Racconti Horror

di FreddyOllow
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Lo strano caso di Monica Portman ***
Capitolo 2: *** Come potrei? ***
Capitolo 3: *** Il Bosco ***



Capitolo 1
*** Lo strano caso di Monica Portman ***


1


Un vecchio siede in veranda. Osserva i pini dell'Arizona cingere la casa di legno, i fasci del sole filtrare tra le fronde smosse da un leggero venticello. Arrivato alla veneranda età di ottantun'anni, i suoi ricordi vacillano. Anzi, non ricorda nemmeno come sia stata la sua vita prima dello strano evento che lo ossessiona da anni. L'interrogatorio di Monica Portman. Mentre ci pensa, si versa un bicchiere di whisky e lo sorseggia con calma. Lancia un'occhiata ai documenti sul tavolo e, prima di prenderli, tentenna un momento. Poi li afferra con la mano tremante, ossuta e puntellata di macchie scure e li legge.


Trascrizione di Albert James, agente scelto della polizia dello stato dell'Arizona. Questa è una trascrizione dell'interrogatorio tra il Detective Edgar Monroe e Monica Portman, accusata di omicidio plurimo. Trascriverò solo la parte finale dell'interrogatorio. Il resto del materiale è in mano all'F.B.I. ed è classificato.


Cinquantasette anni prima, Albert James viene stato sostituito all'ultimo minuto dal Detective Edgar Monroe. Il capo della polizia John Moon, crede che quest'ultimo sia più qualificato negli interrogatori. Albert è risentito, ma accetta quella decisione. Insieme a due agenti, si chiude nella stanza dove si trova lo specchio unidirezionale. Osserva una donna sui cinquanta, viso ovale, occhi verdi e naso aquilino. È proprio bella, si dice. Non sembra una psicopatica, ma una donna fin troppo puritana.
Nella stanza entra il Detective Edgar Monroe. È frustrato. Ha interrogato la signora Portman per più di mezz'ora, ottenendo solo un silenzio snervante. Ma è deciso, non vuole arrendersi.
"Signora Portman." Ripete per la decima volta il Detective Edgar Monroe. "Perché hai ucciso ventiquattro persone?
La signora Portman non gli risponde, si limita a guardare il nulla.
"Allora?"
La donna fa un lungo sospiro.
"Sono qui per aiutarla."
La signora Portman fissa il Detective con uno sguardo carico d'odio. Non risponde.
Il Detective Monroe le siede di fronte, poggia le mani sul tavolo. "Possiamo aiutarla. Deve solo dirci cosa è successo."
"Nessuno può aiutarmi..." Risponde piano la donna.
"Cosa vuole dire?"
"Siamo tutti condannati. Tutti!"
"Chi? Di chi parla?"
La signora Portman allunga le mani sul tavolo, i palmi rivolti verso il Detective Monroe, che nota profonde bruciature all'interno.
"Prima... Prima non c'erano!" Dice il Detective Monroe, scioccato. "Come ve le siete procurate?"
"Sono stati loro." Risponde Portman con sguardo vacuo. "Loro... Sì, loro me l'hanno fatto." Fa un profondo sospiro. "I miei peccati. Dovevo espiarli. Dovevo!"
Il Detective Monroe la fissa, turbato. "Chi sono queste persone?"
"Oh, non sono persone." Dice la donna con un mezzo sorriso inquietante. "Sono ombre... Sì, sono ombre. Loro... Loro sanno la verità." Distoglie gli occhi dall'uomo e scruta il muro con stupore, come se ci vedesse qualcosa di meraviglioso.
Il Detective Monroe aggrotta la fronte, pensieroso. "Continua."
D'un tratto la signora Portman si porta le mani nei capelli, lancia un urlo tremendo e inizia a strapparseli.
Il Detective Monroe scatta in piedi e le torce i polsi dietro la schiena. La sbatte di faccia contro il muro. La donna grida isterica, rabbiosa, cerca di divincolarsi dalla presa.
Albert James e due agenti si precipitano nella stanza per aiutare il collega a tenerla ferma.
La signora Portman smette di gridare, abbassa la testa. Il viso le è diventato cadaverico, gli occhi cerchiati sono stanchi.
"Lasciateci!" Dice il Detective Monroe agli agenti.
"Ne è sciuro?" Domanda Albert James.
"Andate."
I tre agenti lasciano la stanza.
La donna guarda il soffitto con le dita incrociate, le labbra schiuse, gli occhi rovesciati all'indietro. "Tu mettevi il sigillo alla perfezione, eri pieno di saggezza, di una bellezza perfetta... Eri un cherubino dalle ali distese, un protettore. Ti avevo stabilito... tu fosti perfetto nelle tue vie dal giorno che fosti creato."
Sorpreso, il Detective Monroe allenta la presa dai suoi polsi e indietreggia un poco, senza distogliere lo sguardo da lei.
Gli occhi della donna tornano in avanti, il suo sguardo si riempie di stupore e urla. "Come mai sei caduto dal cielo, astro mattutino, figlio dell'aurora? Come mai sei atterrato, tu che calpestavi le nazioni? Tu dicevi in cuor tuo: Io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio; mi siederò sul monte dell'assemblea... salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile all'Altissimo."
La lampada al centro della stanza inizia a lampeggiare, a fremere. Il tavolo viene catapultato in aria, le due sedie si schiantano contro il muro. Terrorizzato, il Detective Monroe raggiunge un angolo, il cuore che gli martella nel petto, le mani tremanti.
La signora Portman si eleva a venti centimetri dal suolo, allarga le braccia, dilata gli occhi, mentre i capelli neri le fluttuano attorno al capo. "E ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel cielo..." Rimane in silenzio per un attimo. Poi la sua voce cambia tonalità, diventa potente, gutturale, metallica, da uomo. "Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla Terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli."
Un intenso bagliore bianco appare di fronte alla signora Portman. Alle sue spalle, un'oscurità impenetrabile.
Il Detective Monroe corre alla porta, gira la maniglia, ma è chiusa. Disperato, la colpisce ripetutamente con i pugni. Un vento gelido gli penetra le carni. Un'entità invisibile lo tocca, lo afferra, lo spinge, lo strattona.
"Siete stati ingannati." Urla la signora Portman. "Le ombre sanno... Si manifestano davanti a chi è stato ingannato. A chi crede nella menzogna della Bibbia. La Bibbia mente! Mente. Mente. Mente! È scritta dagli uomini, non da Dio! Lucifero è diverso... Lui è riconosciuto come nemico, ma in realtà è vittima. Vittima!" Tace per un lungo momento, mentre il Detective Monroe viene sballottato ripetutamente contro la porta. "Voleva essere libero. Voleva essere padrone di sé stesso. Voleva vivere! Vivere! Dio non ha voluto. Non ha voluto... Lo ha marchiato come nemico. Come mostro! Ma non è vero! NO! La Chiesa. Quell'entità malefica. È lei l'artefice di tutto ciò. Ha reso lucifero un mostro. Loro nascondono la verità. Si nascondano dietro falsa bontà. Loro sono il nemico! Il nemico! Hanno cambiato faccia, mutato i comportamenti... Secoli fa ambivano al potere, alla ricchezza. Ora non possono... La gente vede. Vede! Ma altri sono ciechi. Io sono cieca. Le ombre si manifestano davanti ai ciechi. Vogliono avvertirli! Vogliono che i vivi sappiano dell'inganno! Siamo stati tutti ingannati! Ingannati! Dio ha donato l'inferno a Lucifero, poiché è il solo in grado di gestirlo!"
"Fatemi uscire!" Il detective Monroe cerca di gridare per chiedere aiuto, scoprendo di non avere più una voce. L'entità invisibile svanisce, e la lampada smette di lampeggiare. Si volta, guarda la signora Portman fluttuare al centro della stanza. Poi fissa qualcosa alla sua sinistra. "Papà..." mormora. "Io... Io non sapevo..." Crolla in ginocchio e comincia a piangere come un bambino.
La stanza si oscura per un mezzo secondo e, quando la luce si riaccende, il Detective Monroe giace morto di schiena alla porta, gli occhi sbarrati di stupore.
La signora Portman cade sul pavimento, si lancia contro il muro. Ci picchia la testa ancora, ancora e ancora, finché crolla sul pavimento.
Albert James e i due agenti riescono finalmente ad aprire la porta, mentre il corpo del Detective Monroe scivola su un lato. Varcata la soglia, l'oscurità inghiotte il bagliore bianco e svanisce, rilasciando un'onda d'urto che travolge Albert James e i due agenti.





 

2


Albert riprende i sensi in un letto d'ospedale. La testa e la schiena gli fanno male. Ha ancora davanti agli occhi l'immagine della signora Portman. La vede fluttuare nella stanza, urlare con una voce che non le appartiene.
"Ehi, sei sveglio." Dice Victor Dale, un uomo sulla cinquantina, viso tondo, rossiccio, capelli grigi arruffati, e una pancia gonfia da bevitore di birre. "Come ti senti?"
Albert arriccia il muso.
"Stai bene?"
"Sì, sto bene."
"Ti ricordi cosa è successo?"
Albert non risponde. Osserva dalla finestra le luci notturne della città, sente i veicoli sfrecciare fuori dall'ospedale.
Due uomini in camicia bianca e completo nero entrano nella stanza senza bussare. I loro austeri sguardi si posano dapprima su Victor, poi su Albert.
"Agente FBI Mark Northwich." Mostra il distintivo. "È lui è l'agente Fred Coleman."
"Che volete da Albert?" Domanda Victor.
Quello di nome Fred ignora la domanda. "Dobbiamo parlare col signor James in privato."
"Ehi, io non vado da nessuno parte. Siete voi a dover andare via. Il mio amico si è appena ripreso, e voi venite qui come avvoltoi a fare domande. Non avete un minimo di rispetto, cristo santo. Lasciatelo in pace."
Mark lo fissa, torvo. "Va bene," dice lento "ma ritorneremo domani."
Victor e Albert li guardano andare via.
"Grazie, Vic."
Victor gli posa una mano sull'avambraccio. "Di nulla." Fa una pausa. "C'è qualcosa di strano, però. Voglio dire, se ne sono andati senza rompermi le palle."
"E quindi?"
"I federali sono dei trita coglioni, lo sai. Credono di poter fare quello che vogliono. Pensavo... Sai, che ti avrebbero assillato di domande, che... Insomma, che ti avrebbero rotto le palle, come fanno di solito. Quelli non guardano in faccia nessuno."
"Ah, sì... Hai ragione, Vic." Dice Albert, senza aver capito molto.
"Va bene, allora. Ti lascio riposare. Se hai bisogno, io sono qua fuori."

Verso le due di notte, Albert si sveglia di colpo. Sente delle voci, un sussurrare continuo. Una tetra melodia suona fuori dalla stanza, appena dietro la porta semichiusa. Sembra un carillon per bambini. Albert fissa la porta, spaventato. Pensa a un incubo. Deve essere un incubo, se ne convince. Poi il carillon smette di suonare, le voci svaniscono.
Una figura nera appare dietro la stretta finestra verticale nella porta. Albert lo guarda per un attimo, poi, preso dal panico, si sfilaccia i tubi della flebo. Appena mette i piedi sul pavimento, le gambe cedono e crolla a terra. Un lancinante dolore alla schiena gli fa stringere i denti, la testa gli pulsa dolorante. Alza lo sguardo, la figura è ancora dietro la porta.
Il carillon suona nuovamente la stessa melodia tetra, malinconica. Un mormorio di voci riempie la stanza. Albert si aggrappa al materasso, si alza. Fa il giro del letto, senza distogliere lo sguardo da quella cosa. Poi sente le risate di due bambine fuori dalla stanza. Gli si gela il sangue.
La porta si apre. Albert afferra una padella infermieristica dal comodino e la lancia verso l'ingresso.
"Oh, ehi, signor James." Dice il dottore, schivandolo all'ultimo secondo. "È impazzito? Cosa sta facendo?"
Albert spalanca gli occhi, stravolto. Non capisce. È confuso. Dov'è quella figura nera? Dov'è andata?
"Sta bene?"
"Io..." Albert si siede sul letto. L'immagine di quella cosa gli tormenta la mente. Non fa che fissare la porta. Suda freddo, le mani tremano.
Il dottore gli posa due dita sulla fronte. "Scotta, Signor James. Si sdrai. Sì, così. Bravo. Forse è la febbre che la fa delirare."
"Ho... Ho visto quella cosa... Era..."
Il dottore socchiuse gli occhi, interessato. "Cosa ha visto, signor James?"
"Qualcosa... Io... Non lo so. Era lì. Era dietro quella porta."
"Le darò qualcosa per farla rilassare, ok?"
"No, io sto bene. Sono lucido. Ho visto... Era lì. Mi dovete credere."
"La credo, signor James." Risponde il dottore con un sorriso di circostanza. "Ma ora dovete riposare. Ha un avuto un brutto trauma cranico, e stare in piedi non le è da aiuto."

Al mattino, dopo aver dormito con un occhio aperto verso la porta, Albert scende dal letto.
"Andiamo a prenderci un caffè di sotto." Dice Victor, aiutandolo a sedersi sulla sedia a rotelle. "Beh, come hai dormito?"
"Bene."
Victor lo conduce fuori dalla stanza e proseguono nel corridoio affollato di medici, tirocinanti e pazienti. "I due federali sono qui." Dice, risentito. "Stanno parlando con Carl e Marcus."
Albert si ricorda in quel momento dei due agenti presenti all'interrogatorio. "Come stanno? Stanno bene?"
Victor gli posa una mano sulla spalla. "Meglio di te, sicuro. Se la sono cavata con qualche graffio. Sei tu quello messo male."
Rimangono in silenzio per un momento. Svoltano l'angolo e seguono un corto corridoio. Poi Victor pigia il pulsante dell'ascensore.
"I federali hanno invaso la centrale." Dice Victor. "Non lasciano avvicinare nessuno alla sala degli interrogatori. Sono arrivati anche altre persone, sai."
"Chi?" Domanda Albert, incuriosito.
"Non lo so. Sono andati dritti in quella stanza con strani aggeggi. Altri indossavano tute hazmat." Fa un sorriso divertito, ma preoccupato. "Roba da non crederci. Come se lì dentro fosse esploso un focolaio di lebbra o chissà cosa. Forse sono scienziati? Chi lo sa."
Albert medita su chi possano essere queste persone, ma non trova nessuna risposta.
DIIIN. Le porte dell'ascensore si aprono, la gente fluisce fuori. Victor spinge la sedia a rotelle all'interno e pigia il bottone del pianterreno. Le porte si chiudono.
"Non volevo dirtelo," dice Victor, imbarazzato "e se vuoi puoi non rispondermi, ma sono troppo curioso. Cosa è successo in quella stanza?"
Albert non risponde. Perché non lo sa? Pensa.
"C'entra quella donna, vero? Tutti in centrale l'abbiamo sentita urlare."
Albert non parla. Non vuole farlo. Non vuole ricordare.
"Va bene. Non ti chiederò nient'altro su questa storia."
DIIIN. Le porte dell'ascensore si aprono.




 

3


Albert avvista Fred che parla col suo dottore nella saletta dei distributori.
"Ehi, guarda." Dice Albert, accennandolo con la testa.
"Merda, meglio che ti porti via." Victor lo spinge in un corridoio parallelo.
"Primo o poi mi interrogheranno." Risponde Albert con un sorriso. "È inutile portarmi via."
"Lo so, ma è meglio dopo, che ora."
"Se lo dici tu."
Escono fuori dall'ospedale e proseguono in mezzo a un giardino coronato di arbusti, fiori e alberelli. Molte panchine sono occupate dai pazienti e i loro familiari. La gente passeggia nel vialetto sotto un cielo limpido. Il profumo di fiori aleggia nell'aria.
Victor spinge la sedia a rotelle fino a un parapetto di ferro che si affaccia sulla città sottostante.
"Hai una sigaretta?" Chiede Albert.
Victor ne prende una dal pacchetto, gliela porge e l'accende.
Albert fa un lungo tiro. "Ci voleva proprio." Dice, mentre il fumo gli fuoriesce dalla bocca e dalle narici.
"Non avevi detto di voler smettere?"
Albert lo guarda con un mezzo sorriso. "Sì, lo farò... Lo farò."
Victor scuote la testa, sorridendo. Si accende anche lui una sigaretta.
Rimangono assorti per lunghi istanti a osservare lo skyline della città.
"Non dovrei dirtelo, Albert," dice Victor "ma stamane ho visto il Vescovo Auster parlare con il capo. Sembrava piuttosto incazzato."
Albert aggrotta la fronte. "Hai sentito cosa hanno detto?"
"No, ma il fatto che il Vescovo Auster si disturbi a venire in centrale... Non so, mi sembra molto strano. E poi cosa è venuto a fare?"
"Forse è per ciò che è successo."
"Dici?" Aggiunge Victor, dubbioso. "Ma anche se fosse cosa c'entra il Vescovo?"
Albert non risponde. È consapevole di aver vissuto un terrificante incubo. Qualcosa di impossibile da descrivere. Se gli dicesse la verità, Victor non gli crederebbe, lo prenderebbe per pazzo. "Cosa credono sia successo?" Chiede.
Victor fa un tiro alla sigaretta e appoggia i gomiti sul parapetto di ferro, dandogli le spalle. "Non so molto, Albert. Il capo vuole che questa brutta storia resti confinata in centrale. Non so perché, ma è stato molto serio su questa cosa."
"Non mi hai risposto."
Victor si gira, lo guarda. "La versione ufficiale è che il detective Edgar Monroe ha ucciso Monica Portman per legittima difesa."
Albert sbuffa con un sorriso divertito. "Una donna gracile che..."
"Non serve che scendi nei dettagli." Lo interrompe Victor, buttando la cica a terra. "Credo sia opera dei federali. Vogliono insabbiare la verità, qualunque essa sia. Ecco perché è meglio che non parli con quei due. Non mi piace questa storia. Quando oggi sono venuto a trovarti, ho avuto l'impressione di essere seguito."
"È il tuo famoso intuito che te lo suggerisce?" Dice Albert con un sorriso.
"Diciamo di sì." Risponde Victor, serio. "Ho una brutta sensazione, al riguardo. Spero di sbagliarmi. Lo spero davvero."

Albert ritorna da solo nella camera da letto. Quando fa per sdraiarsi, sobbalza nello scorgere i due federali seduti a qualche metro dal suo letto. Lo fissano con fare austero, apatico.
"Mi avete spaventato." Dice Albert, mettendosi a sedere sul letto.
"Non era nostra intenzione." Risponde Mark Northwich.
"Beh, fatemi queste dannate domande. Così mi toglierò il pensiero."
Gli agenti del Bureau si alzano e lo raggiungono.
"Signor James..." Dice Mark.
"Chiamami Albert."
"Lei era insieme agli agenti Carl Winter e Marcus Owen quando è avvenuto il fatto, giusto?"
"Sì, ero con loro nella stanza adiacente a quella degli interrogatori."
"Quindi ha visto tutto?"
Albert non risponde subito. Guarda i due per un momento. "Sì."
Fred pesca da un taschino un piccolo registratore audio, che Albert guarda con sospetto.
Mark se ne accorge. "Vorremmo registrarla, se lei è d'accordo."
Albert ci riflette un momento. Non sa se mentire o dire la verità. Possono prenderlo per un pazzo, ma qualcosa negli sguardi glaciali di quei due gli suggerisce di non farlo. "Va bene. Quello che vi dirò potrà sembrarvi surreale, ma non è così. È tutto vero. Cosa volete sapere?"
"Parta dall'inizio."
Albert racconta tutto nei minimi dettagli. I due federali, irrigiditi sulle poltrone, lo fissano fino alla fine senza far trasparire alcuna emozione.
"È questo è tutto." Dice Albert, turbato dalla mancanza di reazione dei due agente dell'FBI. Non sembravano per nulla scossi.
Fred pigia un tasto e ferma la registrazione.
"È stato di grande aiuto, Signor James." Aggiunge Mark, alzandosi dalla sedia insieme al collega.
"Albert. Mi chiami solo Albert."
"Sì... Albert." Gli allunga una mano.
Albert gliela stringe, poi stringe anche quella di Fred.
I due federali vanno via.
Albert è confuso. Credeva che lo avrebbero preso per pazzo invece gli avevano creduto. Non l'avevano mai interrotto, non avevano mai espresso dubbi. Com'era possibile? Nessuno sano di mente lo avrebbe preso sul serio.

Il mattino seguente, un agente lo informa che Victor Dale è morto in un incidente stradale mentre tornava a casa.
Albert è sconvolto. Non riesce a crederci. "Come... come è successo?"
"Un camion gli è andato addosso. Il camionista aveva bevuto e si è addormentato alla guida. È morto sul colpo."
Albert abbassa gli occhi lucidi, delle lacrime gli solcano il viso.
"Mi dispiace tanto, Al." Dice l'agente, poggiandogli una mano sulla spalla. "So che era il tuo partner."
"Per undici anni." Albert trattiene le lacrime. "Undici lunghissimi anni." La testa gli pulsa, cerca di ignorare il dolore. "L'uomo alla guida è sopravvissuto?"
"Sì, sta bene."
Una vampata di rabbia gli sale lungo il corpo. Il viso gli diventa paonazzo, la testa gli formicola, le mani gli tremano.
L'agente lo saluta con un accenno della testa e lascia la stanza.
Albert crolla a piangere, le spalle che fanno su e giù per il singhiozzo.




 

4


Cinque giorni dopo, Albert partecipa ai funerali. Siede davanti alla bara attorniata dai poliziotti in divisa e fuori servizio. La moglie e le due figlie di Victor gli sono accanto, insieme ai parenti. Le bambine sono tristi, i visi corrucciati. La moglie nasconde gli occhi arrossati per il pianto dietro a degli occhiali scuri.
In piedi, dalla parte opposta, il capo della polizia John Moon, affiancato dagli agenti federali Mark Northwich e Fred Coleman.
Mentre il prete è nel pieno dell'omelia funebre, Albert scorge Nicolas, il fratello di Victor. Se ne sta appoggiato di lato contro un albero lontano dagli altri, le braccia conserte, le sopracciglia aggrottate per la rabbia.
Quando il prete finisce di parlare, un uomo agghindato si avvicina ai cinque uomini in divisa.
"Puntare!" Urla.
I cinque uomini puntano i fucili al cielo.
"Sparare!"
I colpi echeggiano nell'aria.
"Sparare!"
"Sparare!"
La moglie piange, i bambini le si stringono vicini. Nicolas si volta e si allontana.
Due agenti in divisa coprono la bara con la bandiera americana e la calano giù con delicatezza. La gente si mette in fila per fare le condoglianze alla vedova.

Albert raggiunge Nicolas, che cammina triste e irato tra le lapidi.
"Nicolas." Dice Albert. "Fermati."
Il fratello di Victor è sui quarant'anni, occhi neri, capelli castano scuro tirati all'indietro e un viso squadrato, solcato da un'ispida barba.
"Che vuoi, Albert?"
"Come stai?"
Spalanca le braccia, sorpreso. "Mio fratello è morto in un incidente stradale. Come vuoi che stia?"
"Io... Non volevo mancarti di rispetto, Nicky."
Nicolas lo fissa, torvo. "Non chiamarmi Nicky. Non farlo! Solo mio fratello mi poteva chiamare così."
Albert solleva le mani in segno di resa. "Va bene... Non lo farò."
Restano in silenzio per un lungo momento.
Nicolas si è calmato, guarda il cielo sporcato da qualche nuvola. "Hai da accendere?"
Albert gli porge una sigaretta.
Nicolas se l'accende e fa un lungo tiro.
"Devi scusarmi, Albert." Dice Nicolas, mentre agita la sigaretta nella mano. "Tu sei l'ultima persona con cui mi incazzerei. Davvero."
"Lo so, non preoccuparti." Risponde Albert, accendendosi una sigaretta.
"Mio fratello è stato ucciso."
Albert non parlò subito. "Lo credo anche io."
"Allora non sono l'unico a pensarlo. Mi aveva detto che lo stavano seguendo, ma non sapeva chi. Prima di morire, qualcuno ha messo sotto sopra l'ufficio di casa. Non hanno portato via niente, ma tutte queste coincidenze sono strane, non trovi?"
"Forse cercavano qualcosa." Disse Albert. "Delle prove o..."
"Credo sia per quello che è successo alla centrale," lo interruppe Nicolas. "Sì, lo so. Mio fratello me ne ha parlato. Mi ha detto di non dirlo a nessuno."
"E l'hai fatto?"
"Certo che no."
Albert fa un tiro. "Il capo non vuole che la storia esca dal dipartimento. Victor credeva che i federali volessero insabbiare l'accaduto. Ora lo credo anch'io."
"Quindi l'FBI ha ucciso mio fratello solo perché me ne ha parlato?" Aggiunge Nicolas, turbato. "E come l'avevano saputo?" Fa una pausa. "Immagino... Immagino che io sia il prossimo."
"Non dire così." Risponde Albert. "Per ora è meglio non parlare con nessuno di ciò che ci siamo detti, ok?"
Nicolas annuisce e getta la cicca della sigaretta. "Quei bastardi la pagheranno. Fosse l'ultima cosa che faccio al mondo."

Albert da le condoglianze alla moglie di Victor e guida verso la sua abitazione, tenendo d'occhio la strada alle sue spalle dallo specchietto retrovisore interno. Ma sembra che nessuno lo stia seguendo, o forse sono troppo bravi per farsi scoprire.
Vive al terzo piano di un condominio malandato. Anche se da fuori il palazzo esige un'enorme manutenzione, l'appartamento di Albert è tenuto bene. Non ci sono crepe, perdite d'acqua o muffa.
Una volta entrato, Albert va a stapparsi una birra dal frigo e si lascia cadere sulla poltrona. Fissa il suo riflesso nello schermo nero della televisione e sorseggia la birra. Da fuori sente il rombo dei motori delle auto, il vociare delle persone.
Rimane seduto fino a quando si ritrova in mano la bottiglia vuota. Poi si alza, la getta nel lavabo ed esce sul balcone. Il cielo rosso arancio manda gli ultimi sprazzi di luce nel cielo prima del tramonto.
Albert guarda in strada i veicoli parcheggiati. Forse ora stanno seguendo anche lui? Forse lo uccideranno come è successo con Victor? Anche lui morirà in un incidente stradale? Di overdose? Suicida?
Rientra dentro e chiude le doppie porte di vetro.

Verso le nove del giorno seguente, raggiunge il dipartimento di polizia. I colleghi gli stringono la mano e si dicono felici che stia bene. Ma nei loro volti traspare un miscuglio di tristezza e rabbia. Hanno perso due colleghi in poche ore, e i federali hanno preso il controllo delle indagini e del posto.
Mentre Albert si fa una caffè nero alla macchinetta, John Moon lo raggiunge alle spalle.
"Ehi, Al. Come stai?" Domanda il capo della polizia con un finto sorriso.
"Bene." Risponde Albert.
"Ottimo. Vorrei parlarti. Tra cinque minuti nel mio ufficio." E va via.
Albert afferra il bicchierino di caffè fumante e ne beve un sorso.
Sale al piano superiore, dove scorge Mark Northwich e Fred Coleman indaffarati alla scrivania di Victor. Ci passa vicino, e quelli si limitano a guardarlo e salutarlo con un cenno della testa.
Due federali di guardia si trovano a lato della porta degli interrogatori. Dalla finestra nella porta, nota tre persone con addosso tute hazmat. Due di loro scrivono qualcosa sui loro taccuini, mentre il terzo tiene alzato uno strano aggeggio simile a un telecomando e cammina nella stanza.
Albert prosegue tra le scrivanie, finché si ferma alla sua. Hanno rovistato nei cassetti, tra le pile di documenti, ma gli sembra che ci sia tutto.
"James!" Grida il capo della polizia sull'uscio del suo ufficio. "Vieni dentro."
Mentre Albert si dirige verso l'ufficio del capo, i colleghi lo guardano di sottecchi.
"Chiudi la porta." Dice John. "Siediti."
"Perché ci sono federali con addosso tute hazmat?" Domanda Albert.
"Sono io a fare le domande qui. Ed è meglio per te se eviti di andare a ficcare il naso in giro, le indagini sono passate al Bureau. Intesi? Bene, ora dimmi cosa è successo quel giorno."
Albert è confuso. "L'ho già detto ai due federali. Non ti hanno detto niente?"
John lo fissa per un momento. "Voglio sentirlo dire da te."
"Non mi hai risposto."
"Dimmi cosa cazzo è successo, Detective James!"
Albert corruga la fronte, turbato.
"Allora?"
"Perché vuole saperlo?"
"Perché?" Sorride falsamente. "Perché sono il tuo cazzo di superiore. Esigo che tu mi dica cosa è successo. Ed ora non farmi perdere altro tempo e raccontami tutto."
Lo fa, ma il capo della polizia non sembra credergli. Anzi, lo ferma più volte, minacciandolo di incatenarlo per sempre a una scrivania. Ma alla fine capisce che Albert gli sta dicendo la verità, in quanto gli altri due agenti feriti avevano detto la stessa cosa.
Venti minuti dopo, Albert esce dall'ufficio di John Moon. Mentre ritorna alla sua scrivania, i colleghi lo guardano nuovamente di sottecchi.




 

5


Torna nel suo appartamento verso le nove e mezzo di sera. È stanco, abbattuto, e non vede l'ora di dormire. Si fa una doccia, mangia due fette biscottate spalmate di marmellata all'albicocca, tracanna una birra e si getta sul letto. Mentre ascolta il rumore della lancetta dell'orologio appeso alla parete, si addormenta.
Si ritrova in un parco abbandonato. Una pallida luna svetta nel cielo senza stelle, illuminando alberi scheletrici, arbusti rinsecchiti e ciuffi d'erba. Segue un vialetto che lo conduce davanti a un bungalow. Un macchina bifamiliare è parcheggiata davanti al garage, e dietro le finestre brilla una luce blu. Nel giardino davanti c'è una statua di marmo. Un'alta figura senza volto che tiene per mano due bambine.
Albert sbarra gli occhi, spaventato. È la stessa figura che ha visto nell'ospedale. Comincia a girarle attorno, si sofferma a guardarla. Vuole toccarla, ne sente il bisogno. Ma appena si avvicina, subito indietreggia. Qualcosa gli dice di non farlo.
D'un tratto la porta della casa si apre lentamente. Un fascio blu ne esce fuori e illumina la statua. Subito comincia a liquefarsi come fosse cera. Quando non rimane più nulla, il fascio blu scompare, le finestre si oscurano, la luna svanisce.
Albert non riesce a vedere niente. Cammina a tentoni verso la casa, tiene una mano sulla parete, striscia fino all'entrata. Cerca frettolosamente l'interruttore della luce, ma non riesce a trovarlo.
Poi viene catapultato su una spiaggia. Sente le onde infrangersi sugli scogli, un vento gelido accarezzargli il viso. La pallida luna è di nuovo nel cielo. Si guarda intorno, confuso. Dove si trova?
Poi le risate divertite delle due bambine echeggiano attorno. Si gira, ma non li vede. Un bagliore bluastro compare sulla sommità di una piccola duna rocciosa puntellata dall'erba, dove si delinea un'alta figura nera. Alle sue spalle, la luce della luna ne viene divorata.
Albert lo fissa, non riesce a distogliere lo sguardo. Le risate delle due bambine si avvicinano, gli girano intorno.
Poi il bagliore bluastro scompare, e qualcosa di freddo gli stringe la mano.

Albert si sveglia di colpo, la fronte impregnata di sudore. Un fascio solare filtra tra la tenda semichiusa della finestra. Rimane seduto sul letto, poi si alza e va in bagno.
Verso le nove, lascia il suo appartamento e si dirige alla chiesa. Rimane sulla soglia, indeciso. Quando le cose non andavano bene, era solito andare a parlare con padre Martin. Ma questa è una situazione insolita, surreale. Padre Martin non lo avrebbe capito, ma non gli importa. Deve dirlo a qualcuno.
Entrato in chiesa, percorre la navata e bussa alla porta dell'ufficio di padre Martin. Non gli risponde nessuno.
Busso ancora, ma niente. Allora gira la maniglia ed entra.
Padre Martin è seduto dietro la scrivania e dà le spalle alla porta.
"Padre Martin." Dice Albert, avvicinandosi. "Sono Albert James. Chiedo scusa se la sto disturbando, ma..." Si pietrificò.
Padre Martin era morto. Gli occhi incavati, la lingua a penzoloni, i lati della bocca tagliati come a formare un tetro sorriso. Una lama gli aveva inciso nel collo una croce capovolta.
Albert indietreggia, inorridito. D'un tratto la porta si spalanca. Una folata di vento gelido entra nella stanza, gli sferza il viso, fa volare i fogli, aprire le finestre e svolazzare le tende.
L'alta figura nera è sotto la soglia e tiene per mano le due bambine. I loro sguardi apatici, lo fissano con occhi vitrei. Poi una si stacca e gli corre incontro. Albert non riesce a muoversi, avverte un nodo in gola. La bambina gli stringe la mano, un tocco gelido che gli fa perdere i sensi.

Si sveglia in un capanno. I raggi del sole filtrano tra le strette fessure di legno nel soffitto, e un'imposta aperta sbatte ripetutamente contro il muro. Albert si alza, si guarda intorno. Le erbacce dimorano incontrastate in quell'ambiente malandato. Un tavolo privo di due gambe è inclinato sul pavimento. Piante rampicati corrono lungo le pareti e sui ripiani della cucina.
Quando si dirige alla porta, sente un rumore alle sue spalle. Un suono acuto, come di un metallo che raschia contro la pietra. Si gira, ma non vede nessuno. Si guarda intorno spaventato. Poi gira la maniglia e viene accecato dal sole. Si copre gli occhi con un mano, solo per sentire una fitta dolorosissima allo stomaco. Mentre si piega per il dolore, le gambe cedono e cade in ginocchio.
"Egli è verità." Dice una voce gutturale, deforme che gli echeggia nella mente. "Eppure Egli dimora in sparuti cuori. Sovente cerca l'amore, ma è l'odio che semina. Vuol nutrirsi del buono, ma è della presunzione che si ciba. Chi è colui che possiede il cielo e il mare, il vento e la terra? Chi è colui che si illude di sapere, quando non sa? Chi è colui che tace, ma porta guizzi di saggezza nel mondo? Chi è colui che ricerca e si crogiola nelle tenebre, nell'oscurità, quando in realtà è disperso nella sua stessa mente, nel suo stesso ego? Chi possiede la verità, se tutti se ne proclamano gli araldi?"
Albert si vede dinanzi un'alta figura, le due bambine gli sono affianco. Mentre massici nuvoloni neri si stagliano minacciosi nel cielo, un enorme e terrificante occhio simile a un tornado si forma nel mezzo. È terrorizzato.
L'alta figura gli protende quella che sembra una mano vibrante. Le bambine si avvicinano ad Albert, gli prendono le mani, lo fanno alzare. Il loro tocco è caldo, rassicurante. Un'improvvisa pace gli acquieta l'anima. Non ha più paura. Desidera solo stringere la mano dell'alta figura, lasciarsi alle spalle tutto il male del mondo. Appena sta per farlo, viene catapultato su una seggiola.
È in un portico. Si sente stanco, invecchiato, solo. È come se tutta la sua vita gli fosse passata davanti in un battito di ciglia. Non ricorda nulla del suo passato, eccettuo quello strano caso su Monica Portman. Su un tavolino, accanto a un bicchierino di vetro e una bottiglia di whisky, una cartella di documenti. L'afferra, la sfoglia.

Trascrizione di Albert James, agente scelto della polizia dello stato dell'Arizona. Questa è una trascrizione dell'interrogatorio tra il Detective Edgar Monroe e Monica Portman, accusata di omicidio plurimo. Trascriverò solo la parte finale dell'interrogatorio. Il resto del materiale è in mano all'F.B.I. ed è classificato.

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Capitolo 2
*** Come potrei? ***


Era una notte senza luna, né stelle. Una notte in cui le mie ossessioni si presentavano in tutte le loro orrende sfumature. Mentre m'incamminavo lungo il marciapiede deserto, sentivo il vento smuovere delicatamente le foglie degli alberi. Un fruscio impercettibile, un suono inquietante, ma piacevole. Mi fermai in un vicolo, avviluppato dalla penombra.
Impaziente... aspettavo il momento giusto. Aspettavo da sempre.
Una donna uscì da una palazzina. Incantevole come uno zaffiro, meravigliosa come un diamante. Era questa la descrizione che mi davo, e che avrei dato agli altri. Cazzo, se era bella, Dio santo! Indossava dei jeans attillati, una semplice camicia nera dalle maniche rimboccate poco sotto il gomito. Capelli corvini che sfioravano le sue esili spalle. Quelle bellissime spalle che adoravo palpare, accarezzare, mordere, baciare. La pelle bianca, morbida, quasi vellutata al tatto. Gli occhi verdi, parevano brillare persino nell'oscurità. Oh quanto mi sarebbe piaciuto perdermi nuovamente in quello sguardo. Quanto avrei desiderato...
«Marie!» dissi, uscendo dal vicolo come un fantasma. Fu un gesto involontario, quasi istintivo.
«Nick!» mi rispose con un tono di voce dolce e seccato. Poi si incamminò verso la sua auto.
«Aspetta un attimo!» Le posai una mano sulla spalla. «Aspetta. Fermati un momento.»
Scacciò via la mia mano, schifata. «Lasciami in pace, capito? Non voglio più vederti.»
«Perdonami, Marie!» Mi buttai in ginocchio, aggrappandomi alla sua camicia. La stringevo, la tiravo. «Ti prego! Non faccio che pensare a te. Non riesco a dormire, e ho perso anche il lavoro... Torna da me! Ti prego! Ti supplico, Marie!»
Mi fissò negli occhi. Uno sguardo triste, cupo, sofferente. Gli occhi le si umidirono. «Dopo quello che hai fatto...» disse, nascondendo a stento le lacrime che cominciarono a solcarle il bellissimo viso ovale. «Non ho più la forza... Non voglio... Non voglio rivivere l'inferno. Sei stato il male per me! IL MALE! È tutta colpa tua!»
Presi le sue piccole mani calde e le strinsi dolcemente, accarezzandole il dorso con i pollici. «Lo so, ma... ma ti prego... Senza di te, io... io sono perso. Sento che ci ricascherò di nuovo!» Le baciai le mani, e la mia testa fu pervasa da un formicolio piacevole. Avrei desiderato morderle, mangiarle.
Marie le ritrasse con un rapido gesto e si asciugò le lacrime.
«Torna con me. Mi manchi da morire. Farò tutto ciò che vuoi. Cambierò, se lo vorrai. Diventerò un altro.»
«No!» Incrociò le braccia, serrando gli occhi arrossati. «Basta! Devi andartene. Non voglio più vederti. Mai più!» Si voltò e s'incamminò verso la sua auto.
Scattai in piedi e la raggiunsi, cingendole le spalle in un abbraccio. «Fallo per il nostro Sam!» le bisbigliai all'orecchio. «Lui ci vorrebbe vicini... Ci amava, e non possiamo fargli questo. Ci vorrebbe vicini, sì. Vicini. Vuole che ci amiamo, che stiamo insieme.»
Si liberò dal mio abbraccio. «L'hai ucciso!» Cominciò a tartassarmi il petto di pugni e schiaffi, piangendo. «Tu l'hai ucciso!»
«Non è stata colpa mia!»
«Quel giorno doveva dormire da me! Perché l'hai fatto? Perché?»
Le bloccai i polsi e la strinse in uno stretto abbraccio, mentre Marie piangeva sul mio petto. «Il nostro piccolo Sam...» Poggiai il mento sulla sua testa e piansi anch'io. «La finestra era aperta... Pensavo di averla chiusa...» Chiusi gli occhi.
Percepii le sue lacrime bagnarmi il petto, il suo calore confortarmi. La strinsi ancora di più e, mentre si dimenava, sentii scricchiolare la sua schiena. Mollai la presa e mi guardò con i suoi occhi verdi. Uno sguardo confuso, spaventato, profondo come l'abisso in cui stavo sprofondando.
Poi le cinsi il collo con le mie fredde e callose mani e strinsi.
STRINSI!
STRINSI!
STRINSI!
Oh, sì. Era bellissimo. Cazzo, se lo era. Sentivo una vena del suo collo pulsare sul mio indice. Che sensazione piacevole. Ah, sì.
Vidi il suo viso diventare paonazzo, lo sguardo di incredulo terrore fissare il mio. Le sue unghie lacerare il dorso delle mie mani, e io mi sentivo sempre più vivo! VIVO! Oh, si, cazzo!
Chiusi gli occhi, estasiato, e inspirai profondamente.
Marie provò a gridare, a dimenarsi, a scalciare, ma io non sentivo niente. Nessun dolore. Solo una sensazione indescrivibile. Mentre lei moriva, la strada era silenziosamente tetra. Le finestre come buchi neri, i veicoli spettatori silenti, il fruscio delle foglie un emissario di morte. La gente dormiva, ignara di ciò che stava accadendo.
Sentii il suo ultimo respiro scivolare via e una lacrima gocciolare sul dorso della mia mano. Fissai i suoi occhi sbarrati, gonfi come due palle da golf. La pelle bianca le era diventata violastra, le impronte delle mie dita sul suo collo erano orrendamente visibili. Santo cielo, ma che dico, era un'opera d'arte. Segni inequivocabili d'affetto, d'amore.
Sorrisi e la baciai. «Non ho ucciso nostro figlio, Marie! Te lo giuro! Mentre dormivo qualcuno si è intrufolato nella sua stanza e l'ha soffocato nel sonno. Devi credermi. Come potrei uccidere mio figlio, sangue del mio sangue? Come potrei farvi del male a tutti e due? Come? Vi amo troppo! Siete la mia vita, lo capisci? LA MIA VITA!»

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Capitolo 3
*** Il Bosco ***


I
 

Tutto ebbe inizio mentre camminavo nel bosco.
Amavo fare lunghe passeggiate immerso nella natura, e sentire d'estate il canto degli uccelli e il frinire delle cicale. Avevo fatto quel tragitto così tante volte da perderne il conto. Era una stradina sterrata con un piccolo avvallamento a destra. Più avanti, questo avvallamento diventava un vero e proprio fosso. Si diceva che fosse lì dalla prima guerra mondiale. Una specie di trincea. So poco di storia, quindi non so se questo fatto sia vero.
Il cielo era coperta dalla volta degli alberi e, in alcuni punti, tra le fronde, filtravano i fasci del sole. Il sentiero raggiungeva un alta collina. Lì abitava un uomo anziano. Un vecchio dalla faccia rugosa, gli occhi scavati e le palpebre cadenti. Si diceva che vivesse lì da almeno quarant'anni, e nessuno sapeva chi fosse. In paese si vociferava spesso di quest'uomo. Dicevano che sapeva leggerti l'anima come noi sfogliamo una pagina di un libro. Ovviamente non credevo a queste sciocchezze.
Non avevo mai raggiunto la collina. Raggiungevo sempre un bivio che a destra portava alla capanna di tronchi dell'anziano, a sinistra in un parcheggio sorvegliato da un custode. Raggiungevo il bosco con la bici, lasciandola nella rimessa di legno del guardaboschi. Poi m'inoltravo per la mia solita passeggiata.


 

II
 

Era un giorno qualunque. Un venerdì mattina di cui non ricordo l'ora. Faceva molto caldo e, per quel giorno, indossavo una larga canottiera bianca, un pantaloncino verde scuro e scarpe da ginnastica. Ascoltavo Rock anni '80/90 dalle cuffie. Il volume della musica era bassa, perciò sentivo i rumori attorno a me.
Camminavo già da un quarto d'ora, quando mi fermai sotto un albero. Misi a terra il mio zaino e presi una merendina. Una normale Brioche che era la mia colazione assieme a una spremuta d'arancia fatta in casa che tanto mi piaceva. Mi sedetti con la schiena poggiata alla base dell'albero. Cominciavo a fare colazione, quando avvistai qualcuno poco lontano. Pensavo fosse una persona come me in vena di una passeggiata mattutina, ma non era così. Mi spiava da dietro un tronco d'albero. Intravedevo una faccia senza volto più nero dell'ebano, e mi sembrò di guardare un abisso senza fondo. Qualcosa che se la guardavi a lungo, ti risucchiava come un buco nero.
Venni destato dallo scricchiolio di un ramo e, quando mi voltai, il guardaboschi Ottavio era dinanzi a me. Un uomo di bell'aspetto, sui cinquant'anni. Spalle larghe, viso asciutto e spigoloso. Un uomo affascinante, che piaceva alle donne, perché in paese era sempre in compagnia di qualche ragazza.
"Ehi, Antonio. Come va?" Mi disse con voce profonda.
Scossi la testa un po' confuso. "B-Bene."
"Hai visto un uomo dalla carnagione scura?"
"Chi?"
"Hai presente gli africani? Un tipo del genere."
"No, perché?" Risposi, anche se stavo rammentando lentamente quella cosa senza volto, e non mi era sembrato di quella etnia.
"La gente dice di aver visto un uomo aggirarsi nei boschi. Li seguiva, li spiava, insomma... Be', sai cosa fanno le coppie qui, no? La gente non vuole essere disturbata. Se sicuro di non averlo visto?"
"Sì, sicuro."
Ottavio lanciò un'occhiata attorno. Poi guardò la mia brioche. "Va bene. Non lasciare spazzatura in giro, intesi?"
Annuii.
S'inoltrò nel bosco alla mia sinistra ove gli alberi e i cespugli si facevano più fitti.



 

III
 

Finita la colazione, lasciai la bottiglietta di vetro e la carta della brioche nel mio zaino, che rimisi sulle spalle. Mentre cominciai a camminare, avvertii una strana sensazione. Una negatività angosciante, opprimente. Mi sentivo osservato, seguito.
Non feci molto strada quando avvistai la stessa figura dietro un altro albero. Spiava timidamente, e solo la sua testa s'intravedeva tra le fronde degli alberi. Distolsi lo sguardo. Pensavo di essermelo immaginato. Così guardai di nuovo in quella direzione. Non lo vidi. Preso dal panico, mi guardai attorno. Non era da nessuna parte.
D'un tratto sentii come un vuoto allo stomaco, e una presenza alle mie spalle. Mi girai lentamente, ma niente. Non c'era nessuno. Così mi precipitai a correre.
Non tornavo indietro, bensì continuavo lungo la stradina sterrata. E una parte di me si domandò perché diavolo lo stessi facendo.
Mi fermai dopo un centinaio di metri, annaspando in cerca d'aria. Posai una mano sulla corteccia di un albero, quando qualcosa di caldo mi afferrò il polso. Ritrassi la mano, ma dinanzi a me non vidi nessuno. Le gambe cominciarono a tremarmi, il cuore mi martellava in petto, e una sensazione inquietante cinse le mia mente. Poi una folata di vento gelido mi sfiorò la nuca. Mi voltai.
La cosa era davanti alla mia faccia.
Sembrava un uomo o qualcosa di vagamente simile. Alto due metri, senza volto, esile, quasi scheletrico e una carnagione così scura che la luce ne veniva divorata. Piccoli tentacoli s'innalzavano dalla sue spalle, ondeggiando in aria come alghe sul fondo del mare. Sentivo addosso il suo sguardo, anche se non aveva occhi. Lo percepivo, ed era terrorizzante. Mentre indietreggiai lentamente, trasalii, nel vedere la sagoma dissolversi nel nulla. E ancora una volta, invece di tornare indietro, corsi lungo il sentiero sterrato. Forse era quell'essere a spingermi lì?
Arrivai davanti un bivio e scorsi Ottavio, chino alla base del cartellone di legno che indicava la direzione dei due sentieri.
"Ottavio!" Dissi quasi senza voce. I polmoni mi bruciavano dalla fatica, e sentivo il sapore metallico del sangue in gola.
Ottavio si voltò, guardandomi un po' turbato. "Eri stanco di camminare?" Disse con un vago sorriso divertito.
"Ho visto..." Respirai per recuperare fiato. "Ho visto quella cosa... Quell'uomo. L'uomo di cui parlavi."
Ottavio scattò in piedi. "Dici sul serio? Dove? Quando?"
"Sì. Era..."
L'essere si materializzò alle spalle di Ottavio.
"Era?" M'incalzò Ottavio.
Puntai un dito tremante dietro le sue spalle.
Nel girarsi, Ottavio si vide dinanzi l'orrenda mostruosità. L'essere senza volto spalancò due lunghe braccia, e tutt'attorno il paesaggio si oscurò di un nero ebano. Una sfera nera da cui fuoriuscivano bagliori violacei si formò davanti all'essere e, con una velocità sovrumana, colpì Ottavio che crollò al suolo.
Poi la cosa si proiettò dinanzi me e lanciò un urlo di dolore. Un suono metallico, acuto, quasi familiare. Si dissolse nell'aria in una densa nube nera e, volteggiando su sé stesso, penetrò nel terreno.


 

IV
 

Qualcosa si posò sulla mia spalla. Mi girai e vidi un uomo anziano. Lo stesso anziano di cui si parlava male in paese. Mi fissava con uno sguardo ermetico. Poi raggiunse Ottavio, si chinò e bisbigliò qualcosa.
Il guardaboschi alzò di scatto il busto pur restando disteso a terra. "Cosa è successo?" Chiese, guardandosi intorno.
L'anziano si alzò e s'incamminò lungo il sentiero. Tornava a casa?
Ero così terrorizzato che sentivo un nodo soffocante in gola, mentre la sensazione di vuoto allo stomaco aveva lasciato il posto a una fitta pungente, stranamente non dolorosa.
"Aspetta!" Urlò Ottavio che sembrava stordito.
Il vecchio non si fermò.
"Lo... Lo hai visto?" Domandai a Ottavio.
Quello mi lanciò uno sguardo perplesso e si rimise in piedi.
"Allora?"
"Non lo so."
"Come non lo sai? Era di fronte a te. Ti ha... Ti ha fatto qualcosa. Sei caduto a terra. Poi quel vecchio ti ha detto qualcosa e tu ti sei svegliato. Non ricordi?"
"Vagamente..." Ottavio si guardò intorno. "La testa mi sta scoppiando."
"Cosa facciamo?"
Si limitò a guardarmi.
Rimanemmo silenti per un po', in quel punto del bosco ove i rami degli alti cespugli si aggrovigliano fino a formare un muro impenetrabile. Notai che gli uccelli e le cicale avevano smesso di cantare e frinire. Non me ne ero accorto. Come non mi ero accorto di aver perso le cuffie.
"Andiamo da quell'uomo." Disse Ottavio. "Magari ha visto qualcosa."
"No." Risposi, ansioso. "Meglio di no."
Ottavio mi fissò. "Perché? Hai detto che mi ha svegliato lui, no?"
"Chiamiamo la polizia."
"E pensi che ci crederanno?" Disse con un lieve scetticismo.
Non risposi. Come potevo dargli torto? Sicuramente ci avrebbero presi per pazzi. Avevo ancora davanti ai miei occhi lo sguardo ermetico di quel vecchio. Uno sguardo profondo come l'abisso.



 

V
 

Seguimmo un largo sentiero per un paio di minuti, finché la fitta vegetazione si chiuse attorno a noi, costringendoci a proseguire in fila. Ottavio davanti, io dietro.
Quando arrivammo ai piedi della collina, i rami degli alberi raggiungevano abbondantemente il terreno. Alcuni di essi formavano pareti e corridoi naturali, e compresi che nessuno si era spinto fin quassù da molto tempo. L'anziano dimorava su un punto impreciso della collina e, tutto il paese, intimorito, se ne teneva alla larga. Me compreso.
Mentre ci facevamo strada fra i contorti rami, gettai diverse occhiate in giro. Sentivo addosso degli occhi malefici che mi scrutavano, e un'intensa sensazione opprimente che mi attanagliava la mente. Più volte credetti di avvistare quell'essere fra la vegetazione, e la mia paranoia non faceva che aumentare.
Superati alcuni rami che penzolavano dagli alberi, un sentiero serpeggiava sul fianco della collina. Lo seguimmo per una manciata di minuti, finché scorgemmo una capanna di tronchi attraverso i fitti cespugli.
Si trovava in mezzo a una radura, circondata da declivi rocciosi e rocce di varie dimensioni e forme. Un'ampia vallata si affacciava a oriente, ove le acque argentate del fiume si gettavano nel lago avvolto da una leggera foschia. Vicino all'abitazione, una quercia lugubre, spoglia e carbonizzata.
"EHI!" Urlò Ottavio, mentre ci avvicinavamo alla casa. "Sono Ottavio Porto, il guardaboschi."
Non gli rispose nessuno.
Ci fermammo a venti metri dalla capanna di tronchi. Non si udiva nulla. Mentre Ottavio si guardava intorno, fissai la quercia carbonizzata in mezzo a tutto quel verde. Era strano. Stonava con il paesaggio. Ai suoi piedi, poi, non c'era nessuna traccia di incendio. Forse era stata colpita da un fulmine? Qualcuno le aveva dato fuoco? Allora perché le fiamme non si erano propagate? Quando spostai lo sguardo alla base del tronco, l'erba era di uno strano colore tra il viola e il nero. Mi ricordò l'oscurità di quell'essere e, al suo pensiero, avvertii un senso di inquietudine. Un angoscia latente, opprimente.
D'un tratto udii un cigolio, e la porta si aprì.
Raggelai.
L'anziano si fermò sotto il portico. Era ricurvo su un robusto ramo che usava come bastone da passeggio o come supporto. Ci fissò da dietro le palpebre cadenti, e il suo sguardo era privo di emozioni. Una lastra di ghiaccio. Gettai uno sguardo a Ottavio, che fissava il vecchio.
Nessuno parlò per quasi un minuto.
"Entrate." Disse l'anziano. "Presto avverrà una battaglia."
"Una battaglia?" Domandò Ottavio. "C'è gente nei boschi. Devo..."
"Un'antica battaglia." Lo interruppe il vecchio tornando nella sua capanna di tronchi.
Ottavio mi guardò. Sembrava dubbioso.
Sinceramente non capivo più nulla. Una battaglia in un luogo del genere? Era scoppiata una guerra di cui ignoravo l'esistenza?
Poi vidi Ottavio andare verso la capanna di tronchi, e lo seguii.



 

VI
 

Oltre la soglia, tutto era immerso nella penombra. E quando la superammo, fummo catapultati in un altra epoca. Il tempo, così come lo conoscevo, smise di essere tale. Il sole e la luna si sovrapposero in cielo in un ciclo rapidissimo per i miei occhi. Tavoli e sedie, divani e comodini, mobili e quadri, tappetti e armadi scomparvero dalla stanza, e altri oggetti più antichi ne presero il posto. Stavo recedendo nel tempo, nel passato. Lo percepivo. Era inspiegabile, magico e terrorizzante.
Poi tutto si fermò.
Ottavio mi lanciò uno sguardo. Era stravolto. Anch'io avevo la sua stessa impressione, e mi sentivo pietrificato. Pensai che stessi sognando. Così mi tirai un pizzicotto e mi resi conto che era tutto reale. Com'era possibile?
Un uomo di bell'aspetto ci comparve dinanzi. Aveva il viso liscio, pulito e uno sguardo vigile, attento. Aveva corti capelli neri portati in obliquo con una riga di lato. Indossava un pantalone e una giacca nera, sotto una camicia viola. E compresi, dopo averlo guardato a lungo, che era l'anziano da giovane. Non doveva avere più di trent'anni.
Si sedette a un tavolo rotondo e, picchiettando due dita su di esso, ci fissò.
Io e Ottavio ci scambiammo un'occhiata.
"Sedetevi." Disse piano il giovane con tono pacato, gentile.
Ottavio fu il primo a sedersi, mentre io esitai un poco prima di farlo.
Rimanemmo in silenzio per un manciata di secondi.
"Siete stati fortunati." Ci disse. "L'ignoto vi osserva da anni."
"L'ignoto?" Domandò Ottavio.
"E' così che chiamo quell'umanoide."
"Non è umano, quindi?" Domandai.
Ottavio si voltò verso di me. "Ma che domanda è? E' logico che non è umano." Poi si rivolse al giovane. "Cos'è? Un demone?"
"Non ha nomi." Rispose il giovane. "Ma io lo chiamo Ignoto. E' qui da molto tempo, da prima che si formasse la terra." Fece una breve pausa. "Un tempo vagava tra le stelle, tra i mondi, tra gli universi... Un tempo era il tutto e il niente."
"Perché parli in questo modo?" Disse Ottavio, che sembrava irritato.
"E' Dio?" Domandai.
"Ti sembra un Dio quel mostro?" Rispose Ottavio.
"E' più vecchio di Dio." Rispose lento il giovane.
"Allora chi è?" Lo incalzò Ottavio.
"L'ignoto." Disse semplicemente il giovane, come se quella parola potesse descriverlo in toto.
"Perché non ha un volto?" Chiesi.
Il giovane puntò i suoi occhi su di me. Uno sguardo carico d'interesse. "L'hai veduto in viso?"
"S-sì, ma... Non aveva un viso."
"L'ignoto non ha una faccia." Si voltò verso Ottavio. "Anche tu l'hai veduto in viso?"
Ottavio non rispose subito. Sembrò rifletterci. "Non lo so... Non credo."
"Ma ti ho visto guardarlo." Gli risposi. "Ho visto che lo fissavi prima di cadere a terra."
"Questo non vuol dire vedere." Disse il giovane. "Tu hai visto l'ignoto, l'oscurità impenetrabile, l'abisso infinito."
Non sapevo cosa dire.
"E' vero?" Mi chiese Ottavio.
Annuii.
D'un tratto sentimmo un forte boato, e della polvere cadde dal soffitto.
Ottavio scattò in piedi. "Cosa è stato?"
"I tedeschi." Rispose il giovane alzandosi a sua volta. "L'artiglieria."
"Cosa?"
Guardai sia Ottavio, che il giovane, totalmente confuso. Poi il giovane ci disse di alzarci con un cenno della mano e, raggiungendoci, sollevò le braccia in aria, i palmi delle mani rivolti verso l'alto. Bisbigliò qualcosa in una strana lingua. Un mantra ipnotico. La sua voce si fece via via più rauca, profonda, gutturale. Il pavimento e le pareti cominciarono a tremare intensamente, finché ogni cosa svanii sotto i miei occhi.
Mi ritrovai a vagare nell'universo senza tempo, tra lucenti stelle, bagliori spettacolari e nubi intergalattiche e molecolari. La mia mente scorse popoli ancestrali addormentati nell'apatia. Solcavano immonde tenebre, varcavano cancelli di fiamme e seguivano l'oblio atavico.
E fu oscurità.



 

VII
 

Allungai le mani a tentoni e cercai disperatamente Ottavio, ma non lo trovai. Quando cercai di gridare, mi accorsi di non avere più la voce. Preso dal panico, fluttuai in quella vastità scura nella vana speranza di uscirci, finché scorsi una flebile luce. Un puntino piccolo quanto una palla da baseball. Il suo bagliore era intenso, e lottava contro l'oscurità che tentava di divorarla. Mi spinsi a gran bracciate verso di esso, come se nuotassi in un mare di nulla. Appena gli fui vicino, il puntino di luce si espanse velocemente attorno a me, costringendomi a chiudere gli occhi. Una sensazione di vuoto assalii la mia mente. Un'amnesia che cancellò tutto ciò che era appena successo. Dov'ero stato?
D'un tratto udii la lenta e pacata voce del giovane, sovrastata, in lontananza, da voci autoritarie. Distinguevo vagamente varie lingue o forse dialetti. I miei occhi lentamente si abituarono alla luce e, con mio gran conforto, vidi Ottavio e il giovane. Erano al mio fianco, e osservavano qualcosa.
Guardandomi intorno, compresi che ci trovavamo sempre sulla collina, a pochi passi dalla capanna di tronchi. L'albero carbonizzato, che avevo visto in precedenza, era di un verde spettacolare. Un imponente quercia dai rami nodosi e foglie che specchiavano la luce del sole. Forse era una quercia secolare?
Quando guardai nella direzione in cui guardavano Ottavio e il giovane, scorsi numerose trincee. Erano ovunque, e zigzagavano su un terreno ridotto a fanghiglia dai bombardamenti e dalle piogge. Numerosi soldati si muovevano freneticamente all'interno.
Arti e corpi dilaniati erano disseminati sul campo di battaglia, in mezzo ad alberi abbattuti, squarciati e carbonizzati. C'erano piccole fosse scavate dai mortai, e del filo spinato rotto dai bombardamenti puntellava la terra di nessuno su cui penzolavano soldati morti. Altri erano semisepolti sotto cumuli di terra.
Era un tetro paesaggio di morte. Un paesaggio stravolto dalla violenza, dal sangue, dall'odio. Un paesaggio che non apparteneva al silente e verdeggiante bosco che conoscevo.



 

VIII
 

D'un tratto sentii un potente boato. Alcuni soldati vennero lanciati in aria dall'onda d'urto, e una densa nube di polvere si elevò dalla trincea verso il cielo plumbeo. Cominciai a udire le urla strazianti dei feriti, una cacofonia quasi assordante, finché vennero sovrastati da un lungo fischio acuto.
Dozzine di soldati dalle uniformi grigie e armati di fucili, si riversarono gridando fuori dalle trincee. Si misero a serpeggiare tra i cadaveri, le buche, il filo spinato. Inciampavano, si rialzavano e correvano disperati. Sentii altri boati, altre urla di dolore. Poi dalla parte opposta cominciarono a sparare.
Vidi zolle di terra sollevarsi dal terreno, e soldati falciati dalle mitragliatrici. I vivi si fecero scudo dietro ai morti, nascondendosi per evitare le pallottole vaganti. In una manciata di secondi, l'assalto si era trasformato in una carneficina. Nessuno raggiunse la trincea opposta. Nessuno sarebbe più tornato a casa.
Una coltre di polvere si espanse lentamente sulla terra di nessuno, e il silenzio tornò ad acquietare gli animi irrequieti nelle trincee, mentre nell'aria si levarono i gemiti e le urla dei soldati feriti.
Ero scioccato, e lo sembrava anche Ottavio.
Il giovane si girò verso di noi. "Questa è la battaglia." Disse lento. "Un'antica battaglia."
"Siamo nel passato?" Chiese Ottavio, anche se mi sembrava più un affermazione.
"Sì." Indicò con un dito il campo di battaglia. "Rivivono la morte da più di un secolo. Quando il sole si leva sul creato, lottano e periscono in un ciclo infinito."
"Devo avvisare la gente." Disse Ottavio. "Devono sapere del pericolo che corrono in questi boschi."
"L'ignoto si è palesato," rispose il giovane, "e non c'è nulla che tu possa fare." Fece una pausa. "Avete veduto il caos, poiché esso non dimora nelle vostre menti. La battaglia è invisibile ai molti, e pochi possiedono occhi per guardare. Il principio e la fine. La dilatazione di uno spazio-tempo lontano e vicino. In esso, popoli ancestrali giacciono addormentati nell'apatia."
E ricordai... Ricordai tutto quello che mi era capitato prima di essere qui. La stessa frase che la mia mente aveva ripetuto ossessivamente, e un altra che penetrava nella mia anima.
"Io non sono nessuno, ma posso essere chiunque."



 

IX
 

Mi ritrovai a volteggiare nell'oscurità. Una strana sensazione di benessere mi pervase completamente, finché la capanna di tronchi si ricompose come un puzzle. L'antico aveva lasciato il posto al moderno, e il giovane era diventato anziano.
Ero tornato nel presente.
L'anziano batté due volte il bastone sul pavimento, e venni teletrasportato davanti all'albero carbonizzato, insieme a Ottavio. Dozzine di uomini dalle uniformi grigio-verde penzolavano dai rami con un cappio al collo, la lingua di fuori, gli occhi fuori dalle orbite. Ondeggiavano e ruotavano sospinti da un vento gelido.
D'un tratto una vampata di fuoco avvolse l'albero, e vidi l'essere senza volto tra le fiamme. Il vecchio si posizionò di fronte a noi e, sollevando il bastone con una mano, estinse il fuoco. L'essere si materializzò a due passi dall'anziano. Rimasero immobili, a fissarsi. E se anche non ne fossi certo, quella cosa lo stavo guardando.
D'un tratto avvertii una forte energia negativa. Proveniva dall'anziano. Una sensazione opprimente, angosciante. Sentivo la mente vacillare, indebolirsi, e una voce gutturale che ripeteva: "Popoli ancestrali giacciono dormienti nell'apatia." Seguita da: "Io non sono nessuno, ma posso essere chiunque."
Sentivo le gambe molli, le mani tremare e un intensa apatia che mi avviluppava. Non avevo più il controllo dei miei pensieri, che si sovrapponevano in una cacofonia di immagini. Un ciclo infinito di sequenze che sentivo perdersi nell'oblio.
Destandomi da quel torpore, rialzai la testa e gli impiccati scomparvero. Mentre la quercia carbonizzata cominciò ad assumere la tonalità dell'essere, nuvoloni neri si ammassarono nel firmamento.
L'essere volse la testa verso di me.



 

X
 

L'oscurità mi avvolse per l'ennesima volta, e precipitai nel vuoto. Un abisso senza fondo. Non sapevo cosa mi stesse accadendo. La mia mente si era svuotata da ogni pensiero negativo, e ogni forma di paura era a me sconosciuta. Poi un intenso bagliore bianco mi accecò la vista, e i miei occhi cominciarono a lacrimare.
Quando il biancore scomparve, mi ritrovai dentro una trincea. Indossavo un'uniforme militare grigio-verde sporca di fango, e fissavo il mio fucile infangato. Ero terrorizzato, irrequieto e triste. Mi mancava la mia famiglia, la mia fidanzata, i miei amici. Le mie membra erano stanche, ed avevo iniziato ad avere attacchi di panico.
Dozzine di soldati erano tutti ammassati contro il parapetto della trincea. Spalla contro spalla. C'era un silenzio di tomba. Un silenzio così profondo da poter udire le folate di vento e i respiri dei miei commilitoni.
L'aria era pregna di disperazione, rabbia, odio e rimpianti. Sui visi dei soldati la tensione era palpabile. Respiravano appena. Alcuni, terrorizzati, stringevano il fucile contro il petto. Altri fissavano la fanghiglia, e altri ancora si vomitavano sui piedi. Sembravano tutti in un'attesa logorante, eterna.
Poi udii un fischio acuto, prolungato. Un coro di grida si levò dalla terra di nessuno. Poggiammo i fucili alla base del parapetto della trincea e, mentre le mani mi tremavano, premetti il grilletto. Sparavo alla cieca.
In lontananza, attraverso un campo di filo spinato e fosse scavate dai mortai, vidi una dozzina di soldati con le uniformi grigie attraversare di corsa la terra di nessuno. Avevano le baionette sotto la canna dei fucili e mazze o palette attaccate alle cinture. Alcuni di loro si fermarono per mirare e sparare, e altri corsero indemoniati verso la nostra trincea.
Mentre continuavo a sparare, qualcosa mi venne addosso e caddi a terra. Un soldato nemico cercò frettolosamente di infilzarmi con la baionetta, ma riuscii a bloccare la canna del suo fucile con entrambi le mani. Attimi dopo, mi crollò addosso. Alle sue spalle, un soldato mi allungò una mano. Mi rialzai, solo per essere buttato nuovamente a terra. Alzai lo sguardo e vidi una mazza ferrata colpire l'elmo del soldato che mi aveva aiutato. Cascò sulla fanghiglia e venne ripetutamente colpito alla testa. Mirai al soldato nemico, quando sentii il CLICK del fucile. Il caricatore era vuoto. Il soldato nemico si precipitò contro di me, e lo colpii con il calcio del fucile. Quello indietreggiò un poco, stordito. Poi qualcuno gli sparò un colpo alla schiena.
La trincea venne invasa dal nemico, e altri ne arrivavano a frotte dalle trincee vicine. Urlavano in preda all'ira, alla disperazione, all'odio. Era un combattimento violento, caotico, all'ultimo sangue. Un caos infernale.
Afferrai la mazza ferrata del soldato morto e mi preparai a combattere. Appena alzai lo sguardo oltre la trincea, vidi un ufficiale puntarmi una pistola. Per un attimo che mi sembrò eterno, i suoi occhi freddi, seri e privi di umanità incontrarono i miei.
E fu oscurità.
Mi ritrovai a volteggiare dapprincipio sulla trincea, poi sul campo di battaglia. Osservavo i soldati fracassarsi il cranio l'un l'altro con palette, mazze ferrate e con fucili usati come mazze. Altri soldati infilzavano il nemico con le baionette e, quando le ritraevano, quelle rimanevano incastrate tra la carne e le ossa, lasciandoli esposti a un contraccolpo.
In tutto quel caos, vidi dinanzi a me una luce. Una bagliore intenso, magnifico che mi cinse e mi attirò a sé. Una strana sensazione di pace avviluppò il mio corpo, la mia mente e la mia anima. Non avevo mai provato nulla di simile nei miei brevi diciassette anni di vita e, mentre nelle trincee i soldati continuavano a massacrarsi, io non ero nessuno, ma potevo essere chiunque.



 

XI
 

Venni catapultato nella capanna di tronchi dell'anziano. Ero di nuovo io, e sapevo che avevo vissuto la vita di un altro. Una vita che non mi apparteneva. Ma una voce distorta nei meandri della mia mente mi diceva che mi sbagliavo. Ero io, anche se non ero io.
Ottavio mi stava fissando. "Ma... Ma dove sei stato?"
"Io... Ero... " Balbettai, confuso.
L'essere senza volto si materializzò dinanzi al mio viso.
"FERMO!" Gridò il vecchio.
Venni risucchiato dentro il volto di quell'essere. Non percepivo più il mio corpo e la mia mente. Udivo le urla lontane e distorte di Ottavio, l'anziano mormorare qualcosa.
Poi le tenebre mi avvolsero, e mi ritrovai a guardare dietro il mirino di una pistola. La tenevo puntata contro un ragazzino impaurito. Un soldato con il viso ancora da bambino. Premetti il grilletto e la pallottola lo centrò sotto l'occhio destro, spappolandogli una parte del cranio.
Ero stato quel ragazzino impaurito.
Potevo sentirlo nel profondo della mia anima. Una sensazione intima e surreale. Stavo rivivendo la mia morte attraverso gli occhi dell'ufficiale?
"Tu non sei nessuno, ma puoi essere chiunque." Disse una voce metallica e imponente nella mia testa.
"Io non sono nessuno, ma posso essere chiunque." Bisbigliai ossessivamente.
Non riuscivo a controllare l'ufficiale. Era come se stessi osservando la sua vita attraverso i suoi occhi.
Balzò giù nella trincea con un mezzo sorriso soddisfatto. I soldati dalle uniformi grigie avevano vinto e ora stavano saccheggiando i cadaveri. I nemici feriti venivano uccisi con varie martellate in testa e, chi aveva pietà del vinto, lo finiva con una pugnalata al cuore. Ma era un gesto raro, mentre non lo era l'accanimento sul nemico inerme. Alcuni si divertivano, altri sfogavano così la loro rabbia.
L'ufficiale si guardò intorno, mise la pistola nella fondina e iniziò a setacciare con gli occhi i soldati morti. Camminò lungo la trincea, finché si fermò davanti a un ufficiale nemico morto. Si chinò e prese qualcosa dal suo taschino. Un foglio con parole e numeri codificati.
D'un tratto si udì un forte boato.
L'ufficiale alzò lo sguardo.
Mi ritrovai a volteggiare in cielo, mentre una densa nube di polvere si elevava dalla trincea. Un colpo di mortaio aveva fatto a pezzi l'ufficiale e una decina di soldati all'interno. Seguirono una cacofonia di boati ed esplosioni, uno scambio pesante di mortai che ridusse a pezzi ogni cosa. Continuarono per un lungo momento, finché tornò il silenzio.
"Sono tutti morti." Disse la stessa voce nella mia testa. "Vincitori e vinti."



 

XII
 

D'un tratto mi ritrovai nella trincea in una notte senza né stelle, né luna.
Dinanzi a me stava l'essere senza volto, e tutt'attorno le facce cadaveriche dei soldati di entrambi gli schieramenti. I loro stanchi e sofferenti occhi vitrei mi fissavano come se aspettassero l'agognato riposo. E provai pietà per loro. Una grande pietà.
Poi la trincea si dissolse, e un verdeggiante bosco ne prese il posto. Lo stesso bosco ove mi piaceva immergermi per lunghe camminate. Mentre una piacevole brezza gelida mi accarezzava il viso, le facce cadaveriche mi tesero le argentee mani e si avvicinarono.
L'essere senza volto allargò le braccia e, prima che i soldati svanissero come cenere al vento, mi parve di vedere un sorriso di ringraziamento sui loro volti.
L'essere senza volto sprigionava un'energia arcaica, di pace, e in breve ne venni pervaso.
"Ricorda." Disse una voce profonda e melodiosa che proveniva dall'essere. La stessa voce che avevo sentito nella mia testa.
Crollai sulle ginocchia.
"Tu eri qui un secolo fa. Ami questi boschi perché ci sei morto, e provi a ritrovare te stesso perdendoti fra i suoi sentieri. Una parte di te giace nella terra. Una parte di te desidera appropriarsene. Una parte di te vuole lasciarsi tutto alle spalle."
Non capivo le sue parole. Si riferiva al soldato morto nella trincea? Quel soldato che sembrava essere me in una vita precedente?
L'anziano apparve tra gli alberi, seguito da Ottavio.
L'essere mi afferrò per una spalla, e sentii la sua calda mano acquietare la mia anima. Un senso di pace mai provato prima. La pace dei sensi.
"Lascialo!" Urlò il vecchio puntandogli il bastone.
"E tu lascia questa terra, anima immonda." Rispose l'essere senza volto. "Sei stato corrotto dal male, e adesso confondi il giusto con l'ingiusto, il male con il bene. Spargi malignità. Semini morte!"
Vidi il vecchio abbassare il bastone.
"Il tuo tempo è giunto." Continuò l'essere senza volto. "Hai cercato di ingannarli, di nutrirti della loro essenza vitale, così come hai fatto con i soldati un secolo fa. L'ignoto non è un perpetuo esistere, ma una destinazione. Un viaggio verso l'illuminazione interiore. Vieni con me. Accetta la tua redenzione. O sarà la luce di quest'uomo a distruggerti."
Non stavo più a capirci niente. Pensavo che fosse l'essere senza volto il nemico, il mostro. Perché mi sembrava tutto così confuso? L'ignoto era il nemico. L'anziano aveva detto così, o forse mi ero convinto da solo? Perché dovevo uccidere un innocuo vecchietto?
L'anziano gettò a terra il bastone e, raggiungendo l'essere senza volto, gli bisbigliò qualcosa in una lingua sconosciuta. L'essere lo accolse nelle sue braccia e svanirono in un fascio di luce nero-viola verso le stelle.
D'un tratto crollai a terra, insieme a Ottavio. Ero paralizzato, ma riuscivo a muovere gli occhi, a udire le fronde smosse dal vento. Cercai di parlare, ma mi uscii solo un rantolo soffocato.
Poi caddi in un sonno senza sogni.



 

XIII
 

Mi svegliai in una piccola conca con le spalle poggiate a un tronco e un mal di testa infernale. Ero circondato da una fitta vegetazione. Alzandomi lentamente, mi massaggiai le tempie. Scorsi il mio zaino poco più avanti coperto da alcune foglie secche. Poi vidi una sagoma tra gli alberi.
"EHI!" Gridai, andandogli incontro.
Era Ottavio. Si voltò verso di me.
"Stai bene?" Gli dissi.
Ottavio mi squadrò, e mi sembrò confuso. "Certo. Tu invece?"
"Dov'è l'anziano?"
"Quale anziano?"
"Era con noi. Non ricordi?"
"Con noi? Ma che stai dicendo?"
"Eravamo..."
"Eravamo?"
"Davvero non ricordi nulla?"
Ottavio rimase in silenzio per un momento. "Cosa dovrei ricordare? Sono stato a perlustrare i boschi dalle sei di stamane."
Come poteva non ricordare nulla? Era stato solo un mio sogno? Un mio incubo? Tutto frutto della mia mente?
"Allora? Di che diavolo parli?" Mi chiese.
"Stavi cercando un uomo dalla carnagione scura, giusto?" Cercai di fargli tornare la memoria.
Mi fissò per un attimo, e sembrò ancora più confuso di prima. "Questi boschi ti stanno facendo impazzire, Antonio. O forse è il caldo?" E se ne andò ridacchiando fra sé.
Come poteva essersene dimenticato? Ricordavo perfettamente ogni cosa, anche se non capivo il senso di quello che avevo passato.
Decisi di lasciare il bosco, convincendomi che fosse stato solo un sogno o un incubo.
Mentre camminavo, scorsi qualcosa tra gli alberi. Mi feci largo tra la fitta vegetazione e raggiunsi alle spalle un uomo che fissava il tronco di un albero. Il suo aspetto mi era vagamente familiare.
Quando gli toccai una spalla, quello si voltò. Ero io.
Mi sorrise freddamente con uno sguardo apatico.
"Ma tu... Sei..." Balbettai.
"Popoli ancestrali giacciono addormentati nell'apatia." Disse con una voce gutturale, priva di emozioni. "Tu chi sei? Non sei nessuno, ma puoi essere chiunque."
Il suo volto scomparve e, insieme ad esso, il mondo.

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