Tentativi

di Mery_efp
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Inej ***
Capitolo 2: *** Kaz ***



Capitolo 1
*** Inej ***


 
Avevano camminato tutta la sera. Nessun piano, nessuna missione. Solo loro due.
Lei e Kaz.
Per Inej era ancora una situazione assurda, un tempo non avrebbe mai pensato alla possibilità di stare con Kaz senza un colpo da affrontare, o chissà che pollo del Barile da spennare.
Dopo quello che Kaz aveva fatto per lei, e dopo la stretta di mano al porto, qualcosa era irrimediabilmente cambiato. Ma nessuno dei due era disposto ad ammetterlo.
Era andata alla Stecca verso il pomeriggio, giusto per informarlo delle poche cose che negli ultimi tempi erano successe in città. Un grosso carico di merci bloccato alla dogana, un ambasciatore particolarmente sbadato. Cose che per il resto accadevano e sarebbero accadute ancora.  
Kaz aveva ascoltato, domandando solo quando era necessario farlo. Poi aveva rivolto lo sguardo verso la finestra dello studio. Fuori stava tramontando. La luce arancione si irradiava per tutta la stanza, intervallata da qualche fugace passaggio di nuvole.
- Hai da fare stasera? -
Inej avrebbe voluto rispondergli di sì, ma non lo fece. A casa Van Eck tutto era sempre gestito dai domestici, e i suoi genitori sapevano che sarebbe uscita per “lavoro”. Aveva persino incontrato il suo equipaggio, e chiacchierato con Spetch per tutta la mattina. Il suo unico impiego era quello di scivolare sui tetti di Ketterdam alla ricerca di nuovi segreti da carpire e riferire a Manisporche. E Kaz era perfettamente consapevole che Inej, quella sera, non avrebbe avuto altre direttive. Quindi non rispose affatto. Aspettò.
- Volevo proporti un piccolo posto che probabilmente acquisterò tra un paio di giorni. Una bettola stretta e vecchia, ma con un ottimo personale e un cuoco sprecato per quelle quattro mura.-
-Ti stai appassionando di cucina?-
- Invento nuovi passatempi, speravo che essere un capoclan avrebbe richiesto molti grattacapi. Ora capisco perché il vecchio bazzicava giorno e notte.-
Inej giocherellò con l’estremità della treccia.
- D’accordo. Ho il tempo di cambiarmi d’abito per l’occasione?-
Lo sentì sospirare, come se l’argomento non avesse completamente importanza.
- Al massimo puoi usare il bagno dell’ufficio prima di uscire. Haskell aveva persino una vasca personale. E se proprio desideri, puoi vedere se al piano di sopra ci sta qualche baule con dei costumi di scena -
Si interruppe. Ma non riprese nessuna frase, si limitò ad afferrare il bastone e indossare il soprabito.
Inej si portò la treccia di lato e si sistemò un ciuffo dietro l’orecchio.
-Possiamo andare!-


Ed effettivamente Inej non aveva mai mangiato così bene in vita sua. Un posto cordiale, con un cuoco tanto dolce e socievole da portare personalmente le pietanze al loro tavolo. Vedere mangiare Kaz senza quel cipiglio di disgusto l’aveva quasi commossa.
Avevano finito presto, però non lasciarono il locale immediatamente. Con la scusa di doverlo acquistare, Kaz era stato quasi un’ora a descrivere tutti i cambiamenti, angolo per angolo. Inej si maledisse, non riusciva a prestargli ascolto. D’altra parte però, era anche consapevole di quanto Kaz non fosse un gran chiacchierone, non si sprecava con fiumi di parole, né tanto meno, era tipo da descrivere così platealmente i suoi piani. Quasi con una punta di sollievo, comprese che anche il temuto Bastardo del Barile era genuinamente impacciato, durante quello che aveva tutta l’aria di essere un appuntamento.


Poi passeggiarono. Fianco a fianco, come avevano fatto milioni di volte in quegli ultimi due anni. Certo, a metri di distanza, e in situazioni non sempre piacevoli.
Vederli insieme non era neanche raro. Tutte le bande conoscevano Manisporche e lo Spettro, ma Inej sapeva che Kaz non era a suo agio. Quindi passeggiarono lungo i canali abbandonati, le vecchie strade diroccate e puzzolenti, i vicoli stretti e bui dove strisciavano topi e scarafaggi. Eppure non le dispiacque.
Più volte le loro mani avevano provato a sfiorarsi, ma mai come al porto. Precauzione? O Brekker non aveva ancora pagato il conto coi demoni del suo passato?
Quando arrivarono al bivio che avrebbe condotto Inej a casa Van Eck non si fermarono.
La notte stava annebbiando la piazza, i lampioni erano accesi da ore, e le piccole strade erano deserte.
Né Kaz né Inej avevano bisogno di spiegazioni. Quella sera sarebbero tornati alla Stecca. Insieme.
- Appena salgo sù aprirò la finestra del vecchio studio, perdona la confusione, ma non è ancora del tutto sistemato, l’unica differenza è che ho recuperato il materasso di Haskell. Quel figlio di puttana sapeva come coccolarsi.-
Fossero stati altri tempi nessuno dei due avrebbe avuto una minima reazione davanti a una parola come “materasso”. Eppure si ritrovarono ad ammutolire davanti a quello che avevano cercato di non realizzare durante la serata. Avrebbero dormito insieme, e anche questa non era una novità.
E invece lo era.
Lo era per quello che stava, sordidamente, succedendo tra di loro.
Kaz proseguì imperterrito verso l’entrata sul retro della Stecca. Inej si arrampicò lungo le pareti fino a raggiungere la finestra che le aveva indicato.
La ragazza aspettò sul tetto per quello che sembrava un’eternità.
Passò in rassegna ogni episodio di vita che avevano condiviso. Avevano mangiato in un locale, fuori, nei parchi, tra i canali, un’infinità di volte. Avevano dormito nella stessa stanza in più occasioni. Però sempre con le dovute distanze. E allora perché sentiva le proprie budella attorcigliarsi attorno al chiavistello di quella maledetta finestra?
Rumore di passi. Cardini cigolanti, lo scatto di una serratura. Inej deglutì. Poi la finestra si aprì e apparve Kaz, che le fece cenno di entrare.
Quando i piedi toccarono il pavimento, tutto quello che credeva le fosse familiare mutò aspetto.
L’odore pungente delle pareti la trascinarono in un vortice di ricordi, delusioni e gioie. Non aveva mai notato quanto fosse persistente e pesante. Eppure accolse quell’aria stantia come un abbraccio. Quello che ancora non era riuscita ad ottenere in carne ed ossa.
Ma non si lasciò trascinare dallo sconforto.
Girovagò per la soffitta con il passo felpato e silenzioso di un gatto. Alcune casse che erano state il sostegno della vecchia scrivania giacevano accatastate in un angolo, piene di fogli e carte di chissà che piani vecchi.
La mappa della città pendeva ancora secondo la sua solita inclinazione.
- È bello rivederti qui…-
Kaz quelle parole le sussurrò. Per un attimo la sua voce, sempre così graffiata, ostile, apparve calda.
Inej si girò verso di lui, sorrise. Ma non mentì. Anche per me avrebbe voluto dire. Ma non era vero. Il suo cuore bramava di andare via da quella maledetta Kerch. Di lasciarsi alle spalle quella maledetta città. Così come volgeva le spalle alla cartina sbilenca appesa al muro.
Ma a Ketterdam stava Kaz. Stava lo Spettro, le sue abitudini, le persone che amava.
Il disagio si fece opprimente, così presero a parlare.
Quella sera conversarono tantissimo, eppure c’era molto silenzio tra tutte quelle parole.
Entrambi cercavano di deviare la rotta, proseguire verso una dinamica che non era quella che, inconsapevolmente, entrambi avevano realizzato.
Eppure ad ogni frase serpeggiava una delusione. Come se la partenza del discorso principale fosse vigliaccamente posticipata.
Fu Kaz che cedette per primo. Fece un lungo sospiro, poi distolse lo sguardo.
- A quest’ora, una coppia normale starebbe già ruzzolando tra le lenzuola.- Quel commento stonava come il tasto acuto di un organo.  Detto da Kaz poi, sembrava ancora più paradossale.
Inej tuttavia sorrise.
- Noi non siamo una coppia normale.- ammettere quella realtà stordì entrambi.
Poi Kaz si tolse i guanti. Gesti flemmatici, densi… a Inej sembrò che la stanza si fosse riempita improvvisamente d’acqua. Riprese a respirare solo quando le dita del ragazzo si intrecciarono tra le sue.
Inej aveva spesso pensato che il contatto con lui l’avrebbe resa trasparente come con chiunque altro. Si scoprì infinitamente sciocca. Come poteva sparire davanti ad un tocco che era tutto fuorché invisibile? Come poteva perdere anche solo un secondo di quel contatto così delicato e raro?
La sua prontezza di spirito vacillò quando Kaz riprese a parlare.
- Non ho mai avuto rapporti con nessuno. Ho visto e sentito di tutto. A parole potrei descrivere ogni gesto, ogni movimento. Questo argomento non mi aveva mai procurato imbarazzo prima d’ora…- Inej era stata al suo fianco sempre, ma quelle rare volte in cui le loro strade si separavano aveva covato il dubbio che si trattasse per qualcuno. Kaz non parlava mai di sé stesso, e Inej non aveva mai voluto indagare su certe cose. Quella confessione le riempì il cuore di una speranza totalmente estranea.
- Differentemente da me, tu hai fatto la tua scelta.- Inej strinse le dita di Kaz delicatamente. Si stupì di sentire la stessa stretta ricambiata.
- Un segreto per un segreto. Una volta al Serraglio ho dovuto prestare il turno tutto il giorno. Sono stata con… diversi uomini nel giro di pochissimo tempo. La sera sono stata così male che non potevo neanche sedermi. Ho pianto come una disperata. Per giorni avevo quel disgusto addosso che era impossibile togliere. Quindi se la tua preoccupazione è dispiacermi da quel punto di vista… beh, per me le lenzuola possono anche aspettare.-
Per Inej quella risposta avrebbe dovuto rincuorarlo. Invece vide la sua espressione piombare in un baratro profondissimo. Il baratro dove avvenivano i suoi scontri peggiori.
- Sono uno stupido… come ho potuto anche solo…-
- Parlare con me di qualcosa che, in fondo, ti fa soffrire? Kaz...- Inej gli premette il palmo della mano sulla guancia. Vide le sue pupille nere dilatarsi, ma questo non la fece desistere.
- Non sopporto vedere la persona che più amo al mondo soffrire, non sono solo il tuo ragno. Non voglio più essere solo questo.-
Il ritmo del respiro di Kaz cambiò il suo andamento. Il ragazzo si sporse verso di lei e con delicatezza, poggiò le labbra sulle sue. Fu un millesimo di secondo, un battito di ciglia. Inej non ebbe neanche il tempo di metabolizzare quell’avvenimento.
- E io non sopporto vedere che l’unica persona che amo soffra per me.- Inej avrebbe voluto che qualcuno incidesse fisicamente quella confessione sulla sua pelle. Kaz Brekker l’amava. E l’aveva detto senza versare una goccia di sangue estraneo. Però Inej voleva di più. Voleva che quella sera fosse meravigliosa, indimenticabile. Era la sua fiaba, e voleva che come tutte le fiabe arrivasse la parola magica, capace di salvare ogni regno.
- Dimmelo chiaramente.-
Kaz Brekker sollevò un sopracciglio. – Cosa vuoi che ti dica?-
Inej sorrise, questa volta solo per ricacciare indietro le lacrime. – Quella frase che, da un anno a questa parte, stiamo evitando di dire.-
- Per Haskell aveva un dubbio gusto della moda?-
Inej rise. - No, è molto più corta.-
Anche Kaz sorrise, il suo sguardo si addolcì.
- Chi ti ha detto che si tratta di un anno? Per quanto ne so potrei averla pensata giusto qualche secondo fa, o il giorno in cui ti ho tirata fuori da quel maledetto posto.-
Inej tirò un sospiro rassegnato. – Ti amo Kaz.-
Quelle parole risuonarono come colpi di arma da fuoco in pieno giorno.
E proprio come colpito da una pallottola, Kaz Brekker, Manisporche, il Bastardo del Barile e chissà quanti altri appellativi, si irrigidì.
- Ti amo anche io Inej.-
Fu allora che si accorsero di essere in una stanza completamente buia.
 
-Credi che basti?-
-  È un tentativo…-
- Inej, io…-
- Ti vergogni?-
- No, ma… sei sicura?-
- Tu sei sicuro?-
- Ho i miei dubbi… giuro sono convinto che sia un’altra delle tue tradizioni Suli…-
- I Suli come i Kerch fanno l’amore nella stessa maniera.- Inej si premurò di riaccendere il piccolo mozzicone di candela abbandonato sullo scaffale sopra il letto. Quella piccolissima luce, che minacciava di spegnersi da un momento all’altro, sembrò illuminare a giorno l’ambiente.
La ragazza catturò ogni piccola ombra sul volto di Kaz. Sembrava incredibilmente giovane.
-Se la situazione si complica smettiamo immediatamente…- propose abbassando lo sguardo.
- Speriamo di no – concluse Kaz distrattamente.
Inej scivolò sul copriletto, sedendosi a gambe incrociate. Lui provò ad imitarla, ma riuscì solo a piegare la sinistra, mentre la gamba destra stava distesa per lungo.
Si guardarono ancora, i loro lineamenti offuscati dalle ombre. I loro occhi neri due pozzi profondissimi.
Provavano paura. Ma anche felicità. O per lo meno, Inej si sentiva felicissima.
Iniziò lei, sciogliendosi la treccia. Le sue dita scorrevano ciocca dopo ciocca, lasciando delle piccole onde tra i capelli neri. Si stupì di constatare quanto fossero lunghi e morbidi. Kaz seguiva i suoi movimenti con un’attenzione matematica, come se perdersi anche un solo istante di quella sottospecie di rito ne valesse della sua vita.
Inej posò i vari nastri sul comodino vicino a letto e prese un respiro profondo. Rivolse lo sguardo verso Kaz.
Il temuto Manisporche slaccio con gesti delicati il piccolo cravattino che teneva sempre assicurato al collo. Poi le sue dita scesero sui bottoni del panciotto. Un’asola libera alla volta.
La ragazza non si fece aspettare. Anche lei si liberò dei suoi pugnali e delle varie imbottiture. Rimasero entrambi in camicia e pantaloni. Qualcuno sorrise, qualcuno arrossì. Entrambi erano tanto presi da quella idea bizzarra che non credevano fosse reale.
Fu il turno della camicia. Kaz liberò i polsini dalla stretta dei gemelli, così come Inej trafficò con i vari nodi dei suoi.
Bottoni, lacci, un’orchestra di tessuti. Piccoli paesaggi di pelle.
Quando Inej si tolse la camicia, Kaz smise di respirare.
La ragazza poteva quasi sentire i pensieri nella sua testa. I sottili sensi di colpa, la preoccupazione di ferirla.
- È una scelta che abbiamo fatto insieme, non preoccuparti per me…- si interruppe solo per deglutire. – e puoi anche guardarmi…-
Kaz aprì bocca come per rispondere, ma non disse nulla. Si sfilò la camicia e rimase in silenzio. Fu un labirinto di occhiate, percorsi invisibili calcati con piccoli sguardi. Inej aveva temuto quel momento, aveva temuto soprattutto di rivedere in Kaz lo sguardo famelico di alcuni suoi vecchi clienti. Invece gioì nel vedere che il desiderio che prendeva entrambi non era cieco e forsennato. Era rispettoso, docile, non chiedeva permesso, vagheggiava su ogni superficie.
Quando Kaz esitava su alcuni punti che normalmente le avrebbero messo imbarazzo, si sorprese soddisfatta. Quegli occhi acuti erano tangibili quanto polpastrelli, e non si era mai sentita così bella e attraente prima di allora. Aveva sempre considerato il suo corpo una macchina da perfezionare, un involucro da riempire, fino quasi a smettere di avere certezza di possederne uno. Ora si capacitava di quella concretezza, di quella materia, di quella natura che per anni le era parsa crudele.
Poi…fu la volta dei pantaloni.
Per Kaz fu difficile, dovette rimettersi in piedi.
La ragazza percorse con la vista l’agghiacciante cicatrice che segnava la gamba destra di lui. Sembrava un mostruoso insetto che provava ad arrampicarsi lungo il ginocchio. Le zampe erano i punti ricuciti goffamente.
Inej sentiva un formicolio paralizzante per tutto l’addome. Lo stomaco chiuso. La bocca secca.
L’imbarazzo era palese, ma la loro forza di volontà era più forte di qualsiasi barriera.
Manisporche non si sarebbe lasciato sconfiggere da quella sfida. E neanche lo Spettro si sarebbe lasciato turbare.
Quando ogni lembo di tessuto fu staccato dalla pelle, rimasero ad osservarsi a lungo.
Silenzio.
Io ti avrò senza corazza, Kaz Brekker. O non ti avrò per niente.
Quella frase riecheggiò nella mente di tutti e due.
 La nudità non li aveva mai impressionati. Per Inej era praticamente un’abitudine rara. In carovana non vigevano chissà che pudori, e Quinto Porto non era di certo contegno e purezza.
Per Kaz era leggermente diverso. Ma non era vergogna la sua. Era più un ricordo strisciante, un malessere sordo.
Tuttavia il ritrovarsi nudi, a pochi centimetri l’una dall’altro aveva un potere simbolico indescrivibile.
Infine, il violento Bastardo del Barile sporse una mano, e accarezzò con le nocche la guancia di Inej.
Gli occhi della ragazza si inumidirono. 

CONTINUA...

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Capitolo 2
*** Kaz ***


Destra.
Poi Sinistra.
Poi Entrambe le mani.
Kaz sbagliò ritmo.
Inej rise.
- Se la gente sapesse cosa fa il temuto capoclan degli Scarti…-
Inej continuò a ridere. Kaz era troppo confuso anche per immagazzinare un altro pensiero.
- Ripetiamo!-
-E comunque sapevo che alla fine i Suli sarebbero comparsi da qualche parte!-
La conta.
Manisporche e lo Spettro, pur di toccarsi, stavano facendo una conta. Precisamente quella che Inej aveva imparato con alcuni suoi amici.
Seduti uno di fronte all’altro, nudi, senza neanche un filo di polvere, stavano cercando di andare a ritmo, strofa dopo strofa.
Per Kaz era inconcepibile. Aveva immaginato sempre una realtà catastrofica. Un bacio che finiva con un conato, un brivido di disgusto. Si trovò invece a dover fare i conti con una mente che vacillava su nuove parole Suli che era costretto a pronunciare ogni volta che il ritmo della conta cambiava.
Inej era stata geniale. Doveva ammetterlo.
Per lei si era spogliato completamente, sia fisicamente che metaforicamente, ma la cosa che più l’aveva stupito quella sera era stata la sua proposta.
- Rimarremo a fissarci tutta la sera fino a quando non saprò a memoria la frequenza delle tue pulsioni cardiache?-
-No… inizieremo a curare questo tuo malessere…-  Kaz stava per contrariarsi, ma Inej lo fermò immediatamente. – Con la conta dei quattro Saltelli…-
- Cosa è la conta dei quattro Saltelli?-
-Non sai cosa è una conta?-
-Al tempio di Ghezen esistono le conte, ma non penso che sia quello…-
-In parte si somigliano, ma questa è per bambini.-
E così era iniziato quel tormento di battimani e parole in rima.
Inej, inoltre, aveva scelto una tra quelle più complesse. Una prodezza di riflessi e velocità.
Kaz si trovò a concentrarsi più sul ritmo che sul contatto delle loro dita. Per un millesimo di secondo sentì una gioia rassicurante scaldargli il petto.
Più il gioco andava avanti, più le loro mani si intrecciavano. Ogni colpo andato a segno era un trionfo. Palmo contro palmo. Pugno contro pugno. Dita tra le dita.
Aveva sentito sempre una fortissima intesa con Inej, ma mai come quella notte. Fino a qualche mese prima non era convinto che fosse possibile poter ottenere dei momenti così intimi. Ricordò i leggeri tocchi nel bagno dell’albergo, le barriere gelide che si era costruito subito dopo.
Però Inej lo stava cambiando pezzo dopo pezzo. Al suo fianco non era più il mostro che carrucolava per le vie del Barile. Era Kaz. Solo Kaz.
Quando l’ennesimo tentativo andò a buon fine, entrambi crollarono esausti sul letto. Le loro mani intrecciate, le risate incastrate in gola.
Ancora una volta si ricordò di essere solo un ragazzo. Guardandosi dall’esterno vedeva due giovani innamorati che più che strisciare languidamente uno sull’altro, avevano finito per fare una conta come dei bambini. Nessun abisso gelido reclamava il suo corpo, nessuna pelle lo stava mandando nel panico. Si ritrovò a pensare che la sua mano si adattava perfettamente a quella di Inej.
Gratitudine.
Kaz era grato per la possibilità di amare qualcuno. Un sentimento che era convinto di aver escluso dalla sua vita.
I meccanismi intricati delle sue paranoie lo condussero verso il terrore di perderla, di lasciarsi sopraffare da quello che poteva solo procurargli dolore. Ma ignorò quelle voci. Ignorò quel terrore. Ignorò ogni cosa.
Eccetto il calore della presenza del suo Spettro.
Silenzio. Il buio calò su di loro gradualmente, fino all’estinguersi della candela.
A illuminarli solo il pallore lunare. Neanche una nuvola, piccoli fischi di vento.
- Kaz… posso farti una domanda?-
- Dipende.-
- È molto personale, mi risponderai sinceramente?-
- Dipende.-
Sentì Inej deglutire. – Ti sei mai dedicato delle… attenzioni particolari?-
Prima di rispondere, Kaz Brekker intuì il pensiero di Inej. E l’idea si mostrò chiaramente davanti ai suoi occhi.
- Qualche volta… ma non capita da un bel po’…-
- Era una pratica che mi hanno insegnato al Serraglio. Me lo disse una ragazza Kaelish poco più grande di me. A senso suo era un modo per pulirsi da chi l’aveva toccata. Un modo per stare bene con sé stessa e per amarsi. Anche io ci ho provato, ma… nulla riusciva a farmi stare bene in quel posto.-  
- E allora perché ne stiamo parlando?-
-Perché forse potremmo provarci insieme…-
I loro occhi si erano abituati al buio, e riuscivano a distinguere giusto le forme e qualche movimento.
Avevano ancora le mani unite, e Kaz riusciva a distinguere i battiti veloci dei loro cuori.
Paura e Dolore. Ma sotto una luce diversa.
Come era loro solito, non c’era bisogno di aggiungere altro.
Avevano fatto molti passi avanti. Quello sarebbe stato un punto di arrivo decisivo.
Si chiese se era disposto a mostrarsi così vulnerabile. Così debole…
Ma Inej era al suo fianco da due anni, aveva sopportato la sua furia, la sua crudeltà, la sua miseria.
L’aveva visto svenire, crollare, entrare in confusione, ed era rimasta con lui ogni secondo. Più la guardava più si accorgeva di quanto volesse renderla felice, di quanto il suo sorriso fosse appagante. Di quanto dipendesse da lei.
Prese una decisione.
I suoi occhi caddero su Inej, e sui delicati passi di danza della sua mano libera.
Con una mano stringeva le dita della ragazza. Con l’altra si fece strada verso il proprio bassoventre.
Vennero travolti da un meccanismo magnetico, ogni loro sguardo era coordinato con un loro gesto.
I loro respiri divennero ansimi, il calore dei loro corpi si fusero insieme.
Più si guardavano, più la realtà perdeva consistenza, e le mani di uno diventavano quelle dell’altra. Le loro dita erano l’anello di una collana indistruttibile. Un unico corpo, un’unica mente. Kaz si rese conto che non era la prima volta che provava quella sensazione di completezza. Inej era la metà dei suoi pensieri, con lei non aveva bisogno di spiegazioni, di parole, di chiarirsi. Lei era diventata così trasparente che riusciva a penetrargli la mente, a concludere le frasi che non aveva bisogno di pronunciare.
Nonostante i centimetri che li separavano, Kaz non aveva mai sentito una vicinanza fisica così impellente e un desiderio così forte di saldarsi con una persona. Avrebbe spaccato ogni singola costola, messo a nudo il cuore  e i polmoni, ogni fitta trama di vene, pur di stare vicino ad Inej. Più vicino di quanto la fantasia poteva permettergli.
L’acqua del porto, sempre in agguato dentro di lui, iniziò a farsi strada. Ogni immagine di Inej veniva distorta dalla realtà, dalla malvagità del suo passato. Ma questa volta Kaz non provò ad opporsi. Si lasciò trasportare. Ingoiato dal buio, attirato verso una profondità impossibile da risalire.


Il loro respiro era ancora bollente, le loro fronti umide di sudore.
Dalla condizione del letto, nessuno avrebbe mai dubitato di quello che era successo. Anche se non era successo esattamente quello che tutti avrebbero pensato.
Questa volta Kaz stringeva entrambe le mani di Inej.
Inej aveva coperto entrambi. – Fa freddo e non me ne ero neanche accorta. - aveva detto.
Kaz non riusciva a essere lucido come avrebbe voluto. I capelli di lei scendevano dolcemente sulle sue spalle. Percepiva le sue guance a fuoco, gli occhi lucidi.
Aveva alzato il copriletto e si era sepolta sotto strati di coperte, invitandolo a fare lo stesso.
- Il cuore è una freccia…-  le sussurrò Kaz.
-I proverbi Suli non ti si addicono. - scherzò la ragazza.
Kaz poggiò la fronte contro la sua spalla – Lo penso anche io…-
E si addormentarono, mentre fuori iniziava ad albeggiare.

FINE.




*spazio autrice: Grazie di cuore a chiunque abbia letto questa fanfiction! E ship Kanej tutta la vita!
 

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