A un rigore dal cuore

di Corydona
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** 1. Gioco o non gioco? ***
Capitolo 2: *** 2. "Fatela giocare" ***
Capitolo 3: *** 3. Non svegliateci ***
Capitolo 4: *** 4. "Tu cosa faresti?" ***
Capitolo 5: *** 5. Tra favole e litigi ***
Capitolo 6: *** 6. "Non voglio distrazioni!" ***
Capitolo 7: *** 7. "Eri con lui?" ***
Capitolo 8: *** 8. Nel posto giusto ***
Capitolo 9: *** 9. "Preparate i telefoni" ***
Capitolo 10: *** 10. "Svegliati, sono io!" ***
Capitolo 11: *** 11. Dinamiche interne ***
Capitolo 12: *** 12. L'ho fatto davvero ***
Capitolo 13: *** 13. E non è ancora finita ***
Capitolo 14: *** 14. Ai microfoni Rai ***
Capitolo 15: *** 15. Indipendenza ***
Capitolo 16: *** 16. «Mi riguarda?» ***
Capitolo 17: *** 17. Eterne bambine ***
Capitolo 18: *** 18. Nei guai ***
Capitolo 19: *** 19. "Niente che non andasse fatto" ***
Capitolo 20: *** 20. Prepararsi alla sentenza ***
Capitolo 21: *** 21. Condanna o assoluzione ***
Capitolo 22: *** 22. Il segreto è al sicuro? ***
Capitolo 23: *** "Stiamo reggendo" ***



Capitolo 1
*** 1. Gioco o non gioco? ***


Piccola, ma doverosa premessa.
Questa storia fa parte del ciclo delle “Olimpiadi romane” ed è collegata, dunque, alle vicende di “Un tuffo al cuore”.
Tuttavia si può leggere anche separatamente, perché i filoni narrativi non vanno a intrecciarsi. L’unico inconveniente “serio” è non riconoscere i personaggi che sono comparsi anche nell’altra storia (ma tranquilli: ho cercato di trattare tutti come se comparissero qui per la prima volta!).
Anche per questa storia, come per Un tuffo” ho cercato di dare spazio rilevante allo sport e a quelle che sono le vicende personali di chi lo vive quasi come una professione (“quasi”, perché alle Olimpiadi non ci vanno gli sportivi professionisti; motivo per cui le nazionali di calcio maschile sono quelle under23).
Ho scelto di parlare del calcio perché è lo sport che seguo da più tempo e con alta intensità: ho trascorso quasi tutta la mia vita a guardare le partite (non solo quelle delle mie squadre, ma anche di altre con cui non ho nulla a che fare).
La scelta di trattare il calcio femminile deriva da due fattori: da un lato per il discorso “di genere”, per cui le calciatrici (purtroppo per molte persone) non hanno la stessa rilevanza dei colleghi uomini (anche se si stanno facendo grandissimi passi da gigante in questa direzione); dall’altro l’aver seguito tanto le vicende delle ragazze della nazionale, sia nel cammino di qualificazione sia durante i mondiali della scorsa estate. Qualche spunto a quelle vicende (almeno sul piano sportivo), l’ho effettivamente preso (basta leggere i capitoli 2 e 3 per vederlo), ma ho modificato parecchi dettagli e, soprattutto, la mia protagonista non ha una “gemella” reale.
Ho finito di ammorbarvi, buona lettura!


 

Prisca sorseggia nervosamente il suo cappuccino scuro, seduta proprio di fronte a me. A quanto pare, ci siamo entrambe svegliate presto, ed entrambe abbiamo preferito venire a fare colazione, piuttosto che rimanere in camera a rigirarci nel letto. O magari lei si è rigirata nel letto per qualche ora, prima che il sole facesse capolino. Per sfortuna, stavolta non siamo capitate in stanza insieme. È stata la CT a stabilire chi avrebbe dormito con chi, e noi ci siamo dovute adeguare per forza di cose. Non mi lamento: Bice è una compagna di camera discreta. E con “discreta” intendo che non c’è mai: sono più le notti che passa nella stanza di non-so-chi che nella nostra.

«Mi sento pronta» dice Prisca a un tratto.

«Per la partita?» le chiedo di rimando, imburrando una fetta di pane.

«Per tutto. Sento che potrei spaccare il mondo, anche se non sono neanche le sette di mattina.»

«Ecco, questo magari è un problema. Cerca di rimanere sveglia fino a questa sera.»

«Per te è facile, tu non giochi!»

«Grazie, eh.»

Addento la fetta di pane burro e marmellata, guardando il vuoto. Non c’era affatto bisogno che lei rimarcasse che stasera io sarò in panchina e non basta il sapore dolce delle more a farmi sentire meglio. Se non gioco, significa che non ho fatto abbastanza in allenamento. E io odio solo il pensiero di non aver dato il massimo; ciò che mi fa stare ancora peggio è la consapevolezza che io più di così non potevo fare.

«Scusa, ci

«Scialla, Prì

Scrollo le spalle. Anche se il nostro è sempre stato un rapporto diretto, a volte Prisca non si rende conto quando è che supera il limite. Prima fa il danno e poi si fa perdonare.

«Hai sentito, la zia, no? Con la Nuova Zelanda serve Anastasia, per come giocano loro… la mettono molto sul palleggio…»

«Così mi fai passare per una che non ha tecnica.»

«No, ma tu vai meglio contro le squadre più intense. Ti ricordi la partita contro il Milan? Ecco, lì sei andata alla grandissima…»

«Dovevi proprio tirare fuori il Milan?» sbuffo, contrariata.

Anche se lei parla sempre volentieri di quei novanta minuti, io continuo a sognare quello che è successo dopo il fischio dell’arbitro. I supplementari, in cui eravamo sulle ginocchia, sia noi che loro, e i rigori...

Bevo il mio cappuccino, più simile a un latte macchiato, cercando di allontanare il ricordo. Ma non ci riesco.

Il vento che mi soffia sul viso, il sudore che mi appiccica la maglia alla pelle… e lo scivolone al momento del mio rigore, quello decisivo. La corsa delle milaniste in segno di esultanza, la Coppa Italia sollevata grazie a un mio errore… Se avessi piantato bene il piede per terra, se fossi rimasta in equilibrio… forse avremmo potuto vincere noi. È stata solo colpa mia.

«Hai fatto tu il gol del pareggio, giusto?» insiste Prisca. «Tu, eh! Non io, non Nicoletta, non Giorgia… tu. Tu, Seré. D’accordo, non sei un’attaccante e non ti interessa neanche esserlo, ma quel gol l’hai fatto te. Te, t’aricordo

Scrollo le spalle. Può dire quello che vuole, non cambia il risultato finale di quella partita. Milan sei Roma cinque ai calci di rigore. Ma lei non va oltre il novantesimo, mentre io mi rifiuto di ricordare cosa è successo prima dei supplementari.

E mi fa incazzare, perché Prisca è competitiva tanto quanto me e mi secca che non capisca il fatto che io odio perdere. Che fosse solo aver perso una partita, poi! La sconfitta, in questo caso, pesa tutta su di me. Anzi, sulla mia gamba che ha ceduto al momento sbagliato.

Per fortuna intravedo da lontano Marta Colachini, la centravanti della Juve, che si guarda intorno spaesata, come se avesse bisogno di individuare qualcuno. Eppure, a quest'ora, siamo davvero in pochi. Agito la mano per attirarla qui, almeno Prisca la smetterebbe di fare qualsiasi cosa per tirarmi su di morale. Non voglio essere confortata, voglio solo che arrivino le nove e mezza per essere al campo di Tor di Quinto per la rifinitura, prima della partita di stasera. E poco mi importa essere in panchina, ora come ora. Voglio far vedere alla zia che, nonostante tutto, io ci sono e do sempre il massimo.

«Buongiorno» biascica lei, con la voce mezza impastata per il sonno, dopo essersi seduta al mio fianco.

«'Giorno» le rispondo con la bocca piena.


«Ho incontrato un tipo…» inizia a dire Marta, assonnata. «Mi ha chiesto se il discorso di Fiumani è venerdì o giovedì.»

«Annamo bbene» commenta Prisca. «Sul pezzo, questo qui.»

Certo che non ricordarsi quando il presidente del Coni parlerà a tutti gli atleti non è normale...

La nuova arrivata non aggiunge nulla, si limita a una scrollata di spalle, prima di sorseggiare la tazza con il tè caldo. «No, raga, ho sbagliato… ho preso quello alla pesca!»

«Vuoi fare cambio?» chiede un ragazzo dal tavolo vicino. Non era seduto, dev’essere appena arrivato.

«Oh, ciao» lo saluta Marta sorridendo. «Hai quello al limone?»

Con la coda dell’occhio mi sembra di vederla arrossire… possibile?

«Sì, sì, ma bevo entrambi» risponde lui. «Così ti eviti di tornare indietro mentre stai ancora dormendo!»

Prisca scoppia a ridere. Che stronza, di certo ha notato l’imbarazzo di Marta! «Ti prego, siediti con noi» lo invita. Se la conosco bene, non esiterà a combinarne una delle sue.

«Con piacere!» risponde il tipo, con un altro sorriso. Si sistema il ciuffo biondiccio con una mano, prima di afferrare il vassoio e di posarlo sul nostro tavolo. Prende posto al fianco della scema, proprio di fronte a Marta, con cui subito scambia la tazza di tè.

Lo scruto con attenzione, cercando di ricordare se l’ho visto altrove, o se questa è la prima volta che riesco a parlare con lui. Uno che non supera il metro e settanta me lo ricorderei… Scorro la lista mentale di tutti quelli con cui sono capitata al tavolo durante i giorni precedenti all’Olimpiade e mi rispondo che no, questo qui non l’ho ancora conosciuto. Rivolge un bel sorriso anche a me e Prisca e gli rispondo con un cenno del capo, addentando un altro morso di pane. Sia santificato colui che ha inventato la marmellata di more.

Il tipo guarda Marta, quasi scrutandola assorto con degli occhioni dolci, ma capisco subito che si tratta di una sua caratteristica fisica e non di un’infatuazione per l’attaccante. Lo spio di sottecchi, cercando di fare mente locale e ricordare chi diavolo sia. Escluderei innanzitutto gli sport in cui bisogna essere prestanti fisicamente, per il semplice motivo che questo qui non è grande e grosso; neanche il libero della pallavolo, perché so perfettamente chi è, con tutte le partite che ho visto. Conoscendo Prisca, prima o poi gli farà il terzo grado durante la colazione: devo solo aspettare per scoprirlo.

Non so chi sia stato il genio che ha suggerito che gli atleti dei vari sport avessero un contatto diretto, magari mischiandosi assieme in occasioni conviviali come questa, ma devo dire che l’idea non è male: invece di seguirci soltanto sui social o di vederci gareggiare da lontano, abbiamo modo più diretto di confrontarci. Ne parlavo giusto ieri a cena con una velista…

«Allora, vediamo se mi ricordo…» dice il ragazzo. «Con te ci siamo visti poco fa.»

Marta annuisce, con un altro sorriso. Ah, quindi era lui che non si ricordava quando è il discorso di Fiumani?

«E voi due… allora, ieri sera avete giocato insieme ai biliardini contro due ragazzi dell’under ventitré. E li avete anche stracciati. Direi calcio, sembravate molto in confidenza.»

«Vero, li abbiamo battuti tanto a poco» concorda Prisca soddisfatta. Ci tiene sempre a vincere, anche se è solo al biliardino.

Io mi limito ad annuire, con un sorriso nervoso. Si vedeva che eravamo in confidenza? Sono settimane che io e Lorenzo cerchiamo di non dare nell’occhio e un perfetto sconosciuto si è accorto che c’è... confidenza?

«Comunque, tu chi saresti?» gli chiede Prisca, ridacchiando. Si trova a suo agio con tutti, ma come fa? Le basta che si trovi un modo per ridere e farebbe amicizia con chiunque!

«Andrea Comini» risponde prontamente quello. «Tuffi.»

«Ah, sei tu!» esclama la mia compagna di squadra. «Ti seguo anche su Instagram, pensa te!»

«È il sonno!» scherza quell’Andrea.

Continuano a chiacchierare, mentre la mia attenzione è catturata da quanto accade intorno a noi. Sulle pareti campeggiano le immagini di grandi sportivi sui podi olimpici, mentre noi siamo tutti in attesa di fare del nostro meglio; e magari di emularli. La mensa si sta iniziando a riempire e devo allungare il collo in cerca di Lorenzo. Non so come, ma devo parlargli, devo assolutamente dirgli che forse ci stiamo esponendo troppo. Non posso mandargli un messaggio, correrei il rischio che lo veda qualcun altro: ma parlargli a voce è anche troppo rischioso… che diavolo dovrei fare?

Purtroppo, almeno per il momento, ho le mani legate.

Guardo Prisca ridere e scherzare, insieme a Marta e ad Andrea. Almeno lei non sente più la tensione per la partita di stasera.

 

***


Siamo nel tunnel che porta al campo dello Stadio Olimpico. Sognavo di giocarci da quando ne ho memoria; e anche se sto solo per fare il riscaldamento con le panchinare, l’emozione è comunque forte.

Guardo Prisca, che cerca di non ascoltare il casino che viene da fuori: le chiacchiere degli spalti, amplificate, rimbombano fin qui.

«Daje ragazze!» urla Elena, il nostro capitano, battendo le mani.

Noialtre rispondiamo con qualche altro grido di carica. Le vedo, hanno gli occhi di chi sta anche per arare il campo, pur di fare una bella partita. Le neozelandesi sono toste, ma noi abbiamo il cuore da mettere su quel rettangolo verde. Noi abbiamo il pubblico, i parenti sugli spalti che hanno comprato i biglietti da mesi in attesa di questa partita, gli amici che hanno fatto di tutto per esserci… E siamo pronte: ci siamo preparate per settimane per essere qui tutte insieme, abbiamo fatto gruppo già nel cammino che ci ha portate prima ai Mondiali e poi agli Europei.

E, ora, le Olimpiadi in casa.

Siamo in disordine, mischiate tra panchinare e titolari. Tutte insieme per farci forza, per caricarci per quello che molto probabilmente è l’evento più importante della nostra carriera sportiva. Più di una finale di Champions League, più del Mondiale che abbiamo giocato da outsider. Più di tutto. Le gambe, ora, non possono tremare.

«Dai, andiamo!» ci incita l’allenatrice della nazionale, che noi giocatrici chiamiamo zia quando parliamo tra di noi. Non ho idea di chi le abbia dato questo soprannome, ma è perfetto per lei.

E, allora, noi usciamo tutte insieme, con un boato ad accoglierci. Lo stadio non è strapieno, ma penso che qualcuno stia ancora facendo la fila fuori dai tornelli: Prisca ieri mi ha mandato un articolo di giornale che dava il tutto esaurito. E io so che i miei genitori e mio fratello ci sono, che hanno preso i biglietti in tribuna, vicini al campo, insieme alla famiglia di Prisca, ma insieme anche a quelle delle altre, perché è quello che hanno fatto nelle altre grandi partite della nazionale. Figuriamoci se si perdono l’Olimpiade in casa!

Mi guardo intorno, spaesata. Ero già stata qui sul campo, ma solo per vedere la Roma maschile… mai per giocare. Mai con il pensiero di ottantamila persone che potrebbero vedere me, se dovessi entrare nel secondo tempo.

Faccio qualche esercizio di riscaldamento in coppia con Simona, l’attaccante dai capelli blu, prima di andarci a sedere in panchina.

«Ma se ci mettiamo sulla pista d’atletica?» propongo. Mentre le altre finiscono di riscaldarsi possiamo rimanere in giro.

La punta dell’Inter si guarda intorno. «Ma se invece ci rimaniamo in piedi, sulla pista d’atletica?»

Sorrido. Figuriamoci se qualcuno ci dice che lì rompiamo le scatole…

Scambiamo un’occhiata complice. Sciolgo i capelli, e mi incammino verso la pista, al fianco di Simona.

«Ma che sta succedendo, laggiù?» mi chiede, guardando verso le titolari che si stanno riscaldando.

Mi volto: c’è una delle ragazze a terra, e qualcuno dello staff medico sta valutando le sue condizioni.

«Hai capito chi è?»

Scuoto la testa. Da qui non riesco proprio a scorgere di chi si tratti.

«Ci mancava solo questa… ma che sfiga!» commento.

«Villa, sei pronta?»

La voce della zia mi riscuote dai pensieri. Peggio di una doccia fredda dopo un allenamento sotto il sole di agosto.

«Dai, vai a finire il riscaldamento. Bastioni non ce la fa.»

Occazzo. È Anastasia.

«Mi devo riscaldare?»

La coach annuisce e mi stringe a sé proprio come, appunto, farebbe una zia. «Mi raccomando, loro giocano con la linea di difesa alta, quindi prova a infilarti seguendo i movimenti di Prisca e Marta.»

«Okey» dico, ma non so che senso abbia. Ancora non ho realizzato che sta succedendo.

«Fai il culo a tutte!» urla Simona alle mie spalle, strappandomi un sorriso.

Di certo non mi mancherà l’incoraggiamento.

«Dajje Villaaaaa!» grida infatti Prisca, non appena mi avvicino al gruppo delle titolari, ancora alle prese con il riscaldamento senza palla.

«Dai, Sere!»

«Forza Sere!»

Anche le altre mi incoraggiano, con le voci che si fondono tra loro. Sorrido appena, imbambolata, prima di fare mente locale. Ora devo solo ascoltare le indicazioni di Alessio, il membro dello staff che ci fa fare il riscaldamento.

Sono pronta.

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Capitolo 2
*** 2. "Fatela giocare" ***


“Tu sei una femmina, non puoi giocare con noi!”

Sorrido, in piedi tra Prisca e Carlotta. Chissà se quel ragazzino bastardo adesso ha realizzato un qualche suo sogno. Chissà se si ricorda di quella femmina che non ha fatto giocare, al campetto dietro la chiesa di San Felice, quasi quindici anni fa… Chissà se gli prende un accidente, al vedere dove sono.

La bambina davanti a me si gira e mi sorride.

«Dopo segni, vero?» mi chiede, innocente.

«Ci provo» le dico. Che altro dovrei rispondere a una bambina?

La banda inizia a suonare l’inno neozeandese, e io mi guardo intorno. Non devo neanche fare troppa fatica per trovarli, perché sono lì: mia madre, mio padre e mio fratello. Vedo anche i genitori di Prisca e quelli di Marta saliti da Bari.

Vedo i loro visi, che sembrano a un passo da me e lo so, non so come ma lo so, lo so che anche loro, tra tutte le ragazze schierate in ordine, stanno guardando proprio me.

«Dai, pronte!» sento incitare Simona dalla panchina, abbracciata a Bice ed Eleonora che le sono ai lati. L’altro inno è finito e ora tocca al nostro.

Poporopopopopopò...Non saprei dire quale sia lo strumento iniziale, ma sento le note vibrare attraverso il mio corpo, come se fossi io a essere suonata. Forse un po’ suonata lo sono davvero.

Sorrido, in balìa di qualcosa di incomunicabile. Come si esprime a parole l’adrenalina che mi scorre nel sangue, che mi fa guardare gli spalti carica di energia, che mi fa sentire viva?

E iniziamo a cantare, un po’ stonate, un po’ cercando di andare a ritmo con la musica, un po’ seguendo il pubblico, che va ancora per conto proprio.

Chiudo gli occhi, sentendo mie quelle parole. Certo, Mameli quando le ha scritte non pensava a una partita di calcio, né tantomeno a un evento di portata mondiale come sono le Olimpiadi…

Mi scorrono davanti le immagini di una vita, i bimbi del campo da calcio a Centocelle, che ho guardato giocare per qualche giorno, prima di decidermi a chiedere se potevo anche io. Il bambino che mi caccia via, le mie lacrime di rabbia contro quel ragazzino che avrei preso a schiaffi se non fosse intervenuto un papà…

Fatela giocare con voi.

Sento la mano di Prisca sulla mia spalla, come a volermi dire che lei è qui, che è con me… che ci sarà fino alla fine.

Il provino fatto per la Lazio, che mi ha scartata, e poi quello con la Roma, perché papà era convinto che fosse meglio provare subito con le squadre più importanti. Quando mi hanno presa, ho iniziato a saltellare per casa, perché non me lo aspettavo. Anche se io non ho mai tifato per la Roma.

E poi c’è stata la prima volta al campo di allenamento, dove c’erano anche le altre squadre giovanili, ognuna per conto proprio. Non dimenticherò mai quella ragazzina bionda seduta sul prato sintetico, quasi annoiata dai convenevoli iniziali dell’allenatore. Quella ragazzina che, una volta preso il pallone, non ha esitato a saltare tutte le altre come birilli. Quando me l’ero trovata di fronte, ho capito subito che stava per fare una ruleta e le ho tolto la palla dai piedi, pur rischiando di colpirle le gambe. Eravamo senza protezione, se l’avessi presa le avrei fatto molto male.

Sei la prima che riesce a fermarmi” aveva detto alla fine del primissimo allenamento.

Da quel momento, Prisca è sempre stata al mio fianco. Così come siamo adesso, anche se non siamo le sole, qui, con ottantamila persone sugli spalti e le delegazioni intere di Italia e Nuova Zelanda, più gli arbitri.

Forse noi siamo ancora le due ragazzine che a sei anni volevano giocare con i maschi, per far vedere di essere brave almeno quanto loro. Anzi, di più.

L’Italia chiamò, sì!

Il grido finale di tutto lo stadio mi riscuote. Aspettiamo che le neozelandesi vengano a stringerci la mano. Guardo i loro volti tesi, concentrati, e penso che loro non si aspettavano affatto di vedermi qui, e si staranno chiedendo se con me invece di Anastasia sarà più facile contrastare il nostro centrocampo.

Se, cor cavolo.

Dovranno passare il mio cadavere.

Scambio un’occhiata con Marisa Cicero. La regista stringe l’elastico dei capelli, concentrata.

«Daje regà

Non è un urlo, né un altro grido di incitamento, ma la voce di Prisca così calma mi fa pensare solo a una cosa: ha già studiato le avversarie e ha scorto nei loro gesti del prepartita qualcosa che le infonde fiducia.

«Io vedo verso fuori, tu buttati dentro, perché poi Alessia rientra per coprirti» aggiunge il dieci, rivolta a me.

Annuisco, mentre Elena va a prendere posto in mezzo alla difesa.

«Palla a noi» riesco a distinguere dal suo labiale, mentre parla a Carlotta.

Guardo l’arbitro dare la palla a Prisca e Marta, mentre Federica si tiene più larga sull’esterno, verso destra. Ho il cuore in gola. Non dipende da come sono messe le ragazze intorno a me, né dalle maglie bianche di fronte a noi, che ci stanno per venire incontro.

L’arbitro ha il fischietto in bocca. Una volta dato il via, non si torna indietro, l’Olimpiade inizia.

Butto fuori un profondo respiro.

Prisca tocca il primo pallone della partita, e lo fa verso Marisa. Faccio qualche passo avanti, studiando il piazzamento delle ragazze e quello delle neozeladesi. La Mari mi passa la palla e io scarico su Alessia senza neanche guardare: ho sentito il suono della sua corsa; so che è già lì, pronta a ricevere il passaggio.

Alessia galoppa verso la bandierina, Prisca si avvicina a lei, e io capisco di dovermi inserire in area.

La Ryan, la centrocampista con cui avrò a che fare per tutta la partita, mi insegue coprendo il buco che le sue compagne di squadra avevano lasciato scoperto, ma il filtrante di Alessia passa lo stesso.

«Sere!»

Non ci penso un secondo, perché la voce di Marta mi dà un segnale chiaro, che afferro al volo: lascio scorrere la palla tra le mie gambe.

Mi volto, e vedo la centravanti tirare, ma colpire le gambe della Cox, il difensore che la marcava. La palla finisce tra i piedi delle neozelandesi e allora solo un pensiero mi martella nella testa: correre indietro e andare a difendere.

Hannah Davies sta avanzando, mentre le sue compagne di squadra la seguono e noi cerchiamo di disporci in modo ordinato sul campo.

«Giada, lì! Spine! Spine, torna indietro!»

Le indicazioni della zia, ora per Federica Spinetti, mi rimbombano nella testa, anche se io sono lontana dalle panchine. Tra tutte le voci che risuonano nell’Olimpico, solo alla sua è permesso arrivare alle mie orecchie; anche se lei fosse negli spogliatoi e io nella fila più alta di spalti.

Corro a marcare stretta la Ryan, che dice qualcosa. Forse sta chiamando il passaggio alla compagna di squadra, ma non ne ho idea: mi sembra che parlino in codice.

Ma la Davies scambia con Christina Lewis, e la triangolazione la porta proprio davanti a Giulia.

Rimango ferma, pregando tutti i santi del paradiso. Il nostro portiere rimane in piedi e quando l'attaccante tira di piatto, per metterla nell'angolino basso, lei si allunga per prendere il pallone che però le sfugge.

Ci pensa Alessia a recuperare e a mettere in calcio d'angolo. Non posso neanche tirare un sospiro di sollievo, perché una delle neozelandesi corre subito per battere.

Noi ci disponiamo in due file parallele, per marcare a zona, anche se ho paura che per loro potrebbe essere facile saltarci. Guardo la Ryan, ma con un occhio alla palla che la Harris ferma sulla lunetta. Fisso la sfera come ipnotizzata, la vedo partire e involarsi. Mi scavalca, altissima.

Mi volto e vedo che Giada l'ha presa di testa, indirizzandola in avanti verso Prisca. Non ho il tempo di scattare: la palla finisce tra i piedi della Ryan, che tira verso la porta.

Sento delle esultanze ovattate, ma non sono delle nostre avversarie: è il pubblico italiano sugli spalti.

Giulia è a terra accartocciata, stringendo il pallone tra le mani e il petto, come un fagotto da nascondere.

Butto fuori un sospiro, mentre vedo Elena avvicinarsi al portiere e darle un buffetto sulla spalla.

Pochi secondi dopo la palla è tra i piedi di Marisa, che la lancia sull'esterno a Federica. Avanzo di qualche passo, scorgendo Alessia già pronta al raddoppio, anche se ora stanno giocando dall'altra parte del campo. Prisca si avvicina alla giocatrice della Fiorentina, come indicandole di puntare Liza Fisher, che le sta di fronte.

Ma io so, come sa anche Federica Spinetti, che quel segnale sta per un'altra cosa.

Fa una finta, come per nascondere il pallone alla neozelandese, con la Lewis che la sta raddoppiando, ma poi lo passa di tacco a Prisca, un metro alle sue spalle.

Il dieci avanza di un metro, poi tira a giro, verso il secondo palo.

Le ho visto fare gol così una marea di volte: il tempo sembra fermarsi mentre la palla sorvola le difese avversarie che, pur provando a prendere il pallone di testa, non ci riescono. In genere finisce sotto al sette, senza che il portiere avversario possa fare nulla.

Infatti vedo la Jones osservare imbambolata la traiettoria. Neanche ci prova, a saltare in alto: sa che sarebbe inutile.

Ma la palla prende in pieno la traversa e il suono che fa sembra colpirmi al petto. Mi scuote, come se avessi ricevuto una pallonata allo stomaco che mi impedisce di respirare.

Sento gli spettatori trattenere il fiato, come se già fossero pronti a esultare. Potrei quasi vederli portarsi le mani alla testa, infilando le dita tra i capelli.

Qualche voce indistinta arriva alle mie orecchie, ma subito dopo parte il coro "Italia Italia!". Capiscono anche loro che possiamo mettere in difficoltà le fortissime neozelandesi, e che ce la stiamo giocando alla pari.

Guardo Prisca, che invece sta scrutando il terreno, come se ci fosse una zolla non al suo posto. Non so come interpretarlo: non è da lei cercare delle scuse; ma forse sta solo raccogliendo la concentrazione necessaria per tirare meglio la prossima volta.

E meglio significa una cosa sola.

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Capitolo 3
*** 3. Non svegliateci ***


 Mi butto sul mio sedile negli spogliatoi. Qualcuno mi passa una bottiglia, ma non mi rendo neanche conto di chi sia: le mie attenzioni sono tutte per la zia, che sembra pronta a dire qualcosa.

 «Allora, loro sono più vulnerabili sul lato sinistro quindi, Giada e Spine, dovete attaccare da quella parte. Ma voglio vedere più cambi gioco, quindi passatela alla Mari che ci pensa lei. Alessia, devi proporti di più!»

 «Vabbuò, ma che teng'a fa'?» ribatte Alessia. «Io avanti ci vado!»

 L'allenatrice sembra non avere nulla da aggiungere al terzino campano, visto che continua il suo "giro".

 «Cicero, occhio a quando Alessia e Serena salgono, e soprattutto a quando Prisca rientra e allo scambio di posizione tra lei e Villa. D'accordo?»

 «No, perché se la Cox esce dalla difesa per marcare la Prisca…» obietta Marisa, ma non riesce a terminare la frase.

 «Allora deve inserirsi una tra Serena e Livia. Noce, prova a scambiare ogni tanto posizione con la Spine!»

 Sento mormorii di assenso. Livia Nocentini annuisce, senza dire nulla. Ma io scambio un'occhiata con Federica: siamo entrambe perplesse. Per quanto sia una buona attaccante, messa dietro sulla linea di centrocampo rischia solo di combinare qualche danno… quello non è proprio il suo ruolo. E poi sta meglio in avanti, dove può puntare l'avversaria e far passare la palla!

 Marisa si siede vicino a me.

 «Se la Ryan ti marca, tu scarica la palla. Io cercherò di liberarmi, ma se no dalla a Prisca o Ale. Per fortuna non mi stanno marcando e sono libera.»

 «La White potrebbe dire che ti devono prendere…» mormoro.

 Marisa scrolla le spalle, senza commentare.

 Elena si avvicina a noi.

 «Per ora sta andando bene, ma in difesa dobbiamo essere più compatte, sennò ci segnano.»

 Annuisco. So di essere stata un po' disordinata in fase difensiva, ma perché a un certo punto ho preso come una sfida personale la marcatura di Ryan... e penso che lei abbia fatto lo stesso con me. Per quasi tutto il primo tempo non ci siamo tolte gli occhi di dosso!

Un magazziniere mi passa la maglia da indossare nel secondo tempo. Mi tolgo quella sudaticcia e mi vado a dare una mezza sciacquata sotto la doccia. Mi cambio e ritorno sotto il tunnel che porta al campo.

 «La zia sta facendo un cazziatone a Colachins» sento dire alle mie spalle. Prisca. "Colachins" è il soprannome insentibile che ha affibbiato a Marta Colachini.

 «Porella… almeno non l'ha fatto davanti a tutte» commenta la voce di Giada.

 Mi giro appena, interrogativa.

 «Dice che deve muoversi e che non ha fatto un cazzo per tutta la partita» mi spiega Prisca, senza che io debba chiedere.

 Sospiro. Decisamente non vorrei essere nei panni di Marta…

 Mi fermo all'ingresso del tunnel, dove già c'è l'arbitro brasiliano, Clara Fernandes, che sta scambiando qualche parola con Sarah Ryan. A fine primo tempo si è lamentata un po' per una mia entrata… Abbella, se te volevo fà male, te facevo male. E mo stavi ancora a piagne.

 Sorrido. Se vuole farsi ammonire, questo è il modo giusto!

 Quando anche le altre azzurre sono qui, l'arbitro ci permette di rientrare in campo. Qualcuna delle neozeladesi esce insieme a noi, e vedo distintamente la Davies parlare con Giulia, forse di una delle azioni, o forse proprio di altro, perché il portiere della Juve sta sorridendo.

 «Marta!» chiamo la centravanti, che invece stava andando da Prisca. Mi si avvicina e le dico: «Quando la Mari ha la palla, tu buttati dentro, tanto Prisca esce, quindi deve esserci qualcuno. Occhio, dico ad Ale di metterla bassa, che loro di testa la prendono sempre!»

 Lei si limita ad annuire, rabbuiata. Non oso immaginare come sia prendere una lavata di capo durante una partita così importante…

 

 Le neozelandesi ci chiudono in difesa nei primi dieci minuti. Sono partite molto determinate e motivate, ma noi siamo concentrate e riusciamo a non concedere tiri in porta. Ma loro ci stanno tenendo nella nostra trequarti e ora come ora sembra complicato uscirne, visto che a ogni palla contesa riescono sempre a prenderla loro.

 Ce la stanno facendo sudare… ma se noi possiamo uscire da qui con un punto, potrebbe non essere troppo male. Anche se nessuna di noi ha intenzione di lasciare il campo senza aver segnato almeno un gol.

 Mi fermo un attimo a riprendere fiato, dopo aver deviato in angolo un filtrante. Sono dovuta ripiegare al posto di Alessia, che marcava l'esterno neozelandese. La Smith quasi si ferma lì per battere il piazzato, ma qualcuna la richiama e le dice di andare in difesa.

 Il pallone viene calciato dalla Ryan e io, ancora una volta, lo guardo scavalcarmi e finire verso il secondo palo, dove ancora una volta è appostata Giada. Ma Giulia chiama la palla e la smanaccia in avanti, verso Prisca, che, ad occhi chiusi, serve Federica, che già è partita in contropiede.

 Inizio a correre, senza sapere come finirà l'azione. Marta mi supera, buttandosi dentro l'area. Federica lascia il pallone a Giada, che deve essersi teletrasportata da un capo del campo all'altro.

 Arrivo alla lunetta davanti l'area di rigore e rimango ferma, mentre Giada arriva sulla linea del fondocampo. Le neozelandesi stanno tornando, sento i loro passi, i loro respiri. E anche la voce della Ryan che urla qualcosa alle altre.

 Il terzino alza appena la testa e vede Marta, pronta a ricevere sul dischetto del rigore.

 Il tempo si ferma. Ho capito cosa sta per accadere e, ne sono certa, lo hanno capito tutti.

 L'assist di Giada è rapido, ma per Colachins non è un problema. La prende di prima, forse un po' male, proprio di fronte a me.

 Un istante dopo la rete si smuove, con il portiere neozelandese a terra.

 Corro verso Marta, che a sua volta sta andando da Giada… e abbraccio entrambe gridando qualcosa.

 Dagli spalti si sente qualcosa, grida, esultanze, cori, insulti, nonloso.

 «Daje regààààà!» urla Prisca.

 Lo speaker dell'Olimpico annuncia: «Gol dell'Italia! Marta…»

 «Colachini!» è la voce unica che sentiamo attorno a noi.

 «MARTAAAA»

 «CO-LA-CHI-NI!»

 E così, per altre tre volte.

 Sorrido, tornando nella nostra metà campo insieme a Federica.

 Con la coda dell'occhio scorgo Marta andare dalla zia e abbracciarla. Forse ha meritato la ramanzina, ma io credo che ancora di più abbia meritato questo gol. Giusto per far vedere di che pasta è fatta.

 

 «Forse non l’hanno presa troppo bene» commenta Prisca ridendo. Ma come fa a ridere? Ci hanno chiuse di nuovo nei venti metri!

 Per fortuna il loro ultimo tiro è uscito poco sopra la traversa. Anche se ora è Giulia ad avere il pallone tra le mani, io non mi sento affatto tranquilla.

 E Prisca ride. Bah.

 «Su Giada, su Giada!» sento urlare dalla zia all'indirizzo del portiere.

 Il terzino destro riceve il pallone, ma lo passa subito a Marisa. Vedo Prisca avvicinarsi a me e so di dover prendere il suo posto in avanti, in modo da scambiarci di nuovo.

 Il numero dieci la tocca di prima per Alessia, che sta scappando verso la linea del fondocampo. Salta la Smith e si accentra, con la Ryan che subito le si avvicina.

 Le chiamo la palla, ma il passaggio viene intercettato dalla Lewis, che la lancia subito avanti, dove Hannah Davies la riceve, prima di iniziare a correre. La fuoriclasse neozelandese salta prima Marisa, poi Livia che era in ripiegamento. Giada la segue a ogni passo, senza lasciarla andare, ma la Davies si accentra e tira in porta.

 Giada allarga una gamba, per provare a deviare il pallone, ma a prenderlo è Carlotta, che è decisiva… purtroppo.

 Giulia si era già buttata dalla parte verso cui aveva tirato la Davies.

 Pareggio.

 «Ma che cazzo!» grida Prisca, scocciata. Ora è tutto tranne che sorridente. E ci credo.

 Finché la partita non finisce è meglio non gongolare troppo.

 Infatti passiamo altri dieci minuti barricate in difesa, cercando di contrastare il loro assedio. Prendo un paio di calci sugli stinchi, ma l'arbitro Fernandes fa finta di non vederci. Al quarto fallo che mi fa la Ryan per togliermi il pallone, finalmente si becca il giallo, eppure lei continua a protestare perché a suo dire sono entrata con i tacchetti sulle sue gambe due minuti fa.

 Certo come no.

 Rimango per un istante spalmata a terra sul prato: devo riprendere fiato. Devo far scorrere un po' di tempo, almeno per allentare la pressione psicologica sulle ragazze.

 «Daje, Sere

 La voce di Prisca stavolta è inespressiva. Alzo appena la testa e mi pulisco con le mani da un paio di fili d'erba che mi sono rimasti appiccicati sulle labbra.

 «Ci vorrebbe un gol» le dico, apatica. Come se io non fossi davvero qui, nel mio corpo, ma altrove, lontana anni luce da questo campo da gioco, da questa partita. Arriva qualche suono indistinto alle mie orecchie, forse dagli spalti.

 «Ci vorrebbe sì» concorda la mia migliore amica, porgendomi la mano per rialzarmi da terra.

 La afferro e mi tiro su. Guardo Elena, che sta parlando con l'arbitro e che lancia occhiate cagnesche alla Ryan, quasi a dirle che si è meritata il cartellino.

 «Oh, Seré, tutt'appost

 Annuisco ad Alessia, che già ha preso il pallone tra le mani, come se volesse battere lei la punizione per mettere un cross lunghissimo in area.

 «Lasciala!» le grida Prisca, che poi le indica la bandierina del calcio d'angolo, quella dove lo batteremmo noi. Significa che deve andare avanti. La punizione infatti è affidata al sinistro di Carlotta, che invece di lanciare lungo, come le neozelandesi si aspettavano, la passa quasi in orizzontale alla Mari, lasciata libera dalle attaccanti con la maglia bianca.

 E la nostra regista lancia di prima verso Alessia, che si è liberata dalla marcatura della Kelly, che aveva di fronte. Con una finta prova a saltare la Smith, ma il terzino non la perde d'occhio e la fa indietreggiare di un passo. Corro verso di lei, così la Ryan è costretta a inseguirmi, a meno di non permettere ad Alessia di servirmi all'ingresso dell'area.

 La mia compagna di nazionale si ferma, e dà un'occhiata a come siamo messe. Mi volto e mi accorgo che Marta è marcata stretta dalla Cox, ma Livia sta arrivando.

 Cerco di liberarmi della Ryan, anche se non è semplice: sembra quasi una sfida tra me e lei per questa zona del centrocampo.

 «Vai dentro!» mi grida Prisca. So che sta parlando con me, perché per le altre userebbe un soprannome astruso dei suoi.

 Giro alle spalle della Ryan, ed entro in area di rigore.

 Ma il pallone non passa, perché una delle neozelandesi lo intercetta e riparte. Fermo la corsa e torno indietro, verso la nostra metà campo.

 Sento il fiatone e le gambe che iniziano a pesare… per fortuna, però Elena riesce a recuperare la palla e la prima cosa che fa è passarla a Marisa, che va da Giada, che sta sgaloppando sulla destra.

 Federica, che l'aveva quasi sostituita in difesa nel momento dell'attacco delle nostre avversarie, inizia a correre; ma io sono già dalle parti dei loro difensori. Sono stata una lumaca in ripiegamento.

 «Alla Sere, alla Sere!» urla la zia. Il terzino della Fiorentina non può non sentirla, è solo a qualche metro da lei.

 Il pallone mi arriva preciso sul petto e lo metto a terra. Scorgo Prisca con la coda dell'occhio, e so dove sta per andare, perché ho visto anche io un buco tra le maglie bianche. Gliela passo rasoterra e lei la tocca quanto basterebbe per metterla in porta.

 Ma il portiere della Nuova Zelanda si stende e riesce a deviare con la punta delle dita.

 Alzo il pollice verso Giada, per dirle che andava bene, ma sento l'imprecazione rabbiosa di Prisca per un altro tiro che non è finito come voleva lei.

 La vedo prendere il pallone e andare dritta alla lunetta del calcio d'angolo. Elena e Carlotta salgono, ma alcune delle neozelandesi sembrano ferme.

 Mi volto e vedo una delle ragazze in maglia bianca distesa a terra, con Marisa che le dà una mano con i crampi. Do un'occhiata al tabellone: tra una cosa e l'altra siamo quasi al quarantesimo e ancora non ci sono stati cambi.

 Come non detto: nella zona del quarto uomo vedo Simona e i suoi capelli blu, che la rendono inconfondibile. Lo speaker dello stadio annuncia che è Marta a uscire per far entrare la centravanti dell'Inter.

 Mi passa davanti, ma la fermo per abbracciarla: se stiamo sull'uno a uno contro queste qui, è merito del suo gol.

 «Grande Colachins» le dico soltanto.

 Lei sorride, ma non dice niente e va fino dal quarto uomo.

 «Villa! Villa! Sei stanca?"»

 La voce della zia mi trapassa i timpani. Faccio segno che posso ancora continuare, e lei continua a chiedere la stessa cosa alle altre, mentre nel frattempo anche la White fa uscire la Ryan per la Taylor.

 Mi avvicino all'area di rigore neozelandese, pronta a intercettare se dovessero ripartire. Il pallone di Prisca passa di un soffio sulla testa di Elena, ma un difensore la rimette in angolo.

 «Serena!» urla la zia, mentre la Nuova Zelanda fa un altro cambio. Mi volto e vedo l'allenatrice paonazza in viso, tra il caldo e il fatto che sta gridando da quasi novanta minuti. «Battilo tu!»

 Non annuisco nemmeno, ma corro verso la bandierina, dove Prisca stava sistemando la palla.

 «Lascia» le dico soltanto. Lei annuisce, forse avrà sentito le indicazioni.

 Do un'occhiata veloce al centro dell'area, prima di prepararmi a battere l'angolo. Sono tutte marcate, ma Simona è lasciata in disparte, forse non si sono ancora accordate su chi deve marcarla. E a Marta chi ci pensava?

 Infatti la Martin va subito a prenderla. Niente, non posso metterla su Simona.

 Prendo la rincorsa e colpisco il pallone con l'interno destro. L'impatto è forte, ho messo tutta la forza che avevo: non volevo metterla precisa, ma forte. Volevo che quella palla corresse.

 E corre, fino a finire sulla fronte di Carlotta, che salta di qualche centimetro sull'avversaria. Completamente immobile, guardo il suo colpo di testa entrare in rete… sono pietrificata.

 Due a uno! Siamo due a uno!

 «Eddaje!» grida la voce di Prisca, che riconoscerei fra milioni.

 «Gol dell'Italia! Carlotta…»

 «Tor-ri-si!» sillaba lo stadio. E giù altre tre volte, come prima avevano fatto per Marta.

 Insieme alla mia migliore amica raggiungo le altre, che stanno esultando sulla pista di atletica, intorno al campo. Appena Carlotta mi vede, mi scuote con veemenza.

 Non so cosa mi dice, sento delle braccia intorno a noi, ma non capisco molto. Ritrovarsi al centro di un'esultanza è come essere ubriachi. Ma più bello: ubriachi di felicità.

 Torniamo sul rettangolo di gioco e riprendiamo il nostro posto, ognuna al fianco di un'altra maglia azzurra. Prima che si possa riprendere, la zia fa uscire Federica, oggettivamente stanca, ed entra Eleonora, che si va a mettere davanti a Livia, sull'esterno a destra. Dove prima era la Spine.

 La Nuova Zelanda dà di nuovo il via alle azioni, e si riversano un’altra volta in attacco. Ma noi siamo schierate bene e, anche se iniziamo a sentire la fatica di una partita che abbiamo giocato a mille, non siamo disposte a mollare niente.
Ormai siamo già durante il recupero, non manca molto.

 Livia intercetta un filtrante della Harris, la passa a Marisa. Le chiamo la palla e lei me la mette precisa sulla corsa. Supero la Lewis e la Smith, che mi stavano marcando e scorgo Prisca con la coda dell'occhio. È sola o quasi davanti a Emily Jones.

 Il mio assist la raggiunge e lei fa un banalissimo pallonetto, che però mette fuori gioco il loro portiere, che non ci arriva. La Cox prova a fare qualcosa, ma non ne ha il tempo.

 Scoppio a ridere nel vedere la mia migliore amica che si porta la mano destra al petto, battendola sullo stemma. Alessia corre da lei, quasi travolgendola, ma ci pensano Giada ed Eleonora a buttarla sull'erba.

«PRISCAAAA»

«PA-RI-NO!»

Si rialzano tutte in piedi, con Federica, arrivata dalla panchina, che svuota una bottiglietta  d’acqua sulla testa di Giada.
Prisca mi si avvicina, mentre torniamo verso il centro del campo. Mi dà una pacca sulla spalla e indica l’arbitro con un cenno del capo. Ha il fischietto in bocca.

È finita.

«E menomale che neanche dovevi giocare!» mi prende in giro il numero dieci. «Un assist a me e uno a Carlotta!»

Sorrido, inebetita, guardando Elena esultare lontano da noi, sotto la tribuna dove ci sono alcuni dei parenti. Chissà se Prisca ci sta pensando, a quel provino di tanti anni fa. Chissà se anche lei sta pensando a tutta la strada che abbiamo fatto insieme per essere qui.

Sento qualche coro provenire da più angoli dello stadio, con le tifose organizzate che seguono la nazionale in tutte le partite, anche nelle trasferte all’estero.

Se è l’inizio di un sogno, non svegliateci.

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Capitolo 4
*** 4. "Tu cosa faresti?" ***


 Mi butto sul letto. Per fortuna ho già fatto la doccia negli spogliatoi a fine partita, ma tra una cosa e l'altra è mezzanotte passata e sono distrutta. In realtà ho un ottimo motivo per rimanere sveglia, ma devo aspettare che Bice lasci la nostra camera. Spero che faccia come tutti gli altri giorni, che vada da qualcuno con cui ha una mezza tresca e che mi lasci sola. Anche se è tardi e lui domani ha la partita, ho bisogno di vedere Lorenzo.

 Devo capire se siamo ancora al sicuro… già durante il ritiro a Coverciano gli allenatori di entrambe le squadre erano stati abbastanza chiari sulle situazioni intime. Penso che se scoprissero di noi due, passeremmo dei guai grossi quanto il Bernabeu.

 Bice disfa il letto, come per fingere di averci dormito. Poi si mette in ascolto, con le orecchie tese dietro la porta, aspettando che i suoni nel corridoio si affievoliscano, il modo da avere il via libera per la sua avventura notturna.

 «Sere, a domani» mi dice soltanto, con un sorriso.

 In risposta, annuisco. Spero che, chiunque sia il tipo da cui va, sia uno a posto e che lei non ci rimanga troppo male. Sentendo in giro, qui nascono e muoiono molte avventure…

 Lei esce, e io resto sola. Mando un messaggio a Lorenzo e poi mi sdraio sul letto a pancia in su, ripensando alla partita.

 Sento ancora l'adrenalina scorrermi nelle vene. È stato magico, meraviglioso, spettacolare. Uno stadio pieno di gente, una partita tosta, ma che alla fine abbiamo portato a casa… E i miei sugli spalti, insieme a mio fratello. Spero che siano stati felici di vedermi giocare così: sono certa di aver fatto una buona partita.

 Il mio telefono vibra sulla coperta. Una sola parola.

 "Arrivo."

 È davvero triste riuscire a vederci solo di notte, soprattutto perché la nostra storia va avanti già da qualche mese, mentre chiunque penserebbe che si tratta solo di qualcosa di passeggero.

 Altro messaggio.

 "Aprimi."

 Lui è dietro la porta, e mi guarda con un sorriso innamorato e con gli occhi che brillano di felicità. Mi trattengo dall'abbracciarlo solo perché non possiamo correre alcun rischio, e lo faccio entrare in fretta.

 Lorenzo mi stringe a sé e anche io lo abbraccio. Mi lascia un bacio dolce sui capelli e ringrazio Iddio di averli lavati prima. Sarebbe stato imbarazzante con il sudore sulla testa.

 «Ho paura che ci scoprano» gli dico, non appena mi allontano da lui, che però tiene le mani ben piantate tra la mia schiena e il... fondo.

 «Ti preoccupi troppo, Sere. Siamo stati attenti finora, e continueremo ad esserlo.»

 Mi sorride, rassicurante, e io mi appoggio di nuovo a lui. Sento il suo profumo, il suo battito del cuore, il suo respiro.

 Gli racconto di stamattina, del tuffatore che ha notato una complicità tra noi…

 Lui non fa che sorridermi, come se tutto dovesse andare bene per forza di cose; come se il contrario non fosse contemplato. Lo odio quando è così positivo.

 «È normale che abbia notato un po' di complicità, su» mi dice. «Eravamo io e C* contro te e Prisca!»

 Annuisco. Non ho intenzione di insistere, so che con lui è inutile.

 «E la partita?»

 «Sei stata grande!» esclama a bassa voce. «Anche se ho pensato che ti volessi portare via uno stinco della Ryan, a un certo punto...»

 Scoppio a ridere, cercando di non fare rumore. E anche lui ridacchia insieme a me.

 «Ti dispiace se mi metto il pigiama?» Voglio stare comoda e sdraiarmi. Ma so cosa mi sta per dire.

 «Puoi anche toglierti i vestiti e non indossare niente» commenta, con un sorriso che ormai ho imparato a conoscere. Che gran paraculo.

 «No, Lori, non se ne parla. Tu domani giochi e non voglio che faccia uno schifo per colpa mia.»

 Mi allungo sul letto per togliere il pigiama da sotto il cuscino, mentre lui mi risponde.

 «D'accordo, amore, d'accordo. Ma voglio lo stesso lo spogliarello!»

 Istintivamente, gli lancio contro il cuscino, mentre Lorenzo continua a ridacchiare.

 «Deficiente» gli dico, a metà tra il serio e il faceto. Mi cambio e mi sdraio sul letto. Anche lui è in pigiama, e si sdraia al mio fianco. Mi sistemo accoccolata sul mio ragazzo, che mi abbraccia.

 «Sarebbe bello stare così tutte le sere» dice Lorenzo a un tratto.

 Sorrido. Sì, sarebbe bello, ma ci sono tante cose da considerare…

 Non dico nulla, lasciandomi sfuggire un sospiro.

 «Ci stai ancora pensando, vero?» mi chiede lui. Annuisco. Certo che ci sto pensando, eccome se ci sto pensando.

 «Marta dice che la loro allenatrice mi vorrebbe alla Juve… non ti dico che ci voglio andare, ma sarebbe un bel salto di carriera. Io voglio vincere e con loro posso farlo. Anche se perdere in Champions mi seccherebbe parecchio…»

 «Se ti cercasse il Barcellona? O il Lione? O il Psg? O…»

 «Amò, non lo so. Dovrei valutare tutto. E anche l'idea di andare a essere una delle tante non mi piace…»

 «Cazzo, Seré, 'nte piace gnente

 Eh, ha ragione. Non so spiegarlo, ma io voglio sentirmi protagonista di una squadra che vince. Magari della mia squadra… anche se temo che loro non mi cercheranno mai. Figurati se chiamerebbero proprio me.

«Prima Alessia ha detto che c’erano degli osservatori dalla Francia. Non so chi lo abbia detto a lei… Boh, io neanche dovevo giocare. Magari erano lì per Prisca.»

Sospiro. Non so che senso abbia parlarne. Sono solo parole, solo tanto fumo e ancora nessuna possibilità che ci si è presentata su carta. Anche se so benissimo che la Juve mi tiene d’occhio, nessuno mi ha contattata. Forse hanno detto alle ragazze in nazionale di convincermi ad accettare quando sarà il momento.

«Beh, Prisca è forte, può essere» mormora Lorenzo. «Ma se lei andasse via dalla Roma, tu cosa faresti? Cercheresti di andare insieme a lei?»

«Dipende dalla squadra… Tu cosa faresti?»

«Io penserei prima di tutto a me» mi risponde lui e, nel farlo, mi stringe a sé. «Cioè, se mi presentassero un bel progetto e una buona offerta, anche di soldi, io accetterei.»

«Ma quale progetto?»

«Boh, penso che una squadra che gioca in Champions o che vuole vincere il campionato possa andare bene. E che mi promettano di migliorarmi: magari giocare con qualche campione potrebbe aiutarmi.»

Sospiro. «Boh, Lorè, non lo so. Io vorrei… beh, lo sai cosa vorrei. Vorrei che mi chiamassero loro

Non riesco a dirlo, non potrei mai accettare l’idea di aver sognato troppo a lungo che potesse accadere quando invece non accadrà mai. Perché io me lo sento che non succederà. Figurati se succede.

«Ti ci porto in braccio io, fino in Inghilterra» sorride lui. «Se ti chiamano, tu vai.»

«E… e tu?»

Non posso fare a meno di chiederlo. La nostra storia e la nostra segretezza funzionano finché viviamo nella stessa città: addirittura in due nazioni diverse sarebbe complicato gestire una relazione.

«Io ti amo e ti voglio felice. Se la Juve dovesse chiamare me, però, non ci penserei due volte.»

«Ti pareva!» scoppio a ridere.

Lorenzo posa un dito sulle mie labbra. «Se ci sentono, ci ammazzano!» bisbiglia.

Nelle camere vicine ci sono Simona e Livia da una parte e Marisa e Prisca dall’altra… spero che siano tutte e quattro stanche e che si siano addormentate da un pezzo.

«Dici che potrebbero sentirci?» sussurro, prima di baciare un angolo della sua bocca. Provocarlo mi diverte, anche se in questa situazione potremmo passare dei grossi guai; non so se è proprio per questo che ho la tentazione. Dormire abbracciati quando Bice se ne va in giro è piacevole, ma non è la stessa cosa. E lo sa perfettamente anche lui.

«Sì, amore, potrebbero. Già è una fortuna che Cristian si faccia gli affari suoi…»

«Magari pensa che tu stia soltanto in giro a spassartela» commento, amaramente. Lorenzo è un bel ragazzo e ha davvero ammiratrici ovunque vada. Ho visto la fila di ragazzine che vogliono fare la foto con lui, quando capita che si fermi dopo gli allenamenti. Non dimenticherò mai quando ero con lui, Prisca e un altro ragazzo della Roma e una gli fa: «Ma tu ce l’hai la ragazza?»

Ricordo di aver sentito le mie orecchie andare a fuoco e di aver ringraziato i capelli sciolti che le coprivano. Non so come sia stato possibile, ma Prisca non si è accorta di niente; altrimenti le prese in giro sarebbero continuate fino alla fine dei tempi. Avrebbe capito che io ero interessata a lui e, anche se non era tutta la verità, mi avrebbe lo stesso messa in imbarazzo…


***


Mi risveglio con la spalla intorpidita, appoggiata come sono stata tutta la notte su Lorenzo. Mi sono addormentata senza neanche accorgermene.

 Lo scuoto appena, nel momento esatto in cui il mio telefono vibra per la sveglia. È ancora presto, se lui esce di qui non rischia di essere visto.

 Apre gli occhi e mi sbadiglia in faccia.

 «È già ora?» mi chiede soltanto.

 Annuisco. Sì, sono già le sei e mezza.

 Mi alzo dal letto, quasi spingendolo giù, e vado ad aprire la porta per controllare se la via è libera. Il corridoio è deserto.

 Lorenzo se ne va, sorridendomi. Si trattiene dal baciarmi solo perché la prudenza non è mai troppa, ne sono consapevole. Lo guardo arrivare in fondo e poi girare verso le camere dei ragazzi.

 Sospiro. Prima o poi ci scopriranno, ne sono certa; ma forse ne vale la pena, anche se il più delle volte non facciamo niente.

 Rientro in camera e mi siedo sul letto. Il mio telefono vibra proprio in questo istante. Chi è il folle già sveglio a quest'ora?

 Prisca.

 "Ti devo parlare. Andiamo insieme a colazione?"

 "Cinque minuti. Tacci tua, mi hai svegliata…" le rispondo, aggiungendo una faccina annoiata.

 E ora che ha da dirmi?

 Non mi resta che darmi una sciacquata al viso, cambiarmi e incontrarmi con lei qui fuori.

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Capitolo 5
*** 5. Tra favole e litigi ***


 

Prisca se ne sta in silenzio, mentre beve il suo solito cappuccino scuro. Non ha ancora spiccicato una parola, anche se ormai siamo qui da diversi minuti. I tavoli intorno a noi si stanno riempiendo: non è più tanto presto, anche se la squadra è rientrata tardi e noi due nello specifico abbiamo fatto le ore piccole.

Come sempre, sorseggio un po' del mio cappuccino, mentre lei gira il cucchiaino nella tazza. Mi sembra nervosa.

«Senti, Seré, non so come dirtelo» esordisce. Neanche mi ha dato il buongiorno quando ci siamo viste. Parla ora per la prima volta e mi sembra che stia per far scoppiare una bomba.

«A parole tue» le rispondo, forse un po' stupidamente.

Lei si guarda intorno, come volendosi accertare che nessuno faccia caso a noi. I tavoli intorno sono poco affollati, qualcuno fa colazione in silenzio, qualcun altro chiacchiera a bassa voce. Solo in un angolo distante da noi sento che qualcuno alza il tono, ma si capisce anche da qui che stanno ridendo e scherzando.

«Ieri c'era davvero qualcuno dalla Francia per guardare la partita» sputa fuori lei. «Alessia aveva ragione.»

«E tu che ne sai?» ribatto io, iniziando a imburrare il mio pane.

«Erano lì per me.»

Il coltello mi cade di mano e finisce sul pavimento, rimbombando. So che qualcuno si sta voltando verso di noi, ma non mi interessa. Prisca si è portata le mani al viso, come nascondendosi.

«Sei sicura?» le chiedo. Potrebbe essersi sbagliata Alessia, potremmo esserci sbagliate tutte… d'altra parte nessuna di noi conosce ogni singolo personaggio del nostro mondo, soprattutto quelli che si occupano delle trattative.

«Serena, ti è caduto questo» mi fa un ragazzo dalle braccia muscolose. Solo in un secondo tempo mi ricordo che si tratta di Rodolfo Pianesi, un ginnasta. E ricordo anche il commento di Prisca sul suo conto: "Un figo della Madonna con un nome brutto quanto la fame."

«Grazie, ma mi sa che dovrò prenderne un altro» gli rispondo con un sorriso, cercando di essere cortese.

«Tranquilla, ci penso io… rischi di far cadere anche l'altro, addormentata come sei!»

Scoppio a ridere, un po' per la sua considerazione, un po' per il nervosismo che sento ribollire dentro di me.

Rodolfo si allontana e io guardo Prisca, che si toglie le mani dal volto.

«Ecco, magari non incazzarti» mi dice.

«Io non mi incazzo, ma tu devi dirmi le cose come stanno.»

La mia voce è fredda, molto diversa da come lo è stata poco fa con il ginnasta. Ma con Prisca ho quel tipo di rapporto che permette tutto a entrambe.

«Lo sto facendo. Mi hanno chiesto loro di tenere il silenzio.»

«Prì, ndì stronzate. Nun sei capace a tené i segreti.»

«Per questo è stato difficile e per questo mi sento una merda.»

«Un po' lo sei.»

Le parole escono dalle mie labbra prima che riesca a fermarle. Forse dovrei connettere bocca e cervello prima di parlare, perché ora mi sento rossa quanto un pomodoro. Anzi, forse al confronto un pomodoro è pallido.

Ma lei sembra non aver sentito, anzi: prende il telefono e apre qualche app.

«Ecco qui.»

La voce di Rodolfo mi scuote appena. Lui mi sta porgendo un coltello pulito per il mio burro.

Lo ringrazio e lui se ne torna al tavolo dove aveva lasciato la sua colazione. Avrei apprezzato la sua gentilezza con più riconoscenza, se non fossi imbufalita con la mia migliore amica.

«Se ne è andato?» chiede Prisca, come se io non avessi emesso un suono.

«Sì» le rispondo.

«Bene, magari ora stai zitta e mi stai a sentire.»

Annuisco, anche se di malavoglia. Ma almeno lei non si è offesa.

Punta i suoi occhi azzurri su di me, seria.

«Mi hanno contattata a giugno. Sono settimane che sto prendendo tempo, perché io lo so, come lo sai benissimo anche tu, che nessuna di noi due rimarrà alla Roma per una stagione in più. E io voglio prima sapere che tu abbia una squadra di ottimo livello, perché altrimenti io pongo come unica condizione che tu venga con me.»

«Io non voglio essere raccomandata» ribatto. Certo che non vorrei allontanarmi da lei, certo che mi piacerebbe essere in una grande squadra insieme a lei… ma non in questo modo. «Non è neanche detto che poi lì ci troveremmo entrambe bene. A Roma io sono a casa, potrei anche rimanere un altro anno.»

«Ma nun dì cazzate, a tte basta solo ch’a Juve faccia davero quaa telefonata e piji il primo aereo pe' Caselle.»

In realtà quell'aereo lo prenderei volentieri per un'altra destinazione. E lei lo sa benissimo: anche se il loro interesse mi lusinga, il mio sogno è altrove.

Il mio sogno. Per quanto ho intenzione di limitarmi a sognare e basta, senza provare a raggiungerlo?

Scrollo le spalle. In più ho il pensiero di Lorenzo, che lei non ha… ma come le posso spiegare anche questo?

«Non è così semplice.»

Prisca si butta sul sedile. Sta trattenendo un'imprecazione, lo so.

«Certo, Seré, non è semplice. Per te niente è semplice. Ma ora stammi a sentire.»

Addento il pane con la marmellata e le faccio un cenno per dirle che la sto ascoltando.

«Sono abbastanza sicura che sono arrabbiati con me, perché ancora non ho dato una risposta.»

«Ma che squadra è?» le chiedo. Anche se temo di sapere già la risposta.

«Lione» sussurra lei.

Sospiro. Lione. Una delle squadre più importanti d'Europa – o forse la più prestigiosa in assoluto del continente – la sta cercando e lei non risponde subito di sì. Avranno pensato che è matta.

«E la Roma che ha detto?»

Lei butta fuori un grosso respiro. «Hanno ricevuto un'offerta bella pesante… ma se voglio rimanere, loro hanno tutti gli interessi a tenermi, visto quanto sono importante. Anche se sanno già come sostituirmi… dovrei solo dire di sì e andare, almeno secondo loro.»

«Vai, Prì

Mi fa male il cuore a dirlo, ma è giusto che lei vada all'OL. È giusto che lei abbia l'occasione di giocare grandi partite. È sempre stata molto più forte delle altre, ma non è mai voluta andare via dalla Roma.

Perché c'ero io.

«Se devi stare a pensare a me, butti il tuo tempo» continuo. «Devi pensare a te e a quello che è giusto per la tua carriera. Io ci sono e ci sarò sempre… ma possiamo pensarci quando avremo smesso, no?»

Lei sorride. «Sere, io… non voglio che ci perdiamo di vista. Non voglio che con te succeda quello che è successo con altre ex compagne di squadra, che sento solo per gli auguri di Natale o del compleanno.»

«Non succederà. Non sei solo una compagna di squadra.»

Una morsa mi stringe il cuore. È la mia migliore amica da una vita… e io non le ho detto di Lorenzo.

E le ho dato della merda, poco fa. Forse lo sono più io di lei.

«Oh, raga!» esclama la voce di Simona alle mi spalle. Sul vassoio della colazione ha un giornale ancora intonso.

Solleva il quotidiano, su cui campeggia il titolo: "Azzurre da favola".

In primo piano c'è una foto della nostra esultanza al gol di Carlotta, proprio nel momento in cui le ho raggiunte.

«Dove lo hai preso?» le chiede Prisca.

«Alla hall sono pieni!» ride Marisa, arrivata qui insieme alla punta interista.

«Dai, leggi!» dico io, curiosa di cosa ci sia scritto.

Le ragazze prendono posto, Simona spiega il giornale e legge il sottotitolo: «Il sogno olimpico inizia con le Sorelle d'Italia

«Dài qui, tu fai colazione» la incita Prisca.

Lei le passa il quotidiano con un sorriso, e gira il cucchiaino nel suo cappuccino.

«Volevano partire con il piede giusto, ma si è già trattato di un piccolo trionfo» inizia a leggere il numero dieci della Roma e della nazionale. «Dopo una partita sofferta e contro un avversario più qualificato e, sulla carta, molto temibile, le Figlie d'Italia…»

Trattengo una risata con uno sbuffo. Giornalista e titolista non si sono neanche messi d'accordo su come chiamarci!

«... hanno fatto una vera e propria impresa. Se durante il riscaldamento l'infortunio di Bastioni aveva complicato i piani di coach Rondelli, la grinta e i mille polmoni di Villa non ne hanno fatto sentire la mancanza. La centrocampista romana, infatti, si è resa protagonista del match, con ben due assist, e tanta qualità…»

«Non ho capito, ho i polmoni o la qualità?» esclamo. Ma sento il mio viso andare a fuoco. Ho già letto degli articoli sul mio conto, questa non è certo la prima volta… però sentire da altri che io sono stata "protagonista" della partita mi riempie di orgoglio.

«Tutti e due!» ride Marisa.

«Vai alle pagelle, vediamo che dicono!» incita Simona. Con uno sbuffo allontana un ciuffo blu dal viso e addenta il suo cornetto con la crema, mentre Prisca volta la pagina del giornale.

«Legati: sei e mezzo. Nulla poteva il nostro portiere sulla deviazione decisiva di Torrisi. Nelle altre occasioni ha sempre risposto presente. Allasio: sette e mezzo. Il terzino dai polmoni d'acciaio è letteralmente ovunque, sulla corsia di destra. Difende con ordine e attacca con i tempi giusti. Macis: sei…

«Su di voi che dice?» insiste Simona, con un gran sorriso.

Prisca scorre l'articolo con lo sguardo. «Cicero. La torinese è ormai una garanzia. Non ha bisogno di guardare le compagne per sapere dove sono piazzate: la palla finisce sempre precisa sui loro piedi

«"Sono Marisa Cicero, ma potete chiamarmi Andrea Pirlo!"» scherza Simona, strappando una risata a tutte e tre.

«Mi manca qualche trofeo per essere come lui!» esclama la Mari, continuando a ridere.

«Come lui chi?» chiedono da un tavolo vicino.

Simona saluta il ragazzo dalle spalle larghe che ha fatto la domanda. «Buongiorno, Giù

Lui ricambia con un cenno.

«Qui il tipo che ha fatto le pagelle ha detto che lei» e Simona indica Marisa «è come Pirlo, in sostanza!»

«Beh, se vincete, il paragone ci può stare!» esclama quello.

«Mi manca tipo qualche Champion's League» commenta la regista della Juve. «E anche qualche scudetto… lui ne ha vinti parecchi.»

«Dai, Prisca, continua!» esclama ancora l'attaccante dell'Inter.

«Allora… Villa: otto. Non prevista nello schieramento iniziale, la centrocampista fa subito valere le sue ragioni, mordendo più di una volta le caviglie della Ryan. Sempre presente in fase di attacco, utile anche in difesa.»

Strabuzzo gli occhi. «Utile in difesa? Ma che si sono bevuti?»

«Hanno ingigantito un po', ma ci sta» fa Prisca, ammiccando. «Non dovevi giocare e hai fatto una buona partita.»

«Sì, infatti» concorda Simona.

«Poi, poi, poi…» riprende la mia migliore amica. «Ah, ecco. Parino: otto. Un primo tempo giocato discretamente, da lei ci si aspetta sempre quella scintilla in più. Sempre pericolosa quando tira in porta, ma è riuscita a fare gol solo alla fine. Bene, quindi mi ha dato un bel voto, ma a sentire il giudizio avrei un sei striminzito!»

«Era solo la prima partita, avrai il tempo di fare a tutti il culo a strisce» commenta la Mari.

«E su Marta, che dicono?» chiedo invece io. Dopo la lavata di capo che si è presa dalla zia…

«Colachini: sei e mezzo. Dopo un primo tempo incolore, la juventina sblocca il punteggio. Poteva sfruttare meglio i cross di Leonardi e Allasio. Simpatico.» Prisca poggia il giornale facendo una smorfia di disappunto.

«Io sono senza voto, vero?» le chiede Simona, prima di finire di bere il suo cappuccino.

«Sì, dice che sei entrata quando la partita era già decisa» sbuffa Prisca. «Spero che Colachins non legga questa merda.»

«Eh, però un po' ha ragione…» sussurra Marisa, prima di guardarsi intorno. Anche se non si fa mai nessun problema nel parlare degli altri, appare indelicato anche a lei che Marta ci ascolti.

«Ma è bastata la ramanzina della zia, no?» chiedo io, scrollando le spalle. Il problema della centravanti è sempre stato quello di lasciarsi abbattere un po' troppo dal giudizio altrui. Anche nelle under della nazionale era così.

«In teoria sì, è bastata… ma conosci Marta» dice Prisca. «Lo sai che si butta giù con un nulla.»

«Oh.»

Simona accenna con la testa all’ingresso della mensa. Prisca e Marisa si voltano in quella direzione, io devo solo allungare un po’ il collo.

Marta sta entrando ora, chiacchierando con il tipo di ieri mattina e con un ragazzetto con la testa rasata a zero. Poverino, sicuro è una matricola… negli sport acquatici gliene fanno fare davvero di tutti i colori.

«Come si chiama lui?» chiedo, per stemperare la tensione.

«Andrea Comini» risponde prontamente Prisca. Non dimentica mai un nome, né una faccia; a meno che non sia ancora intontita dal sonno, come ieri quando non si ricordava di chi fosse quel ragazzo…

«Perché, chi è?» si impiccia subito la Mari.

«Un tuffatore, simpatico» le dico prima che Prisca possa combinare un danno dei suoi. Conosce benissimo la Mari, lo sa che se lei sa un pettegolezzo, questo si diffonderà alla velocità della luce…

«Nascondiamo il giornale?» chiede Simona.

Scuoto la testa. «Sarebbe da ipocriti. Preferisco che lo sappia da noi, piuttosto che scopra da sola che non glielo abbiamo mostrato.»

L’attaccante dell’Inter si volta. Alle nostre spalle ci sono Elena, Carlotta e Livia che fanno colazione in silenzio.

«Oh, raga, potete far vedere questo a Marta?» dice Simona. «Il giornalista è stato un po’ stronzo con lei, mentre invece ha elogiato tutte quante…»

«Da’ qua» le fa Elena, con la sicurezza che le è propria in campo e fuori. «Gliene parlo io.»

Noi la ringraziamo.

«Comunque io un’altra copia alla reception me la frego» commenta Prisca. «E mi tengo i ritagli.»

Scambia uno sguardo con me e io le sorrido. Sappiamo entrambe che la nostra discussione ancora non è finita, ma per il momento sotterriamo l’ascia di guerra. Siamo qui per vivere una favola, proprio come dice quell’articolo. Non mettiamo in mezzo le stronzate che vengono da fuori.

 

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Capitolo 6
*** 6. "Non voglio distrazioni!" ***


 

Mi siedo su un pallone mezzo sgonfio, mentre anche le altre si sistemano sul prato verde del campo di allenamento. La zia scambia da lontano qualche parola con Alessio, del suo staff, a qualche metro di distanza da noi. Ha detto che ci vuole parlare prima che andiamo a farci la doccia negli spogliatoi.

«Secondo te che vuole?» mi chiede Prisca.

Sospiro. La mia paura, la mia vera paura, è che abbia scoperto di me e Lorenzo e che voglia sputtanarmi davanti al resto della squadra. Ma questo va a cozzare con il clima che c'è tra di noi: nessuna vorrebbe vedere una delle altre messa alla gogna. Neanche se gli allenatori sono stati categorici nel vietarci il sesso.

E se invece avesse scoperto di Bice? Sono la sua compagna di stanza, non me lo perdonerei mai… Non tanto perché ci andrei di mezzo anche io per non aver detto nulla, ma più perché mi dispiacerebbe per lei.

«Ma che ne so» rispondo a Prisca.

«Per me è solo per la partita di ieri» si inserisce Marisa. «Un discorso alla squadra ora ci sta.»

Annuisco: sì, ci sta.

La zia si avvicina a noi, proprio quando anche Elena e Federica si sono sedute, a gambe incrociate, nel cerchio che abbiamo formato e in mezzo a cui l'allenatrice si mette a camminare.

Con uno sguardo ci intima di fare silenzio e noi tacciamo. Scorgo Simona sorridere insieme a Livia… perché io mi sento tesa e loro sono rilassate?

«Ieri,» inizia la coach, «avete fatto tutte una grande partita. Lo sappiamo, contro la Nuova Zelanda non era per niente facile, ma anche se ora abbiamo una squadra che gli altri danno come già eliminata, noi non possiamo sottovalutarla, perché anche loro sono venute qui, come lo siamo tutte, per fare una bella figura e per mostrare quanto valgono. Sarà sicuramente una partita intensa, perché loro, oltre ad alcune giocatrici di qualità, puntano tutto sull'intensità: cercheranno di farci correre per tutti i novanta minuti, anche inutilmente. Quello che dobbiamo fare è avere noi la gara in mano, intesi?»

Mormorii di assenso, tra cui anche il mio. Vuole solo caricarci in vista di sabato? Mi va benissimo.

«Quello che dobbiamo fare sarà metterla tutta sul palleggio e cercare di non fargli mai vedere la palla. Se le sfianchiamo nel primo tempo, nel secondo possiamo provare ad attaccarle con più facilità. Va bene?»

Altri mormorii, questa volta più entusiasti.

«Ma quindi chi gioca?» chiede Elena. La ringrazio della domanda, solleva tutte noi dal doverla porre.

«Questo lo deciderò sabato mattina» risponde la zia. Continua a camminare intorno, guardando a turno i volti di tutte quante.

Quando arriva a me, mi si gela il sangue nelle vene. Lo sa, io me lo sento che lo sa.

«Quello che più conta è che questa competizione vi metterà sotto gli occhi del mondo. Ci saranno distrazioni esterne» dice e, nel farlo, guarda me.

Ma che vuole da me, adesso? Nessuna squadra mi ha cercata! Finirò davvero come ho detto prima a Prisca, rimarrò alla Roma anche quest'anno…

«Io non voglio che quello che succede fuori dal villaggio olimpico diventi un problema per il vostro rendimento. Se vi vedrò con la testa per aria o poco concentrate in allenamento, andrete in panchina. Capito, Torrisi?»

Strabuzzo gli occhi in direzione di Carlotta. Che ha fatto? A me sembra che si sia allenata come sempre… inoltre era un defaticante!

Lei prova a dire qualcosa, ma viene azzittita da uno sguardo della zia.

«Fai un altro allenamento come quello di oggi e non vedi il campo alla prossima. Ci siamo capite?»

Atterrita, mi volto verso Prisca, che sta giocherellando con un filo d'erba, come se non fosse minimamente toccata dalle parole della coach. Ma io so la verità: lei ha un grosso motivo per essere distratta. Per fortuna, però, so anche altrettanto bene che lei riesce a tenere fuori da qui tutti i pensieri per concentrarsi esclusivamente su quello che deve fare. Si focalizza sui movimenti, sul posizionamento delle compagne di squadra e delle avversarie, in modo che il resto, tutto il resto, non possa entrare.

La sua amatoriale pratica zen ha sempre funzionato, forse dovrei adottarla anche io…

«L'Arsenal e il Bayern hanno iniziato una specie di asta. E ci si è messo in mezzo anche il Barcellona…» sussurra Marisa al mio orecchio. Sa sempre tutto.

Questo spiegherebbe perché potrebbe non essere concentrata… ma Carlotta a me è sembrata concentratissima per tutto l'allenamento!

«Sarà così per tutte?» chiedo alla juventina, che scrolla le spalle.

«Io non mi muovo da dove sono» biascico soltanto. «Non so le altre.

Questa Olimpiade è una nuova grande vetrina, soprattutto per i club, che magari vogliono che i prezzi si alzino… Ma non siamo tutte disposte a cambiare squadra. La Mari è solo una di queste, ma credo che neanche Elena, Marta o Giada abbiano la minima intenzione di andarsene.

«E questo vale per tutte!» riprende la zia, alzando la voce. «Ora perché è capitato a Carlotta, ma è un discorso che faccio a tutte. Non voglio distrazioni: questa sarà anche una bella avventura, ma voglio vedere che date tutto quello che avete e anche quello che non avete! Siamo intesi?»

«Sì.»

«Certo.»

«Sì…»

Le ragazze guardano un po' ovunque: le più temerarie direttamente l'allenatrice; ovviamente lo fa Elena, ma anche Simona… e Prisca.

Prisca, che è quella che ha il coraggio addirittura di prendere tempo con il Lione, mentre qualsiasi calciatrice non ci avrebbe pensato neanche un minuto prima di firmare il contratto, anche in bianco. È una grande occasione, una di quelle che si aspettano per una vita. E lei temporeggia. Il Quinto Fabio Massimo dell'era moderna.

Solo che Prisca non combatte contro Annibale. Lei, al massimo, dovrà spiegare a quelli dell'OL perché ci sta mettendo così tanto per decidersi ad accettare. Non la vedo per niente semplice… ma a suo rischio e pericolo!

«Dai, ora potete andare» dice la zia, prima di allontanarsi con tutto il suo staff. Rimane solo Patrizia Pirano, responsabile del settore femminile della nazionale. È una donna alta e slanciata, credo che abbia superato i sessantacinque, ma se li porta divinamente. Gli occhi azzurri saettano intorno, mentre lei si avvicina a Carlotta, che si è alzata in piedi, ma che è scura in viso. Le accarezza una spalla, amorevole e poi guarda noialtre.

«Ragazze, se avete bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, anche di un chiarimento, di un confronto… sapete dove trovarmi. Non ne farò parola con Stefania.»

Sorrido. Mi ci vorrebbe proprio un parere esterno… ma potrei fidarmi di lei? Sono davvero sicura che non dirà nulla alla coach? Non lo so, ma forse, e dico forse, vale la pena tentare.

«Ragazze, qui!» ci chiama Elena, facendo un gesto con le mani per richiamarci attorno a lei. Formiamo subito un cerchio stretto, stringendoci le une alle altre. Puzziamo di sudore e il caldo di agosto non aiuta, ma in questo momento è l’ultimo dei pensieri.

«Allora, la zia ha ragione: possiamo distrarci, è normale. Ma non voglio che nessuna di noi abbia di nuovo una lavata di capo davanti alle altre. Mi dispiace che sia successo, Torri.» E guarda Carlotta con lo sguardo dispiaciuto, ma allo stesso tempo di chi sa che la ramanzina era inevitabile. «Quello che noi possiamo fare è cercare di venirci in soccorso a vicenda. Vogliamo passare questo girone o no?»

«E se lo passiamo, ci mettiamo a servire alla mensa!» propone Simona.

Così, dal nulla, completamente a caso. Ma questa ragazza ha idee serie ogni tanto?

«Ci sto!» esclama Prisca. «Che ne dite?»

Le ragazze gridano qualcosa che mischiato assomiglia a dei “sì”. Decido di concordare anche io, tanto non mi cambia nulla. Ed è una scusa come un’altra per fare gruppo, no?

«E poi per i quarti ci inventiamo qualche altra cosa!» dice Giada.

Altre grida di assenso e incoraggiamento reciproco. Siamo davvero un bel gruppo e possiamo fare grandi cose, ne sono certa. Sempre che ai quarti non becchiamo le imbattibili statunitensi, però...

Rientrando negli spogliatoi, mi avvicino a Carlotta.

«Tutto ok?» le chiedo.

«Oh, sì, Sere, sto bene» mi risponde lei, apatica. «Me lo sono meritato, direi.»

«Secondo me no» le dico. «Non ti ho vista allenarti diversamente dagli altri giorni o diversamente dalle altre…»

«Forse siamo un po’ tutte con la testa altrove, oltre a essere gasatissime per ieri sera» sorride Carlotta.

«Cazzo, hai anche fatto un gol… ma che vuole di più?»

«L’hai sentita» risponde lei scrollando le spalle. «Non vuole che cali la concentrazione. Dai, Sere, non me la sono presa così tanto!»

Scoppia a ridere vedendo quanto mi sia preoccupata. Ma lei non sa che al suo posto ci sarei potuta essere io; e nel mio caso le conseguenze sarebbero state ben peggiori di una sgridata davanti al gruppo.

 

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Capitolo 7
*** 7. "Eri con lui?" ***


 

Guardo i ragazzi entrare in campo, nei televisori della mensa. A loro hanno assegnato come stadio quello nuovo della Roma… Non so se esserne invidiosa o meno, visto che, comunque, giocare all'Olimpico è sempre stato tra i miei sogni. Nonostante la pista d'atletica che crea un po' di distacco con i tifosi, è un signor stadio.

Arrotolo gli spaghetti intorno alla forchetta e continuo a mangiare, in silenzio. I giocatori delle due nazionali si schierano in campo.

Lorenzo gioca, figuriamoci se non gioca. Anche se probabilmente il prossimo anno finirà a fare la riserva nella Roma, il suo scorso campionato a Frosinone gli è valso il titolo di capocannoniere di Serie B. A ventidue anni potrebbe essere il suo momento di giocare con i grandi.

Scambio un'occhiata con Prisca, che quasi non si cura della partita, mentre invece tanti altri stanno già guardando gli schermi, in trepidante attesa.

«Figurati se ieri per noi era lo stesso» commenta tra sé e sé.

«In realtà sì» dice un ragazzo seduto al tavolo insieme a noi, Antonio Crialesi. Ci siamo incontrati solo qui, ma di fama lo conoscevo già prima che ci presentassimo. Il suo record italiano sui quattrocento metri è stato un argomento molto interessante per qualche tempo, almeno nel nostro spogliatoio. Ci siamo messe a provare anche noi a correre quella distanza, vedendo quanto riuscivamo a fare… Io avevo fatto un mezzo schifo e Prisca mi ha presa in giro per settimane... «Anzi, forse per voi c'era anche più tifo!»

«Loro devono ancora iniziare, come fai a dire che c'è più tifo?» gli chiedo, perplessa.

«Guarda, c'era Comini che girava per la mensa gridando che avreste vinto quattro a zero! E Salieri prima gli ha dato del deficiente, poi però ha detto che siete forti.»

Sorrido. Fiammetta Salieri. Mi va a genio quella ragazza.

«Sono due casi isolati» insiste Prisca, versandosi da bere. «Con Comini abbiamo parlato giusto ieri mattina.»

Antonio scrolla le spalle, senza essersi offeso. Deve aver capito che con la trequartista c'è ben poco da fare: quando si mette in testa un'idea è difficile fargliela cambiare.

"Perdonala" sillabo in muto. Lui annuisce, ma non dice nulla perché, dopo quello del Senegal, è il momento del nostro inno.

Qualcuno si mette a cantarlo, qualcuno invece fischietta soltanto, altri tengono il ritmo come capita, battendo le mani tra loro o sui tavoli.

La telecamera, come al solito, scorre sui ragazzi in fila, uno accanto all’altro.

Lorenzo è circa a metà e svetta per il suo metro e ottanta abbondante. Vicino a lui io sembro quasi una nanerottola.

L’Italia chiamò, sì!

Il grido nella mensa è quasi assordante, ma io cerco di non farci caso. Sono impensierita, parecchio impensierita dalle parole della zia di questa mattina. Persino durante l’allenamento del pomeriggio continuavo a pensarci, e ogni volta in cui incrociavamo lo sguardo mi vergognavo come una ladra, sapendo che io le sto davvero nascondendo qualcosa.

Saluto gli altri al tavolo e prendo il mio vassoio, che vado a lasciare nel solito posto sul nastro trasportatore. Preferisco guardare la partita da sola, soprattutto visto quello che significa per me.

Esco dalla mensa e mi dirigo spedita verso uno dei salotti del pianterreno, ideati per momenti di convivialità che non fossero legati al cibo. Hanno pensato proprio a tutto, anche all’idea di far unire più persone davanti a uno schermo a emozionarsi per i nostri colori. Per il tricolore e per quell’azzurro “lungo un sogno”, come cantava qualcuno ormai parecchi anni fa.

Mi siedo a un divanetto vuoto, anche se non sono l’unica presente in questa stanza: qualche sedia e un paio di poltrone sono già state prese d’assalto.

Un paio di ragazzine mi chiedono se possono sedersi insieme a me, proprio nel momento in cui l’arbitro dà il via alla partita. Annuisco, senza neanche preoccuparmi di chi siano. Con la coda dell’occhio le individuo come due della ritmica, forse della squadra delle farfalle.

Calcio di punizione per i ragazzi. Qualcuno qui si sbraccia, forse vorrebbero già un giallo… che però per me sarebbe esagerato. Se ieri io sono uscita senza cartellini dopo aver morso le caviglie della Ryan per novanta minuti o quasi, questo non è neanche fallo.

A battere il piazzato va Paolo Musella, un ragazzo che gioca nel Bologna e con cui, nel tempo trascorso a Coverciano per la preparazione, ho instaurato un buon rapporto. Tanto che Marisa ha anche pensato che tra me e lui ci fosse qualcosa… Certo, come no.

L'azione finisce con un nulla di fatto e sbuffo.

«Ah, eri qui.»

A sorprendermi è la voce di Prisca. Non ho neanche bisogno di guardarla per sapere che è lei. In realtà, non ho nessuna intenzione di riprendere a discutere, ma so che il confronto tra noi due non sarà rinviabile ancora a lungo.

La scorgo con la coda dell'occhio mentre si siede sul divanetto.

«Forte, coso, no?»

E mo chi intende con coso…

Scrollo le spalle. Non ho tutta questa intenzione di assecondarla.

«Brini, dico.»

Il cuore mi salta in gola. Lorenzo.

«Quello è proprio bono!» esclama una delle due ragazzine alla mia destra.

Lancio un'occhiata di fuoco alla mia amica, che invece mi sta rivolgendo un sorrisetto.

«Cosa cazzo sai?» mormoro, mentre intorno a noi tirano sospiri di sollievo per un tiro del Senegal finito fuori.

«Ma hai visto pure quello quanto è bono?» commenta una delle ragazzine, accennando a Gabriele Rostagno. Le telecamere si sono soffermate sul portiere azzurro che sistema il pallone per il rinvio dal fondo.

«So che Giulianova mi ha detto che qualche volta Lorenzo sgattaiola fuori dalla camera in piena notte» sussurra Prisca, in modo che le due non possano sentirla. «Non mi sembra il tipo che vada a fare il cascamorto in giro, anche se ogni tanto dà questa impressione. Quindi probabilmente ha una relazione stabile… e l'unica con cui potrebbe averla, qui dentro, sei tu.»

Mi mordicchio il labbro inferiore, proprio mentre il mio ragazzo riceve la palla e la scarica su uno dei centrocampisti. «Scusa. Volevo parlartene, ma sarebbe stato un casino…»

«Lo so, Seré. Per questo non sono incazzata. Ma fai attenzione, eri davvero tanto nervosa stamattina, quando la zia parlava. Sembrava che stessi nascondendo qualcosa.»

Butto fuori un profondo sospiro. «Sto nascondendo qualcosa.»

«È anche per il tuo atteggiamento di stamattina che ho potuto unire i puntini.»

Prisca e la sua passione per la "Settimana enigmistica".

«Dici che se ne è accorta?»

Calcio d’angolo per gli azzurrini. Vedo Paolo andare verso la bandierina, farsi dare il pallone e sistemarlo sulla lunetta.

«Forse sì» mormora il dieci azzurro, ma non la sento. Guardo assorta l’azione, con Cristian Giulianova che fa la sponda ripassando la palla al centro dell’area, dritta sui piedi di Lorenzo che tira in porta, a colpo sicuro, nell’angolino in basso a destra.

«Gol!» esultano intorno a noi, mentre io rimango impietrita.

Le mie labbra si incurvano lentamente. Il primo gol al maschile è del mio ragazzo. E io ieri sera ho fatto una buona partita… Si può dire che abbiamo entrambi iniziato alla grande.

«Se la zia lo scopre, ci ammazza, vero?» sussurro, rivolta alla mia migliore amica.

«Anche Saracchi. Rischiate davvero grosso, soprattutto perché sono stati categorici già a Coverciano. Se vi scoprono, vi si inculano alla grandissima. E lì saranno davvero e solo cazzi vostri.»

«Sei di conforto…»

Prisca scoppia a ridere, mentre il Senegal prova a riversarsi in attacco. «Non devo essere di conforto, devo metterti in guardia. Io non voglio che tu venga cacciata perché stai con un ragazzo.»

«Non è un ragazzo!» ribatto scocciata. Forse ho alzato la voce, perché le due ragazzine mi guardano incuriosite.

Mi fermo un attimo e faccio un profondo respiro. Non devo farmi sfuggire nulla di compromettente davanti ad estranei, non si sa mai.

Cristian Giulianova intercetta di testa un tiro del Senegal, e passa la palla al regista della squadra, Michele Favaro

«È il mio ragazzo» sottolineo indispettita all'orecchio della mia migliore amica. «Non è un'avventura nata qui perché entrambi volevamo… quello

«Da quanto va avanti, Seré

Non sembra arrabbiata, anche se io al suo posto lo sarei eccome. Guardo il cross di un terzino azzurro finire lentamente oltre la linea di fondo campo e le rispondo.

«Da Capodanno. Ti ricordi che il giorno dopo mi hai detto che durante la festa sono sparita?»

Qualcuno alle nostre spalle chiama "Aurora" e "Laura" e le due ragazzine si alzano dal divano, ci salutano e se ne vanno. Ne approfitto per scalare e per far scendere Prisca dal bracciolo, dove si era attrespolata come un gufo.

«Sì, mi ricordo» risponde lei in un soffio. «Eri con lui?»

Annuisco. Ora con lei non posso più nascondere nulla.

Il nostro terzino destro entra un po' ruvido sulle caviglie dell'avversario e si becca un giallo, regalando al Senegal un calcio piazzato sulla trequarti. Immagino che Saracchi nell'intervallo gliene dirà di tutti i colori.

«Avevo bevuto un po’ troppo e stavo aspettando che mi passasse… Non avevo ancora perso il controllo, ma ero molto più scialla, quindi quando lui mi ha vista… Oddio, non so se fosse brillo anche lui… Quella notte ci siamo solo baciati, ma poi quando è arrivato il momento di tornare a casa abbiamo riaccompagnato prima te, poi Luca e… e mi ha chiesto se mi andava di fare colazione insieme.»

Per nostra fortuna il calcio di punizione finisce tra le braccia di Gabriele, che rilancia subito in avanti per Lorenzo, già partito in contropiede. Il terzino sinistro, Federico Antifora lo raggiunge e chiama palla. Il mio ragazzo gliela passa e si butta in area, pronto a ricevere anche se i senegalesi si stanno riposizionando con ordine.

Lo scemo la prende in rovesciata, mandandola alta sulla traversa. Un colpo di testa era troppo semplice, Lorè?

L'inquadratura si sposta sui tifosi allo stadio, con le mani tra i capelli. Un bambinetto saltella felice agitando un lecca-lecca.

Beati loro che giocano in un impianto nuovissimo...

«Perché lo state tenendo segreto?»

Dovevo aspettarmi questa domanda. «Per evitare problemi. Non vogliamo chiacchiere sul nostro conto, né da parte di giornalisti idioti che non hanno niente di peggio da fare, né da parte delle sue tifose che lo seguono solo perché è figo… La cosa migliore per noi era non dire nulla neanche ai nostri amici. Inoltre non sappiamo quanto potrebbe essere un problema per le nostre carriere. Oggi siamo insieme e siamo entrambi tesserati per la Roma, domani potremmo essere tutti e due con altre squadre.»

Un paio di giocatori si scontrano per prendere il pallone di testa e rimangono a terra.

«Speriamo che non si sono fatti niente» dice una donna poco distante da noi.

«Ma no, Melly, è solo una botta… tra poco staranno bene» commenta un ragazzo seduto sul pavimento vicino a lei.

«Se ne va anche lui?» mi chiede Prisca a bassa voce.

«Di concreto non c’è niente, perché vuole prima pensare alle Olimpiadi. In realtà anche io… ma è un gran casino.»

Lei sospira, mentre i due giocatori si alzano da terra e si stringono la mano, anche se un po' intontiti. «È normale voler affrontare una cosa alla volta. Anzi, secondo me è da persone mature… Non ce lo facevo, in realtà, mi sembrava uno che prende le cose alla leggera.»

Sorrido. Lo credevo anche io prima di conoscerlo meglio. «No, lui ci pensa parecchio. A volte è persino più riflessivo di me…»

«Non dire cazzate, quello è impossibile!» esclama la mia migliore amica.

Scoppio a ridere. Mi sento meglio ad averne parlato con lei.

«A chicche, ma state qqua!» esclama una voce romana. Sara Nobile, capitano della Roma, ci ha raggiunte e si è messa seduta alla destra di Prisca

«Aò, ma te nun stavi a ggiocà a ccarte co' l'artre?» le chiede il nostro dieci ridendo.

«Ah, sì, ma carcola che Giada ha rosicato parecchio perché io e Colachins abbiamo asfaltato lei e Torrins!»

Soprannomi naif e dove trovarli.

Guardo la partita, ma ormai è già arrivato il momento dell'intervallo. Infatti l'arbitro fischia la fine del primo tempo.

 

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Capitolo 8
*** 8. Nel posto giusto ***


 

Entro nella Sala Conferenze di Casa Italia che sono fresca come un fiore, visto che sono uscita dalla doccia pochi minuti fa. Prisca si è lamentata perché secondo lei ci ho messo più del solito... ma dopo l'allenamento ero lercia, non mi è bastata quella veloce fatta negli spogliatoi, dovevo anche lavarmi i capelli. E con quelli è sempre un problema, visto che ce li ho ricci...

Forse Prisca non ha tutti i torti, ma non potevo mica presentarmi davanti agli altri azzurri conciata in quel modo!

La sala è già gremita, ci sono pochissimi posti vuoti e mi rendo conto che manca ancora parecchia gente. L'aria calda è asfissiante, anche se qualcuno ha pensato bene di aprire le finestre... ma non c'è neanche un soffio di vento.

La mia amica mi guida verso due posti liberi vicini a metà della sala, all'esterno della fila di sedie. Saluto con un cenno i tre ragazzi dell'under ventitré seduti davanti a noi, che si sono voltati nel sentire che qualcuno sta prendendo posto. Tra loro c'è Paolo Musella, il bel ragazzo del Bologna, motivo per cui Prisca accenna un sorrisetto. Ma io non ho troppa voglia di assecondare i gossip stupidi di Marisa, che mi shippa con lui.

«Ecco, ti pareva!» sbuffa una voce alla mia destra.

Mi volto e nel gruppetto appena arrivato intravedo Andrea Comini, il genio che non si ricordava quando saremmo dovuti essere qui. A parlare però stata una ragazza che conosco solo di vista, ma che so perfettamente chi è: Fiammetta Salieri.

«Oh, ciao!» saluta il tuffatore nel vedere me e Prisca. Di sicuro si ricorda quella colazione insieme a noi e Marta!

Ricambiamo il saluto allegramente.

«Fiamma, guarda chi c'è!» dice poi Andrea alla ragazza che stava parlando con Valentina Filippi, una delle campionesse dei tuffi.

«Oh, ma io ti conosco!» esclama lei nel vedermi. «Tu sei Villa!»

«A quanto pare sì, sono io!» le rispondo ridendo.

«Un'altra kantiana... quando a scuola è venuto fuori che sarei andata alle Olimpiadi, Davoli mi ha fatto una testa con te...»

Sbuffo, senza potermi trattenere. Il nostro prof di scienze era davvero un soggetto. «Quello avrà solo gongolato per avere due ex alunne qui. Ero una pippa a scuola... e con lui neanche valeva la pena applicarsi...»

«No, infatti» ride lei. «Non sa neanche in che ruolo giochi, ha detto che sei un difensore!»

Scoppio a ridere. Sì, sarebbe proprio da Davoli un'uscita del genere.

«Quel deficiente si dimentica che anche io ho fatto il Kant» commenta invece Prisca.

Annuisco. Purtroppo quando abbiamo fatto insieme l'iscrizione speravamo di capitare nella stessa classe... e invece siamo finite in due sezioni diverse. Ma almeno ci vedevamo sempre a ricreazione e qualche volta è capitato anche che avessimo ginnastica alla stessa ora!

«Fiammetta, ma ti vuoi sedere?» chiedo. Sono disposta a rimanere in piedi, tanto non mi cambia niente.

«Tranquilla, spero solo che non duri troppo perché qui si muore di caldo!» ridacchia lei.«E chiamami solo Fiamma, lo preferisco.»

«D'accordo!»

Intorno a noi la sala si è andata riempiendo e ci ritroviamo stretti gli uni agli altri. Persino io mi sento soffocata, eppure sono molto più comoda rispetto a chi sta in piedi o chi è in braccio ad altri!

Da una delle porte di fronte a chi è seduto compare Arcadio Fiumani, un uomo dal nome altisonante e dal ruolo prestigioso. Alto, con i capelli grigi e lo sguardo gentile. Più un padre anziano che un presidente del comitato olimpico, almeno a vederlo.

Lui sorride all'indirizzo di qualcuno in prima fila, con cui scambia due parole.

«Chi è?» chiedo a Prisca, che ha allungato il collo.

«Anna Occhipinti, mi pare.»

Scherma, ripasso mentalmente. Fioretto o sciabola? Non riesco a ricordare tutto di tutti... vedere tanta gente tutta insieme mette a dura prova la mia memoria.

Fiumani prende il microfono posizionato sul tavolo davanti a noi e ci batte sopra con un paio di dita.

«Funziona?» ci chiede, con la voce amplificata.

In coro gli rispondiamo di sì.

«Anche laggiù in fondo? Pirano, Visentin, mi sentite?»

«Se alza poco poco la voce, pres» gli risponde Rodolfo.

Ma come gli è venuto in mente di chiamarlo "pres"?

Mi volto per guardare dov'è il ginnasta, e lo vedo seduto sulle spalle di uno dei giocatori di basket. Normalità, questa sconosciuta.

«D'accordo, alzo la voce, ma tu non martoriare i muscoli di Visentin, che ci serve sul parquet» scherza il presidente, strappando una risata al suo uditorio.

«Però non la vedo, pres
È proprio scemo! Mi trattengo dal ridere, ma mi accorgo che in tanti stanno sorridendo con allegria.

«Allora vieni qui davanti, puoi anche sederti sul pavimento» lo invita Fiumani.

Daniele Visentin si abbassa, tanto da permettere allo scemo di scendere. Rodolfo avanza a spalle larghe, come se fosse abituato a fare il buffone in queste occasioni.

«Bene, appurato che mi sentite tutti, e che Pirano mi vede...» si interrompe il presidente, perché noi scoppiano tutti a ridere.

«Un deficiente!» commenta Fiamma a un metro da me, ma anche lei è in preda alla ridarella.

Le risa si spengono e noi possiamo ritornare a concentrarci su Arcadio Fiumani.

«Siamo qui perché volevo avere un momento di confronto con voi» riprende a dire. «Da questa sera, anche se i nostri ragazzi e le nostre ragazze del calcio hanno già iniziato in maniera splendida...»

Tace, lasciando in sospeso la frase. I suoi occhi si posano su di noi come se, in mezzo a tutto questo fior fiore dello sport italiano, lui ricordasse distintamente i volti di ognuno di noi e volesse renderci omaggio con questa pausa nel discorso.

Per un solo e brevissimo istante incrocio lo sguardo con il suo e il modo in cui mi guarda, come se la mia sola presenza potesse fare la differenza, mi fa capire che sono nel posto giusto. Che le Olimpiadi in casa sono il sogno di qualsiasi atleta e che il mio dovere è quello di viverlo come se fosse un sogno.

Tutto quello che c'è fuori da qui può aspettare.

Il mio sogno di giocare in Inghilterra può aspettare.

Il Lione può e deve aspettare. Prisca ora ha un'altra priorità.

«Quello che voglio dirvi è di godervi questa esperienza al massimo, perché sarà qualcosa di sensazionale, ne sono certo. E, se vi avanzano cinque minuti, anche di vincere una carrellata di medaglie.»

Poche, insomma!

Sorrido, ma sono felice di quelle parole. Ho come l'impressione che aspettassi solo che qualcuno me le rivolgesse.

Certo, Fiumani non ce l'aveva solo con me... ma tra la platea, ad ascoltarlo, ci sono anche io.

«Buona Olimpiade a tutti!» ci augura, e spegne il microfono.

«Io voglio sapere chi è che ha parlato di "discorso del presidente"» commenta Prisca. «Non era un discorso!»

Per fortuna capisco che non è seria, e scoppio a ridere.

«Ma va, va!»

«Ragazze, stasera ci vediamo alla cerimonia di apertura?» ci chiede Andrea Comini, mentre intorno a noi gli altri iniziano ad alzarsi e ad andarsene.

«Sicuro!» gli risponde Prisca.

Anche se domani giochiamo contro il Camerun, la zia ci ha concesso di poter partecipare alla cerimonia di apertura. Ha capito anche lei che si tratta di un evento eccezionale che non ricapiterà mai più nelle nostre vite.

 

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Capitolo 9
*** 9. "Preparate i telefoni" ***


 

A Casa Italia abbiamo cenato presto; ho visto più di qualcuno mangiare con una velocità supersonica… Daniele Visentin, al tavolo con me, Prisca e Marta e il suo compagno di squadra Alessandro Piras, ha impiegato meno di tre minuti per finire il piatto di pasta al sugo. E me ne sono accorta solo perché non facevo altro che guardare l'orario.

Il mio petto di pollo con un filo d'olio e pochissimo sale non è mai stato così buono, perché era condito dall'aspettativa di cosa sta per accadere adesso.

Siamo nel corridoio che porta al prato dell'Olimpico, che però stasera sarà coperto da un sostegno rimovibile. Non c'era un luogo migliore per la cerimonia di apertura, e quindi per salvare la distesa verde su cui noi domani torneremo a giocare hanno pensato bene di fare così. Speriamo solo che il campo non si rovini!

Davanti a tutti c'è il nostro portabandiera, Leonardo Tomeo, che stringe l'asta a sé come se ne andasse della sua vita. Il capitano del Settebello elargisce sorrisi a destra e sinistra, con l’aria gentile che lo contraddistingue: quando l’ho visto di persona, ho subito pensato che fosse dotato di un fascino intrinseco, perché anche le sue maniere sono adorabili. E Marisa ha commentato dicendo che uomini così non ne fanno più.

Lui è sicuramente all’ultima esperienza da giocatore e credo che sia anche per questo che gli abbiano affidato questo compito… ma in effetti con tutto quello che ha vinto, sia con la Pro Recco sia con la nazionale, penso che sia anche giusto che abbia questo ruolo.

Io e Prisca ci siamo mischiate agli atleti degli altri sport, ma penso che anche le nostre compagne di squadra abbiano fatto lo stesso. Infatti vedo Marta e Bice chiacchierare con due ragazzi della pallavolo, mentre Giada e Carlotta ci superano per raggiungere chissà chi più in avanti.

«Preparate i telefoni, regà» dice l'inconfondibile voce di Rodolfo.

«Ma che ne sai, sei alla prima Olimpiade!» esclama una ragazzina, che in un secondo momento riconosco come una di quelle della ritmica che ieri hanno guardato la partita nello stesso salottino in cui ero io.

Sento i brividi percorrermi la schiena. È meraviglioso, è dannatamente meraviglioso.

«Fidatevi, ha ragione» sento suggerire dalla veterana Anna Occhipinti, alla sua ultima Olimpiade. Non ricordo quante ne abbia fatte prima di questa, ma sono sicura che stavolta partecipare ai Giochi sarà un'esperienza unica anche per lei.

Claudio Pineschi, un pugile grande e grosso, le assesta una lieve pacca sulla spalla, che la sciabolista non sembra sentire. Sì, è emozionata anche lei a fine carriera come lo sono quelli che partecipano alle Olimpiadi per la prima volta.

Estraggo il telefono dalla tasca, pronta a filmare quello che vedremo una volta che usciremo da qui. A catturare la mia attenzione è un messaggio di Lorenzo.

"Sono in fondo al gruppo, tu dove sei?"

"Vicino a Tomeo. Mi raggiungi?"

"Certo. Prisca è con te?"

"Ovvio."

Gli ho raccontato della deduzione della mia migliore amica, ma lui non ha fatto una piega. Forse perché prima di dirglielo, gli ho raccontato anche di come Prisca abbia tenuto per settimane il silenzio sul Lione… quindi avrà pensato che è in grado di mantenere un segreto tanto importante.

«Sta venendo Lorenzo» mormoro alla mia migliore amica, che scrolla le spalle.

«Ma ne faccio una ragione» ribatte ridendo.

Lui arriva sgomitando e chiedendo permesso a destra e a sinistra, con Cristian Giulianova rigorosamente al suo fianco, alto e dinoccolato. Spero che non abbia detto nulla al compagno di squadra, anche se immagino che prima o poi dovrà spiegargli perché di notte sgattaiola via per ritornare solo al mattino. Sempre che non l’abbia già fatto.

«Questa dobbiamo vederla insieme» dice Lorenzo, come se dovesse scusarsi per il suo desiderio di essere insieme a me.

Gli sorrido, anche se devo controllare il mio istinto, che mi direbbe di abbracciarlo e baciarlo. Come si fa a non voler spupazzare un ragazzo così?

«Sì, sì, limitate le smancerie» commenta Prisca con un soffio di voce, nella speranza che nessuno ci senta. «Tanto qui ci sarà da aspettare ancora un bel po'.»

Annuisco. Siamo la nazione ospitante dei Giochi e quindi l'ultima che dovrà sfilare, dopo che i prossimi organizzatori, gli Stati Uniti, saranno usciti sul campo.

«Ma secondo voi che avranno messo sul campo per non rovinare il prato?» sento chiedere da Rodolfo.

«Forse un telone o qualcosa del genere» gli risponde una ragazza, di cui però non riconosco la voce.

«Con un telone no, altrimenti rischiamo di scivolare e si rovina lo stesso» commenta Lorenzo rivolto a quei due.

Si mette a fare salotto, adesso?

Decido di ignorare il mio ragazzo e di chiacchierare con Prisca e Cristian.

«Il problema è che quelle sono parecchio fisiche» sta dicendo la mia amica. «Se si mettono a entrarci sulle gambe, potrebbero farmi male.»

«Non credo, dai, hai i parastinchi e tutte le protezioni che ti servono. E poi, sono calci di punizione, che non fanno mai schifo» commenta il difensore dell'Udinese.

Ma questi due ogni tanto parlano di qualcosa che non sia il calcio?

Finalmente vedo la delegazione statunitense avanzare e lasciare il posto a noi, che avanziamo lentamente.

In fondo, oltre Leonardo Tomei e coloro che gli sono intorno, riesco a vedere il rosso mattone della pista di atletica, illuminata dai riflettori.

«Dai!»

«Forza!»

«Ora tocca a noi!»

«Daje regà!»

Le grida di incitazione salgono diffondendosi tra gli azzurri. Siamo tutti eccitatissimi per quello che sta per accadere. Io stessa fatico a rendermi conto della situazione, di quello che mi circonda…

Un delegato del Cio fa capire al sorridente ed emozionato Leonardo Tomei che tra pochi istanti dovrà uscire sul prato dello stadio Olimpico.

«Alzala bene, quella bandiera!» sento gridare da Rodolfo, che a quanto pare è ovunque.

Il nostro portabandiera esce fuori dal tunnel che porta al campo e sento un boato provenire dagli spalti. Sono sicura che sono gremiti… e noi stiamo per sfilare sotto migliaia di occhi.

Lorenzo si avvicina di nuovo a me e mi guarda con un sorriso beffardo.

«Non ci stavo provando con Anita, vai tranquilla!» scherza.

Ah, quindi prima con Rodolfo c'era Anita Nivoli, una delle sincronette. Quelle ragazze sono maledettamente belle...

«Non fare lo stronzo» lo prendo in giro. «Non ci metto niente ad andare con il primo gran figo che mi capita intorno!»

Il mio ragazzo scoppia a ridere, perché sa che non sono seria neanche lontanamente. Ma d'altronde ha cominciato lui!

Pochi istanti dopo, camminiamo l'uno al fianco dell'altra, sbucando fuori. La prima cosa che mi colpisce è la folla sul campo e sulla pista di atletica. Per fortuna c'è abbastanza spazio per permetterci di fare tutto il giro.

Con il telefono inizio a filmare intorno a me, inquadrando il tricolore che Tomeo fa sventolare altissima sopra di noi, come se fosse un tifoso sfegatato al derby.

«Parino sotto la curva, sotto la cuuurvaaa...»

Non è un solo idiota, ma sembrano essersi messi d'accordo. Quello scemo di Rodolfo è insieme a Simona, Livia e a un paio di ragazzi della pallavolo e intonano un coro scemo all'indirizzo del numero dieci.

Prisca, in tutta risposta, prima batte la mano sul petto, dove sulla divisa c’è lo stemma del tricolore, e poi indica, con una tipica esultanza, un invisibile numero sulla sua schiena. Tipico di lei, esaltarsi sempre quando viene chiamata in causa: è forte e sa di esserlo. Ma le voglio bene nonostante questo suo tirarsela un po’.

Dagli spalti sento il frastuono dei tifosi, rumorosi come se la loro squadra avesse appena segnato il tre a zero decisivo in una finale importante. Cammino al fianco di Lorenzo inebetita e incapace di pensare in maniera lucida.

Non riesco a capire del tutto cosa sta succedendo.

Mi sento come all’interno di una bolla che mi fa giungere alle orecchie i suoni ovattati. Disorientata, mi guardo intorno, allungando il collo quanto più posso e cercando di catturare con la mia mente e la mia memoria quello che il telefono non può filmare.

Sono i brividi sulla mia pelle, è l’entusiasmo cazzaro degli altri azzurri che ridono scherzano e ballano – giuro, ho visto qualcuno saltare come se fosse in discoteca! – intorno alle altre delegazioni che si sono già radunate al centro del campo.

Percorriamo il giro sulla pista di atletica, godendoci questo momento perché sappiamo tutti che non ricapiterà mai più. O meglio: capiterà di nuovo, ci saranno altri Giochi Olimpici e ci saranno altri atleti a cui toccherà questa emozionante passerella; ma non saremo noi.

Camminando, sfioro la mano di Lorenzo. Vorrei poterla stringere, urlare qui in mezzo a tutti che lo amo e non preoccuparmi delle conseguenze.

«È bellissimo» momora lui al mio orecchio. «Con te lo è ancora di più.»

Sorrido, e ringrazio mentalmente la situazione che mi permette questa euforia altrimenti sospetta.

Arriviamo alla fine e continuiamo a guardarci intorno, mentre anche altri calciatori e calciatrici si uniscono a noi in ordine sparso e per forza di cose mi ritrovo separata da Lorenzo.

Guardo in alto, verso gli spalti, dove sembra esserci una luce per ogni spettatore, come se anche loro stessero filmando con i flash attivati, perché questa esperienza è imperdibile anche per chi è lassù.

So che stavolta i miei genitori non ce ne sono, ma sono certa che a casa hanno la televisione accesa e sintonizzata sul canale Rai che trasmette questa magia.

Scorgo i visi degli altri atleti, siamo in centinaia qui in mezzo a questo euforico casino, tutti pronti a dare del nostro meglio perché, anche se stasera è una festa, si tratta pur sempre delle Olimpiadi. Del sogno di ogni atleta.

E io voglio, voglio dannatamente continuare a sognare. Voglio che non finisca mai, che questi minuti si propaghino da qui all’eternità. Non svegliatemi, non accendete quel braciere che sancisce un rito sacro, fate che la fiaccola non arrivi mai.

Che non ci sia un domani, che il sempre sia immortalato qui e adesso. Dopo queste emozioni sulla pelle, dopo queste sensazioni di invincibilità, di divinità quasi raggiunta… non può esserci niente.

Perché noi tra poche ore saremo tutti dèi discesi dall’Olimpo, pronti a regalare esultanze, gioie e a interrompere quello che succede fuori da qui. Si sospendevano le guerre, per i Giochi: e allora che la disperazione, la fame e gli altri mali che attanagliano il pianeta si fermino e restino incatenati nel Tartaro con i Titani e che queste due settimane diventino il sempre del mondo.

Che i bambini possano sognare di emularci e di fare addirittura meglio di noi… perché è giusto che un bambino sogni.

«Emozionante, vero?» mi chiede una voce che riconosco. Paolo Musella.

«Sì, parecchio» gli sorrido. E lui neanche immagina il pippone che mi è passato per la mente. Se me lo ricordo, più tardi me lo scrivo e ci faccio un bel post sui social.

Paolo si china verso di me e per un lungo e terrificante momento ho la paura che mi stia per baciare. Mi scosto appena, lasciandolo sorpreso.

Ha capito proprio male: mi è simpatico, ma nulla di più.

Cerco lo sguardo di Lorenzo, che trovo puntato su di noi. Inespressivo, freddo. Vedo Cristian Giulianova dirgli qualcosa e lui rispondergli in maniera distratta; come se non fosse importante.

Occazzo.

E ora che cosa dovrei fare?

Adocchio Prisca insieme a Marta e la Mari e le raggiungo. In questo momento preferisco stare insieme alle ragazze e non creare incidenti diplomatici di nessun tipo.

«Allora?» mi chiede Marisa.

«Allora che?» le faccio io di rimando. Di sicuro ha visto la scena con Musella e vuole spettegolare.

«Con Paolo» ammicca la regista. «Per me siete davvero carini… Capisco però se non vuoi baciarlo qui. Se le telecamere vi pizzicassero e la zia lo vedesse…»

«Non volevo e non voglio baciarlo» sibilo indispettita. Ma perché la Mari non si fa mai i cazzi suoi?

«Forse tu no, ma lui sì» commenta lei con un sorrisetto complice.

Ecco, questo non va per niente bene.

Con un breve schiocco di dita sento che la magia si è spezzata, che il clima che respiravo fino a poco fa è cambiato in maniera brusca. E non credo proprio che mi piaccia.

Lascio le ragazze e mi avvicino al gruppetto intorno a Rodolfo che, grazie al cielo, riesce sempre a strappare un sorriso a tutti.

Lo trovo a raccontare che Fiumani, dopo il discorso di oggi pomeriggio, lo ha preso da parte e lo ha ringraziato per la simpatia, che ha alleggerito un momento altrimenti troppo carico di tensione e pathos.

«Capito, regà? Quindi ringraziatemi anche voi!»

«Sì, certo, il giullare di corte!» esclama Fiamma Salieri. Ha ascoltato il resoconto del ginnasta con l’aria di chi sa che la sua conclusione avrebbe portato a una considerazione ridicola. «A Rodò, è mejo se fai poco lo scemo, che da domani se fa sur serio!»

«Sì, e domani inizi proprio tu!» esclama lui di rimando.

Mi lascio coinvolgere dalle loro chiacchiere e, almeno per un po’, non penso ai miei problemi.

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Capitolo 10
*** 10. "Svegliati, sono io!" ***


 

Busso alla porta di Lorenzo. Per il resto della cerimonia di apertura non mi ha più parlato, ma l’ho scorto lanciarmi qualche occhiata che non sono stata in grado di interpretare.

Ho dovuto aspettare parecchio per essere certa che nessuno passasse più nel corridoio; Bice oggi si è addormentata nella nostra camera, quindi non posso neanche chiedere al mio ragazzo di raggiungermi.

Ad aprire la porta non è lui, ma Giulianova, che mi scruta perplesso. Di certo non si immaginava di trovarmi qui

«Serena, tutto bene?» mi chiede, gentile.

Provo a sbirciare all’interno della stanza, ma la luce è spenta. Quindi Lorenzo sta dormendo. Come fa a dormire con quello che è successo prima? O meglio… con quello che ha rischiato di succedere prima...

«Ti ho svegliato?»

«In realtà no» mormora lui. «Non ti vedo per niente bene…»

Scuoto la testa, ma non ho idea di cosa potrei fare adesso. Neanche di come comportarmi con Cristian, che mi scruta imbambolato, quasi aspettasse una qualsiasi reazione da parte mia.

«Ti ha detto qualcosa?» gli chiedo. Solo in un secondo momento faccio un profondo respiro e mi porto una mano al viso. Non ho neanche idea se lui sappia quello che c'è tra me e Lorenzo, o se ha visto il goffo tentativo di Paolo di baciarmi… spero che nessuno se ne sia accorto, anche se ormai temo che la Mari lo stia spifferando a destra e a sinistra.

«Va bene, non c’è problema» mi dice Cristian. «So tutto, vieni.»

Mi fa entrare e accende la luce. «Se devi parlare con lui, io vado in bagno, così non vi sento.»

«Grazie» gli sorrido.

Il difensore mi ricambia e poi si chiude nel bagno. Sento anche la chiave girare.

Anche se iniziano a essere in troppi a conoscere questo segreto, non posso negare che sia gentilissimo a volermi lasciare da sola con Lorenzo.

Mi avvicino al mio ragazzo, che dorme su un fianco, e lo scuoto debolmente. Lui emette un rantolo che non mi piace per niente, quindi gli assesto un piccolo schiaffo sulla spalla.

«Svegliati, sono io!»

«La casa non è blu…» mugugna lui. So che non dovrei sorprendermi, perché non è la prima volta che parla nel sonno, ma non riesco a trattenere una risata.

Al sentirmi, Lorenzo spalanca gli occhi e si accorge che si tratta di me e non di Cristian.

«Cazzo ci fai qui?» biascica mezzo addormentato. Per sua fortuna, non c'è cattiveria nella domanda.

«Devo parlare con te» gli dico.

Lui si gira, finendo a pancia in sotto e con la testa sprofondata nel cuscino.

«Non possiamo parlare domani?»

Ringrazio che attorno a noi regni il silenzio, altrimenti non avrei mai capito la sua domanda.

«Io domani ho la partita, quindi no. Parliamo adesso.»

Lorenzo si muove ancora sotto il lenzuolo, finendoci aggrovigliato. Le gambe sono come rapite da mostri di stoffa e lui è troppo rimbambito dal sonno per potersi liberare. Si stropiccia gli occhi con le mani e prova goffamente a mettersi seduto. Sembra più ubriaco che addormentato.

«Cristian?» mi chiede.

«È in bagno, ha detto che ci rimane finché io sono qui con te.»

Lui annuisce. «Okey, di che vuoi parlarmi? Di te e Paolo?»

Odio questo suo modo di arrivare al punto in maniera troppo diretta. Quando ci si impegna, dimostra di non avere neanche un briciolo di tatto.

«Non c'è assolutamente niente tra me e Paolo e il solo fatto che tu l'abbia pensato mi fa incazzare!» ribatto, scocciata. «Forse eri troppo occupato con i film mentali per accorgerti che io mi sono scostata per non essere baciata!»

«Ma gli hai sorriso…» si lamenta lui.

«Non stavo sorridendo a lui! Ero tramortita da tutto quello che avevo intorno, avrei sorriso anche se fosse stato un macaco!»

«Ma lui non è un macaco!»

«Tu pensi che davvero abbia qualcosa con Paolo?» sibilo, indispettita. «Pensi che io sia in grado di farti questo?»

«Il modo in cui ti guardava era molto eloquente…»

«Non me ne frega niente di come mi guardava lui!»

Forse ho alzato la voce, ma non mi importa che qualcun altro possa sentirci. In questo momento mi importa solo che Lorenzo capisca che si è trattato solo di un equivoco; e quella che rischia di rimetterci sono io.

«E se la Cicero avesse ragione? Se tu a lui interessassi?»

«Lui non interessa a me» ribatto. «Ti è venuto in mente, questo? O pensi che basti farmi due occhioni dolci e qualche sorriso…»

«No, non lo penso. Ma so che Paolo è molto insistente e che quando si mette in testa una cosa, va fino in fondo.»

«Lo sai, vero, che io ho la possibilità di dirgli “grazie ma al massimo possiamo essere amici”?»

Questa litigata sta prendendo una piega che speravo di evitare… ma il mio inconscio è partito per la tangente e fa tutto da solo. E io sono anche troppo stanca per mettermi a ragionare con un bambino a cui hanno rubato le caramelle.

«Certo che lo so, ma se lui continuasse?»

«E pensi che basterebbe solo questo? Tra due settimane chi si è visto si è visto, e io e Paolo molto probabilmente non ci incontreremo mai più! Ti rendi conto di questo?»

Lui si butta a peso morto sul letto, sconfitto. Non ci è capitato spesso di discutere, ma in genere questo è il segnale della sua resa.

«Io non voglio che qualcuno ti porti via» mormora, ancora con quel maledetto tono lamentoso.

«“Mi porti via”? Sono un oggetto, secondo te?»

Ora mi sta facendo veramente girare le palle. Non si è mai espresso così, mai. Ma cosa diavolo gli prende? Ha davvero paura che possa lasciarlo? Per Paolo, poi, per cui non provo nulla?

«No, non sei un oggetto… ma ho paura che qualcuno ti possa vedere così e che…» Si drizza di nuovo a sedere, come se avesse capito di aver detto una grande stupidaggine. «Ho pensato molto al discorso dell’altro giorno… e se tu dovessi andare via dalla Roma, e se andassi davvero in Inghilterra, e noi saremmo lontani… che razza di futuro possiamo costruire insieme?»

Sospiro guardandolo negli occhi, che si sono fatti imploranti. «Non pensavo che volessimo costruire qualcosa in futuro. E la paura di perdersi non può superare il desiderio di stare insieme, altrimenti non è una relazione matura, ma qualcosa di malato.»

Mi sta spaventando, questa sera. Non avrei mai pensato che l’atmosfera felice e spensierata di poche ora fa potesse diventare tanto cupa.

«Non avevo mai avuto paura di perderti» sussurra lui. «Ma quando ti ho vista con Paolo… io non ho pensato che fossi felice per tutta la situazione, per le luci, la festa, l’entusiasmo di tutti quanti… Ho avuto un pensiero tremendo, lo so. E il fatto che ci nascondiamo non aiuta.»

«So tenere lontani i ragazzi che non voglio intorno» gli dico. «Mi sembrava abbastanza chiaro che io amassi solo te.»

«Mi ami ancora?»

Sbuffo. Ma che razza di domanda è?

«Certo che ti amo. Anche se a volte sei un idiota senza cervello. E io non ho intenzione di avere a che fare con un idiota, va bene?»

Lorenzo abbassa lo sguardo e io so di averlo punto sul vivo, ma non mi interessa. A ricevere l’offesa peggiore, stasera, sono stata io. E non è per avergli dato dello stupido che mi sentirò in colpa.

Ma lui non dice nulla.

«Vuoi andare dagli allenatori e dire tutto, in modo che loro sanno questa storia e ci lascino in pace?» gli propongo. «Vuoi uscire allo scoperto? Così al massimo sarai sicuro che nessuno ci proverà?»

Lui solleva appena la testa, quanto gli basta per puntare i suoi occhi neri nei miei.

«Ci si inculano e ci cacciano da qui se lo facciamo. Non abbiamo fatto niente di sbagliato, perché è da quando stiamo preparando le Olimpiadi che non facciamo nulla.»

«Noi abbiamo la coscienza a posto. Noi abbiamo rispettato le regole. Se tu sei insicuro domani, dopo la partita, io ne parlo con la zia. E vediamo che mi dice.»

«Così lei prima ti manda via a calci nel culo, poi va da Saracchi e lui caccia anche me» commenta lui.

«E allora che pensi di fare? Vuoi sentirti più sicuro? Di’ a Paolo come stanno le cose e che non deve mettersi in mezzo!»

«Certo, e così lui va a dirlo al mister!»

Stiamo entrambi alzando la voce, spero che nessuno dalle camere vicine sia sveglio per sentirci. Soprattutto perché io non so chi c’è… se ci sentisse Saracchi, sarebbe la fine per entrambi.

Mi lascio cadere sul letto di Cristian, mezzo sfatto. Poveraccio, quello magari vuole anche andare a dormire…

«Senti, facciamo così. Io dico a Prisca di provare a scoprire che intenzioni aveva Paolo con me, e tu ti dai una calmata.» Accenno con la testa al bagno. «Quel poro fijo magari si sta addormentando lì dentro…»

«E tu domani hai la partita» aggiunge Lorenzo. Si porta una mano al viso. «D’accordo, fai indagare Prisca. Io cercherò di non ammazzare Paolo per averci provato con te. E…» si interrompe, poi si toglie la mano dal viso e mi guarda. «... scusami, amore, scusami. Ho detto cose che non pensavo. Vai a dormire, magari domani fai un’altra grande partita…»

Mi sorride. Pentito, rincuorato, innamorato, non lo so. Ma mi ha chiesto scusa e ha capito il suo errore: è un ragazzo intelligente, sono certa che non capiterà di nuovo.

Lascio la sua camera sollevata. Anche se in alcuni momenti la discussione è stata pesante, mi sento meglio ad aver chiarito subito con lui.

Ora spero solo che Marisa non combini danni irreparabili con la sua vocazione da gossippara.

 

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Capitolo 11
*** 11. Dinamiche interne ***


Bice si butta sul letto. Siamo appena risalite dopo aver pranzato e dopo aver scambiato qualche parola con Livia e Simona sulla partita di stasera. Ma la mia compagna di stanza e l'attaccante dai capelli blu sono molto più rilassate di noi, perché sanno già che non dovrebbero partire dall'inizio. Forse Simona entra, come nella prima partita... ma almeno non ha lo stesso carico di adrenalina che abbiamo noi titolari.

«Anastasia deve stare a riposo per un altro paio di giorni» commenta Bice. «Quindi dovresti giocare anche contro il Brasile...»

Sbuffo. Non ho troppa voglia di parlare di calcio. Fino a questa sera vorrei solo staccare la spina; ma non posso permettermelo.

«Tutto questo casino ed è solo una distorsione» biascico. Normalmente non sarebbe un problema, ma qui i ritmi delle partite sono serrati e ogni giorno è fondamentale.

«Beh, non è una cosa da poco... soprattutto visto che anche lei ci teneva a giocare» commenta Bice. Si scompiglia i corti capelli neri e butta fuori un profondo sospiro.

A dire la verità, ci teniamo tutte a giocare.

Mi siedo sul letto, riflessiva. Ho parlato pochissimo con Anastasia da quando si è infortunata... e sempre in situazioni in cui c'erano anche altre ragazze. «Pensi che dovrei dirle qualcosa?»

«Almeno preoccuparti per lei... visto che stai giocando al suo posto.»

Giocherello con il telefono, facendolo rimbalzare sul letto. Ci avevo pensato, in realtà, ma tra una cosa e l'altra ho sempre rimandato... Non è così semplice, non voglio che Anastasia mi veda come quella che le ha fregato il posto: non sarebbe giusto né per lei né per me. Anche perché, poi, è sempre la zia che prende le decisioni. Forse questa sera avrei giocato io a prescindere...

«Non ho idea di come farlo» ammetto, a bassa voce.

«Neanche io» dice la mia compagna di stanza. «L'unica cosa di cui sono certa è che Anastasia non si è offesa. Almeno, a me non è sembrata offesa...»

Cerco di fare mente locale e di capire se, dalle parole che ci siamo scambiate oggi dopo l'allenamento, ha lasciato trasparire qualcosa... Onestamente credo di no, ma non si sa mai.

«Se ne parli con la Pirano, secondo me ti sa dire meglio che fare» mi suggerisce Bice.

Annuisco. Ripenso alle parole della donna di un paio di giorni fa. Se abbiamo bisogno di qualsiasi cosa, lei è disponibile per chiacchiere, consigli e sfoghi vari ed eventuali. Potrebbe essere un'idea.

«Sì, ci vado ora, almeno non penso a stasera.»

«Quando torni mi trovi qui» mi saluta Bice, digitando qualcosa al telefono.

Scrollo le spalle e mi alzo dal letto, prima di uscire dalla stanza. Ricordo benissimo qual è la camera della responsabile del settore femminile, perciò non perdo tempo e quasi corro alla sua porta.

Busso, sperando di trovarla lì. Non sarebbe strano che fosse insieme alla zia in una delle sale predisposte per le riunioni tattiche...

Invece lei mi apre, con il suo sorriso smagliante e i suoi occhi azzurri che scintillano.

«Serena» mi accoglie. «Come mai qui?»

Mi pizzico il braccio dietro la schiena, in modo che non possa vederlo.

«Vorrei un consiglio» sussurro. «Su Anastasia.»

«Vieni, dai.»

Sorride ancora, la Pirano, come se fossi una bambina sperduta in cerca della sua strada. Entro nella sua camera, anonima come tutte le altre di Casa Italia. Alcuni effetti personali sono poggiati sul comodino, ma non ho il tempo di soffermarmi a guardarli.

«Siediti e dimmi tutto.» Mi fa un cenno della mano indicando il letto rifatto e io mi accomodo, quasi sprofondando nel materasso morbido.

«Non ho ancora parlato con Anastasia... » esordisco. «Ho giocato al suo posto, ho anche fatto una buona partita. Non vorrei che lei ci fosse rimasta male...»

«Hai fatto un'ottima partita» mi interrompe la Pirano con un altro sorrisone dei suoi. «Non avrei saputo immaginare un esordio migliore, sia per te sia per tutta la squadra. Quello di Anastasia è un infortunio che purtroppo può capitare. Non dovresti sentirti in colpa per questo. Se non avessi giocato come sai, non avremmo vinto. Ognuna di voi è fondamentale, il tuo contributo è stato importante come quello di tutte le altre. Non esaltarti troppo per quello che hai fatto e non sminuirti: se ci fosse stata Anastasia in campo e noi avessimo vinto, ti saresti arrabbiata con lei perché avrebbe giocato al tuo posto?»

Sospiro. La lunga tirata della Pirano mi ha colta in contropiede: che si aspettasse che sarei venuta a parlarle proprio di questo e si fosse preparata il discorso?

Probabile.

Ma io... io mi sarei arrabbiata con Anastasia se contro la Nuova Zelanda fossi rimasta in panchina?

«No... io ero arrabbiata» confesso in un sussurro, abbassando lo sguardo. «Ma non con lei, lo ero con me stessa, perché volevo giocare ed ero convinta di non aver dato il massimo. Volevo far vedere alla zia che meritavo il posto. Non per Anastasia... ma per me. Quando mi alleno e quando gioco do sempre tutto quello che ho e pensavo di non aver reso abbastanza. Pensavo che il mio massimo non fosse all'altezza delle aspettative.»

«Esatto.»

Non sollevo la testa, non ho il coraggio di guardare negli occhi questa donna che si è offerta come confidente. E io non so neanche perché sto qui, ma in qualche modo e con qualcuno devo pur sfogarmi.

«Ma se Anastasia si fosse offesa? Bice mi ha detto che le avrei dovuto parlare...»

«Stamattina dopo l'allenamento vi ho viste insieme.»

La voce della Pirano arriva dolce alle mie orecchie. E so cosa sta per dirmi: che la centrocampista del Milan tutto sembrava tranne che arrabbiata con me.

«Lo immaginavo» mormoro soltanto.

«Serena, questa non è una cosa davvero seria di cui preoccuparsi: mi sembra solo un'altra preoccupazione messa insieme alle altre che ti gravano sulle spalle. Altrimenti, per quanto ti conosco, so che non ti faresti tanti problemi per parlare con una tua compagna di squadra; non di un argomento che non è realmente preoccupante.»

Sopiro. Cazzo se è vero... Quella per Anastasia è stata solo la goccia che ha riempito il mio cervello fino a farlo debordare.

Con la testa ancora abbassata, alzo gli occhi verso quelli blu della responsabile del settore femminile della Figc. «Ci sono un bel po' di cose che mi preoccupano, in effetti. E Anastasia è l'ultima di queste... ma è l'unica di cui posso parlare apertamente.»

Subito dopo averlo detto, mi mordo la lingua. Non so quanto questa ammissione sia saggia, non so se poi lei ne parlerà con la zia o se davvero manterrà il silenzio così come aveva detto l'altro giorno al campo di allenamento...

«Anche tu sei stata contattata da qualche squadra importante e stai pensando se andare?»

Carlotta... forse lei ne era al corrente ancora prima che la coach ne parlasse a tutte. Che sappia anche di Prisca?

«In realtà no. So che non resterò alla Roma un altro anno, ma so altrettanto bene che il Manchester non mi chiamerà mai.»

«United?»

Sento le guance andare a fuoco. Annuisco, senza dire niente: è da quando ho rivelato a Lorenzo per quale squadra tifo che non ne parlo chiaramente con nessuno. Dico sempre "lì", "loro", "in Inghilterra"... quasi cercando di convincermi che senza nominare il Manchester United i miei sogni possano continuare a rimanere nebulosi, in quel limbo tra irrealtà e immaginazione.

«Lo sai che loro neanche lo volevano, il settore femminile?»

Annuisco di nuovo. Ricordo benissimo le polemiche che ci sono state quando uno dei dirigenti si era espresso in proposito.

«Anche per questo ci voglio andare: devo dimostrare che si sbagliavano. Noi non valiamo di meno: abbiamo solo meno gente che crede in noi.»

La Pirano mi posa una mano sulla spalla, costringendomi a sollevare lo sguardo verso di lei.

«Ce la farai, lo dimostrerai a tutti. Se non ti dovessero contattare mai, ci penserà qualcun altro.»

«Ma io non voglio andare da nessun'altra parte» commento. «Una squadra vale l'altra.»

Lei sospira. «Non è vero, dai. Se sei così determinata, se hai questo obiettivo, è ovvio che una squadra non vale l'altra. Ti andrebbe bene giocare in Serie B quando potresti giocare in Champions

Sbuffo. «Intendevo qualsiasi squadra in cui potrei fare il salto. La Roma va anche bene, ma per me non è abbastanza.»

Dirlo ad alta voce mi fa peccare di hybris, ne sono consapevole... ma visto il contesto è inutile mentire, nascondere qualcosa che penso davvero non servirebbe proprio a niente.

«Barcellona, Lione, Psg, Arsenal, Bayern... non fa differenza. Non mi piace nessuna di loro, per me si equivalgono. Non so se andrei in una squadra che non punta a vincere la Champions. Ci andrei solo se fosse il Manchester.»

Qualcuno bussa alla porta, interrompendo bruscamente la conversazione.

«Avanti!» grida la Pirano.

È la zia, che si stupisce nel vedermi qui.

«Villa, tutto bene?»

La responsabile del settore femminile della nazionale mi anticipa, prima ancora che possa pensare solo vagamente a cosa dire.

«Sì, sì, solo piccole dinamiche interne.»

Sorrido tra me e me. Pur rimanendo sul vago, ci ha preso eccome: dinamiche interne alla squadra, dinamiche interne al mio cervello... e in teoria ce ne sarebbe anche altre. Tipo dinamiche interne alla mia relazione con Lorenzo.

L'allenatrice alterna lo sguardo tra me e la donna anziana, punto di riferimento non solo per noi calciatrici.

«Stefania, potresti ripassare più tardi? Tra un quarto d'ora?» le chiede la Pirano, con gentilezza.

«Ma certo» le risponde la zia, forse un po' scocciata. «Serena, tieniti pronta per stasera.»

«Sono sempre pronta.»

Non so neanche io con quale coraggio abbia parlato, ma la coach mi sorride, prima di uscire di nuovo dalla stanza.

«Dinamiche interne?» chiedo alla donna, una volta rimaste sole.

«Poi le spiego di Anastasia» mi risponde lei. «Non prendertela, vorrà sapere perché sei venuta qui... dal momento che ti ha vista. Altrimenti non le avrei detto niente.»

«Quindi non le dirà del Manchester?»

«No, perché non c'è proprio niente da dire.»

Il suo tono è gentile, ma quelle parole mi colpiscono più di quanto avrebbero fatto in un contesto diverso. Io sogno solo di andarci, a quanto ne so loro non si non mai preoccupati della mia esistenza.

«È vero» sussurro, più a me che a lei.

«Non abbatterti per questo» dice la Pirano accarezzandomi la guancia. «Stasera hai un'altra grande partita. Magari, chissà, poi scoprono che sei proprio la donna che fa al caso loro...»

A ventidue anni "donna" è un parolone, ma le sorrido di rimando.

«Il problema non è solo questo, vero?» mi chiede lei.

Eh, no... il vero problema è che se vado a Manchester lascio qui Lorenzo.

«Ho qualcuno di importante a Roma» dico soltanto. «E lo sa solo Prisca.»

«Quindi vuoi andare ma non vuoi.»

«No, no: io voglio andare e, se mi chiamano, vado. Ma avrò delle complicazioni.»

Non so da dove mi venga il coraggio per parlarne proprio con lei... e se lo dicesse alla zia?

«Se non ti seguirebbe, non è la persona giusta» sentenzia lei.

Eh, se non giocasse a pallone anche lui, certo che mi seguirebbe... ma ha un contratto che lo tiene vincolato qui, nella nostra città che tanto amiamo ma a cui siamo incatenati.

«Non è che non lo farebbe... ma non può per lavoro.»

Cerco di rimanere sul vago, magari non si accorge di niente.

«Quindi è anche lui un calciatore.»

Cosa?

Non riesco neanche a organizzare una risposta, perché le guance mi vanno a fuoco. E ora che cazzo le racconto?

«E il motivo per cui sei tanto agitata è che anche lui è qui» deduce la Pirano.

Scrollo le spalle. «Non abbiamo fatto niente di male, stiamo insieme da mesi...»

«Che per te è una storia importante si capisce» mi interrompe la donna. «Ma cerca di non farti scoprire, perché la zia potrebbe non coglierlo.»

Annuisco come una deficiente, ma la verità è che tremo all'idea che l'allenatrice lo scopra. Se sapesse di me e Lorenzo, mi ritroverei a casa, a Centocelle, forse a piangere a dirotto davanti a un gelato al caffè per non pensare alla vergogna di essere stata mandata via. «Non glielo dirà, vero?»

«No, Serena, no. Ma tu ora vai: devi prepararti per questa sera.»

Sì, forse dovrei concentrarmi sulla partita con il Camerun e non pensare ad altro.

Devo ammettere, però, che è tutt'altro che semplice.

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Capitolo 12
*** 12. L'ho fatto davvero ***


 

Entro in campo sorridente alla luce dei riflettori, ma dentro di me c’è un turbinio di pensieri. Questa volta non sono le solite emozioni forti del prepartita, bensì qualcosa che nessuna delle altre ragazze su questo prato verde potrebbe mai immaginare.

Ieri sera ho visto che Musella ti si è avvicinato un po’ troppo durante la cerimonia.”

Le parole della zia sul pullman per lo stadio mi hanno rimbombato nella testa per tutto il riscaldamento. So che la Pianesi non le ha rivelato le mie confidenze, ma per qualche strano e assurdo motivo, non mi sento affatto tranquilla.

Non c’è nulla tra me e lui” ho ribattuto. “E mi ha anche dato fastidio.

Brava, Villa. Ma fai in modo che non diventi una distrazione. Questa partita è davvero importante, non lasciarti distrarre.

Ho annuito. Se vinciamo anche oggi, abbiamo ottime probabilità di passare il girone, perché il Brasile ha già battuto il Camerun alla prima partita… In genere vincere due partite è sufficiente.

Ma noi, per ora, ne abbiamo vinta una sola. Adesso dobbiamo dare tutto quello che abbiamo contro di loro. Dal risultato di questa sera dipenderanno tutti i discorsi futuri.

Ascolto l’inno, abbracciata a Prisca da un lato e ad Alessia dall’altro. Questa volta è diverso, perché contro la Nuova Zelanda abbiamo mostrato quello che valiamo, ma adesso dobbiamo confermare tutte le belle parole che hanno speso da più parti nei nostri confronti. E lo facciamo contro la squadra che tutti hanno dato battuta in partenza al momento in cui si sono formati i gironi.

Non sarà per niente facile, ma noi ce la metteremo tutta.

L'Italia chiamò, sì!

L’eco rimbomba per tutto lo stadio, persino in quelle zone occupate da tifosi neutrali. O forse è solo una mia impressione, tanto mi sento coinvolta da tutta la situazione.

Se penso che forse non avrei dovuto giocare neanche questa… Ma non importa.

Scambio qualche sorriso con le ragazze del Camerun a cui stringo la mano. Sono concentrata, tesa e nervosa: un bel mix che potrebbe rincoglionirmi se non faccio attenzione.

Se mi hanno elogiato nella prima partita, ora devo, come minimo, ripetermi. I volti delle camerunesi mi sembrano amichevoli, quasi familiari… eppure non ho mai giocato contro di loro, e sono quasi certa che anche nelle gare con la Roma non ho mai incrociato nessuna delle avversarie di oggi.

Insieme alle mie compagne di nazionale vado a sistemarmi per la foto di rito, poi Elena si avvicina dall'arbitro con il gagliardetto che scambia con il capitano del Camerun, Fara Tchani una stangona di quasi due metri.

«Allora, come l'altra volta» mi ricorda Prisca. «Se io esco fuori, tu ti butti dentro al mio posto.

Loro difendono peggio, te la passo senza problemi. E occhio se Colachins è libera, perché in caso gliela dai.»

Annuisco. Credo che sia più forte di lei darmi qualche indicazione ancora prima del fischio di inizio: ormai è un'abitudine che negli anni abbiamo consolidato… insieme a tante altre. Lo fa prima di ogni partita.

La sua scaramanzia è strana, ma speriamo davvero che porti bene. Non si sa mai.

A dare il via alla partita sono loro, così noi ci andiamo a sistemare nella nostra metà campo. Lancio un'occhiata alla Mari, che invece sta ancora dicendo qualcosa a Teresa, che gioca al posto di Livia.

Fischio.

La prima cosa che faccio è andare a pressare sulla giocatrice con la palla tra i piedi. Per un brevissimo istante i nostri sguardi si incrociano, i suoi occhi neri come la notte sono nei miei, e io capisco subito quello che vuole fare. È Aline Penséè, il dieci del Camerun, la giocatrice più talentuosa, e durante la preparazione all'Olimpiade, la zia ci ha costrette a guardare video e video su come giocano. Quello su cui mi sono concentrata io, a dispetto delle direttive dell'allenatrice, è stata la mimica, gli sguardi, i piccoli gesti tra le avversarie; perché sono proprio questi dettagli a fare la differenza. E io ora so cosa sta per accadere.

Sento le grida della zia, ma arrivano ovattate. Questa volta so di non doverla ascoltare, il mio istinto sarà sufficiente.

La Pensée prova a dribblarmi, facendo un gioco di gambe che tante volte ho visto fare a Prisca. Sarai anche agile come una pantera, ma non mi freghi.

Vado in scivolata sulla palla, la centro in pieno e la spingo in modo che finisca sui piedi di Marta.

«Villa, stai attenta!» sento urlare la zia. Dovevo immaginarmelo.

Il dieci del Camerun non si scompone neanche, come se avesse previsto che le avrei tolto il pallone dai piedi. Ma a me importa ancora meno, perché la nostra centravanti allarga per Federica, che è corsa come un treno per essere lì al momento giusto. Avanzo anche io di qualche metro, non si sa mai che serva.

La giocatrice della Fiorentina riceve e salta il terzino di fronte a lei. Prova a servire in area, però Nia Abouna intercetta e mette in angolo.

Vedo Prisca andare a battere, perciò rimango ferma dove sono dalle parti della lunetta, mentre intorno a me Elena e Carlotta vanno a saltare in area, Alessia torna indietro a difendere dalle parti di Giulia insieme alla Mari, con la zia che strilla indicazioni a destra e a sinistra, che noi riusciamo a sentire nonostante il tifo sugli spalti.

A me, però, non ha niente da dire. Sono già al posto giusto.

Guardo la punizione calciata da Prisca, che finisce esattamente lì dove doveva: sulla testa di Marta Colachini, che stacca in aria avvitandosi su sé stessa. Colpisce la sfera con la fronte e io trattengo il fiato, seguendo la traiettoria che va a incocciare la traversa.

Ma che palle, è la seconda in due partite che prendiamo…

Non vedo chiaramente cosa succede nell'area del Camerun, ma il pallone finisce al loro portiere che lo abbraccia, rimanendo per un istante accartocciata sul prato. Poi con uno scatto si alza in piedi, pronta a far ripartire le sue compagne di squadra.

Anche se noi ormai siamo già tutte piazzate ai nostri posti.

«Villa! Villa, sul quattro!» urla la zia e io mi rendo conto che la centrocampista che mi sta indicando è libera da marcatura e sta chiamando palla. Corro per andare in pressione, sperando che sia sufficiente, ma riescono a passargliela e lei serve di prima per il terzino dal mio lato del campo.

Mi volto e inizio a correre nella direzione opposta a poco fa per andare in soccorso ad Alessia, che se la sta vedendo in un pericoloso due contro uno. Non faccio in tempo.

Il terzino mette un cross al centro dell’area e mi ritrovo a guardare il pallone che scavalca la testa di Carlotta per finire sui piedi del loro undici, che tira di prima.

Per mia fortuna, lei spreca quell'occasione: come direbbe Prisca, l’ha “ciavattata”, cioè è come se avesse colpito la palla con le ciabatte. Così Giulia la ferma a metà altezza, prima di rilanciare a Marisa: tutte le nostre azioni di gioco devono passare dal suo destro fatato.

«Villa, fallo di nuovo e sei fuori!» grida la zia. Dovevo aspettarmelo, per colpa mia rischiavamo di prendere gol...

Prisca riceve sulla linea di centrocampo, e giochicchia un po’ con il difensore avversario, aspettando l’arrivo mio o di Alessia, oppure che Marta esca dall’aria e proponga qualcosa.

Infatti la centravanti arretra e, proprio mentre la camerunese sta per togliere il pallone al nostro dieci, la mia migliore amica glielo passa e poi avanza per una triangolazione. Infatti Colachins gliela ridà di prima e Prisca viene buttata giù dall’avversaria che la stava marcando.

Si stringono la mano e il difensore aiuta la trequartista azzurra a rialzarsi in piedi. Gli occhi azzurri della mia migliore amica brillano verso di me. Ha intenzione di chiamare uno schema?

«Alessia, dietro, corri! Spine, lì, dai, su! Villa, dietro alla lunetta!»

Dietro alla lunetta… guardo meglio dov'è posizionata Prisca e mi accorgo che da lì può passarmela fuori dall’area. Arretro di un passo rispetto a dove si trova la camerunese più vicina, l’attaccante Naelle Saidou richiamata a difendere.

L’arbitro giapponese, Isako Kimura, conta i passi per la barriera, dopo che la mia amica ha sistemato la palla per battere il piazzato. Mi lancia una rapida occhiata, prima di fingere di controllare come stanno messe le altre. So cosa sta per fare… spero solo che non sia un azzardo.

Prisca alza entrambe le braccia, segnale in codice per indicare lo schema, e poi prende la rincorsa per calciare. La finta funziona benissimo, perché la barriera si alza e le avversarie sono tutte concentrate in quella direzione, mentre invece il pallone arriva a me.

Naelle Saidou si avvicina, ma non fa in tempo: io stoppo di destro e con il sinistro tiro con tutta la potenza di cui sono capace. E trattengo il fiato.

Non so che razza di direzione abbia preso, se c’è stata una deviazione di qualcuno, perché passa tra qualche gamba e il portiere Kamilah Biakolo rimane spiazzata, buttandosi dal lato opposto.

Davanti a me Carlotta e Giada si voltano e si scostano, e io vedo il pallone volare dritto verso la porta. Mi si ferma il cuore in gola, perché una maglia verde corre per provare a bloccare la traiettoria, ma la rete si muove e solo allora mi rendo conto di aver segnato. Di averlo fatto davvero.

Un gol, alle Olimpiadi. Un gol, in uno degli stadi dei miei sogni. Un gol, io.

Sorrido, immobile, ma qualcuno mi travolge e mi butta sul prato.

«Che t’avevo dettoooooooo» urla Prisca, perforandomi un orecchio, mentre anche le altre si avvicinano. Federica si slancia sopra la mia migliore amica, mentre distinguo Elena esultare, tra i capelli della coda di Spine che ondeggiano ogni volta che la sua testa si muove.

Mi gridano qualcosa, ma io non capisco cosa, mi rialzo in piedi e corro verso la panchina, dove c’è la zia, dove Anastasia è in piedi e sorride applaudendo.

Non capisco niente, mi sento inebetita, ubriaca, incapace di realizzare quello che è appena successo.

«Gol dell’Italia! Serenaaaa…»

«VIL-LA!»

«SE-RE-NA!»

«VIL-LA!»

No, neanche così mi rendo conto.

Ho segnato, ho segnato davvero.

Anastasia mi viene incontro e mi abbraccia: la gamba ancora le dà problemi, ma non ho fatto rimpiangere la sua assenza; e lei è soltanto felice per me. Non c'è stato bisogno di parlare, bastano questi piccoli gesti per capirsi. Scema io a non averci pensato prima.

«Concentrate, continuate così!» sento dire alla zia, mentre noi ritorniamo sul campo e ci andiamo a disporre con il nostro consolidato 4-3-3.

E noi continuiamo, mentre dagli spalti continuano i cori del nostro solito gruppo di tifosi che ci segue in giro per l’Italia e per il mondo. Strano che ci siano dei pazzi disposti ad andare in trasferta per noi. Quando ero piccola era una delle cose che sognavo, ma conoscendo le difficoltà del calcio femminile credevo che fosse pura utopia.

E noi continuiamo ad attaccare, con il Camerun che si difende come può cercando di ribattere le nostre azioni anche alla bell’e meglio. Un tiro a giro di Prisca è intercettato di testa da uno dei difensori, Livia colpisce il terzino avversario al costato con una pallonata involontaria, e il portiere para un tiro rasoterra di Marta.

E noi continuiamo, fino a ritrovarci a palleggiare intorno all’area di rigore, fino a quando la mia migliore amica, il talento puro della nostra nazionale, non ottiene un calcio di punizione sulla lunetta. La aiuto a rialzarsi da terra, e lei mi risponde con una smorfia strana, come di soddisfazione.

Certo, lo so benissimo anche io che questa è la sua mattonella, che da qui le sue punizioni finiscono direttamente in porta.

Le si avvicinano Teresa e Marisa, ma mentre io mi allontano verso la difesa per aiutare Alessia vedo Pisca sistemare il pallone sugli steli d’erba e contare i passi della rincorsa. Alza la testa per guardare com’è posizionata la barriera, poi si scosta appena per fissare algida il portiere avversario.

Da quella posizione è un cecchino, non le servirebbe neanche un puntatore laser.

Sorrido sotto i baffi, mentre la guardo prendere la rincorsa, impattare il pallone con il piede… ma stavolta il tiro è rasoterra, con le ragazze in barriera che saltano tutte e la Biakolo è disorientata da questo tiro, molto raro nella mia amica. Prisca preferisce metterla alta, eppure l’intuito – o gli innumerevoli video che ci ha propinato la zia su come difende il Camerun – deve averle suggerito di calciare così.

Corro incontro al gruppo esultante, mentre come al solito lo speaker dello stadio grida il nome della marcatrice, con i tifosi a sillabarne il cognome.

«Tu l’avevi capito» sorride la mia migliore amica.

«Che quello era gol si capiva dalla posizione» commento ridendo, prima di abbracciarla.

Ritorniamo nella nostra metà campo, disposte in ordine, mentre le due attaccanti camerunesi fanno ripartire l’azione; ma Teresa recupera subito la palla e siamo di nuovo noi azzurre a palleggiare in avanti, scambiando fraseggi con una sicurezza che in partita non ricordo di aver mai visto nelle mie compagne.

Riprendiamo ad attaccare, con passaggi di prima, Prisca che prova a imbeccare Marta con un no-look che le fa meritare qualche urlaccio della zia.

Quando Alessia mi passa la palla, mi avventuro in un cambio gioco spericolato: anche se ho dei buoni piedi, non mando mai il pallone dall’altro lato del campo; eppure finisce preciso sui piedi di Federica Spinetti, rimasta larga sulla fascia.

«Brava, Villa!»

Lo sento a malapena, perché mi fiondo in area per essere di supporto a Marta, ora che Prisca è arretrata vicino a Marisa.

Purtroppo il passaggio per la centravanti viene intercettato e le camerunesi ripartono, una marea in maglia bianca e pelle scura che corre imperterrita verso la nostra difesa. Noi forse siamo più abili tecnicamente, ma accidenti se loro hanno energie!

Elena si ritrova quasi costretta a commettere fallo, e purtroppo è anche una buona posizione… vado a sistemarmi in difesa, mentre scorgo Prisca e Livia formare la barriera.

Per fortuna la testa della centrocampista devia il pallone in fallo laterale, ma loro continuano ad attaccare, caricate dalla loro allenatrice che non smette di dare indicazioni. Noi però difendiamo ordinate, cercando di recuperare un po’ di fiato. Sarà anche sera, ma è pur sempre agosto e il caldo non è che se ne vada con il sole!

Il nostro dieci recupera la palla e parte in contropiede, ma viene fermata sulla linea di metà campo. L’arbitro Kimura corre verso la Ngong con il cartellino giallo in mano.

Mi avvicino a quella zona e butto un’occhiata al tabellone con i minuti del primo tempo: siamo nel pieno del recupero e non so quanto durerà ancora.

«Elena, in avanti! Torrisi, anche tu! Su, muovetevi!» grida la zia e in questo preciso istante vengo superata dai nostri due difensori centrali.

«Sere, che fai lì, su! Sta finendo il tempo!»

Ma da quando ha tutta questa voglia di farci fare un altro gol? Se loro recuperano palla e vanno in contropiede, dietro rimane solo Giulia!

Faccio qualche passo in avanti, andando intorno alla lunetta dell’area di rigore. Dentro sono già troppe, rischierei solo di essere di impiccio alle altre.

L’arbitro finisce di discutere con le camerunesi Feussi e Saidou in barriera e poi dà il via a Prisca per calciare. Anche se vicino a lei c’è Marisa, so benissimo che sarà lei a tirare; figuriamoci se si lascia sfuggire l’occasione di mettere questo cross con tutte le ragazze in area…

Ma mentre il pallone è ancora in volo, arriva il fischio di fine primo tempo.

«Cazzo, ma era ancora in gioco!» grida Prisca, che poi se la va a prendere con l’arbitro. Nessuna delle due spicca per altezza o fisicità, eppure lo sguardo di entrambe sembra inflessibile.

«Non era ancora finita!» sento dire dalla mia amica, in inglese. «Perché non…»

«Il tempo era scaduto» ribatte la Kimura, imboccando il tunnel.

«Poteva almeno lasciarci finire l’azione!»

«Il tempo era scaduto» ripete la donna, con fermezza.

E allora Prisca le si para davanti. «Era finito in porta, sarebbe stato gol!»

Cosa? Avevamo segnato? Ero già diretta verso gli spogliatoi, non me ne sono proprio accorta...
Sento un fischio penetrarmi le orecchie, e vedo davanti a me l’arbitro tirare fuori un cartellino giallo e sventolarlo davanti al dieci azzurro.

«Se continui è rosso.»

Prisca sbuffa e corre nello spogliatoio.

«La zia sara incazzata nera…» commenta Giada, che percorre il breve tragitto insieme a me.
Annuisco. Temo proprio di sì.

 

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Capitolo 13
*** 13. E non è ancora finita ***


 

Rientro in campo tirando un sospiro di sollievo. Sono la prima a ritornare sul prato verde, mentre le panchinare si allontanano verso la rossa pista d’atletica dell’Olimpico. La zia ha preso Prisca da parte e credo che gliene abbia dette di tutti i colori. Poteva risparmiarsi l’ammonizione, visto che stavamo già vincendo due a zero… e ora dovrà stare attenta fino alla fine della partita.

Forse la coach è stata anche troppo morbida, perché quando Prisca si impunta è davvero capace di fare qualche cavolata colossale. Tipo farsi ammonire tra primo e secondo tempo senza un reale motivo.

Se fossi la sua allenatrice, penso che avrei continuamente l’istinto di prenderla a schiaffi. Per fortuna di entrambe il mio ruolo è un altro.

Vedo le altre ragazze uscire dal tunnel una dopo l’altra e mi rendo conto che manca Marta.

«Colachins?» chiedo a Marisa.

«La zia ha detto che esce. Sembrava dispiaciuta, però.»

Sospiro. Questo non le farà per niente bene…

«Dai, su, ragazze!»

La voce di Prisca e il suo applauso di incoraggiamento suonano sinceri, come se fossimo ancora sullo zero a zero e la partita fosse inchiodata, senza alcuna occasione nel primo tempo. Non vuole soltanto vincere. Dopo la strigliata che si è sicuramente presa, vuole stravincere. La conosco abbastanza bene da sapere che la ramanzina della zia l’ha caricata e che non si lascerà di certo abbattere da un giusto rimprovero. Figuriamoci, a volte si diverte proprio a cercare la discussione, perché le fa tenere alta l’adrenalina e la tensione.

Per un paio di anni, durante il liceo, non facevamo altro che inscenare finte litigate tra noi due prima di ogni partita… poi ci hanno chiesto di smettere, perché mettevamo ansia alle altre. E allora Prisca ha dovuto arrangiarsi.

Anche il Camerun e la squadra degli arbitri sbucano dal tunnel e ricominciamo a giocare, con un cambio per noi: esce Marta ed entra Rosalia Schenetti, la centravanti del Verona.

Per i primi cinque - dieci minuti sono loro ad attaccare; ma noi siamo bene organizzate. Anche se io non sopporto l’idea di subire il palleggio delle avversarie. Alla terza volta che la Boukar mi manda a vuoto con una finta, lancio un’occhiataccia a Prisca che non stava difendendo. E lei, in risposta, alza le spalle, come a dire che “vabbè, che dovevo fà?”.

Un passaggio impreciso del loro terzino sinistro, dall’altra parte rispetto a me, permette a Giada di controllare la palla e di servire Marisa, che ad occhi chiusi la dà a me.

So che Alessia è partita sulla fascia, ho sentito il suono della sua corsa e immagino che non aspetti altro che gliela lanci. Invece io vedo Fede Spinetti sola sull’out opposto, senza la marcatura delle camerunesi, perciò allargo verso di lei con un lancio che normalmente mi sarei solo sognata. Il regista dai piedi raffinati è la Mari, ma anche io non me la cavo male: il mio passaggio finisce esattamente sui piedi di Federica.

«Brava, Sere! Teresa, lì! Giada, sali! Prisca, esci!»

Le grida e le indicazioni infinite sono della zia, che ci guida come se fossimo alla Play Station. Ma lei non può prevedere il dribbling dell’esterno della Fiorentina, che le permette di saltare i difensori che l’avevano recuperata. Il passaggio per Rosalia è un assist al bacio sul suo sinistro, ma l’attaccante spara altissimo e si porta le mani nei capelli.

«Bene così, continuate!»

L’arbitro fischia, e indica il calcio d’angolo. Qualcuno ha deviato il tiro di Rosy?

Meglio così, allora.

Prisca corricchia verso la lunetta e sistema il pallone che una delle raccattapalle le ha passato subito. Il suo cross in mezzo all'area è ribattuto, ma per fortuna finisce sui piedi di Marisa, rimasta indietro insieme a me. La torinese allarga per Federica, che è arretrata di qualche passo verso di lei, mentre le ragazze rimangono in avanti e la giocatrice della Fiorentina me la passa, anche se sono poco più in avanti del centrocampo.

Mi guardo intorno per capire cosa fare, mentre sento che la Bouker e la Feussi arrivano a pressarmi. Vedo Prisca rientrare, quasi svogliata, come se il gol nel primo tempo sia stato abbastanza. Sono tentata di crossargliela, ma so che la zia mi ammazzerebbe. Anzi, prima mi manderebbe in panchina, poi verrebbe a stritolarmi. E me lo meriterei.

Al mio fianco la Mari è libera, così servo lei. La regista torinese allarga per Alessia, già partita verso la metà campo avversaria. Corro verso il terzino campano, in modo da alleggerire la marcatura su di lei, che fa passare la palla tra la Fai e la Abouna, e la fa finire sui piedi di Prisca. La mia amica, allora, salta la sua dirimpettaia ed entra in area di rigore. Fa un giochino di gambe, giusto perché si diverte a disorientare sia noi che loro. Nessuno può mai immaginare cosa sta per combinare, questo è certo in ogni sua partita.

Quando il pallone è già partito verso Rosalia, vedo un piede pestare quello del dieci azzurro, e Prisca cadere a terra.

La Ngong mette il pallone fuori, e vedo Marisa correre verso l’arbitro.

«It’s penalty!» esclama la regista, ma la Kimura scuote la testa e tocca la cuffietta all’orecchio, mentre fa cenno allo staff medico di entrare in campo.

Spero che dalla Sala Var le dicano di andarselo a rivedere.

«Sere, ma l’ha presa?» mi chiede Federica, che mi si è avvicinata. «Io non ho visto.»

«Sì, Fe’, l’ha presa.»

Faccio una smorfia, prima di avvicinarmi a vedere come sta Prisca.

«Non fare storie con l’arbitro che sei ammonita» le ricordo.

Lei infatti annuisce, ma lancia un’imprecazione e aggiunge: «Era rigore, Seré

«Lo so, Prì, lo so.»

Uno degli uomini dello staff finisce di spruzzare il ghiaccio-spray sul piede della mia migliore amica, che si infila di nuovo lo scarpino e allaccia i nodi. Mi abbasso verso di lei.

«Te fa mmale?» le chiedo, accennando al piede.

«Facciamo vedere chi siamo» sussurra al mio orecchio, ignorando la mia domanda.

I suoi occhi brillano di una consapevolezza che ho già visto, ma che stavolta stento a riconoscere. Siamo sul due a zero per noi e lei vuole continuare a segnare. Non le basta.

La svogliatezza di poco fa è già sparita.

Le porgo la mano per aiutarla a rialzarsi. Lei segue lo staff fuori dal campo e guarda l’arbitro un po’ scocciata, perché rimanere fuori per qualche secondo solo perché qualcuno le ha pestato i piedi le sembra sempre un’inutile perdita di tempo prezioso.

La Kimura fa ripartire il gioco dal lato destro, dove Giada batte la rimessa laterale, e poi fa cenno a Prisca di rientrare in campo.

«Ricominciate da dietro!» urla la zia. «Su, Elena! Alessia, allargati! Fede, scala! Giada, di là!»

Guardo il pallone in possesso del nostro capitano e sento la corsa di Alessia alle mie spalle. Figuriamoci se qualcuno le deve anche dire che deve salire, lei ara il campo quando gioca!

Mi avvicino a Elena, e le faccio cenno di servire Marisa, anche se lei ha addosso la marcatura di Aline Pensée, che non la lascia respirare da sola neanche per un secondo da quando abbiamo ripreso a giocare.

Devo riconoscerlo: anche se stanno perdendo, non demordono.

Elena, invece, la passa a me. Mi giro su me stessa e, senza neanche guardare, la lancio su Alessia. Non so se è libera dalla pressione, ma mi fido dell’istinto.

Il pallone finisce sulla corsa del terzino campano, che controlla e corre verso il fondo del campo, poi rientra, serve Prisca che è andata a supporto, e mi avvicino anche io a quella zona di campo, per alleggerire la marcatura su di loro.

Il nostro dieci, però, va da Teresa, lasciata libera dalle camerunesi, che a sua volta allarga su Federica, salita anche lei nonostante le precedenti indicazioni della zia, che continua a indicarle i movimenti come se fosse alla Play Station.

La Spine scarica su Giada, che corre come un treno proprio come fa Alessia sul lato opposto, e quando arriva alla linea di fondo campo crossa al centro. Fara Tchani mette fuori, ma la palla finisce poco distante da me e la recupero. Controllo in palleggio e vedo che arrivano a pressarmi, così servo la Mari, che mi si è avvicinata.

Maria a sua volta allarga per Alessia, che stoppa di petto e punta il terzino destro del Camerun, Marie-Luise Fai. La salta e poi la rimanda indietro, nella mia direzione.

Di prima la passo a Rosalia, che è uscita di poco dall’area, e lei me la ripassa, chiudendo la triangolazione.

«Sere!»

Non guardo, ma di nuovo seguo l’istinto: tiro la palla nella direzione da cui proviene la voce di Teresa.

«Attenta a quello che fai!» urla la zia, per fortuna troppo lontana perché possa lanciarmi un’occhiataccia delle sue.

Mi volto in direzione della centrocampista del Bari, aspettandomi di vedere le camerunesi ripartire in contropiede: invece, Teresa la manda avanti per Prisca.

Il suo filtrante passa attraverso qualche paio di gambe, arrivando sui piedi della mia migliore amica, poco dentro l’area di rigore. Fa perno sul piede destro, si gira e con una piroetta di cui mai la farei capace, la vedo tirare in porta.

Non so cosa succede, ho qualche ragazza davanti che mi impedisce di vedere: non so se il portiere ha provato a ribattere, se ci sono state deviazioni, se era talmente tanto angolato che non si sarebbe potuto fare niente… ma vedo la rete scuotersi e allora sorrido.

Sorrido e basta, mentre corro verso la mia migliore amica, che guarda la curva e alza due dita, a indicare il suo numero.

«Gol per l'Italia!» grida entusiasta la voce maschile all’altoparlate. «PRISCAAA...»

«PA-RI-NO!» sillabano i tifosi sugli spalti, mentre io raggiungo quella scema, e le do una leggera spinta sulla spalla, in modo che si accorga di me.

«Ma mortacci tua» le dico ridendo.

Lei mi guarda con aria scherzosa. «E ancora non è finita!»

Alzo gli occhi al cielo, forse un po’ teatrale. Una migliore amica normale non posso averla?

«Villa! Villa!» mi richiama la zia, mentre io stavo tornando nella nostra metà campo.

Mi avvicino alla panchina e vedo l’allenatrice parlare anche con Alessia e la Mari.

«State bene, non volete il cambio?» ci chiede, preoccupata. Una delle cose che teme è che le partite ravvicinate del torneo possano stancarci; e ora che la qualificazione è in cassaforte, pensa a farci riposare. Ma a me non serve.

«Posso giocare ancora» la rassicuro.

La zia mi sente e mi rivolge un cenno per dire che è okay, ma è già a chiamare le altre per chiedere come stanno.

Vado a riposizionarmi in campo, alla sinistra di Marisa, mentre dietro di me Alessia torna al suo posto, battendo il cinque a Elena.

Le camerunesi ripartono attaccando, e per qualche minuto noi respingiamo tutti i loro tentativi. Anche se per fortuna stasera non fa così caldo da chiedere il cooling break, siamo comunque ad agosto; ed è meglio rifiatare un po’.

Non mi sento stanca, ero sincera quando ho detto alla coach che sto bene, ma non possiamo andare sempre a mille all’ora, altrimenti ci stanchiamo tutte quante e non ci bastano i cambi.
Carlotta vince un contrasto aereo e mette giù palla che subito, come sempre, viene affidata ai piedi di Marisa Cicero.

Loro sono posizionate male, ci sono giusto Abouna, Ngong e Tchani a difendere, perché le altre erano tutte riversate in avanti, ma Prisca, Rosalia e Federica sono già oltre la linea di metà campo. Vedo la Mari lanciare lungo su Federica, che era quella con più spazio libero attorno e allora corro anche io a dare supporto all’azione. Ma quelle tre sono dei fulmini, perché si ritrovano subito nella loro area di rigore.
 

Spine crossa in mezzo, Rosalia fa velo per Prisca, che di prima la spara altissima.

Come reazione, si porta le mani sui fianchi e guarda il cielo sopra di noi, offuscato dalla luce abbagliante dei riflettori. Ma io so benissimo che dentro la testa le stanno passando tutte le imprecazioni che ha inventato nel corso della sua vita e che forse si sta mordendo la lingua per non dirle ad alta voce.

«Bene così, continuate!» ci incita la zia, stavolta trovando poco da ridire.

Il gioco riprende con la rimessa dal fondo di Biakolo. Il pallone mi scavalca e non vedo dove va a finire, ma sento l’arbitro fischiare per un fallo. Mi volto e la Kimura ha il braccio in alto, per indicare che c’era un fuorigioco. Meglio così.

Carlotta fa ripartire l’azione battendo lungo per Federica, che è già ben oltre la linea di centrocampo. L’esterno la passa indietro alla Mari, che subito la gira a me, e io di prima lancio per Alessia, che non si sa come è ovunque sull’out di sinistra.

Il terzino finge di voler saltare due avversarie, poi la ripassa a me. Servo Rosalia, arretrata per ricevere palla, e con una triangolazione mi ritrovo poco fuori dall’area. Vedo Prisca pronta a buttarsi in avanti, e gliela passo rasoterra.

Ma lei non riceve il pallone, perché la Tchani le pesta il piede, impedendole di proseguire l’azione.

L’arbitro dà la rimessa dal fondo, ma la vedo avvicinarsi a Prisca, ancora a terra che si tocca lo scarpino nero. Strabuzzo gli occhi quando lei tira fuori il cartellino giallo per ammonire la mia amica. Un secondo giallo?

E infatti tira fuori anche il rosso. Prisca, però, non si scompone.

«Ma che cazzo fa?» chiedo, non rivolta a nessuno in particolare. «Quello è rigore netto!»

«C’è il Var» mi ricorda Federica. «Glielo diranno.»

Annuisco. Ecco perché la reazione di Prisca è stata pacata. D’accordo, per fortuna qui siamo con la tecnologia che in campionato noi ci sogniamo, ma come ha fatto a non vedere che era fallo e non simulazione?

Prisca si rialza da terra, con l’aiuto di Fara Tchani con cui poi scambia anche qualche parola che non ascolto. Guardo il tabellone con il tempo, siamo oltre la mezz’ora.

Nessuna di noi in campo si muove, in attesa che la Kimura riceva le indicazioni di chi è al Var. Abbiamo visto tutte il fallo e anche le camerunensi sono consapevoli che il loro difensore ha fatto la frittata.

Rosalia sta parlando con Biakolo e, anche se sorride, le sta dicendo che il rigore era netto e che questa è solo una perdita di tempo.

Prisca è ancora dentro l’area avversaria e fissa il pallone, famelica. Vuole portarselo a casa, vuole il terzo gol… e se rigore dev’essere, sappiamo tutte che lo calcerà lei. Non ci pensa proprio a uscire dal campo, non in un modo ingiusto.

La Kimura corre verso le panchine, dove è sistemato il monitor del Var. Ecco, almeno se lo va a rivedere e ci dà questo benedetto rigore.

Scambio un’occhiata con Alessia, accovacciata a un metro da me.

«Sono cotta, Seré» mi dice soltanto. «Ho chiamato il cambio, spero che la zia lo faccia presto.»

Annuisco. «Te credo, nte sei fermata ‘n attimo

Lei fa una smorfia stanca, che interpreto come un sorriso e poi con il mento accenna all’arbitro che rientra verso il campo. Con le dita disegna in aria la forma di uno schermo, segno che la decisione arriva dal Var, e poi si porta il fischietto alla bocca, indicando il dischetto. Fa anche cenno con le mani per indicare che il nostro dieci non è più espulso.

Bene, è rigore e lo può tirare lei.

Prisca, allora, si fa dare la palla e la sistema sul punto di battuta, mentre la Kimura va a raccomandarsi con il portiere che non può muoversi. Io vado a mettermi fuori dall’area, in modo da esserci in caso di ribattuta, palo o traversa. Prisca da lì non è infallibile; ecco, se ha un difetto è quello di non essere un cecchino dagli undici metri. Ma compensa con le punizioni sempre nello specchio della porta.

Trattengo il respiro, mentre lei calcola i pochi passi della rincorsa. Il fischio, la sua battuta e il tiro quasi rabbioso, a metà altezza a sinistra, mentre la Biakolo finisce per terra dall’altra parte.

Prisca in segno di esultanza alza la mano destra, indicando il tre: il numero dei suoi gol in questa partita. E si porta il pallone a casa.

Noi la abbracciamo, mentre ancora una volta la voce dello speaker e dei tifosi che gridano rimbombano attorno a noi.

«Eccheccazzo!»

Rido, perché lei è sempre così diretta e forse un filino esagerata nei modi. Ma ci sta; forse altrimenti non sarebbe mai diventata la mia migliore amica. E chissà se altrimenti sarebbe diventata la calciatrice che è, al punto da permettersi di far aspettare il Lione…

Prisca si allontana da noi e corre verso la zia, che la accoglie a braccia aperte e pronta a stringerla, come fa non appena lei arriva. Quella donna è il motivo per cui la nostra trequartista è stata la più giovane azzurra di sempre a esordire con la nazionale maggiore: quindici anni e non so quanti giorni. Ci allenava nelle giovanili, e ha insistito perché facesse il salto prima delle altre, confidando nella sua tenuta mentale, di chi si esalta e sa rimanere con i piedi per terra.

Prisca è davvero un personaggio.

Ritorniamo in mezzo al campo.

«E ora direi che sono proprio quarti!» sento ridere Carlotta.

Non so con chi ce l’avesse, ma fa sorridere anche me. Beh, se ora perdiamo sul quattro a zero, non ci meritiamo neanche di giocare qui!

Sono pronti due cambi per noi: vedo da qui i capelli blu di Simona, e vicino a lei c’è Bice, che entrerà al posto di Alessia.

Ma la prima persona che la lavagna luminosa indica che uscirà non è lei, bensì Prisca.

Lei applaude in alto, verso il pubblico in ogni punto dell’Olimpico, che risponde alzandosi in piedi. Anche noi azzurre ci lasciamo andare e battiamo le mani: ha fatto una signora partita, le è riuscito tutto quello che ha provato a fare, è stata il fenomeno che ho imparato a conoscere in questi anni.

Entra Simona con i suoi capelli blu, come un fiammifero dalla luce fredda, e corre verso Rosalia e Federica, spiegando loro che Federica deve arretrare sul centrocampo. Poi mi lanciano un’occhiata.

«Sere, sei la quarta!» urla la centravanti dell’Inter.

Annuisco e vado a sistemarmi sulla fascia, mentre Rosy fa il segno del 4-4-2 al resto della squadra. A questo punto della partita cambia poco come giochiamo, un sistema vale l’altro.

Alessia esce dal campo sul lato più lontano dalle panchine, tanto ora i cambi si possono fare anche così, e inizia a camminare sulla pista di atletica a passo di bradipo assonnato. Non ne aveva proprio più.

Bice mi si avvicina e io le porgo la mano per battere il cinque. La mia compagna di stanza mi sorride, complice.

Dopo un cambio anche nel Camerun, il gioco riprende.

Loro si riversano subito in avanti, ma Teresa strappa il pallone dai loro piedi, e lo passa alla Mari, che come al solito lancia in avanti, dove Rosalia e Simona sono già partite.

Ma io non sono molto lontana da loro, e le raggiungo dopo pochissimi secondi, anche se rimango in una posizione più esterna. Mi accentro, superando la marcatura della Fai, e non ho bisogno di chiamare palla, perché arriva un altro urlaccio della zia, l’ennesimo.

«A Villa, Simo! A Villa!»

Simona si gira appena, manda a vuoto la Ngong e mi passa il pallone.

E tutto accade in una frazione di secondo. Mi ritrovo da sola davanti al portiere, con quel passaggio di Simona che arriva preciso. Senza pensare colpisco di prima, e chiudo gli occhi. Non ho idea di cosa abbia fatto, so solo che non ho mai calciato così forte in vita mia, quel pallone pesava dieci tonnellate, se va fuori mi sono mangiata un gol facile… ma chi diavolo ha detto che questo gol lo sia davvero?

A riscuotermi è il rimbombo degli spalti che esultano, le grida delle ragazze che mi raggiungono, mentre io sono immobile. E riapro gli occhi, e Kamilah Biakolo sta raccogliendo il pallone, e Prisca è arrivata fin qui dove sono io per stritolarmi, e Simona mi scompiglia i capelli, e Bice mi abbraccia.

E io sono ferma. E io ne ho fatti due.

Non so come, ma mi ritrovo faccia a faccia con Elena, che mi prende il viso tra le mani. «È tutto vero, Sere, è tutto vero!» mi grida il capitano, che ha capito che se sono rimasta immobile per un lasso di tempo interminabile è perché non ci credo.

Ma come potrei crederci?

Mi volto appena verso la zia e il resto della panchina, troppo stanca per correre sin da loro come ha fatto prima Prisca, troppo consumata da questi novanta minuti al massimo, in cui ho dato tutto quello che avevo; e forse un pochino di più.

Come in un sogno, sento di nuovo gli spalti chiamare il mio cognome, mentre noi torniamo a centrocampo, con la partita che potrebbe finire. Forse c’è il recupero, ma forse il cinque a zero è tanto sonoro che l’arbitro non ci farà continuare.

Invece l’azione riprende, ma neanche le camerunesi, che hanno davvero provato a metterci in difficoltà, sono più tanto convinte.

Non so neanche come arriviamo al novantacinquesimo. Capisco e non capisco quello che succede, recupero un pallone, vado a contrasto, lancio lungo su Giada, che corre su e giù come uno stantuffo inarrestabile… Tutto mi viene bene, ora, tutto mi sembra facile, persino le aperture stile Marisa. Mi sento invincibile.

Il fischio dell’arbitro, la nostra esultanza perché siamo ai quarti con queste due vittorie. E forse sulla prima nessuno avrebbe scommesso, ma non vincere oggi sarebbe stata una delusione, non dopo aver battuto le fortissime neozelandesi.

E ora ce l’abbiamo fatta.

Mi butto sul prato verde, guardo in alto, dove ci sono le stelle che con le luci artificiali non riesco a vedere, l’ovale degli spalti dell’Olimpico intorno alla mia visuale. Non pensavo che il paradiso sarebbe stato così.

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Capitolo 14
*** 14. Ai microfoni Rai ***


Esco dallo spogliatoio mezza intontita, dopo aver fatto la doccia. Siamo in semifinale... siamo in semifinale, accidenti!

Sorrido come un'ebete, mentre il nostro addetto stampa mi accompagna verso la postazione per le interviste, dove trovo Elena intenta a parlare a un microfono RAI.

«Ecco, è arrivata anche Serena Villa, il tempo di darle l'auricolare e vi sente anche lei» annuncia l'intervistatore davanti alla telecamera.

Pochi istanti dopo, dunque, sono al fianco del capitano azzurro, che elargisce sorrisi a destra e a sinistra. Ci credo che si sente orgogliosa di quello che tutte insieme stiamo facendo: dopo la brutta sconfitta dello scorso anno contro la Svezia, essere già sicure della semifinale di questa Olimpiade è un sogno.

«Allora, Serena, innanzitutto complimenti per la doppietta» esordisce l'intervistatore Marco Friso, un uomo sulla quarantina con qualche capello brizzolato e lo sguardo simpatico.

«Beh, grazie» sorrido, senza sapere dove guardare. Penso che questa sia la cosa che sopporto meno delle interviste: ho una telecamera puntata su di me, ma se la guardo mi sento scema e se guardo chi mi intervista mi sento scema comunque.

In ogni caso, sono scema. Ma la verità è che mi diverto a fare le interviste e quindi mi atteggio anche da deficiente cazzara.

Dall'auricolare arriva una voce femminile, che riconosco come Giovanna Radice, giornalista della RAI.

«Buonasera, Serena. Ottima partita!» esordisce lei.

«Grazie!» esclamo ancora, sembro un disco rotto.

«Qui con noi c'è la coach Vanelli!» continua ancora la donna.

Sorrido. Alessandra Vanelli, la mia allenatrice nelle giovanili della Roma.

«Ha visto che gol?» chiedo allora, ridendo.

«Sei stata bravissima» si complimenta la Vanelli. Sto immaginando il suo viso, con la bocca appena piegata che non sorride mai completamente, i suoi occhi chiari che invece esprimono sempre tutto quello che lei ha da comunicare. E credo proprio che ora sia orgogliosa di quello che io e Prisca abbiamo appena combinato seguendo i suoi insegnamenti.

«State giocando un grandissimo mondiale» dice un'altra voce, che però non riconosco.

«La ringrazio!»

«Meritate tutte i complimenti, ma non è che qualcuna di voi pensa di prendere il largo, una volta finita l'Olimpiade e di volare altrove?»

Oh cazzo. Le domande di mercato adesso, no.

«Nessuna di noi pensa alle squadre di club, in questo momento» rispondo sinceramente. «La zia potrebbe metterci fuori squadra!»

E rido, cercando di farlo sembrare uno scherzo, perché se ripenso alla lavata di capo che si è beccata la povera Carlotta e alle mie varie fisime mentali è la fine.

«Qualcuno dice che a settembre non starai più a Roma, che dici?»

«Dico che non lo so!» esclamo continuando a ridere, con la faccia sicuramente imbarazzata. «Io ora sto solo pensando a quello che succede qui e basta!»
 

Che bucia, Seré, che tremenda bucia che stai a ddì... Ma mmagari ce cascheno.

«Dai, ti lasciamo stare» interviene di nuovo la Radice. «Come ti senti? Vi vedo tutte belle emozionate, anche Elena poco fa si è lasciata andare a qualche sorriso!»

Elena Macis è una garanzia: sempre solida e granitica, persino nell'esternare quello che prova, persino quando si tratta di calcio.

«Se anche Elena si è emozionata, l'abbiamo proprio combinata grossa!» rido, come una deficiente. Ma d'altra parte che dovrei fare?

«Ci state facendo sognare, sui nostri social siamo invasi di commenti positivi su di voi!» riprende la conduttrice.

«Anche noi stiamo sognando!»

«Ve lo meritate tutte» sento dire dalla Vanelli. «State facendo qualcosa di veramente straordinario.»

«Giochiamo in casa, abbiamo l'obbligo di arrivare più in avanti possibile» dico con il sorriso, ma la verità è che sono serissima. «Se non ci impegnassimo, se non dessimo il mille per cento, dovremmo proprio cambiare scelta di vita. Siamo qui per dare tutto quello che abbiamo, anzi anche di più. I tifosi, soprattutto quelli più affezionati, se lo meritano. Non so tanta gente si sarebbe aspettata di vederci vincere in questo modo... e un po' mi dispiace per le camerunesi, che sono state brave e ci hanno messe in difficoltà. Ma anche se noi siamo solo all'inizio di un percorso serio, dobbiamo far capire a tutti di che pasta siamo fatte e che batterci non sarà per niente facile.»

«Beh, discorso serio da calciatrice matura e adulta» commenta Friso, davanti a me.

Scrollo le spalle. Se dire quello che penso mi rende matura, non sono io a doverlo dire.

«Serena, cambiamo proprio argomento» propone la Radice. «Hai visto cosa ha combinato oggi Fiammetta Salieri?»

Spalanco gli occhi. Che è successo?

Dall'auricolare sento le voci in studio ridere della mia reazione.

«Lei sta bene, ma ha dato una brutta botta al trampolino oggi, durante la finale.»

Ah... e mi sono persa una cosa del genere? Poraccia... Appena finisco qui, recupero il telefono e le mando un messaggio su Instagram. E appena sono in albergo guardo anche con i miei occhi come è andata.

«L'importante è che sta bene, più tardi la sento» dico, cercando di sembrare tranquilla.

«Abbiamo saputo che tu e Prisca avete fatto il suo stesso liceo... » butta lì l'inviato, guardandomi con un sorrisetto curioso

«Quindi pensate che abbiamo gli stessi problemi mentali?» chiedo scherzando. «Giuro che non sono colpa mia! Fino alle Olimpiadi non ci è mai capitato di parlare di persona.»

«Come no?» ride lui, con gli occhi scuri sinceramente divertiti dalle mie parole.

«Eh, no» sorrido. «Non ho vissuto totalmente l'esperienza liceale, preferivo starmene sulle mie, e anche lei non andava in giro a fare amicizia a caso. Ma comunque spero che si riprenda e che nelle prossime gare faccia vedere quello che vale.»

«Ce lo auguriamo tutti! Grazie per le tue parole, ti lasciamo andare dalle altre per festeggiare.»

«Ciao, Sere!» saluta la voce della mia ex allenatrice.

Ricambio entusiasta. Mi ha fatto davvero piacere sentirla, non mi aspettavo proprio di ritrovarla in questo modo. Anche se nel corso degli anni abbiamo continuato a sentirci, è sempre bello quando una persona che mi ha aiutata a crescere mi faccia dei complimenti. Soprattutto quando sono pubblici, perché hanno tutto un altro significato.

Ringrazio gentilmente l'intervistatore e mi tolgo l'auricolare dall'orecchio. Mi allontano dalla zona delle interviste e ritorno verso gli spogliatoi per recuperare le mie cose e tornare al pullman.

In un corridoio incrocio Prisca.

«, guarda che nello studio della Rai c'è la Vanelli» la avverto, e a lei si illuminano gli occhi.

«Pensa che io sto andando proprio lì!»

Solo il un secondo momento mi accorgo che sottobraccio ha il pallone con cui abbiamo giocato. Conoscendola, lo terrà con sé come una bambina fa con il proprio peluche preferito. Per un momento ho l'istinto di prenderla in giro, ma lei è già lontana, corsa a fare la sua intervista.

Arrivo nello spogliatoio, dove le altre stanno intonando cori da stadio e festeggiano in maniera tutt'altro che sobria.

«Ce-ne andia-mo ai qua-rti! Cee ne andiamo ai quaartiii!» cantano Simona, Alessia e Carlotta, saltellando e agitando le braccia, mentre Livia le annaffia con il getto di una bottiglia d'acqua. Da quando mi sono allontanata non è cambiato molto!

«Ecco la bomber!» esulta Chiara, il nostro dodici, applaudendo con i suoi guantoni da portiere.

«Sì, io, eh?» ribatto ironica, ridendo. Tre monosillabi a caso, ma tanto qualsiasi parola sarebbe quella giusta.

Vado nel punto dove mi sono cambiata, e dalla valigia estraggo il telefono.

Ovviamente, sono inondata di notifiche di qualsiasi tipo: messaggi di parenti e amici, tag nelle storie di Instagram da parte dei tifosi, messaggi anche lì di complimenti.

Rispondo al volo al "Bravissima amore" di mia madre, poi decido che al resto penserò più tardi, anche sul pullman mentre rientriamo al villaggio olimpico.

Cerco la pagina di Fiamma Salieri e le scrivo che mi dispiace per la botta presa.

Pochi istanti dopo mi risponde. "Diciamo che Davoli penserà che i tuoi gol sono per bilanciare la mia figura di merda!"

Scoppio a ridere. "Sì, certo, lo farà sicuramente" digito, aggiungendo qualche faccina che ride.

Fiamma mi manda un "Stasera sei stata grande. Daje, che è solo l'inizio" con annesso un cuore.

"Speriamo. Sono contenta che non ti sia fatta niente."

«Ohi, Sere.»

Marisa si è seduta vicino a me, nel sedile in cui ci sono le cose di Prisca. Chiudo la chat con la tuffatrice senza guardare se mi ha risposto di nuovo, perché la voce della Mari mi suona preoccupata.

«Ho appena scoperto che voleva Musella da te l'altra sera. Ne parliamo dopo al villaggio» sussurra lei, coperta dal casino che stanno facendo le altre.

«E domani sera serviamo ai tavoli della mensa!» urla Simona. Abbiamo deciso di assecondare la sua stupida proposta... e ora ci attacchiamo.

«Voglio proprio vedere Elena che cosa fa!» ride Giulia.

«Ci guarda malissimo per averlo accettato!» esclama Giada, provocando le risate persino del nostro capitano. Anche io sorrido.

«Sere, mi hai sentita?» mormora Marisa nel vedermi.

Annuisco. «Sì, ho sentito. Ne parliamo dopo.»

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Capitolo 15
*** 15. Indipendenza ***


 

Appena tornate a Casa Italia, la prima cosa che faccio è chiedere alla Mari di vederci. Che significava quell'"ho appena scoperto cosa voleva Musella da te" detto così, al volo, in un momento in cui davvero c'era il rischio che qualcuno sentisse? Era proprio necessario dirmelo ora? L'ha scoperto durante la partita? Ha i poteri magici?

Mi sciacquo il viso per allontanare il caldo e la tensione, poi scrivo di corsa a Lorenzo spiegandogli che ho una cosa urgente da fare.

Forse davvero Marisa Cicero possiede capacità inaccessibili al resto dell'umanità.

"D'accordo, amore" è la risposta del mio ragazzo. Leggo salutando Bice con un cenno distratto e butto fuori un sospiro profondo, lanciando un'occhiata alla porta. Lei esce di soppiatto, correndo il rischio che la zia la becchi mentre si aggira nei corridoi.

Bice è una ragazza a posto, mi dispiacerebbe se finisse nei casini, anche se qualcosa mi dice che ci finirà davvero...

Il telefono mi vibra tra le mani e subito lo schermo si illumina. Marisa.

"Sere, sono qui in corridoio."

Afferro le chiavi della camera con uno scatto felino, del tutto impensabile considerando l'ora tarda e la fatica della partita. È andata davvero bene, non posso negarmi di essere parecchio soddisfatta di come è andata, di come ho giocato... di come ho segnato. Ho fatto due gol allo Stadio Olimpico, stento ancora a crederci.

Sorrido imbambolata uscendo dalla stanza, ma subito torno seria: c'è qualcosa nello sguardo della Mari che mi fa salire l'ansia.

«Entro da te?» mi chiede in un sussurro. «Bice è uscita... magari è andata a fare nottata con Alice e Chiara, ne stavano parlando in pullman...»

Scuoto la testa. Se a Lorenzo gli venisse in mente di bussare credendo che io sia sola, il nostro segreto andrebbe a farsi un giro sulla Togliatti. Marisa non ci metterebbe neanche due secondi a diffondere una notizia del genere. E io rischierei grosso.

«Potrebbe tornare... scendiamo giù, alle sale svago» rispondo. Spero che a quest'ora davvero non ci sia nessuno... anche perché oggi è stato il primo giorno ufficiale di Olimpiade, quindi dovranno essere tutti concentrati sulle competizioni. Be', tutti o quasi.

Il mio pensiero corre a Fiamma Salieri e alla sua botta al trampolino. Porella, ha già finito l'Olimpiade e l'ha finita in quel modo...

In silenzio e cercando di non fare rumore, raggiungiamo il piano terra e ci dirigiamo insieme verso una delle sale svago. La più vicina è quella con i tavolini dei biliardino, che troviamo vuota. Mi siedo su una delle poltroncine, mentre la Mari inizia a camminare nervosamente per la stanza.

Sospiro. Non sono per niente tranquilla nel vederla tanto agitata: non è da Marisa agitarsi, non si agiterebbe mai se fosse una stupidaggine qualsiasi. Soprattutto per le questioni di cuore: le prende sempre alla leggera, considerando le relazioni qualcosa di destinato a durare finché una delle due parti non si stufa dell'altra. Ma perché mai dovrebbe essere preoccupata per Musella? Non era con lei ci stava provando!

«Ho parlato con Mirko» dice a un certo punto, fermandosi.

Mirko Morana. Anche lui è nella Juve, di sicuro la Mari ha scelto di parlare con lui perché si fida e perché lo conosce.

«E che ti ha detto?»

«Be'... diciamo che quella sera Musella voleva solo parlarti all'orecchio e basta» risponde lei, prima tentennando, poi pronunciando la frase tutta d'un fiato. «Non credeva che sembrava che ci stesse provando!»

«Però è proprio quello che p...» freno la lingua, prima di farmi sfuggire qualcosa di troppo davanti alla regina del gossip. "Era proprio quello che pensava Lorenzo" concludo tra me, mentre a voce mi correggo: «Era proprio quello che pareva a tutti, anche a te!».

Il che, poi, non è così lontano dalla verità.

«Posso sbagliarmi, persino se si tratta di cose del genere!»

Vorrei ridere, ma proprio non ci riesco. Marisa è la regina del gossip, non può capire una cosa per un'altra, perché le sue antenne captano tutto ancora prima che accada. E lo sguardo che aveva Paolo quella sera, la delusione quando io mi sono scostata... è qualcosa che proprio non riesco a cancellare dalla mia memoria. E vorrei, eccome se vorrei.

«Mari, non puoi sbagliare. Non su questo.»

Lei ricomincia a camminare su e giù per la stanza, nervosa. Che accidenti le prende?

«Fidati, so cosa mi ha detto Mirko. Lui non voleva provarci con te... voleva solo parlare con te!»

«Non pensi che parlare sia la prima cosa da fare per approcciare una ragazza?» le chiedo, retorica.

«No, perché lui voleva parlare di Prisca!»

Cosa? Prisca?

«Certo, molto credibile» commento, ironica. «Non è che magari Paolo ha detto una cazzata a Morana? Sapevano che tu avresti indagato, si tratta pur sempre di te!»

«No, Mirko non ha parlato direttamente con Paolo... lo ha fatto con Gabriele, sai, Rostagno.»

Sospiro. Anche loro sono un circolo di cucito non male.

Mi porto le mani al volto, con gli indici a tamburellarmi sulle tempie. Non so quanto dar credito a questa scemenza. Paolo con Prisca... ma su, si vede che c'è Cristian Giulianova che con lei ha molta più sintonia!

Accidenti, non avevo mai pensato a Prisca e Cristian in questo modo...

«Quindi dovremmo crederci?» chiedo alla regista della Juve.

«Io ci crederei. Il motivo per cui MIrko o Gabriele debbano inventarsi una cagata del genere sinceramente non lo trovo.»

Marisa si siede su un tavolino da ping pong lasciato aperto.

«Partitella?» le propongo. Non mi sento stanca, ho bisogno di scaricare l'adrenalina, almeno per un po'.

«Perché no» dice lei, senza una vera intonazione, quasi senza entusiasmo. Forse non sono l'unica a dovermi sfogare.

In un mobiletto della sala sono conservate racchette e palline, che Marisa tira fuori.

«Giochiamo con il punteggio?» mi chiede.

«Altrimenti che senso ha?» rispondo ridendo.

«Okay, ma inizio io.»

Scrollo le spalle. Per me fa lo stesso. Non penso che una partita all'una di notte tra di noi sia come la finale olimpica.

«Pensa, i giocatori di ping-pong che nelle sale svago si ritrovano i tavolini» commenta la Mari, pronta in battuta.

«Be', è positivo che non li abbiano sfasciati» ribatto. «Prisca lo avrebbe fatto.»

Ogni tanto ci rilassa non giocare a calcio, dedicarsi a qualcosa di completamente diverso... per questo a volte io e la mia migliore amica nel corso degli anni abbiamo passato almeno un pomeriggio a settimana occupate in qualcosa che non c'entrasse completamente niente con il nostro lavoro.

A sedici anni per noi era già un lavoro, eravamo entrate nell'ottica di arrivare ad alti livelli, insieme non vedevamo altro che il nostro obiettivo. Per Prisca era un lavoro forse da prima di quel provino; lei non ha mai pensato ad altro che non fosse giocare a calcio.

Qualche volta abbiamo anche giocato a ping-pong, e lei mi ha battuta parecchie volte, ma le ho sempre dato filo da torcere. Quelli con la Mari mi sembrano scambi elementari, al confronto delle sassate che lancia la mia migliore amica.

Faccio rimbalzare la pallina sul tavolino, prima di lanciarla in alto e colpirla con la racchetta.

«Comunque, penso che Prisca non darebbe mai neanche una chance a Paolo» commenta Marisa dopo qualche altro scambio in silenzio.

«Lo penso anche io» le rispondo.

Lei posa racchetta e pallina. «Quando le ho detto che io e Fabio andiamo a convivere mi ha guardata malissimo. Tra tutte le reazioni che ci sono state alla notizia, la sua è stata la peggiore: pensavo che fosse felice per me.»

«Prisca è abbastanza disillusa» le spiego. «Certo che è contenta per te, ma andare a convivere è un grosso passo in avanti... più le relazioni evolvono e più si ha da perdere.»

«Quindi lei ha perso...» sospira la Mari, intristita. «Non me lo immaginavo...»

Scrollo le spalle. La verità, secondo me, è che Prisca è stata persa. Forse da tutto il genere maschile, visto che non le importa più di avere nessuna relazione. Si concentra solo sulla carriera, perché è di quello che le importa.

«Pensa che sua nonna non le chiede mai del lavoro ma sempre del fidanzato... Non ti dico con quanta gioia va ai pranzi di famiglia.»

«Che mentalità del cavolo» commenta Marisa. «Se lei non vuole una relazione, ha tutto il diritto di fare come meglio crede. Se io non avessi Fabio, la mia vita sarebbe diversa, ma solo perché stiamo insieme da così tanto tempo che chissà che mi sarebbe successo... Poi, detto tra noi due, Prisca secondo me diventerà una delle più forti al mondo. Alle bambine che la vedranno giocare che gli frega se è fidanzata, sposata o che altro?»

Sorrido. Sono pienamente d'accordo.

«Non conosco così bene Paolo da sapere come la pensi» le dico. «Spero che capisca che lei vuole essere lasciata in pace.»

La regista della Juve tamburella con le unghie sul tavolino. «A essere sincera non lo so. C'è anche da tenere conto che una donna indipendente attira parecchio... è come se fosse inarrivabile, quindi riuscire a conquistarla per gli uomini è più appagante.»

Sbuffo, senza aggiungere altro. Direi una delle solite cose, che non siamo oggetti da "conquista", che siamo noi a dover scegliere cosa fare della nostra vita, che se prendiamo decisioni abbiamo tutto il diritto che queste vengano rispettate.

«Che massa di coglioni» butto fuori, invece di mantenere il silenzio.

«Già» concorda lei. «Comincio ad avere sonno, risaliamo?»

Annuisco. Insieme arriviamo agli ascensori, ora mi sento troppo stanca per fare i tre piani di scale. In effetti la giornata è iniziata presto ed è finita tardi, solo l'adrenalina della partita e di quello che è successo mi ha tenuta sveglia tanto a lungo. Quando sbuchiamo al nostro piano, però, vedo una scena che mi fa salire il cuore in gola.

Lorenzo sta per imboccare il corridoio che porta alle nostre camere. I nostri sguardi si incontrano, e lui in un secondo tempo nota che c'è anche la Mari insieme a me.

«Ah, ecco perché era occupato» commenta lui, accennando all'ascensore. «Volevo prendere un po' di aria.»

«Non riesci a dormire?» gli chiede Marisa. Il suo tono è sereno, ma io so che sta solo cercando di fiutare se il mio ragazzo nasconde qualcosa.

«Eh, no...» risponde lui grattandosi la nuca. «Forse un po' di aria fresca mi aiuta.»

Per fortuna è riuscito a improvvisare e a svicolare così. Se fossimo arrivate pochi secondi dopo, la regista azzurra lo avrebbe trovato davanti alla mia camera; e lì sarebbe stato molto più complicato fare finta di niente.

«Be', allora buonanotte» gli dico, indifferente.

«'Notte, ragazze» risponde lui, gentile, sparendo dietro le porte dell'ascensore.

Proseguo fino alla mia camera, lasciando Marisa in quella che condivide con Prisca, sicuramente già addormentata con il pallone della partita che tiene vicino a sé nel letto. Non ho neanche bisogno di vederla, per sapere che lo sta facendo.

"È un simbolo, Seré, e che ti piaccia o no, nel nostro sport contano quasi più di tutto il resto" mi ha detto una volta. Forse ha ragione, ma sono troppo stanca per starci a pensare.

 

*Angolino autrice*

Scusatemi per l'assenza, ma sono stati giorni frenetici (e molto belli) fuori dalla piattaforma. Cercherò di essere puntuale, tanto i prossimi capitoli sono già pronti^^
Buona lettura e buona domenica!
Cory.

 

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Capitolo 16
*** 16. «Mi riguarda?» ***


 

Mi siedo a terra, in uno dei punti all'ombra del campo di allenamento. So che in quello adiacente al nostro i ragazzi stanno facendo la rifinitura, e il mio pensiero è lì.

Non guardo in quella direzione, anche se sento la voce severa dell'allenatore Leonida Saracchi urlare indicazioni ai suoi giocatori in vista della loro partita di stasera contro il Giappone. Se solo lui sapesse di me e Lorenzo, se solo osasse immaginare che Paolo Musella si è invaghito di Prisca...

Le ragazze cazzeggiano un po', rilassate per la qualificazione acquisita, e anche io tiro un sospiro di sollievo. Con il Brasile, comunque andrà, non sarà una sfida decisiva; anche se l'idea di confrontarmi con loro mi carica e mi fa sentire pronta a giocare un'altra grande partita. Ho poco da nascondere a me stessa: i riflettori e la luce della ribalta tirano fuori il meglio di me. Ho sempre desiderato mostrare di che pasta sono fatta, soprattutto in campo. E queste Olimpiadi sono l'occasione che ho aspettato per una vita.

Più del Mondiale dello scorso anno, perché in quell'occasione io non giocavo titolare. Sono cresciuta molto negli ultimi mesi e se prima ero sempre una delle ragazze che entrava nel secondo tempo, ho fatto un rapido salto in avanti anche nelle gerarchie della nazionale.

Sospiro, fissando un punto nel vuoto. Oggi in allenamento non sono stata al top, ne sono consapevole. Spero che la zia non mi faccia una sfuriata come con Carlotta, perché non ho tutta questa voglia di subire ramanzine di nessun tipo.

Giocherello con un filo d'erba, e accarezzo le punte verdi che ondeggiano tutte insieme. Per fortuna oggi tira un po' di vento. Vento caldo, ma ci accontentiamo: d'altra parte è agosto, non si può pretendere un clima più mite!

Un getto di acqua fredda cade sulla mia testa, infradiciandomi il viso e incollandomi la maglietta alla pelle.

«Che aria seria che abbiamo» mi prende in giro Prisca, sedendosi al mio fianco con una bottiglietta d'acqua, ora vuota, in mano. «Puzzi di sudore, dovresti andare di corsa a farti una doccia!»

«Senti chi parla» ridacchio io. «Anche tu dovresti lavarti.»

Lei si annusa l'ascella, poi scuote la testa. «Non direi, no. Mi lavo solo perché il caldo è insopportabile. Neanche qui all'ombra si sta bene!»

Sorrido. Quanto è scema quando si pavoneggia per finta!

«Tutto bene, Seré? Mi sembri strana, oggi... hai proprio la testa altrove.»

Eh. Eh.

«Ho scoperto cosa voleva Musella, l'altra sera» le confesso. Preferisco essere io a dirglielo... perché se scopre che lo so e non le ho detto una cosa del genere, è la volta buona che mi mena. Anche perché sono certa che se dovesse venirlo a sentire dalla bocca di Marisa, lo farà in una circostanza che la metterà a disagio. Meglio sputare il rospo.

«Limonarti in mezzo alla folla?» ipotizza Prisca, facendomi scoppiare a ridere.

«No, deficiente!»

«Se non voleva quello, è riuscito a ingannare persino la Mari» commenta lei.

Mi volto appena per guardarla, sdraiata sul prato, lo sguardo perplesso, le sopracciglie inarcate. È poggiata sugli avambracci, come fa quando siamo al mare a prendere il sole e si alza appena per farmi capire che sta per dirmi qualcosa.

Stavolta, però, sono io a doverle parlare.

«Ci è riuscito, allora. Lui...»

E ora?

«Voleva limonarti davanti a Lorenzo per farlo scattare e far vedere a tutti che state insieme» continua Prisca.

«No!» esclamo. «Se fai la cojona non mi aiuti per niente!»

«Perché, è così difficile quello che voleva fare con te?»

Non immaigini neanche quanto.

«Ti riguarda, quindi sì.»

Ma come cazzo me ne esco? Chiudo gli occhi, nella speranza di non averlo davvero detto così. Ci sono modi peggiori per affrontare la cosa, ma vorrei sapere quali siano... perché non me ne viene in mente neanche uno.

«Mi... mi riguarda?»

Prisca non fa più la spiritosa. Se ho tentennato, ha capito che sono seria; e che non si tratta di una sciocchezza.

Sospiro, lasciandole il silenzio come risposta affermativa.

«E che... che cosa...»

Non riesce neanche lei a formulare un discorso di senso compiuto.

«Te» ammetto. «Penso che volesse sapere in che modo potersi avvicinare a te... E visto che io sono la tua migliore amica...»

Cadere nel pleonasmo, lezione numero uno. Di certo Prisca sa quanto siamo amiche!

«Ma tu come l'hai saputo?» continua. La sua voce è calma, anche se riesco a capire che nasconde un po' di nervosismo.

«Marisa ha chiesto a Morana, e... beh, è venuto fuori questo.»

«Mirko Morana...» mormora Prisca, pensierosa. «Non può averle detto una cazzata, è un ragazzo troppo serio per farlo.»

Annuisco. E la Mari non ci avrebbe creduto se lo fosse stata.

Lei si alza dal prato e se ne va, diretta agli spogliatoi, senza aggiungere una parola. Purtroppo era proprio la reazione che mi aspettavo. So che non ce l'ha con me, le ho detto subito quello che ho scoperto, non ho tenuto il segreto... Forse è solo una cosa che deve assorbire lei, non c'entro io.

«Serena, dai, vai a cambiarti!» mi esorta Alessio Gisolfi, dello staff della zia.

Con uno scatto balzo in piedi, facendo anche un piccolo saltello in più. Non so perché l'abbia fatto.

Saluto Alessio con un cenno e vado negli spogliatoi. Non che abbia tutta questa voglia di vedere lo sguardo corrucciato di Prisca, ma temo di non avere alternative.

 

***
 

Dopo pranzo, rimango un po' nella sala svago a giocare al biliardino: io e Marta contro Giada e Simona. La centravanti della Juve mi costringe a giocare in porta e difesa, mentre lei muove le maniglie di centrocampo e attacco. Per fortuna ho anni e anni di pratica insieme a Prisca, che voleva sempre fare gol – anche al biliardino –, e così riusciamo a vincere.

Giada non la prende proprio benissimo, ma cerca di nasconderlo. Scherza come se niente fosse, ma tutte noi sappiamo che sta solo dissimulando. Ha un modo molto diverso di reagire a queste cose, se la paragono alla mia migliore amica.

Lei, invece, non è qui con noi. Ha mangiato insieme a Elena, Giulia e Bice, poi l'ho vista salire di sopra insieme alla mia compagna di stanza. Ci credo se vuole rimanere un po' da sola, ci credo se non vuole vedermi. Le ho dato una notizia strana da metabolizzare, la capisco se vuole starsene per conto proprio.

«Ricordati che stasera non puoi tenere il broncio mentre serviamo a mensa!» esclama Simona, prendendo in giro Giada.

«'Un tengo ibbroncio!» ribatte lei, ridendo. «'Un ti credere che sono hosì permalosa!»

«Se se, Giadì, come no, ce stamo popo a crede» continua Sara.

Le sento ancora mentre mi allontano dalla sala svago, prima di salire ai piani superiori. Da un lato vorrei andare da Prisca e vedere come sta, anche se immagino che stia bene e che sia solo un po' scossa; dall'altro vorrei buttarmi sul letto e non pensare a niente.

Vorrei sentire il telefono che squilla, vorrei che mi chiamasse qualcuno – il mio procuratore, un dirigente della Roma, un marziano – per dirmi che il Manchester mi vuole. Che tra tutte le calciatrici hanno scelto proprio me.

Certo, dopo dovrei dire a mio nonno che tifo United e che andare a giocarci è il mio sogno... ma lui è romanista incallito e detesta la mia squadra del cuore da quel famoso sette a uno di non so quanti anni fa. Non immagina nemmeno quanto ho esultato io, che ero ancora una ragazzina!

Arrivo al piano delle nostre stanze, sbucando dalle scale vicine agli ascensori. Nel piccolo spiazzo trovo il nostro addetto stampa, un uomo simpatico sulla cinquantina.

«Serena, ti stavo cercando. Alle sei e mezza tu e Prisca avete un'intervista al terrazzo all'ultimo piano con Daria Salvatori. Fate in modo di essere lì almeno mezz'ora prima, così non facciamo perdere tempo a nessuno.»

«Ricevuto.»

Non provo neanche a obiettare che noi prima abbiamo il secondo allenamento di giornata e che io non ho nessuna intenzione di mettere fretta alla zia o alle altre perché dobbiamo fare un'intervista. Va bene tutto, ma prima viene il campo.

Lui si allontana e io busso alla porta della mia camera.

«Ah, Sere, sei tu» mi accoglie Bice, spaesata. «Pensavo fosse di nuovo Prisca...»

«Mi cercava?» le chiedo, speranzosa.

«Mmm no, non proprio. Ti ha portato questi» mi spiega e, nel farlo indica un mucchio di giornali accatastati sul mio letto. Testate diverse, i quotidiani sono aperti alla pagina dello sport e in alcuni casi io e Prisca siamo ritratte su quasi tutto il foglio.

Li sfoglio, leggo cosa hanno scritto, insieme a Bice, come se solo così mi possa rendere consapevole di quello che è successo ieri sera. Ieri sera... che partita grandiosa.

Nelle pagelle un giornalista mi ha persino dato un otto e mezzo, riempiendomi di complimenti. A vedere stampate quelle parole faccio un sorrisone: so di essere una buona giocatrice, ma che vengano scritte belle cose sul mio conto mi inorgoglisce sempre, ogni volta è come se fosse la prima.

Ma è un trafiletto più in basso a catturare la mia attenzione.

"Il mercato delle azzurre si accende?"

Bice, al mio fianco, indica quell'articolo e lo leggiamo insieme.

«Anche per la partita di ieri sera pare che ci fossero osservatori giunti dai maggiori campionati. Di certo non sono rimasti delusi di fronte alle magie di Parino, alla reattività di Legati, alla qualità legata alla quantità di Villa e ai palloni precisi di Cicero. Forse sono questi i nomi sul mercato delle azzurre e se per le due juventine sono già arrivate smentite dalla società, che sta lavorando ai loro rinnovi, tutto tace dalla capitale. Abbiamo parlato in altra sede di Allasio, che ha giurato amore eterno alla sua Firenze, e di Torrisi, su cui invece le sirene di Bayern, Barça e Arsenal hanno messo in allarme il Milan. Ma delle due talentuose romane non si sa nulla. O meglio: né la società capitolina né le tesserate hanno fatto alcuna dichiarazione. La presenza di Jean-Philippe Chocard, uomo mercato del Lione al femminile, in entrambe le partite, e i suoi complimenti alla nazionale azzurra proprio in occasione della vittoria di ieri sera sono degli indizi che... Serena, ma che roba sto leggendo?» si interrompe Bice. «Questi fanno supposizioni di mercato a partire dai complimenti che un tipo dell'Ol ci ha fatto?»

Scrollo le spalle. «Prisca è molto forte, forse vogliono provare a prenderla. Non credo che lei rinuncerebbe alla possibilità di vincere la Champion's League.»

La mia compagna di stanza si lascia sfuggire un sorriso. «E tu? Andresti via dalla Roma se ti chiamasse il Lione?»

«Come si fa a dire di no al Lione?» chiedo, retorica. Ovvio che non si può e io non lo farei, a meno che...

Mi massaggio le tempie con gli indici, cercando di non pensare al Manchester. Se davvero una delle big europee sta pensando a me, lo United non farà mai nessuna proposta alla Roma, perché a livello di progetto non è affatto la stessa cosa: ora la squadra del mio cuore non potrebbe offrirmi quello che altre invece hanno.

Ma mi importerebbe? No, certo che no: io voglio giocare nella squadra meravigliosa che ho guardato in televisione da bambina. Vorrei avere una sciarpa rosso red evil al collo ed entrare al Vecchio Trafford, come lo chiamo tra me e me, per guardarlo vuoto. Per guardarlo in un giorno soltanto mio.

Sarebbe bello.

«Vado ad avvertire Prisca che noi prima di cena abbiamo un'intervista» dico a Bice, prima di lasciare di nuovo la stanza.

Mi sento leggera, però, perché se la mia amica ha portato quei giornali in camera nostra, significa che tra noi è tutto a posto.

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Capitolo 17
*** 17. Eterne bambine ***


 

Prisca non voleva prendere l'ascensore per arrivare al terrazzo sopra Casa Italia, così mi ritrovo a salire le scale al suo fianco. Non ho la più pallida idea del motivo per cui l'abbia assecondata, visto che sto iniziando a sentire la fatica dell'allenamento sommata a quella della salita.

Giungiamo da sole fino all'ultimo piano e da lì chiediamo a una signora simpatica sulla quarantina, che sembra passare di qui come per caso anche se in realtà immagino che sia una delle allenatrici a cui hanno dato le stanze quassù.

«In fondo a quel corridoio c'è una porta, entrate da lì» ci risponde lei, con un sorriso cordiale.

Seguiamo le istruzioni e ci troviamo al terrazzo di Casa Italia. La prima cosa che cattura la mia attenzione è il panorama mozzafiato dei tetti di Roma che, non so per quale magia, qui sembrano lontanissimi. Forse perché la verità è che siamo lontani da tutto il resto, chiusi in questa bolla magica che è il villaggio olimpico. Non mi accorgo neanche di cosa fa Prisca, mi avvicino al bordo del terrazzo e mi appoggio sul muretto a guardare la cupola di San Pietro che svetta su tutto il resto tanto da sembrare vicinissima; anche se io so che non lo è davvero.

«Seré!»

La voce della mia migliore amica mi riporta bruscamente alla realtà: io non sono qui per ammirare il panorama di tetti e parabole che ho davanti, né per sognare chissà quale divinità in cui non credo.

Il sole però, che sta iniziando a scendere sonnacchioso, mi invoglia a guardare e a mettere in secondo piano i miei doveri con i media.

«Abbiamo ancora qualche minuto» dice una voce femminile al mio fianco. È Daria Salvatori, la giornalista che deve intervistare me e Prisca. «Siete arrivate in anticipo, e poi qui la vista è davvero mozzafiato.»

Sorrido, rapita dal gioco di luci e colori dei raggi che si infrangono sui tetti di Roma, con un sottile strato di nuvole in lontananza che dà una sfumatura di pesca al cielo, come consapevole che non pioverà, ma che quei lembi di stoffa celeste sanno regalare meraviglie che noi non possiamo dire.

Lei rimane vicino a me, senza dire una parola, forse comprendendo il sentimento che provo di fronte ai panorami della mia città. Forse se andassi a giocare altrove, sarebbe difficile trovare uno spettacolo simile per i miei occhi.

Non riesco a smettere di pensarci. Io vorrei e potrei andare a giocare in un altro posto... se solo alla Roma arrivasse un'offerta per me. Eppure sul mio conto regna il silenzio. Non sono brava abbastanza? Mi sembrava di aver dimostrato il contrario, a meno che tutti non abbiano detto delle bugie imbarazzanti su di me. Che fastidio doverci pensare proprio adesso...

Pochi minuti dopo io e Prisca siamo sedute su due sgabelli, l'una al fianco dell'altra, con i microfoni sulle magliette della delegazione olimpica. La Salvatori ha il suo dispositivo in mano e si siede su un altro sgabello di fronte a noi, ma in modo che nessuna dia le spalle alla telecamera.

«Allora, ragazze, come prima cosa, l'intervista non è in diretta, ma la monteremo poi per mandarla in onda domani. Quindi se fate strafalcioni, tranquille, possiamo ripetere.»

«Facciamo i ciak sbagliati dei film?» chiede Prisca ridendo.

«In pratica sì» risponde la giornalista, ridendo anche lei. «Pronte?»

Annuisco. Di certo la mia compagna di squadra starà facendo la stessa cosa.

«Bene. Allora, eccoci qui, dopo la partita splendida che avete giocato ieri. Se ci fosse un momento di ieri sera che vorreste tenere impresso nella vostra mente, quale sarebbe?»

«Posso dire tutti?» chiedo a mia volta, alzando la mano come a scuola. Il bello delle interviste è che posso permettermi un po' di leggerezza.

«No, tutti non vale!» scherza la Salvatori, con il vento che le scompiglia i capelli color platino. Li sistema velocemente con un gesto distratto, poi guarda Prisca attendendo una sua risposta.

«Io direi il terzo gol» dice lei, seriamente. «Dopo la prima partita ho letto su alcuni giornali che potevo fare di più... e, be', ho voluto dimostrare quello che so fare. Tanto ora diranno che tre gol non sono abbastanza, ma me ne faccio una ragione!»

Sorrido. Anche lei con le interviste è una gran paracula!

«A proposito, uno dei tratti che ti caratterizzano è la consapevolezza dei tuoi mezzi...»

«Insomma, lei crede di essere invincibile» commento io. Quando ci fanno le interviste insieme finiamo sempre per comportarci come due soggette, questa cosa non cambierà mai!

«Ehi, io sono invincibile!» esclama Prisca, offesa solo per finta.

Per qualche minuto andiamo avanti così, con botta e risposta simpatici e ci ritroviamo, come ci succede spesso, a raccontare il giorno in cui ci siamo conosciute. La Salvatori ci ascolta con attenzione, annuendo di tanto in tanto, poi ci chiede:

«Se voi poteste tornare indietro a quel giorno, quando entrambe avevate sei anni, cosa direste l'una all'altra?»

Sorrido. È una domanda curiosa, non ce l'aveva mai fatta nessuno.

«Chiederei a Prisca di farmi evitare qualche figuraccia di troppo durante il liceo!» ridacchio.

«Oh, sì, puoi anche dirlo, tanto non sarebbe cambiato nulla!» scherza anche lei. «Io direi alla bimba-Serena di esultare un po' di più. Sono poche le persone che riescono a togliermi il pallone dai piedi al primo tentativo!»

«Sarebbe piaciuto a tanti... soprattutto maschi» commento. Quando eravamo più piccole, ci divertiva uscire l'una nel quartiere dell'altra e bazzicare nei luoghi in cui eravamo certe di incontrare coetanei che giocavano a calcio. Prisca era di una paraculaggine innata, riusciva sempre a convincerli a lasciarci giocare... Loro erano certi di aver trovato due stupidotte qualsiasi, poi noi giocavamo a memoria e li facevamo impazzire.

Lo ammetto, per parecchio tempo è stato il nostro passatempo preferito.

«A proposito di questo, voi come vivete il confronto con i colleghi uomini?» si inserisce la Salvatori, seguendo il nostro discorso. Una cosa positiva di lei è che le sue interviste non sembrano mai degli interrogatori, ma sempre una sorta di chiacchierata in amicizia. Alla fine siamo persone come tante, mica mostri orrendi!

«Loro guadagnano di più, giocano in stadi più belli, hanno miriadi di persone che aspettano di vederli dal vivo. Li invidierei, se non mi dispiacesse avere una vita normale» risponde Prisca. «Essere una calciatrice ti permette di essere una persona quasi come tutte le altre. Qualcuno che ti riconosce per strada c'è, ma non diventa mai qualcosa di molesto. Abbiamo meno attesa sulle nostre spalle, questo ci permette di essere noi stesse in ogni momento. Posso andare tranquillamente a mangiare in un posto affollato senza essere tartassata dai tifosi.»

«Le piace essere lasciata in pace, se non si fosse capito» la prendo in giro, facendo ridere la giornalista.

«E tu, Serena?» mi chiede.

Scrollo le spalle. «Non mi sono mai posta il problema. A me importava essere rispettata, tutto qui. Per fortuna nella mia vita ho incontrato pochi trogloditi che mi hanno guardata male o che mi hanno detto cose irripetibili perché giocavo a calcio... però mi rendo conto di aver avuto fortuna, perché ci sono dei casi in cui non è stato così semplice.»

Mi riferisco a Marta, che ha dovuto sopportarne di tutti i colori quando era ragazzina... Per fortuna ha avuto la Pink Bari che l'ha accolta nelle giovanili appena ha fatto il provino, ma se le capitava di incontrare qualcuno mentre andava agli allenamenti, faceva retromarcia e cambiava strada.

"Una mia compagna di classe ha detto che le ragazze che giocano a calcio vogliono solo attirare attenzioni in uno sport in cui sono inferiori" mi ha rivelato una volta, mentre eravamo in ritiro con l'Under18. "Non le ho più parlato."

E ha fatto bene.

Fermo la mia mente prima che possa ritornare a quella sera, in cui ci siamo messe a chiacchierare in camera perché nessuna delle due riusciva a prendere sonno. Sono passati un po' di anni, ma certi ricordi non se ne vanno via facilmente.

«Quindi pensi di essere stata privilegiata?» mi domanda la Salvatori, incuriosita, riprendendo le mie parole di poco fa.

«Non proprio. Io e Prisca avevamo il brutto vizio di girare per campi da calcio, e abbiamo sempre fatto vedere che, se messe alla prova, noi eravamo brave. In parecchi casi, eravamo anche più brave dei ragazzi che avevano accettato di farci giocare con loro. Ci siamo meritate il rispetto dei nostri coetanei quando avevamo dodici-tredici anni, quindi poi è stato più facile, perché avevamo già una buona sicurezza di noi.»

«E poi eravamo sempre insieme» precisa lei, con lo sguardo perso nel vuoto. Nei suoi occhi c'è una luce che sa di nostalgia del passato. «A noi non è andata bene, di più!»

«All'epoca già giocavate per la stessa società? Siete sempre state insieme?»

«Sì» rispondiamo in coro. Mi ritrovo a sorridere per la nostra sintonia.

«E vi davano il permesso per giocare in giro?» esclama lei, come se non potesse credere alle proprie orecchie.

«Assolutamente no!» ride Prisca. «Come minimo ci avrebbero fatto una multa!»

«Non che a noi importasse, all'epoca» sottolineo. «Eravamo due teppistelle... solo che invece di andare in giro a suonare citofoni e scappare, ci facevamo rincorrere dietro a un pallone! Però ne è valsa la pena.»

«Voi due siete sempre insieme, praticamente da quando eravate bambine» dice allora la Salvatori, con un sorriso gentile sulle labbra chiare e senza rossetto. «Quanto ha influito la vostra amicizia sulle calciatrici che siete diventate?»

«Ahia, questa è una domanda seria.»

La sua voce suona ironica, ma io so benissimo che Prisca non sta scherzando.

«Tanto» rispondo io. «Forse non ci troveremmo qui, se non ci fossimo incontrate.»

«Qualcuno pensa che siamo fidanzate» ride la mia migliore amica.

«Non ci sarebbe nulla di male» dice la Salvatori, con un sorriso che però è serio.

«Assolutamente no, era una battuta per far capire quanto siamo unite. In ogni caso, sarebbero affari nostri» continua Prisca, ridendo.

«Sempre per una questione di privacy» puntualizzo. «Ognuno è libero di fare quello che vuole senza essere giudicato. Noi siamo un po' sotto i riflettori, non quanto i maschi, ma un po' sì... quindi in certi casi è meglio evitare di parlare di sé, perché...»

Mi interrompo e prendo un profondo sospiro. Ma proprio ora dovevo tirare fuori un momento alla Superquark sulla società idiota del nostro tempo?

«Insomma, noi siamo dei modelli per quello che facciamo in campo, chi amiamo non è qualcosa che riguarda nessuno» interviene Prisca. «Se incontro una bambina che mi chiede una foto e un autografo, di certo non le importa con chi vado a letto!»

«Ma quindi voi due?» chiede la Salvatori, con un sorriso affabile.

«Io sto bene così» risponde la mia amica. «Lei è tipo fidanzata, ma ancora non ha capito.»

Spalanco gli occhi. A Prì, ma checcazzo dici?

«Sono affari miei» sussurro a mezza bocca. Doveva proprio mettermi in imbarazzo?

«Questa parte la tagliamo» interviene la giornalista.

La ringrazio in un soffio, scoccando un'occhiataccia alla mia compagna di squadra. Appena siamo sole mi sente, eccome se mi sente...

«Scusa» biascica lei, dispiaciuta.

Sempre la stessa: fa il danno e poi si accorge di aver sbagliato. Per sua fortuna tagliano questa parte di intervista...

Continuiamo, anche se la conversazione prosegue su toni più leggeri, fino a quando veniamo lasciate libere per andare a prepararci. Grazie a Simona stasera ci alterneremo per servire alla mensa.

Appena rimaniamo sole, Prisca prova a spiegarsi, ma la anticipo.

«Tranquilla, ci. Non fa niente.»

Lei sorride, con un lampo che le attraversa gli occhi azzurri.

«Chi arriva per ultima fa doppio turno a mensa!» grida, prima di lanciarsi a correre giù per le scale.

Un'eterna bambina, come se avesse ancora sei anni.

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Capitolo 18
*** 18. Nei guai ***


 

Prisca butta il vassoio con la cena sul tavolo, rischiando di rovesciare l'acqua nel bicchiere.

«Bimba, ma sta' halma!» esclama Giada, anche se si accorge subito che la mia amica non è davvero arrabbiata.

«Sono distrutta... Ci hanno messo una vita a darci il cambio!» sbuffa lei, accasciandosi su una sedia. In effetti, Rosalia si è scusata dicendo che Lucia si è fatta attendere... Ma la centrocampista dell'Inter ha negato vedendo lo sguardo omicida di Prisca.

Quando ha fame diventa scorbutica.

Marta, immersa nei suoi pensieri, fissa imbambolata il maxischermo, su cui sta per andare in onda la seconda partita dei ragazzi contro il Giappone. Cerco di non dare troppo peso alla partita, e quasi non mi accorgo che Lorenzo rischia di segnare.

«Ma tu guarda Brini che combina!» ridacchia Prisca. Non mi guarda, perché sa che è al riparo dalle mi occhiatacce: davanti ad altre persone non posso dirle di stare zitta sul mio ragazzo. Lei sarà pure amante del brivido, ma io no.

«Anche l'altra sera se ne è mangiato uno tipo questo» commenta Marta, senza un reale interesse, inforchettando le pennette al sugo.

Conoscendola, ancora è giù per la sostituzione di ieri. E, conoscendola, non dirà molto altro stasera. Ha dato tutto il suo buonumore nel servire a mensa, chiacchierando con i cuochi e con chi passava a riempirsi il vassoio.

Quando Michele Favaro segna con un tiro fuori dall'area, c'è un bel boato. Sono tentata di alzarmi e andarmene. Vorrei guardare la partita da sola, come l'altra volta, perché ci tengo e sono parecchio tesa, perché anche per loro è quella decisiva per il passaggio del turno. Purtroppo, prima devo finire di mangiare. Grazie allo splendido suggerimento di Simona, ora mi ritrovo a dover mandare giù tutto di corsa masticando al doppio della velocità solita.

Che palle.

Incrocio lo sguardo di Prisca, che mi fa intendere che ha da dirmi qualcosa. Per fortuna, però, dal tavolo vicino attaccano a chiacchierare con lei e Giada, così ne approfitto per alzarmi e andarmene salutando a malapena.

Non è la prima volta che scappo da occasioni conviviali, ma in questo momento ho davvero altro per la testa. Sono contenta che con la mia migliore amica sia tutto risolto, mi sento sollevata al pensiero che non ce l'abbia con me, anche se non ho idea se...

«Sere!»

Avevo appena fatto in tempo a lasciare il vassoio nel carrello e speravo che nessuno mi raggiungesse. Invece, Marisa Lingualunga la Mari Cicero, che ha una marea di soprannomi infinita, mi ha chiamata proprio mentre stavo per uscire dalla mensa.

Mi volto e la vedo compiere la stessa azione meccanica che ho fatto io poco fa per incastrare il vassoio. Per un momento penso di andarmene mentre lei è distratta con questa piccola operazione: vorrei guardare la partita in santa pace e starmene per conto mio.

Anche per Lorenzo si tratta di una partita decisiva... posso rintanarmi in camera e non essere trovata da nessuno?

La Mari mi si avvicina e sussurra: «Ma hai parlato con Prisca?»

Annuisco, mentre le porte automatiche della mensa si aprono per farci uscire. «Ti sembra incazzata?»

«Non riesco a capirla. Stamattina quando ci cambiavamo per tornare qui sì, mi sembrava arrabbiatissima. E non lo capivo, perché ieri ha fatto un partitone... be', lo abbiamo fatto tutte.»

«Le è passata, fidati. Sai com'è fatta, adesso starà già pensando al Brasile» le dico. Preferisco che la lasci in pace, perché oltre alle attenzioni di Musella ci mancano solo quelle di Marisa...

Spio da uno dei televisori in giro per Casa Italia come sta andando la partita, e mi avvio alle scale per andare in camera. Bice era tra le ragazze che ci hanno dato il cambio, e mi ha anche lasciato la chiave.

Almeno per finire il primo tempo dovrei stare tranquilla.

La centrocampista della Juve decide di salire insieme a me, senza accorgersi del mio fastidio e della mia fretta. O forse se ne accorge, ma non le importa e vuole saperne di più.

«Mari, sono stanca» le annuncio, aprendo la porta della mia stanza. Che non le venisse in mente di intrufolarsi qui, stasera non voglio nessuno.

«Oh... » mormora lei, sorpresa. «Allora, buonanotte.»

«'Notte.»

Mi chiudo dentro e la prima cosa che faccio è accendere il piccolo televisore che abbiamo qui e sintonizzarlo sul canale Rai su cui trasmettono Italia-Giappone dei ragazzi.

Ecco, ora sono sull'uno a uno e io me lo sono perso. Ma mannaggia la miseria...

Dopo qualche minuto mi vibra il telefono abbandonato sul letto. I miei coetanei non stanno brillando come nella prima partita e neanche quanto noi ieri sera. La vibrazione si ripete, più forte e insistente.

E ora chi diavolo è?

La zia, sulla chat della nazionale. Ci sta mandando i video delle giocatrici da tenere d'occhio, con annesse indicazioni.

Apro quello in cui ha espressamente taggato me e Marisa aggiungendo: "Blanchita va fermata a ogni costo. Guardate come si muove e trovate come toglierle la palla senza fare fallo". Sì, vabbè... una parola.

Blanchita, il cui nome intero è lungo quanto la Divina Commedia, è la stella del Brasile. In Sudamerica è venerata come una divinità, altro che Pelè... è una calciatrice davvero forte, e il nostro problema è che non ha mai giocato in Europa; quindi nessuna di noi ha mai avuto occasione di affrontarla, se non qualcuna delle ragazze più grandi nelle nazionali giovanili. Io, comunque, no: l'ho sempre ammirata per il suo impegno sociale fuori dal campo, per l'assistenza alle donne vittime di violenza nel suo Paese...

Domani sarà un onore stringerle la mano.

Rispondo con un "okay", e poi abbandono il telefono accanto a me mentre il rinvio di Rostagno finisce nei piedi dei ragazzi giapponesi. Niente, stasera non ne mettono in fila due.

Sbuffo, mentre qualcuno mi bussa alla porta. Vado ad aprire controvoglia e davanti mi ritrovo Prisca, che entra senza neanche dire nulla. Si butta a peso morto sul letto di Bice, accavallando le gambe e con i piedi già inciavattati sporti in fuori. E ora come ha fatto ad andare in camera e cambiarsi se io sono corsa su mentre lei stava ancora chiacchierando a mensa?

«Non dirmi che hai visto già tutti i video che ci ha mandato la zia» esordisco, sedendomi a gambe incrociate dove ero prima. In genere, in una situazione simile sarebbe venuta da me per dirmi cosa fare con il dieci brasiliano.

«Sì, ma non dirlo a lei» commenta la mia amica, trattenendo una risata. «Li ho già guardati per conto mio. Cercavo un modo per superare la loro difesa senza prendere fallo... Mi piacciono le punizioni e mi piace anche quando le altre vengono ammonite... ma è una questione di principio. Voglio segnare su azione.»

«Hai trovato un punto debole?» le chiedo, guardando Lorenzo mentre riceve in fuorigioco di rientro. Agita le mani in direzione di Paolo Musella, indicandogli di anticipare di un secondo il passaggio.

«Ti pensi se litigano in mezzo al campo?» ride Prisca.

«Non oso nemmeno immaginarlo» commento. «Sarebbe tremendo, anche perché io a Lori ancora non ho detto niente...»

«Eh, mi sa che ti tocca.»

Non aggiungo una parola, guardando i ragazzi che continuano a essere in difficoltà: i giapponesi sono organizzati bene in ogni parte del campo. Un cross di Antifora finisce lunghissimo, sul ribaltamento di azione Rostagno deve superarsi per parare un gran tiro a giro del dieci avversario, poco prima del fischio che segna la fine del primo tempo.

«Ma tu come l'hai presa?» chiedo alla mia amica, mentre in televisione parte la pubblicità.

«Di Paolo? Sinceramente lui non mi interessa, non in quel senso, comunque.» Si toglie le ciabatte dai piedi, sdraiandosi sul letto di Bice, con le mani dietro la testa. «Non mi va l'idea che qualcuno qui voglia provarci con me... ci sono diecimila modi per avvicinarmi e questo è il peggiore, perché io sono venuta a sapere le cose tramite te e Marisa. E la Mari l'ha saputo da Morana. Insomma, non voglio che si parli di me.»

«Ed è quello che Paolo sta facendo succedere» commento.

«Già. Fossi in lui, mi lascerei proprio perdere, perché la tentazione di mandarlo a fanculo appena lo vedo ce l'ho. Tu, comunque, vedi di parlare con Lorenzo appena puoi, perché stasera è nervosissimo.»

«Comunque» dico io, senza più aggiungere altro. Non so quante volte lei ha usato questa parola, stasera!

«Prendi poco in giro!» ride lei. «Piuttosto, diamo un'occhiata a quei video della zia, altrimenti poi chi se la sente...»

Passiamo l'intervallo e buona parte del secondo tempo a spulciare i link che ci ha mandato l'allenatrice. Prisca deve tenere sotto osservazione la linea difensiva delle brasiliane, che non sono impeccabili quando difendono; senza considerare che la mia amica è brava nell'uno contro uno e darà loro parecchio filo da torcere...

Quando più tardi Bice rientra in camera, si trattiene a chiacchierare con noi due. Non ho detto a Prisca che lei non passa quasi mai la notte qui, perché non c'è ragione di informarla. Rimaniamo a parlare mentre la partita dei ragazzi finisce, e la trequartista azzurra decide di andare a dormire augurandoci la buonanotte.

 

***

 

Mi sono sforzata nel rimanere in piedi, ma l'urgenza di parlare con Lorenzo è più importante del mio sonno. Non voglio che scoppino casini con Paolo a causa mia e lui deve sapere come stanno le cose. Per ingannare l'attesa, sto facendo su e giù per la stanza, con i calzini ai piedi nella speranza che attutiscano il suono e che chi dorme al piano di sotto non si svegli sentendomi camminare.

Il telefono vibra nella mia mano e io non devo neanche leggere il messaggio per sapere che si tratta di lui. Gli apro la porta e lo ritrovo davanti a me: stanco, distrutto per una partita che sarebbe dovuta andare meglio, ma felice di vedermi nonostante tutto.

Gli faccio spazio per entrare, e richiudo subito. Meglio non rischiare che qualcuno dei ragazzi ci veda, se sono ancora in giro per i corridoi.

«Si può sapere che succede?» mi chiede subito Lorenzo, inarcando le sopracciglia scure.

«Non fare cavolate con Paolo» sussurro. «Ti ho visto prima, durante la partita... sembrava che je stavi pe' partì. Non lo fare, controllati, perché non è come sembra.»

«Non è come sembra?» esclama lui. Gli faccio cenno di abbassare la voce, ma il mio ragazzo strabuzza gli occhi incredulo. «Come fa a non sembrare che vuole provarci con te?»

«Perché lui non voleva provarci con me» sibilo, indispettita. «Amò, è così difficile stare zitto e ascoltarmi?»

Lui sospira e si accascia sul letto di Bice. «Sì, scusami.»

Alza lo sguardo verso di me, incrociando i miei occhi. Gli passo una mano tra i capelli neri e sorrido. Non ce l'ho con lui, ma tutta questa situazione è un gran casino.

«Voleva parlarmi di Prisca.»

Potrei avergli tirato una secchiata d'acqua fredda, avrei ottenuto la stessa reazione. Mi scruta stralunato, come se gli avessi detto qualcosa di impossibile, tipo che la zia mi ha preso a schiaffi durante l'allenamento.

«Prisca?» mormora, incredulo. «E che diavolo... ma che razza di deficiente...»

«"Che razza di deficiente"?» ripeto, confusa. Che significa?

Non ha il tempo di rispondermi, perché qualcuno bussa alla porta.

«Villa, apri!»

Occazzo.

Era la voce di Saracchi.

«Siamo nella merda» sussurra Lorenzo.

Annuisco, ma cosa posso fare? Se lui si nascondesse, chissà che idea si potrebbe fare l'allenatore!

«Senti, gli apro. Non stiamo facendo niente.»

Il mio ragazzo impallidisce, senza dire nulla. Ma che dovrebbe dirmi?

Mi avvicino alla porta e abbasso la maniglia. Davanti a me trovo Leonida Saracchi, il viso rubicondo e con la barba grigia di un paio di giorni, e la zia, che mi guarda come se avessi appena ucciso qualcuno. Mi sa che a essere uccisa, invece, sarò proprio io.

«Brini, cosa ci fai qui?» chiede lui, perentorio.

Ora sì che siamo nei guai.

 

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Capitolo 19
*** 19. "Niente che non andasse fatto" ***


 

Rimango immobile, mentre vedo la vena pulsare sul collo di Saracchi. I suoi occhi scuri, ridotti a due fessure, si alternano tra me e Lorenzo.

«Brini, cosa stai facendo qui a quest'ora?» chiede la zia. La voce è ferma, inespressiva, controllata, come se si fosse sforzata di mantenere la calma. Non l'ho mai vista perdere le staffe, e non vorrei che accadesse proprio adesso.

Eppure noi non abbiamo fatto niente, siamo stati bravi da quando è iniziato il ritiro... Non stavamo facendo niente. Non abbiamo violato nessuna regola, ci siamo soli mossi sul filo, come due centravanti che corrono il rischio del fuorigioco contro un'alta linea difensiva.

«Dovevamo parlare.»

Non so da dove mi sia venuta la forza per dirlo, né il coraggio. Spero solo di non pentirmene, che l'arbitro non mi ammonisca o, peggio, espella.

«Parlare? All'una passata?» sbotta Saracchi, furioso.

Inspiro. Espiro.

«Sì.»

So di essere nel giusto. Anche se i loro sguardi minacciosi farebbero paura a chiunque, la sicurezza improvvisa di avere ragione nonostante le apparenze suggeriscano ben altro, mi permette di rimanere padrona di me – e di non fare stupidaggini.

«Non è come sembra...» balbetta Lorenzo, terrorizzato. «Possiamo spiegare perché...»

Mi volto a guardarlo. Lui sì che in questa situazione rischia di dire qualcosa di sbagliato. Ma spiegare? Cosa dovremmo spiegare? Che Paolo vuole provarci con Prisca proprio nel bel mezzo di un'Olimpiade, quando gli allenatori ci hanno vietato inciuci di qualsiasi tipo? Dobbiamo coinvolgere altre persone?

Io non voglio trascinarmi dietro nessuno, meno che mai Prisca. Se devo essere cacciata via dal ritiro perché sto con il mio ragazzo, non voglio che lei sia coinvolta. Piuttosto tengo la bocca chiusa e me ne vado.

La zia penserebbe che anche lei è distratta. Se è stato così semplice che questo incontro notturno tra me e Lorenzo sia stato frainteso, figuriamoci cosa...

«Che succede qui?»

«Mister?»

«Non ci posso credere, chi c'è dalle ragazze?»

«Mi fate entrare in camera?»

La voce di Bice sovrasta quella di alcuni ragazzi e pochi istanti dopo la vedo sbucare alla sinistra della zia, confusa e spaventata allo stesso tempo.

«E tu dove eri?» chiede l'allenatrice, rossa in volto. Se scoprisse che anche lei fa proprio quello che vuole sotto il suo naso, siamo fritte.

«Da Alessia e Livia» risponde prontamente la mia compagna di stanza. «Stavamo guardando i video e già che...»

«Se Eva Mendes si allarga dal lato tuo o di Alessia, cosa dovete fare?» la interrompe la zia, come in un interrogatorio. Deve solo verificare o non si fida nemmeno di lei?

«Eva Mendes gioca dall'altra parte, come difensore centrale di sinistra. Non è di lei che dobbiamo occuparci io e Ale, se non durante i calci d'angolo, ma è Carlotta che deve marcarla.»

La coach tira un sospiro di sollievo: Bice ha superato la sua prova. Spero davvero che fosse da Alessia e Livia...

Lei entra e si chiude nel bagno senza assistere alla scena, senza neanche lanciare nella nostra direzione un'occhiata curiosa.

«Ma si può sapere cosa succede?» chiede un'altra voce maschile dal corridoio. Con un colpo al cuore, riconosco Cristian Giulianova. Se gli domandassero se è a conoscenza di qualcosa, passerebbe dei guai anche lui. Ma che avrebbe dovuto fare? La spia a Saracchi? Distogliere Lorenzo da quello che prova per me? Non è nel suo carattere, non lo farebbe mai.

«Andatevene tutti in camera» scandisce lentamente Saracchi, voltandosi verso i ragazzi che, immagino dal suono di passi, si stavano avvicinando. «E non vi azzardate a dire niente a nessuno.»

«Okay

«D'accordo.»

«'Notte, raga.»

«'Notte.»

Le loro voci mi arrivano ovattate, mescolate tra di loro, ma qualcosa mi lascia dire che non dormiranno, che vorranno sapere cos'è successo, che appena vedranno Lorenzo lo bombarderanno di domande...

Ma gli occhi infuriati dei due allenatori sono puntati su di noi, come se fossimo davvero colpevoli di un reato grave. Non abbiamo fatto assolutamente niente, non possono mandarci via perché stavamo solo parlando!

E non possono mandarci via nemmeno perché ci amiamo.

La verità è questa. Se non amassi Lorenzo, non gli avrei mai chiesto di venire qui, perché è importante per me che non si faccia buttare fuori dalla Nazionale, e che non combini casini per un semplice malinteso. Se non lo amassi, non mi importerebbe di lui e del suo futuro, anche quello più prossimo.

La zia e a Saracchi entrano nella camera chiudendosi la porta alle spalle, mentre io vado a sedermi sul letto di Bice, dov'è anche Lorenzo. Non oso guardarlo: in parte mi sento responsabile di questa situazione. Ma sono ugualmente sicura di me e del fatto che noi non siamo nel torto.

«Allora» inizia a dire la zia. «Dovete dirci qualcosa?»

Saracchi si avvicina a noi, non più minaccioso, ma con curiosità; come se il poco tempo trascorso da quando loro hanno bussato gli avesse permesso di sbollire la rabbia. Anche se qualcosa mi lascia intendere che non sia entusiasta di quello che sta succedendo.

«Non c'è granché da dire» rispondo. «Stavamo solo parlando.»

«Vi avevamo avvisati, non volevamo intrallazzi di nessun tipo mentr...» inizia a dire l'allenatore dei ragazzi.

«Non è un intrallazzo, è una storia seria» lo interrompe Lorenzo. Non so dove abbia trovato la fermezza per dirlo, ma mi rincuora sapere che non ha nessuna esitazione ad ammettere quello che c'è tra di noi.

«E da quanto va avanti?» ci interroga la zia.

Sospiro. È imbarazzante che la seconda persona a cui lo racconto è proprio lei. Lo sarebbe stato ancora di più se non ne avessi già parlato con Prisca.

«Mesi. Non è nata qui, e non abbiamo fatto nulla durante le Olimpiadi, né durante il periodo a Coverciano.»

«Nulla!» esclama Saracchi. «E questa sera che cosa avevate in mente di fare?»

«Parlare» ribadisco. «Quello non è vietato.»

«E di cosa?»

«Della partita» mente Lorenzo, con un soffio di voce. «Lo facciamo sempre quando uno dei due gioca. L'abbiamo fatto anche in circostanze normali, fuori dall'Olimpiade. Se non fossimo stati entrambi qui, ci saremmo scritti per messaggio.»

Annuisco. Questo è vero: da quando abbiamo iniziato a frequentarci è stato uno dei nostri riti post-partita. E se giocavamo in contemporanea, ci davamo il tempo di guardare l'uno cosa aveva fatto l'altro per poi discuterne insieme.

«Quindi lo avete già fatto dopo le altre partite» constata Saracchi.

Suona molto ambiguo, detto così.

«Esatto» confermo. «Non è vietato parlare, no?»

«No, non lo è, ma che vi siate visti di notte, più volte stando a quanto dite, è sospetto» afferma la zia, ancora con tono severo. «Vorrei fidarmi delle vostre parole, ma capite da voi che non sono abbastanza.»

«Potete chiedere a Bice» mormoro. «Ci avrebbe sentiti durante la notte, se avessimo fatto qualcosa.»

So di aver sorpreso l'allenatrice. Tutte noi del giro della nazionale, sappiamo benissimo che la mia compagna di stanza ha il sonno leggero, perché è sempre un problema il fatto che lei si svegli continuamente di notte a ogni minimo rumore. Solo perché la zia non vuole che qualcuna stia nelle camere singole, ha tentato tutti gli abbinamenti per permetterle di dormire in santa pace. E dopo averle cambiato compagna due o tre volte a ritiro, ha scoperto che io le vado bene.

Se fosse stata in camera quando io e Lorenzo ci siamo visti nel cuore della notte, se ne sarebbe senz'altro accorta.

Devo sperare che lei mi copra? Onestamente ho poco da sperare: così metto al sicuro entrambe, garantendo anche che lei non è sgattaiolata via quasi ogni sera.

Che lei mi dia una mano, che menta per me, serve a entrambe.

«Ha il sonno leggero» sento dire dalla zia, proprio mentre la mia compagna di stanza esce dal bagno. Richiude la porta, poi scosta una ciocca di capelli castani dal viso. Si sfila l'elastico per capelli dal polso e si porta le mani sulla nuca per legarli.

Ci voltiamo tutti a guardarla, come se fosse un'apparizione miracolosa, e lei scrolla le spalle. «Non dovevo scaricare, mi sono solo lavata i denti.»

Trattengo una risata solo perché sarebbe la cosa più fuori luogo, in questo momento. Ma mi sento più leggera.

«Bice, come hai dormito in questi giorni?» la interroga la zia.

«Sul letto? Supina?» risponde lei. Ho l'impressione che si aspettasse il terzo grado e che abbia già preparato le risposte. Se così fosse, spiegherebbe perché è stata in bagno tanto tempo e perché ci si è fiondata, ignorandoci, appena rientrata in camera. Deve averlo fatto per riflettere su come gestire la situazione in maniera credibile... Non saprò mai come ringraziarla.

«Contini, non è il momento per le spiritosaggini» la rimprovera Saracchi.

«Ho dormito bene, lo sapreste se avessi avuto altri problemi!» esclama lei, forse alzando un po' troppo la voce. Nella camera adiacente alla nostra ci sono Prisca e Marisa. Magari la mia migliore amica non ci fa neanche caso, ma se la Mari si svegliasse?

Spero proprio di no, scoppierebbe un gran casino...

«Quindi non hai notato nulla di strano?» continua inquisitoria la zia.

«E cosa avrei dovuto not...» si interrompe, posando lo sguardo su me e Lorenzo. «Ah...»

Non termina la frase, ma non mi serve per capire cosa avrebbe chiesto.

Annuisco, non so cosa stia facendo il mio ragazzo. Gli do le spalle, ma so che comunque non riuscirei a guardarlo. Qualsiasi occhiata tra noi potrebbe essere male interpretata dagli allenatori, e non lo voglio.

«Non sapevo nulla» dice la mia compagna di stanza rivolgendosi ai due, sicura di sé.

«Come fai a non saperne nulla?» sbotta Saracchi.

«Forse è meglio se andiamo tutti a dormire» decide la zia. Il tono è tornato quello solito, gentile quando siamo fuori dal campo, ma non so cosa aspettarmi da lei. Che abbia capito che stiamo dicendo la verità? «Domani valuteremo cosa fare, a mente fredda.»

Tiro un grosso sospiro di sollievo, perché il volto di Saracchi è ancora paonazzo: se l'allenatrice non avesse parlato, ci avrebbe spediti lontano dal villaggio olimpico seduta stante.

Ma lui annuisce. «Sì, sarà meglio. Lorenzo, fuori di qui.»

Il mio ragazzo si alza dal letto di Bice e lascia la camera... senza neanche guardarmi negli occhi. Non mi ha guardata, mentre io invece non riesco a staccare gli occhi dalla sua nuca mora, fino a quando non scompare nel corridoio.

Una parte di me suggerisce di scusarmi con la zia, di provare a dire qualcosa che possa sistemare la situazione; ma è solo una piccolissima parte e la metto subito a tacere. Io e Lorenzo non abbiamo fatto nulla di male. Stavamo solo parlando, abbiamo rispettato le regole. Farlo è stato difficilissimo, perché la tentazione di stare insieme e di non limitarci alle parole e a un po' di compagnia, soprattutto nei primissimi giorni di ritiro, quando i Giochi erano ancora lontani, è stata forte. E se ora ci devono mandare a casa per questo... No, proprio no. Non posso accettarlo.

La zia ci augura la buonanotte e se ne va, ma ci saluta con un tono così freddo che mi fa pensare che sia ancora arrabbiata con me, nonostante poco fa abbia mantenuto la calma per compensare il comportamento di Saracchi. Un po' mi dà fastidio questo atteggiamento, ma il mio lato razionale mi spinge a credere che la sua reazione sia stata la migliore, viste le circostanze. Almeno non ci hanno sbattuti fuori all'istante.

Mi butto a peso morto sul letto, e fisso il soffitto.

«Eri davvero da Alessia e Livia?» chiedo a Bice, che si sta infilando il pigiama come se niente fosse.

«Stavolta sì» mormora lei. «Per fortuna ho potuto darti una mano. Se non fossi stata da loro e non avessimo guardato tutti quei maledettissimi video, ora saremmo entrambe nei guai fino al collo.»

«Be', Bice... grazie.»

«Non ho fatto niente che non andasse fatto» fa lei, scrollando le spalle. «Non credo che ti sia messa a infrangere le regole così, tanto per farlo.»

Sospiro, ma non aggiungo una parola. Sarebbe giusto dirglielo, almeno per riconoscenza...

«Non devi parlarmene, non voglio saperlo» mi anticipa Bice. «Non perché non mi importi di te, sia chiaro, ma perché se iniziamo a tirare fuori ognuna i propri segreti, scoperchiamo un vaso di Pandora.»

Annuisco. Vero, non voglio che poi anche lei si senta costretta a raccontarmi i fatti suoi. E visto quello che è appena successo, avrei un grandissimo bisogno di dormire e staccare la spina, almeno fino a domattina. Mi rigiro sul letto e chiudo gli occhi.

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Capitolo 20
*** 20. Prepararsi alla sentenza ***


«Mi dispiace, avrei voluto fare qualcosa» mormora Cristian, abbattuto, sedendosi al tavolo dove sto facendo colazione. Ho dormito poco e male, svegliandomi alle prime luci dell'alba, così sono scesa il prima possibile alla mensa, quando sapevo che non avrei trovato nessuno. Però per le scale ho incontrato il compagno di stanza di Lorenzo, anche lui diretto a colazione.

Strano che sia da solo e, soprattutto, che abbia queste occhiaie. Nei primi piani di ieri sera, durante la partite, non mi pare di averle viste... e dubito proprio che abbia usato il correttore per nasconderle alle telecamere Rai.

«C'era ben poco che avresti potuto fare» commento, amaramente. «Anzi, preparati al terzo grado di Saracchi, perché già ieri avrebbe spellato Bice con le sue mani perché faceva la spiritosa... La zia ha deciso che ne parlano oggi e, visto che noi abbiamo il pomeriggio libero, immagino anche quando lo faranno.»

Ed entro stasera avrò condanna o assoluzione.

«Mi dispiace lo stesso. Lorenzo si sente un cretino, non sarebbe dovuto venire da te ieri sera, almeno non subito dopo essere tornati qui...»

Sospiro. Anche io mi sento un'imbecille totale, perché se proprio dovevamo farci beccare l'abbiamo fatto nel modo più stupido che esista.

«Come sta? Ha dormito?» gli chiedo, preoccupata. Da un lato vorrei salire e accertarmene di persona, dall'altro preferisco rimanere lontana. Non sono sicura di come reagirebbe lui al vedermi.

«S-sì, credo di sì. Almeno penso. Non ho guardato molto quello che faceva, cercavo di addormentarmi io...»

«E non ci sei riuscito.»

Non è una domanda, ho intuito da un bel pezzo che lui non ha chiuso occhio.

«Eh, no.»

«Non penso che ti faranno troppe storie» provo a rincuorarlo, anche se quella che dovrebbe essere rincuorata sono io. «Che avresti dovuto fare, dire a Saracchi che io e Lorenzo stiamo insieme? Perché tu lo sapevi, non è che possiamo nasconderlo.»

«Lui mi potrebbe dire che avrei dovuto, anche se...» si interrompe, nascondendo il viso in una tazza stracolma di caffè amaro. Non ho idea di come faccia a prenderlo così.

Vorrei chiedergli come sta, anzi, sono tentata di farlo, ma temo che non sia il caso. Mi sembra a pezzi, anche se non ne capisco il motivo. In ogni caso, non voglio costringerlo a parlarne con me.

«Ma voi due vi siete svegliati con il gallo?»

La voce di Prisca mi riscuote dai pensieri. Ci ha raggiunti al tavolo, e posa il vassoio al posto vicino a quello di Cristian, senza neanche domandarci se vogliamo compagnia. Ma, tanto, non le diremmo di no.

Lei gira assonnata il cappuccino, passandosi la mano libera tra i capelli chiari. Credo che non sappia niente, altrimenti avrebbe fatto qualche accenno.

«Ieri la zia e Saracchi ci hanno beccati» le dico.

«Lei e Lorenzo» specifica il difensore insieme a noi.

Prisca interrompe il gesto meccanico e il cucchiaino smette di tintinnare sul bordo della tazza. «Ho sentito un po' di casino, ma pensavo che fossero solo i ragazzi che avevano sbagliato corridoio. Mi avete svegliata» precisa guardando Cristian, che invece ha gli occhi fissi sul suo pane e Nutella. «Però almeno ho ripreso sonno subito. E la Mari ronfava allegramente, quindi non ne sa niente.»

La fa facile, Prisca, non si rende conto che potrebbero mandarci via entro la fine della giornata. «Non è tanto quello...»

«Seré, parlamose chiaro. Nun ve buttano fòri» sentenzia Prisca, cercando con lo sguardo l'appoggio di Cristian, che non sembra avere gran voglia di essere coinvolto, neanche nelle chiacchiere serie. «Lorenzo è il miglior marcatore dell'under, e tu sei fondamentale per noi. Mica solo perché Anastasia ancora non è rientrata, ma proprio perché tu ci servi. Se la zia ti manda a casa, creerebbe una frattura tra lei e noi, perché io non credo che le altre sarebbero d'accordo.»

«Lo spero» commenta Cristian, prima di addentare il suo pan carrè stracolmo di Nutella.

«Sarebbero due deficienti a mandarvi via, anche se vi avessero trovati nudi e impegnati» continua a dire la mia amica.

Trattengo una risata. Ha un modo tutto suo di esprimere certe cose... «Non è andata così, gli stavo raccontando quello che sai anche tu.»

«Ma lo so, ti ho detto io di farlo. Solo che...»

«Di che state parlando?» la interrompe Cristian, con la bocca piena.

Prisca mi lancia un'occhiata interrogativa, come per chiedermi se può parlarne.

«Senti, riguarda te» rispondo. «Fai come ti pare.»

«Abbiamo scoperto cosa voleva Paolo da Serena durante la cerimonia di apertura» spiega secca lei. «Siccome lei ancora non l'aveva detto a Lorenzo e l'ho visto molto nervoso con Musella durante la partita, le ho detto di dirglielo. Tutto qui.»

«E perché ti riguarda?»

La mia amica scrolla le spalle. «Pare che voglia provarci con me... ma se ne può andare al diavolo, soprattutto dopo tutto 'sto casino.»

Cristian non commenta, ma finisce di bere il suo mega caffè e ci saluta, portandosi via il vassoio.

Prisca lo spia con la coda dell'occhio. «Forse l'Udinese lo riscatta. Ma anche lui non ha deciso cosa fare, se rimanere lì o no o se iniziare a vagliare delle offerte.»

Sono sollevata che abbia cambiato argomento. Anche se il calciomercato non è proprio l'ideale... ma meglio di niente. Spero solo che ora non tiri fuori il discorso OL, perché non ho la benché minima voglia di dirle che io a Lione non ci vado. Non voglio essere una condizione da contratto, io voglio sentirmi protagonista, qualsiasi sia la mia prossima squadra.

Ma se oggi la zia mi caccia, quale squadra mi vorrebbe con sé? Quale club serio si prenderebbe la responsabilità di mettere sotto contratto una calciatrice che è stata allontanata dalla nazionale per "motivi disciplinari"?

Nessuno.

«Ti ha detto se lo ha cercato qualcuno?» le chiedo, riportando i miei pensieri su Cristian.

«All'estero sì. Un paio di squadre di Bundes, una in Liga, un altro paio dalla Ligue, e mi sembra tre in Premier. E anche in Italia lo cercano un po' tutti.»

«Ma non gli darebbero la certezza di giocare» commento, ipotizzando cosa avrebbe aggiunto lei.

Infatti Prisca scrolla le spalle, con una smorfia di disappunto. «Dicono che deve giocarsi il posto con tutti gli altri. Per me è anche giusto, eh... Ma a non farlo giocare sarebbero proprio deficienti. È uno che ti chiedi "che cazzo ci fa all'Udinese", con tutto il rispetto per l'Udinese. Gli manca un po' di esperienza ma, cazzo, che pretendono? Alla nostra età possiamo avere talento e testa, l'esperienza si fa giocando!»

Annuisco. Concordo con lei.

«Anche lui quindi aspetta la fine dei Giochi?»

«C'è poco da aspettare, secondo me. O accetta l'offerta economica migliore o il progetto che preferisce, ma anche qui ci sono dei problemi enormi. Se per progetto intendi giocare titolare, puoi anche andare al Saint-Étienne, per fare un esempio... se invece vuoi vincere qualcosa e ti va bene fare il panchinaro, puoi anche andare al Psg. Però io tra Saint-Étienne e Udinese non so cosa scarterei.»

Scarterei. Uno dei difetti di Prisca è puntare sempre al top e di rifiutare a priori l'idea di un compromesso, anche se non ha nessun motivo per essere lei a dettare le condizioni. Quando vede qualcuno che vale, si chiede perché sprechi il suo talento in squadre di medio-bassa classifica.

Con tutto il rispetto per l'Udinese.

So che ha ragione, ma a volte i suoi ragionamenti sono un po' troppo asettici, e non tiene conto di un punto di vista che non è razionale. «E se invece lui stesse aspettando la squadra giusta?»
«Non farmi ridere. Non possiamo permetterci di aspettare, non se arrivano le squadre importanti e siamo costretti a prendere delle decisioni.»

«Senti chi parla!» esclamo. Ma con che faccia tosta dice una cosa del genere? «Non conosci nessuno che sta facendo aspettare una delle big d'Europa?»

Lei scrolla le spalle. «Ho già deciso, in realtà. E lo sanno anche loro, perché al contratto manca soltanto la mia firma: io sto aspettando che tu decida cosa fare. Senti, non ho niente contro la Roma, però... Non puoi rimanere qui e fare un campionato dignitoso, certo, ma che non ti permette né di fare una vera esperienza importante in ambito europeo, né di vincere qualcosa. Non voglio che tu stia qui con le ali tarpate mentre io vado al Lione a vincere la Champions' League!»

Ecco, appunto: pensa che io a Roma sprechi il mio talento.

Non ho il tempo di ribattere, perché Prisca solleva lo sguardo, puntando qualcuno alle mie spalle. Elena e Sara, i miei due capitani di nazionale e club. Immagino che abbiano scoperto qualcosa, altrimenti non starebbero insieme e non starebbero camminando in direzione di me e Prisca. Non mi piace questa situazione, non mi piace proprio per niente.

«Vai a controllare che Lorenzo non faccia casini» sussurro alla mia amica. «Non voglio che combini stupidaggini ancora prima che ci caccino.»

«Ancora? Se lo fanno, vado dalla zia e da Saracchi e apro il culo a entrambi» commenta lei, scocciata, ma si alza dal tavolo, portando con sé il vassoio. Per fortuna ha già finito la colazione, altrimenti non mi avrebbe dato retta senza neanche ribattere. Non mi importa che lei sia convinta che gli allenatori non ci manderanno via, preferisco prepararmi al peggio, perché non si sa mai. Se la zia può essere convinta della mia sincerità, non credo che per Leonida Saracchi valga lo stesso.

Sara ed Elena si avvicinano e si siedono ai posti lasciati vuoti da Prisca e Cristian, di fronte a me. Il capitano della Roma posa il vassoio sul tavolo e mi fissa, in piedi.

Scrollo le spalle. «Saré, un so che ditte

«Enno, chicca, mmo' m''o dici, ché io nce sto a capì gnente

«Abbiamo parlato con Favaro» dice invece Elena, grave.

Michele Favaro, il capitano degli azzurrini.

«Quindi sapete cosa è successo?»

«No, tesorino bello» risponde Sara. «Ora noi siamo qui e tu ci dici perché la zia e Mister Trecento sono incazzati come due iene a dieta.»

Le metafore colorite, made in Rome.

Aspetto che loro si siedano e racconto come stanno le cose tra me e il mio ragazzo.

«Allora non possono fare nulla» sentenzia Elena. «Anche perché non sono due stupidi, capiranno.»

«Boh, guarda... penso che se non ci fosse stata la zia, Saracchi avrebbe attaccato Lorenzo al muro. E adess...» mi interrompo da sola, vedendolo entrare qui insieme a Favaro e Gabriele Rostagno.

Il portiere mi saluta con un cenno del capo, mentre il capitano mi rivolge un sorriso compassionevole. Lori, invece, guida gli altri in un punto lontano da dove siamo noi e non guarda nemmeno nella mia direzione. Lo spio con la coda dell'occhio, perché anche io mi sento in colpa per ieri sera e so che se non gli avessi chiesto di venire non sarebbe mai successo nulla.

«Ma si può sapere perché cazzo vi siete dovuti incontrare proprio in un momento in cui correvate il rischio?» mi chiede Sara in un bisbiglio.

«Dovevo parlargli di una cosa importante» provo a svicolare. Mi ci mancherebbe solo questo.

«Sappiamo di Musella, dai, la Mari non fa altro che chiacchierare di voi due» ammicca il mio capitano di club.

«Mi sa che allora Marisa non ha capito niente» commenta Elena, inespressiva. «Ha preso un abbaglio, può succedere anche a lei. Ma c'entra lui, vero?»

Annuisco. Inutile nasconderlo, avranno visto anche loro la partita e il nervosismo di Lorenzo nei confronti di Paolo.

«Sì, c'entra lui, ma si sono fraintesi. Era di questo che dovevamo parlare.»

«So che non dovrei chiedertelo perché sono questioni personali» dice il capitano, girando il cucchiaino nel tè. «Ma allora cos'è che voleva Musella da te, alla cerimonia di apertura?»

Sospiro. So che loro due non diranno niente a nessuno e questo è l'unico motivo per cui sono intenzionata a parlarne. «Voleva parlare di Prisca. Non posso dirlo alla zia o a Saracchi, perché questo è uno di quegli inciuci che loro temono possano distrarci.»

«Però è quello che sta a succede» commenta amaramente Sara, prima di addentare pane e marmellata. Poi parla, masticando con la bocca aperta: «Seré, amme 'nme ne frega 'ncazzo, ma 'nte ponno butta fôri pe' sta stronzata.»

«Non posso coinvolgere anche Prisca» ammetto, ferma. «Va bene finché si tratta di me, io e Lorenzo stiamo davvero insieme, ma lei deve starne fuori. Lei non deve passare dei guai, non voglio che Saracchi la guardi con gli occhi iniettati di sangue solo perché Paolo è interessato a lei.»

«Chiunque sa che Prisca è single e che sta bene così» commenta Elena. «Chiunque la conosca, chiaramente. Hai ragione, meglio non tirarla in mezzo a questa situazione, più tardi vedo di parlare con Favaro e gli spiego che è meglio non dire altro agli allenatori. Ci manca solo che scoppino dei casini... E che lo vengano a sapere dei giornalisti.»

«No, quelli non sanno niente» biascica Sara, cercando di controllare tutte le pronunce romanesche. «Ed è molto meglio così.»

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Capitolo 21
*** 21. Condanna o assoluzione ***


 

Mi butto sul letto, con il desiderio di dormire e di svegliarmi domattina senza neanche sapere cosa hanno deciso la zia e Saracchi. Ho appena finito uno dei pranzi più tristi nella storia delle Olimpiadi.

Prisca era con me, ma ha avuto la decenza di non dire nulla, neanche di provare a tirarmi su. Lei rimane convinta che non ci puniranno. La fa facile, lei.

Già stamattina ho trovato imbarazzante allenarmi insieme alle altre, perché loro non sanno cosa è successo... Anche se, a pensarci bene, non sono sicura di volerlo raccontare a tutta la squadra.
Persino Marta mi ha chiesto se fosse tutto a posto... Visto che lei è una di quelle che è già presa dai suoi problemi e dalle sue insicurezze, mi ha colpito che si sia preoccupata. E non so quanto questa cosa mi tranquillizzi: anzi, non mi tranquillizza affatto.

Qualcuno mi bussa alla porta. Mi alzo per andare ad aprire e mi ritrovo Prisca, trafelata come se avesse corso.

«Dobbiamo parlare, ho un'idea.»

Inarco le sopracciglia, perplessa. Ci mancava solo questa...

«Seré, nun fa' qua'a faccia!»

Scrollo le spalle. Che faccia dovrei fare? Rischio di essere buttata fuori dall'Olimpiade, forse proprio dalla Nazionale, sto passando un momentaccio con Lorenzo e ora lei si fa venire qualche idea malsana delle sue. Come dovrei reagire?

«Senti, eh, non ho intenzione di discutere con te» le dico, lasciandola entrare in camera. Spio al volo se c'è qualcuno nel corridoio, perché non vorrei che mi avessero sentita. Sì, sono nervosa ma, cazzo, chi non lo sarebbe al posto mio?

Senza fare complimenti, Prisca va a buttarsi sul letto di Bice.

«Lei dov'è?»

«Andava a fare un giro con Isabella e Federica» le rispondo. In realtà la mia compagna di stanza aveva invitato anche me con loro, ma ho preferito starmene per conto mio. Nonostante Bice non l'abbia detto, sono sicura che voleva farmi svagare senza pensare a cosa accadrà entro la fine della giornata.

Condanna o assoluzione.

«Senti, io sono pronta a chiamare quelli del Lione per dire che accetto, ma che vieni anche tu. Devi solo dirmi di sì.»

Sbuffo, infastidita. «Ne abbiamo già parlato. Prisca, io non vengo all'Ol, non sarò mai una clausola contrattuale, non andrò mai in una squadra che non mi vuole davvero.»

«Allora sai cosa devi fare?» mi chiede lei, seria. Si sistema a gambe incrociate, con i piedi infilati nelle scarpe sul letto di Bice, come se sapesse che lei non ci dorme quasi mai e che quindi non deve preoccuparsi di non sporcare.

«Dimmelo tu» ribatto, svogliata. Non ho davvero voglia di discutere, mi sento spossata e distrutta, ma perché diavolo non lo capisce?

«Chiami Francesca e le dici che tu vuoi andare via da Roma e le dici anche dove» risponde Prisca, chiudendo la frase con una smorfia buffa.

Sospiro. Forse parlarne con la nostra agente può essere una buona idea, ma non sono così convinta che essere io a propormi al Manchester possa aiutarmi davvero. Penseranno che sono una disperata o chissà cosa...

Non ho il tempo di ribattere, perché qualcuno bussa alla porta. La mia amica si alza per aprire e si ritrova davanti Cristian, che sta riprendendo fiato.

«Venite» dice soltanto, facendo cenno di seguirlo.

Infilo i piedi nelle ciabatte, prendo le chiavi della stanza e mi fiondo alla rincorsa di lui e Prisca, che già si sono allontanati nel corridoio.

«Io non so che intenzioni ha, ma non mi sembra proprio tranquillo... L'ho visto scendere con la faccia scura, ma poi Gabriele mi ha detto che era nella sala del ping-pong...» sta mormorando il difensore alla trequartista.

«Se combinano qualche stronzata, li ammazzo io» fa lei di rimando.

Forse se la situazione non fosse tanto tesa, Cristian riderebbe e di certo lo farei io, perché il modo in cui Prisca prova a essere minacciosa è più divertente che spaventoso.

Quando arriviamo alla saletta da svago dove, a detta di Rostagno, ci sono i ragazzi dell'Under che stanno giocando chi ai biliardini chi con il ping-pong, sento la voce del mio ragazzo che si è già surriscaldata e che, immagino, sta inveendo contro un compagno di squadra. Immagino anche quale.

«Se tu non avessi creato questo casino, anzi, se tu non avessi il cervello fritto, non ci troveremmo in questa situazione del cazzo!»

«Senti chi parla di cervello fritto! Tu avevi solo voglia di scopare e ti sei fatto beccare dal mister!» ribatte Paolo, che però vede Prisca e rimane impietrito.

A dire la verità, anche Lorenzo e Gabriele ci fissano attoniti. E anche Federico Antifora e Mirko Morana, che giocavano a biliardino contro Claudia e Alice. E la stessa espressione è dipinta anche sui volti delle nostre compagne di nazionale, con la più piccola della spedizione femminile che per poco non si porta le mani alla bocca.

«E se tu non fossi tanto deficiente da architettare trucchetti del cavolo per me, si sarebbe risolto tutto prima, più in fretta e senza creare problemi a loro due» dice Prisca, atona, puntando il suo sguardo glaciale in quello di Paolo. Lui posa la racchetta da ping-pong e si azzarda a fare mezzo passo verso la mia amica.

«N-non sono trucchetti» balbetta.

«Ma per favore! Quello che davvero voleva soltanto scopare sei tu e per di più ti sei impuntato sulla persona sbagliata» continua a dire Prisca. Non si accorge che Musella sta diventando paonazzo o, dire la verità, non gliene importa un accidente.

«Lascia perdere» fa Lorenzo. «Non ne vale la pena, si è già sputtanato da solo.»

Sbatte con forza una pallina sul tavolo, magari con la speranza che questa nel rimbalzo possa colpire il compagno di nazionale, e poi se ne va, passandomi vicino. Mi lancia appena un'occhiata dispiaciuta e non aggiunge altro.

Preferisco raggiungerlo e non sentire cos'altro Prisca ha da vomitare sul povero Paolo. Anzi, perché povero? In fondo, è vero che tutto quello che è successo è colpa sua!

Risalgo come un fulmine al nostro piano, senza neanche prendere l'ascensore. Non perché voglia dare il tempo a Lori di darsi una calmata, ma perché così scarico l'adrenalina che si è impossessata di me in così poco.

Busso alla sua porta ancora prima che possa rendermene conto, ma mi accorgo che è accostata, così entro e lo vedo seduto sul suo letto, con la testa fra le mani e i gomiti sulle ginocchia.

«Vattene, non voglio scusarmi con te.»

«A Lorè, ma vaffanc...»

«Oddio, amore, sei tu.» Alza il viso verso di me e mi guarda stralunato. «Credevo fossi quel coglione di Paolo.»

Va a chiudere la porta, poi si ferma davanti a me e si gratta la nuca, come se volesse abbracciarmi ma, dopo tutto quello che è successo in queste ultime ore, non avesse il coraggio di avvicinarsi troppo a me. Per fortuna non lo fa, perché altrimenti io non saprei come tenere le distanze.

«Devi darti una calmata, perché io sono già agitata e preoccupata di mio, non voglio che tu rischi più del necessario per lui» gli dico, scocciata.

«Lo so, hai ragione, non so che mi è preso, ho paura che... Insomma, Sere, non credo che, però che cazzo, se ci mandano via, che facciamo?»

Si incarta nelle sue stesse parole, tanto da farmi tenerezza. Sotto quelle sopracciglia scure, lo sguardo è basso e rivolto verso di me. Ha l'espressione corrucciata, di chi sa di averla combinata grossa e non sa da dove partire per riparare il danno.

Sorrido, senza sapere più cosa dirgli. E allora faccio la cosa più naturale che mi viene: lo bacio e lo stringo a me. In questo momento ho bisogno di sentirlo vicino, il suo cuore contro il mio, le sue braccia che mi avvolgono e che mi danno la sensazione di sentirmi nel posto giusto.

E Lorenzo mi ricambia, con quel trasporto che qui non potremmo permetterci, ma non importa. Sento le sue dita accarezzarmi il collo, infilarsi tra i miei capelli e giocherellare con i miei ricci come fa sempre. E il suo profumo, quel suo delicato profumo che permea l'aria intorno a lui, mi fa impazzire.

Sono sempre io a sciogliere la stretta, perché se non ci controlliamo rischiamo grosso. Non è davvero il caso di spingerci oltre ai dettami degli allenatori.

«Con te devo scusarmi, però» biascica lui. «Mi sono proprio comportato da stronzo. Stamattina non ce la facevo neanche a guardarti... Mi sentivo in colpa. Se fossi stato più attento ieri sera, non sarebbe successo niente. Non voglio che ti mandino via, di me chissenefrega, ma tu proprio non te lo meriti.»

Mi accarezza la guancia con il dorso di una mano.

«Abbiamo fatto scoppiare un casino» gli dico invece io. «Se dovessimo rimanere qui, avremo lo stesso sollevato un polverone non da poco. Si tratta di Prisca e...»

«Sa badare a sé stessa» mi interrompe Lorenzo. «E lo sa fare molto meglio di noi due.»

«Senti, usciamo da qui. Devo prendere aria, questo posto mi sta soffocando.»

Lui annuisce e mi precede, spalancandomi la porta. Poi torna indietro per recuperare le chiavi, e insieme scendiamo per le scale, con un silenzio irreale attorno a noi. Gli atleti delle altre discipline sono tutto altrove, in gara o ad allenarsi. Ma sono sollevata che sia così.

Arriviamo in fondo all'ultima rampa, e faccio per avvicinarmi all'uscita, ma Lorenzo mi trattiene prendendomi per mano.

Mi volto e lui non sta guardando me, ma verso la hall, dove la zia e Saracchi stanno discutendo con la Pirano e un altro dirigente delle nazionali maschili. Più che discutere, direi che parlottano, perché quella santa donna che è Patrizia Pirano ci fa segno di raggiungerli e noi li seguiamo verso una delle sale che hanno adibito per le "riunioni tecniche". Magari fosse una di quelle...

Neanche faccio in tempo a varcare la soglia di quella sala, dalle pareti chiare e piena di sedie, che Saracchi prende subito la parola.

«Non è stato facile prendere questa decisione, perché ora che sappiamo la verità dobbiamo tenervi d'occhio più da vicino per controllare che non combiniate qualcosa...»

«Non c'è proprio niente da controllare» lo interrompo, stizzita. Ma cosa siamo, due bambini al primo camposcuola?

La zia mi rivolge un'occhiataccia, di quelle che normalmente mi avrebbero azzittita, ma non è questo il caso.

«Quindi... rimaniamo?» chiede invece il mio ragazzo, sorpreso.

«Sì, non ci sono prove concrete che abbiate fatto qualcosa che non va» spiega l'allenatrice. «E quello che avete detto ieri sera suonava abbastanza sincero perché vi dessimo una seconda possibilità.»

Appena Prisca lo scopre, mi manda a quel paese per non averle creduto. Ma almeno restiamo qui, lo considero positivo.

«Però la prossima partita la guardate dalla panchina» precisa Saracchi.

«Cosa?» esclamo.

«E perché?» mi fa eco Lorenzo.

«Perché avreste dovuto dircelo sin da subito» puntualizza la zia. «Non avremmo mai chiuso un occhio e non vi avremmo dato dei privilegi che gli altri non hanno, ma avremmo capito come stavano le cose.»

«Non lo sanno neanche i nostri genitori, avremmo dovuto dirlo a voi?» Si trattiene dal ridere, ma sarebbe una risata nervosa. Lo capisco, anche io sono ancora tesa: di tutti i modi in cui sarebbe potuto venire alla luce del sole, questo non è proprio il migliore.

Gli allenatori annuiscono insieme, mentre la Pirano e l'altro tizio, di cui non ricordo il nome, rimangono da parte, come se questa fosse una cosa che avremmo dovuto sbrogliare noi. Sono quasi certa che la Pirano non ne abbia parlato con la zia, o che al massimo l'abbia convinta delle nostre buone intenzioni.

«Noi non siamo i vostri genitori, e non mi importa chi lo sa o chi non lo sa» dice Saracchi. Il suo tono è calmo, ma quella vena sul collo sta pulsando pericolosamente.

«Va bene, non abbiamo alternative» chiudo lì la questione. Anche se mi rode solo il pensiero di stare in panchina in una partita così importante come quella contro il Brasile, devo accettarlo.

Meglio così che tornare a casa.

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Capitolo 22
*** 22. Il segreto è al sicuro? ***


 

Prendo posto davanti a una Prisca che sorride soddisfatta, pur senza dire nulla. Aveva ragione lei e non hanno mandato via né Lorenzo né me, eppure io non riesco a sentirmi rilassata.

Saracchi si sarebbe sbarazzato di noi mandandoci via a pedate nel sedere, se non ci fosse stata la zia a placare gli animi e a proporre una riflessione di qualche ora. Come se non bastasse, adesso so che ci tengono d'occhio: come posso stare tranquilla come lei a mangiare?

«Senti, quelle fettuccine stanno implorando la tua forchetta» ridacchia la mia amica. Ma non riesco a ridere.

Giocherello con uno dei miei ricci mori, cercando di allentare la tensione, inutilmente. Il piatto davanti a me è ancora pieno, fatico solo all'idea di dover ingurgitare qualsiasi cibo.

«Parti dalla panchina, ok, ma questo non significa che devi rovinarti l'appetito» continua Prisca. «Se contro la Nuova Zelanda avesse giocato Anastasia e tu avessi fatto panca sia con loro sia con il Camerun, avresti avuto lo stomaco chiuso per tutta l'Olimpiade?»

«Siamo osservati speciali fuori dal campo» dico invece io, atona. «Mi sento come se non potessi permettermi un passo falso.»

Lei sbuffa, spazientita. «Serenella bella, non è che altrimenti tu avresti fatto chissà che passo falso! Non prendiamoci in giro, sei una che sa stare al suo posto e seguire le regole. Quella che ci hanno imposto loro non è nemmeno una regola, ma una cagata pazzesca. Ormai vi hanno beccati, eppure siete qui. Capisco che sei incazzata perché tutti hanno scoperto un tuo segreto, capisco che ti ci rode il culo, ma non farti più pippe mentali di quelle che servono. Anche perché, al di fuori di noi e dei ragazzi, non lo sa nessuno.»

«Come fai a esserne così sicura?»

«Ho spulciato tutti i giornali e non dicono nulla, nemmeno un articolo online» dice una voce che ben conosco alle mie spalle. Sorrido, senza voltarmi, perché Lorenzo mi affianca al tavolo, con Cristian che si siede di fronte a noi, alla destra di Prisca.

«L'unico modo per sapere se era uscito qualcosa, era leggere su internet» aggiunge il difensore, con un sorriso imbarazzato. «Ho pensato che poteva essere una buona idea.»

«Crì, sei un genio» si complimenta la mia migliore amica.

«Non esageriamo» mormora lui riempiendosi il bicchiere d'acqua dalla brocca posata al centro del tavolo da sei. Poi si offre cavalleresco di versare da bere anche a noi, incluso Lorenzo, cosa che fa senza neanche aspettare una nostra risposta.

«Il mister sembra ancora un leone in calore» commenta invece Lori. «Stamattina era scorbutico, insomma, più del solito, e quando ho incrociato De Fusco e mi ha detto che non si aspettava che lo deludessi così.»

«Dovevi rispondergli che se Saracchi non scopa da dieci anni, non può avercela con voi che lo fate» ribatte Prisca.

Ma che cazzo le viene in mente?

«Non l'abbiamo fatto... In quel caso ci avrebbe davvero uccisi» ride il mio ragazzo. Ride? Che caspita è preso a tutti quanti?

«Certo, puoi dirglielo tu, se vuoi» commento io rivolta alla mia amica, inarcando le sopracciglia. Sento le guance andarmi a fuoco e le orecchie che mi stanno proprio bruciando, ma non posso lasciarle sparare stupidaggini di questo calibro.

Inforchetto le fettuccine e finalmente sento lo stomaco aperto e che brontola. Lorenzo mi accarezza la schiena con dolcezza, mentre arrotola la pasta con la sinistra. È un gesto semplice, forse quello che più sarebbe naturale da parte sua, ma lui se senza la destra non riesce nemmeno a pettinarsi i capelli!

Cristian ha già finito il primo e si è buttato sul petto di pollo mezzo scondito e sull'insalata. Dopo quell'iniziale scambio di battute, è tornato a chiudersi nel suo silenzio. Non lo capisco, neanche fosse lui quello beccato con la fidanzata in piena notte...

Credo che si senta ancora in colpa per non averci potuto aiutare, nonostante alla fine la punizione non sia stata così severa. Però, oggettivamente, cosa avrebbe potuto fare?

Prisca manda giù un boccone poi saluta, da lontano, qualcuno che ha riconosciuto e mi volto a guardare di chi si tratta. Quell'Andrea Comini, che ricambia allegramente.

«Quindi hai deciso di dire di sì al Lione?» dice Cristian, attirando l'attenzione della mia amica.

«Sì, ho chiamato Francesca e le ho detto di dare l'ok» risponde lei, prima di bere l'acqua che lui le ha versato poco fa. «Una cosa positiva della Francia è che non si mangia così male come in Inghilterra. Claudia mi ha raccontato certe cose imbarazzanti...»

«Dove gioca?» le chiede Lorenzo, con la bocca piena di fettuccine.

«Brighton» risponde lei. «Alla fine non le è andata neanche malaccio, sono una buona squadra... Ma per quanto riguarda il cibo, ha degli aneddoti da far accapponare la pelle, mi viene da vomitare solo al pensiero della roba che si mangiano gli inglesi. E noi che cerchiamo di mangiare sano e di darci una regolata con le schifezze!»

«Prendono integratori?»

«Sì, ma secondo me li bilanciano un po' alla cazzo di cane. Basterebbe non fare scemenze con i pasti normali, e allora vedi che...»

Smetto di ascoltarli, perché il mio telefono, posato vicino al vassoio, ha iniziato a vibrare. Spero davvero che non siano giornalisti perché, anche se Cristian e Lorenzo hanno controllato che nessuno lo sappia, io non mi sento ancora al sicuro.

Da questo punto di vista, capisco benissimo la riservatezza di Prisca. La mia vita privata va separata da quello che faccio in campo e non voglio che il fatto di essere innamorata di un altro calciatore sia un motivo di pettegolezzo o che metta in discussione le mie capacità sportive. Mi faccio il mazzo a ogni allenamento e durante le partite do anche l'anima: è questo quello che deve contare.

Tiro un sospiro di sollievo al vedere che i messaggi sono della zia nella chat con le altre ragazze. Che siano altri video delle brasiliane non aiuta il mio umore, ma non si può avere tutto. Li faccio scorrere con un gesto svogliato. Tanto io non giocherò, non ha senso perderci tempo.

«Secondo me ti conviene vederli lo stesso.» Lorenzo deve aver spiato con la coda dell'occhio cosa stavo facendo. «Non si sa mai, magari poi decide di farti entrare.»

Scrollo le spalle, senza ribattere, mentre sento che intorno a noi il chiacchiericcio si è alzato di volume.

Al tavolo vicino al nostro si siedono Gabriele Rostagno, Michele Favaro, Emanuele Chiarini e Daniele Zoncada. Il capitano degli azzurrini scambia un saluto con i ragazzi insieme a me e Prisca, e accenna anche a salutare noi due; ma né lui né gli altri si siedono al tavolo con noi, e vanno a occupare quello vicino.

«Menomale, raga» commenta invece il portiere. «Cioè, cazzo, noi abbiamo l'Argentina e voi il Brasile... Se vi mandavano via succedeva un putiferio, con le partite che abbiamo! Poteva andare peggio!»

«Poteva piovere» ridacchia Prisca, citando l'immancabile Frankenstein junior. «Per fortuna noi abbiamo già passato il turno, così non dobbiamo preoccuparci più di tanto. Ma non diciamolo alla zia!»

Cristian, davanti a me, abbozza un sorriso. Posa la forchetta nel piatto vuoto e ci saluta: «A domani.»

«Ma si può sapere che ha?» sussurra la mia amica, rivolta a Lorenzo, in modo che i ragazzi non possano sentire. «Sei tu quello che ha rischiato grosso e lui se ne va in giro bianco come un cadavere!»

Dev'essersi accorta anche lei che il difensore dell'Udinese non sta sprizzando gioia di vivere nelle ultime ore... Lo guardo posare il vassoio nel carrello e salutare con gentilezza una delle cuoche che lo vanno a svuotare, prima di lasciare la mensa, quasi volesse passare inosservato. Vedere la sua schiena dritta e sapere che il suo viso è quello meditabondo di chi si sente in colpa mi mette davvero tristezza. Mi fa persino dimenticare i miei problemi.

Lorenzo scrolla le spalle, aggrottando le sopracciglia. «Era bianco? Non me ne ero neanche accorto...»

«Non fare l'egoista egocentrico anche tu, adesso» bisbiglia lei. «Era preoccupatissimo per voi, e lo sapete benissimo. Voleva tenervi al sicuro da Saracchi e non ci è riuscito, ora vuole che la situazione non precipiti uscendo dal villaggio olimpico, per questo ti ha detto di guardare se c'erano articoli su voi due!»

Mi nascondo dietro il tovagliolo con cui mi pulisco la bocca, prima di bere un lungo sorso d'acqua. So che non aveva cattive intenzione, e so anche che l'ha detto a bassissima voce, ma mi ha dato dell'egoista egocentrica. Altrimenti a chi altro poteva riferirsi?

Lorenzo guarda me. «Mi sento l'unico idiota che non si rende conto di cosa succede!»

«Un po' idiota lo sei, senza offesa.» Paolo si siede al posto lasciato libero da Cristian, senza neanche chiedere se disturbava. Si gratta dietro l'orecchio e poi si rivolge a Prisca, che invece svuota il suo bicchiere d'acqua: «Scusami, ho sbagliato. Possiamo ricominciare da capo?»

«Mavvaffanculo» risponde lei, pacata, con un sorriso sfacciato. Si sistema i braccialetti al polso, impila i piatti sul vassoio, lo prende e se ne va scocciata.

Mi trattengo dal ridere solo perché l'espressione corrucciata di Musella mi trattiene, ma Prisca è stata grande.

Il trequartista dell'Under abbassa il capo, pensieroso. «Devo proprio averla fatta grossa.»

«In futuro, cerca di farla grossa solo in bagno» replico io. Normalmente non parlerei mai in questo modo, ma mi ha dato fastidio solo il modo in cui si è unito a noi, senza il minimo rispetto. Dopo il polverone cha ha contribuito a sollevare, avrebbe dovuto capire da solo che qui non sarebbe stato il benvenuto, e lui cosa fa? Si siede al nostro tavolo! E si rivolge a Prisca con quel tono da paraculo!

«Lori, chiamami dopo» dico al mio ragazzo, alzandomi in piedi.

«No, vengo con te.»

Prendiamo i nostri vassoi e ce ne andiamo, dopo aver salutato al volo gli altri che, di certo, hanno assistito alla scena sin dall'arrivo di Paolo e del suo imbarazzante approccio con la sua cotta. Sempre ammesso che sia una cotta e non una disgustosa voglia di lei... Non so davvero cosa pensare di lui, da questo punto di vista. Mi fa incazzare solo che abbia scatenato questo putiferio.

Io e Lorenzo attraversiamo la mensa fianco a fianco, e vedo gli sguardi curiosi di Alessia ed Eleonora posarsi su di noi.

«Allora è vero...» sento sussurrare dalla Mari. Non mi volto nemmeno, perché so che Bice e Claudia, e forse anche Alice, le staranno dicendo di farsi gli affari suoi. Passano gli anni, scaliamo le categorie delle nazionali, eppure Marisa non cambia mai: sempre la stessa di quando avevamo quindici anni.

Lancio un'ultima occhiata al tavolo a cui Paolo era rimasto seduto da solo: Rostagno è andato a fargli compagnia, e gli sta dicendo qualcosa chino in avanti.

Che gli dicesse quello che vuole, non credo che farà cambiare idea a Prisca.

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Capitolo 23
*** "Stiamo reggendo" ***


Sul pullman mi siedo al solito posto, al fianco di Prisca, che ascolta hard rock nelle cuffie a volume così alto che riesco a sentirlo persino io, che faccio di tutto per ignorarla.

Appoggio la testa fuori dal finestrino e l'autista parte appena in tempo per farci vedere che anche le brasiliane si stanno avviando.

Sento il cuore martellarmi nel petto, eppure non ho mai provato tutto questo disinteresse per qualsiasi emozione prepartita. Avrei dovuto giocare, non è giusto che per una stupidaggine me ne stia in panchina. Non me lo merito.

Lì per lì mi è sembrato giusto che la zia e Saracchi ci obbligassero a non partire titolari, ma più si avvicinava questo momento più cresceva in me la convinzione di aver subito un torto. Non ho violato nessuna cazzo di regola. Ho passato le ultime ventiquattro ore a rodermi il fegato al pensiero che non scenderò in campo solo perché gli allenatori si sono fumati il cervello.

«Prisca, puoi spostarti per un momento?»

Mi volto dalle luci del giorno che si spengono intorno al pullman per vedere che la mia amica si è alzata e si rimette le cuffie spostandosi a sedere al di là del camminatoio guardandomi con curiosità. Di sicuro vuole che dopo le racconti tutto. La zia prende il suo posto con sicurezza.

«Allora, Serena, parliamoci chiaro» dice a bassa voce. «Ti sei allenata bene e non ti sei distratta.»

Non mi distraggo mai in allenamento, è pleonastico che me lo faccia presente. So benissimo di essere stata diligente anche ieri e oggi, per dimostrare che io non merito di non giocare.

«Non gioco, non può rimangiarsi la parola» ribatto, inespressiva.

«Non parti titolare» precisa lei. Si aggiusta la giacca con un movimento secco, poi punta i suoi occhi grigi nei miei. «Abbiamo una partita tosta, se ci serve il tuo aiuto in campo, tu devi entrare e giocare come sai fare. Siamo intesi?»

Annuisco. Almeno ora so che potrei entrare, anche se questo non mi aiuta.

Il pullman si ferma nel parcheggio dell'Olimpico, nello stesso punto in cui ci ha lasciate la scorsa volta e prima della Nuova Zelanda. Forse anche l'autista è scaramantico.

«Allora?» mi chiede Prisca dopo che entrambe siamo scese e abbiamo preso i trolley con il cambio dentro.

«Se le cose si mettono male, potrei entrare.»

«Immaginavo.»

Butto fuori un sospiro. Non ha senso dire altro, non a Prisca, non mentre percorriamo insieme il tragitto verso gli spogliatoi, nel nostro solito silenzio scaramantico dell'immediato prepartita.

Percepisco a malapena tutto quello che succede intorno a me, fino a quando non mi siedo in panchina tra Simona e Alice. Persino durante l'inno, che noi seguiamo in piedi abbracciate l'una all'altra, canto ma senza sentire la mia voce. Le grida stonate delle ragazze e del pubblico sugli spalti mi stordiscono, come se tutta questa situazione non fosse già stordente di suo.

Il fratino verde scuro sopra la maglia d'allenamento mi sembra una camicia di forza che mi costringe a stare in panchina e il mio umore continua a non essere dei più accomodanti, nonostante quello che la zia mi ha detto poco fa.

Elena e Blanchita, la stella della squadra brasiliana, si scambiano i gagliardetti e noi otteniamo la palla al sorteggio con l'arbitro canadese Marie Thibault, una donna bassa con le spalle larghe.

Il nostro capitano passa accanto a Marisa e Livia per tornare al suo posto in difesa e le incita battendo le mani. Si posiziona al fianco di Carlotta, che si sistema il cerchietto scuro che tiene indietro i capelli che le sfuggono dalla treccia che le scende sulla schiena.

«Speriamo bene» mormoro, non rivolta a nessuno in particolare.

«Tiri, più larga!» urla la zia, ancora prima del fischio d'inizio a Teresa Tirino, che stasera gioca al mio posto.

«Rosy, mi passi l'acqua?» sento dire da Simona a Rosalia, che è seduta vicino alle bottiglie d'acqua.

«Le volete anche voi?» chiede la punta del Sassuolo a me, Alice e Claudia, al di là di Simona.

Annuiamo tutte. Stasera fa davvero caldo, persino per noi che siamo in panchina. Ma forse se fossi in campo non me ne accorgerei e faceva caldo anche durante le partite scorse.

Intanto, la partita è iniziata, con le brasiliane che con il palleggio si sono portate intorno alla nostra area di rigore, ma le ragazze sono attente e riescono a difendere e non si lasciano distrarre dai loro giochi di gambe.

Giada interviene in scivolata sulla centrocampista Ursula Pinto e le strappa la palla indirizzandola sui piedi di Livia che si porta in avanti e la passa a Prisca.

«Dai, dai, dai» sussurra Alice vicino a me.

La mia migliore amica punta Eva Mendes e la salta, ritrovandosi a tu per tu con il portiere Amanda Pereira, che para con un piede il suo tiro che altrimenti sarebbe finito nell'angolino in basso a sinistra della porta.

Mi porto le mani in testa, dove i miei capelli sono legati in una coda che lascia i ricci liberi di ondeggiare ovunque. Lorenzo dice che solo così riesce sempre a distinguermi tra le mie compagne di squadra, anche se io sospetto che lo dica apposta per non farmi credere che mi dà troppa importanza. Ci punzecchiamo sempre con queste stupidaggini.

Marta allarga le braccia, lamentandosi con Prisca perché lei era libera in mezzo all'area.

«Bene così, continuate!» incita la zia, in piedi davanti alla panchina. Sta già camminando su e giù seguendo il pallone e la linea difensiva, che si muove proprio davanti a noi.

Lei potrà anche dire che dobbiamo continuare, ma la pressione delle nostre avversarie diventa asfissiante minuto dopo minuto e noi non riusciamo più a uscire dalla nostra tre quarti fino a quando Marisa non riesce a saltare Luiza Costa, la sua dirimpettaia in campo. Guardo il minuto di gioco sul tabellone in alto. Siamo al ventesimo.

«Ci stanno aprendo il culo» commento a bassa voce. In realtà sto sperando che in un qualsiasi modo, anche fortuito e del tutto casuale, possa esserci un ribaltamento di fronte e che Prisca non faccia come prima.

«Stiamo reggendo» dice invece Alice.

Annuisco, scorgendo con la coda dell'occhio il suo braccio che si muove in automatico verso i suoi capelli castani, scompigliandoseli. Non so davvero come faccia a lasciarli sciolti.

«Giada, lì! Alessia! Alessia, sta' attenta!» grida ancora la zia, ora dimenandosi come una forsennata indicando alle ragazze dove mettersi e a chi prendere la marcatura. «Prisca devi rientrare!»

L'ultimo urlaccio è per la trequartista azzurra, che era rimasta a terra dopo uno scontro di gioco che Thibault non ha giudicato come fallo.

Alza il culo, non giochi al Real Madrid, la rimbecco mentalmente con una delle nostre frasi preferite. Quando commentiamo le partite maschili lo diciamo sempre, dato il nostro grandissimo non-amore per i blancos. Se non sei morta, ti rialzi!

Prisca non se lo fa ripetere due volte e saltella in piedi, anche se va a lamentarsi con l'arbitro.

«Non farti ammonire!» strilla la zia, che poi passa a dirigere la fase difensiva. Sembra un maestro d'orchestra che si cura di ogni movimento dei suoi musicisti, in modo che ognuno suoni in armonia con gli altri. Forse il calcio si può considerare un'orchestra di undici strumenti. O meglio: un canto amebeo tra due orchestre.

Stare in panchina mi fa male.

Per fortuna il nostro dieci abbassa la testa e non continua a protestare.

«Però era fallo» commenta Alice. «Che palle.»

Annuisco, ma tanto non possiamo farci niente, se non rimanere qui in panchina a guardare.

«Livia, siamo in svantaggio quando attaccano di qui» dice la zia all'indirizzo della centrocampista che si muove più vicina a lei. «Spine! Spine! Dove vai? Rientra!»

Ecco, è stata calma solo per un momento.

Mi sento in apnea, perché le brasiliane continuano ad attaccare e noi ci difendiamo bene, ma non ne usciamo mai, e tutti i lanci di Marisa sono sempre intercettati. Prisca non riesce a liberarsi da Maria Dias, che le sta con il fiato sul collo. Ce l'ha fatta una volta solo e il suo tiro è stato parato.

Blanchita con un gioco di gambe supera Giada e Federica ed entra in area di rigore. Elena le si avvicina, mentre Carlotta va a marcare Julia Cardoso e si piazza davanti a lei, impedendo alla fantasista brasiliana di servirla.

Un fischio dell'arbitro mi perfora le orecchie, ma io sono coperta da troppe giocatrici per capire cosa è successo. Fallo per noi? Rigore per loro?

Marie Thibault indica il dischetto.

«Ma porca...» sputa fuori Simona.

«Why?» grida la zia. «Why?»

Il quarto uomo, le indica il proprio braccio: fallo di mano.Carlotta deve averla presa, ma con la parte sbagliata del corpo.

«Var!» urla Simona. «Non c'è il Var?»

Si alza come per entrare in campo, ma sia io che Claudia, alla sua destra, la tratteniamo per le braccia

«Sta' bbona» le dico. Non può rischiare di farsi ammonire dalla panchina, sarebbe un cartellino giallo inutile ed evitabile. Il Var c'è e se è davvero rigore lo confermerà.

Le immagini del fallo sono trasmesse anche dal teleschermo e con un colpo al cuore vedo che Carlotta la prende con il gomito, che era troppo largo rispetto al resto del corpo. Non può nemmeno essere considerato involontario.

«Cazzo» commenta Alice, senza dire di più. Scuote la testa e si butta contro lo schienale del sedile. Avremmo dovuto evitare di concedere qualsiasi occasione e un rigore è quanto di meglio potessero sperare le brasiliane.

La zia scuote la testa, poi fa cenno a Marisa di avvicinarsi e le dà qualche indicazione. Allena, come se fossimo in un momento qualsiasi della gara.

Se la memoria non mi inganna, Bearzot aveva fatto lo stesso quando Cabrini ha sbagliato il rigore in finale contro la Germania... Speriamo che questa associazione mentale porti bene.

Blanchita va sul dischetto e sistema la palla. Elena ancora ha qualcosa da dire alla Thibault, anche se credo che lo faccia solo per stemperare la tensione da entrambe le parti, visto che noi siamo agitate e loro potrebbero continuare ad attaccare sulle ali dell'entusiasmo. Il dieci del Brasile prende la rincorsa, calcia ed è gol. Giulia aveva anche indovinato il lato del rigore, ma inutilmente perché pararlo sarebbe stato impossibile persino per una brava come lei.

Fa male. Fa maledettamente male: il Brasile non è la Nuova Zelanda, con cui avevamo giocato ad armi pari per tutto il primo tempo. Loro ci hanno tenute nella nostra metà campo per quasi tutto il tempo e noi abbiamo cercato di mantenere lo zero a zero con le unghie e con i denti.

«Dai, ragazze, continuiamo!» incita la zia, battendo le mani.

«Daje regà!» grida anche Sara, che si è alzata in piedi per guardare la fine del primo tempo.

Ormai non manca molto, abbiamo superato il quarantesimo. Ora si tratta solo di resistere fino all'intervallo.

Quando l'arbitro Thibault fischia la fine del primo tempo, tiro un sospiro di sollievo, ma la zia si volta verso di noi.

«Serena, Simona e Alice, scaldatevi» dice sbrigativa, poi si rivolge ad Alessio: «Anche con la palla». Ci dirige verso gli spogliatoi, circondata dalle altre panchinare e dal resto dello staff.

"Anche con la palla" significa che qualcuna di noi dovrà entrare. Le cose si sono messe male soltanto sul finale, ma era l'unica condizione a cui sarei entrata in campo.

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