Chiaroscuro

di Morganism
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** 1. A Sense Of Grey ***
Capitolo 2: *** 2. She And Her Darkness ***
Capitolo 3: *** 3. The Valley ***
Capitolo 4: *** 4. Numb ***



Capitolo 1
*** 1. A Sense Of Grey ***


Chiaroscuro
M o r g a n i s m
 
Prologo
 
La luce pallida del mattino scoloriva ogni cosa.
Non aveva mai visto l’interno di quella stanza così chiaramente, e quella chiarezza, proprio perché priva di ombre, la spaventava a morte.
Ci sarebbero dovute essere delle macchie di sporco sotto la finestra socchiusa, una crepa sulla parete più vicina al letto, delle croste di vernice accanto alla porta d’ingresso; eppure quel bagliore lattiginoso, candido e irreale, cancellava le brutture della realtà con la semplicità di una carezza calda – l’impronta del sole che sbadigliava dietro le nuvole, allungando i suoi raggi esangui su una Konoha addormentata.
Sarebbe stato il buongiorno ideale, se tutto il resto non fosse stato completamente sbagliato. Il piacevole tepore del risveglio, presto, si era trasformato in un incubo; un incubo che, diversamente dagli altri, non era svanito in un sobbalzo, ma al contrario acquisiva calore e consistenza man mano che il sonno scivolava via dal corpo, irrigidendole la schiena, il collo, le dita.
Aveva sempre pensato che i peccati fossero rossi, come la passione; o neri, come la corruzione. Scoprì che invece erano bianchi, come la neve d’inverno. Bianchi, come i capelli sparsi sul cuscino.  
Sakura sapeva che era il colore sbagliato. Rendeva l’errore ammissibile, e non lo era. Lo rendeva innocuo, e non era neanche quello. Se fosse uscito dal chiarore ingiusto e meraviglioso di quella stanza, e avesse incontrato una bocca avvelenata e una lingua disonesta, avrebbe rovinato la vita di entrambi, e di entrambi non sarebbe rimasta che una diceria sporca, da bisbigliare ridacchiando davanti a un bottiglia di sakè. Le cose, a quel punto, sarebbero andate a rotoli. E lo stavano già facendo, perché non si poteva tornare indietro. Non si poteva.
Sakura strinse le lenzuola al petto, guardando con orrore l’altro occupante del letto.
I suoi occhi neri, per metà coperti dal sipario indolente delle palpebre, tradivano l’insorgere di un turbamento ancora appannato dal sonno, ma il resto della sua espressione era immobile, calma ed eccezionalmente esposta allo sguardo. La luce del sole schiariva la sua pelle e i suoi capelli, e Sakura non poté fare a meno di pensare di aver baciato quella pelle e arruffato quei capelli per tutta la notte.
Guardò altrove, vergognandosi di se stessa.
I ricordi della sera precedente le riempivano la mente senza trovare la giusta collocazione. Rammentava la lampadina del patio sospinta dal vento, il gorgoglio di un corso d’acqua, il velluto del cielo puntellato di stelle, una voce morbida come una carezza. Una carezza.
Fu il pensiero della sua bocca sulla propria a investirla di colpo, dandole la sensazione di averla ancora premuta addosso. Il panico, dapprima ammansito dal sonno, dette un pizzico alla sua coscienza sporca, rubandole il fiato. Cos’aveva fatto? 
Non era da lei comportarsi con leggerezza. Non era da lei tradire la fiducia dei suoi cari. Soprattutto, non era da lei dimenticare l’unica persona che aveva il diritto di toccarla: la sola che fino a quel momento voleva che fosse l’unica ad avere il diritto di toccarla. 
Sasuke…
“Se ne vada”, disse in un soffio.
Kakashi la guardò, adesso completamente sveglio.
La gravità dell’accaduto si presentò ai suoi occhi all’improvviso, chiara e inequivocabile così come appariva a quelli di Sakura. Rimase in silenzio, e quel silenzio, alle orecchie della kunoichi, risultò familiare e sbagliato, proprio come tutto il resto.
Stava riflettendo. Sakura sapeva che stava riflettendo. Riusciva a immaginare il suo sguardo serio e assorto perché, in passato, in missione o durante l’allenamento, lo aveva visto spesso – e ammirato spesso, perché ammirava la sua intelligenza e sapeva che, in un modo o nell’altro, se la Squadra 7 si fosse trovata in difficoltà, l’avrebbe tirata fuori dai guai. In quel momento, tuttavia, il pensiero che aprisse bocca, costringendola ad ascoltare il suono calmo e assonnato della sua voce, le fece venire la nausea. La nausea.
“Per favore”, ripeté Sakura. “Se ne vada”.
Kakashi non obiettò. La guardò ancora per un istante, come se volesse dire qualcosa, poi abbassò il capo. Sospirando, nel modo in cui Sakura l’aveva sentito sospirare mille altre volte, quando le cose sfuggivano al suo controllo e lo lasciavano a corto di parole, le voltò la schiena e scostò le lenzuola, risparmiandole la vista della propria nudità.
Sakura intuì i suoi movimenti senza realmente vederli, azzardandosi ad alzare lo sguardo solo quando, seguendolo con la coda dell’occhio, fu certa di non incontrare quello del maestro. Stava raccogliendo i vestiti sparsi a terra, e per questo, pur senza alzarsi dal letto, se ne stava chino verso il pavimento, la schiena curva e le scapole leggermente sporgenti. L’aveva già visto senza vestiti – o quanto meno senza una buona parte di essi – ma questo tipo d’intimità, finanche il modo in cui, tra un gesto e un altro, lo guardò passare una mano tra i capelli arruffati, sul viso accartocciato dal sonno, nulla nuca esposta ed evidentemente indolenzita, era del tutto nuovo. Privato. Qualcosa che un’allieva, per quanto cresciuta, non avrebbe mai dovuto vedere.
Sulle sue spalle larghe, segnate dalla piega delle lenzuola sgualcite, Sakura notò delle striature rossastre, che in una morsa di vergogna e disgusto attribuì alle proprie unghie.
Il malessere le chiuse la gola con forza. E Sakura, che pure cercò strenuamente, fino all’ultimo, di trattenere i conati, si ritrovò infine a fuggire dal letto sfatto, dalla camera che avrebbe dovuto condividere col marito, dallo sguardo vigile, ma insondabile, di Kakashi.
L’ombra del mattino si allungò dietro di lei, macchiando il candore di un buongiorno che davvero sarebbe stato perfetto se tutto il resto non fosse stato così sbagliato. Si chiuse in bagno e vomitò.
Se a ogni azione corrispondeva una reazione, era certa che quell’azione, in particolare, avrebbe avuto delle conseguenze terribili.

Continua…

Note:
Ripubblico questa fanfictiona distanza di tempo e con un nuovo account. Le sono rimasta particolarmente legata, forse perché ho iniziato a scriverla in un periodo particolare della mia vita, e adesso che ne vivo un altro ugualmente importante, che mi permette di lasciare a briglia sciolta la fantasia, ho deciso di darle una seconda opportunità, regalandole una conclusione. Ho l'obbligo morale di confessare che, prima della saga conclusiva di Naruto Shippuden, non avrei mai e poi mai pensato di scrivere qualcosa sul KakaSaku, né di riuscire a concepirli in un rapporto diverso da quello che, ufficialmente, hanno nell'anime/manga. Poi ho visto quelle puntate, sono partita per la tangente e questo è il risultato. Chiedo scusa al SasuSaku, che amo follemente e continuerò ad amare in eterno, ma questa long-fic si è scritta praticamente da sola. Sostenetemi psicologicamente o abbattetemi senza pietà: ormai è fatta.
M o r g a n i s m
 
 

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Capitolo 2
*** 2. She And Her Darkness ***


Chiaroscuro
M o r g a n i s m
 
2.
She and Her Darkness
 
Sei mesi prima
 
Sakura Haruno era nei guai.
E il fatto che Naruto Uzumaki, di norma così loquace da stordire la più ciarliera delle comari, non trovasse parole per esprimere quanto fosse nei guai, significava solo che la situazione in cui si era cacciata era talmente spinosa da lasciarlo a corto di commenti.
Aveva intuito che qualcosa sarebbe andato storto sin dal momento in cui, quella mattina, si era trovato l'impronta di cinque dita stampata in faccia a causa di una semplice constatazione circa la loro ultima missione insieme. Sakura l'aveva guardato con espressione oltraggiata, dopodiché l'aveva malmenato sotto gli occhi inorriditi di Hinata e quelli perplessi, ma non particolarmente impressionati, dell'Hokage. Non riusciva a comprendere cosa, della frase "ti proteggerò anche a costo della vita", le avesse fatto saltare la mosca al naso, né riteneva di averle rivolto un'offesa meritevole di un cazzotto, ma non era la prima volta che le reazioni di Sakura lo lasciavano basito, pertanto, ingenuamente, aveva pensato che fosse un modo un po' troppo energico per tornare alle vecchie, anche se non propriamente sane, abitudini di squadra.
Si sbagliava. E l'errore era risultato piuttosto evidente quando, a poche ore dall'inizio della missione, la povera Hinata aveva incassato una strigliata che le era quasi costata un timpano.
Ora, che Sakura cogliesse al volo ogni occasione per maltrattare Naruto era cosa nota, oltre che buona e giusta per buona parte dei loro compagni, ma che inveisse contro Hinata, la cui unica colpa era stata quella d'intercettare dei kunai con l'aiuto del Byakugan, e dunque di salvarla da morte certa, gli sembrava insolito, per non dire estremo, anche per una persona impulsiva come Sakura. 
Qualcosa, chiaramente, la turbava. Solo adesso, tuttavia, Naruto si rendeva conto che di qualunque cosa si trattasse doveva essere piuttosto seria: in caso contrario, conscia di quanto fosse delicata la missione cui erano stati assegnati, e di quanti ninja prima di lei ci avessero già, o quasi, rimesso la vita, non sarebbe arrivata a tanto – perlomeno, non in quel particolare momento della sua esistenza.
Non era da Sakura disobbedire agli ordini dell'Hokage; capitava che li commentasse aspramente, che intavolasse dibattiti su quanto fossero irragionevoli, che brontolasse perché li reputava troppo o troppo poco azzardati, ma non si sarebbe mai sognata d’ignorarli, arrivando al punto di prendere iniziative potenzialmente dannose per se stessa e per l’intera Konoha.
Aveva notato che di recente lo sguardo di Sakura si era fatto più scuro e che sempre più spesso prediligeva la solitudine alla compagnia, ma credeva fosse un malessere passeggero, dovuto a un periodo in cui la mancanza di Sasuke era diventata, se non proprio insopportabile, quantomeno più dolorosa del consueto. Era un sentimento comprensibile, che in un certo senso condivideva. Questo, tuttavia, non spiegava il suo colpo di testa. Perciò, visto e considerato che la reputava molto più intelligente di quanto avrebbe mai ammesso in sua presenza e dunque dubitava che avrebbe preso decisioni tanto avventate senza l’attenuante di un buon motivo, Naruto giunse alla conclusione che il suo problema, incredibilmente, non riguardava Sasuke; e se non riguardava Sasuke, ossia la sua più nota e giustificata ragione di tormento, allora l’eventualità d’ignorare il turbamento dell’amica e di non riuscire a comprendere il perché delle sue azioni era l’unica alternativa plausibile, e tanto bastava a gettarlo nello sconforto. E nel panico.
Di norma, quando Naruto faticava a comprendere i suoi amici, la situazione degenerava, e la vicenda di Sasuke, in passato, gliene aveva dato una dimostrazione più che palese - abbastanza, almeno, da fargli temere che succedesse di nuovo.
Iniziava a credere di dover prendere seri provvedimenti in merito alla pessima abitudine dei suoi compagni di squadra di allontanarsi dal Villaggio della Foglia con intenti melodrammatici.
Stavolta, in ogni caso, non avrebbe permesso alla storia di ripetersi.
Cosa stai facendo, Sakura?
 
×
 
Sakura Haruno era in grossi guai. 
E Kakashi Hatake, che pure aveva dismesso i panni del maestro per vestire quelli di venerabile Hokage, aveva l'obbligo morale di riacciuffarla prima che si facesse male e che l'Alleanza andasse a farsi benedire per colpa di una pulce dai capelli rosa.
Hinata aveva abbandonato la missione per fare rapporto e quando se l'era trovata davanti, pallida come un cencio e ancora più nervosa di quanto non fosse abitualmente, Kakashi aveva sospirato con afflizione, sperando che quanto restava della Squadra 7 non avesse deciso, di nuovo, di dargli un grattacapo. Col senno di poi, comprese di essere stato un ingenuo.
Era abituato ai colpi di testa di Naruto e sapeva perfettamente che Hinata, pur di coprirgli le spalle, avrebbe assecondato qualsiasi follia gli fosse passata per la mente, finanche quella di gettarsi tra le fiamme per salvare la vita di un fragile germoglio. Quando però aveva udito nome di Sakura, associato a un ammutinamento che non le si addiceva per niente, Kakashi si era accigliato e il suo pensiero era corso a Sasuke: Sakura commetteva sempre delle sciocchezze quando c'era di mezzo Sasuke. Il fatto che quella testa calda non si facesse vedere da un po’, giustificando la propria assenza con un lapidario “vado in missione da solo”, non significava che Sakura non avesse deciso di attirare la sua attenzione facendosi invischiare in qualcosa di molto più grande di lei. Il pensiero che si mettesse nei pasticci – o che già fosse nei pasticci – era bastato a fargli gettare in un angolo la bianca tunica del suo nuovo titolo per tornare sul campo di battaglia. D’altronde era un membro della sua squadra e non intendeva lavarsene le mani solo perché, secondo l’opinione pubblica, aveva faccende più importanti di cui occuparsi. Quelle, per il momento, poteva gestirle Shikamaru.
Le tracce che Sakura si era lasciata alle spalle erano poche, perlopiù olfattive.
Pakkun riteneva si trovasse in uno stato di grande stress e questo, in un certo senso, confermava la tesi di Kakashi. Dal momento, però, che il Sesto Hokage non era solito fasciarsi la testa prima d’essersela rotta del tutto, sospirò per l’ennesima volta e atterrò sul ramo di vecchio albero. Aveva bisogno di riflettere. E in fretta.
Il cielo prometteva pioggia già da diverse ore. L’aria era umida, carica di elettricità, e Kakashi sapeva che se fosse venuto a piovere le probabilità di trovare Sakura si sarebbero ridotte drasticamente. I temporali estivi da quelle parti erano piuttosto violenti e le poche tracce che Sakura si era lasciata alle spalle, e che Pakkun era riuscito a intercettare, sarebbero state cancellate dallo scroscio dell’acqua. C’era sempre la possibilità che Naruto l’avesse già raggiunta, convincendola a tornare indietro, ma lo reputava poco plausibile, sia perché la pulce in questione era difficile da dissuadere, sia perché nessuno si era premurato di avvisarlo – e poiché le norme di sicurezza prevedevano che l’Hokage lasciasse il Villaggio solo se scortato da una squadra scelta di ANBU e Kakashi era andato via prima che qualcuno potesse ricordarglielo, o imporglielo, la notizia sarebbe corsa abbastanza in fretta da farlo rientrare il più velocemente possibile.
La situazione, per quanto ne sapeva, poteva solo essere peggiorata.
Pakkun si fermò alla base del tronco, alzando il muso verso il ninja. Non disse nulla, probabilmente per non interrompere il corso dei suoi pensieri, ma il Sesto Hokage non poté fare a meno di notare la frenesia della sua coda sottile e la mobilità inquieta dei suoi occhietti acquosi. Il modo in cui arricciò il naso, impaziente, gli dette conferma che il tempo a loro disposizione stava per scadere.
“Sta per piovere”, affermò Kakashi, dando voce alla preoccupazione del cane ninja, che annuì.
“Non sono sicuro che riuscirò a seguirli ancora per molto”, ammise Pakkun.
“Naruto dovrebbe raggiungerli prima di noi”, Kakashi balzò giù dal ramo, atterrando agilmente sul terreno umido. “Se attraversiamo il torrente a est, risalendo la parete rocciosa laggiù, potremmo guadagnare dai quindici ai venti minuti”.
“Ci allontaneremmo dalle altre squadre”, gli fece presente Pakkun, voltandosi a guardare il fitto della vegetazione. “E se il temporale dovesse sorprenderci durante l’arrampicata, ci troveremmo nei guai”.
Un tuono, in lontananza, squarciò la quiete del pomeriggio. Tacquero entrambi, immobili e in ascolto.
Quando quel rombo riecheggiò nuovamente per la boscaglia, facendo alzare in volo gli uccelli appollaiati sui rami e fuggire qualche scoiattolo incuriosito dalla chiacchierata, Kakashi levò lo sguardo al cielo livido. Sopra le loro teste, grosse nuvole scure si muovevano verso il Villaggio della Foglia, coprendo gli sprazzi di azzurro ancora visibili. Non si sorprese di avvertire la carezza di una brezza fredda sul viso, né di udire il guaito polemico e infreddolito di Pakkun; la goccia che filtrò dal tessuto della maschera, tuttavia, lo colpì con l’inevitabilità di un pugno bene assestato.
“Siamo già nei guai”.
 
×
 
Sakura Haruno era nella merda.
Non era mai accaduto prima di allora che le sue iniziative sfociassero in situazioni potenzialmente mortali (fatta eccezione per la volta in cui, in un eccesso di autostima, aveva creduto di riuscire a uccidere Sasuke con un kunai avvelenato); non era mai accaduto perché di rado andava in missione da sola e perché, in genere, i suoi compagni rischiavano l’osso del collo per salvarle la vita. Quest’abitudine di solito le andava poco a genio, ma poiché si reputava una persona riconoscente, e dunque poco propensa a rifiutare l’aiuto di un amico che aveva a cuore il suo benessere, inghiottiva la frustrazione e riprometteva a se stessa di cavarsela da sola la volta successiva. Il fatto che la tanto attesa volta successiva stentasse ad arrivare, e proprio perché i suoi compagni intervenivano prima che avesse modo di mettersi alla prova, aveva finito – naturalmente -  per farle saltare i nervi.
La missione cui era stata assegnata non aveva niente di diverso da molte altre: si trattava, in fondo, di un’operazione di recupero. La spedizione di Sai, non troppo distante dalla città di Tanzaku, non era andata a buon fine, e le due squadre incaricate di riportarlo indietro non avevano mai fatto ritorno. Il maestro Kakashi non si era espresso a riguardo, ma Shikamaru, che indubbiamente era il suo uomo più fidato, escludeva categoricamente le ipotesi meno rassicuranti. Sakura non sapeva se credere o meno alla sua obiettività, visto e considerato che erano coinvolti anche Ino e Choji, e che Shikamaru, per ovvie ragioni, non avrebbe accettato facilmente una loro eventuale dipartita, ma poiché, di fatto, si trattava anche dei suoi amici, sperava con tutto il cuore che non si sbagliasse.
L’opinione più diffusa era che fossero stati fatti prigionieri, ma non era da escludere che una volta giunti sul posto si fossero trovati invischiati in qualcosa di grosso. L’Alleanza, in quel particolare periodo storico, si trovava nell’occhio del ciclone, e ogni pista lasciata dai nemici, finanche la più debole, era da prendere in considerazione. Questo, a voler essere ottimisti, avrebbe spiegato anche la mancanza di missive: se davvero Sai e le due squadre di recupero avevano scoperto qualcosa d’importante, probabilmente volevano ridurre al minimo i contatti con Konoha ed evitare che i nemici risalissero al Villaggio o intercettassero i loro messaggi.
Naruto, Hinata e Sakura avevano semplicemente il compito di localizzare i ninja dispersi e assicurarsi che non fossero feriti, unica eventualità in cui erano autorizzati a intervenire. Naruto, per indole, sarebbe intervenuto in ogni circostanza, e questo in fondo lo sapevano sia il maestro Kakashi che il resto della squadra, ma Hinata e Sakura avevano il preciso ordine di restarne fuori. D’altronde, l’unico motivo per il quale erano state inserite in quella formazione consisteva nel fatto che i Jonin del Villaggio erano già stati impiegati in altre missioni, tutte di Rango A e S. La loro, paradossalmente, era tra le meno rischiose - e questo la diceva lunga su quanto la situazione di Konoha e della stessa Alleanza fosse preoccupante.
Sakura non voleva creare ulteriori problemi. Aveva lasciato il Villaggio della Foglia con l’intenzione di attenersi agli ordini del maestro Kakashi, che sulle prime non si era mostrato molto entusiasta all’idea di coinvolgere anche lei e Hinata. Non voleva deluderlo, né dargli un grattacapo. Al contrario, sperava di dimostrargli di essere meritevole di fiducia e piena di risorse, esattamente come i ninja che riempivano il suo ufficio e che più degli altri rientravano nella cerchia dei prediletti per intelletto, abilità innate e capacità strategiche.
Se le cose erano andate in quel modo, e se Sakura si era sentita in dovere di separarsi dal resto della squadra, la colpa era principalmente di Naruto – quella stupida testa quadra!
La sua modalità eremitica gli aveva permesso di localizzare Sai e le due squadre credute disperse e, una volta giunti a meno di dieci miglia da Tanzaku, il Byakugan di Hinata li aveva guidati all’ingresso di una caverna. L’entrata era ostruita, ma non abbastanza da soffocare le grida isteriche di Ino e le imprecazioni di Kiba, il cui udito probabilmente non ne poteva più dello strepitio dell’amica.
Stavano tutti bene, fatta eccezione per Sai e Choji, entrambi feriti e privi di conoscenza. A quanto pareva, i nemici avevano catturato Sai non appena si erano resi conto di essere stati intercettati e, dopo aver tentato inutilmente di estorcergli delle informazioni sulle strategie difensive di Konoha, intuendo l’arrivo dei soccorsi, li avevano attirati all’interno di una caverna che in realtà si era rivelata una miniera di cristalli: cristalli inibitori di chakra. Non c’era da sorprendersi che nessuno dei ninja imprigionati riuscisse a usare le proprie tecniche, lì dentro: non potevano farlo.
Kiba aveva raccontato a Naruto che per qualche motivo i nemici erano rimasti accampati fuori dalla miniera per almeno quattro giorni e Shino riteneva fossero partiti da meno di un’ora. Avevano ancora la possibilità di raggiungerli. Peccato che i piani di Naruto non coincidessero con quelli di Sakura, il cui spirito di osservazione, in circostanze in cui non si richiedeva l’utilizzo della mera forza bruta, era molto più sviluppato di quello dell’amico.
Non l’aveva ascoltata. Le aveva detto di restarne fuori e di pensare ai compagni imprigionati e Sakura era andata su tutte le furie. Aveva provato a insistere - supportata debolmente da Hinata e dalle urla colleriche di Ino, che bramava vendetta - ma Naruto non aveva voluto sentire ragioni. Si era lanciato all’inseguimento dei nemici senza capire perché si stessero dirigendo a ovest quando la via di fuga più sicura era quella a sud di Tanzaku, e Sakura, dopo avergli urlato dietro di essere un imbecille che rischiava solo di perdere del tempo prezioso, aveva iniziato a correre dalla parte opposta.
Stupida, stupida testa quadra!
Che senso aveva inseguire la fonte di chakra sospettosamente più intensa, rischiando di cadere a propria volta in trappola, quando Sakura sapeva esattamente dov’erano diretti?
 
×
 
Kakashi si fermò sulla sponda del torrente.
Il temporale, come previsto, era scoppiato con una violenza indicibile e il corso d’acqua si era ingrossato prima che lui e Pakkun riuscissero ad attraversarlo. Quello che si trovavano di fronte, a quel punto, era un canale incattivito dal vento, dalla piena e dai detriti.
Il ponticello che univa le due rive, e che già normalmente appariva malandato, cigolava adesso sotto la pressione delle onde, talmente alte da sommergerlo per metà. Non c’erano speranze di riuscire a percorrerlo senza essere trascinati via dalla corrente e se Pakkun fosse stato in grado d’impallidire, nel momento in cui si accorse che Kakashi stava misurando la sponda ad ampie falcate, vigile e inquieto come un leone in gabbia, sarebbe diventato bianco come un cencio.
Sapeva cosa aveva in mente: calcolava le distanze. Ciò significava che, a dispetto delle condizioni climatiche poco rassicuranti, e dunque del cielo che sembrava promettere un’Apocalisse, avrebbe attraversato il corso d’acqua e trovato il modo di risalire la parete rocciosa, ormai simile a una cascata, che si trovava dalla parte opposta.
“Kakashi!”, chiamò il cane ninja, alzando la voce per sovrastare l’ululato del vento. “È troppo rischioso!”.
Kakashi non sembrava della stessa opinione. Guardò la sponda fangosa che l’attendeva oltre il torrente e poi si voltò verso il fitto della boscaglia. Era difficile trovare ciò che gli serviva, visto e considerato che la pioggia cancellava i contorni di ogni cosa, dandogli la sensazione di guardare attraverso un vetro sporco, ma alla fine, spostando lo sguardo sui tronchi più vicini, ne trovò uno sufficientemente robusto da calamitare la sua attenzione.
Pakkun lo guardò contemplare un albero secolare con interesse, e quando il viso dell’Hokage si levò al cielo, e i suoi occhi frugarono le nuvole in cerca di qualcosa, il cane ninja seppe con assoluta certezza che l’azione a seguire avrebbe potuto rivelarsi letale.
“Kakashi!”, gridò, allarmato. “Non puoi usare i Mille Falchi senza l’aiuto dello Sharingan!”.
Lo scoppio di luce che rischiarò la vegetazione troncò la questione sul nascere. In circostanze come quella, benché fosse importante prendere le decisioni giuste, non si poteva tergiversare che per un breve lasso di tempo, e Kakashi era piuttosto certo di averne perso anche troppo. Se non poteva più fare affidamento sui sensi di Pakkun, che a breve si sarebbe dissolto in una nube di vapore, doveva necessariamente darsi una mossa. Per farlo, aveva bisogno di mettere da parte la prudenza.
Il fulmine che precipitò dal cielo, illuminando il bosco così come avrebbe fatto il sole di mezzogiorno, non era che una replica di quello generato dal palmo del Sesto Hokage. L’utilizzo dei Mille Falchi, e di ogni sua variante, non era certamente semplice come lo sarebbe stato prima di perdere lo Sharingan, ma questo non significava che Kakashi non avesse l’intenzione, o la capacità, di adoperarlo ugualmente: aveva ricorso a quella tecnica così tante volte, e gli aveva salvato la vita così di frequente, che il pensiero di metterla da parte per sempre era sufficiente a farlo sentire monco. Così, quando decise di adoperare i Mille Falchi per causare la caduta di un fulmine, non potendo più prevedere il punto e la violenza con cui gli sarebbe andato incontro, irrigidì i muscoli della schiena e serrò una mano sull’avambraccio opposto, pronto a riceverlo.
Il contraccolpo fu più forte del previsto.
Pakkun vide la sua spalla schizzare indietro di scatto e per un terribile attimo ebbe paura che il fulmine l’avesse trafitto. In realtà, sebbene gli occhi di Kakashi si serrarono in una smorfia di dolore, e tutto il suo corpo venne trascinato via di qualche metro, abbastanza da fargli affondare i piedi e i polpacci nel fango, ne uscì relativamente illeso. La sfera azzurrina al centro del suo palmo, carica di elettricità, imbrigliò l’estremità sibilante del fulmine, creando una catena elettrica che nasceva dalla mano di Kakashi e scompariva direttamente nel livore del cielo in tumulto.
Pakkun indietreggiò, sgranando gli occhi. Il suo olfatto percepiva distintamente odore di sangue e bruciato, ma Kakashi non aveva l’aria di una persona ferita. Aveva usato i Mille Falchi per generare una fonte di elettricità che ne attraesse dell’altra e adesso allacciava il proprio chakra al fulmine, dando vita a un letale fascio di luce sfolgorante. Non era semplice tenere a bada tutta quell’energia e Pakkun lo comprese quando Kakashi cercò di muoversi. La sua spalla, di nuovo, scattò indietro, come se una forza dall’alto fosse determinata a liberarsi e a schiacciarlo come un insetto. Il rumore era insopportabile e se già normalmente la tecnica dei Mille Falchi aveva un suono sgradevole all’udito sensibile di Pakkun, in quel momento non poté fare a meno di guaire e di coprirsi le orecchie con le zampe. Era uno spettacolo terrificante.
Kakashi impiegò dai due ai tre minuti a comprendere quanta forza gli servisse per gestire quella del fulmine. Quando ci riuscì, i suoi piedi si districarono dall’impedimento viscido del fango per cominciare ad avanzare, dapprima lenti e poi sempre più veloci, verso il grosso tronco a pochi metri dalla riva. Iniziò a correre.
E le sue intenzioni, a quel punto, risultarono chiare anche agli occhi increduli di Pakkun.
 
×
 
La casa di Mitsuko Shimizu si trovava oltre un bosco di salici.
Si trattava di una piccola baita dall’aspetto un po’ dimesso, con un caminetto sempre fumante e una manciata di chincaglierie appesa alla porta d’ingresso.
Sakura l’aveva scoperta per caso durante l’unica missione che aveva condiviso, da sola, con Sasuke. Allora le era sembrato un posto bellissimo, quieto e variopinto. Adesso che il temporale infuriava - probabilmente - su tutto il Paese del Fuoco, le fronde dei salici le frustavano il viso e le braccia e lo scenario pareva molto diverso da quello poetico e idilliaco che aveva ammirato insieme a Sasuke. Le radici scoperte rischiavano di falciarle le gambe a ogni passo e il piccolo ruscello si era ingrossato al punto da straripare, rendendo il terreno molle e fangoso.
L’odore del fogliame bagnato, unito a quello selvatico della boscaglia, era talmente intenso da darle voltastomaco e Sakura fu costretta a respirare con la bocca per evitare di rigettare la colazione. Si accovacciò accanto a un tronco e osservò l’unica abitazione della zona.
Dubitava di essere arrivata prima dei nemici, che a detta di Shino avevano un vantaggio di quasi un’ora, ma poiché la pioggia scrosciante, di certo, aveva lavato via ogni traccia del loro passaggio o della loro presenza, non le restava che rimanere dov’era, quatta e in ascolto, sperando in un passo falso.
All’interno della struttura, le luci erano accese.
Sakura assottigliò lo sguardo, cercando di scorgere oltre i vetri dei volti che le ricordassero le foto allegate ai fascicoli della missione. La pioggia era talmente fitta da renderle il compito piuttosto arduo, ma l’alternativa a quel punto sarebbe stata quella di avvicinarsi al davanzale e di sbirciare all’interno e Sakura non aveva intenzione di farsi scoprire prima del tempo.
Il maestro Kakashi, su questo, era sempre stato irremovibile: mai agire senza un piano. E poiché Sakura si era impulsivamente separata dalla squadra e si trovava senz’altro in inferiorità numerica, aveva bisogno di una strategia che fosse vincente su tutti i fronti.
C’era una motivo se aveva deciso di allontanarsi dal gruppo. L’osservazione dubbiosa di Kiba, che non capiva per quale motivo i nemici si fossero accampati per giorni fuori dalla caverna, l’aveva spinta a studiare i resti del focolare e dei giacigli ormai vuoti. Aveva notato molti rimasugli vegetali, dai quali si era azzardata a dedurre che i fuggitivi non mangiassero carne, e tra queste le foglie di una pianta anestetica, abitualmente non commestibile. Le condizioni di quelle foglie, accartocciate e in parte sminuzzate, le avevano dato da pensare, e quando Naruto, di punto in bianco, aveva annunciato la presenza di una fortissima fonte di chakra, in una zona strategicamente priva di alcuna attrattiva, tutti i tasselli del puzzle erano andati al posto giusto. E Sakura si era diretta lì, alla baita di Mitsuko.
La vecchia Mitsuko Shimizu era originaria di Konoha. La sua passione per le Arti Mediche, nonché il suo talento per quelle Erboristiche, l’avevano resa una delle insegnanti più richieste in Accademia e il medico più stimato dell’Ospedale, ma era stata costretta a lasciare la sua professione quando si era scoperto che aveva aiutato delle giovani kunoichi ad abortire illegalmente, pretendendo in cambio un lauto compenso e il feto indesiderato. A dispetto della fama e dei pettegolezzi che la ritraevano come una sadica megera, la vecchia Mitsuko non era una persona priva di etica, ma poiché quella che aveva si allontanava fortemente dagli ideali del Villaggio della Foglia, il Consiglio, infine, ne aveva chiesto l’esilio. Il Terzo Hokage, che in un primo momento aveva sperato di reintegrarla, o quantomeno di avanzare una pena diversa da quella proposta, si era trovato con le mani legate non appena aveva compreso che l’opinione pubblica, in ogni caso, le avrebbe reso la vita un inferno. Così, Mitsuko Shimizu si era stabilita altrove e aveva continuato a fare, tra le altre cose, anche ciò per cui era stata esiliata. Le malelingue popolari la definivano una strega. In realtà, si trattava semplicemente di un medico dalla mentalità un po’ troppo aperta, che per il bene proprio e dei suoi pazienti aveva sfidato il concetto più comune di morale.
Sakura aveva incrociato la sua strada solo una volta. Non avrebbe mai dimenticato la collocazione della sua casetta di legno, né le due donne che sedevano, a sguardo basso, sulla veranda intiepidita dal sole. Allora, la vista di quei volti pallidi e delle mani intrecciate consapevolmente sul ventre le avevano rubato un giudizio e uno sguardo severo. Adesso quella stessa veranda era vuota, ma sul tavolino del patio luccicava ancora lo stoppino bruciacchiato di una candela e Sakura si domandò se chiunque avesse atteso il proprio turno, lì fuori, fosse ancora dentro.
Studiò la struttura dal punto in cui si trovava. Se Naruto fosse stato lì, a dispetto della prudenza, sarebbe sgusciato sotto il davanzale e avrebbe provato a dare un’occhiata. Sasuke avrebbe fatto la stessa cosa, prediligendo però la finestra più piccola e lontana dall’ingresso, così d’avere, nella peggiore delle ipotesi, un buon margine di tempo per prepararsi all’attacco o ritirarsi.
Sakura decise che non avrebbe seguito né l’uno né l’altro esempio. Se anche fossero state le strategie migliori d’attuare, in quel momento, furibonda al pensiero di Naruto e insofferente a quello di Sasuke, giunse alla conclusione di essere stufa di prenderli, sempre e comunque, come dei modelli di riferimento. Il tempo le aveva insegnato che nessuno dei due era perfetto e poiché era piuttosto certa di poterli eguagliare, se non in potere, almeno in furbizia, decise che avrebbe pensato, invece, al maestro Kakashi e compensato le proprie debolezze con l’intelligenza.
Nel momento in cui decise di farlo, tuttavia, la lama di un kunai le punse la gola.
E tutti i suoi buoni propositi vennero gettati alle ortiche.
 
Continua…

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Capitolo 3
*** 3. The Valley ***


Chiaroscuro
M o r g a n i s m
 
3.
The Valley
 
“Una mossa sbagliata e sei morta”.
Non credeva sarebbe accaduto tanto velocemente.
E se anche per un momento la sua determinazione era venuta meno, non avrebbe mai immaginato di finire in una situazione in cui a un passo dalla morte il suo pensiero non andava a Sasuke.
Da ragazzina, quando le cose si mettevano male e la Squadra 7 rischiava di estinguersi nel corso di una missione di Rango incerto, il suo sguardo cercava sempre il profilo dell’ultimo Uchiha di Konoha, e mentre le lacrime le appannavano la vista, e Naruto la pregava di non piangere, Sakura sperava di soccombere con l’immagine del volto amato davanti agli occhi. Allora era sicura che la presenza di Sasuke avrebbe reso un po’ meno spaventoso anche qualcosa di definitivo come la morte e il fatto che il suo ombroso compagno di squadra non ricambiasse il suo sguardo, né pensasse la stessa cosa di lei, non sembrava sconvolgerla troppo. Le bambine, d’altronde, idealizzavano tutto, persino la tragedia, ma adesso la situazione era diversa; e benché per un momento la sua mente rievocò un intenso paio di occhi neri, a dispetto di ogni melodramma lo fece soltanto per incredulità, e proprio perché, mentre il fiato del nemico le solleticava collo, non sentiva il bisogno di pensare a Sasuke, né avvertiva la spasmodica necessità di dirgli addio.
Tra tutte le cose che avrebbe potuto ricordare – o rimpiangere – mentre la lama del kunai le feriva la gola, Sakura pensò invece allo sguardo serio del maestro Kakashi, che la includeva nella squadra di recupero soltanto perché a corto di altri Jonin. Mai, prima di allora, le aveva ordinato di restare fuori dall’azione, tirando addirittura in ballo le scartoffie ufficiali, da visionare e sottoscrivere prima della partenza, ma quella volta, guardando lei e Hinata con la stessa gravità di chi era sul punto di annunciare una guerra, aveva messo nero su bianco un concetto umiliante: non le voleva sul campo di battaglia. Il perché, che a Hinata era sembrato ragionevole, a Sakura era parso un insulto.
Non si meravigliava del fatto che il maestro Kakashi la sottovalutasse. Si trattava di un’abitudine che risaliva agli esordi della Squadra 7, e Sakura, all’epoca, era troppo ingenua per capire che, se non avesse agito alla svelta, non sarebbe più riuscita a sradicarla. Adesso faceva i conti con gli strascichi di una consuetudine irritante e sessista, incredula che le cose fossero rimaste le medesime anche dopo la guerra, periodo in cui era piuttosto certa di aver dato prova del proprio valore, esattamente come tutti gli altri. Se aveva accettato la missione, ingoiando un bel groppo di risentimento, l’aveva fatto, oltre che per i propri amici, anche per dimostrare di esserne all’altezza.
Per questo voleva che la spedizione si concludesse con un successo. Solo così il maestro Kakashi sarebbe stato costretto a guardarla in maniera diversa, ammettendo che avrebbe dovuto inserirla in squadra per merito e non per mancanza di alternative. Arrivata a quel punto della propria esistenza ciò che Sakura desiderava più di ogni altra cosa al mondo era un riconoscimento, e se Sasuke e Naruto non erano intenzionati a darglielo, allora, in un modo o nell’altro, avrebbe ottenuto quello del maestro Kakashi, e cioè della più alta carica politica di Konoha. Qualora fosse riuscita a strappargli anche solo un’occhiata colma di fierezza, a Sakura sarebbe bastato: sarebbe bastato a farle capire di essere utile. O meglio, di esserlo ancora.
“Adesso verrai con me senza fare storie”, le intimò il nemico, strattonandola.
Sakura avvertì l’impulso di scansarsi e d’iniziare a sbraitare, ma si guardò bene dal farlo: se avesse tentato di liberarsi, la reazione sarebbe stata immediata e di lei non sarebbe rimasta che una pozza di sangue annacquato dalla pioggia. Restò quindi immobile, limitandosi ad abbassare lo sguardo sulla mano che impugnava il kunai. A giudicare dalla dimensione del palmo doveva trattarsi di un uomo robusto e la rotondità premuta contro la schiena le fece pensare, più che a una borsa da viaggio, a una grossa pancia. Il solo modo che aveva di metterlo al tappeto era quello di ricorrere al proprio chakra. Anche in quel caso, comunque, le probabilità di riuscire a disarmarlo o di restare uccisa erano le medesime. Aveva bisogno di una strategia. O di un diversivo.
“Non so come tu abbia fatto a trovarci”, disse il nemico, “ma ti assicuro che non vivrai abbastanza a lungo per raccontarlo a qualcuno”.
Quella era una dichiarazione d’intenti piuttosto ingenua: rivelare a un prigioniero la propria sorte non l’invogliava certamente a obbedire agli ordini. E se per un attimo Sakura aveva preso in considerazione l’idea di farsi condurre dal resto dei fuggitivi per cercare di scoprire qualcosa, la minaccia dell’uomo la spinse a cambiare tattica.
Oppose una resistenza minima, sufficiente a farsi dare un altro strattone, e approfittò della situazione a seguire per inscenare un barcollamento. Dargli le spalle, in quel momento, le offriva un vantaggio: le permise di camuffare il movimento delle mani con un goffo tentativo di recuperare l’equilibrio. L’attimo successivo, la vista dei tronchi circostanti bastò a farle venire in mente una tecnica usata - e spesso abusata - dal maestro Kakashi.
Quando la lama del kunai le ferì la gola, Sakura scomparve con un sonoro “pop!”, sostituita da un ciocco di legno.
“Ma che diavolo…?”, il nemico sgranò gli occhi.
“Hai perso qualcosa?”, e Sakura sfruttò l’effetto sorpresa.
Ricomparve sopra la sua testa, in caduta libera da un ramo non troppo distante dal suolo.
L’uomo alzò di scatto il capo, non prima di essersi guardato stupidamente intorno, e quel gesto, per quanto istintivo e comprensibile, decretò la sua fine.
Sakura incanalò buona parte del proprio chakra in una gamba, alzandola agilmente a mezz’aria. Quando la forza di gravità la spinse nuovamente verso il terreno ridotto a fanghiglia, il suo tallone si abbatté, implacabile, sulla faccia rivolta al cielo. L’espressione incredula del malcapitato venne presto sostituita da una smorfia di dolore e Sakura gli atterrò accanto con uno sbuffo.
Il grugnito dell’uomo, furioso e sofferente, si tramutò in un gorgoglio non appena il sangue iniziò a imbrattargli il volto: gli aveva rotto il naso.
“Non mi piace essere minacciata”, spiegò Sakura, compiendo un piccolo balzo per colpire il polso del nemico con la pianta del piede e fargli sfuggire il kunai di mano.
“Maledetta!”, inveì l’uomo. “Sei una sciocca se pensi che ne uscirai viva!”.
“E tu devi essere sordo”, fu la risposta, “perché ti ho appena detto che non mi piace essere minacciata!”.
Raccolse il proprio chakra nel pugno chiuso e si scagliò contro di lui.
Colpirlo, in questo caso, non fu difficile: il dolore gli impediva di tenere gli occhi aperti e la pioggia scrosciante, probabilmente, non l’aiutava a schiarire la vista annebbiata dalla sofferenza.
Sakura non si sentì in colpa quando avvertì un ulteriore schiocco sotto le dita. Digrignò i denti, assecondando il pugno finché non fu certa di riuscire a mettere definitivamente al tappeto l’avversario. Le braccia dell’uomo mulinarono nel vuoto, come in cerca di un appiglio, ma alla fine, stordito, cadde pesantemente sulla schiena - il respiro sibilante e volto ridotto a una maschera di sangue. Continuò a muoversi per una manciata di secondi, nel maldestro tentativo di rimettersi in piedi; presto, però, le sue forze vennero meno e difatti si afflosciò su se stesso, sprofondando nell’incoscienza con un ultimo rantolo di contrarietà.
Inutile, pensò Sakura. Grasso e inutile.
Con ogni buona probabilità era soltanto svenuto. La kunoichi, comunque, non si avvicinò per accertarsene, né ebbe il tempo materiale per pensare di farlo. Qualcosa di appuntito le colpì il viso, aprendo un taglio profondo sulla sua guancia destra.
Merda!”, si ritrasse di scatto, colta alla sprovvista.
Il suo primo pensiero, nel momento in cui comprese che la calda sensazione di umido sulla faccia non aveva niente a che vedere con la pioggia, fu di cercare rifugio dietro il tronco più vicino. Quando sbirciò oltre la corteccia, puntando alla casetta della vecchia Shimizu, la trovò più vicina di quanto non fosse l’ultima volta che l’aveva guardata e scoprì che la porta d’ingresso era aperta.
Sul patio, una decina di ninja si accingevano a scagliarle addosso una luccicante pioggia di shuriken, e altri cinque, col volto coperto da maschere orribili, le stavano correndo incontro a una velocità impressionante. Sakura riuscì a malapena a risucchiare il fiato in gola, atterrita; poi, prima di poter prendere in considerazione la possibilità di fuggire, una mano guantata sbucò dal nulla e si chiuse intorno al suo collo, sollevandola da terra.
Oh, merda!
 
×
 
Naruto arrestò bruscamente la propria corsa, voltandosi verso un punto imprecisato della boscaglia.
La pioggia torrenziale gli impediva di distinguere nitidamente le forme circostanti, finanche i tronchi dagli spuntoni rocciosi del terreno, e proprio perché la vista, in quel momento, rischiava di giocargli un brutto scherzo, si affidò completamente al proprio istinto.
La modalità eremitica, in questo senso, gli concedeva qualche vantaggio: riusciva a percepire le cose con maggiore chiarezza, e questa chiarezza, talvolta simile alla precisione millimetrica di un chirurgo, rasentava l’infallibilità ogni qualvolta l’oggetto della sua ricerca era qualcosa, o qualcuno, di familiare. Il chakra che pungolò la sua attenzione, nello specifico, era molto familiare.
Se avesse dovuto descriverlo con un odore, Naruto avrebbe scelto l’odore di bruciato: non un aroma piacevole come quello del legno combusto nel focolare, ma una fragranza che sapeva di fuoco, tempesta e metallo. D’istinto, non senza un guizzo d’incredulità, gli venne in mente il volto del maestro Kakashi, e per un attimo, fissando con tanto d’occhi il paesaggio soffocato dalla pioggia, ebbe la sensazione di vederlo proprio lì, nel bel mezzo di quell’acquazzone infernale, vestito della sua tenuta da battaglia. Prima di potersi chiedere, piuttosto perplessamente, come mai gli fosse passato per la testa di pensare proprio a lui, proprio in quel momento e proprio con una tale nitidezza, Naruto si rese conto che il Sesto Hokage doveva trovarsi a meno di un chilometro da lì; in caso contrario la percezione del maestro non sarebbe stata così intensa, né avrebbe avuto la sensazione di vederlo, serio e combattivo, nel fitto della vegetazione.
Un’ombra di perplessità calò sul suo volto già di per sé accigliato. Se c’era una cosa che aveva imparato, negli anni trascorsi a stretto contatto con il Terzo e il Quinto Hokage, era che, purtroppo, dopo l’elezione, la libertà personale dei neo-eletti si riduceva drasticamente, traducendosi in un noioso confinamento in un ufficio pieno di scartoffie. Ora, che il maestro Kakashi fosse, tra tutti i suoi predecessori, il meno incline a farsi ingabbiare in una prigione di fascicoli e incartamenti, era risultato palese sin da subito, ma che fosse riuscito a lasciare il Villaggio della Foglia senza essere inseguito da una squadra di ANBU (o da una Shizune in preda al panico!), lo impensieriva parecchio, se non altro perché le informazioni raccolte in missione portavano tutte a un obiettivo allarmante, che riguardava da vicino, e in modo affatto piacevole, i Cinque Kage.
Fermo sotto la pioggia, con i sensi acuiti dalla modalità eremitica e l’espressione attenta, Naruto cercò d’individuare delle fonti di chakra che potessero garantirgli l’arrivo dei rinforzi. Ne trovò qualcuna, non troppo distante dal punto in cui probabilmente era diretto il maestro Kakashi, ma nessuna di esse gli ricordava i ninja di Konoha. La percezione che aveva, di quel tipo di energia, era tiepida e intermittente, e il primo paragone che gli venne alla mente fu quello di una lampadina sul punto di spegnersi per sempre. Il pensiero dell’usura avrebbe dovuto rassicurarlo, perché significava che quell’essenza sconosciuta, proprio perché discontinua, non poteva rappresentare una minaccia, ma qualcosa, nel suo modo di estinguersi e rigenerarsi ciclicamente, gli fece venire i brividi.
In un attimo, correggendo la propria traiettoria per raggiungere al più presto il Sesto Hokage, seppe che si trattava di un pericolo… e che il maestro Kakashi gli stava correndo incontro.
Proprio come aveva fatto Sakura.
 
×
 
La stretta intorno al suo collo era salda.
Sakura non avrebbe mai creduto possibile che una mano, da sola, sarebbe stata in grado d’immobilizzarla a quel modo, eppure le cose avevano preso una piega completamente diversa da quella sperata e adesso penzolava dalla morsa del nemico come se il corpo non avesse più alcun peso.
Aveva provato a divincolarsi, scalciando come un’ossessa mentre ringhiava gli insulti peggiori che conosceva, ma dopo una breve lotta fatta di morsi e spintoni, l’impatto di un grosso palmo contro il viso l’aveva dissuasa dal continuare. Opporre resistenza, a quel punto, significava solo chiedere di essere giustiziata e Sakura non aveva intenzione di lasciarci le penne prima di aver preso a pugni qualcuno – specialmente l’uomo che l’aveva colpita!
Affondò le unghie sul polso che la sollevava alla stregua di un fantoccio e i suoi occhi verdi, furibondi, ne incrociarono un paio dal taglio felino.
Considerò che avrebbe potuto raccogliere un grumo di saliva tra la lingua e il palato, per esprimere il proprio sdegno con l’indubbia eloquenza di uno sputo, e invece, nell’incontrare lo sguardo ambrato e lucente del ragazzo apparso dal nulla, si ritrovò a trattenere il fiato in gola, sgomenta.
Aveva già visto quegli occhi.
Li aveva già visti, ma non era possibile che si trovassero .
Le tornò alla mente il fascicolo della missione, memorizzato in fretta prima di partire. In mezzo alle informazioni principali, tra le quali erano riportati i nomi dei compagni dispersi e il luogo in cui erano stati avvistati per l’ultima volta, Shizune aveva inserito un plico di fotografie, avvertendo lei, Naruto e Hinata che, durante la spedizione di recupero, se le cose si fossero messe male, avrebbero potuto imbattersi in una formazione di ninja associati ai traditori dell’Alleanza. Le probabilità che accadesse erano piuttosto scarse, se non altro perché molti di loro erano stati intercettati altrove solo pochi giorni prima, ma l’opinione spassionata di Shizune li invitava a tenere gli occhi aperti. L’ordine dell’Hokage, nel caso in cui si fossero trovati faccia a faccia con quel tipo di avversario, contemplava invece la ritirata immediata. Sakura era perplessa.
“Tutto questo trambusto”, scandì lentamente il nemico, “per una mingherlina”.
La mingherlina in questione non gradì il commento, ma qualcosa, nel tono dell’osservazione, le impedì di replicare. Inghiottì la saliva che aveva pensato di sputare al colmo dello sprezzo e osservò il volto del ragazzo con la circospezione che avrebbe riservato a un Cercoterio.  
A dispetto della forza sovraumana, che Sakura avrebbe attribuito molto più facilmente all’uomo ormai sommerso dal fango, il suo nuovo avversario aveva una corporatura smilza, se non addirittura emaciata. Il colorito pallido, normalmente indice di salute cagionevole, gli conferiva invece un aspetto nobile e altero, accentuato dai lunghi capelli neri e dai lineamenti tanto delicati da sembrare finemente scolpiti nel marmo. Era indubbiamente giovane: giovane e di bell’aspetto. Tuttavia, il timbro gelido della sua voce e la fredda innaturalezza dei suoi occhi d’ambra la dissuasero dall’abbassare la guardia: se aveva imparato qualcosa, dalle esperienze passate, era che gli uomini della sua risma portavano guai. Guai di quelli grossi.
“Come hai fatto a trovarci?”, chiese il ragazzo dopo averla studiata a propria volta.
Sakura affondò più saldamente le unghie sui suoi polsi, senza ottenere alcuna reazione.
“Avete lasciato così tante tracce, dietro di voi, che mi meraviglio non siate stati intercettati prima”.
La presa intorno al collo si strinse e Sakura dedusse che il temperamento del ragazzo, a dispetto dell’inespressività del volto, suggeriva tutt’altra natura: se adeguatamente provocato c’erano buone probabilità che reagisse in maniera istintiva e per esperienza sapeva che l’istintività comportava sempre – sempre – degli errori di giudizio. Decise di far leva su quella.
“Se questo fosse vero”, replicò il ragazzo mentre il suo viso rimaneva immobile, “vorrebbe dire che i ninja di Konoha non riconoscono il pericolo neppure guardandolo dritto in faccia”.
La minaccia insita nelle sue parole costrinse Sakura al silenzio. Sapeva di trovarsi in una situazione spinosa, ma se davvero era destino che morisse, allora, in un modo o nell’altro, aveva il dovere di estorcergli quante più informazioni possibili e sopravvivere abbastanza a lungo da comunicarle a Konoha. Così, se anche ci avesse rimesso la vita, la missione avrebbe avuto un esito positivo e Sakura sarebbe stata ricordata, se non proprio con rimpianto, quantomeno con rispetto.
Lo guardò a lungo, abbastanza da riuscire ad attribuirgli non più di sedici o diciassette anni. In circostanze normali il pensiero di nuocergli sarebbe stato sostituito dal tentativo di tramutarlo in alleato, ma in quel particolare contesto sospettava che ogni manovra di condizionamento si sarebbe rivelata inutile: qualcuno l’aveva già indottrinato a dovere o non si sarebbe impegnato così tanto per nascondere le proprie emozioni dietro una maschera di ghiaccio.
“Non dovresti essere qui”, disse Sakura, rifacendosi alle informazioni raccolte sino a quel momento, che naturalmente lo collocavano da tutt’altra parte – o meglio, in tutt’altro Paese.
“Neanche tu”, ribatté il ragazzo. “Eppure eccoti a ficcare il naso in cose che non ti riguardano”.
“In cosa, per esempio?”, la bocca di Sakura, che iniziava ad assumere un’allarmante sfumatura bluastra, accennò un sorriso eloquente. “Una gravidanza problematica, forse?”.
Il dolore l’investì senza alcun preavviso. Il suo volto, da fermo che era, scattò indietro di colpo. La kunoichi impiegò diversi minuti a comprendere di avere appena ricevuto una testata, e quando il sangue cominciò a imbrattarle il volto, mischiandosi alla pioggia, dedusse di avere la fronte spaccata.
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo rimase stordita, con la testa ciondolante e la sensazione di non vederci più; si rese conto di essere ancora sospesa a mezz’aria, con una mano chiusa intorno alla gola, soltanto quando la presa del nemico si fece serrata, costringendola a spalancare gli occhi e la bocca alla disperata ricerca di ossigeno. Il volto del ragazzo, adesso, era così vicino che Sakura riuscì a distinguere un baluginio dorato, incandescente, in fondo al suo sguardo.
Attenta”, l’avvertì con ostilità. “Potrei decidere di farti molto male prima di ucciderti”.
Le unghie di Sakura si conficcarono violentemente nel polso del nemico, che anche stavolta sembrò non curarsene.
“Lo prendo come un sì”, boccheggiò a fatica. “Si tratta davvero di una gravidanza problematica”.
Questa volta, la reazione non la colse impreparata. Nonostante la vista annebbiata, la pioggia torrenziale e i polmoni in fiamme, nel momento in cui il ragazzo tirò indietro il capo, senz’altro per caricare una seconda percossa, Sakura imitò il suo movimento, scattando nel verso opposto. Avvertì uno strappo doloroso all’altezza del collo, ancora intrappolato nella morsa ferrea del palmo avversario, ma decise di preoccuparsene più tardi, approfittando del barcollamento a seguire per sollevare rapidamente le gambe, raccogliere le ginocchia al petto e piantare gli stivali nello stomaco del ragazzo. Sakura non vide la sua espressione sorpresa, ma si accontentò di udire il verso di frustrazione che gli scappò di bocca quando, accorgendosi che la presa intorno al collo si era allentata, spinse con tutte le forze che aveva in corpo e riuscì a sfuggirgli: la pioggia e il sudore rendevano la sua pelle scivolosa e mai come in quel momento Sakura fu felice di essere zuppa d’acqua e coperta di sporco. Non abbassò la guardia.
Nell’esatto istante in cui sgusciò dalla stretta del ragazzo entrarono in gioco gli uomini mascherati.
Sakura li paragonò istintivamente agli ANBU del Villaggio della Foglia. Li aveva notati sul patio della vecchia Shimizu, insieme a una manciata di compagni armati di shuriken, ma li aveva persi di vista dopo essere stata immobilizzata dal nemico dagli occhi ambrati. Non impiegò molto tempo a comprendere che rispondevano ai suoi ordini: si erano fermati quando il loro capo era sceso in campo e adesso intervenivano in sua difesa. Erano chiaramente dei sottoposti.
Sakura usò il petto del ragazzo alla stregua di un trampolino, spingendosi verso l’alto per compiere una capriola a mezz’aria. Affondò una mano nel marsupio allacciato ai fianchi ed estrasse velocemente due kunai: il primo le servì a deviare la traiettoria di uno shuriken diretto al viso e il secondo stroncò la corsa di un avversario mascherato.
Quando atterrò sopra un ramo, flettendo le ginocchia per evitare di perdere l’equilibrio, i suoi occhi verdi guizzarono rapidamente da una parte all’altra della radura, memorizzando la conformazione della valle e lo schieramento dei nemici che l’accerchiavano dal basso. Erano in troppi.
Maledizione, pensò con rabbia, passando una mano sulla fronte ferita.
Respirò a pieni polmoni, cercando di riprendere fiato. Non aveva intenzione di farsi uccidere, ma la situazione stava degenerando e Sakura non aveva idea di come uscirne.
Il ragazzo dagli occhi ambrati non sembrava felice di essersela fatta scappare. Nel mettere a fuoco la sua espressione furibonda, che in qualche modo sembrava incendiargli lo sguardo, Sakura rimpianse la faccia bianca e immobile che le aveva riservato sino a quel momento.
“Non ti conviene provocarmi”, la voce del nemico sovrastò lo scroscio della pioggia, e i suoi occhi, dapprima impassibili, parvero d’un tratto molto più grandi e molto più luminosi.
La pioggia non garantiva una visuale chiarissima, tuttavia non c’era modo di fraintendere l’origine dei fasci di luce che di punto in bianco illuminarono la radura: dapprima sottili come fili di chakra, si allargarono nell’aria con la fluidità dell’olio, piatti e insolitamente pulsanti. Per un attimo, trattenendo il fiato, Sakura vi guardò attraverso ed ebbe la sensazione di osservare il volto del nemico da una parte all'altra di un vetro colorato. La dimensione di quei nastri sfolgoranti crebbe sino a ricordarle la luce guida, circolare, di un faro. In questo caso, però, le luci erano due. E provenivano entrambe dagli occhi del ragazzo.
Oh, no.
Sakura sapeva riconoscere un’Arte Oculare quando ne vedeva una. La sua esperienza in materia, per ovvie ragioni, era piuttosto vasta, e la vista di quella particolare dote, forse per la sua eccezionalità, cancellò ogni traccia di colore dal suo viso. Di nuovo, richiamò alla mente i fascicoli della missione: stavolta, però, non le furono d’aiuto. Le informazioni che le servivano, al momento, erano classificate come riservate, e lei, che era stata inserita in una missione di rango inferiore, parallela alla principale come d’altronde molte altre prima della sua, non vi aveva avuto accesso.
No, no.
Non aveva idea di cosa aspettarsi. E quando il ragazzo le piantò gli occhi addosso, tenendo le labbra in un sorriso tagliente, Sakura ebbe la conferma che, di qualunque abilità stesse per servirsi, certamente non le sarebbe piaciuta.
I fasci di luce proiettati dal suo sguardo avevano tracciato due cerchi perfetti nell’aria e il nemico vi affondò le braccia con un rumore simile a un “plop!”. Sakura non seppe spiegarsi cosa accadde dopo. Ebbe appena il tempo di notare che quei cerchi luminosi inghiottirono gli arti del ragazzo come se quest’ultimo li avesse infilati dentro una scatola o sotto una coperta.
Poi precipitò nel vuoto.
“SAKURA!”.
 
×
 
Pakkun era stanco di correre.
La sua evocazione stava eccedendo in durata e benché fosse determinato ad aiutare Kakashi e ripugnasse l’idea di abbandonarlo nel momento del bisogno, era sicuro che da un momento all’altro, esausto, sarebbe stato costretto a lasciarlo da solo. Non aveva idea di come fossero usciti indenni dalla caduta del fulmine, dall’attraversata del canale e dall’arrampicata che si era rivelata, perlopiù, una doccia gelida e violenta, ma da qualunque divinità fossero stati assistiti in quel frangente, era piuttosto certo che di fronte a un nuovo pericolo, dopo gli sforzi compiuti per mantenerli in vita, li avrebbe mandati al diavolo e lasciati morire nel peggiore dei modi.
D’altronde, stavano sfidando la sorte.
Kakashi non sembrava rendersene conto, o magari preferiva non pensarci, ma se gli fosse accaduto qualcosa, e se dunque avesse lasciato prematuramente la sua poltrona di Hokage, il Villaggio della Foglia si sarebbe trovato a corto di leader in un momento storicamente delicato, se non addirittura pessimo. Non v’erano dubbi che Naruto avrebbe preso il suo posto, fosse anche solo per la sua eroica partecipazione alla Quarta Guerra Mondiale Ninja, ma il ragazzo, per quanto indubbiamente motivato e votato alla difesa di Konoha, mancava di esperienza e diplomazia, entrambe doti che Kakashi, strano a dirsi, possedeva in abbondanza.
Non era il periodo migliore per concedersi dei colpi di testa di quella portata e la trovata del famoso Ninja Copiatore, non più tale, rischiava di costare caro a tutti.
Pakkun riteneva che gettare alle ortiche la prudenza, buttandosi nella mischia per la sopravvivenza di una sola kunoichi, fosse una scelta contestabile, ma ogni tentativo di discuterne con Kakashi si era concluso con un invito a tornare a casa o ad accelerare il passo, e alla fine, con un guaito polemico, aveva gettato la spugna. Fargli cambiare idea era chiaramente impossibile.
La Squadra 7 aveva sempre occupato un posto speciale nel cuore del Sesto Hokage e benché ormai la vecchia brigata si fosse sciolta, lavorando insieme soltanto sporadicamente, il ricordo dei tempi andati, a quanto pareva, era ancora vivo e recente nella sua memoria.
Pakkun non aveva speranze contro qualcosa del genere.
La filosofia di Kakashi in merito al divieto di abbandonare i compagni in battaglia era sempre stata ammirevole. Tuttavia, il cane ninja si chiedeva se, lasciando Konoha con l’unico scopo di salvare la vita della sua allieva, Kakashi non avesse abbandonato l’intero villaggio.
“Ci siamo!”, lo sentì esclamare una volta giunti in una radura battuta dal vento e dalla pioggia.
Pakkun ricordava di esserci già stato in passato e la vista di una casetta di legno, benché più dimessa di quanto rammentasse, gliene dette conferma.
Il temporale aveva stravolto il paesaggio al punto da distruggere il ruscello e allagare buona parte della valle, ma l’intenso odore di colture mediche gli fece venire in mente il volto di Mitsuko Shimizu ancor prima che quest’ultima facesse la sua comparsa sul patio. Pakkun non la vedeva da un paio d’anni (ed era certo che durante il loro ultimo incontro fosse già piuttosto avanti con l’età!) eppure la sua schiena era ancora dritta come un fuso e sebbene la magrezza tipica della vecchiaia le assottigliasse la pelle, tirandola sulla ossa sporgenti, la sua figura, per quanto piccola, ispirava sempre un qualche tipo di soggezione. Vederla lì, ferma sulla soglia di casa con la lunga treccia bianca raccolta tra le scapole e gli occhi fieramente puntati sulla radura, lo portò ad abbassare quasi inconsapevolmente la coda.
Non era da sola. Alle sue spalle, nell’atteggiamento fermo e ostile di chi stava imponendo la propria presenza con la forza, due uomini mascherati le impedivano di allontanarsi, seguendo ogni suo movimento. La baita, diversamente dal solito, sembrava affollata, e Pakkun contò almeno altri cinque uomini dal volto coperto nei pressi dell’ingresso. Sapeva che c’era ancora qualcun altro, perché riusciva ad annusarlo, ma non ebbe il tempo d’individuarlo, se non per un brusco spostamento dietro ai vetri di una finestra. L’urlo di Kakashi lo spinse, infatti, a guardare altrove. E comprese, allora, perché gli occhi di tutti erano rivolti alla radura.
“SAKURA!”.
Sakura stava precipitando da un ramo. Pakkun immaginò che si trovasse lì sopra per spiare i nemici, o che ci fosse finita nel tentativo di fuggire, e si accigliò. Non era la prima volta che la vedeva cadere da un’altezza discutibile e in nessuno di quei casi la reazione di Kakashi si era rivelata così rumorosa, ma forse l’espressione stordita della kunoichi gli aveva fatto supporre che non sarebbe stata in grado di evitare la lama del ninja appostato sotto di lei. Pakkun si accorse, non senza un guizzo di perplessità, che l’albero da cui stava cadendo era rischiarato da due cerchi luminosi, collocati proprio nel punto in cui, fino a un attimo prima, supponeva si trovasse Sakura.
Da quei dischi luminosi, perfettamente sospesi nell’aria, spuntavano due braccia.
Solo due braccia.
“Ma cosa…?”, Pakkun non ebbe il tempo d’interrogarsi a riguardo.
Scattò al comando di Kakashi, lanciandosi ad afferrare uno shuriken nemico con i denti e a deviarne un secondo con un colpo di coda. Quando atterrò nel fango, sputando l’arma con un grugnito, si accorse che il Sesto Hokage, approfittando del suo intervento, aveva estratto due kunai dal marsupio. Li fece roteare per tre volte intorno alle dita, così d’accelerarne il volo, e poi, con uno slancio di entrambe le braccia, senza mai smettere di correre, mirò al ninja pronto a trafiggere Sakura. Una lama si conficcò dritto nella nuca del nemico, mentre la seconda gli infilzò il polso, costringendolo a gettare la spada. Le urla dell’uomo si mescolarono a quelle dei suoi compagni, ma ogni intervento in suo aiuto sarebbe arrivato troppo tardi. Il calcio che gli spezzò la schiena, l’istante in cui Kakashi lo raggiunse, servì piuttosto a spingerlo via. Riuscì ad arrestare la caduta di Sakura appena in tempo, passandole un braccio dietro la schiena e un altro sotto le gambe. L’atterraggio, naturalmente, non fu dei più delicati, tant’è che lo stesso Kakashi, l’attimo successivo, cadde pesantemente sulle ginocchia, ma Pakkun dubitava che Sakura avrebbe avuto il coraggio di lamentarsi.
“Sakura”, Kakashi era a corto di fiato. “Stai bene?”.
“Stupida ragazza”, fu il commento di Pakkun non appena li raggiunse. “Cosa pensavi di fare?”.
“A questo penseremo più tardi”, tagliò corto l’Hokage, senza distogliere lo sguardo dalla formazione di nemici che si accingeva a circondarli. “Sakura?”.
Sakura non rispose. E non perché fosse gravemente ferita o priva di sensi, ma perché sembrava che le parole faticassero a trovare la strada giusta per la bocca. A giudicare dal volto pallido che s’intravedeva attraverso un abbondante strato di sangue, se c’era una persona che non si aspettava di vedere in quella radura, nel bel mezzo del combattimento e della tempesta, quella persona era indubbiamente il Sesto Hokage. Pakkun non aveva bisogno di un’abilità telepatica per leggere i suoi pensieri e se la situazione fosse stata meno critica, e avesse avuto il tempo materiale per farglielo presente, come minimo si sarebbe detto pienamente d’accordo con lei. A volerle concedere un briciolo di comprensione, i lividi e le ferite che la coprivano per intero davano a intendere se la fosse vista brutta. Non c’era da sorprendersi che fosse scossa, stordita e sbigottita dall’arrivo di quei rinforzi un po’ insoliti. Tuttavia, qualcosa nelle percezioni di Pakkun lo costrinse a guardarla con maggiore attenzione e a dedicare un pensiero allarmato alle sue labbra tremanti, al suo battito cardiaco irregolare e all’odore che gli colpì il naso con la violenza di una percossa. Paura. Non sollievo.
Paura.
“Non sareste dovuti venire”, mormorò Sakura.
Il motivo si presentò ai loro occhi con un sorriso freddo e un paio d’occhi ambrati. La piccola folla dei ninja mascherati si disperse per farlo passare, ricompattandosi alle sue spalle alla stregua di un mantello umano.
“Kakashi Hatake”, scandì piano il ragazzo, il cui sguardo era nuovamente spento e immobile. “Finalmente c’incontriamo”.
Pakkun alzò il muso verso di lui e seppe che Sakura aveva ragione: recarsi lì era stato un errore.
“Per la prima e ultima volta”, replicò consapevolmente Kakashi, “Akira Kimura del Clan Kimura della Nuvola”.
Quelli non erano i ninja alleati ai traditori dell’Alleanza.
Quelli erano i traditori dell’Alleanza.
 
Continua…
 
Note:
Un aggiornamento lampo e un ringraziamento veloce a selenagomezlover99 e Voglioungufo per avere aggiunto questa fic alle seguite e un grazie speciale a Voglioungufo per la bella recensione che ha lasciato al capitolo precedente: risponderò con piacere appena possibile. Ringrazio anche voi, lettori silenziosi, e spero di potervi leggere a mia volta nell’area recensioni ;). Alla prossima!
M o r g a n i s m

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Capitolo 4
*** 4. Numb ***


Chiaroscuro
M o r g a n i s m
 
4.
Numb
 
Il Clan Kimura della Nuvola aveva origini antiche.
La storia li descriveva come uomini pacifici e donne di enorme intelletto, e benché negli anni il loro contributo ai conflitti dei Grandi Paesi fosse sempre stato incisivo, la scarsa predisposizione alla violenza e la riluttanza con cui offrivano i loro servigi avevano finito col tempo per isolarli dal resto della comunità ninja, che li reputava eccentrici, moralisti e decisamente poco portati, dal punto di vista psicologico, alla gloriosa arte della guerra.
La vita, per i membri del Clan Kimura, era un dono prezioso: spezzarne anche soltanto una per il bieco gusto della sopraffazione significava compiere un crimine imperdonabile nei confronti dell’umanità. Ogni individuo, per quanto apparentemente inutile o malvagio, aveva un compito da svolgere nel mondo e un ruolo d’inestimabile importanza nella storia di chiunque lo incontrasse. L’omicidio annientava il potenziale dell’uomo, che se solo avesse imparato a vivere in armonia col prossimo avrebbe senz’altro scoperto la gioia della pace, della condivisione e della fratellanza.
L’opinione comune, in merito al pensiero antimilitarista dei Clan Kimura, suggeriva che la mancata ambizione dei capifamiglia avesse a che fare con la breve durata della loro vita: a causa di un difetto genetico, che nel corso dei secoli li aveva dimezzati, i membri della famiglia Kimura superavano di rado i venticinque anni di età. Al Villaggio della Nuvola si mormorava che il più longevo dei loro esponenti fosse morto il giorno del suo trentesimo compleanno a causa di un malore che presto o tardi colpiva tutti i membri della famiglia.
Non c’era da sorprendersi che fossero così poco interessati al potere o alla supremazia del Paese del Fulmine: con la prospettiva di un’esistenza così limitata chiunque avesse biasimato i Kimura per la volontà di vivere pacificamente sino al giorno della morte sarebbe stato un folle o un ipocrita. Ciononostante, il disinteresse per i conflitti interni e la scarsa partecipazione a quelli esterni aveva dato un duro colpo alla loro reputazione, abbastanza da screditare i successi passati ed evidenziare le mancanze più recenti, come ad esempio l’assenza, apparentemente ingiustificata, dalla Quarta Grande Guerra Ninja.
La loro abilità innata, che risiedeva in una rarissima Arte Oculare, sarebbe stata estremamente utile allo spostamento delle truppe alleate e dei soccorsi, entrambi schieramenti che, spesso, durante gli attacchi degli Zetsu Bianchi, erano arrivati tardi o non erano arrivati affatto.
Se il Raikage non li aveva dichiarati disertori, pretendendo la loro testa alla fine dei conflitti, lo si doveva al fatto che i membri del Clan Kimura, dopo il fallimento del Piano dell’Occhio Lunare, erano scomparsi tutti. A niente erano valse le ricerche, che dalla sede del clan si erano spostate agli angoli più remoti del Paese del Fulmine: i Kimura, semplicemente, sembravano spariti nel nulla.
Non c’era ragione di credere che fossero ancora vivi. In quel periodo, intere dinastie ninja erano andate incontro al declino senza lasciare eredi o sopravvissuti e l’indole pacifica dei Kimura faceva supporre che anche loro, isolati dal resto della comunità e dunque poco informati sui fatti, fossero caduti in battaglia – magari senza avere il modo o la volontà di opporre resistenza.
I loro nomi, insieme a quelli di molti altri, erano stati incisi nel monumento funerario dedicato alle vittime della tragedia e lì sarebbero rimasti per sempre se a distanza di tempo non avessero deciso di uscire allo scoperto… dichiarando guerra ai Cinque Grandi Paesi Ninja.
Nessuno ne comprendeva la ragione e sulle prime si era creduto che qualcuno avesse usurpato il cognome dei Kimura per creare scompiglio all’interno dell’Alleanza, ma quando Noboru Kimura, insieme ai cugini Akira e Toichi, aveva rivelato la propria faccia, attaccando il Villaggio della Nuvola col supporto di un esercito dotato di abilità innate incredibili, ogni dubbio in merito alla loro identità era scomparso.
Iniziarono a farsi conoscere come Hagetaka.
Il simbolo sui loro vessilli raffigurava un avvoltoio.
 
×
 
Non era la prima volta che Sakura guardava la morte in faccia.
La vita da kunoichi, proprio perché risaputamente rischiosa, veniva considerata da tutti una scelta estrema e questo era il motivo per il quale era raro che in una famiglia di semplici civili, lontani da qualsivoglia retaggio ninja, nascesse una bambina che aspirava al campo di battaglia e non alla vita domestica. La madre di Sakura, che pure era una donna intelligente, quasi era scoppiata in lacrime quando la figlia aveva espresso il desiderio di frequentare l’Accademia e di eguagliare le grandi donne ninja del Paese del Fuoco. Se il marito non l’avesse persuasa ad assecondare le inclinazioni della loro bambina, che dopo un’infanzia d’insicurezze non era mai parsa così convinta di qualcosa, Sakura probabilmente sarebbe cresciuta in una scuola femminile, imparando la raffinata arte del cucito anziché quella del combattimento. Non sarebbe stato da lei. Perlomeno, non del tutto.
Per quanto le piacesse curare il proprio aspetto e la sua casa fosse piena delle cianfrusaglie tipiche delle donne frivole, Sakura non riusciva a immaginare di seguire l’esempio materno, dedicando la propria vita all’allevamento dei figli e alla cura delle mura domestiche. Dopo una fanciullezza trascorsa a inseguire il vero amore e a sbattere la testa sull’impossibilità di ottenerlo nel modo in cui aveva sempre sognato, Sakura era giunta alla conclusione che, alla prospettiva di un’esistenza confinata in casa, a sfamare i pargoli e ad aspettare il ritorno del marito, preferiva una vita piena di avventura. Se questo comportava dei rischi, li avrebbe affrontati a testa alta. Come sempre.
Non aveva mai avuto grossi dubbi a riguardo e benché sua madre, nel corso dell’adolescenza, avesse più volte provato a metterle la pulce nell’orecchio, nessuno era stato in grado di farle comprendere - o piuttosto accettare - che la strada intrapresa, proprio perché pericolosa, rischiava di essere tragicamente breve. Lo era. E sebbene Sakura, nella sua vita, si fosse trovata in situazioni molto più critiche di quella, lo comprese davvero soltanto in quel momento, mentre cadeva giù da un ramo, verso una lama pronta a trafiggerla.
Non riusciva a spiegarsi la perdita di equilibrio. Il sospetto di un capogiro, che sulle prime l’aveva fatta sentire una novellina, era scomparso non appena un intenso bruciore alla schiena le aveva fatto intendere di essere stata colpita, se non addirittura spinta, da qualcosa di incandescente. Non aveva bisogno di guardare la ferita o di toccarla per sapere di essere ustionata, ma prendere atto delle proprie condizioni, in ogni caso, le sarebbe servito a poco: era spacciata.
Se anche avesse avuto il tempo materiale per guarirsi - e non l’aveva - le mancavano comunque una strategia di fuga, un appiglio utile a evitare la spada del nemico e dei rinforzi che sopperissero alla sua inferiorità numerica. Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare indietro, a quella maledetta miniera di cristalli, per costringere Naruto ad ascoltarla… ma era troppo tardi. Arrivata a quel punto, mentre il vento le frustava il viso e la pioggia le appesantiva il corpo, l’unica cosa sensata da fare era chiudere gli occhi e sperare che accadesse in fretta. Forse non sarebbe morta in modo eroico, e già immaginava i commenti increduli di Ino, che avrebbe raccontato a tutti della sua dipartita a causa di un banalissimo ruzzolone giù da un albero, ma nessuno avrebbe potuto dire che Sakura Haruno, benché passata a miglior vita in modo un po’ banale, non avesse provato fino all’ultimo a prestare servizio a Konoha. Quello avrebbero dovuto riconoscerglielo tutti: la sua famiglia, Ino, il maestro Kakashi, Naruto. Persino Sasuke. Persino lui.
Una fitta di rimpianto, a quel pensiero tragico e fugace, le trafisse il cuore.
“Maledizione…”.
Il rimorso le attanagliò le viscere.
“Maledizione!”.
Il panico, infine, la costrinse a spalancare gli occhi.
Maledizione!”.
Non voleva cadere. Non voleva cadere.
Non poteva cadere.
“SAKURA!”.
 
×
 
“Sakura è un’idiota”.
Il commento di Kiba, unito alla sua espressione polemica, sembrava riassumere il pensiero di tutti coloro venuti a conoscenza dell’accaduto. Persino Akamaru, accucciato ai piedi del padrone, aveva l’aria di chi, se avesse avuto il dono della parola, avrebbe detto la propria in maniera tutt’altro che lusinghiera, e questo la diceva lunga su quanto l’iniziativa di Sakura fosse andata a genio ai ninja di Konoha. I soccorsi, questa volta guidati da Hinata, avevano raggiunto la miniera con gli strumenti necessari a liberare le squadre imprigionate senza dover ricorrere all’utilizzo del chakra, e adesso, riuniti in un accampamento di fortuna, i ninja sopraggiunti discutevano dell’operazione ancora in corso, aspettando che i medici si occupassero dei feriti – e dunque di Choji e Sai, entrambi svenuti.
“Il maestro Kakashi sta correndo incontro all’Hagetaka”, considerò Shino, avvolto da una coperta termica. “Pare che abbia lasciato una copia di sé in ufficio e che Shizune se ne sia accorta per caso. La sua scorta privata di ANBU ha scandagliato i dintorni di Tanzaku per ore, ma non è stata in grado d’intercettarlo - probabilmente a causa della pioggia”.
“Il temporale avrà cancellato le sue tracce”, commentò Kiba, scostando un lembo della tenda per osservare criticamente il cielo livido. “A quest’ora sarà già sul posto”.
Hinata si mosse, inquieta, sulla panca di legno su cui era seduta insieme a Ino, a sua volta sprofondata in una coperta. La sua espressione incerta sembrava ancora più fragile del consueto e dacché si era unita ai compagni, prendendo posto sotto la piccola tenda di plastica, gemella delle quattro di cui era composto l’accampamento, non aveva smesso neanche per un istante di torcersi le mani.
Immaginava di comprendere lo scontento dei ninja che avevano viaggiato con lei, e che adesso discutevano sul da farsi con la testa tra le mani, ma non riusciva a condannare l’iniziativa di Sakura, né a criticare la reazione – forse un po’ imprudente, sì - del Sesto Hokage. Da persona empatica qual era, intuiva anche troppo bene il senso di responsabilità che aveva spinto il maestro Kakashi a entrare in azione, e quello, anziché indignarla, accrebbe l’ammirazione che nutriva nei suoi confronti. Benché non fosse saggio lasciare la poltrona vacante in un momento così delicato, abbandonare i compagni che lui stesso, con estrema riluttanza, aveva mandato in missione, sarebbe stato immorale. E il maestro Kakashi – che pure, sotto altri aspetti, non era esattamente l’emblema della moralità – non si sarebbe mai perdonato un voltafaccia del genere, specie in quella particolare circostanza… con quelle particolari implicazioni.
“Sakura era certa di conoscere la meta dell’Hagetaka”, bisbigliò Hinata, consapevole.
“Ah, sì?”, Kiba espresse tutta la sua disapprovazione con uno sbuffo indignato, lasciando cadere il lembo plastificato della tenda. “E non avrebbe potuto dirlo, anziché buttarsi nella mischia da sola e costringere l’Hokage a salvarla?”.
“Nessuno ha costretto il maestro Kakashi a intervenire”, gli fece presente Shino.
“Sì, ma lo conosciamo!”, replicò Kiba, furibondo. “Il maestro Kakashi non lascia indietro nessuno: è questo il suo modo di essere un ninja! Sakura dovrebbe saperlo meglio di tutti dal momento che ha fatto parte della sua squadra, no? Avrebbe dovuto pensare alle conseguenze delle proprie azioni e alle ripercussioni che avrebbero avuto su Konoha, ma se n’è infischiata!”.
“Non esagerare, Kiba”, sospirò Shino. “Sakura non intendeva agire da sola, l’abbiamo sentito tutti”.
“Ma l’ha fatto!”, fu la replica. “L’ha fatto e ci ha messo nei guai. Se dovesse succedere qualcosa al maestro Kakashi, il suo successore sarà Naruto. E tu davvero pensi che Naruto sia attualmente pronto a diventare Hokage?”.
“No”.
La risposta venne da Ino e tutti si voltarono a guardarla.
Era rimasta in silenzio fino a quel momento, trincerata in un cantuccio di malumore, e non aveva alzato lo sguardo da terra neppure quando un medico, sorridendo, si era affacciato alla tenda per dirle che Sai e Choji erano fuori pericolo. Non sembrava in vena di esultanza e pareva avesse scordato la sua predisposizione al battibecco all’interno della grotta.
Seria, con lo sguardo carico di pensieri e le labbra curve, passò le dita della mano destra sul dorso della mancina, fermandosi a giocare con l’anello di fidanzamento: la pietruzza incastonata nell’oro bianco aveva il colore dei suoi occhi e con una fitta al cuore pensò a Sai, che l’aveva scelta appunto per quel motivo.
“Sakura non è una sciocca”, esordì con estrema onestà, benché ammetterlo ad alta voce le facesse sempre uno strano effetto – non proprio piacevole, in verità. “Mentre Naruto cercava un modo per tirarci fuori, e tu, Kiba, gli raccontavi dei nemici, Sakura deve aver notato qualcosa che agli altri è sfuggito. Le sue capacità di analisi, anche in condizioni di forte stress, sono sempre state eccellenti, e persino Sasuke, che non è mai stato incline ai complimenti, la teneva in grande considerazione. Quando Sakura ha chiesto a Naruto di seguirla, perché sapeva dov’erano diretti i nemici, Naruto avrebbe dovuto ascoltarla. Non per principio e neanche per una forma di fiducia cieca, ma perché facevano parte della stessa squadra, e Naruto, meglio di chiunque altro, dovrebbe sapere che lo spirito di osservazione di Sakura è di gran lunga più affidabile del suo. Io non oserei mai contestare un piano di Shikamaru, perché lo conosco e so che a differenza mia è uno stratega. E non metterei mai in dubbio la forza di Choji, perché negli attacchi a breve distanza è molto più efficace di quanto potrei esserlo io. Naruto, in quel momento, avrebbe semplicemente dovuto ammettere di essere meno lucido di lei, ascoltarla e seguirla. Non l’ha fatto. E una persona che non ascolta i propri compagni perché, contro ogni logica ed evidenza, presume di avere idee migliori, non può diventare Hokage”.
Tacque, infine. E il suo lungo discorso, forse perché inatteso, fu seguito dal silenzio.
Hinata, che più degli altri si sentiva tirata in causa, abbassò lo sguardo sulle mani raccolte in grembo. Avrebbe potuto dire qualcosa – qualsiasi cosa – per tentare di giustificare la buona fede del marito, ma erano tutti estremamente stanchi e provati, e qualsiasi parola a riguardo, specie se interpretata male, avrebbe rischiato d’innescare discussioni poco adatte al momento di criticità. Una parte di lei, alla quale non avrebbe mai dato voce, concordava con l’opinione di Ino; un’altra, però, più devotamente legata a Naruto, sapeva che se il marito aveva screditato le potenzialità di Sakura di certo non l’aveva fatto intenzionalmente, tanto meno per cercare di per prevalere, intellettualmente e strategicamente parlando, su di lei. Con ogni buona probabilità, nel tentativo di tenerla quanto più lontano possibile dai guai, aveva sbagliato e ce l’aveva messa in mezzo.
Shino soppesò l’espressione di Ino e scelse di non aggiungere altro. Kiba, il cui istinto di autoconservazione era evidentemente poco sviluppato, si scrollò di dosso la possibilità che la compagna di squadra avesse ragione e aprì la bocca per replicare. Se infine non lo fece fu perché lo sguardo di Ino, dapprima basso e pensoso, si piantò sul suo volto con l’aggressività di un Cercoterio.
“Azzardati a dire anche solo un’altra parola contro Sakura”, l’avvertì, “e giuro sulla memoria del maestro Asuma che Akamaru sarà costretto a cercarsi un nuovo padrone”.
Akamaru guaì. E nessuno, per quella sera, riaprì l’argomento.
 
×
 
Kakashi non abbassò lo sguardo su Sakura.
Al di là dell’imprudenza che avrebbe commesso, specie di fronte a un nemico risaputamente interessato a ucciderlo, non aveva bisogno di guardarla in faccia per sapere che era spaventata: se il tremore non fosse stato sufficiente a fargli intuire la paura e il dolore causato dalle ferite, l’odore di sangue e il battito cardiaco accelerato gli avrebbero comunque offerto un quadro completo della situazione. La conosceva abbastanza da sapere che non si sarebbe lamentata, né avrebbe ammesso di essere in punto di morte, neppure se la spada avversaria fosse davvero riuscita a colpirla, ma i dettagli raccolti subito dopo averla tratta in salvo, per quanto sufficienti a rubargli una smorfia di disappunto, non erano così allarmanti da costringerlo a dedicarsi a lei piuttosto che ad Akira Kimura.
“Sei stato gentile, Sesto Hokage”, constatò il ragazzo, consapevole di avere la sua piena attenzione. “Mi hai risparmiato la fatica di venirti a prendere”.
Pakkun ringhiò e Kakashi depose Sakura sul terreno bagnato. La sentì sussultare, rigida come un blocco di pietra, ma non avrebbe saputo dire se per colpa del dolore o della consapevolezza che il suo maestro si accingeva ad affrontare il nemico al suo posto; per quanto ne capiva, poteva trattarsi di entrambe le cose insieme, nessuna delle quali, al momento, era particolarmente importante. Kakashi si alzò, frapponendosi tra lei e Akira Kimura.
“Mi dispiace deluderti, ragazzo”, rispose con una nota di rammarico. “Non ho fatto tutta questa strada per farmi prendere da te, ma dal momento che sono qui potresti spiegarmi perché vorresti catturarmi e perché la mia morte dovrebbe tornare utile alla tua famiglia”.
Gli occhi del nemico emanarono un bagliore sinistro e i suoi lineamenti persero ogni accenno di espressione: “La tua ignoranza è già un motivo sufficiente”.
Kakashi non ebbe il tempo d’interrogarsi sul significato di quelle parole. Prima che potesse aprire bocca, Akira Kimura mosse una mano a mezz’aria e la situazione passò dallo stallo alla guerriglia. Accadde tutto in un attimo. Alle spalle del ragazzo, gli uomini mascherati sollevarono le armi e alcuni di essi si scagliarono verso l’Hokage col chiaro intento di colpirlo.
Kakashi divaricò le gambe, in modo d’avere una stabilità maggiore sul terreno sdrucciolevole, e mentre Pakkun scattò ad azzannare i polpacci più vicini, rallentando la corsa di tre ninja avversari, il Sesto Hokage ricorse all’Arte della Terra per escludere Sakura dal campo di battaglia. Eseguì una rapida sequenza di sigilli, schiaffando i palmi aperti contro il suolo, e quando il Paramento Terrestre causò una piccola scossa, squarciando il terreno al fine di trarne un’altissima muraglia di fango, Sakura si ritrasse con un sussulto e Kakashi balzò oltre la parete, appena in tempo per affondare una ginocchiata nello stomaco di un avversario.
“Maestro Kakashi!”, strillò Sakura, fissando il Paramento Terrestre con tanto d’occhi. “Non crederà davvero che resterò qui a nascondermi mentre lei…”
“E invece lo credo!”, l’interruppe il Sesto Hokage, facendo roteare due kunai intorno alle dita. “Rimani esattamente dove sei e se per caso ti venisse in mente d’intervenire… ripensaci!”.
Kakashi sapeva che Sakura detestava essere tagliata fuori dall’azione e che quasi sicuramente stava escogitando un modo per dare un contributo alla battaglia, ma non aveva intenzione di farla combattere in quelle condizioni, specie perché, dal suo personalissimo punto di vista, la piccola testa calda aveva fatto anche troppo. Peggiorare la situazione, quando chiaramente la situazione era già peggio di quanto si aspettasse, non avrebbe giovato a nessuno, e Kakashi non aveva lasciato il Villaggio della Foglia, momentaneamente dimentico delle proprie responsabilità, per vederla morire davanti ai suoi occhi. Scagliò un kunai verso un uomo dal volto coperto, spaccando in due la maschera e quanto c’era sotto, e ne adoperò un secondo per disarmare un nemico giunto inaspettatamente troppo vicino. Avvertì una fitta al polso, laddove il contraccolpo del fulmine scagliato nel bosco aveva lasciato un’ustione, e si accorse che l’avversario, ormai sprovvisto d’armi, stava affondando le dita nella ferita aperta. Kakashi storse le labbra in una smorfia, senza tuttavia perdere la concentrazione. Ruotò invece su se stesso e incastrò il braccio dell’uomo sotto il proprio, colpendo il retro del suo gomito con forza. Lo schiocco dell’osso fu seguito da un urlo, ma l’Hokage interruppe anche quello, piantando il taglio della mano dietro il collo del nemico, che svenne.
Pakkun bloccò la strada a un ninja armato di spada e ringhiò un avvertimento a Sakura, ostinatamente intenta ad aggirare la parete di fango. Kakashi, che aveva l’udito fino, voltò di scatto il capo verso l’allieva, eseguendo una nuova serie di sigilli per ricorrere a un secondo Paramento Terrestre. Avrebbe dovuto provare, forse, un guizzo d’orgoglio per le capacità di recupero della kunoichi, che dal terrore di un attimo prima già si accingeva a entrare in azione, ma in quel momento, costretto a schivare i colpi nemici cercando contemporaneamente di tenerla al sicuro, fu piuttosto tentato di stordirla per impedirle di cacciarsi ulteriormente nei guai. Ripiegò ancora sull’Arte della Terra, costruendole intorno una prigione di fango, pietre e sterpaglie.
Maestro Kakashi!”, urlò Sakura al colmo dell’indignazione.
“Ti ho detto di restare lì!”, e il suo tono – stavolta - non ammetteva repliche.
“Kakashi!”, la voce Pakkun sovrastò il boato di un tuono. “Attento!”.
Una fitta di dolore attraversò la spalla del Sesto Hokage, il quale, pur scattando istintivamente indietro, non riuscì a evitare la traiettoria di uno shuriken. L’imbottitura della divisa impedì all’arma di conficcarsi troppo in profondità, ma quando se la strappò di dosso, trattenendo il fiato, si accorse che le punte avevano una colore sospetto, ben diverso da quello vermiglio del sangue. Alzò allora lo sguardo verso la casetta di Mistuko Shimizu, e lì, sul patio, insieme alla donna scortata dai nemici, Kakashi notò due uomini nerovestiti, che a differenza degli altri non indossavano la maschera. Il più basso di loro aveva le dita coperte di shuriken e a quella distanza sembrava indossarli come fossero anelli. Kakashi si accorse che gliene mancava uno intorno all’indice.
Impiegò qualche minuto a riconoscere i due uomini. Una volta identificato il primo, tuttavia, non ebbe difficoltà a fare lo stesso con il secondo.
“Noboru”, mormorò a denti stretti. “E Toichi Kimura”.
“Ti conviene arrenderti, Sesto Hokage”, suggerì il più giovane dei cugini Kimura, Akira, oltrepassando un cadavere alleato con un’indifferenza che poco si addiceva alla filosofia del suo clan. “Morirai in ogni caso. Non ha senso trascorrere gli ultimi momenti della tua vita combattendo, quando potresti approfittarne per scambiare quattro chiacchiere con noi”.
Gli occhi del ragazzo luccicarono nella penombra e Kakashi si accorse di qualcosa che fuoriusciva dalle sue pupille. A differenza di Sakura, il cui grado non le aveva dato accesso alle informazioni riservate, il Sesto Hokage conosceva bene quella particolare abilità: aveva trascorso gli ultimi mesi a studiarla, cercando di comprenderne i limiti e le potenzialità, e sapeva perfettamente che, in circostanze come quella in cui si trovavano, avrebbe potuto dargli parecchi problemi.
Non si sorprese di scorgere dei fasci di luce gialla affacciarsi agli occhi, adesso spalancati, di Akira Kimura, e ne seguì la traiettoria finché si avvide di due dischi dorati perfettamente sospesi a mezz’aria, proprio davanti al ragazzo. Kakashi realizzò che se avesse avuto due torce e le avesse puntate entrambe contro una parete avrebbe ottenuto il medesimo effetto visivo. Akira Kimura, comunque, aveva un vantaggio che lui non possedeva, e gliene dette conferma quando, con un sorriso che non raggiunse mai lo sguardo, affondò le mani all’interno di quelle circonferenze luminose, larghe abbastanza da consentirgli d’infilarci dentro le braccia.
Da qualche parte, non troppo distante dal Paramento Terrestre che proteggeva Sakura, Pakkun guaì. Kakashi avrebbe voluto voltarsi per accertarsi che suo alleato a quattro zampe stesse bene, ma si rese conto, non senza una fitta di panico, di avere i riflessi rallentati; persino la vista, che pure gli aveva concesso di cogliere due macchie dorate alle proprie spalle, cominciava ad annebbiarsi, impedendogli di mettere a fuoco la radura e le forme più lontane. Il suo corpo rifiutava di ascoltare gli impulsi dettati dal cervello. E certamente non era estraneo a sensazioni del genere, perché d’altronde anche lui era stato ragazzo e aveva provato, fosse pure per poche ore, l’euforica ebbrezza dell’alcol; questa volta, però, la spossatezza delle membra e la pesantezza delle palpebre non avevano a che vedere con un bicchierino di troppo, e tanto bastò a fargli perdere la presa sullo shuriken ancora stretto tra le dita.
“Veleno”, farfugliò, improvvisamente instabile sulle ginocchia.
Tentò di muoversi, e in fretta, ma i suoi muscoli reagirono con un considerevole ritardo e quel ritardo fu sufficiente a metterlo nei guai. Qualcosa di caldo – o meglio, d’incandescente – lo colpì alle spalle con la violenza di un’esplosione e il bruciore a seguire convinse Kakashi di essere stato atterrato da una carta bomba a base di acido. Arcuò la schiena, stavolta senza riuscire a reprimere un verso di dolore, e quella pressione fastidiosa, anziché attenuarsi o scomparire, si accentuò al punto di farlo cadere nel fango. Cercò di divincolarsi, conscio che restare in quella posizione di svantaggio rischiava di costargli la vita, ma fallì miseramente.
“Così va meglio”, commentò Akira Kimura, compiendo qualche passo verso di lui.
Lo scalpiccio degli stivali sul terreno molle aiutò Kakashi, ormai chino su se stesso, a farsi un’idea di dove si trovasse il nemico, e benché il dolore alle spalle, anziché diminuire, parve intensificarsi di colpo, impose a se stesso di restare lucido: non poteva lasciare Sakura nei guai. Una parte di lui era assolutamente certa che, se gli fosse accaduto qualcosa, Pakkun avrebbe trovato il modo di aiutarla; un’altra, però, sospettava che a entrambi sarebbe mancato il tempo materiale per fuggire, e a quel punto, in assenza di diversivi, l’unica cosa da fare era assumerne il ruolo, portando tutta l’attenzione su di sé. D’altronde, se il veleno era entrato in circolo così rapidamente, non gli restavano che pochi minuti per rendersi utile.
“Molto meglio, sì”, ribadì Akira Kimura, fermandosi davanti al Sesto Hokage. “Perlomeno hai capito di doverti inchinare”.
Kakashi inspirò a fondo attraverso la maschera - gli avambracci affondati nel fango e la fronte premuta sul dorso delle mani. Il dolore alla schiena era talmente intenso da spezzagli il fiato, ma non godere del privilegio della vista, in qualche modo, gli fu utile. Costretto ad acuire gli altri sensi, mordendo l’interno della guancia per non offrire al nemico la soddisfazione di un lamento, comprese che non si era trattato di una carta bomba. La sofferenza che lo schiacciava al suolo aveva due fonti distinte ed entrambe parevano serrargli le spalle con la violenza di una morsa. O di una presa umana.
Gli tornarono alla mente i dischi di luce all’interno dei quali Akira Kimura aveva immerso le mani, poi ripensò alle sfere dorate che gli era parso di scorgere dietro di sé appena un attimo prima di essere colpito. Akira, grazie al potere dei suoi occhi, aveva creato dei varchi dimensionali, due di entrata e due di uscita, per sorprendere l’avversario e coglierlo alle spalle: le braccia sparite nei cerchi di luce proiettati davanti al ragazzo erano dunque sbucate da quelli apparsi dietro Kakashi.
Sakura, probabilmente, era caduta per lo stesso motivo.
“Cosa si prova, Sesto Hokage?”, la voce del ragazzo suonò fredda e il suo passo si arrestò. “Cosa si prova a trovarsi indifesi di fronte al nemico?”.
Kakashi schiacciò i gomiti sul terriccio nel tentativo di sollevarsi, ma le mani di Akira Kimura, serrate sulle spalle, lo spinsero nuovamente nel fango. L’avversario era vicino, abbastanza d’accogliere il respiro di Kakashi sulla punta delle scarpe, e sembrava piuttosto certo che l’uomo ai suoi piedi fosse ormai fuori combattimento. Lo era, naturalmente, ma non al punto da risultare del tutto innocuo. Chiunque conoscesse la storia del Ninja Copiatore, o avesse sentito parlare di lui, sapeva che abbassare la guardia in sua presenza e darlo prematuramente per sconfitto portava alla disfatta. Akira Kimura era ancora troppo giovane per riconoscerlo, ma avrebbe imparato. Presto.
“Non saprei”, biascicò Kakashi, aprendo le mani sulla terra bagnata. “Tu cosa provi?”.
Senza dargli modo di rispondere, ricorrendo alle ultime forze rimaste, Kakashi chiuse le dita sullo shuriken nascosto dal fango, lo stesso che l’aveva ferito e che si era strappato di dosso pochi istanti prima. Sapeva di trovarlo lì, perché ricordava il punto in cui era caduto, e mai come in quel momento fu grato alla pioggia per averlo sommerso: gli garantì – infatti - un ottimo effetto sorpresa.
Akira Kimura intuì il pericolo soltanto quando Kakashi affondò l’arma nel suo polpaccio. Il Sesto Hokage non avrebbe saputo dire se le lame fossero ancora avvelate, ma il colpo andò comunque a segno e il nemico si ritrasse, risucchiando una boccata d’aria tra i denti serrati. La presa sulle sue spalle si estinse di colpo.
Maledetto!”, gridò Akira Kimura.
Alzò la gamba sana e piantò un calcio sulla faccia dell’avversario - il quale, comunque, era preparato a riceverlo. Kakashi voltò il capo per incassare la pedata sulla guancia e limitare i danni, dopodiché approfittò del contraccolpo per lasciarsi sbalzare indietro. Ricadde sulla schiena – la vista appannata e il chakra in esaurimento – e in quell’istante, con un tempismo a dir poco incredibile, successero due cose contemporaneamente: gli uomini mascherati si lanciarono verso di lui e la terra cominciò a tremare.
Se il vociare allarmato dei nemici non avesse raggiunto le sue orecchie a un volume più o meno alto, Kakashi probabilmente avrebbe pensato che uno di loro stesse ricorrendo all’Arte della Terra per attaccarlo a distanza; siccome, però, lo stesso Akira Kimura s’immobilizzò sul posto, borbottando tra i denti un’imprecazione che la diceva lunga su quanto poco ne sapesse di ciò che stava accadendo, il Sesto Hokage piantò le mani sul terriccio bagnato e flesse le ginocchia per prepararsi a saltare.
Il boato a seguire, che spaccò il suolo in mille pezzi, annunciò il crollo del Paramento Terrestre… e di quanto c’era intorno.
“Ne ho abbastanza di questa storia!”, sbottò la voce di Sakura, nuovamente libera di muoversi e di distruggere la radura con la forza bruta dei suoi pugni. “Il prossimo che prova anche solo a sfiorarmi con un dito si ritroverà permanentemente privo di…”.
Sakura!”, Kakashi compì un balzo incerto verso l’unico sperone roccioso che non sembrava sul punto di disintegrarsi. “Ti avevo detto di restarne fuori!”.
“Me l’hanno detto in tanti, oggi!”, fu la replica a dir poco furibonda, soffocata dal fragore del crollo. “E non credo porti bene!”.
Il terreno cominciò a sprofondare. Kakashi, che pure era riuscito a trascinarsi in una zona relativamente sicura, sbatté le palpebre nel tentativo di schiarirsi la vista. Uno strano torpore, simile a quello del dormiveglia, gli appesantì le palpebre, ma una rapida occhiata, seppure appannata, alle condizioni della valle bastò a suggerirgli l’entità di quanto stava accadendo intorno a lui. Il ruscello, ormai, era un corso d’acqua impazzito, che spruzzava fango e schiuma in ogni dove, e le fosse generate da quella scossa tutt’altro che naturale cominciarono a riempirsi di acqua, melma e detriti. Gli uomini mascherati vennero inghiottiti dalla terra, lasciandosi alle spalle soltanto l’eco delle loro urla, e Kakashi notò che tra questi c’era anche Akira Kimura.
Lo vide guardarsi intorno con rabbia, il bel volto distorto in una smorfia di orrore, e quando il suolo si spaccò sotto di lui, costringendolo a barcollare sul ciglio di un crepaccio, allacciò lo sguardo a quello dell’Hokage. Kakashi sapeva che non sarebbe morto senza combattere fino all’ultimo dei suoi respiri, fosse anche solo per portare con sé i nemici che l’avevano umiliato, e difatti i suoi occhi ambrati si accesero come pire. Se gli avesse permesso di ricorrere alla sua Arte Oculare, probabilmente avrebbe colpito per uccidere, ma Kakashi aveva già un piede nella fossa e sarebbe stato sciocco pensare che Akira Kimura avrebbe sprecato la sua uscita di scena per dare il colpo di grazia a un condannato a morte. Il pensiero di Kakashi andò a Sakura, che si accingeva a raggiungerlo, e sebbene s’impose di non guardare nella sua direzione, per non dare spunto al nemico, quest’ultimo tese le labbra sui denti scoperti, nella feroce imitazione di un sorriso, e la guardò al suo posto.
“No”, biascicò l’Hokage mentre l’attenzione del nemico si spostava sulla kunoichi.
Tentò di alzarsi, perché il suo primo istinto era sempre quello di frapporsi tra i suoi compagni e il pericolo, ma le gambe cedettero, costringendolo ad atterrare sui gomiti. Sfregò le palpebre pesanti sul dorso di una mano, obbligandosi a tenerle sollevate, e quando guardò di nuovo verso Akira Kimura, benché si accorse di vederci doppio, notò due inquietanti luminescenze dorate sospese a mezz’aria. Le mani del nemico vi affondarono con un sonoro “plop!” e Kakashi reagì d’impulso.
Non poteva prendere la mira, né sperare di placcarlo prima che il suo colpo andasse a segno, ma poteva usare il proprio chakra – perlomeno, quello che il veleno non era ancora riuscito a consumare. Il gorgoglio dell’acqua era forte, perché il corso irregolare del ruscello veniva incessantemente ingrossato dalla pioggia, e quel rumore funse da bussola per i sensi appannati del Sesto Hokage. Si stese faticosamente sulla roccia, abbastanza da schiacciarvi la pancia e la faccia, e con uno sbuffo frustrato strisciò verso l’estremità più vicina all’acqua. Da qualche parte, non troppo lontano, Sakura urlò, e in quel momento Akira Kimura scomparve all’interno di una fossa ormai simile a un pozzo. Kakashi udì il suono del suo corpo che affondava nella fanghiglia, e allora, con un grugnito di fatica, allungò il braccio sano per immergere una mano nell’acqua.
La scarica di elettricità che rischiarò la valle, correndo sulla superficie liquida che aveva riempito e collegato ogni fenditura del terreno, produsse un suono raccapricciante.
Si alzarono delle fiamme azzurre, che risucchiarono in una sola vampata tutto il chakra del Sesto Hokage, e insieme a esse si levarono anche le grida dei nemici sprofondati nella radura, a mollo nelle voragini ormai inondate. La morte per folgorazione non rientrava senz’altro tra le dipartite più dolci, e i lamenti che riempirono la valle, prima che i corpi avversari smettessero di muoversi, avrebbero tormentato il sonno di Kakashi per molto, molto tempo.
In quel momento, comunque, non ci pensò.
Riuscì soltanto ad ansimare contro il suolo, esausto.
 
×
“Kakashi!”.
Pakkun gli fu accanto in un attimo, non meno stremato di quanto non fosse l’Hokage.
La sua evocazione si sarebbe dovuta interrompere già parecchio tempo prima; se rimaneva attiva – e se Pakkun, dunque, aveva ancora la forza di dare manforte a Kakashi – il merito era dell’affetto e della lealtà incondizionata che nutriva nei confronti dell’uomo, il quale, da sempre, gli attribuiva la medesima importanza che offriva ai suoi compagni a due zampe. Pakkun lo conosceva abbastanza da sapere che Kakashi non gli avrebbe mai voltato le spalle in caso di pericolo e non aveva dubbi che si sarebbe gettato tra le fiamme dell’inferno pur di salvargli la coda – probabilmente senza pensarci due volte. Per questo motivo, e per molti altri che consolidavano la loro alleanza, il cane ninja non l’avrebbe mai abbandonato nel momento del bisogno. Quello, chiaramente, lo era.
Quando raggiunse il suo umano prediletto, lo sguardo di Pakkun era comprensibilmente allarmato. Il suo naso cominciò ad annusare le ferite di Kakashi come se percepisse qualcosa di strano – un odore dolciastro che certamente non somigliava al sangue, alla pioggia o al fogliame bagnato – ma se Kakashi pensò al veleno in circolo, decise comunque di non menzionarlo.
“Sakura…?”, domandò, invece, con la voce impastata e gli occhi quasi chiusi.
“Sono qui”, lo scalpiccio di un balzo annunciò il suo arrivo.
Una lieve nota di sollievo allentò la morsa di allarme stretta nel petto dell’Hokage.
Impiegò qualche istante a metterla a fuoco e a distinguerla dalle forme degli alberi e dal tenue bagliore della tempesta, ma quando, infine, riuscì a inquadrarla, la guardò dal basso per valutare quanto fosse ferita. La vista appannata non gli fu d’aiuto, ma il bagliore azzurrino che luccicò sulla guancia di Sakura gli fece comprendere che, qualsiasi danno avesse subito, aveva appena finito di curarsi. Si guardarono gravemente.
“Cos’è successo?”, chiese la kunoichi, chinandosi su di lui. “L’ho persa di vista soltanto per dieci minuti, com’è possibile che-”.
“Dovete andare via”, l’interruppe Kakashi. “Tornate a Konoha e informate Shikamaru”.
“Sarà lei a informarlo”, lo corresse Sakura, scrutando le sue ferite. “Anche perché stavolta non sono sicura di saperne abbastanza da poter fare rapporto”.
“Sakura”, la voce dell’Hokage suonò ferma e la sua mano trovò il modo di chiudersi sul polso dell’ allieva. “Non te lo sto chiedendo”.
“Lo so”, replicò Sakura, seria. “Mi sta ordinando di lasciarla qui a morire, ma può star certo non lo farò”.
“Questo potrebbe essere un problema”.
Kakashi spalancò gli occhi e Sakura si voltò di scatto. Pakkun barcollò sulle zampe e balzò di fronte ai compagni, assecondando l’istinto – forse un po’ ingenuo, date le circostanze – di proteggerli. Alle spalle di Sakura, con gli occhi accesi come braci e l’espressione impassibile, sostava un uomo dal volto pallido, tanto alto quanto sottile.
A differenza di Akira, i cui lineamenti parlavano di adolescenza, il viso di Noboru Kimura appariva senza età. Qualcosa, nel suo sguardo, sembrava molto vecchio, ma i tratti puliti, bianchi come carta, lasciavano supporre che non avesse ancora raggiunto la trentina. Anche lui, come il cugino, aveva un aspetto fragile ed emaciato; diversamente da Akira, però, la sua presenza pareva riempire l’intera valle. Sakura lo vide alzare il mento per guardarla attraverso una lunga ciocca di capelli neri come inchiostro e seppe che non ne sarebbero usciti vivi.
“Ho intenzione di uccidervi”, disse con estrema schiettezza, adoperando il tono colloquiale che avrebbe usato per commentare il clima. “Prima, però, mi darete qualche informazione. In caso contrario, sarò costretto a torturarvi finché non sarete spontaneamente in vena di confidenze”.
Un baluginio dorato, nell’aria, anticipò l’arrivo di Toichi Kimura. Sbucò da un varco dimensionale ricavato dalla sua Arte Oculare, atterrando sulla roccia con un piccolo salto. Basso di statura, con i capelli rasati e una cicatrice sulle labbra altrimenti disegnate, somigliava così tanto a Noboru che sarebbe stato impossibile non riconoscerlo come suo parente. Osservò i feriti senza grande interesse, come se avesse dato per scontato che sarebbero stati catturati, e poi, con un movimento disinvolto del capo, si volse a guardare Akira Kimura, il quale – incredibilmente illeso – usciva dal medesimo varco. I suoi occhi ambrati, molto più grandi rispetto a quelli dei cugini, si mossero da Sakura a Kakashi e da Kakashi a Sakura con lenta ed estrema freddezza. Non sembrava felice.
“Non badate a lui”, suggerì Noboru, indolente, spostando il peso del corpo dalla gamba destra alla sinistra. “Gli avete fatto un torto e pagherete per questo, ma temo che la proprietà di Mitsuko Shimizu non sia il luogo più adatto a consumare una vendetta, specie dopo il modo in cui avete distrutto la radura. Suggerirei di spostarci altrove e vi chiedo di seguirmi senza creare ulteriore disturbo”.
L’espressione di Sakura si accartocciò in una smorfia indignata. Scioccamente, prima di poter capire quanto poco fosse il caso d’interrompere quell’onesta, e proprio per questo raccapricciante, dichiarazione d’intenti, la sua bocca si mosse da sola e così anche il suo corpo.
Ti piacerebbe!”, sbottò con forza, scagliandosi contro il nemico.
Kakashi trasalì, tendendo le dita nel tentativo di fermarla. Il suo braccio, tuttavia, rimase orribilmente abbandonato nel fango.
“Sakura!”, gridò inutilmente. “NO!”.
Neanche Pakkun ebbe il tempo di trattenerla. Sobbalzò, invece, come il Sesto Hokage – e a buon ragione: Noboru Kimura, che fino a un attimo prima sostava a pochi metri di distanza, noncurante e poco interessato allo scontro fisico, scomparve in un risucchio di luce dorata, riapparendo, con un sonoro “plop!” di avvertimento, alle spalle della kunoichi. Accadde tutto così rapidamente che Sakura si rese conto dell’accaduto soltanto quando l’avversario sparì dal suo campo visivo; poco dopo, una presa ferrea le serrò il collo alla base della nuca, alzandola da terra.
“Pare proprio che voi ninja di Konoha dobbiate farvi male prima di comprendere quand’è il caso di arrendersi”, considerò Noboru, senza alcuna inflessione che lasciasse trapelare rabbia o fastidio.
Sakura scalciò, divincolandosi nel tentativo di allentare la stretta, ma ogni colpo che affondò nelle gambe del nemico sembrò non avere, su quest’ultimo, alcuna ripercussione. Kakashi la vide dimenarsi, soffocando un urlo quando la presa si fece d’acciaio, e nel momento in cui l’avversario levò l’altra mano a mezz’aria, ebbe l’assoluta certezza che la sua allieva stesse per morire davanti ai suoi occhi. Qualcosa, dentro di lui, urlò. Si rese conto, tuttavia, che se anche avesse voluto dare fiato a quel dolore, non sarebbe riuscito a gridare.
“Pakkun”, sfiatò disperatamente.
“Non posso”, guaì il cane ninja, ormai al limite dell’evocazione. “Non ho più forze”.
“Dì pure addio ai tuoi amici”, disse Noboru.
Il suo braccio libero si mosse col chiaro intento di colpirla e probabilmente ci sarebbe riuscito se un esplosione azzurrina, tanto improvvisa quanto accecante, non avesse spazzato la totalità degli alberi che delimitavano la radura. L’aria si riempì di polvere, foglie e schegge di legno. E mentre il temporale scemava e Kakashi tossiva nel fango, una voce maschile, forte e determinata, sovrastò le imprecazioni di Akira e il brusio interrogativo di Toichi. Noboru, rimasto con un braccio sospeso a mezz’aria e il collo di Sakura stretto nel palmo opposto, mosse solo impercettibilmente il capo verso la nuova fonte di fastidio, poi inarcò le sopracciglia in un tiepido guizzo d’interesse. Pakkun e Sakura seguirono la traiettoria del suo sguardo e lì, tra le volute di fumo, riconobbero una familiare testa bionda.
NON TOCCARLA!”.
Naruto.
 
Continua…
 
Note:
Aggiornamento veloce, i prossimi saranno meno rapidi in quanto si sta avvicinando l’estate e il caldo torrido non aiuta :’). Un ringraziamento particolare a Voglioungufo per le sue belle recensioni. Grazie anche ai miei lettori silenziosi ed a serenagomezlover99, Lalala31, Saku_Nami e Voglioungufo (sempre presente :D) per avere aggiunto questa fic alle seguite. Ci becchiamo al prossimo capitolo!
M o r g a n i s m
 

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