ihn zuerst gesehen, er gehört mir!

Mercurio Bua, come molti soldati del resto, si girarono velocemente dinanzi a quel primo scatto di vitalità in mezzo alla silente desolazione. Già un piccolo gruppetto di curiosi si era stretto ai due contendenti, chi intimando loro di darsi una calmata chi incoraggiandoli in quella distrazione assai benvenuta. Un soldato tedesco e uno francese, i quali pur non capendo un accidenti di ciò che l’altro gli stesse urlando dietro, si contendevano peggio di due bambini capricciosi una misericordia, incuranti di come stessero a momenti calpestando il corpo per terra da cui l’avevano sottratta. Finché il francese, elargita al tedesco una violenta gomitata, se lo scrollò di dosso, intimandogli feroce:

Pas de chance, sale voleur, c’est à moi! Et si tu t’approches avec tes sales mains allemandes, je vais t’enfoncer ce couteau dans ta foutue gorge ! ”, gli mulinò contro un lungo coltellaccio e appurato come il contendente non avesse intenzione di riprendere la disputa, se ne ritornò soddisfatto alla spoliazione della salma.  

Aiutato il compare a rimettersi in piedi, gli altri soldati tedeschi gli batterono a mo’ di conforto la spalla, consolandolo: “Passiert. Nächste Mal.” [2] L’uomo, massaggiandosi la mandibola dolente, fissò torvo il francese e Mercurio Bua constatò come quest’ultimo dovesse incominciare a guardarsi le spalle d’ora in avanti.

“Hé, tu!”, richiamò egli l’attenzione del vincitore della contesa, una volta dispersosi il gruppetto a spettacolo terminato. “Da chi l’hai presa quella misericordia? Da questo qui?”, inquisì, girando prono col piede il cadavere, le cui membra apparivano ancora flessuose, avendo magari tirato le cuoia da poco o da sé o per mano del francese stesso.

Gli occhi inquisitori del greco-albanese ne studiarono attenti l’armatura, troppo elaborata e di buona qualità per appartenere ad un semplice fante. Inoltre, per quanto scalfita, non notava affondi letali, tranne ecco sul corsaletto ma le budella erano ancora al posto suo, cioè in pancia e il corpo non era circondato dall’alone di sangue di chi salta in aria o dall’alto cade nel vuoto. Né sentiva il familiare tanfo d’urina e feci. Cosa poteva aver dunque provocato la morte?

“Spostati!”, ordinò perentorio al soldato che, a malincuore, dovette obbedire al suo superiore, augurandosi in cuor suo che non volesse sottrargli il suo bottino. Inginocchiatosi accanto al corpo, Mercurio trafficò coi lacci dell’elmo, imprecando a denti stretti per via dei nodi attorcigliatisi coi capelli. Eventualmente, riuscì nell’impresa e l’elmo venne levato, schiaffandolo il Bua in mano al francese i cui occhi s’allargarono cupidi per l’eccellente sua qualità.

Un viso incrostato di sudore, polvere e sangue gli si parò innanzi; ciononostante, il greco-albanese ben se lo ricordava, impossibile dimenticarsi di quel ragazzo che nella confusione della breccia del bastione di Codalunga gli aveva puntato contro la balestra, mancando lui di un dito ma centrando appieno il suo cavallo così da farlo cadere in un canaletto maleodorante. Il suo luogotenente Zilio Madalo lo aveva letteralmente dovuto ripescar fuori dalla merda, però almeno Mercurio si era salvato dal rogo dei fuochi ardenti. Non aveva mai accarezzato l’ipotesi di rincontrare quel giovane in futuro, tantomeno a Castelnuovo di Quero.

Con inusuale delicatezza gli tastò il capo alla ricerca di ferite, roteandolo sul collo: niente, nulla di rotto.

“Beata ignoranza”, sogghignò compiaciuto, rivolgendosi al soldato francese che a momenti gli si appollaiava sulla spalla, pur di non perdersi un solo movimento del capitano greco-albanese.  “Sai tu a chi hai appena rubato questa misericordia? Al reggente di Castelnuovo!” Portato subito l’orecchio sopra la bocca dell’altro, percepì il flebile ma inconfondibile solleticare del respiro. “Ed è ancora vivo!”,  esclamò deliziato quanto un bambino il giorno dell’Epifania, afferrando la sua preda e caricatasela in spalla con sorprendente facilità, si diresse all’interno dove il La Palice stava completando un rapido rapporto da spedire ai suoi capitani rimasti al Barco e a Montebelluna.

Dietro a Mercurio, silenzioso ma tenace alla stregua di un cagnolino, lo seguiva serrato il soldato francese nella speranza d’ottenere comunque quella bella armatura.

Nel frattanto, il maresciallo aveva inviato tre corrieri: uno a Conegliano per domandar la sua resa; un altro incontro all’Imperatore per informarlo della conquista di Castelnuovo di Quero e il terzo, suo segretario,  per annunciare all’accampamento di Montebelluna e del Barco del loro prossimo ritorno per i rinforzi necessari alla presa di Feltre e Cividàl di Belluno. L’uomo seguitava infatti ad arrovellarsi a causa di quella mancata lettera da parte del duca di Nemours e voleva rientrare al campo quanto prima, giusto per precauzione.

 

***

 

 

Il salasso invece di migliorare peggiorò la già compromessa salute di sier Andrea Griti, al punto che suo fratello sier Polo Malipiero aveva scritto a Venezia per il rimpatrio immediato, non appena il provveditore generale fosse stato nelle condizioni di viaggiare senza rischi. Il patrizio aveva pianto apertamente e senza vergogna quando sier Andrea gli aveva espresso il suo desiderio di comunicarsi e ricevere l’estrema unzione, nonché di redigere il suo testamento.

Anche il governatore domino Lucio Malvezzi e l’altro provveditore sier Christofal Moro facevano gli equilibrismi con la morte e assieme a loro purtroppo i soldati e i padovani in generale,  lasciando sier Polo Capelo ora da solo a comando di una città pressoché moribonda. Non confortava apprendere come queste febbri dal padovano incominciassero lentamente ad espandersi nelle campagne limitrofe, mietendo vittime senza pietà.  A peggiorar la situazione, i soldi per le paghe non arrivavano, il malumore cresceva e ciò corrispose alla proverbiale ultima goccia che spinse sier Ferigo Contarini a persuadere sua madre Ysabela Falier a salire sul primo burchiello e portare con sé a Venezia i fratelli minori Marco Antonio e Regina, nonché madona Alba Donado (con cui si era riappacificato dopo averle promesso di scrivere a Treviso onde persuadere sier Andrea a rispedire Marco a casa) e il di lei figlio Francesco.

“Siora Mare”, si raccomandò il giovane provveditore, dopo aver aiutato la genitrice a salire sul burchiello dall’imbarcadero, “statemi bene, vi prego di riguardarvi. Pregherò con gran fervore l’Altissimo, affinché il viaggio sia tranquillo, arrivando quanto prima a Veniexia.”

La vedeva tanto curva e patita, la sua povera madre, invecchiata precocemente dall’inaspettata vedovanza e in perenne angoscia per ambedue i figli, specie nei confronti di Ferigo, quel suo primogenito sempre tanto brillante quanto irresponsabile della sua persona, una fiamma ardente e meravigliosa che lei temeva spegnersi troppo presto da un momento all’altro.

“Fate attenzione, gioia mia. Vi chiedo solo questo”, si raccomandò, accarezzandogli teneramente la guancia e Ferigo baciò quella fragile mano, che tanto nella vita l’aveva protetto e confortato. 

“Mo via, coss’elo sto muso da coroto, Marco Antonio?”, si rivolse poi giovale al fratello minore, più che altro per allontanarsi dalla madre, acciocché lei non scorgesse il luccichio umido dei suoi occhi. “Voi siete l’uomo di casa, ora, la siora Mare e nostra sorela contano su di voi.”

Il giovane uomo alzò il capo, serrando caparbio la bocca onde mantenere un’espressione stoica. “Promettetemi di scrivere! Ogni giorno!”, esigette, deglutendo malamente.

“Promettetemi di tornar vivo!”, l’abbracciò sua sorella Regina, nascondendo il volto sull’incavo della sua spalla e il provveditore le scoccò un bacio sul capo coperto dallo zendale, inalando a mo’ di ricordo il dolce e sottile profumo di rosa con cui ella soleva imbevere il panno ricamato. Strinse forte al petto quella figuretta minuta appena divenuta donna, quella sorellina avuta quando lui era ormai quindicenne e quindi riservandole attenzioni più di padre che di fratello, guidandola ad ogni passo fino alla maturità. “Promettetemelo!”

 “Sempre ritornerò vivo per voi. Non piangete, non desidero ricordarvi in lacrime”, le disse, asciugandole le gote coi pollici. Regina su sua richiesta gli sorrise tremolante, baciandogli la guancia in barba al decoro e cingendolo di nuovo forte, cedette e singhiozzò sommessamente.

All’occhiata allarmata del fratello, Marco Antonio afferrò Regina per le spalle, staccandola dolcemente da Ferigo e aiutandola a salire sul burchiello, prontamente abbracciata dalla madre, che le sistemò premurosa il velo scuro sul volto pallidissimo.

“Calar i remi in barba!”, gridò all’improvviso il pope del burchiello, giunta infine l’ora della partenza.

“Rema!”, gli risposero in coro i rematori.

“Avanti!”

Rivoltosi a Francesco “dai Scrigni”, Ferigo gli promise: “State de bona voja, amico mio. Iddio m’ascolta, vi riporterò indietro vostro fradelo sano e salvo.”

“Prendetevi cura di voi e non fate strambazzerie: non potremmo sopportare n’altra desgrazia!”, gli ricordò Francesco.

Il pope gridò ancora: “Andèmo! Tira!”

Le facce contorte dalla fatica iniziale di girare il burchiello fermo, i rematori intonarono tra uno sbuffo e l’altro: “Oh … ehi! Oh … ehi! Oh … ehi!”

Partiti, infine, rimpicciolendosi  gradualmente, pian piano, scivolando via sulla Brenta fino a Venezia.

Li avrebbe mai rivisti? Quanto fragile appariva adesso a Ferigo il battito del suo cuore, la nervosità dei muscoli e la solidità delle sue ossa. Doloroso e incerto il respiro, un lusso quasi, pronto a terminare in un qualsiasi momento. Alberi pronti a spezzarsi al vento, ecco che si era, in balìa di forze insormontabili e oscure con cui non si poteva negoziare, destinati ad una fine non voluta né evitabile. Ah, Fra’ Lunardo, tu che cinque mesi fa cadesti così virilmente in battaglia, disdegnando la resa pur essendo in numero inferiore! Dimmi, carissimo e valoroso compagno con cui dividemmo le imprese di Concordia e Mirandola, dimmi che si è provato in quegli ultimi istanti? A che cosa hai pensato? A quale Dio sei andato incontro? A quello dei Veneziani o dei Collegati?

“Messer Ferigo, vi disturbo?”

Il giovane provveditore trasalì, sbattendo le ciglia e strabuzzando gli occhi in modo da asciugare via i rimasugli delle ultime lacrime. Sistematosi i guanti e sospirando profondamente, si voltò verso il suo interlocutore e lo salutò cordiale, un mezzo sorriso sulle labbra:

“Affatto e bentornato, Conte Guido. Quali nuove?”

Il conte Guido Rangoni ricambiò il saluto, rasserenandosi e tirando un intimo sospiro di sollievo, ché un poco l’aveva preoccupato quello sguardo fisso del Contarini verso l’orizzonte.

Da quando era rimpatriato da quelle che il patrizio veneziano stesso definiva “terre aliene” della Romagna, un’ombra malinconica ogni tanto velava il suo sguardo vivace e ardente e il Rangoni comprendeva il sentimento: la morte del cavaliere di Rodi Fra’ Leonardo da Prato di Lecce era stata per tutti un duro colpo e per sier Ferigo in particolare, avendolo stimato come collega e maestro. La Serenissima, dal canto suo, perdeva un grande condottiero dotato di un carisma talmente trascinante, da persuadere i suoi uomini a combattere anche senza paga. Malgrado ciò, tra il conte Guido e il gerosolimitano era scorso sangue assai amaro specie dopo l’incidente l’anno addietro nel Polesine, cui solo l’intercessione di sier Andrea Griti aveva salvato il Rangoni dagli affilati artigli dei Dieci, colpa l'essere il nipote di Annibale Bentivoglio e gli anni passati trascorsi al soldo della casa d’Este. Eppure, neanche il conte modenese poteva negare l’inestimabile valore e lo spirito stratega del cavaliere rodiano, neanche quando, in un momento d’impazienza, all’ennesimo diverbio gli aveva sbottato contro un umiliante: Uagnone, stai bellu carmu! Tu mancu eri nato, ch’io già massacravo i Turchi ad Otranto! [3]

Prendendo il provveditore in disparte sull’imbarcadero, il Rangoni riassunse quanto appreso dai loro esploratori: “Si è saputo come il duca Carlo di Borbone e Giovanni Gonzaga abbiamo raggiunto Vicenza con 400 cavalli e 300 fanti. Potrei sbagliarmi, ma tutta questa fretta m’induce a pensare che temano un qualche attacco da parte nostra.”

Sier Ferigo annuì, pensoso. Dunque, quella vecchia volpe di sier Andrea Griti non aveva nutrito sospetti così infondati, alla fine. Il Duca Charles III de Bourbon e Giovanni Gonzaga avevano fiutato arie di grandi manovre da Padova, rendendosi conto di quanto stupidamente si fossero sbilanciati sulla Marca Trevigiana, lasciando scoperto il vicentino. Maledizione, che occasione persa!

Una risata sardonica, cattiva, scappò al provveditore degli stradioti. “Puoah! E così il Borbone e il Gonzaga si credono tanto intelligenti, da potermi leggere i pensieri? Ma sì! lasciamoglielo credere a questi bambinetti che giocano alla guerra!”, esclamò divertito tra sé e sé, due dita sotto il mento. E rivoltosi al conte Guido con sguardo furbescamente malevolo, lo istruì furbescamente: “Voglio che si sparga la voce, che il Contarini di San Cassan sta marciando alla volta di Vicenza per sgozzarli tutti fino all’ultimo uomo.”

“A Vicenza?”

“A Vicenza.”

“Ma proprio uguali parole?”

“Sgozzare o squartare.  A banchettare sui loro cadaveri. A bruciarli come la Vècia al Panevìn [4]! A regalare all’Illustrissima Marchesa Isabella d’Este una collana fatta coi denti di suo cognato. Siete un conte e avete studiato la lingua, domino Guido, usate la vostra immaginazione! Esagerate, tingete di rosso fosco i dettagli! Bisogna impaurirli, bisogna che si arrocchino a Vicenza, bisogna che abbiano tanta paura da non osare uscire dalla città tranne per inviare i rinforzi da Milano per il La Palice, in attesa di un attacco che non accadrà mai. Comprendete?”

Il conte Guido aprì la bocca in un Ah! complice, realizzando ora a quale conclusione il Contarini voleva che si giungesse. “E mentre quelli aspettano, noi invece punteremo o su Bassano, o su Castelfranco o su Cittadella.”

“No, le attaccheremo contemporaneamente; ciò rallenterà i soccorsi dei francesi, indecisi e in difficoltà su quale città delle tre salvare e quale sacrificare. Imperativo è riconquistare almeno Castelfranco; certo, la Brenta come porta a Bassano porta anche a Padova, però Castelfranco ha i mulini per macinare le loro farine, senza di essi non avranno di che nutrirsi e il provveditore sier Zuam Paulo ci ha confermato come i contadini del Montello stiano facendo terra bruciata sul cammino dei nemici.”

“Quando il Borbone e il Gonzaga avranno capito il trucco, noi con le tre città in pugno fungeremo da muro in mezzo agli accampamenti di Vicenza, del Barco e Montebelluna, dove ora si trova il La Palice. Insomma, gli taglieremo i rifornimenti da ovest.”

“Esatto.”

“Rimane però il rischio, che quei crapuloni senza fondo dei tedeschi puntino sulla Patria del Friuli per rifarsi.”

Lo sguardo del Contarini si rabbuiò di una cupezza mortale.  “A questo mondo, non si può difendere ogni cosa …”

“Domanderò al signor Giano di Campofregoso se s’unirà all’impresa”, cambiò celere discorso il conte modenese, notando il languore della malinconia fiaccare la determinazione del patrizio. “Credete che il provveditore messer Paolo Cappello approverà il piano?”

Lanciata un’ultima occhiata alla linea dell’orizzonte della Brenta, sier Ferigo si allontanò assieme al conte Guido Rangoni per discutere nei dettagli il piano d’attacco, tra cui le parole onde meglio persuadere il provveditore generale a benedire la loro impresa.

 

***

 

 

“Zò, Felipeto, g’hastu finìo co’ quel pozzo?”

Il ragazzino per tutta risposta s’affrettò a buttar giù nell’acqua una strana pappetta fatta di fango, escrementi e grano. Il fratellino, afferrata anch’egli quella poltiglia, gli dava manforte.

“Datte ‘na mossa!”, gli intimò suo nonno Zuane detto Nane, mentre sistemava i carichi di farina sul carro e la moglie le gabbie con le galline, i conigli e le oche. Le figlie maggiori e le nuore, invece, trascinavano i maiali e i rispettivi mariti sistemavano legando ai carri i cavalli e i bovi. Il piccolo esercito di nipoti d’ambedue i sessi con l’aiuto di altri vecchi zii e cugini trasportavano fagotti di vestiti, coperte e lenzuola e oggetti di valore in un frenetico viavai. “Svelti, svelti!”, ribadì il capofamiglia.

Terminato coi sacchi, il contadino afferrò il cadavere del cane da caccia che suo figlio Titta aveva con gran maestria centrato in pieno col suo arco, prima che potesse ululare la loro presenza ai saccomanni venuti in esplorazione. Un trucco infame che i contadini del Montello stavano imparando a loro spese: compreso infatti quanto fossero o ben nascosti nel bosco o semplicemente per evitare di vagare a vuoto in esso, i francesi avevano addestrato dei cani per scovare i fuggitivi e soprattutto le loro scorte di cibo e gli animali da fattoria per farne bottino.

“Toh, qua stai, coi toi patroni!”, grugnì il contadino, gettando in un altro pozzo il cane assieme ai cadaveri nudi dei nove francesi tanto stolti da pensare di venir a rubargli la roba e sopravvivere. D’altronde, quelle terre erano state la casa sua e dei suoi avi da che mo’ e l’uomo riconosceva ogni loro rumore, ormai. Ovvio che, in seguito all’uccisione del cane e all’udir lo scalpiccio di cavalli, Nane avesse mobilitato tutti gli uomini di casa e così armati di arco, frecce, una picca di fortuna e occhi di gatto che ben vedevano al buio, essi s’erano posti a difesa della loro fattoria e delle loro donne e siccome Dio e la Madonna l’avevano benedetto con bravi figlioli e altrettanto bravi generi, manco i signori durante le battute di caccia all’airone ne avevano impallinati in così gran numero come loro coi francesi! Un giovane soldato veneziano a cavallo li era venuto poi inaspettatamente in aiuto, fiocinandoli con la sua balestra alle spalle.

Uno di questi francesi, però, Nane l’aveva risparmiato e non per cristiana carità, bensì perché pareva il miglior vestito e dunque se lo portavano a Treviso per farlo esaminare, magari il provveditore Gradenigo li avrebbe ricompensati con un bel po’ di ducati, rimpinguando la già soddisfacente somma che il contadino avrebbe sicuramente raggranellato coi cavalli dei saccomanni. Aveva quindi strabuzzato gli occhi tra lo stupito e il goloso non appena il giovane soldato, ghermito il prigioniero per i capelli e costringendolo a piegare all’indietro il collo per meglio osservarlo, aveva esclamato ringhiando: “Ma mi lo cognosso sto baron! (farabutto, ndr.) Xélo on canzelier dil la Peliza! Lo gho ben visto a Castel Novo de Quer! Puòh!”e gli sputò in faccia, usando molto catarro.

Pertanto, Nane aveva lasciato il francese alle cure di sua moglie Oria, la quale l’aveva pestato  come un materasso al cambio di stagione, dopodiché con l’aiuto delle figlie gli avevano legato le braccia dietro una barra di legno a sua volta dietro la schiena, sistemandogli a mo’ di collare la medesima corda riservata ai bovi. Spintonato sul carro tra gli animali, la testa del francese penzolava inerte in avanti, l’uomo ancor stordito e la faccia gonfia dall’ultima randellata della contadina col batocchio da polenta, reo di averle implorato diosacché nella sua lingua, cui la donna aveva replicato latrando: “Tasi, bestia!” e via botte da orbi.

Magre vittorie, ché ormai la loro pace era compromessa. Già, infatti, ringraziavano la Madonna per averla scampata per due anni – alcuni loro amici di tale fortuna non si erano giovati – adesso bisognava arrendersi all’evidenza e cioè che altri saccomanni o stradioti o franco-imperiali non avrebbero tardato a trovare la strada per la sua fattoria, magari in numero ben superiore dei temerari della notte scorsa. Cosa sarebbe accaduto allora? Morire, muoiono tutti prima o poi se per vecchiaia, malattia o un nocciolo andato di traverso. Ma non sgozzato come un porco a San Giovanni mentre gli violentavano la moglie, le figlie, le nuore e pure le nipotine e tagliavano a pezzi i figli, i generi, i nipotini anche in culla. No! Nane il contadino nulla aveva commesso di male a questo mondo per meritarsi tal sorte, manco fosse un criminale da decollare e squartare tra le colonne di San Marco e San Todero! [5]

Dai carri, l’intera sua famiglia di tre generazioni osservava a lavoro completato il capofamiglia in attesa di ulteriori istruzioni, tutti tranne la più piccola delle sue figlie, Màlgari, che si stava accomiatando dogliosa dal giovane soldato che li aveva sia aiutati a difendersi sia li aveva avvertiti di molto probabili e ulteriori scorrerie nel Montello, visto che Castelnuovo era stata cinta d’assedio. Il ragazzo, Cabriel, s’accingeva ora a ripartire alla volta di Treviso sia per via di un messaggio che doveva consegnare al provveditore sier Gradenigo sia per quella lettera appena rubata al francese, ma dall’espressione infelice e il rossore alle orecchie dovute alle carezze alla nuca da parte di sua figlia, Nane appurò come entro la fine della prossima primavera sarebbe divenuto nonno per l’ennesima volta. Anche nella devastazione più totale, la forza prorompente della natura riusciva lo stesso a trovare ogni forma di sbocco pur di rigenerarsi. E poi, prima della guerra, quel giovane era ceramista, prospettiva non disprezzabile per la sua Màlgari, la più bella delle sue figlie.

“Sior pare, xé tutto pronto …”, gli annunciò suo figlio.

Nane annuì gravemente e Titta accese la torcia tenuta da Felipeto. Con aria solenne, il contadino si diresse alla sua fattoria, costruita dai suoi avi prima ancora che Treviso e la sua Marca si dessero a Venezia, fonte sia di sostentamento per la sua famiglia  sia di vanto giacché roba veramente sua. Quante generazioni vi avevano sudato! Quanti sacrifici per poterla mantenere a discapito degli alti e bassi della vita!

“Non fifar, nezzo mio”, consolò il ragazzino, malgrado anche i suoi di occhi fossero umidi di lacrime. “Semo ancor omeni liberi e liberamente decidemo cossa far de la nostra roba. Della pietade de’ ladri, non xé da fidarsi. O c’amazano o ci risparmiano ma la boaria non sarà pì nostra, ma de Muso-da-Baila [6] e nui a laorar da s-ciavi pel patron che ci darà. No! Mi sun un poaro villan, perhò a servir todeschi non m’abbasso!”

E detto questo, lanciò la torcia e la fattoria prese lentamente fuoco.

“E vedarem, cossa i manzeran e i berran sti barbari, co le boarie e i molini bruzai e i pozzi avvelenai!”

A giudicare dai fumi neri che si levavano dal Montello, Nane il contadino non doveva esser stato l’unico ad aver seguito tal ragionamento. Lungo la strada conducente a Treviso a fine giornata si contarono almeno sedici mulini incendiati più fattorie e campi e innumerevoli pozzi inquinati e vasche idriche prosciugate.

 

 

***

 

 

Non sussiste a questo mondo nulla di peggio quando chi ti fa prigioniero in un certo qualmodo si ricorda di te e tu non di lui e non solo per motivi di passate beghe e vendette da servire fredde; no, basta solo che questi si ricordi chi tu sia e di chi tu sia figlio per rovinarti l’esistenza.

Un validissimo esempio poteva fornirlo il marchese di Mantova, Francesco Gonzaga.

Era l’agosto del 1509. Mentre il Marchese dormiva beatamente ignaro in un casolare ad Isola della Scala, vi si erano intrufolati dentro silenziosi come anguille un gruppetto di contadini armati fino ai denti e venuti allo scopo di derubare nel sonno i soldati francesi e mantovani. Tra questi militava tal Domenego di Vinturin dal Termeno al Marchese assolutamente sconosciuto, ma se i grandi di questa terra non tengono da conto i piccoli, quest’ultimi nei loro confronti posseggono una memoria di ferro e non sempre nutrita d’affetto e Domenego il contadino ben si sovveniva della faccia di Francesco Gonzaga, giacché costretto di malavoglia a servirlo a Verona. Riconosciuta dunque la sua preda, il giovane villano si era gettato addosso al Marchese, afferrandolo per la manica della camicia e trascinandolo di peso dentro visto che l’uomo stava tentando la fuga dalla finestra del casolare. Alla proposta di comprare il suo silenzio con 6000 ducati, Domenego gli aveva risposto sprezzante: “Vi vojo dar in man di la Signoria” e assieme ai suoi compari lo aveva condotto a Padova come un bove alla fiera, da dove poi il Marchese venne trasferito a Venezia alla Torresella. Missier el Doxe Lunardo Loredan e sier Hironimo Querini Capo dei Dieci avevano ricevuto di persona e con l’affetto riservato ai figlioli i quattro contadini artefici di quella miracolosa quanto farsesca cattura, istruendo che al loro capo Domenego fosse assegnata una rendita annuale di 100 ducati più altri 100 di dote per sua sorella; agli altri tre una rendita di 50 ducati all’anno. Infine, cadauno se ne tornò a casa con altri 20 ducati a testa per le spese immediate e pure degli abiti nuovi, giacché s’erano presentati a Palazzo Ducale davanti alle massime autorità della Serenissima in camicia, brache e babbucce.

Hironimo Miani, rientrato nella sua casa di San Vidal, non avrebbe mai scordato l’arrivo da Padova di Francesco Gonzaga, con Lizza Fusina talmente ostruita di barche, che pareva un ponte. Tutta Venezia aveva atteso in febbrile eccitazione il fu eroe di Fornovo, un tempo beneamato figliolo ora Giuda Iscariota e non c’era stata una finestra, un imbarcadero, una riva, un ponte che non fosse stato gremito di persone lì anche solo per scorgere per un istante il Marchese prigioniero. Marco, Marco, vitoria, vitoria, apicha el traditor, sorze in cotègo! Turco preso! e gridavano come ossessi, oscillando pericolosamente tra ilarità derisoria e ferocia omicida, al punto che la scorta del Gonzaga ebbe non poche difficoltà nell’attraversare Piazza San Marco, temendo infatti che le guardie o per mancanza d’energie o perché in combutta fallissero a contenere la folla impazzita, pronta a maciullare a mani nude il Marchese, le donne in prima fila avendogliela giurata per la morte o la cattura dei loro uomini.

Il giovane patrizio aveva assistito basito a come i suoi concittadini avessero fatto a gara per riuscir a centrare cogli sputi il Marchese o peggio ancora coi pitali, con immondizia, con fango o qualsiasi cosa li capitasse sottomano. Perfino dai conventi si sentivano certe ingiurie da far rabbrividire. D’accordo, Francesco Gonzaga era un infame traditore e pure un vigliacco, ma non avrebbe meritato forse un trattamento un po’ più dignitoso, magari evitando la parata per i canali come riservato ai malviventi?

Ma i suoi erano pensieri di un ragazzo ancora ingenuo e sobrio da una vera e propria vittoria militare. Hironimo avrebbe compreso infatti il dionisiaco potere provato dal vincitore sullo sconfitto a Padova l’autunno del medesimo anno, dopo aver umiliato i Collegati in un assedio che aveva tenuto col fiato sospeso tutta Europa, per decidere se la Serenissima sarebbe divenuta o meno un ricordo come la Roma degli Antichi. Trascorse due settimane a tagliar a pezzi e bruciar vivi senza sosta tedeschi, francesi, spagnoli, ferraresi, papalini e chiunque altro gli si era parato innanzi, il giovane Miani aveva perduto pezzo per pezzo ogni sua nozione del codice cavalleresco di cui era stato infarcito fin dall’infanzia, arrivando a cantare a squarciagola coi suoi compagni mentre impiccavano sui bastioni di Padova gli ufficiali prigionieri tedeschi, affinché li vedesse bene da lontano l’Imperatore  in fuga.

 

Gi è partù quei slançeman!

Allegronse tutti, friegi,

al dispetto di ribiegi,

ch’i se dié magnar le man.

Gi è partù quei slançeman.

Oh, gi ha havù el bel honore,

quella zente della Magna,

digo ben, l’imperaore,

Franza, Frara, Roma e Spagna.

I ha habù el cancaro ch’i magna

A vegnire sul Pavan.

 

Se non fosse stato per la presa alla collottola da parte di un indignato Lucha, Hironimo avrebbe imitato coloro che, non paghi di veder scalciare nel vuoto i moribondi, avevano preso a gettar loro escrementi e li ingiuriavano: “Te volevi un toco de Padoa? Togalo, porco d’on todesco, togalo, muso-de-merda!” e ancora a cantare a squarciagola:

 

“Su, Todeschi onti e bisonti

Su, su, su, for de la paja;

Voi mai più passate i monti

Se verete a dar bataja;

Vostre arme poco taja

Se la faza v'è mostrata

Su, su, su!” 

 

La prospettiva di poter un giorno finire prigioniero non aveva mai sfiorato Hironimo, più rassegnato a quella della morte. Eppure eccolo lì, nelle stinche della suo stessa fortezza con un dolore lancinante alla testa e al fianco, più una nausea montante a serrargli la gola. L’ultimo ricordo prima del buio pece dell’incoscienza corrispondeva al colpo infertogli a tradimento al corsaletto, che l’aveva costretto a voltarsi e decollare indignato il suo avversario, imprecando: Maladeto can d’un todesco, toga qua! ma così facendo s’era sbilanciato e scoperto. Se il suo nuovo avversario nella smania di ammazzarlo non fosse inciampato su di un cadavere e di conseguenza rotolati assieme giù per le scale, hé, al posto di ritrovarsi un bel bernoccolo in testa, Hironimo avrebbe piuttosto rimediato un cranio aperto in due, altroché.

Poi il niente fino al suo risveglio in cella e senza la sua armatura, con solo indosso la camicia, peggio dei contadini.

Messosi a carponi, Hironimo cedette e vomitò anche l’anima, reggendosi la testa che gli martellava.

Il tocco leggerissimo di due manine gli levarono dal volto i capelli sudati, per poi massaggiargli delicatamente la schiena. Girandosi di scatto, nella penombra il giovane Miani scorse Thomà, anch’egli assai malridotto, lo zigomo gonfio e un occhio pesto.

“Come sei riuscito a scamparla?”, gli domandò incredulo; teoricamente, non potendo tenere un’arma in mano, sarebbe dovuto esser stato tra i primi caduti nello scontro.

“El reverendissimo sior cappellano, patron. El gaveva 8 ducati co’ lu e i g’ha dati via per no degolarmi, perché m’gero rifugià in la capela, perhò i todeschi lo coparon uguale perché nol gaveva danari per salvar se stesso”, gli spiegò il bambino, tirando su col naso e la voce che gli tremava dal groppo in gola.

Pah, tipico di quegli avidi  agire così. “Chi altro s’è salvato?”

“Ch’jo sapia, i capetanij Doglioni e Colle.”

“Dove xéli?”

“Li tragharon fora per examilarli e par razonar sora la taja. Vuj anchor dormavate.”

Ovvio, per il riscatto. Medesima sorte l’aveva sperimentata Lucha, ma quali sarebbero state per loro le dinamiche? Soldi o scambio di prigionieri? Inoltre, quanto tempo avrebbero dovuto aspettare? Suo fratello era stato prigioniero per ben quattro mesi, un’eternità quasi … O, ipotesi tremenda, se l’avessero mai voluto scambiare com’era successo col D’Alviano, ancora prigioniero in Francia. Ma no! Figurarsi se lui valeva quanto il loro condottiero!

Puntellandosi sui gomiti, Hironimo strisciò fino alla parete, appoggiandovisi con la schiena e il capo, la bocca serrata stretta in modo da impedire ulteriore vomito di fuoriuscire. Maledizione, neanche i dopo-sbornia del Carlevar gli avevano scombussolato così tanto lo stomaco!

Plock … plock … plock …

Una goccia gli cadde sulla scollatura della camicia, facendolo sobbalzare per il gelo, seguita da un’altra e un’altra ancora. Spostandosi, Hironimo appurò trattarsi dell’acqua piovana che s’infiltrava tra le grate delle stinche, unita alla naturale umidità dei sotterranei scavati accanto alla Piave, il cui energico flusso riecheggiava simile ad un lugubre e sordo rullo di tamburo. Dunque ancora pioveva.

Plock … plock … plock …, senza il suo corpo ad attutirne il rumore, le gocce rimbombavano ora nella cella, amplificate dall’oscurità e martellando di conseguenza il cranio del giovane patrizio il quale, esasperato, batté la testa contro il muro tra il ringhio frustrato suo e il gridolino scioccato del bambino, che lo fissava come se avesse perduto il lume della ragione.

E magari ciò corrispondeva al vero.

Idiota, idiota, mille volte idiota, cosa aveva pensato di ottenere col suo ingenuo patriottismo, se non un bagno di sangue? Quei poveri disgraziati, li aveva ognuno sulla sua coscienza, tutta colpa sua, idiota, idiota, coglione orgoglioso a sacrificarli come agnelli pasquali per una causa persa in partenza mentre lui, il più stupido e inutile dei comandanti, ancora seguitava a vivere! Avrebbero potuto riparare a Feltre o a Cividàl di Belluno come quei fottuti bastardi dei Rimondi e Bataja e lì organizzare la controffensiva, invece d’ostinarsi a tenere quelle misere quattro pietre che tanto erano lo stesso state conquistate!

E Menego, il leale servitore che l’aveva visto nascere … I suoi figli Trovaso e Vico! E Nadalin, neppure ventenne … compagni di giochi, con cui aveva condiviso i pomeriggi sulle ginocchia dell’Orsolina … … Morti, uccisi per colpa sua, non avrebbe mai potuto rimediare a quel torto … Li aveva sottratti dalla sicurezza di Venezia … Li aveva privati di ogni futuro … Aveva ripagato la loro fedeltà con la morte … Orsolina e Zanetta glieli avevano affidati e lui … e lui … Inutile! Incompetente! Stupido, stupido, stupido!

“Patron, molighe! (smettetela, ndr.) Ve spacaré ea testa!”, lo strattonò per la manica Thomà nel tentativo di distoglierlo da quell’autoflagellazione. “Gera el nuostro deber custodir ea fortaleza, gavé fato el vuostro deber! Niun vi rimprovera gnente!”

“Perché non è rimasto nessuno per farlo! Cospeto e tacca via!”[9], gridò Hironimo e appoggiò la fronte sulle ginocchia portate al petto.

Calò il silenzio, rotto dal solito Plock … plock … plock …

“Mi dispiace per tuo fradelo Andrea Trepin.”

Thomà si morse imbarazzato il labbro già di suo gonfio, forse da un manrovescio per indurlo a smettere di frignare dalla paura. “Patron, horra ch’el Andrea xé morto, ve lo digo sença timor: el no gera mi fradelo.”

Il giovane Miani girò di scatto la testa, chiudendo gli occhi per le repentini vertigini provocate da quel gesto inconsulto. “Cosa?”

“El sior mio pare e la mia siora mare i xéi volai in Cielo presso la Nostra Dona, cortesia de li todeschi, cussì chome i mii veri fradeli e sorele. Per on anno, me sun ranzato, niun ne volea saver de mi, poaro orfano, una bocha in pì da sfamar. Ma el Andrea l’gera un bonomo e un bon christiano, el me g’ha dito: Aver ti visin no me fa ni pì richo ni pì poaro, ma un fradelo piccinin xé senpre ‘na bea cossa d’aver. E cussì la xé andà e mi sun zonto qua, chome soo assistente per smissiar la polvere da sparo.”

Un comandante invero competente era stato, abbindolato perfino dai propri bombardieri e i loro mocciosi appresso!

“Seu arabià, sior patron?”

“Cosa cambierebbe se lo fossi?”

“Donca, sonjo libero de dirve n’altra cossa?”

“Se proprio no te pol star zitto”, sospirò stancamente Hironimo, nettandosi gli angoli della bocca col dorso della mano.

“Me facevate assa’ paura, senpre a criar pèzo d’on matto e co tal muso da gorgon, parevate voler trasformare gli omeni en piere!”

Silenzio.

“Thomà?”

“Comandeu, patron?”

“Tasi!”

In quell’istante s’aprì la botola della cella e sia Hironimo che Thomà vennero issati su assai malamente, manco quei balordi di soldati avessero avuto intenzione di staccarli le braccia.  Li spintonarono fuori in direzione del cortile interno, là dove li attendevano La Palice già a cavallo e i suoi uomini pronti a partire. Paulo Doglioni e Christofal Colle si trovavano lì, anche loro spogliati fino alla camicia, frastornati e coi segni delle percosse ben visibili. Li avevano legati le mani con corde strette ai carri, così da trascinarseli via al campo di Montebelluna; dunque, cogitò Hironimo, là sarebbe avvenuto lo scambio o il pagamento del riscatto.

Malgrado la luce livida di una giornata oscurata dalla pioggia, essa ferì ugualmente gli occhi del patrizio e del bambino oramai abituati all’oscurità della cella; nondimeno, gradirono assai l’aria pura e fresca, sebbene per qualche istante. Passato infatti il piacevole scombussolamento di uscire all’aperto, esso venne rimpiazzato dall’orrore di ciò che li circondava, una volta guardatisi più attentamente attorno: cadaveri nudi e lividi, ammassati in pile manco cataste di legna per l’inverno era quanto rimasto della guarnigione di Castelnuovo di Quero. Riconoscendo tra di essi Andrea il bombardiere, Thomà nascose di scatto il volto contro l’anca di Girolamo, piangendo sommessamente, le spalle minute sconquassate dai singhiozzi. Senza rendersene conto, il giovane castellano gli appoggiò la mano sulla testa a mo’ di consolazione, fissando ipnotizzato quel grottesco spettacolo.

Percepì lacrime salate colarli nella bocca, quando individuò, rigidi in un’ultima angosciosa smorfia, i volti di Trovaso e Nadalin, semi-seppelliti in quel groviglio violaceo di corpi.

 “Vi avevo avvertito, monseigneur le châtelain , che avremmo fatto preda di voi, se aveste perseguito nella vostra insensata difesa”, gli ricordò il maresciallo francese col medesimo tono di un padre che redarguisce un figlio discolo. “Eccone la prova!” e indicò i soldati marciani trucidati.

Hironimo digrignò i denti, replicandogli sferzante: “Se intendente prova d’esser degli animali, mi trovate molto d’accordo.”

“Anche nella sconfitta ci riservate solo insolenza?”

“Fin troppa cortesia per voi barbari.”

La Palice scosse il capo. “Legateli assieme agli altri. On returne au champ de Montebelluna!”.

Ma prima che i soldati potessero avvicinarsi a loro, un iroso ruggito fendette l’aria, riecheggiando per il cortile interno alla stregua di un rombo di cannone. “Pas si vite! Al tempo!” e girandosi videro Mercurio Bua avanzare a grosse falcate verso il maresciallo francese, gli occhi iniettati di sangue e livido in volto.

“Avevamo un patto, monseigneur de La Palice!”

“Vi lascio presidiare questo Castello fino all’arrivo dell’Imperatore, non gradite l’onore?”, replicò sbrigativamente l’interessato in questione, più che altro per evitare scenate dinanzi ai soldati.

Il comandante greco-albanese, invece, pareva di diverso avviso, ché insistette: “Mi ci sciacquo il gargarozzo coi vostri onori. Anzi, è grazie ad essi, se siamo rimasti senza bottino e senza cibo, padroni di un cimitero!”

“E che mi dite delle scorrerie dei vostri uomini? Non portano vettovaglie rubate ai contadini?”

“Appena per sfamarci qualche giorno e quando i miei uomini riescono a ritornare vivi e in un sol pezzo, ben inteso. Tra gli stradioti marciani e i contadini, non si sa chi si diverta di più a maciullarli!”

“Poche storie, capitaine Bua, è deciso: fino all’arrivo dell’Imperatore, rimarrete qui!”

Malakas”, imprecò sottovoce l’uomo e meno male che La Palice non comprendeva la sua lingua, altrimenti non avrebbe di sicuro gradito il complimento rivoltogli. “Non verrà, ve l’assicuro!”

Un agitato mormorio si diffuse tra i soldati. Come sarebbe a dire che il Re dei Romani, garanzia di sostentamento e per il quale stavano rischiando notte e dì la pelle, non sarebbe venuto?

La Palice percepì quel montante disagio e decise di porvi immediatamente rimedio, evitando che sfociasse in disordini. “Dubitate dell’augusta e sacra parola dell’Imperatore?”, sfidò egli apertamente il condottiero greco-albanese a contraddirlo, domanda ostica da rispondere lì davanti a tutti, senza rischiare un’accusa di sedizione. Soddisfatto del silenzio rancoroso di quel satanasso, l’uomo impartì di nuovo l’ordine di mettersi in marcia.

Sennonché, all’ultimo, Mercurio Bua berciò ai suoi uomini: “Tani!” e in un lampo, Hironimo avvertì qualcosa stringerlo al collo e trascinarlo indietro mentre Thomà gli si aggrappava nell’inutile tentativo di trattenerlo, finendo invece per venire anch’egli trascinato via dall’greco-albanese, subito circondato dai suoi stradioti con le spade e le balestre puntate contro i disorientati soldati franco-imperiali. Zilio Madalo recise le corde di Paulo Doglioni e Christofal Colle, spintonando anche loro nel quadrato improvvisato.

“Che significa questo, monseigneur?”, gridò indignato e confuso La Palice da tanta sfacciataggine.

Una volta espugnato Castelnuovo, potrete appropriarvi di qualsiasi cosa vi sia di gradimento al suo interno”, gli ricordò verbatim il condottiero la promessa del giorno precedente. “Ebbene, questi qua” e accennò col capo sia i capitani bellunesi sia un Hironimo sempre più paonazzo in volto per l’incapacità di respirare a causa della stretta al collo, “si trovavano all’interno del Castello e sono assai di mio gradimento. Me li sono più che guadagnati! Se non fosse stato per il sottoscritto, a quest’ora ce ne stavamo stupidamente a farci impallinare alla stregua di anatre! Non ho quindi il diritto di reclamare il bottino promessomi? O”, e qui il suo ghigno s’allargò diabolicamente, “il maresciallo Jacques de Chabannes de La Palice è uno spergiuro, che non mantiene i patti? Questo dovrò riferire al Roi de France Louis?”

Anima semplice, aveva affermato il comandante francese? Anima da forzato, di uno stramaledetto pendaglio da forca dalla lingua lunga, ecco cos’era quell’uomo!

“Tre giorni, capitano Bua”, cedette infine La Palice, non desiderando minata la sua autorità dinanzi ai soldati: adesso capiva come mai, tra tutti i capitani insoddisfatti e senza paga, l’unico a riuscire a far valere le sue ragioni dinanzi allo stesso Re dei Romani fosse stato proprio Mercurio Bua, costringendo il Cesare Augusto a piegarsi ed esaudire ogni suo capriccio. “Tre giorni rimarrete qui in attesa dell’Imperatore. Se al terzo non si presenta né ricevete conferma del suo arrivo, potrete rientrare al campo. Ovviamente, se riuscirete a tenere la fortezza in ordine fino ad allora.”

La morsa al pezzo di corda al collo di Hironimo s’allentò e il giovane boccheggiò aria, tastandosi di riflesso la carne martoriata. “La vostra ragionevolezza mi consola, monseigneur”, convenne soddisfatto il greco-albanese, esibendosi in un beffardo inchino deferente.

Il maresciallo La Palice gli scoccò un’ultima occhiata nauseata e le truppe si misero in marcia.

Finito di osservare sornione l’esercito che si allontanava dal Castello, mormorando tra sé e sé Mercurio Bua commentò: “E pensare che stavo per essere sconfitto da un bambinetto come te … Di nuovo”, cogitava ad alta voce, notando come Hironimo ancora tossisse, il collo segnato da chiazze scure. Avvicinatoglisi, seguitò incautamente: “Chissà poi com’hai ottenuto quest’incarico … hai forse pianto dall’avuncolo? O con quei begli occhi neri hai sedotto qualcuno in Senato?”

Al che il giovane Miani cessò di tossire e giratosi lentamente verso di lui, lo fissò con tale odio da crocifiggerlo per poi esprimere la sua modesta opinione a riguardo in greco corrente: “Lo vuoi un consiglio, keratas? Cagati in mano e prenditi a schiaffi!”, gracchiò.

Un pugno allo stomaco lo zittì, forzandolo a carponi.

“Dunque sul serio, non ti ricordi di me a Padova?”

Ansimando, il patrizio replicò: “Una faccia da turco come la tua? Avrei avuto gli incubi a ricordarmela!”

L’espressione del Bua si trasformò in un qualcosa di mostruoso. “Oh, li avrai gli incubi”, l’assicurò, ordinando ai suoi uomini di rigettarlo nei sotterranei. Siccome poi, si sentiva d’umor particolarmente dispettoso, gli fece gettar addosso una secchiata d’acqua gelida della Piave, ridendo sguaiatamente all’urlo acuto di protesta sia di Hironimo che di Thomà, colpito suo malgrado dalla fredda cascata.

“Avanti, un’altra!”, gridò giulivo il capitano tra le grasse risate degli stradioti. “Che Sua Signoria si netti un poco la lingua!”

 

***

 

 “Me maraveggio ch’el abbia uto tanto muso da mostrarsi qui a Trevixo!”

“Non solo g’ha abbandonà Castel Novo, ma pur Cividàl de Belluno!”

“Pajàzo! Canàja! Pendajo da forcha! Meriterebbe l’oggio bollente!”

“No! Le tenaglie!”

“Ma perché el sier Provedador no g’ha dato orden de farlo apichar?”

“In tempi de carestia, ogni omo xé utile ancha co nol g’ha cogiòni!”

“Aveu visto con che muso el sier Marco Miani lo varda? Par volerselo manzar vivo!”

“Burlestu?” (scherzi, ndr.)

“El Batagin Bataja g’ha abbandonà so fradelo, il quale gera el castelan de Quer!”

“Dasseno?” (davvero?, ndr.)

“No!”

“Oh sì! El magnifico sier provedador Zuam Paulo g’ha affidato apposta quel caga-in-braghesse dil Bataja a la supervision dil sier Marco, perché lu lo scruterà assa’ attentamente, nella speransa ch’el scampoli cussì da cavarse el piazer de coparlo de propria man con la scusa di diserzione!”

“Pulito!”

“An, ecco perché el g’ha senpre ea man a la spada e gli oci tacai a la soa schiena.”

“Silenzio là, banda di comari pettegole!”, rimbeccò Renzo da Ceri quel gruppetto a suo gusto un po’ troppo chiacchierone,  supervisionando intanto i lavori di pulizia dalle macerie della case abbattute lungo le mura. Non appena si girò dalla parte opposta, gli venne elargito un bel segno sconcio che provocò l’ilarità degli altri civili per poi chetarsi subito, quando il capitano delle fanterie, attirato dalle risate, si focalizzò di nuovo su di loro.

Onde velocizzare i lavori di fortificazione delle mura e della città già incominciati due addietro su progetto di Fra' Giocondo da Verona, il provveditore Zuam Paulo Gradenigo aveva emanato l’ordine che ogni trevigiano – sia laico che religioso – dovesse contribuire allo smantellamento degli edifici e smaltimento dei detriti. Infatti, per far fronte alle tensioni tra i soldati e i civili e soprattutto alla fiumana di fuggitivi dalle campagne che si riversava ogni giorno incontrollata in città, il Provveditore e il Consiglio Cittadino avevano convenuto come nessuno a Treviso dovesse stare con le mani in mano a poltrire; anche i rifugiati, se abili e in salute, al meglio delle loro possibilità e competenze col proprio lavoro dovevano ripagare la protezione, il pane e il vino offertoli da Treviso. Essendo la maggior parte di essi dei braccianti, con tale incarico ci andavano a nozze, fornendo un prezioso aiuto.

Fin qui dunque tutto bene, malgrado la pioggia battente che proprio non voleva smettere di cadere e impacciava di conseguenza i movimenti. Abbandonate dunque la berretta, la veste e il farsetto in mano alle loro donne, (tutte schierate sotto i portici, le braccia incrociate sotto gli zendali) i trevigiani si erano messi a lavorare nel fango più fradici e sporchi di quando la Melma straripava e allora dovevano andare a rovistare e liberare le zone allagate. Anche i monaci si erano rimboccati le maniche, onorando l’antichissimo ora et labora.

Tuttavia, quando avevano visto arrivare il Batagin Bataja e i suoi uomini assieme a sier Marco Miani (questi con una faccia da Gorgone Medusa), ecco che la bile aveva incominciato a ribollire, non gradendo dover faticare accanto a quei vigliacchi e all’occasione, quando l’Orsini non guardava, ne approfittavano per lanciar loro qualche manciata di fango addosso.

A peggiorare le cose, dopo il campanile si era annunciato l’imminente abbattimento del monastero di Santa Maria Maggiore e ai trevigiani era venuto un colpo, soprattutto essendo in pena per la sorte dei Canonici Regolari di San Salvatore, loro custodi. Al priore Fra’ Hironimo Francesco Bono e i suoi confratelli non era rimasto altra protesta, se non quella di piangere e recitare rosari, mentre il loro amatissimo santuario veniva demolito pezzo per pezzo, manco fossero ritornati gli Ungari [7].

“Spero solo che lassino star la capela di la Devotissima, la qual senpre g’ha difeso Trevixo da li nemici”, confessò a fine giornata Donado Cimavin a Marco Contarini “dai Scrigni”, mentre si dirigevano a casa del primo poco distante dalla chiesa di San Francesco.

Il giovane patrizio annuì distrattamente, più impegnato a scostarsi col polso alcune ciocche biondo-rossicce dalla fronte e a guardarsi infelice le mani doloranti e sanguinanti dalle vesciche pur avendo lavorato coi guanti, rimpiangendo quel suo colpo di testa di voler aiutare i soldati e i civili “volontari”. D’altronde, aveva provato un bisogno matto di sfogarsi contro i mattoni, non avendo potuto prendere a picconate la faccia del Bataja. Al convegno a Palazzo dei Trecento, dinanzi alla pesante accusa d’aver mancato alla parola d’onore data ad Hironimo Miani, ossia di venirlo a prelevare in caso di pericolo, ecco che il Batagin aveva replicato con una scrollatina di spalle: Non è mica colpa mia, se quel pazzo insolente e cocciuto ha voluto restare a tutti i costi lì a morire!

Come Marco Miani fosse riuscito a trattenersi dallo strappare a morsi quella faccia di bronzo, mistero e lode al suo autocontrollo. Eppure, Marco Contarini era certo di averlo scorto barcollare in preda ad una violenta vertigine nel momento in cui quel giovane soldato scampato dal Castello - Cabriel si chiamava? -  gli aveva ceduto le redini di Eòo e Marco conosceva abbastanza bene il Cor suo da sapere che solo da morto egli si sarebbe separato dall’amatissimo cavallo.

Tre giorni erano trascorsi dalla caduta di Castelnuovo di Quero, ma della sorte dei suoi difensori si ricevevano notizie incerte e contraddittorie: Domenico da Modone aveva appreso come se ne fossero salvati solo quattro su cinquanta, ma ignorava se il castellano fosse tra questi, anzi, confuse perfino Hironimo con suo fratello Carlo che per poco non gli era costato il collo da parte di un furibondo Marco Miani; il capitano Costantino Paleologo tramite i suoi esploratori infiltratisi nel campo di Montebelluna aveva riferito del ritorno del maresciallo La Palice e di come il francese stesse preparando un’invasione di Feltre risalendo (chissà perché) la Valle della Brenta. Altre spie avevano confermato il rilascio dei capitani bellunesi Doglioni e Colle dietro cospicuo pagamento. Feltre e Cividal di Belluno erano state abbandonate - avevano aggiunto-  i rispettivi podestà fuggiti a Serravalle in attesa di conoscere la risposta dell’Imperatore al loro ambasciatore, non avendo infatti alcuna alternativa se non la resa, specie se era vera la notizia di un doppio attacco a sud-ovest della Valle Serpentina.

Ma di Hironimo, ancora nessuna conferma se fosse vivo o morto e Marco Contarini, essendogli stato negato dal Gradenigo il permesso di unirsi alle missioni d’avanscoperta e incapace di respirare a causa di quel groppo in gola, era improvvisamente smontato da cavallo e s’era messo furiosamente a vangar via la terra e a sollevare mattoni pur di sfogare in qualche modo quel suo dolore, grato della pioggia torrenziale che gli nascondeva le lacrime. Si era ripetuto che in teoria era assai improbabile che avessero ucciso Hironimo, un patrizio veneziano rimaneva nel mercato dei riscatti una merce troppo preziosa da sprecare stoltamente. Eppure, non era da escludere che il Cor Suo, orgoglioso e testardo, avesse scelto di morire piuttosto di lasciarsi catturare.

“A caxa, la mia mojer la ve darà un fiatin d'unguento e bende – no gh’aveu mai laorato co’ le mani?”, gli chiese candidamente intrigato Donado e Marco gli elargì un cortese sorriso di circostanza, scuotendo il capo in diniego.

Al suo arrivo piuttosto inaspettato a Treviso, giacché aggiuntosi all’ultimo momento e non volendo soggiornare dallo zio – il podestà sier Andrea Donado -   il giovane Contarini era stato assegnato in via temporanea, ve lo zuro! in casa dei Cimavin, di professione mugnai, il che aveva impensierito non poco Marco, siccome non godevano gli esponenti di tale professione esattamente di buona fama – ladri, imbroglioni, usurai della farina -  non si soleva forse ripetere: i muneri i roba pregando? [8] Non ne avrebbero mica approfittato per derubarlo nel sonno, vero?

Il giovane patrizio aveva però ben presto scoperto con suo sommo sollievo come i Cimavin sì fossero mugnai, però già agiati di loro nel senso che possedevano ben tre “rode de molin” a Treviso e  lungo il Sile, un gran lusso: un mulino, il più grande, lo lavoravano direttamente loro; due li avevano dati in affitto a conduttori di fiducia, venendo tuttavia a controllarli spesso sia per la manutenzione che fosse costante sia per la produzione che non doveva calare sotto i livelli imposti della Serenissima, pena l’esproprio. E il padron peggiore è quello del mestiere.

Anche con la guerra in corso le loro fortune non erano mutate, anzi, l’ultimo che more de fame xé el munèr e Donado Cimavin aveva ben compreso la pressante richiesta di farina e pertanto i suoi mulini giorno e notte macinavano non solo per la popolazione trevigiana, bensì per Venezia, per l’esercito e le città limitrofe, con ritmi lavorativi talmente serrati che lui stesso dormiva all’occasione al mulino. Con l’arrivo dei soldati e il timore di eventuali danni, Donado aveva organizzato una contro-ronda coi suoi braccianti, così da controllare che quelle malerbe non gli rubassero o peggio danneggiassero la sua roba, bastonando senza pietà qualora necessario. E per roba sua intendeva anche la moglie, madona Felicita, il cui palpeggiamento il Cimavin non aveva affatto gradito.

Ed eccola lì, la matrona di casa, seduta accanto al centro della stanza principale impegnata in apparenza a rammendare, in realtà i suoi occhi seguivano stretto ogni movimento della serva e del piccolo Jacopo seduto in braccio alla vecchia madona Luzia, sua madre. Donado andò subito incontro alla moglie, sennonché la giovane, annusando l’aria lo bloccò prima che potesse abbracciarla.

Noli me tangere!”, proclamò ieratica, il braccio levato a creare la debita distanza. “Seti onto, ve spuzate da cagnon e non vi vojo da rente! (vicino, ndr.)”, ma se le parole sembravano aspre, gli occhi e la bocca luccicavano di contentezza nel riavere ora per sé il marito, seppur sporco di fango e bagnato dalla pioggia e dal sudore.

“Aveu assunto ‘na massera?” (serva, ndr.), notò d’un tratto Donado la ragazza che stava riattizzando il fuoco nel caminetto, la quale si pose frettolosamente in piedi e salutò il nuovo padrone con un goffo inchino.

“Sior sì.”

“Sença dirme gnente?”

“Mi sun la patrona de caxa.”

“E mi el marido che paga.”

“Appunto, paghé! Qua a furia di prender zente in caxa, mi non sciò pì chome starghe drio!”, si giustificò impunita la moglie, senza smettere l’agile andirivieni dell’ago nella stoffa.  “An, la puta la se ciama Màlgari. La soa fameja la xé zonta ozi dal Montelo e la g’han alozata a la contrada di San Martim. Mi zerchavo guarda caso propio qualcheduna che m’ajutasse e la soa siora mare la me g’ha dito a man zonte: Madona, tolevela in caxa, la xé na brava puta de quindece anni, robusta e assa’ brava in cucina, v’ubbidirà in ogni cossa le comandaré . Et jo potevo rifiutar ad una poara mare disperata? Hé! Un fia’ di carità christiana!”, gli narrò, seppur l’espressione del marito seguitasse a rimanere molto scettica. Al che Felicita  esclamò spazientita: “Animo, andé a lavarve e fate pase col savon, deboto (fra poco, ndr.) svengo per via de sta spuza!”

“Vado, vado, perhò dopo faremo i conti!”

“Sì, sì sior marido, ché la puta la vol esser pagata in anticipo per la semana!” e rise all’imprecazione del consorte che riecheggiò dalle scale. Cambiando totalmente il tono di voce in uno più vezzoso, cinguettò in un sorrisone tutto fossette a Marco, rimasto saggiamente in disparte e sordo: “Zelenza, la massera la g’ha preparà un bel bagno ancha par vu; stasera, poi, gavemo di la lengua de bo’ co poenta e verdure bollite. Ve piaseu?”

“Mi piacerebbe, sì”, asserì educatamente il giovane patrizio, seguitando a sfregarsi le mani doloranti.

“Malgari, corate a ciapar el balsamo e di le bende pel magnifico messer domino Marco Contarini. Lesta!”, diede istruzioni Felicita alla domestica, la quale scese rapida ai piani inferiori.  Invitando Marco a sedersi, la giovane matrona riprese il suo lavoro. “Chome stanno i vuostri omeni?”, s’informò, riferendosi ai cinque soldati a spese del Contarini giunti seco da Padova. D’accordo presentarsi all’ultimo, ma senza nessuno come seguito proprio no, troppo sospetto. Per fortuna Ferigo gli aveva indirettamente indicato dove poter trovare dei volontari poco inclini a porre domande sconvenienti.

“Bene, ch’io sappia.”

“No ghe spiaseli alozar nel molino?”

“Si accontentano.”

Madona Felicita sospirò teatralmente. “Femo zò che podemo. D’altronde, cadaun zorno ne scapan cussì tanti a Trevixo, che non si sa pì ni dove metterli ni che cossa farli far. Bisogna dar a sta zente da laorar, sennò i vegne in testa strane idee. Chome predicava zustamente San Paulo: Chi non lavora non mangia! ché l’otium xélo pater de ogni vitium!”

Ascoltando il sermone in silenzio, Marco si guardava nel frattempo attorno, cogliendo i piccoli dettagli della stanza, dalle grezze decorazioni del grande caminetto, al vasellame di ceramica dipinta di Bassano, forse l’unico pezzo di pregio della casa e di fatti ben esposto all’occhio critico del visitatore. Studiò il fuoco scoppiettante, il biancore della tovaglia del grande tavolo guizzare nella penombra, il buco dei calzoni sparire gradualmente sotto i colpi dell’ago e filo. Cogli occhi accarezzò i soffici capelli del piccolo Jacopo che giocava felice e ignaro ai piedi della madre, la quale a sua volta passava di tanto in tanto la mano sul ventre sempre più grosso. Una scena domestica, serena, irreale quasi: quanto lontana pareva la guerra lì dentro! Eppure, bastava varcare la soglia di quella stanza per ripiombare nella sua squallida realtà.

“Siete molto tranquilla, madona”, commentò di punto in bianco.

L’espressione della giovane assunse tinte amare. “An, g’ho patìo de ben pèzo d’on assedio … Do anni fa, per puoco non divenivo vedoa co’n puto de quattro mexi, se nol gera pel magnifico messer Hironimo Miani.  Cossa gavaria fato mi sença el mio Donado? Jo, sola al mondo a diciasete anni co’n puto! Sier Hironimo me lo g’ha riportà vivo, el non gavea alcuna obligazion con elo, eppur me lo gh’ha riportà indrio, vivo!”, tirò su col naso, la maschera di cinica nonchalance caduta e Marco vi scorse dietro una fanciulla spaventata.

Felicita s’accarezzò ansiosa il pancione, memore del terrore atroce provato quando s’era vista il marito ricoperto di fango e sangue zoppicare verso casa, con Hironimo che lo sorreggeva per il braccio.

“Poaro, poaro sier Hironimo, g’ho tanto pregà la Devotissima azzò lo protegesse! Poareto,  non se meritava sta baronata. Non si abbandonano cussì i propri compagni!”, si asciugò la donna una lacrima ribelle, sorridendo imbarazzata a mo’ di scusa. “Zelenza, vuj seti omo de mondo, donca per cortesia  prudensa col fradelo, el magnifico messer Marco Miani: da quando g’ha savuo di la nova, a xé divenuo un tal salvadego; non si pol parlargli senza che ve morseghi. Poareta la soa siora mojer madona Helena, la compatisso!”

Marco si drizzò sulla sedia, scattando in avanti verso la donna. “Sier Marco xelo qui? In sta caxa?” Sin dal suo arrivo a Treviso, il Contarini aveva cercato invano di conferire con lui, tuttavia fallendo ad ogni occasione anche perché troppo impegnato il Miani sia con le ronde, sia a tener sottocchio il Bataja nella speranza di poterlo accusare di diserzione e così ucciderlo lentamente, con gusto.

“Macché, i xei nuostri visini. I g’han na caxa qui da che mo’, no saveu? El mio missier (suocero, ndr.) masenava le farine pel quondam sier Anzolo Miani, el qual gera on tal galantomo, sì sì.”

 “No, no ... cioè, sì ma non pensavo che … Avessi saputo, avrei chiesto …”

Gli occhi di madona Felicita si strinsero di dispetto, la fronte corrugata e le labbra piegate all’ingiù, pronte alla pugna sia dialettica sia della padella delle castagne in testa. “Zelenza, co tuto respeto, non ci credareu mica indegni d’alozar vuialtri patricij?”

“Non sia mai, voi siete i migliori anfitrioni dell’intero Stato da Tera! Non avrei potuto sperare in miglior alloggio!”, tagliò corto Marco, le gote vermiglie e sentendo la sua persona piuttosto minacciata. “Solo, non immaginavo che la famiglia Miani abitasse proprio in questa contrada. Che caso raro!”

“Ma ve par? Manco mi ghe credea!”, esclamò gioviale Felicita, distendendo il viso in un’espressione più rilassata. “Zò, Malgari, sistu andà fin a San Vio [9] a ciapar sto unguento?”, gridò verso le scale conducenti alla cucina.

 “Vi servo, patrona, vi servo!”, sbuffò l’ex-contadinella, prendendo uno sgabello e posizionandosi davanti a Marco, afferrandogli energicamente brusca il polso e mettendosi al lavoro. “A vara zò che man de tosa!” (ragazza, nr.), commentò in genuino stupore.

Nascosto in maniera strategica dalla fantesca che gli disinfettava e bendava le mani piagate, il giovane Contarini sospirò di sollievo per lo scampato pericolo di un incidente diplomatico -domestico.

Come facesse Hironimo a relazionarsi con ogni ceto sociale e a stringere amicizie sincere tra i loro esponenti con tal facilità da risultargli naturale quanto respirare,  Marco ancora faticava a comprenderlo ché lui dopo un’oretta a conversare con madona Felicita già gli stava venendo un gran mal di testa.

 

 

***

 

“Donca, porco d’un can franzoso, hastu voja de parlar?”

Alors, sale chien français, as-tu envie maintenant de parler ? "

Comme si vous me faisiez peur, vous, un porc cocu Vénitien ! 

“Che ciancia sto macaco?”

“Che non vi teme e che … e che voi siete un porco cornuto, magnifico sior Provedador.”

“A mi dil cornudo?! Paron Fortunato: date a questo furbastro qualche sorsetto d’acqua in più. Vedremo, se avrà ancora voglia di far lo spiritoso!”

Nelle stinche dietro a Palazzo dei Trecento ci si stava impegnando da molte ore e con grandi sforzi ad insegnare il veneziano al prigioniero francese, il segretario del maresciallo de La Palice, catturato da Nane il contadino sul Montello e condotto a Treviso legato e pestato alla stregua del baccalà mantecato del venerdì. Provando una piccolissima pena nei suoi confronti – le terrificanti prodezze che una donna arrabbiata può compiere quando armata anche solo di un batocchio di legno – gli inquisitori avevano deciso di limitarsi a farlo sedere al centro della sala, schiaffeggiandolo ogni tanto giusto per tenerlo sveglio, ma porgendogli soltanto domande. Una volta però ripresosi dal selvaggio trattamento campestre, il francese s’era armato di beffarda spavalderia e aveva rifiutato di tradire il suo maresciallo, ingiuriando sempre più pesantemente gli astanti al punto che l’interprete sudava freddo ad ogni frase tradotta.

In altre circostanze, e magari con altre persone, tale tenace atteggiamento avrebbe anche destato l’ammirazione di chi allo spirito cavalleresco ci credeva ancora. Siccome però la vita reale si riassumeva meglio in uno spiccio “ciò che voglio prendo, poco importa come e guai a te se mi fai la morale”, ecco che il segretario all’ennesimo insulto agli onorati presenti venne condotto in una cella sotterranea e lì s’incominciò il vero e proprio interrogatorio.  Legato ad una tavola di legno leggermente inclinata verso il basso e con la testa in quella medesima direzione, il francese col naso tappato fu costretto a bere acqua finché non si sentiva soffocare, tra colpi di tosse, vomito e fiumi d’urina per la vescica sovraccaricata da quell’inaspettata quantità di liquidi da smaltire.

“Parla, cancaro! O te fazzo tajar i cogiòni!”

Parle, racaille! Ou je vais te faire couper les couilles! ”

Il francese, trattenendo un po’ acqua in bocca, la sputò in faccia al Gradenigo, ringhiandogli contro: “Je vous encule, boule de suif!”

Nettandosi il viso bagnato e paonazzo per l’affronto, il provveditore lanciò un’occhiata molto significativa all’interprete, che farfugliò penosamente quasi sveniva: “Sier Zuam Paulo … devo proprio?”

L’arco minaccioso del sopracciglio dell’uomo gli confermò che sì, doveva proprio bere l’amaro calice di tradurre tutto fino all’ultima parola. Pregando la Madonna, il poveraccio gli riferì quanto detto dal segretario.

Un silenzio di tomba calò nella cella e neanche il capitano Vitello Vitelli, che pur di grossolanità ne aveva udite a bizzeffe, riuscì a guardare dritto in faccia il Gradenigo, il cui labbro inferiore tremò in un pericoloso rictus nervoso. L’unico serafico pareva sier Lunardo Zustignan, che anzi sorrideva lezioso al francese. “S-ciavo, sior canzelier. Stavolta l’hai fatta!”, gli sussurrò ironico.  

Di diverso umore sguazzavano l’interprete e lo scrivano, spostando agitati lo sguardo dal provveditore al prigioniero e viceversa, in attesa dell’esplosione. “Sier …”

“Ah sì?”, sibilò sier Zuam Paulo, alla penombra un diavol d’inferno quanto l’era in collera.  “Cussì me la conti? Che te me vol …”, si trattenne a stento, inspirando forte per il naso “… a me? Lo sai, muso-da-mona, cosa facciamo a Veniexia a chi copula alla fiorentina? Li bruciamo!”, berciò e  preso un attizzatoio, lo passò sul fuoco finché non divenne rovente, sventolandolo infine sotto il naso del prigioniero. “Se non vuoti il sacco in questo esatto momento, puoi immaginare dove ti ficco questo?”

E l’interprete più che tradurre le parole di Zuam Paulo Gradenigo, faticò a riportare parola per parola la fiumana che fu la confessione del terrorizzato francese.

Brevemente, Castelnuovo di Quero era stata conquistata con un inganno, essendoci dei traditori che fungevano da guida ai franco-imperiali nel feltrino, bellunese e trevigiano – Gradenigo volle e ottenne i nomi. Del castellano ignorava la sorte; l’Imperatore ancora cincischiava a Bolzano e intanto si puntava ora su Conegliano, Feltre e Cividàl di Belluno. Il francese aggiunse poi che il La Palice aveva in progetto di rientrare a Montebelluna in attesa dei rinforzi che da Vicenza sarebbero arrivato a Marostica, dove si diceva li aspettasse il duca di Baviera e da lì sarebbero partiti con fanti almeno 10.000 per l’impresa, più 13 pezzi d’artiglieria (grosse, mezzane) e quasi 30 tra falconetti e colubrine; cavalleggeri tra i 1.500-2.000.  

Treviso sarebbe caduta - li assicurava -era già in mano loro come tutta la Marca; appunto per questo era intenzione dell’Imperatore di svernare in città per poi puntare su Venezia.

Soddisfatto, Gradenigo appoggiò l’attizzatoio rovente e il segretario del La Palice ritornò a respirare con la bocca.

“An, e dategli una dozzina di frustrate, come da protocollo. Non troppo forte, ma neanche da putelo, tutto esercizio, tutta salute”, aggiunse poi il provveditore generale non appena lo scrivano appoggiò la penna, mentre si sedeva sullo scranno pronto a godersi compiaciuto i frutti del suo duro lavoro. Facendo spallucce, incurante, il boia si apprestò a riscaldare la frusta sulla schiena del francese.

“Ma perché?”, chiese perplesso il podestà sier Andrea Donado “dalle Rose”. “Ha confessato!”

“Sì, ma no me xé garbà el tono!”, insistette seccamente Gradenigo, massaggiandosi al fianco là dove friggeva il suo povero fegato.

“Signor Gian Paolo, con vostra buona licenza, incomincio il turno di ronda per stasera.”

Schiocco-urla … schiocco-urla … schiocco-urla …

“Già s’è fatta sera? Sì, sì, andate pure capitano Vitello. Vi raggiungerò più tardi.”

“Con permesso.”

Schiocco-urla … schiocco-urla … schiocco-urla …

“Un cosa qui ancora mi sfugge: questo Papa è vivo o morto?”, cogitò ad alta voce sier Lunardo Zustignan, una volta che il capitano Vitelli ebbe chiuso dietro di sé la pesante porta.

Schiocco-urla … schiocco-urla … schiocco-urla …

Osservando sempre più disgustato lo spettacolo dinanzi a sé, il podestà replicò: “Il fante ferrarese non aveva detto esser morto? Anche il governatore di Millan, il duca Gastone di Foys si è rallegrato pubblicamente della sua morte. Che ne pensate, sier Zuam Paulo?”

Schiocco-urla … schiocco-urla … schiocco-urla …

“Mah … quel fiorentino è una canaglia, un parassita, difficilmente la pula la si cava dal grano …” L’essersi staccato dalla Lega di Cambrai, una volta ottenute le città della Romagna, non aveva garantito a Giulio II l’immunità da lui sperata, al contrario: sia il Re di Francia che l’Imperatore avevano indetto un concilio a Pisa per eleggere un antipapa e gran gaudio generale nell’immaginare quel disgraziato rosolarsi nei suoi medesimi rimorsi, avendo dimenticato che Venezia, gli piacesse o meno, era un necessario cuscinetto tra lo Stato Pontificio e Francia e Impero. Chi troppo vuole nulla stringe, dice il proverbio, ma forse Della Rovere era stato disattento quel giorno.

Schiocco-urla … schiocco-urla … schiocco-urla …

Avendone abbastanza e ottenuto le informazioni necessarie, i tre patrizi veneziani lasciarono la cella mefitica e claustrofobica e il francese nelle ottime mani di paron Fortunato, boia di qualità.

Quando giunsero in Cancelleria, la trovarono rivoltata in piena rumorosa confusione: i consiglieri, i rettori, i coadiutori e l’auditore sier Piero Antonio Morexini avevano circondato Cipriano da Forlì e la giovane staffetta, discutendo assai animatamente.  Perfino Vitello Vitelli, dimentico della ronda, ascoltava incredulo.

“Coss’ela sta cagnara? Siamo forse a Carnevale?”, li rimbeccò il podestà sier Donado.

Affatto intimorito, Cipriano da Forlì gli venne incontro, esclamando: “Signor Andrea, è appena giunto un messaggio del magnifico domino messere Francesco Foschari capo dei Dieci: il Papa è ancora vivo!”

“Cosa?!”, esclamarono basiti sier Lunardo e sier Zuam Paulo, ricevendo quest’ultimo in mano la lettera del Foscari e divorandone i contenuti.

Di quanto affermato da Gaston de Foix e l’emissario estense, sier Francesco Foscari smentiva tutto, poiché un suo uomo aveva appreso da fonti attendibilissime – il patrigno del cardinal Arzentino e lo stesso cardinale Giovanni de’ Medici – come il Papa certamente si trovasse in extremis e disperata salute, ma non per questo necessariamente orizzontale. In ogni modo, Roma intera si trovava in arme in attesa di sviluppi e tutte le spie dei Dieci, l’ambasciatore sier Hironimo Donado “dalle” Rose e i cardinali domino Domenego Grimani e Marco Corner tendevano ben bene le orecchie pronti a riferire all’istante.

Sier Gradenigo sorrise carnivoro: forse la missione di sier Hironimo Donado, dottor e orator della Signoria Serenissima a Roma, si poteva dichiarare ancora opus in corso.

 

***

 

Il milanese Aloisio Ferrer, capitano d’uomini d’arme, cavalcava inquieto accanto ai capitani di fanteria  monseigneur de Richebourg e monseigneur de Mongiron, la mente in subbuglio: la notizia di un imminente attacco da parte di Ferigo Contarini di San Cassan aveva instillato in Vicenza un panico sottile, presi infatti di contropiede sia Giovanni Gonzaga che il duca Charles de Bourbon, i quali tale mossa azzardata forse ancora se la sarebbero aspettata dal loro Bon Chevalier de Bayard, ma non di certo da quel diavolo d’inferno veneziano. Malgrado i sospetti del duca di Bourbon, che aveva suggerito d’inviare degli esploratori in avanscoperta per confermare la veridicità della notizia, alla fine era stata accordata la decisione di spostare immediatamente a Marostica i rinforzi giunti da Milano inviati dal Duca di Nemours, così da unirsi al contingente del Duca di Baviera e proseguire fino a Montebelluna dove La Palice e, a Dio piacendo, l’Imperatore li stavano attendendo per l’impresa di Treviso.

Ah, Treviso … A sentir il Re di Francia e Gaston de Foix suo nipote la città già pareva conquistata, sicuri dei loro numeri sia in fatto di uomini e di cavalli sia d’artiglieria. Un assedio facile - si vantavano - le mura scaligere crolleranno al primo tocco, vous verrez!

Eppure … eppure …

Il Ferrer non riusciva a districarsi dalla morsa stretta dell’ansia, una sgradevole sensazione di stonatura in quella marcia precocemente trionfale.

Primo, perché non arrivavano lettere dal maresciallo La Palice, informandoli dei loro ultimi spostamenti?

Secondo, perché proprio adesso quell’improvviso attacco suicida del Contarini di San Cassan?

Terzo, perché, nell’euforia e ottimismo generale (già il Re di Francia brindava alla caduta di Treviso), soltanto la voce del maresciallo  Gian Giacomo Trivulzio s’era levata contro l’impresa? Egli era arrivato addirittura a sfidare apertamente il Re, rifiutando l’incarico malgrado l’insistenza di quest’ultimo e quando il sovrano aveva esatto spiegazioni, il Trivulzio si era giustificato affermando che dopo anni di sfavillanti vittorie su grandi signorie e avversari, non voleva rimpatriare a Milano ricoperto dal fango del disonore e della vergogna, sconfitto da una città misconosciuta e dai suoi burocrati. “Sire, Treviso come Venezia è una luogo di cielo, terra e acqua. Quest’estate è piovuto anche fin troppo, la Marca sarà ritornata di sicuro una palude, cioè un disastro per muovere truppe e artiglierie, rallentandoci in ogni manovra ma esponendoci allo stesso tempo ai nemici. Inoltre, ricordatevi cosa fecero al trombetta di Leonardo Trissino: sono feroci quanto bestie lì, non arrischierò una morte disonorevole ai miei uomini, sgozzati nel sonno peggio d’agnelli!”

Sgozzati nel sonno …

Le truppe sfilavano in marcia a ranghi ben serrati, guardinghi al massimo, viaggiando persino di notte e concedendosi solo qualche ora di riposo, così anche da cambiare i soldati nelle retrovie in modo da guardarsi le spalle da eventuali attacchi.

“Sandrigo, enfin!”, esclamò il capitano de Richebourg, guardandosi attorno. “Encore un peu, e tosto arriveremo a Marostica!”

Quasi a segno di buon augurio, il sole s’erse su quel 31 agosto, tingendo il cielo del delicato rosa dell’alba e levando gli ultimi residui della nebbia dovuta dal terreno ancora imbevuto dell’acqua della pioggia torrenziale del giorno precedente.

Il capitano Ferrer si coprì gli occhi con la mano, ferito da uno strano bagliore. Come?  Già così splendente il sole?

Levato lo schermo, il milanese spalancò la bocca in pieno orrore e prima ancora che potesse urlare: “Imboscata!”, una freccia trapassava la gola di uno dei cavalieri accanto a lui e un fragore da far tremare la terra li giungeva incontro, un fiume in piena che si divideva con diabolica precisione per spezzare la colonna di marcia delle truppe, una legione di diavoli venuti per il loro sangue.

“Marco! Marco!”

I vessilli dorati di Venezia brillavano beffardi alla luce del sole, questo loro tacito complice che era sorto apposta per renderli i franco-imperiali visibilissimi e tra gli stendardi il capitano Ferrer riconobbe lo stemma a tre bande azzurre in campo d’oro che tanto aveva imparato a temere.

Embuscade! Embuscade!”

A che pro chiedersi come avessero fatto a raggiungerli così in fretta, intercettandoli? A che pro?

Bastavano i fatti e cioè che Ferigo Contarini li aveva ingannati tutti, non avendo mai avuto intenzione di andare a Vicenza e adesso, per quella loro ingenuità, avrebbero pagato con la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

****************************************************************************************************************

 

I francesi sono dei pessimi perdenti: nella loro versione della Guerra della Lega di Cambrai, mai non hanno accennato a questo episodio né a qualsiasi altra sconfitta inflittagli dai veneziani. Federico Contarini mai nominato. Appena appena si accenna alla sconfitta a Padova del 1509, ovviamente dando la colpa a Massimiliano, agli spagnoli, ad Alfonso d’Este, al Papa, alla gatta di Codalonga, etc. A sentir loro, insomma,  non persero neanche una battaglia … Boh.

Treviso contava all’incirca più di 200 mulini nel suo territorio per via dell’eccellente risorsa idrica: essendo i suoi fiumi di risorgiva, non soffriva della siccità estiva o del gelo invernale, producendo pertanto per tutto l’anno e Venezia esigeva quasi 30,000 staie (sacchi) di farina come rifornimento, anzi, alcuni mulini macinavano esclusivamente per la città che all’epoca contava quasi 150.000 abitanti; altri mulini all’occasione erano tenuti a macinare per Venezia mentre un’altra parte solo per il territorio trevigiano e dintorni. Sul Sile scivolavano continuamente burchi pieni di farina, ma anche lana che veniva follata a Treviso e pure legna dal Montello che veniva lavorata prima della spedizione in Arsenale per le galere.  I mulini molto spesso venivano dati in affitto ai mugnai, talmente importanti che prima dell’annessione a Venezia avevano la loro Corporazione. Sotto la Serenissima, i mulini appartenevano o agli ordini ecclesiastici, o al comune, o ai patrizi veneziani o ai nobili terrieri locali; tuttavia, non era improbabile per un mugnaio possedere il proprio mulino, solo che i costi di manutenzione sia ordinaria che straordinaria erano talmente alti, che se non possedeva sufficiente capitale per mantenerlo, allora preferiva andare in affitto.

Riguardo al Nostro, le cronache confermano come si salvarono in quattro dal massacro di Castelnuovo di Quero: lui, i bellunesi Paolo Doglioni e Cristoforo Colle e un popolano di cui però non specificano il nome. Per motivi di trama e per tentare di spiegare (e anche anticipare) ciò che accadrà al Nostro, ho deciso essere un bambino. Interessantemente, ho trovato esempi in cui non era improbabile utilizzare bambini per il trasporto delle polveri da sparo e per la mescolatura in loco, forse in quanto piccoli e difficile da centrare?

In ogni caso, spero che il capitolo vi sia piaciuto!

Alla prossima!


Un po’ di noticine:

[1] Dal libro del profeta Abacuc, Sap. 6, 12-16

[2] Hé, Finger weg! Ich habe ihn zuerst gesehen, er gehört mir = hé, giù le zampe! Lo visto prima io, mi appartiene! // Pas de chance, sale voleur, c’est à moi! Et si tu t’approches avec tes sales mains allemandes, je vais t’enfoncer ce couteau dans ta foutue gorge ! = scordatelo (lett. Nessuna possibilità/fortuna), sporco ladro, è mio ! E se ti avvicini con le tue sporche mani tedesche, ti ficco questo coltello giù per la tua fottuta gola ! // Passiert. Nächste Mal = capita / succede. La prossima volta.

 [3] i Turchi ad Otranto = Fra’ Leonardo partecipò alla Guerra d’Otranto (1480-81) militando per Alfonso II di Napoli, all’epoca principe ereditario e Duca di Calabria.

[4] la Vècia al Panevìn = la vecchia (un fantoccio ben inteso!) alla festa del Pane e Vino. Si tratta di un falò di inizio anno, una tradizione popolare dell’Italia nord-orientale che consiste nel bruciare grandi cataste di legno e frasche su cui viene posto il fantoccio di una vecchia, questo il giorno della vigilia dell’Epifania (5 gennaio). Si suppone questo essere un rito pagano poi cristianizzato risalente addirittura ai tempi dei Paleoveneti, legato alla purificazione della terra. A seconda della direzione del fumo si saprà come andrà l’anno: male se va ad occidente, bene se va ad oriente, con tutte le varianti da città a città.

[5] colonne tra San Marco e San Todero =  a Piazza San Marco si concludevano le esecuzioni dei condannati a morte dopo la sfilata tra i canali, appunto tra le due colonne con in cima le statue del Leone Marciano e di San Teodoro (Todero in veneziano), davanti a Palazzo Ducale verso il bacino di San Marco.

[6] Muso-da-Baila = Faccia da Badile, un fantomatico soprannome di Massimiliano.

[7] Nell’899 Treviso subì un devastante saccheggio da parte degli Ungari. Il santuario di Santa Maria Maggiore venne pressoché distrutto, salvandosi solo il muro coll’antico affresco della Madonna, tuttora esistente.

[8] i muneri i roba pregando = I mugnai rubano pregando.  Si riferisce al gesto di prelevare la farina con le “mani giunte” come quando si prega, col “rischio” di dare meno di quanto si pagava per farla macinare.

[9] San Vio = San Vito di Cadore, comune in provincia di Belluno, situato nel cuore delle Dolomiti. Appartenente ai feudi dei da Camino, nel 1420 passa alla Serenissima sotto cui conosce una fase di felice sviluppo economico (ovviamente prima e dopo la Guerra della Lega di Cambrai).

 

 

Ritorna all'indice


Capitolo 4
*** Capitolo Terzo: 31 agosto 1511 (18 agosto 1496) ***


Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato il 29. 08. 2021

***********************************************************************************************************************

 

 

 

Capitolo Terzo

31 agosto 1511

e

18 agosto 1496

 

 

 

Io sont la Morte che porto corona

Sonte signora de ogni persona

Et cossì son fiera, forte et dura

Che trapasso le porte et ultra le mura. [1]

 

 

Plock … plock … plock …

Se non fosse stato per la saltuaria apertura della botola, giusto per darli da bere e accertarsi che ancora indugiavano in questa valle di lacrime (lui almeno, del bambino agli stradioti non fregava nulla), Hironimo si sarebbe creduto già seppellito in tomba, completamente avvolto da un nero bestemmia e un silenzio sconsolante rotto dalle ritmiche gocce d’umidità; dallo scorrere della Piave; dallo zampettare degli onnipresenti ratti; dal gorgoglio dei loro stomaci e infine dallo schiocco affamato delle labbra di Thomà, il quale aveva di recente incominciato a suggergli la camicia pur di tenere i denti occupati, quando non battevano dal freddo ben inteso. Ambedue non si sovvenivano dell’ultimo loro pasto; in certi momenti, neppure si sovvenivano d’essere mai stati in vita, trascorrendo ore infinite incastrati l’uno nell’altro in un disperato abbraccio onde riscaldarsi, preoccupandosi il giovane Miani di come la pelle del piccino divenisse ad ogni istante sempre più fredda e appiccicaticcia.  Si tenevano desti a furia di pizzicotti, ma il sonno dell’affamato e dell’infreddolito talvolta li intorpidiva, precipitandoli in sonni inquieti, orribili,  che li lasciavano al risveglio doppiamente spossati invece di ristorarli, complice inoltre l’aria stantia della cella, ammorbata oramai dal puzzo del loro sudore e, alas, escrementi.

“Zò! Te me dà el pie en bocha?”, protestò Hironimo, svegliandosi di soprassalto per colpa della rapida e dolorosa pedata in faccia da parte di Thomà, il quale, rannicchiandosi ulteriormente contro il suo stomaco, bofonchiò contrito e stanco:

“La me perdoni, patron, nol gh’ho fatto apposta: mi dormivo e chi dorme, manza …”

Sì, dormiva scalciando peggio d’un mulo, il nanerottolo! Almeno però dimostrava di vivere ancora, rallentato infatti il suo respiro al punto che il giovane patrizio talvolta faticava ad udirlo, controllandogli di tanto in tanto l’aria con due dita sotto il naso giusto per assicurarsi di non stringere un cadavere.

Hironimo borbottò qualcosa, o meglio la sua gola lo fece meccanicamente, sistemando il capo sull’avambraccio nella disperata ricerca di una posizione comoda: il dolore alle tempie pian piano s’era attenuato, purtroppo ciò non si poteva affermare della ferita sul fianco, ancora bruciante e che gli tirava molesta. Thomà, ignaro, dormendoci sopra gliela premeva, causandogli sottili fitte come punture d’aghi sottopelle. Le palpebre gli divennero pesanti, ghermendolo una violenta vertigine che lo allettò a perdersi nella lusinga del sonno e appena riuscì a socchiudere gli occhi una strana sensazione lo colse, non dissimile a quella dello sfruscio in inverno del morbido e caldo bordo di pelliccia.

Peccato, che la sua pelliccia non si muovesse e squittisse.

Hironimo s’irrigidì peggio d’un cadavere, mentre quell’essere immondo gli zampettava impunito sulla spalla.  “Coss’elo? Coss’elo?”, ansimò istericamente, mulinando a caso il braccio e udì l’animale cadere, sebbene continuando a corrergli accanto nel tentativo di risalirgli sopra, squittendo confuso e irato da quella sua ribellione.

“Un sorze, me sa!”, fu la secca constatazione del bambino, insensibile al topo e preferendo piuttosto continuare a dormire; al contrario, il giovane Miani non condivideva tale rassegnazione e appunto strillò:

“No! Levamelo di dosso!”, calciava il nemico ben protetto dall’oscurità,  soffiandogli contro adesso minaccioso.

“Se vuj lo lassate star, no ve fa gnente!”

“Non voglio sorci addosso!”

“Oh, che putelezzi (bambinate, ndr.)!”

“Thomà, cavami questo sorcio o te dago ‘na schiaffazza in tel muso!”

Il bambino scattò a carponi pronto alla pugna. “No, patron! Gnente schiaffazze pel poaro Thomà!”, frignò petulante e quando il topo partì all’assalto per l’ennesima volta, con gli occhi e la rapidità di un gatto Thomà artigliò a colpo sicuro il ratto e prima che la bestia potesse morderlo gli spezzò l’osso del collo, gettandolo poi in fondo alla cella in un umido tonfo, là dove si liberavano dei propri bisogno naturali.

Silenzio.

“Bauco! (citrullo, ndr.)”, commentò sarcastico Hironimo, già udendo la marcia di tutti i topi di Castelnuovo darsi appuntamento lì. “Ora lo raggiungeranno i suoi compari per mangiarsi il cadavere!”

Al che Thomà, dimentico di ogni prudenza, replicò scocciato: “Saveu, patron? Andé al diavol ché mi sun stuffo, non ve va ben mai gnente!”, incassando con la dignità di chi s’è sfogato a ragione il doloroso scappellotto elargitogli prontamente da un offeso patrizio. Dopodiché, mettendosi in piedi, allargò bene le gambe pericolosamente vicino al giovane uomo, che gli domandò assai preoccupato:

“Cossa fastu?”

“Pisso, patron”, sentenziò solenne e si slacciò la braghetta.

Hironimo lo spintonò via con un calcio. “Non t’azzardare! Va’ nell’angolo!”

“Col cadavar dil sorze? Patron, perché non poxo farla qui?”

“E me lo chiedi pure, sempio? (scemo, ndr.) Se te pissi qui, c’insudici a tutti e do!”

“Ma me scapa!”

“Tientela! O falla sull’angolo!”, sbraitò esasperato il giovane Miani.

“No!”, si ribellò Thomà e il famigliare zampillio da fontanella riecheggiò nella cella, formando una piccola pozzanghera che lentamente e sorniona raggiunse e bagnò la coscia di Hironimo, il quale sobbalzò disgustato dalla parte opposta. 

 “Òstrega! [2] Orco Juda maladeto rotto-in-cul, che schifo!”, ripeteva sdegnato, asciugandosi convulsamente la coscia nuda con un lembo della camicia. “Sacramento ! Che schifo! Che schifo!”

Scrollandosi a fine pisciata, Thomà sospirò soddisfatto e sollevato. “Ma vuj no pissate mai?”, inquisì curioso, riprendendo posto accanto al giovane patrizio, che, trattenendo a stento un conato di vomito, gli spiegò malevolo:

“Son galantuomo, io! Mi so trattenere! E vado all’angolo, contrariamente a te che sei n’onto porzel!”

“An pulito, se lo dixé vu …”, fece spallucce il bambino, rannicchiandosi di nuovo contro il più anziano. Poi, sogghignando perfido, aggiunse:  “Certo perhò che col pisso indosso stemo  horra ben caldi!”

Un secondo scappellotto lo indusse al silenzio.

La botola s’aprì all’improvviso, cogliendoli talmente alla sprovvista da sobbalzare, le mani corse immediatamente a riparare gli occhi feriti dalla luce.

“Tirateli su!”, berciò una voce dall’alto e Thomà afferrò spaventato il braccio di Hironimo, domandando:

“Che dixélo? I nui copan?”, ignorando infatti la lingua dello stradiota, il quale parlottava coi suoi compagni in un curioso misto tra greco e albanese, rendendo ardua la comprensione perfino al giovane Miani, il quale però, già dimentico dei dispetti del piccino, gli accarezzò il capo, mormorandogli:

“Stammi appresso e soprattutto guai a te se fiati. Da qui ne usciremo vivi tutte e due o nessuno e se quei cancari vogliono il riscatto, a loro converrà la prima opzione.”

Era quella l’unica sua certezza in quei giorni di orridi sconvolgimenti, avendo ben capito Hironimo quanto il capitano Mercurio Bua come prigioniero lo stimasse, arrivando perfino a contenderselo col maresciallo La Palice. Tutto quel fuoco, pertanto, gli garantiva la sua sopravvivenza (pur in condizioni discutibili) fino al pagamento del riscatto o dello scambio.

“Puoah! Puzzano di piscio e merda!”, li dileggiarono i soldati, una volta estratti i due dalla cella, pungolandoli con dei bastoni verso il cortile centrale, manco avessero a che fare con dei lebbrosi. “Non peggio dei loro compagni sicuramente!”, rincararono la dose e il giovane patrizio afferrò il motivo di quell’ora d’aria: nella loro immensa pigrizia, gli stradioti invece di seppellire loro i cadaveri dei marciani – oramai in via di decomposizione – avevano deciso di servirsi dei due prigionieri, cedendogli l’onore del becchino e ciò all’insaputa del Bua, Hironimo ci scommetteva il mignolo destro.

Quarantasette corpi, che la Fortuna li assistesse giacché a causa di quella Quaresima anticipata a malapena si reggevano in piedi dalla fame, figurarsi scavare una fossa comune e trasportare cadaveri uno ad uno.

“Quelle sono le vanghe. Via, sbrigatevi! E se tentate di scappare o d’attaccarci,  raggiungerete i vostri compagni un pezzettino alla volta!” e via a ridersela di gusto, affilando tuttavia le spade segno che la loro corrispondeva ad una battuta unilaterale.

“Andé in mona de vostra mare, fioi de cagna turca, ch’el diavol vi ciapi a la florentina e col sabion …”, sibilò tra i denti e Thomà arcuò il sopracciglio genuinamente impressionato nel sentir tali prodezze poetiche uscire dalla bocca di un patrizio veneziano, il quale lo fissò storto: “Coss’hastu da vardar, mamalucco?”

“Patron, poxiam per favor sepelir per primo mi fradelo Andrea?”

Stringendo le labbra e sperando di aver perduto l’olfatto, il giovane Miani iniziò a scavare tra la pila di cadaveri alla ricerca del bombardiere e il bambino, con le ultime energie e lesto peggio d’una scimmia, vi si arrampicò sopra, pronto all’opera.

  

***

 

Et son quela che fa tremar el mondo,

revolgendo mia falze atondo atondo

O vero l’archo col mio strale

Sapientia,beleza, forteza niente vale

Non e signor, madona, né vassallo

Bisognia che lor entri in questo ballo.

 

 

 

18 agosto 1496

Quella mattina il decenne Momolo aveva pianificato ogni cosa con la coscienziosità di un generale dell’Antica Roma: lo richiedeva lo scopo ultimo di quella missione, cioè farsi perdonare da Padre per avergli risposto malamente (Andé in malhorra, orco! tartaro! Vi odio quanto che sé!) a causa del calamaio tirato contro il priore di Santo Stefano e lettore di filosofia, l’agostiniano Jacomo Batista Aloisi da Ravenna.

Costui in Ca’ Miani esercitava il doppio ruolo di precettore degli studi humanitas di suo fratello Carlo e di protégé di suo padre il senatore sier Anzolo Miani q. Lucha, il quale finanziava le sue pubblicazioni, in particolare i suoi studi su Aristotele, nonché il fiorente Monastero degli Eremitani di Santo Stefano e la sua scuola per fanciulli fondata il secolo scorso. E tanto il senatore era rimasto impressionato dalla preparazione dei magister puerorum, complice la fama di dotti degli agostiniani, da interrompere l’antica tradizione d’inviare i propri rampolli a studiare al Monastero della Carità, dall’altra parte del Canal Grande e quasi opposto a Ca’ Miani.

Si poteva dunque affermare senz’esitazione, che don Jacomo Batista e il suo allievo e confratello don Bortolo Rivolta fossero oramai di casa, accettando sempre di buon grado gli inviti del loro mecenate o a pranzo o a cena così da discutere a tavola di certi argomenti, che tanto affascinavano i commensali quanto annoiavano a morte il piccolo Miani. Non riusciva a capire come mai Padre, suo fratello Carlo e perfino il suo cugino sier Zuam Francesco “il Pizzocchero” s’entusiasmassero tanto al recente progetto dell’Aloisi, ossia di redigere dei “commentari sui libri degli analitici posteriori di Aristotele dell’agostiniano Alberto di Sassonia” (il fantolino già s’era perso ad “analitici posteriori”). Per lui, corrispondevano a vuoti concetti, troppo astratti dalla sua vita quotidiana, un’ingarbugliata matassa di ragionamenti senza né capo né coda in greco antico e in latino. Anche alcuni padri agostiniani dal priore frequentemente citati – Paolo Veneto, Alberto di Sassonia, Egidio Romano, etc. etc. – [3] non gli dicevano un bel fico secco, al punto che Momolo biasimava i due religiosi ravennati per la loro meschinità, non reputando carino spettegolare così sulla gente morta.

Tuttavia, non era per questo motivo che il priore di Santo Stefano s’era ritrovato imbrattato d’inchiostro. Momolo aveva infatti tentato di giustificarsi dinanzi all’inflessibile giudice paterno, piangendo sconsolato come aveva voluto lordar di nero non padre Jacomo Batista, bensì suo fratello Carlo – quel turco adottato! – che nulla aveva di meglio da fare nella vita, se non di sfottere il fratellino mentre tentava di domare la grammatica latina. Carlino ha la lingua così lunga ed è così bugiardo – aveva strillato battendo il piede per terra – che riuscirebbe ad inchiodare per la seconda volta in croce IHS XHS!

Quest’impenitente sbeffeggiatore delle altrui disgrazie li aveva scovati – Momolo e l’altro suo fratello Marco - intenti ad un disperato ripasso, lo Ianua di Elio Donato aperto sulle ginocchia del più grande dei due, i cui capelli arruffati tradivano quanto ardua fosse stata l’impresa.

“Poeta”, lo interrogò Marco per l’ennesima volta, la voce leggermente roca a furia di ripetere all’infinito il medesimo passo. “Quae pars est?”

“Nomen est.”

“Quare est nomen?”

“Quia … quia significat subtantiam et qualitatem propriam vel …vel comunem cum casu.”

“Nomini quot accidunt?” e qui Marco gli presentò il palmo aperto della mano, iniziando la conta assieme al fratellino.

“Quinque: species …”, un dito, “… genus …”, un altro, “… numerus … figura et … euh … euh … euh … l’ultimo non me lo ricordo …”

“Ma se l’hai appena menzionato!”

“Casu?”

“Casus!”

“Ed io che ho detto?!”

“Molighe zò! Non contestare o ti stampo a furia di sberle la grammatica sulla fronte, così non te la scordi più! Allora, cuius speciei?”

“Primitive, quia a nullo derivat derivative, quia derivatur a poesia. Visto che ho studiato?”

“Sicuro, coi piedi, perché si dice “a poesis” - sempio! -  non “a poesia”!”

“Beh, non vale stavolta, prima l’ho saputa dire correttamente!”

“Gne, gne, sempre una testa-da-bigoli rimani. Cuius generis?”

“Ma … masculini …?”

“E pure t’era venuto il dubbio?”

Al che Carlo, dinanzi a quel giocondo quadretto, non aveva più resistito, rendendo nota la sua presenza tramite un colpetto di tosse. Hieronymus Aemilianus - Quae pars est?

I due giovinetti s’erano immediatamente guardati l’un l’altro perplessi.

Nomen est?, aveva cinguettato speranzoso Momolo.

Puer est?, era stata al contrario la sospettosa risposta di Marco, avvezzo al lato più dispettoso del fratello maggiore.

Lode al suo intuito poiché Carlo, sfoderando un sorriso rubato allo stesso Mazariol, aveva replicato: Asinus est!, per poi abbassarsi quando il decenne fantolino, rosso in volto e schiumante di collera, aveva afferrato il calamaio e glielo aveva scagliato contro, colpendo purtroppo per lui dritto in petto don Jacomo Batista, che disgraziatamente stava entrando proprio in quel momento nella sala grande accompagnato da Padre.

Tale spiegazione non aveva commosso il senatore sier Anzolo Miani, il quale gli aveva elargito ugualmente una salutare mezza dozzina di vergate, sennonché suo figlio, stufo marcio d’aver il sedere dolorante due volte su tre per via degli scarsi risultati scolastici, gli aveva morso la mano ed era corso via da Madre col furioso genitore alle calcagna, nascondendosi sotto le sue gonne.

Meno male, giacché esse avevano ovattato la litigata tra sier Anzolo e madona Leonora Morexini Miani, il primo che accusava la moglie di rovinare questo mio fiolo, voi me lo fate crescere storto! Voi, che alla sua età ancora gli permettete di giocare con le sue germane e per di più con sua nipote! Bone Jesu, s’è mai visto un puto di dieci anni che gioca con le pute? Naturale poi che frigni per un nonnulla! Ma cos’ho avuto, io, per creatura? Un maschio o una femmina? E l’altra ribatteva inclemente: Cosa volete ch’impari, se ad ogni sbaglio lo battete manco fosse un tamburo di galea? Si spaventa, povero piccolo, non capisce perché lo punite così severamente. Sa solo che voi e il magister gli incutete una paura tremenda!

Madona Leonora aveva ragione: il severo agostiniano suo insegnante metteva in soggezione il piccolo Momolo, schiacciato dall’impari raffronto coi fratelli. Et el Luchino l’gera cussì, sapeva l’abaco a maraveggia … et el Carlino lezeva et declamava chome Cicero redivivo … et el Marchetto scriveva pulito et richo de vocabuli … et ti, Momolo, ti te sè na bestia ignorante! e questo ovviamente mentre il fantolino era sottoposto al “cavallo”: tenuto fermo dai compagni e posto a cavalluccio del magister e parzialmente denudato, l’ultimogenito Miani si sorbiva, oltre che alle vergate sulle natiche, anche la lista dei suoi fallimenti più i successi dei suoi maggiori.

E questo per tre anni, da quando, settenne, egli aveva abbandonato il suo precettore privato per proseguire gli studi a scuola.

Che ci poteva fare? Ogniqualvolta il rector scholarum entrava in classe  il bambino panicava, non si ricordava la lezione e impappinandosi sbrodolava frasi sconclusionate in un misto tra latino e veneziano. Manco male che il greco antico non era previsto, poiché già nella testa di Momolo facevano a pugni le divergenze tra la variante candiota e quella peloponnesiaca del greco vernacolare, in tutta onestà non necessitava di un terzo incomodo a creargli ulteriore confusione.

(Anche se, mano sul cuore, era divertente assistere alle pepate diatribe tra la vecchia prozia, madona Andronica da Modone relicta Miani, e la fantesca Eudokia di Sfakia di Candia, tra gli Ochi! di una e gli Oi! dell’altra.)

Ascoltando quindi i timidi resoconti di don Jacomo Batista sul suo rendimento  – il quale tentava cristianamente di minimizzare , asserendo come il bambino fosse sì intelligente ma assai distratto e poco incline alla disciplina e al duro lavoro -  Lucha e Carlo se la ridevano sotto i baffi; Padre, delusissimo, fissava Momolo in cagnesco, battendo poi snervato il pugno sulla scrivania ed ecco che i due maggiori si chetavano all’istante; Marco, impietosito e suo unico alleato, tentava d’aiutarlo dandogli di nascosto ripetizioni.

Ad ogni rientro dal Monastero di Santo Stefano (col sedere dolorante) Momolo correva a piangere disperato tra le braccia di Madre (rigorosamente all’insaputa di Padre) o in cucina tra quelle dell’Orsolina, che si diceva troppo rassomigliante al nonno sier Lucha Miani q. sier Marco, da non destar sospetti di una qualche consolazione da parte del patrizio tra una moglie e l’altra. Pur non essendolo stata de facto, Momolo la chiamava nèna (balia, ndr.) e le voleva un bene dell’anima contraccambiato con ugual fervore dalla massera, neanche l’avesse partorito lei. Gli piaceva trascorrere il tempo assieme in quell’arsenale in miniatura qual era la cucina di Ca’ Miani, coi fuochi sempre accesi e un viavai continuo di servi là dove nessuno lo prendeva in giro chiamandolo musso, oco, macaron de Pugia (asino, stupido, mollaccione, ndr.).

In quella calda e fumosa sancta sanctorum sedevano la fantesca e il bambino davanti al grande caminetto medievale costruito con colonnine di un qualche rudere di tempio romano, con l’Orsolina che filava la conocchia e annuiva pur non capendo il latino e il Momolo intento a leggerle ad alta voce i Disticha Catonis. A sua volta, il piccino ascoltava rapito le storie della donna, la sua preferita quella dei mercanti disonesti tramutati in pietra da Santa Maria Maddalena, le cui statue ancora si potevano vedere a Campo dei Mori a Cannareggio, chiaro monito ai loro colleghi. Se i tochate co la man, poderè sentir i cori palpitar e lì la piera la xé tiepida, chome carne viva.

A lei Momolo aveva confidato il suo infallibile piano onde ottenere il perdono di Padre, cui in seguito a quel suo sfogo lo trattava pien di gelida indifferenza, parlandogli a malapena e solamente al dì dell’Assunta. (A onor del vero, negli ultimi mesi il senatore Miani spendeva molto tempo a Palazzo Ducale e la notte rincasava a notte fonda, quindi sì, il suo discolo figliolo non aveva avuto concretamente modo di farsi perdonare)

Per tutto il tempo, il decenne si era esercitato nel segreto della cucina a leggere quel passaggio maledetto dei Disticha col proposito di declamarlo a memoria a fine pranzo, dove sarebbero state servite le anguille ai ferri con la polentina bianca di cui sier Anzolo andava assai ghiotto. Dopo aver ben disnà, el sior vuostro Pare starà de bona voja e bon consejo, lo aveva assicurato ottimista Orsolina.

Madona Leonora aveva ascoltato benevola il piano del figlioletto, permettendogli di accompagnare Orsolina e sua figlia Zanetta a Rialto a comprare le anguille, la cui preparazione affascinava il bambino, specie quando Nardo il cuoco le estraeva ancor vive dal sacco e queste gli si attorcigliavano ai polsi, mentre egli faceva cadere la mannaia e in un sol colpo le tranciava il capo. Ah, patron Momolo, durante la guera contra Frara, nel Po se pescavan zerti bisati (anguille, ndr.) da far spavento: a Rialto ne vendevan di grassi, bei et longhi chome un brazo e per render l’idea allungando l’arto appoggiava l’altra mano all’altezza della spalla. Saveu perché? Perché ste bestie, dopo la bataja, i se notriban de cristiani! Ha-ha!- e via! Un’altra testa rotolava.

Rosicchiando accanto al tavolo la crosta della polenta, Momolo ascoltava attento tali aneddoti e al contempo studiava il movimento meccanico delle fauci del pesce decollato e gli spasimi del corpo lungo e viscido: anche il florentin (perché poi? Era veneziano!) s’era contorto così, quando Padre l’aveva portato alla Piazzetta assieme ai fratelli onde assistere alla sua decapitazione tra San Marco e San Todero. La testa era stata spiccata via con la medesima precisione e forse dal collo era uscito più sangue, ma stranamente il corpo del florentin seguitava a muoversi convulso e Momolo s’era chiesto in quell’istante se si potesse vivere anche senza capo. Poi come l’anguilla anche i resti del condannato erano stati gettato nel fuoco e la folla aveva gridato contenta, che ben gli stava a quel degenerato.

Hai ben guardato, Momolo?”

“Siorsì.”

“Così finisce chi si comporta da femmina, senza alcuna considerazione e rispetto verso Dio, lo Stato e le buone leggi veneziane!

Il bambino sapeva d’essere colpevole quanto il florentin agli occhi del padre, giacché pizzicato a giocare con le cugine germane Maria, Querina, Magdalena, Anzola Morexini e la  sorellastra di quest’ultima, Maria Bolani. Non era colpa sua, Madre gli aveva insegnato a non fare malegrazie alle fanciulle, d’esser con loro cavaliere e di esaudirle in tutto per tutto, sopportando stoicamente le loro visite e se poi le capricciose seguaci di Onfale gli avevano serbato la medesima sorte di Ercole, di nuovo: non era colpa sua. Così come non era colpa sua, se gli piaceva giocare alla nena coi cuginetti ancora in culla.

Padre però negli ultimi anni non lo capiva, non ascoltava mai, non lo lasciava spiegare; sembrava che più il suo ultimogenito crescesse, più diminuisse il suo affetto, trasformandosi il suo premuroso Tata (papà, ndr.) in un intransigente patron di galea, ai cui ordini tutti dovevano scattare ed ubbidire.

Eppure, Momolo lo ammirava e gli voleva bene, declamando ai suoi compagnucci al Monastero di Santo Stefano tutte le gesta paterne, esagerandole ovviamente, e sostenendo come non esistesse miglior veneziano di Padre in tutta la Signoria. Et jo, sòo fiol – mentiva - lo fazo assa’ contento. Tutte balle, infatti, con la rara eccezione di quando Momolo suonava il liuto; ecco lì sier Anzolo si scioglieva in qualche complimento a metà per poi commentare amaro: Se solo ci mettesse lo stesso impegno negli studi …

Ma oggi, 18 agosto, si sarebbe ricreduto!

“Orsolina! Zanetta! Leste! Andèmo! O non catarem pì gnente!”, le chiamava a gran voce Momolo, incurante di svegliare in questo modo l’intera Ca’ Miani. Rivoltosi poi al pope de casàda [4] saltellando impaziente lo incoraggiava mentre questi faceva scivolare aiutato dal figlio Lucha la gondola in canale: “Symon! Dai mo! Almanco ti datte na mossa! O femo mezzodì!”

“Servo vostro, patron!”, esclamò gioviale l’uomo, afferrando Momolo per le ascelle e issatolo, lo adagiò lentamente dentro la gondola. Subito comparvero la suocera e la moglie Zanetta che s’era attardata per indossare lo zendale più bello, ancora incredula ma eccitatissima di viaggiare sulla gondola dei padroni – Madre non aveva voluto che le due donne si recassero a piedi col figlio fino a Rialto, le calli ancora scevre di luce per l’ora troppo temprana. E Orsolina, co’ te sarai a Rialto - aveva aggiunto madona Leonora all’ultimo momento -  ricordati di comprare anche un fia’ di colazione per il tuo patron: è uscito presto stamane per andare in bottega, temo che per far prima abbia saltato il pasto.

“Undì xé sant’Helena Imperatriz …”

 “… ora pro nobis!”

“Dèmo!” e detto questo Symon prese a vogare e il piccolo Momolo dalla fèlze guardava estasiato il sole apparire timidamente tra i palazzi, illuminandoli d’oro e rosa come l’Enrosadira baciava le Dolomiti. Le prime finestre si aprivano pigre e le massere calavano le tende onde proteggere gli interni dal sole estivo, oppure salivano in altana per stendere il bucato o per battere i tappeti, canticchiando o chiacchierando con le loro colleghe del palazzo accanto. In Piazza San Marco palpitavano i rintocchi del Campanile, annunciando la Maragona l'inizio dell'attività lavorativa e che come il cuore coordinava il flusso musicale di tutte le altre campane, nonché la giornata di ciascun lavoratore, richiamandolo al proprio esercizio.

Usciti dal piccolo rio San Vidal ed immettendosi nel Canal Grande, il fantolino ammirò l’omonima chiesa fondata dai suoi avi [5] con la sua struttura gotica a tre navate e lo svettante campanile cuspidato. Entrando, immediatamente sulla sinistra si poteva ammirare l’altare della Madonna e un suo dipinto a grandezza naturale, commissionato da sier Marco Miani q. sier Lucha, lo zio paterno che Momolo non aveva mai conosciuto, giacché morto neppure trentenne nell’isola di Schiro, nel mar Egeo, dov’era rettore. Falciato dal tossicoloso morbo che flagellava l’isola, sier Marco, non desiderando arrischiare la vita dei marinai, aveva incaricato il suo cappellano don Hironimo e il suo lettore Alexandro Bernardo di seppellirlo lì, a Schiro, con la sua spada, gli speroni e lo scudo con raffigurato il leone di San Marco, secondo l’usanza. Ai suoi cari rimasti a Venezia, quell’atto devozionale.

(Per questo motivo Momolo si immaginava il suo barba un po’ come il San Giorgio del maestro Bortolo Vivarini: bello, nobile e fiero che al posto del drago impirava qualche turco come l’autunnale oca allo spiedo)

Malgrado fossero oramai trascorsi ventinove anni dal decesso del fratello maggiore, gli occhi di Padre s’inumidivano puntualmente alla mera menzione di sier Marco, strappandogli un malinconico sorriso pieno d’affetto. Dopo la funzione, il senatore si tratteneva parecchio tempo in preghiera davanti a quell’altare, che tanta fatica gli era costato per realizzarlo, la sua ostinazione più forte dell’inflessibilità del Maggior Consiglio [6]. Pur non invitato, Momolo gli faceva compagnia e si commuoveva durante le sue ingenue orazioni, immaginando quanta tristezza gli avrebbe provocato la morte del suo di fratello Marco.

Subito dietro l’abside di San Vidal, Ca’ Miani col resto dei suoi magazzini s’affacciava sia sul rio San Vidal sia sul Canal Grande: l’intero sito, piuttosto vasto, era da secoli di proprietà della famiglia del bambino e appariva composito ed esteticamente modesto, articolato in numerosi fabbricati e unità abitative, con alcune aree tuttora non edificate. Infatti, oltre che alla famiglia padronale, nella casa da statio coabitavano i rami cadetti dei Miani di Carità- San Vidal e quelli di San Vidal, nonché sier Polo Antonio Miani da San Giacomo dell’Orio e la sua famiglia, che pur non possedendo alcuna porzione dell’edificio, pagavano a madona Magdalena Miani q. sier Francesco un cospicuo affitto di 60 ducati annui. E ciononostante, zia Maddaluzza seguitava imperterrita a lagnarsi a tavola di quanto lei fosse poara, vecia e sola, ricevendo l’usuale replica: Poareta vu, ve compatisso e poco importava se lei affittava mezza contrada di San Vidal.

(Un alveare insomma di parenti dai gradi più disparati e ronzante attorno alla dimora dominicale di Padre, il capoclan del ramo diretto e proprietario di gran parte dello stabile.)

Sporgendosi un poco, Momolo respirò a pieni polmoni l’aria mattutina ancora miracolosamente fresca e il suo cuoricino decenne venne colto all’improvviso da una grande gioia, voltandosi sorridente verso l’Orsolina e la Zanetta che lo imitarono altrettanto contente, la più anziana accarezzandogli dolcemente la guancia. Forse stavolta sul serio Padre avrebbe riservato anche a lui un simile trattamento, finalmente sorridendogli orgoglioso e perdonandogli la cattiveria urlatagli scioccamente contro. Bisognava possedere umiltà e coraggio per chiedere perdono – lo aveva ammonito il suo padre confessore – e il fantolino si ripromise di non fallire, così da riferire al buon frate l’esito positivo dei suoi consigli.

Sicché, risalito il Canal Grande, Momolo intravide l’imponente ponte levatoio in legno di Rialto e per poco non si tuffò in acqua pur di raggiungere la Riva del Ferro, dove si vendeva l’omonimo metallo. Immediatamente s’imbatté nei magazzini del grano e delle farine, grandi, ben riforniti e dai numerosi banchi, da cui s’accedeva attraverso due porte. Alla fine del Ponte di Rialto si trovava la casa della dogana, dove le merci venivano pesate, registrate e tassate. Su ogni prezzo vigilava accorta e severa la Signoria tramite una lista ad hoc, acciocché gli affari si concludessero quanto più onestamente e non si speculasse soprattutto sui generi alimentari e di prima necessità. Anche i rifornimenti privati dovevano seguire la via della temperanza: nessuna casa a Venezia doveva infatti accumulare più d’un mese di scorta di cibo e vino.

Tenuto per mano da ambedue le fantesche e camminando per le calli già gremite di gente, in direzione della piazzetta, Momolo si sentiva la creatura più felice del mondo, in quell’allegro trambusto dove egli giudicava essersi dati appuntamento ogni rappresentante della razza umana, riempiendosi gli occhi di visi e abiti dalle fogge più disparate e le orecchie d’accenti da ogni dove.

Purtroppo, similmente a tutti i bambini, il suo entusiasmo nel far le spese scemò ben presto, impiegando a suo parere le due donne troppo tempo per comperare il pane (che file lunghissime!), per contare le uova che ci fossero tutte nel paniere e per esaminare la frutta e la verdura (la moglie del frutaruol gli aveva pizzicato giocosamente le guanciotte - Caro, dolce pí che no xé el zúcaro! - e gli aveva regalato una pesca, prontamente divorata).

Non paghe della sua noia montante, madre e figlia perfino s’erano messe a litigare insistenti in Beccheria. No! Sì! No! E no!, sventolavano i pugni contro l’altrettanto battagliero bechèr (macellaio, ndr.) perché, durante le contrattazioni, quelle erano le uniche parole ammesse. Peggio ancora quando incontravano una loro comare amica, attaccando bottone e non finendola più e della Pescheria neanche l’ombra, per sommo chagrin di Momolo che davvero voleva vedere il pescaor estrarre a mani nude le anguille dalle vasche di legno! E i folpi appesi ad asciugare! E le aragoste da Rodi! E le cappelunghe fare la linguaccia! O mettere la mano dentro la bocca gigantesca della coda di rospo! Dall’Adriatico i pescatori di Murano, Burano, Torcello e Chioggia tornavano con pingui carichi di pesci di ogni grandezza e qualità e poiché esso si trovava alla base della dieta di ogni veneziano, indipendentemente dal ceto, il ricambio di merci era velocissimo, non avanzava mai nulla la sera sui banconi.

Di conseguenza, approfittando di un attimo di distrazione dell’Orsolina, il fanciullo scivolò via dalla sua presa e corse nella calca del mercato in avida avanscoperta, imbattendosi nei banchi dei pegni dei patrizi Pixani e Lipomano e dei cittadini Garzoni e Augustini; nei gallinari; nei venditori di telerie, nei pellicciai, nei funai, nei cimatori di stoffe, sarti, bottai, argentieri e orafi, pellegrini e visitatori, osti e studenti della Scuola di Rialto in un vorticoso tourbillon di colori e odori e schiamazzi.  Rialto, nel sestiere di San Polo, era il cuore pulsante di Venezia: chi voleva concludere affari veri doveva obbligatoriamente fermarsi in quel che si descriveva come il più ricco e variegato mercato del mondo. La città lagunare di per sé produceva poco, ma di tutto si poteva trovare e comprare, i suoi magazzini straripanti di mercanzia sia dal Levante che dal Ponente, e non si limitavano al pianoterra, ma si saliva in alto per riuscir ad esaminare tutta la merce trasportata dalle agili e infaticabili galee.

Senza accorgersene, Momolo si ritrovò davanti alla bottega di famiglia, là dove vendevano sia all’ingrosso che al minuto fustagni tedeschi e fiamminghi; pregiatissimi pannilana da Milano e i San Martino fiorentini, confezionati con le migliori lane inglesi; panni garbi di lana spagnola; panni di media qualità da Como, Monza e Brescia, ordinari da Bergamo e gli emergenti pannilana da Feltre e dal resto del Veneto, sempre più richiesti. Fruttuoso commercio, con solido mercato soprattutto nel Levante, che non soltanto aveva arricchito la gens Miana, ma che le aveva permesso d’essere inclusa nel Libro d’Oro, prima della Serrata, assicurandosi in perpetuo il suo posto nel campidoglio veneto [7]. Seguendo le orme dei loro antenati, la mercatura era una tradizione ben radicata nei patrizi veneziani, che non disdegnavano le fatiche e i pericoli del viaggio, imbarcandosi e finanziando spedizioni nelle Fiandre, in Barbaria, Beirut, Alessandria d’Egitto, nelle isole greche e Costantinopoli, nel Mar Nero e ad Aigues-Mortes. Tale spirito avventuroso e proattivo, la costanza e l’esaltazione del lavoro come mezzo di riuscita sociale e non come svilente necessità, unito alla prudenza e alla saggezza del governo della Signoria, avevano contribuito alla fortuna e alla gloria della loro Venezia, bella, ricca, altera, invidiata.

Il bambino entrò trotterellando nel famigliare ambiente dell’emporio, dai pingui scaffali e arioso malgrado la strettezza (le proprietà a Rialto erano costosissime) sebbene v’indugiasse un lieve sentore di pecora per via della lana più grezza. Momolo salutò allegro e scansò i garzoni che trasportavano pesanti rotoli di tessuto e che li sistemavano a seconda della provenienza, del costo, del colore e della moda; poco distante, alcuni clienti ragionavano coi commessi, scrutandoli attentissimi mentre costoro srotolavano sul banco i campioni di stoffa scelta. Pendendo in avanti col naso a qualche spanna dai tessuti, i potenziali compratori vi scorrevano appena appena i polpastrelli per poi tastarli tra indice e pollice, quest’ultimo in esperti movimenti circolari onde saggiarne la qualità sia in robustezza che morbidezza.

“Quest’è rosso, come si usa proprio a Stia. Altri colori ch’abbiamo sono l’arancione, il verde e il bigio”, spiegava Zandomenego Martintoni, uno dei miglior commessi e rappresentante di Padre nelle mude di Fiandra, poiché, essendo egli originario di Rovereto, conosceva bene il tedesco così d’accaparrarsi le merci migliori ad Anversa, Bruges e nelle città delle Leghe Anseatiche. Sier Anzolo aveva fatto da padrino a due suoi figlioli e la moglie di Zandomenego ad ogni Santa Lucia regalava al loro datore di lavoro una grande torta alle mele, cannella e chiodi di garofano per la felicità dei bambini di Ca’ Miani.

In quel momento, l’uomo era intento a contrattare con dei mercanti napoletani per del panno cosentino, in un duello all’ultimo sangue sul prezzo, troppo alto per i clienti e troppo basso per quello proposto dal venditore. Piazzandosi in un angolino dietro al bancone, Momolo s’acquattò onde meglio assistere al serrato botta-e-risposta, finché, dopo una bella mezzoretta di sì e no e forse, si raggiunse un accordo, ossia che i mercanti avrebbero ottenuto uno sconto a patto che acquistassero il doppio della quantità richiesta e che pagassero metà in contanti entro la giornata.

“Perché hanno comprato tutto quel panno cosentino? Non vale molto, lo usano i frati per i sai”, commentò Momolo una volta che i napoletani se ne furono andati, intanto che Zandomenego chiudeva sottochiave l’anticipo e il contratto firmato.

“La guerra, patron Momolo, la guerra: ora li vedete piangere il morto, ma questi furboni di mercanti rivenderanno quei panni minimo il doppio a chi vorrà ricavarci delle mantelline per le cavalcature, braghe, ziponi, vai te a sapere … Meglio per noi, ci siamo liberati di merce ch’oramai nessuno comprava da un bel po’ e, d’altronde, che se ne fanno i soldati di panno San Martino o milanese? Forse il Re e manco lui, cui a momenti mancano i soldi perfino per vestire se stesso.”

Il giovinetto annuì serio e accorto: dei fatti di guerra a Napoli, egli l’aveva appresi ascoltando i discorsi tra Padre, senatore dei Pregadi e perciò degli affari esteri, e gli zii materni, assieme ad altri argomenti quali la visita a luglio dell’Imperatore Maximilian al duca di Milano Ludovico il Moro e a sua moglie Beatrice d’Este, nonché la spinosissima e non ancor risolta questione del piacentino Giorgio Valla, professore di latino e greco alla Scuola di San Marco, e del suo allievo Placido Amerino, imprigionati ambedue da febbraio con l’accusa di spionaggio per conto del Re di Francia, passando a Gian Giacomo Trivulzio informazioni sulla lega stipulata tra la Signoria e il Ducato di Milano.

Ma Napoli occupava tenacemente il primo posto nelle conversazioni sia a tavola sia in studio anche per motivi famigliari: sier Francesco Morexini, suocero di sier Batista zio materno di Momolo, era partito per la Bassa Italia a combattere per la causa del re Ferrandino d’Aragona, in piena campagna di riconquista del suo regno occupato dai Francesi. A gennaio i suoi ambasciatori erano giunti a Venezia allo scopo di strappare alla Signoria un sostegno sia militare sia pecuniario, favore che il giovane re aveva ottenuto impegnando i porti pugliesi di Otranto, Brindisi e Trani in cambio di denari, fanti, stradioti, uomini d’arme e galee. Se l’Aragona fosse però riuscito ad estinguere ogni debito, la Signoria gli avrebbe restituito tutte le città, le terre e le fortezze circostanti, immediatamente e senz’eccezione. Un patto semplice e onesto in vista, chissà, di una futura, lunga e vantaggiosa alleanza con Ferrandino, reputato uomo d’onore più del padre Alfonso e del vecchio re Ferrante messi assieme.

“Zandomenego, hai visto el sior mio Pare?”, domandò di punto in bianco Momolo, tallonando il commesso ch’aveva incominciato ad aggiornare i cataloghi.

“Avete controllato nel suo ufficio?”

“E’ il primo posto dove sono andato.”

“Il signor Ruberto?”

“Manco lui lo sa.”

Al che l’uomo distolse lo sguardo dalle pagine fittamente scritte, guardandosi perplesso attorno. Da quando il suo padrone aveva ottenuto la carica di senatore nei Pregadi, lo si vedeva in bottega e ai fonteghi solamente di mattina presto o alla sera tardi, per controllare l’inventario e l’incasso di fine di giornata. Tuttavia, anche se di recente sier Anzolo non si vedeva spesso, comunque rendeva ben nota la sua presenza ai suoi dipendenti, informandoli sui suoi spostamenti o di persona o tramite il suo segretario Ruberto Franco. In fin dei conti, quando a Venezia, il patrizio si dimostrava una creatura piuttosto abitudinaria.  

“Strano, molto strano che neppure lui lo sappia …”, mormorò Zandomenego, chiudendo il pesante quadernone e alzandosi dallo scranno. Avanzò di qualche passo, a caso, allungando il collo onde scovare tra i presenti la nota figura di sier Anzolo. “Io non … non credo d’averlo visto uscire … Cioè, doveva in effetti andare dal Capo Sestiere però non … penso … non … Aspettate, patron Momolo, vado un attimo a parlare col signor Ruberto!”, si diresse l’uomo velocemente verso l’ufficio del segretario del senatore, abbandonando al bancone un interdetto Momolo.

Vedendolo così disorientato e in pena, Lele, uno dei garzoni, ebbe di lui compassione e gli spiegò brevemente la faccenda: “Co’ ghemo averto, ea volta la gera tutta rebaltà, co la roba per tera, ‘na gran confusion dil diaol! El patron gh’avea creduo ser vegnui i ladri e perzò gh’ha volesto prima vardar cossa ghe gera stà robà e depo’ a far la denunzia al Cao de Contrada.”

Lo stomaco del bambino s’attorcigliò dolorosamente, provocandogli un lieve riflusso fino in gola, mentre ragnetti di brividi freddi incominciarono a risalirgli molesti lungo il collo, rizzandogli i capelli. S’inumidì le labbra d’un tratto secche, attorcigliando ansioso le dita: ignorava il motivo esatto, eppure un’arcana sensazione di pericolo l’aveva colto, quell’antica vestigia d’animale rimasta negli uomini che, senza l’ausilio di parole e ragionamenti, allertava e consigliava ad una pronta azione. Tale stato d’allerta irrigidiva ora le membra del fantolino, sentendosi questi improvvisamente solo e vulnerabile.

“Sai s’è alla fine uscito?”, soffiò Momolo, avvertendo il cuore martellargli in petto.

Lele scosse il capo. “Lo gh’ho visto ‘nultima volta là” ed indicò uno sgabuzzino seminascosto dagli scaffali,  “depo’, mi sun ‘ndà a laorar e nol poxo dirve de pì.” Poiché il garzone notò come il fanciullo stesse contemplando quella porta col medesimo trasognato timore, che un condannato riserverebbe al suo ceppo e che di conseguenza non accennava ad avanzare d’un passo, egli schioccò le dita verso un collega poco lì distante, intimandogli di controllare se il padrone si trovasse ancora lì.

Nettandosi le mani sul grembiale, l’altro ragazzo gli rispose tramite un silente cenno affermativo e sparì all’interno dell’angusta stanza, lasciando la porta aperta per far più luce. 

Ed ecco.

Bastò un unico, acuto, mezzo soffocato grido per stravolgere quella placida mattina d’agosto, per segnare una violenta linea netta tra il “prima” e il “dopo”, senza possibilità di capire, di rimediare, di tornare indietro e di cancellare per sempre quel brevissimo istante in cui il giovane apprendista usciva incespicando dallo sgabuzzino, sconvolto e la mano sul petto ansante, il viso piegato in una smorfia di pura agonia. Indietreggiando, egli tentava di parlare e indicava insistente l’interno semibuio, da cui s’intravedeva una scala e appoggiato a malapena su di essa qualcosa di grosso e scuro.

Immediatamente Lele lo raggiunse, strattonando per le spalle il compagno che farfugliava e piangeva e scuoteva il capo, ordinandogli di rivelargli ciò che tanto lo aveva turbato. Non ottenendo però alcuna risposta, entrò anch’egli e di nuovo quel grido, quel “No!” atroce, mentre il ragazzo rimasto fuori si copriva la bocca con la mano, per poi segnarsi continuamente mentre scivolava per terra in ginocchio. “Oh, Verzene Maria … Oh, Madona …!”

Attirati da cotanta sinistra gazzarra, si creò tosto un folto gruppetto tra garzoni e commessi il cui numero crebbe fino ad ostruire l’entrata dello sgabuzzino, al che Ruberto Franco, giungendo assieme a Zandomenego, dovette subito intervenire, spintonando via gli astanti in modo da non sconcertare gli altrettanto incuriositi clienti.

“Oh, bone Jesus dolciximo  … El patron! El patron! … Mi no savevo … mi no gh’ho podesto … el gera vivo, eo gh’ho veduo staman e horra … horra …”

Zandomenego, udito ciò, pigliò subito per un braccio un pallidissimo Momolo per allontanarlo. “Su, andiamo a casa, patron Momolo, vi ci porto io …”, lo esortò dolcemente, ricevendo invece un feroce strattone di diniego da parte del giovinetto. 

Riavutosi dall’iniziale spaesamento, Momolo gli oppose una fiera resistenza, piantò ben bene i piedi prima e tirò e scalciò peggio d’un mulo in direzione opposta poi, rifiutandosi d’abbandonare la bottega fintanto che non gli spiegavano cosa fosse accaduto a Padre, fintanto …

 

“No! No! Lassame! Lassame!”, strillò quegli instancabile; a furia di svincolarsi, torcersi e piegarsi era finito col sedere sul pavimento e la camicia fuori dalle brache, costringendo Zandomenego a sollevarlo di peso. “Vojo vardar! Xé’l mio sior Pare!”, si dimenò di disperata ansia e mulinò sconclusionatamente la braccia per schiaffeggiare via il commesso, che indietreggiando si stava dirigendo all’uscita del negozio.

“Lo vedrete, ve lo giuro! Ma ora andiamo a casa!”

“No! Lo voglio vedere ora! Ora! Ora! Ora!”

“Patron Momolo, per favore … Lo rivedrete …!”

Momolo inarcò la schiena in un doloroso arco, si girò ed elargì un calcio agli stinchi di Zandomenego. Finalmente libero schizzò velocissimo dentro lo sgabuzzino, seminando l’uomo che lo rincorreva. “Tata! Tata!” Si fece strada sgomitando, gli occhi già umidi di lacrime e invocando il padre, le braccia protese in avanti come se, una volta giunto in quello stanzino, al suo interno fosse sicurissimo di trovarvi Padre, vivo e in salute. Come se fosse lì ad attenderlo a braccia aperte, pronto ad abbracciarlo e a consolarlo.

“Tata! Tata!”

 

 

Mia figura o peccator contemplerai

Simile a mi tu vegnirai

 

 

Digrignando i denti e centellinando col naso l’aria mefitica, Hironimo districò faticosamente e a mani nude i cadaveri accatastati in barcollanti pile, disponendoli in ordine uno accanto all’altro, acciocché potesse riconoscerli e salutarli nella sua testa prima di seppellirli, in muto ringraziamento per il loro eroico ma inutile servigio.

Quando arrivò il turno di sistemare il corpo seminudo di Menego, il figlio dell’Orsolina, grigio, mezzo marcio e assolutamente anonimo, il giovane Miani si domandò perché mai i volti dei morti s’assomigliassero tutti.  

 

Non ofender a Dio per tal sorte

Che al transire non temi la morte

Che più oltra non me impazo in be né male

Che l’anima lasso al judicio eternale

Et come tu averai lavorato

Cossì bene sarai pagato.

 

 

Se non fosse stato per la toga nera manco l’avrebbe riconosciuto.

O meglio: lo avrebbe, ma Momolo per quanto si sforzasse non capiva come mai quel fantoccio penzolante scalzo, dalla faccia gonfia, dalle pupille dilatate e dalla lingua fuori potesse essere Padre, il senatore sier Anzolo Miani. Su quel viso di cinquantenne il bambino aveva contemplato ogni genere di sentimento, però mai quello gelido e immobile della morte, avendo Momolo sempre creduto Padre immutabile ed eterno come Domine Iddio e ironicamente, pensò, adesso stavano tutti a contemplarlo sconcertati e dolenti col naso all’insù come le Pie Donne e San Giovanni sotto la Croce.

E appunto come la Maddalena il bambino afferrò le caviglie del genitore e se le strinse forte al petto, strusciando la guancia sulla stoffa nera. Trattenendo i singhiozzi, Momolo si mise in punta dei piedi e spinse in alto con tutte le sue forze, illudendosi di poter salvare suo padre, di poter sfilare quella corda dal collo bluastro.

Gridò dallo sforzo, maledì la sua impotenza. “Tata! Tata!”, gli batteva le ginocchia. “Tata! Tata!”

All’improvviso, la luce scomparve e Momolo si ritrovò cieco a causa di una mano callosa sui suoi occhi: Zandomenego l’aveva preso in braccio, nascondendogli poi il viso sull’incavo della sua spalla. Di riflesso, il bambino strinse tra i pugni la stoffa del suo farsetto, lasciandosi avvolgere da quel buio improvvisato affinché lo conducesse via da quel luogo, dalle immagini impietose marchiatesi a fuoco nel suo cervello.

“Lele, molighe de fiffar e corate dal Cao de Contrada, lesto!”, gli giungeva sempre più ovattata e distante la voce affannata di Ruberto. “Vuialtri, mandé via tutti e serrate ea botega! Nissun gh’ha da vardarlo, nissun!”

Momolo voleva urlare. Voleva piangere. Svenire. Qualsiasi cosa pur di liberarsi da quel subitaneo nodo alla gola, che gli impediva di respirare e gli tingeva la visuale di chiazze. Invece, tenuto saldamente da Zandomenigo, altro non gli riusciva se non d’aprire e chiudere la mano, come se desiderasse afferrare quella spalancata e rigida del padre.

Un prima. Un dopo. Un mai più.

Il giovinetto avvertì il mondo ruotare, capovolgersi e schizzare via in una moltitudine di colori che si mischiarono e sciolsero vorticosamente fino a scagliarlo in un mare di luce bianchissima, dove il decenne fantolino v’affogò volentieri, accogliendo a braccia aperte quel doloroso nulla che tanto s’era fatto aspettare.

Nel dolore implose.

 

O peccator non peccar non più

Chel tempo fuge e tu non te n’avedi

 

 

Neanche un prete a benedire le loro tombe. Oh, che differenza avrebbe poi fatto? I morti non si lamentano.

Thomà, instancabile, intrecciava con l’erba piccole croci da mettere sui petti di ciascuno intanto che Hironimo scavava la fossa comune.

Le lacrime sincere di quel bambino erano più sante di qualsiasi acqua benedetta.

 

De la tua morte che certeza aitu

Tu sei forsi alo extremo et non lo credi

De ricore col core al bon Iesu

Et del tuo fallo perdonanza chiedi

Vedi che in croce la Sua testa inchlina

Per abrazar l’anima tua meschina …

 

 

Madre e le fantesche avevano agghindato Padre con la medesima perizia, che il defunto avrebbe usato per recarsi alle riunioni dei Pregadi a Palazzo Ducale, quasi a cancellare attraverso una raffinata eleganza ogni ricordo dello stato indecoroso, nel quale era stato rinvenuto.

Dopo che l’ufficiale sanitario e i barellieri se ne furono andati, lasciando il cataletto e il suo triste cargo sotto un lenzuolo, madona Leonora -  riavutasi dall’iniziale deliquio e spediti i figli al piano di sopra da madona Maria Foscarini Miani - gelida come il marmo aveva disposto di sistemare il consorte sul tavolo e di preparare il necessario onde ripulirlo e acconciarlo per l’ultimo suo viaggio terreno. Il tutto in un silenzio assoluto, chiunque avesse osato fiatare avrebbe incontrato i latrati ferocissimi della vedova, la quale aveva concesso al massimo di piangere con la bocca chiusa, dando l’esempio coi suoi occhi rosso fuoco e le guance smorte rigate.

Lei stessa aveva insistito di vestire sier Anzolo, accarezzandogli furtiva i capelli con la scusa di pettinarglieli e le guance di chiudergli il colletto, lo sguardo dolente e amorevole fisso sul suo corpo rigido ed illividito come se, tramite le sue carezze, desiderasse risvegliare il marito da quel gelido sonno. Orsolina e le altre domestiche avevano finto di non vedere, concentrandosi sul gravoso compito, semmai accelerandolo acciocché tutto fosse pronto per l’arrivo del resto del parentado, sempre senza proferire alcun motto, avendo infatti già comunicato ciò che dovevano comunicarsi, oramai abituate a quella mesta usanza, la memoria ben allenata dai passati decessi in Ca’ Miani. Ne avevano seppelliti abbastanza da saper alla perfezione cosa fare e come comportarsi, sebbene non negavano un certo turbamento per le circostanze della morte del padrone, le quali nessuno pareva darsi la pena di chiarire, in primis la moglie.

Quando Zanetta salì a chiamare Momolo ed i suoi fratelli, era tardo pomeriggio e la vestizione completa; s’attendevano i parenti più stretti per trasportare il defunto a San Vidal e lì iniziare la veglia.

Uno alla volta giunsero a porgere i propri rispetti: il biscugino sier Zuan Francesco Miani e sua moglie Maria Foscarini Miani; l’anziana Maddaluzza Miani e madona Ysabeta Zen relicta Miani col ventitreenne figlio Alvixe; sier Polo Antonio Miani e sua moglie Maria Morexini Miani, cugina di Madre, e i loro cinque figlioli, di cui l’ultimo, Piero, ancora in braccio alla balia. Poco più tardi si presentarono Crestina Miani da Molin, la figlia di primo letto di sier Anzolo, assieme al marito sier Thomà da Molin e alla piccola Leonora detta Dionora; appena scorse la matrigna, la venticinquenne patrizia le corse incontro, abbracciandola forte e piangendo silenziose lacrime sulla sua spalla, mentre madona Leonora le accarezzava il capo velato di nero.

A costoro s’aggregarono le famiglie dei commessi e degli operai di sier Anzolo, Ruberto Franco e Zandomenego Martintoni i primi a presentarsi; poi quelle della contrada di San Vidal e dintorni; in serata  alcuni amici intimi del senatore, quali il senatore della Zonta sier Antonio Trum e suo fratello minore Sebastian Trum, previi cognati del Miani. Madre ed i suoi figli li accoglievano rigidamente composti, la donna vestita interamente di nero, accollatissima, le belle trecce nascoste sotto una scuffia nera e un voluminoso paneselo nero lungo fino ai fianchi tanto da scambiarla per una suora. Il ventunenne Lucha e il diciannovenne Carlo già si presentavano con l’ombra della barba che, per tre anni, avrebbero sfoggiato a mo’ di lutto, assieme al mantello serrato bruno, dallo strascico assai lungo, stretto ai fianchi da una cintura di cuoio e affibbiato sotto la gola.

“Le nostre più vive condoglianze”, sentiva Momolo ripetere ogni visitatore, mentre Madre e i fratelli stringevano di continuo mani e sorridevano forzatamente a quella processione di volti familiari; quest’ultimi però stentavano di rimando a riconoscerli, stravolti com’erano da quell’inatteso e tragico evento.

Sua nonna, madona Ysabeta Contarini relicta Morexini, accorgendosi del silente nipotino, gli accarezzò la guancia, sussurrandogli parole di conforto prima di recarsi nella camera da letto del morto per unirsi allo scoordinato coro di “Ave Maria”. Ogni tanto gli si batteva sulla schiena o sulla spalla, incoraggiandolo a farsi forza, al che Momolo replicava annuendo, ricacciando indietro quelle lacrime che solo dopo le esequie e nella segretezza della sua stanza gli sarebbe stato consentito di versare. Ma non ora. Non in pubblico, a quello ci pensavano le donne. Non era ciò che sempre Padre gli aveva rimproverato? Di frignare ad ogni occasione? Mai più – si ripromise – mai più avrebbe pianto. Egli era un ometto e gli uomini non piangono. 

La genitrice e i fratelli si dividevano anch’essi tra gli infiniti convenevoli, i saluti e le melodrammatiche proclamazioni su quanto la morte di sier Anzolo Miani li avesse rattristati e se ciò corrispondesse al vero, meglio non sapere.

Momolo, aggrappato alla mano di Madre, assisteva passivo all’intero spettacolo e un poco innervosito, gli occhi ben asciutti.

Al crepuscolo trasportarono Padre su di un cataletto nella chiesa parrocchiale di San Vidal per la veglia funebre – al lume delle torce rette dai fratelli Lucha, Carlo, dal biscugino sier Zuan Francesco e dai suoi zii sier Batista, sier Lunardo e sier Hironimo Morexini “da Lisbona”, accorsi alla sera. Un affare semplice, privatissimo, quasi vergognoso e in netto contrasto con la pomposa cerimonia che si apprestava a compiere il giorno seguente.

Nell’andirivieni generale di partecipanti e babe pizzochere, soltanto lo zio di Momolo, sier Batista, era sempre rimasto in chiesa, avendo infatti mandato avanti la matrigna madona Ysabeta, i suoi fratelli e la moglie madona Morexina Morexini, promettendo di raggiungerli a Ca’ Miani. In passato, vegliare su di un cadavere pronto per l’ultima dimora terrena non aveva mai scosso suo zio più di tanto, ricordandoselo Momolo impassibile se non talora annoiato; ora, invece, l’uomo gli appariva inquieto, forse per colpa dell’innaturale silenzio regnante nella chiesa o forse perché, come tutti, non si capacitava di tale disgrazia abbattutasi improvvisa e violenta sul cognato e sulla sua famiglia.   

E il fantolino poteva ben immaginare, quanto tale sua apprensione non fosse rivolta a Padre – ormai in gloria di Dio – bensì a Madre, che sier Batista trovò là dove l’aveva lasciata, seduta in uno stato pressoché sonnambolico davanti al catafalco, illuminata a malapena dalla fioca luce dei ceri funebri, proiettando questi lunghe ombre sui muri e trasformando il morto in un’informe massa scura. Sulle ginocchia di madona Leonora sonnecchiava appena Momolo, la mano tuttora stretta a quella della genitrice; il quindicenne Marco, dal canto suo, s’era accontentato della spalla. Quanto a Lucha e a Carlo, erano rientrati a Ca’ Miani per coordinare il piccolo rinfresco e sorbirsi, volenti o nolenti, la compagnia del parentado, che fino al dì del funerale si sarebbe accampato nella casa da statio.

Sedendosi accanto alla sorellastra, sier Batista le mormorò dolcemente: “Dovreste coricarvi, almeno per qualche oretta: non avete neppure mangiato e domani …” e si bloccò in tempo onde evitare sciocchezze tipo: sarà una giornata impegnativa. E come no!

Madona Leonora scosse lentamente il capo in diniego, gli occhi vitrei riflettenti l’arancione delle candele, fissandolo sperduta come se l’avesse visto per la prima volta in vita sua. Negli abiti neri da vedova pareva ancor più giovane e al contempo vecchia per via delle spalle ricurve, del pallore dell’insonne e delle profonde occhiate. “Domani lo lascerò … non stanotte, no, stanotte rimango con Anzolo …”, gracchiò, passandosi rapida e vergognosa il dorso della mano guantata sugli occhi. “Il fumo …”, bofonchiò a mo’ di scusa, tirando su col naso.

Il suo fratellastro accettò la debole giustificazione senza commentare. In quel momento, Momolo uscì completamente dalla sua dormiveglia, ma, accorgendosi dell’espressioni serie di confidenza tra Madre e Avunculo, seguitò nel suo finto sonno, in ascolto.

“Siete ritornato in ritardo, oggi.”

“Sapete perché.”

“Mi permetteranno di seppellirlo in chiesa?”

“Il priore don Jacomo Batista non nutre alcun dubbio a riguardo.”

“Questo vi ha trattenuto?”

Un istante d’esitazione.

“No.”

Madre si voltò verso sier Batista, guardandolo supplicante. “Significa che sanno chi è stato. Mi rifiuto di credere che mio marito si sia tolto la vita”, interruppe lei la replica dell’uomo, zittendolo bruscamente. “Anzolo non s’arrendeva dinanzi a nulla, né sarebbe stato così codardo ed egoista da scegliere a nostro discapito questa triste scappatoia. Non lo credo! Non è possibile! Me lo hanno ammazzato e i Dieci conoscono il colpevole!”

Il Morexini girò il capo dall’altro lato, evitando di risponderle e ciò confermò le intime angosce della donna.

“Voi lo sapete! Ve lo hanno comunicato, quando vi siete recato a Palazzo per assicurargli una sepoltura da cristiano! E’ così?”, lo incalzò affannata e dinanzi all’ostinato mutismo del fratellastro: “Me lo dovete dire! Sono sua moglie! I miei figli hanno il diritto di sapere chi ha ucciso il loro padre! Perché mi fate questo sgarbo tacendomelo?! Perché ci costringete a vivere con questo peso?”

Il patrizio allora s’alzò di scatto, avanzando a grossi passi verso il catafalco.

“Perché non abbiamo prove!”, sbottò frustrato, appoggiando la mano poco distante da quella guantata ed inerte del cognato, quasi desiderasse scusarsi con lui  per la sua impotenza. “Senza prove concrete, inizieremmo uno scandalo di tal portata, che se le nostre teorie si rivelassero sbagliate, ci risulterebbe difficile se non impossibile ritrattare”, le confessò, calmandosi e respirando a fondo. Dopodiché sier Batista riaccese alcune candele, lo stoppino soffocato dall’eccesso di cera. “Se Anzolo fosse stato ucciso da un qualsiasi suddito della Signoria, quant’è vero Iddio lo avremmo scovato e tagliato a pezzi tra Sen Marco e Sen Todero. Poiché sospettiamo non essere così … Senza prove concrete non possiamo nominare nessuno a voce alta”, e si passò stancamente una mano sulla tempia. “Noi tutti siamo amareggiati per quel che è successo. Si poteva evitare”, e terminata l’operazione di riaccensione delle candele, riprese il suo posto sullo sgabello in attesa dell’alba.“Ma una testa rotolerà per certo, sorella mia, questo ve lo promettiamo: hanno voluto darci un monito. Ebbene, anche loro riceveranno il nostro.”

Momolo rabbrividì all’udire quella minacciosa promessa, ch’odorava di sangue, stringendosi inconsciamente a Madre.

A Venezia ogni cosa pubblica doveva essere uno spettacolo e il funerale di un suicida (o presunto tale, come si correggeva ferocemente lo sprovveduto pettegolo che affermava il contrario) lo era assai, attirando più partecipanti di quanti invitati, pareva aver reso l’anima Missier il Doge e non un senatore a giudicare dalle finestre gremite di facce incuriosite e scandalizzate; delle calli quasi ostruite di gente che si univa al corteo o che tentava di sbirciare il volto del morto, se si notavano i segni della corda (c’erano e belli scuri sotto il velo rosso postovi da Madre, in modo da confondersi con il colletto della vesta).

Per sicurezza, durante il tragitto verso Santo Stefano, i Miani avevano ordinato ai servitori di tenere ben pronti i bastoni in mano, da calare su qualsiasi testa facinorosa e fanatica che avesse osato disturbarli. Per fortuna non fu il caso, procedendo serenamente il pingue corteo indisturbato, tra Litanie dei Santi e segni della croce dei passanti o di chi s’affacciava alla finestra, srotolando da essa un panno viola o nero in segno di partecipazione. Momolo aveva assistito ad altri funerali, come ad esempio quello del suo omonimo prozio sier Hironimo Miani e di sua zia Barbara Moro Morexini, però ugualmente rimase sopraffatto da tutta quella gente, dai preti agostiniani e dai chierici; dai dipendenti in bottega e magazzini ai marinai e comiti che avevano servito nelle fuste e galee di sier Anzolo, quando questi era stato Capitano della Riviera della Marca durante la Guerre del Sale e capitano della muda di Beirut.

Oltre a costoro, seguivano poi: sier Thomà Miani cugino di Padre con le figlie Anzola e Maria, quest’ultima maritata a sier Fantin Dandolo; sier Daniel Contarini, figlio della prozia Helena Miani Contarini, e sua moglie Cypriana Arimondi Contarini; i numerosissimi cugini di sier Anzolo per via dell’altra sua zia,  Andriana Miani Contarini, tra cui sier Thadio e sier Antonio Contarini, che vivevano a San Vidal, il secondo assieme al figlio Sebastian Contarini e madona Pellegrina Contarini Morexini in compagnia del figlio Silvestro Morexini.

Lontani parenti, ma pur sempre in Ca’ Miani partecipavano il novantaduenne sier Andrea Miani q. sier Vidal, tenuto sottobraccio da sua nipote Maddaluzza Miani con accanto madona Magdalena Marzelo da Canal, moglie di Marin da Canal suo altro nipote.

Dei Miani di San Giacomo dell’Orio si presentarono, oltre a sier Polo Antonio e famiglia, anche i suoi fratelli Batista, Sebastian, Zuanne, Lorenzo e Domenego e i loro cugini germani, Segondo, Zuam Batista e Domenego figli del cugino del nonno paterno di Momolo, quel sier Thomà Miani che tanto lo amava quasi se non più d’un fratello, da compartire l’anno di esilio quando, stolti e impetuosi ventenni ch’erano stati, sier Lucha e sier Thomà avevano deciso d’impegolarsi in strane sette. Momolo aveva conosciuto nei dettagli la succosa vicenda al funerale del medesimo sier Thomà, deceduto quello stesso anno.

E per virtù di matrimoni, che legano il mondo, la cognata di sier Thomà, madona Agnete Vituri, aveva sposato sier Nicolò Loredan fratello di madona Crestina Loredan Miani, madre di sier Anzolo, sicché costoro non poterono mancare, anche dopo che sier Lucha Miani, soffrendo del mal dell’eterno marito, si era risposato con la giovane vedova di sier Francesco Dolfin. Tra questi parenti spiccava l’anziana madona Agnexina Minotto Loredan, moglie del prozio sier Bertuzi e figliola del magnifico messer Hironimo Minotto, morto decapitato a Costantinopoli assieme al figlio Zorzi e ad altri sette patrizi veneziani, dopo averla virilmente difesa contro i Turchi. Madona Agnexina e suo fratello sier Polo Minotto, catturati assieme alla madre e destinati ad una vita di schiavitù, per grazia di Dio e della Madonna erano invece riusciti a fuggire e a rimpatriare a Venezia, assegnando la Signoria una dote alla fanciulla.

A proposito di Turchi: ai fratelli sier Antonio e sier Sebastian Trum s’erano aggregati i loro quanto mai numerosi famigliari, tra cui Momolo riconobbe sier Phelippo Trum q. il Serenissimo Missier el Doxe Nicolò Trum con la moglie e la cognata, quest’ultima rimasta precocemente vedova del sopracomito sier Zuane Trum, morto a Negroponte per “la fede e per el stado”; i figli di madona Francesca Trum Dolfin, il cui marito era stato anch’egli alla custodia di Costantinopoli sebbene con epilogo più felice; il capitano sier Hironimo Contarini “il Grillo” dei SS. Apostoli e sua moglie Orsetta Trum Contarini, nota per la sua bruttezza leggendaria, coi figli Francesco e Magdalena. Degli altri cugini di suo zio sier Antonio, il piccolo Miani si soffermò su Stae Trum q. sier Antonio, il quale i medici patavini avevano dichiarato irrecuperabilmente pazzo furioso e di fatti lo tenevano ben stretto i suoi fratelli Carlo e Donado e seminascosto dagli altri fratelli, sier Francesco, sier Lucha e sier Marco. Il povero Stae, scagnato dai parenti e seppellito vivo in casa, al decenne Miani in verità suscitava un’infinita tenerezza, povero prigioniero della sua medesima mente, dal sorriso sghembo e svagato, gli occhi distratti sempre vaganti di qua e di là e un filetto di saliva che gli rigava il mento, quando parlando esibiva nei suoi criptici discorsi la tipica saggezza dei matti. Non era nato così - aveva appreso il giovinetto - avendo anzi lavorato come giudice nella Quarantia Criminal; semplicemente, nel corso degli anni qualche demone interiore aveva roso, poco alla volta, il senno di sier Stae e soltanto Domine Iddio poteva nominarlo.

Dalle bande di Madre, oltre alla nonna Ysabeta, venne suo cognato sier Ambruoxo Contarini q. sier Beneto, capitano della galea Aegeus contro i Turchi, ambasciatore ed esploratore, in compagnia di sua moglie madona Margareta Crispo Contarini col figliolo Beneto Contarini. Momolo per questo parente nutriva una grande fascinazione e gli dispiaceva di rincontrarlo in tali infelici circostanze, adorando infatti sedersi ai suoi piedi per ascoltare le sue avventure nel Levante. Il piccolo Miani forse non si ricordava manco sotto tortura gli Ianua e i Disticha Catonis, però poteva citare verbatim ogni singola parola dei libri-resoconto “Questo è el Viazo de misier Ambrogio Contarini” e “Viaggio al signor Usun Hassan re di Persia”, ripetendo come da grande egli avrebbe imitato il prozio e viaggiato per il mondo in lungo e in largo, ammazzando Turchi, salvando donzelle in pericolo e divenendo amico di re e imperatori di paesi esotici e mai scoperti. “Sì, sì, sempio come sei, appena metti fuori il naso dal Golfo, ti catturano i Turchi e ti vendono schiavo al Sultano d’Alessandria d’Egitto per fargli da scimmia!” “Sior Pare, aveu sentito?” “Carlino, molighe: qui nessuno vende nessuno al Sultano!”

I più vicini al cataletto, però, rimanevano i Morexini dalla Sbarra di Santa Ternita, cognominati “da Lisbona” per via dei lunghi anni in Portogallo del fu sier Carlo Morexini q. Nicolò, nonno materno di Momolo, senatore e “companheiro” del fiorentino Bartolomeo di Jacopo di Vanni, con cui aveva fondato una società di cambi tra Lisbona e Roma tramite la banca Gianchinotti-Cambini di Firenze, società tra i cui clienti s’era annoverato perfino l’infante don Enrique d’Avis.

Tra i suoi sei figli di primo letto, avuti da Querina Querini q. Piero q. Gelmo, spiccava appunto sier Batista che pur il minore di loro era divenuto per i suoi meriti il nuovo capofamiglia; gli camminavano vicino sua moglie Morexina “dalla Testa” e i figli più grandicelli Carlo, Piero, Nicolò, Hironimo e Maria, mentre Querina e Ferigo erano rimasti a casa con la balia. Un po’ in disparte, dietro padre, matrigna e fratellastri, li seguiva Andrea Morexini detto “il Vendramino”, illegittimo, nato prima del matrimonio di sier Batista. E dietro a costoro gli zii Nicolò, Piero, Ferigo, Hironimo e Lunardo con le rispettive consorti e prole, la cui compagnia solitamente Momolo apprezzava grandemente, ma ora la rifuggiva, neanche gli ricordasse quei giorni felici che giudicava rubatigli ingiustamente, provando una forte invidia, poiché i suoi cugini, nel bene e nel male, seguitavano a godere della presenza di un padre, mentre lui ne sarebbe rimasto orbato per sempre. L'unico a salvarsi dal suo rancore rimaneva il figlioccio e il più giovane dei cognati di sier Battista, il diciassettenne Anzolo Morosini, il cui padre Francesco detto "da Zara" si trovava in Bass'Italia a combattere per Ferrandino d'Aragona re di Napoli.

A far da ponte, oltre a Madre, tra Miani e Morosini, erano venuti a porgere i propri rispetti anche i biscugini di Padre, in primis sier Christofal Moro q. sier Lorenzo: suo nonno il fu sier Antonio aveva impalmato la prozia di sier Anzolo - madona Barbara Miani Moro q. sier Zuanne. La sua omonima nipote, Barbara detta "Barbarella" s'era poi maritata con sier Hironimo "da Lisbona" zio di Momolo, morendo tuttavia due anni addietro, anch'ella ad agosto. Ma non era per la sua parentela, che l'arrivo di sier Christofal suscitò qualche bisbiglio e sorrisetto: era la compagnia della sua terza moglie, madona Istriana Pasqualigo Moro di sier Cosimo, la sua bellezza direttamente proporzionale alla grande gelosia che il marito nutriva nei suoi confronti. Madona Istriana era pregna per la terza volta e ci si domandava non senza malizia se, dopo le figliolette Ysabetta e Paola, il suo figliastro Lorenzo Moro avrebbe finalmente avuto quel tanto sospirato fratellino o se per tal impresa fosse necessario l'ausilio di una quarta moglie. Sier Christofal ignorava tuttavia i bisbigli, troppo impegnato a studiare di sottecchi la nuova moglie del suo previo cognato sier Hironimo Morexini "da Lisbona", la più giovane delle quattro figlie del fu sier Antonio Erizo Procuratore di San Marco, quest'ultimo nipote di quel sier Polo Erizo martirizzato a Negroponte poco prima di sier Zuane Trum. Il cugino della novella sposa, sier Marco Erizo q. Stephano, si era sposato poi con madona Gracimana Trivixan relicta da Molin, la suocera di Crestina, sicché la sorellastra di Momolo, oltre a sier Timotheo da Molin, aveva altri due cognati, sier Antonio e sier Nicolò Erizo.

Codesto variegato corteo occupò quindi la Chiesa di Santo Stefano e la cerimonia soddisfò pienamente le sue aspettative. Il cataletto, una volta entrati, era stato collocato sotto un baldacchino pieno di lumi su cui incombeva il manichino di una Morte alata, dal pesante mantello nero, munita di falce e del suo usuale ghigno, reso doppiamente sinistro dalla penombra e i fumi dell’incenso. Simbolo della caducità della vita e della vanità delle passioni, a Momolo quel fantoccio parve al contrario un difensore del corpo di Padre, quasi volesse scansare da lui i suoi assassini e risparmiargli le loro ipocrite lacrime.

Sier Anzolo giaceva in gelida composta perfezione sul suo catafalco, recante tra le mani ricoperte da morbidi guanti di cuoio una piccola icona della Panaghia Tricherousa [8], l’ultimo dono di suo fratello sier Marco da Schiro, da cui il patrizio non se ne separava mai. In rispetto alla sua carica nei Pregadi, la vesta sceltagli era di velluto semplice, pavonazzo, dalle maniche grandi e aperte e foderata d’ermellino; le calze e le pianelle invece erano rosse così come la stola sulla spalla. Sul capo, una beretta nera.

Si recitarono le orazioni e si cantarono le esequie, incensando di continuo il defunto, alla mercé dello sguardo indagatore e venale di ogni visitatore, che valutava in pecunia ogni spanna di seta e velluto con la scusa di pregare per la sua anima, nonché cercava di capire in che cosa differisse il cadavere di un suicida da uno morto cristianamente. Accanto a Padre, i corocciosi (parenti in lutto, ndr.) assistevano alla Messa da Requiem gravi e solenni, in statuaria immobilità, interamente coperti da un lungo mantello nero a strascico e un cappuccio, tanto da scambiarli per lugubri statue.

Tenuto per mano stavolta da Marco, Momolo notava come tutti si rivolgessero con estrema cortesia al primogenito Lucha, fino a qualche giorno fa sempre dietro a Padre, in silenzio se non interpellato. Adesso, invece, lo accarezzavano ipocritamente dogliosi e lo trattavano da gran amico, ormai chiaro il temporaneo cambio di testimonio a Ca’ Miani. Dopodiché, al compimento della maggiore età degli altri fratelli, il Tempo avrebbe svelato chi veramente avrebbe assunto il ruolo di capofamiglia.

Ai dubbiosi, agli addolorati nonché ai morbosi e ai pettegoli che s’accalcarono alla cerimonia funebre, sier Batista imbastì un gran bel discorso circa la causa di quel violento trapasso, cioè un vile assassinio causato dal crescente tasso di criminalità notturna a Venezia. Come poteva infatti il magnifico messere Anzolo Miani – declamava pieno d’infuocata enfasi - avvocato e giudice, capitano delle galere e podestà, provveditore e senatore essersi macchiato di un tal peccato mortale, aborrito dalla Serenissima e condannando la sua anima all’eterna dannazione? Sier Zuan Francesco “il Pizzocchero” e sier Antonio Trum rincararono poi la dose sciorinandosi in ulteriori articolate e solenni liste di benemerenze del defunto, ognora indicandolo come un uomo devotissimo alla Signoria Loro, dalla condotta irreprensibile, padre e sposo di rara virtù, meritevole solo di grandi lodi e onori. Il priore di Santo Stefano, don Jacomo Batista Aloisi, aveva ricordato commosso l’impagabile sostegno del Miani sia come mecenate sia come benefattore in generale e di come avesse sempre vissuto da buon cristiano.

Momolo ascoltava a malapena, barcollando mezzo stordito dalla stanchezza e dall’incenso. Un doloroso groppo in gola gli si formò a fine funzione, quando i becchini sollevarono il corpo di Padre e lo posero delicatamente nella costosa bara di larice. Marco lo dovette trattenere a viva forza, nel momento in cui il coperchio venne inchiodato, costringendo il fratellino ad allungare il collo e a porsi in punta dei piedi, così da contemplare fino all’ultimo i lineamenti del genitore, celati per sempre dietro quel marmoreo sepolcro fino al dì in cui si sarebbero ricongiunti nell’Aldilà.

“Non voglio dimenticare la sua faccia, Marchetto. Non voglio!”, confidò angosciato sottovoce al maggiore, intanto che sollevavano il feretro nell’arca, collocata nella parte posteriore dell’abside.

“Te la descriverò ogni sera, Momolo, promesso”, giurò solennemente Marco, baciandogli furtivo la tempia onde sigillare quel segreto patto fraterno.

Nudo uscii dal seno di mia madre; e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”, concluse e benedisse l’arca sigillata don Jacomo Batista Aloisi.

“Amen! Amen! Amen!”, rispose grave l’assemblea, segnandosi tre volte. “Misericordia! Misericordia! Misericordia!”

Il povero Stae Trum, ridacchiando e schioccando la lingua, indicò la tomba e il fantoccio. “Varda! Varda! La Morte s’è presa il cugino Zanzetto, ch’è volato via con lei!”

Nel frattanto, a Ca’ Miani, Symon il pope de casàda confidava sottovoce a Nardo il cuoco e alla di lui nipotina Ufemia alcuni suoi dubbi: suicida o assassinato? Ammettendo che sia vero, ma perché? - insisteva Ufemia mentre tirava il collo ai volatili per il pranzo - che motivo avrebbe avuto il sior patron di togliersi la vita? - A Rialto, poi! Dove tutta Venezia l’avrebbe saputo! - Debiti di gioco?  - No, il sior patron li aborriva, vi ricordate come prese a schiaffi i padroncini Luchin e Carlino quando li vide con le carte in mano?  - Mala gestione? Abuso della sua carica? Accusa di corruzione?  - Macché! Ce ne fossero di onesti in Senato come il povero padrone! – Ascoltate qua: il servo di sier Antonio della Zonta mi ha detto che il suo padrone è andato a chiarirsi con uno suo amico tra i Dieci e che questi gli ha confermato come la Signoria Nostra non abbia  mai avuto nulla da rimproverare al padrone nostro, al contrario sempre l’è stata soddisfatta del suo zelante operato. – La so io: malfrancese!  - Puoah, caro mio, e tu pensi che la padrona gliel’avrebbe fatta passare liscia, se l’avesse cornificata?

“Olà, bestie!”, ruggì Orsolina, chetandoli tutti. “Aveu finio de ciacolar? Deboto zonzeran i patroni e gli ospiti, e savé ben chome i patricij i magnan per zento ! Cossa ghe servirem a st’altri in tola? Le vuostre zanze?” (ciance, ndr.)

Si preannunciava un pranzo effettivamente abbondante di commensali ché a compiangere  il senatore sier Anzolo Miani oltre ai suoi parenti, ai suoi dipendenti, marinai, amici s’erano aggiunti anche i vicini di casa e di contrada. Nell’infinito viavai dello stipatissimo piano nobile di Ca’ Miani, Momolo, prima di rintanarsi in un angolo tranquillo, fu costretto a salutare la zia Ysabeta Morexini Corner, moglie di sier Zorzi Corner il cavaliere e fratello della Regina di Cipro, coi figli più grandi Zuanne, Francesco, Marco, Jacomo ed Hironimo. E come se non ne avesse abbastanza, anche la zia Marina Morexini Vituri, moglie di sier Piero, la quale figli non ne aveva e non tanto perché lei fosse sterile, bensì il marito, ch'era un prete mancato. Niente figli neppure per lo zio sier Thadio Morexini, l’altro figlioccio e cognato di zio Batista, sposato da due anni con madona Contarina Contarini Morexini, nipote della prozia madona Andriana Miani Contarini per suo figlio sier Zentil Contarini, ma lì, Momolo aveva origliato, era questione soltanto di tempo.

Madona Maria Malipiero Gradenigo fu l’unica che si rivolse direttamente a Momolo, stringendolo al petto e accarezzandogli tenera il capo, per crocifiggere poi con un’occhiataccia il marito sier Zuam Paulo Gradenigo che, tra il goffo e il burbero, su sua insistenza, gli bofonchiò: “Fa’ il bravo, veh” per poi riparare strategicamente da suo zio materno sier Fantin Dandolo e da sua cugina madona Laura Dandolo Contarini, altra biscugina del piccolo Miani, sposata a Thadio Contarini cugino di Padre.

Vennero a salutare Madre anche sier Lunardo Loredan, i suoi figli e le figlie coi generi che abitavano a San Vidal; vestita a lutto compartì le sue condoglianze anche madona Laura Contarini relicta Zustignan e la figlia Luzia Zustignan Dolfin, ch’aveva sposato il podestà e capitano di Mestre sier Piero Dolfin figlio di Francesca Trum Dolfin, così d’avere stretti non solo i parenti ma anche i vicini. Degli undici figli del fu sier Unfrè, accompagnarono madre e sorella Alvixe, Francesco, Andrea, Lorenzo, Lunardo e Pangrazio, il resto a casa poiché troppo giovani, nonché madona Paula Zustignan maritata anch’ella ad un sier Piero Dolfin, guadagnandosi il primato di miglior barzelletta del sestiere, la quale adombrava scambi di mariti tra le due sorelle, quando annoiate. Momolo si chiedeva come potesse ciò avvenire, essendo i due Dolfin diversissimi tra loro, decisamente figli di padri e madri diverse.

La chicca però corrispose alla partecipazione inattesa del cavalier sier Zacharia Contarini “dai Scrigni” con Alba Donado “dalle Rose” sua moglie e i figli maggiori appresso. Dell’intera sua gens  (e metà del patriziato lì presente) sier Zacharia appariva l’unico genuinamente dispiaciuto della tragica dipartita di sier Anzolo, avendo infatti orato durante la funzione con gran fervore per la salvezza della sua anima.  

Il Cavaliere, ambasciatore e rappresentante speciale a suo tempo presso le corti di Francesco Gonzaga, Ludovico Sforza, Charles VIII e ora appena rimpatriato dalla corte dell’Imperatore Maximilian I., di recente aveva infatti riallacciato i rapporti col vicino e collega, ravvivando l’antica amicizia,  specie in gondola durante il tragitto da Palazzo Ducale verso i rispettivi palazzi. Oltre alle accese discussioni sulle recenti difficoltà del Moro e sull’ignavia dell’Habsburg che bravo era solo ad incassare i soldi loro e del Duca, ad unire i due patrizi erano le lagnanze sui rispettivi figli minori. Sier Anzolo, ascoltando sier Zacharia, gli aveva in più occasioni confidato come anch’egli si crucciasse per il suo Momolo, da tutti adorato e coccolato e che tanto dicevano esser buono, cortese ed estroverso; chissà perché con lui invece si comportava da turco, sempre serio e rabbiosamente chiuso, che gli mordeva la mano se tentava di castigarlo e gli lanciava parole tanto dure, che il senatore neanche si capacitava da dove provenisse tutto quel rancore in un fantolino.

“Ascolta bene, Momolo: checché ne dica lo stolto volgo, il tuo sior Pare era un grand’uomo, per lui devi provare soltanto orgoglio!”

Soffocato da quella gazzarra di ospiti e infastidito dai loro rivoltanti sorrisi compassionevoli, Momolo scivolò via inosservato giù in cucina, alla ricerca della famigliare e rassicurante compagnia dei servitori, fintanto che Madre non l’avesse chiamato a tavola. Strisciò sotto la pistoria, s’accoccolò in posizione fetale e catturò il gatto, abbracciandolo mentre questi lo rilassava con le sue fusa; poco gli importava se così facendo si sporcava il farsetto di peli e farina, anzi in questo modo lo avrebbero spedito in camera sua e lasciato finalmente in pace.

“Zò, patron Momolo! Cossa faseu qua sotto? Vegné, a xé pronto en tola!”

“No gh’ho fame!”

“Mo via, gnente putelezzi!”

Al banchetto funebre si servirono le pietanze amate in vita dal defunto e gli occhi del piccolo Miani s’ingrandirono terrorizzati alla vista delle anguille portate in gran trionfo sui vassoi d’argento. Quando le ebbe sotto il naso, nella mente del bambino cozzarono violentemente vari ricordi, tra cui la testa del florentin tenuta in mano dal boia e quelle delle anguille scartate da Nardo il cuoco; della faccia tumefatta e irriconoscibile di Padre, colla lingua fuori come il toro a Carlevar, e sempre di Padre il viso rigido e color della cera che aveva baciato sulle labbra a mo’ di commiato.

“Di le toe virtù, ricchezze e forza fidar no te vole”, canticchiava serafico Stae Trum il matto, sviscerando il pesce con le mani con la medesima fascinazione di un infante. Accortosi di come i bambini a tavola lo stessero osservando divertiti, egli abbandonò l’anguilla sul piatto, tagliò a metà la sua fetta di polenta e ci giocò, nella sua mente degli scheletrini danzanti: “No sastu, Momolo?”, gli chiese, ponendosi l’indice sulle labbra. “La Morte chi lei vole, lei tole.”

Il piccolo Miani non resse più e vomitò dunque sul piatto e sarebbe stato allontanato in camera sua tra l’imbarazzo generale, se suo fratello Marco non avesse afferrato prontamente il piatto, gettandone non visto i contenuti fuori dalla finestra, in canale.

“E come dicono i Greci: buon viaggio, Anzolo nostro.”

“Buon viaggio!”

Momolo incominciò a sudare, ad avvertire fastidiosi crampi allo stomaco e scalpitava per la fine di quel (per lui) infinito calvario; inoltre, il fantolino esigeva l’abbraccio confortante di Madre e non riusciva più a trattenere il doloroso urlo ingroppatosi in gola per via della consapevolezza, che Padre era morto per davvero e senza che lui, suo figlio, avesse avuto modo di domandargli scusa e dirgli quanto l’amasse.

 

No sastu, Momolo? La Morte chi lei vole, lei tole.

Le mani gli bruciavano, sanguinanti; le braccia gli pesavano quanto il piombo. Hironimo s’asciugò la fronte madida di sudore, i capelli arruffati in battaglia, respirando a boccate irregolari, senza fiato e senza energie rimaste, lo stomaco attorcigliato dalla fame e la gola secca. Accanto a lui, il piccolo Thomà barcollava sfinito eppure ancora v’erano corpi da seppellire.

Il sole stava calando, forse li avrebbero ricondotti in cella, bastava fingere ancora per un po’ di lavorare …

“No ghe la fazzo! No ghe la fazzo pì!”, piagnucolava il fantolino, usando la vanga più alta di lui a mo’ di bastone, leccandosi le labbra secche e screpolate.

Percependo il peso delle occhiate degli stradioti sulla schiena, resosi infatti conto di come i ritmi lavorativi andassero rallentandosi, il giovane patrizio diede un colpetto d’incoraggiamento al braccio del bambino, spronandolo ad uscire dal suo incantamento. “Dèmo! Ancora un altro!”, insistette dolcemente.

Thomà scosse il capo, il moccio che gli fluiva liberamente dal naso. “Sun stracho! Gh’ho fame! Vojo la mama!”, prese a singhiozzare, stropicciandosi ambedue gli occhi e ritornando ad essere un piccino di dieci anni e non il linguacciuto assistente alle polveri di Andrea il bombardiere.

L’espressione di Hironimo da compassionevole s’indurì. “Non piangere, sempio, tanto lei non tornerà mai più da te!”

Il bambino strascicò qualcosa d’inintelligibile , sennonché un calcio al sedere da parte di un contrariato stradiota lo interruppe, facendolo rotolare dentro la fossa tra i cadaveri.  Dinanzi allo strillo spaventato di Thomà, agitandosi peggio d’un diavol nell’acqua santa in quell’ammasso di carne gelida e puzzolente, l’uomo e i suoi compari si scompisciarono dalle risate e anzi, afferrate delle manciate di terra, le buttavano addosso al decenne che urlava e piangeva isterico, scrollandosi via di dosso come ustionato la terra. 

“Toga! Toga! Fio dil suicida! Fio dil dannato!”

In mezzo al chiostro del Monastero della Carità, dove adesso studiava, Momolo era divenuto il bersaglio preferito degli studenti, i quali tra una lezione di grammatica e di retorica adoravano tenere fermo e ricoprire di fango il nuovo arrivato, il figlio del Suicida, come ormai appellavano il fu sier Anzolo Miani alle spalle della famiglia, sottovoce. 

“Basta! Basta!” , guaiva sfinito Thomà, rannicchiandosi in cerca di rifugio da quella terrosa lapidazione.

Hironimo strinse di riflesso la vanga, insensibile alle vesciche alle mani.

“Patron, ajudo!”

E quella vanga la spaccò in testa allo stradiota. 

“Fio dil dannato! Fio dil diavol d’inferno!”

Sì, forse lo era, poiché non porgeva l’altra guancia e malgrado la figura ancora esile e l’enorme disparità numerica (uno contro tutti), Momolo rispondeva a calci e pugni e morsi alle provocazioni dei compagni, colpendoli all’inguine approfittando della sua bassa statura e tirando loro i capelli una volta a terra; li graffiava quasi volesse strapparli gli occhi dal cranio e proferiva tali oscenità manco un battelante chioggiotto.

“Mi no sun debole! Mi no sun femena! Mi no sun fio dil suicida!”

Rosso, rosso di rabbia cieca e famelica, null’altro vedevano gli occhi impazziti di Hironimo mentre riempiva di pugni e randellate chiunque gli si parasse di fronte, prendendo e ricevendo, gli stradioti sgomenti dall’incuranza con cui incassava i colpi, senza neanche accorgersi del sangue che gli colava dalla fronte assieme al sudore, essendosi riaperta la ferita.

Indietreggiarono a quel suo sorriso sghembo, malato, il biancore degli occhi esaltato dalla maschera scarlatta.

“Basta così!” e stavolta non si trattò della voce piagnucolosa di Thomà, bensì di quella autoritaria e terribile di Mercurio Bua, ritornato dalle sue scorrerie nel territorio.  Spronando il cavallo, il capitano di ventura li raggiunse, il viso torvo e i denti ben esposti, maledicendo tra sé e sé quegli sciagurati cialtroni incapaci di rimanere mezza giornata al campo senza causare danni.  “Cosa significa tutto questo?”, esigette spiegazioni, indicando la fossa, gli uomini semi-incoscienti dalle botte e Hironimo col bastone in mano e il viso contorto di rabbia. Approfittando della confusione, Thomà era risalito nel frattempo, appiccandosi al fianco del patrizio che di riflesso lo strinse a sé.

“Allora?”, non aveva in realtà bisogno d’alcun chiarimento, l’albanese già si figurava alla perfezione le dinamiche di quell’indecente bailamme; ciononostante, leggere l’incertezza e il timore in faccia a quei masnadieri lo riempiva di una perversa soddisfazione. “Razza d’otri piene di sterco, chi vi ha dato l’ordine di far uscire il prigioniero? Chi? Potete anche solo rendervi conto, coglioni, di che cosa sarebbe potuto accadere, se fosse riuscito a scappare? Potete?”, sbraitò, schioccando la scutica sulle loro spalle, sulle braccia erte a mo’ di difesa, ovunque riuscisse a colpirli. “Idioti! Cani bastardi! Merde viventi! Chi vi ha dato il permesso di toccare ciò che non vi appartiene?”

“Ma … ma capitano …”, tentarono una disperata giustificazione. “Ha incominciato questo pazzo furioso … ci ha malmenato senza alcun motivo! …”

“E ha fatto bene! Troppo delicato! Al suo posto vi avrei scuoiati vivi! Anzi! Vi acconcio subito!” e diede ordine che quei disgraziati venissero passati sotto le forche caudine [9] con sommo gaudio degli altri stradioti, assai avidi di distrazione da quel mortorio senza né soldi né cibo né donne.

“Che sia ben chiaro a tutti”, enunciò però prima a gran voce e tutti i suoi uomini si misero sull’attenti in ascolto, consci di aver tirato troppo la corda col loro tremendo capitano. Mercurio Bua si spostò col cavallo dietro Hironimo e, avutolo nel suo raggio d’azione, se lo issò sopra con la medesima facilità di un fanciullo che si ruba un gatto, indifferente all’indignato divincolarsi del giovane patrizio. “Questo qui non è un prigioniero qualsiasi da tormentare a vostro piacimento”, spiegò perentorio, mettendo bene in mostra Hironimo in una grottesca parodia della Madonna col Bambino, “questo qui è Girolamo Emiliani, patrizio veneziano e mio bottino personale. Intendete? Mio! Egli è mio. Ciò significa che nessuno di voi lo deve toccare né gli deve parlare né tantomeno anche solo avvicinarsi a lui, se non sarò io stesso a comandarlo. Violate questo mio ordine e mi premurerò d’impalarvi di persona come fecero i turchi con le vostre famiglie!”

Fu sconcertante e meraviglioso leggere la paura in quei visi arcigni e spavaldi, ora ridotti a balbettanti scolaretti vergognosi e intimiditi.

Soddisfatto dell’esito positivo di quel suo discorsetto, Mercurio Bua spronò al trotto il suo cavallo in direzione del cortile interno.

“Ributtateli dentro e perdio dategli da mangiare: la Serenissima non sborsa danaro per i morti!”, comandò l’albanese. “Quanto a questi cadaveri, buttateli nel Piave: siamo soldati, non becchini! Ci penseranno a Venezia a seppellirli, quando le acque li trasporteranno in laguna. O quel che di loro resterà”, e spinse giù Hironimo su della paglia lercia di fango e altro sulla cui natura per la pace dell’anima sua preferì non inquisire.

Per fortuna i due stradioti, che prontamente l’agguantarono, tanta fretta avevano avuto di assistere alla punizione dei compagni da confondere le celle, da gettare il giovane Miani e Thomà in una cella pulita senza escrementi e cadaveri di topi e i due, a seguito di un lauto pasto a base di pane ed acqua, s’addormentarono quella sera sfiniti uno tra le braccia dell’altro, tirando un gran sospiro di sollievo.  

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

***************************************************************************************************************

 

Incominciamo coi flashback! Di nuovo, a causa delle scarse notizie sull’infanzia e sulla giovinezza del Nostro, abbiamo molto supplito con la fantasia, però sempre tenendo a mente gli anni della sua vita matura come “meta ultima” del suo percorso di formazione.

La morte di Angelo Miani, ritrovato impiccato il 18 agosto 1496 su di una scala in una bottega di Rialto (altre versioni addirittura sulla volta del ponte) rimane tutt’oggi un caso irrisolto: fu suicidio oppure omicidio? Perché a Rialto, uno dei luoghi più affollati di Venezia?  In ambedue i casi è assai difficile stabilire il movente di tale gesto, ma una cosa è certa: immediatamente sia i Miani che i Morosini sostennero a gran voce la tesi dell’assassinio pur incapaci di fornire un nome, più che altro per evitare l’infamia di un seppellimento in terra sconsacrata.

L’unica menzione di quest’avvenimento che si ha è l’ambigua frase di Domenico Malipiero “A' 18 d'Auosto, è stà trova a Rialto, in una volta, apicà Anzolo Miani ; e no è stà lassà a veder a nissun.”

Poi silenzio. Al che ci porta a due considerazioni: o fu suicidio fatto e finito oppure si trattò di un omicidio a fondo politico, messo a tacere in nome del segreto di Stato.

Ultimo punto, i rapporti coi servi erano molto diversi rispetto ad altrove, molto informale almeno tra le mura domestiche, convivendo infatti in un ambiente quasi “incestuoso” per via degli spazi ristrettissimi di Venezia. Non era strano, pertanto, che i figli dei padroni frequentassero specie da bambini i servi, o che il padrone concedesse una dote ad una sua domestica o tenesse a battesimo i figli dei domestici,  facendo da padrino (se non era anche il padre) o madrina. Non potendo ignorarli, i patrizi se li tenevano buoni anche perché i servitori potevano divenire all’occasione i primi accusatori dei padroni.

Spero che il capitolo vi sia piaciuto!

Alla prossima!

 

Un po’ di noticine:

 

[1] Da “La Danza Macabra”, testi ed affreschi di Simone Baschenis(1539), che si possono ammirare sulla parete sud della chiesa di San Vigilio a Pinzolo. Parti di questa ballata ispirarono il cantautore Angelo Branduardi per la sua celebre canzone “Ballo in Fa Diesis Minore”.

[2] òstrega = letteralmente significa “ostrica”, però in questo contesto è usata con senso eufemistico di Ostia!

[3] Paolo Veneto o Paolo Nicoletti (1369-1429); Alberto di Sassonia (1316-1390) ed Egidio Romano o Egidio Colonna (1243-1316) furono tutti filosofi e teologi agostiniani, su cui Giacomo Battista Aloisi si concentrò in particolare nei suoi studi e pubblicazioni.

[4] pope de casàda = il corrispondente dell’autista moderno. Erano gondolieri privati che vivevano a palazzo (spesso tramandavano di padre in figlio il mestiere), spostandosi i patrizi più per gondola che a piedi, essendo infatti più sicuro.

[5] La chiesa di San Vidal (o San Vitale) fu in realtà fondata nel 1084 dal doge Vitale Falier. Poiché nelle antiche descrizioni delle famiglie nobili veneziane ho trovato indicati invece i Miani come fondatori della chiesa, ho deciso di lasciare quest’incongruenza.

[6] Dal testamento di Marco Miani, del 18 gennaio 1465: “ … Item prego quei ch’in Vanesia in la giesia de San Vidal per mezo el permetto da cha Miani sia fabricà uno altar con la immagine et grandezza de Nostra Donna et spenda 10 ho più quel imponerà …” Anche le disposizioni per la sua sepoltura – con la spada, speroni e scudo – di cui don Girolamo e Alessandro Bernardi dovranno assicurarsi, appaiono nel testamento.

Il 17 maggio 1473, suo fratello Angelo Miani chiede direttamente al Doge Nicolò Tron di autenticare la cedola testamentaria. Il doge, ignorando il decreto del Maggior Consiglio del 4 aprile dello stesso anno, si appellò alle forme abitudinarie e fece riconoscere la grafia del defunto, autentificando il testamento e pertanto approvando la costruzione dell’altare e la commissione del dipinto.

[7] Serrata = si riferisce alla Serrata del Maggior Consiglio (1279). Brevemente, si trattò di una riforma con cui si fissava in via definitiva ed ereditaria, tramite puntigliosi parametri, il numero di famiglie patrizie che potevano accedere al Maggior Consiglio. Il conseguente malcontento portò alla congiura di Marco Querini, Bajamonte Tiepolo e Badoero Badoer (1310), che prevedeva l’assassinio del Doge Pietro Gradenigo e dei suoi fedelissimi, in particolare il clan di sua moglie, i Morosini della Sbarra (Leonora Morosini madre del Nostro discendeva proprio da questo ramo!) e i Dandolo. La congiura venne prontamente sventata. Tuttavia, nel corso dei secoli molte famiglie riuscirono ad entrare ugualmente “per merito” nel M.C., come ad esempio durante la guerra contro Genova.

[8] Panaghia Tricherousa= “Tutta Santa Madre delle Tre Mani” icona molto venerata nella Chiesa Ortodossa. In essa è raffigurata la Madonna col Bambino ed una terza mano, quella del teologo arabo San Giovanni Damasceno, che gli fu amputata e poi, miracolosamente, restituita.

[9] passati sotto le forche caudine =  punizione fisica in ambito militare in cui il condannato viene costretto a marciare tra due file di soldati e da essi frustato ripetutamente. Si riferisce alla celebre umiliazione dei soldati romani per mano dei Sanniti a seguito della loro sconfitta.

 

 

Ritorna all'indice


Capitolo 5
*** Capitolo Quarto: 1 -2 settembre 1511 ***


Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato il 03.09. 2021

***********************************************************************************************************************

 

 

 

Capitolo Quarto

1 -2 settembre 1511

 

 

 

 

Per questo tu correggi poco a poco quelli che sbagliano

E li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato,

perché, messa da parte ogni malizia, credano in te,

Signore.

 

(Sapienza, 12,2)

 

 

 

 

 

Nella solitudine degli appartamenti dell’ex-reggente di Castelnuovo, Mercurio Bua osserva crucciato il fuoco scoppiettante nel caminetto, una lettera stretta in mano e l’altra che tamburellava impaziente le dita sulla coscia.

Da Manoli e Constatino Boccali niente buone, quei caparbi linguacciuti dei suoi compatrioti non volevano cedergliela e dinanzi alle sue sacrosante insistenze per riaverla indietro, avevano osato aggiungere: non sperate in noi alcun appoggio né comprensione. Nessuno della nostra famiglia s’assocerà a voi, vendutosi ai Collegati. Non riotterrete ciò che voi per primo avete sacrificato per egoistica ambizione.

Suo fratello Teodoro Bua e l’altro suo parente Alessio Bua – luridi pendagli da forca! -  neppure s’erano degnati di rispondergli; suo nipote Andrea Bua era meglio se ne stesse a Mantova, inutile com’era.

Oramai troppo tempo era trascorso dall’ultimo soggiorno di Mercurio a Venezia, le amicizie e le conoscenze decadute e pertanto assai difficile per lui poter agganciare qualcuno di fiducia onde appoggiarlo nella sua causa. Il che lo frustrava oltre ogni dire, ancor più adesso che possedeva un carta preziosissima quanto difficile da giocare, nutrendo infatti il capitano di ventura gravi dubbi sulla bontà dell’impresa di Treviso ma soprattutto sulla costanza dei suoi medesimi alleati, non ispirandogli alcuna fiducia: i francesi da una parte, altezzosi e moi-je-sais-tout  (so-tutto-io, ndr.), sempre pronti ad incolpare il prossimo in caso di sconfitta o a prendersi il merito della vittoria.  Dall’altra parte i tedeschi, ancor peggio, buoni solamente a rubare considerando tutto il porco mondo loro proprietà anche quando appartenente agli alleati. Mal in arnese, disordinanti e disobbedienti eppure mille volte Mercurio Bua aveva insistito col maresciallo La Palice ad usare i metodi forti, ovver prendere gli imperiali a calci in culo finché in quelle teste di stoppa non si scolpivano gli ordini come fece Mosè coi Dieci Comandamenti. I Tedeschi, gli aveva spiegato il greco-albanese al limite della pazienza, sono un popolo di pecore, che non pensa bensì agisce e se sente il latrato del can pastore, ecco che saltella belando in fila! Peccato che Vossignoria dall’alto della sua saggezza non si degnasse mai d’ascoltarlo. Puah!

Ad arraffare però la sua roba - oh! - più lesto d’un gatto!

Per un soffio il Bua aveva evitato che il francese gli sgraffignasse da sotto il naso il patrizio veneziano; ad aggiungere l’insulto all’ingiuria quei cretini dei suoi uomini, pur di non rinunciare alla consolidata tradizione di grattarsi la pancia e poltrire, poco ci mancava che non avessero offerto su di un piatto d’argento una possibilità di fuga al prigioniero, che per fortuna era troppo debilitato da tre giorni di digiuno forzato per attraversare la Piave a nuoto, ma non sufficientemente da cambiare i connotati ad alcuni suoi stradioti, i quali, a Dio piacendo, si sarebbero ben sovvenuti della lezione impartitali.  

I bottini erano poi scarsi e magri; dell’Imperatore neppure l’ombra malgrado il capitano gli avesse concesso un giorno in più d’attesa oltre ai tre indicatigli da La Palice. Inutile quindi seppellire la testa sotto terra e ignorare la realtà, cioè che ben presto quegli ingordi dei tedeschi sarebbero venuti alle mani con quegli arroganti dei francesi, non per l’onore bensì per un pezzo di pane. Il che avrebbe potuto causare spinosi grattacapi al greco-albanese e alla sua compagnia.

No, doveva assicurarsi che nessuno gli toccasse il suo castellano, ché se fosse finito nelle mani dei tedeschi, quelli avrebbero incassato immediatamente il riscatto o scambiatolo con un prigioniero che a loro interessava, senza consultarlo; coi francesi, invece, impacchettato e spedito in Francia cogli altri prigionieri veneziani, di nuovo senza tenere in considerazione il vero merito nella cattura. Meno male che La Palice aveva avuto un attimo di lucidità mentale per concedergli di contrattare di persona il riscatto dei due capitani bellunesi, altrimenti il Bua sul serio l’avrebbe affogato di sua mano nella Piave. 

Presa dunque la sua decisione, il mercenario balzò in piedi e gettò stizzito nel fuoco l’inutile missiva, dirigendosi verso la porta là dove stava di guardia un suo famiglio.

La notte non era poi così lunga e c’era tanto da fare.

 

***

 

 

Magnifice ac generose frater carissime,

 

Oggi vi fu scritto brevemente dal mio segretario, poiché ancora mi trovavo fuori Padoa con all’incirca 300 stradioti (i nomi dei capi già vi sono stati da lui elencati) e altrettanti 300 balestrieri sotto il comando del domino Jannes da Campo Fregoso.

Avevamo lasciato Padoa verso l’imbrunire del 30 agosto, cavalcando tutta notte per giungere all’alba presso Santa Crose, là dove ci appostammo per coordinare il nostro agguato: 100 cavalli decisi d’inviarli tra Bassam e Castel Francho e altri 100 verso Marostega per sabotare il trasporto dei rifornimenti; quanto a noi, avevamo giudicato più prudente rimanere tra Citadela e Bassam pronti all’occorrenza a prestar soccorso. Quand’ecco, nel bel mezzo dell’attesa, un mio esploratore fece all’improvviso ritorno dalla sua missione d’avanscoperta e mi riferì concitatamente come 200 cavalli fossero partiti da Vicensa e diretti a Marostega, là dove si stava preparando il campo per il Duca di Baviera.

Immediate, cangiammo piano e piombammo inattesi addosso ai nemici, sorprendendoli infatti a marciare a ranghi serrati ignari della nostra presenza e con violento impeto ci scontrammo contro i loro cavalleggeri, il magnifico conte Guido Rangon e il sottoscritto in prima linea volendo infatti essere tra i primi feritori. Purtroppo, per il gran numero d’uomini d’arme, il conte Guido venne sopraffatto e con tre lance disarcionato; a me spezzarono una lancia sulla targa [1] et immediate fummo da tutti, stradioti e balestrieri, abbandonati. Il sopracitato conte Guido cadde prigioniero e poco ci mancò ch’io ne condividessi la triste sorte, tamen come meglio potei riuscii a sfuggir loro e ad indietreggiare assieme al signor Jannes da Campo Fregoso con all’incirca XX cavalli, pur tuttavia rimanendo sufficientemente presso ai nemici da tallonarli ugualmente e tagliarli ogni via di fuga in attesa dei rinforzi, intanto che cercavamo di radunare 100 fino a 150 cavalli.

Questo finché il nemico, esasperato, uscì dalla strada maestra per Marostega, ormai distante 3 miglia, e correva allo sbando per la campagna violentemente incalzati da noialtri, al punto che dalla fretta della disperazione abbandonò tutti i suoi carri, ch’erano in gran numero. Non potei di conseguenza non cogliere quell’inaspettata ma propizia occasione e così reingaggiammo subito battaglia contro i nemici, disperdendoli e trucidandoli.

In totale, catturammo uomini d’arme dai 30 ai 40; il resto, 200 cavalli tra arcieri, stradioti e alcuni balestrieri; 400 guasconi con molti schioppi che ne facevano gran danno, tutti armati benissimo e in ordine eccellente per recarsi all’accampamento. I prigionieri ci riferirono come il Roy di Franza non avrebbe più inviato ulteriori rinforzi a Marostega e come le artiglierie non fossero ancora state trasferite da Soave. In aggiunta, facemmo prigionieri anche tre capitani - due di fanterie, i Monsignori de Richebourg e Mongiron ed uno d’uomini d’arme, il signor Aloisio Ferrer -  i quali ci confermarono che, non fosse calata la Cesarea Maestà da Bolzano, non avrebbero compiuto alcun’impresa bensì se ne sarebbero ritornati alla guarnigione loro.

Altro non vi dico per ora: Iddio sia con voi!

 

Paduae, die primo septembris 1511, horre 7 noctis.

Frater Contarenus,

Stratiotarum Provisor

 

 

Sier Ferigo Contarini soffiò via la polvere dalla pagina della lettera, richiudendola con movimenti lenti e accorti a causa della stanchezza, ponendo ben attenzione a non ustionarsi con la ceralacca al momento di sigillarla. Ad operazione terminata si stropicciò gli occhi arrossati, sbadigliando sfinito e anelante alla sola consolazione del letto; prese la missiva e l’affidò al suo servitore, acciocché la consegnasse alla prima staffetta disponibile.

Malgrado il suo ingresso trionfale al crepuscolo alla Porta Codalunga, dove al lume delle torce avevano fatto sfilare in camicia e catene i prigionieri per lo più francesi ma con anche qualche tedesco, dai capitani fino alle loro puttane nonché i 200 carri per un valore di oltre 20.000 ducati di bottino, il Contarini purtroppo per lui non era riuscito a svignarsela prima di notte fonda, avendolo infatti ghermito il provveditore generale sier Polo Capello, cognato della Regina di Cipro, giunto appositamente dal bastione di Portello dove stava supervisionando i lavori di rafforzamento, euforico di quella schiacciante vittoria e avido di particolari da riferire sia alla Signoria Loro sia ai suoi colleghi ammalati (a sier Christofal Moro et a sier Andrea Griti zoverà pì de tutti i intruji ch’i gh’han fatto bevar fin’horra!).

Divincolatosi abilmente, sier Ferigo gli aveva promesso colloquio come primo impegno della giornata, barcollando quasi verso i suoi alloggi eppure il sangue che ancora gli pompava furiosamente nelle vene, animandolo di febbrile energia. Il tempo poi di concedere al suo valletto d’arme di spogliarlo dalla corazza e di lavarsi mani e viso, che rimasto nei più comodi camicia e zipone s’era messo a scrivere quella lettera tanto promessa a suo fratello Marco Antonio, nella speranza che non gli avesse serbato rancore se il suo segretario gli aveva fatto di recente le veci per tenerlo informato circa gli ultimi avvenimenti. 

Il giovane provveditore s’abbandonò sfinito sullo schienale della sedia, tirandogli i muscoli indolenziti del collo piegato all’indietro e le tempie pulsanti e infastidite perfino dalla flebile luce della candela. Se la sua natura non fosse stata coscienziosa e ordinata, si sarebbe gettato in letto così com’era. Pur avendolo la guerra abituato ad ogni genere di disagio tra cui anche dormire all’occasione a cavallo, egli ci teneva quanto più possibile di mantenere una parvenza di civili maniere, perlomeno negli alloggi cittadini e d’altronde rovinare quelle belle lenzuola calde e pulite equivaleva ad un sacrilegio. Inoltre, prima di coricarsi doveva preparare uno straccio di discorso per sier Polo Capello: ogni sua parola sarebbe stata riferita verbatim alla Signoria e al Consiglio, pertanto doveva sceglierle accorto specie per giustificare la seccante cattura del conte Guido Rangoni e non tanto per il riscatto di per sé, bensì per la malcelata insistenza di suo zio Annibale Bentivoglio e del fratello minore Annibale Rangoni a rivoler indietro tra le loro file quel ribelle e recalcitrante figliol affatto prodigo e ora che l’avevano in pugno, di sicuro l’avrebbero rinchiuso sottochiave fin in cima alla Garisenda[2] pur d’impedirgli di riunirsi alle truppe veneziane.  Il che scocciava il Contarini fino al suo limite, sia per aver perso un valido condottiero sia colui che stava incominciando ad apprezzare anche come amico. Senza contare poi che a lui sarebbe toccato l’ingrato compito d’informare il giovanissimo Francesco Rangoni, l’altro fratello minore, in apparenza per rassicurarlo ma in realtà per saggiarne la fedeltà e la prontezza ad assumere eventualmente la condotta al posto di Guido.

Quella cattura bruciava beffarda al giovane provveditore, imporporandogli le gote di stizza e colpevolizzandosi impietoso per non aver pianificato con sufficienza cura l’attacco, lasciandosi guidare dalla smania di sorprendere l’avversario ad ogni costo e l’arroganza di averlo avuto già in pugno. Non avesse posseduto il pronto riflesso di conficcare ciò che rimaneva della targa nella gola dell’avversario, usandola praticamente alla stregua di una mannaia e non fosse comparso Giano di Campofregoso a coprirgli le spalle, a quell’ora sier Ferigo Contarini si sarebbe trovato in compagnia del Rangoni diretto in catene a Marostica o peggio ancora a Vicenza e stavolta nulla l’avrebbe salvato dal finire prigioniero dei Gonzaga, i quali ancora arrossivano sia per la sconfitta a Casaloldo sia per quell’insolente sua fuga due anni addietro, specie la Marchesa Isabella d’Este che vittima dell’astuto inganno di Ferigo aveva firmato ignara il suo lasciapassare, credendolo un fedele suddito che trasportava la farina per le truppe del marito. Uno bello smacco per l’altera e gelida Estense ognora credutasi al di sopra di ogni umano sbaglio.

E mentre l’uomo si crogiolava in questi poco lieti pensieri, il sonno lo colse traditore e di conseguenza sobbalzò buffamente all’irruzione di uno suo stradiota, il quale senza neanche concedere al suo provveditore il tempo di dargli della canaglia per quella sua cafoneria d’entrar senza bussare, esclamò questi concitato: “Signore, dovete venire! Oh, dovete proprio venire!” e batteva il piede per terra impaziente, trattenendosi dall’afferrare il Contarini per una manica e trascinarlo via con sé.

Sbiascicando un inintelligibile improperio e allacciandosi alla bell’e meglio il zipone, il patrizio s’augurò per lo stradiota che la notizia valesse la pena di quel disturbo, o l’indomani l’avrebbe fatto fustigare a Piazze delle Erbe finché manco sua madre sarebbe stata capace di riconoscerlo.

Arrivati dunque all’entrata di Codalunga e trovandola stranamente per l’ora tarda in giovale subbuglio, Ferigo s’arrestò bruscamente, impietrito, per poi piegarsi all’improvviso in due e, reggendosi la pancia, si sganasciò dalle risate come non faceva dai tempi delle sconcissime momarie e commedie scritte e rappresentate coi suoi amici per le feste organizzate dalla Compagnia degli Immortali. [3]

“Corpo dil diavol!”, ansimò ilare, mancandogli il fiato e asciugandosi le lacrime versate per il gran ridere. “Che gran fio de …”

… Bianca Bentivoglio, sorella di Annibale Bentivoglio, al secolo conte Guido Rangoni che rientrava a Padova sornionamente trionfo in groppa a cavallo assieme a don Garcia, il cavaliere spagnolo che l’aveva catturato. Il modenese appariva talmente in disordine da sembrare un vagabondo, inzaccherato com’era dalla testa ai piedi di fango e il viso ridotto ad una maschera di terra, sudore e sangue su cui però s’allargava raggiante un soddisfatto e felino sorrisone.

“Fascio humilissima riveronza a tutti lor monseigneurs!”, si esibì il giovane condottiero in un appositamente esagerato inchino pomposo, svolazzando e ondulando il braccio  a scherno del saluto alla francese, imitandone poi beffardamente l’accento e gli uomini lì presenti rincararono le dosi di grasse  e sfottitrici risate di sottofondo. “Hé, che poca creanza, signori miei! Ma come! Non mi s’aspetta per festeggiare? Ché siete stati tutti contagiati dalla zoticaggine francese?”, inquisì falsamente scandalizzato, nel frattempo che alcuni soldati lo aiutavano solerti a scendere da cavallo, avendo infatti notato la ferita alla coscia fasciata da una benda di fortuna.

“Conte Guido … noi vi abbiamo dato per prigioniero … ad un certo punto v’abbiamo perfino perso di vista!”, fece incredulo sier Ferigo, offrendo il suo braccio a mo’ di sostegno per il lievemente zoppicante nobile modenese.

“Anche el caballero qui presente mi aveva dato per prigioniero: peccato che dalla fretta di catturarmi si sia scordato come vanno stretti i nodi e di conseguenza, lungo la strada per Marostica, abbiamo invertito le sorti!”, spiegò concisamente il Rangoni al giovane provveditore, il quale seguitava a sorridere un po’ demente, nell’intimo orante mille grazie alla Madonna per quell’inaspettata giravolta d’eventi.

I due s’incamminarono allora lentamente verso gli alloggi del condottiero, quest’ultimo d’un tratto fermatosi, rimbeccando a gran voce gli stradioti che già agguantavano lo spagnolo poco delicatamente, trascinandolo quasi giù da cavallo: “No, trattate don Garcia con rispetto: questi è un uomo dabbene, mi ha curato malgrado fossi suo prigioniero. Fino al suo riscatto, che stia qui a Padova a suo agio e di buon cuore: tanto, paga tutto il Gonzaga!”

A quelle ilari parole,  il livello d’allegria schizzò alle stelle come le scintille dei falò d’Epifania e tutti gli uomini lì presenti, dai soldati marciani agli stradioti, in coro gridarono euforici, agitando ben in alto le braccia:

“Viva! Viva! Viva el Gonzaga che paga!”

Non fosse stata notte fonda e non avessero avuto due giorni di sonno arretrato, certamente essi avrebbero festeggiato quella loro vittoria con grandi bisbocce, avendo tutti la saccoccia e la pancia piena: infatti, dopo aver sequestrato i carri con l’oro destinato alla Signoria, sier Ferigo aveva nominato Giovanni Forti di Orte e il greco Teodoro Frasina responsabili dell’equa distribuzione tra i soldati delle catene d’oro, degli abiti di seta, delle armi, delle armature e perfino dei guadagni strappati da sotto le sottane alle prostitute; alle prime luci dell’alba avrebbero poi venduto i cavalli e se tutto andava bene 24 ducati a testa non glieli levava nessuno. Perfino i contadini scesi appositamente dai monti per ammazzare i francesi avevano guadagnato la giornata, spogliando i nemici delle armi e delle corazze di cui i marciani già non se n’erano serviti, lasciando letteralmente in camicia sia i vivi che i morti.

Ci si coricò quindi assai contenti, vittoriosi e senza casualità tra i loro, grati inoltre d’aver ottenuto sveglia libera l’indomani.

 

***

 

Hironimo avrebbe infranto l’ottavo comandamento affermando di non aver provato una paura fottuta, quando uno stradiota venne a prelevarlo di peso dalla sua cella, strappandolo dal primo sonno decente in seguito alla caduta di Castelnuovo di Quero. Il silenzio inquietante dei soldati, unito all’ora tarda e al fatto che l’avessero separato a furia di manrovesci da Thomà (che se ne beccò la più parte perché no, non voleva lasciare la sua presa alla camicia del patrizio) l’avevano indotto a giungere alla tremenda conclusione che il Bua aveva intenzione tramite la tortura di interrogarlo, forse per supplire a quelle informazioni che il giovane Miani aveva precedentemente bruciato onde impedire finissero nelle mani dei franco-imperiali.

Si stupì grandemente di conseguenza alla vista del capitano di ventura seduto tranquillo e disarmato, anzi, palesemente divertito davanti al suo stupore e alla frenetica ricerca con lo sguardo degli strumenti del supplizio, non trovandone però nessuno a meno che Mercurio Bua Spata non avesse intenzione di ricorrere ai più tradizionali pugni in faccia e allo stomaco, magari col guanto di ferro.

Invece, congedato il famiglio, l’uomo gli ordinò in greco con un sorrisetto sfottitore sulla faccia: “Avanti, spogliati e lavati; là c’è il catino. Puzzi da nausearmi!”

Hironimo si sentì avvampare di collera. “Grazie a chi questo?”, fu più veloce la lingua, incrociando le braccia al petto in inconscia difesa. Purtroppo per lui, il greco-albanese aveva ragione, il giovane patrizio stesso non sopportava più quell’odore rancido che si portava addosso da quattro giorni nonché il continuo prurito ai capelli e alla barba ormai cresciutagli incolta. Tuttavia, la soddisfazione di convenire con quel gaglioffo da morto gliel’avrebbe concessa.

Mercurio gettò indietro il capo, ridendosela alla grossa: gli piaceva quella puerile sfrontatezza, avrebbe reso la loro convivenza meno noiosa. “Suvvia, niente capricci. Levati quello straccio di dosso e datti una bella strigliata, fra poco voglio coricarmi e non ho tutta la notte a disposizione per farti da balia!”

Il giovane Miani studiò dubbioso l’acqua, saggiandone la temperatura con un dito: immediatamente avvertì il gelo fino alle ossa e oltre. “Mi vuoi ammazzare? È gelida!”

“Prima ti lavi, prima ti asciughi.”

“Girati almanco!”

Il condottiero allargò le braccia falsamente stupito. “Siamo tra uomini, ergo non hai niente da esibire ch’io stesso non possegga già. Cos’è questo tuo pudore da donzella?”, lo punzecchiò impietoso, specie quando Hironimo, rifilandogli un’occhiataccia velenosa, si voltò dandogli le spalle.

Non si trattava di verecondia, bensì di fastidio per quell’umiliante situazione, sentendosi infatti alla stregua di una bambolina nelle capricciose mani di quel masnadiere, del cui sguardo beffardo e scrutatore percepiva il peso sulla schiena ora denudata dalla sottile barriera della lercia camicia.  Prendendo un profondo respiro, Hironimo la piegò a lato e prese a slacciarsi le brache mentre cercava di scindere la sua mente dal presente, rifugiandosi in un altro contesto e in un altro luogo.

Quanto lo odiava, quel cialtrone pervertito.

Terminata la mortificante spoliazione, subito Hironimo entrò dentro il catino di fortuna e, acquattatosi onde nascondere il suo corpo quanto più possibile all’indesiderato spettatore, molto lentamente si versò addosso la brocca d’acqua, rabbrividendo ad ogni goccia, stringendo i denti che avevano incominciato a battere per il freddo.

Tale era la sua concentrazione da non accorgersi che il Bua s’era nel frattempo alzato, pigliando una seconda brocca più larga che gli rovesciò all’improvviso in testa, innaffiandolo in una dolorosa cascata ghiacciata al punto che per un folle istante Hironimo vide chiazze gialle e nere, urlando all’assassino e così ingoiando acqua che gli andò prontamente di traverso, alternando a colpi di tosse e soffiate di naso dei coloriti epiteti e severi commenti sulla razza del Bua e sulla professione di sua madre. Al che il greco- albanese replicò sornione con una terza e una quarta secchiata d’acqua, finché la pelle di Hironimo assunse un colorito bluastro.

“Toh”, gli calò di malagrazia un pesante telo, sollevandolo poi di peso fuori il catino e trascinandoselo seco, lo lasciò cadere sulla sedia davanti al caminetto.  Portando le ginocchia al petto, Hironimo s’avvolse velocemente nel ruvido panno, in sospettosa attesa.

I suoi occhi neri s’ingrandirono al luccichio di una lama.

“Sta fermo! O ti sbrego questo bel visetto!”, gli intimò Mercurio, tirandogli i capelli a mo’ di monito. Sconfitto, il giovane Miani annuì a malincuore, irrigidendosi ad ogni raschiare del rasoio improvvisato sulla sua pelle, in particolare sotto il mento. “Ti voglio in ordine per quando arriveremo a Montebelluna. O i Venedik, la tua gente, m’abbasserà il prezzo vedendoti più morto che vivo.”

Hironimo aprì un occhio. “Ci spostiamo a Montebelluna? Ma l’Imperatore?”, inquisì con nonchalance, sibilando all’ennesima tirata di capelli, segno che la sua intromissione non era la benvenuta.  

“Non t’impicciare”, l’ammonì infatti il Bua.

Testardo, il patrizio replicò: “M’impiccio eccome del mio riscatto!” e massaggiandosi la guancia arrossata. “E comunque come barbiere fai proprio schifo!”

Il capitano di ventura ridacchiò furbescamente, dirigendosi verso una cassapanca e, apertala, estrasse un indumento che gli gettò contro. “Era tua?”, cinguettò canzonatorio, gettandogli effettivamente una delle sue camice pulite, adesso requisite a mo’ di bottino di guerra.

“Ma certo! L’unica preda che un condottiero della vostra sorte riesce a conquistarsi!”

Mercurio Bua smise immediatamente di ridere.

“D’altronde, vi compatisco: tanti sforzi per conquistare una fortezza di seconda categoria, per accontentarsi di briciole. Non che a Feltre vi andrà meglio, a meno che, dopo due incendi e saccheggi, non v’accontentiate di pietre annerite dal fumo. Quanto a Cividal di Belluno, quelli là vi daranno qualche spiccio per salvarsi la pelle, per poi aprirci di nascosto le porte alla prima occasione e venderci la vostra, di pelle”, infierì il patrizio.

“Il maresciallo non punta né a Feltre né a Cividal di Belluno”, strisciò lentamente le parole Mercurio, stringendo tuttavia sospettoso gli occhi.

“Oh, e tu gli credi in tutto e per tutto?”

Voleva menarlo – oh!, se il capo degli stradioti voleva menarlo! – tuttavia, Hironimo ben si figurava quale furioso meccanismo di pensieri stesse lavorando alacremente dentro il cranio del greco-albanese, conscio che se presentava ai negoziatori del suo riscatto un giovane Miani tumefatto di cazzotti, quelli con la scusa di sevizie e maltrattamenti poco degni ad un patrizio non solo non avrebbero pagato prezzo pieno, ma avrebbero preteso anche una sorta d’indennizzo. Scaltri mercanti, questo erano i veneziani, maestri indiscussi.

“Poche storie”, ribadì seccamente il Bua, strattonando via il telo così da invogliarlo a vestirsi. Non ottenendo il risultato desiderato, di malagrazia afferrò la camicia e arrotolatala tentò d’infilarvi dentro la testa di Hironimo, che prontamente si ribellò in un gran sbracciare, berciando mezzo soffocato dalla stoffa:

“Non mi toccare, mi vesto da solo!”

“Sai quanto me n’importa?”, riuscì infine il capitano nell’impresa, sbuffando. Indietreggiando un poco, osservò soddisfatto il suo personale capolavoro, ovvero un livido Hironimo ancora mezzo bagnato, la camicia semitrasparente che gli delineava il petto ansante di collera nera.  “E ti sta anche bene, va’ che signorino!”, commentò sardonico. “Mi ricordi quelle prostitute alle Carampane, che s’affacciano col petto in fuori alla finestra!”

“Turco depravato!”, gli sputò di rimando il furente patrizio e in un battibaleno Mercurio gli fu addosso, costringendolo a retrocedere fino al tavolo, infelice mossa giacché proprio là lo voleva, dove infatti afferratolo rapidissimo per le caviglie lo issò sopra di esso, schiacciandolo a sua volta col suo corpo.

“Se davvero fossi un turco”, gli spiegò dolcemente velenoso l’uomo, “bello come sei a quest’ora ti ritrovavi senza palle e con le gambe aperte a prendertelo dentro come una femmina. Dunque, carino, vuoi ancora darmi del turco?” e mica scherzava, non disdegnando infatti gli Ottomani anche la carne maschile e il condottiero, tenendo fermo il giovane per la gola, ammise una certa sua avvenenza. Ondulati capelli scuri fino alle spalle s’accompagnavano perfettamente al suo incarnato olivastro, incorniciando un viso regolare dagli zigomi marcati, la fronte alta e il naso forse un po’ grosso, mitigato però da un paio d’occhi molto grandi, nerissimi, e una bocca sottile e larga da sfoggiare il più radioso dei sorrisi. Non come adesso, che sembravano le fauci di un leone a furia d’imprecargli contro.

Hironimo, trovandosi guarda caso esattamente nella posizione descrittagli prosaicamente dall’avventuriero e percependo pressioni sospette, cremisi in volto sbrodolò un flebile: “No, no, per carità … non dico più niente …”

“Ecco bravo e fossi in te seguiterei su questa linea, a meno che tu non voglia divenire la puttana del campo e si sa, in tempi di carestia …”

L’indignazione per la minaccia di costringerlo a quel turpe negozio soppiantò il timore di divenire eunuco. “Sì, ma … non è che dopo t’ingelosisci?”, domandò cinguettando un falsamente innocentino Hironimo, ché se l’altro voleva la guerra, l’avrebbe ottenuta. “Ti ho visto, sai, come ti sei scaldato quando La Palice mi voleva a Montebelluna tutto per sé … Mi son sentito la Briseide della situazione”, e sforzandosi con tutta l’immaginazione a lui disponibile in modo da evocare le fattezze generosamente morbide e femminee della sue passate ganze, gli zampettò le dita sul polso risalendo fin quasi al gomito e Mercurio Bua, neanche l’avesse pizzicato un granchio, si staccò bruscamente da lui con un’espressione schifata in volto. Afferrato un sogghignante Miani, lo tirò giù dal tavolo e lo ributtò malamente sulla sedia.

“Taci e mangia!”, gli ordinò perentorio, schiaffandogli sotto il naso la scodella fumante di minestra e lo stomaco del giovane patrizio si contorse voglioso al solo odore.

Ma Hironimo, ignorandolo e ribollendo di bile nera, col Bua aveva appena incominciato.

“No.”

“Come no?”

“Non mi va.”

Il greco-albanese lo fissò stralunato, come se si trovasse dinanzi ad un pazzo furioso. “Tre giorni di digiuno e ieri un pezzo di pane e tu mi dici che non hai fame?”, gli chiese sarcasticamente incredulo.

Hironimo fece spallucce, incurante.

Le dita del mercenario si contrassero rabbiose. “Mangia!”, sibilò.

“Ho detto di no!”, sbottò il giovane Miani e, al minaccioso appropinquarsi del Bua, aggiunse in fretta: “Non posso mangiare a cuor leggero, sapendo che in quell’orrida stinca un bambino di dieci anni languisce mezzo morto d’inedia. Se lo porterai qui e anche a lui offrirai del cibo e lo tratterrai da cristiano, solo allora mangerò.”

Sorprendentemente Mercurio si rilassò, la sua espressione scevra della recente irritazione, anzi, quasi gli pareva contento, annuendo in approvazione. “Mi par giusto”, sentenziò, gridando qualcosa in albanese, molto probabilmente al famiglio dietro la porta.

Poco tempo dopo, infatti, la porta si apriva di nuovo e un insonnolito Thomà venne spintonato verso Hironimo, che alla luce del caminetto storse la bocca alla vista dello zigomo nuovamente gonfio e delle croste di sangue dalle narici a causa dell’ultimo manrovescio ricevuto.

“Ecco, volevi il moccioso? Pigliatelo e lavalo, che anche questo qua puzza peggio d’un topo morto.”

Il patrizio roteò gli occhi snervato, allungando invece il braccio verso il fantolino. “Vien qua, Thomà, vien che te lavo.”

Thomà, sospettoso, piantò i piedi ben per terra.

Allora, spezzando un pezzo di pane, Hironimo ripeté, porgendoglielo: “Mo via, vien qua, che te spuzi da cagnon!”

Sniffando a momenti il cibo, il bambino si lasciò persuadere ad avvicinarsi al giovane Miani, strappandogli di mano il pane e mentre se lo masticava vorace, il più anziano gli toglieva i vestiti, premurandosi di schermarlo col suo corpo. Fortunatamente, Mercurio Bua non sembrava interessato, al contrario, con la punta dell’attizzatoio prendeva gli indumenti unti del piccino e li gettava nel fuoco a far compagnia a quelli di Hironimo.

“Scoltame ben, horra: sta bon, non criar se l’aqua la xé un fià freda; ti te gh’ha d’armarti de corajo, ché ti sè zà un ometo” e così incoraggiatolo, lo mise dentro il catino con Thomà sempre intento a mangiare, non smettendo neppure quando l’acqua gli toccò la pelle. Meglio così, l’avrebbe tenuto distratto da quell’immeritato supplizio.

Ingoiato simil serpente l’ultimo boccone, il fantolino esclamò deliziato: “Oh, patron! Ma vui seti un gran buziardo: l’aqua la xé bea calda, mancho un potacchio (zuppa, ndr.)!”

Hironimo strabuzzò gli occhi e Mercurio Bua si voltò di scatto e quasi in comica sincronia ambedue gli uomini infilarono la mano nell’acqua rimanente nella secchia, appurando sconcertati come sì, essa si presentasse calda, piacevole come quella termale di Abano. Prima però che il capitano di ventura potesse anche solo aprire bocca, Hironimo versò tutta l’acqua addosso al bambino, finendo di lavarlo e lo avvolse in fretta nel telo, tirandoselo su in braccio e portandolo al tavolo, dove un greco-albanese ancora confuso porse in silenzio una seconda scodella di minestra. Thomà, ghermitala, si mise a berla rumorosamente, dimentico del cucchiaio e delle buone maniere. Non che servissero considerata la natura del loro anfitrione.  

Nel frattanto che Thomà metteva a dura prova la flessibilità e resistenza del suo esofago, il giovane Miani domandò a Mercurio Bua, che dal canto suo osservava un poco affascinato la prodezza mangiatoria del bambino ora intento a leccare il piatto: “Perché avete impedito di seppellire i cadaveri? Non avete rispetto per i morti?”e intinse di sprezzante veleno l’ultima parola.

Il condottiero grugnì. “Avresti preferito che li dessi in pasto ai cani come fecero due anni fa i Francesi cogli abitanti di Castelbaldo? Il vostro è un popolo dal cuore marinaro: le tombe d’acqua non dovrebbero spaventarvi …” Notando però lo scettico sopracciglio inarcato sulla fronte del suo prigioniero, l’uomo continuò, stranamente sulla difensiva: “Contrariamente ai francesi e ai tedeschi, non sono stupidamente crudele. Eppoi, a che servono i cadaveri in un castello, se non a far venire topi e peste? Prima ce li leviamo dai piedi, meglio è”, sentenziò, fissando poi significativamente il patrizio veneziano. “Io tenni la promessa. Adesso mangia.”

A onor del vero, Hironimo avvertiva una leggera nausea, la gola serrata. Ciononostante, doveva ammettere la sorprendente correttezza del greco-albanese - costui continuava a scrutarlo con la medesima fissità predatoria di un felino - e giudicando pertanto controproducente da parte sua infrangere i patti, si risolse ad onorare la parola data. Aveva udito certe dicerie all'inizio del mese di agosto, su come Mercurio Bua, a Verona, avesse catturato Jacomo da Malnisio (o Jacomo Mamalucho com'era conosciuto da tutti) e lo avesse rilasciato sulla parola, acciocché egli potesse riscuotere da sé la sua taglia. Sennonché, il capitano era rientrato a mani vuote, ma rientrato come solennemente promesso ed ecco che il condottiero tra lo stupore generale l’aveva rivestito di seta, asserendo: “Tu è valente homo et di fede!” E Jacomo Mamalucho fu libero.

Deglutendo indietro la saliva acida, Hironimo portò quindi il cucchiaio ripieno di zuppa alla bocca, sorbendola titubante. Un secondo, un terzo, un quarto cucchiaio e il suo stomaco traditore già si rincuorava, sotto lo sguardo compiaciuto del Bua che si pose in piedi, trafficando con qualcosa dal sinistro rumore metallico.

Catene, tra cui una attaccata ad una palla di cannone.

Il cucchiaio cadde pesantemente di mano ad Hironimo macchiando il tavolo di minestra, subito raccolta dall’avida scarpetta che Thomà fece col pezzo di pane; intuendo poi questi come il patrizio, sconvolto, non avesse intenzione di continuare a mangiare, lentamente e di nascosto attirò a sé la scodella mezza piena, sostituendola con quella vuota.

“Hai le mani leste, lo ammetto, non mi sono sfuggiti i ricordini che hai lasciato – meritatamente – in faccia ai miei uomini. Per questo motivo e soprattutto perché tu ti levi dalla testa ogni piano di fuga, mi vedo costretto a mettertele. Non temere, ti ci abituerai presto!”, gl’illustrò il condottiero la situazione, ghermendogli la caviglia.

Immediatamente, Hironimo gli elargì di riflesso un calcio in pieno petto e il Bua barcollò all’indietro più per la sorpresa che il dolore vero e proprio; infatti, ripresosi, martoriò lo zigomo del giovane con un possente manrovescio da sbilanciarlo verso il tavolo sul cui bordo sbatté dolorosamente la fronte, cadendo in un sordo tonfo per terra.

Mezzo stordito, il Miani avvertì qualcosa rigirarlo e stringergli le mandibole. “Smettila d’atteggiarti come se fossi tu a dettar legge e bada di rigare dritto! Tu sei il mio prigioniero e di te posso fare quello che mi pare e piace e al diavolo se i Venedik mi pagano meno, almeno lo sfizio di tormentare un patrizio veneziano me lo sarò levato!”

“Sì, così il ricordo di come leccavi i piedi al Doge per una condotta ti brucerà di meno!”, soffiò aspro Hironimo, incassando un secondo pugno stavolta tra le scapole che lo indusse definitivamente a più miti consigli.

“Te ne vol ancha ti?”, berciò il capitano di ventura a Thomà, levando minaccioso il braccio. Ficcandosi in testa la scodella eletta ad elmo di fortuna, il bambino scosse vigorosamente il capo in diniego.

Grugnendo soddisfatto, Mercurio riprese il suo lavoro interrotto, fissando bene i ceppi alle caviglie e ai polsi di un semi-incosciente Hironimo, al cui collo egli serrò una sorta di collare di ferro da cui pendeva la piccola ma pensante palla di cannone, la quale, cadendo e non trovando mani pronte a sorreggerla, trascinò rumorosamente seco il giovane veneziano che per sua fortuna si trovava già mezzo inginocchiato per terra, non soffrendo pertanto eccessivamente dell’impatto della sua faccia col pavimento.

Alla stregua dei cani li costrinse il Bua a dormire quella notte, per terra dinanzi al caminetto e meno male che Hironimo dava le spalle sia all’avventuriero che a Thomà, gli occhi arrossati di lacrime di stizza e vergogna dietro gli arruffati capelli e il respiro ridotto a soffocati singulti.

 

***

 

Numero di zente è in Trevixo soto il capetanio di le fantarie:

3.520 fanti soto 17 capi.

449 fanti soto 20 zentilomeni.

46 bombardieri.

Stradioti - numero 228.

Maestranze - numero 140.

 

Vitello Vitelli, homeni d’arme 50, balestrieri a cavallo 25.

Orsino Orsini homeni d’arme 40.

Batagin Bataja, balestrieri 130 a cavalo, e fanti 70.

 

Sier Zuam Paulo Gradenigo si prese la testa tra le mani, leggendo sconsolato quei numeri poco rassicuranti: per quanto si lavorasse senza sosta alla fortificazione di Treviso e malgrado lo spirito generalmente ottimista degli soldati e dei civili volontari, il provveditore non scorgeva vittoria certa con sì inferiore numero di uomini. La città stessa non contava più di 14.000 abitanti, molti dei quali avevano già riparato nella capitale sin dall'inizio del conflitto. E come ogni giorno, alla richiesta a Venezia di portare almeno oltre 5.000 i difensori, nisba, neanche un sol motto a riguardo.

L’unica sua consolazione risiedeva negli scatenati stradioti, i quali compivano miracoli, portando dalle loro quotidiane perlustrazioni ricco bottino di prigionieri e cavalli,  30 il giorno prima, tra cui un famiglio di Mercurio Bua che confermava come il suo capitano avesse intenzione di abbandonare tra la notte del 1 e 2 settembre Castelnuovo di Quero alla volta del campo di Montebelluna, ergo sfatando la diceria della presenza del Re dei Romani in Italia. Inoltre, se non era per quell’intraprendente anima pia del comandante Dimitri Megaduca di Costantinopoli, che gli riconquistava Conegliano in testa a 20 suoi stradioti e 100 balestrieri a cavallo prestatigli da Renzo di Ceri, aveva voglia ad attendere i porci comodi di quell’inutile impiastro del Bataja e dei suoi uomini, all’unanime rifiutatisi di partire per quell’impresa e il Gradenigo incominciò sul serio a questionare la bontà della sua scelta di non aver concesso a sier Marco Miani l’immenso piacere di squartar vivo quel codardo. (Sier Nicolò Balbi, podestò di Cividal di Belluno, gli aveva confermato la responsabilità della perdita di Castelnuovo, disertando il castellano di cui ancora si ignorava la sorte)

A sier Zuam Paulo si era poi formato un groppo in gola dalla commozione quando, mentre stava sigillando i rapporti per la Signoria, sier Lunardo Zustignan entrando in Cancelleria euforico da far spavento gli aveva raccontato del fortunato rientro degli stradioti con un bottino di 8.000 ducati in contanti.

Un po’ meno contento lo rendeva invece il costante malumore dei molti civili “volontari” per la repulisti delle macerie della chiesa monastero di Santa Maria Maggiore e delle case attorno, i quali mal sopportavano sia il capitano Orsini degli Anguillara e i suoi soldati sia l’incessante pioggia, sostenendo quanto fosse ingiusto dover faticare come bestie al mero scopo di morire di catarro verde o cagando acqua.

Sulla scrivania del provveditore, oltre alle lettere per e dal Collegio, si trovavano lette e commentate anche quelle da parte dei suoi colleghi i quali non se la passavano certo meglio di lui.

Da Roma, scrivevano l’oratore sier Hironimo Donado “dalle Rose” e il protonotaro sier Nicolò Lipomano, gran moria di gente: il Papa aveva contagiato indiscriminatamente servi e cardinali, tra cui il cardinale Argentino che rendeva l’anima a Dio e con lui s’ammalavano pure i cardinali inglesi e svizzeri; avevano trovato un morto sottocasa e infine si pensava di spedire il della Rovere ad Ostia per non crear ulteriori danni. Il cardinale Giovanni de’ Medici gufava imbizzarrito quanto Giulio II fosse assolutamente spacciato, mentre quest’ultimo esigeva a furia di strepiti e scenate la sola compagnia fidata del parente Bartolomeo della Rovere, della sua cognata veggente e della nipote madonna Felice sposata a Gian Giordano Orsini. Tanto il Papa era moribondo, che trascorreva intere giornate a sbraitare contro i suoi stessi medici, Marco Arcangelo in primis, subissandoli di tali ingiuriose villanie che mai si sarebbero dovute sentire uscir di bocca da un pontefice consacrato. Giulio II contro ogni consiglio pretendeva di bere vino e mangiar pernici e non quelle immonde zuppe cui lo costringevano; aveva perfino fatto rinchiudere in carcere i medici, per poi perdonarli quando questi un poco cedettero, concedendogli del pesce persico. Il cardinal Domenego Grimani commentava che, per uno con un piede nella fossa, di sicuro aveva molte energie da spendere.

In verità al Pontefice più che il vino non giovavano alla sua salute i litigi crescenti sulla questione della legge salica aragonese che avrebbe lasciato Saragozza e Napoli senza eredi maschi, al che Louis di Francia già allungava cupido le manine, sennonché Fernando El Católico gli ricordava seccamente che un erede esisteva, soltanto qualche generazione più in là e che comunque, virile com’era, senz'ombra di dubbio un maschio dalla seconda moglie Germaine de Foix ce l’avrebbe tirato fuori. [4] L’Inghilterra, come sempre, parlava e nulla concludeva. In ogni modo, Roma restava sottosopra e in arme, tumulti all’ordine del giorno coi Colonna e gli Orsini sospettosi dei fanti stranieri e sier Nicolò Lipomano protonotaro concludeva le sue missive raccomandandosi a Dio ogni ora per arrivare vivo l’indomani.

Da Padova, grande allegrezza e lodi al provveditore degli stradioti sier Ferigo Contarini; il provveditore generale sier Polo Capello aveva poi aggiunto altri eventi quali il rimpatrio di sier Andrea Griti a Venezia per burchio; di come suo cognato sier Christofal Moro si fosse un poco ripreso, sebbene il dolore alla gamba gli impedisse di montare a cavallo ed infine di come il domino Lucio Malvezzi oramai si trovasse all’estremo passo, vinto dalla febbre e dal malfrancese.

E tante altre cose.

“Ah, mojer!”, sospirò affranto sier Zuam Paulo Gradenigo, rivolgendosi alla moglie Maria, la quale lo guardava assai accigliata dal letto poco distante: i due a seguito di un veemente litigio avevano raggiunto un compromesso, ovvero che se la donna non poteva costringere il suo consorte a ridurre le ore a Palazzo dei Trecento, che almeno lavorasse nei suoi appartamenti là dove lei poteva assicurarsi che il marito mangiasse almeno due pasti al giorno e anche per poco tempo si concedesse qualche pausa, non piacendole l’eccessivo zelo con cui il provveditore stava organizzando la difesa di Treviso, specie se detto zelo voleva in cambio la sua salute. “Se sopravvivremo a questa guerra, mi dovranno beatificare per non aver strangolati ‘sti scarcavali!” (petardi, intesi come scassapalle, ndr.)

Tirando via le coperte battagliera e alzandosi snervata dal letto, Maria Malipiero Gradenigo avanzò verso la scrivania e ivi catturò per un braccio il marito, trascinandolo seco e spogliandolo accigliata della vesta. “Puoah”, commentò dura, spingendo il suo uomo in letto e non per motivi lascivi. “A mi me gh’han da far santa, per avervi sopportato per trentadue anni senza affogarvi in canal! Dormite, strambazzo, almanco fino all’alba!”

“Burleu, femena? Gh’ho da scrivar le lettare et …!”

“Seu sordo o sempio? A Trevixo, comandate voi, ma qui in casa comando mi! Donca, usate il vostro buonsenso e dormite, ché la stanchezza è la peggior consigliera!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

****************************************************************************************************************

Sia ben chiaro: Mercurio Bua non attenterà mai più alla “virtù” del Nostro, né appartiene a quella sponda. Semplicemente, voleva fare il gradasso ma come dicono gli inglesi ha morso più di quanto potesse masticare, ché il Nostro aveva la linguetta assai lunga.

Siamo dunque ai primi giorni della prigionia, il Nostro ancora resiste, sebbene ora sia in catene non più figurativamente.

La lettera di Federico Contarini è stata “parafrasata” per via della lingua e struttura molto telegrafica, quasi lista della spesa, come se appunto fosse stata scritta di gran fretta.

La presenza di Maria Malipiero Gradenigo a Treviso è una mia arbitraria decisione, giacché non si sa se effettivamente lei seguì il marito; tuttavia, non era improbabile che gli ufficiali di stato venissero accompagnati dalle loro consorti e dai figli più grandicelli.

Spero che questo capitolo vi sia piaciuto, alla prossima!

 

 

Un po’ di noticine:

[1] targa = piccolo scudo di legno piegato e ricoperto di cuoio, di forma quadrata o trapezoidale che si regge con la mano sinistra.

[2] Garisenda = la Torre della Garisenda assieme alla Torre degli Asinelli sono i due edifici simbolo di Bologna, di cui i Bentivoglio furono signori.

[3] Compagnia degli Immortali, come la Compagnia della Calza, era una sorta di club in cui i giovani patrizi si prodigavano a creare svaghi per ogni occasione, intrattenendo anche ospiti che venivano in visita a Venezia. Apprezzati erano gli spettacoli delle momarie e le commedie, talvolta scritte e interpretate dagli stessi membri della Compagnia.

 [4] contrariamente a Castiglia, dove una donna (pur come ultima spes) poteva regnare come sovrana proprietaria del regno, in Aragona vigeva la legge salica che aveva creato non poche difficoltà ai sovrani Cattolici, specie dopo la morte del figlio Don Giovanni Principe delle Asturie, l’unico erede maschio. Morta la Principessa delle Asturie e Regina di Portogallo Isabella d’Aragona e il di lei figlio Don Miguel de la Paz, l’erede era divenuta Giovanna di Castiglia (più nota come Giovanna la Pazza), sposata con Filippo il Bello figlio di Massimiliano d’Asburgo. Purtroppo, il genero era politicamente filo-francese, aspetto che non garbava a Ferdinando, da sempre in conflitto con la Francia per via di Napoli, del Rossiglione e della Navarra. Il timore quindi, che il genero potesse regnare tramite la figlia o il nipote Carlo, spinse Ferdinando a sposare in seconde nozze Germaine de Foix sia come segno di “benevolenza” verso la Francia ma soprattutto per aver quell’erede al trono aragonese che avrebbe scalzato ogni pretesa di Giovanna, Filippo e Carlo. Purtroppo, Germaine non riuscì ad avere figli che sopravvissero e dunque ambedue le corone le ereditò Carlo, visto che Filippo era curiosamente morto di uno “strano” malanno allo stomaco nel 1506. Le teorie del complotto indicano veneficio da parte di Ferdinando e noi conoscendo l’uomo, il primo a dichiarare pazza la figlia pur di assumere la reggenza di Castiglia, ci crediamo. Comunque, la tensione del 1511 tra Francia e Spagna non sfuggì a Venezia, con conseguenze che ben si vedranno fra poco.

 

 

Ritorna all'indice


Capitolo 6
*** Capitolo Quinto: 2-3 settembre 1511 ***


Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato  06. 09. 2021

***********************************************************************************************************************

 

 

 

Capitolo Quinto

2 -3 settembre 1511

 

 

 

 

Ambasciator non porta pena, tranne quella inflittagli dal suo adirato destinatario.

Seduto nel suo cantuccio, Hironimo assistette non senza apprensione al sollevamento della staffetta francese da parte di un furioso Mercurio Bua, strizzandolo a momenti quest’ultimo peggio d’un panno pronto per esser steso al sole.

“Cosa significa, che il maresciallo La Palice s’è spazientito del mio ritardo? Cosa significa, ch’è risalito per la Valle della Brenta per occupare La Scala, Feltre e Cividal di Belluno? Non era a Treviso, dov’eravamo diretti?”

“Il … il maresciallo non … o-ordini dell’Im-imperatore … un messo da T-Trento …”, balbettava ansimando il soldato, paonazzo in volto dall’ossigeno sempre più carente.

“L’Imperatore”, lo interruppe sibilando il condottiero, aumentando la presa, “deve raggiungerci qui, non certo a Feltre né a Cividal di Belluno! Come ti permetti, scalzacane, di rifilarmi codeste balle?!”

“E’ la verità! Lo giuro!”, protestò il trombetta, afferrandogli disperato i polsi. “Vi prego, capitano, lasciatemi spiegare …!”

Magnanimo seppur sbuffante, il greco-albanese concesse quella piccola grazia e il francese poté rimettere i piedi per terra.

“Monseigneur il maresciallo non desiderava mancarvi di rispetto”, esordì cauto l’uomo, massaggiandosi il collo indolenzito e arrossato. “Tuttavia, non udendo più alcune nuove da voi, ha temuto che la fortezza fosse stata riconquistata, sicché ha deciso di muovere le truppe verso La Scala, Feltre e Cividal di Belluno.”

Mercurio incrociò le braccia al petto, arcuando scettico il sopracciglio. “E per venire in mio soccorso, sua signoria il maresciallo ha scelto il percorso più lungo, che guarda caso evitava Castelnuovo di Quero?”, schioccò sardonico la lingua.

“Non … non potevamo sapere la situazione, insomma, dei cavalleggeri sono pur riusciti a scappare e …”

“E insomma, le due città sono o non sono state conquistate?”, cangiò brusco discorso il condottiere, non gradendo che gli si ricordasse la fuga di Vetor Pozzo da sotto il suo naso.

La staffetta di questo lo rassicurò, annuendo rapidissima. “La fortezza de La Scala e Feltre sono cadute subito, sebbene quest’ultima fosse già stata abbandonata sia dal podestà che dai suoi cittadini. Non … i Tedeschi non hanno raccolto pressoché niente di bottino …”

Il Bua, udendo ciò, con la scusa di cambiar peso da una gamba all’altra si voltò verso Hironimo, il quale gli sorrise trionfante. “E Cividal di Belluno?”, strisciò l’uomo le parole, gli occhi ben puntati sul suo prigioniero.

“Un messo imperiale da Trento sta negoziando col Consiglio di reggenza, onde riscuotere un’ingente somma di danaro come punizione per l’alleanza dei Bellunesi con la Serenissima.”

“Hanno pagato?”

Il francese si schiarì la gola. “Ehm … no. Cioè, non ancora. Il Consiglio sta valutando il riscatto; inoltre, da quanto ho capito hanno protestato d’esser sempre stati neutrali e …”

“… stanno prendendo tempo, coglionando i Tedeschi così da evitare sia il saccheggio sia di pagare una taglia troppo salata. Furbi loro”, terminò per lui la frase Mercurio, raggiungendo Hironimo e piazzandoglisi davanti, manco stesse conferendo col veneziano invece che col trombetta.

Il giovane Miani gli mostrò i denti in disfida, sostenendo lo sguardo indecifrabile del greco-albanese, il quale seguitava a fissarlo silente, il capo reclinato appena su di un lato.

“Non capisco”, commentò infine il capitano di ventura. “La Palice guida la spedizione, ma gli Imperiali fanno bottino. Perché?”

A questo quesito, il soldato francese perse ogni soggezione e spavento per imporporarsi di sdegno. “Perché non sono altro che dei porci avidi!”, sputò rabbioso. “Sapete l’ultima? Proprio ieri è stato letto un bando dell’Imperatore nel nostro accampamento a Montebelluna: la Sua Cesarea Maestà ci proibisce di varcare la linea della Piave!”

Il condottiere scrollò le spalle: lui militava per il Re dei Romani, quindi l’affare più tanto non lo tangeva.

“A noi e agli stradioti.”

Un gelo assassino calò improvvisamente nella stanza e la staffetta, non appena Mercurio si girò, inconsciamente indietreggiò d’un passo, temendo di finire sul serio appiccato allo stipite della porta. “Questo è ciò che l’Imperatore ha comandato!”, s’affrettò a precisare il francese, la voce improvvisamente più acuta.

“Che ha detto a riguardo il maresciallo?”

“Lo ignoro!”

Un pesante improperio sfuggì dalla bocca del greco-albanese, contratta in una smorfia di profonda stizza e al contempo perplessità, la medesima che provava Hironimo dopo aver appreso di quell’assurdo ordine. Anche se – cogitava il patrizio – in un qualche astruso modo poteva ritornargli utile …

“Zilio!”, chiamò infine il capitano di ventura il suo luogotenente, rimasto in disparte accanto alla porta. “Abbiamo ricevuto la taglia per i due bellunesi?”

“Sissignore.”

“Perfetto!”, esclamò compiaciuto il Bua, ponendosi le mani sui fianchi. E a voce ben alta, acciocché il trombetta potesse ricordare bene ogni sua parola e riferirla: “Date loro da mangiare, dei vestiti e una cavalcatura, che possano ritornare a testa alta dalle loro famiglie. Hanno combattuto valorosamente, in fin dei conti” e di nuovo guardò Hironimo con la coda dell’occhio. “Dopodiché, annuncia ai nostri uomini che leviamo il campo: ritorniamo a Montebelluna.”

Zilio Madalo si pose sull’attenti, sparendo lesto a notificare il resto della truppa.

“Non sarete stato eccessivamente generoso?”, s’azzardò di fargli notare il soldato francese.

“La Sua Cesarea Maestà non comprende, che non è minacciando morte e distruzione che si conquista il cuore della gente, bensì mostrandogli la propria convenienza nel seguirlo”, sentenziò Mercurio, dirigendosi di nuovo verso Hironimo e afferrandolo per il mento lo costrinse ad inarcare indietro il collo, strappandogli un piccolo guaito di dolore per la resistenza oppostagli dal peso della palla di cannone. “Questo la Serenissima Signoria lo sa bene: ecco perché i suoi cittadini sono disposti a morire così volentieri per lei …”

Così, nel cuore della notte alla stregua di ladri, si abbandonò Castelnuovo di Quero. Ironia della sorte, considerato il miserrimo bottino, per certo si viaggiava leggeri e silenziosi per la strada boscosa, vigilantissimi per timore dei tremendi contadini e delle loro imboscate.

Hironimo e Thomà marciavano accanto al capitano di ventura condotti tramite una corda in mano allo stesso greco-albanese, alternando scatti di corsa a passi più lenti. Abituato a cavalcare, Hironimo contrariamente a Thomà faceva una fatica enorme a trascinarsi avanti a piedi nudi, pesandogli e graffiandogli la pelle le manette alle caviglie e i polsi e la palla di cannone appesa ad un cerchio serrato attorno al collo.  Ogni tanto, il suo compagno di sventura gli trottava accanto e gli reggeva la palla, così da sostenerne meglio il peso e respirare più liberamente.

Prima che sparisse nascosto dagli alberi,  il giovane patrizio contemplò la sagoma del castello e gli si strinse il cuore similmente alla prima volta in cui l’aveva rimirato: ma se in quell’occasione egli aveva scorto una prospettiva di carriera e finalmente la sospirata occasione di distinguersi dai fratelli, adesso quelle rovine gli rammentavano il suo fallimento, insinuandosi l’atroce dubbio se, una volta libero, la Signoria gli avrebbe mai perdonato la caduta di Castelnuovo.

Venezia era una madre severa, prodiga nel dare ma altrettanto esigente nel pretendere in cambio e della sua poca clemenza nei confronti di chi la deludeva  faceva parlare di sé ovunque, sia dentro che fuori i suoi territori : di come depose il Doge Francesco Foschari e gli torturò il figlio sier Jacomo Foschari, esiliandolo a vita a Candia; il castellano sier Hironimo Trun q. sier Priamo, ch’aveva venduto Lepanto ai Turchi pur di salvarsi la vita, decapitato e disconosciuto dalla sua medesima famiglia; i Lippomano costretti alla fuga dopo l'arresto per insolvenza a causa del fallimento del loro banco; sier Antonio Grimani Capitano da Mar a causa di due tremende sconfitte contro i Turchi s'era rifugiato pure lui a Roma dal figlio cardinale Domenego e soltanto due anni addietro la Dominante l’aveva perdonato, nominandolo provveditore, a seguito di dieci anni vissuti da latitante, un criminale ai suoi occhi. Sier Anzolo Trivixan anch’egli esiliato per la sconfitta a Polesella. E il tanto osannato sier Ferigo Contarini? Se non avesse stupito con la sua ardita fuga, gli avrebbero concesso altri incarichi?  Sier Zuam Paulo Gradenigo per la rotta di Rovigo finito sotto processo e un anno senza incarichi.

La famiglia d’Hironimo stessa era stata in passato inquisita da parte dei Dieci, il suo bisnonno sier Marco Miani multato e sollevato dall'incarico di Bailo per strane questioni a Corfù; suo nonno sier Lucha Miani esiliato per un anno da Venezia e cinque da ogni carica pubblica, un’umiliazione che Padre s’era imposto con ogni suo mezzo di cancellare, dedicandosi anima e corpo alla Signoria acciocché nulla se non lodi si potessero dire dei Miani e così aveva cresciuto i propri figli.

(Venezia non sa che farsene d’inutile liquame, ricordava loro Padre, ogniqualvolta lo deludevano)

Un’ondata di sconforto assalì Hironimo: con quali parole si sarebbe giustificato? Gli avrebbero creduto? Oppure sarebbe rimasto un semplice cavaliere e, a guerra terminata, relegato nel dimenticatoio di un qualche oscuro ufficio, magari su di un’isola greca semideserta?

L’oblio … che ironico castigo per lui, da sempre alla ricerca di fama e successo così da liberarsi dal pesante giogo d’essere l’ultimogenito, il cucciolo della nidiata, il piccolo Momolo, il figlio-del-suicida.

Non gliel’aveva profetizzato quella veggente? Non gliel’aveva promesso?

Tu, che hai l’anima di Lazzaro, supererai chiunque dei tuoi pari a Venezia e fuori d’essa. Nulla di vivo dei re, degli imperatori, del Papa a loro sopravvivrà, ma il tuo operato viaggerà nel tempo e lo sconfiggerà e il tuo nome sarà conosciuto fino agli ultimi angoli della Terra e tutti lo ameranno, tale è la sua grandezza.

“Puoah, vecia bacuca, marantega (befana, ndr.), buziarda, mata e sempio mi che t’ho creduto”, sibilò sardonico Hironimo, infilando due dita sotto il collare in modo da recare sollievo alla pelle arrossata dallo sfregamento (già sentiva le prime vesciche formarsi). Stupido, stupido proprio.

E peccatore, la Chiesa non condannava forse la chiromanzia  e chi la consultava?

Oh beh, pensava il giovane patrizio, un peccato in più uno di meno … tanto ormai, come più volte ripetutogli dagli indignati preti, lui era al di là di ogni redenzione e allora che si peccasse e ci si divertisse, se proprio Domine Iddio non nutriva alcuna misericordia nei suoi confronti.

 

***

 

Marco si girò sul fianco, appallottolando il cuscino sotto la testa e grattandosi di riflesso la sottile barba che, a causa del lutto, avrebbe dovuto portare per tre anni e che gli dava non poco fastidio, essendo essa acerba come la sua età, contrariamente a quelle più virili dei suoi fratelli e parenti.

La stanza giaceva in un inusuale silenzio, rotto dalle violente sferzate del vento novembrino le quali graffiavano incessanti sui sottili vetri delle finestre, insinuandosi nei sottilissimi interstizi e gonfiando appena le pesanti tende tirate. Nel caminetto cadevano gli ultimi ciocchi di legno stanchi e consumati e accanto ad esso, ben accoccolato sul suo materasso, il servitore Trovaxo russava lievemente.

In altre circostanze, Marco avrebbe esultato ogni Hosanna in Excelsis dalla contentezza di avere infine la camera tutta per sé, ma in quegli ultimi mesi il sonno tardava a ghermirlo e si tormentava rigirandosi in letto simil San Lorenzo sulla graticola, le orecchie tese ad ogni rumore e si meravigliava di rimpiangere persino il fastidioso scricchiolio delle pagine del libro che Carlo, insonne civetta, s’ostinava nel cuore della notte a sfogliare finché, esasperato, Lucha non gli lanciava un cuscino addosso onde indurlo a spegnere la bugia e dormire come ogni cristiano.

Un improvviso refolo particolarmente forte provocò un sinistro tremore nella finestra, al punto da indurre Marco a balzare giù dal letto a cassettoni e assicurarsi che essa fosse chiusa bene. Tra la Bora (a Bora nassi in Dalmaxia, la se scadena a Trieste e la mori a Veniexia) e l’acqua alta, si preannunciavano giorni seppelliti vivi in casa, ancor per loro più tristi ch’erano in lutto. Beato Carlo che con la scusa di accompagnare lo zio Batista si trastullava alle terme di Abano, talvolta v’erano giornate in cui Marco credeva d’impazzire, se non avesse potuto rifugiarsi al piano di sopra dal biscugino Zuan Francesco.

“Marchetto?”, udì una vocina timida alle sue spalle e il ragazzo sobbalzò per la sorpresa, sbuffando poi nel trovarsi davanti il fratellino scalzo e in camicia da notte.

“Cossa fastu qua?”, sussurrò, non desiderando svegliare Trovaxo e dunque renderlo partecipe della loro conversazione.

Momolo affossò il mento sul petto, stringendo convulsamente l’orlo della camicia.

“Zò, oco?”, si piazzò Marco di fronte al bambino, le braccia incrociate al petto. “Cossa dirà la siora Mare, se la non te vede in leto? Ciò, non ti divertirai mica a strapazzarla?”

(Aveva origliato una conversazione tra i genitori, in cui Padre valutava se fosse il caso di spostare l’ultimogenito in camera coi fratelli. Madre, invece, gli aveva suggerito di attendere qualche anno, sostenendo quanto ancora fosse tenerello alle cose degli uomini, al che Padre, intuendo, era arrossito un poco e di fatti già quella sera Trovaxo dormiva coi padroncini, i quali non furono grati al genitore di quell’intromissione )

Momolo bofonchiò un qualcosa d’inintelligibile, costringendo il maggiore a ripetere spazientito la domanda, ottenendo però sempre i medesimi borbottii finché Marco, tastando per caso la camicia da notte del bambino, scoprì un’umidità sospetta.

“Oh, Momolo!”, esclamò allora dolcemente, abbracciando il piccino le cui esili spalle tremarono dai singhiozzi. “No xé gnente, horra te netto mi, sì?”

Dal giorno del funerale di Padre, quasi ogni notte Momolo si svegliava col letto bagnato e se all’inizio stimando la sua età oramai grandicella si pensava a sudore, purtroppo ci si dovette arrendere all’evidenza che, dopo anni, il bambino aveva ripreso ad urinare nel sonno per l’umiliazione sua e la preoccupazione di Madre ché nessun medico sapeva spiegarsi il perché di tal affare. Neanche loro, i fratelli maggiori, di solito sempre pronti a sfottere il piccino di casa, avevano osato commentare a riguardo.

Delicatamente, in silenzio e con le orecchie sempre tese acciocché Trovaxo non si svegliasse, Marco lavò il fratellino e lo aiutò ad indossare una delle sue camicie da notte, che gli stava talmente lunga da fargli un buffo strascico. Prendendolo per mano, salirono assieme sul letto a cassettoni e, ben rannicchiatisi sotto le coperte, il ragazzo spense la candela e sistemò in maniera più comoda per entrambi i cuscini. Immediatamente, Momolo si strinse al maggiore e Marco notò con preoccupazione la magrezza di quel corpicino, proprio lui cui gli davano affettuosamente del porcellino per il suo appetito gagliardo e l’aspetto robusto e florido del ben nutrito (Anche i dolci di San Martino aveva rifiutato [1]) Non aiutava, poi, l’umidità che Marco sentiva bagnargli la stoffa della camicia, là dove Momolo aveva affondato il viso né tantomeno la presa convulsa ai suoi fianchi, quasi il fantolino temesse che il fratello spiccasse il volo, scomparendo per sempre.

“Marchetto?”

“Dime.”

“Lucha non ha paura di dormire nella camera del nostro sior Pare?”

(Adesso che lui occupava il posto vacante di capofamiglia, ogni cosa di Padre era divenuta sua, anche la stanza da letto per quanto Lucha la prima notte vi ci fosse entrato con una faccia bianca da cencio appena lavato)

“Perché dovrebbe? Omo morto no' fa guerra.”

(Ignorava come Lucha riuscisse a dormire lì dentro, senza l’ansia di scorgere l’ombra di Padre fissarlo dall’angolo più buio, gli occhi spalancati chiazzati di rosso e la lingua fuori)

“Marchetto?”

“Cosa ancora?”

“Si può uccidere qualcuno solo col pensiero?”

Marco si girò di scatto, fissando stralunato il viso del fratellino che ricambiava serissimo nella penombra della stanza.

(I suoi occhioni neri un tempo sì ridenti adesso possedevano la medesima inespressività dei putti dei monumenti funebri. Il viso stesso era marmoreo e freddo)

“No, certo che no, strambazzo! S’ammazza con le mani, mica col pensiero.”

(Non era vero, Marco aveva voluto qualcuno morto col pensiero. Magari, Dio l’aveva pure esaudito)

“E ammazzarlo per omissione?”

“Ossia?”

“Cussì, fradelo.”

Senza dar tempo alla frase di dissolversi nell’aria, in un attimo le mani di Hironimo gli furono al collo ed egli a cavalcioni sopra di lui, pesante quanto il coperchio di un sarcofago. Non era il suo fratellino decenne, bensì venticinquenne, bianco come la calce, la gola squarciata, il viso sfigurato dalle ustioni e schegge di bombarda, la bocca sghemba e lorda di sangue.

Marco si portò di riflesso le mani alla gola nel tentativo di liberarsi da quella presa, rabbrividendo dal gelo emanato da quella carne livida e putrefatta.

“Mi hai lasciato andare in quella fortezza maledetta … Tu sapevi che non sarei stato capace di difenderla, eppure non hai mosso un dito per impedirmi di partire! Tu mi hai abbandonato alla mercé del nemico! Mi hai condannato a morte per soddisfare il tuo vendicativo orgoglio!”; gorgogliò quella voce rotta e disumana, lordandogli la faccia di sangue vischioso ad ogni parola proferita.

“No … No … Momolo, no …”

(Se suo fratello avesse avuto occhi e non buchi vuoti e neri, l’avrebbero guardato pieno d’odio)

“Mi hai voluto morto?”

“No, di giuro di no … Momolo, perdonami … Non ti ho mai voluto morto … no …”

(I pollici premettero sulla sua trachea onde provocarne il cedimento)

“No! … No! …”

“Stai di buona voglia, fradelo …”

“Markos …?”

“… ché morto lo sarò assai presto!”

“Oh, Verzene Maria! … Perdoname, perdoname! …”

“Markos!”,  lo scossero energicamente due delicate ma forti mani, strappandolo da quella chimerica visione e catapultando un gemente Marco nel letto non della sua casa a San Vidal a Venezia, bensì della stanza padronale in cui alloggiavano a Treviso. Fuori il vento seguitava ad ululare imbizzarrito, manipolando la direzione della pioggia battente e trasformandola in frustate contro i vetri della finestre, alternandosi ad altri scrosci di acqua, quelli più pigri e regolari del mulino poco distante.

Ansimando a grosse boccate, l’uomo si guardò intorno spaesato, sobbalzando al lieve e rassicurante tocco delle dita di sua moglie Helena Spandolin [2], che gli scostava via gli scuri ricci sudati dalla fronte e dalle tempie. Il suo viso dolce, dal pallore caldo del Levante e circondato da capelli nerissimi e ondulati, si sostituì a quello mutilato e cadaverico di Hironimo, così come le orbite oculari sanguinanti si riempirono di vivaci occhi nocciola, che lo studiavano ora inquieti.

“Sono qui, méli mou (miele mio, ndr.) Sono qui …”, gli sussurrò teneramente ella in greco, lingua che condividevano nell’intimità, conducendo il suo capo al petto e continuando ad accarezzargli amorevolmente la schiena. “Si è trattato di un incubo, soltanto di un incubo.”

Dilaniato dai sensi di colpa, Marco pregò con tutto fervore la Santissima Vergine Maria affinché ciò corrispondesse al vero.

 

***

 

Sier Lucha Miani uscì di corsa da Palazzo Ducale e senza neanche penarsi di scusarsi se urtava malamente i suoi accigliati colleghi, si diresse spedito là dove Lucha di Symon il gondolier de casàda stava cicalando fitto-fitto cogli altri suoi compari nel sotoportego, balzando comicamente in avanti all’ inaspettato arrivo del padrone.

“Ndove andèmo, patron?”

“Al Ramo de la Stua.”

Lucha il gondolier strabuzzò perplesso gli occhi. “A sta horra, patron? Non sarave un fià presto?” Sapeva, infatti, trovarsi vicino alle Carampane a Rialto, poco dopo l’allusivo Ponte delle Tette. Dinanzi all’espressione esagitata e inflessibile del padrone, l’uomo accantonò ogni obiezione e prese a remare con insolito vigore, intimamente contento di gustarsi nell’attesa la vista del bel balconcino delle mamole [3] affacciate alle finestre.  

In realtà, il trentaseienne Miani stava delineando altri piani d’azione ovvero piombare inatteso in una delle varie stue del Ramo e di fatti Lunario el Stuèr suo proprietario poco mancò di strangolarsi con la propria lingua alla vista di un patrizio con ancor la toga del Maggior Consiglio addosso presentarsi a lui terribile e solenne, come San Michele il giorno del Giudizio Universale. La lunga cicatrice lungo la mascella e il viso del pallore malsano del convalescente gli conferiva un ché di ancor più feroce.

“Mi no gh’ho fato gnente, no sun berton!”, ci tenne tosto a precisare lo stufaruolo, mettendo letteralmente le mani avanti. [4]

Lucha lo squadrò seccamente dall’alto al basso. “Lo spero ben”, schioccò la lingua e aggiunse spiccio: “El consier sier Batista Morexini, xélo qua? Et no me dir che ti no te lo cognossi, ché te fazzo prepar na bea tola a’ Pozzi! O mejo anchor: a le Orbe!”

Neanche terminò di proferire il nome delle tanto temute stinche, che Lunario scavalcando per poco il bancone guidava di persona il patrizio attraverso un piccolo dedalo di corridoi ben riscaldati  e senza correnti d’aria, fino a giungere ad una stanzetta specificatamente predisposta per riposarsi dopo il bagno di vapore. Lì lo stufaruolo bussò cauto alla porta, contorcendosi in una smorfia dolorosa alla scocciatissima risposta:

“Gran mercé! Che vuoi ora? Non ti pago per astiarme!”(seccarmi, ndr.), berciò dietro una voce a Lucha assai nota e giusto per abbreviare i tempi (non per pena nei confronti dello stuèr), che appunto replicò in fretta alla giusta obiezione del senatore:

“Sior Barba, sun el vuostro nezzo, Lucha.”

Immediatamente il tono dello zio s’addolcì. “Lucha?! Sangue di diana, perché non me l’hai detto prima? Pelandrone d’un Lunario, fallo subito entrare, lesto!”, comandò perentorio allo stufaruolo, che inchinandosi e mormorando un deferente Vi servo, patron, zelenza, vossioria, piegò l’indice verso di sé onde comandare ad uno schiavo moretto di portar una sedia al patrizio. E rivolgendosi in gran confidenza al Miani:

“Zelenza, lustrissimo, fé attension: el sior consier se porta sempre pì mutrión (taciturno, ndr.), pien de smara et gnàgna (malumore e malinconia, ndr.); se podarave dir ch’i spiriti lu possegano interamente …”

Uno zoccolo con inquietante precisione colpì la spalla dello stuèr, interrompendolo e sia il ragazzino che Lucha si morsero le labbra pur di non ridere.

“T’ho sentito, pampalugo!”, vibrò minacciosa la voce del consigliere. “Renditi utile e porta da mangiare e da bere!”

“Vi servo, patron, zelenza, lustrissima vossioria!”, si massaggiò l’uomo la spalla dolorante, raccogliendo lo zoccolo. E rivolto allo sghignazzante moretto: “Et movete, fio d’un turco!”, spingendolo via malamente.

Intanto che il ragazzino saltava a guisa di grillo onde accomodare al meglio il nuovo arrivato, il consigliere e senatore sier Batista Morexini, torvo in volto e tutto avvolto in un morbido panno, salutò il perplesso nipote con uno spassionato: “Donca?  Cosselo sto muso da imbaucato (incantato, ndr.)? Che t’aspettavi, nezzo mio? De trovarme a far a l’amor con do pute?” e indicando col capo il vassoio di marzemino e fritole alla cannella, gli confidò furbescamente: “Alla mia età, quest’è l’unico vizio che mi rimane!”

Ingoiando l’incuriosita replica circa il perché proprio con due donne lo doveva pizzicare, Lucha sorrise complice allo zio, l’unico ad accezione di Madre e i fratelli che gli dava del tu con tanta disarmante e tenera confidenza.  D’altronde certe libertà poteva più che permettersele, specie quando un allora inesperto Lucha si era ritrovato improvvisamente a ventun anni a rimpiazzare Padre e solo sier Batista Morexini s’era interessato attivamente alla sorte della sorellastra e dei nipoti, aiutandoli sia materialmente che spiritualmente.  Per lui era stato un pilastro, quello zio da tutti considerato un po’ stravagante, sempre allegro e generoso, ottimo padre e cotolón (donnaiolo, ndr.) ognora penitente.

Zio che alla vigilia delle nozze di Marco e della bella Helena Spandolin aveva preso da parte nel suo studiolo privato il novizzo (fidanzato ufficiale, ndr.) e gli  altri fratelli Miani con la scusa di favellare; una volta ottenuta la loro attenzione,  era volato un tal ceffone da far girare violentemente la testa al povero Marco, il quale ci mise un bel po’ per riprendersi e capire quanto appena successo. Zò! Gnanca gh’ho verto bocha! aveva poi esclamato indignato, mentre i fratelli assistevano scioccati, gli occhi fuori dalle orbite. Te dole, eh? Arecordate de sto dolor, nezzo mio, co’ te vien voja de bater la mojer! e rivolto agli altri nipoti: Ancha se ve vien ea spissa (prurito, ndr.) de ciaparla per el colo, avé da satre (sapere, ndr.) che ea mojer sì la gh’ha da obedir ma non xé ni da strapazzar, ni da menazzar, ni da insolentar! Vui seti omeni, abié juditio vui per primi, se volé che l’abbia anch’ela. Onde reiterare il concetto, aveva poi tra lo sconcerto generale elargito un secondo ceffone a Marco, sull’altra guancia. La donna sbaglia, se l’uomo si comporta da macaco! Sicché l’allora diciassettenne Hironimo, nel pieno  di quella fase in cui i giovani proprio non sanno tenere la bocca chiusa, gli aveva ritorto: Parlate per vostra personale esperienza, sior Barba?  per condividere immediatamente la triste sorte del fratello.

Era stato grazie alla amicizie e conoscenze di sier Batista, all’epoca nel Consiglio dei Dieci, alle sue macchinazioni e abilità oratoria se la dubbiosa Signoria aveva accettato l’anno addietro di scambiare Lucha col capitano Cristoforo Calepin, liberandolo dalla sua prigionia di quattro lunghi mesi in Alemagna. Inconsciamente, a quei ricordi, il Miani si tirò appresso la stola, usata come fascia di supporto per il braccio destro storpiato e inerme.

“Sentate, vuostu marèndar? (colazionare, ndr.)”, riprese il senatore il discorso, bevendo cautamente il marzemino, onde non sporcare il panno bianco.

“Vi trovo bene, sior Barba.”

Sier Batista lo fulminò cogli stessi occhi neri di Marco e Hironimo, quest’ultimo l’unico nipote Miani che gli assomigliasse in tutto e per tutto, una goccia d’acqua, e se non fosse stata Leonora Morexini Miani ad averlo partorito, le malelingue di certo avrebbero tambureggiato ogni sorta di pettegolezzi. “Burlestu?”, sbuffò sardonico l’uomo, mostrandogli le mani ossute, dalle vene ingrossate e dalle dita lievemente storte. “Te par che stago ben? An, la vecchiaia …  i reumi proprio non mi danno requie! In questo periodo dovrei trovarmi ad Abano, non qui a crepar dall’umido!” e sbuffando ritornò alla silenziosa degustazione del suo vino.

Effettivamente, appurò Lucha, sotto la scorza del sarcasmo il suo avunculo appariva più stanco e fragile del solito, rivelandosi per il sessantanovenne che ormai era, cozzando con l’immagine mentale da sempre custodita di lui, ovvero dell’energico e giovane zio che si issava anche due nipoti alla volta sulle spalle, facendoli roteare tra grandi risate e i preoccupati richiami di moglie e sorellastra, nelle dolci estati trascorse a Treviso e a Fanzolo.

“Talvolta”, proseguì pensieroso il consigliere, “credo d’aver vissuto in un altro tempo, in un altro luogo. Quanti avvenimenti si sono succeduti in quest’ultimi anni! Quanta gente da me conosciuta è oramai sottoterra ... Mio padre, le mie due madri, i miei fratelli ... Parenti, colleghi, vicini di casa, amici, nemici …  Ci crederesti che neppure sei anni fa seppellivo mio fradelo Hironimo (ancha se geravam in lite et in grandissimo odio) … e quest’anno il sior mio zenero sier Zuanne Querini e la mia nezza toa sorela Crestina? ... Ripensavo a quanto era stata contenta di far parte del gruppo di gentildonne scelte ad accogliere la olim Ducissa de Bari, quel maggio in cui giunse qui a Veniexia in visita. Ed ora sono ambedue morte. Ti ricordi di lei, della Ducissa? Eravate coetanei, sì?”, e al cenno positivo del nipote proseguì con un sorriso malinconico: “Una creaturina spiritosa e brillante, peccato che quel satiro del Ducha sòo pare si fosse dimenticato d’insegnarle, che gli affari si fanno in due o non si fanno … Poareta, morta sì zovane … ”, scosse il capo. “E il luglio dell’anno scorso, assieme a mio cugnado sier Alvise Malipiero, pure m’è toccato comunicare al Mazor Consejo la morte della mia siora cugnada Domina Catharina Corner … che aveva colazionato  con la Ducissa! In quel momento, ho pensato: ecco qua, la fine d’un’epoca!”

E poi c’era la questione di sua figlia, ma Lucha sapeva che lo zio mai e poi mai avrebbe approfondito di sua spontanea iniziativa, rivangando il dilaniante spettacolo della sua adoratissima Maria rimasta precocemente vedova del marito Zuanne Querini conte di Stampalia e Amorgo, proprio lei che era stata benedetta da un matrimonio felice e un marito amorevole. Intuiva il Miani come lo zio avesse interpretato tale disgrazia come una punizione divina per il suo comportamento fedifrago nei confronti della, nonostante tutto, amata moglie, mortificandolo tramite la sofferenza della figlia e per questo sier Batista s’ostinava a sopportare stoicamente in silenzio senza menzionarlo a nessuno, tranne quando era corso disperato dalla sorellastra Leonora, supplicandola di persuadere Maria anche solo a guardare il figlio postumo di Zuanne, il piccolo Nicolò. Assieme a Francesco, il maggiore di anni sette, Piero, Agustin e Fantin, il defunto conte Querini di Stampalia e Amorgo aveva lasciato una moglie devastata dal dolore che si rifiutava d’interagire con l’ultimogenito, anzi, una volta rinsavita aveva confessato vergognosa alla zia come avesse sperato morire di parto, in modo da ricongiungersi allo sposo. M’aspetterà, sior’amia?, le aveva chiesto in lacrime.  Al che madona Leonora, con la saggezza di chi era sopravvissuto al calvario della vedovanza, le aveva risposto brutalmente onesta: V’aspetta sì, nezza mia, perché dalla sua tomba sicuramente non si muove! e detto questo, le aveva ceduto l’infante tra le braccia, che subito aveva cercato avido la poppa della madre.

Incredibilmente, Maria s’era messa a ridere.

“… Una generazione se ne va, un’altra viene, e la terra sussiste per sempre”, [5]  terminò solennemente sier Batista il suo monologo e con esso il vino, le palpebre socchiuse, meditabondo.

“Sior Barba …”

L’anziano consigliere l’interruppe con un secco svolazzo della mano. “Lo so, lo so. Non sei venuto per rivangare il passato, bensì per determinare il futuro. Vuoi sapere di tuo fratello.”

“Saveu …?”

Di Trevixo: Item si ha, sier Hironimo Miani, era castelan in Castel Novo, era presom di Mercurio Bua; il campo è pur a Monte Belluna e non se move, … etcetera, etcetera. Continuo?”, citò verbatim sier Batista il rapporto letto in Senato alle prime ore del mattino, assieme agli altri sia dai vari fronti che dallo Stato da Mar.

Navigato politico e uomo di mondo, appena aveva udito il nome del suo nipote e fiòzo (figlioccio, ndr.) il suo anziano cuore pur avendo avuto un sussulto non aveva tradito alcun’emozione sul suo volto, seguitando ad ascoltare impassibile e indecifrabile come una sfinge. Ciononostante, sier Batista già aveva previsto una prossima visita da parte o di madona Leonora o dei suoi nipoti Lucha e Carlo e, ad onor del vero, quasi era sollevato che la sorte avesse scelto il più mansueto Lucha, ché sul serio non avrebbe avuto animo di affrontare la sua sorellastra solo per aggravarle la già pensante croce che portava sulle sue esili spalle. 

Inoltre, Lucha aveva vissuto questo conflitto sulla sua pelle, ne conosceva le dinamiche e sapeva cosa aspettarsi sia sul campo battaglia che nei consigli di guerra.

“Sior Barba, riconosco che vi sto chiedendo un enorme favore … Sempre nel bisogno ci avete soccorsi e avete vegliato per anni su di noi, da quando Padre … Ciononostante, vi supplico di … di suggerirci almeno quelle salvifiche parole, che potrebbero persuadere i Pregadi e i Dieci ad intavolare le trattative per la liberazione di mio fratello.”

Il volto di sier Batista s’incupì. “Non è così semplice”, sentenziò secco, sistemandosi meglio sul lettino.

Lucha strinse il pugno, digrignando frustrato i denti. Ovvio che quando si trattava di prigionieri la Signoria ci andava cauta, valutando i pro e i contro, ma quale valore strategico poteva aver mai suo fratello Hironimo, semplice cavaliere fino all’altro giorno?

“Perché?”, sbottò infine.

Lo zio non si scompose, semmai gli spiegò con flemma: “Perché la Signoria Nostra tiene in mano l’unica cosa, che potrebbe legare nuovamente il signor Mercurio Bua a lei.”

“E cioè? Danaro?”

“Moglie e figlia”.

Lucha avvertì il mondo cascargli addosso, spalancando poco elegantemente la bocca e il braccio sinistro gli cadde dal grembo.

“Burléu?”

“Te par?”, lo rimbeccò prontamente lo zio. “Catharina Bochali, la fia di Nicolò Bochali el capitan stratiota morto en la Patria del Friul e sorella dei nostri capitani Manoli e Constantin Bochali, i quali ce l’hanno a morte (chissà perché) col cognato e pertanto si rifiutano di restituirgli le sue donne. Figurati che quello sfacciato di Mercurio Bua, pur di riaverle indietro, s’è raccomandato direttamente alla Signoria.”

“E che cosa gli è stato risposto?”

“Secondo te? Che non possiede alcun valido argomento per giustificare questo scambio” in attesa in realtà di vedere chi dei due, in quel braccio di ferro, avrebbe ceduto per primo.

Se da una parte Mercurio Bua vantava doti militari strategiche di notevole audacia e potenti alleati, dall’altra la Serenissima possedeva pazienza e numerose risorse; in aggiunta, con quel suo gesto in apparenza tracotante, il condottiero si era sbilanciato, scoprendo in parte le proprie carte e Lucha ben immaginava quanto sfacciatamente la Signoria avrebbe sfruttato quel suo tallone d’Achille, pronta a stringere la presa sul greco-albanese se necessario tramite la moglie e la figlia.

E suo fratello, di certo, non valeva lo scambio se sussisteva la possibilità di tener per le palle il terribile capitano di ventura.

“Così, tra i due medici litiganti, a rimetterci è il malato! Mi state dicendo, sior Barba, che sussiste la possibilità che mio fratello venga rilasciato soltanto a fine guerra?!”, esplose allora di collera Lucha, incapace d’accettare quel cinismo da ambedue i contendenti, men che meno da parte della sua patria, per la quale aveva dato un braccio, la salute e continuava a finanziare colle sue risorse economiche.

“No.”

“Ma come! Se m’avete appena detto che …”

Sier Batista lo invitò a calmarsi e a risedersi. “Nezzo mio, coi condottieri non si discute, li si compra ed io, in tutta la mia vita, non ne ho mai trovato uno senza prezzo.”

“Tranne quel francese, quel Baiardo.”

“Verissimo. Lui non si compra” , convenne il consigliere e indicando la tempia “… s’uccide” e rise alla macabra battuta. Poi, ritornando più serio: “Bisogna che tu o Carlo andiate a parlare col missièr (suocero, ndr.) di vostro fradelo, domino Dimitri Spandolin, e che lo inviate in ambasciata alla moglie del signor Mercurio a San Biasio. In contemporanea, assicuratevi che la vostra siora Mare mia sorela vada a trovare la sua amica, madona Alba Donado Contarini: suo fratello sier Andrea è podestà e capitano di Trevixo, chissà che trovandosi più vicino al fronte, non riesca ad avvicinare vostro fratello, anche solo per assicurarci che sia ancora vivo. Inoltre, sier Francesco Contarini, il figlio di madona Alba, conosce personalmente molti esponenti della nobiltà francese, forse tramite qualcuna delle sue conoscenze riuscirà ad agganciare se non il signor Mercurio, almeno il maresciallo monsignor La Peliza. Dal canto mio, vedrò cosa potrò fare in Senato … e fuori.”

Fortuna che il Misser Grande lo conosceva bene e con lui anche sier Francesco Foschari, sier Hironimo Querini e sier Lucha Trum, cugino germano dell’amico di famiglia e parente sier Antonio Trum, tutti e tre ben inseriti tra i Savi e i Dieci. Chissà se non fosse riuscito a persuaderli a prestargli i servigi dei loro contatti nelle terre dei Conti da Collalto, sospettosamente indenni dalle scorrerie dei saccomanni  e dei franco-imperiali …

 

***

 

 

Le campane della Chiesa di San Francesco avevano appena annunciato i vespri che madona Felicita, non rincasando ancora il marito, decise di recarsi lei medesima al granaio onde preparare le staie da imbarcare sui burchi diretti a Padova e a Venezia e della farina per cuocere il pane l’indomani. Afferrato lo zendale e chiamata Màlgari, aveva già un piede fuori l’uscio quando comparve madona Helena Spandolin Miani, la quale le chiese se poteva accompagnarla, non essendo neanche sier Marco Miani ancora ritornato dalla sua ronda, contrariamente alle più fortunate madona Chiara Spandolin Trivixan, sua sorella minore, e a madona Orsola Malipiero da Canal, quest'ultima generosamente ospitata dal Miani, poiché sia lui che il marito della nobildonna, sier Alvixe, erano stati assegnato a guardia del Castello.

Felicita acconsentì di buon grado, contenta della compagnia della vicina di casa e intimamente affascinata dall’esotismo trapelante dalla donna, stupore tipico di chi non era mai uscito oltre le mura cittadine. La giovane patrizia, d’altronde, vi metteva del suo: oltre alla forte inflessione greca nel suo veneziano, ella aveva conservato alcune usanze nel vestiario tipiche della sua gente. Pur indossando, infatti, un’accollata zupa e una veste nera alla veneziana, madona Helena s’acconciava la testa con un velo di bombace, alquanto lavorato all’ago, avvolgendolo in maniera intorno ad essa così da lasciarne pendere e cadere una parte giù per le spalle. Solitamente il velo era bianco, ma, in rispetto dell’anno di lutto per la morte della cognata madona Crestina Miani da Molin, la giovane greca aveva optato per uno nero, anche se non corrispondeva al colore adatto secondo i suoi costumi e anzi, in cuor suo ella temeva d’attirarsi la malasorte, indossando un panno da sfoggiare esclusivamente alla morte del marito. Tuttavia, sier Marco le aveva pazientemente spiegato in più occasioni, che trovandosi a Venezia doveva adattarsi alla vestemica del luogo e il velo giallo, anche se in Grecia significava un onoratissimo lutto generale, in Italia equivaleva all’uniforme delle meretrici.

Il Miani, sebbene vincitore su questo fronte, aveva dovuto arrendersi dinanzi all’ostinazione di sua moglie d’ornarsi le orecchie di due o più anelli d’oro assai grandi, assai scandalosi [6] e pertanto relegati alle occasioni informali. Per contro, madona Helena non esagerava cogli anelli alle dita, limitandosi a due. Invece, adorava cingersi la vita con una catena d’argento, fatta con bell’arte, che pendeva poi davanti con due o tre peri d’argento, gli stessi che stavano in quel momento suscitando l’interesse di madona Felicita. E come la sorella maggiore, anche madona Chiara si vestiva compagna.

Talvolta, passando per San Martino, le tre vicine di casa si erano imbattute in qualche stradiota che, riconoscendo immediatamente le donne degli arconti [7], si metteva subito sull’attenti, servizievole e mansueto agnellino; i loro capitani, specie i Paleologi lontani parenti delle Spandolin, le si rivolgevano con la più estrema cortesia. Gli uomini stessi che sier Marco Miani e sier Nicolò Trivixan avevano portato con sé a proprie spese a Treviso provenivano dalla patria delle mogli, scelti accuratamente sia da loro che dal suocero, il cavaliere Dimitri Spandolin da Costantinopoli, tributario del Signor Turco.

Ciononostante, Helena non ostentava vanitosa la sua diversità né si comportava da superba in quanto patrizia, rispondendo con allegra cortesia alle numerose domande di una curiosa Felicita, nelle lunghe ore vespertine in cui attendevano i rispetti consorti. Chiara, dal canto suo, se ne rimaneva in disparte a cucire, dimostrando infatti una natura più timida rispetto alla maggiore, preferendo la compagnia di madona Orsola verso la quale avvertiva una maggiore affinità culturale, esprimendosi infatti la nobildonna in fluente greco vernacolare . Anche se figlia del patrizio veneziano Antonio Malipiero, madona Da Canal era nata e cresciuta a Corfù dove la sua famiglia s'era da tempo trasferita e dove proprio lì aveva conosciuto il suo futuro consorte, all'epoca castellano della fortezza a guardia dell'isola.

“Cadaun zorno, i nuostri maridi fan senpre pì tardi, vero? Se no fussimo en guera, pensaria mal!”, scherzò la giovane donna.

La greca sorrise sibillina. “Dubito: il vostro sior marido Donado non mi è sembrato un farfallone. Vi guarda respirare, tanto vi vuol bene”, le confidò civettuola, provocando un grazioso rossore compiaciuto nelle gote dall’altra. “Vi confesso che un poco v’invidio.”

Assicurandosi che Màlgari e Cleofe, la fantesca della greca, si trovassero fuori dal raggio udivo, Felicita le sussurrò con genuina preoccupazione: “Vuostro marido ve trascurelo?”

“Non è facile essere ammogliate ad un patrizio”, asserì Helena, rigirando un poco malinconica la vera al dito. “Ché il marito non v’appartiene mai interamente: la Signoria viene sempre per prima; è lei la vera moglie e noi le concubine.”

Abituata a trascorrere molto tempo col suo Donado, soprattutto per via della gestione dei mulini, Felicita si dispiacque molto della situazione della nobildonna, non concependo come potesse stare così a lungo separata dal consorte senza rodersi dall’ansia nonché dal dubbio circa la sua capacità di resistere alle tentazioni della carne, ché alla giovane trevigiana non erano sfuggite le occhiate golose delle altre donne, maritate e non, saettate con sfacciata insistenza ad un ignaro Donado durante la Messa. Brutte insolenti!

Felicita aprì la bocca onde tentar di confortare la patrizia, sennonché un urlo si sostituì alle parole: distesi a terra, gli operai addetti al granaio giacevano svenuti con evidenti segni di colluttazione sui volti, gonfi peggio di una vescica. Il portone era stato sfondato e da esso simil formiche, dei soldati si servivano allegramente passandosele di mano in mano le staie di grano, orzo e di tutta l’altra farina macinata riservata l’indomani a Venezia e Padova.

Le gote della giovane si gonfiarono di collera, imporporandosi circa l’ingiustizia dell’affare: ma come? Loro si dannavano l’anima lavorando notte e dì onde soddisfare le richieste della Serenissima, suo marito pure precettato ad aiutare la squadra di guastatori sulle mura e quei pelandroni dei soldati mercenari, sfamati e alloggiati gratuitamente, ora gli venivano pure a rubare la roba?

“MALADETI CANI! SASSINI! PENDAJO DA FORCHA! BARONI! DA TAJARVE LE MANI!”, ruggì indignata e furibonda e prima che Helena o Màlgari potessero fermarla, madona Cimavin afferrava un bastone caduto agli operai e lo fracassava in testa ad un soldato (voltato di spalle), il quale con una bestemmia da far sanguinare le orecchie cadde a far compagnia agli operai, privo di sensi.

Purtroppo, ciò distrasse i suoi degni compari dalla razzia del granaio e di fatti uno di loro non tardò a disarmare con violenza la giovane donna. “Razza di troia, ad un uomo metti le mani addosso? Toh, prendi, se ti piace menare!”, sbraitò e Felicita appena ebbe il tempo di deviare il cazzotto che le diede, giusto per evitare che le spaccasse il naso sebbene esso incominciò a sanguinare lo stesso, tra lo sconcerto generale delle altre donne, specie quando il soldato, non pago, la colpì alla spalla e la spintonò malamente per terra e se non fossero stati i riflessi pronti di Màlgari, la giovane donna sarebbe certamente caduta di schiena.

Prontamente le altre donne si ersero a difesa della poveretta, intuendo come l’uomo avesse intenzione di infierire. “Béco fottuto!” (cornuto,ndr.), gridò la contadina, afferrando una pietra e lanciandogliela contro con inquietante precisione, da far invidia ai lapidatori di Santo Stefano primo martire. “Bater ‘na dona! (e una pietra) Et gravia! (e un’altra pietra) Seti pèzo de quei ch’i zogavan a dadi soto ea Crose Sancta!”

Intanto, aiutata dalle compagne che le coprivano le spalle, madona Helena batteva a saggia ritirata di direzione di casa, gridando a voce alta: “Zente! Zente! Arme, fora arme! Ajuto! Zente!” e tentando di trascinare seco una scalciante Felicita che nonostante l’epistassi e i lividi, urlava come un ossesso i peggiori insulti mulinando feroce i pugni.

Piccati sia per l’interruzione sia per l’esser stati malmenati da delle donne, alcuni mercenari lasciarono le staie che stavano prendendo ed esigere soddisfazione, malgrado i loro compagni li suggerissero di lasciar perdere e andarsene via col malloppo. Stando al loro discutibile codice d’onore, si trattava ormai di una questione di principio il lavar via quell’onta insopportabile, al diavolo il gentil sesso e altre baggianate da poemi cavallereschi.  

Sicché colpirono forte e colpirono duro, finendo sia Cleofe e Màlgari per terra e gli occhi di madona Helena si spalancarono impauriti al sinistro luccichio della lama di un pugnale.

Questi ci ammazzano!, fu l’unico pensiero che la sua mente poté elaborare e d’istinto coprì la donna incinta col suo corpo, serrando le palpebre in attesa del colpo, gli ultimi pensieri rivolti al marito e ai suoi pargoletti a Venezia.

Invece, qualcosa le saltò sopra a mo’ d’ostacolo e colpì con un calcio in pieno petto l’avversario, cogliendolo alla sprovvista, che indietreggiò e il pugnale tintinnò sui sanpietrini.

“Maladeto viliàco: se te gh’ha finio co’ le femene, battiti horra contra nuialtri omeni!”, lo sfidò Marco Contarini, il più giovane e veloce della mandria di tori che s’avvicinava pericolosa, al secolo i rispettivi mariti delle donne offese e gli operai ai mulini e gli uomini del Miani, Trivixan, da Canal e Contarini, tutti capeggiati da Jacopo Cimavin il Vecchio, il quale brandendo un nodoso bastone, ruggì come quand’era andato in guerra contro i Ferraresi:

“Manza-merda, ve sbuso tutti et ve fazzo vegnir fora le buéle par la bocha!” e che il sier Provveditore lo impiccasse pure, ma prima - sangue di diana! -  ne avrebbe tagliati a pezzi quattro o cinque di quei rotti-in-culo che osavano picchiare la nuora gravida e rubargli la roba!

In quel momento i mercenari seppero che l’avevano combinata grossa, tanto che la maggior parte di loro si pigliò in gran fretta le staie o a mani vuote ugualmente fecero  dietrofront e corsero via, inseguiti dai furiosi uomini.

Marco Miani afferrò uno per la collottola, lo costrinse a voltarsi e in rapida successione gli elargì un pugno dietro l’altro; Donado Cimavin, abituato sin da ragazzo a sollevare pesanti staie di semenza e farina, appunto ghermì un soldato e lo gettò di peso nel canale tra grandi imprecazioni sue; Marco Contarini, impratichitosi nelle risse del Carnevale, sbatteva la testa di un soldato contro il muro e il vecchio Cimavin sentendosi gagliardo come ai tempi della Guerra del Sale seguitava imperterrito a ricorrere la sua preda, che ad un certo punto, in panico totale, gli aveva lanciato contro a mo’ di difesa proprio la staia rubata che si stava portando sulle spalle.

La cagnara infernale finalmente scrostò dalle rispettive case i Trevigiani e si levarono molti: “Arme! Arme!” e chi coi bastoni, chi coi batocchi per la polenta, chi con scope o padelle e chi col solo ausilio delle proprie mani vennero a dar man forte e pareva di assistere alla rissa ludica sul Ponte dei Pugni a Dorsoduro, con tutta quella pressa di gente che incassava e mulinava pugni ora a caso ora ben mirati, tra bestemmie da far cadere giù l’intera Corte Celeste, volando alcuni in acqua e qualcheduno nel frattanto si fregava pure una o due staie lì abbandonate.

Più tardi si sarebbero calcolati i danni: ora come ora, la priorità era di scaraventare in canale quanti più soldati possibile e al diavolo ogni cosa.

Tale teatro titillò la curiosità di un gruppo di stradioti diretti ai loro alloggi a San Martino e che, pur non conoscendo la causa, decisero di partecipare giusto per passare il tempo. Ad essi si unirono alcuni soldati di ronda, tra cui Cabriel che per poco non tagliò il naso ad uno, quando concitatamente Marco Contarini gli aveva spiegato come quei disgraziati avessero picchiato le donne in casa del mugnaio, tra cui Màlgari.

La situazione s’aggravò coll’arrivo degli uomini del capitano Lorenzo Orsini venuti ad indagare su quel bailamme, ma la foga tale era che gli si coinvolse, picchiando anche loro specie quando uno di loro si mise a gridare: “In nome del capitano …”, interrotto dal cazzotto di un trevigiano dal dente avvelenato per via della proscrizione da parte di detto comandante a distruggere il santuario della Madonna Grande. “Tasi, bestia papalina!”, aveva infatti sbraitato, atterrandolo. Il più scemo tra questi mercenari onde quietare gli animi pensò bene di sguainare la spada, col risultato di finire in acqua in un battibaleno e di far giungere a cavallo un livido capitano Vitello Vitelli, segno che la contesa finiva lì e poche storie, tutti a casa.

“Risparmiate fiato ed energie per i franco-imperiali!”, li ammonì severo, scudisciando a destra manca acciocché a nessuno saltasse in testa lo sghiribizzo di disarcionarlo.

“No preoccupeve, sior capetano: ne avemo assa’ ancha par eli!”, berciarono i baruffanti e gli mostrarono con feroce gusto i pugni dalle nocche sbucciate e i denti macchiati di sangue (ci fu chi sputò perfino un dito staccato a morsi) e il comandante si domandò se le nuove mura di Treviso fossero state costruite per difendere i Trevigiani dai franco-imperiali o viceversa, per proteggere i franco-imperiali dai Trevigiani.

Dispersa ora con moine ora con minacce la folla, Jacopo Cimavin il Vecchio e suo figlio Donado, Marco Miani, Marco Contarini, Alvixe da Canal, Nicolò Trivixan e Cabriel si trascinarono a casa del mugnaio, malconci ma vittoriosi. Lì trovarono Màlgari che si accommiatava da Mamma Gaia, una curandera e levatrice, e poco ci mancò che Donado si liquefacesse dal terrore, correndo esagitato in camera da letto dove sua suocera madona Luzia rimboccava le coperte alla figlia.

“Donado!”, esclamò la giovane, gli occhi umidi di lacrime. “Oh, Donado!” e allungò le braccia onde richiamare a sé il marito, che subito l’abbracciò con foga, baciandola disperato.

“Donca?”, s’informò sottovoce Jacopo il Vecchio.

Màlgari scrollò le spalle. “A xé n’toro, patron. Et el puto, el scalcia contento pèzo d’un musso!”, informò ella il padrone circa l’esito positivo della visita della levatrice, la quale aveva giusto suggerito qualche intruglio per calmare i nervi a Felicita, la cui salute fisica sua e del bambino era uscita miracolosamente indenne dall’aggressione subita.  “Col vuostro permesso, mi andaria en cusina.”

“Sì, sì vai et rengraxia el zovane soldà- chome se ciamelo? Cabriel? -  servigli poi un goto (bicchiere, ndr.) di vin caldo”, la istruì e dopo che la fantesca se ne scese anche fin troppo lesta e contenta in cucina, l’anziano mugnaio sospirò di sollievo, appoggiando il bastone. “Maria Verzene, seti semper laudata!”, mormorò devoto, segnandosi tre volte. “Besogna horra ‘ndar dal cogitore a querelare …”, bofonchiò tra sé e sé, raggiungendo la stanza principale. “Donado! Olà, Donado!”

“Paron Cimavin, se no v’incomoda”, s’intromise Marco Contarini. “V’accompagnarave jo a Palaço per la querela.”

“Oh no, magnifico missier Marco!”, si schermì il vecchio Cimavin, d’un tratto ansioso dinanzi all’aspetto scapigliato del giovane patrizio, coi lunghi ricci impiastricciati sulla fronte in un misto di sudore, polvere e sangue. Temeva, infatti, complicazioni. “Ve ghavemo zà massa incomodà. Riposatevi, zelenza, vi fazzo portar un goto di vin caldo … Màlgari! Oh, dove xéla quea puta?”

Marco lo intimò dolcemente di rilassarsi, intuendo alla perfezione la natura di quell’eccessiva sollecitudine nei suoi confronti e infatti con accorte parole rassicurò paron Jacopo il Vecchio come ovviamente si sarebbe cambiato camicia e zipone, nettato il viso e le mani e pettinati i capelli, prima di recarsi assieme in Cancelleria. “Inoltre”, aggiunse con una fugace punta di birbante malizia tipica dei giovani, “non penso sia savio divider gli sposi” e all’espressione confusa del mugnaio, indicò la stanza da letto dalla cui porta semichiusa Jacopo intravide il figlio Donado con la testa sul petto della moglie e la mano intrecciata con la sua sul ventre rigonfio. Sicuro le avrebbe elargito una bella ramanzina, ma non nell’immediato, beandosi dei cari rumori congiunti del battito del cuore di Felicita e dell’insistente scalciare del bimbo.

Onde reiterare il concetto circa il perché egli corrispondesse al miglior candidato, il giovane Contarini puntò l’indice anche ai Miani che stavano rientrando in casa, molto probabilmente per ritirarsi in camera loro, con Marco che cingeva forte Helena per la vita, stringendola a sé in un misto tra il protettivo e il possessivo.

Quanto al motivo perché la servetta tardasse a presentarsi al richiamo del padrone, hé, Jacopo non necessitava di lezioni di vita da uno sbarbatello neanche ventiduenne. Che amoreggiasse pure in cucina col suo spasimante, purché questi se lo tenesse ben dentro le brache almeno fino all’approvazione del padre di lei al matrimonio.

Poi, figliassero pure come conigli, la cosa non lo concerneva.

 

***

 

Trovando la Cancelleria chiusa, Jacopo Cimavin il Vecchio andò dunque il mattino seguente alle prime luci a dolersi e lo fece a gran voce con toni foschi e drammatici, ché tutta la Piazza da fuori il Palazzo udisse e giudicasse se fosse mai possibile che un cittadino onesto come lui, che sempre le sue 30.000 staie alla Signoria le aveva consegnate puntuale, che pur il sangue la sua famiglia per gli interessi di Venezia aveva offerto, che aveva contribuito all’abbellimento delle chiese e degli altari, doveva dunque, Illustrissimi Messeri, sopportare le ingiurie e le ruberie di una banda di scalzacani senza né arte né parte, figli di mille padri usciti dai più squallidi tuguri veneti, bergamaschi e romagnoli.

Il coadiutore, torcendosi le dita, avendo trascritto ogni singola parola della querela la passò all’auditore sier Piero Antonio Morexini, il quale scosse il capo esclamando: “Ah, mi no, eh! Mi no!”, la cedette al cancelliere criminale che grugnendo un “Manco morto!”, la sbolognò al podestà stesso sier Andrea Donado che senza neanche aprirla la mise sulla scrivania di un perplesso sier Zuam Paulo Gradenigo, il quale, leggendola infine, con calma assassina aveva intimato che si determinasse a quale compagnia quei farabutti appartenessero e che, scovati ladri e refurtiva, essa venisse restituita immediatamente ai Cimavin. Tra le varie magagne che l’assillavano, al Provveditore  mancava soltanto che da Venezia e da Padova gli arrivassero perfide lettere inquisitrici, sul perché non giungesse la farina da Treviso, onde sfamare la popolazione e le truppe.

Sier Zuam Paulo digrignò i denti e spezzò in due una penna alla notizia che si trattava degli uomini del Batagin Bataja.

“Quel bauco! Testa-da-bigoli! Non capisce, quell’immane deficiente, che dopo aver compreso quant’è facile picchiare i soldati, quegli spiritati dei Trevigiani potrebbero ribellarsi e farci gran danno per via della Madona Granda?”,  si lamentava furibondo. I capitani Vitello Vitelli e Renzo di Ceri gli avevano riferito degli sfacciati assenteismi dei cittadini precettati ad affiancare i guastatori, adducendo tutti un gran mal di pancia e già il Gradenigo si figurava davanti ai Dieci a giustificarsi sul motivo per cui a Treviso, invece di badare alla difesa, si sedavano insurrezioni popolari.

E forse perché aveva continuato a parlare da solo ad alta voce per l’intera mattinata, che sua moglie madona Maria Malipiero Gradenigo aveva invitato a pranzo tutti i patrizi giunti alla difesa di Treviso, con le loro mogli se appresso, acciocché il provveditore potesse distrarsi dai mille progetti su come meglio vivisezionare l’indisciplinato capitano di ventura.

Il saggio piano della nobildonna funzionò: dopo che il podestà sier Andrea Donado ebbe elargito un bonario predicozzo a sier Marco Miani e a suo nipote Marco Contarini (che ancora si rifiutava di soggiornare a casa sua), la conversazione verté sulla triste notizia della morte del governatore domino Lucio Malvezzi, spentosi a Padova come confermato dal provveditore sier Polo Capello.

“Il corpo del governatore il signor Lucio è stato sistemato in un deposito lì a San Benedetto, senza far altre esequie”, terminò di narrare sier Piero Loredan q. sier Alvixe.

“Perché?”, domandò incuriosito il figlio del podestà, Nicolò Donado.

“Ecco … perché lui è morto di … di … ”, e si schiarì sier Piero la gola a disagio , scoccando occhiate imbarazzate alla madre del giovane, a madona Maria, le sorelle Elena e Chiara Spandolin, Orsola Malipiero da Canal e le altre patrizie lì presenti, che ascoltavano attentissime quanto gli uomini.

“Con pessima fama!”, gli venne in soccorso sier Lodovico Querini q. sier Jacomo, terminando per lui la frase e sier Piero gliene fu infinitamente grato.

“Zoè?”, aggrottò la fronte Maria Malipiero Gradenigo e gli uomini lì presenti si mossero inquieti sulle sedie, incapaci anche solo di pronunciare “malfrancese” dinanzi ad una matrona tanto rispettata e virtuosa. Ignoravano, poveretti, che la patrizia li stava stuzzicando apposta ché la sapeva più del diavolo, avendo viaggiato in lungo e in largo fin dove aveva potuto assieme al marito.

“Il Senato ha già appuntato un vice-governatore?”,  s’informò sier Alvixe da Canal q. sier Lucha, deviando abilmente il discorso tra il sollievo generale. “No sia mai che l’esercito rimanga senza un comandante, allo sbaraglio”, aggiunse.

Rispose sier Piero Gradenigo q. sier Anzolo: “Uno dei favoriti parrebbe il conte Bernardino Fortebraccio.”

“Com’è costui?”

“Ah, fedelissimo per quello!”, lo rassicurò quell’altro. “Purtroppo, i rettori e i provveditori lo devono ancora confermare, quindi per ora nulla d’ufficiale.”

“Pulito!”

Sier Sebastian Badoer q. sier Jacomo si rivolse a sier Zuam Paulo: “Corrisponde al vero la voce, che il Gran Maistro de Millan ha inviato un trombetta alla Signoria, onde assicurarsi che i suoi uomini nostri prigionieri siano ben trattati?”

Un risolino generale si diffuse nella sala e sier Zuam Paulo arrossì violentemente, tanto che la cicatrice al collo risaltò bianca sulla pelle scarlatta. Lanciò un’occhiataccia malevola a sier Lunardo Zustignan, il quale giocò al nesci, continuando a mangiare ineffabile il suo petto d’anatra muta, ma con un sorriso sornione sulle labbra.

La storiella di come il provveditore Gradenigo avesse minacciato di sodomizzare con un attizzatoio rovente il segretario del La Palice, dopo che questi a sua volta gli aveva promesso di violare alla fiorentina la sua virtù, non era rimasta a lungo segreta nelle stinche dietro a Palazzo dei Trecento e adesso che il governatore di Milano Gaston de Foix-Nemours negoziava con la Serenissima per un trattamento più umano verso i suoi prigionieri, essa aveva suscitato non poche ilarità a Palazzo. Sebbene, gli stessi Veneziani avevano dovuto dare un freno alle spicce maniere dei Trevigiani, i quali, per risparmiare cibo e tempo, avevano l’uso di strangolare i prigionieri nelle carceri, seppellendo poi frettolosamente nelle fosse comuni.

Che tale sinistra pratica fosse giunta fino a Milano, alle orecchie del duca Gaston? In ogni modo, sembrava quasi che al francese, rimuginando sulle parole del Trivulzio a Louis XII, fosse sorto qualche scrupolo di coscienza e non per la benefica influenza del Chevalier de Bayard bensì perché ancora gli doleva la mascella alla notizia di come quel diavolo d’inferno di sier Ferigo Contarini in un colpo solo gli avesse sottratto tutti i rinforzi inviati da Milano, sebbene il giovanissimo duca millantasse coi suoi di non darsene pena. In realtà, temeva grandemente di non rivedere più né i suoi soldati né i suoi capitani e la notizia di come il milanese Aloisio Ferrer avesse disertato per passare a San Marco non lo aiutava certo a dormire tranquillo la notte, timoroso com’era di sfigurare davanti allo zio il Re di Francia.

“Domani o dopodomani manderemo un’ambasciata al La Peliza, assicurandolo che questa guerra la combatteremo da gentiluomini”,  e sier Zuam Paulo roteò scettico gli occhi, non credendoci manco lui. “Ancora sono indeciso se inviare il signor Alfonxo dal Mutade o …”

“Ah, eccovi infine!”

Un silenzio di tomba calò nella sala, i commensali pietrificati manco fosse entrata in quel momento Gorgone Medusa. L’unico a scattare in avanti convulsamente fu Marco Miani, subito trattenuto da Marco Contarini per il braccio.  Madona Helena si morse bellicosa il labbro inferiore ancora gonfio, gli occhi torvi.

Ludovico Battaglia da Cotignola -  o come lo chiamavano tutti il Batagin Bataja - era marciato dentro con la decisione di chi vuol raddrizzare un torto subìto, ignorando i timidi richiami del famiglio del Gradenigo, che gli ricordava come almeno a pranzo lo si lasciasse tranquillo.

“Nicolò”, sussurrò il podestà sier Andrea al figlio, “di grazia accompagna nella stanza accanto la siora tua Mare e le altre madone.” Annuendo, il giovane si alzò cauto dalla sedia e, mormorata velocemente qualche parolina alle dame, offrì il braccio onde condurle nella stanza accanto, lontano da situazioni indiscrete che, a giudicare dai volti lividi di ogni astante, non sarebbero mancate a scoppiare in tutta la loro prosaica virulenza. 

“Sior capetanio Bataja, l’aspetabam en Canceleria dopodisnà (pomeriggio, ndr.)!”, lo salutò gelido sier Zuam Paulo Gradenigo, rimanendo ben seduto all’ingresso del capitano e parlando in veneziano ché ormai l’uomo lo capiva assai bene.

“M’avé mandà a ciamar per parlar e qua sun!”, replicò altrettanto altezzoso il Bataja.

“Saveu perché?”

“Siorsì”, replicò sfacciato il condottiero, al che Gradenigo lo rimbeccò accigliato:

“E vi paiono azioni degne di voi? Forzare il granaio d’un onesto cittadino, rubare l staie destinate a Veniexia e Padoa? Picchiare delle donne indifese?”

“Non è stata un’idea mia, bensì dei miei soldati.”

“Ch’è assai peggio!”, sentenziò perentorio il provveditore. “Un capitano che non riesce a farsi obbedire dai suoi uomini non vale un bel niente!”

Batagin Bataja impallidì dalla collera. “Sono due mesi che le paghe non arrivano! Non posso certo mantenerli a ciance e promesse!”

“Così hanno ben pensato di risarcirsi da loro”, mormorò sogghignando sier Alvixe da Riva di sier Bernardin a suo fratello sier Vincenzo, che annuì ridendo malevolo, guardando ben in faccia il capitano di ventura mentre lo faceva.

“Donca?”, infierì serafico il provveditore. “I vostri uomini non mangiano? Non bevono? Non hanno un tetto sopra la testa e un letto dove dormire? Sono forse maltrattati?”

Il condottiero sbuffò sardonico. “La paga vostra e dei vostri patrizi sì che arriva, e anche puntuale! Magari la prelevate dalla nostra!”

Un’esclamazione di puro sdegno si levò a quella vituperazione e più d’un gentiluomo s’alzò bruscamente, pronto a reclamare la sua libbra di carne.

“A noi date del ladro?!”

“Ciò, il bue che dà cornuto all’asino!”

“Senti che sproposità, che linguaccia bugiarda!”

Con un deciso gesto, sier Zuam Paulo li invitò a calmarsi. “I gentiluomini qui presenti sono tutti a proprie spese” e i sopracitati convennero in un minaccioso borbottio.

Bataja rise sprezzante. “Ah sì? E di quanti? Cinque? Dieci uomini? Sapete quanti ne ho io da pagare, razza di tirchiacci? Centotrenta!”

“Eh!”

“Oh!”

“Troppi complimenti!”

“I miei balestrieri a cavalli ed io rischiamo ogni giorno la vita, mentre voialtri ve ne state tranquilli al caldo a bivaccare ed ingrassare!”

“Ma dove? Ma quando?”

“Se sté tutto el zorno a gratarve la panza!”

“Avete rifiutato di cavalcare a Conegliano! Non negatelo!”

“Calmeve, de diana!”, sibilò il podestà, incominciando a sudare freddo dinanzi al nervoso scalpitare dei patrizi più giovani, paonazzi in volto. “Non ci troviamo in osteria!”

E voi sior Provedador?“, infieriva invece Ludovico Bataja, sordo ai richiami pacificatori di sier Donado. “Che mi dite dei vostri ottanta ducati mensili?”

“Vi dico, signor capitano, che io compio il mio dovere!”

“Ed io il mio!”

Una risata crudele e cattiva commentò l’ultima affermazione del Bataja, attirando su di sé l’attenzione degli astanti che si voltarono verso il suo proprietario. “Sicuro! Scappando a gambe levate el Ducha Sforza suo compaesano!” [8], lo sfotté inclemente sier Marco Miani, abbandonandosi mollemente sulla sedia e la tensione salì alle stelle, ben consci dei sentimenti che animavano il patrizio nei confronti del Bataja.

Senza scomporsi pur rimanendo un poco turbato, il condottiero inquisì falsamente cordiale: “Avete forse qualche pensiero da condividere, sier Marco?”

“Jo? Gnente!”, ribatté a tono l’uomo, indicandosi teatralmente. “Domandatelo a mio fratello, canaja!”, ringhiò, aumentando così all’improvviso il volume della voce, che non in pochi sobbalzarono sorpresi.

“Chi? Quel puto?”, gli fece eco il Bataja, sovvenendosi grazie ai lineamenti di Marco dell’ex- castellano di Castelnuovo e delle sue tremende sfuriate, proferite con mirata malizia da quell’ancora imberbe ragazzo eppure dalla mano già pesante e dal carattere impulsivo e violento, gran nemico della pazienza e del tutto inesperto su come trattare i sottoposti.

“Sì, che voi abbandonaste al nemico, fio-d’on-can!”

“Io m’ero offerto di ripiegare a Cividal di Belluno o a Feltre, ma credete che quel testardo di sier Hironimo m’abbia ascoltato?”, s’affrettò a giustificarsi il condottiero, notando il pericoloso tamburellare delle dita di Marco, le nocche gonfie e sbucciate, le artefici dei lividi sulle facce dei suoi uomini.

“Puoah, balle di musso!”, s’intromise sier Lunardo Zustignan tra i due contendenti, aprendo una cartella di cuoio ed estraendo un foglio di carta. “Sier Nicolò Balbi, avanti la resa di Cividàl di Belun, ci ha riferito come la perdita di Castel Novo di Queer sia imputabile a voi e alla vostra vigliaccheria!” , gli riferì perfido, sventolandogli sotto al naso la lettera dell’ex-podestà di Belluno, prima della capitolazione della città e della sua fuga precipitosa assieme al resto della popolazione fedele a San Marco.

Al che, capendosi in trappola e messo alle strette da quell’improvvisata commissione inquisitrice, Batagin Bataja s’infuocò, mulinando furioso il braccio: “Basta! Sangue di Cristo, ché mi lascio insolentare da un ciapo (banda di animali, ndr.) della vuostra sorte?! Io non son schiavo dei Veneziani! Vedetevela da soli, arrangiatevi coi Francesi e i Tedeschi! Di voialtri mi lavo le mani!”

“Come se avessimo bisogno di un tal impiastro!”, rimarcò sferzante sier Lunardo Zustignan. “Anzi, pure ci imbarazzate davanti al nemico! Traditore e spergiuro!”

“A me date del traditore e dello spergiuro, quando vostro zio Marin Zustignan venne esiliato per spionaggio?”

Sier Lunardo, impallidendo di colpo e battendo irato un pugno sul tavolo, ruggì: “Non fu mai una spia! Il suo unico peccato fu di fidarsi ciecamente di suo cugino il vescovo di Brexa, don Lorenzo Zane! Gli aveva chiesto ospitalità per la notte, dicendo che doveva consegnargli una lettera da Trevixo! Che ne sapeva, che stava accogliendo un traditore in fuga?! E comunque”, sputò lividissimo, “furono tre anni d’esilio dai consigli segreti, mica da Veniexia!”

Ma il Bataja, forte di tal vittoria, calcò la mano nelle accuse: “Si vocifera che a Trevixo ci sia una spia, che fornisce informazioni a La Peliza … Sior Provedador, vi siete mai premurato di controllare la corrispondenza della siora vuostra mojer, madona Maria? Ella era la figlia di sier Jacomo Malipiero, o sbaglio?”

Accennava il condottiere ad un triste avvenimento svoltosi nel 1478: sier Marco Corner aveva appreso dall’ambasciatore a Roma sier Jacomo de Mezo, come il conte Girolamo Riario – e suo zio il Papa con lui  - fosse fin troppo informato di quanto avveniva nel Consiglio dei Pregadi; sicché, non essendo il Riario di grande ingegno da tener la bocca chiusa sulle sue fonti, il Consiglio dei Dieci aveva dato ordine d’arrestare il padre di madona Maria, il senatore dei Pregadi sier Jacomo Malipiero q. sier Dario e il cognato di lui, il dottore e cavaliere sier Vidal Lando. A lungo interrogati e torturati, i due confessarono ai Dieci la lista completa degli altri informatori implicati, tra cui figurarono appunto gli zii materni di madona Gradenigo, sier Andrea e Alvixe Zane e don Lorenzo Zane q. sier Polo, quest’ultimo vescovo di Brescia. Sier Marin Zustignan q. sier Pancratio, zio di sier Lunardo, era stato suo malgrado coinvolto in quel fattaccio poiché, ignaro di ogni cosa, aveva ospitato nella sua casa a Murano il Vescovo fuggitivo verso Cesena. Per questo, ci si limitò ad escluderlo per tre anni dai consigli segreti di stato, per non aver posseduto la prontezza di spirito (o il sospetto) di denunciare il cugino non appena questi aveva varcato la soglia di casa sua, avvertendo i Dieci, i quali trovarono imperdonabile che sier Marin li avesse notificati il giorno dopo, quando questi aveva finalmente capito l’imbroglio, leggendo la lettera. Tutte codeste spie furono severamente punite, in primis sier Jacomo Malipiero, esiliato a vita ad Arbe e pure gli si era piazzata una taglia di cinquecento ducati, semmai avesse tentato di rientrare a Venezia con qualche sotterfugio o con la forza. Ironia della sorte, fu proprio Girolamo Riario (sicuramente istruito dallo zio Sisto IV) ad ottenere la grazia per il vescovo don Lorenzo, quando giunse in visita nel 1481.

Sier Zuam Paulo Gradenigo  odiava sentir rivangato quel vergognoso episodio, che per un soffio gli aveva impedito di convolare a nozze con madona Maria, all'epoca ancora sua fidanzata.

“Sior capetanio, se non avete nient’altro d’aggiungere  …”, sibilò gelido il provveditore, le dita robuste sul coltello accanto a lui e guardandolo tanto fissamente, quanto una tigre pronta a balzare sulla preda. Contrariamente a sier Lunardo – molto più giovane, quindi più suscettibile ed irruento – Gradenigo non diede alcuna soddisfazione al Bataja, giustificandosi. Invece, preferì avvertire con la sguardo il condottiere, promettendogli tacitamente una morte lenta e dolorosa semmai avesse osato insultare sua moglie tramite il padre spia e traditore.

Non replicando Ludovico Bataja, capita infatti l’antifona, sier Zuam Paulo informò l’uomo tramite un chiaro cenno di mano, che la conversazione poteva benissimo terminare lì.

Siccome però, l’ultima parola la doveva per forza avere lui, ecco che il Bataja, sporgendosi verso Marco, gli sputò in faccia velenoso: “Quanto a vostro fratello Hironimo, state di buon animo: pur di aver salva la vita, v’assicuro che non avrà esitato un sol attimo d’aprire le gambe al capitano Mercurio Bua!”

Marco Contarini, sebbene giovane e dai riflessi eccellenti, fallì miseramente di trattenere il suo furente omonimo, essendo Marco Miani balzato in avanti simil leopardo, ghermendo per la nuca il condottiere e sbattendogli poco cerimoniosamente la faccia sul piatto. Non pago, il patrizio veneziano acchiappando qualsiasi stoviglia gli capitasse per mano, la fracassò sulla schiena del capitano e, scavalcato il tavolo, lo rigirò e gli strinse le mani al collo.

 “Sier Miani, no fé!”, gli si gettarono addosso sier Alvixe da Canal e sier Nicolò Trivixan, afferrandolo cadauno per un braccio e tentando di strattonarlo via dalla sua preda.

“Tenélo fermo!”, incitò sier Zuam Paulo gli altri nobiluomini, leggermente titubanti alla vista dei loro colleghi volare per terra, scrollati via di dosso da Marco come un cane col fango, il quale, afferrato un bicchiere e spezzatolo, ne avvicinò la punta all’occhio del Bataja.

“Per la Crose Sancta, te fazzo vedar mi, che horra che xé!” [9], ruggì invasato, sennonché Marco Contarini tra uno sbuffo e l’altro riuscì ad afferrargli il polso e scansargli via il braccio, grazie ad una mossa appresa a Padova da Zitolo da Perugia. Tosto ne approfittarono sier Alvixe, sier Lodovico e i due fratelli sier Alvixe e sier Vincenzo da Riva per immobilizzare il furente Miani e costringerlo a sedersi.

Il condottiere, finalmente libero, scivolò via, la mano alla gola dove già si stavano formando le prime macchie scure. “Mi recherò a Venezia e lì starò, finché non m’arrivano le paghe!”, gracchiò, massaggiandosi la carne offesa. “E voi, sier Marco, non m’importa di chi siate parente, giuro su Dio che voi me la pagherete!”, gli promise minaccioso e Marco Miani gli mostrò bellicoso i denti, bloccato dal partire nuovamente alla carica da una secca e decisa spinta di sier Alvixe da Canal.

Sier Lunardo gl’intimò beffardo. “Sì! Andé, andé à Veniexia … a butarve in canal, in bocca alle pantegane!”

Ludovico Battaglia da Cotigliano detto Batagin Bataja gli rifilò un’occhiataccia d’odio puro, uscendo quanto più rumorosamente possibile e pure buttando per terra il povero famiglio del Gradenigo, il quale, calato infine un esausto silenzio e il pranzo oramai rovinato, dopo un gran sospiro annunciò ai presenti:

“Sia ben chiaro tutti: nella relazione al Senato, si scriva come siano volate unicamente insolenze e strane parole!”

Una volta ogni tanto, la decisione venne approvata all’unanimità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

*******************************************************************************************

 

Alcuni storici sostengono che Mercurio Bua e Caterina Boccali si fossero sposati nel 1519, ma stando al Sanudo parrebbe che già lo fossero prima della guerra.  Sull'identità di questa misteriosa prima moglie gli storici non riescono a mettersi d'accordo: c'è chi la identifica appunto come Caterina Boccali figlia di Nicolò Boccali; altri come Maria Boccali sempre figlia di Nicolò oppure Maria Boccali sorella di Nicolò; altri ancora come una sorella di Costantino Arianiti Comneno. Per certo, la moglie del Bua morì nel 1524, stando alle cronache del Sanudo circa il suo seppellimento a San Biagio, la parrocchia della comunità greco-albanese a Venezia.

Per esigenze di trama e per i riferimenti ad una moglie da parte del Sanudo nelle vicende del 1511, abbiamo deciso di adottare questa versione e optato "Caterina" come nome della moglie del Bua.  La prova che i due si fossero sposati almeno prima del 1519 starebbe nel fatto che nel 1517 si tiene il battesimo del figlio Flavio Bua. Inoltre, si menziona anche un’altra figlia, rimasta però anonima, che non è da parte della seconda moglie.

La lettera riguardo il furto dal granaio e del litigio tra il Gradenigo e il Battaglia è effettivamente troppo corta per non essere sospetta, scarnissima di dettagli circa un fatto in fin dei conti assai grave. Con l’eccezione del provveditore e del condottiero, non si nomina nessun altro, neppure il derubato. Dei venti commensali a pranzo da Gian Paolo, il Sanudo riferisce che solo uno accusò direttamente il Battaglia di diserzione del campo, sebbene non si specifici se sia lo stesso che gli abbia o meno letto la lettera del Balbi. Di nuovo, neanche questo gentiluomo viene nominato ma, sapendo come Marco Miani si trovasse a Treviso, a mio parere solo lui poteva essere il meno diplomatico dei patrizi lì presenti, in ansia per la sorte del fratello e adirato col Battaglia per quell’atto di vigliaccheria che era costato la libertà al Nostro. Pertanto, considerata anche la ritirata ignominiosa del condottiero a Venezia, forse erano volati qualcos’altro oltre agli insulti ... La rissa del granaio invece è mia invenzione, però assai plausibile a causa della tensione tra civili e soldati.

Spero che questo capitolo vi sia piaciuto!

Alla prossima!

 

Un po’ di noticine:

[1] I dolci di San Martino = l’11 novembre è San Martino di Tours e si preparavano dolci a forma di medaglie fatte di mele cotogne per festeggiare il Santo.

[2] Helena Spandolin = il cognome originale di Elena era il greco “Spandounes”, venezianizzato in “Spandolin”.

[3 ] bel balconcino delle mamole = ovvero il seno delle prostitute (= mamole), gioco di parole visto che alle Carampane le prostitute si affacciavano a seno nudo alla finestra onde attirare i clienti.

[4] stua, stuèr = stufa e stufaruolo, da intendersi come i calidarium o hammam, dove si faceva la sauna a scopi terapeutici e per rilassarsi. Ovviamente, molti stufaruoli arrotondavano i guadagni mandando nelle stanzette degli avventori anche qualche prostituta, di cui erano i bertoni (= lenoni). Era un gioco molto pericoloso, visto che le prostitute a cortigiane a Venezia dovevano essere tutte registrate e vivere in determinati quartieri, con la sola eccezione di quelle sposate. Infatti, molte cortigiane si sposavano così da vivere dove e come volevano, senza incorrere in sanzioni.

[5] Ecclesiaste 1:4

[6] d’ornarsi le orecchie di due o più anelli d’oro assai grandi, assai scandalosi = a Venezia era disdicevole indossare gli orecchini, considerati gioielli più da schiave e cortigiane che da donne oneste.

[7] arconti = da "archon", intesa qui come nobiltà.

[8]  scappando come il Duca tuo compaesano = Cotignola era la città d’origine degli Sforza. Si fa riferimento alla fuga di Ludovico il Moro ad Innsbruck presso Massimiliano d’Asburgo dopo la caduta di Milano nel 1499 e paragonandola alla fuga di Ludovico Battaglia da Castelnuovo a Belluno.

[9] Per la Crose Sancta, te fazzo vedar mi, che horra che xé = per la Croce Santa, ti faccio vedere io che ora è. Questo modo di dire veneziano ha origine dall’uso di giustiziare in Piazzetta tra le colonne di San Marco e San Teodoro i criminali. L’ultima cosa che vedevano i condannati a morte era appunto la Torre dell’Orologio a Piazza San Marco, costruita nel 1496.

 

 

Ritorna all'indice


Capitolo 7
*** Capitolo Sesto: 4 – 5 settembre 1511 ***


Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato il  06.09.2021

***********************************************************************************************************************

 

 

 

Capitolo Sesto

4 – 5 settembre 1511

 

 

 

 

Cautamente e con lentezza estrema Hironimo si tamponò le piote, sibilando all’appiccicoso strappo del telo sulle piaghe aperte dei piedi, martoriati dall’inaspettata marcia notturna e peggiorati nonostante la completa inattività del giorno precedente. Lo stomaco gli gorgogliò altrettanto dolorante.

“Gh’aveu visto, patron? Mi veo gh’aveo dito de no schissar ee papule, ma vui no, teston pì d’un vecio musso!” (asino, ndr.)

In effetti, Thomà gli aveva suggerito di non bucare le vesciche, consiglio cui il giovane Miani s’era ribellato, già di suo innervosito per l'umiliazione d'andarsene in giro in camicia e scalzo, peggio dei villani. Ancora arrossiva ai volgari e derisori fischi d’apprezzamento della soldataglia, delle vivandiere e delle sgualdrine al loro arrivo all’accampamento di Montebelluna; perfino i prigionieri marciani – un misto tra civili, soldati e stradioti – avevano storto in disappunto la bocca, vendendolo così conciato, in mutande e con quel camicione bagnato ed aderente a causa dell’acquazzone sotto cui avevano marciato.

Unica consolazione fu però che la sua umiliazione coincideva all’unico lazzo che i franco-imperiali potevano permettersi: stando a frammenti di conversazione captati di qua e di là, nel campo incominciava a scarseggiare il pane e quel che c’era, scoprì Hironimo con suo disgusto, appariva nero come il carbone, immangiabile. Perfino Thomà, avvezzo a cibarie di fortuna, lo annusava sospettoso. Neppure battendo il territorio in continue perlustrazioni riuscivano i Collegati a scovare luoghi dove far adeguata provvista; i contadini avevano bruciato quasi tutto, inquinando i pozzi e portando gran parte del loro bestiame via con loro. Molto spesso boicottavano essi stessi i rifornimenti, assalendo le comitive nemiche nei punti più fitti del bosco e i soldati e saccomanni più fortunati rientravano al campo in camicia e mutande.

In aggiunta, l’arrivo di Mercurio Bua e della sua compagnia invece di rallegrare gli animi, li aveva ulteriormente depressi giacché il greco-albanese non solo non portava con sé bottino, ma neanche l’Imperatore Maximilian e le sue truppe come promesso. Il proclama dei Re dei Romani, poi, d’impedire ai francesi e agli stradioti d’attraversare la Piave e di fare rifornimento aveva incancrenito gli animati, sicché tra i due alleati serpeggiavano invidia e malcontento. Al che il maresciallo La Palice aveva rotto ogni indugio e inviato in gran fretta un corriere a Milano, onde premere su Gaston de Foix-Nemours acciocché anche il Re Louis si decidesse una buona volta sul da farsi ché ora più che mai le parole di Gian Giacomo Trivulzio risuonavo nella mente del francese veritiere e tremende come quelle della Sibilla Cumana.

Quanto al resto, c’era solo l’incognita dell’attesa. Intanto, si raccoglievano scale, gabbioni, barche e altro materiale bellico.

“Tasi, peocio” (pidocchio, ndr.), bofonchiò Hironimo, guardandosi infelice i piedi sanguinanti e provando a tamponarseli con un lembo della camicia. Com’era riuscito il bambino a camminare scalzo senza colpo ferire?

“Mi taso et ve saludo! Perhò no podé negar ché sembrate un San Roco …”

“Puoah, no xé vero gnente!”

Dietro di lui Thomà scosse il capo e riprese soffiargli sulle abrasioni là dove il cerchio al collo aveva sfregato inclemente. Adesso che avevano raggiunto l’accampamento, Hironimo non doveva più sopportare di reggere la palla di cannone ivi attaccata, tuttavia appoggiandola per terra significava rimanere o disteso o accovacciato col collo in avanti, i muscoli del trapezio fino ai reni indolenziti da quell’innaturale posizione, provocandogli inoltre crampi allo stomaco i quali s’andavano ad aggiungere a quelli dovuti alla fame.

Per lo meno non doveva più sopportare l’umidità, i topi e il perenne buio della cella o star dentro una gabbia improvvisata alla mercé degli elementi come gli altri prigionieri. Mercurio Bua l’aveva sistemato nella parte più retrostante del suo padiglione personale, piantando un palo dove aveva inchiodato le catene e pure brigando in modo da improvvisare una tenda separatoria con un lenzuolo, cosicché da nasconderlo in caso di visite. Lì dietro, in quello spazio limitatissimo, Hironimo poteva rilassarsi in quella poca riservatezza concessagli ma al contempo si sentiva soffocare, le orecchie tese in ascolto di un qualsiasi movimento esterno, corroso dall’ansia e i sensi di colpa a lui manifestatisi nel sonno con le facce dei suoi servitori e soldati trucidati a Castelnuovo. Più passava il tempo e più essi assumevano una sinistra nitidezza, alternandosi talvolta con altri volti e altri spiacevoli ricordi.

“Invece assomigli proprio a San Rocco!”, commentò sardonico Mercurio, intento a controllare le ultime mappe e correggendone qualche saltuaria imprecisione. “Sul serio, a volte mi sembri più delicato di una fanciulla! Forse saresti dovuto nascere femmina, gli spasimanti non ti sarebbero di certo mancati.”

Hironimo strinse gli occhi una linea sottile, bruciandogli nel petto una voglia matta di strappare a morsi il pomo d’Adamo del capitano di ventura.

Voltando sdegnoso il capo dall’altra parte, sentenziò insolente: “Non capisco, io non discorro coi Turchi”, e sogghignò all’udire l’incrinazione della penna sulla carta, nonché del profondo e scocciato sbuffo del greco-albanese.

“Perché il moccioso è ancora qui?”, abbandonò questi il tavolo, dirigendosi verso i due prigionieri. “Non mi pare d’aver detto che poteva tenerti compagnia” e puntò il bambino che pur non capendo intuì però trattarsi di lui e subito s’acquattò dietro Hironimo, fissando guardingo il capitano. “Ebbene?”

Il giovane Miani circondò protettivo Thomà con un braccio, cambiando idioma onde non agitarlo. “E me lo domandi, furbo? Visto che non mi posso neanche mettere in piedi, figurarsi muovermi, chi mi svuota sennò il pitale quando cago? Tu?”, lo sbeffeggiò ferocemente.

La bocca di Mercurio si piegò in una strana smorfia. “Io ti stacco quella linguaccia malefica e te la ficco su per il  …”, latrò e fece per allungare un braccio, sennonché, usando le catene a mo’ di frusta, Hironimo gliel’allontanò, strappando un gemito di sorpresa nell’uomo che, infuriato, lo ghermì per i capelli e …

“Capitano?”

Il luogotenente Zilio Madalo e Alessandro detto “Leka” Busicchio, altro capitano stradiota, rimasero per qualche istante lì comicamente imbambolati, temendo d’aver disturbato il loro compatriota in un momento assai intimo e delicato, ossia trasformare in baccalà  mantecato il suo prigioniero.

“Cosa c’è?”, a malincuore Mercurio abbandonò la sua presa dalla zazzera di Hironimo, che si vendicò elargendogli una gomitata allo stinco, rannicchiandosi subito dopo nell’angolo così da ergersi a scudo umano di Thomà.

“Il maresciallo e gli altri comandanti si stanno dirigendo qui. E stanno venendo con un trombetta del capitano Vitelli.”

Il Bua si voltò di scatto. “A far che?”

Zilio alzò le spalle, al che il suo capitano sbuffò snervato. Prima dell’arrivo del giovane Miani nel suo padiglione, non aveva mai avuto alcun problema ad ospitare chicchessia, dai generali alle puttane. Ora, però, non voleva nessuno, a malapena tollerava i suoi uomini. Ovunque in quel campo egli fiutava cupidigia e tradimento, sia da parte dei malcontenti francesi che degli infidi imperiali e non voleva correre il rischio che gli si rubasse quel suo prezioso bottino. Ancora non aveva digerito quell’editto di Maximilian, figurarsi se gli sottraevano ora l’ultima sua preda.

“Sta bene”, s’arrese e irritato afferrò la tenda, scostandola con malevola forza. “Sentiamo le loro signorie che han da riferirmi. E tu”, ammonì perentorio al patrizio, “vedi di comportarti saviamente.”

Da dietro il lenzuolo, Hironimo gli rispose col gesto della fica, guadagnandosi  di rimando un calcio sulla coscia.

 

***



 

Madona Maria Malipiero Gradenigo osserva nervosa il marito, mentre il suo valletto d’arme lo aiutava ad indossare l’armatura: quasi all’ultimo momento, infatti, sier Zuam Paulo Gradenigo aveva deciso, al posto del condottiero Alfonso del Mutolo, di recarsi assieme ai capitani Renzo di Ceri, Vitello Vitelli e Troilo Orsini a negoziare di persona con l’emissario del maresciallo La Palice, che il trombetta del Vitelli aveva promesso di portare con sé una volta terminata la sua ambasceria al campo nemico. E tutto ciò l’uomo l’aveva fatto annunciare con una tal fanfara che la patrizia veneziana non si sarebbe stupita, se perfino il Re di Francia lo fosse venuto a sapere.

Ora, la donna conosceva quanto il marito avesse sempre dato prova di grande coraggio, determinazione e sprezzo verso la fatica (nonché un pelino di superbia), combattendo ogni battaglia in prima fila al fianco dei suoi uomini; ma quella sua spavalderia la preoccupava, temendo che egli si fosse troppo montato la testa da non fiutare una potenziale trappola tesa dal nemico, smanioso com’era d’umiliare il La Palice dopo la rotta di Rovigo che aveva trascinato sier Zuam Paulo dinanzi al Senato, sotto processo e un anno intero senza alcun incarico. Maria gli aveva confidato la notte scorsa questi suoi dubbi, interrogandolo sulla bontà della sua scelta e tentando di persuaderlo a mandare incontro all’emissario francese qualcun altro e di poco conto in caso di cattura. Non mi fido di quei senzadio, gli aveva mormorato contro la schiena, con la scusa delle negoziazioni potrebbero imprigionarvi o uccidervi. Stranamente, Zuam Paulo non aveva contro-argomentato come sua abitudine, limitandosi a rassicurarla che conosceva bene i suoi ex-sottoposti e che non doveva angustiarsi per lui.

Poteva sul serio?, si tormentava la nobildonna, osservandogli la cicatrice bianca e ricordando come il marito l’avesse consolata a Cividale con le medesime parole, per poi ritornare semisvenuto in lettiga, con un panno scarlatto premuto al collo e versando tanto di quel sangue che ci si chiedeva come fosse riuscito a sopravvivere.

 “… si laora à le mura con solicitudine, ma non li è massa opere. El populo xé molto angarizato et le zente xé alozate a quartier, et i soldai fa di stranie cosse. Ma almancho ancuò (oggi, ndr.) se pol dir niuna baruffa”, informava il podestà sier Andrea Donado nel frattempo il provveditore delle ultime novità, intanto che sier Lunardo Zustignan prendeva velocemente nota onde informare il Senato.

“Il signor Lorenzo? Non l’ho visto da nessuna parte.”

“In letto tutto il giorno per via del malfrancese ch’affligge la sua gamba; la perdonanza, patrona”, si scusò il podestà con Maria, che liquidò la cosa con un irritato svolazzo della mano. “Stamattina s’è tuttavia rimesso e potrà accompagnarvi.”

“Come proseguono i lavori del Ponte de Pria?”

“Le fosse e la spianada sono quasi terminate, così come le chiuse a chiavica: all’occorrenza, possiamo ora deviare l’entrata dell’acqua o in città o verso le fosse. La Boteniga è stata completamente deviata per circondare completamente la città e per il Sile non mancherà molto.”

Corrispondeva quell’opera idraulica al fiore all’occhiello del piano difensivo, su progetto di Fra’ Giocondo da Verona: situato sul fronte nord delle mura, le sette poderose arcate del Ponte de Pria permettevano e regolavano l’ingresso in città alle acque del fiume Botteniga mentre un partidor, un ingegnoso sistema di arginature artificiali, permetteva la precisa suddivisione delle portate d’acqua necessarie ad alimentare i canali di Treviso, rifornire l’ingresso del Canale delle Convertite e riempire la fossa difensiva esterna. Il tutto all’ombra protettiva della mezzaluna del bastione di San Bartolomeo, posto sia difesa del fianco occidentale Porta San Tomaso sia, dalla parte opposta, a copertura del Ponte de Pria.

“Bon, cussì me garba”, approvò Gradenigo. “Di grazia, riferite ai capitani che a breve li raggiungerò. Ah”, si sovvenne all’ultimo, richiamando il collega, “che sia raddoppiata la guardia su tutto il fronte nord delle mura, da Porta San Tomaso fino al torrione di Santa Sofia.”

“Ma i nostri esploratori hanno detto che il la Peliza attaccherà a sud!”

“Sì, ma non oggi né domani”, replicò sibillino il provveditore.

Il podestà sier Andrea Donado annuì pur non comprendendo perché proprio a nord dovessero rafforzare la guardia visto che le spie riferivano le mura sud come piano strategico del maresciallo francese; tuttavia, confidando nell’esperienza militare del concittadino, s’affrettò assieme a sier Lunardo Zustignan di recarsi a fornire ai soldati le ultime istruzioni del provveditore.

Rimasto dunque solo con la moglie, sier Zuam Paulo cercò perplesso la spada, sussultando nel trovarla ben stretta dalle piccole e fini dita di madona Maria, che avvicinandosi a lui gli puntò contro gli occhi battagliera.

“Voi siete un gran testone, un orgoglioso, uno sventato.”

“Mo via, mojer, no credo che …”

Maria lo interruppe bruscamente. “Però siete anca un uomo di parola e di grandissimo cuore, sempre avete portato a termine gli obiettivi vostri e della Signoria”, gli rammentò e incorniciatogli il volto tra le mani, gli elargì un breve e deciso bacio. “Zuam Paulo, per i nostri figli, che non restino senza il loro sior Pare, giuratemi sì di farvi onore ma anche di tornar vivo e in un sol pezzo.”

Un poco commosso e un poco stralunato, il patrizio annuì piano, accarezzandole affettuoso i morbidi capelli sotto la cuffia di seta; all’improvviso, tenendola delicatamente per la nuca, ricambiò il gesto della moglie, baciandola col medesimo ardente trasporto di quando l’aveva posseduta alla loro prima notte di nozze trentadue anni addietro.

“Mojer”, le soffiò sulle labbra arrossate. “Non angustiatevi per me, bensì per quei disgraziati che s’avvicineranno troppo a Trevixo …”

Allora Maria Malipiero Gradenigo comprese.

 

***

 

 

“… così, su richiesta del governatore e Gran Maestro di Milano, l'illustrissimo messire duca Gastone di Foix-Nemours, la Signoria Nostra ha acconsentito di condurre questa guerra da buoni soldati; che in caso di cattura di saccomanni, famigli o fanti, sotto giusto pagamento del riscatto noi garantiamo che li si lascerà andare, senza muover alcun torto sulla loro personaSimilmente da voi vien richiesto medesimo cordiale e ragionevole atteggiamento.

Jacques de Chabannes de La Palice, Gran Maestro di Francia, terminava così di leggere la missiva del provveditore sier Zuam Paulo Gradenigo e consegnatagli da un emissario della compagnia di Vitello Vitelli, tal Michele da Brisighella, appena giunto all’accampamento di Montebelluna.

“Sicché quando possiamo attenderci il ritorno dei nostri prigionieri?”

“Quando disporrete del danaro per il riscatto.”

“E quando possiamo attenderci il vostro, di danaro?”

“Quando vi deciderete di rilasciare i nostri, di prigionieri.”

Con la scusa di voltarsi a meditare, La Palice scoccò una velenosa occhiata a Mercurio Bua, che arcuò incurante un sopracciglio: nonostante fosse trascorsa ormai più di una settimana dalla caduta di Castelnuovo di Quero, ancora il greco-albanese si rifiutava di cedere l’ex-castellano e di nominare o una cifra per il suo riscatto o un nome per lo scambio. In aggiunta, a causa del crescente numero di prigionieri marciani catturati per merto o per caso, la prospettiva di diminuire le bocche da sfamare e pure incassare profitti non appariva malvagia, calmando gli animi irrequieti dei soldati, che scalpitavano d’attraversare la Piave per far razzie nella Patria del Friuli.

“Li avete visti fuori, nelle gabbie”, tergiversò cauto il francese. “Tutti coloro che abbiamo preso.”

Il trombetta abbozzò ad un sorriso furbo. “C’è un volto che ancora non ho intravisto e in parecchi a Treviso desidererebbero ottenere più dettagli sulla sua attuale condizione.”

Al che Mercurio s’intromise, inquisendo falsamente apprensivo: “E chi domanda di lui? La mogliera?”

“Il fratello”, rispose spassionatamente Michele da Brisighella, per poi rivolgersi al maresciallo: “La Signoria è al corrente di come molti dei vostri comandanti siano caduti suoi …”

“Il maresciallo monseigneur La Palice non può in alcun modo decidere della sorte del N.H. sier Miani”, l’interruppe bruscamente il Bua, non garbandogli la piega che stava prendendo quella conversazione, portandosi anzi davanti alla tenda alla stregua d’un feroce can da guardia. “Fui io a catturarlo e se si vuole negoziare della sua liberazione, che sia con me e me soltanto!”

In altre circostanze, una persona qualsiasi si sarebbe ingobbita sulla difensiva dinanzi a quella portentosa aggressività. Invece, il trombetta apparve sospettosamente compiaciuto di quello scatto di nervi.

“Indubbio. Per questo ed altre questioni, il magnifico provveditore generale di Treviso, il signor Gian Paolo Gradenigo mi ha incaricato di portare tramite emissario la vostra risposta, nonché la vostra adesione ai desideri del duca e governatore di Milano, l’illustrissimo Gastone di Foix-Nemours, nipote del Re di Francia.”

“Il provveditore desidera che tu ritorni assieme ad un nostro messo?”

“Corretto.”

“Chi ci assicura che non lo catturerete, magari torturandolo?”, s’informò invece assai scettico Artus Gouffier, signore de Boisy e duca di Roannez. “Sappiamo come chi finisce prigioniero a Trévise, da lì non ritorna se non in bara!”

“I magnifici messeri miei capitani ci verranno di persona incontro, a dieci miglia da Treviso in direzione Porta Altinia … sud”, si lasciò sfuggire Michele, mordendosi colpevole il labbro inferiore, proseguendo poi in fretta: “In questo modo il vostro uomo avrà ogni occasione di fuggire. Saranno portati lì anche i vostri soldati, se avrete i danari pronti per la taglia.”

“Questo quando?”

“Se riparto adesso, giungeremo anche oggi istesso a Treviso.”

“E il provveditore lo sa?”

“Sa tutto.”

Il maresciallo La Palice rilesse meditabondo la missiva di Gradenigo, cercando una falla in essa, un qualsivoglia indizio d’inganno. Il francese ben era al corrente dei recenti scrupoli del Foix-Nemours, specie dopo la rotta di Marostica, e in fin dei conti l’accordo sancito con la Serenissima non suonava insensato e svantaggioso. Senza contare che nelle stinche di Treviso languivano due suoi caposquadra che al maresciallo avrebbe fatto comodo riavere indietro, preferibilmente vivi.

“Sia”, acconsentì, ripiegando la lettera. “Segui i qui monseigneurs Jules de Saint-Séverin e Galéas Pallavicino: ti porteranno dal tuo compagno di viaggio. Quanto al provveditore e ai tuoi capitani”, aggiunse La Palice, scribacchiando e firmando un messaggio di risposta, “puoi confermare che siamo qui a compiere la volontà del nostro governatore e della vostra Signoria, ossia che questa guerra verrà condotta da gentiluomini.”

Michele da Brisighella abbozzò ad un inchino e pigliando la lettera uscì dal padiglione assieme a Giulio Sanseverino, fratellastro del Gran Scudiero, e al marchese di Busseto Galeazzo Pallavicino, non senza aver lanciato una fuggevole occhiata al lenzuolo steso davanti al quale ancora vigilava Mercurio Bua, le braccia conserte e arcigno in volto.

Un pesante silenzio calò nel padiglione.

“Cosa ne pensate?”, s’espresse per primo de Boisy. “Manterranno la parola?”

Monseigneur du Molard alzò a mo’ di resa le spalle. “Né loro né noi abbiamo scelta, così è stato accordato tra la Serenissima e il nostro duc de Foix-Nemours, a tutti noi non resta che obbedire.”

“Comunque sia, meglio non sbilanciarci coi riscatti: pagheremo solo quelli strettamente necessari, casomai proporremmo degli scambi -  di veneziani e stradioti ne abbiamo a sufficienza”, disse La Palice. “Ci sono questioni più pressanti cui pensare: l’artiglieria non può viaggiare in queste strade melmose, né attraversare i boschi pieni zeppi di contadini pronti a tagliarci la gola. Dell’Empereur Maximilien e dei rinforzi tanto promessi neppure l’ombra e malgrado abbia dato ordine d’impiccare chiunque attraversi la Piave, i tedeschi del capitano Jacob tuttora sfidano la mia autorità. Il pane scarseggia e se non fosse per i conti di Collalto, che ci riforniscono in gran segreto, a quest’ora ci sarebbe già stata una rivolta. Ah, e non scordiamo la più bella delle notizie: il provveditore generale André Grit parrebbe esser guarito dalla febbre e tosto rientrerà a Padue, onde riprendere l’ufficio e incontrare il nuovo governatore. Jean Gonzaga ancora non si decide a muoversi da Vicenza. Da Bayard a Ferrara ci giungono sempre meno missive e ci metterei la mano sul fuoco che dietro c’è lo zampino di quel satanasso di Frédéric Contarini. Ci stanno isolando e più indugiamo in questo pantano, meno chances avremo di vincere!”, concluse, battendo snervato il pugno sul tavolo.

Sia du Molard che de Boisy convennero gravemente.

Timeo Venetianos et dona ferentes”, sentenziò ad un tratto Mercurio Bua. “A forza di brigare in Levante, son divenuti infidi come i Turchi. Non conterei sulla costanza della loro parola, men che meno di quella di Zuam Paulo Gradenigo che non fa nulla senza un tornaconto personale.”

“Dite piuttosto, che ancora vi brucia l’esser stato pubblicamente da lui rampognato, quando egli era comandante degli stradioti e vostro superiore. Ah, e non scordatevi di Lorenzo Orsini degli Anguillara, che anche lui vi sconfisse sul campo!”, lo derise Teodoro Trivulzio, nipote di Gian Giacomo Trivulzio e antico compagno della famosa battaglia del Garigliano tra Spagnoli e Francesi, al che il greco-albanese gli elargì di rimando un sinistro sogghigno, per poi proseguire:

“Io propongo d’attaccare. Adesso che Gradenigo, Vitelli e i due Orsini sono fuori Treviso. Il trombetta ha detto che s’incontreranno in direzione sud, Porta Altinia? Perfetto, noi attaccheremmo da nord, a Porta San Tomaso!”

“E con che, sentiamo?”, puntualizzò scettico du Molard, “non possiamo trasportare i cannoni per via della pioggia e del fango. Pensate d’arrampicarvi come scimmie sulle mura?”

“Restano pur sempre mura antiche …”, spezzò Artus de Boisy una lancia in favore del Bua. “Possono averle soltanto rinforzate, costruirne in poco tempo delle nuove è materialmente impossibile. Inoltre, bisogna considerare le abitazioni a ridosso delle mura scaligere e fuori città, così come i piccoli borghi limitrofi di Fiera, Melma, Santa Bona … Basterà occuparli, tagliare loro ogni via di comunicazione e da lì, via fiume, far arrivare l’artiglieria. Saranno loro, quelli isolati.”

Era stato quello il punto debole del Dominio di Terraferma: terminata la signoria delle famiglie locali e sotto la vigile egida di San Marco, le città venete non avevano per anni più avuto ragione di temere attacchi esterni, godendo di una pace impensabile rispetto agli Stati limitrofi e pertanto le loro difese si presentavano arcaiche e inadatte alla nuova guerra. Treviso non versava in una situazione tanto diversa, salvata solo dalla fortuna di trovarsi in una valle fluviale insidiosa ma per il resto, anche tentando disperatamente di modernizzarsi, non avrebbe mai e poi mai portato a termine un’impresa così titanica.

“Le mura ormai fungono da decorazione, la città si è espansa fuori di essa e non riusciranno in tempo ad evacuare gente e roba. E di certo non bombarderanno i civili. In questo modo, otteniamo alloggi, viveri e scudi umani”, terminò il greco-albanese, mostrando il tragitto a La Palice e gli altri comandanti. “Maresciallo, il vostro piano di attaccare a sud può tuttora considerarsi valido; ciononostante, se Gradenigo, Vitelli e Orsini hanno deciso di parlamentare proprio lì, significa che sospettano un nostro attacco e pertanto avranno raddoppiato la guardia, anche per evitare di venire a loro volta o catturati o uccisi.”

“Di conseguenza, il fronte nord rimarrebbe sguarnito e facilmente occupabile …”, concluse Teodoro Trivulzio. “E’ audace come piano, capitano Bua, ma avventato. Troppe incognite, non sappiamo neppure con precisione la morfologia attuale di Treviso. E se vi sbagliaste? Potreste finire catturato e noi non possiamo permetterci alcun passo falso, non ora che non abbiamo il supporto immediato né dell’Empereur né del Roi!”

Mercurio arricciò furbescamente l’angolo della bocca. “Ho il mio angelo custode in questo inferno, signor Teodoro. Mi scamperà lui dalla prigionia”, e rivolgendosi all’ancor dubbioso La Palice. “Quanto al pane, abbiamo i mulini di Castelfranco: mandate lì a macinare la farina. Ci vorrà più tempo, però quantomeno smetteremo una buona volta di addobbare di Tedeschi i rami degli alberi.”

Giulio Sanseverino e Galeazzo Pallavicino entrano nel padiglione. “Il trombetta sta per lasciare il campo col nostro emissario.”

“Gli sono stati dati i danari per il riscatto dei nostri caposquadra?”, s’accertò La Palice.

“Sì, certo.”

Il maresciallo serrò le labbra. “La vostra fama mi è nota dai tempi di Fornoue, capitaine Bua, e so che voi non elargite suggerimenti, bensì esponete decisioni già prese. Avete il mio permesso d’attaccare Trévise secondo il vostro piano, ma” e alzò la mano onde interrompere il greco-albanese, “con la vostra compagnia e nessun altro. Se fallirete, codesto fiasco sarà imputabile a voi e a voi solo. Perciò pregate che il vostro angelo custode valga abbastanza agli occhi della Serenissima per accordarvi la liberazione” e rivolto a du Molard e de Boisy: “Quanto a noi, alle prime luci dell’alba calcheremo ininterrottamente fino a Vicenza: poiché Jean Gonzaga non vuol venire con le artiglierie, saremo noi ad andar da lui a prendercele. Dovesse funzionare la strategia del capitano Bua, in meno di sette giorni saremo sotto le mura di Treviso.”

“Contro quelle bellezze ferraresi non avranno speranza alcuna di resistere all'assedio”, commentò sornione du Molard. “Due anni e mai conquistata. Sarà un piacere mettere Trévise al sacco …”

 

***

 

 

Etienne de Toulouse, il trombetta scelto dal maresciallo de La Palice, cavalcava dubbioso e guardingo assieme agli altri cinque suoi compagni, circondati da ogni lato dai laconici soldati marciani: pur non conoscendo bene il territorio, ad occhio e croce poteva affermare che non si trovavano a dieci miglia da Porta Altinia e che quel casolare dai muri ricoperti di fango fin quasi al secondo piano e in esso mezzo sprofondato di certo non era Treviso.

Michele da Brisighella arrestò la marcia della silenziosa comitiva, scendendo da cavallo. “Vieni”, invitò il francese a scendere tramite ampi gesti, affinché supplissero all’incomprensione di due idiomi simili ma non troppo. “Ah! E fai attenzione al …”

Un suono gutturale, che ricordava il suggere ingordo di un affamato intento a trangugiare una zuppa, interruppe il brisighellese e strappò contemporaneamente gridolini di sorpresa al tolosano e i suoi compari: non appena, infatti, essi avevano appoggiato i piedi nel terreno melmoso, ecco che affondarono fin quasi al ginocchio e per poco non ci lasciarono le scarpe e parte delle calze a causa di quella morsa fangosa.  

Etienne aprì sconvolto la bocca, cercando in Michele una risposta a quel fenomeno da palude marcia, non della terra fertile da Paese della Cuccagna descrittagli dai superiori. Il soldato del Vitelli, invece, si limitò a scrollare beffardo le spalle, conducendolo dentro il casolare là dove l’attendevano sier Zuam Paulo Gradenigo e i capitani Renzo di Ceri, Troilo Orsini e Vitello Vitelli.

Immediatamente, Etienne li salutò con un complicato svolazzo alla francese, che provocò una scintilla di ilarità negli astanti.

“Meno male”, commentò ironico il provveditore ai condottieri, “stavolta ce ne hanno mandato uno di buone maniere!” Dopodiché istruì l’interprete di tradurre le dinamiche dell’accordo tra la Serenissima e il governatore di Milano, nonché di discutere le modalità di pagamento del riscatto dei prigionieri francesi.

“Soltanto due caposquadra?”, fece un poco deluso Renzo di Ceri. “Pensavo che il tirchio in questa guerra fosse Massimiliano, non il La Palissa.”

“Forse conta di liberarli da sé, gli altri prigionieri”, gli spiegò sottovoce Vitello Vitelli.

La bocca del laziale s’arricciò perfida.

Qu’est-ce que cela signifie, que ce soir on va dormir ici?”, esclamò  ad un certo punto un indignato Etienne all’interprete, il quale, serafico, gli aveva tradotto le disposizioni del Gradenigo ovvero che la liberazione dei due caposquadra sarebbe avvenuto l’indomani mattina: oramai la sera era calata e la strada troppo pericolosa per un francese a zonzo da solo per la Marca, non sia mai che il vostro maresciallo possa sospettarci di spergiuro, dovesse accadervi qualcosa di assai spiacevole …

Inoltre, che i signori qui stessero di buon animo: gli ottimi soldati del capitano Vitelli li avrebbero tenuto eccellente compagnia assieme all’interprete, così da divenire tutti amici e cicalare senza disturbo alcuno in quel casolare a mezzo miglio da Treviso.

Quoi?”, si voltò disorientato Etienne verso i suoi compagni altrettanto increduli. “Mezzo … miglio?”

Com’era possibile? Se erano in piena campagna, circondati dal nulla! Non potevano essere così vicini senza aver scorto neanche un villaggio o case e …!

A meno che …?

 

***

 

 

Appena giudicò esserci abbastanza luce da distinguere le forme davanti al proprio naso, Mercurio Bua scese dalla branda per prepararsi alla lunga cavalcata che l’attendeva, scegliendo accuratamente quale armatura indossare e quali armi portarsi appresso, il giusto equilibrio onde evitare sia di combattere troppo leggero e vulnerabile sia di perdere l’effetto sorpresa. Anche i padiglioni di La Palice, de Boisy e Giulio Sanseverino erano illuminati, segno che sarebbero partiti pure loro quello stesso giorno, ma diretti a Vicenza.

“Così te ne vai?”

“Ti dispiace?”

“Stimo nulla.”

In certe occasioni, quel veneziano inquietava il condottiere, non avendolo visto negli ultimi giorni né mangiare né dormire (contrariamente al puttino accanto a lui, una vera e propria bestiola facilmente accontentabile) preferendo piuttosto scrutare il greco-albanese pieno d’odio, gli occhiacci neri che assorbivano avidi ogni suo movimento. Fosse stato un uomo superstizioso, Mercurio avrebbe ipotizzato che gli stesse lanciando una fattura.

“Cuore di pietra! Sul serio non t’importa saper la tua città sotto assedio?”, gli chiese beffardo, girandosi acciocché il suo famiglio gli stringesse gli ultimi lacci del corsaletto. L’avventuriero si raccomandò inoltre a Zilio di far da buona guardia al padiglione fino al suo ritorno. “A proposito, vuoi che ti porti qualcosa da Treviso?”

“Qualche paio di mutande e una corda per andar a farti impiccare.”

Mercurio cacciò un sospiro profondo, imponendosi di non lasciarsi provocare di prima mattina dal giovane Miani – conserva le energie! - più tarmante di sua moglie nei suoi periodi peggiori e ce ne voleva! Il capitano scosse il capo, d’un tratto immalinconito: cosa non avrebbe dato per poter risentire la voce della sua diletta, quel mulo testardo dalla linguaccia lunga. “Ti lascio il moccoloso, così non ti sentirai solo”, gli concesse magnanimo, infilando i guanti di cuoio e allontanando dalla mente quel bizzarro paragone tra Caterina e Hironimo.

“Puoah, come se tu fossi di alcuna compagnia!”

“Beh, fra poco avrai quella di tuo fratello”, insinuò casualmente il greco-albanese, godendo del lieve sussulto apprensivo del patrizio veneziano -  oh! finalmente una reazione che gli conveniva al suo status di prigioniero ... “E chissà, anche del Gradenigo e degli altri tuoi concittadini. Anzi, no, quel bastardo lo ammazzo proprio!”, ridacchiò compiaciuto del proprio ambizioso progetto. “Immagina lo sconcerto di Treviso nel vedersi privata del suo provveditore generale! Del suo grande eroe!”

Hironimo emise a sua volta una risata gutturale. “Sei nato e cresciuto sotto l’ala di San Marco, eppure ancora non hai capito un’emerita cippa di noialtri. Uccidi pure Gradenigo, se ti va. La Signoria invierà un altro provveditore generale. E un altro. E un altro ancora”, sibilò feroce, puntandogli contro gli occhi nerissimi. “Non esiste da noi un eroe, non se inteso come singolo individuo. Ché da noi è la civitas l’eroe. Venezia stessa è l’eroe. Voi non state combattendo contro Gradenigo o il Serenissimo Principe, voi avete mosso guerra a tutti noi, dal contadino al Doge! E come un’Idra, più teste ci tagliate più ne spunteranno per divorarvi!”

Piccato da quella saccente ramanzina e genuinamente non avendo mai approfondito quell’aspetto della mentalità veneziana, Mercurio ribatté: “Dunque questo significa che anche tu ai fini della Signoria sei sostituibile?”

Hironimo abbassò il capo, il suo silenzio più eloquente di qualsiasi risposta. Naturale che fosse spendibile, se necessario a conseguire la vittoria ultima contro i nemici. Dinanzi alla mancata richiesta di un riscatto da parte dei suoi, nella mente sempre più sotto pressione del patrizio incominciava a prender forma una tremenda teoria e cioè che lui non valeva la pena il rischio di patteggi troppo svantaggiosi. Qualcosa impediva alla Signoria di rivolerlo indietro, qualcosa più importante di lui.

Se da una parte il giovane Miani soffriva orribilmente, sentendosi abbandonato e tradito, dall’altra comprendeva la necessità di quel sacrificio. Non era stato d’altronde allevato così, nell’atipica Venezia in cui l’individuo diventa anonimo e al contempo celebrato nella sua grandezza? Invano cercare fra calli, campielli e campi un monumento, una statua, un’iscrizione a gloria di un eroe. Venezia onora solo i nemici sconfitti: a Palazzo Ducale più che le gesta di chi l’ha resa grande sono esposte a macabro trofeo quelle di coloro che hanno tentato distruggerla, monito e sfida al mondo intero. Una società governata con la  medesima disciplina delle sue galee, dove tutti – patrizi, clero, cittadini e villani – devono remare al ritmo del suo tamburo e dove nessuno, neanche il Doge, è più importante della Signoria o al di sopra delle sue leggi.

Chi s’era creduto di essere lui, Hironimo Miani, per aver vagheggiato un diverso destino?

“Ripeterai questo tuo bel discorso davanti all’Imperatore a Treviso?”, l’incalzò il capitano di ventura onde punzecchiarlo e ottenere una reazione da parte del ragazzo, lo sguardo divenuto vago e lontano quasi più nulla lo tangesse. “O davanti al cadavere di tuo fratello? Ha anche per caso moglie e figli?”

Hironimo, a fatica, si pose allora in piedi e approfittando della vicinanza di Mercurio, anticipando ogni sua reazione gli ghermì il volto, baciandolo feroce e mordendogli le labbra fino a trar sangue.

“Nel Levante lo chiamano  ölüm öpücüğü (bacio della morte, ndr.) quando prima di un’impresa è il nemico a dartelo. Che ti possa portar ogni male, Mercurio Bua Spata, che ti possa condurre alla peggior morte.”

 

 

***

 

 

L’ozio è la fonte di ogni vizio e un accampamento in attesa ne è perfetto crogiolo.

Per i soldati franco-imperiali stanziati a Montebelluna si trattava quindi di naturale prassi se di tanto in tanto tra di loro deambulava qualche prostituta, squadrandoli affamata alla ricerca di chi possedeva sufficiente sostanza da saziarla di danaro. Nessuno lo giudicava inconsueto o riprovevole, men che meno a quell’ora ancora temprana del mattino; terminato il trambusto della concitata partenza del maresciallo e del capitano degli stradioti, il campo era ripiombato nella consueta indolenza tipica di chi ha lo stomaco vuoto e nulla d’importante da fare.

Una di queste peripatetiche, piuttosto seccherella e con in testa un buffo turbante alla turchesca, con le mani ai fianchi si destreggiava tra le varie tende dove dormicchiavano i soldati affamati e annoiati. Al contrario, ella appariva assai vispa e accorta, studiando bene ogni angolo del campo e similmente a lei subito erano divenuti svegli e attenti i prigionieri marciani, non appena la intravidero dalle loro gabbie improvvisate.

Toi, la gueuse, qu’est-ce que tu fais ici? Non è posto per te, questo! Vattene!”, le berciò dietro il soldato posto di guardia.

Sennonché la prostituta, invece di scoraggiarsi, prese ad ancheggiare sensuale, suggendosi lasciva l’indice e massaggiandosi il pube in uno spettacolo sempre più grottesco finché l’uomo, spazientito, non la spinse via di malo modo, allontanandola di molti passi.

“Ah”, fece lei connivente, strizzando l’occhio. “Dur … te plé dur … et mua, scie lé tre dur …”

Quoi?”

Il sorriso civettuolo della puttana cangiò in uno ferino, sollevandosi le sottane rattoppate e prima che il francese potesse gridare la sua sorpresa nell’apprendere ciò che sotto vi si celava, ecco che ricevette un doloroso calcio al petto, sbattendo malamente contro la gabbia dei prigionieri.

Dietro di lui sbucarono rapidissime due mani lerce e robuste, che gli s’aggrapparono alla sua fronte e mascella e mentre la prostituta s’inginocchiava a cercare le chiavi – ottima posizione promiscua per l’osservatore distratto - il suo complice da dietro le sbarre spezzava l’osso del collo della guardia, che s’afflosciò per terra. Tocco finale, la finta meretrice, trascinato via il cadavere davanti ad una poco distante tenda francese,  gli pose tra le mani un lembo di una sopravesta tedesca e gli rubò la saccoccia col denaro, onde simulare un furto con omicidio e dunque esacerbare la reciproca diffidenza già vigente tra i Collegati.

“Vio, te val gnente chome putana!”, scherzò sottovoce uno dei suoi compagni d’arme, intanto che il ragazzino armeggiava col lucchetto.

“Ma va’ in mona de toa mare, quea gran vaca”, replicò Vio indispettito e rosso in volto, forzando la serratura e, accertatosi di operare senza testimoni scomodi, aprì la gabbia. “Vestate ti da putana e po’ dime, caro ti, se te riesse mejo!”

Silenziosi e lesti come gatti, i prigionieri scivolarono via nella semioscurità in direzione della selva, là dove le loro spie li avevano comunicato attenderli gli uomini di Domenico da Modone, incaricati da sier Zuam Paulo Gradenigo di seguire e riferire ogni passo dei franco-imperiali. Già uno dei suoi corrieri stava cavalcando verso Treviso e Padova, avvisando i rispettivi provveditori generali della sortita del La Palice a Vicenza.

Purtroppo tutti non potevano liberare senza destare sospetti, dovendo apparire le fughe come casi isolati e frutto dell’iniziativa personale, un po’ alla volta, ora all’alba, ora al tramonto, ora tra gli spostamenti delle truppe. Come aveva giustamente affermato lo stesso maresciallo, neanche la Serenissima poteva permettersi ogni riscatto.

“Teodoro, razza di coglione, che fai?”, sussurrò irato uno stradiota marciano al suo conterraneo, che, strisciando quasi, si era portato vicino ai cavalli. Poi, intuendo subitaneamente le sue intenzioni, inquisì perplesso: “Ma non è il cavallo di tuo fratello Zilio?”

Teodoro Madalo, della compagnia del capitano stradiota Manoli Clada, annuì aspramente. “Esatto e se non ci avesse partoriti la stessa madre, altro che la sua cavalcatura prenderei a quello là …!” e detto questo, con moine e schiocchi della lingua, le quattro bestie lo seguirono docilmente tra gli alberi.

Sorse infine l’aurora e riprese a piovere a dirotto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

*************************************************************************************************************

E così incominciamo ad entrar nel vivo dell’assedio: pur scervellandomi, sinceramente non sono riuscita a trovare un motivo logico di quell’attacco da parte dei franco-imperiali; onde evitare dunque di farli far la figura dei cretini, ho delineato una forma di strategia, anche tenendo in considerazione che non esistevano i droni all’epoca e quindi non potevano avere conoscenze esatte del territorio, senza averlo prima esplorato. E figurarsi se si potevano avvicinare facilmente.

Inoltre, siccome non mi piace tenere anonima la gente, ho voluto dare un nome agli emissari sia francesi che marciani.

Il prossimo capitolo, come già si è intuito, verterà sul primo attacco a Treviso. Come si concluderà? Bene? Male? Pari?

Alla prossima e strano ma vero, stavolta niente note finali! XD

 

 

 

Ritorna all'indice


Capitolo 8
*** Capitolo Settimo: 5-6 settembre 1511 ***


Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato  l'11.09.2021

***********************************************************************************************************************

 

 

 

Capitolo Settimo

5 (segue) – 6 settembre 1511

 

 

 

 

 

 

Per un istante, Mercurio Bua e Leka Busicchio credettero aver sbagliato strada.

Dall’alba avevano cavalcato ininterrottamente finché il terreno scosceso e irregolare delle colline si era livellato nella pianura, senza tuttavia imbattersi in alcuna resistenza né attacco, fattore bizzarro ripensando a tutti gli agguati ogniqualvolta mettevano il muso fuori Montebelluna.

Ad aumentare il loro disorientamento s’aggiunse inoltre la crescente desolazione che li circondava man mano s’avvicinavano alla loro meta, notando in lontananza le case vuote e i piccoli paesotti deserti, che si diradavano e lentamente sparivano in rovine diroccate e non dai colpi di cannone.

Sembrava … gli edifici sembravano quasi smantellati.

“Cristo Santo …! Cos’hanno fatto qui?”, udiva mormorare Mercurio i suoi uomini, basiti. “Ch’è successo?”

E se ciò li aveva turbati, nulla allora avrebbe potuti adeguatamente prepararli allo spettacolo offertogli una volta giunti a Treviso.

Di essa Mercurio possedeva vaghi ricordi, essendoci passato brevemente ai tempi di Fornovo, eppure era sicuro di non aver sbagliato luogo, ché Treviso se la sovveniva circondata da mura medievali dette a secco, alte e snelle e munite di molte torri da cui si accedeva tramite dodici porte. Otto ampi e popolosi borghi si diramavano da esse, brulicanti di case, negozi, chiese e monasteri, costringendo il perimetro del cuore cittadino all’antico e sovraffollato Cardo Maximus d’epoca romana, intricatosi nel corso dei secoli in uno sconclusionato dedalo di strade e abitazioni una sopra l’altra, da cui svettavano i campanili delle numerosissime chiese.

Invece, agli occhi sconcertati degli stradioti le mura cittadine si presentavano assai ridotte in altezza, costruite a terrapieno e rivestite da una spessa muraglia in laterizio e decorate a due terzi dell’altezza da un cordolo di pietra d’Istria, controventate da spalti esterni e spianate dal raggio di circa un miglio (pari al tiro delle più grosse artiglierie) che aveva comportato la demolizione integrale di quei borghi extra moenia, di loro rimasto qualche sparuto scheletro annerito dal fumo e non ancora interamente smantellato. Le porte, appurò il greco-albanese contandole freneticamente, s’erano ridotte almeno da quanto vedeva a due, dimodoché Treviso apparisse coi suoi tozzi bastioni più larga, massiccia, minacciosa e impenetrabile, protetta dalla Botteniga e dal Sile, spalti, fosse e cunette. Agli assedianti non s’era lasciato un angolo dove ripararsi né per accamparsi o posizionare in tutta tranquillità i cannoni. Mercurio aveva adocchiato un monastero, tuttavia troppo vicino alla porta cittadina da non sospettare che fosse tenuto sottotiro.

Costantemente sotto tiro. E pensare che ancora erano incomplete! Quale fortezza avrebbe partorito Treviso, ad opera compiuta?

Un brivido freddo percorse la schiena del capitano di ventura, le budella attorcigliate da un oscuro presagio già di suo fomentato dal malaugurio invocato su di lui dal giovane Miani; il fango, poi, che gli zoccoli dei cavalli sollevavano scalpitando non lo rassicurò, semmai esacerbò la sua convinzione che, forse, avevano sottovalutato la determinazione del nemico, novello Sansone [1].

“Cosa senti?”, volle il Bua l’opinione dell’altro comandante, il quale studiava anch’egli apprensivo l’imponente silhouette delle mura stagliatesi ancor più scure in controluce, il vessillo dorato di San Marco intrecciato a quello cittadino di Treviso, a croce d'argento accantonata in capo da due stelle di otto raggi, su sfondo rosso.

Mercurio diede ordine di tenersi ben distante, così da rimanere fuori dal raggio dei cannoni.

“Niente”, gli rispose Leka Busicchio, umettandosi nervosamente le labbra d’un tratto divenute secche. “Non odo assolutamente niente.”

Il capitano di ventura si morse l’interno della guancia. “Appunto, è troppo silenzioso qui … Dove sono le sentinelle? Dove sono tutti?”

“Sul fronte sud, come avevamo previsto!”

L’uomo scosse il capo. “D’accordo, ma il provveditore Gradenigo non può aver lasciato sguarnito completamente il lato nord. Non avrebbe senso …”

Nessun rumore infrangeva l’aria frizzante di fine estate, se non il vento sverzante che aveva sostituito la pioggia mattutina e che ingrossava capricciosamente gli stendardi. Dalla compatta cinta muraria non s’udiva né vociare di soldati né i cigolii delle ruote dei cannoni e dei carri, men che meno lo scalpiccio dei cavalli e i loro nitriti.

Nulla, un silenzio mortale, come se Treviso stesse emulando le limitrofe montagne.

“Sarà meglio portarci a quel monastero e avvicinarci a Porta Santi Quaranta”, suggerì Leka al conterraneo, facendo al contempo cenno alla sua compagnia di muoversi. “Restiamo comunque sotto tiro … Se solo riuscissi a capire quante cannoniere hanno …”

“Ritorniamo all’accampamento”, l’interruppe Mercurio. “Qui non finisce bene.”

“Ma come?”, protestò Leka. “Dopo l’intera cavalcata fin qua, te ne vuoi andare così, senza aver concluso nulla?”

“Abbiamo comunque ottenuto informazioni sulla struttura difensiva di Treviso, che possiamo riferire a La Palice una volta ritornato da Vicenza!”, ribatté altrettanto adirato il Bua. “Pensi che abbandonerei così su due piedi un’impresa senz’alcun valido motivo?”

“Possiamo spingerci più ad est, verso …”

All’inizio pensarono trattarsi dell’ennesimo sibilo di vento, sennonché le loro orecchie oramai smaliziate a tali rumori riconobbero quel fischio e impallidirono all’improvvisa comparsa di una ballotta di quasi 14 onŧe, lanciata chissà dove ché non un filo di fumo si librava dalle cannoniere.

L’effetto rimase comunque devastante e non trovando la palla alcun ostacolo dinanzi a sé, essa viaggiò ancora più lontano e veloce, falciando e disperdendo la colonna di stradioti che ancora non s’era allontanata dal suo raggio.

Quale, però?

“Ripiegate! Ripiegate!”

Una seconda palla di cannone, subito seguita da una terza  li colpirono nuovamente con inquietante precisione, seguendone i passi alla stregua di un’ombra mortifera.

Dove? Da dove stavano facendo fuoco?

 

***

 

Il cucchiaio cadde di mano ad Etienne de Toulouse e con lui ai suoi compagni, impegnati a terminare il pasto offertogli dai loro poco rassicuranti anfitrioni i quali, bisogna però dire, pur avendoli tenuti sotto strettissima sorveglianza non avevano in alcun modo attentato alla loro persona, sicché il tolosano e gli altri suoi compatrioti avevano potuto riposare qualche oretta e perfino godersi il primo vero pasto decente dopo settimane di cibo immangiabile.

Il rombo dei cannoni ruppe tuttavia quella fragile bolla di tranquillità e i soldati francesi si guardarono allarmati l’un l’altro, incapaci di comprendere quanto stesse accadendo fuori dal casolare. Potevano immaginare, sicuro, ma il timore della conferma li impediva d’interrogare quella sfinge dell’interprete.

La novità giunse loro ugualmente nella furibonda persona di Michele da Brisighella, avanzante verso di loro con la daga sguainata e occhi iniettati di sangue.

“Cani fottuti!”, inveì loro contro e fendette l’aria con la lama, al che i francesi balzarono in piedi onde usare le dozzinali sedie a guisa di scudo, maledicendo la perquisizione del giorno addietro e il consecutivo sequestro dalle loro armi. “Così rispettate i patti? Parlamentare per voi corrisponde ad attaccare alle spalle? Vili canaglie!”

A nulla valeva la presenza dell’interprete, ché Etienne pur non comprendendo la lingua dai gesti violenti e collerici di Michele aveva ben afferrato la gravità della situazione sua e dei compagni; ciononostante, confidando nella sua effettiva innocenza, tentò ugualmente di riportare il brisighellese a più miti consigli:

“On ne savait rien! Je te le jure! On ne savait rien de cet attaque !”, si difese, incrociando e sciogliendo le mani onde reiterare il concetto. Richiamando alla memoria frammenti di parole veneziane captate di qua e di là da prigionieri e traduttori, il tolosano sbrodolò in affanno: “Gnente … gnente …”

Michele da Brisighella non si commosse. “Infame traditore d’un mangiarane, chi vuol sentire le tue patetiche scuse?”, e gli cacciò un pugno dritto al naso, spaccandoglielo, per poi avventarsi coi suoi compari sugli altri francesi inermi.

Fuori dal casolare, il capitano Vitello Vitelli assisteva al tutto dalla finestre, sorridendo compiaciuto, assai divertito dalle doti recitative dei suoi soldati.

Per poco, mano sul cuore, a quel teatrino ci cascava pure lui.

 

***

 

A gran fatica Mercurio riuscì a domare il panico vigente tra i suoi stradioti e a costringerli a raggrupparsi così da riparare dietro gli scheletrici ruderi degli edifici non ancora interamente abbattuti, quel tanto che bastava a tirarsi fuori dalla gittata dei cannoni e decidere sul da farsi prima di finire impallinati alla stregua di anatre selvatiche.

L’unica soluzione papabile comprendeva l’immediata e indiscussa ritirata a Montebelluna; il Bua, infatti, non desiderava arrischiarsi di testare fino a quando i marciani avrebbero continuato a bombardare, ignorando a quanto ammontasse il loro approvvigionamento in fatto munizioni. Malgrado avesse notato come esse fossero saltuarie ma ben mirate, quasi si fosse dato l’ordine di non sprecare alcun colpo, ciò non corrispondeva ad una prova concreta, contrariamente a quanto accaduto a Castelnuovo di Quero, dove là sì che il suo ex-castellano aveva dovuto lesinare sull’utilizzo delle bocche di fuoco per ovvia penuria di ballotte e polvere da sparo. Infatti, il greco-albanese s’era accorto di come dalla mezzaluna di San Bartolomeo avessero cessato di sparare, riprendendo invece dal torrione angolo di San Marco a protezione di Porta Santi Quaranta, dove egli, con un’abile finta, aveva condotto i suoi stradioti, disorientando per qualche attimo i marciani, che avevano creduto volersi nascondere dietro i ruderi davanti al rivellino di Porta San Tomaso.

Piccolo vantaggio atto solamente a riprendere fiato. Onorando il suo soprannome – l’Occhio Destro di Venezia – Treviso per davvero sembrava possedere mille occhi che tutto scrutavano e seguivano, degna emule di Argo Panoptes [2].

A peggiorare la già complicata situazione, il cielo s’era oscurato in un tremendo grigio fumo e il vento aveva cessato di flagellarli, sicché le ballotte viaggiano ancor meglio. Un nauseabondo odore di terra putrida e di fogna ammorbò l’aria dal sentore metallico e foriero del temporale, costringendo Mercurio a valutare una strategia di fuga adeguata onde sfruttare al meglio la prossima tempesta, che non giovasse solamente agli assediati.

“Il tiro è a raggiera”, delucidò il capitano di ventura al suo collega Leka Busicchio. “E la gittata è ad occhio e croce di mezzo miglio abbondante, se non oltre. Bisogna ritirarsi retrocedendo, solo così la scamperemo, oramai non ci è più possibile riprendere la medesima via da cui siamo arrivati. Ci stanno costringendo verso il Montello, là dove ci attendono quelle bestie feroci dei loro contadini. Porco Giuda maledetto!”, imprecò frustrato, digrignando i denti ed espirando rabbioso. “Ti giuro, Leka, che se quella troia rotto-in-culo-suggia-cazzi di Giovanni Gonzaga non ci ha rifornito di quanti più cannoni possibili, mi aggrego alla spedizione a Vicenza per il mero gusto di fotterlo a fondo col sabbione, finché non diventa femmina!”

Busicchio non lo mise in discussione per un istante, convenendo quanto Mercurio fosse capacissimo d’attuare quella colorita minaccia. Chi si scordava più della sua furibonda e sfacciata ramanzina propinata allo sbigottito Imperatore?

“Al maresciallo cosa diremo?”

“Che quel gran furbo del provveditore Gradenigo ci ha ben fregati. Ora, voi tutti”, intimò ai suoi uomini, “dopo questa ballotta, spronate i cavalli in direzione di …”, ma un fischio acuto e stridulo lo interruppe bruscamente, centrando appieno le rovine del monastero dietro cui s’erano riparati, il quale crollò in un gran boato, polvere e schizzi di acqua melmosa ovunque, annebbiando loro visuale.

“Hanno cannoniere alla base dei torrioni?”, proruppe Leka a gran voce, trillandogli le orecchie dal riverbero del botto infernale, impedendogli di udire un altro fragore, stavolta meno meccanico però altrettanto mortale.

Grida di battaglia.

Diradatasi quella nebbia artificiale di polvere, fumo e fango, per un attimo Mercurio giurò d’aver scorto Porta Santi Quaranta aprirsi, approfittando della confusione generata dall’ultimo sparo; forse un miraggio, non reale come invece era la colonna di cavalleggeri che li stavano caricando simil mandria di tori imbizzarriti. A capo di essi, il greco-albanese individuò Teodoro Clada e Giovanni Paleologo, affiancati da altri cavalieri marciani.

“Ritirata! Ritirata!”, gridò il capitano Busicchio, confidando nei pronti riflessi della sua compagnia e nella lontananza del nemico.

“In formazione, invece!”, ruggì Mercurio il contrordine, replicando aspro all’occhiata interdetta del collega. “Non ho mai voltato le spalle al nemico; perdio, non incomincerò certo da oggi, men che meno davanti ad un Paleologo!”, e a quel nome sputò per terra pien di disprezzo.  “Se oggi il destino ha disposto che finisca all’inferno, quant’è vero Iddio quegli scalzacani seguiranno meco!” Impugnò forte la zagaglia e sistemata bene la targa, incoraggiò i compagni: “Avanti! Il peggior biasimo è quello della nostra gente! San Giorgio! San Giorgio!”

Gli stradioti ulularono la loro approvazione  - San Giorgio! San Giorgio! -  e in breve da fuggitivi si trasformarono in avversari, venendo incontro ai loro parenti altrettanto bramosi di battaglia, il dente avvelenato per quel che ambedue le fazioni consideravano un reciproco tradimento: all’inizio di quel sanguinoso conflitto, i medesimi stradioti avevano tentennato durante gli scontri, consci di fronteggiare i propri famigliari e non avendo cuore di ucciderli se non costretti, ad ogni occasione avevano preferito catturare e i disarmare i compatrioti. Mercurio stesso più volte aveva contattato i parenti e antichi colleghi nella speranza di portarli dalla parte dei Collegati, talora riuscendoci talora ricevendo secche repliche di rifiuto. Adesso però, trascorsi due anni, gli stradioti alle parentele curavano di meno, badando a conservare la condotta e soprattutto le proprietà e i privilegi assegnati alle rispettive famiglie a Venezia  a seguito della progressiva diaspora dalle loro terre assoggettate dai turchi. Se in passato, infatti, solo i condottieri salpavano per tentar la sorte in guerra e ritornavano dalle famiglie col compenso, ora anch’esse seguivano i loro uomini, chiedendo questi profughi di conseguenza speciali concessioni alla Serenissima, la quale tanto generosamente gliele elargiva e tanto rapida sapeva toglierle se di loro insoddisfatta.

L’impatto tra i due contendenti rimbombò col fragore di un tuono, forse non avendo confidato gli stradioti marciani in un simil disperato gesto da parte di quelli franco-imperiali, supponendo al contrario di doverli rincorrere più che affrontare.

Nondimeno, il loro intontimento durò un fuggevole istante e caricarono feroci onde rompere la formazione avversaria e disperderli; in particolare, si premuravano di disarcionarli, un po’ come nelle giostre, al che d’afferrare le redini dei cavalli rimasti senza padrone e legare gli appiedati con un laqueus.

A Mercurio parve allora evidente come il loro obiettivo primario fosse la maggior acquisizione di prigionieri e siccome gli stradioti marciani pressavano nella sua direzione, capì trovarsi egli il primo in lista.

Un moto d’incontrollata stizza gli scosse le membra – maledetto, maledetto Gradenigo! Lo aveva aspettato, l’intera sceneggiata delle negoziazioni un mero pretesto per attirarlo in quella trappola appositamente preparata per lui, memore ancora della sua natura temeraria e opportunista malgrado i quattordici anni trascorsi dall’ultima volta in cui avevano combattuto assieme. Il provveditore sapeva che il Bua non si sarebbe lasciato scappare quella ghiotta occasione e ogni parola, perfino il lapsus, riferita dal trombetta era stato un accurato studio d’inganno.

Un’isterica risata sfuggì dalla bocca contratta del capitano: ironicamente, si sentiva lusingato da tanta premura, dimostrando come, tra tutti i comandanti nemici, Gradenigo avesse gran fretta di metterlo quanto prima fuorigioco, reputandolo il più pericoloso. E il bastardo aveva perfettamente ragione, poiché la sua cattura non sarebbe corrisposta ad un affare indolore.

Stringendo la zagaglia, Mercurio spronò il cavallo e puntò con precisione contro il cavaliere marciano che gli stava venendo addosso – povero sciocco, che credeva d’ottenere?  Il capitano di ventura neanche gli concesse tempo d’accorgersi del suo arrivo, che gli lanciò la zagaglia contro con gran possanza, colpendo in pieno la targa e spaventato di conseguenza il cavallo, che nitrendo acutamente inciampò e si piegò in avanti, cosicché il suo cavaliere si ritrovò da esso sbalzato e rotolante nel fango. Non pago di quella vittoria, tali cortesie lasciamole alle giostre, il Bua agguantò una zagaglia rimasta conficcata per terra e l’alzò per colpire il veneziano, il quale si rimetteva in piedi con grandi difficoltà, barcollando e molto probabilmente frastornato dalla caduta, con la melma fin quasi alle ginocchia.

Avvertita la presenza dello stradiota, il cavaliere evitò l’affondo gettandosi prontamente fuori dal tiro dell’avversario; risvegliatosi dal torpore iniziale grazie allo scorrere impazzito dell’adrenalina , estrasse la spada e impavido attese che il Bua lo caricasse di nuovo.

Bravo, pensò perfido Mercurio, stattene lì fermo ad attendere la morte! E si preparò a impironarlo, sennonché in un lampo egli non solo si vide disarmato, ma gli venne frantumata anche la targa da una lancia.

Per puro miracolo e per la saldezza della sua montatura Mercurio riuscì a rimanere sul suo cavallo, assorbendo l’impatto abbastanza da rimanere in equilibrio e allontanarsi dal suo nuovo avversario, dimentico di quel fortunello cui era stato concesso di vivere ancora qualche giorno. Sguainando la spada e disfacendosi dello scudo oramai inutile, il capitano girò il cavallo, pronto alla pugna e similmente lo era il suo avversario, la cui tracotanza fu tale, da impirare la lancia per terra ed estrarre a sua volta la sua lama.

Incerto se congratularsi per il coraggio o sfotterlo per la sua sventatezza, Mercurio si concesse un breve istante per studiare quel pazzo sconsiderato davanti a sé, non trovando in lui alcunché di minaccioso o misterioso,un anonimo cavalleggero in groppa ad un corsiero bianco latte che mordeva impaziente il freno.

Peggio per lui.

I due cavalieri si curvarono sul dorso dei rispettivi cavalli e corsero ad incontrarsi. Mercurio levò la spada per colpire alla spalla l’avversario, ma l’agile corsiero di quest’ultimo si drizzò sulle zampe e gli volteggiò davanti in maniera così imprevista che il veneziano riuscì a strisciare la punta della lama sul corsaletto del greco-albanese, che dovette rinculare in fretta, stupito da tanta rapidità.

E sempre improvvisamente, il cavaliere si spinse di colpo quasi ad abbracciare il condottiere, che tentò per difendersi di calargli un fendente sul capo, subito però bloccato dal nemico, conseguendone in una prova di forza tra i due, chi possedeva maggior vigore nel braccio da non solo sciogliere il nodo di lame ma anche di spingere i lati affilati contro il viso e la spalla dell’altro.

Di primo acchito risultava Mercurio il vincitore di quella contesa, imprimendo una forza tremenda e costringendo il veneziano ad arcuare la schiena all’indietro, sopraffatto. Sennonché, raggiunto il punto di massima tensione, ecco che questi scattò in avanti come una fionda, elargendo una poderosa testata al Bua, che, sia a causa dello stordimento che della furia cieca, di rimando colpì il cavaliere talmente forte da levargli la spada parata a difesa con un riverbero doloroso, al punto che il veneziano cacciò un mugolo di dolore. Allorché il greco-albanese s’accinse ad un secondo fendente, l’altro si piegò all’ultimo, estraendo dalla fusciacca un qualcosa di sottile e luccicante.

Ad urlare fu dunque il turno di Mercurio, i nervi impazziti che gli offuscavano la vista e gli facevano fischiare le orecchie. Quando credette di poter riaprire gli occhi appurò con orrore il sangue scorrere grasso e languido lungo il lato scoperto della sua coscia, tratto dai mortiferi pugnali berberi giunti a Venezia assieme ai vari carichi di merci e schiavi. Si diceva fossero così leggeri e sottili da poterli infilare nelle maniche più strette, risultando al contempo talmente affilati da provocare la morte con estrema rattezza.

Di riflesso il Bua si pose una mano sulla ferita, con l’altra stringendo la spada, ostinato a combattere. Il cavaliere veneziano, invece, serbava per lui altri progetti e giostrò il cavallo in modo da fargli perdere l’equilibrio e non soddisfatto, con lo scudo lo colpì dritto in faccia al che il capitano di ventura ruzzolò per terra dentro una pingue pozza di fango, sconfitto. Nella caduta a faccia ingiù Mercurio ingoiò suo malgrado acqua e fango, tappandoli bocca e nari al punto che si sentiva soffocare, impantanato nella terra acquitrinosa che subito lo abbrancava avida.

Il cavaliere veneziano, appurata la vittoria, staccò allora dal terreno fangoso la sua lancia e la conficcò appena appena sulla spalla del condottiero, non tanto da ucciderlo né ferirlo gravemente, giusto per levarsi la soddisfazione di torturarlo un po’. Ché quando, sceso da cavallo e infilata la spada di Mercurio nella propria fodera vuota, il cavaliere alzò la celata, l’uomo s’imbatté in un paio di occhi nerissimi, che mai in vita sua avrebbe scordato.

Destino beffardo, invero! Aveva promesso ad Hironimo di portargli prigioniero il fratello e invece da questi era stato battuto! Quella peste bubbonica per davvero gli aveva appiccato contro la malasorte!

“Et cussì, sistu un Miani? E qual? El Strùpio (storpio, ndr.)?”, rise il greco-albanese, sperando così di provocarlo ad uccidere, ché Mercurio non aveva intenzione di lasciarsi prendere, no, non da vivo! Anche se non avesse mai più potuto riabbracciare la sua Caterina e la piccola Marietta, almeno loro avrebbero appreso della sua morte onorevole, con la spada in mano, piuttosto di vederlo arrivare a Venezia in catene. “Scommetto che mi vuoi catturare, per chiedere uno scambio e così liberare tuo fratello. Ti manca, nevvero? Vuoi sapere come sta”, infierì malevolo. “Tranquillo, il tuo caro piccolo Hironimo è tratto col massimo rispetto. Certo, mi scalda il letto ogni notte, dovresti vedere come piange quando lo monto da dietro: sembra una fanciulla alla sua prima notte di nozze …” e attese la sfuriata.

Ne rimase deluso: il Miani era invece rimasto in strano silenzio, piegando la bocca in una smorfia inquietante e sempre senza proferire parola avanzò verso di lui. E una volta che l’ebbe sotto di sé, col piede gli premette sulla coscia ferita mentre in sincronia perfetta rigirava la punta della lancia conficcata nella sua spalla, al che Mercurio credette d’impazzire dal dolore, finché il corpo ad esso cedette ed egli non seppe più nulla. Il veneziano solo allora cessò di tormentarlo e allungò un braccio per ghermirlo, quand’ecco che alle sue spalle lo stesso cavaliere che il Bua aveva disarcionato gli gridò:

“Sier Marco, sté zoso!” e lo scatto del meccanismo della balestra fendette l’aria, impiantandosi nel collo dello stradiota che stava per decollare il Miani alle spalle. La sua morte comperò tempo ad un secondo stradiota che approfittando della confusione caricò il veneziano, il quale riparò in fretta e furia balzando in groppa al suo corsiero, perdendo tuttavia Mercurio, prontamente issato da Leka Busicchio che spronò il proprio cavallo alla stregua d’un ciuco, galoppando via rapidissimo.

“Ritirata! Ritirata!”

Dal dispetto, Marco Miani degolò lo stradiota dinanzi  a sé, battendo gli speroni sui fianchi di Eòo onde tallonare quel maledetto e ripigliarselo; purtroppo neppure la nobile bestia riuscì nell’impresa. Certo, i marciani inseguirono fin quasi alle pendici del Montello i nemici sconfitti, catturando ulteriori uomini e cavalli, ma la preda che il patrizio voleva già aveva spiccato il volo, svanendogli da sotto il naso anche a causa del violento temporale scatenatosi e della fitta pioggia che gli ostacolava la visuale e rallentava Eòo a furia di rimpinguare il terreno oramai saturo.

“Sier Marco”, lo richiamò Giovanni Paleologo, fermandosi dinanzi l’entrata della selva, “dobbiamo rientrare a Treviso. Che siano i contadini lì nascosti a finirli!”

Un’implosione di collera bruciò nel petto di Marco, il quale aprì la bocca in un ruggito nato muto, maledicendo il Bua, i franco-imperiali e tutta quella razza bastarda d’invasori, le dita strette convulsamente all’elsa della spada vinta a Mercurio, che a sua volta l’aveva sottratta ad Hironimo, conservandola come trofeo.

“Radunate i vostri uomini assieme ai cavalli e i prigionieri catturati”, istruì egli il Paleologo, lanciando un’ultima occhiata alla fitta vegetazione boschiva: volesse il Cielo che quei dannati s’imbattessero nei contadini, finendo impiccati a testa ingiù come fagiani!

Sotto alle mura di Treviso, Marco individuò ed afferrò il vessillo della compagnia di Mercurio Bua: alla festa della Madonna fra tre giorni, l’avrebbe offerto all’altare della Patrona, nella speranza che gli desse forza e consiglio, che la disperazione e l’ansia per la sorte del suo Momolo non li straziassero più l’anima.

Avrebbe trovato il modo di liberare il suo fratellino, Iddio gli era testimone che l’avrebbe trovato, a qualsiasi costo!

 

***

 

 

Sier Zuam Paulo Gradenigo e i capitani Renzo di Ceri e Vitello Vitelli entrarono ieratici e solenni nel casolare, le espressioni gravi e rammaricate dirette ai prigionieri francesi lì legati e dai visi gonfi di botte, tenuti al guinzaglio da un sornione Michele da Brisighella.

“E cussì xélo questo el modo de parlamentar d’i Franzosi? Atacar drio le spale? Tanto ve rempite ea bocha de parolle chome honor, vertù, cavalaria, et tuto quel che volé, ma a la fine, vuj seti ‘na banda de can sassini, viliachi et pure onti e straonti.” (unti e straunti, ndr.)

“C’est ainsi que vous les Français …”, iniziò a tradurre l’interprete, sennonché Etienne de Toulouse lo interruppe, protestando la sua estraneità all’attacco appena avvenuto.

Purtroppo per lui, le orecchie del provveditore non erano ben disposte a sorbirsi ulteriore francese, intimandogli di zittirsi con un secco gesto.

“Grazie a Domine Iddio e alla Vergine Maria, Treviso si conserva intatta a San Marco: in caso contrario, le vostre sarebbero state le prime teste a cadere!”

I soldati francesi deglutirono alla mimica perfetta del provveditore.

“Ora ascoltatemi bene” e s’avvicinò ad Etienne de Toulouse, annodandogli al collo a mo’ di fazzoletto lo stendardo insanguinato dei gigli di Francia, “uno di voi ritornerà all’accampamento di Montebelluna e riferirà al vostro maresciallo monsignor de la Palice, che se vuole venire qui a Treviso, faccia pure, noialtri non aspettiamo altro. In aggiunta, se vorrà indietro i suoi uomini, monsignore dovrà sborsare doppia taglia per il suo inganno. In questo modo, imparerà a suo danno che con la Signoria non si scherza.”

Al cenno del suo capitano, Michele da Brisighella sciolse i nodi che legavano Etienne dai suoi compagni ed ignorando i disperati richiami di essi, lo spinse via dal casolare.

“E voialtri”, ringhiò minaccioso Gradenigo, “considerate la vostra vita ostaggio della Signoria: pregate la Vergine acciocché il vostro maresciallo s’astenga da altre monade (cazzate, ndr.), perché vi riavrà indietro, sicuro, ma un pezzettino alla volta!”

Detto questo sier Zuam Paulo uscì seguito dai capitani, beandosi della vista, mentre s’avvicinava a galoppo a Treviso, della fila di prigionieri e cavalli condotti all’interno della città. Un quarto dell’intera compagnia del capitano di ventura greoco-albanese -  non male come risultato.

“Il Bua non c’è”, commentò deluso Renzo di Ceri, storcendo la bocca. “Su questo punto abbiamo fallito.”

Vitello Vitelli sospirò profondamente. “Bisognava tener conto anche di questa possibilità. I suoi l’avranno difeso strenuamente, pur d’evitargli la cattura!”

“Per quanto sia frustrante, qualcosa abbiamo ottenuto”, ribatté Gradenigo e all’occhiata inquisitiva degli altri due, spiegò: “Oggi abbiamo inculcato al terribile Mercurio Bua del sano e mai abbastanza timor di Dio. Non oserà più questi colpi, non con noi, non qui a Treviso, poiché sa che sotto le nostre mura l’attende solo la morte. E senza i suoi slanci arditi e imprevedibili, La Palice non potrà più - tatticamente parlando - sorprenderci.”

 

***



 

Mentre i suoi comandanti discutevano le prossime mosse e valutavano il bilancio della giornata, acciocché al Senato arrivasse il miglior rapporto, a Treviso si respirava aria di festa: la vittoria sui franco-imperiali aveva disteso il clima di tensione e attesa, ringalluzzendo i suoi difensori e la certezza di scacciare gli invasori in via definitiva dalla Marca non appariva più un miraggio. Terminate di scrivere le lettere e inviatele a Venezia, anche i magistrati e funzionari palatini finalmente poterono tirare un lungo sospiro di sollievo e sier Lunardo Zustignan commentò malizioso tra i vari brindisi celebrativi come il suo collega sier Zuam Paulo Gradenigo fosse corso fin troppo speditamente dalla moglie; lode al suo intuito, ché madona Maria Malipiero Gradenigo sul serio l’aspettava impaziente, pronta a ricevere il marito onde coccolarselo ben bene, con tutti i crismi.

Gli stradioti di Teodoro Clada e Giovanni Paleologo in particolare vennero sommamente laudati e accarezzati, felici d’essere al centro dell’attenzione e descrivendo in un misto tra greco e veneziano la battaglia agli avidi ascoltatori, ovviamente infarcendo i dettagli in modo d’apparire ancor più valenti. Fissato su di una picca l’elmo di Mercurio Bua, lo esibivano orgogliosi alla folla euforica e stupefatta.

Anche i bombardieri ovviamente avevano da dire la loro, specie i più giovani e celibi che mimavano alle impressionate ragazze ogni dettaglio dell’impallinamento del nemico, sperando d’ottenere sul momento almeno una carezza o un bacio a mo’ di complimento, se altro era troppo domandare.

Ad un certo punto, e col beneplacito del podestà sier Andrea Donado “dalle Rose”, ad ogni piazza si radunava gente a festeggiare, ballando e bevendo di buon animo (vino rigorosamente assai annacquato), cogli stradioti che animavano la festa con le loro danze vorticose, le braccia tese come ali d’uccello e schioccando le dita roteavano in cerchi sempre più stretti. Per rendere il tutto più difficile e spettacolare, si ruppe qualche boccale e il ballerino, con in testa a sua volta una piccola brocca, evitava agilmente i cocci pur non alterando alcun passo di quel ballo accompagnato dal battito di mani dei suoi compagni e le vivaci melodie delle loro terre lontane.

Nella casa dei Cimavin vigeva simile clima festoso, in particolare il ritorno di sier Marco Miani e sier Marco Contarini; immediatamente, i due uomini vennero acciuffati dalle donne e costretti al bagno, non gradendo le delicate nari femminili l’odore di sangue, terra e sudore che si portavano appresso. E se Marco Miani aveva avuto la fortuna d’appartenere esclusivamente a madona Helena Spandolin Miani e pertanto solo lei aveva ogni sacrosanto diritto di spogliarlo e gestirselo a suo piacimento, ecco che invece Marco Contarini, reo d’esser celibe, finì nelle grinfie delle sornione madona Felicita e Màlgari, convenientemente sorde e cieche alle vive proteste degli uomini di casa.

“Hastu proprio da nettarlo ti?”, s’oppose Donado, assistendo impotente al volo dei pezzi d’armatura, sciolti con sospettosa maestria da parte della moglie. Tale era il suo disagio, che neanche più pretendeva di parlar distinto in presenza del patrizio veneziano, dando a Felicita del tu.

“Zò, caritade christiana!”, si giustificò impunita la giovane donna, liberando un paonazzo Marco Contarini dall’usbergo. “Curar i amalati et i feriti, el gh’ha dito Nuostro Missier Domine Jesu! E mi sun bona cristiana.”

“Sì, sì, ma fé attension che no te me devegni anca santa, co tuta sta devosion!”, e sollevando maligno il sopracciglio, aggiunse: “Fusse stà missier Marco un vecio scorfano [3], lo gh’avarestu nettà uguale?”

Felicita schioccò la lingua in dispetto. “Aria, sior màmara!” (babbuino, ndr.)

“A mi?”, trillò indignato Donado.

“A ti!”, confermò inclemente la giovane donna, mulinando le braccia come se stesse scacciando le galline dal pollaio. “Aria, che gh’ho da nettar el sier Marco, ch’el me se giassa tutto!”

Il povero mugnaio boccheggiò simil pesce fuor d’acqua – rimanendo in tema di scorfani – cercando furiosamente d’appigliarsi ad un qualsiasi argomento per ribattere a tanta sfacciataggine, sennonché suo padre Jacopo Cimavin il Vecchio lo cinse per le spalle e con delicatezza lo portò sulla panca davanti casa, godendosi il timido sole sbucato a temporale terminato. “Caro el mio toxo (ragazzo, ndr.), ti no te capissi gnente de’ femene: co xéle in pì de do in una camara, ti no te parlamenti, ti te fuzi e anca lesto!”

Donado, infelice all’eventualità di tal malefico gineceo in casa sua, s’augurò di generare solo figli maschi. In ogni modo quella sera, sotto le lenzuola, ben si sarebbe adoperato a rimarcare il territorio.

“A drèta, un fià pì a drèta!” (destra, ndr.)

“An, che bele spale!”

“Ah, che forte schena!”

“Che fianchi streti!”

“Patron, feve vardar le vuostre bele gambe!”

“Le vuostre cosse (cosce, ndr.) lisse!”

“La camisia, patron! Via la camisia!”

“Per metar l’oggio (olio, ndr.) in la macaura (livido, ndr.) a besogna cavarla de dosso!”

“Gran mercé? Coss’elo sto parlar da sbisào (plebeo, ndr.)?”, inquisirono in coro i due Cimavin, girando ambedue di scatto le teste all’udir quei commenti e fischi d’apprezzamento da soldataglia infoiata. E d’accordo dover sopportare le donne che ci scelgono, ragionò il pater familias, ma adesso esser pure preso d’assalto dalle vogliose vicine? Passi per le vedove, però le nubili? Le maritate? O tempora o mores!  “Coss’ele ste sporcarie da bordello?”, s’alzò bellicoso dalla panca, pronto a difendere l’irreprensibile  mos maiorum di casa sua.

L’arrivo dei due patrizi non era stato un affare privato, nossignore. Notando il loro aspetto scarmigliato e i capelli arruffati e sudati, le donne avevano colto l’occasione per appostarsi alla finestra e costì godersi lo spettacolo di un bel giovine ignudo. E ovviamente, mica si chiudeva, la finestra!

“Molighe (basta, ndr.), rassa de betòneghe!” (pettegole, ndr.), si sbracciò indignato Donado. “No ghe xé gnente da vardar!”

Una valanga d’insulti sommerse padre e figlio: “Via, via, che vuj do seti zà maridai!” (sposati, ndr.)

Pene perso!”

“Un pochetto de flemma, patrona, mi saria anca védoo!”

“Varé là, munèr, ti te sé pur vecio, bruto e teo gh’ha fiapo!”

“A mi?”, s’accalorò sdegnato Jacopo il Vecchio, e levando in alto l’avambraccio, le sfidò: “Mi lo gh’ho pì duro di quel puto; se volé pinciàr (scopare, ndr.) co un vero omo, vegnite suso in camara, horra, e vedarem, siore patrone, se xélo o no fiapo!” e le donne gli risero dietro ancor più forte e pure una gli scoccò un bacio al volo. Il pater familias allora accettò la sfida e si mise a correre bramoso dietro la più grassottella, una vedova il cui sedere alto e sodo gli provocava gravi turbe esistenziali, e questa tra grandi sgonnellamenti stette al gioco, cinguettando ilare.

Dinanzi a sì poco decoroso spettacolo, il povero Donado si coprì sconsolato la faccia con una mano e Marco Contarini, approfittando della confusione, agguantò un telo di lino e uscì di corsa dalla vasca, ritirandosi nella sicurezza di camera sua.

Soltanto l’inaspettato arrivo del podestà sier Andrea Donado riportò la calma, proprio ora che Jacopo aveva ghermito la sua vedovella -  guastafeste inopportuno!

“El mio nezzo, xélo in caxa?”

“Siorsì!”, esclamò esasperato Donado. “Et Lustrissimo, Zelenza, de bona grassia, tolévelo con vu!”

Ed era ciò che il podestà aveva ogni intenzione di fare, fumando infatti di dispetto a causa della disobbedienza di quel ragazzaccio: sua sorella, madona Alba Donado Contarini, gli aveva scritto lunghe lettere in cui gli raccomandava il figlio, che lo tenesse lontano dallo scontro diretto e in generale da ogni pericolo. E non solo quel disgraziato non si era recato al torrione di San Marco come ordinatogli, ma perfino s’era accodato a sier Marco Miani, i due fratelli da Riva e gli stradioti per la sortita fuori dalle mura! Non pago, pure aveva tentato d’attaccare Mercurio Bua! Se sier Marco Miani non l’avesse intercettato, a quest’ora altro che star dentro una tinozza! In una bara! E chi lo comunicava poi ad Alba? Meglio la morte, piuttosto …

Basta, volente o nolente, quel gaglioffo l’avrebbe seguito a casa sua!

Poaro illuso, ridacchiò sorniona madona Felicita, indicandogli la strada e mentre inviava Màlgari a stendere i panni.

Ad attendere la fanciulla c’era per sua somma gioia Cabriel, che la sorprese cingendole la vita da dietro e schioccandole un sonoro bacio sulla nuca.

“E jo? No te me netti? Mi gero al bastion de San Bortolo, no sastu? Varda, chome sun’onto!”, scherzò, mostrando il viso effettivamente brunito dal fumo della polvere da sparo.

Imbevendo un panno d’acqua, Màlgari gli ripulì via la sporcizia, approfittandone anche per accarezzargli le guance. “Co te parli col sior mio pare et co el dise che sì, che podemo darghece ea man (sposarci, ndr.), caro ti, vedaré chome te lavo tuto …”, e arricciò la boccuccia scaltramente civettuola.

Cabriel, sentendosi audace, la trascinò a sé e l’accomodò sulle sue ginocchia. “Ancha sença camisia?”

Le piccole e forti dita curiose di Màlgari scesero rapide e dispettose all’inguine del ragazzo, che trasalì dalla sorpresa, per poi imbronciarsi. “Sovratuto sença la camisia”, gli soffiò sulle labbra, baciandoselo con gusto.

D’umor totalmente opposto invece sguazzava sier Marco Miani, che sua moglie madona Helena Spandolin Miani trovò seduto su di una sedia a fissar il vuoto, ancora vestito di tutto punto e la spada del fratello ben stretta tra le mani. Appena appena quest’ultime e il viso si era pulito, forse per nascondere il rossore dei suoi occhi.

“Méli mou”, s’inginocchiò la giovane donna davanti al marito, scorrendo la mano sui folti ricci sudati.

“Lo avevo in pugno”, mormorò roco Marco in greco, i muscoli facciali contratti. “Lo avevo in pugno e mi è scappato. Tutti gli sforzi di sier Zuam Paulo, tutto … tutto inutile. Quel tanghero è ancora in circolazione e … e Momolo ancora suo prigioniero”, abbassò il capo contrito ed espirò affranto.

Rivedeva ogni istante, scena per scena, l’intera battaglia dall’apertura di Porta Santi Quaranta alla carica contro il nemico; di come Mercurio Bua aveva disarcionato Marco Contarini e di come, contrariamente ad ogni buon senso, invece di catturarlo lo stava per impirare. Ricordò il salvataggio dell’amico d’Hironimo, del suo personale duello brutale col Bua e soprattutto del salvifico intervento del pugnale berbero, un dono di nozze da parte del cugino Andrea Morexini.

Notando lo sguardo perso di Marco, Helena si pose con determinazione in piedi e, tolta di mano la spada dal marito, lo costrinse ad imitarla, armeggiando a levargli l’armatura. “Io la guerra la conosco solo tramite mio padre e i miei fratelli”, esordì, alludendo al cavaliere Dimitri Spandolin e i di lui figli Alessandro, Giorgio e Teodoro. “E similmente ad essa, conosco Merkourious Buas Spatas solo tramite i loro racconti e quelli di sua moglie Aikaterinī e ti assicuro che egli è molte cose, troppe cose, ma non uno stolto inutilmente sanguinario. Hieronymos è troppo prezioso per i suoi scopi, per torcergli anche solo un capello!”

“Neanche ti voglio ripetere ciò che m’ha confessato!”, ritorse di rimando Marco, imporporandosi di disgusto. “Le … le porcherie cui lo sottopone!”

Helena aggrottò scettica la fronte. “E tu così poca fiducia hai in Hieronymos, quel terremoto di tuo fratello che quando s’arrabbia tutta Rialto trema? Proprio tuo fratello che partecipa di nascosto alla Guerra dei Pugni? Pensi sul serio che si lascerebbe” e qui la greca stessa ebbe qualche difficoltà a scegliere la parola, “oltraggiare da uno come Merkourious Buas? Se quello sprovveduto gli si dovesse anche solo avvicinare con intenzioni poco caste, stai sicuro che la povera Aikaterinī si ritroverà  vedova col marito vivo!”

Un debole sorriso s’increspò sulla bocca di Marco.

“Méli mou, sotto certi aspetti, è stato meglio così: se tu avessi catturato Merkourious Buas, la sorte d’Hieronymos sarebbe divenuta ancor più oscura. La Signoria avrebbe spedito il capitano alla Torresella o alle Novissime, sorvegliato a vista fino alla fine del conflitto, senza accettare alcun riscatto né scambio. E dunque? Che ne sarebbe stato d’Hieronymos? Lo avrebbero deportato o in Alemagna o in Francia, come successo al padre e al fratello di Markos. Allora sì, che non l’avresti forse mai più rivisto. Ma, fintanto che sta col Buas, sussiste sempre la possibilità che Hieronymos riesca a fuggire o che noi riusciamo a salvarlo, in particolare … ”

“… quando si accamperanno qui per assediare Treviso”, incominciava a capire Marco dove la moglie stesse andando a parare. “Mercurio non si fiderà di lasciare Momolo a Montebelluna, lo costringerà a seguirlo. Sarà lui stesso a riportarcelo indietro.

“Esatto”, convenne Helena, trafficando cogli ultimi lacci. “E conoscendo il provveditore generale, mentre i franco-imperiali saranno impegnati a bombardarci, di sicuro invierà alle loro spalle un contingente di stradioti per far razzia del loro accampamento, rubando armi, munizioni, cibo e liberando i nostri soldati.”

“Mi proporrò volontario d’affiancare i comandanti Peleologi o chiunque sier Zuam Paulo vorrà nominare per quella spedizione”, decise Marco, rincuorato da quella prospettiva e già sentendosi rifiatare, ripromettendosi che in quell’occasione avrebbe raggiunto il suo obiettivo.

Strinse forte al petto l’adorata moglie, la sua colonna portante nonostante le recenti increspature nel loro matrimonio, dovute purtroppo al mal consiglio dell’orgoglio e della guerra.

“Se soltanto fossi nata uomo”, le sussurrò pieno d’ammirazione, inalando quel caro odore di gelsomino con cui ella si profumava le trecce nere, “che comandante degli stradioti saresti stata!”

“Avrei riconquistato Costantinopoli”, stette Helena allo scherzo, ponendo piccoli baci al giugulo del marito, vezzeggiando lieve la pelle salata con la punta della lingua. Sorrise compiaciuta al fremere involontario di Marco, all’eco del suo respiro già più profondo e irregolare, sebbene dal modo in cui stringeva le labbra ella intuiva come si stesse trattenendo, forse non reputando il momento adatto, non quando ancora sussistevano gravi questioni da regolare.

Beh, oramai il crepuscolo era sceso e fra tre ore sarebbe scattato il coprifuoco, inflessibile anche in quel clima di vittoriosa festa. A che pro scervellarsi, cavandosi il giusto ristoro? Ogni giorno ha la sua croce, si legge nei Vangeli, verità assodata e assoluta. La guerra ci sarebbe stata anche l’indomani, così come le lunghe discussioni su strategie, rifornimenti, lavori di rinforzamento della città … tutte cose che avrebbero totalmente assorbito suo marito, addirittura sottraendoglielo per sempre (Dio la scampasse da tale fato orribile!). Dunque, che non le si negassero quelle poche ore assieme, non quando il suo Marco era lì con lei, vivo, di carne e sangue, i muscoli delle forti braccia guizzanti sotto i suoi polpastrelli, pronti all’azione e al contempo dominati in rispettosa attesa.

“Però, che triste sorte sarebbe stata la tua”, ronronnò, sostituendo le unghie ai polpastrelli, piano e senza fretta, che ogni terminazione nervosa di lui la percepisse.

“La mia?”

Helena abbassò languida le palpebre, schiudendo appena la bocca quel tanto da lasciar intravedere la lingua che fece scorrere pensierosa sui denti. Si puntellò sui piedi, cingendo il marito con un braccio e con l’altra disegnando strani arabeschi sul suo petto nudo. “Sì, la tua. Se io fossi stata maschio, non avresti potuto certo …” e s’interruppe, scoccando un’occhiata birbante a Marco, per poi sciogliersi via troppo in fretta per i gusti dell’uomo, che rapido si premurò di riacchiapparla.

“Non avrei cosa?”

“Ah, niente!”, fece la greca con noncuranza, controllando la temperatura dell’acqua, che ancora fosse calda.

Marco strinse gli occhi, lasciando cadere le braccia mollemente ai fianchi e avvicinandosele tuttavia felino, predatorio. “Niente?”, ripeté in un soffio, appoggiandosi a lei appena appena da dietro, acciocché ella sentisse la sua presenza senza però sentirsi oppressa.

“Ecco, fossi stata uomo, non avresti di certo avuto una moglie che ti ricorda, signore caro, come bisogna lavarsi quando si ritorna a casa più lercio d’un villano il giorno dell’aratura!” , ridacchiò, per poi lanciare un gridolino quando, inattese, avvertì le mani di Marco intrufolarsi abili sotto le sue sottane, cercando, tastando e conquistando il suo premio più ambito.

“E io pensavo perché non avrei goduto di questa!”

“Ah, non mi dire! Credevo …”, Helena deglutì, mordendosi le labbra ché tali soddisfazioni non gliele avrebbe date, non subito almeno. “Credevo che a … ah! … a s-sua magnificenza non … non garbasse più …”

“Sbagliatissimo” e con un gesto deciso Marco cessò la sua dolce tortura, portandola delicatamente ad appoggiare la testa sulla sua spalla e costì baciarla tra sospiri e furtivi incontri delle loro lingue, intanto che l’altra mano scivolava pigra e liberava la moglie dall’intrigo dei vestiti.

Fingendo ritrosia, Helena provò a sciogliersi per ondulare invece bene il sedere sull’inguine di Marco, i cui movimenti divennero un buffo connubio d’impazienza e voglia di gustarsi il gioco, contraddizione che divertì assai la moglie, che ne approfittò spudoratamente.

“Sul serio”, si lamentò, accomiatandosi dai vari pezzi del suo abito scivolati uno dopo l’altro in un gran fruscio ai suoi piedi. “L’acqua si sfredda e … e poi unto come sei … mi sporchi, dai …”

Marco allora la sciolse dal suo abbraccio e tenendola per mano, la invitò a girarsi verso di lui. “Pazienza”, sentenziò egli, portando le sue mani ai fianchi di lei e abbassandosi un poco. “Vorrà dire che ti laverò io, se ti sporco”, la rassicurò e in un battibaleno Helena si ritrovò issata in braccio al marito, le gambe penzoloni sulle sue spalle.

Rise di quella prova di forza, mentre si lasciavano ricadere sul letto; sotto quell’aspetto il suo uomo non era cambiato dal giovane ventitreenne che l’aveva impalmata sette anni addietro.

“Mi laverai come fa il gatto?”, lo pungolò perfidamente giocosa.

“Come fa il gatto. Anzi”, le descrisse pigramente Marco, le dita che le scorrevano dal ginocchio lungo l’interno della coscia, dilettandosi a fine corsa a dar tormento alla rosea boccuccia con cui intendeva intensamente dialogare. “Anzi, come un grande …”, scivolò in basso, “… grosso …”, le sorrise birichino, “ … pasciuto gatto …”, leccò e baciò il palmo della mano che Helena gli scorse tra i capelli, suggendole le dita a guisa d’infante, “… soddisfatto e satollo di quella povera passerotta che s’è ingoiato …”

Uno sbuffo divertito fuoriuscì dal petto della donna, tuttavia teso e fremente d’anticipazione. “Sfacciato melenso!”, lo rimproverò falsamente altezzosa.

Marco non replicò, limitandosi a sorriderle carnivoro, lingua e denti ben in mostra e con quella zazzera scarmigliata più che ad un gatto ricordava il leone del suo omonimo santo. Che la mojer obiettasse quanto volesse, una volta partito alla carica e messosi all’opera quant’era vero che il sole sorge ad est, l’ultima parola l’avrebbe avuta lui.

 

***

 

 

“Altolà! Chi vive?”

“Zente in fede di San Marco!”

A mezzogiorno dell’indomani, 6 settembre, a Porta San Tomaso si presentarono alle sentinelle di guardia i prigionieri marciani fuggiti da Montebelluna, seminudi e talmente inzaccherati di fango che parevano dei saraceni. A guidarli c’era Vio, il più giovane degli esploratori delle truppe veneziane sin dai tempi della Guerra del Cadore [4], suo fratello Bernardin da lui liberato, nonché i due stradioti Teodoro Madalo e Nicola Cazantachi, più quattro cavalli rubati.

“Verzé la porta!”

Giubilando felici, chiaro segno della fine delle loro peripezie, i fuggitivi entrarono di corsa dentro, prontamente accolti dai compagni assai contenti di rivederli.

“Teodoro!”, esclamò uno stradiota, correndogli incontro e abbracciandolo con foga, arruffandogli poi i capelli. “Gran figlio di puttana … che poi sarebbe anche mia madre. Come diavolo hai fatto?”

Spintonandolo scherzoso, Madalo spiegò brevemente al fratello: “Ringrazia il capitano Domenico di Modone e quello scricciolo laggiù”, indicò Vio che litigava paonazzo in volto col fratello a causa della sua narrativa boccaccesca circa la loro fuga, con tanto di mimesi esplicativa per il gran sollazzo dei soldati che se la ridevano alla grossa. “Quello là ha dimostrato di possedere un paio di coglioni che non si trovano facilmente oggidì!”

“Et po’ el se gh’ha alsà le cottole et …”

“Molighe o te squarto!”

“In ogni modo sei libero e questo è ciò che conta!”, disse Giorgio Madalo, “Anche se … anche se vorrei che Zilio ti avesse seguito …”

Teodoro gli appoggiò fermamente una mano sulla spalla. “Ritornerà con noi, vedrai!”

“Oooooh … te plé trè dur! …”

“Argh! Simia (scimmia, ndr.) maladeta, te me la pagharé!”

La piccola bolla di buonumore non durò a lungo: appena saputo dell’arrivo dei fuggitivi, essi immediatamente vennero convocati a Palazzo dei Trecento onde riferire al provveditore generale quanto visto e udito, il tutto tra un vorace boccone di gallina bollita, carote, sedano, pane e vino saporito.

Guardandoli ingozzarsi incuranti di chicchessia, sier Zuam Paulo appurò quanto a corto di rifornimenti si trovassero i franco-imperiali.

Da loro Gradenigo apprese come La Palice fosse partito per Vicenza per portare al campo i cannoni promessi da Giovanni Gonzaga, giacché, malgrado le smargiassate del governatore di Milano, la rotta di Marostica li aveva assai danneggiati; dell’Imperatore si disperava l’arrivo, però si diceva che tosto sarebbe arrivato al campo un vescovo -  il nome purtroppo non sapevano riferirlo però suonava francese - nonché il conte Gianfrancesco di Gambara – quel can traidor brexiano!, ruggirono i patrizi al sentirlo nominare – appunto grande sostenitore di Maximilian, da lui molto probabilmente inviato per farne (forse) momentaneamente le veci. Il pane scarseggiava, era duro e nero peggio del carbone; il vino sapeva d’aceto e si faceva la fame, i capitani avevano ricevuto pertanto l’ordine d’impiccare chiunque tentasse di oltrepassare il Piave per far razzia o disertare direttamente. I francesi e i tedeschi poco si fidavano l’un l’altro ponendo per sicurezza mezzo miglio di distanza tra i loro accampamenti e ciononostante, le baruffe e gli assalti notturni per rubare restavano all’ordine del giorno.

“E dil Bua?”

Ingoiando a viva forza il boccone troppo grande, a rispondergli fu Teodoro Madalo. “Ho visto i suoi uomini trasportarlo in barella, ma se per fargli il funerale o lenire la sofferenza delle ferite, non saprei dire.”

“E mio fratello?”, l’incalzò Marco Miani. “L’hai visto?”

Lo stradiota scosse il capo. “Il capitano Mercurio lo tiene nel suo padiglione personale, segregato e isolato dagli altri prigionieri. Da quel che ho compreso, neanche i suoi sottoposti possono avvicinarsi a lui né tantomeno parlargli”, gli spiegò contrito, dispiacendosi per la pena dell’uomo.

Sier Zuam Paulo Gradenigo s’accarezzò il mento, cogitando a lungo su quanto udito. Bisognava rallentare il ritorno di La Palice a Montebelluna, forse distruggendo il ponte di Bassano?

E se invece il francese avesse avuto intenzione di deviare direttamente a Treviso, magari portando seco il Gonzaga?

Alzatosi in piedi e ringraziati i fuggitivi, lasciandoli adesso tranquilli a godersi il meritato pasto, l’uomo si diresse assieme ai colleghi verso il Ponte de Pria, là dove scorreva l’acqua vorticosa.

“La chiusa è davvero pronta? Così come il partidor?”

“Siorsì”, rispose il podestà sier Andrea Donado, desideroso di distrarsi a seguito dell’ennesimo rifiuto del nipote di seguirlo a casa sua, anche dopo la sfuriata con cui l’aveva subissato.  

“Ottimo!”, asserì entusiasta il provveditore, studiando i mille intorcolamenti dell’acqua e i giochi delle alghe. “Ho intenzione di far deviare il corso dell’acqua fino a un miglio da Porta San Tomaso, così d’allagare la campagna circostante tra detta porta fino a quella di Santi Quaranta. E che la si faccia scorrere per due giorni consecutivi, in tal modo la terra s’imbomberà e al nemico non resterà che piangere sotto le mura di Trevixo!”

A meno che i francesi non si fossero infatti trasformati nelle rane da loro tanto apprezzate, sier Zuam Paulo Gradenigo dubitava fortemente nella loro capacità d’accamparsi o più in generale di muoversi nell’immenso acquitrino che Treviso si stava per trasformare.

 

***

 

 

Un attimo.

Un solo, fottutissimo attimo in cui Hironimo aveva chiuso gli occhi, stravolto dal sonno di una veglia forzata e dall’ansia provocatagli  dall’eco distante dei cannoni (dunque invero avevano attaccato Treviso?) ed ecco che Thomà era sparito dal suo giaciglio di paglia e stracci. Abituati infatti a dormire oramai uno incastrato all’altro onde tenersi caldi e scacciar via la fredda sensazione d’umido alle ossa, il giovane Miani aveva percepito a livello tattile quella scomparsa prima ancora della sua realizzazione logica.  

Balzando di scatto seduto, il patrizio si era messo a carponi, scostando la tenda e aguzzando la vista alla ricerca della figuretta del bambino, spingendosi a gattoni fin quanto la catena attaccata al palo glielo permetteva e anche quando ebbe raggiunto la massima tensione egli tentò di proseguire oltre, stringendo i denti al dolore al collo e all’aria mancante.

“Thomà!”, gracchiò apprensivo, la mente che elaborava ogni sorta di scenario, uno più orribile dell’altro sulla sorte del piccino. Che glielo avessero sottratto nel sonno? Che fosse morto a sua insaputa? Hironimo a quel punto contemplò di chiamare Zilio, il loro personale can da guardia, onde raccogliere maggiori informazioni, ma all’ultimo desistette: quello scimunito d’un energumeno manco gli portava loro da mangiare, figurarsi se gliene importava alcunché della loro salute. “Thomà!”, l’appellò in affanno. “Thomà!”

“Sssssh, patron! Sté chieto chome un sorzetto, sennò el gato ce magna!”

A quelle paroline accorte e sussurrate, il patrizio veneziano si voltò rapidamente, tirando un gran sospiro di sollievo e strisciando nel suo angolino là dove Thomà lo attendeva, il lembo inferiore della camicia levato su a mo’ d’involto. Per il resto era grigio di fango più d’un maiale nel suo accogliente porcile.

“Da dove sbuchi?”

“Da là zoso!” e il bambino indicò la buca che aveva scavato sotto la tenda, approfittando del dislivello che la terra, ricolma d’acqua non smaltita, aveva creato. Ecco dunque spiegato il suo aspetto a dir poco selvaggio.

Inoltre, tirò fuori dalla paglia un osso di pollo, l’unica carne che avevano visto in più di una settimana e che Hironimo l’aveva ceduta ad un Thomà sbavante dalla fame, e che il fantolino aveva con pazienza appuntito, sfregandolo ironicamente sulla palla di cannone che pendeva dal collare del patrizio. In questo modo, sega un giorno sega l’altro e ovviamente agevolato da un’ottima conoscenza dei nodi, egli aveva tagliato la corda che lo legava alla caviglia, giacché Mercurio Bua più di tanto non s’era curato di prevenire un’eventuale sua fuga.

“Sei scappato?”

“Siorsì.”

“E tornato indietro?”

“Sior patron, el campo xé pieno de soldai, ‘ndove voleu che fugga? El me van suito zaffar!” (subito acciuffare, ndr.), giustificò Thomà la, a suo parere, insensata obiezione del giovane Miani, la cui attenzione venne catturata dal fagotto stretto al petto del bambino.

“Cos’è?”

“Dil pan, patron.”

“Rubato?”

Thomà gonfiò le guance di dispetto, fulminando il patrizio. “El xé pan di Samarco, sior patron”, sibilò iroso, “sti cancari todeschi et franzosi lo gh’han robado a nuialtri.”

“An, così ti sei risarcito?”, replicò aspro Hironimo, più per la paura di un eventuale e crudele castigo nei confronti del bambino se beccato, che per il furto di per sé. “No sastu, caro ti, cosa fanno ai puti che rubano?”

Al che Thomà, terminato d’ascoltare la ramanzina in rancoroso silenzio e scarlatto in volto, scattò in piedi e alzò battagliero il mento onde apparire più grande e minaccioso, i pugni stretti convulsamente tra di loro e i denti ben esposti in una smorfia ferina. “Sì, patron, lo sciò cossa fan a li puti che roban e anca a quei ch’i no fan gnente! L’gh’ho ben visto mi a Feltre co i todeschi et  tajani (italiani, ndr.) [5] ce massacravan tuti! Saveu per dasseno cossa i fan? I nuj fan le sporcarie, i nuj taja a pezzi, i nuj dan in pasto a li cani! Par eli, semo zogàtoli!”, strillò, le vene del collo ingrossate e gli occhi sempre più umidi.

“El mio fradelino, el no gh’avea un anno ancora, i todeschi el gh’han ciapà per un pie di la cuna e l’gh’han fracassà el cranio sul muro! La mia siora mare e le mie sorele tute vergognate, anca quee menori de mi! La Gegia mia sorea, la gera ‘na puta de sie anni e la gh’han trattà de putana, a turno, ea xé morta cussì, lo stomego a tochi, pissando sangue!”, ingollò aria, nettandosi via stizzito le lacrime.

“Il mio sior pare e i mii fradei brusai vivi, perhò prima i soldai i gh’han tajà via le récie (orecchie, ndr.), ea napia (naso, ndr) e le man! Et zò, co la spartidora (sega, ndr.) dil mio sior pare!”

Dai piccoli indizi sparsi di qua e di là nei discorsi di Thomà, un sempre più basito Hironimo aveva appreso come suo padre dovesse aver esercitato la professione di falegname.

“La poara siora mia nonna, la gh’han taja en tochi, perché la gera massa vecia per i soldai! Depo’ i todeschi gh’han ordenà a li cani: Fresstir, fresstir! [6a] E sì, i can se gh’han ben nutrio di le buele di la siora mia nonna! E vuj, sior patron, me dite horra ch’el no xé justo robar a sti cancari el pan? TUTO LHORO I ME GH’HAN ROBADO! Anca l’anima, ché i me volean copar, i ridevano – per cossa, po’? Lustiche bube [6b], i ridevan, et i ridevan! Ah sì?, digo mi, voleu rider siori patroni? El todescho, mi l’gh’ho morsegà a la gola, tragando sangue azò crepasse mal!” e mostrandogli le mani, proseguì febbrilmente: “Mi sun corrotto, sior patron, cossa voleu che sia robar co gh’ho amazzà un omo? Gnanca in Paradiso per colpa lhoro andrò, perché sun dannato! Perhò”, e singhiozzò, il viso rigato di pingui lacrime che più Thomà si sforzava d’asciugare più copiose scendevano, “perhò sior patron no me pento, se podessi – oh se solum podessi! – de novo lo farave, et tuto, tuto!, i roberei a sti cani, sti sassini, sti baroni maladeti, i strupiaria, i strazzeria coi denti, i tormentaria, i faria le pèzori cosse! A Domine Idio gh’ho dimandà: Pare Nuostro che Vui seti in Cel, se non poté darme l’assoluçion, se non poté fulminar i todeschi, almancho la vendeta, de grassia, concedetemela! Cussì moro contento!” e nascondendo il viso tra i palmi delle mani pianse amaramente, le esili spalle sconquassate mentre disperati gemiti si mischiavano ai singulti.

Un bruciante groppo in gola impedì ad Hironimo di replicare alcunché, serratosi a guisa d’un cappio man mano che il bambino proseguiva nella sua angosciosa confessione, il respiro mozzato e il labbro inferiore tremante similmente all’intero suo corpo, quasi l’avesse ghermito la febbre quartana. Senza accorgersene più volte aveva sbattuto furiosamente le palpebre, la vista offuscata da lacrime figlie della collera, della tristezza e dell’orrore: a quelle infernali descrizioni la sua immaginazione aveva crudelmente scambiato gli sconosciuti volti della famiglia di Thomà alla sua, figurandosi la madre Leonora tagliata a pezzi e divorata dai cani, le nipoti Dionora, Ina e la cognata Helena brutalmente stuprate fino all’assassinio; i suoi fratelli Lucha, Carlo e Marco, i nipotini Gasparo e Zanzi mutilati e poi bruciati vivi, il neonato Scipio lanciato contro il muro, imbrattandolo con le sue cervella. Fosse accaduta una cosa simile a lui, avesse Hironimo assistito a quel massacro di certo sarebbe impazzito dal dolore e sì, sì avrebbe cercato vendetta ad ogni costo, anche a discapito della sua vita, ma …

… ma niente ciò li sarebbe mai accaduto. Non a loro, nel bene e nel male.

Hironimo realizzò d’un tratto quanto fosse stato fino a quel momento un privilegiato, un intoccabile e per di più padrone della sua vita. Tranne per i doveri a lui richiesti dalla Signoria, ogni sua azione e decisione era stato il frutto della sua volontà, di una sua scelta. E lui aveva scelto d’abbracciare la guerra allo mero scopo d’avanzar di carriera, di gloriarsi d’onori, cieco della disperazione di chi volente o nolente la subiva, di chi era più che sacrificabile ai “grandi scopi” dei rispettivi governi.

Adesso comprendeva.

Antropocentrismo … humanitas … l’uomo libero e padrone della sua esistenza … cura benevola tra i propri simili … sì, certo! Se si era patrizi, duchi, conti, principi, re ed imperatori allora sì che tutto ruotava attorno a loro, sovrani indiscussi dell’universo e perfino sopra Dio!

Ma gli altri? La gente comune?

Non erano anche loro di carne e di sangue? Non avevano anche loro sogni, progetti, talenti, gioie e dolori, non provavano caldo e freddo, non ridevano allo scherzo o piangevano all’affanno o s’adiravano ad un torto?

Utili numeri, utili bestie, meno del fango sotto i calzari, meno di niente.

Quanto a lui, egli non era altro se non un ipocrita che tanto parlava dell’uomo, della sua dignità, della sua anima superiore, della solidarietà umana ma poi non muoveva un dito, malgrado il suo status sociale di privilegiato glielo concedesse, per attuare concretamente le nozioni apprese e di conseguenza portare ad un vero miglioramento, nascondendosi dietro sterili letture e sterili discussioni, cullato e pasciuto in quegli agi ottenuti non per merito suo, adoperandosi però alacremente a raddoppiarli a scapito degli altri.

Hironimo provò un’infinita vergogna verso se stesso.

“Non morirai”, mormorò mestamente, la voce tremante. “Sempre ti proteggerò.”

Thomà tirò su col naso, levandosi un po’ di muco con le dita. “Anca l'Andrea me lo gh’avea promesso. El xé morto lo stesso.”

“Te lo giuro! Vivrò per te, per proteggerti.”

Le braccia gli si mossero di volontà propria e prima che il giovane Miani potesse rendersene conto, ecco che avviluppava un recalcitrante Thomà in un consolante abbraccio, stringendolo a sé forte quasi a dimostrare la serietà di quel giuramento, scostandogli la frangia dagli occhi e asciugandogli le lacrime coi pollici.

“La mama!”, pigolò affranto il fantolino, arrendendosi poco alla volta, le mani artiglianti i lembi del camicione del patrizio. “No la rivedrò mai pì, patron! No scolterò mai pì la sua vose, ni sentirò el calor di soi abrassi, ni le soe cansoni per indormensarme. Zà la soa fazza me la sto desmentegando. El sior cappellan me diseva: ea stà in Paradiso cum Domine Jesus, perhò mi la vojo qui, gh’ho besogno d’ela! El bone Jesu gh’ha la Madona, la Soa Mare, perché me gh’ha da ciapar la mia?”

Come rispondere a tale domanda, quando quindici anni addietro Hironimo ne aveva urlata una non tanto dissimile a Madre, all’ennesimo suo rifiuto di recarsi alla Messa?

Se a questo mondo esiste un dio così egoista e crudele che ruba ai bambini i loro padri, io non lo voglio pregare!

“Quando avevo più o meno la tua età, fu trovato impiccato a Rialto il sior mio Pare. Era morto senza ch’io potessi dirgli quanto l’amassi. Del suo viso, oramai, mi ricordo assai vagamente.”

Thomà sollevò il capo, sbattendo incredulo le ciglia umide: chi l’avrebbe mai immaginato, che l’altero e collerico reggente di Castelnuovo serbasse nel cuore un lutto simile al suo? Lo aveva sempre immaginato fortunato su di ogni fronte!

“Sparirà mai sta doja?”, domandò flebilmente, accoccolandosi al petto del patrizio che non si dava noia del camicione oramai sporco di fango e muco, seguitando al contrario ad accarezzare piano la testa del piccino, cullandolo lievemente e ricambiando la timida stretta della sua manina.

Scomparire? No, il dolore generato da quell’improvviso vuoto non sarebbe mai scomparso, infelice ombra che per sempre l’avrebbe accompagnato per tutta la vita.

“Col tempo, imparerai a conviverci.”

Thomà lo fissò a lungo come alla ricerca d’inganno; non trovatolo, abbozzò ad minuscolo sorriso, una fiammella di speranza ravvivata in quell’oceano di disperazione.

“Se pol disnar horra, patron?”, tentò un debole motto di spirito, arrossendo al gorgoglio del suo stomaco.

Hironimo aprì la bocca per replicare, sennonché fu interrotto da un concitato vociare da fuori il padiglione e l’avvicinarsi di lunghe ombre dietro l’ingresso principale.

“Scòndete!”

“Patron!”

Ma il giovane Miani lo spinse via, al che il bambino, dopo uno sconclusionato girar attorno alla tenda in cerca di un posto sicuro dove celarsi, optò per la cesta delle camice sporche di Mercurio.

“Toh, ecco dunque la famosa concubina del Bua!”, lo salutò beffardamente cortese il marchese di Busseto, Galeazzo Pallavicino, scostando il lenzuolo là dove si vociferava il greco-albanese custodisse il suo prigioniero più gelosamente del sultano con le sue amanti nel Topkapi [7]. “Come sono caduti in basso i patrizi veneziani!”

Hironimo gli sorrise graziosamente velenoso. “Toh, ecco il reggipalle dei francesi!”, cinguettò. “Come sono caduti in basso i nobili milanesi! Come sta il vostro caro parente il signor Giulio? E il suo fratello Galeazzo? Si sta godendo il nuovo titolo di Gran Scudiero?”

“Certo, certo, quasi mi scordavo del vostro insulso umorismo veneziano.”

“Ah, non vi preoccupate, magnifico messere, ho tutto il tempo per rinfrescarvi la memoria!”

Appurando come il dialogo stesse degenerando, il marchese di Pizzighettone, Teodoro Trivulzio, s’intromise in quella tenzone. “Risparmiate le vostre battute di spirito al maresciallo La Palice: appena sarà rientrato da Vicenza, vi trasferiremo alla gabbia vicino al suo padiglione.”

“Mi spiace deludervi, signor marchese, ma io sono prigioniero di Mercurio Bua e dubito che a quest’ultimo faccia piacere non ritrovarmi là dove mi ha lasciato!”

Il marchese di Busseto lo compatì e scosse il capo, intanto che l’altro gli si avvicinava per slegarlo dalla catena. “Non avete appreso l’ultima nuova? Il Bua è morto!”

Un macigno cadde nello stomaco del giovane Miani, rizzandosigli in allarme i capelli dietro la nuca. “Non è vero …” Sul serio il solo desiderio di saperlo morto aveva funzionato? Ma no, ridicolo!

“Mi rincresce contraddirvi, ma così è!”, confermò spiccio il Trivulzio. “A quanto pare, il suo tanto ingegnoso piano l’ha condotto alla morte sotto le mura di Treviso. Di conseguenza, ogni sua avere passa sotto la tutela di monsignor La Palice, prigionieri compresi.”

“Puoah”, grugnì ironico il veneziano, ripigliandosi in fretta dallo sconcerto iniziale. “Insomma, il cadavere del Bua è ancora caldo e voi già siete qui a razziare il suo padiglione? Certo che avete ben appreso le cattive abitudini dei francesi, chapeau!”

Galeazzo Pallavicino lo strattonò in piedi di malagrazia. “Sono contento che conosciate l’idioma francese”, dichiarò a denti stretti, imponendosi la calma e di non cedere alle provocazioni del patrizio. “Vi servirà egregiamente, non appena il maresciallo avrà disposto la vostra deportazione prima a Milano e poi in Francia …”

“… o in Alemagna”, s’intromise una voce alle loro spalle. “Vi ricordo, magnifici messeri, che quest’impresa monsignor La Palice la conduce per conto dell’Imperatore, non del Re di Francia”, ricordò loro il conte Gianfrancesco di Gambara, entrando nella tenda. “Ergo, ogni prigioniero appartiene alla Cesarea Maestà!”

Hironimo scoppiò all’improvviso in una fragorosa risata, costringendo a sé gli sguardi attoniti dei tre nobili, credendolo uscito di senno e non avvedendosi invece di come Thomà fosse anguillato fuori dal padiglione in cerca di Zilio, la cui stolidità era tale che anche da morto avrebbe eseguito gli ordini del Bua e cioè che nessuno s’avvicinasse al suo prigioniero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

*******************************************************************************************

Non mi ricordo in quale romanzo di André Gide lo lessi, però mi colpì quella sua riflessione quando, a seguito dello scampato pericolo di morte, una coppia dalla vita amorosa pari ad un surgelato tutto d’un colpo si ritrovi a far maratone di gambe all’aria, stimolate appunto dall’adrenalina e quel senso di caducità della vita.

Beh, grazie a Gide possiamo dunque capire il perché di tanta euforia a Treviso. Se il Sanudo diceva che a Padova, dopo la sconfitta dei Collegati, c’era gente che si abbracciava e baciava, vuoi che Treviso, famosa per la sua vita gaudente, non fosse da meno? ;)

Inoltre, la scena del Nostro e di Thomà per quanto breve mi ha molto depressa, quella dell’attacco mi ha sfinita e perciò volevo inserire all’ultimo un qualcosa di rilassante e divertente da scrivere. La vita d’altronde è fatta così, Eros e Thanatos non devono essere letti in chiave prettamente tragica e romantica …

Comunque, non ho esagerato riguardo all’orribile sacco di Feltre del 1510 né alle torture che la gente indifesa subì da parte dei Collegati. Purtroppo ve ne saranno ancora, più in là con la storia. E dispiace dire, ma come il Sanudo ha anche laconicamente commentato, anche gli “italiani” ci misero del proprio comportandosi né più né meno come gli stranieri.

Bene (insomma), spero che il capitolo vi sia piaciuto. Di nuovo, scusate per la lunghezza!

Alla prossima,

 

Un po’ di noticine:

[1] Sansone = personaggio biblico dall’incredibile forza risiedente nei suoi lunghi capelli, che con l’inganno gli furono tagliati, rendendolo facile vittima dei suoi nemici. Accecato e legato a due colonne, Sansone invoca Dio di concedergli la forza per l’ultima impresa, da qui la famosa frase: “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, per indicare tutt’oggi un atteggiamento autodistruttivo pur di prevalere sul proprio nemico.

[2] Argo Panoptes = Argo che tutto vede, secondo la leggenda questo gigante sorvegliava per ordine di Hera la ninfa Io trasformata in mucca da Zeus, onde nasconderla dalla moglie gelosa. Pentitosi di averle ceduto la ninfa-ora-vacca, ma non riuscendo ad avvicinarvisi per via degli innumerevoli occhi del gigante, ecco che Zeus affida ad Ermes l’ingrato compito d’accopparlo e di ritornargli la bovina amante. Hera, commossa dalla fedeltà del gigante, staccherà dal cadavere di Argo i suoi occhi e li appiccicherà sulla coda del pavone, suo animale sacro.

[3] scorfano = tipo di pesce, nel linguaggio comune è anche sinonimo di persona assai brutta e sgraziata.

[4] Guerra del Cadore = conflitto combattutosi nel 1508, a causa dell’invasione del Cadore da parte di Massimiliano d’Asburgo, che con la scusa di scendere a farsi incoronare a Roma, ben aveva pensato di far un po’ di conquista dei territori di confine veneziani. Affidando il comando a Bartolomeo d’Alviano, Carlo IV Malatesta, Rinieri della Sassetta, Girolamo Savorgnan e pure col sostegno di Gian Giacomo Trivulzio a capo di un contingente francese, Venezia non solo respingerà l’invasione, ma pure estenderà il suo dominio nel resto Val di Grestra, Gorizia, Cividale, Cormons, il triestino e Fiume. Immenso fu il supporto della popolazione cadorina alle truppe veneziane, le cui guide locali guidarono l’Alviano tramite la forcella Cibiana, scendendo per la Valle di Cadore e pertanto tagliando la strada agli Imperiali in fuga verso Cortina.

[5] italiani = generalmente s’intende tutti coloro che non sono veneziani / marciani.

[6a] Fresstir, fresstir = storpiatura di “Fresst ihr, fresst ihr”, ovvero “Mangiate! Mangiate” – fressen, in tedesco è generalmente utilizzato quando a mangiare è un animale o se applicato ad una persona assume allora un connotato negativo. [6b] Lustiche bube, invece corrisponde a “lustige Bube”, ovvero “bambino divertente”.

[7] Topkapi = Palazzo del Topkapi o Serraglio del Topkapi era appunto la residenza ufficiale del sultano ottomano, dove si trovava anche il suo famoso harem.

 

Ritorna all'indice


Capitolo 9
*** Capitolo Ottavo: Confiteor ***


Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato il  06.09.2021

***********************************************************************************************************************

 

 

 

Capitolo Ottavo

Confiteor

(Non avrai altro Dio fuori di me. Non nominare il nome di Dio invano. Ricordati di santificare le feste.)

 

 

 

6 settembre 1511

 

Faceva uno strano effetto rivedere la luce per più di qualche ora e osservare il sole che si teneva ben nascosto dietro infernali cirri grigio-nerastri.

Hironimo aveva perduto ogni nozione del tempo, seduto semicosciente con la schiena appoggiata alla gabbia. Lentamente, ogni tanto accarezzava là dove gli pulsava il fianco, storcendo la bocca ed espirando forte dal naso alla vista del sangue sui polpastrelli.

“A ti manco te curo, traidor d’un brixiano fio-di-cagna!”

“Non parlo veneziano.”

“Ah, no? Vuostu ch’i toi degni compari i capiscan? Pulito! Donca nettati ben le rècie et scolta qua: Brescia è della Signoria!”

“Era.”

“Ritornerà! E la tua testa sarà la prima a rotolare!”

“Mio caro messer Emiliani, mi ricordavo della tua linguaccia lunga a Venezia; un vero peccato che il tuo cervello non sappia trattenerla!”

“Avrò la lingua lunga, però almeno non è ruvida a furia di leccare i piedi al Re di Francia!”

“Io servo l’Imperatore! Basta con le bambinate, dicci dei podestà scappati da Feltre e Belluno e della tua corrispondenza intrattenuta con Gian Paolo Gradenigo!”

“Se vuoi davvero ch’io canti, mi devi fare un favore.”

“Quale?”

“Visto che servi così zelantemente l’Imperatore, mettiti in ginocchio e servi con altrettanto ardore il mio cazzo! E magari, da lì ne tiri fuori qualcosa!”

Più che gli impietosi colpi incassati sia onde costringerlo ad uscire dal padiglione di Mercurio Bua sia per aver insolentito quel rinnegato del conte Gianfrancesco di Gambara (e manco ti degni di pestarmi di man tua, brutto coglione?) al patrizio doleva l’antica ferita ottenuta a Castelnuovo di Quero, riapertasi proprio ora che si stava rimarginando. Isolato nel carro-gabbia in attesa del ritorno del La Palice così da tirare a dadi sulla sua sorte – prigioniero dell’Imperatore o del Re di Francia? – e senza il piccolo Thomà a fargli da ombra e compagnia, al giovane Miani non restava che appellarsi al buonsenso di quegli scimuniti, ovvero di dargli anche solo un pezzo di tessuto per tamponare via il sangue.

La nausea, creduta estinta giorni addietro, ritornò a serrargli la gola, bruciandogliela, mentre acute fitte di dolore gli percorrevano ovunque e impazzite il corpo sfinito da tutti quegli strapazzamenti, iniziando a sudare freddo.

Eh, merda.

Stavolta aveva sul serio esagerato, pensava Hironimo, ridacchiando amaro e appoggiando stancamente il capo sulla spalla, troppo fiaccato nel corpo come nell’anima per infastidirsi della pioggia che gli bagnava faccia e capelli.

“Mare …”, si mossero inconsciamente le labbra screpolate prima dell’oblio di un sonno forzato, prosciugate le ultime energie “… nunc et in hora mortis nostrae …” e cadde in un tonfo sulla paglia, lordandola di sangue.

 

***

 

1496

 

Nella sua immensa pena Madre s’era scordata di chiudere la porta e Momolo e suo fratello Marco poterono spiarla indisturbati da dietro la pesante tenda rossa. Seduta sul letto, con una mano ella accarezzava la toga nera che il marito indossava quando l’ufficiale sanitario finalmente glielo aveva riportato a casa. Con l’altra, coccolava dogliosa Frisopo il cagnolino maltese il quale, intuendo il malessere della padrona, le s’acciambellava mesto e fedele sul grembo, le orecchie basse e guaendo piano la comune afflizione.

“Anzolo, perché m’hastu lassà sola a sto mondo?” (Momolo trasalì dalla sorpresa: mai aveva udito Madre appellare Padre per il nome di battesimo né dargli del tu; in casa lui era sior patron; sior marido; sior Pare; sior cugnado, sior zerman e nezzo …) “De grassia, stame vizin. Solum cussì mi catarò (troverò, ndr.) ea forsa …”

Captando il celato singulto in quella supplica, Eudokia cinse la padrona per le spalle precocemente ricurve e le sussurrò con infinita dolcezza: “Kýrios Angelos sempre vi rimarrà accanto e veglierà su di voi, ovunque egli si trovi.”

Madre sorrise tremula, silente, stringendo le dita lunghe e scure della sua cameriera personale.

“Se soltanto quest’amaro calice mi fosse stato risparmiato …”

“Se non per voi, fatevi forza per i vostri figli! Siete il loro unico punto di riferimento rimatoli.”

Frisopio drizzò le orecchie e levò la candida testolina in direzione di Momolo e Marco, abbaiando e scodinzolando la sua scoperta scese dalle ginocchia della padrona, la quale sbiancò nel vedersi colta in quell’intimo momento di sconforto, non desiderando coinvolgere nei suoi tormenti anche i figlioletti più giovani.

Alzatasi dal letto e avanzando verso di loro, Madre allargò le braccia e senza troppo temporeggiare Momolo le si avvinghiava, il volto nascosto nel pesante abito nero, inumidendolo di lacrime. Marco, invece, se n’era rimasto in disparte, le mani strette dietro la schiena e il collo ben ritto così da giustificare i suoi quindici anni; eppure, madona Leonora ben notò il labbro inferiore tremolante e gli occhi cerchiati di rosso sul volto malsanamente pallido e tirato.

“Cosa ci fate ancora in piedi? E vestiti poi!”, s’informò la donna in un misto di preoccupazione e rimprovero. “Seu mica di le notole?” (pipistrelli, ndr.), tentò di scherzare, passando la mano sulla zazzera scura di Momolo, che bofonchiò qualcosa d’inintelligibile, prontamente tradotto da Marco:

“Urlando dabasso; non si può dormire manco a pagar oro!”

Ché Lucha, Carlo e Crestina ancora si trovavano coi parenti nello studio privato di Padre nella galleria del piano nobile e le loro urla riecheggiavano talmente forti a Ca’ Miani, ch’era un miracolo se i Signori di Notte al Criminal [1] ancora non li avevano bussato alla porta, inquisendo il motivo di tale baccano notturno.

Terminate le esequie e riposto il fu senatore sier Anzolo Miani nella sua bella arca nella parte inferiore dell’abside di Santo Stefano, sul suo cadavere ancora caldo immediatamente la famiglia sua, del genero e della moglie avevano preso a scannarsi a vicenda, pigliando la povera vedova in mezzo la quale nessuno voleva vedere, tranne i figlioli. Purtroppo, i parenti del marito li aveva in casa e i suoi a Venezia e non potendo sfuggire né all’uno né all’altro doveva ogni santissimo giorno sorbirsi le reciproche accuse, pretese e insulti. Non potendosi beccare in Senato, pena severe sanzioni, si sfogavano nell’intimità delle mura domestiche.

La questione appariva di semplice causa ma di difficile soluzione: il testamento.

La scomparsa improvvisa di sier Anzolo oltre a rompere l’equilibrio familiare in Ca’ Miani aveva scatenato un putiferio, giacché tra lo smacco generale si era scoperto come l’uomo non avesse lasciato alcun testamento, il che apriva una miriade di questioni sull’effettiva distribuzione dell’eredità.  A ciò s’aggiungevano i richiami del notaio che dietro chiari ordini della Signoria ricordava solerte ai corocciosi come la strada del Paradiso passasse attraverso la carità, ovver provvedere ad elargire pingui lasciti e donazioni agli ospizi, e sier Anzolo Miani ne aveva di strada da fare, per il Paradiso …

A Venezia non si riconosceva il diritto di primogenitura che spogliava i figli minori in favore del primo. Anima di mercante, la Serenissima non amava il denaro liquido e condannava le fortune eccessive, arrivando ad imporre alla sua classe dirigente o di finanziare a loro spese opere di pubblica utilità o, come accadde ai ricchissimi cugini Corner, di maritare a qualsiasi costo i loro figlioli onde disperder meglio il patrimonio. Avesse sier Anzolo lasciato un testamento in cui favoriva i suoi altri quattro figli (o uno di loro) di più rispetto a Lucha, benissimo, a suo piacere! Il ventunenne Miani conservava solo il titolo simbolico di capofamiglia, giusto perché era il maggiore e dunque suo dovere, ora, d’aiutare Madre a provvedere per i fratelli.

La Signoria, comprensiva e riconoscente per i servizi di sier Anzolo anche senza pecuniario guadagno in tempi di crisi [2], aveva disposto una piccola pensione e garantito la gratuita istruzione dei suoi orfani, poiché né Lucha né Carlo ancora erano entrati di diritto nel Maggior Consiglio e pertanto dovevano affidarsi agli introiti degli affitti dalle loro proprietà fondiarie e del commercio della lana. Purtroppo, però, tale generosità era al contempo oculatamente controllata, sicché ogni spesa doveva essere giustificata, dal vestiario all’approvvigionamento  di cibo e vino (che non doveva superare per durata un mese), dai divertimenti al numero di domestici. Madona Leonora, facendo accorta leva sulla grande devozione mariana della Signoria, era riuscita a persuaderla a condonarle  perlomeno il completamento di un ritratto con l’intera famiglia sotto il manto della Madonna, un capriccio che sier Anzolo aveva voluto concedere alla moglie per celebrare i ventiquattro anni di felice e prospero matrimonio.

La Signoria aveva perfino in parte saldato alcuni naturali debiti accumulati e anticipato le somme che una masnada di creditori, spaventata dall’incertezza di rivedere i propri soldi, pretendeva indietro a gran voce, arrivando perfino a cingere d’assedio Ca’ Miani, al che i servitori Nardo, Menego, Polo, Symon e Baldissera erano stati costretti ad un certo punto ad uscire e randellare senza pietà alcuna quegli avidi, prima che il Capo Contrada si stufasse e chiedesse rinforzo agli Zaffi o peggio ancora che si sguinzagliassero gli Arsenalotti e allora bondì a tutti. 

Inoltre, s’aggiungeva la questione della cospicua dote della prima moglie di sier Anzolo, madona Andriana Trum nipote del fu doge Nicolò Trum, che i da Molin reclamavano passasse di diritto a Crestina; e poi quella di madona Leonora Morexini Miani. In teoria, la dote di quest’ultima le sarebbe dovuta spettare indietro in totum (come sostenevano i Morexini) in pratica, però, nulla di scritto lo garantiva come transazione automatica (come invece sostenevano i Miani). Senza contare che non si parlava solo dei 2,000 ducati d’oro versati da Ysabeta Contarini relicta di Carlo Morexini "da Lisbona", bensì di appartamenti e altre proprietà a Venezia.

Da settimane i Morexini, i  Miani  e i da Molin si stavano quindi sgolando senza raggiungere un accordo. Ogniqualvolta pareva si fosse giunti ad un compromesso, ecco che saltava fuori un cavillo e via daccapo a litigare.

Questo perché, scartabellando i libri di conto, le dichiarazioni e altri atti notarili, ci si rese conto che l’unico denaro liquido rimasto era per lo più quello della dote della vedova, la quale rimaneva sua da gestire ma comunque a nome del marito. Sier Anzolo lasciava la bottega a Rialto, i magazzini, la sua parte di proprietà di Ca’ Miani, dei campi a Fanzolo ereditati da sua madre madona Crestina Loredan Miani e quelli comprati, dal 1467 al 1470, assieme a delle case date in affitto e un bosco per il legname, più una casa a Treviso. In questo modo, la famiglia avrebbe sempre contato su di una rendita sicura e diversificata, finalizzata anche alla provvista degli elementi necessari alla tavola padronale (grano, vino, salumi) e la biada e il fieno per i loro cavalli. Ma contanti pochi, troppo pochi.

“Eudokia, per favore, potresti portarmi la cappa?”, chiese di punto in bianco madona Leonora, respirando a fondo e prendendo per mano sia Momolo sia Marco; una volta che la sua fantesca l’ebbe fermato sulla cuffietta di seta nera il pesante paneselo nero, che la ricopriva dalla fronte fin quasi ai piedi, la donna scese coi figli in direzione dello studio privato del marito.

Senza salutare né curarsi dell’interdetto silenzio generato dalla sua solenne entrata, la vedova si portò dietro la scrivania di quercia venata d’oro e fatto cenno al segretario Ruberto Francho, che incominciasse a trascrivere, sentenziò costì: “Vedo qua che xé impossibile de far che ci si pacifica et se lo fasse lo faràve tutti per forza, et doman se tornarave da capo. Avé sentìo i capitoli; mi sun ea patrona de sta caxa, et mi penserò a provveder tutto, e a niun lasserò mancar el bisogno”, e indicando il suo primogenito:

“Lucha m'agiuterà a tegnir l'economia di la caxa e cussì l'imparerà. Carlo, Marchetto et Momolo proseguiranno i loro studi e poi s’avedarà. La Signoria ha già provveduto a fornirci il danaro necessario e il buon don Jacomo Batista Aloisi è più che contento, di continuare ad insegnare a Carlo. Da voialtri, quindi, non mi aspetto né pretendo un singolo mocenigo.”

“Al parentado mio, che si tranquillizzino: se la mia dote non si potrà in alcun modo recuperare, pazienza, se ne gioveranno i miei figli i quali, a conti fatti, in futuro ne avranno più bisogno di me. A mia fia Crestina toccherà in totum la dote della sua siora Mare, madona Andriana, e co’ la se sgrava, dovesse ancora rimanere qualcosa di suo, venga a prenderselo, nulla quaestio.”

“Non si suol dire, che le vedove veneziane abbracciano, con la morte del marito, la morte di tutte le vanità? Anch’io farò così e giustamente non mi servono né ornamenti né vestiti, né zendali, cappe, scuffie, calcagneti, ventagli, gioielli nuovi: Haec ornamenta mea !” [3], asserì grave la matrona, mostrando orgogliosa i suoi figlioli.

“Al parentado dil mio sior marido, se questa soluzione non risulta di loro gradimento, che i vaga in tel lhor appartamento de sóra, nuialtri starem in quel de sotto. Ghe darò parte di la servitù solo par eli, ghe farò per un puoco tóla (tavola, ndr.) separada, et no vedendose et no trattandose, pol ser che le question la se quieta, se ciò può far ritornare la pace in questa nostra famiglia in lutto!”

E prima che chiunque osasse contraddirla, madona Leonora Morexini Miani s’issò in braccio un Momolo ciondolante dal sonno e scortata da Marco, Eudokia ed Orsolina uscì trionfante dallo studiolo, l’intero parentado ammutolito.

 

***

 

1497

 

Nella tragedia, dunque, madona Leonora Morexini relicta Miani si costrinse a rimanere forte, saggia e coraggiosa e non a gloria sua personale bensì per il bene delle sue creature, la luce dei suoi occhi. Da sempre abile nel maneggio dell’economia domestica e nel tenere i conti di casa, talento acquisito dalla sua famiglia di mercanti e all’occasione banchieri, Leonora seppe dimostrare agli scettici parenti di sapersela sbrigare egregiamente da sola e senza alcuna intromissione o consiglio nell’amministrazione del patrimonio immobiliare a Venezia, Castelfranco e nella Valle della Piave ma soprattutto nella conduzione del commercio laniero ereditato dai suoceri. Impegni politici, amministrativi, commerciali e militari avevano tenuto suo marito Anzolo spesso e volentieri lontano da casa, sicché l’uomo, per pragmatico buonsenso, già in vita s’era affiancato la moglie nei proprio esercizi, confidando più in lei che nell’onestà dei suoi segretari e amministratori. D’altronde, gli unici parenti stretti del marito, ovvero i cugini germani sier Zuan Francesco e sier Thomà Miani avevano già le loro cariche cui pensare e i cognati che Leonora mai conobbe, sier Marco e sier Vorzilio Miani, erano morti prematuramente, lasciando dunque sier Anzolo erede universale di tutto.  

Man mano che il matrimonio si saldava tramite un reciproco e profondo affetto (pur seguitando all’occasione di litigare), non si poté dire che Anzolo fu con Leonora un maestro avaro:  le insegnò da pari ogni sua conoscenza in materia e senza nasconderle nulla, come trattare coi clienti e i mediatori; come piazzare la merce sul mercato più vantaggioso; come scovare il miglior offerente; come anticipare e sbaragliare la concorrenza, specialmente quella toscana e lombarda. Le aveva insegnato a gestire le spese di spedizione nonché della manutenzione delle galee, del cargo e del reclutamento dell’equipaggio così come il pagamento dei loro stipendi.

Il tavolo di quercia venato d’oro dopo il periodo di lutto ritornò seppellito di carte di navigazione, di contratti, libri di conto, cedole, cambiali, corrispondenza da Rodi, Candia, Cipro, Ragusi, Sebenico, Spalato, Durazzo, Scutari, Smirna, Costantinopoli, Budapest, Anversa, Bruges, Amburgo, Münster, Southampton, Londra, Lisbona, Barcellona, Lione  … Accanto a Madre sedeva Lucha, leggendo e discutendo assieme le ultime novità economiche e politiche udite a Rialto e firmando ambedue sui documenti ufficiali. Ben presto, con la scusa di osservare, Marco s’era unito a loro, dimostrandosi un allievo ancor più recettivo e avido d’apprendere del maggiore, azzardandosi di tanto in tanto di suggerire, con l’ingenua perspicacia dei suoi sedici anni, qualche piccola mossa di compravendita. Carlo, quando non studiava a Santo Stefano, era riuscito a ritagliarsi il suo angolino di nicchia ossia l’aspetto legislativo della mercatura, le sue leggi e i suoi regolamenti, e lì trionfò, applicandovi con efficacia gli studi di giurisprudenza.  Quanto a Momolo, anch’egli venne ammesso al grande tavolo più che altro perché cessasse di guardarli storto durante la cena, offesissimo, sentendosi a sua detta ingiustamente escluso. Tuttavia, Madre ugualmente gli affidava alcuni esercizi, tra cui: se il ricavo di oggi è stato X, ma ci sono volute Y di spese fisse e Z di spese straordinarie, più aggiungi i ricavi dei mesi scorsi e considerato il totale di ogni spesa, dici che questo quadrimestre, tenendo in conto lo stesso periodo dell’anno precedente e il valore della lira e del ducato, stiamo andando in perdita o in guadagno? Almeno così stava quieto, dimostrando la sua naturale inclinazione verso la matematica rispetto allo studio della Bibbia e dei classici antichi, il cui profondo odio verso di essi il fantolino a stento riusciva a celare.

Spiando l’ultimogenito di sottecchi, concentratissimo a risolvere l’ultimo problema, Leonora s’umettò le labbra, il cuore pesante. Malgrado Momolo s’ostinasse a lasciarsi crescere disordinato i capelli, tanto d’appellarlo scherzosamente zazzerone, alla donna non erano sfuggiti i lividi sugli zigomi che il bambino copriva con le ciocche fingendo di grattarsi la testa, o le nocche gonfie seminascoste goffamente dalle maniche della camiciola assieme ai graffi e tagli sparsi fino ai gomiti – colpa della corda dell’arco, le mentiva con allarmante naturalezza. Rideva sempre di meno, il fu pagliaccetto di casa.

Di tutte le quotidiane angosce che attanagliavano madona Leonora e contro cui combatteva a spada tratta, la sorte dei figli rimaneva quella maggiore. I più vecchi non le davano, in fondo, grandi preoccupazioni; col tempo, Lucha e Carlo avrebbero intrapreso una solida carriera a seconda delle proprie abilità e talenti; anche Marco era sulla medesima buona strada. Momolo, invece …

Momolo, pur ereditando i tratti fisici dei Morexini, assomigliava in tutto e per tutto a suo padre caratterialmente, anche negli aspetti più infelici. Sotto la scorza d’estrema vivacità, intraprendenza e affabilità, si celava un animo inquieto, nervoso, prono a frequenti scatti d’irascibilità, quest’ultime vere e proprie fiammate d’ira che s’accendevano senza preavviso e la donna sapeva come crescendo, sostituendosi gli umori dell’uomo adulto a quelli del bambino, esse erano destinate solamente a peggiorare. Laddove suo fratello sier Batista lodava il coraggio del nipote a rispondere per le rime a chi insultava la memoria del defunto senatore, Madre vi scorgeva soltanto temerarietà ai limiti dell’autodistruttivo, specie dinanzi alle ecchimosi ogni giorno più grandi e i continui segni della ferula sulle mani e sulle natiche quando ritornava dalle lezioni al Monastero della Carità.

Leonora sapeva quante forze in bene e in male covassero nel suo ultimogenito, per il momento ancora tutto suo ma fino a quando? Già la rifuggiva, sgattaiolandole via e reclamando i propri spazi. Precisamente adesso, alla soglia degli anni difficili della prima giovinezza, il Signore aveva disposto che gli venisse a mancare il solido appoggio (e freno) del padre Anzolo.

Madona Miani neanche si figurava quanto vicina fosse arrivata alla verità. Avesse, infatti, potuto spiare a guisa di mosca le ore trascorse a scuola, di certo la sorte del figlio l’avrebbe turbata doppiamente. E appunto giacché l’undicenne sapeva di avere la coda di paglia e sapeva quanto Madre avrebbe sofferto per il suo scarso rendimento assieme alle continue vessazioni da parte dei compagni, che aveva cessato di riferirle qualsiasi cosa accadesse al Monastero della Carità.

Momolo era al contempo fonte di timore e dileggio. Facile vittima per il suo aspetto mingherlino, per quei capelli lunghi “da femena” e ovviamente per il presunto suicidio di Padre, se provocato soffiava a guisa d’un gatto e come tale mordeva e graffiava l’avversario fino a trar sangue. Grazie all’inarrestabile sviluppo del suo corpo, la sua malizia nella vendetta cresceva esponenzialmente alla sua forza fisica, tanto da divenire il terrore dei poveri canonici regolari suoi precettori il cui unico rimedio consisteva nel bacchettargli le mani o il sedere come se potesse fargli alcuna differenza.

E poi c’era la questione religiosa, che li turbava non poco. Momolo già aveva appreso da Madre e sua sorella Crestina i primi rudimenti della Fede, ma quanto praticato s’era inaridito in mefitico rancore alternato ad indifferenza verso ogni aspetto del credo cristiano, disertando ogni funzione, rosario e adorazione nella piccola cappella privata a Ca' Miani. Grandi guerre per andare a Messa prima della lezione, accaparrando ogni sorta di scusa per bigiarla; se ci andava, s’annoiava o s’addormentava o fissando il soffitto ascoltava svogliato le letture della Bibbia, appoggiando imbronciato la mano sulla guancia. Ogni disciplina classica l’affrontava di malavoglia e con poco impegno; solo nelle lezioni di matematica e scienze meccaniche Momolo si risvegliava al che al magister suo prudevano le mani, poiché sapeva che il bambino stupido non era, semmai il contrario, soltanto un gran fannullone. Ignorava come in realtà Momolo si sforzasse di stare attento, ma semplicemente quando un concetto gli sfuggiva, non potendo interrompere  con domande il precettore e non curandosi questi di fermarsi ad indagare se i suoi alunni avessero ben assimilato le nozioni appena enunciate, allora il fantolino perdeva il filo del discorso e lì si distraeva, non riuscendo a capire più nulla. Imparava a memoria, quella l’aveva assai buona, per poi dimenticarsi già tutto il giorno successivo.

Neanche in quella grigia mattina di marzo, la situazione appariva tanto diversa.

Il magister, desiderando iniziare i suoi allievi alle opere del grande poeta Dante Alighieri, aveva portato una sua personale copia così da leggere, parafrasare e commentare qualche passo dei canti dell’Inferno, il più facile, approfittandone d’aggiungere inoltre qualche nozione storica; quand’ecco, che l’uomo scivolò nell’errore di menzionare Pier della Vigna e il giardino dei suicidi.

Tutte le teste si voltarono in sincronia perfetta verso Momolo, così come i sorrisi crudeli dei suoi compagni, e il più insensibile di loro esclamò: “Anche il tuo sior Pare, il suicida, sta marcendo all’inferno, trasformato in un albero a tener compagnia al Pier della Vigna!”

Neppure ebbe tempo il canonico di rimproverare l’alunno discolo, che Momolo gli aveva rapidissimo sottratto la sua adorata Divina Commedia da sotto il naso, sbattendola in faccia al provocatore, che cadde rovinosamente a terra, reggendosi il capo dolorante e il naso sanguinante.

“Perché l’hastu fatto? Quella scimmia sarebbe stata punita e invece hai visto, ricorrendo alla violenza, come sei passato tu dalla parte del torto?”, lo rimproverò Marco.

I due fratelli, terminata la lezione del minore, avevano approfittato delle ultime ore di sole per recarsi alla spiaggia di San Nicolò al Lido e colà esercitarsi nel tiro con l’arco, disciplina da Momolo molto amata e in cui si stava dimostrando più che capace, persino in quel momento con le mani bendate per via delle dodici apostolicamente feroci bacchettate elargitegli dal furente pedagogo. 

“Donca? Il gatto t’ha mangiato la lingua?”, insistette il maggiore, corrugando la fronte dinanzi all’ostinato silenzio del bambino, che serrando le labbra seguitava a mirare al bersaglio, centrandolo in pieno a freccia scoccata.

“El sior nuostro Pare, non è un albero come quel Pier della Vigna!”, protestò infine Momolo, gli occhi di bragia. “Quel muso-da-mona a xé stà ‘na gran carogna, gh’averia dovuo batterlo pì forte!”

Marco sospirò pesantemente, pizzicando simil arpa la corda del proprio arco. “Momolo, riconosco quanto sia dura accettarlo, ma le cose purtroppo stanno così: se il sior nuostro Pare s’è per davvero tolto la vita, ha commesso un peccato imperdonabile che dovrà scontare all’inferno.”

“Chi disélo?”

“Missier Domine Iddio.”

“Mi credea che Lu l’è perdonador.”

“El xé anca zudese.”

“Donca, Lu nol capisse gnente.”

Marco spalancò sbalordito la bocca, incapace di credere a quanto appena proferito dal fratellino.

“Egli non capisce niente”, ripeté testardo Momolo. “Nostro padre era un brav’uomo: non faceva e non ha mai fatto del male a nessuno, non rubava, s’adoperava in moltissime opere di carità, vai a chiedere a quei mangiapane ad ufo degli Agostiniani a Santo Stefano, di questi Canonici Regolari Lateranensi alla Carità, ingrassati dai nostri soldi! Padre pregava tutti i giorni, non mancava ad alcuna Messa, non picchiava la siora nostra Mare né bestemmiava il corpo di Cristo e di venàre (venerdì, ndr.) cascasse il mondo, si mangiava esclusivamente baccalà”

“E ora tu hai il coraggio di dirmi, che Missier Domine Iddio non tiene conto di ciò? Che fosse almanco vero, poi! Il nostro sior Pare mai e poi si sarebbe tolto la vita! Ci amava e ci proteggeva! È la gente, quella cattiva, vigliacca e senz’onore!”, gridò all’improvviso, divenendo paonazzo in volto e battendo pesantemente il piede per terra. “E anche Dio è ingiusto e crudele!”, aggiunse con altrettanta foga l’undicenne, tendendo malamente l’arco e di fatti la corda gli s’impigliò sul naso, ferendoli la guancia e ingarbugliandosi con la maschera quasi ne uscì accecato. “Che sia maledio! Vermocane!”, imprecò, massaggiandosi la guancia offesa.

“Zò, bocha de rosa! Cossa xele ste finéze?” (raffinatezze, ndr.), fischiò suo fratello maggiore, volendo il suo corrispondere ad uno scherzoso richiamo, ma il tremolio nella sua voce tradiva quanto la veemente confessione di Momolo l’avesse turbato.

“Ti te ne disi ben pì sporche”, ribatté imbronciato il fantolino. “Et ti fa anca le cosse sporche!”, l’accusò, ripetendo più che altro le parole di un’imbarazzata Orsolina, quando Momolo le aveva chiesto perché talvolta di notte Marco dormisse col suo còco in mano, sospirando.

“Sì”, roteò il più anziano gli occhi, le orecchie rosse al ricordo della ramanzina di Madre circa i suoi passatempi notturni. “Però io dopo mi confesso mentre tu, turchetto, manco t’avvicini alla chiesa!”

“Più bugiardi dei miei compagni di scuola, rimangono solo i preti!”

Al che, colmata la misura, Marco pigliò Momolo per ambedue le orecchie, intimandogli perentorio: “Scolta ben, pajàzo: tu queste cose le ripeti solo a me e a nessun altro. Comprendestu? O te squarto!”

Fortunatamente, il Lido a quell’ora si presentava semideserto e comunque, cortesia del Carnevale, le maschere che indossavano fornivano loro adeguata protezione da orecchie e occhi indiscreti. D’altronde, tutta Venezia in quel momento era riversa in ciascuna sua piazza, campo o campiello a far baldoria e la sua attenzione rivolta ben altrove.

Piccato, il bambino cedette e annuì forzatamente, il cuore in subbuglio e la gola stretta dal dispetto e la voglia di gridare e mordere.

“Domani vieni a Messa, sastu? E poche storie!”

“No gh’ho voja!”

“Te la farai venire, anche perché c’è il battesimo del nostro nipote Gasparo.”

“Uffa, proprio domani che c’è il Zuoba della Caza?!” [4]

“Ih! La fanno ogni anno; non morirai se per questo la perdi!”

Momolo sbuffò talmente forte e scalciò doppiamente irato sulla sabbia che pareva lui, il toro in Piazzetta. 

Sua sorella Crestina aveva dato di recente alla luce un bel puttino roseo e grassottello, rallegrando assai l’intero parentado e Madre in particolare, che se lo coccolava instancabile e confidando ad un imbarazzatissimo Lucha circa il suo desiderio di volerne presto un altro da lui. Solo la piccola Leonora, o Dionora per distinguerla dalla nonna, si doleva di quella nascita, gelosa del fratellino e sentendosi messa in disparte, dimenticata.

Vermocane, da questa non posso defilarmi! O mia sorela Tina m’en vorrà! Vermocane!, inveì Momolo astioso e in trappola, assicurando la freccia sulla cocca e ignorando bellamente il sorriso sornione di Marco, quasi avesse intuito i suoi pensieri.

Quand’ecco che all’ultimo l’undicenne cangiò bersaglio, mirando ad un rumoroso gabbiano col pesce in bocca appena catturato. Sistu felice, stupida bestia? e scoccò, sogghignando malevolo al gorgoglio agonizzante dell’uccello che cadde in un pesante tonfo in acqua, la preda ritornata in libertà.

Il sorriso svanì subito dalle labbra di Marco.

“Co m’insegnarastu ea scrima?” (scherma, ndr.)

Essendo nel bel mezzo della Settimana Grassa del Carnevale (l’ultima prima delle Ceneri) tra zuffe, assassinii, arresti, furti nonché cani, orsi, tori e buoi randagi scappati dalle corride, alla gente veniva concesso di girare armata anche di notte mentre i più previdenti preferivano rinchiudersi in casa anticipando di parecchi giorni il periodo della penitenza.  Marco pertanto era venuto a prendere di persona il fratellino assieme al servitore Trovaxo e Momolo aveva per tutto il tragitto in ganzaruòlo spiato con occhio goloso le spade e le daghe ben allacciate alle cinture del maggiore e del domestico.

“Ea scrima? Quando tradurrai dal latino senza becanòti (errori, ndr.)!”

Cioè il giorno del mai.

“Puoah, rassa de sgrimio basacòco (antipatico baciapisello, ndr.) …”, mugugnò  indispettito il bambino, stringendo gli occhi al grugnito di Marco, già preparandosi allo scappellotto. Invece, un pizzicotto al fianco lo face sobbalzare in avanti stile ranocchio, presto seguito da un altro che gli provocò un fastidioso solletico. 

A mi dil basacòco? Mo via, te fazzo pissar indosso dalle risate!”, esclamò Marco, fingendosi offeso, al contrario ridendosela alla grossa davanti al buffo spettacolo di Momolo che si contorceva fino a cadere per terra dalle risate e scattando al suo inseguimento quando il fratellino riuscì a sgusciargli via. “Se te ciapo!”

Voltandosi brevemente e seguitando a ridere sguaiato, Momolo si batteva irrispettoso il didietro, sfidandolo: “Corri, corri, vecio, ché te gh’arivi ultimo!”

 

(Al battesimo si comportò civilmente, solo dietro promessa di poter tener in braccio l’infante Gasparo e tanto gli piacque che chiese a Crestina quando gliene faceva un altro. Purtroppo, malgrado la sua condotta esemplare,  Madre non gli concesse di recarsi ugualmente in Piazza per assistere al combattimento di galli. Per ripicca, Momolo non solo si nascose nell’altana [5] assieme al cagnolino Frisopo, perdendo la Messa lui e facendo arrivare in ritardo la famiglia, ma pure si mangiò a spregio uno spiedino di fritole messo da parte il giorno precedente, tra le occhiatacce piene di biasimo delle vecchie babe alle finestre – turchetto! turchetto! – che lo spiavano affamate e crocisegnate di cenere sulla fronte)

 

***

 

1498

 

L’avvertimento di Marco sul moderare il linguaggio nelle imprecazioni, non corrispondeva al suo desiderio di apparire più autorevole nei confronti del fratellino, quando anzi lui per primo predicava male e ruzzolava peggio. Ma anche il ragazzo conosceva bene i limiti delle concesse trasgressioni a Venezia, il primo e imperdonabile tra questi era il mal suo più antico e più ostinato da sradicare: la bestemmia.

In atroci e rabbiose maledizioni si sfogava e inveiva il popolo e con loro parecchi degli stessi patrizi e addirittura i preti, nonostante ai laici spettasse il taglio della mano o della lingua assieme alla perdita degli occhi, mentre i religiosi venivano rinchiusi della cheba (gabbia, ndr.), sospesa ad un palo alla metà circa del campanile di San Marco.

Niente da fare, si seguitava imperterriti. Similmente al raffreddore la bestemmia viaggiava e contagiava lingua e orecchie, finendo d’impararle volenti o nolenti a furia di sentirsele ripetere in continuazione, seppur proferite sottovoce o ringhiate sibilando tra i denti onde non attirar l’attenzione.

Sicché il cugino di Padre, sier Zuan Francesco Miani detto "Pizzocchero" come suo padre sier Hironimo, al minimo accenno d’imprecazioni strizzava con notevole forza un lembo dell’orecchio dell’impudente (poco importava se maschio o femmina, parente o famiglio) per ricordare gravemente solenne al malfattore della triste sorte del patrizio Zuanne Zorzi di San Maurizio, cui era stata cinque anni addietro tagliata una mano.

Purtroppo, nelle numerose sfaccettature della bestemmia intesa come imprecazione s’inseriva la bestemmia come blasfemia e lì camminava Momolo su di una sottilissima lastra di ghiaccio. Se pur s’esibiva in raffinate e creative volgarità – lengua ontissima!, commentava indignato sier Zuan Francesco - non aveva mai oltrepassato quella linea tabù. Questo, però, non l’ostacolava dal condividere la sua opinione circa i contenuti della Bibbia, che soltanto la sua giovanissima età impediva all’ascoltatore di pigliarlo sul serio.

Vittima sua preferita rimaneva, giustamente, il suo povero magister al Monastero della Carità.

“Perché undì gh’ho d’orar San David re? Perché lo considerano un “santo”? El gera n’onto cotolòn; un bigamo e un adultero, ch’aveva mandato a morire il suo miglior amico e generale Uria, perché quel bèco (cornuto, ndr.) non voleva riconoscere il figlio bastardo messo in pancia da David alla sua siora mojer Betsabea!”

Oppure quando commentando la condanna per stupro di un bigamo [6]:

“Et Jacopo d’Isaco, che s’era preso sia Lia che sua sorella Rachele? O re Solomon con tante femene quanto Gen Soldan e il Signor Turco messi assieme?”

Al che l’esasperato precettore replicava:

“Capisco, Momolo, tuttavia considera che i patriarchi e i profeti dell’Antico Testamento erano giudei.”

“E noialtri cosa siamo?”

“Noi, cristiani. Su di te, nutro qualche dubbio.”

Al beffardo risolino di sottofondo, al ragazzino saltò immediatamente la mosca al naso. “E dunque come mai perdiamo tempo a leggere le vicende dei Giudei, se noi non lo siamo?”

“Se tu avessi prestato attenzione quando ti spiegavo il Vangelo secondo il Missier Sen Mathio, ti saresti accorto come Domine Jesus Christo sia il compimento dell’Antico Testamento.”

“Sì, però Lui ci ha comandato di non pigliarsi più d’una moglie, mentre i Padri d’Israele facevano e disfacevano matrimoni a destra e a manca! È una contraddizione, signor maestro!”, s’erse una vocina, imprevista alleata.

“Marcolin, te scomenzi ancha ti, horra?”, si lamentò il canonico, provocando un furioso rossore nelle gote del novenne Marcolino Contarini “dai Scrigni”, che abbassò contrito il capo. Momolo, invece, si girò a guardarlo perplesso, notando solo adesso per la prima volta il bambino, nuova addizione nella classe, uno dei tanti figli dei Contarini di San Trovaso, i generosissimi mecenati del Monastero. “Iddio ha creato un ma-scio et una femena, i quali s’uniscono in un unico ed eterno maridaùro (matrimonio, ndr.)! Il sior marido ha da custodire e guidare la siora mojer, perché fu Eva a far precipitare Adam, persuadendolo a mangiare il frutto proibito, lei per prima ingannata dal vile serpente!”

“Pì ch’el pòmo”, resisteva a tutto Momolo tranne che alle tentazioni, “la siora Eva ha offerto ad Adam la sua pignatèla (potta, ndr.)! Per questo, quello scemo s’è coperto el còco davanti a Dio, ché ce l’aveva ancor …”

Sciaff!

Un possente ceffone l’interruppe e il dodicenne si portò lesto la mano sulla gota, inchiodando furente il magister con lo sguardo.

“Adesso tu ed io ci rechiamo in confessionale, a chieder perdono a Dio e a mondare quella tua lingua d’inferno!”

“Siornò!”

“Vuostu morir biastemador?”

“Io non crepo né sono un bestemmiatore!”, protestò Momolo scattando in piedi, il volto scarlatto e la vista offuscata dalla collera, le mani talmente tremanti da spezzare inconsciamente una penna. “Sior magister, deboto volé scoltar na vera biastema? Or- “, ma il precettore l’anticipò, tappandogli la bocca e trascinandolo fuori dall’aula sotto lo sguardo attonito degli altri alunni, trascinandolo di peso nella chiesa attigua al monastero, rabbrividendo alla fiumana d’oscenità rigurgitate dalle labbra del ragazzino, avvertendole se non con le orecchie con la pelle della mano che le bloccava. 

Ovviamente, neppure descrivendogli le peggiori torture dell’Inferno aveva scalfito la granitica ostinazione del giovinetto a non confessarsi, neanche lasciandolo lì in ginocchio dinanzi al crocifisso per l’intera giornata finché, esasperato, il canonico non l’aveva condotto lui stesso a Ca’ Miani dove ruppe gli argini di due anni di disperazione e tormenti cui quel masnadiere l’aveva costretto.

Ascoltando ambedue costernati, un Lucha porpora e Madre bianca latte s’umiliarono a suon di scuse, biasimando lamentevoli la ferita tuttora aperta che la morte del fu sier Anzolo aveva lasciato nel cuore di Momolo, che gli aveva levato ahimè la pace dello spirito. In lacrime, madona Leonora aveva afferrato le mani del precettore, domandandogli se avesse avuto cuore di far tagliare la mano e la lingua o cavar gli occhi ad un fanciullo di dodici anni. A ciò l’uomo, pur grande amatore della legge secolare e della morale cristiana, non s’era saputo difendere, provando in effetti un intimo orrore dinanzi a tal punizione eccessivamente severa per un ragazzino. “A patto però”, aggiunse prima di congedarsi, “che il Momolo si dia una calmata o l’espelleremo seduta stante: oggi invero ha passato ogni limite.”

Momolo terminò il resto dell’infelice giornata in punizione senza cena, con le orecchie ancora fischianti dai ceffoni e del furibondo predicozzo del cugino di Padre sier Zuan Francesco: Chi ti credi di essere, razza di ingrato? Il mio sior Barba sier Nicolò Miani ha fatto dare i scasi di corda a sier Jacomo Foschari, il figlio di Missier il Doxe Francesco Foschari! [7] Cosa credi che ci voglia alla Signoria per cavarti gli occhi e tagliarti la lingua? Sì, proprio a te, che te sé un missier nissùn ? Sempio! Bauco! Oco! Mamara! Testa-da-bigoli! -  nonché cogli occhi ancor pieni del manrovescio che sier Zuan Francesco aveva dato a Lucha - Indriòto (idiota, ndr.) anca ti, co il tòo sior Pare l’gera in vita, queste cose mai e poi sarebbero accadute! Per secoli i Miani hanno patrocinato il Monastero della Carità, per secoli siamo stati ad esso legati e sempre tenuti in grandissima considerazione: adesso, per colpa di quel turco di tuo fratello e per la tua imbecillità, siamo divenuto oggetto di pettegolezzo e scandalo! Vergognati! 

Disteso sul letto il ragazzino fissava gli arabeschi del baldacchino, ripetendosi ostinatamente quanto non avesse né detto né fatto nulla di male, che come sempre gli adulti esagerassero nelle loro reazioni, incapaci di accettare una qualsivoglia critica od opinione differente dalla propria.

“A questo punto, sarebbe meglio mandarlo a bottega o ai fonteghi, che apprenda almanco un mestiere se non vuole studiare. Ancora poco e avrà quattordici anni, basterà tener duro fino ad allora.”

Momolo udì Madre sospirare pesantemente, stringendoglisi il cuore, ché l’unico rimorso da lui provato era di averle dato ulteriori motivi di pena.

“A quest’ora i pupilli della Carità avranno già riferito tutto ai loro parenti. Certo, i puti mentono spesso e volentieri, però basta che uno soltanto degli adulti li creda e cussì bondì sioria per nuialtri!”

“Hai ragione, Lucha”, convenne infine madona Leonora a seguito di un lungo silenzio. “E’ la soluzione migliore. Ti confesso che avevo già da un po’ intenzione di recarmi a Fanzolo per la questione degli affitti; tra una cosa e l’altra, alla fine sono due anni che nessuno va a controllare e non vorrei che, via la gatta, i topi si mettessero a ballare. Porterò dunque meco sia il Momolo che il Marchetto: in questo modo il primo avrà occasione di cambiare aria, prima di ritornare a scuola, mentre il secondo apprenderà qualcosa di più sulla gestione del patrimonio.”

Marco le sarebbe stato di grande aiuto: sebbene appena diciassettenne, già dimostrava una grande propensione e intraprendenza verso il commercio, più forse dei suoi fratelli Carlo e Lucha, il primo oramai deciso a dedicarsi all’avvocatura mentre il secondo interamente assorbito dalla politica, entrato finalmente nel Maggior Consiglio nel dicembre dell’anno addietro.

Momolo si girò sul fianco, fingendo di dormire, quando Madre entrò nella stanza, prendendo silenziosamente posto accanto a lui. La donna non si lasciò ingannare, accorgendosi della tensione della sua schiena e il respiro corto. Dolcemente, segno che non si trovava lì per rimproverarlo o aggiungere ulteriori busse a quelle già prese in gran abbondanza, madona Leonora accarezzò la testa dell’ultimogenito, scorrendo le bianche dita tra le folte ciocche scure ch’egli si rifiutava di tagliare e pertanto cresciute oltre le spalle. Le si strinse il cuore alla vista del sorpreso sussulto del dodicenne, quasi non si aspettasse più alcuna carezza da chicchessia, solamente percosse.

“Donca m’esiliate”, l’accusò Momolo, le parole ovattate dal cuscino. “Vi vergognate di me e quatti-quatti mi cacciate via da Veniexia …”

“Donca ce ne andiamo via in tre: tu, io e il Marchetto”, replicò ineffabile Madre, perseverando nel suo accarezzare il figlio. “Ci trasferiremo per qualche tempo nella casa a Trevixo. T’aricordi chome te piaseva star lì? Coi giardini, gli orti, le vigne, i prati, le fontane … Ti geri tanto contento coi tuoi amici! Quando farà più caldo ci recheremo alla villa a Fanzolo e poi a Castel Francho a trovare madona Nani e la Marina e il signor Tuzio Costanzo …”

Il ragazzino fece spallucce, incurante. Sì, in passato, prima del fatto aveva sempre scalpitato impaziente all’avvicinarsi dell’estate, tarmando i genitori sul giorno della partenza alla villa dove trascorreva le sue intere giornate a scorazzare per la campagna  libero, felice e selvaggio assieme agli altri bambini del paese suoi compagni di gioco, in brache e in maniche di camicia senza le costrizioni di tutti quei costosi e ingombrati vestiti cittadini. Poi, per far vita sociale e spezzare la monotonia, ci si recava in visita ai Costanzo e altri loro amici e conoscenti a Castelfranco.

Le settimane prima e dopo l’Assunta, fino a settembre, le trascorrevano rigorosamente a Treviso, quella bellissima città giardino, centro commerciale fiorente e ricercato luogo residenziale. Ne approfittavano sia per necessità mondane sia per assistere alla magnifica processione o semplicemente per perdersi nei borghi fuori dalle mura, gustandosi le vivaci piazzuole, gli antichi monasteri e chiese, i giardini profumatissimi, i fiumi e i canali. Momolo, sporgendosi in avanti sul Ponte degli Impossibili agli squeri, stava per buon tempo a bocca aperta a rimirare i colori differenti delle acque del Sile e del Cagnan che scorrevano l’uno accanto all’altro, con Padre che lo teneva ben fermo acciocché non cascasse dal ponte. Oppure, sempre sulle spalle di Padre, tendeva il collo nel convento di Santa Margherita per meglio vedere l’arca di Pietro Alighieri, il figlio di Dante o gli affreschi di Tomaso da Modena (pur conoscendola alla nausea, adorava sentire Padre raccontargli la storia di Sant’Orsola). Con la scusa di visitare i frati domenicani, i due Miani si dilettavano a commentare gli affreschi a San Nicolò, ridacchiando col genitore alla fila degli studiosi ivi rappresentati, intenti a scrivere e leggere ponderosi volumi, in particolare di Hughes de Saint-Cher e Nicolas de Rouen con indosso i loro buffi occhialetti sul nasone adunco.

Adesso, invece, niente di ciò l’entusiasmava più. Nulla lo stimolava. Non c’era più Padre a tenerlo in equilibrio sul ponte citandogli Dante, o a narrargli di Sant’Orsola o a commentare maliziosi la buffa vecchiaia degli eruditi domenicani. Padre giaceva nella sua arca, come Pietro Alighieri, in alto e inaccessibile, senza che Momolo avesse potuto ringraziarlo del tempo assieme, confessandogli quanto l’avesse sempre amato e quanto gli fosse dispiaciuto, negli ultimi anni, di non essere stato un figlio esemplare.

“Momolo, dime, vuoi bene alla tua Mamma?”

Il giovinetto si voltò verso la madre, confuso. “Siorasì”, mormorò lentamente, non comprendendo dietro quale ragionamento ella lo stesse conducendo. Certo che le voleva bene - che domande? - se non addirittura più di se stesso!

“Mi chiameresti mai putana?”

Momolo impallidì, sgomento. “Siorano!”

“E al tuo Tata – requiescat in pace – gli volevi ben?”

Annuì.

“Lo chiameresti forse can?”

Negò.

“Donca, quando ti prude in bocca la tentazione di bestemmiare Dio e la Madonna, che sono il tuo Padre e la tua Madre celesti, immaginati mentre dici: Cane il mio sior Pare Anzolo e puttana la mia siora Mare Leonora!”

Momolo balzò seduto, il labbro tremante e congiungendo le mani scosse con tal veemenza il capo, che Leonora temette volerselo staccare: “No! No! No! Questo mai! Mai e poi insolentirò voi e il sior Pare! Preferirei morire piuttosto!”, asserì angosciato. Abbassando il tono della voce, le confessò in un misto di astio e affanno: “Però Dio … Lui mi suscita una gran rabbia e altrettanta paura … Non mi riesce più di pregarLo come prima! Egli m’odia! Come può la gente affermare tutta convinta quanto sia giusto e misericordioso, quando invece Lui mi ha strappato il mio sior Pare? Vojo mio Pare! Vojo il mio Tata! Lo voglio qui con me, ho bisogno di lui, perché Iddio non ha tagliato la corda che l’ha impiccato? Non compie miracoli, forse? Perché si burla così di noialtri?”, singhiozzò per la prima volta dopo due anni, coprendosi disperato le mani. “E’ questa la mia punizione per esser stato disobbediente? Per aver mandato Tata alla malora? S’è per questo motivo, perché Dio non se l’è presa direttamente con me? Perché ha dovuto uccidere Tata?”

Leonora si portò il piangente figlio al petto, stringendolo forte e cullandolo, di tanto in tanto schioccandogli baci consolatori sul capo o sulle tempie, massaggiando le spalle già più larghe (ma sempre magre! sempre troppo magre!) onde consolarlo e calmarlo.  

“Amor mio, Dio non ti odia né vuole il tuo male. Le cose, anche quelle malvagie, capitano perché devono capitare.”

“Lo stesso non mi va di pregarLo; Lui non ascolta, non capisce … Giudica e punisce soltanto!”

“Donca rivolgiti alla Madonna, confidaLe i tuoi crucci e pensieri, come con me quando volevi ottenere il perdono del tuo Tata, ma eri troppo timoroso di domandarglielo direttamente. Aricordate ben, Momolin dil cor mio: Eia ergo, advocata nostra … Quando dubiti – a torto – che Dio non ti voglia ascoltare, stai certo che Ella sempre lo farà.”

 

(Nelle settimane successive, mentre aiutava Madre a preparare i bagagli tra le obiezioni dei parenti, che non vedevano di buon occhio la sua decisione di andare a vivere da sola a Treviso, arrivava al Senato la notizia del voltafaccia a Pisa del Duca Ludovico il Moro, colui per la cui causa Venezia aveva mobiliato ingenti risorse tra uomini e denaro, passando egli dalla parte della nemica Firenze. Il pagatore di campo sier Zuam Paulo Gradenigo e il provveditore sier Nicolò Foscarini da Mantova avvertivano inoltre la Signoria di guardarsi dall’infido Francesco Gonzaga che, pur comandante dell’esercito della Serenissima, troppa simpatia ancora nutriva verso il cognato e oramai la scusa del comune dolore per la prematura e sfortunata morte della giovane Duchessa Beatrice non giustificava più quella sospettosa vicinanza tra Mantova e Milano.

Il giorno in cui Momolo partì da Venezia assieme a Madre, Marco e alcuni servitori, navigando via burchio in direzione di Portegrandi di Quarto d’Altino e colà imboccando il Sile, ecco in quel giorno con la sua secolare gelida flemma la Signoria discusse, elaborò e prese l’irrevocabile sua decisione di sbarazzarsi una volta per tutte di Ludovico Sforza duca di Milano assieme alla sua nipote illegittima Caterina Sforza contessa di Forlì e signora di Imola, le cui intromissioni aveva impedito loro di raggiungere la Toscana o impedendo agli stradioti d'arrivare a Pisa o proprio ingaggiando le truppe veneziane in continui scontri. A peggiorare la già precaria posizione del Duca, suo suocero il duca Ercole d'Este era venuto a proporsi come arbitro tra Firenze e Pisa, dispiacendo la sua proposta di pace sia alla Signoria sia agli ambasciatori pisani, i quali, gettandosi ai piedi di Missier el Doxe, lo supplicarono di conceder loro solo danari per difendersi dai fiorentini. E tanta fu l'indignazione generale, che né il Duca di Ferrara, né gli ambasciatori fiorentini, né quelli milanesi ebbero, per qualche tempo, coraggio di mettere il naso fuori di casa.

Frustrata, tradita, avvelenata da una malsana smania vendicativa, questa fu la solenne promessa della Signoria davanti a Dio e agli uomini: il Moro deve cadere.)

 

 

***

 

6 settembre 1511, sera

 

Madona Leonora rimboccò le coperte al nipotino Anzolo, detto Zanzi, rimasto mezzo scoperto a furia di scalciare nel sonno e gli sistemò il cuscino caduto per terra. Dopodiché, la donna controllò che la culla del piccolo Scipio si trovasse ben distante dalla finestra e i suoi spifferi, massaggiandogli il pancino quando l’infante corrugò il viso forse a causa di qualche sogno molesto, arricciando il naso onde frignottare, chetandosi subito al rassicurante tocco della nonna e dopo uno sbadiglione e un felino strofinarsi del viso, ripiombò nel regno di Morfeo, suggendo contento il suo pollice. La loro sorella Crestina (o Ina per, distinguerla dalla defunta zia) dormiva invece quietamente, abbracciata alla sua bambola preferita. Ai piedi del letto, acciambellati, si scaldavano Frisopin e Baffo, il gatto di casa.

Da quando quella maledetta guerra era incominciata, la vedova Miani aveva sviluppato un bisogno quasi patologico di sentire fisicamente accanto a sé la propria famiglia, dando ordine di trasferire i lettini e la culla dei nipoti nella sua stanza da letto così da tenerli ben sott’occhio. A Marco scriveva dettagliate lettere sulla salute dei suoi figli Zanzi, Ina e Scipio, a sua volta raccomandandosi di riguardarsi e non gettarsi in strane imprese.

E mentre i nipoti dormivano il sonno del giusto, la nobildonna invece trascorreva le sue notti in preghiera, con Eudokia e Orsolina a farle compagnia nelle lunghe veglie. Lì  Madona Leonora aveva fatto sistemare un inginocchiatoio davanti al ritratto di famiglia ai piedi della Madonna, avendo preferito tenerlo per sé invece di esporlo nella cappella privata contrariamente all’originaria intenzione.

Il pittore aveva voluto lasciare un’impressione d’intima informalità nella composizione, lasciando solo a lei e a suo marito sier Anzolo espressioni calme e solenni, confacenti ai ruoli di patrizi e capofamiglia. Crestina, accanto al padre, lo guardava di sottecchi dolce e introversa; accanto a lei sulla sinistra, Carlo osservava pensieroso e attento. Lucha, alla destra di sier Anzolo, mostrava un certo orgoglio per aver ottenuto la sua toga nera, mentre Marco arricciava la bocca in un sorriso furbetto, con davanti Momolo che guardava in alto, verso la Madonna, con un’espressione d’infantile curiosità e aspettativa (Marco gli aveva detto che per davvero Lei stava sopra di loro sennò come avrebbe potuto dipingerLa il pittore? Al che il fantolino, credendogli, aveva alzato la testa; al pittore questa deviazione dalla posa stabilita tanto piacque che aveva insistito di ritrarlo così). Ai lati della Vergine, Leonora aveva poi chiesto d’aggiungere all’ultimo due angioletti con le fattezze, descritte a memoria, degli altri suoi figlioli Marco Antonio ed Emilia, morti purtroppo bambini.

“Sancta Mare d’Idio, Sancta Verzene dòlzissima, Sancta Maria: de grassia, salvé mio fio! Liberelo di le catene! Riportémelo indrio!”, La pregava Leonora come ormai da quindici anni, di restituirle il figlio libero da ogni catena.

“Sancta Mare d’Idio, Sancta Verzene dòlzissima, Sancta Maria, salvé el fio! Liberelo di le catene! Riportélo indrio!”, le facevano eco Eudokia e Orsolina, dondolando con lei nella preghiera.

Così La supplicava fino alle prime ore dell’alba, gli occhi velati dalle lacrime fissi sul soave volto sorridente della Madre di Dio, alla quale Leonora aveva chiesto al pittore di dare le medesime sembianze dell’affresco della Madonna dei Miracoli a Treviso.

 

 

 

Come potrà un giovane tenere pura la sua via?

Custodendo le Tue parole.

Con tutto il cuore Ti cerco;

non farmi deviare dai Tuoi precetti.

(Salmo 118)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

***************************************************************************************************

 

Capitolo introspettivo, ci prendiamo una pausa prima di ripiombare nella realtà della guerra.  Avrete sicuramente notato se non le medesime parole, ma il parallelismo tra il discorso di Thomà e del Nostro, spiegando dunque il perché quest’ultimo sia rimasto così scosso dal racconto del bambino.

Dopo i vari Concili, la figura di Dio Padre e Cristo Gesù sono state molto “ammorbidite” e pertanto potrebbe risultare difficile la comprensione circa la grande devozione dell’epoca verso la Madonna, mediatrice e Madre di Dio, la cui potente intercessione avvicinava a Colui che si credeva fermamente inavvicinabile, lontano e tremendo.  Questo in caso ci siano stati attimi di perplessità leggendo le riflessioni del Nostro e delle sue remore interiori.

I tre dei dieci comandamenti all’inizio del capitolo vi avranno fatto appunto capire che questa, del Nostro, non è solo una rimembranza ma anche un esame di coscienza. Prima della confessione, si medita sui dieci comandamenti, se li si hanno osservati.

Infine, in questo capitolo v’è una piccola citazione di un’opera letteraria veneziana, quando ho scritto la scena non ho saputo resistere alla tentazione d’inserirla … senza suggerir niente, chi la sa, la scova :-)

Spero che questo capitolo vi sia piaciuto, ci si vede al prossimo!

 

Un po’ di noticine:

 

[1] Signori di Notte al Criminal = sei magistrati (un patrizio per ogni sestiere) che di notte erano incaricati assieme agli Zaffi di far la ronda per le calli di Venezia onde mantenere l’ordine pubblico (in collaborazione col Capo Contrada/ Capo sestiere ) e la sicurezza notturna delle strade. La loro sede – la Camera del Tormento – si trovava a Palazzo Ducale.

[2] ebbene sì, quando Venezia si trovava in difficoltà economiche o in uno stato d’emergenza in cui aveva bisogno di ogni ducato, pur di non vessare con eccessive tasse il popolo preferiva togliere gli stipendi ai suoi funzionari, magistrati e senatori.

[3] Haec ornamenta mea = Ecco i miei gioielli, (lett. Questi sono i miei gioielli). A pronunciare questa frase – sinonimo delle virtù matronali -  fu Cornelia figlia di Publio Cornelio Scipione Africano e madre dei populares  Tiberio Sempronio e Caio Sempronio Gracco.

[4]  corrisponde al Giovedì Grasso. In quel giorno avveniva una grande processione, che terminava col taglio della testa del toro è un’antica tradizione del Giovedì Grasso, in cui si ricorda la vittoria nel XII secolo del Doge Vitale Michiel contro il Patriarca di Aquileia e i suoi dodici suoi feudatari ribelli. Come ammenda presente e futura, ogni anno il Patriarca doveva regalare a Venezia un toro (simbolo del Patriarca) e dodici maiali (i feudatari), i quali venivano fatti sfilare per la città fino alla Piazzetta, dove il macellaio con un solo colpo tagliava la testa all’animale, da qui il detto “tagliar la testa al toro”, ovvero chiudere in maniera secca una faccenda una volta per tutte. Le carni del toro e dei maiali venivano poi distribuite ai patrizi, al clero, al popolo e anche ai carcerati. Oggigiorno, la traduzione pur continuando ha perduto l’elemento “vivo”, ossia che il toro è un fantoccio e i maiali gente in maschera.

[5] altana = terrazza in legno sopra i tetti delle case

[8] la condanna per stupro di un bigamo = prima del Concilio di Trento, a Venezia la gente si sposava per lo più col rito civile. Siccome bastava qualche testimone, senza un atto notarile vero e proprio talvolta risultava difficile “provare” la validità del matrimonio e siccome inoltre gli uomini non portavano la fede nuziale, la sposa doveva fidarsi sia di lui che dei testimoni, ovvi complici. Pertanto, siccome il bigamo “ingannava” la giovane così da vincere ogni sua ritrosia a concedersi a lui, per la legge di Venezia esso era paragonabile ad uno stupro in quanto la sposa perdeva la virtù sua tramite un raggiro, che la rendeva “forzatamente” consenziente. Uno dei vari compiti dei Signori di Notte era anche di scovare questi bigami e di arrestarli.

[7] Jacomo Foschari / Francesco Foschari = già in passato costretto ad un temporaneo esilio per aver accettato doni dal Duca di Milano Filippo Maria Visconti, Jacopo (Jacomo) Foscari figlio del Doge Francesco Foscari, venne accusato dell’omicidio dell’avogadore di Comun Ermolao Donà, nel 1451. Arrestato e torturato finché non confessò il delitto, dopo quasi tre mesi di processo venne esiliato a vita a Creta. Nel 1456, di nuovo Jacopo venne riportato a Venezia per un altro processo stavolta per aver intrattenuto una corrispondenza col Duca di Milano Francesco Sforza e il sultano Maometto II; tra la scelta di giustiziarlo e di confermare la condanna all’esilio, prevalse la seconda e il Foscari venne rispedito a Cania ma, stremato per il carcere, la tortura subìta e l’umiliazione dell’esilio, morì a Creta nel gennaio del 1457. Suo padre, il Doge Francesco Foscari, venne costretto ad abdicare lo stesso anno e morì di lì a poco.

Nicolò Emiliani, prozio paterno del Nostro, nel 1451 era Capo dei Dieci e anzi fu colui che raccolse la confessione dell’accusa del Foscari. Nel 1457, invece, faceva parte dei 25 della Zonta (Giunta) assieme a Nicolò Tron (Trum in veneziano), allora Avogadore di Comun che, su iniziativa di Giacomo Loredan, il figlio di quel Pietro Loredan che per poco non aveva ottenuto il dogato e che si vociferava fosse stato avvelenato proprio da Francesco Foscari, era riuscito a convincere il Senato a deporre il Doge.

La triste vicenda di Jacopo Foscari – l’uomo infatti, era innocente dell’omicidio, il vero colpevole si fece avanti solo in confessione e in punto di morte – divenne ghiotto materiale per i grandi esponenti del Romanticismo come Lord Byron, Delacroix, Hayez e Verdi che compose la celebre opera lirica “I due Foscari”.

Levando la patina tragica del Foscari dipinto come capro espiatorio e vittima della vendetta della famiglia Loredan (i quali sfruttarono certo la situazione ma non la crearono come invece sosteneva Byron), bisogna dire che l’intera vicenda giudiziaria dimostrò una volta per tutte la supremazia delle leggi di Venezia su qualsiasi individuo, perfino quello considerato il più intoccabile. Anzi, proprio perché figlio del Doge, le colpe relativamente blande di Jacopo (levando il delitto che non commise) divenivano maggiormente imperdonabili e pertanto punibili col massimo della pena.

 

Ritorna all'indice


Capitolo 10
*** Capitolo Nono: 7 settembre 1511 ***


Vi auguro una buona lettura,

H.

Aggiornato il 25.09.2021

***********************************************************************************************************************

 

 

 

 

 

 

Capitolo Nono

7 settembre 1511, domenica

 

 

 

 

 

 

“Potevate anche farvi annunciare”, commentò freddamente il conte Gianfrancesco di Gambara, senza neanche premurarsi di staccare gli occhi dalla mappa che stava consultando assieme al capitano Jacob. “Monseigneur du Molard …  signor marchese Galeazzo … signor marchese Teodoro … come posso aiutarvi?”

“Scartiamo per cortesia i convenevoli e veniamo al dunque”, tagliò corto du Molard, piazzandosi davanti al bresciano. “Ovvero che siete un ladro e un porco.”

La testa di Gambara guizzò in alto. “Come prego?”, sibilò ostile e perfino i due nobili lombardi sobbalzarono stupiti dal sermo adoperato dal francese.

“Avete udito benissimo.”

Il conte sospirò snervato: “Se vi state riferendo all’uccisione di quella vostra guardia, vi ripeto che si è trattato di un …”

“Chi se ne fotte di quel coglione che s’è fatto ammazzare sì stupidamente!”, sbraitò il capitano delle fanterie guascone, rovesciando il tavolo che per poco non cadde sul piede del condottiero tedesco Jacob, costringendolo a balzare all’indietro. “Siete un ladro ché approfittando della confusione generata dalla morte del capitano Mercurio vi siete impossessato di un nostro prigioniero; un porco ché vi nascondete dietro l’Empereur per tenervelo ben stretto alle sottane!”

Digrignando i denti ma seguitando a sorridere affettato, il Gambara replicò tagliente: “Abbiate dunque l’amabilità di spiegarmi, quale negozio avevano le loro illustrissime signorie nel padiglione del signor Mercurio” e indicò Teodoro Trivulzio e Galeazzo Pallavicino, che aprirono la bocca per replicare, sennonché il conte li interruppe: “Ma ormai poca importa: vi recherà immenso piacere apprendere di come egli sia sopravvissuto alla sua disfatta a Treviso: proprio stamane gli stradioti l’hanno riportato in barella al suo padiglione. Dite, quale fretta vi spronava ad accaparravi il patrizio, da non poter neanche attendere la conferma del decesso del capitano Mercurio?”, li sfotté con velata ed accorata perfidia.

Il marchese Teodoro Trivulzio si difese carezzevolmente astioso: “Ci limitavamo a prendere in custodia un prigioniero pericoloso, nel frattanto che attendevano sue notizie!”, rigirò abile la questione, in realtà sorpreso di quella novità quanto il marchese Pallavicino e il medesimo du Molard. “In passato questo nostro zelo ci ha molto giovato, o mi sbaglio?”

Il cinquantatreenne nipote di Gian Giacomo Trivulzio si riferiva alla cattura il mese scorso del capitano Alessio Bua, per mano di Giulio Sanseverino in una sua audace sortita. Quest’ultimo aveva subito contattato a Treviso il capitano Vitello Vitelli, proponendo di scambiare lo stradiota per il comandante spagnolo Francisco Maldonado. Onde forzare la mano al recalcitrante condottiero, il Sanseverino l’aveva avvisato che, in caso di rifiuto, nessuno stradiota veneto fatto prigioniero sarebbe stato restituito alla Signoria.

Il bresciano grugnì sardonico: “Pericoloso! Ma chi credete d’aver catturato? Un altro Bartolomeo d’Alviano? Piuttosto direi un insolente ragazzino che non sa tenere la lingua a freno!”

Notando la vendicativa foga in quelle dure parole e sovvenendosi dei pesanti insulti cui il prigioniero aveva subissato il conte, Teodoro Trivulzio insistette mellifluo: “Dunque restituitecelo, se per voi non ha alcun valore.”

“Molto volentieri, se si trattasse di un patrizio qualsiasi”, s’ostinò invece il Gambara, intuendo il gioco dell’altro. “Purtroppo, quell’Emiliani è un nipote di un consigliere ducale e questo a me – e all’Imperatore di conseguenza – è sufficiente per considerarlo un nostro prigioniero.”

“E con ciò?”, corrugò la fronte du Molard, non comprendendo dove il conte volesse andare a parare. “Cosa vale un consigliere?”

“Niente”, mentì ineffabile il signor Gianfrancesco, rimettendo in piedi il tavolo calciato per terra. “Assolutamente niente.”

Ignoravano spesso gli stranieri come il Doge, pur essendo il personaggio più eminente di tutta Venezia, non rappresentasse che la facciata dello Stato, il suo potere diviso con i suoi sei Consiglieri e i tre Capi della Quarantia Criminal. Non era dunque lui bensì questo Minor Consiglio a presiedere i Consigli di Stato; non lui bensì il Minor Consiglio che vagliava le credenziali e discuteva con gli ambasciatori; che effettuava le visite negli uffici di Palazzo Ducale,  nei cantieri dell’Arsenale, alle udienze dei tribunali, salvo rari casi in cui si necessitava della presenza del Doge. Solo il Minor Consiglio disponeva del diritto di grazia ed esaminava in ultima istanza le suppliche e le petizioni dei condannati. Sulle lire e sui ducati, l’effigie al rovescio raffigurava un uomo inginocchiato ma irriconoscibile nei tratti del Doge in carica, un personaggio stereotipato di fattezze anonime, talmente insignificante che lo si poteva imprigionare su decisione di due Avogadori su tre. Il Doge quindi era niente di meno d’un simbolo, un’efficace maschera per celare un potere ben più articolato e complesso, difficile da agganciare e con cui intessere relazioni privilegiate anche per via dei frequenti cambi di carica.

Per questo un’occasione simile il conte Gianfrancesco voleva sfruttarla al massimo: Dio solo sapeva quando gli sarebbe ricapitata, una volta scaduti gli otto mesi di mandato del consigliere Batista Morexini! Come posso negare all’Imperatore una leva così preziosa su chi veramente governa la Serenissima Repubblica? 

Du Molard strinse scettico gli occhi, odorando puzza d’imbroglio. Contrariamente al bresciano, non conosceva tutte le dinamiche politiche interne di Venezia, però gli era bastata la testardaggine di Mercurio Bua nel contendersi quel patrizio con La Palice per convincersi dell’importanza di quel prigioniero. “Vi rammento”, tornò cocciuto alla carica, “che l’Empereur può essere colui che ha voluto quest’impresa; tuttavia, chi sta cacciando fuori i soldi è le Roi! Di conseguenza, considerato l’abnorme debito del vostro Habsbourg nei suoi confronti, minimo ci dovete risarcire con questo prigioniero.”

“C’è tanta gente importante a Treviso, che vi procurerà ottimo bottino. Vi rifarete con loro”, scrollò il conte incurante le spalle.

“E’ la vostra ultima parola, monseigneur de Gambara?”, avanzò d’un passo verso di lui  il capitano delle fanterie guascone, fissandolo lungamente dritto negli occhi.

“Sì.”

“Perfetto.”

E senza aggiungere altro du Molard uscì dalla tenda ad ampie falcate, lasciando gli altri astanti interdetti e a guardarsi disorientati per qualche istante, prima che la tremenda realizzazione delle sue intenzioni calasse in Gambara che, imprecando furioso, lo imitò in egual misura seguito a ruota Trivulzio e Pallavicino.

 

***

 

 

Presa la Messa e comunicatosi, sier Zuam Paulo Gradenigo si preparò all’ennesima giornata intensa, spendendo due buone ore a rampognare gli stradioti i quali, insofferenti per la paga mancata, davano preoccupanti segni d’irrequietezza e solo la passata esperienza come loro comandante aveva aiutato il provveditore a trovar le giuste parole, onde rimetterli prontamente in riga e anzi, spronandoli ad impiegar maggior zelo nelle loro operazioni di avanscoperta, alla ricerca di informazioni e di bottino. Simile trattamento l’aveva riservato anche ai soldati di Troilo Orsini, trasformatisi all’occasione in petulanti comari.

“Quaranta giorni senza paga!”

“Il vino ce lo date talmente annacquato che neanche si distingue il sapore!”

“Qui le donne ci menano! E ci tirano addosso i pitali!”

“La Madre Superiora ci ha presi a scoppettate, insultando noi e le nostre madri!”

“E’ indecente! Almeno un pochino di svago!”

“O lo stipendio!”

“Niente denaro, niente vino, castità perpetua … A questo punto ingaggiate dei monaci, no?”

Al che il provveditore, sorridendo loro ambiguo, aveva replicato con feroce malizia: “Mi par di capire, signori miei, che qui a Treviso non si lavora abbastanza se avete tutte queste energie da spendere per lamentarvi, ubriacarvi e correre dietro alle donne. Sta bene: risolveremo la questione raddoppiando i vostri turni di guardia e le ore a potenziare la difesa cittadina, ché il bravo soldato crolla stanco sulla sua branda!”

Dopodiché Gradenigo si era recato a Porta Santi Quaranta, là dove sospettava trovarsi il luogo principale dell’attacco dei nemici (se non addirittura dove si sarebbero accampati) e pertanto personalmente si era messo a coordinare l’allagamento della campagna circostante più altri tre punti limitrofi, grazie al piccolo capolavoro ch’era il Ponte de Pria. [1]

Allo stesso tempo, aveva dato ordine di continuare i lavori di deviazione del fiume Sile, augurandosi che la squadra dei guastatori avesse ben colazionato e sprizzasse d’energia poiché nessun trevigiano, essendo domenica, si era presentato ad aiutare. Dinanzi alle giuste obiezioni del capitano Renzo di Ceri, il quale gli proponeva di trascinare quei pigri gaglioffi per i capelli se necessario alle loro postazioni di lavoro, Gradenigo aveva ribattuto serafico che se voleva svegliarsi con un pugnale in gola, facesse pure. L’assalto al granaio assieme alla malcostume e generale indisciplina dei soldati aveva creato una sottile crepa tra la popolazione locale e le autorità e il provveditore non osava sfidare la sorte, inimicandoseli proprio ora al momento del bisogno.

Le lettere della Signoria divenivano cadaun giorno sempre più perentorie e intransigenti, spronando una miglior difesa della città e del territorio fino a pretendere due aggiornamenti al dì sulla situazione nella Marca. Gradenigo rispondeva loro promettendo che avrebbe fortificato in perfezion Treviso, assicurandoli che se Dio voleva quell’assedio, allora esso sarebbe stato a vergogna e a danno dei franco-imperiali, spedendoli , così giurava, uno ad uno all’inferno. Certo, aggiungeva poi alla fine, se avessimo almeno 5,000 fanti e più denari per le paghe, si potrebbero ottenere maggior risultati.

I nemici, aveva poi fatto scrivere il provveditore quella mattina al suo segretario, ancora indugiavano a Montebelluna in attesa di un buon numero di artiglierie; si contavano più o meno 8,000 imperiali però assai mal equipaggiati; 2,000 francesi più 300 uomini d’armi, quest’ultimi partiti alla volta di Bassano. La sua spia gli aveva riferito inoltre come i franco-imperiali stessero lavorando a dei gabbioni, ponti e scale e confermava da una conversazione origliata dal padiglione del conte Gianfrancesco di Gambara la loro ferma intenzione di seguitare in questa loro impresa di Treviso, malgrado la batosta di due giorni addietro. L’unico inghippo rimaneva la crescente scarsità di pane, la reciproca diffidenza tra tedeschi e francesi, nonché un raffreddamento di stomaco e polmoni che stava pian pianino colpendo un buon numero di soldati, costringendoli ammalati nelle loro tende. Infine, niente nuove sulla calata dell’Imperatore, sier Antonio Zustignan orator e dottor spiegava in Collegio come Maximilian si trovasse inattivo a Sterzene, senza dar segni di aver preparato alcun esercito d’affiancare a quello di La Palice.

Per il resto, pioggia, pioggia, tantissima pioggia.  

“Ma è il pisciatoio d’Italia questo?”, bofonchiò tra sé e sé il capitano Renzo di Ceri, scostandosi i capelli bagnati dalla fronte e rabbrividendo alla sensazione dell’acqua che, entratagli dentro la gorgiera, gli scivolava gelida lungo la schiena. Non si sovveniva più dell’ultima volta in cui aveva goduto del secco calore degli abiti asciutti. “Non può smettere di piovere per qualche giorno?”

Accanto a lui Vitello Vitelli starnutì, tirando su col naso. “Sempre a lagnarvi peggio d’una femmina, voi, eh?”, lo rimbeccò, sogghignando all’occhiataccia dell’Orsini che, al secondo starnuto, s’allontanava da lui per precauzione. “Cacasotto …”, lo schernì sottovoce.

“Benvenga, invece, la pioggia”, ribatté sier Zuam Paulo. “Anzi, spero che continui così per i prossimi due o tre giorni: allora sì, che i franco-imperiali dovranno trasformarsi in rane se vorranno giungere qui a Treviso - o in pesci per attraversare la Piave”, disse, mentre osservava l’acqua della Botteniga alzarsi lenta ma inesorabile di livello al punto di confondersi con la linea dell’orizzonte, espandendosi.  “Avvisate invece i vostri balestrieri di prepararsi - stanotte cavalcheranno assieme agli stradioti. Vediamo se riescono a danneggiare un po’ i nemici, così da far bottino e smetterla d’importunare sia i cittadini che i villani …”, lanciò l’uomo un’occhiata assai eloquente all’Orsini, che ebbe la decenza di arrossire al ricordo degli arrabbiatissimi contadini inseguire con falci e forconi i suoi uomini, pizzicati a rubare nei loro casolari con la scusa di perlustrare il territorio.

“Oggi Matteo da Zara dovrebbe ritornare coi rinforzi da Mestre e con lui Carlo Corso e la sua compagnia”, gli riferì Vitello Vitelli, levando d’impaccio il collega. “E con loro i danari. Partiranno da Marghera e arriveranno via fiume. Questo li rallenterà non poco …”

“Meglio impiegarci un’ora in più e arrivare a destinazione, che prendere la scorciatoia e sparire nel nulla”, sentenziò brusco Gradenigo, il pollice premuto sulla lunga e orrida cicatrice bianca sul collo e segno della palese protezione dall’oltretomba da parte del suo carissimo fratello sier Zuam Gradenigo, morto ironicamente per un’analoga ferita presso Valiceno.

Sia Vitelli che Orsini tacquero saggiamente, indovinando l’evento cui il veneziano stava sottintendendo.

Ogni uomo porta la croce di un grande rimpianto nella vita sua e di due si tormentava ancora il provveditore generale di Treviso: il primo, di non esser stato al posto del fratello in quell’agguato di tredici anni addietro così da rovesciarne le sorti e risparmiare al minore quel triste destino – Zuam Paulo aveva combattuto contro Gian Giacomo Trivulzio, cos’era per lui quella lurida masnada a confronto? Il dolore del ricordo del feretro di Zuam giungere a Pisa tuttora lo straziava così come la frustrazione di non esser stato più in quel momento provveditore di campo, bensì semplice synico. Nella lunga e ultima veglia al corpo del fratello a Santa Croce a Pisa, Zuam Paulo si era fatto narrare esattamente quanto accaduto, sorridendo amaro dinanzi al coraggio del suo Zuaneto che pur quando gli erano stati addosso in cinque e gli fu intimato di arrendersi e darsi prigioniero a Firenze, egli, sprezzante, sciabolandoli tutti li aveva gridato: “Rendite ti!” prima del colpo mortale al collo. “Quei maladeti florentini, manza-bàgari, busi-verti, onti-spurij, fioi-di-putana-turcha, caga-alto!”, aveva imprecato con le lacrime agli occhi l’allora pagatore di campo, incurante del luogo sacro, i pugni serrati e mordendosi il labbro fino a ridurlo in carne viva. “Me la pagheranno! Anche a costo di sgozzarli uno ad uno!” Ed ecco dunque il suo secondo rimpianto, ovvero di non aver avuto né modo né occasione di potersi vendicare di man propria su di Paolo Vitelli, Giovanni de’ Medici e Caterina Sforza. Se solo avesse potuto metterli gli artigli addosso! Altro che prigionieri!  Zuam Paulo Gradenigo avrebbe riservato loro i metodi turchi, in particolare al Vitelli che gli accecava gli uomini e glieli mutilava delle mani. Il veneziano avrebbe infatti dato ordine di segarli vivi in due per poi impalarne le metà sulle picche più alte, cucendo infine le loro teste su cagne impagliate da presentare in dono alla Signoria. Dateve cum un legno,[2] lo esortava invece la perentoria lettera di sua moglie madona Maria Malipiero Gradenigo, all'epoca incinta e pertanto rimasta a Venezia, lettera recapitatagli personalmente tramite suo fratello sier Marco Gradenigo. Non è né il luogo né il momento d’andar fora de vada. Ste inzendènti (orribili, ndr.) turcherie non fanno onore né a V.S. né al nostro Zuaneto. Limitatevi a compiere il vostro dovere in nome e per la gloria della Signoria Nostra e lasciate la vendetta a Missier Domino Iddio: vedaré, colendissimo sior marido mio, come il Suo castigo non mancherà d’abbattersi sopra i fautori di quest’orrendo delicto – videlicet el Villan, ea Gata de Forlì et quel Zanizero dil Vitelli. Qui gladio ferit gladio perit. Savia profetessa la sua Maria, ché nel giro di neppure due anni mentre Gradenigo sfogava in Albania la sua rabbia a danno dei turchi, il Popolano calava di malattia nell’Ade; sua moglie perdeva lo stato e la libertà per mano del Valentino e la testa di Paolo Vitelli, illuminata da una torcia, dileggiata dai medesimi fiorentini per cui aveva combattuto.

Perdonami, fratello, per non aver potuto né proteggerti né vendicarti. Veglia su di me. Guida la mia mano. Che almeno io possa difendere e vendicare i torti subiti dalla Signoria Nostra per la cui gloria noi nasciamo e moriamo.

“Il collaterale Pietro Antonio Battaglia da Cremona e il signor Carlo Valiero giungeranno entro la fine della prossima settimana -  con l’ordine d’ispezione credo -  il primo da Padova e il secondo da Venezia”, interruppe Vitello Vitelli il denso silenzio impostosi tra i tre, dopo essersi schiarito la gola. “Evidentemente, la Signoria non si fida troppo dei nostri resoconti.”

E co la se fida mai, pensò Gradenigo. “Sta bene”, rispose atono, la bocca arricciata meditabonda. Ci scommetteva il mignolo destro che dietro le pressanti lettere del Minor Consiglio si nascondeva il tocco di sier Batista Morexini. Da quando quest’ultimo era stato nominato ad agosto consigliere ducale, il tono del Consiglio era cambiato in uno più spiccio e affatto incline ad udire scuse. Nulla quaestio a riguardo, solo che sier Zuam Paulo sospettava che dietro l’apparente ansietà del Minor Consiglio si celasse la ripicca del Morexini contro il podestà di Treviso sier Andrea Donado “dalle Rose”, che aveva ignorato le lettere di suo nipote sier Hironimo Miani, in cui gli denunciava i transiti dei contrabbandieri e di come urgesse il suo intervento. La questione si era conclusa con un nulla di fatto, manco con la chiusura del passaggio dello Scalon giusto per dar al ragazzo un contentino ed ecco che, a punizione della loro leggerezza, Castelnuovo di Quero cadeva, magari proprio per colpa di uno di quei sentieri di contrabbando. Sorteggiato inoltre l’altro nipote sier Marco Miani per la custodia di Treviso, naturale che il loro barba Morexini sfruttasse la sua posizione onde tenere ben puntati gli occhi sulla città e sui suoi capi.

“Sta bene”, ripeté il patrizio veneziano, dirigendosi verso il bastione di San Bartolomeo per controllare come procedeva l’allagamento a Porta San Tomaso. “Aggiungete alla missiva ai provveditori di Padoa, ch’i stagan vigilanti e fasse qualche bon’opera contra quei nemici pur ch’i pagamenti nol’i impedissa”, riferì il provveditore al segretario che annuendo s’appuntò mentalmente il messaggio che avrebbe trascritto al primo riparo disponibile. “Su di un secondo foglio, indirizzata alla Signoria, richiedete i seguenti … Cospetto e tacca via! Cos’è questo … questo … quest’obbrobrio?”, s’interruppe all’improvviso Gradenigo, spalancando schifato la bocca dinanzi all’orrore architettonico dinanzi a sé.

“Sono casematte?”, gli fece eco un confuso Renzo di Ceri, colui che aveva dato l’ordine d’erigere alcuni bastioni in forma di casematte e d’alzarli in altezza.

Sier Zuam Paulo contrasse i muscoli della mascella. “Vi pare si costruiscano così le casematte?”

“Sempre sono state così.”

“E sempre la fortezza è caduta!”, sbottò il provveditore, sciogliendo dalla cintura il fodero con la spada e, tra le grida di protesta del capitano Orsini e dei manovali, col pomolo buttò giù i mattoni non ancora fissati. “Noi stiamo demolendo mezza città, per non dar possibilità ai cannoni di farci danno con crolli e voi ben pensate di alzare le casematte?” e quando giudicò essersi ben sfogato, intimò ad un paonazzo Renzo di Ceri: “Rifate le volte a botte secondo le misure e indicazioni di Fra’ Jocondo: non ci troviamo qui per giocare agli artisti!”

“Sono giorni che ci lavoriamo e abbiamo lavorato bene!”, si difese indignato l’Orsini.

“Un lavoro raffazzonato, superficiale e alla checcefrega, tipico di voi papalini!”

“Cosa pretendete da noi? Non abbiamo né uomini, né risorse, né finanziamenti necessari – nome di Dio, cosa vi aspettate?!”

“La perfezione!”

“Siete un vecchio pazzo balordo, allora!”

Neppure il tempo di terminare la frase, che sier Zuam Paulo afferrò fulmineo il capitano delle fanterie per la gorgiera, costringendolo in ginocchio e la punta del pugnale all’altezza del pomo d’Adamo. “Innanzitutto, voi quel tono con me non lo usate, poppante. Secondo, voi siete al nostro soldo e perciò lavorate secondo i nostri parametri senza proferir né ai né bai, ma solo signorsì e se io voglio quelle cazzo di casematte basse, voi costruirete quelle cazzo di casematte basse e le vostre opinioni ve le tenete ben serrate in quella lercia fogna della vostra bocca!”, lo redarguì feroce. “Inoltre, credi che non conosca la mentalità di voi condottieri? Morto un committente se ne fa un altro: oh, caro mio, state ben certo che se Treviso dovesse cadere voi cadrete con essa, giacché prima che ci facciano prigionieri m’assicurerò di tagliarvi personalmente la gola, acciocché voi rimpiangiate all’inferno la vostra negligenza e faciloneria!” , lo minacciò il provveditore senza tanti giri di parole, la sua pazienza giunta invero al limite. Nonostante le provate capacità militari, sulla fedeltà dell’Orsini egli ancora non si fidava completamente: la Signoria forse aveva archiviato nel dimenticatoio il suo rifiuto di servirla due anni addietro per fedeltà al Papa, ma non di certo Gradenigo che lo teneva ben sottocchio, pronto ad agire al minimo suo sgarro. 

Quanto al capitano Renzo di Ceri, egli fissava sconvolto il veneziano quasi lo vedesse per la prima volta in vita sua: il giorno delle presentazioni ufficiali, non gli aveva suscitato una granché d’impressione, giudicandolo assai anonimo come ogni burocrate della Serenissima, pedante, pignolo e tendente al brontolamento cronico. Invece ora, con quegli occhiacci da belva assatanata e scintillanti di morte e dannazione, il condottiero riconobbe l’ostinato avversario di Gian Giacomo Trivulzio, di Ranuccio da Marzano, di Paolo Vitelli e dei Turchi.

“Signor provveditore, per cortesia, ci stanno osservando tutti …”, s’intromise Vitello Vitelli, appoggiando cautamente una mano sull’avambraccio dell’uomo, tacito invito a non scambiare il suo collega per un puntaspilli.

Allentando la presa, il patrizio veneziano rinfoderò il pugnale, asserendo in tono più conciliante: “Non dubito vi abbiate messo impegno, signor capitano Lorenzo; tuttavia, non possiamo permetterci un solo errore, poiché questo di Treviso non sarà un assedio bensì l’assedio: dopo di noi c’è solo Venezia e se cadiamo sarà la fine, Padova da sola non riuscirà a reggere l’attacco di tutti i Collegati. Io sarò vecchio e appunto in quanto tale ho ben compreso come il mondo della mia giovinezza sia morto, distrutto dalla guerra alla moderna cui se vogliamo sopravvivere non ci resta che adattarci e anche in fretta. Quelle spanne in meno sulle volte delle casematte che voi tanto sottovalutate, corrispondono invece alla sottile linea tra la sicurezza e la perdita della nostra artiglieria! Capite?”

“Capisco”, gracchiò Renzo di Ceri, massaggiandosi la gola offesa. “Però sul serio avremmo bisogno di più uomini e mezzi, o non riusciremo mai a completare i lavori in tempo e La Palissa potrebbe piombarci addosso da un momento all’altro!”

“Avrete tutto a disposizione, di questo ve lo garantisco”, convenne Gradenigo, auspicandosi che, a furia d’insistere, prima o poi la Signoria avrebbe ceduto, inviandogli quanto desiderato. “Oggi focalizzatevi sulle casematte, domani riprenderemo col guasto. Signor capitano Vitello, quanto a voi, per cortesia sovraintendete i lavori di deviazione del Sile”, ordinò ad entrambi i condottieri, scendendo le scale assieme al segretario. “Voi, invece, recatevi da sier Hironimo Capelo, sier Alexandro Pexaro e sier Vicenzo da Riva: ho da conferire urgentemente con loro.”

“Vi servo, zelenza!”

Osservando la figura del provveditore montare a cavallo, finalmente Vitello Vitelli espresse la sua opinione: “Siete invero poco furbo”, apostrofò aspro il collega. “Cosa andate a litigare con chi ha combattuto per due anni contro i Turchi sulle montagne albanesi?”

Ironia della sorte, non era quello ciò che turbava Renzo di Ceri: analizzando l’altezza delle casematte, a malincuore il condottiero dovette ammettere quanto quella vecchia volpaccia asserisse il vero nel descriverle troppo alte e perciò vulnerabili ai colpi di cannone nemico.

“Dai, al lavoro! Sennò qua er castigamatti ce mena tutti quanti!”, incitò l’Orsini i manovali, che grugnendo in disappunto ricominciarono l’intera costruzione pressoché daccapo.

“Sier Lunardo”, salutò il provveditore il concittadino appena giunto da cavallo dal porto cittadino. “Quali nuove? Mi è stato riferito di un gran viavai di gente a San Martim”, domandò incuriosito, riferendosi al brulicare di bastasi indaffarati a ponte San Martino, in un serrato andirivieni di botti e di sacchi diligentemente poi stipati nei magazzini per le provviste durante l’assedio.

“Rifornimenti da Chioza, sior proveditor! Un piccolo regalo da parte loro, per augurarci la buona sorte!”

“Da Chioza?”

Zustignan rise di gusto. “Un piccolo scherzetto al Duca di Frara. I marinai mi hanno raccontato, come don Alfonxo avesse ordinato di trasportare dal Polesene a Frara quanti più rifornimenti possibili. Appena saputolo, i nostri chiozoti hanno armato alcune barche, eletto capitano un loro concittadino – Piero Pagan – e risalendo il Po hanno catturato sette burchielli ferraresi carichi di botti di vino, poiché erano venuti a vendemmiare alle basse …”, e qui sier Lunardo s’interruppe, asciugandosi le lacrime agli occhi.

Doveva esser stato uno spettacolo indimenticabile quello dei marinai chioggiotti assalire all’arrembaggio le imbarcazioni ferraresi cariche dei vittuarie, col coltello tra i denti e tanta cattiveria in corpo.

“Scommetto che quei vendemmiatori ferraresi li hanno lasciato andare; chissà se quel gran cancaro del Duca ci avrebbe concesso uguale magnanimità, lui che faceva decapitare i nostri prigionieri!”, storse Gradenigo disgustato la bocca.

Sier Lunardo scosse paziente il capo. “Perché don Alfonxo sarà pur il “duca artigliere”, peccato che non capisca come un morto non valga nulla, contrariamente ai vivi da cui sempre qualcosa si può ricavare.”

“Avete ragione”, gli concesse sier Zuam Paulo, stringendo nervoso le redini del cavallo. “E a proposito di provviste: ho dato incarico di trasportare domani il laterizio e i legnami; sier Alexandro e sier Vicenzo porteranno i materiali via barche, mentre sier Hironimo via carri. Meglio sfruttare al massimo la lentezza e i tentennamenti del nemico, finché possiamo …”

 “Chi ha tempo non aspetti tempo, sior Provedador.”

 

***

 

Blu e bianco mischiati nella luce accecante del meriggio. Quel calore tremendo eppur confortante che gli penetrava le ossa. Lo sciabordio delle onde, l’ombra protettiva della Fortezza. Le risate dei fratelli, il latrato del cane Argo.

Mitéra che li chiamava, scherzosa, ridente.

L’armatura luccicante di Patéras. Il primo pugnale nelle sue mani. Ricorda gli Antichi: guai ai vinti!, riecheggiavano le sue parole mentre con la lama fendeva l’aria o il duro tronco centenario di un olivo, Patéras che assisteva orgoglioso assieme a theíos.

Ombre, tutte ombre che lo stavamo chiamando insistentemente. Le loro pallide braccia che lo ghermivano. I visi scarni, gli occhi incavati. Larve umane, orride, fredde, avide. Vieni con noi, hai già penato abbastanza. Vieni, trova in noi il ristoro dell’oblio.

No, non ancora!

Sì, ora!

Patéras … Mitéra … suo fratello maggiore … parenti … amici … compagni d’arme … quanti volti! Quanta morte!

Vieni con noi, tocca a te ora!

Una risata cristallina, civettuola di giovane donna che lo adulava e al contempo lo scherniva – bella, raggiante, vestita d’oro, gli occhi risplendenti come il suo rubino. Ma come! Non vuoi seguire neppure me?

Patéras! Patéras!

Il suo angelo gli correva incontro, le mani piene di fiori primaverili colte su campi fecondati di cadaveri. A che vita l’aveva costretta?

Patéras!, lo invocava la piccina in braccio alla madre, quest’ultima livida e inclemente, degna figlia di suo padre.

No! No! Aikaterinī, aspetta! Non andartene! Non portemela via!

La moglie gli si avvicinò, gli occhi di bragia, la bambina piangente. Come hai potuto farci questo? Che uomo sei?

No!

Sarebbe meglio se crepassi!

No!

Così da liberarci dal tuo disonore!

No!

Della tua crudeltà!

No!

Della tua insensatezza!

No!

Torna da me, allora!

No! No!

Allora muori, non ci servi!

Aikaterinī, aspetta … Lasciami spiegare …

I lineamenti cambiarono, la loro dolce femminilità s’indurì in una più maschile.

E se lo vide di nuovo davanti, ridente e biancovestito, senza catene e col puttino in braccio. Accanto a lui, Jacomo Mamalucho, vestito di seta, gli rideva in faccia.

Ciò, signor beota! Cosa fai, mi muori così da coglione?  - lo schernì  - Sei proprio un macaco fanfarone!

Dal nulla gli balzò addosso una scimmia che gli tirò la barba per baciarlo in bocca mentre l’altro se la rideva alla grossa.

“Maledetto! T’ammazzo io!”, ruggì un delirante Mercurio Bua, afferrando un disgraziato a caso per il colletto della casacca e trascinandolo seco. “Come ti permetti, razza di stronzetto? Ti spezzo le ossa una ad una …”

Schiaffeggiando via assai scocciato la mano artigliata alla sua povera preda, liberandola, il cerusico di campo sbraitò insofferente: “Insomma, qualcuno me lo può tenere fermo? O legatelo direttamente, sennò qua finisce che lo eviro e allora sì che avrà motivo di dolersi sul serio!”, dovendo infatti egli operare alla coscia, in pericolosa prossimità dell’inguine.

Immediatamente, Leka Busicchio e un altro stradiota gli strinsero con una corda le caviglie e i polsi all’improvvisato tavolo operatorio, intanto che i suoi compagni immobilizzavano il convulso greco-albanese onde facilitare l’impresa.

“Si salverà?”, s’informò apprensivo Busicchio, osservando preoccupato il collega giacere pallido ed esangue sul tavolo, la pelle un malsano misto tra giallognolo e bluastro e sudata per via della febbre montante.

“Me lo avessi chiesto un istante fa, ti avrei detto di no”, gli confessò brutalmente onesto il cerusico, mentre passava la lama sulla fiamma e indicava al suo assistente di preparare una tintura d’oppiacei che poi costrinse il poco collaborativo paziente ad inghiottire. “Ora invece … Santissimi Cosma e Damiano [3]! Mai visto un moribondo con così tante energie …”

Il capitano stradiota si morse il labbro inferiore, in pena e allo stesso tempo arrabbiato col Bua, biasimandolo intimamente per la sua ostinatezza a voler rimanere a tutti i costi sul campo di battaglia, malgrado questa fosse stata già persa in partenza.

“Leka”, biascicò Mercurio, la lingua gonfia e impastata e gli occhi guizzanti in ogni direzione, esausti dallo sforzo di rimanere focalizzati. “Perdio, Leka!”

“Eccomi!”, si portò il condottiero al suo fianco. “Andrà tutto bene … il cerusico qui …”

“Stai zitto e dimmi: la battaglia?”

“Persa.”

“Quanti dei nostri?”

“Un quarto.”

Mercurio s’umettò le labbra secche, deglutendo malamente acida bile. “Dove siamo?”, si guardò attorno disorientato.

“A Montebelluna, nel tuo padiglione. San Giorgio sia benedetto, non siamo incappati in alcun agguato, sebbene poco ci mancasse che quel cavaliere veneziano …”

Il greco-albanese, che fino a quel momento aveva ascoltato ad occhi chiusi e semicosciente, spalancò le palpebre, girando il collo di scatto. “Dov’è?”, ringhiò, realizzando ora il perché avvertisse qualcosa mancare nella sua tenda, impedendogli un pronto riconoscimento.

“Te l’ho già spiegato: quel veneziano l’abbiamo seminato alle pendici del Mont- …”

“Non quello, l’altro!”, gli esplicò (male) Mercurio, digrignando i denti nel tentativo di puntellarsi sui gomiti, solo per realizzare d’esser legato al tavolo. Il che aumentò la sua arrabbiatura. “L’altro! L’altro! Quel maledetto uccello del malaugurio, quello stronzo infame, quell’insolente farabutto, quella brutta scimmia, quella femmina mancata, quel …” e appurando quanto Leka l’avesse perso in calle, uscì dai gangheri e incominciò a far pressione sui lacci, prontamente premuto giù disteso dai fin troppo solerti stradioti ora al comando dell’inflessibile cerusico.

Quand’ecco entrare nella tenda Zilio Madalo, cui Mercurio s’appellò manco San Giorgio redivivo sceso in terra: “Zilio, almeno tu salvami da questi farisei! Dov’è finito?”

Il suo sottoposto gli rispose sollevando Thomà e portandoglielo ad altezza d’orecchio. “Parla s-cieto, puto, e lesto!”, l’intimò perentorio il capitano di ventura. “Dove xélo el tòo patron?”

“Lo gh’han i todeschi!”, gli spiegò conciso il bambino. “Co si pensava che geravate morto, vanti xéi venui tre omeni tajani, do dil partio di Franza et on d’Alemagna. El mio patron lo gh’han messo in la cheba, i disen cheo portan in Alemagna, perhò i franzosi no xéi contenti, i lo volen ancha lhori e se lo litigano chome la veste sancta di Domino Jesu Christe.”

“Tre uomini italiani, due di parte francese ed una tedesca?”, corrugò Mercurio la fronte. Il fratellastro del Gran Scudiero era partito assieme a La Palice e de Boisy alla volta di Vicenza, quindi dovevano trattarsi sicuramente di Pallavicino e Trivulzio. Ma chi militava per l’Imperatore pur italiano? L’unico che gli veniva in mente era il conte Gianfrancesco di Gambara, il cui arrivo era stato annunciato … Il Bua socchiuse gli occhi e cercò di recuperare dalla mente annebbiata dalla febbre e dagli oppiacei le ultime missive ricevute e dunque i prossimi movimenti all’interno dell’accampamento. “Allora ci ha già raggiunto … Sistu seguro, che gera per dasseno on tajan a soldo di l’Imperador? Se ciamelo Zuan Francesco de Gambara?”

Thomà gli lanciò un’occhiataccia. “Gambara, gambero, gambera … chi sonjo, mi, el Imperador che cognesse tuti i nobeli di sta terra? Mi ve conto solo zò che gh’ho vardà e sentio! No franzosi, no todeschi, tre tajani i xéi entrai!”

“Pulito, basta che ti te tasi”, lo liquidò uno snervato Mercurio, avvertendo una maggior pesantezza sia nel cervello che nelle membra. Fatto cenno col capo a Zilio di metter giù Thomà, gli ordinò: “Pigliati i più robusti dei nostri e vammelo a riprendere con qualsiasi mezzo, lecito e non! Anche a costo di spaccare il muso a tutti i francesi e tedeschi di questo campo! E se quegli schifosi di Trivulzio, Pallavicino e soprattutto di Gambara dovessero intralciarti, hai la mia benedizione di spedirli a guardar crescere le margherite per le radici!”

Fiutando guai e conoscendo la natura fin troppo zelante di Madalo, Leka s’intromise, offrendosi anch’egli volontario così da evitare un inutile massacro prima e dopo per le punizioni sicuramente inflitte a scontro terminato. “M’accerterò di riportartelo indietro”, assicurò il dubbioso collega. “Tu devi solo pensare a guarire.”

Mercurio Bua annuì debolmente, adesso sul serio sfinito.

Una volta usciti gli stradioti e finalmente tranquillo di lavorare in santa pace, il cerusico s’avvicinò al paziente con un bastoncino, cacciandoglielo tra i denti. “Ah, urlate pure se vi va. Prometto di non giudicarvi”, asserì, sorridendogli d’una poco rassicurante e gaudente ferocia.

“Ti piacerebbe”, bofonchiò Mercurio, preparandosi mentalmente alla peggior ora della sua vita, dopo ovviamente il primo incontro con la suocera.

 

***

 

 

Hironimo s’era appena addormentato quando captò lo stridore del cancello della gabbia, accompagnato da rauche grida sia in francese che in tedesco. A destarlo completamente fu però la presa e il conseguente strattone alla caviglia, costringendolo a scivolare fuori dalla gabbia in un doloroso e pesante tonfo, finendo dritto in una pozzanghera a mangiar fango e acqua.

Senza capire i come e i perché, si sentì schiaffeggiare via la mano che lo stringeva per poi venir issato in piedi e malamente scaraventato contro le sbarre, nascosto dal corpo massiccio della sua guardia, la quale puntò la sua picca contro il gruppetto di soldati guasconi dietro i quali Hironimo riconobbe il capitano du Molard.

“Laisse-nous passer! C’est un ordre!”, ringhiò il guascone al tedesco, estraendo la daga e avvicinandosi minaccioso.  

Quell’altro gli rise in faccia, affatto impressionato. “Wahnsinn! Meine Pflicht ist es, die Befehlen zu gehorchen. Und mein Kapitän hat mir gesagt, dass er unser Gefangener ist! So … verschwindet ihr alles!”

Osservando inebetito quell’assurda conversazione in idiomi così dissimili tra di loro, Hironimo, ripresosi dallo sguarattamento iniziale, si rese conto di tre grandi verità: primo, sebbene schiacciato dalla schiena del tedesco comunque si trovava fuori dalla gabbia.

“Je ne parle pas allemand, sale connard! Fiche-moi la paix et donne-moi le vénitien! C’est le maréchal de La Palice qui le commande !”

Secondo: aveva i ceppi solo ai polsi.

“Leckt mich!”

Terzo: nessuno lo stava badando sul serio.

Veux-tu désobéir au maréchal? Veux-tu pendre au gibet?”

Il tedesco poteva anche ignorare in totum la lingua francese, ma quell’insistente ripetizione del nome di La Palice incominciava a smuovere gli ingranaggi del suo cervello, riempiendogli la testa di dubbi. L’ordine di vegliare sul prigioniero veneziano gli era stato dato, in effetti, dal conte di Gambara che rappresentava l’Imperatore. Tuttavia, il comandante in campo era La Palice e se quel guascone gli si stava avvicinando col nome del maresciallo in bocca, forse un valido motivo sussisteva per cedere il prigioniero.

D’altro canto, però, perché il maresciallo non era lì con loro? E neppure il Gambara o almeno il capitano Jacob? Cosa voleva il capitano delle fanterie guascone da lui?

No, finché uno dei suoi commilitoni o comandanti non si fosse presentato assieme a loro, l’imperiale non si sarebbe scrostato di un centimetro dalla sua postazione.

“Wo ist denn mein Kapitän? Was befehlt er?”, insistette egli assai sospettoso.

Il guascone batté snervato il piede per terra, sbuffando e con lui anche du Molard, che esclamò esasperato: “Est-ce qu’il n’y a pas un foutu allemand ici qui connaît le français afin d’informer ce fils-de-pute, que le vénitien appartient au Roi de France?”

E il tedesco, che tanto stupido non era, captando qualche parola abbastanza simile alla sua lingua incominciava a capire l’inganno cui tentavano di sottoporlo, alterandolo grandemente specie quando avevano intenzione di fregarlo sì meschinamente. Stette quindi per ribattere che il prigioniero non apparteneva al Re di Francia bensì all’Imperatore, quando un’esclamazione da parte di du Molard lo distrasse, costringendolo a voltarsi di scatto: i suoi medesimi occhi s’ingrandirono alla vista di come Hironimo con l’agilità di una scimmia si fosse arrampicato sopra la gabbia e stesse gattonando dalla parte opposta per scappare.

In un sol uomo, si lanciarono tutti sulla gabbia; il guascone anzi ne approfittò per sganciare un bel cazzotto contro il tedesco, tramortendolo, per poi issarsi sulle sbarre sennonché, girandosi, il giovane Miani gli frustò via la mano con le catene: “Toga qua!” e il guascone cadde rovinosamente per terra, reggendosi la mano dolorante.

Medesima sorte toccò agli altri suoi compari che tentavano di raggiungere il patrizio, il quale a guisa della coda del cavallo, scacciava le moleste mosche francesi tra un: “A ti! A ti! Et ancha a ti! Ne gh’ho qua per tutti!” supplendo con calci in faccia laddove le catene non arrivavano.

Dinanzi all’inefficacia di quel bizzarro assedio, i guasconi allora cangiarono tattica e afferrate le sbarre della gabbia presero a scuoterla con l’intenzione di far cascare Hironimo a guisa di mela dall’albero, non calcolando come il giovane s’aggrappasse simil gatto, rimanendo in beffardo equilibrio. Purtroppo per loro, la guardia tedesca, imprecando, si riscosse dal suo forzato torpore e riconosciuto il suo assalitore, lo ghermì per la spalle e costretto a voltarsi gli ricambiò la cortesia ricevuta tre volte tanto, per poi passare ad un altro francese.

Ciò provocò una fulminea reazione a catena: accortisi dei compagni in difficoltà, alcuni guasconi abbandonarono la gabbia e si gettarono quasi di peso sul tedesco, arrivando a bloccarlo per ambedue le braccia e a colpirlo tra faccia, addome e pure inguine, cacciando l’uomo urla disumane a quell’ultimo tormento che sortì l’effetto d’attirare l’attenzione dei suoi commilitoni. Indignatissimi, gli imperiali sopraggiunsero di corsa, tuffandosi per liberarlo dall’impari lotta in una confusa mischia di corpi e cazzotti.

Nel frattempo, Hironimo scendeva quatto-quatto dalla gabbia, approfittando della confusione col progetto di raggiungere indisturbato il limitare del bosco, là dove sperava essersi rifugiato anche Thomà quando l’aveva visto scappare dal padiglione di Mercurio Bua al momento del suo cambio di custodia. Il patrizio procedette dunque come i granchi, guardandosi costantemente attorno e nascondendosi all’occasione dietro un carro, un barile o una tenda, soddisfatto da come i soldati fossero presi dalla loro contesa – accresciuta in una vera e propria rissa di campo – apprestandosi col cuore in gola allo scatto finale, quel lembo di terra vuoto tra l’accampamento e la selva.

Ancora un po’ … ancora un po’ …

Hironimo corse, maledicendo le gambe intorpidite dai lunghi giorni di forzosa inattività e chiudendo la bocca onde risparmiare ossigeno.

All’improvviso una mano gli afferrò un lembo del camicione, tirandolo indietro e, perduto l’equilibrio, ingamberandolo al punto da cadere prono per terra e trascinando seco il suo assalitore, che lo soffocò col suo peso. Subito Hironimo si sistemò supino e memore degli esercizi di lotta libera sulle spiagge del Lido roteò il bacino così da portare le ginocchia all’altezza del mento e, inarcandosi, strinse tra le cosce il collo del soldato francese per ribaltarsi prima sul fianco e poi sopra di lui, così da finire l’uomo con un pugno sul naso.

Al francese che l’aggredì alle spalle, il giovane Miani elargì prima una frustata con le catene e poi, rotolando sulla schiena e scivolandogli alla giusta altezza, una tallonata sui testicoli.

Rimessosi in piedi, il patrizio riprese la corsa ma oramai la sua fuga era stata scoperta e in più lo insidiavano da più lati, sia francesi che imperiali. Ad uno egli afferrò il braccio e, torcendoglielo, l’atterrò dolorosamente. Ad un altro gli cinse le catene al collo per usarlo come scudo umano ed avanzare di qualche spanna; un altro ancora si ritrovò piegato a metà  in avanti col braccio tra le gambe e Hironimo, dandogli un calcio ben assestato al sedere, lo usò come ariete di sfondamento contro i suoi compari. Il più abile tra questi riuscì ad afferrarlo per il colletto del camicione e lo strattonò verso di sé; facendo perno con la gamba e tirando in direzione opposta, Hironimo riuscì a divincolarsi in qualche vorticosa piroetta, pur stracciando l’indumento e ritrovandosi letteralmente in mutande.

Nessuno dei suoi avversari si giovava nella lotta di alcun’arma se non delle proprie mani, evidente infatti l’ordine di riportarlo vivo a chiunque di quei masnadieri lo rivolesse indietro. Tuttavia, malgrado questo vantaggio, la stanchezza pesava sempre di più in Hironimo, man mano che il gruppo di soldati s’infoltiva e un “Ma va’ in mona!”, gli sfuggì dalla bocca alla vista di quel rotto-in-culo di Gambara raggiungere du Molard.

La presenza dei loro comandanti evidentemente ringalluzzì i soldati, desiderosi forse di non sfigurare, e di fatti uno di loro, roteando all’inverso la picca, mirò alle ginocchia e agli stinchi del patrizio col palese scopo di gambizzarlo. Concentrato ad evitare i colpi, Hironimo non poteva porre sufficiente attenzione a quanto gli accadeva alle spalle e la sua difesa ne risentì, divenendo gli attacchi avversari più efficaci e la sua reazione più lenta e imprecisa. Finché una stoccata particolarmente maligna alla caviglia gli strappò un mugolo di dolore, incrinandolo in avanti; in subitanea successione gli si calò un colpo all’addome e, cadendo bocconi, sul trapezio, atterrandolo e subissandolo di calci così da impedirgli un qualsivoglia centroattacco. Neanche il tempo di rialzarsi e quattro paia di mani afferrarono lo sfinito veneziano per le braccia, tirandolo in direzioni opposte manco volessero squartarlo vivo, la vista oscurata dal sudore e dal sangue che gli colava dalla fronte e le orecchie che gli martellavano, ovattando le grida dei soldati.

Quand’ecco che delle nuove voci più forti e più irose delle altre s’intromisero, sovrastandole. La pressione ai suoi muscoli aumentò di conseguenza e così il dolore, credendo Hironimo che se avessero tirato ancora qualche spanna in più gli avrebbero lussato la spalla come nella strappata. Si morse perciò le labbra a sangue, l’orgoglio troppo radicato in lui per dar a chicchessia la soddisfazione di vederlo urlare in agonia, come invece faceva il suo cuore: Mare … Mare ajuto! I me copan ! I me mazzan! Mare! Mare!

“Se il Bua lo rivuole indietro, che se lo venga a prendere di persona!”

Cosa? Che stavano dicendo? Mercurio Bua non era morto a Treviso?

Poco importava ciò che gli stradioti – ché di loro si trattava – avessero latrato di rimando. La stretta e la pressione alle braccia svanirono e come una marionetta senza fili Hironimo cadde per terra, respirando liberamente, per poi accomiatarsi dal suolo e, in una vorticosa capovolta, trovarsi a contemplare la schiena di colui che solo quell’energumeno di Zilio Madalo poteva essere, a giudicare dall’altezza. E correva anche veloce, constatò Hironimo con strano distacco, osservando gli sbraitanti franco-imperiali alle loro calcagna e come Leka Busicchio aprisse la strada a Zilio a suon di pugni a chiunque gli si parasse innanzi.  Dopodiché, preso un profondo respiro, il veneziano incominciò a mordere e a graffiare il volto del mercenario, rallentandolo e così per la par condicio anche gli stradioti dovettero faticar non poco onde salvarsi da quell’immensa zuffa.

Nessuno si accorse, nel parapiglia generale, degli uomini dalle dubbie uniformi avvicinarsi alle zattere costruite per trasportare via fiume le artiglierie attese da Vicenza. Nessuno tranne forse un soldato tedesco che, notando alcune inesattezze nei colori, aveva esclamato: “Du bist kein Franzose!” per beccarsi una pugnalata sui reni e uno sbrigativo:

“Et no, beo ti!”

Liberatosi della presenza ingombrante del tedesco, Bernardin fece cenno ai suoi compari di sbrigarsi, rimanendo di vedetta onde captare il minimo interesse alle loro azioni. Quella rissa pareva un dono inviatogli da San Liberale, benedisse il trevigiano mentalmente il loro santo patrono, non poteva capitare più a proposito così da operare in fretta, a colpo sicuro e senza neppur attendere l’incerta complicità della notte. Boicottati in pieno giorno nel loro stesso accampamento, che smacco per quei boriosi! Appena rientrato a Treviso, l’uomo si ripromise di accendere un cero lungo un braccio nella cripta del Duomo, davanti alle reliquie del santo. [4]

“Dèmo su! Lesti!”, li spronò, mentre i marciani gettavano del liquido viscoso e infiammabile sulle zattere.

Afferrate delle braci da un bivacco abbandonato, Bernardin le lanciò una per ciascuna imbarcazione. “Via, via!”, intimò ai compagni di correre veloci verso il bosco, prima che le fiamme s’alzassero e inghiottissero le zattere inermi.

 

***

 

 

“Cos’è quella faccia? Non speravi che sopravvivessi?”

“E con ciò? Che vuoi da me? Un applauso?”

Quando Hironimo poté finalmente metter di nuovo i piedi per terra fu nel padiglione di Mercurio Bua, là dove il suo proprietario, terminata la sua agonia sotto i ferri del cerusico, lo stava aspettando disteso sulla branda, la schiena appoggiata su di una pila di cuscini così come la gamba ferita. Il suo valletto d’arme l’aveva ripulito e aiutato ad indossare una camicia pulita, dal cui colletto aperto si notava la stretta fasciatura e la perspirazione della febbre che tuttora piagava il greco-albanese, malgrado l’espressione adesso meno delirante. Il condottiero si limitò d’arcuare scocciato il sopracciglio alla vista dei profondi e rossi graffi sul volto di Zilio, assai contento quest’ultimo d’essersi liberato di quel gattaccio selvatico antropomorfo che ora teneva in ginocchio ben fermo per le spalle. Non che il veneziano se la passasse meglio, pallidissimo e ricoperto d’ematomi ed escoriazioni manco un San Rocco.

“Va’ dalla tua nënë (mamma, ndr.)”, spinse Mercurio col braccio buono Thomà, il quale senza manco capire che accidenti gli avesse ordinato corse d’istinto verso Hironimo, il quale prontamente l’abbracciò protettivo, lanciando un’occhiataccia al capitano di ventura, accusandolo dei più turpi delitti.

“Adesso che te l’abbiamo riportato, puoi startene tranquillo a riposare?”, rimbeccò Leka Busicchio il suo collega, interrompendo sul nascere la vivace protesta che questi stava per rifilare al patrizio veneziano e le sue insensate chimere denigratorie. “Azzoppato e febbricitante non ci sei affatto utile! Anzi, una palla al piede!”

“El xé senpre ‘na bala al pie”, bofonchiò tra sé e sé Hironimo, prontamente rampognato da un celere scappellotto da parte di Zilio.

“Ringrazia il fratello di questa … pescivendola!”, sbottò petulante Mercurio, indicando il giovane Miani che gli rispose con un gesto assai scurrile delle dita e beccandosi un altro ceffone alla nuca. “M’ha fronteggiato da turco, quel vigliacco, altrimenti l’avrei sgozzato io!”

“Sì, ma intanto ci sei tu in barella e se non ti dai una calmata, qui finisce che ti spediscono a Trento o a Milano a sbollire i tuoi umori biliosi!”, non si commosse Leka, arrabbiato quanto se non di più del conterraneo. “Inutile atteggiarti da struzzo: hai fatto una figura di merda a Treviso! Pertanto, se vuoi conservare un minimo di dignitosa autorità in quest’accampamento, ti conviene mantenere un profilo basso e non impegolarti in altre cazzate! E questo include …”

“Capitano! Capitano!”, l’interruppe gridando uno stradiota, irrompendo trafelato nel padiglione. “Fuoco! … Fuoco! …”, ansimò, deglutendo malamente l’aria.

“Come? Dove?”

“Le zattere! Le zattere per trasportare l’artiglieria! Sono andate tutte a fuoco! Non se n’è salvata nessuna! Il campo è in subbuglio! Sono anche scappati dei prigionieri! I tedeschi stanno entrando in tutte le tende per rubare cibo, vino, denari e Dio sa cos’altro!”

Un silenzio mortale calò nella tenda e lentamente ogni sguardo accusatore e incredulo cadde su Hironimo che, stringendo a sé Thomà e raddrizzando battagliero le spalle, berciò infastidito: “Ciò! Non mi guardate così ché io non c’entro un’emerita cippa!” e notando come gli stradioti continuassero a fissarlo astiosi, esclamò indignato: “E come avrei fatto, sentiamo? Mi stavate tutti attaccati al culo peggio delle mosche sul latte, mi dite come sarei riuscito a pestarvi e allo stesso tempo bruciare le zattere e liberare i prigionieri?” D’un tratto ansioso, si rivolse a Mercurio: “Si è trattata di una mera coincidenza, non ne sapevo niente!”

Il greco-albanese lo squadrò a lungo, esitante. Il suo naturale istinto gli diceva di non fidarsi, che molto probabilmente il patrizio aveva funto da specchietto per le allodole così da permettere ai suoi conterranei d’agire indisturbati, sfruttando l’immunità conferitagli dal suo status sociale. Dall’altra parte, però, suonava come un piano esageratamente elaborato e basato su parecchie variabili di natura troppo incerta per concludersi con successo.

Semplicemente, risolse il condottiero, il giovane Miani aveva creato in maniera casuale e inconsapevole il momento giusto per gli uomini giusti.

“Zilio”, comandò Mercurio, gli occhi sempre puntati su Hironimo. “Lavamelo come si deve da capo a piedi, bendagli la ferita al fianco e poi dagli una delle mie camice pulite. Dopodiché, prendi la chiave e aprigli uno dei ceppi e richiudilo al mio polso, cosicché se me lo vogliono rubare di nuovo stavolta dovranno passare sul serio sul mio cadavere. L’accampamento è in tumulto, stanotte ci si può aspettare di tutto sia dai marciani che dai franco-imperiali! Armatevi dunque e vigili! Leka”, disse al collega, ponendogli una mano sulla spalla, “ti ringrazio per il tuo aiuto. Ammetto d’aver agito da sconsiderato e spero che tu voglia ancora combattere al mio fianco. E per cortesia taci, non ho mai sopportato i tuoi sentimentalismi”, lo chetò avanti che Busicchio potesse replicare. “Invece, piglia le cose di valore dalla tua tenda e i tuoi uomini più gagliardi: veglieremo assieme finché la situazione non si acquieta. Fai appostare i nostri ai padiglioni e ai cavalli e spero che nessuno qui tra voi abbia tanto sonno, ché sarà una notte assai lunga …”

Sollevati per il ritrovato polso del proprio comandante, simili ad api gli stradioti s’adoperarono zelanti ad adempire alle direttive di Mercurio e in meno di un’ora si disponevano armati di tutto punto al suo capezzale, studiando accorti l’entrata della tende e le ombre convulse che s’agitavano dietro, stringendo la zagaglia o l’elsa della spada o accarezzando nervosi l’impennaggio delle frecce. Persino il convalescente stava impugnando la sua arma, il braccio incatenato ben stretto ai fianchi di Hironimo che a sua volta teneva Thomà sedutogli sulle ginocchia.

Tutto questo in un silenzio da predatore, i respiri ridotti a flebili sussurri e i cuori tuttavia tambureggianti in gola, in netto contrasto con le acute grida convulse che riecheggiavano all’esterno.

“M’ero scordato di dirti”, mormorò piano Mercurio al patrizio, “adesso che siamo legati spero non ti scandalizzerai, donzelletta mia, quando dovrò usare il pitale!”

“Non preoccuparti per me, pan de zucaro”, gli sorrise con magnanima sufficienza Hironimo, pur tuttavia sperando che il suo tono di voce non tradisse la crescente ansia per la sorte sua e di Thomà. Ironico come dovesse affidarsi a quel satanasso onde sopravvivere. “Spero invece non mi creperai d’invidia, quando toccherà a me pisciare!”

In altre circostanze, il Bua gli avrebbe pizzicato il fianco a mo’ di punizione per quel suo umorismo puerile. In quel momento, però, gli fu grato d’averlo aiutato a sdrammatizzare e quindi distendergli i nervi e ragionare più lucidamente, specie quando la tenda prese a muoversi a causa dei primi assalti, scostandosi appena da rivelare la punta di una lama  e la mano che l’impugnava ...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua …

*******************************************************************************************

Come sempre, ricordiamo che le vicende qui sono romanzate per supplire sia alla mancanza di fonti che alla concisione del Sanudo in certi eventi.

Un contadino fuggito dal campo dei franco-imperiali notificò come essi fossero venuti pesantemente alle mani, così da fornire un’occasione d’oro ai marciani di bruciare le zattere destinate a trasportare l’artiglieria. Conoscendo i soldati mercenari, possiamo ben intuirne i motivi – soldi, cibo, donne, naturale antipatia tra francesi e tedeschi, etc. – ciononostante, perché non fare il Nostro la ragione di questo litigio? Inoltre, sì, i soldati dormivano armati e non per paura dei marciani bensì dei loro stessi alleati, poiché le ruberie nelle rispettive tende erano all’ordine del giorno.

Se pensate poi che Gian Paolo Gradenigo stesse esagerando nelle sue fantasie su come punire i responsabili della morte di suo fratello Giovanni Gradenigo, hé, sappiate invece che quelli erano veramente i metodi dei turchi, per quanto orribili essi possano suonare.

Spero che il capitolo vi sia piaciuto, alla prossima!


Un po’ di noticine:

 

[1] non sappiamo come Fra’ Giocondo ideò l’originale Ponte de Pria (Ponte di Pietra in italiano), essendo la forma attuale quella della ricostruzione del 1521, sotto la podesteria di Priamo Legio. Pertanto, abbiamo tenuto quanto più vaga la descrizione.

[2] Dateve cum un legno = dattele in testa col legno, cioè prenditi a legnate in testa, modo di dire per darsi una calmata. Andar fora de vada = fuori di testa, impazzire.

[3] Ss. Cosma e Damiano =  protettori dei medici e chirurghi, sono stati appunto due medici romani martirizzati sotto Diocleziano, gemelli e fratelli maggiori dei santi Antimo, Leonzio ed Euprepio.

[4] San Liberale = San Liberale d’Altino, patrono di Treviso, di Castelfranco Veneto e di tutta la diocesi trevigiana, fu un militare, un predicatore e asceta, grande avversario dell’eresia ariana, che s’adoperò per tutta la vita a sradicare dal territorio. La leggenda, oltre che a legarlo ai santi martiri Teonisto, Tabra e Tabrata, narra che fu lui a salvare Treviso da un’incursione degli Unni o dei Longobardi, a seconda della versione.  

Laisse-nous passer! C’est un ordre! lasciaci passare ! E’ un ordine!

Wahnsinn! Meine Pflicht ist es, die Befehlen zu gehorchen. Und mein Kapitän hat mir gesagt, dass er unser Gefangener ist! So … verschwindet-ihr alles! Follie! Il mio dovere è di obbedire agli ordini. E il mio capitano mi ha detto ch’egli è un nostro prigioniero! Quindi … sparite tutti!

Je ne parle pas allemand, sale connard! Fiche-moi la paix et donne-moi le vénitien! C’est le maréchal de La Palice qui le commande ! Non parlo tedesco, brutto coglione! Smettila di rompermi le palle (lett. Lasciami in pace) e dammi il veneziano! È il maresciallo de La Palice che lo comanda!

Leckt mich !sucamelo!

Veux-tu désobéir au maréchal? Veux-tu pendre au gibet? vuoi disobbedire al maresciallo ? Vuoi pendere dalla forca ?

Wo ist denn mein Kapitän? Was befehlt er? dov’è allora il mio capitano? Cosa comanda?

Est-ce qu’il n’y a pas un foutu allemand ici qui connaît le français afin d’informer ce fils-de-pute, que le vénitien appartient au Roi de France? non c’è qui un fottuto tedesco che conosca il francese da informare questo figlio di puttana, che il veneziano appartiene al re di Francia?

Du bist kein Franzose!Non sei francese!

 

Ritorna all'indice


Capitolo 11
*** Capitolo Decimo: 8 settembre 1511 ***


Ecco qua il decimo capitolo!

Ulteriori note si trovavano a fine pagina, ma qualsiasi domanda fatemi sapere.

Avvertimenti: linguaggio scurrile, tematiche religiose, abbondante uso del latino.

Un ringraziamento ai miei lettori e ai miei recensori: Alessandroago_94 e Semperinfelix. Un ringraziamento anche a Angel_Dark_Light per fornirmi sempre nuovi spunti di analisi e riflessione. Grazie a chi ha messo questa storia tra le seguite, preferite e ricordate.

Vi auguro una buona lettura,

H.

***********************************************************************************************************************

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo Decimo

8 settembre 1511, Festa della Madonna

 

Sub Tuum praesidium confugimus,

Sancta Dei Genetrix.

Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus,

sed a periculis cunctis libera nos semper,

Virgo gloriosa et benedicta. [1]

 

 

 

 

 

Da ogni campanile di Treviso suonavano con festosa baldanza le loro campane, rincorrendosi in echi e dialogando in diverse tonalità, incominciando dal Duomo ed espandendosi a macchia d’olio così da formare un gioioso coro che rallegrava i cuori.

Levandosi dai rispettivi giacigli e sgranchendosi la schiena e le articolazioni anchilosate dal costante sforzo fisico, ai guastatori addetti allo smantellamento di Santa Maria Maggiore e al rafforzamento dei bastioni di Santa Sofia si presentò un curioso spettacolo: in fila ordinata e compatta, una crescente folla di fedeli avanzava coi ceri in mano in direzione della chiesa, cantando Sub Tuum praesidium a voce talmente alta, che chiunque nel proprio letto avesse indugiato nel sonno poteva ben accommiatarsi da esso e magari unirsi agli oranti. Tutta Treviso d’altronde pareva essersi data lì appuntamento, i suoi cittadini negli abiti della domenica e un’espressione in faccia di grande determinazione.  Quel giorno era la Natività della Beatissima Vergine Maria e grandi lai al folle che avesse boicottato la loro processione verso il Santuario. (Che poi essa di norma avvenisse solo il giorno dell’Assunta, era irrilevante, quei papalini forestieri mica lo dovevano sapere)

Sancta Dei Genetrix, urbem tibi dicatam conserva!

Dinanzi a tal moltitudine, i guastatori rimasero imbambolati e indecisi su come reagire; si lasciarono quindi scavalcare con assoluta noncuranza da parte dei fedeli che s’accalcarono nell’edificio sacro onde poter rendere omaggio alla loro amatissima Signora e invocarne in quei giorni amari e difficili la potentissima intercessione, affidando sotto il Suo manto materno le sorti della città come sempre avevano fatto. Entrati, gli oranti avanzavano genuflessi verso la cappella dell’affresco miracoloso, le braccia incrociate al petto o le mani giunte, incuranti della pressione e dello sporco sulle ginocchia, gli occhi umidi e la fiduciosa preghiera insistente sulle labbra tremanti.

Sancta Dei Genetrix, urbem tibi dicatam conserva!

Dapprincipio  sede di un timido nucleo paleocristiano fondato da San Prosdocimo e abilmente celato col pretesto d’ivi venerare la dea Iside, su quel tempio pagano nacque la prima vera e ufficiale chiesa cristiana e da quel momento in poi a Treviso non vi fu più posto che per una sola Regina dei Cieli [2]. Un codice esplicava come in seguito il duca Gervardo avesse dato ordine di riedificare in quel suo fondo un tempietto a onore della beatissima Vergine Maria, della Croce e di Santa Fosca martire. Aggregata al monastero di Nonantola, essa veniva amministrata dai monaci.  Assieme ai sacelli per conservare le reliquie dei santi Liberale e Teonisto, quelle rive del Sile oltre a vie commerciali divennero col tempo vie devozionali per i pellegrini che, prima di proseguire fino a Roma, decidevano sostando di ammirare il gioiello custodito all’interno della cappella, l’affresco della Madonna dei Miracoli offrente in trono il prezioso Figlio agli occhi dell’umanità.

Sancta Dei Genetrix, urbem tibi dicatam conserva!

Secoli di fedeli in ginocchio Le avevano levato e tuttora in data 1511 le levano in alto i palmi, gli occhi, i ceri e i panni preziosamente ricamati, il cuore gonfio di speranza e penitenza, d’afflizione e di gioia, ognuno invocandoLa per alleviare un’intima pena o un esteriore malanno o per intercedere qualche grazia o il perdono verso Dio, sicuri d’essere esauditi. Lo dimostravano gli innumerevoli ex-voto nonché la trasformazione da cappella a vero e proprio santuario grazie ai generosissimi lasciti dei signori feudali e dal XII secolo il nome della Madonna Grande a Santa Maria Maggiore ricorreva costante negli atti notarli della Marca Trevigiana, legandosi indissolubilmente alla sua storia. Nel periodo di Libero Comune, Treviso orgogliosamente sentenziava che non conosceva altro signore feudale se non la Vergine Maria, la Signora di Treviso. E tutti i trevigiani, indifferentemente dal sesso, età e stato sociale, le erano devotissimi cavalieri.

Sancta Dei Genetrix, urbem tibi dicatam conserva!

Nel tardo Trecento, il pittore Tomaso da Modena aveva dovuto ritoccare l’antica immagine bizantina della Madonna, raffigurata come la Nicopeia o fautrice di vittorie, similmente a quella venerata a San Marco a Venezia, stile iconografico assai diffuso in tutte le terre venete. Vestita d’un verde acquamarina, avvolta da un candidissimo mantello e il capo cinto da una corona d’oro e gemme scolpita in bassorilievo, la Madonna sorrideva serena benevola, gli occhi allungati  e colmi d’una sorprendente vivacità che seguivano lo spettatore ovunque si spostasse, quasi lo confortasse che, ovunque egli fosse andato, Lei e il Figlio l’avrebbero vegliato. Dinanzi a tal espressione così piena di pace e bontà era impossibile non aprire il proprio cuore, impossibile non affidarsi nelle Sue mani.

Sancta Dei Genetrix, urbem tibi dicatam conserva!

 “Varda, Jacopino”, indicò Donado Cimavin l’affresco al figlioletto sedutogli sulle spalle – il santuario, già di suo rimpicciolito dai guastatori, non riusciva più a contenere come in precedenza un gran numero di persone e pertanto il giovane mugnaio e la sua famigliola s’erano dovuti accontentare di un angolino lontano. Avrebbero tentato a fine funzione di avvicinarsi all’immagine. “Varda la Patrona, varda che bela!”

Sancta Dei Genetrix, urbem tibi dicatam conserva!

Il fantolino s’esibì in una buffa sequela di smorfie, stringendo gli occhi e poi spalancando la bocca, estasiato. “Bela … bela …”, ripeteva, indicando a sua volta la figura splendente di bianco e il cui sorriso illuminava l’ambiente avvolto nella penombra.

Sancta Dei Genetrix, urbem tibi dicatam conserva!

“Bravo, metti le man cussì et pregaLa, t’agiuderà sempre”, gli congiunse le manine sua madre Felicita, costringendo il marito ad abbassarsi un poco e il piccino, intuendo come la questione richiedesse grande serietà e impegno da parte sua, premette i palmi con decisione e corrugando la fronte pregò con parole che solo il cuore di un bambino conosce. Unendo a sua volta le mani, Felicita invocò la protezione sulla creatura che portava in grembo e tutta la sua famiglia, sulla città che resistesse all’assedio e il pronto rilascio del sier Miani, che tanto del bene le aveva fatto, riportandole vivo il marito senza poi chiedere nulla in cambio.  

Sancta Dei Genetrix, urbem tibi dicatam conserva!

Con le mani giunte e genuflesso malgrado il freddo marmo gli stesse massacrando i ginocchi, Marco Contarini pregava con grande fervore per la liberazione del padre il cavalier sier Zacaria, di suo fratello minore Piero e del Cor suo. In particolare, La supplicava di preservare l’amico carissimo da ogni male, soprattutto da una morte in dannazione, accogliendo con preoccupazione le notizie circa la scarsità di pane e di una strana febbre che s’era insinuata nell’accampamento nemico.

Come due personalità così differenti – devoto uno e turco l’altro – avessero potuto convivere e nutrirsi di vicendevole affetto, a tutti un po’ sfuggiva però al contempo convenivano come la presenza del Contarini addolcisse l’animo sanguigno del Miani. Forse perché più pacato, più serio o forse perché era l’unico che lo ascoltasse per una buona volta senza atteggiarsi a Cristo nel tempio, giudicandolo ancor prima che aprisse bocca. Cor mio, gli aveva confessato una volta nel segreto della felze, tu non ti rendi conto del grande carisma che eserciti sulle persone: ovunque tu vada, riesci a stringere e soprattutto a mantenere le più sincere e durature amicizie, indipendentemente dal soggetto. A chiunque tu ti rivolga, risulti immediatamente simpatico, ti trattano come se ti avessero conosciuto da una vita! Malgrado i tuoi eccessi, ti si perdona ogni cosa e anzi, non si esita a giustificarti pur di conservare la tua amicizia. Di te tutti hanno sempre e solo buone parole, un’altissima opinione. Li avvinci e pendono dalle tue labbra al punto che potresti chieder di compier qualsiasi impresa e loro ti esaudirebbero pure. Perché non utilizzi questo tuo dono per compiere qualcosa di buono? Per … per cambiar in meglio questo … Ma Hironimo lo aveva interrotto, in apparenza bonario ma Marco percepiva la collerica vibrazione di fastidio nella sua voce, tipica di quando riceveva una critica mal digerita. Cor mio, cambiar cosa? Questo mondo? E perché mai? A me va bene così, al popolo va bene così, alla Signoria va bene così anzi, guai a chi scuote il suo centenario status quo!  E non solo qui da noi, guarda quel domenicano ad esempio: voleva trasformare Firenze e la cristianità e Firenze e la cristianità hanno trasformato lui … in un pugno di ceneri.  Chi ha – ha. Chi non ha – non ha e s’impicca. Questa è l’unica verità, aveva concluso, facendo spallucce. Al che Marco aveva insistito ch’era facile filosofeggiare, quando tutto girava pel verso giusto e si campava sereni, illesi dalle brutture della vita. Hironimo allora aveva piegato la bocca all’ingiù, inquisendo un poco accigliato se stesse parlando sul serio con cognizione di causa o giusto per aprir bocca, sicché il giovane Contarini aveva giudicato saggio dirottare altrove la conversazione.

Eppure, avrebbe tanto voluto poterlo convincere a vivere più rettamente, invece di sprecare così aridamente la sua vita. Oh, non che Marco si giudicasse uno stinco di santo (mica si sottraeva alla vita mondana), tuttavia s’angustiava nel veder scendere nel fango quell’anima buona ch’era Hironimo, quello strano ragazzo che latrava i peggiori insulti a chiunque lo pizzicava mentre si svuotava il borsello per fare la carità ad un mendicante, neanche si vergognasse di quel suo gesto.

Sua madre madona Alba Donado gli aveva spesso ripetuto che non si può costringere a bere il cavallo condotto alla fonte; ciononostante, Marco non voleva demordere nel suo intento. Salvalo, salvalo e illuminagli il cuore!

Salve sancta parens, enixa puerpera Regem: qui coelum terramque regit in saecula saeculorum !

Eructavit cor meum verbum bonum: dico ego opera mea Regi.

Uguali pensieri agitavano la mente di Marco Miani, mentre affidava alla Madonna la moglie e i figlioletti Anzolo e Scipio. Pregava per la sua famiglia, per ricevere protezione in questo assedio e non per gloria sua personale bensì per non mancare al suo ruolo di sostegno nei confronti di Helena e dei figli, tremando all’idea di lasciarli indifesi e soli al mondo.

Gli occhi chiusi e i pugni serrati, Marco si batteva il petto in spietati mea culpa, supplicando l’intercessione della Vergine onde perdonargli i molti peccati, in primis il concepimento adulterino del suo secondogenito (atto d’imperdonabile debolezza dettato dal malcostume vigente in guerra e ancora ringraziava pieno di riconoscenza per non essersi beccato in tal circostanze il malfrancese), seguito poi dall’ultimo aspro diverbio con Momolo.

Non aveva desiderato congedarsi così dal fratello in partenza per Castelnuovo di Quero, non con quelle parole malsane e crudeli,  non il medesimo giorno del funerale della loro sorellastra Crestina. E sarebbe stato facile, similmente ad ogni loro errore, incolpare nuovamente la guerra, sostenendo come essa li avesse abbruttiti, privandoli della sensibilità e raffinatezza dei gentiluomini. La verità era che avevano permesso a delle stupide incomprensioni e infondate gelosie di venire a galla, un meschino marciume che aveva avvelenato quegli ultimi preziosi istanti assieme prima di ripiombare nell’incertezza del futuro.

Marco aveva nutrito le solite piccole invidie nei confronti del minore – non lo nascondeva - specie il suo rapporto privilegiato con Madre, mal tollerando di conseguenza come Momolo la ripagasse recandole di continuo mille dispiaceri e come ella continuasse a giustificare le sue baronate, malgrado i rimproveri suoi e degli altri fratelli maggiori. Contrariamente però a Lucha e a Carlo, che sì gli volevano bene ma con il pacato equilibrio della differenza d’età, Marco invece per Momolo era stato un rivale con cui misurarsi e un complice da spalleggiare, un maestro e un confidente sebbene con l’avanzare dell’età e il suo matrimonio i due fratelli si fossero un po’ allontanati, ognuno con la propria compagnia, e Marco ammetteva una venuzza di gelosia verso il giovane Contarini, che s’era insinuato a suo sostituto.

Ciononostante, il profondo affetto che li aveva legati non s’era mai sciolto e anzi se fosse dipeso da lui e non dalle strategie sociali, Marco avrebbe scelto Momolo come santolo del suo primogenito Zanzi. A lui doveva la scelta del nome di Scipio, quando questi fece il suo imbarazzante ingresso in Ca’ Miani. Reggendo il piangente pargolo, Momolo aveva esclamato ilare: poiché il piccino strillava più imperioso d’un generale, già che era un Aemilianus che Scipio lo si chiamasse [3] ed era uno spettacolo vederlo giocare a gattomiao con Zanzi e Ina o fare il vola-vola a Scipio, più bambino lui di loro, dolci quadretti familiari che Marco custodiva nel cuore alla stregua dell’oro.

Ma era bastata quella parolina di troppo e il perfido sussurro del demone della superbia per rovinare tutto.

“Essere un valente cavaliere non fa di te necessariamente un buon comandante!”

“Di diana, potresti almeno per una volta, Madre, cessare di trattarmi alla stregua di un poppante? Non è la prima volta che vado al fronte! Devo ricordarti, poi, quante settimane ci siano volute affinché il Maggior Consiglio concedesse la castellania a Lucha? A come si è dovuto umiliare, prostrandosi a momenti? Proprio adesso dobbiamo rinunciarvi? E come ci sostenteremo, visto che la nostra filanda è chiusa, molto probabilmente distrutta, i nostri fonteghi semivuoti?  Qualcuno deve in vece di Lucha presidiare Castelnuovo e se né Carlino né Marchetto hanno abbastanza fegato né amor patrio per offrirsi volontari, hé, dunque non rimane che a me tener alto il nome dei Miani!”

Qualche parolina di troppo …

“Arrogante, maligno, ingrato pezzo di merda! Vattene pure in quella sorciera di quattro pietre marce, chi ti vuole qui a impestarci con la tua odiosa presenza? Sei un peso morto in famiglia, un essere inutile! Vattene e per quel che mi riguarda, puoi anche crepare, non ci tangerebbe! Anzi, equivarrebbe ad una liberazione!”

Quante volte aveva rivissuto quella scena, nel vano tentativo di poterla cambiare? Quante volte s’era morsicato la lingua nella speranza di cancellare quell’assurda invettiva? Quel desiderio mostruoso?

Perché aveva visto, sì,  Marco aveva visto come aveva annientato Momolo in spirito, anche se quest’ultimo non s’era scomposto -  gliel’aveva letto negli occhi nerissimi, divenuti improvvisamente opachi, vuoti.

Come il giorno in cui l’ufficiale sanitario aveva riportato il cadavere di Padre a casa.

Madonna Santissima, ti supplico di riportarmelo indietro. Non voglio che quelle siano le ultime parole che debba sentire da me. Non voglio che quel porco di mercenario lo torturi. Salvalo, salvalo te lo supplico! Che io sia punito, piuttosto, che io sia punito per le mie parole inique e orrende ma salva mio fratello!

“Sier Miani?”, lo chiamò sottovoce sier Lunardo Zustignan, portatosi con molto sgomitare dietro alle sue spalle.

Benedicta et venerabilis es, Virgo Maria: quae sine tactu pudoris inventa es Mater Salvatoris. Virgo, Dei Genitrix, quem totus non capit orbis, in tua se clausit víscera factus homo.

Marco sobbalzò, asciugandosi veloce e furtivo le lacrime inconsciamente scivolategli lungo le guance. “Diteme pur, sier Zustignan.”

“Gh’aveu nove dil vuostro sier barba el consier Morexini?”

Guardandosi cautamente attorno, Miani rispose in un mormorio intellegibile: “Ancuo el Menor Consejo va far colegio. I decidaran in prèssa.”

“Spiero in Dio sia cussì.”

“Cossa diselo el provedador Gradenigo?”

“Iguali cosse: chome i nimici xéli al solito locho di Monte Beluna et qualche parte verso Asolo e Castel Francho, et aspetano l’artellarie -  dovean zonzer o questa sera o doman - et par voleno venir qui a campo. I nuostri esploratori gh’han contà 4 canoni, 3 colobrine, 4 falconeti, et alemani gh’han 4 groxe, et franzoxi on canon groxo, ma falconeti et altre artelarie assa’ menute. El provedador gh’ha ancha ordenà di fortifichar maxime a la porta di Altilia et dimandà 200 over 300 fachini cum li soi zaponi e badilli. Per il camerlengo per via di camera gh’ha mandà il conto di danari, cussì da mostrar chome i gh’avemo per dasseno besogno, che no xeli spasemi d’on vecjo spiritao”, li riassunse sier Lunardo i fatti del giorno.

“Mi gh’ho rizevuo notissia da sier Philippo Salamon, capetanio in Cadore, chome geran passà di Val Sugana 6000 fanti alemani per campo, ma mal armati, soto domino Zorzi Felzer. Tuti i xéi d’accordo ch’el Imperator no vien in campo, ma xelo ‘ndà in suso, et gh’ha mandà in campo, a la impresa di Trevixo, el vescovo di Lubiana et el conte Zuam Francesco de Gambara, qual, insieme cum el monsignor di la Peliza, toglino la impresa di Trevixo.”

“Besognerà far tute provision et duplichar le guardie et sguaraguaiti (ronde, ndr.). El podestà qua gh’ha pocha praticha …”, fu la clemente opinione del Zustignan su sier Andrea Donado, che se non fosse stata per la granitica risolutezza e ferrea organizzazione di sier Zuam Paulo Gradenigo, Dio li scampasse tutti. Dopodiché s’informò, cambiando argomento: “Et col domino Simon Michiel, chome xela finia?”

Alludeva il patrizio ad un singolare caso avvenuto di recente a Treviso, del sano pettegolezzo onde mitigare la tensione della preparazione all’assedio. Il canonico Simon Michiel di sier Nicolò cavaliere e procuratore e residente lì in città, era stato incolpato di aver criticato con aspre parole l’operato della Signoria e pertanto arrestato.  L’uomo s’era difeso proclamandosi innocente e calunniato da gente invidiosa, che solo voleva la sua rovina.

“Ah, per li cai di X, zoso, fo examinato et trovato inocènte, et esserli stà levà vanie da’ soi inimici, et non fo gnente.”

Sier Lunardo arricciò la bocca, sbuffando. “Verità o busìa, en futuro el impararà a tegnir ea bocha ben serada, saveu?”, disse, per poi chetarsi bruscamente alle solenni parole del prete officiante:

Alleluia, alleluia. Felix es, sacra Virgo Maria, et omni laude dignissima: quia ex te ortus est sol iustitiae, Christus, Deus noster. Alleluia.”

Un fitto bosco di braccia e mani si levò in alto, speranzoso, risoluto e adorante. “Alleluia!”, ripeterono in un sol uomo i fedeli, scandendo con fervore ogni singola lettera. “Alleluia!”

Falliscono e deludono gli uomini, pensavano con granitica fiducia i trevigiani, ma non Lei, non la loro Signora.

 

Mai.

 

 

***

 

 

Fu una notte alquanto strana: ogniqualvolta l’ombra di un soldato s’avvicinava all’ingresso del padiglione, gli stradioti si tendevano in avanti pronti allo scontro per poi rilassarsi quando i loro compari riconducevano a miti consigli quegli sfacciati predoni, allontanandoli tra urla e stridore d’armi. Il tempo trascorreva lento, ogni granello di clessidra sembrava restio a scendere e il silenzio riempiva la testa di ogni astante d’orride chimere, di agguati e assalti e neppure si aveva il coraggio di chiudere per un istante gli occhi nel timore di venir attaccati esattamente in quell’istante. Gli stradioti s’umettavano la bocca secca e al contempo umida del sudore che non osavano tergere col dorso della mano, ambedue impegnate a tenere la zagaglia, lo scudo, l’arco o la spada.

Hironimo, seduto nel lato della branda, aveva dal canto suo avviluppato simil serpente Thomà, offrendogli col proprio corpo quanta più protezione possibile e strabuzzando gli occhi al doloroso pizzicore delle unghie del bambino, le quali gli si conficcavano nervose nella carne alla vista delle sagome dei soldati avvicinarsi alla tenda. Mercurio, invece, pur seguitando a fissare davanti a sé col medesimo ardore predatorio d’un felino, scuoteva di continuo il capo onde tenersi lucido e sveglio, essendogli la febbre risalita ma sforzandosi di non tradirlo ai suoi sottoposti acciocché il panico di perdere il loro capitano non li sopraffacesse. Dovevano rimanere assolutamente concentrati.

Solo alle prime luci dell’alba la situazione cangiò corso e s’erse nel padiglione un grande sospiro sia di sollievo che di vittoria: un grave silenzio s’era poco a poco imposto nel campo e gli ultimi schiamazzi vennero scacciati dai raggi del sole come la neve a primavera.

E quando gli stradioti alla guardia della tenda lasciarono entrare la figura che s’appropinquava, si comprese che ogni focolaio di sommossa era stato completamente debellato. 

“A quanto vedo il mio padiglione s’è trasformato in un’osteria”, commentò aspro Mercurio Bua al nuovo arrivato, puntellandosi sui gomiti e nettando la fronte madida di sudore, la spada ceduta a Lecha Busicchio. “Si va e si viene a proprio piacere, senza domandar permesso.”

Il conte Gianfrancesco di Gambara gli rifilò un sorriso stretto. “Vi si credeva morto, capitano”, rispose, soffermando lo sguardo su Hironimo che strinse gli occhi bellicoso. Perfino Thomà lo fissò di traverso, mostrandogli una scaltra linguaccia con la scusa di leccarsi le labbra secche.

“Neppure una puttana si consola così in fretta!”, sbuffò sardonico l’albanese, tirando alquanto possessivo al petto la catena, avendo seguito la traiettoria dello sguardo del bresciano e non garbandogli quella sua insistenza nello scrutare il giovane Miani. “Bando alle ciance, in che poss’esservi d’aiuto, signor conte?”, lo canzonò falsamente servile.

“Non badate a me, piuttosto alla giustificazione che dovrete al maresciallo de La Palice circa la vostra disfatta a Treviso!”

La bocca del capitano di ventura si piegò in rictus nervoso. “Almeno la mia è stata un’azione coordinata a concludere un risultato utile. Voi, invece, come gli spiegherete la sommossa nel campo? Come si potrà fidare il maresciallo e soprattutto l’Imperatore di chi non è neppure in grado di tener a freno i propri uomini?”, sputò velenoso, le dita contorte da spasimi specie dinanzi alla faccia di bronzo del nobile, che pur nel torto continuava a fissarlo con condiscendente sufficienza. 

“Vi piacerà apprendere”, gli riferì infine il conte, porgendoli un rapporto appena giunto all’accampamento da un emissario, “che il maresciallo si appresta a ritornare.”

Fingendo di cercare fantomatici pidocchi tra i ciuffi biondi di Thomà, Hironimo si spostò strategicamente sul lato della branda, leggendo di sottecchi i contenuti del rapporto.

Arrivati a Vicenza sabato 6 settembre; artigliere avviate a Marostica. Aggiunte alle nostre plus lance 200 e 2,000 fanti grigioni. Entrati a Vicenza si è dato ordine di suonare le trombe e a gran voce si son fatte levare grida: “A Treviso! A Treviso!” unde infondere coraggio ai soldati. Inventario è il seguente: 400 munizioni, ponti, scale e burchi per il trasporto lungo il Brenta partendo da Bassano. 4 cannoni, 3 colubrine, 4 falconetti, 4 grosse di calibro e un cannone grosso. Falconetti e altre artiglierie però di piccolo calibro. Quantità più che soddisfacente di rifornimenti per fronteggiare la carestia di pane nel campo. Si cerchi di capire chi in Treviso sia disposto a collaborare.

“Evidentemente”, indicò di Gambara l’ultima frase, “neanche Gradenigo s’è rivelato capace di governare la propria città, se de La Palice adombra l’esistenza di simpatizzanti alla causa dell’Imperatore”, e attese in sorniona aspettativa l’occhiata indispettita dell’albanese.

Ne rimase deluso. “Sicuro”, asserì incolore Mercurio, rileggendo il rapporto e piegandolo indifferente in due. “Vi apriranno le porte, certo, ma per tagliarvi a pezzi e trasformarvi in soprèssa da mangiar con polenta e funghi, visto che fra poco siano in stagione.” [4]

Al che il conte s’inalberò parecchio. “Date del bugiardo al maresciallo? Pensate che si sia inventato questa notizia?”

“E voi?”, esclamò spazientito lo stradiota, strattonando improvvisamente Hironimo, che finì per sbilanciarsi in avanti e per poco non gli cadde addosso sulla gamba ferita. “Credete che queste” e mostrò teatralmente le bende, “siano ferite di una città pronta a consegnarsi? Di una città che ha un traditore pronto a svelarci i suoi piani? Se è vero, è una ciancia messa in giro da Gradenigo così da cullarci in false aspettative prima e fottercelo poi dentro a palazzo comodamente!”

“Non nascondete la vostra incapacità accusando gli altri d’inefficienza o superficialità!”

“Voi non eravate sotto le mura di Treviso! Non avete visto in che modo preciso, matematico quasi, ci hanno respinto. Se non rivediamo alla svelta i nostri piani e non cambiamo tattica, ci uccideranno uno ad uno come sorci in trappola. La città è preparata e mi hanno lasciato avvicinare solo per darmi un assaggio della sua potenzialità bellica! De La Palice, voi e tutti i vostri buffoni da osteria potete cantare A Treviso! A Treviso! quanto vi piace, ma io vi dico che è inutile porla d’assedio: avessimo anche il doppio delle forze in campo, non la prenderemo mai! Treviso ora come ora è inespugnabile.”

Quelle parole caddero come una gelida secchiata d’acqua sulla schiena del conte di Gambara, affermazione resa ancor più insopportabile dal compiaciuto arricciare di labbra di Hironimo che tuttora si fingeva interessato a spidocchiare Thomà.

“Vigliacco …”, sibilò il bresciano, il volto a chiazze. “Non siete che un vigliacco, un fanfarone che si spaventa alla prima difficoltà. Uno schiaffo all’onore cavalleresco, al senso del dovere in ogni soldato, uno sputo alla disciplina marziale e ai nobili ideali della guer- …”

“Ma per favore!”, interruppe scocciato Mercurio la sequela di accuse del conte, smanioso di terminare lì la questione anche perché oltre alla febbre percepiva gli acuti spilli dell’emicrania martoriargli le tempie e il collo. “Rifilate tali puerili asinerie ai bambocci esaltati che servite. La guerra è affar di mercante, dove per ottenere un bene invece che col denaro si paga in vite umane! E anch’io voglio aver il mio profitto, non mi nascondo dietro grandi retoriche né mi vergogno delle brutture del mio mestiere! E voi pure mi siete compare, caro il mio conte di Gambara: non pensate di corbellarmi sciorinandovi in elegie sui diritti ancestrali dell’Imperatore e altre stronzate varie sulla necessaria sacralità della guerra, ché vi rido in faccia. La verità è che vi brucia come Venezia v’abbia sottratto i vostri privilegi di conte e feudatario; vi brucia che quando v’appropriate per una vostra festa del porcello di Zane il contadino, invece di considerarlo un vostro diritto un qualsiasi rettore veneziano ha il potere di chiamarvi pubblicamente in tribunale ladro e non solo! In virtù delle sue leggi vi costringe perfino a restituire detto porcello al villan che tanto disprezzate con l’aggiunta di pagamento alla Signoria di una multa, ponendovi allo stesso livello della plebe. Pur di riottenere i vostri antichi diritti, combattereste al fianco del diavolo in persona!”

Gianfrancesco di Gambara balzò in piedi, livido, la mano corsa di riflesso sull’elsa della spada. Ciononostante, l’uomo s’impose di calmarsi anche perché la sua indignata reazione aveva provocato un pericoloso irrigidimento da parte degli altri stradioti, pronti a scannarlo in caso si fosse avvicinato troppo al loro capitano.

“Sappiate che vi farò appiccare come disertore, al minimo vostro cenno d’abbandonare quest’impresa di Treviso …”, gli puntò minaccioso contro il dito, mormorando a denti stretti e frenando a stento la collera.

Mercurio alzò a mo’ di sfida il mento. “Avvertitemi non appena rientra il maresciallo e il vescovo di Lubiana”, lo congedò, sostenendo lo sguardo finché il nobile bresciano non si risolse ad uscire dal padiglione. Solo allora si lasciò cadere sul cuscino, stremato. “E tu? Non hai nulla di brillante d’aggiungere?”, inquisì beffardo, notando come Hironimo se ne stesse sospettosamente in silenzio.

In effetti, il giovane patrizio aveva ascoltato con la massima attenzione il diverbio tra i due comandanti, sorpreso assai del tono duro e irrispettoso nei confronti di chi nell’accampamento rappresentava il Re dei Romani. D’accordo gli altri comandanti francesi, tedeschi e italiani; d’accordo pur con molte riserve per lo stesso de La Palice ma certi attriti e sgarbatezze col di Gambara? Dunque quel lupo affamato d’albanese invero non serviva altro padrone se non il denaro, infischiandosene di tutto e tutti? Forse … già il fratello e i cognati avevano disertato … forse …

“No gh’ho gnente da zontar”, replicò calmissimo Hironimo, terminando la sua guerra personale alla zazzera di Thomà, che reclinando indietro il capo lo studiò perplesso.

Stava azzardando un gioco rischioso e colmo d’incognite, lo sapeva. D’altra parte, però, tredici giorni e neppure un emissario per informarsi della sua salute, figurarsi chiedere del suo rilascio e pattuire un riscatto o uno scambio. O s’erano dimenticati di lui o qualche impedimento bloccava le trattative, vai tu a indovinare cosa.

Poco male.  

Hironimo se la sarebbe cavata da solo anche questa volta.

Come sempre.

 

 

***

 

 

 

Ogni mattina, da molti anni, madona Leonora Morexini seguiva scrupolosamente il rituale di alzarsi presto e tale quale ad un ladro di scivolare via da Ca’ Miani in silenzio onde recarsi a pregare sull’arca del marito sier Anzolo Miani e ora anche della figliastra madona Crestina Miani in da Molin Murlon.

Ognora accompagnata dall’inseparabile Beatriz, in via eccezionale quella mattina le s’erano aggiunti il nipote Anzolo detto Zanzi (a tutti i costi aveva voluto seguir la nonna, pestando simil toro i piedi per terra) e Lucha, dovendosi questi recare alla Quarantia Criminal di cui faceva parte a Palazzo Ducale, malgrado le insistenze della madre la quale non desiderava allungare inutilmente il tragitto del figlio. Alla gentile obiezione materna Lucha si era schermito, sostenendo di non provare alcun incomodo, anzi, gli giovava solo, non stimando la sua invalidità un motivo sufficiente per abbandonare ogni attività fisica.  Al che Leonora non aveva insistito oltre, lasciandolo far il suo piacere, abituata ormai a non pugnare se non strettamente necessario contro l’irremovibile testardaggine tipica dei Miani e a non sforzare l’umore talvolta suscettibile del suo primogenito. Dal suo rientro a novembre dall’Alemagna, il suo Lucha, partito forte, bello e baldanzoso per La Scala, le era ritornato l’ombra di se stesso, reso quasi irriconoscibile e coperto di cicatrici e lividi, col braccio destro storpiato e pen