STRANGE 1 Diversi da Loro

di FrancescaPenna
(/viewuser.php?uid=1192492)

Disclaimer: Questo testo proprietà del suo autore e degli aventi diritto. La stampa o il salvataggio del testo dà diritto ad un usufrutto personale a scopo di lettura ed esclude ogni forma di sfruttamento commerciale o altri usi improri.


Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prologo - Cinque insoliti ragazzini e tanti cambiamenti ***
Capitolo 2: *** Capitolo 1 - Nuova scuola, nuova vita ***
Capitolo 3: *** Capitolo 2 - Incontri fortuiti ***
Capitolo 4: *** Capitolo 3 - Un diario e un nemico ***
Capitolo 5: *** Capitolo 4 - Vorrei che fossi qui ***
Capitolo 6: *** Capitolo 5 - Bulli, vittime e aiutanti ***
Capitolo 7: *** Capitolo 6 - Casey e Johnnie ***



Capitolo 1
*** Prologo - Cinque insoliti ragazzini e tanti cambiamenti ***


Prologo – Cinque insoliti ragazzini e tanti cambiamenti


Luglio 2011




Da sempre esistono persone difficili da catalogare e inserire all’interno di uno stereotipo.


Queste navigano controcorrente, ribaltano gli schemi mettendo in discussione tutte le opinioni precostruite e accettate dalle persone cosiddette normali, perché sono diverse da loro.


Possiedono un certo qualcosa di non convenzionale, un tratto distintivo che risalta subito, inevitabilmente, agli occhi di chi hanno intorno.


Ma che non sempre è benaccetto.


Spesso, la diversità spaventa.


Questo, Casey Johns lo sapeva bene. Lo aveva sperimentato sulla propria pelle, talmente bianca da sembrare trasparente, che in quel momento, a contatto con i raggi solari che oltrepassavano la finestra, stava bruciando.


“Tieni, mettiti questa”, gli disse premurosa sua madre, poggiandogli sulle spalle la felpa nera che gli aveva portato da casa.


Casey la guardò di sbieco e borbottò un grazie risentito. Che falsa, pensò. Non era stata mica così gentile quando, un mese prima, aveva irrotto in camera sua per sbraitargli in faccia che l’avrebbe separato da Satèle, la sua sorella gemella, così non avrebbero frequentato le scuole medie insieme.     


Inutile dire che era stata di parola.


Capoluogo della contea di Winnebago, Rockford era sede non solo della cattedrale del vescovo, ma anche del tanto prestigioso quanto severo collegio cattolico Hamilton.


In città correvano diverse voci su quel luogo, ad esempio che chiunque, una volta entratovi, non era più lo stesso, perché lì anche il più ribelle e indisciplinato dei ragazzi veniva immediatamente raddrizzato dalle suore, le quali gironzolavano per i corridoi tenendo fra le mani una robusta bacchetta di legno che usavano per colpire la schiena dei trasgressori.


In molti paragonavano l’Hamilton a un carcere minorile, che accoglieva ragazzini e ragazzine dagli undici ai quattordici anni.


Ecco dove stava per iscriverlo.


In quel momento, Casey si trovava in segreteria. Sedeva, con la postura rigida e le braccia stese lungo i fianchi, dietro un’importante cattedra in legno massello. Alla sua destra c’era Hannah, sua madre, invece a sinistra c’era Brad, suo padre, che con uno sguardo austero e penetrante gli incuteva pressione fino a farlo tremare.


Proprio davanti a loro era seduta una donna dai capelli biondi elegantemente raccolti in uno chignon, la segretaria, la quale chiese ad Hannah di porgerle come prima cosa la carta d’identità del figlio.


La donna rigirò il documento tra le mani e osservò attentamente la fotografia allegata, che raffigurava un ragazzino dai bei lineamenti, con il naso lungo all’insù e le labbra dal colorito roseo leggermente carnose, con la parte centrale ben definita che rendeva il suo sorriso dolce quanto il carattere.


Ciò che risaltava agli occhi della gente, però, non era tanto il viso angelico nel suo insieme, bensì la caratteristica che contribuiva a renderlo tale; il tratto distintivo, appunto, che sulla carta figurava tra i segni particolari. Casey era nato albino, pertanto l’assenza di melanina gli rendeva completamente bianchi sia la pelle che i capelli – che lui portava scalati e con il ciuffo laterale sfilato, – mentre i suoi grandi occhi a mandorla erano di un azzurro talmente chiaro da sembrare di ghiaccio.


Lo stesso valeva per Satèle, la quale era rimasta in piedi e a braccia conserte dietro di lui, pronta a fulminare con lo sguardo la bionda se solo avesse osato dire qualcosa di sgradevole a suo fratello.


“Dimmi, giovanotto”, lo interrogò la segretaria, “come si pronuncia il tuo nome?” Aveva un accento diverso, sicuramente non americano.


Casey sapeva prestare attenzione a questi dettagli: essendo nato a Dublino, anche a lui veniva riconosciuto subito l’accento irlandese.


Keisi”, scandì bene, rispondendo alla domanda della donna, che intanto aveva rivelato di essere austriaca e di non conoscere bene le regole della pronuncia anglofona. Dopodiché, chiese la tessera sanitaria e il libretto vaccinale.


“Come vede, è in perfetta salute. Non si lasci condizionare da… dal suo aspetto”, puntualizzò Hannah. Pronunciò l’ultima parola quasi con ribrezzo, Casey ne era sicuro, perché era questo che i suoi genitori provavano per lui e Satèle: ribrezzo.


Spesso, la diversità viene demonizzata. Pertanto, come si può sperare di essere accettati da chi si ha intorno quando la famiglia è la prima a non farlo?


L’unica con cui Hannah e Brad sapevano essere amorevoli era la loro primogenita, Coco, nata un anno prima dei gemelli e senza alcuna anomalia genetica, che in quel momento se ne stava seduta in fondo alla stanza a osservare la scena mentre si esaminava i capelli per scongiurare di non avere le doppie punte. Era piuttosto vanitosa.


“Ma certo, signora, si figuri”, rispose nel frattempo la segretaria, che stava registrando le informazioni nel database. “Ora mi dia le pagelle,” e Hannah tirò fuori dalla borsa una cartelletta che conteneva tutte le pagelle di Casey, dalla prima elementare alla quinta.


Per essere ammessi, all’Hamilton, erano necessari due requisiti fondamentali: denaro e una media scolastica almeno sufficiente.   


Sfortunatamente per sé, Casey li possedeva entrambi: i suoi genitori avevano risparmiato molto negli ultimi mesi, e lui, pur non essendo una cima, aveva sempre ottenuto buoni voti.


“Sei un bravo studente, Keisi”, commentò la segretaria. “Spero di averlo pronunciato bene.”


La cartelletta passò poi nelle mani della vicepreside, l’unica a possedere voce in capitolo sulle ammissioni.   


“Bene, signori Johns”, esordì, “la documentazione è in regola. Adesso, spiegatemi come mai vorreste iscrivere vostro figlio in questo collegio.”


Hannah si schiarì la voce prima di parlare. “Io e mio marito riteniamo che Casey abbia bisogno di abbandonare le cose futili e le distrazioni. È un ragazzino educato, per carità, ma pensiamo che non badi alle cose serie. Da adulto vorrebbe fare il musicista – che idiozia! Noi siamo assolutamente contrari, vogliamo che dia priorità allo studio, perciò iscriverlo in un istituto in cui vigono l’ordine e la disciplina ci sembra la soluzione migliore”.


Scrutò severamente il volto di Casey, ma lui non reagì in alcun modo.


“E soprattutto”, intervenne Brad, “intendiamo tenerlo lontano da chiunque possa esercitare una cattiva influenza su di lui.” Il suo sguardo, invece, si spostò su Satèle, che al contrario del fratello manifestò il proprio risentimento mostrandogli una linguaccia con tanto di chewing gum attaccato. Ciò indignò sia la segretaria che la vicepreside.


“Signorina”, la richiamò quest’ultima, “è vietato masticare la gomma qui dentro!”


Satèle si protese verso di lei e formò un grosso palloncino con il chewing gum, facendolo scoppiare rumorosamente prima di attaccarlo all’ultimo fazzoletto rimasto sulla cattedra.


I genitori arrossirono di vergogna.


Ecco a cosa si riferivano quando dicevano che Satèle aveva una cattiva influenza su Casey. In un primo momento, infatti, Hannah e Brad avevano pensato di iscrivere lei in collegio per farle conoscere un po' di regole, ma poi avevano cambiato idea perché certi che la figlia, per dispetto, si sarebbe cacciata nei guai fino a farsi espellere. Inoltre, al contrario del fratello, non si poteva certamente definire una brava studentessa.


Dei due era lei quella ribelle, quella che faceva di testa propria sempre e comunque, quella dal carattere più duro. O almeno così faceva credere, perché, nonostante tutto, Satèle non era una ragazzina cattiva. Casey, che la conosceva davvero, poteva confermare che il suo comportamento non era altro che il riflesso della mancanza d’affetto da parte dei genitori, sempre critici e freddi.


Hannah si alzò in piedi e si parò davanti alla figlia per giustificarla. “Perdonatela, è solo un po' nervosa. Stanotte non ha riposato bene.”


“Non è vero”, obiettò Satèle, solo per farla innervosire.


Casey si voltò verso di lei e le fece il gesto del silenzio, altrimenti la situazione si sarebbe messa male.


“Sei sfacciata, ragazzina”, le rinfacciò la segretaria.


“Vuole vedere quanto?”, la provocò Satèle, ma venne subito fermata da suo padre, che le mollò uno scappellotto dietro la nuca.


“Satheene, smettila!”, le sibilò a denti stretti, chiamandola con il suo nome di battesimo come faceva solo quando era arrabbiato.


Nessuno, infatti, la chiamava più così. Fin da piccolissima, i suoi nonni materni, che vivevano in Italia, erano soliti rivolgersi a lei chiamandola “Satèle” (così come viene scritto), perché non sapevano imitare la pronuncia corretta del suo nome, “Satèn”. A Satèle piacque quella storpiatura e cominciò a farsi chiamare così da tutti.


La vicepreside riprese parola.


“Veniamo al sodo, signori”, disse. “Se siete convinti della vostra scelta” – e alluse alla maleducazione di Satèle, – “possiamo anche iniziare a discutere sulle tasse, che varieranno a seconda che voi decidiate di far tornare a casa il ragazzo solo durante le feste oppure anche durante i fine settimana.”


“Preferiamo che ritorni a casa per i fine settimana”, rispose Hannah, non perché voleva che Casey trascorresse del tempo in famiglia, ma solo per affrontare meno spese.


“Bene”, convenne la vicepreside, “adesso la mia collega vi guiderà per farvi compilare il modulo d’iscrizione, dopodiché dovrete recarvi nella stanza in fondo al corridoio dove c’è la sarta, che prenderà a Casey le misure per l’uniforme.”


Squadrò il ragazzino da capo a piedi come se fosse quasi disgustata dal suo abbigliamento. Indossava una t-shirt dei Nirvana, dei jeans neri tenuti su da una cintura borchiata e delle Converse dello stesso colore. Un look piuttosto da “duro”, insomma, in contrasto con il suo temperamento tranquillo e il suo visino dolce.


“Spero sappiate che non gli permetteremo mica di andare in giro vestito di nero”, aggiunse.


“Ci perdoni, abbiamo detto mille volte sia a lui che a sua sorella di non conciarsi così, ma non ci ascoltano” rispose Brad.


Casey alzò gli occhi in segno di fastidio. Avrebbe voluto dirgli che si sbagliava, perché le uniche persone che non ascoltavano mai ce le aveva proprio lì accanto a sé, ma si astenne.


Intanto, i suoi genitori avevano finito di firmare i moduli.


Hannah aveva poi detto al marito di aspettare fuori con le ragazze mentre lei e Casey erano dalla sarta.


“Quante cazzate!”, sbuffò Satèle prima di uscire, e il padre la trascinò in corridoio prima che fossero la segretaria e la vicepreside a cacciarla.


Non appena furono soli, le tirò uno schiaffo.


“Ben ti sta”, fu il commento di Coco, che come sempre appoggiava i genitori.


A quel punto Satèle disse che aveva fame e che sarebbe andata a cercare un distributore di merendine.


Quando cominciò ad allontanarsi, suo padre e sua sorella la videro semplicemente come la ribelle di sempre che provava a svignarsela per non assumersi le conseguenze delle proprie azioni, quando, in realtà, non era che una ragazzina insicura e spaventata dalla lontananza dal proprio fratello, l’unica persona che amava e dalla quale si sentiva amata.


 


 




“Perché tremi, hai paura?”


“Sei proprio un codardo.”


“Un piccolo essere inutile.”


“So io come farti diventare forte.”


“Vieni qui, non ti faccio niente.”


Poi le luci si abbassavano e quel niente diventava follia.


Markus Lancaster si svegliò di soprassalto e col respiro corto, che solo il suo inalatore riusciva a regolarizzare.


Non ricordava di essere andato a letto, né tantomeno che fosse sera. Non indossava il pigiama e oltre la finestra della sua stanza si vedevano i muri delle palazzine circostanti illuminati dal sole.


Si accorse del libro che stava leggendo aperto sul petto e riuscì a ricostruire l’ordine degli eventi: sua madre e la sua sorellina Lily erano andate in bagno a prepararsi per il mare e lui, che non era assolutamente intenzionato ad andare con loro, aveva pensato di trascorre il tempo leggendo disteso sul letto. Sicuramente doveva essersi addormentato nel frattempo, reduce da una settimana di notti insonni. Ci era abituato.


Recuperò il segnalibro e riprese a leggere dal punto in cui si era interrotto, poi sua madre bussò alla porta e lui la lasciò entrare.


“Sicuro di non voler venire con noi?”, gli chiese.


“Sicurissimo”, rispose Markus.


“Dài, tesoro, stai sempre chiuso in casa! Un po' di mare ti farebbe bene”, provò a convincerlo lei.


“Odio il mare”, disse Markus perentorio.


“Puoi anche solo prendere il sole.”


“Odio il sole.”


“Non vuoi nemmeno aiutare Lily a fare i castelli di sabbia?”


“Odio la sabbia.”


“Magari potresti conoscere qualche tuo coetaneo.”


“Odio i miei coetanei. Sono stupidi.”


Emily Lancaster si mise una mano sulla fronte e sospirò: “Non c’è modo di convincerti, vero?”


“Esatto”, affermò Markus.


Allora sua madre e sua sorella lo salutarono, promettendogli che non sarebbero tornate tardi e che sarebbero corse subito da lui se ci fosse stato qualche problema.


“Divertitevi”, le raccomandò Markus, e dopo che se ne furono andate ritornò al suo libro, sperando che quella storia riuscisse in qualche modo a distrarlo dalla storia che ogni notte viveva nei propri incubi.


Quattro anni non erano bastati per dimenticare.


 


 




Gli amici di suo fratello erano tutti radunati intorno a lei e le cantavano Tanti Auguri a Te.


Angel Hassler soffiò sulle dodici candeline che ricoprivano la superficie della torta e tutti, inclusi gli sconosciuti seduti ai tavolini del bar che dava sulla spiaggia, le dedicarono un fragoroso appaluso.


“Auguri, sorellina”, le disse Shane, suo fratello maggiore, stampandole un bacino sulla fronte.


“Buon compleanno, tesoro”, le disse suo padre, facendo lo stesso. Poi prese la macchina fotografica e disse ai ragazzi di mettersi in posa accanto a Angel.


Dopo aver scattato diverse foto passò la macchina a Kyle, il migliore amico di Shane, e gli chiese di farne una a lui con i figli.


“Certo”, rispose il ragazzo e, ancora prima di riuscire a mettere a fuoco l’obiettivo, una voce femminile appartenente alla fidanzata del padre dei due ragazzi richiamò l’attenzione chiedendo se avesse potuto far parte della foto.


“Sicuro, amore, mettiti qui”, fece Michael, e questa risposta turbò un po' sua figlia, che nonostante tutto posò accanto a lei mostrando un (finto) sorriso smagliante.


Venne il momento del taglio della torta, e fu allora che Angel cercò di dileguarsi tirando dritta verso i bagni.


Lei non aveva amici della sua stessa età, perché le femmine la ritenevano troppo maschiaccio per stare con loro e allo stesso tempo i maschi la ritenevano troppo poco virile, ma gli amici di Shane – che avendo all’incirca una decina d’anni più di lei possedevano una maturità tale da non badare a certe frivolezze – le erano simpatici e la facevano sentire a proprio agio.


Avrebbe potuto essere un compleanno fantastico, se all’improvviso non fosse arrivata lei.  


“Piccola, dove stai andando?”, domandò suo padre.


“A lavarmi le mani”, mentì Angel. Peccato, era stata beccata.


Nessuno ci trovò nulla di strano in quella motivazione, eccetto Shane. Lui sì che riusciva sempre a capire quando c’era qualcosa che non andava, per questo la seguì e le mise una mano su una spalla, accarezzandogliela.


“Ehi, Angel, che succede?”


Angel non si voltò a guardarlo semplicemente perché non voleva farsi vedere da lui con le lacrime agli occhi, sapeva che l’avrebbe addolorato troppo.


Cercando di non singhiozzare e di mantenere un tono di voce calmo, rispose: “Voglio la mamma.”


 


 




Casey aveva appena finito di farsi prendere le misure per l’uniforme. Essendo esile, la sarta avrebbe avuto bisogno di poca stoffa per confezionargliela.


Insieme a sua madre stava ritornando da suo padre e le sue sorelle con una brutta notizia, almeno così era per lui e Satèle. Il solo pensiero che avrebbe ridotto il suo cuore in pezzi lo faceva rabbrividire.


Hannah sentì il cellulare vibrare nella borsa e lo tirò fuori per rispondere alla chiamata. Non appena vide che era di sua sorella, emise un sonoro sbuffo.


“Senti, Diana, non ho tempo da perdere. Sono con Casey a fare l’iscrizione per il collegio”, tagliò corto.


“Ma non è giusto, Hannah, ti prego!”, la implorò lei.


Anche se sua madre non stava usando il vivavoce, Casey riuscì a sentire sua zia che la supplicava. Sapeva, però, che ormai era impossibile persuadere sua madre.


“È mio figlio e so io cosa è giusto per lui!”, si alterò Hannah.


“Un giorno capirai l’errore che stai commettendo”, l’avvertì sua sorella.


“Non farmi ridere, Diana, che se proprio vogliamo parlare di errori, qui, sei tu l’esperta!”


E detto questo, Hannah le staccò il telefono in faccia.


Nel frattempo, l’attenzione di Casey era stata catturata da due persone che erano appena uscite dalla segreteria; un ragazzino della sua età e sua madre. Lei piangeva.


 


 




“Non mi perdonerò mai per quello che ti sto facendo”, diceva Jessie al figlio. “Ti prometto che, non appena si sistemerà tutto, ti tirerò fuori di qui.”


Johnnie allungò un braccio e le accarezzò una spalla, come per farle capire che sapeva che quella decisione era stata presa a malincuore.


“Grazie, piccolo. Ti voglio tanto bene”, rispose sua madre.


Johnnie allargò le braccia, poi la strinse forte a sé. Quello era a parer suo il modo migliore per dirle che anche lui le voleva un mondo di bene senza aver bisogno di parlare.


Aveva imparato che le parole, spesso, sono ingannevoli, mentre i gesti, quelli che provengono dal cuore, mai.


Vide avanzare verso di sé un’altra coppia formata da madre e figlio, ma dei due fu il ragazzo a colpirlo per un’unica, evidente ragione: era albino.


Aveva un viso tanto dolce quanto triste.


Poverino, pensò Johnnie. Sicuramente neanche lui doveva essere entusiasta di frequentare un collegio.


Non appena se lo ritrovò a pochi passi di distanza, gli sorrise e il ragazzo ricambiò, tuttavia non parve stare meglio.


 


 




“Eccoci qua”, avvisò Hannah, facendo voltare suo marito e Coco.


Satèle stava mangiando una barretta di cioccolato, ma appena incrociò lo sguardo di Casey e lesse il suo labiale, che mimava un doloroso “Mi dispiace”, la mise via e sentì il suo cuore spezzarsi.


Uscì la vicepreside, che chiese se il ragazzo avesse già preso le misure. Hannah rispose di sì e lei cinse le spalle a Casey e si schiarì la voce per annunciare solennemente: “Casey Johns, sei ufficialmente un alunno del collegio Hamilton. Ci si vede a settembre.”

Ritorna all'indice


Capitolo 2
*** Capitolo 1 - Nuova scuola, nuova vita ***


Capitolo 1 – Nuova scuola, nuova vita

1º settembre 2011

Casey sedeva sul sedile posteriore dell’auto di suo padre, con lo sguardo sconsolato e forse un po' adirato rivolto verso il finestrino, con vista sul Rock River.

Si sentiva come se stesse vedendo il mondo per l’ultima volta in vita sua, come se tutti i posti a lui noti stessero per diventare solo un lontano ricordo.

L’estate era volata e lui non voleva credere a quello che gli stava per succedere: varcare l’ingresso del collegio Hamilton e stare lontano da Satèle per tutta la settimana.

La sua gemella era seduta al centro, fra lui e Coco, e sembrava desiderosa di parlargli, ma non ne aveva il coraggio. Non avrebbe comunque saputo cosa dirgli, in un’occasione del genere; era distrutta.

Intanto, Brad li fissava attraverso lo specchietto retrovisore. Premette i piedi sull’acceleratore e proseguì dritto su Jefferson Street.

“Vorrei avvisarti, Casey”, disse d’un tratto, “che tenere il broncio non ti cambierà le cose. Vale anche per te, Satèle.”

Coco smise di esaminarsi le unghie apposta per osservare la loro reazione, in particolare quella della sorella, invece nessuno dei due rispose.

Cominciò dunque a pensare a un modo per istigarli. Metterli contro i genitori era uno dei suoi passatempi preferiti da sempre.

Essendo Casey il meno incline a perdere le staffe, puntò sull’irascibilità di Satèle. Elaborò il piano nella propria testa e decise che l’avrebbe attuato al ritorno.

Il resto del viaggio proseguì tranquillo; fu quando Hannah annunciò di essere quasi arrivati che Casey entrò in agitazione e iniziò a sudare freddo. Il suo incubo stava per diventare realtà.

Pensò a quanto gli sarebbero mancati i pomeriggi in cui si chiudeva in camera a suonare la sua Gibson – la chitarra che sua zia gli aveva regalato quando aveva appena sette anni – mentre Satèle – che prendeva lezioni di canto da quando ne aveva cinque – cantava a squarciagola le canzoni rock che trasmetteva la radio. Nel frattempo, Satèle, Coco e i suoi genitori avevano aperto le portiere ed erano usciti dall’auto.

“Casey, muoviti!”, urlò suo padre. Lui si affrettò a recuperare la valigia dal bagagliaio e li raggiunse.

Hannah iniziò a fargli le solite, noiose raccomandazioni, ma smise non appena vide l’auto di Luke, fratello minore di suo marito e marito di sua sorella, parcheggiata proprio accanto alla sua.

Fu Diana la prima a scendere e andarle incontro come una furia, seguita da Luke.

“Sei sorpresa di vedermi, eh? Dire l’orario sbagliato per impedirci addirittura di salutare nostro nipote…”, rammentò Diana. “Complimenti, Hannah, sei molto furba”, aggiunse sarcastica.

Hannah la guardò in modo truce. “Chi ti ha detto che eravamo qui?”

“Tua figlia.”

Ovviamente si riferiva a Satèle, che osservava la scena con la testa piegata di lato e un’aria di sfida.

“Presumo che non ci permetterete di cacciarvi”, sbuffò Brad.

“Presumi bene”, rispose prontamente Luke.

Allora Hannah concesse a entrambi di salutare Casey, ordinandogli però di fare presto.

Luke abbracciò forte il nipotino, che fra le sue braccia trovò il coraggio di lasciarsi andare e piangere, cosa che infastidì molto suo padre.

“Casey, ma che cavolo ti prende? Smettila di frignare e comportati da uomo!”, lo sgridò, ma Luke lo difese.

“Lascialo stare, Brad”, disse. “È solo un bambino ed è spaventato.”

Asciugò le lacrime a Casey e lo strinse ancora più forte. “Andrà tutto bene, piccolo. Te la caverai”, lo rassicurò.

Poi venne il turno di Diana. “Ascolta, tesoro”, gli disse dolcemente. “Capisco molto bene come ti senti, ma lascia che ti dica una cosa: non tutti i mali vengono per nuocere. Infatti sono sicura che riuscirai a ricavare qualcosa di buono anche da questa esperienza, che adesso ti sembra così brutta. Perciò forza e coraggio, mia piccola rockstar.”

Sul volto di Casey comparve l’accenno di un sorriso.

“Aspetta”, continuò Diana, “c’è una cosa che voglio darti prima di andare via”. Si scrollò la borsa dalla spalla e dalla tasca, più esterna tirò fuori un piccolo quaderno dalla copertina cartonata nera, con tanto di lucchetto.

“Un quaderno?”, si accigliò Casey.

“Potresti usarlo come diario. Anche io ne scrivevo uno, quando avevo la tua età, e mi faceva stare bene. È come confidarsi con un amico, solo che hai la certezza che nessuno andrà a rivelare i tuoi segreti.”

Casey si strinse il quaderno al petto. L’idea gli piacque, soprattutto perché lui – a parte Satèle – non aveva amici in carne e ossa.  

“Grazie mille, zia. Ti voglio bene.”

“Anch’io, tesoro. Vieni qui, dammi un bacio”, rispose lei, abbassandosi leggermente.

Dopo abbracciò Satèle e le disse di stare tranquilla, perché avrebbe potuto sempre contare su di lei.

“In realtà no”, la contraddisse Hannah. “Io e Brad concordiamo sul fatto che voi due – specialmente tu, Dia –, abbiate una cattiva influenza su Satèle, e che lei la eserciti a sua volta su Casey. Quindi, l’unico modo per spezzare questa specie di circolo vizioso è limitare le vostre visite.”

“Cosa?!”, strabuzzò gli occhi Satèle.

“Satèle, zitta!”, l’ammonì sua madre.

Dia sollevò le sopracciglia e rimase a bocca aperta. “Io eserciterei una cattiva influenza sui tuoi figli?” Si fece prendere da una risatina nervosa e pretese che le venisse spiegato il motivo di tale affermazione.

“Intendi dire un motivo che superi tutti gli altri motivi?”, la provocò Hannah.

Delle due era lei la sorella maggiore, eppure certe volte si comportava da ragazzina immatura nonostante avesse trentasei anni. Dia detestava quando faceva così.

“Te lo dico io, il motivo”, s’intromise Brad. “È che sei una svitata! Davvero, Diana, non ti rendi conto di tutte le cretinate che gli metti in testa, prima su tutte quella che un giorno potrebbero diventare dei musicisti?”

Neanche le diede il tempo di replicare che subito riattaccò dicendo: “Inoltre sei un pessimo esempio da seguire, e credo che tu possa capire a cosa mi riferisco… ammesso che non ti sia completamente bruciata il cervello con…”

“Basta così!” lo zittì Luke. “Andiamocene, Dia, non dargli retta.” Passò un braccio intorno alle spalle di sua moglie e risalirono in macchina.

Casey vide sua zia salutarlo per l’ultima volta con un cenno della mano, poi Luke premette sull’acceleratore e l’auto svanì nel traffico.

Satèle si fece avanti e abbracciò suo fratello, ormai rassegnata e pronta all’idea di vederlo

varcare la soglia di quel posto.

“Mi sa che è giunta l’ora”, disse piangendo. Odiava farlo in pubblico, specie davanti ai genitori, ma stavolta non ce l’aveva fatta a trattenersi.

“Mi mancherai da morire, Sat”, rispose il gemello.

Restarono avvinghiati fin quando a entrambi non rimasero più lacrime per piangere. Si guardarono negli occhi e se li asciugarono a vicenda, poi Casey prese il viso di Satèle fra le mani e le solleticò le guance con i pollici come faceva ogni volta che voleva tirarle su il morale.

“Satèle, ti ricordo che fra poco tuo fratello dovrà entrare”, la sollecitò sua madre, così lei lasciò la presa.

“Adesso vai, Casey, o farai tardi”, ribadì Brad. Lui e Hannah, invece, non si degnarono di salutarlo.

Coco gli disse semplicemente ciao, in maniera molto fredda.

Casey si allontanò da tutti loro senza aggiungere nulla, avvicinandosi sempre di più all’entrata.

“Andiamo”, dissero i genitori alle ragazze. Risalirono in macchina, chiusero le portiere e ripartirono.

Satèle guardò la sagoma di suo fratello attraverso il finestrino e raccolse con la lingua tutte le lacrime che le colarono alle estremità delle labbra.

Coco lo ritenne il momento migliore farle beccare una sgridata dai genitori.

“Che c’è, Satèle? Ti senti come Cip senza Ciop?”, la stuzzicò.

“Piantala!”, tuonò Satèle.

“Mi presti tu la pala?”, perseverò Coco.

“Stronza!”, la chiamò Satèle, tirandole una ciocca di capelli.

“Ahia!”, piagnucolò Coco, più per attirare l’attenzione dei genitori che per il dolore.

“Satèle, vuoi smetterla o preferisci che ti faccia sbattere la testa contro la portiera?”, la minacciò suo padre.

Lei gli mostrò il dito medio e continuò a guardare, fuori dal finestrino, la sagoma di Casey che diventava sempre più piccola, sempre più lontana da lei.

 


Casey era fermo davanti alla facciata principale del collegio e alzò la testa più che poté per riuscire a scorgere il tetto a salienti.

L’Hamilton si presentava come un edificio molto simile a una cattedrale gotica dalle proporzioni ciclopiche, al quale si accedeva tramite un portale strombato, affiancato da colonne e finestroni ogivali dai vetri colorati (almeno al primo piano), in contrasto con il grigio freddo delle pareti, in alcuni punti un po' crepate a causa di tutte le intemperie a cui erano state sottoposte durante gli anni. Appena sotto il rosone c’era un fregio sul quale era inciso il nome dell’istituto, invece sopra, in corrispondenza del secondo piano, correva un elegante parapetto dal quale svettava una bandiera raffigurante lo stemma ideato dall’antico fondatore, lo stesso che era riportato sulla giacca dell’uniforme.

Essa consisteva appunto in una giacca blu scuro, dei pantaloni dello stesso colore e una camicia bianca che portava un cravattino nero annodato al collo, l’unico elemento che a Casey piaceva perché gli ricordava Billie Joe Armstrong, il frontman dei Green Day, ai tempi di American Idiot. Per il resto, si sentiva ridicolo vestito in quel modo. Ai piedi aveva i mocassini e rimpiangeva le sue adorate Converse.

L’uniforme femminile era pressoché identica, l’unica eccezione era la gonna al posto dei pantaloni.

Casey impugnò saldamente il manico della valigia e si decise finalmente a entrare nell’edificio, con il cuore che gli martellava forte contro il petto.

Per raggiungere la sala convegni, dove si sarebbe svolta la cerimonia di inizio anno scolastico, dovette percorrere un lungo e freddo corridoio dalle pareti bianche e il pavimento in marmo talmente scivoloso che non poté neanche permettersi di accelerare il passo, altrimenti sarebbe caduto faccia a terra e qualcuno di passaggio ne avrebbe sicuramente riso.

Aveva però la sensazione che qualcuno l’avrebbe deriso lo stesso, anche se non avesse fatto niente.

 


Russell Richardson era al settimo cielo. I suoi ricchi genitori avevano esaudito il suo desiderio di frequentare una scuola esclusiva e l’avevano iscritto nientepopodimeno che all’Hamilton, così poteva star sicuro di non ritrovarsi come compagno di classe qualche pezzente.

In quel momento, con la schiena appoggiata alla parete esterna della sala convegni, aspettava che Jack Duncan e Jimmy Hunter, i suoi amici-assistenti fidati, gli portassero dell’acqua liscia a temperatura ambiente, così come aveva richiesto.

Nel frattempo lui si guardava attorno alla ricerca di qualcuno di interessante e allo stesso tempo disposto a ricevere ordini. Doveva pur farsi conoscere e attirare consensi, se voleva diventare popolare. Già immaginava i suoi compagni di classe che lo riconoscevano come leader, i ragazzi in corridoio che lo guardavano con ammirazione, le ragazze che lo ricoprivano di attenzioni.

Ne aveva adocchiata una carina dai lunghi capelli castani, ed era quasi tentato di andare a parlarle. Era sicuro di sé, era sicuro che nessuno avrebbe potuto far crollare le sue certezze.

Nessuno eccetto un ragazzino esile dai capelli bianchi.

Nel momento in cui lo vide sbucare praticamente dal nulla, il vociare che si era propagato nella sala cessò e si sentirono solo dei brusii perlopiù di sconcerto, ma anche di apprezzamento. Soprattutto da parte delle ragazze. Nel giro di pochi secondi il ragazzo aveva attirato sguardi come se fosse una calamita, compreso quello della ragazzina castana e una sua probabile amica, che l’avevano seguito all’interno e si erano sedute accanto a lui.

“Russell!”, lo chiamò Jimmy. “Ti abbiamo preso l’acqua.”

Russell afferrò la bottiglietta e bevve un sorso mentre continuava a osservare il ragazzo albino. Gli venne da storcere il naso; non riusciva a comprendere come avesse potuto attirare tanta attenzione non facendo nulla.

“Chi stai guardando?”, gli chiese Jack.

Russell spiegò tutto.

“Un tizio con i capelli bianchi?”, ripeté incredulo Jimmy. “Com’è possibile?”

“È una malattia”, lo informò Jack. Dei due era quello con più cervello.

“Come può la gente essere attratta da uno che ha un aspetto così strano?” si chiese Jimmy.

“Vorrei saperlo anch’io”, rispose Russell, abbastanza seccato. Fece una smorfia e ripose la bottiglia nelle mani di Jack. Schioccò le dita e ordinò ai due di seguirlo. “E comunque”, ci tenne a puntualizzare, “siete due incapaci. Vi avevo chiesto dell’acqua a temperatura ambiente, questa è ghiacciata!”

 


Casey attendeva l’arrivo del preside. Nel frattempo si era presentato alle due ragazzine sedute vicino a lui, che avevano fatto altrettanto.

“Sarah Green”, gli aveva stretto la mano la prima.

“Karen Armstrong”, si era presentata la seconda.

Si erano conosciute quell’estate a un campo estivo e subito era sbocciata l’amicizia.

Che bello, pensò Casey. Anche lui desiderava che, prima o poi, gli accadesse una cosa del genere. Aveva sentito dire che le migliori amicizie fossero quelle nate dal nulla, chissà se era vero.

Gli venne l’istinto di girarsi indietro e non riuscì a credere a chi vide: il ragazzino che, circa due mesi prima, aveva incontrato in corridoio con la madre. Lo riconobbe dal colore molto particolare dei suoi capelli: tendenzialmente un nero, con dei riflessi (che lui faticava a credere fossero naturali) di blu zaffiro.

Abbiamo una cosa in comune, pensò Casey.

Stavolta, però, il ragazzino non si accorse di lui. O almeno così gli parve.

Nonostante questo, si sentiva degli occhi addosso. Aguzzando la vista, riuscì a capire a chi appartenessero: in un angolo della sala, con le mani sui fianchi, tre ragazzi lo stavano squadrando dalla testa ai piedi in modo alquanto minaccioso.

Casey si sentì molto confuso.

Improvvisamente arrivò il preside e tutti si alzarono in piedi per salutarlo.

Era più simile a un armadio che a un uomo; alto, robusto e con la postura più dritta di un soldato.

“Buongiorno, sedetevi”, disse. Anche la sua voce metteva i brividi, tanto era grossa.

“È per me un piacere augurarvi un caloroso benvenuto al collegio Hamilton”, continuò. “Mi aspetto grandi cose da tutti voi. Adesso state diventando dei ragazzi, non siete più dei bambini. Sarete gli adulti di domani, il futuro del nostro Paese. Motivo per cui io e le vostri insegnanti vi forniremo tutti gli strumenti necessari alla vostra formazione. In questo collegio imparerete a maturare, a crescere, a essere indipendenti dalle cose futili. Motivo per cui dovrete abbandonare i vostri cellulari e tutti gli oggetti fonte di distrazione. Adesso ci siete solo voi e il vostro potenziale, e con questo mi sembra di aver detto tutto. Non mi resta che augurarvi un buon anno”, concluse il preside, ricevendo un applauso.

Niente cellulare. Casey cominciò a temere disperatamente che mantenere i contatti con Satèle sarebbe diventato sempre più difficile. Per fortuna che i suoi genitori avevano firmato quel permesso per prelevarlo da scuola per i fine settimana. Da un lato, però, si sentì in colpa per tutti i ragazzi che sarebbero stati costretti a vivere nel vero senso della parola a scuola.

“Adesso inizierà la cerimonia vera e propria”, annunciò il preside. “Ho qui l’elenco con la formazione delle classi. Una volta che il vostro nome verrà pronunciato, salirete sul podio e una delle vostre insegnanti vi fornirà la chiave della vostra stanza.”

Casey si sentiva pervaso dall’ansia, motivo per cui non riuscì a prestare attenzione a nomi che non fossero il proprio, che venne pronunciato circa una ventina di minuti dopo fra quelli dei ragazzi della sezione D.

Si alzò e salì sul podio. La sua insegnante, Suor Elizabeth, un’anziana signora dagli occhiali grandi e tondi, gli consegnò la chiave della camera 203.

Fatto ciò, Casey si mise in fila dietro quelli che sarebbero diventati i suoi nuovi compagni di classe.

Fra questi riconobbe Karen Armstrong, Sarah Green e il ragazzino dai capelli corvini.

Alla fila sia aggiunse poi un ragazzo dai capelli e gli occhi scuri, il profilo leggermente aquili-

no, che rispose al nome di Russell Richardson.

Casey riconobbe anche lui: era quello che prima lo stava guardando in malo modo.

Subito dietro di lui, i suoi amici: Jack Duncan e Jimmy Hunter.

 

 

Suor Elizabeth aveva condotto i suoi studenti in un’aula dalle pareti grigio chiaro pressoché spoglie a eccezione di un planisfero e un crocifisso in corrispondenza della cattedra e i banchi singoli in legno scuro, con tanto di scrittoio.

I ragazzi corsero subito a scegliersi i posti, ma la suora diede un colpo di bacchetta sulla cattedra e nessuno osò più muoversi.

“Fermi!”, ordinò. “Qui ci sono delle regole ben precise per sedersi, perciò voglio i maschi nella fila destra e le femmine in quella sinistra.”

Tutti obbedirono e Casey occupò l’ultimo banco.

“Bene”, convenne Suor Elizabeth, “adesso possiamo procedere con la lettura del regolamento d’istituto.” Prese un fascicolo e cominciò a leggere: “È vietato mangiare o parlare senza chiedere prima il permesso in classe, è vietato disertare le lezioni se non per motivi di salute adeguatamente giustificati e i ritardi anche lievi verranno puniti con note di demerito. È vietato introdurre cibi o dispositivi elettronici all’interno delle vostre stanze. È vietato girare per i corridoi dopo le 21:00, che è l’orario limite per andare a letto. È vietato tingersi i capelli, in caso contrario vi verranno rasati. Le ragazze che li portano lunghi o medi li dovranno necessariamente legare se non vogliono tagliarli, quelle che li portano già corti possono anche evitare. È vietato l’uso di cosmetici e accessori, pertanto adesso dovrò sequestrarvi immediatamente bracciali, orologi, orecchini e collane.”

Riassunto del regolamento secondo Casey: era vietato esprimere la propria personalità.

Sarebbe stato un anno lungo.

Suor Elizabeth, nel frattempo, si faceva largo fra i banchi con una scatola di cartone fra le mani, pronta a sequestrare gli accessori di tutti.

Arrivata al banco di Casey, gli ordinò di consegnarle i due bracciali borchiati che portava ai polsi. Il ragazzo obbedì – a malincuore, ovviamente – e lei gli disse: “Sei in collegio, giovanotto, non a un concerto rock.”

Sfortunatamente, pensò Casey.

Fatto questo, la suora poggiò la scatola sulla cattedra e concesse ai ragazzi un po' di tempo per andare in camera e telefonare le famiglie prima di sequestrargli i cellulari.

I ragazzi salutarono e uscirono dall’aula.

 


Tutte le camere, all’Hamilton, erano singole e poco più grandi di un ripostiglio. La 203 non faceva eccezione. All’interno c’erano solo una brandina dalle lenzuola bianche che avrebbe potuto tranquillamente essere un letto d’ospedale, una finestra con le inferriate, un comò e un piccolo armadio di legno di scarsa qualità, per di più impolverato.

Sembrava più la cella di un carcere che la camera di un dormitorio, e in un certo senso Casey si sentiva un prigioniero. Quella sarebbe stata la sua nuova vita, per i successivi tre anni.

Aveva a disposizione pochi minuti per telefonare prima che gli venisse tolto il cellulare e voleva spenderli per le persone su cui sapeva di poter sempre contare.

La prima che chiamò fu sua zia.

“Casey, che bello sentirti!”, esclamò Dia. “Come procede lì?”

“Male, zia”, rispose lui. “Questo posto sembra una prigione, non si può fare niente. Non potrò più chiamare Sat durante la settimana perché ci toglieranno i telefoni, dovrò per forza aspettare di tornare a casa il sabato per sapere come sta e che sta facendo.”

A Dia dispiacque molto sentire tutto questo. Non riusciva proprio a capire come Hannah avesse potuto fargli una cattiveria simile.

Fece un respiro profondo e disse: “Tranquillo, tesoro, non durerà per sempre.”

“No?”

“No. Io farò di tutto per impedirlo, io…” Fece una pausa. Un’idea stava cominciando a balenarle nella testa.

“Zia?”

“Ti tirerò fuori da lì”, gli promise Dia.

“Davvero?”, chiese Casey speranzoso. “Come?”

“Sì, tesoro”, rispose lei determinata, “ma non sono ancora bene come. Dammi il tempo di pensarci, okay?”

“Ci conto”, le assicurò Casey. “Ora ho poco tempo, vorrei chiamare Sat.”

“Certo, vai. Baci.”

“Anche a te.”

Una lacrima calda rigò la guancia di Casey mentre si affrettava a comporre il numero di Satèle sulla tastiera.

 

Ritorna all'indice


Capitolo 3
*** Capitolo 2 - Incontri fortuiti ***


Capitolo 2 – Incontri fortuiti

 

Satèle aveva appena finito di parlare al cellulare con Casey ed era triste per lui.

Quando aveva sentito che suo fratello non avrebbe potuto telefonare durante la settimana, aveva letteralmente dato di matto e aveva preteso addirittura di farsi passare “l’imbecille” – proprio così l’aveva definito – che aveva introdotto tale regola per dirgliene di tutti i colori, ma Casey le aveva spiegato con una santa pazienza che non c’era niente da fare, perché lì nessuno faceva sconti a nessuno, quindi era riuscito a calmarla e lei si era arresa.

“Se mamma e papà non ci odiassero, questo non sarebbe mai successo”, aveva detto a un certo punto.

Casey avrebbe anche voluto contraddirla, ma non poteva negare quella che sembrava l’evidenza. Era inoltre indeciso se dirle o meno che la zia gli aveva promesso che l’avrebbe tirato fuori dal collegio. Da un lato credeva di rasserenarla se l’avesse fatto, ma dall’altro non voleva incuterle false speranze.

Poi la gemella era scoppiata a piangere, confessandogli il proprio timore di essere stata la causa della decisione dei genitori, allora Casey si era sentito in dovere di smentirlo, dicendo che probabilmente l’avrebbero fatto a prescindere dal suo comportamento.

Satèle aveva risposto con una frase che gli aveva toccato il cuore: “Portandomi via te, mi hanno portato via tutto.”

“Cerca di non pensarci troppo”, le aveva suggerito Casey. “Dopodomani anche tu comincerai le medie, potresti trovare degli amici con cui passare il tempo.”

Infine si erano salutati e avevano riagganciato.

Seduta al tavolo della cucina, con il viso tra le mani e lo sguardo basso, Satèle stava meditando sulle parole di suo fratello.

Forse Casey aveva ragione: cambiando scuola avrebbe potuto trovare finalmente degli amici, nonostante le sembrasse un’impresa a dir poco ardua.

Satèle ci aveva anche provato negli anni addietro, ma aveva scoperto di avere difficoltà nel legarsi alle persone; un po' per il timore di non piacere a nessuno, un po' perché si riteneva incapace di superare un eventuale abbandono.

Mentre pensava e rimuginava, sentì i passi di sua madre alle proprie spalle.

Hannah ignorò la figlia per un po' e iniziò a preparare la cena, poi notò il suo umore e a quel punto le disse: “Guarda che io e tuo padre sappiamo che adesso ti senti sola, visto che tu e Casey vivevate praticamente in simbiosi, ma l’abbiamo fatto per il vostro bene.”

“Uhm...”, mugugnò Satèle.

“Solita ingrata. Anziché essere contenta di andare alle medie si lamenta per la lontananza dal fratello e neanche apprezza i sacrifici.”

Satèle si raddrizzò sulla sedia e batté una mano sul tavolo. “Non era necessario, come sacrificio.”

“Senti, Satèle, mi hai scocciata!”, si esasperò Hannah. “Accetta la cosa e approfittane per concentrarti sullo studio, almeno così vedi di portare a casa una pagella decente.”

Satèle la liquidò con un gesto della mano.

Hannah aprì la credenza e prese un barattolo, dal quale tirò fuori una banconota da dieci dollari che allungò alla figlia.

“Domani Coco andrà a fare un po’ di shopping per il rientro, vai con lei. Ho il giorno libero al lavoro e non voglio rotture di scatole.”

“Grazie”, bofonchiò amaramente Satèle. Prese i soldi, si alzò e se ne andò.

Sua madre sapeva essere talmente subdola che, perfino quando sembrava voler compiere una gentilezza nei suoi confronti, in realtà agiva per scopi puramente personali.

 

Hannah aveva accompagnato le ragazze in macchina fino al Plaza più vicino e aveva raccomandato loro di farsi trovare nello stesso punto in cui le aveva lasciate quando sarebbe passata a riprenderle.

Dato che le due sorelle avevano gusti diversissimi nel vestire, proseguirono su due corsie distinte e separate.

Mentre Coco si fermava davanti alle vetrine più chic, Satèle si diresse verso un negozio di abbigliamento alternativo in cui lei e Casey compravano spesso. Gliel’aveva fatto conoscere la zia quando entrambi avevano appena otto anni ma già le idee chiare in fatto di stile, in quanto anche lei – soprattutto da adolescente – amava spendere lì.

Satèle si addentrò nel reparto che vendeva articoli di moda emo e punk e vide una minigonna a quadri rossi e neri che le piacque. Siccome della sua taglia – la XS – era rimasto l’ultimo pezzo, la pagò a un prezzo stracciato.

Con i soldi rimasti acquistò anche un paio di orecchini da inserire nel secondo foro che si sarebbe procurata a entrambi i lobi all’insaputa dei genitori.

Satèle li aveva supplicati fino allo sfinimento per ottenere il loro permesso, ricevendo ogni volta la stessa risposta: “È volgare”.

Uscita dal negozio, pensò di andare a prendere un gelato o una ciambella nel frattempo che aspettava Coco.

Tutte le persone che incontrò la guardarono come se fosse un mostro, si scansarono al suo passaggio come se stesse arrivando un’appestata.

Non che Satèle non fosse abituata a quelle reazioni a dir poco esagerate; del resto lei e Casey erano probabilmente gli unici albini di tutta Rockford, se non dell’intero stato dell’Illinois.

Eppure, una volta tanto, avrebbe voluto provare la sensazione di sentirsi normale, essere una ragazzina come le altre e non una specie di fenomeno da baraccone.

All’improvviso un gruppetto di ragazze poco più grandi di lei cominciò a indicarla e ridere. Satèle passò di fianco a loro velocemente, guardando dal lato opposto per nascondere la delusione, e gridò di rimando: “Ehi, galline, qui non c’è il pollaio!”. Le ragazze smisero e si allontanarono, tuttavia lei non si sentì soddisfatta.

Tirò dritta verso i bagni, si sciacquò gli occhi gonfi delle lacrime che aveva trattenuto e si guardò allo specchio. Visto che non avrebbe potuto mai tingere i capelli, l’unico modo per sentirsi normale era aggiungere un tocco di colore al viso.

Contò gli spiccioli che le erano rimasti ed entrò in un negozio di trucchi.

La accolse una commessa sulla cinquantina che le indicò subito la parete dei lucidalabbra, convinta che come la maggior parte delle ragazzine della sua età cercasse uno di quelli, in-

vece Satèle disse: “Non voglio un lucidalabbra, voglio un eyeliner.”

“Un eyeliner?”, ripeté la donna sorpresa. “Davvero?”

“Ho l’aria di una che scherza?”

La commessa si allontanò per un attimo e ritornò con un vasetto di eyeliner in gel.

Satèle pagò e uscì dal negozio.

Adesso il problema consisteva nell’applicarlo. Se avesse chiesto a sua madre di insegnarglielo, lei si sarebbe rifiutata categoricamente. Con le figlie Hannah era stata chiara fin da subito: l’uso di qualsiasi cosmetico al di fuori del lucidalabbra e del fard era proibito fino a quando non avrebbero compiuto diciotto anni.

L’unica che avrebbe potuto aiutarla era sua zia, quindi la telefonò per accertarsi che fosse a casa. Dia rispose di sì e nel frattempo Satèle ricevette un’altra chiamata da Coco, la quale disse che non aveva ancora finito.

A Satèle convenne quella risposta: senza dire nulla, avrebbe lasciato il centro commerciale e si sarebbe incamminata verso casa di sua zia, per poi ritornare poco prima che sua madre fosse passata a riprenderla.

 

Quando Satèle bussò alla porta, Dia era nel suo studio, seduta davanti al computer come ogni giorno. Lavorava da anni come traduttrice per Simon & Schuster, un vero e proprio colosso dell’editoria americana. Essendo nata da padre irlandese e madre italo-francese, e cresciuta negli Stati Uniti, quattro delle lingue che conosceva le aveva imparate praticamente a casa, mentre al liceo aveva studiato lo spagnolo, il tedesco e anche un po' di cinese.

Si alzò dalla postazione e andò ad aprire; abbracciò Satèle e la fece accomodare in salotto.

“Ti ho disturbata?”, chiese la nipotina.

“No, tranquilla, mi ci voleva una pausa”, rispose lei. “Su, fammi vedere che hai comprato.”

Satèle le mostrò prima la minigonna e poi gli orecchini, chiedendole: “Zia, un giorno di questi mi accompagni a fare i secondi buchi?”

“I tuoi sono d’accordo?”, indagò Dia.

“Certo”, mentì Satèle, ma sua zia non le credette e si mise a braccia conserte per farle confessare la verità. Non appena la seppe, raccomandò a Satèle di non fraintenderla, perché se fosse stato per lei l’avrebbe accompagnata tranquillamente, ma doveva opporsi per evitare problemi con Hannah e Brad.

“Ma loro mi vietano tutto!”, protestò Satèle.

Nessuno, meglio di Dia, poteva capirla. Anche lei, da adolescente, aveva con i suoi genitori – specie con sua madre – lo stesso rapporto che Hannah e Brad avevano con i gemelli, e anche lei, proprio come Satèle, reagiva ribellandosi.

“È dura, piccola, lo so, ma pensa che un giorno crescerai e potrai finalmente decidere per te stessa, come ho fatto io”, la consolò. “Adesso, dimmi, c’è qualcos’altro che vuoi farmi vedere?”

“Sì, ho comprato anche questo!”, rispose Satèle contenta, tirando l’eyeliner e il pennellino fuori dalla busta. “Mi insegni a metterlo?”

Dia sorrise e alzò gli occhi. Evitò di chiederle nuovamente se i genitori fossero d’accordo, già conosceva la risposta, ma stavolta non riuscì a dirle di no.

La condusse in bagno, davanti allo specchio, Satèle la guardò e disse: “Mettimelo uguale a come lo metti sempre tu.”

Dia esaudì la sua richiesta e, spiegandole contemporaneamente tutti i passaggi, sulla palpebra superiore le tracciò una linea molto spessa, che fece terminare con una coda rivolta verso l’alto, mentre sulla palpebra inferiore e all’interno dell’occhio le disegnò una linea più sottile, terminando con una leggera passata di mascara sulle ciglia bianche.

“Ti piace?”, chiese infine alla nipotina.

“Sì, tantissimo!” esclamò Satèle, rimirandosi nello specchio.

Lei e Casey avevano ereditato poco e niente dai genitori e moltissimo dalla zia: il colore e la forma degli occhi e delle labbra, il fisico magrolino e perfino l’albinismo.

Sebbene, però, Diana apparisse bellissima agli occhi di Satèle, Satèle non riusciva a pensare lo stesso di sé.

“Zia, da grande vorrei tanto diventare bella come te”, le disse infatti.

“Amore, ma tu sei già bellissima!”, rispose Dia, carezzandole il mento. “Non vedi che bella signorina stai diventando? Domani inizi pure le scuole medie, sei emozionata?”

Satèle scosse energicamente la testa e disse di no. “Non voglio andarci senza Casey.”

Dia la strinse forte e le fece poggiare la testa sulla propria spalla.

“Non temere, piccola, andrà tutto bene. So che adesso sei arrabbiata con i tuoi genitori perché vi hanno divisi, è normale e hai tutto il diritto di esserlo, ma non è portando rancore che risolverai le cose. Sicuramente anche Casey si sente come te e gli manchi tanto quanto lui ti manca, ma sta provando ad adattarsi a una nuova realtà, quindi perché non dovresti provarci anche tu? Incontrerai tanta gente nella nuova scuola, troverai sicuramente dei bravi amici.”

“Ma io non piaccio a nessuno!”

“Non dire così, Sat, ci sarà senz’altro qualcuno che ti vorrà bene e a cui piacerai per come sei.”

“Davvero?”

“Certo! Poi, mal che vada, Casey tornerà sempre per i fine settimana, e potrete stare insieme quanto vorrete… Inoltre ti garantisco che non rimarrà in collegio a vita.”

Satèle ebbe l’impressione che l’ultima frase pronunciata da sua zia sottintendesse un significato diverso da quello che qualcun altro le avrebbe attribuito, ma non appena chiese conferma della propria ipotesi le squillò il cellulare e dovette rispondere.

Era Coco, che aveva appena finito le compere e voleva conoscere la sua posizione per andarle incontro.

“No, aspetta, ti raggiungo io!”, la precedette Satèle. Chiuse la telefonata e disse alla zia che doveva assolutamente scappare, se non voleva beccarsi una ramanzina.

Dia quasi non poté credere ai propri occhi: sua nipote era davvero scappata dal centro commerciale e adesso doveva ritornarci, per di più a piedi!

Tutta sua zia, pensò. Anche lei, da ragazzina, l’avrebbe fatto.

Le dispiacque non poterla accompagnare in macchina; Luke – che era il titolare di un’impresa di imbianchini – se l’era portata al lavoro e lei non avrebbe comunque potuto guidare come la stragrande maggioranza delle persone albine, alle quali non viene rilasciata la patente a causa della vista ridotta.

Rimosse il trucco dagli occhi di Satèle, le restituì il vasetto di eyeliner e il pennellino e le regalò il mascara che aveva usato. Prima che lei uscisse le raccomandò di raccontarle del primo giorno di scuola e le chiese per favore di truccarsi in quel modo soltanto con il permesso dei genitori.

“Contaci”, fece Satèle prima di richiudersi la porta alle spalle, ma Dia sapeva per certo che era una risposta sarcastica, di quelle che anche lei avrebbe dato a sua madre.

 

“Eccoti, finalmente!”, esultò Coco, domandando a sua sorella come fosse possibile che avesse impiegato tanto tempo per comprare quasi nulla, a giudicare dalla sua unica busta. Satèle si giustificò dicendole di aver trovato la fila alla cassa.

Facile dire quasi niente, per te, avrebbe voluto dirle.

Coco, infatti, era uscita dal negozio con tre buste belle piene, perché le spettavano sempre il doppio se non addirittura il triplo dei suoi soldi.

“Vieni, mamma ci sta aspettando.” Prese Satèle per mano e raggiunsero l’uscita.

 

Il grande giorno era arrivato e Satèle batteva i pugni contro la porta del bagno affinché sua sorella si desse una mossa. Erano già trascorsi tre quarti d’ora da quando era entrata e non intendeva arrangiarsi e prepararsi in fretta e furia per colpa sua. Coco non aveva bisogno di strafare: quello era il suo secondo anno alle medie ed era già abbastanza popolare, al contrario di lei che non era nessuno.

“Coco, esci da questo cazzo di bagno!”, strillò Satèle, ancora in pigiama e con gli abiti che aveva scelto la sera prima stretti nella piega del gomito.

“Resisti, ho quasi finito!”, gridò Coco di rimando.

Satèle emise uno sbuffo di rassegnazione e diede una testata alla porta.

Fortunatamente, quella smorfiosa di sua sorella uscì poco dopo con indosso il top color pesca con la giacca abbinata, i jeans bianchi e le ballerine che aveva comprato il giorno precedente, i capelli perfettamente lisciati e le labbra spalmate di lip gloss alla fragola.

“Fatto”, disse, e Satèle si precipitò in bagno.

Dopo essersi fatta una doccia veloce, infilò una t-shirt dei Green Day, una giacca di pelle nera e dei leggings dello stesso colore, sopra i quali infilò anche la minigonna a quadri. Indossò le sue scarpe preferite – un paio di Converse nere alte quasi fino al ginocchio –, dei braccialetti borchiati e un choker. Diede un paio di colpi di spazzola al suo carré sbarazzino, il cui tratto distintivo era il ciuffo scalato, e finalmente passò alla parte decisiva: il trucco.

Si munì di eyeliner e mascara e li applicò come sua zia le aveva insegnato.

Uscì dal bagno, si caricò lo zaino in spalla e raggiunse sua sorella e sua madre in macchina.

Prima di partire, Hannah guardò attraverso lo specchietto retrovisore e quasi ebbe un colpo quando si accorse del trucco sugli occhi di sua figlia.

Ovviamente si arrabbiò moltissimo, ma allo stesso tempo non poté ordinarle di tornare in casa e rimuoverlo, altrimenti si sarebbe fatto tardi.

Satèle le rivolse un sorriso sbilenco; aveva vinto lei.

 

“Siamo arrivati”, annunciò Emily, con la faccia girata verso i sedili posteriori dell’auto.

Markus si riscosse dal torpore che l’aveva preso durante il tragitto e sistemò il segnalibro sulla pagina corrente. Stava rileggendo uno dei suoi classici preferiti dell’infanzia, I ragazzi della via Pál.                                                                                                                             

“Sei emozionato?”, domandò sua madre.

“Un po'.”

“È il tuo primo giorno di scuola, su! Non hai voglia di farti degli amici?”

“Non ho bisogno di amici,” ribatté Markus, guardando con disprezzo dal finestrino chiunque gli passasse davanti.

“Dài, Markus, sono sicura che riuscirai a trovare qualcuno che ti piacerà.”

“Sì, come no…”

Emily sospirò. “Certo che avresti potuto evitare di metterti proprio quella”, suggerì, alludendo alla sua felpa nera, raffigurante un teschio con le tibie incrociate.

Markus si guardò e fece spallucce. “Cos’ha che non va?”

“Non è proprio un bel simbolo. Fossi stata in te l’avrei messa più in là, non il primo giorno, semplicemente per evitare che gli altri si facciano una cattiva opinione su di te.”

“Me ne frego dell’opinione degli altri.”

“Oh, questo lo so. Adesso vai, devo accompagnare anche Lily.”

Markus salutò sua madre e sua sorella, augurando anche a quest’ultima un buon primo giorno.

Chiuse il libro e lo infilò nella tracolla, scese dall’auto e tastò le tasche anteriori dei jeans per accertarsi che il suo inalatore fosse lì in caso di bisogno.

 

 

Hannah accostò l’auto e augurò un buon primo giorno di scuola a Coco – la quale non appena scorse le sue amiche in lontananza corse a raggiungerle senza curarsi della sorella – mentre a Satèle raccomandò soltanto di non cacciarsi nei guai.

Lei roteò gli occhi e si accise ad attraversare il cortile antecedente alla McClaine Middle School, un edificio in mattoni costituito da un corpo centrale e due ali laterali poco più basse, coperto da un tetto piano.

Vide che proprio dietro l’auto di sua madre ne era parcheggiata un’altra, dalla quale uscì un ragazzino alto, magro come un chiodo, dai capelli nerissimi come la felpa, i jeans e gli anfibi Dr. Martens che indossava.

Camminava con la testa china sul libro che teneva tra le mani.

Satèle pensò che fosse diretto verso la sua stessa meta, la sala convegni in cui ogni anno, come da tradizione, si svolgeva la cerimonia di accoglienza per gli alunni delle prime, quindi lo seguì.

Il ragazzo, però, aveva il passo veloce e lo perse di vista dopo poco.

Satèle si ritrovò quindi a percorrere il corridoio da sola, con gli occhi di tutti puntati a addosso, ma lei li ignorava e guardava dritto davanti a sé, familiarizzando con i colori spenti dei muri e degli armadietti, con quelli più accesi delle scritte sui cartelloni… Infine con il celeste della camicia appartenente allo sconosciuto che le era andato a sbattere contro.

“Un po' d’attenzione, insomma!”, si alterò Satèle, ma se ne pentì non appena alzò lo sguardo, ritrovandosi davanti un uomo molto più grande di lei, poco più che trentenne, quasi sicuramente un professore.

Satèle coprì la bocca con le mani e provò a farfugliare delle scuse.

“No, scusami tu, hai ragione”, disse invece l’uomo, elargendo un sorriso. “Ti ho fatta male?”

Satèle scosse la testa, imbarazzata.

“Okay”, rispose lui, dandole un’affettuosa pacca su una spalla, e continuò a camminare come fece anche lei, fin quando non arrivò in sala convegni.

Era un ambiente piuttosto spazioso, il pavimento era ricoperto da un parquet di legno e sulle mura bianche erano affisso dei tabelloni, una lavagna multimediale e delle ampie finestre che garantivano una buona illuminazione, dalla quale Satèle doveva tenersi alla larga. Iniziò a cercare posto fra le ultime file di spalti, che erano più lontane.

Chiese a due ragazze sedute in quinta fila di scalare e queste riuscirono a lasciarle solo uno strettissimo spazio, che per com’era magra le andò bene comunque.

Una le fece perfino i complimenti per la “parrucca”, ma Satèle si astenne dal risponderle.

Preferiva non inimicarsi nessuno il primo giorno.

 

Markus camminava e contemporaneamente leggeva; scosse i capelli neri e con quel semplice gesto attirò gli sguardi di molte ragazzine che cominciarono a civettare per conquistare la sua attenzione ma senza ottenerla, perché lui riteneva quelle tecniche di corteggiamento stupide e superficiali.

S’imbatté in due ragazzi e fece notare a uno quanto l’altro – che si atteggiava a gran fico – lo stesse usando, poi entrò in sala convegni e chiese ad altri due ragazzi in terza fila di fargli un po' di posto sforzandosi di sembrare quanto più gentile possibile.

I due lo lasciarono sedere e lo guardarono di sottecchi.

“Ma guarda, gli emo non si sono ancora estinti!”, sghignazzò uno.

“È vero!”, gli fece eco l’altro.

“Neanche gli idioti si sono ancora estinti, a quanto pare”, rispose cinico Markus.

I ragazzi, umiliati, non seppero che dire e cercarono un altro posto.

Markus scrollò le spalle come se nulla fosse successo. Non era la prima volta che riceveva commenti simili, ci era abituato com’era abituato a non dormire più la notte e il suo cinismo e la sua arroganza si erano sempre rivelate delle armi efficaci per contrastare la cattiveria e l’ignoranza delle persone, che lui detestava profondamente.

Detestava il loro omologarsi alle tendenze, la loro assenza di personalità e idee proprie, non preconfezionate; detestava il loro giudicare senza conoscere e la loro cecità davanti ai soprusi.

Detestava il modo in cui nascondevano la loro mancanza di argomenti intavolando conversazioni frivole, come quelle che animavano la sala convegni e che gli fecero desiderare di coprirsi le orecchie e ritornare alla sua lettura.

Un’improvvisa folata di vento sfogliò alcune pagine e fece cadere a terra il segnalibro, così lui dovette abbassarsi per raccoglierlo e nel frattempo guardò alle proprie spalle.

Un attimo di distrazione e la vide: pelle bianca come il latte, capelli candidi come la neve e lisci come la seta; labbra rosee e due occhi di ghiaccio truccati di nero che erano come un incantesimo.

Quella ragazza non era frutto della sua immaginazione, no, era quanto di più reale e autentico avesse mai visto. Markus lo sapeva, lo leggeva nel suo sguardo che non riusciva a incrociare per paura che lo stregasse.

Ma forse l’aveva già stregato.

Non poteva rinnegare il desiderio di conoscerla che gli stava crescendo dentro, scombussolandogli i battiti nel petto, non poteva.

Magari quella sarebbe stata l’occasione perfetta per provare a farsi un’amica vera con cui

condividere dei momenti importanti… oltre che i gusti musicali.

Markus, infatti, aveva notato che la ragazza indossava una maglietta dei Green Day. Un motivo in più per non lasciarsela sfuggire.

 

La preside non era ancora arrivata e Satèle aveva un certo languorino allo stomaco. Aprì un pacchetto di crackers e cominciò a mangiucchiare mentre si guardava intorno.

Seduto due file più avanti di lei, alla sua estrema destra, c’era un ragazzo che leggeva un libro.

Satèle avrebbe riconosciuto i suoi capelli neri ovunque: era lo stesso che era uscito dall’auto parcheggiata dietro quella di sua madre, quello che stava seguendo inizialmente in corridoio.

Finalmente riuscì a osservarne il volto, malgrado la sua scarsa vista le impedì di mettere a fuoco alcuni dettagli, ad esempio il colore degli occhi, mentre il loro taglio allungato, quasi felino, riuscì a distinguerlo. Aveva un naso dritto che a prima vista le parve giusto un po' grande per il suo viso scarno, con il mento appuntito e gli zigomi pronunciati, ma nel complesso ben proporzionato, e le labbra né troppo sottili né troppo carnose. La sua pelle era molto chiara e portava il ciuffo scalato come lei e Casey.

Guardandolo da così lontano, Satèle non riuscì a definire se fosse bello o meno, ma c’era qualcosa in lui che la incuriosiva, la attraeva. Rimase a guardarlo fin quando non si accorse che lui stava facendo lo stesso, allora si girò dal lato opposto.

Quel ragazzino aveva fascino e su questo non c’erano dubbi.

 

Niente da fare, non aveva ancora il coraggio di guardarla negli occhi. Markus avrebbe pagato se prima, in corridoio, avesse ricevuto le frecciatine da lei anziché dalle altre, invece la ragazza dai capelli d’argento guardava sempre dal lato opposto, mai verso di lui.

A un certo punto si rassegnò, pensò che per conoscerla doveva andarla a cercare e non provare ad attirare la sua attenzione, perché così non avrebbe ottenuto niente.

Passarono interminabili minuti prima che Markus decidesse di fare un ultimo tentativo, che al contrario delle sue aspettative si rivelò vincente. Fu proprio in quel momento che finalmente i loro sguardi s’incrociarono, che i loro mondi apparentemente lontani collisero.

 

I suoi occhi erano nei suoi occhi. Satèle non riusciva a dare un nome alla sensazione che stava provando mentre il ragazzo dai capelli neri la guardava così intensamente. Perché ne era certa: guardava lei, quella che non piaceva mai a nessuno. Ma, a giudicare dall’evidenza, quel ragazzo doveva aver visto in lei qualcosa di buono, qualcosa che nessun altro vedeva.

Come poteva uno sconosciuto leggere nei suoi occhi come se fossero un libro aperto? E, soprattutto, perché aveva improvvisamente smesso di farlo?

Il ragazzo aveva distolto lo sguardo e così anche Satèle, che aveva approfittato per scartare un altro pacchetto di crackers. Riuscì a finirlo appena in tempo per l’arrivo della preside, che senza indugiare ulteriormente pronunciò il discorso augurale.

Satèle non ascoltò una parola, nelle sue orecchie ronzavano solo le voci di due ragazze sedute dietro di lei, una castana con le mèches bionde e una completamente mora, che a quanto le parve di capire ridevano dei suoi capelli e di come era vestita. Nulla di nuovo, insomma.

“Adesso farò l’appello”, annunciò solennemente la preside, facendosi passare un fascicolo da una collega. “Appena il vostro nome sarà pronunciato vi alzerete in piedi e direte presente, infine andrete a consultare i tabelloni per conoscere l’orario e le classi che frequenterete.”

Il primo nome venne pronunciato e Satèle drizzò bene le orecchie. Doveva conoscere assolutamente quello del ragazzo misterioso.

 

Markus sperava con tutto il cuore di avere qualche corso in comune con la ragazza albina. Ogni volta che veniva chiamato un nome femminile guardava in ogni direzione per scoprire quale fosse il suo, ma ne aveva scartati già decine.

Il prossimo a essere pronunciato fu Angel Hassler, ma neanche questo corrispondeva a lei. Il cognome, però, gli suonava familiare.

 

“Satèle Johns.”

Ecco, era arrivato anche il suo turno. Satèle sapeva cosa sarebbe successo non appena si sarebbe alzata in piedi per rispondere presente.

Tutti la fissavano a bocca aperta e nessuno si risparmiava i commenti sul suo aspetto, sul modo in cui era vestita, sul trucco, perché a detta di qualcuno “chi si trucca così a undici anni è per forza una poco di buono.” Tutti si sentivano in diritto di giudicarla, ma nessuno di conoscere il suo vissuto, i suoi problemi, il motivo che la induceva a fare certe cose.

Una volta, quando era più piccola, sua zia le disse una frase che lei ancora ricordava e di cui aveva fatto tesoro: “Quando ti avvicini a una persona, falle capire prima di tutto che vuoi solo conoscerla e non farle del male, che sei venuta in pace, perché fermandoti all’apparenza non saprai mai se questa ha una guerra dentro di sé che sta combattendo da sola.”

 

Satèle, si chiama Satèle, ripeté Markus. Una ragazza così particolare non poteva non avere anche un nome particolare.

Markus non era stato l’unico a notarla, ma voleva essere l’unico a scoprire la sua storia e portarne il segno dentro di sé.

 

La prossima a essere chiamata fu la ragazza mora, che rispose al nome di Kelly Kramer.

Insieme all’amica non smise di malignare su Satèle neanche quando andò a consultare il tabellone.

Queste due andrebbero assai d’accordo con Coco, pensò lei.

La preside cambiò pagina e continuò l’appello.

“Markus Lancaster.”

“Presente.”

Il ragazzo dai capelli neri si alzò in piedi e si diresse verso il tabellone.

Satèle lo seguì con la coda dell’occhio per tutto il tempo, finché non ritornò al proprio posto.

Non volle lusingarsi, ma il cenno che lui fece prima di risedersi sembrava rivolto proprio a lei.

La prossima a essere chiamata fu una tale Melissa Richardson. La ragazza che rispose camminò verso il tabellone come se stesse sfilando in passerella, con il vestito e gli accessori firmati ben in mostra, una mano fra i capelli biondi artificiali e l’altra che mandava un bacio a tutti i ragazzi seduti in prima fila mentre ritornava dalla sua amica Kelly Kramer.

 

L’elenco era stato sfoltito e alla preside non restò che augurare un buon proseguimento di giornata e un buon anno ai ragazzi, che si riversarono a mo’ di gregge in corridoio.

Satèle rimase ferma ad attere che la folla si smembrasse, poi sentì una mano fredda che le toccava la schiena e una voce maschile un po' rauca che le disse ciao.

Si voltò e quasi non credette ai propri occhi: era lui!

Markus Lancaster era a un passo da lei, la distanza perfetta da cui avrebbe potuto guardarlo. I suoi occhi da gatto erano di un grigio chiaro glaciale, mentre il suo viso appuntito era cosparso di lentiggini. Ed era bellissimo.

“Ciao”, rispose Satèle con il cuore in gola.

“Prima ho notato la tua maglietta, volevo dirti che mi piace. Sia la maglietta che la band, ovviamente… e anche i tuoi capelli”, disse Markus, mostrando un sorriso a trentadue denti perfetti che Satèle ricambiò.

“Grazie…” Finse di non ricordare il suo nome per non sembrargli eccessivamente interessata.

“Markus”, le strinse la mano.

“Invece io sono…”

“Satèle”, la precedette lui, “giusto?”

“Sì”, annuì lei. “E comunque anche a me piacciono… i tuoi capelli e la tua felpa, intendo.”

Ammiccò per reggergli il gioco, poi cambiò argomento.

“Stavo leggendo di nuovo sul tabellone per capire in quale classe devo andare.”

“Ottimo, anch’io.”

Markus iniziò a scorrere l’elenco con il dito.

“Incredibile!”, esclamò. “Be’, Satèle, sembra che io e te abbiamo tutti i corsi in comune.”

“Giura!”

Markus le indicò i loro nomi sull’elenco e Satèle sgranò gli occhi, dentro di sé stava gridando di gioia.

“Ti va se ci sediamo sempre vicini?”, gli chiese un po' su di giri.

“Certo! Mica ti dispiace se prendiamo gli ultimi banchi? Lontani dalle persone…”

“No, anzi! Io sono una schiappa, più lontana sto dai prof meglio è. Tu, invece, come te la cavi? Ti piace studiare?”

“Ammetto che sono bravo, ma non mi piace studiare. La scuola mi fa schifo e i prof. pure, glielo si legge in faccia che gl’interessano solo i soldi. La maggior parte di loro non sa neanche insegnare.”

Satèle gli diede il cinque. “Credo proprio che io e te andremo d’accordo.”

Markus la guardò di nuovo negli occhi. “Molto d’accordo”, rispose.

Lei si sentì avvampare e non capì perché. “Andiamo in classe?”, suggerì. Cambiare argomento era un valido espediente per evitare l’imbarazzo.

“Aula venti, piano terra”, convenne Markus.

Percorsero il corridoio camminando fianco a fianco, i passi sincronizzati, e nel frattempo Satèle aveva mangiato due muffin ai mirtilli e bevuto un succo di frutta. Aveva messo più snack che libri nello zaino.

“Sei una di quelle persone che mangiano sempre e non ingrassano, vero?” le chiese Markus.

“Già.”

“Idem.” Il ragazzo tirò fuori dallo zaino un grosso panino al salame e lo addentò. Quella era solo la colazione e per consumarla stava già infrangendo una regola: vietato mangiare in corridoio.

Furono i primi a raggiungere l’aula e, come promesso, occuparono gli ultimi banchi della fila accanto alla porta, attendendo l’arrivo sia del resto dei loro compagni che dell’insegnante della prima ora, un certo Miller.

Procedeva tutto nel verso giusto e Satèle si sentiva sollevata, soprattutto perché aveva finalmente avuto la fortuna dalla propria parte e questa le aveva fatto conoscere Markus, con il quale sperava di instaurare una bella amicizia.

Le risate un po' sguaiate di due ragazze precedettero il loro ingresso in aula. Satèle quasi trasalì quando realizzò che queste erano Melissa Richardson e Kelly Kramer. Anche loro, non appena si accorsero di lei, smisero di ridacchiare e le rivolsero un sorrisetto mellifluo. Per raggiungere il posto che si era scelta, Melissa fece un giro intorno al banco di Satèle e strusciò una mano sulla superficie, poi le diede un pizzicotto su una spalla.

Satèle si corrucciò e la guardò di sbieco, ma lei non se ne accorse perché si era già seduta dal lato opposto: ultimo banco, vicino alla finestra.

“Ma chi è quella?”, chiese sottovoce Markus.

“Una che già mi odia, probabilmente.”

 

Avendo un fratello che aveva già frequentato la sua stessa scuola circa una decina d’anni prima, Angel si sentiva in un certo senso avvantaggiata, perché Shane le aveva già spiegato molte delle cose che c’erano da sapere sulla McClaine. Una di queste era che per il bagno delle femmine c’era sempre una fila chilometrica.

Davanti a lei stavano ancora altre sei persone, di cui tre avrebbero sicuramente perso tutto il tempo a truccarsi, visto che in mano avevano il beauty case. Angel non riusciva più a trattenersi, inoltre doveva andare in classe e non ci teneva ad arrivare in ritardo il primo giorno. Vide che il bagno dei maschi era libero, quindi abbandonò la fila e si ritirò in un angolo; nascose i capelli sotto il berretto e vi entrò, facendo ben attenzione a tenere la testa sempre bassa.

Se nessuno l’avesse guardata in faccia, si sarebbe confusa tra i maschi senza problemi. Non che le dispiacesse, anzi: con loro, almeno, trovava qualche punto in comune. Con le ragazze, invece, sì che Angel si sentiva incompatibile. Odiava tutto ciò che loro amavano: fare shopping, scambiarsi effusioni e darsi nomignoli sdolcinati, parlare di trucco, prime cotte e film romantici.

Chi aveva provato a cambiarla, in passato, aveva sempre fallito: la sua indole da maschiaccio prendeva il sopravvento.

Una volta finito lavò le mani e uscì dal bagno, tolse il berretto e si diresse verso la sua classe.

Fortunatamente il professore non era ancora arrivato, così come il resto dei suoi compagni.

Al momento c’erano solo quattro persone. Le due ragazze sedute in fondo, accanto alla finestra, parlottavano tra loro e ridacchiavano. Come due papere spennacchiate, avrebbe detto Angel. Volle sedersi lontana da loro, pertanto occupò il terzo banco della fila accanto alla porta e si voltò all’indietro. Due banchi dietro di lei, agli ultimi, erano seduti una ragazza albina e un ragazzo dai capelli neri, che chiacchieravano in maniera più composta. A prima vista quei due le sembrarono dei tipi abbastanza interessanti, specialmente lei. Dal modo in cui si comportava non sembrava vanitosa ed esibizionista come le altre.

Angel decise di fare un tentativo con entrambi, perciò si alzò e gli andò vicino. Siccome nemmeno loro sembravano sopportare quelle due oche, pensò di usare quella come scusa per iniziare la conversazione.

“Scusate, ragazzi, uno di voi saprebbe farmi da traduttore? Vorrei capire cosa dicono quelle due là in fondo.”

Markus e Satèle si guardarono e sorrisero.

“Spiacente, non parlo la lingua delle papere”, scherzò lui.

Era certo di aver visto quella ragazzina in sala convegni e per questo la riconobbe subito: bassina, leggermente muscolosa, capelli ricci castano rame raccolti in due trecce e occhi color nocciola. Indossava una camicia blu scuro, dei pantaloni cargo grigi e delle sneakers, il tutto comprato in un reparto maschile, a partire dalla camicia che aveva i bottoni sul lato destro.

“Come ti chiami?”, le domandò.

“Angel Hassler.”

Da quella risposta venne fuori che i due avrebbero dovuto già conoscersi in passato, da piccolissimi, in quanto Markus era il cugino di Ray Lancaster, un caro amico di Shane che dopo il diploma era andato a vivere a Londra.

“Tu, invece?”, chiese Angel a Satèle.

La ragazza si presentò e la invitò a cambiare posto e sedersi appena davanti a lei.

“No, grazie, preferisco stare qui,” declinò Angel.

“Perché?”

“Perché così posso fare questo”. Raccolse dal banco la carta stagnola in cui era avvolto il panino che Markus aveva mangiato, la appallottolò e la lanciò, spedendola dritta nel cestino.

“Wow!”, esclamò Satèle. “Giochi a basket?”

“Sì, da quando ero piccola. So che la nostra scuola ha una squadra, infatti quando apriranno le selezioni vorrei andare a fare il provino e sperare di entrarci.”

“Però, da quel che so, nessuna ragazza qui ha mai giocato a basket”, precisò Markus.

Angel alzò le mani e disse: “Significa che sarò la prima. Qualcuno deve pur farla, la rivoluzione.”

Markus e Satèle la guardarono ammirati. Gli piacque quella scintilla di determinazione che brillava nei suoi occhi.

Intanto tutti i posti si erano riempiti e, poco dopo, arrivò anche il professore.

Satèle subì un ulteriore smacco quando lo vide: era il tizio contro cui era andata a sbattere mentre raggiungeva la sala convegni.

I suoi compagni si alzarono in piedi per salutarlo e lei fece altrettanto.

“Buongiorno, ragazzi”, rispose Miller. “Potete sedervi, non tengo a queste formalità. Innanzitutto, buon primo giorno di scuola. Come avrete capito, io sono il professor Miller e sarò il vostro insegnante di matematica, ma spero di riuscire insegnarvi anche qualcos’altro durante quest’anno. Sostengo che la didattica non sia tutto e che per fare l’insegnante bisogni saper dare anche lezioni di vita ai propri studenti, perciò non esitate a venire da me se volete qualche consiglio.”

Si sedette alla cattedra e prese il registro, diede una rapida occhiata all’elenco e aggiunse: “Adesso tocca a voi presentarvi. Prima di introdurvi il programma farò l’appello, ma dirò soltanto il vostro nome, perché è questo che mi interessa memorizzare per prima, insieme al vostro volto. Non amo chiamare i miei ragazzi per cognome, preferisco che fra noi ci sia un rapporto più confidenziale.”

“Questo qui mi è quasi simpatico”, sussurrò Markus all’orecchio di Satèle.

Lei annuì debolmente e si umettò le labbra. Ebbe l’impressione che il professore, nonostante stesse chiamando ancora gli altri, guardasse soltanto lei. E credeva di sapere perché.

“Satèle.”

Pronunciato da lui, il suo stesso nome le suonò diverso, più dolce, ma forse era solo troppo abituata al tono imperativo con cui le si rivolgevano i genitori.

“Si pronuncia così?”

Satèle annuì.

“Bel nome”, le sorrise dolcemente Miller.

Gli sguardi di tutti erano nuovamente puntati su di lei, ma stavolta non c’entravano i suoi capelli, i suoi vestiti, neanche il trucco sugli occhi.

Con un filo di voce Satèle ringraziò e tornò a sedersi, augurandosi che tutta quell’attenzione su di sé si spostasse altrove.

La lezione proseguì tranquilla e lei la trovò quasi interessante, sebbene detestasse la matematica. Se c’era una cosa che aveva capito di quel Miller, era che sapeva farsi piacere.

Quando la campanella suonò, nessuno lasciò l’aula senza dirgli un arrivederci, al quale lui rispose con un saluto collettivo.

Satèle fu l’unica a essere salutata singolarmente.

 

Il primo giorno di scuola stava per volgere al termine.

Dopo il professor Miller, Satèle, Angel e Markus avevano conosciuto l’insegnante di storia, quella di scienze e quella di grammatica, che a Markus stava già antipatica a pelle.

In quel momento si stavano destreggiando fra i tavoli della mensa per decidere a quale sedersi. Dopo la pausa pranzo avrebbero avuto un’ultima ora e dopo sarebbero stati liberi di tornare a casa.

Markus aveva adocchiato un tavolo perfetto per tutti e tre: era in fondo alla sala, abbastanza isolato dalle persone come piaceva a lui, lontano dalla finestra e dai raggi solari per Satèle e vicino al cestino, così Angel avrebbe potuto buttare i rifiuti facendo canestro.

Poggiarono i vassoi e iniziarono a mangiare. Un’altra tradizione della McClaine era la pizza gratis il primo giorno.

“Dài, ragazzi, io vi ho già detto che gioco a basket, adesso ditemi voi cosa vi piace fare nel tempo libero”, li incitò Angel dopo aver finito la sua fetta.

Markus rispose che, oltre a leggere, gli piaceva suonare la batteria.

“Io invece suono il pianoforte e studio canto”, disse Satèle.

I ragazzi la supplicarono di fargli sentire qualcosa e lei intonò il ritornello di Let It Be dei Beatles, un classico che tutti conoscevano.

Markus e Angel non furono gli unici ad ascoltarla, anche dagli altri tavoli si levarono dei piccoli applausi e qualche fischio.

Markus rimase letteralmente a bocca aperta. Il suo istinto aveva indovinato, quella ragazza aveva davvero qualcosa di speciale.

“Hai una voce stupenda”, disse incantato, completamente perso nei suoi occhi.

Angel schioccò le dita per farlo rinsavire e concordò con lui: Satèle aveva davvero una voce unica, delle più belle che avesse mai sentito.

Dello stesso parere era anche Coco, da sempre invidiosa della dote della sorella, che però si avvicinò al suo tavolo solo per schernirla davanti alle sue amiche come al solito.

“Che vuoi?”, tagliò corto Satèle, le braccia conserte.

“Vedo che ti fai notare, sorellina cara. Menomale che sai almeno cantare, perché per il resto…” Coco coprì la bocca con le mani e iniziò a ridere aggrappandosi alle spalle delle sue amiche, che la seguirono a ruota.

“Ci vediamo dopo, sfigata!”

Non appena si allontanò assieme al suo gruppetto, Satèle si rivolse a Markus e Angel. “Lasciatela perdere, fa sempre così.”

“Davvero è tua sorella?”, chiese Angel incredula. Come biasimarla, Satèle e Coco erano agli antipodi sia – stando a quanto aveva dedotto dall’atteggiamento della maggiore – per carattere che per aspetto: una era albina, l’altra era mora come la madre; una era magrissima, l’altra era normopeso; una vestiva di nero, l’altra preferiva i colori pastello. Perfino l’azzurro degli occhi era diverso (quello di Coco era più scuro) e nemmeno i tratti somatici coincidevano.

“Già”, sospirò Satèle, “visto che tortura?”

Aveva di nuovo parlato troppo presto, perché stavolta fu Melissa ad avvicinarsi al tavolo facendole il gesto della L come loser, perdente, al quale lei rispose sollevando il dito medio, che fece battere la rivale in ritirata.

“Ottimo lavoro”, fece Markus, “le sta bene.”

Nel frattempo Angel strappò la linguetta a una lattina di aranciata e versò il contenuto nei bicchieri di Markus e Satèle, poi nel proprio, che sollevò a mezz’aria.

“Perché?” domandarono i due.

“Brindiamo a noi. Al tavolo degli sfigati!”

Markus e Satèle si guardarono e accostarono i loro bicchieri al suo.

“Al tavolo degli sfigati!”

Formavano un bel trio, dopotutto. Impiegarono il tempo rimasto per conoscersi meglio, parlare dei loro gusti e interessi.

Nessuno osò tirare in ballo la propria famiglia, doveva essere un tasto dolente per tutti e tre.

 

L’ultima campanella era suonata ed era giunta l’ora di tornare a casa.

Prima di salutarsi e proseguire ognuno per la propria strada, i tre ragazzi si diedero appuntamento per il giorno dopo.

Nessuno di loro si sarebbe mai aspettato che il destino li avrebbe fatti conoscere, ma quell’incontro fortuito si era dimostrato quasi salvifico per tutti.

Per Markus, che quando chiamò sua madre per avvisarla di star tornando disse che da quel giorno in poi non sarebbe stato più solo.

Per Angel che la sera, a cena, raccontò a suo padre e a Shane di aver conosciuto una ragazza diversa da quelle con cui aveva sempre avuto a che fare e il cugino di Ray. Quando lo seppe, Shane telefonò subito l’amico per raccontargli la notizia.

Per Satèle, che sperava di diventare una buona amica per loro. Nel pomeriggio riposò un po' e studiò gli spartiti che le aveva dato Vanessa, la sua insegnante di canto. Era Dia a pagarle le lezioni, non perché i suoi non ne avessero la possibilità, ma semplicemente perché non volevano. A proposito di sua zia, le aveva promesso che l’avrebbe chiamata, perciò in serata la telefonò e le raccontò tutto del primo giorno di scuola. Purtroppo non poté trattenersi a lungo, sua madre dalla cucina le stava gridando di andare ad apparecchiare la tavola.

Satèle avrebbe voluto tanto condividere la sua gioia con Casey, perciò prima di andare digitò ugualmente il suo numero, nonostante sapesse perfettamente che non doveva aspettarsi alcuna risposta.

Ritorna all'indice


Capitolo 4
*** Capitolo 3 - Un diario e un nemico ***


Capitolo 3 – Un diario e un nemico

 

Dopo una giornata decisamente faticosa, Casey non desiderava altro che riposare prima che la mensa servisse la cena.

All’Hamilton, il regolamento prevedeva che fossero gli studenti a dover pulire le aule al termine delle lezioni. Le suore sostenevano che lo scopo fosse quello di renderli autonomi e responsabili, infatti coloro che rifiutavano o svolgevano il lavoro grossolanamente venivano sanzionati con una nota di demerito. Non venivano stabiliti dei veri e propri turni, il primo che capitava sotto gli occhi delle insegnanti doveva pulire.

A Casey era toccato per la prima volta quel giorno e si sentiva a pezzi. Aprì la porta della sua stanza e si lanciò sul letto, dimenticandosi di quanto fosse scomodo. Avrebbe dormito pure su un materasso di chiodi. Chiuse gli occhi ma sprofondò in un sonno effimero, aveva troppi pensieri per la testa che doveva in qualche modo esternare.

Ebbe un’idea; rotolò su un fianco e allungò un braccio verso il primo cassetto del comò, dal quale tirò fuori il quadernino che sua zia gli aveva suggerito di usare come diario.

Impostò una combinazione per aprire il lucchetto e inaugurò la prima pagina scrivendo di sé e della sua smisurata passione per la musica, del suo sogno di diventare un famoso chitarrista, del rapporto conflittuale che aveva con i genitori e Coco e di quello tenero e dolce che aveva con Satèle e i suoi zii; del suo amore per gli animali e in particolare per Akuma, la gattina dal pelo nero e gli occhi gialli che con la sua partenza era rimasta senza il suo padroncino preferito. Fortunatamente c’era Satèle a prendersene cura.

Nella pagina successiva raccontò del giorno in cui i suoi genitori avevano deciso di fargli frequentare un collegio contro ogni sua volontà. Sulla carta rovesciò tutta la rabbia che provava nei loro confronti, tutte le domande che gli frullavano in testa; sulla famiglia, sul modo di fare e di pensare (che spesso lui non condivideva) dei suoi coetanei, sull’amicizia: quali sono le ragioni, le scelte che portano alla sua nascita? Quanti tipi di amicizia esistono? Come si fa a distinguere l’amicizia vera da quella basata sull’utile, sulla convenienza, e perché, ormai, quella vera sembra esistere solo nei film, perché nella realtà è così difficile da trovare?

In tutti quei punti interrogativi, Casey custodiva il desiderio di incontrare quella persona che gli avrebbe voluto bene incondizionatamente, che sarebbe rimasta al suo fianco sempre, quella persona che lui avrebbe chiamato amico vero e che avrebbe fatto altrettanto con lui, perché ora come ora, senza la sua gemella, senza i suoi zii che lui riconosceva come figure genitoriali più dei suoi stessi genitori, senza il gatto che gli faceva le fusa, senza la sua chitarra e le canzoni alla radio, si sentiva maledettamente solo.

Oltre al diario, in fondo al cassetto aveva riposto un piccolo album di fotografie risalenti a due anni prima. Cominciò a sfogliarlo e ne scelse tre da staccare da lì e incollare su una pagina del diario.

La prima raffigurava lui e Satèle a Napoli, più precisamente a Piazza del Plebiscito, in piedi davanti alla basilica di San Francesco di Paola con le mani unite che formavano un cuore.

Ricordava bene quel giorno: lui e la famiglia stavano trascorrendo le vacanze natalizie a casa dei nonni e questi li avevano portati a fare un giro dei luoghi più caratteristici della città. Ricordava le strade addobbate di luci e festoni, affollate per lo shopping in vista della Vigilia e avvolte dall’odore delle caldarroste; ricordava le bancarelle che vendevano le statuette per il presepe, i dolci della tradizione esposti nelle vetrine delle pasticcerie, i cenoni, le partite a tombola, i regali sotto l’albero, sebbene a lui e Satèle spettassero sempre e solo spazzolini da denti e biancheria intima sia dai genitori sia dai nonni, che pur non essendo severi come Hannah e Brad non sapevano ugualmente dargli un affetto sincero, spontaneo, ma solo quell’affetto forzato che si dà alle persone appartenenti alla stessa famiglia.

Comunque a Casey piaceva andare in Italia, gli piaceva il cibo, la cultura e la storia del Bel Paese. Anche con la lingua non aveva problemi, sua madre gliel’aveva insegnata quando lui e le sorelle erano ancora piccoli.

Ma ancora di più gli piaceva trascorrere le vacanze estive in Irlanda, fermarsi lì significava ritornare alle proprie origini.

La seconda fotografia che aveva scelto, infatti, era stata scattata a Dublino. In primo piano c’erano lui e Satèle abbracciati, a fare da sfondo era il bellissimo Phoenix Park con i suoi prati verdi e i viali alberati.

Casey non aveva mai abitato nel suo paese nativo. Quando sua madre aveva partorito lui e Satèle si trovava a Dublino – la città in cui era nata e cresciuta e che aveva lasciato a diciassette anni perché il lavoro di suo padre si era spostato a Rockford – solo per un viaggio, e stando alle previsioni della sua ginecologa non immaginava nemmeno che la loro nascita fosse imminente. Pochi giorni dopo il parto, infatti, lei e Brad erano ritornati a vivere negli Stati Uniti, dove un anno prima era nata Coco.

Infine, nella terza foto, lui e Satèle tenevano in mano un trifoglio ed erano vestiti interamente di verde: era il giorno di San Patrizio e le strade di Dublino si tingevano del colore nazionale, ospitavano parate, gruppi di persone che si esibivano nelle danze tradizionali locali mentre altre restavano a guardarle tracannando boccali di Guinness, altre ancora se ne stavano sedute ai tavoli dei pub a mangiare carne di manzo bollita e patate arrostite.

A Casey sarebbe piaciuto tanto vivere in Irlanda. Amava la gentilezza e la cordialità dei suoi connazionali, le tradizioni, il clima – fresco, esente da picchi di temperature assai elevate e giorni assolati, piovoso per la maggior parte dell’anno –, che per lui era perfetto.

Il suo desiderio era prendere Satèle e trasferirsi lì con lei dopo aver conseguito il diploma, cercarsi un lavoro per poter mangiare, pagare l’affitto e le bollette e infine andare alla ricerca del successo senza che i genitori potessero più ostacolarli.

Perso nelle sue fantasticherie e nei suoi ricordi, guardando le foto per l’ultima volta e con gli occhi carichi di nostalgia prima di chiudere il diario, Casey aveva perso la cognizione del tempo e non si era accorto che, proprio in quel momento, la campanella che annunciava la cena era suonata.

Rimise il diario nel cassetto e uscì dalla sua stanza, chiuse la porta a chiave per non far entrare nessuno e scese le scale fino al piano terra, dov’era situata la mensa; prese il vassoio e si mise in fila per essere servito. Il menù era a base di insalata di pollo e, visto che era riuscito a conquistarsi la simpatia della cuoca facendole i complimenti per l’entrecôte del giorno prima, ella gli fece una bella porzione abbondante e gli regalò pure un budino al cioccolato. Casey la ringraziò, era affamato.

Si guardò intorno alla ricerca di un tavolo a cui sedersi, ma tutti sembravano già abbastanza affollati e lui non ci teneva a essere schiacciato. Dovette sedersi da solo e gli dispiacque, aveva perso un’occasione per socializzare. Iniziò a mangiare e strizzò gli occhi per cercare di riconoscere i volti di alcuni suoi compagni di classe tra quelli dei presenti.

I primi che distinse furono Russell Richardson e i suoi amici Jack e Jimmy, ma non volle avvicinarsi a loro né fargli un cenno di saluto, era convinto di non stargli molto simpatico.

Le due ragazze che aveva conosciuto il primo giorno, Sarah Green e Karen Armstrong, non si vedevano ancora.

In compenso c’era il ragazzo dai capelli corvini che lo stava fissando, anche lui seduto da solo, silenzioso come sempre.

Casey pensò che quello fosse il momento perfetto per andare a conoscerlo meglio. Sapeva soltanto che il suo cognome era Bailey, non ricordava il nome perché non aveva mai sentito nessuno chiamarlo.

Neanche il tempo di sbattere le palpebre e il ragazzino non c’era più, il suo tavolo era vuoto.

Casey non riusciva a capacitarsi di come avesse fatto a muoversi così rapidamente, senza produrre il minimo rumore. Per un attimo pensò di aver avuto un’allucinazione, di aver immaginato la sua presenza. No, si disse poi, il ragazzino dai capelli corvini si era seduto lì per davvero, poi se n’era semplicemente andato.

Continuò a mangiare finché tre ragazze che non aveva mai visto prima gli chiesero di potersi sedere con lui, che acconsentì ignaro delle loro reali intenzioni.

Queste gli si appiccicarono letteralmente addosso, lo tempestarono di domande. Quella che si distinse fu: “C’è qualcuna che ti piace?” Dalla voce si intuiva che ognuna sperava di essere la fortunata.

“No”, rispose Casey, sconcertato. Che razza di domanda, pensò. Per lui era ancora troppo presto per pensare all’amore.

“Sicuro?”

“Sì.”

“Se ti chiedessimo di stabilire chi è la più carina tra noi?”

Non si arrendono, si disse Casey. “Siete carine tutte e tre”, rispose solo per accontentarle.

“Dài, ci sarà una che ti piace di più!”, insistettero loro.

“È difficile scegliere, siete tutte diverse.”

Nemmeno con quella risposta riuscì a farle tacere. Le ragazze gli ordinarono di pensarci su mentre finiva di mangiare, allora Casey iniziò a masticare il più lentamente possibile nella speranza che si sarebbero annoiate e avrebbero tolto il disturbo.

Invece no, continuarono a rimanergli attaccate addosso come delle sanguisughe.

Casey non seppe che fare, gli sembrava poco educato cacciarle, dopotutto la mensa era l’unico luogo in cui maschi e femmine potevano avere un contatto.

Per sua fortuna Sarah e Karen si erano accorte di lui e si stavano avvicinando per aiutarlo.

“Perdonatemi, ragazze”, esordì Sarah, “ma io e la mia amica vorremmo parlare un attimo da sole con Casey, ha promesso che ci avrebbe aiutato con i compiti. Vero, Casey?”

“Certamente”, la assecondò lui.

Sentendo questo, le tre disturbatrici lo lasciarono finalmente in pace.

Casey sbottò in verso liberatorio. “Grazie, ragazze, mi avete salvato!”

“Figurati, non c’è problema”, rispose Sarah.

“Ma che volevano da te?”, chiese Karen.

“Rimorchiare”, disse Casey, facendole ridere di gusto.

 

Russell girava la cannuccia nel succo d’arancia, nel frattempo guardava male Casey Johns.

Quel tipo era sempre circondato di ragazze: prima quelle tre piattole, poi Sarah e Karen.

“Non capisco!”, sbottò Russell, battendo i pugni sul tavolo. “Non capisco come mai sbavino tutte dietro a lui! Cos’ha di speciale?”

“Di chi parli?”, gli chiese Jack, poi con la coda dell’occhio seguì la direzione in cui cadeva lo sguardo dell’altro e capì. “Ah, di Casey. Di che ti stupisci, non è una novità che le ragazze corrano sempre dietro al più carino della classe.”

“Vero”, concordò Jimmy. “Ammettilo, Casey Johns è un bel ragazzo. Secondo me è pure simpatico, quasi quasi vado a farci una chiacchierata per vedere che tipo è.” Provò ad alzarsi ma Russell lo trattenne. Era furioso. Fino all’anno precedente era stato lui l’idolo di tutti, maschi o femmine che fossero. Non riusciva ad accettare di dover scendere dal piedistallo e cedere il suo posto a un ragazzino dall’aspetto strano, perché era convinto che fosse quello ad attirare l’attenzione: la “novità” del momento.

“Ti dico io che tipo è”, ringhiò. “È il tipo che non voglio tra i piedi.”

 

I giorni in collegio passavano lentamente e sembravano tutti uguali: compiti, verifiche, pulizie… Quando aveva un po' di tempo libero, come in quel momento, Casey provava a immaginare cosa facesse Satèle, augurandosi che se la stesse cavando meglio. Non poterla telefonare gli causava tanta rabbia.

Possedere un cellulare è un momento che ogni ragazzo delle medie attende con ansia. A Casey i genitori lo avevano concesso ad agosto per farglielo negare a settembre.

Andò a letto e si svegliò come ogni mattina alle 6:30, stropicciandosi gli occhi e sbadigliando con nonchalance, poi andò in bagno per prepararsi e scese velocemente le scale per raggiungere la classe.

Mancava ancora qualche minuto all’inizio della lezione e Casey si sentiva ancora abbastanza assonnato, così decise di andare al distributore e prendere una bevanda energetica per tenersi svegliò.

Inserì le monete nel macchinario e stava per prendere la lattina di Monster Energy che cadde nello scomparto sottostante quando, improvvisamente, venne strattonato da qualcuno che gliela rubò e tirò pure la linguetta.

“Ehi, c’ero prima io, quella è mia!”, protestò Casey davanti all’artefice dalla chioma scura, l’unico dettaglio che riuscì a distinguere.

Il ragazzo, poi, alzò la testa e mostrò il volto attraversato da un ghigno sornione.

Russell Richardson.

“Oh, scusami”, disse con l’aria da finto dispiaciuto. “La rivuoi?”

Casey annuì torvo, le braccia conserte.

“Okay”, rispose Russell. Fece per allungargli la lattina e quando Casey tese il braccio per poterla prendere la tirò di nuovo verso di sé, prese un sorso e leccò perfino la superficie prima di porgergliela una volta per tutte. “Ecco a te”, sorrise beffardo.

Casey la respinse bruscamente, aveva capito a che gioco voleva giocare.

“Che c’è, non la vuoi più?”, lo sfidò Russell.

Casey aggrottò la fronte. “Perché fai così? Chi ti credi di essere?”

Russell gli strinse con forza un braccio. “Tu chi ti credi di essere!”, ribatté, stringendolo con maggior forza prima di spingerlo a terra e fargli battere la testa contro il muro. “Chiariamo un po' di cose”, esigé con prepotenza. “Io odio i tipi come te! Stai attirando un bel po' di attenzioni con la tua chioma candida e il tuo bel faccino da angioletto, ma io so che in fondo non sei così carino e innocente come cerchi di far credere agli altri. Farò di tutto – guardami bene, Casey, e ascoltami – di tutto per dimostrare a quelli che si lasciano abbindolare da te che dopotutto sei solo un povero sfigato!”

Casey scosse lentamente la testa, aveva uno sguardo di fuoco e sentiva la rabbia ribollirgli nel sangue. Non sarebbe rimasto un minuto di più a farsi minacciare da quel ragazzino viziato che faceva supposizioni assurde, perciò si rimise in piedi e gridò: “Tu non dai a me dello sfigato senza nemmeno conoscermi! Anziché puntare il dito contro di me, puntalo contro di te e domandati se sei davvero migliore di chi critichi, ma sembrerebbe proprio di no.”

“Tu non mi fai paura, Casey”, rispose Russell. “Presto riceverai la lezione che meriti e l’unico ruolo che svolgerai qui sarà l’unico ruolo di cui sei veramente degno: quello dell’emarginato.”

Serrò i pugni e Casey temette davvero di star per essere colpito, perciò seguì l’istinto e tirò a Russell uno schiaffo che lo lasciò di stucco.

“Non finisce qui”, fu l’ultimo avvertimento che lui gli diede prima di fuggire sgomitando.

 

Nel corso della giornata, la rabbia che Casey aveva accumulato nei confronti di Russell si era trasformata in rabbia verso se stesso, non riusciva a credere di essersi abbassato al suo livello tirandogli quello schiaffo. Però era anche vero che era stato Russell ad attaccarlo per primo.

Casey non riusciva proprio a spiegarsi perché, credeva – anzi era certo – di non avergli fatto alcun torto sin dall’inizio, anzi: ricordava perfettamente che Russell l’aveva guardato storto dal primissimo giorno.

Non gli restava che rassegnarsi, era fatto così e basta. L’importante, si disse Casey, è ignorare le sue minacce. Continuare a rimuginare sull’accaduto non gli avrebbe giovato, perciò decise di rifugiarsi nell’unica cosa che l’avrebbe aiutato a liberare la mente: la musica.

Sì, aveva barato. Per sequestrargli il cellulare Suor Elizabeth gli aveva perquisito solo la valigia, non era mica andata a pensare che Casey avesse nascosto il mini lettore mp3 e gli auricolari nei calzini.

Crescendo con due genitori severi sapeva a quali sotterfugi ricorrere per difendere i propri spazi e sapeva quanto fosse sbagliato in casi come quello, ma non aveva potuto fare altrimenti: non avrebbe potuto vivere senza ascoltare almeno una canzone al giorno.

Seduto sul letto, infilò gli auricolari e ne scelse una per sfogare tutta la rabbia che aveva accumulato, negli anni verso quella vita ingiusta che l’aveva fatto nascere con un’anomalia genetica e in una famiglia in cui non si sentiva amato dagli stessi genitori che l’avevano voluto e durante quella giornata verso Russell.

Pensò a lui, baciato dalla fortuna, viziato dai genitori ricchi, e la sua scelta ricadde su Welcome To My Life dei Simple Plan.

La canzone partì e insieme a essa tutte le domande che Casey avrebbe voluto porgere a Russell, che se fosse stato lì avrebbe probabilmente risposto di no ogni volta.

Casey, infatti, dubitava fortemente che Russell si fosse mai sentito sul punto di crollare, che Russell si fosse mai sentito fuori posto e incompreso; che Russell avesse mai voluto scappare via, che si chiudesse a chiave nella sua stanza con il volume della radio talmente alto così nessuno poteva sentirlo urlare e piangere a dirotto, no: Russell non sapeva cosa significasse tutto questo, non sapeva cosa significasse sentirsi come se nulla andasse mai bene.

Non sapeva cosa significasse sentirsi ferito, solo, lasciato all’oscuro, essere colpito sui propri punti deboli, sentirsi preso in giro, sentirsi al limite e sapere che nessuno sarebbe stato lì per salvarlo.

No, questa non era la sua vita.

Probabilmente mai nessuno gli aveva mentito dritto in faccia, nessuno l’aveva pugnalato alle spalle quando era vulnerabile. Sicuramente Russell aveva sempre ottenuto ciò che voleva, com’era normale che fosse per ogni rampollo proveniente da una famiglia agiata alla quale bastava sganciare qualche banconota per assicurargli che il mondo s’inchinasse ai suoi piedi, perché uno come Russell non avrebbe mai avuto bisogno di darsi da fare per il proprio futuro, tutto gli sarebbe sempre stato servito su un piatto d’argento, perché uno come lui non poteva mica sapere cosa fosse il sacrificio.

Casey, invece, avrebbe risposto “io sì” a tutto. Casey avrebbe risposto: “Sì, per me è così. Benvenuto nella mia vita.”

Ritorna all'indice


Capitolo 5
*** Capitolo 4 - Vorrei che fossi qui ***


Capitolo 4 – Vorrei che fossi qui

 

Chiusa in camera e seduta davanti al suo specchio, Satèle versò un po' d’alcol sul batuffolo di cotone con cui disinfettò la punta dell’ago da cucito che trapassò il suo lobo destro, dal quale fuoriuscì una goccia di sangue che pulì con un altro batuffolo intinto di acqua ossigenata, la stessa con cui sterilizzò l’orecchino che andò a inserire nel foro che si era creato. Ripeté il procedimento sull’orecchio sinistro e ammirò soddisfatta le sue orecchie che adesso avevano due buchi ciascuna. Alla faccia dei suoi genitori!

Fatto ciò, nascose il kit in un cassetto della scrivania e si buttò sul letto. Come al solito non aveva voglia di studiare, perciò infilò gli auricolari e schiacciò il tasto play del lettore mp3, facendo partire la riproduzione casuale.

Di casuale, però, non c’era niente, perché la canzone appena iniziata, Wish You Were Here di Avril Lavigne, era capitata nel momento giusto: già il titolo non faceva che ricordarle quanto le mancasse Casey.

Perché nonostante avesse trovato degli amici con cui andava d’accordo (soprattutto con Markus), nonostante sapesse di poterli telefonare perché gliel’avevano detto quando le avevano lasciato i loro numeri di cellulare, parlare con loro non sarebbe mai stato come parlare con Casey, perché Casey era il suo gemello, la sua metà; Casey era insostituibile.

Con lui Satèle divideva la stanza nonostante le opposizioni iniziali dei genitori, i quali avrebbero voluto che lei dormisse da femmina a femmina con Coco.

Anche se, visti i caratteri e i gusti diametralmente opposti delle due ragazze, visto il fatto che non riuscivano a resistere senza litigare, Hannah e Brad erano stati i primi a rendersi conto di quanto si sarebbe rivelato fallimentare il tentativo di farle dormire insieme.

Così, Coco aveva ottenuto una stanza tutta per sé, che aveva arredato come voleva, con i mobili e le pareti rosa su cui aveva attaccato poster di Justin Bieber e dei One Direction, mentre Casey e Satèle avevano ottenuto la stanza che lo zio Luke aveva pitturato seguendo le loro indicazioni: tre pareti bianche – la destra dove c’era l’armadio, la centrale dove c’era la scrivania con sopra le mensole piene di CD e biografie di artisti musicali e la sinistra che avevano tappezzato di poster delle loro rock band preferite e disegni fatti da Casey – e una nera, di fronte alla scrivania, contro la quale avevano posizionato i letti.

La stessa stanza che, da quando Casey frequentava l’Hamilton, a Satèle pareva ogni giorno più vuota. Molti degli oggetti di suo fratello erano stati chiusi in una valigia e portati in collegio, a ricordarle di lui era la sua chitarra sul suo letto e la voce di Avril che aveva appena iniziato a cantare.

 

I can be tough, I can be strong
But with you, it's not like that at all
There's a girl that gives a shit
Behind this wall, you just walk through
it

 

Satèle si ritrovò improvvisamente a piangere abbracciata al cuscino. Mai come allora quella canzone le sembrò essere stata scritta apposta per lei, che magari agli occhi degli altri appariva tanto dura e forte quando in realtà bastava che ci fosse Casey al suo fianco e niente

di tutto ciò era più vero.

 

And I remember all those crazy things you said
You left them running through my head
You're always there, you're everywhere
But right now, I wish you were here

 

Ricordava ogni singola parola che Casey le aveva detto, lui era sempre e ovunque nei suoi pensieri, ma non le bastava. Desiderava che fosse lì con lei fisicamente, in quel momento.

 

All those crazy things we did
Didn't think about it, just went with it
You're always there, you're everywhere
But right now, I wish you were here

 

Pensò a tutti i momenti belli e brutti che avevano condiviso, tutte le piccole pazzie che avevano commesso senza pensarci prima, lasciandosi semplicemente trasportare, e tirò fuori la sua voce che accompagnò quella di Avril Lavigne mentre cantava il ritornello.

 

Damn, damn, damn
What I'd do to have you here, here, here
I wish you were here

 

Damn, damn, damn
What I'd do to have you near, near, near
I wish you were here

 

Satèle alzò il volume e continuò a cantare fino alla fine della canzone, nonostante le mancasse il respiro, nonostante sapesse che i suoi genitori la stavano ascoltando, ma non le importava. Non le importava di niente se non poteva avere Casey al suo fianco, nemmeno di Coco che se ne stava ferma davanti alla porta e mimava con il labiale qualcosa che lei non riusciva a sentire per via del volume troppo alto della musica.

“Satèle, parlo con te!”, gridò nuovamente Coco. Sua sorella continuava a ignorarla, allora lei avanzò dritta verso il suo letto e le tolse gli auricolari dalle orecchie.

“Ehi!”, protestò Satèle. “Cosa c’è di tanto importante?”

“La cena è quasi pronta, mamma vuole che apparecchi la tavola.”

“Mmh, okay.” Satèle si stiracchiò e si alzò dal letto. “Una volta tanto potresti anche farlo tu”, borbottò scocciata.

“Cosa?”

“Niente, lascia perdere.”

“Certo che sei diventata ancora più strana da quando Casey se n’è andato”, commentò Coco, intenzionata come sempre a provocarla.

La reazione di Satèle non tardò ad arrivare. Quelle parole – “Casey se n’è andato”, come se il suo gemello fosse addirittura finito – la fecero infuriare. Afferrò Coco per una manica della maglietta e disse: “Prima cosa: Casey è anche tuo fratello, e se gli volessi almeno un po' di bene mancherebbe anche a te. Seconda: ti proibisco di dire “se n’è andato” come se fosse morto! Adesso non è qui, ma tornerà sempre per i fine settimana.”

Coco ridacchiò, snobbandola anziché chiederle scusa. “Muoviti, su!”, si limitò a ordinare prima di uscire dalla stanza.

 

In cucina regnava un silenzio tombale, a spezzarlo di tanto in tanto erano solo i ronfi di Akuma che dormiva acciambellata sul tappeto davanti al lavello.

Hannah e Brad non si parlavano quasi mai a tavola, lavoravano nella stessa azienda e per questo non avevano bisogno di aggiornarsi a vicenda sulle novità. Di solito, dopo cena, loro due andavano in salotto a guardare la televisione, Coco si chiudeva nella sua stanza e Satèle restava in cucina a lavare i piatti. Quella sera, invece, ci fu un’eccezione.

“Ditemi, ragazze, come sta andando a scuola?”, chiese Hannah alle figlie.

Fu Coco a parlare per prima, recitando la parte della figlia modello entusiasta dei nuovi professori, delle nuove materie, dei vecchi compagni e dei nuovi arrivati – ragazzi molto carini e cool.

Non ottenendo alcuna risposta da Satèle, Hannah la sollecitò e lei mugugnò soltanto: “Bene.”

“Tranquilla, è semplicemente depressa perché Casey se n’è andato”, si intromise Coco.

Ecco la goccia che fece traboccare il vaso. Mentre la rabbia si impossessava prepotentemente della sua poca pazienza, Satèle strinse i pugni e li batté sul tavolo, facendo tintinnare le posate e rizzare il pelo della povera Akuma. “BASTA!”, inveì. “FICCATI IN QUELLA CAZZO DI TESTA CHE CASEY NON È MORTO!”

L’aveva fatta grossa? Sì, ma era pronta ad assumersi le conseguenze. Sapeva cosa aspettarsi: i suoi genitori l’avrebbero rimproverata usando termini ancora più pesanti di quelli usati da lei e l’avrebbero messa in castigo fino a nuovo ordine. Niente di diverso dal solito.

Il primo a intervenire fu Brad, che le chiese se fosse necessaria una sfuriata del genere.

“Ma Coco dice solo stronzate!”, protestò Satèle, additando sua sorella.

“Ascolta, signorina, ti conviene abbassare i toni e moderare il linguaggio, altrimenti per te finisce male!” la avvertì lui, lanciandole uno sguardo minatorio che, però, non sortì alcun effetto. Intanto Akuma si era nascosta sotto il tavolo.

Gli occhi inferociti della ragazza divennero due fessure, due fessure ricoperte di una spessa riga di eyeliner che Hannah non tardò a notare. “Ferma qui,” le disse, protraendosi in avanti, allora sì che Satèle cominciò a temere seriamente. Come una stupida aveva dimenticato di lavarsi il viso, in più si era forata le orecchie senza permesso. Se sua madre avesse notato anche gli orecchini, per lei sarebbe stata la fine.

Hannah si sollevò bruscamente dalla sedia e le mollò un ceffone. “Satèle”, gridò, “non dirmi che stamattina sei andata a scuola truccata così!”

“Sì…”

Hannah rimase col braccio sollevato come se volesse colpirla di nuovo, ma non lo fece. “Sei pazza?! Quante volte ti ho detto che sei troppo piccola per metterti tutto questo nero sugli occhi, eh? Dimmi subito chi ti ha insegnato!”

“L’ho visto fare in tivù”, mentì Satèle. Non avrebbe mai tradito la fiducia di sua zia.

“Oh, quindi adesso guardi pure quello che non dovresti guardare? D’accordo, significa che non toccherai il telecomando per una settimana!”

“Sapessi quanto me ne importa…”

Stavolta fu Brad ad alzarsi. “Adesso basta! Satèle, fila subito in camera tua e restaci!” le ordinò, puntando il dito verso la porta.

Satèle lo guardò torva e respinse il piatto. “Vaffanculo!”, sibilò a denti stretti mentre attraversava il corridoio.

“Dio mio, non so più che fare con quella peste!”, si lamentò Hannah, massaggiandosi le tempie come faceva sua madre quando discuteva con Diana negli anni ’90.

 

Satèle aprì la porta della sua stanza e si sdraiò di nuovo sul letto. Non le era andata così male, tutto sommato: era abituata sia alle liti che alle punizioni, e non poter guardare la televisione non era di certo una delle peggiori che le fossero state inflitte; nessuno si era accorto dei suoi nuovi orecchini e aveva anche risparmiato di lavare i piatti.

Però era di nuovo sola.

Recuperò il cellulare e iniziò a scorrere i numeri segnati in rubrica. Escluse a prescindere sia quello di Casey che quello di sua zia pensando che quest’ultima fosse indaffarata, perché lei, a differenza di Hannah, non poteva permettersi di chiedere a una delle figlie di svolgere le faccende domestiche al suo posto. Dia era sterile e di figli non ne aveva proprio.

Poi provò con Markus, ma il suo cellulare risultava irraggiungibile.

A quel punto pensò ad Angel, voleva chiederle se avesse saputo qualcosa in merito ai provini per la squadra di basket. Compose il numero e attese.

 

La foto che Angel teneva in mano raffigurava una donna dai capelli biondi che teneva in braccio una neonata. Quella neonata era lei, la donna invece si chiamava Kathryn e aveva l’aspetto con cui lei l’avrebbe ricordata negli anni a venire.

“Quanto vorrei che fossi qui”, sospirò Angel, ma nessuno era lì per rispondere e la cornice diventava sempre più fredda nelle sue mani.

La suoneria del cellulare scacciò via tutti i pensieri che avevano preso a tormentarla nel momento esatto in cui avvicinò il dispositivo all’orecchio per rispondere.

“Pronto?”

“Angel, sono io.”

“Oh, Satèle, ciao! Come va?”

“Benino…”

“È successo qualcosa?”

“Solite liti in famiglia.”

“C’entra Coco?”

“Ovvio! È lei che le scatena!”

“Caspita! Permettimi di dire che tua sorella è proprio una vipera.”

“Eccome se lo è! A te, invece, come va?”

“Tutto okay…”

“Sicura? Dalla tua voce non sembrerebbe.”

“Sono solo un po' sovrappensiero, tutto qui. Nulla di cui preoccuparsi.”

“Capisco. Comunque sia, hai saputo novità sui provini?”

“Sì. Indovina un po'? Si terranno agli inizi di novembre!”

“Addirittura! Perché così tardi?”

“A quanto pare i vecchi componenti della squadra sono rimasti senza allenatore, perciò non solo devono aspettare che ne arrivi un altro, ma devono anche rifare il provino per essere riconfermati da quello nuovo. Giustamente hanno la precedenza rispetto agli aspiranti.”

“Capito. Be’, guarda il lato positivo: hai più tempo per prepararti”, notò Satèle.

“Giusto”, rispose Angel. “A proposito, Sat, parlando di questo mi sono ricordata di qualcosa che invece potrebbe interessare te. Ho scoperto che la nostra scuola ha anche un glee club, e le audizioni sono già iniziate. Sapendo che ti piace cantare ho pensato di dirtelo.”

Satèle sorrise. “Sei stata gentilissima, grazie… ma non penso che andrò a tentare. È già tanto che i miei permettano a mia zia di pagarmi le lezioni private.”

“Ma a scuola è gratis.”

“Lo so, infatti il problema non sono i soldi. Diciamo che i miei non appoggiano questa passione, per questo è mia zia a pagarmi le lezioni. Se sapessero che, oltre ad andare dall’insegnate privata, canto anche con il glee club della scuola, mi vieterebbero entrambe le cose per ripicca”, spiegò.

“Oh”, fece Angel, “è davvero un peccato. Tu hai una voce stupenda, saresti un ottimo acquisto per il gruppo.”

“Ah, mi lusinghi troppo! Comunque anch’io sono ansiosa di vederti giocare a basket.”

“Aspetta fino a novembre!”, rise Angel. Non ebbe modo di sentire la risposta di Satèle perché nel frattempo Shane l’aveva chiamata dalla cucina per dirle che la cena era pronta, quindi la salutò con la promessa che si sarebbero viste l’indomani a scuola.

Satèle riagganciò e subito ricevette un’altra chiamata, stavolta da Markus.

Non seppe spiegarsi perché, ma si sentì arrossire appena lesse il suo numero sullo schermo prima di rispondere.

“Ehi, mi fa piacere sentirti!”, esordì lui con la sua solita voce un po' rauca, che Satèle trovava però carinissima. “Ho notato una tua chiamata persa. Scusa se non ho risposto, avevo il cellulare spento perché era in carica.”

“Non preoccuparti”, lo tranquillizzò lei. “Che stai facendo?”

“Sono sul letto, prima stavo leggendo ma mi sono fermato un po' perché mi bruciano gli occhi. Tu, invece?”

“Ho appena finito di parlare con Angel.”

“Capisco. Che mi dici, tutto okay?”

Satèle ci rifletté su e rispose con un’altra domanda. “Markus, posso chiederti una cosa?”

“Certo.”

“Ti è mai capitato di sentirti come se la tua vita avesse preso un risvolto del tutto inaspettato a causa di una persona a te molto vicina?”

Markus si sentì sbiancare. La ragazza dagli occhi di ghiaccio dentro cui aveva promesso di leggere stava provando a leggere lui, che avrebbe voluto urlare sì con tutta la rabbia che aveva represso per quattro lunghi e dolorosissimi anni, partendo da quel maledetto 2007 in cui quel verme dalle mani pesanti aveva rubato la sua infanzia con freddezza, insegnandogli a trattenere le lacrime davanti al dolore e davanti ai poliziotti che un giorno bussarono alla porta con un paio di manette, davanti ai documenti in tribunale, davanti a una sedia vuota.

Ricordò tutto, tacque a lungo. Fece un respiro profondo prima di rispondere: “Sì, so come ci si sente.”

 

Ritorna all'indice


Capitolo 6
*** Capitolo 5 - Bulli, vittime e aiutanti ***


Capitolo 5 – Bulli, vittime e aiutanti

 

Finalmente un po' di libertà, pensò Casey. Era felice, anzi al settimo cielo: era sabato e stava aspettando i suoi genitori all’uscita posteriore, quella che affacciava sul parcheggio, pronto per tornare a casa.

In molti godevano di quella specie di privilegio. Questi attiravano l’invidia e il disprezzo di molti ragazzi che non avevano alcun permesso di uscire dal collegio, i quali puntualmente si affacciavano dalle finestre delle aule per tirare pallottole di carta, penne, matite e talvolta l’intero astuccio addosso ai Privilegiati, ai Settimana Corta come solevano definirli.

Casey aveva fatto appena in tempo a scansarsi prima che gli cadesse un compasso sulla testa.

Tutti sembravano avere qualcuno con cui chiacchierare, gli unici a essere rimasti soli erano lui e il ragazzino dai capelli corvini, che a quel punto dovevano essere naturali visto che non gli erano stati ancora rasati a zero. I riflessi blu zaffiro risaltavano ancora di più alla luce del sole e Casey li trovava bellissimi, magari li avesse avuti lui!

Anche il colore degli occhi di quel ragazzo era particolare: verde intorno alle pupille e azzurro ai bordi dell’iride. Aveva il viso dolce, quasi androgino, con le labbra carnose e il naso sottile, e il corpo minuto.

Casey pensò che gli si fosse ripresentata l’occasione perfetta per andare a parlargli ed ecco che insorse un nuovo impedimento: il clacson dell’auto dei suoi che aveva appena accostato per farlo salire.

Quando chiuse la portiera, Hannah e Brad ripartirono senza degnarlo di uno sguardo o di un saluto e Casey ritenne che i suoi fossero gli unici genitori a non strapazzare di baci e coccole un figlio che non avevano visto né sentito per una settimana.

Per fortuna sapeva di poter contare sulle attenzioni di Satèle, infatti non appena la porta d’ingresso si aprì la ragazza ebbe un tuffo al cuore e corse subito ad abbracciare suo fratello, che aveva l’aria stanca e un po' spaesata.

I suoi dovevano aver cambiato la disposizione dei mobili in salotto durante la sua assenza, il divano – che prima era attaccato alla parete – era stato spostato al centro della stanza, mentre il tavolo occupava il posto del pianoforte vecchio e sgangherato di Satèle, che invece era stato messo in un angolo.

“Patetici!”, commentò Coco. “Andatevene da un’altra parte, voi e le vostre smancerie!”

“Chiudi il becco”, la ammutì Satèle, che nonostante ciò accolse il suo (sgarbato) suggerimento e portò Casey nella loro cameretta.

Quella, invece, non era cambiata affatto. La prima cosa che Casey fece fu fiondarsi sul letto, riabbracciare la sua chitarra e aspettare che Akuma andasse a raggomitolarsi sul suo grembo per fargli le fusa.

“Le hai fatto la toeletta?”, chiese a sua sorella dopo aver notato quanto morbido e lucente fosse il pelo della gattina.

“Sì, e le ho anche tagliato le unghie. Sta dormendo con me e ieri sera ha avuto la brillante idea di arrampicarsi sulla mia spalla e conficcarmele nel collo. Ci mancava solo che me lo staccasse”, rispose Satèle un po' immusonita.

“Esagerata!”, disse Casey, trattenendosi dal ridere.

A riprova di quanto detto, Satèle passò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, scoprendo le due croste di forma circolare che aveva sul collo. “Sembra che mi abbia morso un vampiro!”

A quel punto Casey non poté fare a meno di notare anche i suoi nuovi orecchini. Di primo acchito credette che fosse stata sua zia a portarla dal piercer, invece Satèle gli confessò di esserseli fatta da sola a casa, con l’ago da cucito.

“O facevo così o niente. Secondo mamma e papà non ho neanche il diritto di farmi passare uno sfizio, vogliono che faccia solo quello che dicono loro e come lo dicono loro. A te, invece, come va lì?”

Casey raggirò la domanda destando la preoccupazione della gemella, che conoscendolo meglio di chiunque riuscì a percepire la sua sofferenza.

Andò a sedersi accanto a lui sul letto e iniziò a massaggiargli le spalle aspettando che trovasse il coraggio di parlare. Quando venne il momento, Casey aveva la voce fioca. “Male”, rispose prima che le lacrime bagnassero la spalla di Satèle, sulla quale aveva poggiato la testa.

“Quel posto è un inferno, non si fa altro che studiare, la mensa è l’unico posto in cui i ragazzi e le ragazze possono stare insieme e non ci sono bidelli a pulire le aule, spetta a noi farlo anche quando non ce la sentiamo e la mia stanza sembra una stanza d’ospedale. C’è un ragazzo che mi odia e non so perché. Sto lì da pochissimo tempo e già non ce la faccio più!”

Satèle lo abbracciò forte e con una mano gli accarezzò i capelli, invece con l’altra prese un pacchetto di fazzoletti dal comò e gliene passò uno. “Coraggio, asciugati questi lacrimoni”, gli disse dolcemente.

Casey tirò su col naso e prese il fazzoletto. “Grazie, Sat. Scusami per lo sfogo.”

“Non devi, fratellino, per te farei questo e altro, lo sai. Adesso raccontami di questo stronzetto che ti infastidisce.”

Allora Casey le spiegò tutta la situazione che si era creata con Russell, partendo col descriverle le occhiatacce che gli aveva lanciato il primo giorno e finendo con lo scontro al distributore.

“E le suore non hanno fatto niente?” a Satèle sorse spontaneo chiedergli.

“Non erano presenti quando è successo, non si sono accorte di niente.”

“Nessuno più ha assistito alla scena?”

“Poche persone, ma da lontano. Probabilmente non ci hanno nemmeno sentiti.”

“Capisco, Casey, e mi dispiace tanto. Tu cerca di ignorare questo tizio, fai finta di non vederlo anche quando ti passa vicino.”

“Seguirò il consiglio”, concordò il gemello. “Grazie, Sat, non so come farei senza te.”

“Be’, come stai facendo dall’inizio del mese. Comunque sta’ tranquillo, non durerà per sempre.”

Ascoltandola e riflettendo su quanto aveva appena detto, Casey dedusse che sua zia le avesse parlato della sua idea, ossia di tirarlo fuori dal collegio, tuttavia aspettò che fosse Satèle ad aggiungere altro.

“Dimmi una cosa”, continuò, “per caso tu e zia Dia sapete qualcosa che io non so?”

“Più o meno”, disse Casey, “ma non voglio metterti altri pensieri in testa, al momento non c’è nulla di sicuro. Piuttosto parliamo di te, adesso.”

Satèle gli raccontò della scuola, dei professori – accennando anche a quel Miller a cui sembrava star simpatica –, dei compagni in generale e in particolare di Markus e Angel, ma decise di tacergli di Melissa e Kelly e delle loro frecciate.

Lei, a differenza del fratello, non si curava di curava di certe cose. Non erano quelli i suoi problemi prioritari.

Tutto ciò che voleva era semplicemente godersi quella giornata con Casey, e lo fece. Essa volò come è logico che sia quando ci si diverte e fece subito sera.

A cena, Hannah e Brad perseverarono col ribadire che iscrivere Casey all’Hamilton fosse stata un’ottima scelta, perché solo ricevendo un’istruzione di primo livello il ragazzo avrebbe realizzato il sogno di una vita.

Il loro sogno di una vita, però.

Hannah e Brad immaginavano per lui un futuro da avvocato, ma Casey non ci teneva proprio a essere sommerso di scartoffie, perciò quando loro gli dicevano frasi come “Lo facciamo per il tuo bene”, “Un giorno ci ringrazierai”, “Sarà merito nostro se diventerai qualcuno”, lui non li contraddiceva, ma si limitava a seguire uno dei consigli di sua zia: “A chi è troppo ottuso per ammettere un’opinione diversa dalla propria, tu dici sempre di sì e non fai peccato.”

Quando tutti ebbero finito di mangiare, Satèle sparecchiò la tavola e si accinse a lavare i piatti.

“Tu aspettami in camera, ti raggiungo appena finisco”, disse a Casey, ma lui prese un’altra spugna e rispose che non se ne sarebbe andato senza prima averla aiutata.

Poi venne il momento di andare a dormire e la prima cosa che Satèle fece non appena provò a scivolare sotto le lenzuola fu lamentarsi di quanto fosse freddo il proprio letto, che dei due era quello più vicino alla finestra e quindi più esposto al vento.

“Vieni nel mio, dormiamo insieme”, propose Casey, sapendo che l’avrebbe resa molto contenta. Quando erano più piccoli lo facevano spesso, soprattutto in inverno.

Il corpo di Casey emanava calore, a Satèle mancavano i suoi abbracci e lui la strinse forte prima che Akuma andasse a posarglisi su un fianco.

Il ragazzino pensò che sarebbe stato sicuramente più comodo senza un gatto addosso, ma poco gl’importava: adesso era vicino a sua sorella, la persona che amava più di ogni altra al mondo, e questo bastava a renderlo felice. Insieme erano come due immagini speculari che si completavano a vicenda.

Quella notte Casey e Satèle dormirono abbracciati, con i cuori che battevano all’unisono, i fiati che si combinavano.

Erano quelli i momenti in cui nessuno sarebbe mai riuscito a separarli.

 

A quel sabato seguì una domenica pressoché identica, alla quale seguì un odioso lunedì.

Casey era tornato in collegio, Satèle a scuola.

Prima di raggiungere gli amici, la ragazza voleva andare in bagno perché come al solito Coco le aveva lasciato pochissimo tempo per prepararsi.

Mentre percorreva il corridoio s’imbatté in un gruppetto di ragazzi più grandi, probabilmente di terza, che la fecero avvicinare con la scusa di volerle chiedere delle informazioni quando, in realtà, volevano solamente palparle il sedere.

Quando Satèle si accorse delle mani di uno di loro troppo vicine alle tasche posteriori dei propri jeans si divincolò e gli tirò un calcio negli stinchi, poi tirò dritta verso il corridoio che conduceva ai bagni e il ragazzo, rimasto con un pugno di mosche, fece altrettanto.               Melissa, che aveva seguito tutta la scena da lontano insieme alla sua amica-assistente Kelly e altre due ragazze, era consapevole che Satèle e quel tizio fossero entrati in due bagni diversi, lei in quello delle femmine e lui in quello dei maschi, tuttavia aguzzò l’ingegno e decise di apportare alcune modifiche alla vera versione dei fatti per compromettere la reputazione di quella che considerava la sua potenziale rivale.

“Fa sempre questo”, disse rivolta alle due ragazze.

“Chi, Satèle?”, chiesero entrambe.

“Eh già”, rispose Melissa. “Ogni giorno si fa toccare da un ragazzo diverso e poi si chiude in bagno con lui.”

“Davvero?”, strabuzzarono gli occhi le ragazze.

“Certo. Dico bene?” Melissa diede una spallata all’amica per ottenere il suo appoggio.

“Assolutamente!”, si affrettò ad assecondarla Kelly.

A quel punto le due ragazze si guardarono in faccia, entrambe sconvolte, dando a Melissa la conferma di aver abboccato alle sue parole.

È fatta, si disse la ragazza. Ormai bastava semplicemente che quelle due si facessero sfuggire – anche per puro caso – ciò che avevano sentito davanti a qualcuno e la vita scolastica di Satèle Johns sarebbe diventata un vero incubo.

O almeno, così sarebbe stato se Angel non si fosse trovata nei paraggi e avesse origliato tutte quelle calunnie sulla sua amica.

“Smettila!”, ordinò infatti a Melissa. “Satèle non fa nessuna delle cose che dici tu!”

Melissa e Kelly scoppiarono a ridere, sempre facendo quei versi da gallina che lei detestava.

“Veramente?”, la sfidò Melissa. “Perché noi, invece, l’abbiamo vista andare proprio verso i bagni, e possiamo dirti con sicurezza che era in compagnia di un ragazzo. Più grande, per di più.”

“Non significa niente”, ribatté Angel.

“Ah no?”, corrugò la fronte Melissa. “Andiamo, anche tu sai cosa fa la tua amichetta, è inutile che neghi. O forse lo fai solo perché sei gelosa che i maschi preferiscano infilarsi nei bagni con lei piuttosto che con te?” Guardò il cavallo dei pantaloni di Angel e aggiunse: “Non li biasimo, probabilmente ti scambiano per una di loro.”

Melissa e Kelly uscirono di scena sghignazzando come era loro solito fare, invece le due ragazze indugiarono sul da farsi. Potevano scegliere tra due opzioni: camminare in direzione opposta o seguire Melissa e Kelly. E alla fine scelsero Melissa e Kelly.

Angel rimase ferma a guardarle pensando a tante brutte parole che avrebbe voluto dire. Proprio in quel momento le si avvicinò Satèle che era appena uscita dal bagno e aveva visto la finta bionda e la sua assistente andarsene.

“Cosa voleva Melissa da te?”

“Da me niente, sono solo intervenuta perché quella gallina spennacchiata stava dicendo cose brutte su di te.”

“Ovvero?”

“Che ti fai toccare il culo dai maschi e vai in bagno con loro.”

Un brivido freddo percorse la schiena di Satèle, una patina di lacrime le offuscò la vista, voleva piangere. Lei, che due giorni prima aveva detto a suo fratello che bastava semplicemente infischiarsene, in quel momento voleva piangere per lo stesso motivo che causava dispiacere a lui, ma allo stesso tempo non voleva mostrarsi vulnerabile.

“M-ma n-non è vero!” balbettò, la voce smorzata dalle lacrime che non voleva versare.

“Lo so, tranquilla, infatti gliel’ho detto. Non darle retta”, la rincuorò Angel.

“Okay, ma se andasse a dirlo a qualcuno?”

“Solo gli stupidi le crederanno, ma dagli un paio di giorni di tempo e vedrai che avranno pure dimenticato tutto. Dico sul serio, Satèle, lasciale credere ciò che vuole. Tu sai qual è la verità, e la so anch’io.”

“Grazie, Angel”, rispose Satèle, abbracciandola.

“È a questo che servono gli amici”, alzò le spalle la ragazza.

Nel mentre la campanella suonò e i corridoi si svuotarono.

“Meglio andare in classe”, notò Satèle. Prese per mano Angel e iniziarono a dirigersi verso l’aula di storia. Guardò alla propria destra, dove solitamente camminava Markus, ma stavolta lui non c’era.

Chiese sue notizie a Angel, lei disse: “Non so proprio dove sia.”

 

Markus odiava sentirsi in quel modo: fiacco, rimbambito, nervoso. L’ennesimo tentativo di provare a dormire era fallito, quella notte le manette, la stanza buia e le grida erano tornate a fargli compagnia.

A stento riusciva a tenere gli occhi aperti e le gambe avrebbero potuto cedergli da un momento all’altro, doveva assolutamente bere qualcosa per tenersi sveglio o avrebbe rischiato di addormentarsi e poi svegliarsi urlando in classe.

Aveva ancora qualche minuto libero, perciò si diresse in sala professori e, sapendo che a quell’ora non vi avrebbe trovato nessuno, entrò e tracannò uno dopo l’altro e con una voracità tale da farsi lacrimare gli occhi i tre bicchieroni di caffè lasciati incustoditi sul tavolo.

All’improvviso udì dei passi, allora se la svignò e filò dritto in classe, dove trovò Angel e Satèle. Alla sua candida amica brillarono gli occhi non appena lo vide.

Durante la lezione, Markus non riuscì a stare fermo sulla sedia. Tamburellava continuamente le dita sul banco, dondolava le gambe, volgeva lo sguardo ovunque e mai dritto davanti a sé. Aveva assunto troppa caffeina.

“Tutto okay?”, gli domandò Satèle, che standogli seduta accanto fu la prima ad accorgersi degli effetti collaterali. “Ti vedo agitato stamattina.”

“È una lunga storia”, tagliò corto Markus, pensando che se gliel’avesse raccontata avrebbe corso un rischio gravissimo: perderla.

 

“Quanto è carino, vorrei tanto andare da lui e dirgli che mi piace!”, confidò Sarah Green alla sua amica Karen Armstrong mentre raggiungevano lo spogliatoio.

Russell sapeva perfettamente a chi si stessero riferendo, tuttavia Jack decise di ribadirglielo.

“Stanno parlando di Casey.”

“Sciocche! Sbavano dietro a quel coso quando io sono molto meglio!” replicò infastidito l’altro. “Devo assolutamente farmi notare.”

“Hai un piano?”, chiese curioso Jack.

“Certo. Devo semplicemente… eliminare la concorrenza!”. Lo sguardo bieco di Russell e il suo sorriso sornione portarono Jack a chiedergli: “Come?”

“Ora abbiamo educazione fisica e dobbiamo andare in cortile, lì ti farò vedere come”, rispose Russell. “Per il momento va’ a posarmi i libri, su!”, ordinò poi al suo servo-più-che-amico, schioccando le dita dopo avergli passato una grossa pila di materiale didattico.

 

Casey si era messo in disparte con la schiena appoggiata alle mura esterne dell’edificio, una tettoia gli proteggeva la testa dai raggi solari ai quali non poteva esporsi senza rischiare di ustionarsi.

Essendo a conoscenza della sua situazione, l’insegnante lo aveva esonerato dalle attività all’aperto, tuttavia ci teneva a farlo rimanere nei paraggi.

Così, mentre i suoi compagni giocavano una partita di pallavolo, lui iniziò a immaginare quanto sarebbe stata diversa la sua vita se fosse nato con i capelli neri, castani, biondi o addirittura rossi come gran parte degli irlandesi.

Ma se avesse avuto i capelli rossi – pensò anche – avrebbe rispecchiato lo stereotipo dell’irlandese medio con i capelli rossi, gli occhi verdi e il viso ricoperti di efelidi, e lui detestava gli stereotipi perché privavano le persone della facoltà di scegliere in completa autonomia.

Iniziò a considerare l’idea di trascrivere quella riflessione sul proprio diario, una volta salito su in camera, ma ecco che all’improvviso si trovò vincolato da Russell e il suo amico Jack Duncan, che gli si erano avvicinati con scaltrezza approfittando del fatto che l’insegnante gli avesse dato il cambio con altri due giocatori e che gli stavano attualmente coprendo la visuale.

“Ma guarda chi si vede: Casey Johns, il rubacuori del collegio!”, lo stuzzicò Russell, ponendo l’accento sulla parola “rubacuori” e sogghignando subito dopo.

“Che vuoi?”, lo incalzò Casey, le braccia conserte.

“Oh-oh, siamo nervosetti stamattina.” Russell gli pizzicò una guancia, modulando una voce quasi bambinesca.

Casey allontanò la sua mano colpendola con un leggero schiaffo. “Lasciami in pace, idiota!”

“Ehi, Testa Bianca, come ti permetti di chiamare così il mio amico?”, gli si scagliò contro Jack, tirandogli i capelli.

Casey contrasse il viso in una smorfia di dolore e Russell lo sollevò per il mento, tranquillizzando il suo scagnozzo dicendogli: “Adesso questo stronzetto me la pagherà!”

Casey fece oscillare gli occhi – l’unica parte del corpo che poteva muovere, visto che quei due l’avevano bloccato – in ogni direzione possibile, sperando nell’aiuto dell’insegnante, ma Suor Agatha era troppo concentrata sul sudoku per prestare attenzione a un proprio alunno.

Infine il ragazzo abbassò lo sguardo sulla mano di Russell e vide che indossava – sebbene fosse proibito dal regolamento – un costosissimo orologio da polso, che gli venne sottratto poco dopo da qualcuno.

Russell mollò la presa su Casey e l’albino ruotò la testa verso sinistra, dove Bailey, il ragazzo dai capelli corvini, se ne stava con un braccio sollevato e il cinturino dell’orologio stretto fra pollice e indice.

“Ehi, tu, ridammelo subito!”, gli ordinò Russell. Si protese verso di lui per riprendere l’oggetto, ma prima che potesse riuscirci il corvino lo buttò a terra e lo calpestò ripetutamente, riducendolo in pezzi.

“L’hai rotto!”, gridò Russell, con un tono di voce che rasentava la disperazione.

Il corvino gli rivolse un sorrisetto vendicativo e Casey coprì la bocca con le mani per reprimere una risata.

Russell se ne accorse e serrò i pugni, minacciando di spaccare la faccia a Casey prima di tentare di colpirlo, ma il corvino gli si parò davanti facendogli da scudo.

“Bastardi!”, tuonò Russell prima di andarsene insieme a Jack.

Poi Suor Agatha si decise a utilizzare il fischietto e Bailey corse a dare il cambio a un compagno.

Casey provò a fermarlo, gli gridò di aspettare perché desiderava come minimo ringraziarlo e chiedergli finalmente come si chiamasse, ma fu troppo tardi.

Iniziò a chiedersi se fosse stata solo una banale coincidenza che quel ragazzino si fosse trovato lì o se fosse accorso volontariamente in suo aiuto.

O forse – altra ipotesi che Casey ritenne plausibile – quello era stato un modo per dimostrargli complicità, forse la rottura dell’orologio di Russell sarebbe stata una tappa fondamentale per l’inizio di un’eventuale amicizia.

Casey promise a se stesso che non avrebbe mai perso di vista quel ragazzo, esattamente come Suor Elizabeth non perdeva mai di vista un potenziale addetto alle pulizie.

 

Avendolo visto senza far niente in cortile, Suor Elizabeth aveva mandato Casey a pulire le aule e lui aveva da poco finito di lavare tutti i pavimenti del primo piano. Si trovava in bagno e non vedeva l’ora di togliersi i guanti che odoravano di detersivo. C’erano anche alcuni suoi compagni di classe che parlavano tra loro e tutto proseguiva tranquillo fino al momento in cui non arrivò Russell con Jack e Jimmy al suo seguito. Punto il dito contro Casey e disse: “Ecco qui il nostro Cenerentolo!”

I primi a ridere furono i suoi tirapiedi, poi si aggiunsero tutti gli altri.

“Non temere, adesso verrà la fata madrina che trasformerà la tua uniforme in un abito da sera e te in un bel ragazzo!”, lo canzonò Jack.

“Già”, gli fece eco Jimmy, “e chiedile anche di colorarti i capelli, così non li avrai più bianchi!”

Altre risate, sempre più rumorose, sempre più cattive.

Un ragazzo di nome Robert si avvicinò a Casey per dargli una pacca su una spalla e aggiunse: “Ha ragione. Copriteli, non ti si può guardare.”

Tutta la combriccola uscì dal bagno con lo sguardo fiero e divertito, pensando al povero Cenerentolo e dando il cinque a Russell per aver coniato quel soprannome.

A Casey venne voglia di piangere, non riusciva a spiegarsi come mai tutti sembrassero avercela con lui.

Era troppo stanco per difendersi, troppo stanco per reagire. Desiderava solo che qualcuno gli dicesse che quella non era la vita vera, ma soltanto un incubo da cui si sarebbe risvegliato un giorno.

Mentre le sue lacrime si mescolavano all’acqua che scorreva dal rubinetto, Casey chiuse gli occhi e affondò i denti nel labbro inferiore, negandosi i singulti e pregando che sua zia lo liberasse al più presto.

Ritorna all'indice


Capitolo 7
*** Capitolo 6 - Casey e Johnnie ***


Capitolo 6 – Casey e Johnnie

 

Johnnie odiava da sempre i pranzi in famiglia e probabilmente non avrebbe mai smesso di farlo, anche se non lo dava a vedere.

“Abbi pazienza, tesoro”, era stata la prima cosa che sua madre gli aveva detto quando era passata a prenderlo da scuola.

Johnnie, di pazienza, ne aveva sempre avuta fin troppa, e forse era questo il motivo per cui non si ribellava mai davanti all’invadenza dei suoi zii e dei suoi nonni.

“Questa uniforme ti dona, sai? Ti fa sembrare più grande”, commentò sua nonna materna. “Ah, mi ricorda di quando i ragazzi andavano a scuola ai miei tempi…”

Iniziò a raccontare un aneddoto che Johnnie non ascoltò, preferiva gustarsi in santa pace la cheesecake al limone che aveva preparato sua madre – che lavorava in pasticceria – sperando che quello strazio finisse al più presto.

“Mi raccomando, giovanotto, studia tanto. Stai avendo bei voti?”, gli chiese suo zio Alan.

Johnnie annuì.

“Bene, che media hai?”

“Andiamo, caro, non lo stressare!”, lo rimproverò sua zia Jasmin, la sorella maggiore di sua madre. “Non ascoltarlo, Johnnie, tuo zio da giovane era un secchione”, rise. “Parliamo di cose più piacevoli: hai già la fidanzatina?”

“Ma sì, sicuramente!”, rispose al suo posto sua nonna paterna. “Questo nipote mio merita una fila di corteggiatrici per quanto è bello!”

“È vero”, concordò zia Jasmin per poi uscirsene con il suo solito commento: “Saresti perfetto, se solo ti facessi aggiustare i denti.”

Johnnie lo detestava, soprattutto perché l’unico “problema” – sempre se si fosse potuto definire tale – che lui aveva ai denti era un accenno di diastema fra i due incisivi centrali superiori.

Anche tu saresti perfetta, se solo ti facessi i fatti tuoi, pensava ogni volta.

Era sempre la stessa storia, lo stesso copione che si ripeteva. A quel punto sua zia diceva che era cresciuto tanto dall’ultima volta che l’aveva visto e da lì seguiva una sfilza di altre insopportabili domande, del tipo quanto sei alto, quanto pesi, perché non provi un nuovo taglio di capelli, perché non inizi a vestirti in modo diverso; insomma le domande che Johnnie odiava di più in assoluto e alle quali, pur volendo, non riusciva neanche a rispondere visto che gli venivano poste a raffica, una dietro l’altra.

“Vacci piano, mamma, dagli almeno il tempo di aprir bocca!”, intervenne stavolta sua cugina Mackenzie.

Insieme a suo nonno paterno – il quale non arrecava il minimo fastidio in quanto la sua attenzione era rivolta perennemente al giornale, che col passare degli anni era diventato quasi un prolungamento del suo braccio –, lei era l’unica persona di famiglia che gli andava a genio, semplicemente perché non s’immischiava nei fatti suoi e non lo costringeva a parlare, a differenza di tutti gli altri. Essendo più grande di lui di tre anni, Kenzie era alle prese con il suo primo fidanzatino e preferiva messaggiare tutto il giorno con lui piuttosto che interagire con il “cuginetto muto”, un appellativo che tutto sommato a Johnnie non dispiaceva.

“Hai ragione, anche se sono certa che tuo cugino non avrebbe risposto comunque”, convenne zia Jasmin, chiedendo poi alla sorella se si fosse mai accorta di quella specie di mutismo selettivo del figlio. “Spero non abbia qualche problema o ritardo,” aggiunse infine.

Jessie lanciò una rapida occhiata a Johnnie per assicurarsi che non si fosse offeso, ma per fortuna il suo giovanotto sapeva essere molto tollerante, soprattutto verso gli accadimenti dell’ultimo periodo. Soprattutto verso il terribile incidente che aveva coinvolto suo padre.

Già non doveva essere facile per lui affrontare quella situazione dai risvolti incerti, non poteva permettere che sua sorella gli mettesse in testa altre paranoie.

Jasmin era fatta così: non era cattiva, semplicemente non sapeva dosare le parole.

“Johnnie non ha alcun problema, semplicemente non gli piace parlare a vanvera. È uno di poche parole, lui, ma tutte quelle che pronuncia hanno sempre un significato profondo, perché le pensa con attenzione. È un ragazzino molto intelligente, anzi, forse anche troppo rispetto a molti suoi coetanei”, rispose Jessie guardando con orgoglio suo figlio, che finalmente abbozzò un sorriso.

“Non lo metto in dubbio”, rispose Jasmin, “l’importante è che non si dimentichi il suono della sua stessa voce”, rise dopo, anche se non c’era nulla di poi così divertente in quella battuta.

A Johnnie, veramente, diede piuttosto fastidio e sapeva che non sarebbe riuscito a fingersi imperturbabile ancora a lungo. Per fortuna, sua madre se ne accorse e lo mandò in cucina a prendere la brocca di limonata che aveva lasciato in frigo.

“Ti accompagno”, decise improvvisamente Kenzie, poggiando il cellulare sul tavolo sotto lo sguardo perplesso di tutti, Johnnie compreso.

Il ragazzo tirò dritto senza commentare né chiedere perché, prese la brocca dal frigo e si accinse a ritornare in sala da pranzo. Fu allora che sua cugina gli chiese scusa.

Per cosa? Le chiese la sola espressione interrogativa di Johnnie.

“Per mia madre, per mio padre, perché so che ti fanno sentire a disagio. Tranquillo, fanno così anche con me, certe volte nemmeno io li sopporto.”

Johnnie emise un verso simile a un risolino e si ricompose senza proferire parola.

Kenzie, però, ricevette un segno da lui: uno schiudersi di labbra.

“Perché non parli, Johnnie? Eppure una ragione dovrebbe esserci. Cos’è che ti frena, cos’è che ti fa pensare che reprimere un tuo pensiero sia la soluzione giusta?”

Johnnie piegò delicatamente la testa di lato, come faceva ogni volta che gli veniva posta quella domanda.

“Tutto questo deve per forza significare qualcosa”, sentenziò Kenzie. “Credi che a nessuno importi, vero? Se parli o meno, intendo. Mi dispiace, Johnnie, mi dispiace sul serio. Dev’essere frustante non avere nessuno con cui confidarsi, specie dopo quello che è successo a zio Jordan… ma il punto è che non ti fa bene tenere tutto dentro solo perché sei convinto di essere circondato da persone a cui non importa niente di te. Non sei solo, Johnnie, hai chi ti vuole bene. Anche se adesso non ci credi, io te lo garantisco lo stesso. Inoltre, penso che dovresti trovarti un amico. Almeno uno. Pensaci su: non c’è proprio nessuno in quel collegio che ti ispira fiducia?”

Johnnie ci pensò su, per davvero, e giunse a conclusione che l’unica persona ad ispirargli un senso di fiducia e – perché no – di amicizia fosse Casey Johns, il ragazzo albino, solo che non conosceva alcun modo per approcciarlo che non implicasse l’uso della voce.

A parer suo esistevano così tanti mezzi per comunicare, proprio non capiva perché molte persone si ostinassero a utilizzare solo quello.

“Allora?”, insistette Kenzie, che era una delle tante. “Perché non parli?”

Di nuovo quella domanda. Voleva una risposta? Bene, Johnnie gliela diede: “Parlare, parlare, parlare… A cosa serve parlare se ormai nessuno più sa ascoltare, se ormai nessuno più si sforza di capire? Assolutamente a niente. Spesso, le persone che tengono la bocca sempre aperta hanno una mente molto chiusa.”

Non ebbe modo di verificare se sua cugina avesse colto il messaggio, non si curò minimamente di osservare che espressione avesse assunto perché riuscì a visualizzarla in anticipo nella propria testa: labbra schiuse, guance lievemente arrossate, sopracciglia sollevate.

Stavolta fu lei a tacere e Johnnie pensò che non sarebbe potuta andare diversamente.

 

Casey non ce la faceva più, era stremato. Lavare i pavimenti di tutte le aule del piano era snervante, specie se fatto per due giorni consecutivi.

“Uff!”, sbuffò mentre strizzò il panno per l’ennesima volta. Rovesciando il secchio, udì il rumore di un oggetto metallico che cadde a terra e non ci impiegò molto a capire che si trattasse del suo portafortuna: un portachiavi a forma di chitarra in miniatura, una Gibson SG Special, come quella che suonava lui.

Mise da parte lo spazzolone e il secchio e si chinò per raccoglierlo, ma era già finito in altre mani.

Casey non si era neanche lontanamente accorto che il ragazzo dai capelli corvini si trovasse lì con lui e che fino a poco prima stesse spolverando la cattedra.

Non fece in tempo a chiedersi come facesse quel tipo a essere così silenzioso persino nelle azioni che subito gli venne spontaneo indicarlo.

“Tu!”, esclamò con un tono di voce che, accompagnato da un indice a un palmo dal viso, dovette suonare un po' ostile alle orecchie del ragazzo, che arretrò sconcertato, rigirandosi il portachiavi tra le mani. “I tuoi capelli… sì, li riconoscerei ovunque!”, aggiunse dopo averli osservati con attenzione, stavolta con un tono più calmo. “Io e te siamo in classe insieme. Tu sei quello che…”

“Ha rotto l’orologio di Russell? Sissignore!”, lo precedette il corvino, elargendo un sorriso.

Casey, allora, si protese in avanti per riprendersi il portachiavi, invece fu il ragazzo a riporglielo nelle mani.

“Non preoccuparti di ciò che perdi”, gli disse, “preoccupati piuttosto delle mani in cui finisce. Le mie sono sicure. Bel portachiavi, Casey.”

Casey indugiò prima di rispondere: “Ti ringrazio...”

Non ricordava proprio il suo nome e pensava che se l’avesse chiamato Bailey, per cognome, avrebbe fatto ugualmente una brutta figura, perciò lasciò la frase in sospeso.

“Johnnie”, terminò l’altro al suo posto. “Johnnie Bailey.”

Casey gli strinse la mano con riluttanza, non sapeva cosa aggiungere se non: “Finalmente so come ti chiami.”

“Non ricordavi davvero?”

“È difficile ricordare il nome di uno che non parla e non si fa parlare.”

“Hai ragione”, ammise Johnnie, fingendo di ritornare a spolverare la cattedra mentre Casey finse di ritornare a lavare il pavimento, sebbene entrambi avessero già finito di svolgere le mansioni che gli erano state assegnate.

Mantennero il silenzio per qualche minuto, poi Johnnie iniziò a guardare Casey di sottecchi e attese che lui lo notasse per chiedergli: “Hai impegni adesso?”

“No. E tu?”

“No.”

“Quindi… cosa possiamo fare?”                                         

“Amicizia”, rispose risolutamente Johnnie. Depose il flacone di detersivo e lo strofinaccio e si sedette a terra a gambe incrociate, la schiena contro la parete, esortando Casey ad avvicinarglisi con un gesto della mano. “Perfetto”, disse quando l’altro ebbe preso posto. “Parla, sono tutt’orecchi.”

“Ma non so cosa dire.” Non ottenne alcuna risposta, pertanto decise di focalizzarsi nuovamente sui suoi capelli, commentando: “Mi piacciono.”

“Grazie. Nel caso te lo stessi chiedendo: no, non sono tinti. Mia madre dice che il loro colore è dipeso da una specie di mutazione genetica che c’è nella mia famiglia, infatti anche una mia bisnonna li aveva così”, spiegò Johnnie. “E comunque anche i tuoi sono molto belli”, aggiunse, spettinandogli un po' il ciuffo.

Casey si sentì quasi commosso: nessuno gli aveva mai fatto i complimenti per il suo colore di capelli. Tutte le persone che in passato lo avevano definito un bel bambino, di lui avevano apprezzato sempre e solo il viso, mai il colore o quantomeno il taglio dei capelli. Il primo a scagliarsi contro il suo ciuffo scalato era suo padre, che spesso gli ordinava di tagliarlo sostenendo che gli conferisse un aspetto “da frocio”, come se sapesse quali fossero le capigliature più in voga fra gli omosessuali, ma Casey continuava a portarlo con orgoglio.

“Grazie, sei gentile.”

“Sono sincero”, rettificò Johnnie. “Sono particolari, e a me le cose particolari piacciono.”

Casey sorrise. Era stato l’istinto a dirgli che quel ragazzino era diverso da tutti gli altri, così falsi e manipolatori, e seguirlo si era rivelata la scelta giusta.

Il modo in cui aveva rotto l’orologio di Russell solo per difenderlo dalle sue prevaricazioni e quel complimento sui capelli bastavano a dimostrargli che l’immagine di Johnnie che aveva elaborato nella propria testa coincidesse perfettamente con la realtà, tuttavia voleva scoprire di più su di lui, voleva scoprire quale motivo ci fosse alla base del suo silenzio.

“Vorrei farti un’altra domanda”, disse.

“Puoi chiedermi ciò che vuoi”, rispose Johnnie.

“Perché non parli? Sono quasi certo di essere il primo a cui rivolgi la parola, qui.”

“Perché dovrei farlo?”, eluse la domanda Johnnie. “Le parole non sono l’unico mezzo per comunicare, Casey. Se hai un pensiero, alla gente arriverà anche se non aprirai bocca, perché ci sono tanti altri modi per esternarlo. Con uno sguardo puoi farlo, con il silenzio altrettanto. Tacendo, fai automaticamente tacere tutti quelli che ti puntano il dito contro. È degnandoli della tua più totale indifferenza che gli farai capire che essere diverso da loro ti rende superiore e fiero. Vedi? Non serve parlare.”

Casey annotò mentalmente quel suo piccolo monologo e decise che avrebbe riflettuto su.

Quel ragazzino taciturno e apparentemente imperturbabile era in realtà molto saggio e profondo.

“Capito”, convenne, “anche se io penso che tu abbia molto da offrire a parole. Servendoti esclusivamente di silenzio e sguardi rischi di più di essere frainteso, perché entrambi possono essere interpretati in più modi diversi da chi hai intorno, mentre se esprimi il tuo pensiero a parole no.”

“Anche le parole possono essere fraintese”, obiettò Johnnie.

Casey alzò le mani. “Okay, è vero, ma così è difficile farti capire dalle persone.”

“Non m’interessa farmi capire dalle persone. M’interessa capire loro.” Il corvino volse il capo altrove. “Sai, ho un metodo per riuscirci”, ricominciò. “Lo chiamo metodo in tre mosse.”

“Metodo in tre mosse?”, ripeté Casey.

Johnnie annuì. “La prima consiste nell’osservare tutti; la seconda, invece, la chiamo selezione, perché mi aiuta a distinguere fra tante persone quella che mi colpisce particolarmente; l’ultima è lo studio dei suoi comportamenti”, spiegò all’altro che intanto lo guardava ammirato. “È così che mi sono convinto ad avvicinarmi a te. Forse non te ne sei mai accorto, ma io non ti ho mai perso di vista, ti ho studiato con cura. Ho capito che io e te siamo molto simili. Ho capito che io e te siamo destinati a diventare ottimi amici.”

E fu così che, quando Johnnie ruotò nuovamente la testa verso di lui, gli occhi di Casey brillarono come non accadeva ormai da tempo.

Il suo nuovo amico disse che amava osservare i tramonti, perciò lo prese per mano e insieme si diressero verso la finestra per assistere al momento in cui il sole spariva sotto l’orizzonte.

Le sfumature di rosso che campivano il cielo risvegliarono nei due ragazzi il desiderio di uscire da quelle mura in cui si sentivano ogni giorno oppressi da ordini e rimproveri per poter riavere la loro libertà, la loro vita, che pure se non era perfetta era comunque migliore di quella che erano costretti a vivere all’Hamilton.

Fu subito sera e la luna piano piano divenne trasparente, osservando il suo bagliore una lacrima salata bagnò la guancia di Casey mentre Johnnie con la sua mano gliel’asciugò dolcemente, sussurrandogli: “Va tutto bene.”

Casey scosse la testa e gli diede le spalle, non voleva assolutamente farsi vedere in quello stato, non voleva la compassione di Johnnie, non voleva la compassione di nessuno. Avrebbe preferito piuttosto sprofondare, sparire dalla faccia della terra per poter piangere a dirotto per tutto il tempo che voleva e riapparire solo dopo essersi calmato, come se nulla fosse successo.

Johnnie, intanto, gli aveva passato un fazzoletto e l’aveva esortato a spiegargli quale fosse il problema. Aveva aspettato pazientemente che lui si asciugasse le lacrime prima di chiedergli di nuovo: “Cosa c’è che non va?”

“Tutto”, rispose Casey dopo varie suppliche da parte del corvino. “Odio stare qui, voglio andare via. Voglio casa mia, voglio la mia stanza, i miei vestiti, mia sorella, il mio gatto e la mia chitarra, perché qui mi è stato tolto tutto e sono loro la ragione per cui sono qui: perché mi odiano!” gridò. Ancora una volta, il dolore aveva offuscato i suoi sensi, trasformandolo in ciò che lui odiava diventare. Eppure, nonostante tutto, Johnnie non cedette, neanche quando Casey provò a svincolarsi dalla sua presa, ma anzi lo accolse tra le proprie braccia e gli fece poggiare la testa sulla propria spalla, rimanendo immobile in quella posizione finché i suoi singhiozzi e i suoi tremori non cessarono.

“Su, non piangere più” gli disse. “Chi sono loro?”

“I miei genitori”, rispose Casey.

“E cosa ti fa pensare che i tuoi genitori ti odino?”

“È così e basta, altrimenti non cercherebbero sempre di correggermi per farmi diventare il “figlio perfetto” che vorrebbero, mi lascerebbero essere chi voglio.”

“E tu chi vorresti essere?”

Casey alzò gli occhi e ci pensò su. “Sai, la mia passione più grande è la musica e suono la chitarra da quando avevo circa sette anni. La mia sorella gemella, invece, canta e quando eravamo molto piccoli dicevamo che un giorno saremmo diventati delle rockstar.” Sorrise, per un attimo gli parve di riascoltare le loro vocine da bambini. “Era il nostro sogno e lo è ancora, infatti speriamo di riuscire prima o poi a trovare anche un bassista e un batterista così da poter fondare addirittura una band. Non riesco a immaginare il mio futuro senza la mia chitarra. Non diventerò mai il nuovo Jimi Hendrix, questo è sicuro, ma non voglio rinunciare al mio sogno. Non posso farlo: la musica è l’unica cosa in cui posso sperare di eccellere, perché sento di non essere bravo in nient’altro. O almeno, in nient’altro che possa andar bene ai miei genitori. Vorrei semplicemente che mi appoggiassero una volta tanto, ma mi rendo conto di chiedere troppo.” Tornò con lo sguardo a Johnnie e gli chiese: “Pensi sia stupido? Il mio sogno, intendo.”

“No, per niente”, negò il corvino. “Anzi, ti dirò di più: io suono proprio il basso, perciò, se vorrai, potrai contare su di me. Ma non solo come bassista.”

“Grazie.”

“E”, proseguì Johnnie, “dato che attualmente sei l’unico di cui mi fido, voglio confessarti un segreto, ma giura che non lo racconterai a nessuno.”

“Giuro!”, garantì Casey, la mano sinistra sul petto.

Johnnie sospirò e si morse il labbro inferiore prima di proferire, non senza provare alcun dispiacere, che suo padre era in coma da qualche mese.

Casey sgranò gli occhi, sperò che stesse scherzando anche se sapeva che non era così; d’altronde che motivo avrebbe avuto Johnnie per mentirgli su una questione così seria?

“Mi dispiace tanto”, disse, “com’è successo?”

“Incidente. Io e mia madre eravamo usciti dal supermercato e lui, che si trovava sul marciapiede di fronte, aveva deciso di attraversare la strada per raggiungerci. Era sera, pioveva, non c’era quasi nessuno in strada, nessuna macchina. Così sembrò a mio padre prima che un pazzo sbucato da un vicolo oltrepassando il limite di velocità lo investisse in pieno. La botta fu forte, lui perse i sensi e mia madre chiamò subito un’ambulanza. In ospedale ci dissero che aveva subìto un trauma cranico abbastanza grave e che era necessario indurgli un coma farmacologico per permettergli di guarire. Altrimenti… altrimenti non avrebbe superato la notte.” Johnnie fece una pausa e tirò su col naso, stavolta fu lui a farsi asciugare le lacrime da Casey, il quale gli ricordò che non era obbligato a terminare il racconto se non se la sentiva.

Ma, adesso che aveva trovato un amico disposto ad ascoltare la sua voce, Johnnie non voleva saperne di tornare al silenzio.

“Adesso sai anche perché sono qui. Dopo l’accaduto, mia madre disse che non avrebbe più potuto occuparsi di me regolarmente, sia a causa del lavoro che della situazione di mio padre, perché sarebbe dovuta passare da lui in ospedale ogni giorno. Vedi, io sono figlio unico e, se mia madre non mi avesse iscritto in questo collegio, sarei rimasto solo a casa dalla mattina alla sera, perché oltre a lei non ho nessuno che possa occuparsi di me. La verità è che non ho un buon rapporto con gli altri parenti, per me è come se non ci fossero e, quando ci sono, sanno solo urtarmi il sistema nervoso. Mia madre, quindi, si è vista costretta a rinchiudermi qui. Ci ha riflettuto a lungo, ha pensato a tutte le opzioni possibili per evitarmi il collegio, ma alla fine questa si è rivelata l’unica soluzione. Mio padre è ancora in condizioni critiche, ma i medici dicono che ci siano buone possibilità che si riprenda e che tutto torni come prima. E io spero tanto sia vero.”

Casey, commosso, gli accarezzò una spalla. “Cosa farai dopo?”

“Be’, mia madre mi ha promesso che, non appena lui si fosse risvegliato, mi avrebbe tirato fuori di qui e avrebbe chiesto il trasferimento in una normale scuola.”

Casey increspò le labbra in un sorriso. “Te lo auguro con tutto il cuore. Un ragazzo così dolce e gentile come te non merita di stare qui.”

“Penso lo stesso di te”, rispose Johnnie. Guardò la finestra, fuori era praticamente notte. “Secondo te che ore si saranno fatte?” chiese, ma prima ancora che Casey potesse azzardare un’ipotesi vennero entrambi storditi dal suono della campanella.

“Ora di cena”, costatò. “Ti siedi con me al tavolo?”

“Sicuro”, accettò Johnnie. “Ti avverto, però, che dovrai farmi assaggiare qualsiasi cosa avrai nel piatto. È vero che sono uno scricciolo, ma sono anche molto goloso.”

“E se non volessi?” domandò Casey con finta contrarietà.

Johnnie fece spallucce. “Pazienza, significa che sgraffignerò ciò che voglio con le mie mani.”

“E va bene”, sospirò Casey, “non mi lasci altra scelta, perciò mi toccherà condividere il mio cibo con te.”

Fece una smorfia e Johnnie ricambiò con un’altra. Venne a entrambi da ridere, ma si riguardarono bene dal farlo per non attirare sguardi indiscreti. Attraversarono il corridoio camminando fianco a fianco e scambiandosi di tanto in tanto qualche sguardo furtivo con la stessa complicità che s’instaura sempre in un rapporto di amicizia destinato a durare.

Ritorna all'indice


Questa storia è archiviata su: EFP

/viewstory.php?sid=3986901