Amor ch'a nulla amato amar perdona

di Chiara Capocci
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prologo ***
Capitolo 2: *** I ***
Capitolo 3: *** II ***
Capitolo 4: *** III ***
Capitolo 5: *** IV ***
Capitolo 6: *** V ***
Capitolo 7: *** VI ***
Capitolo 8: *** VII ***



Capitolo 1
*** Prologo ***


4 marzo 1489

Donato Benci giaceva esanime sul letto di morte.
Il trapasso era stato tranquillo, sebbene l'uomo soffrisse da tempo di diversi malesseri fisici che nell'ultimo periodo lo avevano costretto a letto: la notte precedente prima di andare a dormire aveva recitato una preghiera con la figlia, si era coricato e la morte l'aveva colto nel sonno.
Al suo capezzale era riunita quella parte della famiglia Benci più vicina al defunto, comprendente i fratelli Bartolomeo e Francesco, la nipote Ginevra di Amerigo e la vedova Bartolomea con la figlia Ginevra di Donato.
La piccola, seduta sulle gambe della sua omonima più adulta, era serena in volto e finanche nell'animo. Dalla sua fede incrollabile e il profondo affetto, reciproco, che la legava al padre le derivava la gioia per il fatto che Donato dovesse aver smesso di soffrire, e la convinzione che un uomo buono e amorevole come lui non potesse in quel momento trovarsi altrove che in Paradiso.
Gli adulti erano in piedi vicino la sponda sinistra del letto, esclusa Ginevra di Amerigo.
La donna, nel vedere la dodicenne Ginevra di Donato al capezzale dello zio, era incalzata dai ricordi della morte di suo padre quand'ella era di poco più piccola. Quanta sofferenza aveva provato nel vedersi portare via da un male misterioso quel genitore meraviglioso da cui aveva ripreso l'amore per i libri e le poesie! Ma ne era passato di tempo da allora, e ora non era rispettoso sovrapporre alla figura di Donato quella di Amerigo Benci, specie tenendo presente che in famiglia si era sempre rimproverato al primo di assomigliare assai poco al fratello. Ginevra de' Benci cercò dunque una distrazione alzandosi dal capezzale del defunto per dirigersi alla finestra, dopo aver fatto scendere dalle proprie ginocchia la giovane cugina e averle intimato di raggiungere la madre all'altro capo del letto.
Bartolomea l'avrebbe volentieri presa accanto a sé se Francesco Benci non l'avesse preceduta invitando la bambina a mettersi vicino a lui.
Quest'atteggiamento nascondeva neanche troppo velatamente la volontà di indirizzare un messaggio a Bartolomea, quello per cui a sua figlia avrebbe giovato la lontananza da lei, concordemente alla pessima opinione che Francesco aveva della cognata. Per l'uomo, infatti, Bartolomea de' Nasi era poco più che una sgualdrina, una donna immorale che, accecata dalla lussuria e dalle attenzioni del potente di turno, aveva venduto l'onore dei Benci, la famiglia che l'aveva accolta quand'era poco più che una bambina.
Bartolomea incassò il colpo. Del resto poco le importava delle provocazioni del cognato, le uniche armi che aveva per colpirla. Sapeva che se avesse potuto Francesco sarebbe arrivato a strapparle la custodia di Ginevra, ma, per l'appunto, non ne aveva la facoltà, in quanto nel suo testamento il marito Donato aveva nominato tutore della figlia il Magnifico Lorenzo, l'unico a disporre di "omnibus de dicta Ginevra" e che mai avrebbe avallato le pretese di Francesco a scapito di Bartolomea.

Il gruppo familiare aveva appena rotto l'adunata che Francesco Benci, sinuoso e venefico, non pago della precedente provocazione nei confronti di Bartolomea, incamminandosi verso l'uscita si accostò alla cognata sussurrandogli parole di sfida.

"La morte di mio fratello sarà il tuo lasciapassare per altre dissolutezze?"

Bartolomea alzò lo sguardo nella direzione dell'uomo. La domanda del cognato le aveva portato alla mente lo scenario drammatico che le si prospettava, quanto mai distante da un lasciapassare per altre dissolutezze. Vedova con una figlia a cui assicurare un futuro dignitoso, con un padre defunto da anni e invisa ai parenti del marito, l'unica sua possibilità era quella di implorare ospitalità ai suoi fratelli, nella speranza che la figlia contraesse matrimonio presto e che lei stessa potesse rimaritarsi, relativamente giovane com'era. Certo, rimaneva la possibilità di pretendere da Lorenzo ch'egli intervenisse per trovarle un nuovo coniuge in virtù di quanto c'era stato tra di loro, ma come fare se proprio lui le aveva spezzato il cuore?
E poi, se anche fosse riuscita a relazionarsi di nuovo con lui e a risposarsi per sua intercessione, cosa ne sarebbe stato della figlia Ginevra? Non poteva certo chiedere di combinare un matrimonio anche a lei, sarebbe stato troppo opportunistico, e quasi un voler strumentalizzare per fini materiali la sua passata relazione col Magnifico, come fosse stata una prostituta.
Più Bartolomea de' Nasi pensava al suo futuro da vedova con una figlia dodicenne, più le si prospettava l'eventualità di non riuscire a salvaguardare sia lei che Ginevra. Evidentemente qualcosa andava sacrificato. "Sacrificherò me stessa" pensò Bartolomea. "Quello che conta è che la mia piccola non abbia a patire. Di me sarà quel che sarà, e questa precarietà del resto la merito come punizione per i miei peccati".


"Che ne sarà di te, madre?" furono le parole, le prime pronunciate in quella giornata, che Ginevra di Donato rivolse a Bartolomea al termine della cerimonia funebre, mentre tornavano a casa.

Era un'adolescente intelligente, tanto da aver compreso chiaramente i dissapori esistenti tra la madre e gli zii, in grado di compromettere la vita familiare che si conduceva da che lei aveva memoria. Sapeva che lei e Bartolomea agli occhi dei Benci non erano equivalenti: Bartolomea era un'estranea, mentre lei, in quanto nata da un loro parente, era sangue del loro sangue, un elemento della famiglia che andava preservato in seno alla schiatta, tanto più se figlia innocente e sfortunata di una madre degenere qual era considerata dagli zii.

"Dovresti chiedere al Magnifico Lorenzo di proteggerti e offrirti sostegno. Se non lo farai tu lo farò io"

Nell'udire parole così lucide e imperiose Bartolomea arrestò il passo, costringendo la figlia a fare altrettanto. Pensò che fosse la paura a rendere Ginevra così acuta e pragmatica, perciò le accarezzò i capelli e la abbracciò, mentre l'esortazione della figlia produceva in lei pensieri incalzanti.
Era arrivato il momento di capire cosa fare non solo della sua vita, ma anche di quella di sua figlia. Rimanevano valide le conclusioni delle riflessioni di quella mattina: qualsiasi cosa fosse stata decisa, andava decisa tenendo presente il bene di Ginevra e non il suo, e il bene di Ginevra era obiettivamente quello di rimanere in casa Benci, qualsiasi cosa fosse stato di lei. Era un pensiero terribile e angoscioso, per l'inevitabile circostanza per cui Ginevra, se non avesse contratto matrimonio di lì a poco, sarebbe cresciuta in un ambiente dove la madre era fortemente disprezzata e stigmatizzata: per quanto considerasse peccaminosa e riprovevole la vita che aveva condotto da due anni a quella parte -tradendo un marito esemplare e compromettendo l'onore di una famiglia, quella dei Benci, che l'aveva accolta quand'era appena quattordicenne-, Bartolomea scoppiò in lacrime.
Ginevra assistette impassibile al pianto di sua madre, che riteneva la reazione più naturale per un'indole debole come quella di Bartolomea. La giovane infatti, davanti alla circostanza per cui sua madre aveva intrapreso una relazione clandestina e ora si trovava a sperimentarne le conseguenze, lungi dal colpevolizzarla eccessivamente, pensava alla donna che l'aveva messa al mondo come ad una vittima in primis della sua natura di femmina, intimamente corrotta, e subito dopo della sua mollezza caratteriale, tale da non averle permesso di porre freno agli istinti. Tutto ciò faceva sì che Ginevra desiderasse per Bartolomea un futuro clemente, che, in considerazione del fatto che sua madre non era malvagia quanto fragile, potesse permetterle magari di redimersi, mentre lei stessa avrebbe contribuito con la sua vita ad espiare i peccati commessi dalla Nasi.
Per quanto riguardava il Magnifico Lorenzo, che Ginevra aveva evocato come protettore, la possibilità ch'egli rientrasse nella vita di sua madre non la turbava minimamente, dal momento che non avrebbe potuto nuocere a nessuno, ora che Donato Benci se n'era andato. Ginevra aveva di Lorenzo, che peraltro era anche suo tutore legale, un'opinione altissima, e solo il grande amore che portava alla memoria di Donato le impediva di pensare a lui come ad un secondo padre: del resto era l'unico che avesse compreso la sua natura e l'avesse incoraggiata ad assecondarla; ogniqualvolta poi pensava ai versi che le aveva dedicato con grande sensibilità ed affetto, le veniva da commuoversi e da decantare Lorenzo quale un uomo sommamente buono e dignitoso, talmente buono e dignitoso da spingerla a sorprendersi di come avesse potuto compiere adulterio insieme a sua madre.
La giovane Ginevra non poteva immaginare che in realtà, lungi da Lorenzo, sarebbe stata principalmente lei stessa, con le azioni che avrebbe compiuto di lì a poco, ad assicurare alla madre il futuro clemente che si auspicava per lei , futuro in cui Bartolomea si sarebbe dimostrata una donna tutt'altro che fragile e caratterialmente debole.

* * *

Gualtieri Alisi aveva la grande capacità di rimanere impresso a chiunque lo incontrasse e avesse l'occasione di sentirlo suonare: il virtuosismo che caratterizzava le sue dita alla viola era raro, connotando la musica ch'egli produceva come una melodia unica ed ipnotica. Da quando i Benci erano riusciti ad inserirlo negli ambienti della corte papale, una decina di anni prima, come semplice cantante, l'uomo aveva messo a frutto la poliedricità che gli era propria per imparare a suonare la viola, e così facendo era diventato in poco tempo il vanto di quell'orchestra che animava le serate di papa Sisto prima e di papa Innocenzo poi.
Poteva dirsi senza alcun dubbio ch'egli avesse un'indole artistica, giacché l'azione di suonare la viola era da lui caricata di sentimento ed estro, lungi dal configurarsi come una meccanica abitudine atta ad assicurargli sostentamento e vantaggi dal punto di vista materiale. Tale circostanza era evidenziata dalla tendenza di Gualtieri a ricercare più composizioni possibili, da suonare per sé in primis e successivamente da proporre alla corte. Se Sisto, amante dell'arte e della musica, pretendeva dai suoi musici un massiccio ricambio di pezzi, assecondando la spasmodica ricerca dell'Alisi, la stessa cosa non poteva dirsi di Innocenzo, e solo la passione di Gualtieri assicurava alla corte papale una vasta gamma di composizioni.
Egli, per forza di cose, cantava e suonava brani che avevano origine in diverse parti della penisola, contravvenendo al campanilismo tipico dell'Italia di quel periodo: era invero un cosmopolita, e in ciò l'aiutavano le sue origini.
Gualtieri Alisi non era infatti né romano, né fiorentino, sebbene vivesse a Roma e avesse abitato anni prima nella città del Giglio. Era nato a Bisceglie, nel regno di Napoli, quale figlio illegittimo di un ricco mercante che per affari si recava spesso a Firenze, e in un'occasione aveva portato quel ragazzo che sentiva quanto mai distante da sé, data la di lui indole e il di lui status di figlio illegittimo.
Il caso volle che il fondaco dove alloggiavano fosse vicino a via dell'Agnolo, laddove era sita la bottega di mastro Verrocchio, con il suo variopinto retrobottega ricco di opere d'arte in vendita.
Come poter parlare dell'incanto che i colori e quelle composizioni realistiche, la lucida finitezza del marmo e la splendente patina delle sculture bronzee destavano nel giovane Gualtieri? L'animo era ricolmo di gioia e intima soddisfazione, come quella di un marinaio che abbia trascorso tanto tempo in mare e sia finalmente riuscito a toccare terra. La vita che aveva trascorso fino ad allora era il mare; l'Arte, che in quelle opere così a misura d'uomo gli si svelava ora nella sua forma più tangibile come fine prodotto dell'ingegno umano, era la terra. L'uomo poteva creare simili prodigi, e la via per poterlo fare, come scoprì presto Gualtieri, era quella di entrare come allievo in quella fucina di bellezza. La portata epifanica di una simile consapevolezza lo fece rinascere a nuova vita, o venire al mondo per la prima volta.
La sensibilità artistica di Gualtieri però non poteva che scontrarsi con i progetti che suo padre aveva per lui: la bottega del Verrocchio non solo gli era interdetta, ma non poteva neanche essere nominata, pena le mortificanti asserzioni del padre circa la sua nascita illegittima, con le connesse considerazioni sul fatto che quel ragazzo non faceva altro che rivelarsi come un errore.
Fu allora che Gualtieri, con la caparbietà che era propria del suo carattere, mise a punto una strategia che si sarebbe rivelata, poi, vincente, mettendo da parte i sogni e adempiendo alla volontà del padre. Il mondo degli affari divenne per lui un libro aperto, tanto che suo padre, sebbene avesse solo quindici anni, arrivò a dividere con lui i profitti. Gli permise anche, sebbene solo per lavoro, di viaggiare per l'Italia: e dunque Gualtieri ebbe modo di tornare a Firenze, deciso a lasciare quella vita che gli stava stretta per abbracciare quella che desiderava e che sentiva congeniale a sé. Al suo idealismo però si accompagnava anche una solida lungimiranza, grazie alla quale sentiva di dover avere delle garanzie in merito al suo futuro, non potendo permettersi assolutamente di partire alla cieca, rischiando di perdere tutto. Fu così che, prima di fuggire dal suo vecchio mondo, si presentò al cospetto di Andrea del Verrocchio, chiedendogli di poter entrare nella sua bottega. Avrebbe volentieri implorato se il suo orgoglio non glielo avesse impedito: ma non ce ne fu bisogno, fortunatamente. Mastro Verrocchio, inizialmente scettico circa l'età del ragazzo che aveva di fronte, troppo tarda secondo gli standard di un apprendistato, rimase successivamente colpito dalla sua storia, così singolare e ammirevole. Sebbene il buonsenso gli dicesse di lasciar perdere quel garzone che sembrava destinato a tutt'altra vita, che non aveva mai messo mano alla matita, che aveva un padre che molto probabilmente lo avrebbe reclamato, portando grane a lui e alla sua bottega, Andrea decise di accogliere Gualtieri Alisi tra i suoi allievi, affidandogli l'iniziale mansione di occuparsi della sua bottega in chiave imprenditoriale, viste le sue competenze in ambito mercantile.
I primi mesi di Gualtieri Alisi nella bottega di mastro Verrocchio non furono piacevoli: passare tutto a controllare i libri contabili alla ricerca di spese eccessive o inutili gli dava l'impressione di essere rimasto a Bisceglie, con l'aggravante di stare a pochi metri dal luogo dove avveniva la creazione artistica, senza però potervi prendere parte. Per non parlare poi del timore continuo che suo padre potesse raggiungerlo e il maestro cedesse alle sue pressioni per riaverlo indietro! Gualtieri pensava ad una simile circostanza con lo stomaco sottosopra e un acuto senso di sbandamento. Tornare sotto al tetto paterno sarebbe stata una tortura dell'anima. Piuttosto che subire le ritorsioni del genitore sarebbe scappato di nuovo, magari in Francia o in Inghilterra, e avrebbe lavorato duro, al servizio di chiunque gli avesse teso la mano, fosse pure il Diavolo in persona.
Ma, fortunatamente per la sua anima di cristiano, suo padre non l'aveva reclamato, e dopo un anno di avveduta gestione finanziaria della bottega, mastro Verrocchio gli aveva permesso parallelamente di partecipare alla vita di bottega in qualità di garzone. O meglio, aveva sentito parlare di un mercante pugliese in visita a Firenze alla ricerca del figlio scomparso da qualche mese, ma non ci si era mai imbattuto, complice l'abitudine a restare chiuso nella bottega del Verrocchio, sia per la mole non indifferente di lavoro, sia per la paura di incontrarlo.
Ma, al principio del 1475, Gualtieri sentiva che suo padre dovesse essere lontano, richiamato dai suoi affari nel Meridione, e anche se così non fosse stato, la sua recente promozione a garzone gli dava un entusiasmo e una leggerezza tali da farlo sentire invincibile... Avesse incontrato suo padre per le vie di Firenze l'avrebbe affrontato a viso aperto.
La promozione a garzone di Gualtieri Alisi coincise con il periodo in cui, nella bottega di mastro Verrocchio, due opere su tutte catalizzavano l'attenzione e l'operosità della bottega intera: il David e il Battesimo di Cristo.
Fu allora che Gualtieri fece la conoscenza forse più importante della sua vita, che avrebbe indirizzato il corso della sua esistenza rendendolo l'uomo che era in quella primavera del 1489. Leonardo aveva appena sette anni in più di Gualtieri, ma dal primo momento in cui interagirono il ragazzo di Vinci rappresentò per l'Alisi quel padre spirituale in grado di catalizzare tanto l'atavico bisogno di affetto che il giovane Gualtieri, per forza di cose, aveva dovuto reprimere, -stretto com'era tra il rapporto conflittuale con il suo vero padre e una vita dedita agli affari prima, e al caparbio inseguimento dei propri sogni poi- quanto la realizzazione della personalità artistica del giovane. A ventitré anni infatti, Leonardo da Vinci possedeva già una saggezza e un'intelligenza emotiva in grado di assolvere perfettamente al ruolo di mentore, tanto nella vita quanto nell'arte.
L'incontro tra i due avvenne in una circostanza pittoresca, quasi boccaccesca: Gualtieri era il testimone delle uscite notturne di Leonardo e Sandro, quel pittore già affermato che tuttavia frequentava ancora bottega e veniva chiamato Botticello, e in un'occasione aveva deciso di seguirli, per scoprire il motivo di tante ripetute fughe di soppiatto.
Si scoprì che i due stavano supervisionando l'ultimazione e il collaudo di una taverna, nella zona di Ponte Vecchio, avendone preso la gestione all'insaputa di tutti, soprattutto del Verrocchio, per quanto l'attività non interferisse minimamente con la vita di bottega...L'una infatti li avrebbe occupati la sera e la notte, l'altra il giorno. Più che altro sapevano che il maestro li avrebbe scoraggiati, appellandosi a quel buonsenso che suggeriva di lasciar perdere attività notturne che nell'immaginario comune erano assimilabili a pratiche e frequentazioni lascive.
“Già”, gli avrebbe detto mastro Andrea, “siete due pittori, vale a dire due bischeri senza arte né parte, letteralmente senza Arte, privati come siamo noi del diritto a raggrupparci in una corporazione autonoma che porti il nostro nome... vi manca solo di mischiarvi a sodomiti e puttane!”
Quando l'attività di Leonardo e Sandro divenne di pubblico dominio, il Verrocchio non esitò a redarguirli usando termini analoghi: ma ormai le porte dell'Osteria erano state aperte, e non già per sodomiti e prostitute, quanto piuttosto per gente onesta che avesse voluto ristorarsi permettendo ai due giovani proprietari di guadagnare qualcosa.
L'Osteria delle Tre Rane, come Leonardo e Sandro l'avevano chiamata, attirava gli avventori per le due variopinte insegne dipinte a mano e per i fondali artistici che, rubati dai depositi della bottega del Verrocchio, si intravedevano dall'entrata, ma invero non favoriva la loro permanenza né tantomeno il loro ritorno. I fortunati che riuscivano a districarsi col menù, scritto da destra verso sinistra dal Da Vinci e reso più comprensibile solo dai disegni delle pietanze realizzati da Botticelli, dovevano fare i conti con vivande fantasiosamente reinventate, in grado di incontrare il gusto di pochi.
Nel corso delle nottate all'Osteria, l'amicizia tra Leonardo e Gualtieri si consolidò nei modi e nei termini sopraddetti, tanto che l'Alisi era presente quando Leonardo e Sandro dovettero chiudere i battenti dell'Osteria, e se ne dolse tanto quanto loro; nell'estate del 1475 Gualtieri accompagnava Leonardo in casa Benci in occasione della realizzazione del ritratto di Ginevra per mano del giovane artista, gettando le basi per quel consolidamento dei rapporti con la famiglia fiorentina che sarebbe stata fondamentale per il suo inserimento nell'orchestra papale.
Fu grazie a Leonardo, peraltro, che Gualtieri scoprì la sua vocazione per la musica e il canto, dopo l'ennesima crisi dovuta ad un rifiuto di mastro Verrocchio a concedergli di lavorare a fianco di Leonardo nel Battesimo di Cristo. Gualtieri non avrebbe desiderato altro, se non per ambizione personale per l'intensa volontà di collaborare con l'amico, affinché il loro sodalizio umano potesse tradursi in un sodalizio artistico, con l'obiettivo finale di creare bellezza, a maggior gloria di Dio.
Gualtieri era ancora molto giovane, ma ciò non gli impedì di provare un profondo dolore allorché il rifiuto di mastro Verrocchio andò a pesare come un macigno sul timore già esistente di non essere abbastanza bravo con il disegno e la pittura. L'orgoglio dell'Alisi, che non gli avrebbe permesso di perseverare in un campo in cui non brillasse particolarmente, unito all'estremismo dei suoi diciannove anni, lo avrebbe portato ad abbandonare ogni cosa per intraprendere tutt'altra strada. Ma egli era anche molto caparbio, e troppo avveduto per gettare alle ortiche l'Arte, ciò che sognava da anni, per cui aveva sacrificato una vita di ricchezza ed agi... La presenza di Leonardo nella sua vita fu decisiva a questo proposito. Egli soffiò sul fuoco della caparbietà e dell'avvedutezza mostrandogli un'altra via, che Gualtieri non aveva mai preso seriamente in considerazione, mentre gli parlava parallelamente di impegno, costanza e dell'importanza della sperimentazione e del cimento, al fine di raggiungere quella conoscenza che, da sola, serviva a fare virtuoso un uomo. La virtù era dunque nell'umile poliedricità, e non nella presuntuosa padronanza di una sola arte, per quanto profonda, utile solo ad alimentare pensieri pregni di vanità.
Fu così che Gualtieri Alisi riprese in mano la matita per non lasciarla mai più, mentre scopriva nella musica e nel canto la sua disciplina l'elezione.

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Capitolo 2
*** I ***


"Questo viaggio mi ha dato molto da pensare, Mea"

Donato Benci irruppe nella camera da letto della moglie con il fiato corto e la voce tremante, di ritorno a Firenze dopo l'adempimento dei suoi affari in campagna. Era emozionato, e a Bartolomea bastò uno sguardo per capirlo: la spontaneità e l'incapacità di nascondere i moti dell'animo erano tra le caratteristiche salienti dell'uomo, quelle che Bartolomea preferiva, che avevano in molti casi evitato litigi nella coppia e regalato alla stessa momenti di pura dolcezza. La donna infatti intuiva subito quando Donato era stizzito con lei per qualche cosa e tendeva a blandirlo; in altri casi fiutava prontamente i suoi umori negativi, stimolando nell'uomo pensieri su quanto ella lo conoscesse bene che portavano sempre a tenere effusioni.
Bartolomea attese che Donato si sistemasse su una poltrona prima di avvicinarlo; dunque gli girò intorno sinuosa e cingendogli le spalle gli chiese di condividere con lei le conclusioni delle sue riflessioni.

"Ho pensato a me, ai miei affari, a noi Benci"

"E?"

Bartolomea prevede nelle parole del marito una delle solite menate inconcludenti che in cuor suo odiava, per quanto all'esterno si mostrasse comprensiva e disponibile all'ascolto.
La lamentela sterile non era infatti nelle sue corde, mentre Donato Benci tendeva ad indulgervi con una frequenza che risultava spaventosa tenendo presente il fatto che non era del tutto privo di qualità. Era proprio questa la circostanza che più irritava Bartolomea: la consuetudine ai piagnistei unita a delle discrete capacità, tali da poter porre un argine, volendo, alle situazioni nefaste.
Invero Donato Benci mancava solitamente di forza di volontà. Era un abulico in cui l'istinto di autoconservazione prevaleva su qualsivoglia stimolo al miglioramento, che fossero aspirazioni, speranze o sogni. Il contenuto del suo discorso, perciò, sorprese positivamente la moglie.

"Ho quarantacinque anni e conduco la stessa vita da venti, senza progressi, cambiamenti o altro che possa dargli una sferzata. Per non parlare poi del fatto che sono lo zimbello di famiglia, sebbene non ne abbia ancora capito bene il motivo. Bartolomeo cos'ha fatto oltre che correre dietro le gonne di Marietta Strozzi e immalinconirsi dopo la sua trasferta a Ferrara? E Amerigo, che ha gettato alle ortiche la sua carriera per i libri e le poesie? Da che pulpito vien e veniva la predica! Ma adesso ho l'occasione di zittirli per sempre. I Medici sono generosi con quanti si mettono sotto la loro protezione. Noi Benci saremmo ancora ai limiti del popolo minuto se non fosse stato per Cosimo de' Medici!"

Perso nella foga del suo preambolo, l'uomo ci mise un po' per arrivare al punto, ciò che Bartolomea attendeva con aria interrogativa fissando negli occhi suo marito.

"Voglio chiedere al Magnifico Lorenzo l'opportunità di riottenere il posto che fu di mio padre Giovanni come direttore generale della compagnia Medici"

Bartolomea capiva poco di banche, affari e quant'altro. Non sapeva se la richiesta di Donato fosse legittima, ma l'entusiasmo dimostrato da suo marito unito all'insolita volitività rendevano la sua idea un obiettivo per cui valeva la pena almeno tentare.

"Bene Donato, mi sembri deciso e io non posso del resto darti un parere utile come potrebbe fare qualcuno addentro al settore. Ne hai già parlato con i tuoi fratelli?"

"Dio me ne scampi!"

Nell'udire l'esclamazione del marito Bartolomea scoppiò a ridere. Effettivamente si poteva anche fare anche a meno dell'opinione di Francesco e Bartolomeo, per scaramanzia e perché i fratelli Benci sapevano essere anche molto negativi. Da quando Francesco aveva ottenuto un posto prestigioso nella filiale Medici di Avignone, si crogiolava nella sua fortuna criticando i tentativi di quanti, più in basso di lui, intendevano ascendere ad onori e ruoli di un certo spessore. Bartolomeo poi, tutto casa e chiesa, che pure in gioventù era conosciuto per la sua brillante esuberanza, era allora chiuso in uno stato di torpore e di ozio che mal si accordava alla neonata intraprendenza di Donato.

"D'accordo allora. Rendimi partecipe del modo in cui hai intenzione di concretizzare questo tuo progetto e di come posso esserti, eventualmente, di aiuto."

Donato prese per mano Bartolomea invitandola ad accomodarsi sulle sue ginocchia, in modo da poterle parlare affettuosamente più da vicino.

-"Mea, tu sarai indispensabile in questo tentativo. L'unica possibilità che ho per informare il Magnifico Lorenzo della mia proposta è quello di presentarmi a Palazzo Medici e di parlare con lui direttamente, in un colloquio privato. Ma ho il timore di poter apparire a tratti impacciato, di non parlare fluentemente come vorrei. Il Magnifico Lorenzo mi incute soggezione, perché so che per entrare nelle sue grazie c'è bisogno di cortigianeria e mondanità, caratteristiche che non ho mai coltivato, per indole e per abitudine. Altro requisito che non possiedo, ma che aggrada Lorenzo, è quello di essere una bella donna..."

"Aspetta Donato, non ti seguo, io non sono né bella né avvezza alla cortigianeria e alla mondanità... come potrei esserti utile, addirittura indispensabile?

"Mea cara, tu brilli di una dolcezza e di una gentilezza uniche, che si palesano chiaramente ogni volta che parli. Sei un fiore di donna, per carattere e per aspetto. Non credere che la bellezza risieda solo nei soliti canoni che, ad esempio, fanno di mia nipote Ginevra una delle donne più celebrate della nostra città. Ma nell'eventualità che il Magnifico Lorenzo sia un uomo dai gusti ordinari porteremo anche lei, che del resto è un'assidua frequentatrice di casa Medici, conosciuta di persona da Lorenzo."

Bartolomea rimase di nuovo stupefatta. Quante sorprese in un giorno solo! Prima suo marito Donato tornava a casa con un energia tutta nuova, poi le proponeva di aiutarlo a fare breccia in un uomo come il Magnifico Lorenzo, ritenendola perfettamente in grado. Non si stupiva tanto della buona opinione che di lei aveva il marito, quanto della prospettiva di poter effettivamente colpire il Magnifico Lorenzo, sulla quale comunque aveva delle forti riserve.
Era sicura invece di essersi fatta una opinione non buona circa questo fantasmagorico Lorenzo: dalla descrizione di Donato pareva tutt'altro che generoso, un uomo cinico capace di favorire solo adulatori e ruffiani, al di fuori di ogni ottica meritocratica, ciononostante pareva la chiave di volta per una svolta nella vita del Benci. Bartolomea sperava in cuor suo che l'idea che si era fatta del Magnifico Lorenzo non corrispondesse alla realtà, tuttavia era sicura che suo marito non avrebbe mai servito un uomo spregevole, sia perché prima di potersi dire tale un individuo avrebbe invero dovuto fare di peggio che favorire qualcuno in base alla quantità di ossequi e non per i suoi talenti, sia perché la circostanza eventuale per cui avrebbe favorito proprio lei e suo marito, molto egoisticamente, lo avrebbe in qualche modo esonerato da un tale stigma.

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Capitolo 3
*** II ***


Bartolomea de' Nasi e Lorenzo de' Medici non si erano mai incontrati prima del colloquio voluto da Donato Benci per discutere la possibilità di diventare direttore generale della compagnia Medici.
All'epoca Lorenzo era un uomo di trentotto anni, Bartolomea una donna di appena ventotto.
Col senno di poi avrebbero potuto dire che il loro incontro era stato scritto nel destino per arricchire entrambi, facendo conoscere a Lorenzo l'amore e a Bartolomea la passione.

Il passato di Lorenzo annoverava diverse donne e due interessi molto comuni anche altri uomini della sua epoca e del suo stesso status: la politica e il potere.
Queste cose, almeno con le sue due donne più importanti, Lucrezia Donati e Clarice Orsini, sembravano mischiarsi al sentimento impedendo al Magnifico di provare un amore vero e sincero. Da Lucrezia e Clarice Lorenzo riceveva invero vantaggi sul piano del suo status, quanto mai necessari per un uomo dalle ispirazioni principesche che intendeva costantemente elevarsi dal rango di figlio di mercanti e banchieri.
Lucrezia Donati era stata l'amante platonica nel periodo dell'adolescenza. Per i giovani rampolli delle famiglie fiorentine era infatti costume scegliere una dama con la quale intrattenere una relazione d'amore scevra della componente sessuale: Lorenzo aveva scelto la bellissima Lucrezia, appartenente ad una famiglia di nobili natali e più grande di lui di due anni. Il cerimoniale imponeva che l'uomo celebrasse la donna attraverso la composizione di poesie in suo onore, che esaltassero la sua bellezza e la sua virtù, e Lorenzo si era adeguato, dando forma compiuta ad un rituale d'amore di stampo petrarchesco che molti altri avrebbero seguito, a Firenze e non solo.
Invero Lorenzo scriveva poesie non solo per esperire l'invaghimento che provava nei confronti di Lucrezia, ma anche per elevare il suo status aderendo al prestigioso topos del principe poeta, con ripercussioni nell'ambito della politica e del potere.
Nel 1469 poi, ad appena vent'anni, Lorenzo si era sposato con Clarice Orsini, nobile fanciulla romana. L'unione poteva dirsi un affare riuscito: i coniugi provavano affetto e attrazione reciproca, al di là delle differenze culturali, e in dieci anni di matrimonio avevano avuto dieci figli. Clarice era una donna avvenente, orgogliosa col mondo e finanche con il marito, per cui il matrimonio sembrava una continua sfida, un intrigante gioco dove Lorenzo, non essendo mai sicuro di avere la moglie completamente dalla sua, provava il brivido della conquista ogniqualvolta Clarice sembrava accondiscendergli.
Ma al di là di questo, anche con Clarice sembravano sussistere dinamiche simili a quelle che caratterizzavano l'amore di Lorenzo per Lucrezia Donati. Il maggior pregio di Clarice, agli occhi di Lorenzo, non era né l'avvenenza né la capacità di fargli provare continuamente il brivido della conquista, quanto la sua nobiltà di sangue, la stessa che lei aveva in un certo qual modo trasferito a lui al momento delle nozze e continuava a trasferirgli elevando la sua immagine agli occhi dei notabili fiorentini e degli altri potentati italiani.
Il Magnifico era dunque un uomo abituato a mischiare amore ed interesse, almeno prima di conoscere Bartolomea de' Nasi. La donna era per molti versi anonima, incapace di arrecare a Lorenzo vantaggi di qualsiasi tipo, e dunque perfetta per stimolare un amore autentico e pienamente disinteressato.

Dal canto suo Bartolomea non era del tutto digiuna di amore, ma sicuramente non aveva mai conosciuto la passione, essendo le sue esperienze sentimentali limitate al matrimonio con Donato Benci: in quindici anni la relazione tra i due aveva assunto varie accezioni, dall'affetto alla complicità , ma mai quella della passione, nonostante Donato e Bartolomea adempissero ai doveri coniugali con una certa frequenza e finanche con coinvolgimento. Bartolomea non era dunque la classica giovane donna trascurata dal coniuge e spinta dal bisogno fisico ad intrattenere una relazione clandestina...Semplicemente Lorenzo de' Medici fu in grado di provocarle quelle sensazioni esclusive che con Donato non aveva mai provato, nonostante i presupposti non mancassero, per sperimentare le quali arrivò ad affrontare l'ignoto, la precarietà e il biasimo, concordemente alla sua natura voluttuosa e sensuale.

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Capitolo 4
*** III ***


Ginevra de' Benci era una donna socievole e di spirito. Figlia di Amerigo di Giovanni de' Benci, era nipote carnale di Donato Benci, ma il legame di sangue non sembrava favorire una simpatia tra i due, tantomeno l'affetto: non esisteva donna a Firenze che Donato Benci soffrisse più della nipote, da lui considerata una donnetta frivola e fastidiosamente mondana, nonostante la di lei parallela propensione alla lettura, alle conversazioni brillanti e alla cultura in generale. Quest'ultima, se possibile, era un' aggravante per un'indole pragmatica e vagamente rozza come quella di Donato, dedito nella vita alle attività più pratiche e ai piaceri più semplici. Per non parlare poi di come l'uomo dovesse trattenersi ogniqualvolta si decantasse davanti a lui la tanto celebrata bellezza della nipote. Il suo istinto era infatti quello di urlare come il viso di Ginevra sembrasse un melone, come ella emanasse un'aura malaticcia e funesta grazie a quella che tutti invece consideravano una bellissima carnagione d'alabastro. Ginevra, dal canto suo, ricambiava con eguale fervore l'antipatia per lo zio: senza che glielo dicesse lo considerava un uomo limitato, e solo il grande amore che portava alla memoria del padre Amerigo, che in vita aveva provato per Donato un affetto autentico e singolare, unito alla sua condizione muliebre, le impediva di palesare all'uomo la sua non lusinghiera opinione di lui, durante le piccole discussioni che zio e nipote intavolavano sui più disparati argomenti, dalle quali il Benci, per l'astensione finale della nipote, usciva sempre vittorioso.

Donato Benci, dunque, avrebbe evitato volentieri di rivolgersi alla nipote Ginevra per ottenere un colloquio privato col Magnifico Lorenzo: ma la sua quasi totale estraneità al Medici lo avrebbe reso un semplice postulante, al pari di coloro che attendevano, a dozzine, all'esterno di palazzo Medici per portare al loro patrono richieste e proposte. L'entità della richiesta di Donato sarebbe stata incompatibile con la sua condizione di semplice postulante, ma la sua parentela con Ginevra, che soleva frequentare il palazzo e che era conosciuta di persona dal Magnifico Lorenzo, gli avrebbe permesso di avere un contatto più profondo con l'uomo, all'interno del palazzo, con una maggiore garanzia di disponibilità da parte del Medici....Ginevra de' Benci era, per lo zio, indispensabile a questo proposito. La donna accettò di buon grado di venire incontro allo zio, se non per lui, per il prestigio che la casa dei Benci avrebbe ottenuto con un membro della famiglia di nuovo a capo del Banco Medici, e per la voglia di provare a dimostrare come le donne potessero essere, più che semplici pedine in uno scacchiere dominato dagli uomini, attrici attive in grado di concludere affari.

"Sono lieto che abbiate deciso di rivolgervi a me, messer Benci. Non sono sicuro di poter esaudire la vostra richiesta, almeno per ora, ma la vostra intraprendenza è da ammirare ed è precisamente una delle qualità che ricerco negli uomini al mio servizio.
Gradirei che mi parlaste di voi, di vostra moglie e dei vostri figli. Non abbisogno conoscere altro in quanto la vostra famiglia mi è nota, nella persona della vostra graziosa nipote Ginevra e di quanti servono o hanno servito la nostra casa con una diligenza che li rende a me estremamente cari, vivi e defunti."

Lorenzo de' Medici accolse i tre Benci con il consueto calore che riservava a partigiani medicei o famiglie amiche: i Benci, essendo ambedue le cose, non potevano che ricevere un trattamento simile. Ma al di là della disponibilità mostrata, il Magnifico Lorenzo rimase a dir poco perplesso dalla richiesta di Donato, per quanto, da consumato politico e displomatico, la sua apparenza rimase impeccabilmente cordiale e imperturbabile. Il Medici ascoltò attento il racconto del Benci circa la sua attività, e a seguire quello sul dramma familiare che aveva coinvolto l'uomo e sua moglie, la morte del piccolo Giovanni; Donato aveva appena iniziato a parlare di Ginevra, la sua giovane figlia, quando Bartolomea, udendo il tono entusiastico del marito riguardo la ragazzina, sì intromise nella conversazione asserendo come la piccola fosse "la luce dei loro occhi".
Fu allora che la donna catturò l'attenzione del Magnifico: egli l'aveva ovviamente già veduta nel complesso dal primo momento del colloquio, ma quegli occhi bassi e quella generale timidezza non avevano destato in lui un consistente interesse. In quel momento però, complice l'amore materno, il viso si era illuminato e sulla bocca, di cui egli poteva ora apprezzare la pienezza e il colore roseo, si dipinse un tenero sorriso allorché i loro sguardi si incontrarono a seguito dell'intervento della donna nella conversazione col Benci. Di lì in poi il colloquio consistette in un continuo tentativo del Magnifico di concentrarsi sulle parole di Donato Benci e non sulla figura di sua moglie, con un'evidente irritazione da parte dell'uomo derivatagli dal fatto che quella Bartolomea poteva dirsi tutto fuorché un'autentica bellezza, tale da poter giustificare un simile rapimento. Era come se la donna sprigionasse una qualità suprema, che in mancanza di sufficiente interazione Lorenzo non riusciva ancora bene a decifrare, ma che riscattava il volto esteticamente mediocre, con gli occhi piccoli, l'importante naso adunco, i denti grandi e sporgenti. Non era certamente una donna in grado di far voltare gli uomini nella sua direzione, ma in fin dei conti che importava? Da uomo adulto e non privo di esperienza Lorenzo sapeva che frequentemente la fulgida bellezza portava con sé un'antipatica vanità, e apprezzava le sensazioni discrete così come il buonsenso e l'avvedutezza tendevano a preferire la serenità alla felicità, troppo fugace e destabilizzante. Ma erano davvero così discrete le sensazioni che la moglie di Donato Benci gli procurava? Egli non ci avrebbe scommesso mentre, a fine colloquio, guardando la figura di Bartolomea uscire dalla porta a braccetto del marito, constatava come avrebbe voluto incontrarla di nuovo.

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Capitolo 5
*** IV ***


Quella di Santa Croce era una delle chiese più famose di Firenze. Il suo architetto, l'illustre Arnolfo, interpretando l'essenziale spiritualità dei francescani, committenti dell'edificio, aveva progettato un'imponente facciata in pietraforte a vista, che scandiva lo spazio circostante conferendogli quell'austerità che, più in generale, poteva riscontrarsi nell'essenza stessa della città sull'Arno.
Eppure in quel luogo, come spesso capitava a Firenze, l'austerità si accompagnava all'esuberanza: il profano si mischiava al sacro in quella piazza rettangolare, nota ai fiorentini per essere teatro di partite di calcio e di giostre cavalleresche: in quel 1487 la memoria dei cittadini poteva agevolmente correre indietro di anni, con i ricordi che molti serbavano dei tornei disputati nel 1469 e nel 1475 rispettivamente dal Magnifico Lorenzo e dal di lui fratello Giuliano. Eventi notevoli, che parlavano di gioventù e di amore, di potere e di politica... Ma sgombrando l'immaginario da armi spuntate, cavalli, giovani ardimentosi e bellissime dame, e facendo propria la virtù dei mercanti e dei banchieri fiorentini, la pragmaticità, è necessario affacciarsi su un universo quotidiano fatto di uomini e donne presi dalle loro abituali attività: il rientro a casa dalla messa era una di queste, per due donne come Bartolomea de' Nasi e Ginevra de' Benci.

Quella mattina di giugno si era tenuta la consueta funzione mattutina nella basilica di Santa Croce, cui Bartolomea e Ginevra erano solite partecipare, per l'estrema vicinanza di Palazzo Benci alla chiesa francescana: era pur vero che Ginevra abitava da tempo in Palazzo Niccolini, casa di suo marito Luigi, ma poteva dirsi che ella non si fosse mai partita realmente dalla sua vecchia abitazione, avendo l'abitudine di recarvisi la mattina presto, se altri impegni non l'attendevano, per trascorrere la giornata in compagnia degli zii e degli amati fratelli. Ginevra non aveva figli, e dunque non era vincolata a quella vita domestica che conducevano la maggior parte delle donne fiorentine, aventi la loro ragion d'essere nello status di madri e di spose. Se non madre, ella era sì sposa, ma il legame tra lei e suo marito era talmente blando da far sì che Ginevra potesse condurre vita autonoma, complice anche il carattere politico della carriera di Luigi, che lo rendeva un uomo quotidianamente impegnatissimo.
Bartolomea e Ginevra stavano dunque attraversando la piazza di Santa Croce in direzione di Palazzo Benci, quando notarono in lontananza due uomini venire verso di loro: il sorriso rivolto nella loro direzione da parte di uno di essi, unito ad un cenno discreto diede conferma alle donne di essere cercate. Gli uomini erano Francesco Sassetti, direttore generale del Banco Medici e il Magnifico Lorenzo -colui che aveva sorriso-; se Ginevra li conosceva entrambi, Bartolomea ignorava l'identità del primo.
Le parole pronunciate da Lorenzo de' Medici una volta raggiunte le donne, tolse a Bartolomea e Ginevra il dubbio di essere ricercate per dei semplici convenevoli.

"Buongiorno, madonne. Vi trovo sole e intente a passeggiare e questo mi rallegra, togliendomi il pensiero di potervi disturbare. Sono qui con messer Sassetti, in merito alla richiesta di Donato Benci, vostro congiunto, che purtroppo non posso esaudire. La banca sta attraversando un momento delicato, che necessita di redini salde, condizione che un cambio di direzione potrebbe compromettere. Per non parlare poi dell'imbarazzo che mi provocherebbe rimuovere messer Sassetti dall'incarico che ha sempre ricoperto e continua a ricoprire con grande solerzia. Ma messer Donato merita comunque che gli si venga incontro. Mi è stato detto che avete una giovane figlia, monna Bartolomea? Mi piacerebbe fare la sua conoscenza..."

Mentre Lorenzo parlava, l'acuta mente di Ginevra de' Benci ragionava incessantemente. Com'era possibile che Lorenzo de' Medici trattasse con lei e sua zia questioni che riguardavano Donato Benci, se le donne erano solitamente escluse dagli affari e dalla politica? Era pur vero che Donato aveva colloquiato con il Magnifico in loro presenza, ma la faccenda le risultava comunque strana, non priva di una certa ambiguità. Ad un certo punto, però, tutto le apparve chiaro, non appena spostò casualmente lo sguardo da entrambi gli uomini al solo Lorenzo. Il Magnifico sembrava avvinto da un filo invisibile al viso e al corpo di Bartolomea: parlava ad entrambe, ma ogni volta che si rivolgeva a Ginevra era come se non aspettasse altro che tornare a scrutare la Nasi. Doveva esserne attratto, e anche molto, pensò la Benci, rammentando come a Firenze si malignasse circa una certa tendenza del Magnifico Lorenzo a farsi piacere le donne d'altri. Ginevra si chiedeva se messer Sassetti sentisse come lei l'imbarazzo di essere un terzo incomodo; ma soprattutto, scrutava il viso della zia alla ricerca di una reazione consona alla situazione, che potesse confermare il supposto invaghimento di Lorenzo de' Medici.
Bartolomea sembrava a proprio agio, anche se a Ginevra non sfuggì che tendeva a guardare l'orizzonte come quando, in una conversazione, si vuole evitare di incrociare lo sguardo dell'interlocutore.

Ginevra non si era sbagliata: Bartolomea de' Nasi stava posando lo sguardo ovunque fuorché sul Magnifico Lorenzo, e più precisamente perché l'uomo la stava intimidendo. Non solo la rimirava con un'ostinazione che le risultava sgradevole, ma parallelamente, come ebbe modo di notare la donna, cercava a tutti i costi di intrecciare lo sguardo al suo. Più di una volta Bartolomea non riuscì ad evitarlo: fu allora che, ripagandolo con la sua stessa moneta, si permise di scrutarlo a fondo, giacché, guardandolo negli occhi, ebbe come la sensazione di vederlo per la prima volta.
Successivamente, ripensando al momento, Bartolomea fu portata a ridimensionare ciò che aveva provato, per rancore e per distaccarsi dal ricordo dell'uomo: invero, lo aveva trovato piacevole, nel complesso perfino attraente.
Complessivamente, infatti, subentravano quelle variabili che esulavano dalla mera estetica, che non poteva dirsi certo notevole, ma che caratterizzavano così profondamente Lorenzo da far sì ch'egli risultasse a molti uomini e a molte donne un uomo decisamente interessante: la dignità della figura, innata, che si sposava perfettamente con lo status di uomo di potere, rafforzandolo; lo status di uomo di potere stesso; quella virilità a tratti derivata dalla fisicità, a tratti dovuta al carattere, volitivo e sensuale, con un autoritarismo reso accettabile dalla sopracitata dignità e dalla squisita raffinatezza dei modi...
Nel guardare il Magnifico Lorenzo e nello scoprirsene affascinata, Bartolomea si rese conto di come la sua fisionomia le fosse già nota grazie a due ritratti che aveva avuto modo di vedere di persona, anni addietro. Il primo era uno delle tre effigi che
la Signoria, all'indomani della Congiura dei Pazzi, aveva ordinato come ex-voto per ringraziare il Cielo di aver preservato la vita all'illustre concittadino: posto nella chiesa della Santissima Annunziata, dove Bartolomea l'aveva veduto, era stato realizzato da mastro Verrocchio, in cera, a grandezza naturale, e in esso Lorenzo indossava il lucco, la lunga veste dei notabili fiorentini.
Il secondo Bartolomea lo aveva veduto nella chiesa di Santa Trinita, mentre mastro Ghirlandaio e la sua bottega stavano realizzando gli affreschi della cappella Sassetti. Si trattava del particolare del suo viso, di profilo, che avrebbe dovuto essere trasposto sulla parete, se il pittore non avesse deciso, d'accordo col Magnifico, di optare, nella fase finale, per un'altra effigie, dove Lorenzo appariva meno piacente ma dotato di forte carisma e di un atteggiamento caloroso e benevolente.
Egli dunque abitava già la sua memoria, e non semplicemente come un volto che si vede una volta e che rimane impresso ai più fisionomisti, ma come un chiaro e palpitante presentimento di ciò che sarebbe stato.

 

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Capitolo 6
*** V ***


Il Monte delle doti era un'onorata istituzione fiorentina.
Fondato nel 1425, serviva per assicurare un matrimonio alle fanciulle indigenti della città, attraverso un deposito che, dal primo versamento della famiglia durante l'infanzia delle giovani, maturava negli anni a venire grazie ad un tasso d'interesse.
La guerra successiva alla congiura de' Pazzi, vide Lorenzo de' Medici attingere in maniera disinvolta al fondo per coprire le esose spese belliche di una Firenze impegnata su più fronti. Se in fin dei conti la manovra poteva essere vista come un'appropriazione proporzionata ai denari che la famiglia Medici aveva speso per la città sin dai tempi di Cosimo, le cui casse erano quasi un tutt'uno con quelle dello Stato, molti però non la videro come tale. Mentre la reputazione di Lorenzo si macchiò, la sua coscienza andò risentendone: egli reagì nel modo che gli sembrò più opportuno, concordemente alle sue possibilità e alla sua posizione, incrementando quel ruolo di sensale di matrimoni che aveva già ricoperto in passato. Lo sposalizio di Giannozzo Pucci, partigiano mediceo, e Lucrezia Bini, celebrato nel 1483, poteva dirsi opera di Lorenzo, tanto che lo sposo aveva fatto inserire lo stemma dei Medici nelle tavole commissionate a mastro Botticelli in occasione delle nozze.
Ora, la sua intenzione era quella di combinare un matrimonio anche alla giovane Ginevra, figlia di quel Donato Benci che si era presentato a lui in maniera così disinvolta e inopportuna. Se non per lui, egli l'avrebbe fatto per sé, e per meritarsi la gratitudine di quella Bartolomea che tanto lo aveva irretito, pensava Lorenzo mentre passava mentalmente in rassegna i giovani in età da matrimonio delle famiglie di dichiarata fedeltà medicea: Alamanni, Della Stufa, Ginori, Ricasoli, Ridolfi, Vespucci...

Ginevra di Donato Benci era una giovane di poche parole. Graziosa d'aspetto come il ramo paterno e contegnosa alla maniera di Bartolomea, sorrideva spesso, ma non conosceva altrettanto spesso la gioia. Poteva dirsi invero ch'ella non difettasse di nulla, soprattutto di acume, ed era forse proprio questa condizione alla base del suo disagio interiore: l'intelligenza la rendeva conscia di quelle tante dinamiche, personali e collettive, che probabilmente una natura più gaudente, o una donna più adulta avrebbero ignorato, ma il cui impatto produceva nell'acerba Ginevra un effetto destabilizzante. Ella nasceva come la seconda figlia di una coppia devastata dal dolore di una perdita prematura, come donna in un secolo poco lusinghiero nei confronti del suo sesso, come suggello di un rapporto di cui percepiva anzitempo le crepe e i difetti.
La morte di Giovanni di Donato Benci in tenera età l'accompagnava conferendo alla sua esistenza, quasi filosoficamente, il suo stesso significato, come se Ginevra non sarebbe potuta esistere senza la scomparsa di Giovanni. Certamente, molto di ciò che era, il suo carattere, il modo in cui i suoi genitori si ponevano nei suoi confronti, era legato alla tragedia di suo fratello: era malinconica, come chi è abituato ad un atmosfera di lutto; ma soprattutto, era soggetta ad un intenso attaccamento da parte di Donato Benci e sua moglie, la destinataria di ogni loro pensiero affettuoso e la depositaria delle loro più intime speranze e ambizioni.
Da fanciulla di sesso femminile, provava un particolare affetto per suo padre, ed era rammarico il sentimento che l'attanagliava quando vedeva alcune reazioni della madre nei confronti di Donato. Grazie al suo fine ingegno, era come se ella presagisse gli accadimenti futuri percependo in Bartolomea un leggero distacco rispetto al caloroso e fragoroso sentimento che Donato Benci provava per la moglie, distacco che per la sua giovane mente poco incline alle sfumature e alla complessità equivaleva ad un disamore.
E come altri giovani in quell'età intermedia tra l'infanzia e la vita adulta, Ginevra avvertiva il grande vuoto interiore di chi non ha ancora trovato il proprio posto e quella percezione della propria debolezza di bambina e soprattutto di femmina di fronte ad un mondo freddo, diverso e ostile...


La prospettiva di un matrimonio, allorché il Magnifico Lorenzo invitò Ginevra e Bartolomea per informarle della sua idea sul futuro della giovane, lasciò entrambe stupefatte. Non che, da donne, immaginassero uno scenario diverso: più che altro non immaginavano che le cose potessero andare così, che un completo sconosciuto prendesse a cuore il destino di una ragazzina qualunque, di cui non aveva mai sentito parlare se non dalle descrizioni parziali di sua madre e di suo padre.
Questo dato di fatto rese Lorenzo immediatamente simpatico alla giovane Ginevra. Ella lo vide come un salvatore: dopo che molte sue coetanee avevano cominciato a parlare di pretendenti e trattative matrimoniali, mentre per lei la mamma e il babbo non aprivano bocca sull'argomento, si era convinta di essere brutta e difettosa.
Ora tutto sembrava bello, roseo, leggero, come se questo messer Lorenzo le avesse tolto un peso dal cuore. Le diceva che era graziosa, e che tutto lasciava intendere che fosse altrettanto virtuosa; che voleva conoscerla più a fondo per trovarle il marito perfetto, con cui potesse andare caratterialmente d'accordo.
Da parte sua Bartolomea non era meno entusiasta. Dopo l'inizio critico, in cui aveva tratto delle brutte conclusioni circa un eventuale invaghimento del Magnifico Lorenzo per sua figlia, si era convinta che le intenzioni dell'uomo non fossero ambigue. O meglio, immaginava che il Magnifico traesse un minimo tornaconto da una tale azione, ma quel tornaconto non era nemmeno un terzo rispetto al beneficio che avrebbero ricevuto lei e sua figlia se il Medici fosse riuscito a combinare un matrimonio alla giovane...Aveva sentito i nomi dei possibili candidati, ed erano tutti rampolli di famiglie molto prestigiose e influenti. Non che Ginevra avesse un'ascendenza indegna: proprio grazie a lei, una Nasi, discendeva da quell'illustre Leonardo Bruni, cancelliere della Repubblica, che era avolo di Bartolomea, e la cui memoria era ancora molto viva in città. Ma la piega più popolare che aveva preso la casa dei Benci dopo il ritiro di Amerigo di Giovanni, fratello di Donato, con quest'ultimo a dirigerne le fortune a capo di quell'umile magona di bestiame costituita nel 1466, faceva sì che le ambizioni matrimoniali di lei e suo marito fossero modeste.
Ma adesso tutto sembrava cambiato, grazie a questo uomo potente e benevolo, che sembrava comparso nelle loro vite per magia, come gli disse Bartolomea al termine di quel loro terzo incontro.

"Oh madonna, ho la medesima sensazione per quanto riguarda voi"

La risposta di Lorenzo produsse nella Nasi una risata cristallina: l'uomo stava civettando, in un modo che non poteva non risultare evidente ad una donna che avesse un minimo di intelletto. Ella in quel momento si trovava sola con il Magnifico, avendoli la figlia Ginevra lasciati per andare a visitare, accompagnata da mastro Bertoldo, le collezioni di oggetti d'antichità che erano il vanto della famiglia Medici. Bartolomea fu colta dall'istinto di abbracciare Lorenzo, e come se non fosse una donna adulta, accostumata e solitamente vergognosa, ella cedette a questo particolare impulso, protendendosi verso l'uomo con le braccia e allacciandogliele al collo.

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Capitolo 7
*** VI ***


L'attività di Donato Benci lo teneva spesso e per diversi giorni lontano da Firenze, per la gioia di sua nipote Ginevra, e in quell'estate del 1487, anche di sua moglie Bartolomea. Il motivo di tale disaffezione coniugale era semplice, ed era da ricercarsi nel tempo sempre maggiore che la Nasi passava con sua nipote, che da Donato non poteva che esser visto come fumo agli occhi.
Bartolomea aveva tentato di blandire come suo solito il malumore del marito: Donato aveva ricambiato i baci e le carezze ma poi, alludendo ai contatti con Ginevra, le aveva dato della gallinella, rimproverandole anche quegli stessi tentativi di addolcirlo a cui aveva ceduto come un adolescente ingrifato. La sera poi, uscendo dalla stanza in cui aveva passato tutto il pomeriggio a chiacchierare con la nipote, Bartolomea si era accorta che Donato non era in casa, e l'avrebbe atteso invano se la figlia Ginevra non l'avesse informata della partenza del padre per la campagna.
A quel punto Bartolomea, di fronte alla circostanza di non essere stata minimamente considerata da Donato, lungi dal colpevolizzarsi o dispiacersi, fece un respiro profondo, constatando come l'assenza del marito fosse di fatto un lasciapassare a fare ciò che voleva... Informata dunque la figlia che avrebbe mangiato da sola, uscì da casa e prese svelta la strada di Palazzo Niccolini.

Luigi Niccolini accolse la parente in modo apparentemente cordiale, ma trascorso appena il tempo per la Nasi di passargli avanti che represse una smorfia.
Quelle donne erano tutte uguali! Leggere e seccanti, non rispettavano neanche la sacra quiete serale di un uomo giornalmente indaffarato. Ma almeno quella Bartolomea avrebbe tenuto per un po' occupata sua moglie, esautorandolo dal consueto appuntamento in cui Ginevra soleva dirgli come aveva passato la giornata, quali persone aveva incontrato, tutto per vedere sul suo viso quell'espressione di puro fastidio di cui godeva più che di un complimento o di un costoso regalo. Lo faceva apposta quella bischera, quella buonannulla che sapeva a malapena far di conto mentre si riempiva la bocca di paroloni e versi che diceva prendere dal Petrarca...Per lui il Petrarca poteva metterselo comodamente in quel posto, o meglio davanti, che non fosse mai potesse darle una sistemata, a quella cavalla difettosa che in tredici anni di matrimonio neanche un figliolo gli aveva dato!


Ginevra de' Benci, da donna intelligente e di mondo, non poteva non accorgersi dell'entusiasmo che in poco tempo aveva travolto la vita di sua zia. Invero Bartolomea era in quel periodo preda di un'intensa eccitazione e di una voglia di vivere e sperimentare che non trovavano altra spiegazione plausibile se non in quell'acerbo rapporto che si era venuto a costruire con il Magnifico Lorenzo: improvvisamente la Nasi, da donna dimessa e relegata in un contesto prettamente domestico, si era trovata al centro di quel bel mondo fatto di potere e ricchezza, ma soprattutto di galanti attenzioni da parte di quell'uomo così singolare e, a modo suo, piacente. Ella si era accorta della mano che Lorenzo de' Medici, ricambiando il suo abbraccio nel corso del loro ultimo incontro, faceva indugiare sulla sua vita come se avesse voluto ritardare il più possibile il distacco, e si era compiaciuta tanto per quello quanto per l'invito che, qualche giorno dopo, aveva ricevuto per prendere parte ad uno di quei numerosi ricevimenti che si svolgevano a Palazzo Medici.
Di lì non si era più staccata dalla nipote, che veniva da lei considerata una brillante rappresentante di quel mondo in cui Bartolomea non vedeva l'ora di entrare. Ma c'era dell'altro: com'è noto Ginevra conosceva personalmente il Magnifico Lorenzo, frequentava la sua casa e ci aveva conversato più di una volta. Poteva dirsi dunque che la Benci lo conosceva, se non approfonditamente, sicuramente più di quanto lo conoscesse Bartolomea, che d'altra parte desiderava fortemente entrarci in contatto, tanto da considerare il parlar di lui un preludio della vera e propria conoscenza e tanto da renderlo il centro di ogni conversazione con la nipote. Bartolomea infatti, sceglieva accuratamente gli argomenti dei discorsi in base alla pertinenza che avevano con la persona del Magnifico, di modo da riuscire a nominarlo direttamente o indirettamente.
Tutto ciò non sfuggiva a Ginevra, che riconosceva in Bartolomea i segnali di un'infatuazione e un poco invidiava la zia per quel senso di pienezza e dolce sbandamento che gliene derivava. Era da tanto che lei non provava più simili sensazioni, più precisamente da quando Bernardo Bembo non faceva più parte della sua vita, non era più l'adorante e adorabile amante che colorava la sua esistenza riscattando ai suoi occhi di diciottenne quel genere maschile che per lei, da quando le era morto suo padre, sembrava ridotto all'ottusità dello zio Donato e alla becera arroganza del marito Luigi.
Che nostalgia, e che tremendo desiderio di scrivergli una lettera per sapere come stesse, come occupasse il proprio tempo e se si ricordasse ancora di lei dopo quasi dieci anni di lontananza! Ma forse era meglio lasciare al suo posto il passato, nella sua cristallina finitezza e, soprattutto, in quell'irripetibilità che costituiva la principale riserva di Ginevra sul riallacciare i contatti col suo Bernardo. Del resto, proprio lei aveva incrinato irrimediabilmente quel rapporto, denunciando all'amante la sua mancanza di coraggio nel concretizzare quella che, pur nata come un affare platonico, da entrambe le parti si era presto trasformata in una palpitante passione. E poi, già ai tempi dei soggiorni fiorentini il Bembo era un uomo maturo, e altre primavere erano trascorse da allora, rendendolo prossimo all'anzianità mentre Ginevra, per quanto vicina ai trent'anni, si manteneva sempre fresca, nell'aspetto e nell'animo. No, era impossibile resuscitare il passato, ma era possibile portarlo ad un palmo dal cuore per permettergli di ispirarla, con la sua infinita tenerezza, nei momenti difficili, come già Ginevra faceva tenendo sempre vicino a sé quel ritratto di cui le aveva fatto dono Bernardo ai tempi del suo cortese corteggiamento, opera di quel talentuoso allievo di mastro Verrocchio che già da qualche anno aveva lasciato Firenze per Milano. In esso, l'amore discreto e tuttavia non privo di slanci sensuali, per quanto delicati, era immortalato in quelle violette che la "ninfa Bencia" teneva in petto, le stesse che Ginevra aveva in un'occasione lasciato cadere, nella piazza della Santissima Annunziata, dinnanzi ad Alessandro Braccesi, amico in comune con Bernardo, nella certezza che le avrebbe raccolte per portarle al Bembo.
E cosa dire dell'espressione malinconica di Ginevra, del portamento fiero accompagnato da un pathos toccante, che tanto stonava con l'immagine lieta e mai eccessivamente altera che restituiva a coloro che la incontravano? Tutto parlava di un dolore portato con dignità, del dramma di una donna sposata ad un uomo rozzo ed innamorata di un altro, che non poteva sposare ma al quale era legata da un sentimento intenso ma nondimeno offeso dalle convenzioni sociali e da un costume, quello dell'amor platonico, nobile ma anche limitante ed antiquato.
Nel frattempo, le palpitazioni di Ginevra, i suoi intimi desideri e crucci, i rimpianti e la rassegnazione, tutto ciò venne spazzato via da questioni frivole e tuttavia incombenti, che nella complessa personalità della Benci ricoprivano la medesima importanza di un amore o una buona raccolta di poesie: l'abbigliamento che avrebbe portato Bartolomea all'imminente ricevimento a Palazzo Medici.

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Capitolo 8
*** VII ***


"L'abito di monna Bartolomea richiama i colori di Sarzana. Quando si dice una preziosa coincidenza!"
Il ricevimento del 1 luglio 1487 era stato indetto da Lorenzo de' Medici per celebrare la recentissima riconquista di Sarzana, avvenuta pochi giorni prima, dopo un mese di incessante coinvolgimento che aveva visto lo stesso Lorenzo scendere in campo per dirigere le operazioni militari.
Tornato vittorioso a Firenze in occasione della festa di San Giovanni, il Magnifico aveva prontamente fatto recapitare ad amici stretti e a conoscenti d'elezione, tra cui Ginevra de' Benci e Bartolomea de' Nasi, l'invito per festeggiare la felice circostanza, che recuperava alla Repubblica di Firenze un possedimento a lungo conteso con i genovesi.
Senza farlo apposta, la Nasi si era fatta confezionare per l'occasione un abito blu ed oro, i colori dello stemma comunale della riconquistata cittadina ligure, e nel corso del ricevimento subiva dunque i giocosi motteggi della nipote Ginevra.
"Cosa si va confabulando qui in merito a Sarzana?" domandò Lorenzo de' Medici avvicinandosi al piccolo gruppo costituito da Bartolomea de' Nasi, Ginevra de' Benci e Andrea de' Medici detto il Butta.
"Oh signori, notate come messer Lorenzo già parla della recente acquisizione con la curiosità e l'apprensione di un padre per una figliola."
L'asserzione di Ginevra cagionò nel Magnifico un chiaro sorriso, prima che il Butta prendesse parola.
"Come vi sentite, Lorenzo?"
"Come un contadino che abbia atteso a lungo la crescita delle messi, tra le intemperie, e che possa finalmente godere dei frutti della sua costanza. Se c'è una cosa che questa esperienza mi ha confermato è l'importanza della volontà nel perseguimento dei propri obiettivi. La volontà è il motore della costanza, senza la quale nulla verrebbe mai raggiunto."
"Il segreto per ottenere le cose è dunque quello di desiderarle ardentemente?" chiese la Benci con aria interrogativa, mentre il Butta rispondeva al quesito emerso.
"Direi di sì. È un po' come con una bella donna.."
"Tra metafore bucoliche e risvolti audaci cari signori potreste invero fare di meglio per onorare la presa di Sarzana"
"Ma come, monna Ginevra, non avete apprezzato il mio panegirico campestre?"
"Invero poco"
"E il mio paragone?"
"Vi posso assicurare messer Andrea che potete di più"
"Ma, monna Ginevra, trovo che Andrea abbia ragione" affermò Lorenzo, passando ad esporre un'idea che lo convinceva particolarmente "Pensateci un attimo, del resto a conversare in questo frangente siamo uomini e donne adulti. Trovo che, in amore, la corrispondenza tra amante e amata sia tanto più favorita quanto più intenso è il desiderio. L'amata non può che avvertire la tensione dell'amante, e in virtù di essa, essere più incline a ricambiare il sentimento..." Nel parlare, Lorenzo guardava intensamente Bartolomea, la cui figura gli appariva in quel momento più conturbante che mai. Dal loro ultimo incontro, terminato con quell'abbraccio difficilmente dimenticabile, il Magnifico aveva tratto la conclusione che la qualità suprema che quella donna sprigionava, rendendola così interessante e desiderabile al di là della sua modesta fisicità, fosse la sensualità. Bartolomea de' Nasi sembrava infatti animata da uno spirito passionale, reso tanto più esplicito dal portamento timido e dimesso, da cui, per contrasto, la sua vera natura traeva forza e consistenza: la donna tendeva a tenere gli occhi bassi, ma c'erano momenti in cui, alzando lo sguardo comunicava brio, carattere e un atteggiamento libero e impertinente, attraverso quel sorriso che sapeva essere ad un tempo dolce e malizioso; l'algida sembianza che assumeva in pubblico, quel contegno in cui la figlia Ginevra le assomigliava tanto, non era altro che una maschera che cadeva facilmente lasciando spazio ad atteggiamenti carezzevoli, come l'abbraccio cui si era abbandonata durante l'incontro con Lorenzo de' Medici.
Dal canto suo Bartolomea, nel sentire il fervente sguardo del Magnifico su di sé, era preda di un dolce languore che, dal ventre, si irradiava per tutto il corpo, lo stesso che aveva avvertito in precedenza durante il contatto fisico con il Magnifico Lorenzo. Da donna adulta sapeva di cosa si trattasse, e pensandoci, provò l'imbarazzo di chi voglia controllare le sue sensazioni ma abbia anche la consapevolezza della loro autonomia rispetto la ragione. Si lasciò dunque andare alla piacevolezza del momento, dolendosi allorché Lorenzo venne richiamato da un altro gruppo di ospiti. Nel frattempo, la novità che rappresentava la sua persona nel circolo laurenziano destò più di uno sguardo incuriosito nella sua direzione. La circostanza di essere al centro dell'attenzione, che Bartolomea aveva previsto considerandola come lo scotto da pagare per entrare a far parte del mondo di Lorenzo, invero la mise a disagio, nella misura in cui vedeva negli sguardi dei convenuti un'abbondante dose di scetticismo. Bartolomea sentiva che si stessero chiedendo chi fosse lei, a quale titolo partecipasse al ricevimento, probabilmente facendo anche considerazioni sul suo aspetto, che la Nasi sapeva non essere notevole.
Immediatamente si sentì una sciocca, una povera sognatrice che abbia troppo a lungo fantasticato e che si ritrovi improvvisamente a fare i conti con una realtà dura e poco lusinghiera. Quel mondo in cui gli uomini si distinguevano per ricchezza e prestigio e le donne per bellezza, sembrava non avere spazio per lei, e glielo ricordava con la glaciale schiettezza insita in quegli sguardi alteri e divertiti. Ella sentiva di non poter nemmeno tentare di riscattare la propria immagine attraverso una conversazione brillante, non essendo abituata a quel continuo stare in società che ne rappresentava il presupposto fondamentale.
Un simile debutto le faceva venire voglia di tornare alla vita di sempre, che non era poi così male, come si ritrovò a pensare Bartolomea in preda alla vergogna. La sua indole era invero molto sensibile a questo sentimento, nonché al catastrofismo, rendendola molto più simile al marito Donato di quanto ella volesse ammettere.
"Prendiamo una boccata d'aria?" esordì dunque Bartolomea rivolgendosi a Ginevra, in un frangente di silenzio nella conversazione che stavano tenendo con alcuni ospiti.
Mentre le due donne erano sul punto di prendere le scale che le avrebbero condotte al cortile, con Bartolomea visibilmente risollevata dallo star lasciando l'atmosfera per lei opprimente della Sala Grande, Lorenzo de' Medici attraversò la sala in lunghezza per dirigersi alla porta, da dove, con passo leggero e silenzioso, emerse la figura di sua moglie Clarice.
Bartolomea non l'aveva mai veduta di persona, ma la riconobbe subito rendendo vano il suggerimento di Ginevra circa il fatto che la donna appena entrata fosse la moglie di Lorenzo.
Non poteva essere infatti altri che lei, pensò la Nasi, vedendo il modo delicato e al contempo complice con cui Lorenzo la invitò ad avvicinarsi a lui per cingerla con un braccio all'altezza della vita, mentre prendeva la sua mano e l'accompagnava ad un angolo della stanza, vicino ad una delle ampie finestre che si aprivano sulla parete.
Il volto della donna passò dall'essere chiaro e sorridente, nella direzione di quanti le tributavano saluti ed rispettosi cenni del capo, a scurirsi ed accigliarsi allorché si isolò con Lorenzo. Bartolomea, in virtù della sua distanza dalla coppia, non riusciva ad udire quanto andassero dicendosi i due coniugi, ma dai gesti e gli atteggiamenti comprese che Lorenzo stava invitando la moglie a lasciare la stanza, mentre lei, risoluta e leggermente irritata, rimaneva al suo posto. Seguì un'animata conversazione in cui Clarice sembrava rimproverare qualcosa ad un Lorenzo calmo e concentrato ad ascoltare, prima ch'egli, rispondendo con poche parole, prendesse la mano della moglie per depositarvi un lungo bacio.
Bartolomea de' Nasi fissava attentamente la scena, avvinta alla visione di quello spaccato coniugale tanto quanto al dettaglio del bacio. Per un meccanismo che non riusciva ancora a decifrare coscientemente, sentiva rispetto la circostanza un'estraneità che la irritava e al tempo stesso una compiacente partecipazione, in grado insieme di gettarla in uno stato di onirica confusione da cui nemmeno l'invito della nipote Ginevra a seguirla in cortile l'avrebbe inizialmente aiutata a riaversi.

"E tu cosa ci fai qui?"
Di ritorno alla Sala Grande dopo la pausa all'esterno, Bartolomea fu avvicinata da una donna dalla figura procace ed esuberante, in cui ella riconobbe immediatamente Ippolita, moglie dello zio Bartolomeo.
"Oh Ippolita, che piacere. Come vedi partecipo al ricevimento."
"Non ti avevo mai veduta da queste parti"
"Io non ti ho veduta nella sala altrimenti ti avrei raggiunta."
Bartolomea prese dunque a parlare con la parente del più e del meno, della salute precaria dello zio e dell'aria che tirava in casa loro, nonostante l'avesse visitata appena una settimana prima. L'apprensione nell'informarsi le derivava tuttavia dal grande amore che portava allo zio, unito al dispiacere per quella sorte che costringeva alla malattia e alla sofferenza un animo solitamente inarrestabile. Invero Bartolomeo Nasi, condivideva con i fratelli quell'attitudine al duro lavoro e quella frugalità che era insieme sobrietà di vita e semplicità d'animo che avevano fatto la fortuna sua e della sua famiglia.
Bartolomeo, molto similmente a Donato Benci, rifuggiva dalla mondanità e dagli onori -che pure gli sarebbero stati riconosciuti se egli avesse voluto- per condurre un'esistenza essenziale, caratterizzata dall'amore per la famiglia e per la moglie Ippolita. Ella, bella e vivace, destava in lui quella passione intensa e verace che costitutiva la sola eccezione di quell'indole solitamente innocente e casta, che Bartolomeo giustificava ricorrendo alla sacralità del vincolo matrimoniale, che prevedeva la licenza pur nel rispetto del vincolo stesso: invero Bartolomeo adorava sua moglie, e non c'era altra donna nella sua vita che non fosse lei.
Da un po' di tempo però, parallelamente alla malattia, poteva rilevarsi in Bartolomeo una tristezza che gli oscurava lo sguardo e comprometteva la sua forte fibra, esponendolo a quella debolezza che rendeva così ansiosa Bartolomea di conoscere il suo stato. Egli chiudeva spesso gli occhi, desiderando intensamente di essere lontano... Nel parlare del marito Ippolita non sembrava invero particolarmente dispiaciuta né in apprensione: o meglio, il dispiacere e l'apprensione erano resi sbrigativi da un acuto senso di trepidazione che la faceva apparire impaziente di terminare la conversazione con la nipote.
"Dunque sei solita visitare Palazzo Medici?"
chiese Bartolomea conscia dell'atteggiamento scostante di Ippolita, tuttavia imbarazzata dal silenzio che si era creato e incline ad occuparlo con la prima cosa che le fosse venuta in mente.
"Sì, sì, come Ginevra sa bene. Ora vogliate scusarmi ma devo andare. È stato un piacere incontrarvi" Ippolita de' Pazzi rivolse dunque un sorriso benevolo nella direzione di Bartolomea e Ginevra, la quale, fissando l'immagine della donna intenta a scendere la rampa di scale, represse una leggera smorfia, appena accennata eppure sufficientemente esplicita da essere notata dalla Nasi.
"Ippolita ti è forse antipatica?"
"No, più che altro ha fatto un riferimento infelice."
"Vale a dire?"
"Nulla, Mea." Ginevra de' Benci sfoderò un sorriso smagliante, prendendo la zia sotto braccio nell'intenzione di ricondurla alla Sala Grande: Bartolomea, che non aveva reso partecipe la nipote del disagio provato fino a poco prima si schermì, comunicando di voler lasciare quanto prima il ricevimento.
"Sei almeno tenuta a salutare il tuo ospite..."
Le parole caricate di un tono giocoso e ricche di sottintesi morirono in gola a Ginevra, appena si rese conto che sarebbe stato meglio non pronunciarle.
"Lorenzo?"
Maledetta malizia! La Benci si pentì di questa sua tendenza caratteriale, cercando nel contempo di distogliere la zia dal proposito che le aveva insinuato.
"Mea, sicuramente sarà impegnato"
"Mea, non lo troverai di certo"
"Mea, forse non dovresti esporti in questo modo"
La sequela di esortazioni che Ginevra de' Benci rivolse alla zia non fecero che rafforzare l'intenzione della Nasi.
"Ma Ginevra, in fin dei conti si tratta di un semplice saluto, che tuttavia è necessario per non passare da sgarbata!"
Nel frattempo le due donne, dopo aver scrutato inutilmente la Sala Grande alla ricerca del Magnifico Lorenzo, avevano raggiunto il cortile interno, laddove troneggiava il David bronzeo realizzato decenni prima da Donatello: proprio fissando la lucida patina della scultura Bartolomea si rese conto che il cielo, scuro fin da quella mattina, aveva cominciato a mandare pioggia.
“Che fai, Mea, vieni almeno a ripararti!”
Seguendo l'esortazione di Ginevra, Bartolomea corse a ripararsi sotto il porticato.
“Se vuoi puoi andare, recapiterò io i tuoi saluti al Magnifico Lorenzo”
“Ma se sta piovendo a dirotto!”
Le parole della Benci destarono in Bartolomea un acuto sbigottimento, reso ancora più intenso dalla strana espressione assunta da Ginevra, a metà tra il disagio e la freddezza.
Alla Nasi appariva ormai chiaro che la nipote le stesse nascondendo qualcosa, una circostanza invero assai rara, data la tendenza di Ginevra ad essere sempre particolarmente schietta, almeno con la zia.
Bartolomea era dunque in procinto di chiedere spiegazioni, quando l'attenzione delle due donne, riparate sotto il loggiato, fu catturata dall'aprirsi di una porta, sul lato nord ovest del cortile: si trattava dell'uscio dell'ampia camera al pian terreno nota per essere la camera da letto estiva del Magnifico Lorenzo. Successivamente, avvenne tutto in un attimo: lo sporgersi verso l'esterno della bionda figura di Ippolita de' Pazzi ¹, intenta a scrutare il cortile, e il suo ritirarsi di nuovo all'interno della stanza, strattonata da quello che non poteva essere altri che Lorenzo de' Medici.
Per quanto brevissimo, il frangente fece apparire schiettamente chiara la circostanza del loro incontro clandestino ad una Ginevra tanto imbarazzata quanto Bartolomea era atterrita ed amareggiata.


(1) Alla data in cui è ambientato questo capitolo, Ippolita de' Pazzi, moglie di Bartolomeo de' Nasi, era già morta da sei anni. Tuttavia, nei Detti piacevoli di Angelo Poliziano, opera collocabile negli anni 70' del Quattrocento la sua figura compare come l'interlocutrice di Lorenzo de' Medici in un dialogo dai toni spinti, incentrato sul doppiosenso naso/membro.
Sebbene non sia da me romanzare elementi storici documentati (come la morte di un personaggio realmente esistito), mi sono presa questa piccola licenza per introdurre un argomento interessante e dibattuto, vale a dire la condotta sessuale di Lorenzo de' Medici.

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