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di Silvy7s
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Premessa e prologo ***
Capitolo 2: *** Capitolo 1 ***
Capitolo 3: *** Capitolo 2 ***
Capitolo 4: *** Capitolo 3 ***
Capitolo 5: *** Capitolo 4 ***



Capitolo 1
*** Premessa e prologo ***


Ciao a tutti e grazie di aver scelto di leggere questa storia.
 
Prima di cominciare vorrei fare un paio di premesse: si parlerà di un argomento molto complicato e soprattutto delicato, io non sono un medico ma sono appassionata di medicina e tutto ciò che so l'ho vissuto sulla mia pelle o l'ho studiato da sola.
Non scenderò in molto nei dettagli su alcune cose riguardanti la malattia di Grace proprio perché non ho le conoscenze per farlo, non voglio urtare la sensibilità di nessuno e soprattutto questa storia vuole essere incentrata di più sulle emozioni provate dalla protagonista piuttosto che sulla sua cartella clinica.
 
Detto questo spero che questa storia possa comunque piacervi, buona lettura.
 
***

Da quando avevo cominciato il tirocinio ero raggiante, assistere alla nascita di una nuova vita era un miracolo per me e amavo il fatto di poter contribuire ad una cosa simile.
Ormai era la fine del mio turno e mi stavo preparando per tornare a casa. Non avrei mai voluto lasciare quel posto, sentivo come se mi appartenesse e tutto ciò emanava tanta positività.
- Largo arriva la secchiona di turno - disse in tono scherzoso Lea, la mia migliore amica. Risposi con una leggera risata.
 
Non aveva tutti i torti, in fin dei conti amavo studiare. Inoltre le materie scientifiche erano le mie preferite. 
Io e Lea ci conoscevamo da molto tempo, eravamo amiche fin da bambine.
La prima volta che la vidi era nella sabbiera dell’asilo, litigava con un’altro bambino per aggiudicarsi il secchiello più colorato. I suoi capelli ricci scendevano lungo tutte le spalle, coprendogli a tratti il viso. Quel look sbarazzino le dava un’aria decisamente non molto amichevole. Insomma, chi l’avrebbe mai detto che saremmo arrivate qui, diciotto anni dopo più amiche che mai?
 
Mi sfilai la maglia del camice e, sfiorando accidentalmente il seno sinistro, sentii una massa non indifferente. 
Sbiancai di colpo e anche Lea se ne accorse.
- Tesoro c’è qualcosa che non va? - chiese avvicinandosi
- No sto bene - dissi provando a non pensarci.
Mi infilai una t-shirt, legai i miei lunghi capelli castani in una coda alta e mi diressi alla mia auto parcheggiata nel garage dell’ospedale.
 
Quando mi sedetti in auto decisi di analizzare meglio quel corpo estraneo, così iniziai a palpeggiare la zona con il polpastrello. Mi accorsi che aveva un diametro abbastanza notevole, ma sopratutto, che non accennava a spostarsi sotto alla pelle. Anzi, se ci provavo mi provocava abbastanza dolore. 
In quanto a studentessa di medicina sapevo benissimo cosa poteva avere una caratteristica simile, ma non ci voletti credere, non era minimamente possibile alla mia età. Mi convinsi che si trattava solo di una ghiandola, misi in moto la mia bellissima Opel Adam bordeaux e tornai a casa.
 
Ad aspettarmi, oltre ai miei genitori, c’era il mio ragazzo, Vince.
Stavamo insieme da circa cinque anni, per me era una persona molto importante.
Ancora prima di accennare il discorso ai miei genitori decisi di parlarne a lui. Sapevo di potermi confidare, e sapevo anche che nonostante la mia esagerata preoccupazione mi avrebbe rassicurata in modo dolce come sempre.  Con mia grande sorpresa, però, quel giorno non era stato così.
- Beh? Cosa vuoi da me? Cosa vuoi che sia? Vedi di non fare la piattola. -
 
Alla sua risposta rimasti totalmente spiazzata. Mentre spostò lo sguardo verso il computer, per un attimo mi sembrò un’altra persona. Quello non era l’atteggiamento di Vince. Non era il mio ragazzo. La persona di cui ero innamorata.  Nonostante ciò, deglutii il colpo e rimasi in silenzio, sperando che avesse avuto una brutta giornata e che l’indomani sarebbe passato. 
 
Cenammo insieme ma non appena se ne andò scoppiai a piangere.
- Piccola che ti succede? - chiese mia madre avvolgendomi in un abbraccio.
Amavo sentirmi chiamare piccola da lei, nonostante la mia età era sempre rimasto uno dei miei nomignoli preferiti.
- Oggi al lavoro ho sentito qualcosa nel seno e non si muove, ho paura, ma per Vince... non è nulla - Sospirai. - So che è così, ma sono davvero abbattuta - sbottai tutto in un fiato.
 
Lei non disse nulla, mi abbracciò e basta, quel gesto diceva già tutto.
 
 
 
 

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Capitolo 2
*** Capitolo 1 ***


Il giorno dopo il cielo era cupo come il mio umore, pioveva. Non riuscivo a concentrarmi, fissavo le goccioline che facevano a gara tra loro sul vetro della sala accettazione. Tutti si rendevano conto che non ero la solita Grace, che non ero la studentessa brillante, con la voglia di imparare di tutti i giorni, avevo addirittura rischiato di fare un casino in sala parto. Mi dimenticavo di monitorare le pazienti, di fare loro i tracciati, insomma le cose più banali. Non ero io. Una mia collega ginecologa mi si avvicinò capendo che non stavo affatto bene. -Grace sei sicura di stare bene? - domandò con fare gentile. Io osservai intorno a noi per vedere se qualcuno ci stesse ascoltando. -No, non sto bene. Ieri ho sentito questa massa nel seno e non si sposta, sono molto preoccupata - spiegai brevemente. Lei si avvicinò delicatamente, io indicai la zona nella quale si trovava per farla esaminare a qualcuno che, sicuramente, aveva più esperienza di me. La sua faccia non mi rassicurò affatto, si incupì da subito. -Vieni con me - disse poi. Io la seguii nella sala dove facevamo le ecografie, mi chiese di lasciare il petto scoperto e di alzare le braccia sopra alla testa. Guardai anch'io ciò che succedeva sul monitor. Il corpo estraneo apparve da subito sull'immagine, non accennò a nascondersi nemmeno per un secondo. Aveva un diametro di circa tre centimetri, ed era chiaramente vascolarizzato. Scoppiai a piangere, capii immediatamente di cosa si trattava, ma, ovviamente, servivano altri esami per confermarlo. -Se hai visto anche tu quello che ho visto io sai già cosa sto per dirti suppongo - disse un po' titubante, io mi limitai semplicemente ad annuire. -Quando finisci il turno vai in sala due, ti faccio una biopsia così chiariamo subito tutti i dubbi - Restai per un attimo immobile a fissare il soffitto, amavo la medicina ma non quando veniva praticata su di me. Mi alzai da quello scomodo lettino e mi pulii dal gel. Odiavo fare le ecografie, quella sostanza era appiccicosa e si spargeva ovunque, perfino sui capelli. Ci mettevo sempre una vita a pulirmi. Tornai subito al lavoro anche se con molte difficoltà a concentrarmi. A mente ripercorrevo la procedura dell’agobiopsia, volevo essere preparata a tutto, anche se nulla avrebbe potuto prepararmi al referto che avrei ricevuto. Lea mi stette vicino durante tutto il turno, non mi lasciò sola nemmeno un secondo, anche perché nel caso lo avesse fatto probabilmente avrei combinato qualche disastro come avevo già fatto quella mattina. La giornata sembrava non finire mai, ma quando quel momento arrivò mi precipitai subito alla stanza dove ci eravamo dati appuntamento io e la mia collega senza nemmeno passare a cambiarmi o a prendere la borsa. - Sdraiati pure qui cara - mi disse gentilmente indicando il lettino foderato di carta. Mi tolsi la maglietta e mentre mi dirigevo verso il posto indicato dalla dottoressa scrutai gli strumenti posizionati su un vassoio poco lontano. Rabbrividii al pensiero che dopo poco sarebbero stati usati su di me. Mi sdraiai sul lettino con le mani dietro alla testa. Cominciai a fare dei respiri profondi per tranquillizzarmi, era un esame comune, tante persone lo facevano tutti i giorni. - Ok, controllo un secondo con l'ecografo per capire da dove entrare e cominciamo subito - annunciò gentilmente. Eccola nuovamente lì in tutto il suo splendore, o dovrei dire orrore. - Allora, da questo punto ora inserisco la siringa per l’anestesia, sai già ovviamente che potrebbe bruciare un pochino e se senti dolore non farti problemi a dirmelo -, io annuii e chiusi gli occhi, non volevo vedere per nessuna ragione un ago trapassare la mia pelle. La puntura non fece tanto male e nemmeno quello che seguì. Con un bisturi la mia collega fece un piccolissimo taglietto sulla pelle per poi inserire un ago tranciatore, fatto apposta per prelevare campioni di tessuto. Ne estrasse soltanto due, io non riuscii a vederli bene dato che ero sdraiata ma lei si lasciò sfuggire un verso strano, non capivo se quel “mh” fosse un “forse non è così male” o un “qui c’è qualcosa di strano” ed era alquanto snervante, sicuramente aveva già eseguito innumerevoli biopsie e ne aveva viste molte sia maligne sia benigne di conseguenza sapeva cosa stava guardando. Mi mise un cerotto sopra alla lesione, delle garze e una fascia da togliere la mattina seguente. - Quando ho i referti li passo alla miglior senologa dell’ospedale, lei saprà sicuramente dirti meglio come procedere. Intanto tu non preoccuparti, lavora come hai sempre fatto, di sicuro non vogliamo perdere la nostra migliore tirocinante - disse poi sorridendo. Io la ringraziai e tornai allo spogliatoio dove avevo lasciato tutte le mie cose. Quando mi tolsi la maglia per cambiarmi tutti notarono quell'enorme fasciatura attorno al mio petto e mi guardarono straniti. Cercai di fare il più veloce possibile per togliermi tutti quegli occhi di dosso, mi sentivo a disagio e me ne andai senza parlare con nessuno. Dopo essere arrivata in macchina avvertii dei forti giramenti di testa a causa dell’anestesia così decisi di aspettare qualche istante prima di mettermi in viaggio verso casa. Accesi lo stereo e mi rilassai per qualche istante fino a quando mi venne improvvisamente sonno. Mi svegliai con il telefono che suonava all’impazzata. Avevo decine di chiamate perse dai miei genitori. Erano le nove e mezza e io ero uscita dal lavoro alle cinque. Accesi subito la macchina e mi precipitai a casa sfrecciando veloce tra le vie di Milano. Quando arrivai mi scusi subito per aver lasciato tutti in pensiero e spiegai il motivo del mio ritardo. La cosa che però mi stupì più di tutte, era il fatto che Vince non si era nemmeno preso il disturbo di chiedermi come stavo o che fine avessi fatto nonostante sapesse che ero agitata per ciò che stava succedendo al mio corpo. Quando gli raccontai dell'ecografia e della biopsia non mi degnò nemmeno di una risposta e nella mia testa continuavo a domandarmi il perché di quel comportamento soprattutto in un momento così delicato per me. Ci rimasi davvero male ma decisi di non darci molto peso, magari anche lui aveva passato una giornata difficile. Mi sdraiai nel letto, ci impiegai diverso tempo prima di trovare una posizione comoda in cui stare dato che quando l’anestesia passò la ferita cominciò a provocarmi dolore. Quando finalmente mi addormentai passai la notte tra incubi e paranoie.

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Capitolo 3
*** Capitolo 2 ***


Mi presi tre giorni di permesso, non riuscivo a concentrarmi al lavoro e sicuramente avrei fatto meno danni a casa. L'ansia per l'attesa dell'esito mi stava mangiando da dentro, ad ogni minimo rumore emesso dal mio telefono trasalivo e speravo con tutta me stessa che fosse la dottoressa. Da una parte c'era Lea, mi era molto vicina, mi mandava messaggi di continuo, nonostante al lavoro non fosse ben visto utilizzare il cellulare ma a lei non importava, era sempre al mio fianco, insieme ai miei genitori, che mi chiedevano costantemente come stavo e se avevo bisogno di qualcosa, era divertente vederli correre da una parte all'altra ad ogni minimo suono che facevo che facevo, bastava che mi schiarissi la gola per avere i loro occhi puntati addosso, come li chiamavo correvano a perdifiato per raggiungermi pensando che stessi male. Era divertente vederli così per certi versi, ma dall'altra parte erano opprimenti e soprattutto si capiva quanto fossero in pensiero per me. C'era invece un'altra persona che sembrava non accorgersi nemmeno di tutto ciò che lo circondava, Vince. Dall'essere il ragazzo più premuroso sulla faccia della terra, era diventato insensibile, scostante e superficiale, insomma, potevo morire davanti ai suoi piedi che non se ne sarebbe nemmeno accorto. Arrivò l'ora di cena e, come al solito, avevo il telefono poggiato accanto al mio piatto. Eravamo tutti in silenzio, mamma e papà si guardavano tra di loro da un lato all'altro del tavolo, sembrava che stessero parlando con gli occhi, mentre Vince tentava di messaggiare di nascosto sotto al tavolo. Nella mia testa vagavano mille pensieri come "chissà con quale troia si sta scrivendo", perché era evidente che stesse parlando con una ragazza dati i suoi sorrisetti, quando la suoneria ruppe quel silenzio fin troppo assordante. Risposi dopo nemmeno mezzo squillo. - Pronto dottoressa? - - Ciao tesoro, possiamo parlare? - chiese subito. Nel suo tono di voce si intravedeva un velo di insicurezza misto a tensione. - Certo, mi dica - acconsentii tristemente capendo cosa volesse dirmi - Innanzitutto vorrei che tu ti sieda un secondo se non sei già seduta. - cominciò - La biopsia ha rilevato un carcinoma duttale invasivo al secondo stadio - A quelle parole sbiancai e cominciai a sudare freddo, il mio cuore acclelerava sempre di più i battiti fino a mozzarmi il fiato. Mi sentii cadere il mondo addosso nonostante già mi aspettavo una cosa simile. Mia madre si alzò dalla sua sedia per poi accucciarsi accanto a me stringendomi la mano, aveva già capito cosa mi stavano dicendo dalla mia espressione, mentre Vince probabilmente non si era nemmeno reso conto della situazione dato che era ancora intento a fissare lo schermo del suo telefono nascosto malamente. - Vada avanti dottoressa - dissi dopo aver fatto un respiro profondo - Come credo che tu sappia, il secondo stadio vuol dire che ha già invaso i linfonodi vicini di conseguenza andrà rimosso tutto il seno, poi deciderai tu se fare una mastectomia parziale o bilaterale ma di questo ne parleremo dopo. Domani riesci a fare un salto nel mio studio? mi sembra brutto spiegarti tutto al telefono - ammise conscia della situazione. Dopo un lungo silenzio le comunicai che sarei passata da lei la mattina seguente, la ringraziai e chiusi la telefonata con gli occhi fissi nel vuoto. Le lacrime cominciarono a scendere una dietro l'altra senza darmi la possibilità di controllarle, ero a pezzi, sapevo che la diagnosi sarebbe stata quella ma nulla poteva prepararmi a sufficienza a quelle dure parole. Nella mia testa c'era il vuoto, vedevo le labbra di mia madre muoversi ma non sentivo nulla, avevo un fischio costante che mi ronzava nelle orecchie, come se mi fosse appena esplosa una bomba vicino. Mi alzai sotto agli sguardi perplessi dei miei genitori, mi diressi verso la mia camera per poi sdraiarmi sul mio letto con le lacrime che lentamente bagnavano il cuscino. Vince non si scomodò nemmeno di venire a vedere come stavo. Attesi qualche istante, giusto il tempo di calmarmi, e tornai alla cucina, strappai il telefono dalle mani di quell'uomo insensibile per poi lanciarlo con prepotenza sul tavolo fino a romperne lo schermo. I suoi occhi color cioccolato si gelarono e una ciocca dei suoi capelli neri gli cadde sul volto coprendo parte di esso. Io cominciai a fissarlo intensamente fino a quando non trovi la forza di parlare. -Sei talmente concentrato su questo dannatissimo schermo che non ti sei reso nemmeno conto che hanno appena diagnosticato un cancro alla tua ragazza - sbottai, i miei genitori mi guardarono impietriti, non potevano credere nemmeno loro a quello che avevo appena fatto, non era da me avere una reazione simile. -E tu sei talmente idiota da non renderti conto che hai rotto il mio telefono - ribatté seccato. Questa era la sua più grande preoccupazione, il telefono rotto. Rimasi a bocca aperta, ero scioccata dal suo menefreghismo, non mi aspettavo sicuramente che mi chiedesse scusa in ginocchio ma almeno un "come stai?" poteva uscirgli da quella dannatissima bocca, -Esci - imposi senza nemmeno guardarlo in faccia. Lui non accennò ad alzarsi dalla sedia. -Vattene ho detto! - urlai indicando la porta con una mano e sbattendo l'altra sul tavolo. Vince se ne andò, io corsi in camera mia senza rivolgere la parola a nessuno, presi le nostre foto appese alle pareti, e le strappai una ad una in lacrime. I miei genitori non osarono intromettersi, sapevano che avevo bisogno di sfogarmi così me lo lasciarono fare. Rimasi seduta sul mio letto a gambe incrociate fissando i brandelli degli ultimi cinque anni della mia vita finiti in frantumi. Mi chiedevo cosa avevo fatto di male, dove avessi sbagliato, ma non ne venivo a capo, non sapevo darmi nessuna spiegazione. Dentro di me si creò un grande vuoto. Perché aveva deciso di farmi questo in un periodo così delicato della mia vita? Forse non voleva una fidanzata moribonda al suo fianco, forse per lui era troppo, forse non sapeva come affrontarlo. Per ogni spiegazione che trovavo arrivavo ad un'unica conclusione. Era colpa mia, sempre colpa mia. Mi ranicchiai sotto alle coperte e cominciai nuovamente a piangere, sembrava che il fato stesse facendo di tutto per farmi sentire sbagliata e fuori posto.

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Capitolo 4
*** Capitolo 3 ***


L'indomani mattina mi presentai nella sala visite della dottoressa all'orario concordato. Chiesi a Lea di venire con me per darmi un po' di sostegno e lei non esitò nemmeno un secondo nell'accettare. Entrai nello studio e mi sedetti su una poltroncina color caffèlatte posizionata davanti ad un'enorme scrivania bianca nell'attesa che arrivasse anche la senologa alla quale la dottoressa aveva passato i miei referti. Scrutai attentamente quell'ambiente a me sconosciuto, c'erano poster che parlavano della prevenzione del tumore al seno, altri che parlavano dell'importanza dell'autopalpazione, insomma tutte cose che al momento avrei preferito non vedere. Tutto mi ricordava il fatto che di lì a poco avrei perso una parte del mio corpo. Non ero mai stata una ragazza vanitosa, ma non mi sottovalutavo nemmeno, amavo il mio corpo così com'era e ci avevo messo davvero tanto per apprezzarlo e il solo fatto che da quel momento avrei dovuto ricominciare tutto da capo mi faceva stare tremendamente male. - Tesoro tutto bene? - domandò Lea poggiandomi una mano sulla spalla, dopo tutti quegli anni passati insieme sapeva leggere perfettamente ogni espressione del mio volto, come del resto sapevo fare anch'io con lei e in quel momento percepivo anche la sua preoccupazione. Annuii in risposta alla sua domanda anche se sapevo perfettamente che si era accorta del fatto che stavo mentendo. Una donna sulla trentina varcò la soglia dell'ufficio seguita dalla ginecologa che mi aveva fatto la biopsia. - Allora Grace, ti lascio nelle mani della dottoressa Lucchesi, è la miglior oncologa e senologa di tutto l'ospedale, non farti ingannare dalla sua giovane età. Mi raccomando tienimi aggiornata su tutto - disse, mi abbracciò e io ricambiai, ma a differenza del suo abbraccio il mio era vuoto, non sapeva di nulla se non di una tristezza infinita. Tornai a sedermi sulla poltroncina accanto alla mia amica e cominciai a squadrare la persona che mi stava davanti. Aveva i capelli lunghi color caramello, gli occhi erano nocciola ed erano nascosti dietro a degli occhiali che le contornavano il viso. Era molto slanciata con un fisico esile e tonico, insomma una di quelle dottoresse che ogni uomo vorrebbe trovarsi davanti. Ad un tratto la sua dolce voce risuonò nella stanza riscuotendomi dai miei pensieri. - Allora Grace, sarò sincera con te, non è sicuramente uno dei migliori casi che io abbia mai visto. Si tratta di un carcinoma duttale invasivo, ovvero la proliferazione incontrollata di una cellula dei dotti lattiferi ed è la tipologia di cancro al seno più diffuso tra le donne. Nel tuo caso sembra che abbia intaccato i linfonodi vicini ma non sembra così grave da aver causato metastasi, per sicurezza però è meglio fare una PET-Total Body. Nel caso questo esame dovesse confermare i miei sospetti io partirei con un ciclo di chemioterapia pre-operatoria per facilitare l'intervento chirurgico, potrai comunque lavorare e studiare ma ti consiglio di prenderti un paio di giorni liberi dopo la terapia, ci penserò io ad avvisare il caporeparto. Per l'intervento sei libera di scegliere se fare una mastectomia radicale per entrambi i seni o solo per uno, tutto ciò che verrà dopo lo decideremo insieme man mano che andremo avanti, hai qualche domanda Grace? - Cercai di riordinare i miei pensieri, di trovare una possibile domanda ma nella mia testa c'era solo un enorme groviglio paragonabile a delle cuffiette con il filo rimaste nella tasca dei jeans troppo a lungo. Scossi leggermente la testa mentre una lacrima mi rigava la guancia. - È normale che ora non ti venga in mente nulla, per qualsiasi dubbio ti lascio il mio numero, chiamami o scrivimi quando vuoi, anche di notte, non è importante l'orario. Quando vuoi sono qui - spiegò gentilmente. Con la voce rotta la ringraziai, uscii da quell'ufficio e abbracciai Lea. Lei ricambiò senza chiedere spiegazioni, senza dire una parola. Le ero davvero grata per essermi vicino in un momento simile. - Adesso però basta piangere ok? Andiamo al Burger King a mangiare, facciamo un po' di shopping e ci prendiamo un bel gelato in gelateria che ne dici? - propose asciugandomi le lacrime. Io per tutta risposta le sorrisi e la trascinai verso la mia auto. Accesi lo stereo e misi "Try" di Pink, non era una cantante per cui andavo matta ma quella canzone mi aveva sempre dato la carica. Guidai fino al Burger King più vicino all'ospedale, ordinammo e ci sedemmo ai tavolini esterni dato che era una giornata molto calda. Io presi il mio fidato chicken bacon king e me lo gustai fino all'ultimo morso dato che non sarei riuscita a mangiarne uno per molto tempo. Quando arrivarono i nostri vassoi poggiai il telefono accanto a me sul tavolo e, mentre io e Lea decidevamo in quali negozi andare, quest'ultimo si illuminò. Vince mi stava chiamando, rimasi perplessa a fissare lo schermo per qualche istante per poi riattaccare senza nemmeno rispondere. - Ma cosa è successo? Di solito rispondi subito, magari è preoccupato per quello che ti hanno detto i medici - suppose la mia amica. - Credimi che è tutto tranne che preoccupato per me, ieri l'ho sbattuto fuori di casa, e ho l'impressione di avere due corna peggio di un'alce - spiegai. Lea mi fissò a bocca aperta per poi scoppiare in una fragorosa risata, tanto forte da attirare l'attenzione dei tavoli vicini facendomi sentire in imbarazzo. - Rido per il fatto che l'hai sbattuto fuori di casa, da te non me lo sarei mai aspettato, ma per il fatto delle corna, se mi dai il permesso, lo vado a strangolare - - Una ragazza moribonda basta, non serve anche un ragazzo morto. Non posso biasimarlo, chi vorrebbe una fidanzata con un piede nella fossa? - domandai - Tesoro spero che tu stia scherzando, è proprio in un momento simile che dovrebbe starti vicino. Facile esserci quando tutto va bene e mollare quando qualcosa va storto, non può fare così. - Io mi limitai a fare spallucce mentre masticavo un pezzo di quel fantastico panino. In fondo questa situazione qualcosa di buono lo aveva avuto, mi aveva fatto capire che persona tossica fosse Vince. Nonostante continuassi a non rispondere alle sue chiamate lui continuava ad insistere tra telefonate e messaggi, spensi il telefono per poi fiondarlo nella mia borsa, ero stanca di vedere continuamente la sua foto apparire sul mio display. Mi alzai dal tavolo per andare a buttare la carta rimasta sul nostro tavolo. Andammo nel centro commerciale più grande del nostro paese, ci fermammo in diversi negozi di trucchi e abiti, e ad ogni negozio Lea ne usciva con almeno una borsa. Io mi incantai davanti alla vetrina del negozio femminile di Liu Jo. C'erano vestiti di ogni forma e colore ma uno mi colpì particolarmente. - Sicura di voler entrare qui? - domandò la mia amica - Si, voglio prendermi il vestito per la bara - affermai - Grace...- dubitò lei - No, niente "Grace". So perfettamente quante possibilità ho di sopravvivere e quante possibilità di ricadute gravi ci sono. Non ho intenzione di montarmi la testa e di pensare "cosa vuoi che sia, tanto sopravviverò", voglio prendere un vestito per il mio funerale e voglio farlo adesso, prima che il mio fisico venga rovinato per sempre. - Sotto lo sguardo perplesso della mia amica entrai nel negozio e andai dritta verso quell'abito che aveva catturato la mia attenzione. Era un vestito da cerimonia a bande verticali, due rosa antico ai lati e una nera al centro, il corpetto era intrecciato con una scollatura a V e dietro si allacciava con due nastrini sul collo lasciando la schiena scoperta anch'essa con uno scollo a V. - Posso aiutarvi? - chiese gentilmente una commessa - Si, vorrei provare quest'abito - risposi io. La commessa mi fece cenno di seguirla e così feci. Mi accompagnò al camerino e appese il vestito della mia taglia alla stampella accanto a me. Chiusi la tenda e mi cambiai. Rimasi stupita nel vedermi vestita in quel modo, l'abito mi stava perfettamente, sembrava cucito su di me. Uscii dal camerino per farmi vedere da Lea che cominciò subito a piangere e io insieme a lei. Nulla di tutto quello mi sembrava ancora vero. Acquistai il vestito e andai a mangiare un gelato con la mia amica. Ci sedemmo su una panchina poco lontana dalla gelateria e, mentre mi gustavo il mio frappè cioccolato e nocciola, cominciai ad osservare tutto ciò che mi circondava, ascoltavo attentamente ogni suono, guardavo stupita ogni scena che mi si palesava davanti. Mai come in quel momento mi ero resa conto della bellezza del mondo e della vita. Una vita troppo breve per sprecarne anche solo un secondo.

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Capitolo 5
*** Capitolo 4 ***


Il caldo sole di aprile filtrava dalle tende della mia camera. Mi alzai dal letto, aprii la finestra e uscii in balcone, il traffico mattutino scorreva veloce per le vie di Milano. Respirai a fondo chiudendo gli occhi, era la giornata perfetta per ricominciare e prendere in mano la mia vita. Quella mattina dovevo fare la PET così cominciai a prepararmi. Feci una doccia calda, dopo di che indossai una t-shirt bianca, dei pantaloni della tuta leggermente aderenti blu e una felpa col cappuccio dello stesso colore. Prima di uscire mi presi qualche secondo per guardarmi allo specchio, i miei occhi marroni luccicavano grazie alla luce del sole che puntava dritta su di essi. Uscii dalla mia stanza, salutai i miei genitori per poi dirigermi in ospedale. Avevo deciso di non pensare più male, di godermi la vita fino a quando potevo farlo, continuare a deprimermi poteva farmi stare solo peggio, non volevo più perdere nemmeno un secondo. L'esame durò circa tre ore, era straziante e nonostante dovessi solo stare ferma ero davvero esausta, non vedevo l'ora di arrivare a casa e rimanere sul letto per tutto il resto del giorno, avrei voluto lavorare ma a causa del radiofarmaco che mi avevano iniettato non potevo stare vicino né alle donne incinte né ai neonati. Arrivata sotto casa mi accorsi che la finestra del nostro balcone era aperta ma i miei genitori sarebbero stati al lavoro ancora per diverso tempo quindi doveva essere entrato qualcuno in casa. Salii le scale molto titubante, potevo trovarmi davanti qualsiasi cosa così, prima di aprire la porta, tirai fuori il mio spry al peperoncino nel caso ci fosse stato qualcuno di indesiderato, infilai le chiavi nella serratura e provai ad aprire la porta ma, come sospettavo, era già aperta. Dal salotto provenivano delle voci e delle risate, una di loro mi era familiare, Vince. Era sul divano abbracciato ad una ragazza mai vista prima, bionda vestita con abiti sportivi, il mio cuore smise di battere per qualche istante. - Ehi Grace, scusa se non ti ho avvisato, a casa mia c'erano i miei e sapevo che tu non c'eri quindi sono venuto qui, ah lei è Viola, ci stiamo frequentando - ebbe il coraggio di dire. Il sangue mi ribolliva nelle vene, per un attimo ci avevo sperato che fosse venuto a casa mia per scusarsi e per sapere come stavo ma evidentemente non gli importava nulla, se fossi morta in quell'istante davanti a lui avrebbe fatto spallucce e se ne sarebbe andato via insieme a quella tizia. - Ma come diavolo ti viene in mente una cosa del genere? Cos'è casa mia? Un motel dove andare quando i tuoi ti sbattono fuori di casa? Sicuramente non gli hai nemmeno detto cosa mi hanno diagnosticato anche se siamo stati insieme per cinque anni giusto? - urlai arrabbiata - Oh poverina, stai male? - intervenne la ragazza al suo fianco, io la guardai sbigottita. - Esci immediatamente tu, il tuo bello ti raggiungerà dopo - dissi indicando la porta. Guardai Vince fisso negli occhi ma lui non fece nemmeno una piega, mi stavo rendendo conto della persona con cui stavo sprecando la mia vita fino a qualche giorno fa, una vita che poteva essere più breve di quello che ci si aspetterebbe. - Ma come diamine ti permetti di portare una sconosciuta a casa mia! Potevi scrivermi e chiedermelo anche se ti avrei palesemente detto di no! E ridammi le chiavi che tu su questa casa non hai più uno straccio di diritto! -. Vince rimase a fissarmi con due occhi allucinati, non sapeva più cosa rispondere e io ero fiera di avergli tolto le parole di bocca. - Tesoro ma che ci fa una ragazza sul nostro pianerottolo? - chiese mio padre venendomi incontro. - Credevo fossi ancora al lavoro - dissi io guardandolo - Lo ero ma avevo una pausa e sono passato per vedere se eri già tornata - spiegò guardando Vince che immediatamente abbassò gli occhi a terra, lo schifo che provavo per lui in quel momento non era paragonabile a nulla. Avevo passato cinque anni della mia vita con lui e non si era mai comportato così con me, era sempre premuroso, attento a qualsiasi cosa e presente nel momento del bisogno, i miei genitori lo adoravano, era stato accolto come un figlio da loro sin dal primo momento che mise piede nella mia vita e la stessa cosa era successa con me e i suoi genitori, mi sembrava strano che da un momento all'altro non avessero più chiesto nulla di me. - Io vado... - affermò rompendo il silenzio Vince - No no, tu adesso ti siedi qui e parli un po' con me caro - lo bloccò mio padre - spiegami un attimo cosa ci facevi in casa mia con un'altra ragazza - chiese - I miei erano a casa e volevamo stare tranquilli, e poi credevo che io e Grace fossimo ancora amici, pensavo di poter venire qui senza problemi - ammise con gli occhi rivolti al pavimento - Ah quindi hai pensato di venire qui sapendo che mia figlia stava male e nonostante lei stessa ti avesse cacciato di casa qualche giorno fa credendo che foste ancora amici, e dimmi, con quale coraggio lo hai fatto? - continuò calmo senza però ricevere risposta - Facciamo così, ora tu varchi quella soglia e non ti fai più vedere intesi? Altrimenti ci penserò io a te - Vince uscì di casa senza nemmeno guardare me e mio padre in faccia, non avevo parole per quell'essere, perché non era degno nemmeno di essere chiamato uomo o ragazzo però mi aveva fatto capire una cosa, volevo dedicare il tempo che mi restava a me stessa senza nessuna distrazione. Abbracciai mio padre ringraziandolo per ciò che aveva fatto, dopo di ché andai in camera mia e parlai al telefono per un paio di ore con Lea aggiornandola sull'esame e su ciò che era appena successo. La sera arrivò più velocemente del previsto e per la prima volta, da qualche settimana a quella parte, dormii tranquillamente. *** Due settimane dopo l'accaduto avevo la prima chemioterapia, la PET aveva confermato che non avevo altre metastasi di conseguenza dovevo fare qualche ciclo di terapia per ridurre la massa tumorale in modo da rendere l'intervento più semplice. Notai subito che la maggior parte delle persone nel reparto di oncologia erano intorno alla cinquantina o alla sessantina d'anni, mi sentivo un pesce fuor d'acqua. Rimasi davanti alla porta per diverso tempo prima di prendere coraggio e chiedere informazioni, per fortuna l'infermiera che mi aiutò era molto gentile, aveva qualche anno in più di me ed entrammo subito in sintonia. Mi fece accomodare su una sedia che tipicamente viene usata per eseguire i prelievi del sangue dicendomi che di lì a poco sarebbe arrivato il suo collega per somministrarmi la terapia. Guardandomi in giro vidi che la maggior parte delle persone che mi circondavano erano stremate a causa di tutti quei farmaci che venivano iniettati in continuazione, molti con dei foulard o dei cappelli in testa per nascondere la mancanza di capelli, altri invece che la mostravano senza nessun problema. A me sarebbero mancati tanto i miei lunghi capelli color cioccolato, ci spendevo dietro tanto tempo per curarli e avrei sentito molto la loro mancanza. Mentre ero immersa nei miei pensieri un ragazzo molto alto si avvicinò a me, aveva i capelli castano chiaro e gli occhi color verde muschio. - Hai sbagliato reparto tu o ho sbagliato poltrona io? Non credevo di dover assistere un'ostetrica - chiese con fare scherzoso quando arrivò davanti a me, probabilmente a causa del fatto che indossavo la divisa da lavoro, dopo la seduta sarei tornata a lavorare. Gli lanciai un'occhiata fulminante che lo portò a farmi le sue scuse - Va bene dai scusa, stavo scherzando, ad ogni modo piacere, sono Davide e ti seguirò in questo entusiasmante percorso di flebo color pipì - annunciò sventolandomi davanti al naso una sacca piena di liquido giallo - Io sono Grace, e grazie per la battutina ma non ho bisogno di nessun supporto a parte quello che ho già. - affermai fredda - Conoscevo già il tuo nome, sai lavoro qui e ti sto assistendo, ad ogni modo ti beccherai il mio sostegno ugualmente - concluse poi, dopo avermi inserito la flebo, facendo l'occhiolino e andandosene. Rimasi basita a quelle parole, non volevo accanto nessuno che non fossero i miei genitori e Lea, specialmente se si trattava di uno sconosciuto, però dovevo ammettere che mi aveva strappato un sorriso in una giornata carica di tensione come questa.

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