La mia testa non è un buco

di Blackellrick
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Capitolo 1 ***
Capitolo 2: *** Capitolo 2 ***
Capitolo 3: *** Capitolo 3 ***
Capitolo 4: *** Capitolo 4 ***
Capitolo 5: *** Capitolo 5 ***
Capitolo 6: *** Capitolo 6 ***
Capitolo 7: *** Capitolo 7 ***
Capitolo 8: *** Capitolo 8 ***
Capitolo 9: *** Capitolo 9 ***
Capitolo 10: *** Il mondo nuovo ***



Capitolo 1
*** Capitolo 1 ***


Capitolo 1
Ho un buco sul pavimento che mi permette di vedere tutto quello che fa la gente che vive al piano di sotto quando passa in salotto. Una volta passavo di lì per caso, avevo sentito subito i versi. Il mio vicino scopava con un altro tipo in un angolo di casa e da quell'angolazione potevo vedere un fottutissimo porno gay dal vivo, potevo anche mangiare i popcorn visto che per vedere mi ero abbassato verso lo sportello della cucina.
Vi è un tizio al piano di sopra che, puntualmente, ogni notte, inizia ad urlare e a sbattere le sedie al muro e un vicino mannaro con i suoi tre cani.
Me ne andavo girando per il palazzo in mutande e ciabatte, sicuramente fatto. Lasciavo su ogni porta che incrociavo un fiore bianco che avevo raccolto nel piccolo pezzetto di erba dove pisciano i cani nel mio quartiere, oltre quello forse ce né un altro appena fuori il muro di cemento dove piscio io quando il mio bagno è troppo lontano per aspettare.
Non appena lasciata la margherita mezza morta sulla soglia del mio vicino si era aperta la porta e un immenso ragazzo dagli occhi blu e i capelli biondi lunghi fino alle spalle, aveva occupato la mia visuale.


 Aveva lo sguardo freddo e distaccato, le labbra ferme formavano una linea, una guancia un po' arrossata e una mano fasciata da bende giallastre. Non riuscivo a smettere di fissare il tatuaggio che aveva sulla fronte, poi avevo spostato lo sguardo sul suo petto scoperto; indossava solo una camicia azzurra aperta sul busto e dei jeans forse un po’ troppo larghi.
Quasi gli cadevo addosso nel rialzarmi.
Non aveva detto niente, poi il muso affusolato di uno dei suoi cani era sbucato fuori dalla porta, mostrando una fila di denti bianchi e affilati con un ringhio grottesco.
Credo di non essermela fatta sotto solo perché l'avevo fatta poco prima nel vaso della signora del primo piano.
Con un solo sguardo aveva messo a tacere il cane e si era scusato per la reazione, presentandosi con il nome di Miguel e facendomi cenno di entrare.
Ora, non ricordo, non ricordo ne’ perché mi fece entrare ne’ cosa mi avesse detto, tuttavia mi risvegliai sul suo divano il giorno dopo, un po' dolorante, con il fiato di uno dei suoi cani sul collo.
Miguel stava facendo la doccia e io, entrando senza chiedere il permesso, fui illuminato dalla luce di un bagno pulito dopo anni, senza sangue, sperma, pollo o altro spiattellato sulla superficie di esso.


 Senza parlare, ero andato subito verso il wc.
Il ragazzo aveva continuato ad asciugarsi. Era uno spettacolo, meglio del porno al piano di sotto, sarei potuto venire solo guardandolo, ma questo lo tenni esclusivamente per me.
Dopo qualche attimo di silenzio mi aveva chiesto se volessi lavarmi anche io, ma rifiutai, amavo l’odore che avevo addosso.
Il suo sguardo era sempre freddo, non mi guardava molto. La sera prima mi aveva detto il perché mi avesse fatto entrare ma io non lo ricordavo, quindi glielo avevo richiesto.
"Stai simpatico al mio cane."
Mi ricordo di essere tornato a casa dopo e di aver visto lo stesso ragazzo sotto la pioggia che guardava verso di me. Credo di avergli urlato qualcosa, non rammento, è successo molto tempo fa, comunque lui non si era fermato, si era girato dall'altra parte e aveva continuato a camminare, seguito dai suoi cani.
I suoi cani...Non so cosa mi fosse passato per la testa, ma avevo sceso velocemente le scale, indossando una vestaglia rosa, logora e senza ricordare di chi fosse, e dopo averlo


 afferrato per il braccio, avevo fatto forza sulle gambe per non cadere.
Il suo sguardo era sempre stato duro e freddo dal primo momento in cui lo avevo visto.
“Sei fradicio.” Aveva detto in un sussurro, o qualcosa di simile per lo più, forse sto sbagliando, non aveva detto proprio nulla.
Avevo scosso la testa e fatto notare di avere addosso la stupida vestaglia che mi avvolgeva il corpo, ormai trasparente perché bagnata, quindi inutile. Mi sentii un po’ stupido...Sono un po’ stupido.
“I tuoi cani, ho dimenticato di chiederti come si chiamano i tuoi cani.”
Quella volta aveva accennato un sorriso, ne sono sicuro. Avrei sorriso anche io pur di liquidare uno sciocco, probabilmente pazzo, che era venuto a chiedermi il nome dei miei cani come se fosse di vitale importanza. A volte non ragiono e lascio che sia la mia bocca a parlare e il mio corpo ad agire, senza pensare.
“Delta.” Aveva detto indicando quello bianco. “Tiberius.” Quello a macchie.
“Libre.” Quello nero.


 “E tu, come ti chiami?” Una notte in casa sua e non glielo avevo detto?
“Asmodeo.” Avevo mormorato
“E Asmodeo.” Lo avevo sentito ripetere. Non ero il suo cane.
Non sono il suo cane, che sia chiaro.
Vi prego solo di non chiudere il libro o spegnere il telefono se state leggendo questo. Non sono uno scrittore, so a stento scrivere e non ho idea del perché io abbia iniziato con il raccontarvi del buco nel pavimento di casa mia o di Miguel. La storia è nettamente più interessante, vi chiedo solo di avere pazienza e di arrivare alla fine.
Infondo, Miguel non mi è neppure simpatico, è solo un figo con la testa piena di pulci.
E’ l’anno 3100, il mondo si è lasciato un po' andare, ma esistono ancora posti magnifici, non qui però. Mi trovo al confine della Spagna, ormai distrutta, non so dirvi che zona è, con cosa confina, perché sono qui, in un quartiere logoro e decadente, dove la gente non ragiona più per quanta polvere gli si deposita sul cervello. Qui si vive di fumo e alcol, il cibo fa schifo, le malattie sono aumentate, le notti d'inverno si gela, alcuni non hanno neanche le porte o gran


 parte del tetto sopra la testa e per questo mi reputo fortunato.
Il mio palazzo è circondato dagli altri, quasi al centro, formato da dodici piani. Io abito al terzo, o abitavo. La costruzione degli edifici sembra come un disegno. Erano già li quando sono nato e non so chi li abbia costruiti e perché sono posti con così tanta cura a formare questi strani quartieri.
La tecnologia fa schifo, gli unici telefoni pubblici sono a mezz'ora da casa mia, la gente non ha niente da fare, abbiamo smesso pure di lavorare, non vi esiste denaro, non serve a niente, aspettiamo la morte ma anche quella sembra essere troppo importante per avvicinarsi a posti simili.
Niente più film, niente più telegiornale, giornali, notizie di vario tipo, radio, musica, siamo letteralmente soli, in questo piccolo pezzettino di terra, lontani dal cosi detto ‘’mondo buono’’.
Avete presente lo stato? Non esiste più. Non vi sono politici, Re o Regine, capi al governo. Non esiste più il governo. Non c’è assolutamente niente. I buoni propositi, i principi di fondo, i valori della famiglia, le leggi della società, i diritti umani. E’ tutto nullo.
Provate a scendere in strada e a parlare con le persone. Risponderebbero con versi senza senso e non saprebbero


 nemmeno spiegarvi come l’umanità abbia potuto così velocemente toccare il fondo.
Io ci sono nato in questo mondo, era già decaduto da un po', ma almeno la mente di qualche persona era rimasta attiva così da potermi spiegare un singolo pezzettino del nostro passato.
Non posso dire di conoscere il giusto, erano le parole di vari anziani messe insieme, non vi erano prove, ne’ libri su cui basarsi. Quelli avevano fatto la fine peggiore...Bruciati nelle notti di inverno per riscaldarsi.
A proposito di questo...Non so perché ogni cosa mi riporti a lui, ma sto per raccontarvi ancora di Miguel.
Il giorno dopo quello in cui lo avevo incrociato per la prima volta, non mi ero alzato dal letto fino all'ora di pranzo. Morivo di fame e di questi tempi trovarsi da mangiare non è facile.
Il cibo si ottiene scambiando oggetti con una fattoria, ad esempio. Questa cede un animale malato o in fin di vita, ma i nostri anticorpi fanno paura ai morti. Sembra che il nostro sangue sia ormai ferro e le il nostro corpo una malattia vivente.


 Però io avevo la febbre, il mio corpo non stava combattendo molto bene quindi mi ero alzato, andando dalla signora del sesto piano, sperando potesse darmi delle medicine in cambio di qualcosa.
Infatti, per due dannatissime pillole mi aveva chiesto del sesso, ma io non avevo voglia di scopare, tanto meno con lei. Tengo alla mia verginità, più o meno.
Non ricordo di averla persa da sobrio, ma sono sicuro che anche se fossi stato fatto l'avrei capito o ricordato quindi ancora il mio cervello segna che io non abbia mai scopato con nessuno.
Non c'è niente di male infondo, non mi piace sentire qualcuno che mi tocca, ma guardare la gente fottere non è male. Però non esiste un modo per far sesso senza essere toccati, peccato.
L’avevo pregata di cambiare il favore, ma niente, riscesi le scale senza medicine, sarei stato costretto a cambiare palazzo per chiederle, visto che lo "spacciatore" di medicine nel mio era lei.
Che poi, a dirla tutta, più che medicine erano come intrugli preparati in casa che avevano la dannatissima capacità di farti stare peggio di quanto non stessi prima di averle prese.


 Avevo provato con il palazzo accanto, quella volta aveva aperto la porta un uomo grasso e brutto, con i capelli unti e le labbra gonfie.
Mi aveva chiesto di correre nel quartiere accanto e di prendere del buon vino dal suo caro amico Josh. Stavo quasi per accettare, anche se ero stanco e con la febbre, ma mi aveva informato giusto in tempo di potermi dare solo una pillola, essendo fuori dal mio palazzo, se ne avessi voluta un'altra avrei dovuto fargli un altro favore, ma di questo passo mi sarei ammalato di più e due non sarebbero bastate.
Mi ero spostato in un altro palazzo, ma anche lì il prezzo era alto. Ormai tremavo per la febbre, sudavo freddo, sentivo le gambe cedere, dovetti tornare a casa, a tremare sul divano.
Chissà quanto era alta la mia febbre...
Mi ero svegliato dopo aver sentito qualcosa di umido e caldo che mi passava sul viso. Non appena avevo aperto gli occhi mi ero accorto di avere Delta al mio fianco, il cane bianco di Miguel, che mi guardava con aria distaccata e seria.
Aveva abbassato la testa verso un pacchetto, una strana scatola che non avevo mai visto, ma erano medicine. Non erano intrugli strani, non ne avevo mai viste in quel modo. Erano delle piccole pastiglie bianche e tonde.


 Ne avevo ingerito due, tornado a sdraiarmi sul divano, accarezzando il cane, che stranamente mi aveva lasciato fare. Subito dopo mi ero già addormentato.
Al mio risveglio, il cane non era più al mio fianco. Dovevo almeno andare a ringraziare il mio vicino.
Mi ero avvolto in una coperta e avevo indossato delle ciabatte, bussando alla porta del biondo.
Miguel non aveva aperto subito, ma quando lo fece parve sorpreso di vedermi.
Qui i miei ricordi si fanno sempre più confusi, sapevo di doverlo ringraziare, ma dopo un flebile ‘’grazie’’ gli avevo chiesto del bagno.
Credetemi se vi dico che il mio era in condizioni pessime, sono quasi sicuro che dei microorganismi si siano formati dai resti di cibo e schifo depositati sulle mattonelle.
All’inizio non era molto convinto e mi aveva detto che se avessi voluto usare il bagno avrei dovuto pulirlo dopo.
Avevo accettato seppur stanco per la febbre. Alla fine quel bagno non fui io a pulirlo, ma Miguel stesso, che poi aveva anche insistito per farmi restare.
I suoi modi non mi erano affatto piaciuti, ora che ci penso a mente lucida riesco a capire che stesse solo cercando di


 farmi abbassare la febbre ancora alta, ma in quel momento no, riuscivo solo a pensare a quanto freddo avessi mentre mi passava un panno umido di alcol sul corpo.
E ora che ci penso il fatto di essere stato nudo davanti a lui in quel momento aveva solo peggiorato la situazione.
Tutto ciò che mi ricordo sta dopo quel momento.
Una grossa coperta mi riscaldava e il biondo stava seduto sul bordo del divano, vicino a me, con una ciotola di legno in mano colma di brodo di pollo.
Il profumo era buonissimo, forse non avevo mai sentito nulla di così buono in tutta la mia vita. Che non è poi così lunga, ho solo ventun anni.
Stavo decisamente meglio, avevo smesso di tremare e quel brodo era buonissimo. Se mi concentro riesco ancora a ricordarne il sapore.
“Con chi hai scambiato il pollo? Ha un sapore diverso rispetto a tutti quelli che ho mangiato”. Gli avevo chiesto, lui però si era limitato a fare spallucce. Non si può dire affatto che Miguel sia di molte parole.
“Perché ti chiami Asmodeo? E’ un nome particolare, sai?” Non so perché avesse spostato il discorso sul mio nome, ma mi ero solo limitato a rispondere.


 In realtà non ho un ricordo ben preciso di questo, ma rammento che uno dei miei genitori quando ero molto piccolo, cinque o sette anni, mi aveva dato quel nome dicendo che io fossi dannato, prima di allora non avevo mai avuto un nome.
Non mi ricordo nemmeno dei miei genitori, so solo che a dodici anni mi ritrovai da solo in quella grande casa con qualche ferita addosso. Forse la mia mente ha solo deciso di rimuovere quel giorno dai miei ricordi.
Sto dilagando, come sempre mi perdo nei miei infiniti pensieri. Vi dicevo, prima di parlare di ciò, di quel che sapevo sulla storia, no? Dei libri bruciati in inverno quando faceva freddo.
Ho iniziato a parlavi di Miguel solo perché, dopo aver bevuto il brodo, mi ero alzato per indossare dei vestiti che mi aveva dato in prestito, molto più caldi e puliti di quelli che avevo addosso prima.
Nel farlo, mentre infilavo i pantaloni, mi ero poggiato ad uno scaffale e lì avevo visto un libro, poi un altro e un altro ancora.
Non avevo nemmeno chiesto il permesso, lo avevo preso e basta, affondando il volto tra le pagine nel sentirne il buonissimo profumo. Era il primo libro che toccavo, l’odore non riesco nemmeno a descrivervelo. Era fantastico, al tatto


 la carta era ruvida, era giallastra per l’età e le lettere erano piccole e nere. Era scritto in spagnolo, ma era così complesso che io non riuscì bene a capirlo. Troppi termini, un lessico troppo forbito per me.
“Dove li hai presi i libri? Credevo non ne’ esistessero più.” Il biondo aveva accennato un sorriso.
“Non ricordi proprio niente della scorsa sera, uhm? Quelle sostanze che ingerisci ti uccidono il cervello.” Lo aveva detto in modo molto più serio.
La sera prima avevamo parlato molto, ma credetemi, non ricordavo assolutamente niente. Intanto mi aveva detto molte cose e non ha mai detto il perché mi avesse parlato tanto.
Miguel proveniva dal ‘’mondo buono’’, i libri erano dei ricordi e lui si era isolato nei bassi fondi solo perché era un lupo mannaro. Poi non aveva detto nient’altro.
Che ci crediate o no, lo era eccome, un uomo lupo. Siate liberi di credere alla magia, nella follia, al fatto che la licantropia sia un malattia, ma lui lo è e io l’ho visto con i miei occhi.
Gli avevo chiesto anche come lo fosse diventato, ma lui mi aveva spiegato che ci fosse nato. Era tutto un fatto di


 eredità. Anche la nonna lo era, la madre aveva saltato la generazione e a lui era toccato questo enorme fardello.
“Se qui uccido qualcuno quella vita non ha valore per nessuno, se non per me che l’indomani mi ritrovo con i sensi di colpa mentre degno di una sepoltura quel cadavere.”
Quelle parole in un certo senso mi avevano toccato. Se in questo luogo sparisce una persona, il giorno dopo nessuno la va a cercare. Dopo quello, mi sono sentito ancora più solo di quanto già sapessi di essere.
Ora basta parlare di quel biondo che se la tira tanto, perché credetemi, lo fa. Vorrei parlavi di un’altra persona molto importante per lo svolgimento di questa noiosissima vicenda, raccontata da uno svitato.
Oltre al biondo, che era mio vicino ormai da tre anni, l’uomo che abitava ormai da dieci anni al piano di sopra, tutte le notti, come vi ho detto prima, iniziava ad urlare e rompere le cose contro il muro. Non gli avevo mai parlato, non avevo mai davvero parlato con qualcuno prima di Miguel. Non so perché, forse la paura di ritrovarmi solo per tutta la vita, mi spinsero ad andare di sopra e a bussare alla porta.
Non fu un uomo ad aprire la porta, non lo definirei affatto un uomo, bensì un fantasma, uno scheletro, un organismo pelle ed ossa bianco come un morto, gli occhi scavati dentro


 le orbite, i capelli grigi e unti sparpagliati sulla testa per metà calva.
I suoi denti erano gialli, rotti, consumati, ricoperti di tartaro, le unghie non stavano più sulle dita, insanguinate. Il sangue sul vestito da donna che indossava era secco, l’abito era troppo piccolo per riuscire a starci dentro e comprimeva in modo assurdo il suo petto, arrivava a stento a coprire le cosce.
Non ebbi il tempo di aprire bocca, la porta mi si era chiusa di fronte con un gesto rapido e nervoso, carico di rabbia, dopo poco lo avevo sentito iniziare ad urlare e cosa ancora peggiore, a piangere.
Ricordo di averci pensato per tutto il giorno. Lui era solo, era veramente solo con sé stesso. Lui come tanti altri.
Ero andato a prendere delle bustine di cioccolata lo stesso pomeriggio, ripensando ad una frase che avevo sentito spesso: il cioccolato rende felici.
Avevo convinto il ragazzo del sesto piano due palazzi dopo il mio a darmene due bustine in cambio di un favore. Erano scadute e dentro vi avevo trovato un verme, ma il risultato non era stato niente male, sommandolo al fatto che avevo unito la polvere all’acqua piovana raccolta all’interno di un canale.


 Tre tazze in tutto. La prima l’avevo bevuta io, l’altra l’avevo lasciata davanti alla porta di Miguel, limitandomi a bussare, poi ero salito al piano di sopra appena in tempo per non farmi vedere.
Avevo bussato, due, tre volte. Lo avevo chiamato e poi in fine quel vecchio signore aveva aperto la porta, tremante come una foglia, un sopracciglio spaccato.
Non sapevo cosa dire.
“Tieni, il cioccolato è un buon rimedio a tutto.” Onestamente mi pento di averlo detto, insomma, non era poi una frase opportuna se ci ripenso ancora ora, tuttavia forse fu proprio quella a convincerlo di prendere la tazza.
Poi mi aveva chiuso la porta in faccia.
Non ero sceso subito, perché avevo passato il tempo a saltare gli scalini ai piani più alti, ma quando ero tornato di sotto c’era Delta, con i suoi lucenti occhi marroni che mi fissavano, davanti alla mia porta.
Vicino c’era la tazza, perfettamente pulita. Ricordo di essermi abbassato verso di lei, che era seduta, e di averla accarezzata. Il suo pelo bianco era cosi soffice.
Se non sbaglio, lei era il primo cane che Miguel aveva portato con sé tre anni prima. Era una cucciola sottopeso e


 in fin di vita che contro ogni aspettativa era diventata un cane forte e anche molto intelligente.
C’è un altro dettaglio molto importante che devo raccontarvi. Quel giorno, come se si stesse accalcando tutto, ero andato verso la fine della strada. Non mi ero mai spinto tanto oltre. Lì finivano tutti i palazzi, non c’era più nulla se non questo grande e immenso muro di cemento.
C’era una porta, più o meno verso il centro, affiancata da una sorta di piccolo sportello informazioni.
Il muro non finisce mai. Che tu vada a destra o a sinistra, questo è sempre presente. E’ una sorta di cerchio nella quale è racchiuso questo piccolo angolo di mondo, almeno così pensavo.
Quel giorno avevo deciso di arrivare fino alla porta. Sul vetro della finestrella, vi era un messaggio. Un vecchio foglio di carta attaccato dall’interno. Dentro non era altro che un piccolo stanzino di cemento con una sedia ricoperta di ragnatele.
Il biglietto diceva: “Inserire la moneta per pagare il pedaggio.”
Sotto era posto un’apposita entrata per la moneta. Che tipo di moneta era necessaria? Come facevo ad averne una se il denaro non esisteva più? E dopo aver pagato? Cosa c’era lì dietro?


 Avevo continuato a pormi quelle domande per tutto il giorno fino a quando non mi venne in mente Miguel.
Onestamente odio doverci pensare tanto, tuttavia è sempre in mezzo ad ogni cosa e da ora in poi dovrò parlarne spesso.
Quel biondino mi aveva raccontato tante cose, ma non potevo certo dire fossero vere. Avevo bisogno di qualche conferma.
L’indomani mattina ero andato a parlare direttamente con lui. Era strano parlargli a mente lucida, più o meno non assumevo sostanze strane da almeno due giorni, forse era anche per questo che avevo iniziato a pensare.
“Se tu provieni dal mondo buono, saprai sicuramente di più.” Avevo concluso, sedendomi davanti a lui, nel suo salotto ordinato e pulito.
Lui si era limitato a stringersi nelle spalle, come sempre d’altronde.
“E poi io non credo tu sia un licantropo. Sei sicuramente un povero sprovveduto costretto a vivere qui come tutti gli altri.” Questo forse lo aveva colpito un po’. Non aveva cercato di convincermi del contrario, mi aveva solo detto di venire a trovarlo tra due giorni, la notte, quando la luna sarebbe stata piena.
Dovevo ammettere di essere un po’ ansioso, ma quella notte aveva dimostrato che Miguel non mentisse affatto.


 Esattamente due giorni dopo, a mezzanotte, ero davanti la porta di casa sua, la mano sulla maniglia.
Tutti e tre i cani erano seduti davanti all'entrata, lo sguardo fisso su di me, ma non erano affatto minacciosi, in più Delta era anche venuta a farmi le feste. Tra tutti era l’unica che si lasciava toccare, gli altri erano parecchio diffidenti.
Ero andato avanti fino alla porta che mi aveva indicato, infondo al corridoio, non ero mai entrato lì. Non era molto illuminato, l'unica luce proveniva dalla finestra, la tenda nera era stata tirata di lato e un'enorme luna bianca riversava la sua luce riflessa all’interno della camera.
Nella stanza c'era un letto, uno specchio, un armadio e oggetti vari, infine, una gabbia.
Un'enorme gabbia di metallo, alta fino al soffitto e larga quasi più del letto, dentro questa un'immensa figura che spezzava il fiato. Il respiro pesante, entrambe le mani artigliate serrate tra le sbarre, alto più di due metri, ricoperto di un manto quasi biondo, come i capelli di Miguel. Gli occhi blu che riflettevano la luna erano fissi su di me.
Un leggero ringhio aveva riempito la stanza, aveva un muso lungo e una testa gigante, il naso umido annusava l'aria, mentre il lupo indietreggiava tra le sbarre.


 Io ero rimasto immobile, quasi non credevo ai miei occhi, ero euforico nel vederlo, ma anche pieno di terrore, paralizzato dalla crudele bellezza di quella creatura.
Avevo mosso qualche passo, cercando di osservarlo meglio: aveva le zampe posteriori appena piegate, ma stabili, una coda lunga e folta, le orecchie tese e pronte ad avvertire ogni singolo suono. Il mio cuore non accennava a calmarsi, batteva forte e velocemente e io non credevo ancora ciò che vedevo. Ero sobrio però.
Ma riusciva a capirmi? Per qualche secondo avevo pensato di si, i suoi occhi erano sembrati cosi umani. Qualche istante dopo però, mi ritrovai ad uscire di corsa dalla stanza, il cuore in gola per la paura. Il lupo, con un rapido scatto, si era sferrato contro le sbarre con tutto il peso, facendole tremare. Avevo pensato al peggio, un solo istante era servito a farmi capire di dover andare via. Tuttavia, una volta arrivato davanti alla porta di casa, avevo sentito un pianto flebile, come il lamento di un cucciolo, poi null’altro.

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Capitolo 2
*** Capitolo 2 ***




 Capitolo 2
Non ero riuscito a dormire. Non avevo chiuso occhio per tutta la notte e ai primi bagliori dell’alba mi ero fiondato a casa del biondo, che era sveglio e aveva appena finito di preparare il tè.
Era il tè più buono che avessi mai assaggiato, non so perché, ma quasi ogni cosa fatta da Miguel ha un sapore ottimo, anche se sono sicuro di non averglielo mai detto.
“Mi credi ora? O vuoi un’altra dimostrazione? Magari senza la gabbia.” Ricordo chiaramente che il tono con cui lo aveva detto era aspro e secco, cosi come la sua espressione, cosi convinta e spocchiosa.
Volevo sapere di più, ero curioso, per la prima volta nella mia vita avevo delle domande da fare, sfortunatamente per me, l’uomo che avevo davanti era davvero di poche parole.
“E perché dovrei dirti come sono entrato? Vorresti forse uscire? Sai, credo che qualsiasi persona nata qui, dovrebbe morirci. Fuori non c’è nulla che vi appartiene.” Era come se mi stesse sfidando, in un modo tutto suo, con il tempo ho imparato a capirlo. Ma esattamente sfidando a fare cosa? Ricordo di aver pensato di non sopportarlo. Che sia chiaro, tutt’oggi non lo sopporto.
Sostanzialmente avevo compreso di essere sempre stato bloccato in un piccolo granello di mondo e, come tutti gli altri, di non aver mai fatto nulla per voler andare via o per poter cambiare la situazione. E onestamente non saprei dirvi nemmeno oggi perché ero tanto ostinato a farlo, ma volevo andare via, volevo vedere altro, volevo poter leggere e sapere, conoscere, avevo bisogno di capire.
Dopo una lunga chiacchierata, la più lunga e complessa di tutta la mia vita, Miguel aveva accettato di mostrarmi da dove fosse passato.
“Perché invece non mi parli di ciò che ci sta oltre?”
Mentre gli camminavo dietro, lungo la fine della strada, a passo con i suoi tre cani, avevo continuato ad insistere. Insomma, lui sapeva, perché non mi semplificava la vita? Semplice, lo dico chiaro e tondo, era solo un figlio di puttana.
Almeno cosi inizialmente avevo pensato.
Ma non posso dire tutto ora, voglio continuare a raccontare.
Dopo essere arrivati al muro, Miguel aveva del tutto cambiato strada. Avevamo continuato verso sinistra, al fianco di quella grande muraglia di cemento e poi si era fermato per indicarmi un punto. Su una parte di muro era posto un telo grigio. Da lontano non era poi così evidente, sembrava mimetizzarsi. Il biondo lo aveva scostato, rivelando una breccia. Ci si doveva abbassare per passarci, ma era abbastanza larga da permettere ad un uomo di attraversare. Non avevo detto niente, mi ero abbassato ed ero strisciato dalla parte opposta. Onestamente mi sarei aspettato altro, non so di preciso cosa, ma altro, invece era tutto uguale.
In lontananza c’era un altro muro, ancora più grande, contenente quello più piccolo dove avevo sempre vissuto. Miguel mi aveva raggiunto e io come un idiota continuavo a guardarmi intorno senza capire.
L’unica differenza? C’erano dei binari. Mi ero avvicinato. Questi partivano dalla porta, era come se ci fosse una piccola stazione, due vagoni fermi, all’interno non c’era nessuno.
“Tu vieni da qui?” Avevo chiesto al biondo, che aveva scosso la testa, indicando un’altra parte di muro ancora più lontana.
“Ci sono sei muri come questi, io li ho evitati tutti. Provengo da oltre. Il mondo buono non fa parte della muraglia.”
Muraglia? Ma di cosa stava parlando?
Fin a quel momento mi ero sempre tenuto all’oscuro di tutto, così tanto disinteressato da ciò che mi circondava da non essermi nemmeno chiesto dove vivessi esattamente.
Sei muri circolari, formavano la muraglia. Tutto intorno vi era il mondo buono. Ma cos’era di preciso?
“Non so dirti con esattezza quando hanno costruito questi muri. Forse cento anni fa, o più. Io li ho sempre evitati, ma so che al centro ci sono delle città. Ho impiegato due settimane per raggiungere l’ultimo muro, quello in cui vivi tu.” La spiegazione di Miguel era stata veloce, ma era comunque un accenno a qualcosa.
Due settimane...Quanto era grande la muraglia per contenere ben sei grandi città?
Le domande erano troppe, ma in quel momento qualcos’altro aveva attirato la mia attenzione.
Si sentì il rumore di una moneta, come se stesse cadendo all’interno di un contenitore di metallo vuoto. Miguel mi aveva tirato da parte, eravamo nascosti dietro dei massi, ricordo molto bene quel momento.
Uno dei vagoni si era messo in movimento. Una donna aveva appena attraversato la porta. Era molto magra, con i capelli unti e lunghi fino alle spalle. Aveva preso posto dentro il vagone e poi questo era partito. Io, Miguel e i cani osservavamo la scena in silenzio, senza fiatare. Il vagone aveva continuato ad andare avanti e poco dopo, lo stesso identico rumore. Un’altra moneta.
Un uomo aveva attraversato la porta e un vagone si era messo in movimento.
“E’ il vecchio! Quello che vive al piano di sopra.” Ero colpito dalla cosa. Non l’avevo mai visto uscire di casa, non mi sarei certo aspettato di trovarlo lì.
Anche lui era entrato dentro il vagone, con lo stesso vestito sporco di sangue della scorsa sera, il viso contorto in una smorfia dolorante ad ogni movimento. Mi ero spostato senza nemmeno pensarci, ero andato più avanti perché volevo vedere dove sarebbero andati i vagoni. Seguivo i binari senza ascoltare il biondo che cercava di fermarmi.
Il primo era arrivato tra due colonne. Ricordo fossero altissime, almeno otto metri. Sembravano semplici colonne di cemento, ma al passaggio del piccolo mezzo di trasporto sui binari, un raggio viola aveva attivato come una sorta di scanner. Qualche secondo dopo, era andato avanti, ma la donna all’interno era stata colpita da un secondo raggio. Rosso, dritto al petto. Rammento di aver udito un lamento, come un sussulto e poi il peso del corpo della signora urtare il suolo.
Avevo subito spostato lo sguardo sul vagone dove stava il vecchio e poi avevo agito senza pensare, come sono solito fare.
Non è stata una delle cose più stupide che io abbia mai fatto, ma è una delle tante, questo è sicuro.
Tuttavia, non mi pento di averlo fatto.
Mi ero lanciato di corsa contro il piccolo treno. Questo non era molto veloce, quindi non era poi stato così difficile appendersi alla portiera. Avevo provato ad aprirla, ma era bloccata. Ricordo di essere quasi arrivato alle colonne, il vecchio dentro mi guardava confuso. Inizialmente non aveva
accennato a nulla, nemmeno a voler uscire, pur avendo visto la donna morire, poi, sempre più vicini alle colonne, si era alzato sulle gambe esili e aveva afferrato la maniglia del portellone per cercare di uscire.
Tutto inutile. Se ripenso al momento, riesco ancora sentire l’angoscia assalirmi. Io che cercavo disperatamente di trovargli una via d’uscita e i suoi occhi verdi, smorti, fissi sui miei, sgranati, in preda alla paura.
Lasciavano capire solo una cosa...
A quel punto pensavo: “non ci riuscirò mai, devo lasciarmi cadere.” Non fui io a lasciarmi, ma Miguel a tirarmi. Era bastato un solo strattone, ero atterrato sul suolo duro e sabbioso, boccheggiante per il dolore dovuto al colpo.
Non ricordo di averlo visto chiaramente, avevo solo sentito il rumore del vetro che si infrangeva e poi un lamento insieme al suono di un corpo che urtava il terreno.
Difficile da credere, Miguel aveva rotto il vetro con un masso e aveva tirato fuori il vecchio dal vagone, che aveva continuato per la sua strada.
Ci fu una piccola lite, dopo, tra me e il biondo. Lui sosteneva che io fossi stato troppo avventato, e questo è vero, ma io sono troppo testardo per dargli ragione.
“La prossima volta ti lascio a morire.”
“Non ti ho mai chiesto di salvarmi.” Forse non avrei dovuto dirlo. Io e Miguel non parlammo per un po'...
Avevamo salvato il vecchio, avevo la possibilità di parlarci, di fare domande.
Devo ammettere di essere rimasto sorpreso. Quell’uomo possiede un lessico articolato e complesso, scandisce ogni parola ed è in grado anche solo attraverso i gesti di farti comprendere quanto sia colto.
Avevo tante domande, ma non diede una risposta a tutto.
Non aveva detto il suo nome, seppur sia io che Miguel avessimo rivelato i nostri, ma aveva spiegato cosa fosse andato a fare in quel posto.
Aveva parlato di una donna, una signora di mezza età dai capelli biondi e raccolti in una coda di cavallo. Vestita di tutto punto, la pelle curata, cosi come le unghie, i denti.
Aveva perfino detto che emanasse un buon odore. “Che c’è di strano in questo? Anche io profumo.” Aveva
borbottato Miguel. Credetemi, non è così, puzza di cane. Okay no, forse no, ma sotto sotto sì.
“E’ strano il fatto che non sia di qui e si trovasse qui. Tu almeno ti ci sei trasferito.” Il vecchio aveva ragione.
La donna era andata direttamente a casa sua e aveva iniziato un lungo discorso seppur l’uomo avesse tenuto la porta chiusa.
Parlava di un mondo migliore, al di fuori del muro. Gli aveva lasciato una moneta e poi era andata via.
Soldi, ricchezze, lavoro e benessere. Aveva elencato tutto ciò. Ma chi era questa donna? Perché non parlava con tutti? Perché era andata direttamente dal vecchio e soprattutto, perché mentiva? Dietro il muro c’era la morte, la signora di prima ne era stata una dimostrazione.
Che volessero dimezzarci lentamente? Tanto nessuno notava l’assenza di qualcun altro.
“Tu sapevi della muraglia?” Avevo chiesto. Ricordo di essermi sentito ancora più stupido quando lo sguardo stupito del vecchio si era posato su di me.
“Andiamo di male in peggio.”
Gli avevo anche chiesto perché si fosse spinto fin qui, ma la sua espressione si era come inasprita e con tono asciutto mi aveva intimato di farmi gli affari miei, stringendo il tessuto logoro del suo vestito.
Ero deciso ad andare avanti.
L’uomo, dopo essersi ripreso dalla botta, senza dire nulla, si era subito rimesso in marcia. Voleva continuare da solo,
 aveva rifiutato il mio aiuto e aveva ignorato le parole del biondo.
“Non durerà due giorni. Senza acqua né cibo.” Di questo eravamo conviti tutti.
Era stato inutile provare a fermarlo.
Anche io volevo continuare, ormai volevo sapere cosa ci fosse dietro, avevo poche possibilità, ma volevo arrivare alla città.
Ero tornato indietro a fare scorta di cibo e quei beni necessari per sopravvivere. Prima di andare, non so perché, avevo deciso di fermarmi davanti casa di Miguel.
“Vai via?” Mi aveva chiesto. Io avevo annuito. Per qualche secondo parve felice, forse entusiasta di ritornare alla sua solitudine iniziale.
“E sei venuto a salutarmi?”
Cosa avrei dovuto dire? In un certo senso sentivo anche il bisogno di ringraziarlo, se non mi avesse aiutato con la febbre, se non avesse deciso di parlarmi...Io non avrei mai iniziato a fare domande, forse.
Dissi una cosa stupida...Non che sia una novità. “Volevo salutare il tuo cane.”
Me ne pentii subito.
 Non ho nulla da aggiungere, ma Delta parve entusiasta di ricevere attenzioni e per la prima volta ero anche riuscito ad accarezzare Libre e Tiberius, gli altri due.
Stavo per andare via quando, senza poterci riflettere affondo, mi ero girato verso il biondo, chiedendogli di venire con me.
Lui aveva solo sorriso, poi aveva chiuso la porta di casa ed io ero rimasto solo.

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Capitolo 3
*** Capitolo 3 ***


Può mai essere un capitolo così breve? Onestamente non lo so e in ogni caso non avrebbe importanza, importa solo ciò che voglio raccontare.
Sono sicuro che starete pensando che finalmente io abbia smesso di parlare del biondo, ma mi dispiace dirvi che non è così. Quel meticcio è praticamente ovunque.
Durante il viaggio, speravo almeno di ritrovare il vecchio, magari ancora vivo, così da poterlo aiutare. Non era una compagnia ciò di cui avevo bisogno, insomma, per tutta la mia vita fino a quel momento ero sempre stato da solo, quindi non faceva differenza.
Era solo il primo giorno e già consideravo quel posto come un inferno. Non c’era quasi mai ombra, avevo il viso scottato così come le mani o qualsiasi altra parte scoperta. Intorno erano tutte rovine, tutte macerie inutili, ferro bollente per via del sole. Non avevo mai visto tanta luce in vita mia.
Andavo dritto, ma non si poteva certo dire fosse la giusta direzione.
Con il giungere della sera la situazione era migliorata quel tanto che bastava da non farmi tornare indietro. Dovevo fermarmi e riposare, ma in quel momento stavo solo pensando di dover andare avanti.
Ad un certo punto mi ero fermato.
Avevo portato delle scatole di cibo scadute da un po’, ma teoricamente il sapore non avrebbe dovuto essere male. Non lo era, o almeno non del tutto. Erano fagioli, una sorta di poltiglia dal retrogusto acido, ma secondo me mangiabile. Non mi pongo nessun problema a riguardo.
Il corpo mi faceva ancora male, quando Miguel mi aveva tirato giù dal vagone in quel modo avevo preso una bella botta e sulle gambe erano rimasti i segni, così come sui palmi sbucciati.
Da fermo il dolore lo sentivo eccome.
Continuavo a pensare a quanto mi restasse ancora prima di raggiungere la città e poi, mentre mi guardavo intorno, vedevo solo vuoto e mi chiedevo se in questo vuoto ci fosse qualcun altro oltre me, oltre il vecchio.
Mai avuto paura della solitudine, mai avuto paura del buio o del vuoto, ma se in quel preciso instante fosse apparso qualcuno o qualcosa con l’intenzione di farmi male? Come avrei reagito al dolore?
Non avevo mai riflettuto molto a riguardo.
Anzi, no. Una volta avevo ci avevo pensato, mi ero chiesto se avessi paura di morire. La notte in cui avevo visto Miguel trasformato. Per qualche secondo, quella notte, quando mi ero avvicinato alle sbarre, mi ero chiesto se tenessi davvero alla mia vita e a quanto pare, si. In parte ci tengo, altrimenti non sarei mai corso fuori al suo scatto. O forse è solo una sorta di istinto umano...
La mia riflessione non era durata tanto, mi ero subito alzato in piedi avvertendo un rumore.
Era un vagone.
Non era veloce e stranamente c’era una persona al suo interno. Non l’avevano uccisa, come mai?
L’ho detto prima, molte cose decido di farle all’improvviso, senza riflettere.
Ero di nuovo attaccato al vagone, sul retro. Forse mi avrebbe portato alla città.
Inaspettatamente questo aveva anche acquistato velocità, era stata dura restare attaccati.
Dopo qualche minuto riuscivo a vederla. Grandi palazzi e tante luci, seppur fosse notte fonda la città sembrava viva.
Quando il vagone si era arrestato, ero sceso subito, allontanandomi in cerca di una sorta di nascondiglio per passare inosservato. C’era molta gente, indossavano una divisa grigia con una sola striscia bianca al petto, posta in orizzontale.
Avevano subito afferrato l’uomo che era sceso dal vagone, avevano controllato un registro e poi lo avevano fatto passare. Marciavano tutti insieme con lo stesso ritmo, mi ero sporto per vedere di più, forse anche troppo.
In pochi minuti mi ero ritrovato a marciare insieme a loro, camminavo confuso dietro l’uomo del vagone che aveva iniziato a fare domande del tipo:
“Dove stiamo andando? Perché devo cambiarmi? Cosa c’è lì dentro?”
Io continuavo a pensare che non ci fosse nulla di buono.
Ci avevano scortati fino ad uno stanzino, ora c’erano molte più persone, gente come me, vestita di stracci e dall’odore forte.
Non avevo nemmeno avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo. Avevo le mani legate da delle corde, camminavo in fila insieme a tutti gli altri e gli uomini in divisa stavano sia avanti che dietro. Non erano in tanti però, forse sei, pochi considerando che noi fossimo il doppio.
Lungo la strada, non avevo visto nulla di buono. Nessuna ricchezza, nessuna libertà, niente di tutto ciò che aveva detto il vecchio, riferito dalla donna.
Le persone apparivano come prigionieri. Mi guardavo intorno, tutti avevano gli stessi abiti: divise marroni, senza bottoni, cerniere o lacci. Nessun cappello, niente guanti, le scarpe sembravano calzini con la suola attaccata sul fondo.
Nessuno stava fermo, tutti lavoravano, muovevano delle leve, caricavano dei sacchi, spostavano fili e corde, pedalavano sopra dei sedili, producendo un rumore assordante e tante scintille.
Avevo alzato lo sguardo, i palazzi erano altissimi, tutti illuminati, su alcuni di questi erano appesi dei cartelloni. Dovetti sforzarmi un po’ per riuscire a leggere:
“Guadagna una moneta! Basta poco! Solo cinque anni di lavoro e i tuoi sforzi verranno ricompensati!”
Cinque anni? Una moneta valeva davvero cinque anni di lavoro? Non avevo mai avuto a che fare con i soldi, cinque anni però ero sicuro fossero un tempo lungo.
Continuavo a guardarmi intorno quando ad un certo punto vidi il vecchio, in un angolo, il volto affranto dal dolore, gli occhi colmi di lacrime mentre tirava delle leve.
Non avevo avuto il tempo di fare niente. Eravamo costretti a spogliarci, a dare tutti i nostri “beni” e a passare per delle docce. L’acqua era bollente, ricadeva sugli occhi, ogni singola parte del corpo era esposta a quei getti cocenti all’odore di limone.
Una divisa a testa e subito spinti verso un congegno elettronico, pieno di leve, di fili, di cavi.
Non sembrava nemmeno reale e pur volendo comunicare con qualcuno, nessuno sembrava darmi ascolto.
Ci avevo messo quasi un’ora, ma ero riuscito ad avvicinarmi al vecchio. Lui continuava a singhiozzare, blaterando cose sul vestito.
“Non avrei mai voluto toglierlo...Me l’hanno strappato via...”
Non esiste cosa più angosciante, le lacrime di un anziano non riesco a dimenticarle.
Era stato difficile farmi dare retta, sembrava così disorientato, così affranto dal dolore.
“Ti portano fin qui...Dicono che troverai ricchezza, lavoro...Stai attaccato ad una macchina, smetti solo per dormire o mangiare e se ti rifiuti...” Il suo dito si era levato verso un cumulo di corpi.
Inermi, ammassati senza vestiti gli uni sugli altri.
Se rifiutavi di lavorare ti uccidevano, l’unica speranza di quelle persone era ricevere una moneta e attraversare il muro per poi ritrovarsi chissà dove.
Pensavo: a questa gente importa sul serio di vivere? Non erano loro quelli dietro il vecchio muro a lasciarsi andare? A rifiutarsi pure di alzarsi da terra quando cadevano?
“Sciocco. Allora perché credi che l’invito non fosse aperto a tutti? Loro cercano chi teme la morte più di ogni altra cosa...Cosi tanto da accettare di lavorare in eterno pur di sopravvivere.” Le parole del vecchio mi avevano letteralmente colpito.
“Non tutti superano le colonne però...” Aveva borbottato, ma poi non aveva detto più nulla.
Perché non tutti riuscivano a passare?
Anche io ero come loro? Anche io avevo paura della morte? Non riuscivo a darmi una risposta concreta, ma ero sicuro di una cosa: non volevo restare lì.
Era bastato un giorno per capire come funzionassero le cose. Le guardie c’erano, ma non erano tante e non erano nemmeno molto attente. Loro si affidavano al fatto che quegli uomini avessero troppa paura per fare altro se non lavorare, e che fossero troppo stupidi per pianificare una sorta di fuga. E questo era vero, nessuno di loro era in grado di farlo e alcuni avevano forse del tutto anche perso la voglia di poter far altro per uscire da quella situazione.
Era come se si fossero alienati. Il loro unico obbiettivo era ricevere due monete in tutto per poter attraversare il muro.
Dieci anni di lavoro, ad un certo punto dimenticavi pure il tuo nome. La situazione non era molto diversa dal muro in cui ero prima, la gente fingeva di avere un motivo per andare avanti, ma in realtà era solo un’illusione.
La differenza stava nel lavoro. Esattamente a cosa serviva? A chi serviva soprattutto?
Quell’impiego produceva elettricità, luce, energia. Questa mandava avanti ogni cosa.
Volevo concentrarmi su altro, volevo uscire, non avevo intenzione di restare un altro minuto in più.
I pasti mi avevano dato una risposta. Voglio aggiungere che non fossero male, il cibo era povero, poco, ma buono...Con buono intendo che non ci fossero i vermi, insomma, di gran classe per noi provenienti dai bassi fondi.
Ma eccetto questo, durante i pasti o le pause, le guardie smettevano quasi del tutto di essere attive. Cinque o sei dentro la sala pranzo, tre o quattro all’esterno. Pochissimi vicino alle macchine, ancora di meno ai margini della città.
Sarebbe bastato poco per poter scappare, ma non volevo lasciare anche il vecchio lì.
Per anni lo avevo sentito al piano di sopra, quelle urla e quei borbottii senza senso, i singhiozzi, le sedie rotte. Lo avevo sempre evitato, ma era bastato osservarlo un po’ più da vicino mentre lavorava per capire che avesse un disperato bisogno di aiuto.
Non volevo lasciarlo lì. Mi ero avvicinato e gli avevo parlato, ma era stato come parlare al vuoto. Continuava a borbottare cose sul vestito, sembrava essere il suo pensiero fisso.
Io dovevo riprendere le mie cose, sarebbe stato un suicidio andare via senza nulla. Sapevo dove avevano accalcato i nostri possedimenti e non fu difficile raggiungerli. La sorveglianza era minima, forse nessuno se lo sarebbe mai aspettato, nemmeno io me lo sarei aspettato da qualcuno proveniente dal mio stesso posto. Intanto, stavo per farlo, ero quel qualcuno.
Avevo trovato le mie cose facilmente, il vestito invece era coperto da molti altri. Stavo quasi per arrendermi poco prima di trovarlo. Mi chiedevo perché non si fossero sbarazzati di quella robaccia...
Ero andato dal vecchio durante le ore di riposo, non mi ero reso conto del fatto fossero passati tre giorni, all’interno della città la luce del sole non penetrava, era sempre tutto buio e illuminato artificialmente con gli sforzi degli operai. Le zone di riposo non erano altro che dei grandi capannoni con dentro delle brande. Le persone erano davvero tantissime, ma avevo individuato facilmente il vecchio; era l’unico a rigirarsi tra le coperte mormorando di rivolere il proprio vestito.
Ricordo benissimo la sua espressione quando glielo avevo ceduto. Era sorpreso, felice, per poco non urlava mentre le dita esili e ossute afferravano la stoffa logora per portarsela al viso in una sorta di strano abbraccio.
Pensai avesse una gran bella fissa con quell’abito. Aveva una gran bella fissa.
Comunque, ero felice del fatto che fosse disposto a venire con me e ora che aveva il suo vestito le sue labbra rugose erano sempre contratte in un sorriso vuoto e un po’ infossato per la mancanza di molti denti.
Avevamo aspettato il momento giusto e senza nemmeno crederci eravamo usciti in modo semplice e veloce, nessun allarme, nessun suono sospetto, nessuna guardia dietro di noi. Avevo dimenticato come fosse il calore del sole sulla pelle. Una volta usciti dovevamo fare in fretta, prima o poi si sarebbero accorti della nostra mancanza e da lì il muro non si riusciva a vedere. Avevamo molta strada davanti...
Il vecchio parlava sicuramente molto più di Miguel. Era una buona compagnia, in un certo senso, ma non rivelava mai informazioni personali. Anche quando gli avevo chiesto perché avesse attraversato il muro, perché avesse accettato la moneta, lui aveva del tutto cambiato discorso. E soprattutto non diceva mai qualcosa in merito a quel dannato vestito.
Era in grado di accendere il fuoco, la prima notte non fu così buia e nemmeno fredda. Avevo rimesso i miei vestiti, lasciando però quella divisa marrone sotto. Teneva più al caldo e le scarpe erano decisamente migliori. Le mie erano bucate sia sotto che sopra. Il vecchio aveva rimesso quel vestito a dir poco osceno, ignorando la temperatura molto bassa.
Sapeva anche cucinare, decisamente meglio di me, ma non come il biondo...Ripensavo ancora la suo brodo e anche al suo tè.
Per restare nascosti, una volta spento il fuoco, c’eravamo spostati tra dalle macerie. Avevo poggiato lo zaino sotto la testa e poi mi ero addormentato sul suolo freddo.
Devo ammetterlo, non mi sarei mai aspettato di risvegliarmi con il muso di Delta a pochissimi centimetri dalla faccia. Quel batuffolo bianco mi aveva abbaiato contro facendomi quasi venire un infarto, prima di leccarmi. Mi ero messo in piedi confuso, senza riuscire a capire cosa ci facesse lei lì.
Una volta uscito dal cumolo di macerie era appena l’alba e Miguel stava seduto su una roccia, giocando a lanciare qualcosa a Tiberius, il cane a macchie, mentre Libre stava seduto vicino al vecchio che mangiava, sicuramente speranzoso di ricevere del cibo.
Ero decisamente sorpreso.
“Premetto che non sono venuto io a cercarti. Ha insistito Delta, una notte è letteralmente sparita.” Quel suo tono antipatico e la sua espressione convinta non mi erano mancati per niente.
“Avrà pensato di non poter abbandonare un membro del suo branco.” Aveva borbottato.
“Giusto cagnolino?”
Per l’ennesima volta mi ero ritrovato a dirgli di non essere affatto il suo cane. Lui aveva riso e poi aveva iniziato a dire che fossi stato proprio io a dirglielo.
“La prima volta in cui abbiamo parlato. Eri letteralmente andato.”
Chissà quante cose gli avevo detto in quel momento. Odio non ricordarlo.
“E poi ti sei messo ad abbaiare.” E non ho intenzione di dire altro.
“E non mi stupisce che Delta ti abbia trovato...Anche se ti hanno lavato puzzi lo stesso.” Ammetto di non lavarmi spesso, è vero, ma non puzzo, non quanto lui.
Ad un certo punto però il biondo si era fatto più serio e aveva uscito dallo zaino che si portava dietro un piccolo libro. Il titolo era chiaro e lasciava a capire tutto.
“La costruzione della muraglia, la storia”
Miguel mi aveva spiegato di ricordare qualcosa su questo libro e il giorno stesso in cui mi aveva parlato del muro era andato a cercarlo. Ci aveva messo un po’ e poi aveva iniziato a leggerlo.
“Quando ho iniziato non sapevo se dicesse la verità...Delta è sparita e io sono andato a cercarla, poi ho capito che seguisse te. Non credevo alle parole del libro...Ma la città di prima è descritta nei minimi dettagli.”
Gli avevo subito tolto il libro dalle mani. Anche questo era scritto in modo complesso e in più mancavano delle pagine. Era molto vecchio.
Sarebbe bastato a sapere di più. La muraglia era stata costruita da un vecchio governo a carico. Si era deciso tramite una votazione generale che alcuni abitanti del pianeta Terra avrebbero dovuto essere esclusi dal mondo in una sorta di redenzione. Il voto venne permesso a tutti eccetto i diretti interessati.
Quindi non tutti.
Chi erano esattamente quelli rinchiusi nel muro?
Il libro li descriveva come un ammasso di menti sottosviluppate nocive per il mondo circostante.
Vennero creati sei muri, la maggior parte furono accalcati nell’ultimo. Il primo muro era chiamato Muro dei giusti, quello in cui vivevano i capi al governo e tutta la popolazione sviluppata secondo giuste e rigide regole.
Vi era come un progresso. Un assistente sotto il controllo dei capi veniva spedito nell’ultimo muro in cerca di un degno soggetto da utilizzare per i lavori.
La prima moneta era gratis. Dopo aver attraversato il muro, secondo loro iniziava una sorta di processo alla disintossicazione e guarigione dall’ignoranza. Il primo passo era il lavoro presso la città dell’energia.
Servivano sempre molte persone, il lavoro non sarebbe mai dovuto cessare, altrimenti tutti e sei i muri avrebbero smesso di funzionare.
Più si lavorava, più si poteva andare avanti fino a diventare un degno cittadino.
Più leggevo e più sentivo lo stomaco contrarsi. Ogni muro era una tappa, ti insegnavano a lavorare, ad obbedire. Lentamente prendevi un posto in quella società tutta fatta da schemi.
Non riuscii a leggerlo tutto di un fiato, ma ero interessato, supplicai gli altri due di aiutarmi a leggere, io non ero bravo, non lo sono tutt’ora.
Quel libro era la risposta a molte delle mie domande e dentro di me si stava creando qualcosa di nuovo. Non capì subito cosa fosse, ma ora lo so, lo so benissimo.
Mi stavo lentamente creando un obbiettivo. Volevo arrivare all’ultimo muro, volevo vedere come fosse la vita lì, volevo parlare con chi avrebbe davvero potuto darmi qualche risposta. E fu così che ebbe inizio il mio vero viaggio...

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Capitolo 4
*** Capitolo 4 ***


Asmodeo era in quello stanzino ormai da un giorno, Miguel cominciava a chiedersi se fosse ancora vivo.
Lancia per l’ultima volta il bastone a Libre e poi gli fa cenno di rientrare in casa, sentendo già l’odore umido della pioggia. Il cielo era tappezzato da nuvole scure e tutte accalcate tra loro, a breve una tempesta li avrebbe raggiunti.
''Erik, ti dispiacerebbe aiutarmi a chiudere le finestre? ‘’ Chiede, guardando il vecchietto sul divano. Questo aveva sollevato lo sguardo dal libro che teneva tra le mani e stringendosi nel maglione era andato ad aiutarlo.
Erik, era il nome che lui e Asmodeo gli avevano dato nel non sapere come chiamarlo. A tutti andava più che bene.
Il biondo serra l’ultima tapparella e accarezza la testa di Delta che ormai era da tempo dietro la porta dello stanzino dove Asmodeo si era chiuso.
Tik, tik, tik. Era il rumore che veniva da quella stanza.
‘’Asmodeo? Hai intenzione di cenare almeno? ‘’ Miguel solleva le sopracciglia nel vedere che il ragazzo fosse ricurvo sulla scrivania, intendo a digitare su uno strano aggeggio sotto la luce flebile della lampada.
C’erano un sacco di fogli attorno a lui, alcuni appallottolati, altri dispiegati con ordine al suo fianco, su una sedia.
Quello stanzino era pieno di roba. Si erano trasferiti lì da poco e non avevano ancora avuto il tempo di rimettere tutto in ordine. Oltre ai loro scatoloni ci stava anche qualcos’altro di vecchio che apparteneva ad altri.
Il ragazzo si era fermato solo quando aveva sentito il muso di Delta sulle gambe.
‘’Ehi..’’ Sussurra, accarezzando la testa del cane e poi si era girato a guardare il biondo, che aveva le guance rosse per il freddo e il maglione blu che si era alzato appena sulle braccia. Gli stava un po’ stretto per via della sua muscolatura ampia.
‘’Cos- Oh, ma è una vecchia macchina da scrivere! Era qui in mezzo a tutto questo casino? Che hai scritto? E’ una fortuna che funzioni ancora. ’’ Borbotta il biondo sorpreso, legandosi rapidamente i capelli lunghi fino alle spalle in un codino.
Aveva preso uno dei fogli prima che Asmodeo potesse fermarlo.
‘’Miguel no! Ridammelo, aspetta..’’
Troppo tardi. Anche se si era alzato in piedi l’altro era molto più alto e più veloce. Lo aveva allontanato e aveva cominciato a leggere quella che sembrava la prima pagina di un racconto.
Ed era cosi, era un racconto.
‘’Cos’è? Stai raccontando di noi?’’ Al contrario da come immaginava Asmodeo, Miguel sembrava felice della cosa. Aveva scostato i fogli e si era seduto sulla sedia dove prima erano adagiati, continuando a leggere.
Asmodeo aveva la fronte aggrottata per il disappunto che lentamente era svanito nel vedere il sorriso sul volto dell’altro.
Gli piaceva?
‘’Cristo, è pieno di errori. Scrivi ancora malissimo.’’ Dice il biondo, sollevando lo sguardo sull’altro che aveva solo stretto i pugni e si era allontanato di poco.
Stavano insieme da un anno ormai, Miguel ed Erik tenevano sempre lezioni per lui.
Il più grande si era accorto del suo disagio e si era alzato, avvicinandosi. Non doveva essere imbarazzato, affatto. Aveva solo letto due pagine e già pensava fosse una bella idea scrivere della loro esperienza.
Per le altre generazioni, no? Non dovevano mai più permettere che qualcuno non sapesse...
‘’Idiota, perché sei imbarazzato? A me piace come-‘’ Non aveva avuto il tempo di finire la frase, il volto del più piccolo si era illuminato di una strana speranza e gli si era avvicinato di più, poggiando le mani sul suo petto bollente.
‘’Ti piace davvero? Sei serio?’’
La sua risata lo aveva sorpreso, ma cosi aveva capito che si, gli piacesse sul serio.
La pioggia aveva cominciato a battere contro le finestre e Delta si era stesa ai loro piedi quando entrambi si erano seduti davanti a quella vecchia macchina da scrivere.
Qualcuno di passaggio prima di loro in quella casa aveva sicuramente dovuto dargli una sistematina e seppur ora l’inchiostro fosse più debole ancora batteva.
‘’Non mi sono rimasti molti fogli...Non ho idea di come continuare.’’ Ammette il ragazzo.
Miguel riprende a leggere, mettendo su quella solita espressione seria e concentrata che aveva quando qualcosa gli interessava.
‘’Ti piace davvero il mio cibo?’’ Chiede, leggendo a riguardo.
Il viso di Asmodeo si era tinto di rosso e aveva rivolto lo sguardo da un’altra parte. Cazzo...Dopo tutto questo tempo glielo aveva ammesso scritto su un foglio. Si stava già pentendo di avergli permesso di leggerli.
‘’Sono spocchioso...Ah si?’’ Il tono di Miguel era diventato più pungente, un tuono gli aveva tolto il fiato ancora prima che potesse rispondergli.
‘’Puzzo di cane..’’
‘’Sono un figlio di...Ehi, ma non sei il mio ragazzo ora?’’ Lo sguardo del biondo si era fatto pesante, ma Asmodeo si era messo a ridere.
‘’Si che lo sei. Ma è vero. Eri e sei insopportabile.’’ Dice, punzecchiandogli un fianco.
Miguel gli afferra la mano divertito e gliela porta dietro la schiena, sentendolo lamentarsi per il dolore.
‘’Tu sei molto più irritante di me.’’ Borbotta, lasciandolo andare.
Delta, ai loro piedi, aveva cambiato posizione e aveva rivolto il muso contro la porta socchiusa da cui entrava la luce del salone.
‘’Ma non ti sei mai descritto...’’ Osserva il biondo dopo aver letto in silenzio tutti i fogli, commentando di tanto in tanto.
Asmodeo si stringe nelle spalle. Non pensava fosse importante.
Miguel osserva i fogli rimasti e ne prende uno, sostituendolo a quello dell’altro per cominciare a scrivere.
Tutto curioso l’altro si era sporto per vedere cosa stesse digitando.
Rapidamente, come piccole gocce nere, la macchina mossa da Miguel aveva cominciato a stampare minuscole lettere sul foglio ingiallito:

Asmodeo era un ragazzo magro, con i lineamenti spigolosi e un accenno di barba sul mento.
Quando me lo ritrovai davanti casa per la prima volta, il suo odore mi aveva invaso le narici cosi prepotentemente che se chiudo gli occhi e mi concentro riesco ancora a sentirlo.
I suoi capelli scuri come petrolio erano sporchi e polverosi. Mi fa ridere pensare a come se li fosse sistemati nel vedermi. Corti e pungenti come piccoli aghi si erano scossi dalla polvere che gli giaceva addosso da giorni probabilmente.


‘’Ehi ma che dici?! Miguel non ero così sporco..!’’ Si lamenta il ragazzo che lentamente stava leggendo tutto.
Il biondo sbuffa una risata e lo guarda, divertito, gli occhi azzurri quasi acquosi fissi su quelli scuri e grandi dell’altro.
‘’E io non ero e non sono cosi insopportabile.’’ Ribadisce, poi riprende a scrivere:

I suoi abiti erano logori, i pantaloni pieni di buchi erano irrecuperabili e tra me e me mi chiedevo se davvero riuscissero almeno un po’ a ripararlo dal freddo. Non lo avevo davvero invitato in casa, ma una volta entrato non ero più riuscito a buttarlo fuori.
Perché, mi chiedo ora? Se lo avessi fatto mi sarei risparmiato un sacco di problemi...Se lo avessi fatto non sarei qui a scrivere queste cose con la sua testa poggiata sulla spalla.
Sento il suo respiro farsi pesante, si sta addormentando...


Asmodeo alza subito la testa e si lamenta, guardando il ragazzo accigliato nel leggere quelle ultime cose.
‘’Non mi sto addorment-‘’ Ma uno sbadiglio lo aveva colto in pieno e lui aveva poggiato di nuovo la testa sulla sua spalla.
Era lì a scrivere da un giorno, aveva perfino saltato il pranzo.

Dicevo; quel ragazzo era più interessante di quanto pensassi. Da quando mi ero trasferito lì non avevo mai parlato con nessuno se non con i miei cani e lui fu proprio il primo con cui scambiai qualche parola.
Terribilmente fatto e con l’alito che puzzava di alcol, si era messo a quattro zampe sul divano, come i miei cani e da lì è nata la storia di
Asmodeo come se fosse il mio cane, che poi, detto tra me e voi, lo è ancora.


Il moro emette un grugnito, pizzandogli di nuovo il fianco, facendolo ridere.
Non era il suo cane...

Seppur lui non sia d’accordo, per me, Delta, Tiberius e Libre, lo è.
Tuttavia, tenevo solo a descrivere come fosse fatto. Occhi grandi e curiosi, non sta maizitto, molto più basso di me e con una carinissima cicatrice sulla gola, che tra l’altro io amo baciare...


Asmodeo arriccia il naso e lo guarda, quasi commosso dalla cosa. Solleva il collo e aspetta, chiudendo gli occhi quando le labbra calde e morbide di Miguel gli si poggiano sulla gola.
‘’Vuoi raccontare chi te l’ha fatta?’’ Chiede il più grande, togliendo il foglio dalla macchina.
Il moro scuote la testa, pensando che non sarebbe stato importante per la storia. Quella cicatrice era uno dei pochi ricordi che aveva dei propri genitori. La notte in cui erano andati via avevano litigato per una di quelle stupide monete e nella lotta avevano colpito anche lui. Non si erano curati di riprenderlo però...
Asmodeo aveva celato quei ricordi nella propria mente per anni e solo quando era arrivato all’ultimo muro e aveva visto il padre in faccia aveva sentito tutto riaffiorare dentro di sé.
‘’Okay forse sì...Forse lo racconterò. Mi restano solo...’’ Comincia a contare.
‘’Trenta fogli. Penso di farcela.’’ Mormora, convinto di voler continuare.
Miguel annuisce, alzandosi dalla sedia, vedendo Delta fare lo stesso, dirigendosi già verso la porta.
‘’Ora riposa però... Uhm? Ho preparato lo stufato per cena..’’
Asmodeo non poteva essere più felice. Sistema i fogli con fare premuroso ed esce dallo stanzino poco dopo il biondo, spegnendo la luce per andare a godersi la cena e poi un po’ di riposo.
Il mattino seguente, ancora prima che sorgesse il sole, il moro era già davanti alla macchina da scrivere, con una tazza di caffè fumante tra le mani mentre pensava a come poter continuare il racconto.

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Capitolo 5
*** Capitolo 5 ***


Dopo essere uscito dal quinto muro, il mio obbiettivo era sempre più chiaro. Volevo delle risposte, le avrei cercate.
Miguel e il vecchio, che successivamente decidemmo di chiamare Erik, erano con me, ma in realtà non sapevo se mi seguissero perché fossero curiosi quanto me o solo perché non volessero restare soli.
Delta però era sempre al mio fianco, questo mi faceva sentire bene.
Quel libro conteneva molte informazioni, ma non così tante da soddisfare tutte le mie richieste.
In realtà, lo capì solo molto dopo; io ero arrabbiato con quello stupido sistema.
Non avevo mai pensato alle persone, non mi era mai interessato di loro. Non avevo mai pensato di voler salvare delle vite, ma di colpo provavo rabbia per quanta gente era rimasta repressa dietro quei muri.
Scarti della società, uhm? Disintossicazione dall’’ignoranza.
Quelle parole scritte sul libro mi facevano ribollire il sangue. Chi erano gli altri per giudicare tutta quella gente così? Per giudicare anche me cosi?
Io sapevo e so di essere stupido per molte e molte cose, ma morivo dalla curiosità di sapere chi ci fosse dietro.
L’arrivo al quarto muro fu devastante. Eravamo stanchi, tutti, perfino i cani. Seppur avessimo usato le scorciatoie di Miguel, la strada verso le città era lunga.
L’elettricità generata dal quinto muro, illuminava una piccola cittadina fatta da case tutte uguali e dove al centro c’era una scuola dove tutti erano obbligati a studiare. Una volta superato l’esame generale, si riceveva un’altra moneta e poi si filava dritti verso il quarto muro.
In quanto a guardie, erano quasi inesistenti, anche lì. Una volta ricevuta quella educazione, nessuno provava a scappare, erano tutti ‘contenti’ dal sentirsi sempre più vicini alla libertà assoluta prevista nell’ultimo muro.
Giunti al terzo muro, le case erano pressoché uguali, ma somigliavano sempre di più ad uffici. Ad ognuno veniva assegnato un lavoro e poi si veniva spediti dritti al terzo muro dopo aver ricevuto l’ambita moneta.
Io ero sempre più schifato da ciò che vedevo. Sentivo lo stomaco sotto sopra e ogni notte, quando mi stendevo sotto il cielo scuro tappezzato da stelle, sentivo quella strana sensazione ritornare: la rabbia. Sta volta non per l’ingiustizia causata a quelle persone represse, ma al fastidio che mi pervadeva il corpo nel sapere che quelle persone si facevano trattare in quel modo senza mai fare niente per cambiare.
Ero come loro? Ero come quella gente? Sembravano bambole, pronte ad essere utilizzate per un qualsiasi scopo senza poter scegliere il loro ruolo attivamente.
Probabilmente pesavano beatamente di sentirsi liberi quando stringevano tra le dita usurate dalla fatica quelle monete argentee, e invece non erano altro che servi.
Pesandoci però, non ci pensavo realmente così tanto, io non sono proprio il tipo che pensava molto e basta.
Il viaggio continuava normalmente e io ero sempre più sorpreso dalle due persone che mi accompagnavano.
Erik aveva cominciato a raccontarci storie, a sedere insieme a noi attorno al fuoco e a giocare con i cani. Quello stupido di Miguel invece...Be’, mi fa sempre venire storie in mente da raccontare:
Arrivati al secondo muro, la mia insicurezza era quasi tangibile.
Le case li erano piccole villette con giardini verdi e ordinati e il compito di quei burattini -cosi li definivo- era accumulare abbastanza soldi lavorando per comprare una casa e crearsi una famiglia.
Me ne stavo lì, seduto su una zolla di terra distante a guardare una coppia che si teneva per mano e guardava la lista delle cose da fare: iniziare una relazione.
Se ci ripenso, ho i brividi.
Non sapevo nemmeno cosa fosse una relazione, ero sempre stato da solo e per i fatti miei, ma ero quasi sicuro che non fosse niente di simile a quello che forzatamente, come se fossero delle macchine, stavano facendo quell’uomo e quella donna.
‘’Senti ma tu...Hai mai amato qualcuno?’’
Miguel a quella domanda mi aveva guardato storto, ma poi si era portato la mano alla fronte e si era accarezzato distrattamente il tatuaggio strano che gli avevo sempre osservato con fare interessato.
‘’Si, ho amato qualcuno.’’
Non credevo alle mie orecchie, non pensavo potesse mai ammettermelo, ma lo aveva fatto.
Quel giorno, mi aveva confessato qualcosa di davvero molto intimo e quell’argomento sembrò sciogliere il ghiaccio che si era eretto tra di noi.
Oltre il ghiaccio, di eretto tra di noi c’era anche altro...Ma questo non è necessario alla storia.
Ci fermammo tre giorni a metà tra il secondo e il primo muro. Erik aveva la febbre e nessuno si sentì di andare avanti in quel momento.
Tra me e me pensavo, cosa avrei fatto dopo essere arrivato al primo muro.
Volete proprio saperlo con sincerità?
Una cosa stupida, come sempre. Una volta arrivato lì avrei fatto una cosa stupida.

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Capitolo 6
*** Capitolo 6 ***


I palazzi si ergevano prepotentemente su tutta la città, le automobili sfrecciavano a destra e a sinistra sulle strade desolate e prive di persone. Gli alberi alti e scuri costeggiavano i marciapiedi vuoti e il cielo era lucido come se ci fosse un telo di plastica a rivestirlo.
Qualche nuvola era dispersa nell’azzurro smorto appena battuto dal sole che timidamente si nascondeva dietro i grattacieli.
Non vi erano cani, né uccelli, né suoni naturali.
Nessuno utilizzava il clacson, gli unici rumori erano le ruote che accarezzavano la strada pulita e il chiacchiericcio leggero all’interno dei bar dove la gente sedeva per due minuti al massimo in attesa del caffè.
Non mi ero mai sentito più vuoto.
La prima automobile mi fece ingoiare il cuore e Miguel dovette nascondere i cani per non renderli visibili in città, tuttavia, noi bastavamo a spiccare in mezzo a tutte quelle persone in auto vestite di grigio e nero.
Ero stanco di stare ai margini delle città, con fare prepotente mi ero gettato in strada e per qualche secondo avevo sentito Miguel tendersi per la prima volta per una cosa che lo spaventava.
Era tutto nuovo per lui, per Erik e per me.
Ci notarono subito e per qualche secondo pensai di stare per morire quando una macchina si fermò a pochi passi da me.
Mi bloccarono le mani e ci coprirono gli occhi, spingendoci verso quello che a me pareva il nulla.
I primi stupidi ad arrivare fin qui ancora in veste di stupidi: cosi ci avevano definiti nei nostri primi momenti di prigionia.
I sensi di colpa mi avevano serrato lo stomaco, ma con il passare del tempo fu anche peggio.
Essendo i primi ad essere arrivati fin lì, ci avevano scortato da quella corte suprema descritta sul libro. Inizialmente nessuno sapeva cosa fare, il voto unisono era di giustiziarci e di aumentare le guardie lungo la muraglia, ma qualcosa li convinse a fare di peggio.
Nessuno sapeva nulla sul mondo nuovo, il mondo da cui proveniva Miguel e lo trovarono disgraziatamente interessante...
Due settimane di lungo viaggio e due settimane di dolorosa prigionia. Ci persi la voce dentro quella gabbia, ma non era rilevante il dolore che portavo addosso, mi premeva l’aver cacciato in guai ancora più grossi quello stupido di Miguel ed Erik, che giorno dopo giorno era sempre più debole.
Le mie domande non avevano avuto una risposta e la mia rabbia non si era spenta, anzi, ne avevo ancora di più.
Questa gente era cattiva dentro. Avevano isolato una parte della popolazione umana e ora torturavano noi per cosa? Era solo puro e stupido divertimento e da Miguel volevano solo risposte in merito al nuovo mondo.
Per quanti dolori, quel biondo è impiegabile e mai un verso, mai un lamento o un suono lasciarono le sue labbra per ben due settimane.
Quando me lo ritrovai nella gabbia davanti alla mia, non riuscì ad alzare lo sguardo verso di lui tanto mi sentivo in colpa, ma la sua mano si era stretta alla mia e quel gesto mi aveva come scosso.

‘’Domani corri dentro quella stanza, portaci anche Erik.’’

Ero rimasto a pensarci per tutta la notte. Che significato avevano quelle parole che mi aveva detto Miguel?
Lo capì solo l’indomani sera.
Delle grida avevano rotto il silenzio. Mi ero alzato di corsa e mi ero sporto verso le sbarre mentre sentivo le guardie correre a destra e a sinistra per tutta la struttura.
Mi ero abbassato quando avevo sentito gli spari e prima ancora che potessi accorgermene, un colpo secco aveva rotto il lucchetto della mia gabbia e questa si era aperta.
Davanti a me, gli occhi arrossati per la rabbia, ci stava proprio Miguel, ricoperto di pelo biondo dal muso alla coda.
Avevo capito solo in quel momento che era passato un mese da quella notte dentro la sua stanza...
Ero corso via, stringendo il polso di Erik che a fatica mi stava dietro.
Avevo aperto lo stanzino e ci ero entrato, ansimante, la testa che scoppiava.
Tutto intorno c’erano molte armi, per qualche secondo mi venne in mente la strana lezione che qualche tempo prima Miguel aveva tenuto per me:

‘’Vedi? Questo è il caricatore e questo il grilletto..’’
Avevamo trovato una vecchia pistola in mezzo alle macerie e seppur quella spiegazione fosse minima, mi aveva salvato la pelle.
Miguel teneva tutti impegnati, ma non era antiproiettile e sarebbe morto se non avessi fatto qualcosa.
Non avevo mai riflettuto tanto in vita mia, ma mi venne a mente il volto di un uomo al consiglio della corte il giorno della nostra prigionia. Lo avevo visto e rivisto in quei giorni e sapevo benissimo a mente il percorso che faceva per venire a trovarci.
Era chiaro fossimo i loro primi prigionieri, era chiaro che Miguel fosse il loro primo lupo mannaro.
Fu facile per me trovare la via e in pochi minuti ero lì, davanti a quell’uomo che nascondeva sempre sotto la giacca un qualcosa che faceva tremare chiunque.
Ero scosso da strani istinti, ma cercai di ragionare, che detto da me è strano.
Avevo cacciato Miguel ed Erik in un pasticcio e riuscivo solo a pensare ai cani, al dolore, alla rabbia.
Quell’uomo parlava, ma io non sentivo una singola parola.
Non ero riuscito a pensare molto alla fine, avevo sollevato la pistola contro la sua testa e lo avevo sentito urlare:
‘’Sei il demonio.’’
Il fiato mi si era fermato in gola. Qualcosa dentro di me si era mosso, avevo portato la mano libera alla gola e avevo accarezzato dolorosamente la mia cicatrice.

‘’Si papà, sono il tuo demonio.’’

Una volta premuto il grilletto, una volta visto il sangue sporcarmi i vestiti logori e una volta percepita la vita di mio padre che andava via dai suoi occhi, non avevo più domande.
Avevo di nuovo i miei tremendi ricordi di quel giorno e per un momento, un solo momento, avevo pensato di girarmi, lasciare Erik e Miguel per ritornare a casa, stendermi su quella zolla di terra vicino al muro dove pisciavano i cani e spararmi l’ultima pallottola in fronte.
Grazie ad Erik non ero riuscito a farlo.
Il vecchietto si era piegato vero l’uomo morto e aveva tirato fuori ciò che nascondeva: un semplice apparecchio circolare con sopra un pulsante blu.
La donna dentro la stanza, simile ad una segretaria, aveva urlato solo in quel momento, nel vedere quel pulsante.
Si era alzata, graffiando gravemente con i tacchi il pavimento ed era corsa via, appiattendosi ad una parete per sollevare una leva che aveva fatto scattare un allarme.
In quel momento, tutto si era fermato, tranne Miguel, che continuava a divorare chiunque gli si parasse davanti, anche se ormai in fuga.
Quando ero andato ad uccidere quell’uomo, non sapevo fosse mio padre, ma il mio corpo si era mosso come per istinto, quell’istinto tenuto a freno dai miei ricordi bloccati.
Senza saperlo, quel pulsante che tenevo in mano, era l’unica bomba in grado di distruggere tutta la muraglia, ma questo lo avrei scoperto solo dopo.

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Capitolo 7
*** Capitolo 7 ***


Dopo l’allarme eravamo rimasti soli. Io ed Erik dentro quella stanza e Miguel intento a sventrare le vittime già senza vita rimaste dentro la struttura che per due settimane ci aveva tenuti prigionieri.
Il biondo aveva ripreso cosicenza solo al mattino, tra un turbante di corpi insanguinati, io avevo solo visto lui, intriso dal sangue e dal sudore mentre ansimante fissava con aria disgustata ciò che aveva fatto.
Fino a quel momento, avevo stretto Miguel tra le braccia solo durante le notti fredde all’aperto, ma quel giorno mi ero fiondato su di lui fino a buttarlo giù.
Nessuno aveva avuto la forza di dire niente, avevamo incrociato i nostri sguardi e ci eravamo fatti strada fuori da quel luogo.
Miguel era nudo e il vento aveva colpito il suo corpo caldo diffondendo l’odore di sangue nell’aria una volta fuori.
Non c’erano più macchine, non c’erano più persone.
Ero troppo stanco per farmi domande, non mi importava, avevo capito solo in quel momento che in realtà al mio corpo non importasse niente, volevo solo pace.
Forse era solo quella che stavo cercando, fin dall’inizio. Il primo pensiero andò ai cani.
Ci eravamo riuniti in fretta e il biondo ormai si stava muovendo esperto verso una direzione che non ci aveva nemmeno comunicato.
Era uscito da un’altra breccia nel muro e ricordo benissimo la sensazioni che mi investì una volta arrivato fuori.
Non avevo mai visto tanti alberi. Il sole batteva forte, radioso come una grande stella - solo più avanti ho scoperto che è davvero una stella-.
L’aria era pura, leggera, il vento mi scostava i capelli che erano cresciuti un po’ sulla fronte e sul collo.
Avevo la gola secca, il terreno sotto i miei piedi era fresco e davanti ai miei occhi avevo solo la natura.
Gli uccellini cantavano, erano tanti fischi che non avevo mai sentito in vita mia e gli occhi quasi mi bruciavano, sentivo una strana pressione addosso, la pressione della libertà che si trovava fuori dal muro.
Il mondo nuovo, cosi puro e ribelle, un po’ come Miguel.
Eravamo caduti a terra, tutti e tre, il respiro si era fatto pesante ed Erik aveva affondato le dita prive di unghie nella terra.
Delta mi era caduta addosso, Libre e Tiberius avevano circondato Miguel.
Avevano gli occhi intrisi dal pianto e l’abbaio smorzato dalla mancanza avvertita durante quelle due settimane che avevano segnato i loro cuori.
Guardavamo il muro: io avevo una strana espressione negli occhi e Miguel...Lui era tremendamente spaventato dalla sensazione di essere di nuovo libero.
Si era trasferito per rinchiudersi, no? Io gli avevo solo portato guai, dolore e ora...Libertà, quella libertà da cui era scappato.
‘’Hai paura?’’
Ricordo ancora il suo tono di voce a quella domanda: era basso, calmo, carico di stanchezza.
Avevo guardato i suoi occhi azzurri come il cielo in quel momento e avevo scosso la testa.
Ad una della mie domande, avevo una risposta:
Avevo paura anch’io di morire?
No.
Stringevo ancora quell’apparecchio con il pulsante blu tra le mani e ricordo chiaramente di aver guardato gli altri mentre sollevavo il vetro che ricopriva il pulsante e ci cliccavo su.
Se Miguel non avesse avuto i riflessi pronti, tutti saremmo stati sommersi dalle macerie del muro che cadeva a pezzi e con lui tutte le persone al suo interno.
Avevo ripensato velocemente a qualcuno, a qualche volto: alla signora del primo piano, al tizio che mi aveva venduto il pollo, alla guardia che si tagliava le unghie in mensa al quinto muro...Per qualche secondo avevo immaginato di potermi sentire vagamente in colpa, ma no, a quanto pare per me quelle vite non valevano assolutamente nulla e se ci fossi stato io lì in mezzo, esattamente come loro, non mi sarei accorto di essere morto, quindi no, non mi interessava e non mi interessa tutt’ora.

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Capitolo 8
*** Capitolo 8 ***


 La carta era finita.
Asmodeo ripone l’ultimo foglio sulla pila che aveva accumulato sulla sedia e si alza, sentendo in quel momento la porta dello stanzino aprirsi e Miguel entrare.
Aveva un piatto in mano, sopra una profumatissima fetta di torta alle mele.
‘’Ho finito.’’ Dice il ragazzo, prendendo il piattino. Aveva di nuovo lo stomaco sotto sopra, ma stava bene, non era il finale della storia ad averlo sconvolto.
Il biondo si era accorto subito che qualcosa non andasse e si era seduto, guardando i fogli.
‘’Posso?’’ Domanda, vedendolo sedersi sulla sedia accanto mentre aspettava un suo parere.
Miguel aveva cominciato a leggere, il suo sguardo attento si era posato su ogni lettera ignorando gli errori grammaticali e pagina dopo pagina aveva ripreso a leggere da dove aveva lasciato il racconto il giorno prima.
Asmodeo non lo stava seguendo, stava solo mangiando, ma aveva capito subito dove fosse arrivato quando lo aveva visto portarsi la mano alla fronte per accarezzarsi il tatuaggio.
Aveva posato i fogli per un attimo, poi lo aveva guardato e si era sporto verso di lui quel poco per guardarlo meglio sotto la luce ormai sempre più debole della lampada vecchia e polverosa.
‘’Perché non hai parlato di lui?’’ Chiede con tono dolce, quasi in un sussurro.
Il ragazzo non gli aveva risposto, era rimasto in silenzio. Pensava fosse ovvio il motivo del perché non avesse parlato di quell’uomo.
‘’Potevi, se è questo che volevi sapere.’’ Ammette, poi gira il foglio sulla parte vuota e lo mette sulla macchina da scrivere.

Miguel era scappato dal mondo nuovo per un terribile errore. Quell’errore era l’aver ucciso la persona che più amava al mondo.
Nella sua forma di bestia perdeva totalmente il controllo e dopo tre anni, anziché risvegliarsi dentro la gabbia, con una tazza di caffè caldo davanti alle sbarre e il suo sorriso ad aspettarlo, si era ritrovato fuori, sul pavimento freddo con il suo corpo smembrato tra le braccia, il sapore del sangue in gola...


Asmodeo gli ferma le mani, strattonandolo verso di sé per farlo smettere di scrivere, ma solo quando aveva visto i suoi occhi aveva capito che non lo avesse scritto affatto per la storia, ma per sé stesso.
Il moro si era sentito ‘libero’ da quel peso nel raccontare la sua avventura e forse anche per Miguel era cosi.
‘’Non è stata colpa tua.’’ Dice solo, sentendo la gola pizzicare.
Il biondo fa ricadere la testa sulle sue gambe e sospira, sentendo le lacrime premere contro gli occhi.
‘’Non capiterà con me.’’ Aggiunge, serio.
Era questa la sua paura, no? Aveva paura di poter uccidere qualcun altro, soprattutto lui.
Miguel solleva la testa e lo guarda, annuendo.
‘’No, tu sei troppo stupido per capire come si apre un lucchetto così complesso..’’ Sussurra nel tentativo di far ridere il ragazzo, ma in realtà ci stava male.
Non aveva detto o fatto altro, aveva ripreso i fogli e come sempre era tornato ad evitare tutto quel dolore che gli si raggrumolava nel petto.
Quel dolore non sarebbe mai andato via, quel ricordo e quelle immagini lo avrebbero tormentato per sempre, ma doveva conviverci.
Si era immerso nella lettura e per un bel po’ era rimasto il silenzio, ascoltando solo il respiro leggero di Asmodeo.
‘’Ti senti ancora in colpa...Per me?’’ Chiede, il tono un po’ duro. Aveva letto quella parte con il cuore gonfio di dolore.
Pensava fosse colpa sua? Lo aveva sempre pensato?
Il moro annuisce, spostando lo sguardo verso la porta.
Miguel gli poggia le mani sulle guance e gli occhi di Asmodeo si erano rapidamente spostai sui suoi.
‘’Non sei stato tu a farci finire in trappola. Siamo stati noi a cacciarci in quel guaio..’’ Ma non aveva ancora letto il resto.
‘’Io gli avevo portato solo guai, dolore e ora...’’ Il più grande serra le labbra e poggia i fogli sugli altri.
Allunga la mano verso la sua e la stringe, cercando le parole giuste.
C’era voluto qualche minuto prima che riuscisse a parlare.
‘’Tu non sei colpevole di ciò che ho passato. Se tu non fossi arrivato davanti casa mia con quella stupida margherita noi ora non saremo qui.’’ Dice, serio.
L’unico rumore in casa per ora era il tono della sua voce, che per Asmodeo era il doppio più forte.
‘’Non voglio romperti il cazzo per ciò che hai scritto, ma voglio che tu sappia che quella prigione che mi ero costruito dentro il muro non andava bene per me. Sto molto meglio qui, con te, con Erik e con i miei cani.’’
Il ragazzo solleva lo sguardo verso gli occhi azzurri dell’altro e arriccia il naso.
‘’E’ successo perché doveva accadere. Ci hanno tenuti lì solo perché abbiamo avuto il coraggio di spingerci oltre. Ero spaventato anche io, davvero, era un posto nuovo e per la prima volta non sapevo come agire, ma ne siamo usciti, uhm? E ora stiamo bene.’’ In quel momento Miguel voleva solo che Asmodeo parlasse.
Il suo silenzio lo uccideva, il moro non stava quasi mai zitto e questo gli faceva capire che stesse riflettendo molto su ciò che lui stava dicendo.
Gli scuote le mani, come nel tentativo di spingerlo a dire qualcosa.
‘’Stupido. Distruggendo quel muro non hai distrutto il mio riparo, mi hai solo dato un posto migliore in cui stare.’’
Asmodeo stringe forte una delle sue mani e solleva lo sguardo verso il soffitto, sentendo il cuore battere poco più forte.
‘’E’ stato brutto vedervi in quel modo..’’ Sussurra e alla fine si alza, circondando il collo dell’uomo con le braccia, abbracciandolo.

Miguel per quei tre anni nel muro aveva sempre pensato a quanto gli mancasse il mondo nuovo, a quanto avesse nostalgia di quei prati verdi e della propria famiglia.
Il giorno in cui erano usciti dal muro, un anno prima, lui non era voluto tornare subito da loro, ma al suo ritorno non aveva trovato nessuno pronto a criticarlo, anzi, lo avevano accolto con affetto e comprensione.
La notte di quell’assassinio si era tatuato la fronte come simbolo sacro nel ricordare una persona amata defunta, come diceva la tradizione della propria famiglia e poi era scappato, lasciando tutti senza dire una parola.
Era contento in realtà di essere tornato, seppur i ricordi, per i primi giorni, lo avessero massacrato.
Si alza, ricambiando l’abbraccio del ragazzo, staccandosi poco dopo per prendere i fogli e fargli cenno di uscire.
‘’Andiamo a foderarli.’’
 

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Capitolo 9
*** Capitolo 9 ***


Con mani tremanti Erik si porta al viso gli occhiali e dopo aver passato la lingua secca tra le labbra screpolate aveva dato una sbirciatina ai fogli e successivamente aveva fissato i due come se fossero impazziti.
Con fare elegante e del tutto diverso dal vecchio che urlava e lanciava sedie di un anno prima, aveva posato i fogli sul tavolino davanti al divano sospirando, sentendo lo sguardo pesante di Asmodeo sulla nuca.
‘’E’ un pasticcio.’’ Dice, arricciando debolmente il naso.
Il moro incrocia le braccia al petto e sbuffa, guardando Miguel come in cerca di una mano.
‘’Possiamo correggerlo noi, Erik. Ma è una grande idea, diamogliene merito.’’ Insiste, cercando di appoggiare il proprio ragazzo, che sta volta sembrava più deciso che mai.
‘’E’ tutto sconnesso. Parli troppo di me.’’ Borbotta il vecchietto, accarezzando la testa di Tiberius che si era avvicinato in cerca di un biscotto.
‘’Troppo di te? Ma se in quasi tutte le pagine c’è il nome di Miguel!’’ Sbotta il ragazzo, pentendosi in quello stesso istante di ciò che aveva appena detto.
Fino a qualche secondo prima aveva battibeccato con il biondo, insistendo che non fosse vero che il suo nome apparisse ovunque su quel racconto.
Lo aveva appena ammesso apertamente e ora sentiva lo sguardo pesante e soddisfatto del più grande sulle spalle, che quasi compiaciuto cercava di fargli pesare di più la cosa.
Il biondo però non aveva detto niente, almeno per ora.
‘’Stavano per finirmi i fogli. Il finale è scritto a forza come un enorme riassunto. Avevo paura di...Di non trovare più le parole..’’ Ammette in un sussurro.
Erik aveva assunto la solita espressione che metteva su quando si trattava di prendere una decisione: occhi fissi nel vuoto e fronte aggrottata come se stesse per urlare al nulla.
Dopo qualche istante si era alzato, accarezzando con fare distratto i bracciali di stoffa fatti con gli scarti del vestito che per anni aveva indossato.
‘’Va bene...Si, è una buona idea. Credo che...Potrebbe essere utile per istruire il mondo di quel che è successo.’’ Ammette.
‘’Infondo noi siamo gli unici a sapere del muro. Tra qualche anno nessuno ci penserà più, anche se le sue macerie sono distese al suolo come dei relitti infondo al mare..’’
Asmodeo solleva la testa, guardando prima Miguel, poi il vecchio.
‘’Il mare? Cos’è?’’ Sussurra, sentendosi un po’ a disagio quando Erik aveva iniziato a ridere.
Miguel glielo aveva spiegato in un secondo tempo, l’indomani mattina, mentre sedevano sulle scale che portavano al giardino della casa dove vivevano.
La pioggia le aveva rese umide, ma il corpo del biondo era abbastanza caldo da non far sentire freddo ad Asmodeo, che guardava i cani correre sull’erba mentre al suo posto immaginava le onde blu e la schiuma sbattere contro la riva sabbiosa.
Lì erano molto distanti dal mare. In quel punto dove si erano trasferiti erano molto distanti da tante cose.
Lontani dalle macerie della muraglia e lontani dai villaggi di indigeni che popolavano le montagne. Abbastanza lontani anche dal popolo civilizzato e dalle piccole città di campagna dove viveva Miguel un tempo.
Asmodeo si era messo a urlare nel vedere un cavallo per la prima volta. Le galline lo avevano inseguito e lui era finito dritto verso la pozza d’acqua dei maiali, che lo avevano scrutato nel tentativo di capire se fosse commestibile.
Quel mondo fuori dal muro era incontrollabile. Era fuori dagli schemi, nulla era pianificato e ogni creatura viveva secondo le proprie regole.
Stupidi o no, erano tutti lì tutti insieme.


Raramente scendevano verso altri villaggi per fare scorta di cose. Miguel era bravo nella caccia ed Erik sapeva fare quasi di tutto, ma ad Asmodeo serviva la carta.
Era stata difficile da trovare, il risultato però era stato soddisfacente.
Il racconto ora era ben foderato, gli errori erano stati corretti e seppur Miguel ed Erik lo avessero riscritto, non avevano cambiato una sola parola.
Asmodeo ne era più che felice.
Miguel aveva già parlato con la madre: lei aveva detto che lì fossero molto interessati a nuovi racconti e che avessero trovato un modo per stampare la carta senza troppi sforzi.
Sarebbe stato un ottimo modo per diffondere quella storia, che seppur riassunta da uno stolto, lasciava capire abbastanza anche sul punto di vista di chi viveva all’interno di quella grande prigione.
Non restava che gioire, Asmodeo si sentiva decisamente meglio ad aver parlato di quella vita.
Nessuno di loro avrebbe potuto immaginarlo, ma quel racconto fatto male sarebbe diventato un pezzo importante per la storia dell’umanità di quei tempi e si sarebbe tramandata per secoli e secoli.

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Capitolo 10
*** Il mondo nuovo ***


L’aria era fresca, sembrava pura, portava con sé tutti gli odori della terra.
L’erba cresceva incontrollata, falciata ad ogni primavera dagli animali da prateria che erano ghiotti di erba di campo. Non c’era un solo pezzo di cemento tutto intorno, se non per la casetta dove ora abitavano Miguel, Erik, Asmodeo e i cani.
Una casa adorabile, un po’ trasandata all’esterno, ma calda e accogliente all’interno.

Asmodeo non aveva idea di cosa fosse quel calore che gli si creava attorno. Non aveva mai condiviso i pasti con nessuno, non si era mai scaldato i piedi dietro la schiena di qualcuno mentre durante le notti di inverno beveva il tè in salotto.

Era sempre stato da solo, ma ora era diverso.

Delta era come una bambina: sempre lì per lui, sempre affamata e vogliosa di giocare. Passava il tempo a seguire il moro per casa mentre Libre cercava piccoli animaletti in giardino insieme a Miguel e Tiberius puntava il muso per terra in cerca di un altro biscotto caduto accidentalmente ad Erik, che ormai vedeva quei due ragazzi giovani e vitali un po’ come la sua famiglia, la famiglia che gli era stata strappata via alla morte della sua unica figlia.
Il sangue che macchiava il suo vestito rosato era quello che tossiva durante le notti difficili. Erik non avrebbe mai buttato via quel vestito, ma era stato convinto a farne un altro utilizzo.
Il dolore che si portavano addosso non era stato causato da quelle due angoscianti settimane di prigionia e le cicatrici che segnavano i loro corpi non derivavano da quei continui maltrattamenti, bensì dalla vita che li aveva marchiati per sempre con un segno indelebile.
I ricordi di quei tempi erano forti. Asmodeo aveva passato ventun anni tra gli stenti e le droghe e si era risparmiato tutti i suoi dolori con la disintossicazione da quelle sostanze. Non sarebbero bastate mille pagine altrimenti.
Miguel soffriva più di quanto lasciasse immaginare e perfino a lui sembrava difficile poter accettare una vita come quella che stavano vivendo adesso.
Sembrava bella, faceva paura pensare che lo fosse.
La prigionia, il viaggio, la distruzione del muro; erano stati riassunti in pochi pezzetti sconnessi tra loro, ma celavano molto di più, decisamente molto di più.
La storia però andava benissimo a tutti raccontata in quel modo e no, nessuno aveva mai avuto un solo rimorso per tutte quelle persone morte lì dentro.
Per il mondo nuovo quel posto era colmo di creature malvagie e forse la loro visione della muraglia non era poi così distorta.
Esisteva davvero gente maligna lì dentro e ora che ne era uscito, Asmodeo aveva solo voglia di affondare la testa nel cuscino e dormire, godendosi l’aria fresca che entrava dalla finestra tra i capelli e il calore del corpo di Miguel al proprio fianco tra le lenzuola.



Fine.

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