1100 passi all'alba

di ilbilbo
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Presentazione ***
Capitolo 2: *** I - FARO ***
Capitolo 3: *** II - VIAGGIO ***
Capitolo 4: *** III - CITTA' ***
Capitolo 5: *** IV - GALLERIE ***
Capitolo 6: *** V - DANZA ***
Capitolo 7: *** VI - MONTEMERU ***
Capitolo 8: *** VII - OROLOGIO ***
Capitolo 9: *** VIII - KATANA ***
Capitolo 10: *** IX - CORVO ***
Capitolo 11: *** X - LUCE ***
Capitolo 12: *** XI - NORD ***
Capitolo 13: *** XII - BABI ***



Capitolo 1
*** Presentazione ***


Presentazione


 
A un certo punto del libro il protagonista dirà, più o meno: "Tutte le grandi cose nascono per caso". E' una affermazione che ci ha sempre colpito parecchio perchè, se fosse vera, avrebbe delle implicazioni pesanti, tipo: è inutile programmare il nostro e altrui futuro, così facendo potremmo addirittura ostacolare il verificarsi degli eventi e delle scoperte migliori che, appunto, capitano per caso.

Senza entrare in complicate elucubrazioni filosofiche, un fatto comunque è certo: pure questo romanzetto è nato per caso. Ascoltavo Caterpillar A. M. ridacchiando alle battute fra il serio e il faceto di Filippo Solibello, mentre mi avvicinavo in macchina al posto di lavoro, quando è stato mandato in onda l'annuncio sul concorso letterario. Ed è così iniziata una corsa contro il tempo per cercare di rispettare la scadenza. È venuto fuori qualcosa di piuttosto originale; ideato e scritto a quattro mani, con scambi di idee e pensieri quasi sempre attraverso "pizzini" sgrammaticati spediti sulle ali di Telegram, un mix tra fantasia e realtà.

Una nota finale sul titolo. Cos'è l'alba? Può avere significati completamente diversi. Forse un ritorno alle origini, alla sicurezza di una vita precedente; forse una nuova felicità, tutta ancora da vivere. Abbiamo tirato fuori dodici capitoletti, o passi, per cercare di descrivere il processo; dodici come le dodici ore che impiega il sole per spostarsi dal tramonto, appunto, all'alba. Ma, a conti fatti, solo dodici passi ci sono sembrati un pò riduttivi: non è così facile, purtroppo, raggiungere l'alba! E così abbiamo chiesto un piccolo aiuto alla notazione in base binaria del numero 12.
Buona lettura a te che leggi, con l'augurio che tu possa divertirti come ci siamo divertiti e appassionati noi a inventare e a scrivere la storia.
 
Bilbo & Julchen


Julchen: https://efpfanfic.net/viewuser.php?uid=388482
Bilbo:    https://efpfanfic.net/viewuser.php?uid=1157133

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Capitolo 2
*** I - FARO ***


I ~ FARO

 

 

 

Vincent

Non è la prima volta che mi ritrovo in una situazione del genere. Il mio corpo prende il sopravvento, fa a modo suo, si rifiuta di obbedire. Ormai sono parecchi anni che ho imparato a convivere con la mia vecchiaia. Come si fa con una malattia inguaribile. Si accetta, e basta. Ma stavolta è peggio del solito. A parte il buio, inaspettato, fastidioso. Sono steso per terra, bagnato fradicio, invischiato in una specie di sabbia sporca. Il mio corpo si rifiuta d'alzarsi.
Non capisco dove mi trovo. Ricordo che stavo facendo il mio solito giretto quotidiano dell'isolato. I vecchi sono metodici, ripetitivi. Un giorno senza giro dell'isolato sarebbe stato un segno nefasto, non potevo rifiutarmi. Anche se oggi il tempo era particolarmente minaccioso. Poi ricordo un acquazzone improvviso. Era estate, a volte capita. Anzi, sempre più spesso capita, in questo mondo dal clima devastato, in questo mondo ormai troppo diverso da quello che conoscevo io quando non ero vecchio. Avevo attraversato la strada per ripararmi da Mario. Bar Mario, mi piaceva, si chiamava come quello di Ligabue, il suo Mario però era morto, lo avevo appreso di recente ascoltando il telegiornale.
Quel giorno però non ero riuscito ad entrare da Mario. Quello che sembrava un piccolo guado, perchè ormai la strada si era rapidamente trasformata in un fiume di modeste dimensioni, si era rivelato invece un abisso. Senza volerlo mi ci ero cacciato dentro, prima con i piedi, poi con le gambe, poi con tutto il corpo. Non riuscivo a venirne fuori perché non trovavo un fondo solido su cui poggiarmi.  Annaspavo, era come se qualcosa o qualcuno mi tirasse giú. Soffocavo. Il primo pensiero, però, vecchio stupido, fu per la camicia. Proprio oggi la moglie mi aveva fatto indossare la camicia buona, quella con le righine celesti. Chissà cosa avrebbe trovato da ridire, stavolta, la moglie inviperita. La moglie; sempre meno moglie, sempre più vipera.
E alla fine eccomi qui, disteso per terra, con i vestiti appiccicati addosso, senza le forze per alzarmi. Il Bar Mario è sparito. Persino la luce è sparita. Tutt'intorno un buio opprimente, solo qualche sinistro riflesso argenteo. E' la luna. Una luna piena diversa da quelle che ho imparato ad amare sin da quando ero piccolo. Sí, amo le lune piene che si prendono cura di te con la loro luce calda, che ti fanno capire che sei ancora vivo e vuoi continuare a vivere per sempre, che ti fanno venire voglia di pronunciare frasi tenere a tutti quelli che ti stanno vicino. No, questa è una luna diversa, distaccata, fredda. Scusami luna, se ti sto dando fastidio; il problema é che non riesco a muovermi da qui, e ho bisogno della tua luce per capire dove sono finito. E' bassa, malgrado sia notte inoltrata. Giá, che ora è? Un rapido sguardo all'orologio. I vecchi non possono fare a meno dell'orologio. E' l'una, l'una di notte. E la luna è come appoggiata su quella che sembra una torre, un qualche edificio stretto e alto che spunta da questa distesa desolata e deserta. Una luna che sembra la lanterna del faro su cui poggia. Carina l'idea del faro, che dovrebbe aiutare i naviganti dispersi ad orientarsi. Ma questo non può essere un faro, perchè non c'è mare. Solo sabbia nerastra da cui non riesco a staccarmi. Una sabbia che sembra tremare. Forse sono i battiti del mio cuore impazzito. Quella torre non mi aiuta ad orientarmi, anzi, sono sempre piú disorientato.
E adesso vedo qualcosa, anzi qualcuno, anzi qualcuna, che corre verso di me. E' tutto uno sventolio di braccia e capelli.

 

Kallen

Cavoli! Non è possibile! Devo essermi cacciata in qualcuno dei miei soliti guai. Da non crederci. Verrebbe quasi voglia di ridere, se non fosse che quella inguaiata sono proprio io. Come sempre.
Sto annaspando in una specie di sabbia nerastra da cui non riesco a staccarmi. Adoro il nero, un colore deciso, senza vie di mezzo, un colore che si abbraccia meravigliosamente col bianco; nero, bianco, vero falso; niente mezzi termini. Adoro la sabbia nera, la meravigliosa sabbia nera di Vulcano, che tutto il giorno ammicca calda e profumata col sole. Oppure la spiaggia nera di Reynisfjara, in Islanda, me la ricordo come fosse ieri malgrado il nome ostico: c'era una nebbiolina bassa quel giorno, e i faraglioni spuntavano fuori dal mare e dalla nebbia come giganti buoni. Mi sentivo immersa in quell'ambiente magico con tutte le cellule del mio corpo. Ma qui… piú che immersa sono inzuppata fino all'osso di umidità puzzolente. La sabbia, piú che nera, è di un grigio topo indefinito, appiccicoso. C'è un buio pesto. E di faraglioni… ne vedo uno solo, una torre bassina, mezzo diroccata, che non riesce neanche a sostenere quella specie di luna che cerca di poggiarsi sulla sua cima. Non si vede nient'altro e mi fa male la testa. Com'è possibile che tutto d'un tratto sia finita in questo scempio? Era una bella giornata d'estate, calda e felice. Camminavo senza meta e senza compagnia come spesso mi piace fare. Indossavo i miei stivaletti preferiti, neri come il nastro che legava i miei capelli, vistosi come i miei capelli, scomodi come i miei capelli. D'un tratto mi è venuta voglia di togliermeli, e di saltare a piedi nudi nella fontana. Quei pochi che mi guardavano evidentemente non avevano altro da fare. A volte mi piace essere guardata. Ma non gli sguardi ebeti e repressi dei maschi. Cretino, guarda quelle che te la danno. Non credo di essere particolarmente esibizionista. Mi piace sentirmi libera di esprimermi come voglio, con i vestiti e con il mio corpo, e non ammetto che qualcuno mi metta i bastoni fra le ruote. Ma stavolta qualcosa non ha funzionato. E' come se la fontana improvvisamente avesse perso il tappo e tutta l'acqua si fosse messa a ruotare in un grande mulinello, trascinandomi con sè dentro un enorme tubo di scarico. Sí, è vero, sono magra, ma non tanto da farmi risucchiare dentro un tubo. Forse ho preso un colpo di sole, i miei capelli rosso rubino si infiammano facilmente. Forse sono svenuta.
Ma questo deserto dove mi trovo adesso non è frutto di immaginazione. Dopo parecchi sforzi e tentativi riesco finalmente ad alzarmi. Ho la camicetta fradicia appiccicata addosso. Guardo in direzione opposta alla torre. C'è qualcuno per terra, capelli e barba bianchi, trascurati. Non si muove, sembra morto. Corro verso di lui su un terreno che trema come se ci fosse un terremoto. Voglio capire cosa sta succedendo.

 

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Capitolo 3
*** II - VIAGGIO ***


II ~ VIAGGIO