L'assedio degli angeli

di Tenar80
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Capitolo 1 ***
Capitolo 2: *** Capitolo 2 ***
Capitolo 3: *** Capitolo 3 ***
Capitolo 4: *** Capitolo 4 ***
Capitolo 5: *** Capitolo 5 ***
Capitolo 6: *** Capitolo 6 ***
Capitolo 7: *** Capitolo 7 ***
Capitolo 8: *** Capitolo 8 ***
Capitolo 9: *** Capitolo 9 ***
Capitolo 10: *** Capitolo 10 ***
Capitolo 11: *** Capitolo 11 ***
Capitolo 12: *** Capitolo 12 ***
Capitolo 13: *** Capitolo 13 ***
Capitolo 14: *** Capitolo 14 ***
Capitolo 15: *** Capitolo 15 ***
Capitolo 16: *** Capitolo 16 ***
Capitolo 17: *** Capitolo 17 ***
Capitolo 18: *** Capitolo 18 ***
Capitolo 19: *** CAPITOLO 19 ***
Capitolo 20: *** Capitolo 20 ***
Capitolo 21: *** Capitolo 21 ***
Capitolo 22: *** Capitolo 22 ***
Capitolo 23: *** Capitolo 23 ***
Capitolo 24: *** Capitolo 24 ***
Capitolo 25: *** Capitolo 25 ***
Capitolo 26: *** Capitolo 26 ***



Capitolo 1
*** Capitolo 1 ***


Ciao a tutti, lettori affezionati o viaggiatori alla ricerca di storie.
Inizia qui una lunga, lunga avventura in un mondo Steampunk dove gli angeli vogliono distruggere l'umanità e l'umanità, per altro, è parecchio brava a farsi del male da sola.
Scoprirete una società di stampo vittoriano che si divide nettamente in due categorie. I cittadini liberi e gli impuri, persone con tratti fisici che richiamano gli angeli o i demoni. Gli impuri possono essere solo schiavi e un bambino nato con tali tratti viene ucciso immediatamente o consegnato alle autorità. La famiglia avrà in cambio un piccolo risarcimento.
La storia dovrebbe dipanarsi mano mano in modo comprensibile (o almeno questo è l'intento), dato che si tratta però di un progetto molto articolato, esistono già dei racconti ambientati in questo stesso universo nella serie di racconti L'assedio degli angeli – preludi. Non è obbligatorio leggerli, anzi, alcuni nascondono degli spoiler, ma se volete dare un assaggio a questo mondo con racconti più brevi, siete i benvenuti.

Non ci sono avvertenze particolari. Ho segnato come coppie "Het" perché tutte le coppie in essere lo sono. C'è però un marcato pre slash, già da questo capitolo, ma al momento rimane tutto nella testa di uno dei personaggi.

Spero davvero che questa storia possa trovare dei lettori e ringrazio fin da ora chi le dedicherà del tempo








    In principio era…

    È così che cominciano le storie degli uomini.

    Io non so cosa ci fosse al principio.

    So che c’erano gli Angeli, di aria e di tenebra, e che c’erano i Demoni, di fuoco e di rabbia. E ciascuno sapeva che l’altro era lì e non lo poteva toccare.

    Il desiderio fu il primo errore.

    Cambiarono il flusso stesso delle dimensioni per trovare un mondo di mezzo, un luogo per entrambi estraneo dove potersi incontrare rivestiti di corpi nuovi.

    Il secondo e più grave errore fu l’amore.

    L’amore che essi provarono l’uno per l’altro, per quel mondo sconosciuto, per i loro inaspettati figli.

    Bisogna essere molto vicini per arrivare a ferirsi a morte.

    Lasciarono un mondo devastato, in cui si dibattevano i loro figli deformi, né angeli né demoni, gli uomini. E agli uomini continuavano a tornare, come solo si può tornare da un amore che è stato distorto dalla sorte.

    E non c’è pace al richiamo per la nostalgia di un mondo che, in realtà, non è mai stato nostro.

 

 

 

CAPITOLO 1

 

25 Brumaio 896

    

    Il pub aveva un aspetto accogliente, ma niente lo distingueva dai tanti locali analoghi presenti a Pencors. Un oste di mezz’età dal viso rubicondo si preparava a spillare birra. Una schiava impura con zoccoli al posto dei piedi, procace il giusto, stava sistemando i tavoli di legno. Ci voleva uno sguardo più attento per notare che non c’erano quasi macchie sulla pelle color vinaccia che foderava i divani e che il piano, in un angolo a lato del bancone, era tutt’altro che dozzinale. La Quercia d’argento era un locale che faceva di tutto per nascondere la propria natura elitaria sotto una patina di anonimato. 

    Almeno, pensò Ardal, l’oste non sembrava avere l’abitudine di scacciare i clienti comuni, dato che lui era sistemato al suo tavolo laterale da che il locale aveva aperto, una mezzoretta prima. Si faceva scudo con il boccale di birra scura, ma nessuno aveva messo il dubbio il suo diritto a stare lì, anche se i fogli di giornale che stava leggendo appartenevano al quotidiano Il Flusso, non proprio il genere di letture a cui di solito si dedica una clientela altolocata. Se si fosse saputo che non solo leggeva quel giornale, ma era lui stesso a scrivere gli articoli in cui si difendevano le rivolte operaie e le proteste degli impuri, come avrebbero reagito i due damerini in abiti eleganti che stavano entrando proprio in quel momento? Bevve un sorso di birra. La situazione sarebbe diventata ancora più interessante se i damerini avessero scoperto che sotto la giacca e la camicia delle fitte, corte piume nere gli ricoprivano la schiena. O, meglio, sarebbe stata interessante per uno spettatore esterno, non certo per lui, che sarebbe stato arrestato all’istante in quanto schiavo fuggiasco. A quel punto si sarebbero potuto fare delle scommesse. Sarebbe stato ucciso dalle botte delle guardie solo per il loro divertimento, o sarebbe sopravvissuto abbastanza per essere processato e quindi impiccato una volta scoperta la sua identità precedente? Rabbrividì. Nessun abito elegante dava il potere di vedere attraverso i vestiti. Aveva la fortuna di poter nascondere la propria natura e aveva avuto la prontezza di cogliere la sua occasione. Non era più un fuggiasco, ma un cacciatore. Il problema era che la sua preda era quanto mai elusiva.

    La foto più recente del colonnello Soilbeir, ex comandante sul campo delle Ali Nere, risaliva al Nevoso dell’anno prima, quando era stata data la notizia del suo ritiro dal servizio attivo. L’articolo che la corredava era stato scritto da uno dei suoi più pignoli colleghi e se diceva che il colonnello aveva svolto missioni di combattimento per più di dieci anni era vero. Tuttavia l’immagine mostrava un uomo di non più di venticinque anni. Posava impettito nell’uniforme scura carica di decorazioni e i capelli lunghi, portati infilati nella giacca, circondavano un volto dalla bellezza levigata, quasi efebica. Ardal lo avrebbe immaginato facilmente a un ballo di corte, un po’ meno a uccidere angeli nella loro dimensione. Ma era così che lo descrivevano i pochi che l’avevano incontrato, un uomo alto di una bellezza quasi irreale, lo sguardo fermo e la voce roca. L’unico uomo negli ultimi settecento anni, se l’indiscrezione era vera, ad aver sconfitto un Generale Angelico. Di certo, la persona vivente che ne sapeva di più degli angeli. Ma da che si era ritirato nessuno lo aveva visto. Un uomo di quella fama avrebbe dovuto essere ospite fisso a corte e monopolizzare le pagine di cronaca mondana e invece si era come vaporizzato. Neppure il suo successore si faceva vedere molto in giro, ma questo Ardal lo capiva. In Ventoso il nuovo colonnello delle Ali Nere, George Bojos, non era riuscito a bloccare un attacco angelico che aveva colpito il centro della capitale. Fosse andato distrutto un quartiere operaio o una piantagione in cui lavoravano schiavi impuri nessuno gliene avrebbe fatta una colpa. Invece a essere raso al suolo era stato un collegio prestigioso e i nobili che avevano perso o visto ferire i propri rampolli ne avevano chiesto le dimissioni. Bojos si era congedato un mese dopo, vaporizzandosi come il predecessore. Al momento non si sapeva neppure chi guidasse le azioni delle Ali Nere. Il vecchio generale Morozov li coordinava da terra, ma da che Ardal ricordava c’era sempre stato un comandante operativo riconosciuto, che sfilava nella parate di Nevoso spiegano le enormi ali della sua tuta da combattimento, che le ragazze adoravano e i ragazzi ammiravano. Bene, se davvero era il giornalista che riteneva di essere avrebbe trovato Soilbeir e lo avrebbe convinto, o costretto, a raccontare tutto quello che sapeva degli angeli.

 

    La porta del pub si aprì di nuovo. A entrare questa volta fu un ragazzo che non sembrava possedere l’età legale per farlo. Più basso di Ardal di tutta la testa, aveva capelli biondissimi che ricadevano fin sulle spalle che probabilmente aiutavano a farlo sembrare più giovane, perché si muoveva con tutta la sicurezza del mondo. Andò ad appoggiarsi con il gomito sul bancone del bar in quella che pareva una posa abituale.

    – Non hai l’età per bere alcolici – sbuffò l’oste, che evidentemente lo conosceva.

    – Posso lavorare, posso uccidere, posso bere – replicò il ragazzo, stizzoso.

    – Può essere – borbottò l’oste. –  Io però non voglio guai, Jude. Se ti offrono da bere, invece, nessun problema. Se canti magari succede.

    Jude indicò il pianoforte.

    – Non canto se nessuno suona. E nessuno suona decentemente da che non c’è più Vic.

    Ardal piegò i giornali e si alzò.

    – Io suono – disse. – E se tu canti decentemente ti offro una birra.

    Il ragazzo si voltò a soppesarlo. Aveva occhi verdi da gatto e l’espressione di chi è pronto a graffiare. Indossava una giacca color senape di buona fattura su cui Ardal vide una piccola spilla tondeggiante. Vi erano due ali nere in un cerchio d’oro. Quindi l’informazione era giusta e quel pub era uno dei ritrovi delle Ali Nere. E quel ragazzo dal viso da bambino era già un soldato, o almeno un cadetto. Un giorno si sarebbe rivestito di una tuta con attaccate ali di un angelo morto per andare in un altra dimensione per combattere i loro nemici. Non aveva neppure sedici anni…

    Cercando di non pensarci, Ardal si sistemò al piano. Erano cinque anni che non suonava con continuità. Negli ultimi tempi lo aveva fatto solo in qualche locale, su piani come quello, ma assai più malmessi, a disposizione, per ascoltatori alla buona. Se non altro il pub era ancora semi vuoto.

    – Cosa suoni? – gli chiese Jude.

    Era ancora vicino al bancone, ostile, come se Ardal gli avesse appena pestato un piede.

    – Dipende da cosa canti – replicò lui, ostentando indifferenza.

    A giudicare dall’abbigliamento del ragazzo poteva arrivare la richiesta di uno di quei nuovi pezzi sperimentali in dodecafonia che Ardal non avrebbe saputo in alcun modo eseguire.

    – Fanciulla di palude? – propose Jude.

    Ardal inarcò un sopracciglio. Fanciulla di palude era un canto popolare ai limiti del sovversivo, dal momento che raccontava di una giovane madre che uccideva il figlio impuro per non consegnarlo come schiavo. Oltre tutto era per lo più cantato da voci femminile. Ma era una melodia popolare che Ardal conosceva fin da quando era bambino e non avrebbe rischiato di sfigurare.

    – Ok – fece, prima di iniziare a suonare.

    Se aveva pensato che quel canto non si addicesse a Jude, dovette ricredersi subito.

    Il ragazzo aveva ancora una bellezza androgina e una voce da adolescente e il canto ebbe il potere di spianargli in viso, sostituendo l’espressione corrucciata con una tristezza struggente. Si sarebbero potute iniziare guerre, pensò Ardal, per una bellezza del genere.

    – Chi può dire che la tua vita sia stata infelice?

    Hai conosciuto il mio ventre, i miei baci, il mio rapido coltello.

    Nessuna lacrima di cuore spezzato, nessun lutto a oscurare il cammino.

    Chi può dire che la tua vita sia stata infelice?

    Senza focalizzare del tutto l’emozione, Ardal sentì un groppo formarsi alla base della gola, mentre le dita, quasi incespicavano su una nota.

    Il locale si stava rapidamente riempiendo e tutti stavano ascoltando rapiti. Ma quanti di quei damerini in completi di lana pettinata o in preziosa alpaca d’importazione, sentivano la verità di quelle parole? La loro madre non aveva dovuto porsi quelle domande. Quando erano nati erano stati adagiati sul loro grembo. Erano stati riempiti di baci affettuosi, ricoperti di un affetto che non era venato di disperazione. Sua madre, invece, lei quelle domande se le era fatte tutte, quando il suo primo figlio era nato con la schiena coperta di piume. E più avanti, nei suoi anni di schiavo, Ardal aveva quasi rimpianto il fatto che lei non lo avesse ucciso. Perché era vero. Se fosse morto allora, se ne sarebbe andato senza conoscere l’infelicità.

    Assorto com’era nei propri pensieri e nella musica, si accorse all’ultimo momento che un uomo si era avvicinato al pianoforte. Era un individuo alto tra i venticinque e i trent’anni che vestiva con un’eleganza così marcata da essere fuori luogo persino tra la clientela della Quercia d’argento. Indossava una giacca di broccato color castagna con dei ricami dorati, mentre la cravatta era fermata da una spilla su cui brillava una gemma rossa. I capelli castani gli ricadevano sulle spalle. Jude cercava di fingere di non averlo visto con un’ostentazione che stava ad indicare una famigliarità di lunga data o un reale disagio. Ma, dato che il ragazzino continuava a cantare, anche Ardal continuò a suonare fino al termine della canzone. Quando l’ultima nota sfumò nell’aria, il nuovo arrivato si avvicinò ancora di più a Jude e fece per allungare una mano verso il suo viso, quasi per accarezzarlo.

    – Dobbiamo andare, Occhi di Smeraldo – disse, con una voce bassa e profonda.

    Jude si ritrasse. Fosse stato un cane, pensò, Ardal, avrebbe mostrato i denti, abbassato le orecchi e preso a ringhiare. 

    – Mi scambi per qualcun altro, Chris. Io non sono una ragazza – soffiò.

    – Che peccato – sorrise Chris, sornione.

    Portava degli occhiali dalla montatura tonda dietro cui brillavano occhi tra il castano e il verde.

    Jude continuava a guardarlo come se avesse voluto cavarglieli, quegli occhi.

    – Sto cantando. E poi lui mi offrirà da bere – ringhiò, indicando Ardal.

    Dal canto suo l’impuro aveva cercato di sembrare parte stessa del pianoforte. Chiamato in causa, si limitò a fare un breve inchino col capo, per rafforzare le parole del ragazzo. Non voleva guai. Sopratutto in quel locale. Ma se il bellimbusto avesse voluto davvero creare problemi a Jude avrebbe lasciato correre?

    L’uomo, però, si limitò a scuotere il capo.

    – Mi spiace – disse, con espressione di colpo seria. – Dobbiamo proprio andare.

    E a sottolineare le proprie parole si sfiorò una spilla appuntata alla giacca, che quasi spariva in mezzo alle decorazioni del tessuto. Era tonda, d’oro, con ali nere stilizzate al centro.

    Anche Jude, visto il gesto, sfiorò la sua, come se cercasse una conferma.

    – Cosa…? – mormorò.

    Chris scosse il capo.

    – Andiamo. Ti spiego fuori.

    Jude sospirò e poi si voltò verso Ardal, in cerca di una frase per accomiatarsi.

    – Me lo ricordo che ti devo una birra – disse questi con un sorriso.

    Il ragazzo annuì.

    La sua espressione era mutata ancora. Adesso era decisa, dura, per nulla adolescenziale. In neppure un’ora Ardal lo aveva visto trasformarsi almeno tre volte. Si chiese chi esattamente fosse e quale ruolo ricoprisse a neppure sedici anni all’interno delle Ali Nere. Lo guardò uscire dietro a Chris, poi si alzò dal pianoforte e si diresse anch’egli verso un’uscita secondaria.

 

    La notte di Brumaio era fredda e satura d’umidità. Aveva smesso di piovere da appena tre ore e ovunque sul selciato si vedevano le pozze che riflettevano la luce dei lampioni a gas. Ancora una volta, la pioggia era stata di acqua mista a cenere e l’odore caratteristico, con una nota di zolfo, aleggiava nella notte. Si era levato il vento, però, e aveva spazzato via le nubi e la caligine quasi perenne che gravava su Pencors. Oltre i tetti dei palazzi il cielo era terso e Gwyryf, la luna principale, incombeva sulla città, enorme, con i suoi crateri dai contorni argentati. Quella era una sera da tre lune. Si vedeva infatti anche uno spicchio verde di Edrych, la sentinella, e una falce calante violetta della maligna Chary. Tra i lampioni e le lune non mancava la luce, ma neppure le ombre. Ardal si mosse in fretta. Considerando le spille che quei due portavano non potevano che essersi diretti verso il quartier generale delle Ali Nere, una sorta di quartiere fortificato a circa cinquecento metri dal pub.

    Li intravide, infatti, neppure un minuto dopo, fermi uno slargo della strada ravvivato da un’aiuola da cui spuntava una sola pianta dai rami spogli. Se non fosse stato un impuro, Ardal non avrebbe avuto speranza di udire la loro conversazione. Ma, tutto sommato, ora che era giornalista doveva ammettere che qualche vantaggio lo aveva. Molti dei suoi colleghi ancora non si capacitavano di come lui riuscisse ad ottenere le proprie informazioni. Non che Jude stesse sussurrando…

    – Non c’è un attacco in corso. Si può sapere perché mi hai fatto uscire? Stavo solo cantando, quel tipo sapeva quasi suonare…

    – George è morto – disse Chris, secco.

    Ardal era troppo lontano per vedere l’espressione di Jude e la sua nuova trasformazione. Ma vide tutto il suo corpo irrigidirsi all’istante. 

    – Cosa…? – emise Jude, come se qualcuno lo avesse colpito in pieno stomaco.

    – Si è sparato. Lo hanno trovato un’ora fa in casa sua – neppure la voce di Chris era ferma.

    – Non è possibile – ringhiò Jude.

    – Non l’aveva presa bene, i morti di Ventoso e il congedo…

    Quindi, pensò Ardal, il morto era il colonnello George Bojos, il sostituto di Soilbeir.

    – Mi spiace – disse ancora Chris.

    Fece per mettere una mano sulla spalla di Jude, ma questi si scostò, stringendosi le mani al petto e allontanandosi di un passo.

    – Maledetto perdente – mormorò il ragazzino tra i denti. – Era più facile così, per te, che rimanere con noi a lottare…

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Capitolo 2
*** Capitolo 2 ***


Ottobre sarebbe il mio mese preferito, perché ne adoro l'esplosione di colore, il sole ancora gradevole e l'assenza di fioriture a cui sia allergica. Peccato che sia anche il mese in cui vengo sommersa dal lavoro.
È quindi con colpevole ritardo che arrivo con il secondo capitolo. Finalmente la storia entra nel vivo e conosciamo altri personaggi.
Buona lettura!





CAPITOLO 2

 

    Più che un corpo militare, quello delle Ali Nere sembrava un ordine monastico. Avevano anche un cimitero separato, nel punto dove la capitale si trasformava in campagna, circondato da un alto muro, perché gli sguardi casuali neppure sfiorassero quelle lapidi. Queste spuntavano a file regolari dal prato punteggiato qua e là da alberi ora spogli. Lastre tutte uguali di granito grigio con inciso un nome, un grado e due date. Le lastre più vecchie avevano muschio che le ricopriva quasi per intero e portavano solo un nome e una data, senza grado. Sembravano avere più di trecento anni. Forse, le Ali Nere erano più vecchie persino dell’impero di Fortanèa.

    Appostato dall’alba su un albero vicino al muro di cinta, Ardal aveva avuto tutto il tempo di osservare le lapidi. In secoli le Ali Nere non avevano trovato una vera soluzione al problema degli angeli. Di fatto cercavano solo di limitare i danni dei loro attacchi e spesso questo di risolveva nel portare lo scontro sopra i villaggi, i quartieri operai o dove vivevano gli impuri. Insomma, l’importante era che i morti fossero solo povera gente. Come altri, anche Ardal aveva avuto il dubbio che quella fosse una scelta voluta. Un popolo terrorizzato è più facile da controllare. Secondo Esvele era tempo di smettere di considerare le Ali Nere intoccabili. Anzi, se i Corvi avessero dimostrato di essere in grado di danneggiarli forse l’intero castello di menzogne imperiali avrebbe iniziato a crollare. Eppure quelle lapidi parlavano di un prezzo altissimo pagato dai soldati dalle Ali Nere. Erano quasi tutti morti  intorno ai vent’anni, a volte prima. La maggior parte dei cognomi era di estrazione popolare, ma non ne mancavano di più altisonanti e qua e là spuntava un titolo nobiliare. Troppi morti, troppo giovani perché fosse tutta una montatura imperiale. Ardal non era contrario, il linea di principio, all’uso della violenza, col suo passato come avrebbe potuto? Se gesti eclatanti potevano spingere altri impuri a ribellarsi alla loro condizione di schiavi, allora valeva la pena di compierli. Tuttavia, prima di considerare gli ufficiali delle Ali Nere un bersaglio era intenzionato a conoscerli più a fondo.

 

    Il funerale del Colonnello George Bojos si era svolto in mattinata, in forma più dimessa che privata. Quattro uomini sui trent’anni avevano portato la bara e tra questi Ardal aveva riconosciuto un Chris in alta uniforme, con i gradi di maggiore. Lui per primo si era punto il dito con lo spillone d’oro per versare tre gocce di sangue sulla bara, prima che fosse ricoperta di terra. Era presente solo una decina di persone, tra cui una coppia di sessantenni affranti che l’impuro suppose fossero i genitori. Non c’erano Jude, né il generale Morozov, né tanto meno l’elusivo Soilbeir. Quella mattina, tuttavia, c’era stato un attacco angelico. Nulla di pericoloso per la popolazione, non erano neppure suonate le sirene di allarme. Ardal, però dalla sua postazione sull’albero, aveva visto a est il cielo come ribollire, cosa che avveniva quando le dimensioni si sfioravano, quasi aprendosi l’una sull’altra. Le Ali Nere dovevano aver fermato gli angeli prima che riuscissero a penetrare nell’atmosfera terrestre e l’impuro aveva supposto che questo giustificasse numerose assenze al funerale.

    Mezzogiorno era passato e l’immobilità, insieme alla mancanza di un pasto e di una sosta al bagno, iniziavano a pesare su Ardal quando la sua pazienza fu ripagata. Un gruppetto di quattro persone si stava avvicinando alla lapide di Bojos. A guidarlo era il generale Morozov in persona. Un uomo ormai anziano, con il cranio pelato, i baffoni bianchi e una gamba meccanica. Camminava appoggiandosi a un bastone e dando l’altro braccio a una donna alta oltre la sessantina, avvolta in una lunga pelliccia di visone. Dietro di loro c’era Jude, vestito nell’uniforme nera dai ricami dorati delle Ali Nere, impettito e con lo sguardo serio nel viso ancora da bambino. Più dietro ancora, stretto in un lungo cappotto grigio, con in una mano un bastone da passeggio e nell’altra una rosa rossa, veniva il colonnello Soilbeir in persona. Camminava a capo chino, con i lunghi capelli di un biondo chiarissimo che gli ricadevano sciolti sulla schiena.

    Ardal era troppo lontano per udire cosa si stava dicendo il quartetto, ma attraverso il binocolo vide Jude girarsi verso Soilbeir con la sua espressione da cane aggressivo per ringhiargli qualcosa. Per tutta risposta il colonnello fece un passo deciso verso il ragazzo e lo abbracciò. Jude fece per dibattersi, ma poi finì per rilassarsi quasi suo malgrado e ricambiare l’abbraccio.

    I quattro proseguirono poi fino alla tomba di Bojos. Soilbeir depose la rosa ai piedi della lapide, sulla terra smossa e poi versò tre gocce del suo sangue. Anche gli altri tre lasciarono l’offerta rituale sulla tomba. Il generale Morozov si fermò qualche istante a fissarla, borbottando qualche parola, finché Soilbeir gli posò una mano sulla spalla. Ardal sospirò. Le sue informazioni erano giuste. Le Ali Nere erano un gruppo chiuso, molto unito, praticamente impenetrabile. Nessun giornalista era mai riuscito ad avvicinarli per un’intervista che fosse qualcosa di più di un secco comunicato stampa autorizzato dall’imperatore. L’unica possibilità, ora che l’aveva individuato, era seguire Soilbeir per scoprire dove abitasse e poi, in qualche modo, avvicinarlo e conquistarne la fiducia. Sempre che ora non si chiudessero tutti e quattro a villa Morozov.

    Fu fortunato.

    C’era un’automobile a vapore ferma proprio all’uscita del cimitero, ma vi salirono solo i coniugi Morozov e Jude. Ci fu una breve discussione, che Ardal seguì a distanza di sicurezza, per convincere Soilbeir ad accettare un passaggio, ma l’uomo rifiutò scuotendo il capo, dirigendosi a piedi verso il centro della Pencors.

 

    Soilbeir camminava a passo spedito lungo la strada che costeggiava uno dei tanti canali che percorrevano la capitale, anche se di tanto in tanto si fermava all’improvviso, colto da chissà quale pensiero, ad osservare un albero o un brandello di cielo. Erano ancora quasi in campagna, con l’argine sulla sinistra ricoperto d’erba, ma davanti a loro si vedevano le ciminiere e le sagome scure delle fabbriche della periferia mentre la rocca del palazzo imperiale era solo un’ombra scura sul fondo del campo visivo. Ardal si teneva a distanza. Nessun altro stava percorrendo quella strada e per un lungo tratto ancora non c’erano svolte. Preferiva evitare che Soilbeir avesse anche solo il sospetto di essere seguito. 

    Ancora non riusciva a formulare un pensiero preciso a proposito delle Ali Nere. Esvele ne parlava come dei cani dell’imperatore. Durante la parata per la Festa delle Forze Armate sfilavano subito dopo l’imperatore stesso con le loro strane tute nere con attaccate ali strappate agli angeli sconfitti in battaglia. Eppure, ora che l’aveva vista a fianco del generale, Ardal aveva focalizzato sua moglie come quella Delia Morozov. Amica personale dell’imperatrice madre e nonostante questo arrestata almeno tre volte per le sue posizioni a favore del diritto di voto delle donne e contro la loro esclusione dalle università. Il comandante in capo delle Ali Nere, quindi, era il marito di un’estremista. Il loro figlioccio, o quello che era, cantava in pubblico Fanciulla di palude. E infine c’era quell’enigma vivente dell’uomo che gli camminava davanti, col viso e le movenze da ballerino di corte, un cognome da zappaterra del nord e di cui nessuno poteva aggiungere una terza caratteristica.

 

    Sul limite tra il non farsi notare e non perdere la propria preda sul lungo rettilineo che costeggiava il canale, Ardal cercava di essere, se mai Soilbeir si fosse voltato, solo un punto indistinto in fondo alla strada. L’impuro non prestò molta attenzione, quindi, quando vide l’uomo fermarsi, portare una mano al collo e subito voltarsi verso l’argine. Le cose cambiarono quando Ardal vide Soilbeir estrarre una lama da quello che si rivelò essere un bastone spada, mentre tre figure, una delle quali con corna ben visibili, si lanciavano verso di lui dall’argine.

    Evidentemente, alcuni dei Corvi non condividevano le sue perplessità e avevano deciso di passare all’azione. Anche loro dovevano aver avuto la notizia della morte di Bojos e deciso di approfittare dell’occasione. Forse si erano appostati nel cimitero non così lontano da lui e neppure se n’era accorto.

    Soffiando tra i denti un’imprecazione, Ardal corse avanti. Da quella distanza era quasi impossibile azzardare un tiro preciso su un bersaglio in movimento con la pistola da tasca che si era portato appresso.

    I tre aggressori erano armati di lunghi coltelli, ma, nonostante la superiorità numerica, il loro primo assalto fu bloccato da Soilbeir. Teneva la lama con una mano e il fodere con l’altra, combattendo come se avesse due armi con una grazia sinuosa. La sua fama di combattente, constatò Ardal, era del tutto giustificata.

    Con un balzo riuscì a sfruttare appieno la propria altezza. La lama andò a colpire l’aggressore con le corna alla gola, mentre il fodero intercettò la lama di un altro avversario. 

    Era comunque uno scontro di tre contro uno.

    Ardal vide che uno dei tre si era allontanato di un passo. Approfittò di un’esitazione di Soilbeir per lanciare il proprio pugnale, che andò a colpire il colonnello alla spalla destra.

    Ardal lanciò un grido, nella speranza di farli fuggire. Era ancora troppo lontano per sparare, ma iniziò a estrarre la pistola.

    Vedendo il compagno a terra con la gola squarciata e Soilbeir in affanno, i due Corvi avevano deciso di portare a termine la propria aggressione.

    A parte lui, la strada era del tutto deserta.

    Ardal cercò di correre ancora più veloce. 

    Con la sinistra, Soilbeir, sempre con un ginocchio a terra, riuscì a colpire con il fodero l’avversario più vicino in piena faccia, ma una macchia scura si stava allargando dove il pugnale ancora penetrava nella spalla. 

    Il terzo impuro, di cui ora Ardal vedeva le piume che gli ricoprivano il dorso della mano, incombeva su di lui. Aveva sicuramente visto il giornalista, ma a questo punto non gli importava più di avere un pubblico. Anzi, forse era proprio quello che voleva.

    Senza dargli il tempo di agire ancora, Ardal alzò il braccio destro e fece fuoco.

    Colpì l’impuro, un piumato come lui, in pieno petto.

    Per la seconda volta nella sua vita aveva ucciso. Questa volta lo aveva fatto per salvare quello che alcuni consideravano uno dei simboli della loro oppressione.

    Nello stesso istante Soilbeir si accasciò al suolo.

    Il terzo aggressore, con la faccia piena di sangue, il labbro e forse un dente spaccato dal colpo del colonnello, lo guardò con occhi sgranati.

    Era di certo un impuro anche lui anche se, come per Ardal, la sua deformazione poteva essere nascosta dagli abiti. Forse lo aveva riconosciuto. Forse si erano incontrati a qualche riunione. Forse avevano applaudito entrambi a uno dei discorsi di Esvele. Forse era rimasto a guardare, mentre Ardal si allontanava con la donna.

    – Vattene! – gridò Ardal, sparando un colpo due palmi sopra la sua testa.

    Il giovane, non poteva essere più vecchio di lui, non se lo fece ripetere due volte e corse a gettarsi nel canale, il modo più rapido per togliersi di lì.

    Ardal corse verso Soilbeir.

    L’uomo era a terra con gli occhi socchiusi. Aveva una seconda ferita, sottile, al collo, che si stava tastando con la mano sinistra.

    Di colpo Ardal non aveva la più pallida idea di cosa fare. Non era certo quello il modo in cui intendeva presentarsi al colonnello. Non aveva alcuna nozione di pronto soccorso e l’uomo poteva morirgli dissanguato tra le braccia.

    Con uno sforzo evidente, Soilbeir aprì gli occhi. Come gli avevano raccontato, aveva iridi chiarissime intorno a pupille dilatate.

    – Narcotico… – sussurrò.

    Con la mano sporca di sangue cercò di raggiungere la piccola spilla tonda che anche lui portava appuntata al risvolto del cappotto, ma svenne prima di riuscirci. La mano ricadde inerte, lasciando una striscia di sangue sulla lana grigia del soprabito.

    Prima di farsi del tutto prendere dal panico, Ardal vide che le ali nere sulla spilla erano in leggerissimo rilievo. Si diceva che le Ali Nere possedevano strani marchingegni che funzionavano con il sangue d’angelo. Del resto non erano una leggenda che le loro tute che permettevano di raggiungere la dimensione degli angeli. Schiacciò le ali, sperando che potessero in qualche modo richiamare dei soccorsi e sparò un colpo in aria. Qualcuno, di certo, aveva sentito il rumore. Sarebbero arrivati ad aiutarli. Giusto?

    La macchia di sangue sul cappotto, tuttavia, si andava allargando in modo preoccupante. Soilbeir forse era naturalmente pallido, ma ad Ardal adesso pareva che fosse del colore della neve. E, considerate le pupille dilatate, era probabile che la sua ultima parola avesse senso. A una delle riunioni dei Corvi aveva sentito qualcuno vantarsi della propria abilità con la cerbottana.

    Ardal si sforzò di deglutire. Non era restando a guardare Soilbeir dissanguarsi che avrebbe ottenuto le informazioni che cercava. Sul narcotico o il veleno non poteva niente, ma per prima cosa bisognava fermare l’emorragia.

    Per prima cosa cercò nelle tasche, sue e di Soilbeir, dei fazzoletti puliti da usare come garza di fortuna. Con una certa sorpresa, scoprì che il colonnello usava fazzoletti ricamati con motivi a fiori.

    Quando gli allentò la giacca saltò fuori una collanina d’oro con un pendente a forma di lettera V tempestato di gemme. Non un gioiello particolarmente lezioso e tuttavia Ardal non se lo sarebbe aspettato su un uomo. Quando però gli aprì la camicia, l’impuro si trovò davanti a della biancheria ricamata con al di sotto una fascia che poteva solo nascondere dei seni. 

    Il colonnello Soilbeir, l’eroe di Fortanèa, era una donna.

    

    Ardal rimase inebetito a fissare gli inequivocabili segni di quella scoperta, nonostante una parte della sua mente fosse consapevole del sangue che continuava a uscire dalla ferita.

    A riscuoterlo fu il rumore inconfondibile di una macchina a vapore.

    Che fossero stati gli spari in pieno giorno o il meccanismo della spilla, l’automobile del generale Morozov stava arrivando. La guidava a tutta velocità Delia Morozov, con l’aria che provava a scompigliarle lo chignon perfetto e gli occhiali da pilota calcati sul viso, mentre Jude si sporgeva per vedere meglio. 

    Il primo a scendere, tuttavia, gamba meccanica e tutto il resto, fu il generale Morozov in persona. Con una rapida occhiata sembrò considerare tutto, sopratutto il ruolo di Ardal. Vide la sua pistola a piccolo calibro ancora per terra e il foro di proiettile che aveva ucciso l’impuro.

    – Cos’è accaduto? – chiese ad Ardal, col suo piglio da militare.

    – L’hanno aggredito in tre. Credo sia stata… stato colpito anche da un dardo narcotizzante. In ogni caso è ferita.

     Ardal stringeva ancora il corpo esanime di Soilbeir. Era riuscito a premere i fazzoletti sulla ferita alla schiena, ma gli aveva tolto cappotto e giacca e aveva sbottonato la camicia. Nessuno dei presenti, però, sembrava stupito da ciò che l’operazione aveva messo in mostra.

    – E tu cosa ci fai qui? – ringhiò Jude, molto più colpito dal rivedere lui, piuttosto che i seni del colonnello.

    – Sono un giornalista, volevo intervistare Soilbeir…

    – I convenevoli a dopo – intervenne Morozov. – Ragazzo, aiutami a caricare in macchina Victoria. Tieni premuta quella benda. Jude, cerca di capire tutto quello che puoi degli aggressori, ti mando aiuto il prima possibile. Di questa cosa ci occupiamo noi.

 

    Nel giro di pochi minuti, Ardal si trovò sul retro dell’automobile a vapore dei Morozov, a cercare di eseguire i rapidi ordini del generale in fatto di primo soccorso, diretto a tutta velocità verso villa Morozov e il quartier generale delle Ali Nere.

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Capitolo 3
*** Capitolo 3 ***


Eccoci al terzo capitolo delle indagini del nostro Ardal. È il momento di scoprire qualcosa di più sulle Ali Nere...


CAPITOLO 3

 

    Ardal stava con la schiena appoggiata al muro a fissare il labirinto creato con le siepi di bosso nel parco di villa Morozov. Raramente si era sentito così tanto fuori posto.

    Con una disinvoltura alla guida da fargli rizzare i capelli, Delia Morozov li aveva condotti lì nel minor tempo possibile e una schiera di efficienti servitori aveva preso in carico Soilbeir, sempre esanime. Lui era stato parcheggiato in un salotto pieno di suppellettili dall’aria costosa e delicata con l’ordine di non allontanarsi. Erano passate due ore. La collezione di ceramiche a forma di pastorelle aveva ben presto iniziato ad inquietarlo e ancora di più lo aveva fatto il solerte cameriere impuro dalle ali floscie che quasi sfioravano il suolo chiedendogli se gradisse un rinfresco. Il parco, con i sempreverdi potati in forme geometriche, dove neppure una foglia poteva sfuggire al disegno superiore dei proprietari, era appena meno soffocante.

    Finalmente, la porta dietro di lui si aprì e ne uscì il generale Havoc Morozov.

    – Come sta? – chiese.

    Il generale estrasse un portasigari da un taschino della giacca.

    – È sopravvissuta a ferite peggiori.

    Il giovane annuì, senza aggiungere nulla. Era evidente che in quel momento a essere sotto esame era lui.

    – Ardal Dunos de Il Flusso? – chiese infatti il generale, quando si fu acceso il sigaro.

    – Sì.

    – Ho letto qualcosa di tuo… Ti facevo più vecchio. Quanti anni hai, ventitré, ventiquattro?

    Di solito ad Ardal andava benissimo dimostrare qualche anno in più. Anche se era nato in un banale villaggio di minatori, aveva la pelle scura e gli occhi allungati. Questo, insieme ai capelli neri, gli permetteva di passare per un mezzo jiquinita e gli conferiva un un aspetto più maturo. Una risorsa non da poco per uno schiavo fuggiasco. Con Morozov, tuttavia, qualcosa gli diceva che era meglio non rischiare.

    – Ne ho compiuti venti a inizio Brumaio.

    Morozov annuì piano, mentre aspirava il proprio sigaro.

    – Un altro ragazzo nella battaglia… – mormorò, poi sospirò. – Non ho modo legale di impedirti di scrivere ciò che hai scoperto. Tuttavia se ce n’è uno per dissuaderti, sono a disposizione. Victoria ha salvato il culo a tutti quanti per oltre dieci anni, non si merita una scandalo.

    Ardal prese un respiro.

    Trascinato dagli eventi non ci aveva neppure pensato. Quanto valeva il segreto di Soilbeir in un mondo in cui alle donne era precluso in voto e l’accesso alle università, per non parlare, ovviamente, della carriera militare? Il generale Morozov aveva autorità e denaro. Ardal, si rese conto, avrebbe potuto chiedere qualunque cosa. Persino un’identità più sicura di quella di cui si era riappropriato col sangue.

    – Volevo intervistare Soilbeir sugli angeli e sulle strategie delle Ali Nere, non mi interessa scrivere sulla sua vita privata.

    Mentre parlava si maledisse.

    Eppure lui lo sapeva cosa significasse costruire un’esistenza intera su una menzogna.

    D’altro canto, non sapeva nulla di Soilbeir. Ma per lei aveva ucciso un altro impuro e ora stava rinunciando a una potenziale fortuna. Se Jude avesse cantato una qualsiasi altra canzone che non Fanciulla di palude, le sue scelte di quel giorno sarebbero state diverse?

    – Questo non vuol dire che non sia curioso – aggiunse. – Com’è capitato?

    – Che una donna diventasse un alto ufficiale delle Ali Nere? Per caso – Morozov si concesse un mezzo sorriso stortato dal sigaro, mentre guardava il cielo che si andava annuvolando. – Selezioniamo i nostri cadetti quando hanno dodici anni. A quell’età con i capelli corti e un paio di pantaloni una ragazzina può passare per un fanciullo senza problemi. Ogni anno partecipano alle selezioni centomila ragazzi in tutto l’Impero. Se troviamo dieci cadetti è tanto. Servono doti fisiche e mentali non comuni per resistere al passaggio tra le dimensioni e una resistenza eccezionale al sangue d’angelo. Lei si era infilata tra i maschi per una sorta di sfida con un amichetto. Quando ce l’ha detto si era già dimostrata la più dotata di tutti. Noi siamo le Ali Nere. È la necessità, non l’imperatore, a dettare le nostre leggi.

    – Ma lo sa, almeno, l’imperatore?

    Morozov scosse il capo.

    – Victoria ha iniziato a combattere a quattordici anni, Leopold non era ancora sul trono. Avevamo informato suo padre.

    Una dozzina d’anni prima. Quando ancora le donne potevano essere elette in parlamento e insegnare all’università. Poi le leggi erano cambiate e la posizione della ragazza si era fatta ancora più anomala… 

    – E i vostri soldati invece lo hanno sempre saputo.

    – Siamo le Ali Nere. Siamo pochi e metà di noi muore in combattimento. Non possiamo permetterci segreti o sfiducia. 

    Ardal si concesse un sorriso.

    – Sembrate più sovversivi di noi de Il Flusso.

    Morozov gli lanciò una lunga occhiata. Aveva occhi grigi, duri, e quello che che lo fissava da dietro il monocolo sembrava ancora più indagatore dell’altro.

    – Non diamo molta pubblicità alla cosa, ma non non giuriamo fedeltà all’imperatore – disse Morozov. – Siamo l’unico baluardo tra gli angeli e le persone, lo eravamo prima della nascita di Fortanèa e lo saremo dopo la sua fine.

    In quel momento la porta dietro di loro si aprì e ne emerse Victoria Soilbeir.

    Indossava una vestaglia rosa sopra una camicia da notte color perla. Aveva un braccio al collo, i capelli spettinati e il viso incredibilmente pallido. Anche così era una splendida donna sui venticinque anni dai tratti delicati che aveva di insolito solo l’altezza. Ardal si sentì un idiota per averlo capito solo dopo averla svestita.

    – Siete voi che mi avete salvato? – chiese, con una voce dalla strana tonalità roca.

    – Victoria, maledetta pazza, torna dentro! – la richiamò dall’interno la voce di Delia Morozov.

    Forse le Ali Nere non ubbidivano all’imperatore, ma certo lo facevano alla signora Morozov, perché Victoria arretrò all’istante.

    Rientrarono tutti in salotto. Victoria andò a sdraiarsi su un divanetto appena discosto dal mobile con la collezione di porcellane, mentre il servitore alato sistemava due sedie per Ardal e il generale. Delia tornò quasi subito reggendo un vassoio con un bicchiere pieno di liquido rosato e un piccolo coltello, seguita da una schiavetta adolescente con piccole ali atrofiche ricoperte da lucidissime piume nere.

    Ardal ci mise un istante a capire cosa stava accadendo, quando vide la schiava allungare docile la mano e poi Delia farle veloce un taglio sul dito indice, per poi raccogliere il sangue nel bicchiere. Sapeva che era una moda della nobiltà quella di bere sangue d’impuro piumato come corroborante, ma vederla praticare lì, dove per qualche ragione che non era chiara neppure a lui stesso aveva abbassato la guardia, gli fece montare dal profondo una rabbia a mala pena controllabile. Si trovò con le mani strette a pugni e le mascelle serrate.

    – La cosa vi disturba? – gli chiese Delia Morozov, mentre mescolava il contenuto nel bicchiere.

    – Sì. Vedere esseri umani trattati peggio di mucche da mungere mi disturba – scandì.

    Ora sarebbe stato buttato fuori, e tanti saluti all’intervista.

    – State tranquillo. Non è Liù quella che ha versato più sangue per gli altri, qui – replicò la signora Morozov, in tono discorsivo.

    Passò il bicchiere a Victoria, che fece una smorfia, ma ne bevve il contenuto d’un fiato.

    – Diluire il sangue d’angelo con quello di impuro ne favorisce l’assorbimento – spiegò la giovane, mentre restituiva il bicchiere. – E, in chi lo tollera, il sangue d’angelo accelera la guarigione. Non è un capriccio.

    Ardal rimase a fissare la schiava, che usciva per riportare il bicchiere in cucina. Non ne sapeva abbastanza per capire se avesse parlato solo per ammansirlo.

    Le sue riflessioni furono interrotte da un’altra porta che si apriva.

    Ne entrò Jude, a passo di carica, seguito da Chris.

    – Victoria, ti sei fatta mettere al tappeto da due stupidi impuri! – ringhiò il ragazzo, andando a piazzarsi al centro della stanza come se ne fosse il legittimo padrone.

    – Erano tre e uno mi ha colpito con un dardo narcotizzante – puntualizzò Victoria, con una smorfia.

    – Non badarci. Era fuori di sé dalla preoccupazione – disse Chris.

    Andò a posare un bacio sulla guancia della giovane.

    – Come ti senti?

    – Ho avuto momenti migliori. Ma anche peggiori – rispose Victoria.

    All’arrivo dell’ufficiale il suo volto si era aperto in un sorriso che la faceva sembrare quasi una ragazzina. A quanto pareva, la capacità di trasformarsi del tutto con un’espressione non era una prerogativa solo di Jude.

    – Cosa avete scoperto? – chiese il generale Morozov.

    Entrambi i nuovi arrivati si impettirono all’istante, vittime dei loro istinti militari.

    – Due impuri, entrambi avevano le proprie Patenti di Via con loro. Potremo passarle alla polizia ordinaria e scoprire qualcosa di più – disse Chris.

    Ardal non conosceva nessuno degli aggressori, anche se era quasi certo di averli già visti. Alle riunioni, del resto, partecipavano quasi solo impuri patentati, che avevano ottenuto una sorta di semi libertà, con il diritto di percepire uno stipendio o anche la possibilità di aprire una piccola attività.

    – Avevano queste in tasca – disse Jude, mostrando quattro piume nere di corvo.

    – È così che un gruppo di terroristi impuri firma i propri attentati – spiegò Chris.

    – E perché dovrebbero avercela con me? – chiese Victoria, con genuino sgomento.

    Ardal sospirò, prima di rispondere.

    – Avete sfilato per anni dietro l’imperatore durante la parata delle forze armate. Vi si vede come un simbolo del potere imperiale.

    La donna aggrottò la fronte.

    – Noi difendiamo tutti – disse, piccata.

    – Il vostro giornale simpatizza per questi Corvi – fece notare il generale.

    – Il mio giornale simpatizza per le rivendicazioni dei diritti degli impuri, per quelli dei proletari e per quelli delle donne – puntualizzò Ardal.

    Era vero. Era solo lui, a titolo personale, che simpatizzava per i Corvi.

    – Sono dei pazzi comunque – disse Chris, aggrottando la fronte. – A parte questi estremisti tutti considerano Soilbeir un eroe. Ucciderlo avrebbe voluto dire solo scatenare la rappresaglia imperiale. Qualsiasi manifestazione o espressione di dissenso da parte degli impuri sarebbe stata repressa nel sangue.

    – E questo avrebbe portato allo scoperto la crudeltà imperiale, spingendo altri impuri alla rivolta aperta – disse Ardal.

    Quando terminò, si rese conto che sia Victoria che Chris e persino Jude lo guardavano come se fosse pazzo.

    – Per spingere gli impuri alla rivolta i Corvi sono pronti a sacrificare delle vite innocenti dei loro? – chiese Jude.

    – Suppongo che l’idea sia che alcune perdite siano inevitabili. Nessuna guerra si vince senza che ci siano morti – disse Ardal, a disagio.

    Victoria lo fissò. Aveva occhi di un azzurro chiarissimo che in quel momento si erano fatti glaciali.

    – Noi non siamo come gli altri militari – scandì. – Noi non uccidiamo le persone, noi le proteggiamo. Non sempre ci riusciamo, non nel modo in cui vorremmo, ma diamo il nostro sangue e molto spesso la nostra vita per farlo.

    Ardal mise le mani avanti.

    Avrebbe voluto dire che era facile pontificare in un salotto come quello, con una schiera di servitori pronti ad occuparsi di ogni loro necessità. Ma era evidente che Victoria stava facendo uno sforzo anche solo per sostenere quella conversazione. Chris aveva un fare da perdigiorno, ma Ardal vedeva una cicatrice che gli risaliva dal collo fin dietro un orecchio, pericolosamente vicina alla giugulare. E Jude, che non poteva avere più di quindici anni, con la sua uniforme da sotto ufficiale, con ogni probabilità era già andato in battaglia. Quelle persone non conoscevano le sue sofferenze. Ma neppure lui conosceva le loro.

    – Non voglio dire che i Corvi abbiano ragione – sospirò. – Ma la loro rabbia è motivata. Volevo scrivere un articolo per spiegare quale sia davvero il vostro ruolo e quello degli angeli. Forse è la cosa migliore perché anche gli estremisti smettano di considerarvi solo un’emanazione del potere imperiale.

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Capitolo 4
*** Capitolo 4 ***


CAPITOLO 4

 

    Ardal si guardò intorno perplesso.

    Erano passati quattro giorni dall’aggressione a Soilbeir. Quella mattina alla redazione era arrivato un biglietto dal colonnello con un appuntamento. Se Victoria voleva distruggere i preconcetti dell’impuro, c’era riuscita. Ardal stava infatti camminando lungo un canale in un quartiere industriale. Un ponte conduceva a un grosso complesso tessile, ma l’indirizzo che il giovane aveva in mano coincideva con quello di un dopolavoro operaio ricavato da una vecchia chiesa. Proprio sopra quella che probabilmente era la statua della Divina Sapienza era stato posizionato un cartello di legno in cui si leggeva «Scuola serale per lavoratori e lavoratrici». La parola lavoratrici era stata cancellata di recente, forse l’anno prima, quando erano state vietate le scuole miste di ogni ordine e grado. La canonica, addossata all’edificio principale, fungeva invece da taverna e locale comune. E era a fianco della porta di quest’ultima che lo attendeva Victoria. Indossava abiti maschili poco appariscenti, teneva i capelli infilati nella giacca e un berretto sul capo, aveva ancora il braccio al collo. Vedendo l’impuro, si mosse per andargli incontro. Se non avesse saputo che si trattava di una donna, Ardal non lo avrebbe mai immaginato. Non erano solo gli abiti, decise, era la postura, il modo di camminare, tutto il linguaggio del corpo. Dopo nove anni da schiavo, Ardal aveva dovuto imparare per prima cosa a muoversi da uomo libero, non abbassare lo sguardo, non cedere il passo, non usare formule servili nel parlato. Dentro di sé, il giovane si era detto di riuscirci perché non aveva mai davvero pensato da schiavo. Valeva anche per Victoria?

    – Vestite spesso così? – chiese, quando lei si fu avvicinata.

    Con indosso una vestaglia rosa il suo viso era apparso delicato e femminile. Con quell’abbigliamento rimaneva delicato, ma poteva essere quello di un uomo dai tratti insolitamente fini.

    Victoria sorrise, aveva labbra sottili, di un colore chiaro, non evidenziato dal trucco.

    – Mi hai salvato la vita, possiamo passare a un tono più informale? E comunque preferisco i completi o l’uniforme, ma ammetto che così sono comoda.

    L’espressione di Ardal la fece sorridere ancora di più, ma poi tornò seria.

    – Mi ci sono trovata, nelle Ali Nere, non l’ho proprio scelto – spiegò, mentre lo invitava ad entrare nella taverna del dopolavoro. – Per anni ho desiderato solo essere ordinaria. Solo che ora non so come si fa. Non sono abituata a farmi accompagnare o a non poter entrare nei locali.

    Anche la sua strana voce roca, pensò Ardal, ne rendeva difficile identificarne il sesso. Quanto al resto, lo capiva anche troppo bene.

    – È difficile dover mentire solo per essere se stessi – mormorò.

    Entrarono nella taverna. Era quasi ora di pranzo e Victoria aveva già scelto per loro un tavolino addossato alla parete. Gli altri erano già gremiti di operai, la gran maggioranza umani, ma si vedevano anche alcuni impuri patentati. L’oste era un uomo massiccio con due grossi zoccoli al posto del piedi.

    – Ci vieni spesso? – chiese Ardal.

    – Sì, è un posto talmente rumoroso che nessuno riesce a seguire la conversazione dei vicini. E poi il mio fidanzato sta tenendo delle lezioni. È uno studioso di angeli, penso ti interesserà parlare con lui. Birra chiara o scura?

    – Scura – disse Ardal.

    Di tutte le cose sorprendenti, per assurdo, quella che gli parve più incredibile era che Victoria avesse un fidanzato. E che questi tenesse lezioni nei dopolavori operai. Tutti quanti avevano cercato Soilbeir nei salotti buoni dell’alta nobiltà…

    Poco dopo furono serviti senza tanti complimenti. Si poteva scegliere la birra, ma il menù era lo stesso per tutti e quel giorno si mangiava trippa con fagioli e carote. Molte più carote che trippa, ma, considerando i tempi che correvano, non c’era da farne una colpa al cuoco.

    – Allora, cosa vuoi sapere? – domandò Victoria, quando il cameriere si fu allontanato.

    – Fammi un quadro delle Ali Nere.

    Victoria rimestò con i cucchiaio nel proprio piatto, allontanando i fagioli.

    – Esistiamo da settecento anni – iniziò poi. – Da quando sant’Astulf uccise un generale angelico trafiggendogli il cuore con una lancia. Possediamo ancora quella lancia, è fatta di metalli che non sono stati mai trovati sulla Terra… Strappando le ali al generale angelico sant’Astulf costruì la prima tuta. In questo modo si iniziò a entrare nella dimensione degli angeli, per fermarli se si avvicinano troppo alla nostra. È più facile sconfiggerli là che qua. Questa protezione diede inevitabilmente un vantaggio a Fortanéa, rispetto ai vicini. Non siamo figli dell’Impero, ma abbiamo contribuito alla sua grandezza.

    – Ji’Quin ha un sistema difensivo migliore – obiettò Ardal.

    Victoria sospirò.

    – Jì’Quin ha scoperto un intero meccanismo fatto dello stesso materiale della lancia di sant’Astulf, ma per attivarlo serve del sangue umano. Non so come funzioni, ho letto qualcosa, ma ne ho capito poco. Tradizionalmente venticinque ragazze vengono sacrificate ogni anno. Inoltre l’area di protezione del meccanismo non può espandersi. Ovviamente anche questo ha fatto sì che Ji’Quin diventasse una nazione prospera… Anche volendo, noi non abbiamo il meccanismo. E so che non riusciamo a evitare del tutto delle vittime. Loro cercano quasi sempre di attaccare la capitale. Noi cerchiamo di portare lo scontro su zone disabitate, ma spesso riusciamo a malapena ad allontanarci dal centro… Anche così in qualche modo preferisco che si combatta.

    Sull’ultima affermazione, gli occhi azzurri di Victoria si erano fatti glaciali. I tre Corvi, pensò Ardal, avevano fatto bene a tentare in primo luogo di addormentarla o avvelenarla, solo così avevano avuto, quasi, una possibilità.

    – Non parli come un soldato in ritiro.

    – Non lo sono. Dopo dieci anni di servizio attivo abbiamo diritto a un anno di congedo temporaneo. A fine Nevoso dovrò decidere cosa fare, non manca molto – Victoria allontanò altri due fagioli che si erano infiltrati tra le carote. – Il combattimento tra le dimensioni usura il fisico, ma ci sono altri ruoli necessari. Chris ormai opera per lo più come tattico, dando supporto da terra… Ma ovviamente io ho anche altre prospettive… Che so, la maestra di pianoforte.

    Sull’ultima frase fece un mezzo sorriso ironico sul cui grado di amarezza Ardal non si sentì di indagare.

    – Mi è stato detto che hai sconfitto un generale angelico.

    Da quel che si sapeva, gli angeli erano di due tipi. Il più raro aveva ali più grandi, era più pericoloso in combattimento e, si supponeva, di un rango maggiore.

    Victoria annuì.

    – Cinque anni fa. Ricorderai che Pencors era spesso sotto attacco.

    Ardal scosse il capo.

    – Non abitavo nella capitale, allora, e avevo altre preoccupazioni.

    Non farsi frustare. Ignorare le cameriere impure violentate quasi ogni ogni sera dal padrone e i suoi amici.

    – Eri solo un ragazzo. Io invece avevo vent’anni e già da sei combattevo con le Grandi Ali. Non sopportavo di essere alla loro mercé. Arrivavano, attaccavano e si ritiravano e noi potevamo ben poco. Le indicazioni tradizionali sono di evitare il combattimento con i generali angelici. E hanno un senso. La prima volta che ho ingaggiato combattimento ne sono uscita con un polmone perforato e mi ha strappato il respiratore, cosa che ha danneggiato le corde vocali.

    – Ma la seconda volta è andata meglio.

    – Gli ho trafitto il cuore e quasi staccato la testa – disse Victoria con naturalezza, mangiando un pezzo del pane nero che accompagnava la trippa. – L’abbiamo portato giù per strappargli le ali… Ma nella nostra atmosfera il suo corpo è mutato. Si è trasformato in quello di una giovane donna, non più vecchia di me, con lunghi capelli neri… Sembrava morta anche al nostro medico e tutti noi eravamo esausti. Ma il giorno dopo il corpo era scomparso dall’obitorio e la guardia aveva la gola tagliata. Questo ovviamente ha fatto sorgere una miriade di domande e pochissime risposte. Almeno finché Tien non ha esposto le sue teorie jiquinite. Lei o lui, in ogni modo, non l’abbiamo più visto, in nessuna dimensione.

    Victoria entrasse un orologio da taschino.

    – Dovrebbe aver quasi terminato la lezione. Se hai finito, andiamo a conoscerlo.

 

    La navata della chiesa era stata trasformata in un’aula. Una trentina di giovani erano seduti sui banchi, con quaderni degli appunti al posto del libro di preghiera, mentre un giovane professore spiegava da una cattedra posta dove avrebbe dovuto esserci l’altar maggiore. La vetrata dietro di lui rappresentava proprio sant’Astulf a cavallo, intento a trafiggere con una lancia un angelo dalle lunghissime ali ricoperte da piume nere. Ardal non aveva mai pensato che quella rappresentazione, diffusissima in tutta Fortanèa, fosse qualcosa di più dell’eco di una leggenda. Sotto il santo il giovane professore occhialuto sulla trentina sembrava quasi sparire, anche se la sua voce rieccheggiava chiara per la navata.

    – Gli angeli non crearono questa dimensione, ma la adattarono secondo i loro gusti e lo stesso fecero i demoni. Chissà con quali sentimenti ancora oggi gli angeli guardano la Terra. Sono solo pochi quelli che cercano di distruggere gli uomini. I più probabilmente ci ignorano. Per altri ancora forse è un luogo da preservare, insieme alle bellezze che essi vi introdussero. E le antiche leggende jiquinite parlano chiaro. Gli angeli potevano camminare tra gli uomini senza essere individuati. Potrebbero farlo ancora. Per oggi abbiamo finito, ci sono domande?

    Nella navata risuonarono più che altro sbadigli e il rumore dei quaderni chiusi e riposti velocemente nelle borse. Il professore raccolse quindi i propri libri e si avvicinò a loro. Era alto più o meno quanto Ardal, quindi una spanna più basso di Victoria. Cercava di tenere quattro libri in mano e nel contempo sistemarsi gli occhiali. Anche senza contare i tratti marcatamente jiquiniti, gli occhi allungati e i capelli nerissimi, era l’ultima persona al mondo che Ardal avrebbe immaginato come fidanzato di Victoria. Eppure lei gli andò in contro con uno sguardo adorante che, l’impuro ne era sicuro, prima o poi con quell’abbigliamento le avrebbe creato problemi. Recuperò uno dei libri che il docente stava per lasciar cadere e passò alle presentazioni.

    – Ten, questo è Ardal, il giornalista che mi ha salvato. Lui invece è il professor Tenshi Kuroa, docente di Storia degli Angeli all’università imperiale di Pencors.

    – E in un dopolavoro operaio – concluse Ardal.

    Il professore sorrise.

    – Molto meglio insegnare qui che all’università. Questi ragazzi vengono a lezione dopo il turno di notte, perché davvero lo vogliono, là per lo più sono solo un voto da collezionare nel loro libretto.

 

    Qualche minuto dopo erano di nuovo nella taverna, ciascuno con una tazza di caffè di cicoria in mano. Non c’era di che dire, se Ardal aveva sperato di trovare qualcuno che rispondesse alle sue domande sugli angeli, Ten era la persona giusta. A quell’uomo non sembrava vero di poter parlare della propria passione anche fuori dall’aula.

    – Le mie sono solo supposizioni, ma si fondano su anni di studi – stava spiegando il professore, gesticolando con il cucchiaino. – Il primo errore è considerare gli angeli un blocco granitico. Come presumere che gli uomini siano tutti uguali, tutti con una stessa cultura. Gli angeli hanno, se non creato il nostro mondo, almeno contribuito a renderlo così come lo conosciamo. È logico supporre che angeli diversi oggi abbiano verso la Terra interessi diversi. Quelli che la attaccano sono pochi, potrebbero essere una minoranza estremista, come questi Corvi che hanno cercato di uccidere Victoria.

    – Da secoli, senza riuscire a ottenere la distruzione dell’umanità? – chiese Ardal.

    Se la prospettiva era non ottenere nulla per gli impuri nei prossimi settecento anni forse conveniva abbandonare la lotta.

    Il professore fece un gesto vago.

    – I miei colleghi di Fisica insegnano che il tempo e la percezione del tempo è relativa. Forse hanno un obiettivo preciso, ma noi non lo conosciamo.

    – E i demoni? Le nostre leggende ne parlano come dei progenitori degli impuri con corna e zoccoli, ma poi sono scomparsi?

    – Secondo le tradizioni di Ji’Quin angeli e demoni entrarono anticamente in conflitto, ma entrambi continuano a visitare il nostro mondo in forma umana e questo coincide con le osservazioni delle Ali Nere.

    Victoria annuì.

    – I loro corpi cambiano col passaggio delle dimensioni, per adattarsi all’atmosfera terrestre. Per lo più quando succede sono in volo e hanno ali al posto di braccia, ma quanto è accaduto con il Generale Angelico ci dice che possono anche rendersi uguali a noi. Questo spiega, suppongo, perché possano nascere impuri anche in famiglie che non ne avevano mai avuti.

    – Quindi un impuro che non sia figlio di due impuri ha la mamma che è andata a letto con un angelo o un demone in incognito?

    Ten scosse il capo.

    – Non è detto che sia così diretto. Da due genitori con occhi scuri può nascere un bambino con gli occhi chiari se un nonno e un bisnonno li aveva. Inoltre non tutto il retaggio angelico deve essere per forza visibile. Le Ali Nere vengono selezionate in base alla loro tolleranza al sangue d’angelo e alla capacità di adattarsi alla dimensione angelica. Mi sembra improbabile che non siano imparentati con gli angeli stessi, anche se nessuno di loro ha segni visibili e in molti casi non c’è mai stata una nascita impura nelle loro famiglie.

    Oppure il bambino è stato prontamente ucciso, pensò Ardal, poiché nelle buone famiglie una nascita impura era considerata inammissibile. Poi capì le implicazioni del discorso di Ten.

    – Circa una persona su mille può essere solo schiava perché ha una deformazioni visibile, ma moltissima gente potrebbe averne una invisibile. E tra questi potrebbero esserci gli eroi dell’Impero, i soldati delle Ali Nere?

    Victoria bevve un sorso di caffè.

    – Non c’è un modo per provare questa teoria, ma ha senso. La schiavitù per tutti gli impuri è legge da circa trecento anni. Prima erano solo considerati individui che portavano sfortuna. Ma le Ali Nere non si sono mai curate molto delle dicerie. Prima di trecento anni fa c’erano impuri tra i nostri soldati, con una netta preferenza di piumati.

    – Questo… Se si sapesse farebbe crollare tutta la propaganda imperiale.

    – Al quartier generale c’è un corridoio con i ritratti di tutti i comandanti delle Ali Nere da sant’Astulf in poi. Trecentocinquanta anni fa ne abbiamo avuto uno con tutta la faccia ricoperta da piume. Forse dovresti lavorati Morozov per farti dare il permesso per fotografare quei vecchi quadri. Noi… L’impero ha cura di noi, siamo appunto trattati come eroi. Ma fosse per noi recluteremmo tutti coloro che possono vestire una tuta, donne e impuri compresi. Così eviteremmo di mandare in battaglia dei bambini.

    In quel momento, quasi a sottolineare le parole di Victoria, suonò la sirena di allarme per imminente attacco angelico.

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Capitolo 5
*** Capitolo 5 ***


Eccoci di nuovo a Fortanéa, tra angeli, uomini e impuri.
Con questo capitolo troviamo Jude, scopriamo qualcosa sulle Ali Nere che forse avremmo preferito ignorare mentre nuove nubi (letteralmente) si addensano sull'impero.

Un grazie di cuore ai lettori che stanno dando fiducia a questa storia (commentate, non siate timidi!) e uno speciale a Siyla che con la sua presenza constante dà un senso alle mie serate da scribacchina.





CAPITOLO 5

    

    Al suono dell’allarme gli avventori iniziarono a precipitarsi fuori.

    Ten recuperò i libri e Victoria prese con il braccio sano i due tomi che il professore non riusciva a portare. Entrambi sembrano calmissimi, come se si preparassero ad andare a tenere una lezione. Ardal invece era terrorizzato, come sempre gli capitava quando a suonare era la sirena più vicina. Come aveva detto Victoria, gli angeli colpivano per lo più la capitale. Ardal era cresciuto senza sentire mai il suono degli allarmi. Ce n’erano stati alcuni durante il periodo che aveva trascorso come schiavo, ma allora morire non lo aveva spaventato così tanto. Negli ultimi cinque anni, invece, aveva sentito ad ogni sirena una morsa allo stomaco che odiava ogni volta di più. Forse era per quello che si era incaponito così tanto a voler scrivere sugli angeli. Anche la paura era una schiavitù. Guardava la sua mano tremare con l’acredine con cui aveva guardato il proprio padrone, prima di ucciderlo.

    Uscirono tra gli ultimi. Il marciapiede, tra gli edifici e il canale, era stretto e accalcato, gremito dagli operai che uscivano dal dopolavoro e dalla fabbrica.

    – Dov’è il rifugio più vicino? – chiese.

    Ma Victoria, di fianco a lui, guardava il cielo.

    Si era di nuovo annuvolato. Scure nuvole di un grigio violaceo gonfie di acqua e di cenere vorticavano sopra di loro, come accadeva quando le dimensioni stavano per infrangersi.

    – Sono proprio sopra di noi – disse Victoria, sempre calma. – Via dal ponte! – gridò poi.

    Nel vociare generale pochi sentirono l’avvertimento.

    Un istante dopo un lampo di luce cadde dal cielo. Una sorta di meteora di pura energia che andò a colpire l’estremità del ponte sul lato del canale di fronte a loro. 

    Lo spostamento d’aria investì Ardal, che lottò contro l’istinto di raggomitolarsi con gli occhi serrati.

    Quando riuscì a riprendere il controllo di se stesso vide tre o quattro persone in acqua.

    Poi un altro lampo di energia cadde nel canale, più a monte.

    L’acqua ribollì, sferzata dalle onde.

    Uno di quelli che erano caduti, un ragazzo più o meno dell’età di Jude, che stava nuotando per mantenersi a galla, finì per sbattere la testa contro l’argine di pietra.

    Ardal aveva assistito alla scena come inebetito, con la vaga consapevolezza delle urla intorno a lui, oltre il ronzio causato dal rumore del primo impatto. La voce di Victoria, tuttavia, risuonò chiara.

    – Bisogna aiutarlo – disse.

    Fece per togliersi il cappotto, ma una smorfia di dolore la fece desistere.

    – Lascia, vado io – disse il professor Kuroa.

    Si era già tolto la giacca e in qualche modo Ardal se la trovò in mano, mentre l’impacciato docente si gettava nelle acque gelide. L’impuro era ancora immobile, con un senso di nausea che gli montava nell’esofago. Il sapore odioso dell’impotenza, lo stesso delle sere nella villa di Acque Nere quando l’unico modo per non sentire le grida di Fiammetta era mettersi la coperta sulla testa, sperando di trovarla ancora viva al mattino…

    – Ardal! 

    La voce di Victoria lo fece riscuotere.

    – Le dimensioni non si sono infrante – stava dicendo la giovane, con la fretta di chi cerca di dare molte informazioni in pochissimo tempo. – Vuol dire che due colpi sono fuggiti, ma i nostri sono in vantaggio. Jude cercherà di portarne giù un angelo. Lui è ancora pessimo nei rientri in atmosfera, non in grado di combattere subito dopo. Se giri alla seconda a sinistra e corri per due minuti e quaranta arrivi a un deposito ferroviario in disuso. È uno dei nostri luoghi di rientro. Se Jude rimane ultimo può aver bisogno di aiuto e io ora non posso. Vai.

      Non era una richiesta e neppure una preghiera. Era un ordine, emesso con voce pacata, ma nello sguardo azzurro di Victoria non c’era neppure il dubbio che lui potesse non eseguire.

    Ardal si trovò ad annuire senza neppure pensarci.

    – Seconda a sinistra, due minuti e quaranta – ripetè Victoria. – Sei armato?

    – Sì.

    Dopo l’incidente a seguito del funerale, Ardal aveva iniziato a portare sempre sotto la giacca la propria pistola migliore.

    – Vai.

 

    Ardal correva.

    Due minuti e trentasette. 

    Trentotto. 

    Trentanove.

    La via si aprì su un piazzale dove vecchie casse abbandonate giacevano qua e là. Erbe stentate spuntavano introno a binari ormai abbandonati. Più avanti, sulla destra, c’erano i resti di un vagone arrugginito, sembrava la carcassa spolpata di una balena spiaggiata che Ardal aveva visto una volta da bambino. Spuntoni metallici come costole protesi verso il cielo. Ancora oltre si vedeva un edifico di legno con il tetto di lamiera caduto per metà. Victoria aveva calcolato al secondo la velocità che poteva tenere. Aveva calcolato anche il fatto che sarebbe stato completamente senza fiato?

    Con uno sforzo, alzò gli occhi al cielo. 

    Le nubi violacee ribollivano sopra di lui. Cosa si aspettavano che facesse?

    Non vide le dimensioni infrangersi. 

    Le sentì.

    Come elettricità che gli percorresse la nuca. Un contraccolpo di energia.

    Le nuvole si muovevano in spirali.

    E di colpo sotto c’erano due figure.

    Per un istante Ardal pensò che fossero due angeli avvinghiati. Poi vide che uno aveva ali al posto delle braccia, attaccate a un corpo nudo. L’altro aveva le braccia e ali enormi, lunghe più del doppio di quelle dell’angelo ed era interamente coperto da un’aderente tuta nera.

    L’angelo riuscì a divincolarsi, colpendo con un calcio la testa della figura con la tuta e a separarsi da lei. Aprì le ali per controllare la caduta, mentre l’uomo in tuta cadde di schiena, diretto verso il vagone sventrato.

    Ardal estrasse la pistola. Cosa doveva fare?

    Sparare all’angelo che stava scendendo nudo davanti a lui solo perché era un angelo?

    Si buttò dietro a una delle casse, sperando che la creatura, concentrata sul proprio avversario, non l’avesse notato.

    L’uomo finì contro la carcassa di vagone. Atterrò di schiena su quello che restava del tetto, che cedette. Scivolò quindi di lato, mentre una delle enormi ali si impigliava in uno spuntone metallico. Il corpo rimase così, semi appeso e inerte, con un’ala bloccata in alto e l’altra che penzolava floscia.

    L’angelo, invece, era accovacciato, come se fosse atterrato da un salto di un paio di metri soltanto. Le ali piumate si ritrassero, trasformandosi sotto gli occhi increduli di Ardal in normali braccia. 

    Non così normali, rettificò mentalmente l’impuro. Con una mano staccò da terra un pezzo di binario dall’estremità appuntita e si rialzò brandendolo come fosse una lancia.

    Era nudo, ma non certo indifeso. 

    Dalla sua posizione dietro la cassa, Ardal cercò una linea di tiro.

    L’uomo nella tuta delle Ali Nere si riscosse. Mosse prima il capo, poi vide il proprio nemico. Agitò le gambe e le ali iniziarono a fremere, ma non riuscì a liberare quella bloccata.

    L’angelo venne avanti di qualche passo, cercando la posizione migliore per caricare il tiro, ma Ardal sparò.

    Mirò alla testa. Aveva visto quell’individuo trasformare le ali in braccia e staccare dal suolo una barra inchiodata con una mano sola, se doveva uccidere voleva essere sicuro di farlo.

    L’angelo cadde in avanti, con un caos di sangue e materia celebrale al posto del lato destro del cranio. Fu scosso da un paio di fremiti e poi di nuovo le braccia tornarono ali.

    Per la seconda volta in meno di una decade, Ardal aveva ucciso per le Ali Nere.

 

    Ancora appeso per l’ala allo spuntone metallico, Jude, perché di Jude si trattava, si era tolto il cappuccio e la parte della tuta che copriva la faccia. Il capelli biondi gli ricadevano umidi di sudore a lato di un viso pallidissimo. Armeggiò con qualcosa sulla nuca e finalmente sembrò mettere a fuoco Ardal, con ancora la pistola in mano e il cadavere dell’angelo a terra.

    – Ma chi sei, la guardia del corpo? – ringhiò.

    La fine ingloriosa del proprio combattimento non aveva giovato al suo umore.

    – Stavo parlando con Victoria, mi ha mandato lei.

    – Vigliacca…

    – Credo che potresti prendere in considerazione l’idea di ringraziarmi – disse Ardal.

    Nonostante tutto, l’ostinazione di Jude a mostrarsi sprezzante aveva qualcosa di comico.

    – Per un grazie devi quanto meno aiutarmi a scendere da qui – sbuffò il ragazzo.

    – Quanto meno…

    – Devi ancora offrirmi da bere.

    – Vero – concesse Ardal. Poi guardò il corpo dell’angelo. – Sicuro che sia morto?

    – Doveva esserlo anche prima, se no col cavolo che lo portavo giù – borbottò Jude, massaggiandosi la guancia, dov’era stato colpito dal calcio. – Dev’essersi ripreso con il salto dimensionale. Se tu non lo avessi preso in testa non lo avresti fermato.

 

    Per liberare Jude, Ardal fu costretto ad arrampicarsi sulla sommità instabile del vagone. Anche così fu solo dopo un certo numero di imprecazioni che riuscì a far scivolare l’ala dallo spuntone che l’aveva trafitta.

    – Certo che sembrano ben scomode – commentò, quando Jude fu finalmente a terra, proprio sotto di lui.

    – Non sai quanto – sbuffò il ragazzo, con voce esausta.

    Aveva la testa abbassata. Dall’alto, Ardal vedeva il motivo per cui quasi tutti i soldati delle Ali Nere portavano i capelli lunghi. Alla base della nuca c’era una sorta di bullone metallico con un foro al centro. 

    – È quello l’aggancio per… Connettervi alla tuta? – chiese.

    Jude rialzò il viso per mostrargli una smorfia schifata.

    – Sì. La collega col sistema nervoso.

    Non doveva essere un’operazione da poco farsi trapanare la nuca per inserire un bullone tra una vertebra e l’altra. Ardal si chiese quanto facesse male.

    – Cosa si prova? – domandò invece.

    – Con le tute normali è come… Beh, avere le ali. Strano, ma anche esaltante.

    – Questa però non è una tuta normale – osservò Ardal.

    Le ali, come quelle dell’angelo morto, erano ricoperte da piume fittissime. Al tatto, però, davano una sensazione diversa rispetto a quelle degli uccelli o al piumino morbido che ricopriva la sua schiena. Sembravano quasi metalliche. Nulla di strano che si dicesse potessero respingere un proiettile. Rispetto a quelle dell’angelo, però, quelle della tuta di Jude erano enormi. Anche la lucentezza era diversa. Un nero assoluto, quasi ipnotico.

    – Sono ali di Generale Angelico – sospirò Jude. – Quando ti connetti… Inizi a fare pensieri strani, nel migliore dei casi è come un mal di testa incipiente, nel peggiore sono vertigini e allucinazioni. È come se fosse ancora vivo, almeno in parte, e cercasse vendetta per la morte che gli ha dato sant’Astulf, settecento anni fa. Ci odia e chi tiene a farcelo sapere. Per questo non ho nessuna intenzione di svolazzare fino al quartier generale. Qualcuno verrà a prenderci.

    Ardal annuì, mentre iniziava la discesa. Poi ripensò a quello che Jude aveva appena detto.

    – Quelle ali hanno settecento anni?

    – Oh, sì. Si riparano da sole, al contrario delle altre, basta immergerle in acqua e sangue d’angelo.

    – Victoria ha detto che settecento anni fa sant’Astulf ha costruito la prima tuta… Ma allora si combatteva con archi e frecce. Non c’era certo la tecnologia per quella roba che hai addosso – disse, accennando allo strano materiale nero che ricopriva interamente il corpo di Jude.

    Lui si limitò a stringersi nelle spalle.

    – Secondo le leggende furono i demoni ad armare sant’Astulf e a insegnarli a costruire le tute. Può essere vero… Ora la chiamiamo scienza. Prima era magia, ma funzionava lo stesso.

    Ardal saltò giù dal vagone.

    Jude aveva un aspetto esausto. Un grosso ematoma andava dal mente fin sotto l’occhio sinistro e si stava passando le mani sul costato mentre cercava di trattenere delle smorfie di dolore.

    – Potrei essermi rotto qualcosa. Ancora – sospirò.

    Cercò una posizione più comoda, ma con quelle enormi ali afflosciate era quasi impossibile muoversi.

    – Saresti più comodo se uscissi dalla tuta – propose Ardal.

    – No. Sarei nudo. Mi sembra faccia piuttosto freddo.

    L’impuro non obbiettò.

    – Come mai sei solo?

    – Devo essere l’ultimo a saltare, queste ali resistono anche all’energia degli angeli. Copro gli altri e poi torno anch’io. Quel tipo sembrava finito. Abbiamo bisogno di ricambi, quindi ci ho provato.

    Ad Ardal sembrava assurdo che un ruolo simile fosse affidato a un quindicenne. Ma stando a quanto aveva detto Victoria solo pochi riuscivano a gestire quella particolare tuta. Sembrava una maledizione, più che un privilegio.

    – Hai detto che ti recupereranno?

    Jude fece un gesto vago con la mano.

    – Sì. Ogni tuta emette delle onde elettromagnetiche specifiche. Al quartier generale sanno sempre dove spuntiamo, ma dato che non ho mandato un allarme ci metteranno un po’.

    Ardal annuì.

    – E lui? – chiese, accennando al corpo.

    – Lo macelliamo.

    – Eh?

    – Non sono solo le ali che usiamo. I loro corpi sono fatti per adattarsi a entrambe le dimensioni, i nostri no. Le tute di cosa credi siano fatte?

    Ardal considerò per un istante le implicazioni.

    – Preferivo non saperlo – disse.

    – E io preferisco non pensarci… È un maschio o una femmina?

    – Chi? L’angelo?

    Jude annuì.

    – Di là sono tutti uguali. Corpi scuri e alati che si librano nell’atmosfera rarefatta… Quando li porti di qui… È più difficile per tutti se sono femmine.

    – Maschio.

    – Bene. Hai da bere?

    – No.

    Jude lo guardò come se fosse dispetto fatto di proposito.

    Poi cercò di sistemarsi e si mise a sedere, con la schiena appoggiata al vagone sventrato.

    – Allora non resta che aspettare. Tu… Puoi andare se hai da fare.

    Sembrava il massimo del ringraziamento che ci si poteva attendere da Jude.

    – Non ho tutti questi impegni – disse.

    Si sedette a fianco di Jude. 

    Vista su macerie e cadaveri di angeli mutaforma, pensò.

    Rimasero in silenzio per un poco. Jude sembrava troppo esausto per qualsiasi cosa che non fosse sonnecchiare.

    Erano rivolti entrambi verso ovest, dove il cielo si andava rischiarando. In breve, andò a colorarsi con le tonalità assurde di quei mesi. Strisce di rosso magenta alternate ad altre viola intenso. Le ceneri forse avrebbero soffocato l’Impero, ma Ardal non riusciva a non pensare a quanto quello spettacolo fosse bello.

    

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Capitolo 6
*** Capitolo 6 ***


Bentornati (o ben arrivati) a Fortanéa.
È ora di cambiare punto di vista e scoprire cosa succede nella testolina di Victoria. È anche il momento di scoprire qualcosa di più su quello che sta capitando all'Impero. C'è un motivo, a quanto pare, se ogni tanto piove cenere e i tramonti hanno strani colori...



CAPITOLO 6

 

    Victoria si sentiva soffocare.

    In realtà a lei piacevano gli abiti eleganti. Adorava i merletti e i fiocchi, anche se non capiva mai dove andassero messi e a cosa servissero. Sarebbe stata ore a piroettare davanti a uno specchio con indosso una gonna vaporosa. Erano i corpetti che non sopportava, con le loro stecche che volevano infilarsi al di sotto delle costole. E le scarpe rigide e con tacco. Aveva sentito di torture dei secoli passati in cui le dita venivano spezzate e schiacciate. Adesso la chiamavano «moda». Poteva affrontare un intero gruppo di angeli senza abbassare lo sguardo, ma dopo due ore con delle scarpe col tacco voleva solo togliersele, raggomitolarsi in un angolo e piangere come una bambina arrabbiata. E quella maledetta merenda organizzata da Delia Morozov era durata ben più di due ore…

    – Stai bene? – le chiese Chris.

    Il alta uniforme, con i capelli ricci che ricadevano morbidi sulle spalle, Chris era ancora di una bellezza magnetica. Un paio di anni prima Victoria si sarebbe permessa di fare i capricci proprio come una bambina, forse sarebbe riuscita persino a farsi massaggiare i piedi, sicura che l’indomani, in battaglia, lui le avrebbe ubbidito senza battere ciglio.

    – Sì – si limitò a dire.

    Sfilò comunque i piedi dalle scarpe, sperando che le calzature non sfuggissero sul fondo della carrozza.

    – Sembri stanca – indagò l’uomo.

    – Sto ancora smaltendo quel maledetto veleno – spiegò Victoria.

    Era passata una decade dall’aggressione, ma non si era ancora del tutto ripresa. Emil, l’ufficiale medico delle Ali Nere, era sicuro che il dardo fosse stato scagliato per ucciderla. Chris e Jude erano riusciti a recuperarlo e il laboratorio del quartier generale aveva stabilito che era stato intinto con un letale estratto vegetale proveniente dalle colonie. Se non avesse bevuto sangue d’angelo per così tanti anni non ci sarebbe stato nulla da fare. L’idea che ci fossero persone, là fuori, che non aveva mai incontrato, a cui non aveva mai fatto del male, e che tuttavia volevano ucciderla era un’altra cosa a cui non voleva pensare.

    – Sei sicura di voler essere accompagnata lì? – chiese ancora Chris.

    Stavano usando una delle carrozze dei Jamenson, la famiglia dell’uomo, famosa per i titoli altisonanti e per rifornire da secoli gli eserciti dell’impero di alti ufficiali.

    – «Lì» è dove abito – sorrise Victoria.

    Divideva con Ten un appartamento più che dignitoso in un quartiere della piccola borghesia intellettuale della città, ma agli occhi di Chris la loro casa doveva essere poco più di un tugurio.

    – Ti meriti di meglio.

    – Chris, per favore, ne abbiamo già parlato…

    Lui, però, le prese la mano e cercò i suoi occhi.

    – Lo so, ascoltami lo stesso – iniziò. – Il tuo professorino è una brava persona, te lo concedo. E se ti sta bene giocare con lui, sta bene anche me. Ma è un gioco, lo sai anche tu. È qui con un permesso speciale dell’università reale di Ji’Quin. Un giorno verrà revocato, lui dovrà tornare a casa e tu non andrai a fare la concubina a Ji’Quin, dove non saresti nulla.

    Victoria aggrottò la fronte. Chris aveva preso informazioni su Ten. Non sapeva se le dispiacesse più quello o il fatto che le sue fonti fossero così precise.

    – Non me lo ha mai nascosto, se è questo che intendi – disse.

    Un giorno Ten se ne sarebbe andato. E non aveva mai accennato alla possibilità che lei lo seguisse.

    – Io un giorno sarò il barone Jamenson e il barone Jamenson dovrà pur sposarsi – Chris alzò le mani, per prevenire le obiezioni di Victoria. – Non sarà subito. Diciamo che posso temporeggiare ancora due o tre anni. Se tu fossi un uomo sarebbe naturale per te sostituire Morozov, ti ha praticamente cresciuta. Ma dato che le cose stanno come stanno, probabilmente quel ruolo toccherà a me. Promettimi di sposarmi. Non voglio avere a fianco per il resto della vita una donna che conosco appena, che non stimo. Troveremo un modo per gestire insieme le Ali Nere.

    Victoria sospirò.

    Prese la mano di Chris tra le sue e se la portò alla guancia. Le mani di Ten era piccole, delicate. Quelle erano grandi, forti, Victoria aveva imparato a fidarsi di loro da che aveva dodici anni. L’avevano salvata non sapeva neppure quante volte. Da quelle mani si era lasciata accarezzare, in passato. Ma le mani di Ten, al contrario di quelle di Chris, non avevano mai ucciso.

    – Sai perfettamente che ci sono delle cose che lady Jamenson deve fare e che a me sono precluse. Tu dovrai avere un erede, prima o poi.

    Era difficile che i soldati delle Ali Nere avessero dei figli. Un effetto secondario del sangue d’angelo. Vi erano moltissimi casi di aborti spontanei o neonati talmente deformi da non poter vivere. La moglie di un soldato che si era congedato alcuni anni prima era morta uccisa dal suo stesso feto, cresciuto con artigli al posto delle braccia. Tuttavia non accadeva a tutti e Chris aveva bevuto molto meno sangue d’angelo di lei. Lui, però, scosse il capo.

    – Dopo quello che è accaduto alla moglie di Nigel credi che rischierei di mettere incinta una qualunque donna? – disse, sprezzante. Poi abbozzò un sorriso. – Alle porte di Santa Prospera vengono lasciati di continuo neonati non voluti. Uno di loro potrebbe diventare un Jamenson.

    Quello colpì Victoria, suo malgrado.

    – Voi nobili non siete tutti ossessionati dalle linee di sangue? – provò ad abbozzare.

    Chris le accarezzò il mento.

    – Per la maggior parte sì, ma le Ali Nere non badano molto a queste cose, non ti pare?

    Lei era stata una neonata abbandonata alle porte del monastero di Santa Prospera. Per quello che ne sapeva, poteva essere la figlia di una prostituta e di chissà chi. Soilbeir, le avevano detto, era il nome di sua madre. Erano più le persone che sapevano che il colonnello Soilbeir era una donna di quelle che erano a conoscenza del fatto che fosse figlia di padre ignoto. Chris era tra questi, eppure l’avrebbe davvero sposata e, in qualche modo, resa madre.

    La carrozza rallentò. Erano arrivati.

    Victoria si concesse ancora per qualche secondo il contatto con la mano dell’ufficiale.

    – Sei molto caro, Chris. Prometto che penserò seriamente a quello che mi hai detto.

    Poi infilò di nuovo le scarpe, si calò sul capo il cappuccio della mantella bordata di pelliccia e uscì dalla carrozza.

 

    Il problema, il motivo che la spingeva a salire veloce le scale per raggiungere l’appartamento al quarto piano che divideva con il suo amante, era che le Ali Nere erano circondate dalla morte, mentre Ten era del tutto proteso verso la vita.

    Dei dodici ragazzi che erano entrati come cadetti insieme a lei, ora che anche George era morto, rimanevano in tre. Lei, Chris e Emil, che aveva però quasi subito abbandonato il combattimento per seguire la sua vocazione medica, seppure in seno alle Ali Nere. Di tutti gli altri rimanevano lapidi grigie sopra un prato ben tenuto, in una quiete che era preclusa agli uomini. Non riusciva più a guardare i cadetti senza pensare a quanti di loro sarebbero morti entro i vent’anni. Aveva amato e odiato addestrare Jude. Ogni volta che il ragazzo si era mostrato pronto, capace di tenerle testa e di prendere il suo posto si era sentita esaltata, perché i suoi giorni di combattimento si stavano accorciando. E straziata, perché il prezzo sarebbe stato probabilmente la vita del ragazzo. 

    Aveva combattuto con tenacia. Aveva dato tutta se stessa. Aveva sfidato e sconfitto un generale angelico. Ma non era cambiato nulla. Nel giro di due anni gli angeli si erano riorganizzati, gli attacchi erano ripresi come prima e i suoi compagni avevano ricominciato a morire. Quella contro gli angeli era una guerra che non si poteva vincere e che lei aveva già perso nel proprio cuore.

    Ten, al contrario, era del tutto estraneo a quel turbinare di morte. I suoi studenti si preparavano a vivere, non a morire. I suoi discorsi nei circoli accademici erano complicati esercizi intellettuali, schermaglie senza feriti in cui alla fine si brindava con lo sconfitto. Al dopolavoro de L’impero della seta si progettavano futuri possibili, dove ognuno potesse essere ciò che sentiva di dover essere. Ten era deliziosamente straniero, non si curava di molte delle assurde fissazioni di Fortanèa. Non gli importava se lei vestiva con abiti da uomo e frequentava luoghi preclusi alle donne, dove finivano per discutere da pari. Non gli importava neppure se qualcuno, pur scambiandola per un uomo, capiva che erano amanti, perché persino quella a Ji’Quin era un’abitudine accettata. Chris non si sarebbe mai liberato delle Ali Nere. Almeno in apparenza, non gli pesava il vivere circondato dalla morte. Alla fine, le aveva offerto solo quello da cui Victoria cercava di fuggire. Senza riuscirci.

 

    Appena entrata in casa, la giovane si tolse la mantella e prese ad armeggiare con l’allacciatura dell’abito, per allentarsi il corpetto il più rapidamente possibile. Da quello, almeno, sarebbe riuscita a liberarsi.

    La colazione proposta da Delia era una trappola bella e buona, di cui lei era la vittima designata. E ancora una volta era andata consenziente verso il proprio destino, convinta da una ragionevolezza a cui, in realtà, avrebbe solo voluto ribellarsi. Perché non riusciva a imparare ad essere una donnetta isterica di quelle di cui il mondo era pieno?

    Delia Morozov era stata un tempo una giovinetta d’alto lignaggio. Era diventata un pianista di fama e aveva sposato l’allora colonnello delle Ali Nere, Havoc Morozov. La sua migliore amica, invece, era diventata imperatrice. Come tale, era venuta a conoscenza dell’identità femminile di Soilbeir quando Victoria era ancora una ragazzina che trascorreva le proprie giornate di licenza a villa Morozov. Non era la prima volta, quindi, che la giovane si trovava ad accompagnare la donna che nei fatti era stata la sua tutrice da che aveva dodici anni al palazzo imperiale. A Victoria l’imperatrice madre piaceva. Era l’opposto di Delia, una donna robusta che, vista da vicino, aveva tratti comuni e modi alla mano. Era sopravvissuta alla morte di tre due suoi quattro figli e a quella del marito. Suo figlio era un caro ragazzo politicamente imbelle, sposato con una donna sempre malata, cosa che obbligava l’anziana a svolgere ancora quasi tutti i compiti ufficiali che ci si aspetta da un’imperatrice. Insieme alla vecchia amica formava una coppia strana quanto formidabile il cui effettivo peso politico sarebbe stato pericoloso da ignorare. E, infatti, quella intrapresa da lei e Chris era una manovra diplomatica in piena regola.

    L’imperatrice madre li aveva ricevuti in uno dei suoi più bei salotti privati, ravvivato da un’enorme vetrata che dava sul parco e, quel giorno, sulle nuvole dagli incredibili colori che striavano il cielo. Inevitabilmente, erano stati questi ultimi a dare l’avvio alla conversazione.

    – Secondo i nostri esperti quest’inverno non sarà molto più freddo degli ultimi – aveva detto l’imperatrice madre, appena il the era stato servito. – Tuttavia potremmo non avere una vera estate, la maggior parte dei raccolti non maturerà e finché quel maledetto vulcano continuerà ad eruttare nel bel mezzo delle nostre rotte commerciali i collegamenti con le colonie saranno a singhiozzo.

    Nessuno aveva trovato altro da aggiungere.

    Una delle isole del sud, poco più di uno sperone di roccia che spuntava dall’oceano, aveva avuto la bella idea di esplodere un paio di mesi prima. I maremoti che ne erano seguiti avevano devastato i porti oceanici di mezzo mondo. Ma, sopratutto, quel che restava di quella montagna continuava a buttare nell’atmosfera polveri e ceneri che ormai ricadevano insieme ad ogni pioggia. Oltre a colorare i tramonti con toni inimmaginati persino dalle più estreme avanguardie artistiche, le polveri stavano creando un vero e proprio schermo ai raggi solari, con tutto quello che ne conseguiva.

    – La gente non se ne rende ancora conto, ma vede le nuvole, sa che i viaggi oceanici sono diventati più pericolosi e ha paura – aveva continuato la donna. – Per questo dobbiamo mostrarci rassicuranti e forti. Il principe Mikhail e sua madre stanno meglio, grazie alla Sapienza, e alla parata del dieci di Nevoso l’erede potrà sfilare accanto a suo padre.

    Quella era una buona notizia. Leopold, terzo figlio nato vivo del vecchio imperatore, non era cresciuto per regnare. Ci si era trovato. Era un uomo con qualche anno più di Chris e Victoria, miope e un po’ curvo, spaventato dalla sua stessa ombra. A renderlo così erano stati i lutti, non solo la perdita del padre e dei fratelli, ma anche i quattro figli nati morti, cosa che aveva trasformato l’imperatrice in una figura smunta che quasi non lasciava le proprie stanze. L’unico sopravvissuto, Mikhail, era un bambino di dieci anni che ne dimostrava sei. Una creaturina deliziosa e fragile, con i capelli dorati, la pelle diafana e gli occhi enormi e grigi nel visetto slavato. Tutti, però, erano disposti a credere che Mikhail, se fosse vissuto, sarebbe diventato un imperatore migliore del padre.

    – Dietro l’imperatore e suo figlio sfileranno come il solito le Ali Nere. Dopo l’attacco di Ventoso la gente è terrorizzata. Chi porterà le grandi ali?

    Per undici anni Victoria aveva sfilato durante la parata delle Forze Armate con indosso la propria tuta da combattimento, con le grandi ali spiegate, ma a capo scoperto. A quattordici anni era già alta come molti uomini adulti e la gente aveva imparato a riconoscere i suoi capelli quasi bianchi e il suo profilo elegante. George aveva sfilato in quel ruolo una sola volta, e pochi mesi dopo il centro di Pencors era stato attaccato e uno dei licei più prestigiosi raso al suolo, una dozzina di ragazzi delle migliori famiglie era rimasta uccisa.

    – Le Ali Nere sono perfettamente operative, da mesi non abbiamo vittime tra i civili – si era inserito Chris. – Tuttavia pensiamo che il nostro soldato che al momento usa le Grandi Ali non sia pronto a sfilare. Jude è eccezionale, ma ha quindici anni e non ne dimostra più di tredici. Per assurdo Victoria a quattordici anni poteva sembrare un giovane e promettente eroe, ma Jude darebbe l’impressione di essere un bambino mandato allo sbaraglio.

    L’imperatrice madre aveva scosse il capo.

    – Non può funzionare. Non è di questo che la gente ha bisogno. Serve un simbolo riconosciuto.  Molti si chiedono che fine abbia fatto il colonnello Soilbeir. Qualcuno dice persino che sia morto durante l’attacco di Ventoso. Sarebbe un buon segnale vederlo, il popolo si fida di lui.

    Victoria aveva fatto una smorfia.

    La sola idea di mettersi di nuovo la tuta le dava la nausea. Ma si era attenuta al piano concordato.

    – Dopo il funerale di George degli estremisti impuri hanno cercato di uccidermi – aveva detto. – Ritengono le Ali Nere un simbolo del potere imperiale e, come tale, da distruggere.

    – Sfilare a capo scoperto servirà a metterci un bersaglio addosso – aveva rincarato Chris. – Come nobile e ufficiale sono l’esempio di tutto ciò che una parte della popolazione, non solo gli impuri, odia. E noi non possiamo permetterci di perdere altri uomini. Siamo pochissimi, l’ultima cosa che ci serve è diventare l’obiettivo da colpire per degli attentatori.

    – Quindi la festa delle Forze Armate potrebbe essere una buona occasione per annunciare che alle selezioni del prossimo Ventoso potranno partecipare anche gli impuri. Se passeranno avranno automaticamente una speciale Patente di Via – aveva concluso Victoria.

    L’imperatrice madre aveva sorseggiato piano il proprio the, guardando da sotto gli occhiali il volto austero e impassibile di Delia Morozov.

    – Ho letto giusto l’altro giorno un articolo che diceva che siete più dei monaci che dei soldati. Come i monaci aiutate la popolazione e non servite all’oppressione dell’Impero. Cos’è, una campagna stampa per trasformarvi in sovversivi? Un’idea tua, Delia?

    La signora Morozov aveva sbuffato.

    – Hanno colpito Victoria con un dardo avvelenato. E al momento solo lei e un ragazzino di quindici anni riescono a portare le Grandi Ali. Solo chi governa la tuta delle Grandi Ali riesce a comunicare con gli altri nella dimensione degli angeli e a forzare gli spostamenti planari. Senza le Grandi Ali le Ali Nere sono a meno di mezzo servizio. C’è bisogno di più candidati. Come hai detto tu, Anya, ci aspettano tempi duri. E nei tempi duri una società deve usare tutte le proprie risorse. Inoltre questo darebbe agli impuri una possibilità di elevarsi dalla loro condizione, una speranza e degli eroi in cui riconoscersi. Avremo un disperato bisogno di eroi e speranza.

    – Impuri quindi? Perché non aprire alle donne, già che ci siete?

    – Per quanto sia evidente che le donne possono combattere nelle Ali Nere, abbiamo ritenuto che questa idea avrebbe avuto ancora più resistenza. Un passo per volta – aveva detto Victoria.

    – Gli impuri sono schiavi. Quale padrone vorrebbe mandarli a delle selezioni che, se superate, farebbe perdere loro l’investimento fatto? – l’imperatrice aveva scosso il capo. – Nei tempi duri, poi, alla gente serve certezza. La maggior parte degli impuri è soddisfatta della propria condizione, lavora sodo per ottenere dal proprio padrone una Patente di Via e la maggior parte dei patentati lavora sodo per garantire una patente anche ai propri figli. Così come la maggior parte delle donne è soddisfatta di diventare una brava moglie e pregare per avere figli senza malformazioni da impuri.

    – Anya, quello che davvero interessa a Leopold, perché così lo hanno consigliato, è che gli impuri schiavi, i patentati, le donne e la povera gente si ribellino e protestino separatamente, per cose diverse, in modo da poterli reprimere un gruppo alla volta – aveva sibilato Delia, con un tono che solo lei poteva permettersi con un membro della famiglia reale. – Ma nelle avversità la rabbia si coalizza lo stesso. Date un segno di apertura e di speranza adesso, quando la situazione non è precipitata, fate in modo che le Ali Nere tornino ad essere davvero gli eroi di tutti. Chi ci perde? Le Ali Nere che avrebbero più ragazzi da istruire? Gli impuri che avrebbero una speranza in più? Il popolo che avrebbe più soldati a proteggerli?

    – A noi non interessa la politica. Noi proteggiamo tutti. È questo il nostro motto, da prima che Fortanèa sorgesse – aveva terminato Chris.

    L’imperatrice aveva scosso il capo.

    – Riferirò il vostro punto di vista a Leopold, ma non vi prometto niente. Dal mio punto di vista è una follia. Diamo però per inteso la partecipazione del colonnello Soilbeir alla parata.

    

    Victoria sospirò, mentre si infilava un comodo abito da casa, guarnito comunque di un congro numero di pizzi e ricami. L’imperatrice madre non si era sbilanciata e lei sarebbe tornata ad essere, sia pure per un giorno soltanto, il colonnello Soilbeir.

    Sentì la porta dell’appartamento aprirsi.

    Uscì dalla stanza ravvivandosi i capelli. Ten era appena entrato, con una tracolla carica di libri e tra le mani una sporta da cui spuntavano una coda di pesce e un ciuffo di aromi.

    – Sono passato dal mercato – disse. – C’era questa bella trota di mare, potremmo farla con una salsa all’aneto, cosa ne dici?

    Victoria sorrise. Fuori stava scendendo la sera, ma, in qualche modo, per lei era tornato il sole.

    

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Capitolo 7
*** Capitolo 7 ***


Benvenuti o bentornati!
Ho deciso di accorpare quelli che erano originariamente i capitoli 7 e 8 nel tentativo di velocizzare un po' la storia che ora inizia a entrare nel vivo. Fino a che punto Ardal può cacciarsi nei guai?
Spero di intrattenervi facendovelo scoprire.



CAPITOLO 7

 

    Ardal si strinse nel cappotto.

    Faceva freddo. Presto la brina avrebbe iniziato a rilucere sotto i raggi delle lune, se queste avessero fatto capolino tra le nubi. Per il momento, però, era buio persino per i suoi occhi da impuro, adattati alla semi oscurità. Ormai stava camminando nella boscaglia da una decina di minuti. Seguendo le indicazioni si era fatto lasciare davanti a una taverna in uno dei sobborghi ad ovest di Pencors e aveva proseguito a piedi. Iniziava però a pensare di aver sbagliato a contare le svolte. Sbuffò. Per tornare in città a piedi ci avrebbe messo almeno due ore, se non di più. Se aveva sbagliato strada, forse era il caso che ci si avviasse adesso, perché passare la notte all’addiaccio non lo attirava neppure un po’.

    Si era quasi deciso a invertire la marcia quando il sentiero si allargò all’improvviso. 

    Ardal si trovò davanti a un cancello in ferro battuto e un uomo si staccò dal tronco di un albero per venire a pararglisi davanti. Aveva lunghe corna ritorte che gli scendevano dal cranio verso la nuca.

    – Da qui in poi è stato sparso del veleno – disse l’impuro.

    – Ma ratti e corvi non muoiono mai – rispose Ardal.

    L’uomo annuì e aprì il cancello, permettendo al giovane di entrare.

 

    Poco più avanti piccole lanterne illuminavano il percorso che conduceva a una villa abbandonata, con il parco ormai quasi indistinguibile dal bosco.

    La necessità di segretezza obbligava i Corvi a scegliere luoghi di riunione sempre nuovi, che venivano comunicati tramite un messaggio in un codice noto agli affiliati nascosto tra i necrologi. Il caro estinto si chiamava sempre Aaron, il cognome era l’anagramma del luogo più vicino a quello in cui sarebbe avvenuta la riunione. L’età del defunto indicava i chilometri che andavano percorsi per raggiungerla dal punto di partenza, l’iniziale del nome della moglie segnalava invece la direzione da tenere. Le frasi rituali come «ha serenamente lasciato i propri cari» o «dopo lunga malattia» davano delle indicazioni operative. In questo caso «circondato dall’affetto dei propri famigliari più stretti» invitava a raggiungere il ritrovo alla spicciolata, per non dare nell’occhio. Era un metodo semplice, ma Ardal frequentava i Corvi da quasi due anni e nessuno era mai venuto a interrompere i loro raduni.

    Il luogo scelto per quella notte aveva un fascino particolare.

    Quel terreno un tempo apparteneva a una villa lussuosa che ancora si ergeva in una radura del bosco mostrando la propria facciata scrostata e le finestre dai vetri ormai rotti. Davanti alla facciata dell’edificio una volta doveva esserci stata una magnifica fontana. Ora c’era uno spiazzo invaso dalle foglie secche che nessun giardiniere aveva raccolto e al centro rimaneva la statua di una ninfa che reggeva sopra la testa una conchiglia sbeccata da cui ormai usciva solo del muschio stentato. Seduti su quello che era il bordo della fontana c’era una ventina di individui, quasi tutti con i segni dell’impurità evidenti, e altrettanti erano in piedi nelle vicinanze. A turno, chi voleva parlare si avvicinava alla statua della ninfa. Ardal era in ritardo, ma generalmente i primi interventi non erano quelli più influenti.

    – La mia informazione è certa – stava dicendo il piumato che aveva preso la parola in quel momento. – Conosco uno schiavo del Ministro Arnald. Non ci dicono tutto. Sanno per certo che le piogge di cenere non smetteranno, non è affare di pochi mesi come dicono sui giornali. Il ministro aveva lasciato sulla propria scrivania degli appunti presi a una riunione. Si aspettano che la carestia si aggravi. Entro il prossimo inverno non ci sarà più cibo per tutti. Ci sono delle ipotesi al vaglio, tra cui quella di uccidere tutti gli schiavi non necessari.

    Un mormorio di sgomento percorse i presenti.

    Ardal annuì tra sé. Persino Il flusso aveva scritto che l’eruzione vulcanica che aveva determinato le piogge di cenere si sarebbe fermata. Non aveva firmato lui quegli articoli, ma aveva partecipato alla peggiore riunione di redazione di sempre. Non era vero, la situazione sarebbe solo peggiorata, aveva detto il direttore Donovan. Per questa volta non aveva colpa neppure l’imperatore ed era inutile gettare verso l’inverno una popolazione terrorizzata. Fino a primavera non ci sarebbero stati davvero problemi di approvvigionamento di cibo ed era importante mantenere i prezzi bassi e evitare che l’isteria li colpisse prima della fame. Ardal non aveva saputo dire cosa fosse giusto fare. Ogni giorno si recava  in redazione spinto dall’idea romantica di aiutare la verità a trionfare, ma per farlo mentiva. Idealmente, l’idea di nascondere un fatto così grave lo ripugnava. Ma dal momento che non c’era nulla che si potesse fare in merito, forse era meglio che gli scienziati dell’impero si ingegnassero a trovare soluzioni prima che si spandesse il terrore. Il panico, lo sapeva fin troppo bene, poteva portare chiunque a prendere decisioni drastiche, altrimenti impensabili. Ardal non credeva che fosse davvero stato deciso uno sterminio mirato degli schiavi impuri, ma non si sentiva di escludere che quella possibilità fosse stata discussa da politici sgomenti quanto lui di fronte al mondo che divampava.

    – Non credo uccideranno mai gli schiavi – disse infatti un vecchio signore vestito con una certa eleganza e con un’unica ala che spuntava sotto la giacca. – Gli schiavi appartengono a gente ricca, che ama ostentarli, oppure fanno andare avanti delle miniere o delle piantagioni. Nel primo caso i proprietari non se ne disferanno perché sarebbe per loro come pagare una tassa ingiusta, nel secondo si tratta di attività di cui Fortanèa non può fare a meno. No, gli schiavi non sono in pericolo. Lo sono i patentati. Noi non siamo una ricchezza per nessuno. Se arriveremo davvero a una carestia così grave sanno i patentati quelli condannati a morte. Se verrà razionato in cibo, i patentati saranno quelli che avranno diritto a quantità minori. Vedrete, inizierà così.

    – Ma cosa stiamo dicendo? – si inserì una ragazza avvolta in un ampio mantello sotto cui si intravedevano zoccoli sottili al posto dei piedi. – È terribile solo il fatto che ci sia l’idea che gli impuri possano morire. Che non siamo persone. Finalmente diventa reato l’uccisione di un impuro anche da parte di un padrone e poi, alla prima occasione, ecco che siamo sacrificabili. Questo vuol dire non c’è nulla da salvare a Fortanèa. L’unica possibilità che abbiamo è distruggere questo mondo per farne uno nuovo.

    Ardal conosceva la ragazza. Si chiamava Riccia e aveva ventisette anni. Nella semi oscurità non si poteva vedere la cicatrice che gli sfregiava il volto, regalo del nobile che l’aveva presa come cameriera e amante. Era stata fortunata. Era troppo rovinata per servire in una casa nobiliare, aveva avuto una patente, probabilmente solo perché qualsiasi altra soluzione sarebbe stata considerata degradante per i precedenti proprietari. Aveva avuto un figlio, però, che aveva già quasi dieci anni e che era tutt’ora schiavo in quella casa e che lei non poteva vedere. Il giornalista non poteva dire di non capire le sue parole. Non avrebbe neppure saputo dire, in tutta onestà, se le condivideva oppure no.

    – Non valiamo niente – disse il primo che aveva parlato. – Anche nell’attacco angelico della scorsa decade gli unici morti sono stati tre impuri e nessuno ne ha parlato.

    – Il flusso ne ha parlato – obiettò Ardal, facendosi avanti.

    Lì, a eccezione di Esvele, lo conoscevano con il suo vecchio nome da schiavo, Scriba. Pensavano che fosse un patentato, ma sapevano che aveva conoscenze e simpatie nella redazione del giornale progressista.

    – Inoltre si è trattato di un incidente – continuò. – Io ero nel luogo dell’attacco. Le sirene sono suonate in ritardo, nessuno ha avuto il tempo di raggiungere i rifugi. Uno dei lampi di energia ha colpito l’argine di un canale, sul momento non sembrava ci fossero state vittime.

    Ma parte dell’acqua era finita in un locale sotterraneo della fabbrica vicina a L’impero della seta dove tre schiave ricamavano a mano le stoffe più preziose e venivano tenuto legate con delle catene. Erano morte annegate. L’evitabilità di quella fine era la cosa che faceva più male.

    Quando era arrivato un carro delle Ali Nere a recuperare Jude, la prima cosa che il ragazzo aveva chiesto era se c’erano state vittime. Ardal aveva visto le mani del ragazzo contrarsi e il viso, se possibile, farsi ancora più pallido mentre riceveva la notizia. Né lui né l’ufficiale medico delle Ali Nere appena arrivato avevano commentato «sono solo schiavi impuri». Forse la morte di quelle tre donne non avrebbe avuto conseguenze per le Ali Nere, al contrario di quelle dei ragazzi ricchi morti in Ventoso, ma Jude non le aveva considerate di poco conto.

    – Le sirene suonano sempre in ritardo quando ci sono in ballo solo vite di operai e di impuri – disse una vellutata voce femminile.

    Esvele si posizionò al centro della fontana.

    Quella sera era avvolta in una mantella bordata di pelliccia. Dei guanti nascondevano le piume nere che le ricoprivano le mani. Con i capelli neri acconciati in morbidi boccoli sembrava una dama di corte finita lì per caso. Ma anche nella penombra si intuiva l’intensità del suo sguardo. Non aveva bisogno di alzare la voce per indurre tutti all’istante al silenzio.

    – Ho fatto un elenco completo delle vittime degli attacchi angelici degli ultimi vent’anni – disse, quando fu sicura di avere tutta l’attenzione su di sé. – Gli impuri sono una frazione minoritaria della società. I primari sono circa uno su mille, se aggiungiamo gli allevamenti che selezionano impuri per l’estetica e quelli di piantagione, figli quasi tutti di altri impuri non arriviamo al tre percento della popolazione. Ma il quindici percento dei morti vittime degli attacchi angelici sono impuri. Le tre donne dell’ultima volta non sono un caso. Gli impuri sono sempre stati sacrificabili. Lo saranno anche nella prossima crisi. E se anche non ci fossero vere crisi, ce lo faranno credere, per avere una scusa per tenerci sottomessi e umiliati. Siamo più forti di loro, più resistenti, siamo solo di meno, per questo ci tengono schiavi. Riccia ha ragione. Le cose cambieranno solo rovesciando Fortanèa. Le piogge di cenere porteranno malcontento. Sfruttiamo, cerchiamo di essere parte delle rivolte. E colpiamo duro i simboli dell’impero. A partire dalle Ali Nere. Devono imparare a temerci, non solo le forze dell’ordine, ma anche gli altri gruppi d’insurrezione, devono capire che hanno bisogno di noi.

    – Lasciamo le Ali Nere fuori da questi discorsi – disse Ardal.

    Non aveva mai contraddetto Esvele in pubblico, anche in privato raramente si era azzardato.

    Ora sentì, come qualcosa di fisico, la perplessa disapprovazione di suoi occhi violetti calare su di lui.

    – Ho studiato anch’io i dati – continuò, anche se odiava vederla corrucciarsi sempre più. – Gli impuri muoiono di più perché nei rifugi hanno precedenza gli umani, oppure non possono neppure scappare, come le tre donne dell’ultimo attacco. Tenute legate in una stanza nonostante fosse suonato l’allarme. Quindici anni fa l’energia angelica ha distrutto l’entrata di una miniera. Sono morti tutti coloro che ci lavoravano, quindici uomini e duecento impuri. E altri trenta impuri sono morti in un incendio in una piantagione. Anche in quel caso erano legati e non hanno potuto fuggire. È vero che dobbiamo essere presi sul serio. Ognuno di noi è qui perché ha la possibilità di reperire informazioni o agire in posti chiave. Per assurdo abbiamo un accesso migliore a ciò che accade nei luoghi di potere di qualsiasi organizzazione che non abbia impuri al suo interno. Ma colpire le Ali Nere non è una buona idea.

    – Non sono d’accordo – protestò Riccia. – Colpire le Ali Nere è qualcosa che nessuno ha mai fatto. I Figli della Torba hanno ucciso l’erede al trono, il principe Andrej. Ora tutti li conoscono come organizzazione e nessuna insurrezione potrà mai essere organizzata senza di loro.

    – Io i Figli della Torba li conosco per lo più per quanti ne sono stati impiccati in piazza –  replicò Ardal.

    – E allora? Qui parliamo di rovesciare l’impero. Se anche morissimo tutti, a me starebbe bene, se potessimo dare un mondo migliore ai nostri figli.

    Ardal non disse più nulla.

    Forse non aveva sofferto abbastanza per capire davvero Riccia. Era stato uno schiavo fortunato. I segni delle frustate non se ne sarebbero più andati, ma era solo dolore. La sua precoce intelligenza aveva fatto sì che fosse addestrato per diventare uno schiavo di lusso, un segretario per un padrone ricco e paranoico. Esvele glielo aveva rinfacciato spesso. Gli avevano strappato la pelle, ma non gli avevano lacerato l’anima. Forse bisognava davvero aver perso tutto e attraversato l’indicibile per essere disposti a dare tutto. C’erano persone, poche, che Ardal non era disposto a sacrificare, neppure per un ideale più grande. Donny e alcuni dei suoi colleghi. Persone con tutti i privilegi, provenienti da famiglie abbienti e che tuttavia avevano scelto di parlare a nome degli ultimi… La redazione de Il Flusso aveva subito negli anni ogni genere di intimidazione e c’erano stati incidenti dall’aria molto poco incidentale. Il direttore Donovan era stato investito da un’auto a vapore, che era poi fuggita. Da allora zoppicava ogni volta che aumentava l’umidità, quindi, a Pencors, a giorni alterni. E tuttavia andava avanti con la sua ostinazione a far cambiare idea alle persone a furia di raccontare la verità. E Jude… Che a quindici anni era disposto a morire per proteggere chiunque ci fosse sotto di lui. Se non lo avesse conosciuto e non avesse visto la sua ostinazione di ragazzino, lo avrebbe considerato un bersaglio come gli altri. E Victoria, così sgomenta all’idea che qualcuno che neppure l’aveva mai incontrata la volesse morta e per farlo avesse organizzato un’imboscata vigliacca, col veleno, in tre contro uno. Ucciderlo per favorire una rivolta in cui, inevitabilmente, sarebbero morti altri innocenti gli generava un’inaspettata sensazione di malessere. Per conseguire un ideale giusto non si sarebbe dovuti essere disposti a tutto? Perché ora, per la prima volta, Ardal aveva il dubbio che invece esistessero dei limiti?

*

 

    La vita trova infiniti modi di perpetuare se stessa, dalle spore del fungo, alla scissione degli organismi unicellulari, fino al polline che le piante affidano al vento o agli insetti. Sulla Terra la vita dispiega se stessa, stordendo con le proprie possibilità. L’attrazione sessuale dei mammiferi e degli uccelli deve essere parsa affascinante ai primi osservatori esterni. Un momento annuale di follia in cui dare sfoggio di livree, di canti e di battaglie, ma transuente. Come le piante continuavano a crescere a prescindere dall’essere state impollinate, così la maggior parte degli animali superiori continuava la propria vita a prescindere dagli esiti dell’accoppiamento, se non per il tempo necessario per rendere indipendente la prole. Ciò che deve averli colpiti, allora, è come la vita si perpetui senza costi in questo pianeta gentile di una dimensione benevola. Mi chiedo se non sia stata questa la tentazione più forte, avere figli senza doverne pagare il prezzo. E la natura dell’attrazione deve essere sfuggita loro. Non una follia momentanea destinata a terminare con l’incontro dei corpi. Non sempre. A volte qualcosa che penetra nelle carni e nelle ossa, in grado di deviare il cammino di un individuo. La variabile imponderabile dell’amore. Qualcosa che si può assecondare, nascondere, si può cercare di reprimere ma che non si può, in nessun caso, ignorare. L’amore, il frutto proibito della Terra che né angeli né demoni erano pronti ad affrontare.

 

*

 

    La mano di Esvele accarezzava piano la schiena di Ardal, scompigliandone appena il sottile piumino che la ricopriva.

    Il giovane per vivere dispiegava parole, ma non ne aveva per definire come si sentisse quando stava con Esvele. Potersi mostrare com’era, con tutta la sua vita scritta sulla propria schiena, i segni  della deformità, quelli dei maldestri tentativi di sua madre per estirparla, quelli della frusta, eppure essere amato lo stesso. Esserlo da lei, che era stata fin da quando aveva dodici anni schiava di piacere in un bordello di lusso e si era pagata la patente con le mance dei clienti di cui sapeva anticipare i desideri. Per tutta la vita Esvele aveva vissuto l’amore come un’imposizione, nel migliore dei casi come un lavoro, eppure, liberamente, si dava a lui che non era niente. Non lo aveva respinto neppure quella sera in cui lui per la prima volta aveva parlato contro di lei in pubblico. 

    Esvele era arrivata nel pomeriggio e aveva attrezzato una delle stanze meno rovinate della vecchia villa. Nel camino bruciava la legna umida raccolta nel bosco circostante e l’aria gelida penetrava dalla finestra sbeccata, mentre l’odore della polvere si mescolava a quello al gelsomino di lei. Ardal non si era mai sentito tanto in pace con se stesso.

    – Ho letto il tuo articolo – esordì Esvele, continuando a giocare con le piume sulla sua schiena.

    Non avevano parlato molto, prima. Avevano lasciato che fossero i corpi ad appianare le loro divergenze.    

    – Sei riuscito a parlare con le Ali Nere – continuò la donna. – Cos’hanno fatto per stregarti in quel modo «più che soldati sembrano monaci guerrieri che vegliano sui sonni di tutti gli abitanti di Pencors»?

    Ardal la guardò con la faccia ancora semi affondata nel cuscino morbido che lei aveva portato. Esvele era bellissima, anche se lo stava guardando con disapprovazione.

    – Li ho incontrati. Non sono come me li aspettavo.

    – Di chi ti sei invaghito per cambiare così in fretta idea?

    Ardal mise il broncio, ma non finse di offendersi. Esvele sapeva di lui più di chiunque altro, a volte, sembrava, persino di lui stesso.

    – Per quanto ti possa sembrare strano, non tutti gli uomini ragionano solo col proprio uccello.

    Lei gli posò un bacio sulla fronte.

    – No? E quindi?

    Ardal socchiuse gli occhi, cercando le parole che in quella notte gli mancavano.

    – Sono stati inseriti all’interno dell’esercito imperiale perché andavano in qualche modo regolamentati, ma sono quanto di più lontano ci possa essere dalla nostra idea di militari… Nessuno dà sfoggio della propria autorità o impone il proprio grado. Sembrano anzi cedere volentieri il potere di cui non hanno bisogno. Il generale Morozov lascia che sia sua moglie a guidare la propria auto a vapore. Lei ti piacerebbe, non proprio il tipo di donna che sta a casa a ricamare… Ho visto un ragazzino mancare di rispetto agli ufficiali superiori senza che loro si offendessero e poi eseguire gli ordini senza battere ciglio. Quando c’è da agire lo fanno, dando le direttive senza urlare… Ho pensato… Nel mondo che faremo ci deve pur essere un direttivo, qualcuno che governa, scelto dal popolo. L’autorità dovrebbe essere così, riconosciuta e non esibita, basata sulla competenza.

    Era una sensazione che Ardal ci aveva messo qualche giorno a focalizzare. In ogni momento in cui aveva osservato le Ali Nere aveva percepito una fiducia reciproca che non si basava sulla simpatia. Jude non ne aveva per Chris, ma ne avrebbe eseguito gli ordini ad occhi chiusi. Alla redazione de Il Flusso, Ardal provava stima e simpatia per alcuni colleghi. Ma era consapevole in ogni momento che quelli che gli erano inferiori desideravano il suo posto e lui desiderava quello dei due giornalisti di maggiore esperienza. Non si sarebbe mai fidato di loro. Persino a Donovan non aveva mai svelato il proprio passato. Negli ultimi cinque anni, Ardal aveva imparato ad analizzare la società come una serie di scambi di potere, denaro e sesso. Era strano pensare che ci fossero altre variabili in gioco, come la fiducia.

    – E sei riuscito a parlare con Soilbeir?

    – Sì.

    – Com’è lui?

    Ardal sorrise nel sentire il pronome.

    – Inaspettato. Una persona dolce, se non fosse che ha ucciso angeli per un decennio e più.

    Esvele fece una smorfia.

    – Se hai parlato con lui avrai saputo che ha subito un attentato – disse.

    Ovviamente lei lo sapeva. Forse sapeva persino che era stato lui a sventarlo. Ardal non conosceva i massimi vertici dei Corvi, ma sapeva che in quel consiglio ristretto e segreto Esvele aveva un ruolo non secondario.

    – Tre impuri. Due sono morti – si limitò a dire. – Il terzo?

    – In un posto sicuro.

    Il senso di benessere aveva del tutto lasciato Ardal. Quello era un terreno pericoloso. Due anni prima era stato del tutto soggiogato dalla bellezza e dalle idee di Esvele. Anche se non era più convinto di condividere del tutto queste ultime non era pronto a perderla. Ma era consapevole che quegli incontri appaganti, ma senza un domani, al termine di riunioni segrete non potevano valere una vita. Certamente non la vita di Victoria o di qualcun altro delle Ali Nere.

    – Ho parlato con lui – continuò Esvele. – È sicuro che Soilbeir sia stato colpito da un dardo avvelenato. Ma tu l’hai incontrato dopo, vivo.

     Ardal la guardò con il suo viso che, lo sapeva, non lasciava trapelare nulla.

    – Aveva un braccio al collo.

    Poi sospirò.

    Aveva giocato troppe volte a quel gioco. Farlo anche con Esvele gli provocava un dolore quasi fisico tra lo stomaco e lo sterno. Ma sapeva come fare. Un’omissione credibile doveva essere circondata da verità plausibili, ma di scarsa importanza.

    – È stato soccorso in modo tempestivo. Sai, i loro laboratori sono all’avanguardia, studiano i movimenti ondulatori e la comunicazione senza filo. Ha potuto inviare un allarme.

    Un movimento appena meno controllato della mano di Esvele, che andò a tormentare le piume che le ricoprivano l’altro braccio, disse ad Ardal che non era soddisfatta di quella risposta, ma non la riteneva una menzogna.

    – Perché non ne hai parlato nell’articolo? 

    – A cosa sarebbe servito? A scatenare ulteriore odio sugli impuri? Anche le Ali Nere vogliono tenere la cosa riservata.

    – Scatenare l’odio era parte del piano e tu eri d’accordo.

    – Un attentato fallito non è quello che serve ai Corvi.

    – Hai ragione. Avrai scoperto dove abita Soilbeir, spero.

    Ardal si alzò a sedere sul letto e cercò gli occhi violetti di lei.

    – Volete ancora ucciderlo? Non è lui il nostro nemico. Nessuno nelle Ali Nere è nostro nemico. Potessero, arruolerebbero anche gli impuri.

    – Mi spiace se ti sta simpatico. Ma è un simbolo. E la sua testa è il nostro biglietto da visita per i Figli della Torba.

    – Davvero? È questo che vogliamo? Allearci con gente che ha pagato con la morte di decine dei loro l’uccisione di un principe filosofo? Il principe Andrej aveva idee progressiste, sotto di lui saremmo stati tutti meglio. Invece è salito al potere Leopold, un idiota paranoico che sa solo reprimere. Non mi sembra che gran miglioramento.

    Esvele si alzò, avvolgendosi nel suo ampio mantello.

    – Tu non hai ancora capito. Qui non parliamo di modificare qualche legge o di cambiare Fortanéa. Parliamo di distruggerla, per costruire una società nuova in cui saremo noi oppressi al comando. Quindi sì, vogliamo che le cose vadano abbastanza male perché risultino insostenibili. Per arrivare fin lì morirà un sacco di brava gente, ma è il prezzo da pagare perché nessuno debba più avere  cicatrici come le tue sulla schiena, perché nessuna Riccia, mai più possa essere violentata da un padrone e poi allontanata per sempre dal proprio figlio. E tu devi decidere una volta per tutte da che parte stare. Non potrai rimanere Ardal in giornalista e Scriba lo schiavo fuggiasco per sempre.

  

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Capitolo 8
*** Capitolo 8 ***


CAPITOLO 8

 

    La luce delle lune filtrava attraverso le imposte. Si intuiva appena, eppure contribuiva a rendere perfetto il momento. Ten respirava piano a fianco di Victoria. Si era addormentato con il viso premuto contro il cuscino e una mano ancora appoggiata al suo petto. La giovane non si muoveva per non rischiare di svegliarlo, ma l’immobilità non le dispiaceva. Le dita di Ten coprivano quasi del tutto la cicatrice che le devastava il seno destro. 

    Victoria odiava quel segno. 

    Erano passati quasi sei anni da quando si era trovata per la prima volta a cospetto del Generale Angelico. Con le Grandi Ali aveva coperto la fuga dei suoi, di quasi tutti. Ma le ali stesse erano state consumate dai raggi di plasma con cui il Generale Angelico era in grado di bersagliarla. Erano talmente rovinate che era diventato difficile governare i movimenti. Mentre l’ultimo dei suoi compagni rientrava nella dimensione terrestre, lei si era sbilanciata. La sensazione del dolore che la trapassava da parte a parte la coglieva ancora a tradimento, di notte, facendola svegliare sudata e ansante. Non era svenuta subito. Le ferite inferte dal plasma degli angeli erano talmente sottili da sanguinare pochissimo. Davano tutto il tempo per rendersi conto che si stava morendo. Era rimasta inebetita a fluttuare nell’atmosfera rarefatta del mondo degli angeli, incapace persino di attivare il meccanismo di rientro. Il suo nemico si era avvicinato. Aveva sperato solo che la morte fosse rapida. E invece le aveva strappato via il respiratore e si era allontanato. Lasciandola ad annaspare e a dissanguarsi in quell’aria troppo povera di ossigeno. Non ricordava come era riuscita ad effettuare il balzo dimensionale, ma era ancora cosciente mentre cadeva sopra i cieli della città che avrebbe dovuto proteggere. Chris l’aveva presa e solo allora si era permessa di svenire. Aveva pensato che non era così orribile morire tra le braccia di un amico. Ma non era morta. Era rimasta marchiata. Ogni giorno, quando si vestiva e si svestiva, non poteva evitare di vedere i segni di quel combattimento, come li sentiva nella sua voce ormai rovinata. Chris l’aveva presa ancora come amante, ma ogni volta i suoi occhi si erano soffermati sulla cicatrice e Victoria ne aveva odiato il moto involontario di disgusto subito trasformato in pietà. Da quando per sfida si era infilata tra i ragazzi che provavano la selezione per le Ali Nere con un paio di braghe addosso, Victoria sapeva che non avrebbe più potuto davvero tornare ad essere una donna. Quella cicatrice, però, le aveva sottratto anche l’ultima illusione. Eppure a Ten non importava neanche di quello.

    La prima volta che si erano amati, in quella stessa stanza, dopo che si erano conosciuti a una festa a cui Delia l’aveva trascinata, tutto il suo corpo aveva tremato mentre lui la svestiva, come mai le sarebbe capitato in combattimento. E, sì, era trasalito. Poi le aveva chiesto se le facesse ancora male, se dovesse stare attento a non farle male. Il desiderio nei suoi occhi non era diventato meno autentico, Victoria non aveva avuto la sensazione di essere diventata orribile. Senza riuscire a parlare, aveva scosso il capo e Ten aveva preso a baciarla, prima il seno sano, poi quello devastato. 

    Era così facile lasciarsi amare da Ten…

 

    Quella sera si erano messi a cucinare insieme.

    In un tempo lontanissimo, Victoria era stata una bambina sgraziata in un istituto dove delle brave monache cercavano di garantire un futuro agli orfani. I maschietti venivano mandati in officina, avviati a un lavoro da operaio. Alle bambine veniva insegnato a ricamare, a pulire o a cucinare, perché diventassero delle domestiche. Victoria era stata pessima in tutte e tre le attività. Ten, al contrario, era deliziato dalla cucina di Fortanéa ed era in grado di replicare quasi qualsiasi cosa assaggiasse. Non considerava il cucinare un’attività per servi o per donne. Victoria se la cavava molto meglio con le lame, quindi si era trovata a sfilettare mentre il suo innamorato sbatteva veloce le uova con l’olio per montare la salsa. Nel frattempo, Ten le aveva raccontato dei propri allievi. Quel giorno aveva tenuto gli esami all’università imperiale ed era tornato con un carico di aneddoti su strafalcioni e risposte improbabili che avevano fatto ridere e preoccupare Victoria. Le cose che si sapevano sugli angeli erano pochissime, ma a quanto pareva in pochi volevano approfondirle con lo studio e persino questi lo facevano con scarsa attenzione. Lei aveva raccontato per sommi capi quello che poteva riferire dell’incontro con l’Imperatrice Madre.

    – Le cose con le ceneri vulcaniche andranno così male? – aveva chiesto.

    Ten, all’Università, era in contatto con le migliori menti di Fortanéa.

    Il giovane aveva continuato ad agitare la frusta da cucina per montare la maionese.

    – Fortanéa è un paese potente, se la passerà meglio di molti altri.

    – Se le cose andranno male dovrai tornare a Ji’Quin?

    Ten aveva terminato di preparare la salsa prima di risponderle.

    – Un giorno dovrò tornare.

    – Chris mi ha chiesto di sposarlo.

    Ten aveva appoggiato il contenitore che aveva in mano.

    – Non ci aspettano tempi facili – aveva detto, calmo. – Ci sarà il freddo e ci sarà la fame e io non so cosa ne sarà del mondo che conosciamo ora. Non so cosa accadrà a Ji’Quin o a Fortanéa o in un qualsiasi altro posto. Chris tiene a te e la sua è una famiglia importante. Dovresti valutare davvero la sua offerta.

    Victoria aveva sostenuto il suo sguardo. Bene. Non voleva un amante che le mentisse. Non era una donnetta da tenere buona con promesse vuote. Lui se ne sarebbe andato senza di lei.

    – È questo che desideri? – aveva chiesto, con voce ferma.

    – No!

    La calma di Ten era svanita in meno di un battito di ciglia. Il contenitore della maionese era rovesciato accanto al stufa che usavano per cucinare. Lui le aveva afferrato entrambe le mani, spingendola contro il muro. Victoria aveva lasciato cadere il coltello che stava utilizzando.

    – Se avessi la certezza di poter stare con te bruciando il mondo, bruciando tutti i mondi, lo farei. Ma non posso prometterti alcuna felicità portandoti con me, né posso prometterti di rimanere per sempre. Non so cosa ne sarà di Fortanéa. E se non posso essere io, allora che che sia qualcuno che ti vuole bene. Non sopporterei di saperti sola in un mondo che va a fuoco.

    – Rimani al mio fianco, allora, se tieni a me.

    Gli occhi di Ten erano dolci, neri occhi orientali. Di solito splendevano miti dietro le sue lenti. Davano l’idea di guardare il mondo con gentile benevolenza. In quel momento ribollivano come lava. Con le guance arrossate di rabbia, quello viso apparteneva a qualcuno di cui era bene avere paura.

    – Davvero lo vuoi? Che abbandoni i miei giuramenti, i miei doveri e coloro che contano su di me? Se ti richiamassero in servizio per una necessità imprescindibile diresti di no per stare con me?

    Gli occhi di Ten la inchiodavano alla verità.

    – No – aveva sospirato lei. – Non lascerò neppure la capitale, fino a che Jude non avrà un sostituto affidabile, figuriamoci Fortanéa.

    La stretta delle mani di Ten sui suoi polsi si era già addolcita in una carezza, mentre lui si avvicinava. Era più basso di lei di quasi una spanna, quindi inclinò la testa per posarla tra il suo collo e la spalla.

    – Non importa la distanza da cui venivamo. Stiamo percorrendo lo stesso sentiero.

    – Ma tu sai tutto di me, io non so niente di te.

 

    Più tardi, dopo aver raccolto e finito di cucinare il povero pesce, si erano parlati a lungo in un linguaggio che non ammetteva incomprensioni. In qualche modo, Ten conosceva i desideri e i bisogni del suo corpo persino meglio di lei stessa. Tra le braccia di Ten era facile dimenticarsi del futuro. O, forse, diventava ovvio che valeva la pena di vivere quel presente. 

    Se anche il mondo fosse davvero bruciato, pensava Victoria, almeno quel momento perfetto loro lo avevano avuto. Molti di quelli che erano stati bambini con lei all’orfanotrofio di Santa Prospera non erano mai diventati adulti. La sua migliore amica era morta a quindici anni, si era buttata in un canale dopo essere stata abbandonata dal proprio amante e aver partorito il proprio bambino col marchio dell’impurità. E poi tutte le lapidi ordinate nel cimitero delle Ali Nere. Se la morte e la sofferenza erano ineluttabili, almeno lei aveva potuto stringere un frammento di perfezione.

    In quel momento beato che segue l’amore, Ten gli aveva raccontato di sé, per la prima volta.

    – I miei genitori sono morti prima che potessi conoscerli – aveva detto, con la sua voce dolce, così piacevole da ascoltare. – Io e mia sorella siamo stati cresciuti ricoperti di attenzioni, ma non c’erano altri bambini della nostra stessa età e già allora i nostri caratteri erano diversi. Appena potevo, scappavo per mescolarmi alle persone e trovare qualcuno con cui giocare. Ma venivo sempre riconosciuto e riportato indietro. Credo che sia da allora che si è formata la mia vocazione per la conoscenza e per i viaggi. Non ho mai perso il piacere infantile di mescolarmi a degli sconosciuti, ascoltare i loro discorsi, anche se so che la loro vita non sarà mai davvero la mia. E questo, alla fine mi ha portato da te.

    Forse, pensava Victoria, quello spiegava in parte, il senso di completezza che provava abbracciandolo. Aveva detto a Ten che lui conosceva tutto di lei, ma non era vero, non gli aveva mai parlato della propria infanzia. Venivano da solitudini simili. Ten non aveva bisogno di specificare di essere un nobile. Per quanto avesse simpatia per gli operai del dopolavoro, non aveva mai vissuto le loro ristrettezze. Provava per la loro attuale vita bohémienne quell’entusiasmo di chi sa che è una situazione transitoria e non avrebbe certo passato tutta la propria vita a preparare da solo le salse per il pesce. Ma la solitudine di chi non ha mai avuto una famiglia o un posto che possa dire suo, quella era autentica. L’essere stranieri anche a se stessi, perché non si era mai visto un viso in cui riconoscere i propri lineamenti era una differenza sottile, un’insicurezza di fondo di cui non esistevano parole per spiegarla a cui non l’avesse provata.

    – Ormai le nostre anime sono unite – aveva sussurrato Ten con la faccia già premuta sul cuscino quando Victoria pensava si fosse già addormentato. – Tu conosci il fenomeno dell’entanglement, quello che permette alle Ali Nere di balzare tra le dimensioni. Gli atomi e le loro componenti più minute sono in connessione tra loro. Tutti atomi di un universo esistono dagli inizi del tempo, sono state stelle e mari e poi forse persone o animali e risuonano della melodia del cosmo. Continuano a cantarla anche se portati in una dimensione differente. Se divisi, si riconosceranno come unità, non importa dove le loro parti siano portate. Allo stesso modo non c’è lontananza che possa spezzare la risonanza tra le nostre anime. Per questo voglio che tu sia felice. Non importa dove sarò. Lo saprò e sarò felice anch’io. 

    

    Un colpo di pistola spezzò il silenzio della notte e i pensieri di Victoria.

    Ten, di fianco a lei, si svegliò all’istante, mentre la giovane già si metteva in piedi, agguantando con una mano la veste e aprendo con l’altra il cassetto del comodino in cui teneva il suo revolver.  

    Un altro sparo.

    Non poteva essere molto distante dall’ingresso del loro palazzo.

    Con i riflessi del soldato, Victoria era già vestita, sia pure con una camicia da notte. Con la propria pistola in mano corse giù dalle scale, mentre i vicini, al contrario, si chiudevano dentro i loro appartamenti, facendo scattare i chiavistelli.

    – Victoria, aspetta! 

    Il grido di Ten si perse dietro di lei, mentre la giovane usciva in strada.

    Una parte della sua mente le gridava che non era quello che doveva fare. Una donna non si sarebbe mai dovuta comportare in quel modo. Ma qualcuno aveva appena sparato sotto casa sua, mettendo in pericolo chi abitava nelle vicinanze e questo nessun ufficiale poteva tollerarlo.

    Arrivò sulla strada in tempo per vedere una carrozza che si allontanava. 

    Albeggiava.

    Nel riflesso del primi raggi di sole, Victoria ebbe l’impressione di scorgere un braccio armato di pistola che si ritraeva all’interno della carrozza.

    Sul bordo della strada, un uomo si appoggiava a un lampione che si andava spegnendo.

    Prima ancora di metterlo a fuoco, Victoria seppe che era Chris.

    Indossava uno dei suoi cappotti più eleganti, bordato di pelliccia di visone, ma aveva una mano al petto, mentre con l’altra si aggrappava al palo del lampione.

    – Chris! – urlò Victoria.

    Con uno sforzo, l’uomo rialzò il viso e provò a muoversi verso di lei. Una macchia di sangue andava allargandosi dov’era premuta la sua mano.

    Incespicò, ma Victoria era già lì a sorreggerlo, la propria arma lasciata cadere a terra.

    Nel rantolo del suo respiro c’era già tutta la diagnosi che lei avrebbe voluto ignorare.

    Chris fece in tempo ad appoggiarle la testa sulla spalla e a sussurrarle qualcosa che quasi si perse tra i capelli. Poi sussultò, mentre i muscoli del suo corpo cercavano di ribellarsi alla morte con un ultimo spasmo violento.

 

    

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Capitolo 9
*** Capitolo 9 ***




Una carrozza attendeva davanti a casa. Una carrozza da gente ricca, trainata da due possenti cavalli che stridevano col paesaggio circostante, le case di pietra con il tetto su cui cresceva l’erba. 

    Ardal esitò, prima di entrare. Qualcosa nell’austerità di quel mezzo così incongruo rispetto alle quattro galline che razzolavano vicino all’uscio gli suggeriva di aspettare. Ma era già tardi e aveva esaurito le scuse. 

    Negli ultimi tempi, da quando suo padre era morto, ogni occasione era buona per stare fuori, anche dopo che aveva finito di radunare le pecore a cui badava. Passava per i paese per vedere se qualcuno aveva bisogno di un aiuto qualsiasi, in cambio di una mezza pagnotta o di un avanzo della cena del giorno prima. Quando era fortunato, trovava maestro Edmund che gli dava un nichelino in cambio di qualche pagina ricopiata. Era una carità, perché Ardal aveva imparato a scrivere tracciando lettere con un bastoncino nel fango o nella sabbia bagnata e per quanto fosse attento, la sua era comunque la calligrafia di un seienne. Ma era una carità che faceva comodo. Da quando il papà era morto solo nel fondo della miniera, la miseria era entrata nella casa, avviluppandoli come una nebbia da cui non ci si poteva liberare. Non erano mai stati ricchi, ma nel villaggio nessuno lo era. Vestivano come tutti con due abiti che dovevano bastare un anno intero e poi passare al fratello più piccolo e mangiavano tutti la stessa zuppa fatta con tutto ciò che poteva essere bollito e masticato. Ma adesso avevano superato la sottile linea che li avevano sempre divisi dall’indigenza. Sua sorella non correva più fuori al suo ritorno, assillandolo perché la facesse giocare. Ormai da una decade non riusciva ad alzarsi dal letto. Il suo tossire era diventato un suono costante che disturbava il sonno di tutti, insieme al pianto sempre più stizzoso del piccolo, il quarto della nidiata, che non trovava più soddisfacente il latte della mamma. Stare a casa era diventato uno strazio, ma uno strazio che non si poteva più rimandare.

    Sua madre lo attendeva vicino al focolare. Rhona era sdraiata su un pagliericcio proprio lì accanto, nel punto più caldo della casa, ma dormiva o era in uno stato di torpore ancora più profondo del sonno. Gli altri due fratellini non c’erano. La mamma aveva indosso il proprio vestito migliore, del rosso scuro che si addiceva a una donna in lutto.

    – Siediti, Ardal, dobbiamo parlare – disse.

    L’istinto diceva al bambino che quello era il momento di scappare, perché il tono di sua madre era quello di un cacciatore che chiude la trappola. Ma aveva sei anni e aveva imparato che alla mamma non si disubbidiva.

    – Tu vuoi che Rhona guarisca, vero? – chiese la donna.

    Ardal sbatté le palpebre. Che domanda era? Rhona aveva un anno scarso meno di lui, era la sua migliore amica, la sua prima compagna di giochi. E poi cosa voleva dire? Non aveva mai pensato che Rhona potesse non guarire. Annuì.

    – Il dottore ha detto che la malattia non è troppo avanzata, ma ci vogliono medicine e cibo migliore di quello che abbiamo ora e per questo ci vuole del denaro.

    Ora Ardal annuì più sicuro. Era forte. Al contrario dei fratelli lui non si ammalava mai. Avrebbe lavorato. Anche in miniera, se necessario, anche se il papà lo aveva spinto fin da quando era piccolissimo a comprendere i segreti delle parole scritte, per trovare un lavoro diverso dal suo, perché il buio della miniera non lo avesse. Ardal, che ci vedeva meglio dei fratelli nella penombra, era terrorizzato dal buio assoluto della profondità della terra. Quando pensato a suo padre, caduto in un pozzo da cui i compagni non erano riusciti a estrarlo, pensava al buio che doveva averlo circondato. Nella sua mente era quello che lo aveva ucciso, soffocandolo. Ma lo avrebbe affrontato, se fosse stato necessario per aiutare Rhona.

    – Tu sei diverso dagli altri, lo sai – continuò la mamma, più dolce.

    – Sì.

    Ardal sapeva da sempre di non dover girare con la schiena nuda. Mai. Aveva le piume sulla schiena e gli altri bambini invece no. Mamma aveva cercato di strappagliele, di bruciargliele, di scioglierle persino, ma le piume ricrescevano sempre. Ed erano orribili, oscene, nessuno doveva sapere che le avesse, solo i suoi genitori e Rhona. Anche i fratelli più piccoli non dovevano vederlo mai a schiena nuda. Prima aveva pensato solo che fossero orrende, ma da quando seguiva le lezioni di maestro Edmund aveva capito quanto lo fossero. Lui era un impuro. Deforme. Sbagliato. Sua madre avrebbe dovuto consegnarlo appena nato, perché fosse cresciuto con altri come lui, per diventare schiavo. Invece i suoi genitori avevano deciso di tenerlo, anche se consegnandolo avrebbero avuto un risarcimento, insegnandogli a tenere nascosta la sua condizione. Non che Ardal avesse ben idea di cosa fosse uno schiavo. Non ce n’erano in paese. Nella cittadina più vicina, dove era andato qualche volta per il grande mercato mensile, c’era una patentata, una ex schiava, che rifaceva il filo ai coltelli e alle falci. Aveva lunghe corna che ricadevano sui capelli di un rosso ingrigito e portava unghie lunghissime e appuntite. Ardal, come tutti i bambini, ne era terrorizzato e non capiva in che modo potesse essere simile a lui.

    – Fuori, nella carrozza, c’è un mercante di schiavi impuri e tu andrai con lui – disse la mamma.

    Ardal rimase immobile, incapace di capire in pieno il significato di quelle parole.

    La mamma approfittò del suo silenzio per proseguire.

    – Non c’è altro modo. Non ho denaro per mantenere quattro figli e non farò morire neppure uno di loro, se posso evitarlo. Tu sei intelligente e forte. Ti porteranno in un posto dove ti insegneranno a fare i calcoli e come ti devi comportare. Non rischierai di morire di fame o di freddo. Starai meglio di noi, qua. Non finirai mai in una miniera o in una piantagione. Servirai in una casa, come segretario, contabile o maggiordomo. Al punto in cui siamo, è la cosa migliore.

    – Io non voglio! – fu tutto quello che Ardal riuscì a dire.

    Gli tremavano le labbra, mentre lacrimoni di rabbia si andavano formando negli occhi. Eppure non riusciva davvero a cogliere in senso di quel discorso. Capiva solo che sua mamma non lo voleva più. Che doveva andare lontano in una carrozza scura trainata da cavalli altissimi che lo spaventavano.

    – Tuo padre non voleva morire. Rhona non voleva ammalarsi. Io non volevo doverlo fare.

    Le parole di sua madre cadevano, come sempre, sul suo «non voglio» definitive come lapidi tombali. 

    Poi lei lo prese con entrambe le braccia e se lo strinse al petto.

    – Ascolta e ricorda le mie parole, anche se adesso non le capisci. Solo io, Rhona e il curato sanno che sei un impuro. Il curato è vecchio e morirà. La tua nascita è stata registrata come regolare. In paese dirò che sei stato preso a bottega da uno di città. Sei un primario e intelligente, sei un bene di lusso. Obbedisci e impara e non ti succederà niente. Lavora sodo e otterrai una patente. Non dimenticare il tuo nome. Tornerai ad indossarlo. Non c’è altro modo per salvarvi tutti.

    La mamma tremava, stringendolo e questo, più di tutto, diede ad Ardal la dimensione di quanto stava accadendo.

     L’abbraccio terminò di colpo, nel un sospiro risoluto con cui sua madre si rimangiò le lacrime e i singhiozzi.

    – Saluta tua sorella e vai.

    

    Ardal uscì nel tramonto rosato dell’inverno che si faceva primavera. Le ultime immagini della sua famiglia sarebbero state la faccia corrucciata di sua sorella, che aveva risposto con un grugnito senza neppure aprire gli occhi e il volto di pietra di sua madre, immobile nell’abito a lutto, con le mani strette a pugni. 

    Dalla carrozza scese un uomo vestito di scuro, con una frusta legata alla cintura. Lo fece salire. C’erano già delle catene predisposte, attaccate alla panca di legno. Un anello di metallo si strinse intorno alla sua caviglia.

    Mentre la carrozza lasciava il paese, sobbalzando sulla strada sconnessa, Ardal pensava che stava lasciando indietro tutto ciò che era stato, compreso il suo nome. Era certo che non avrebbe odiato mai nessuno come in quel momento odiava sua madre.

 

***

 

    Qualcuno bussava con forza alla porta.

    Ardal si trovò seduto sul letto a fissare instupidito la penombra.

    Che ore erano?

    Aveva lasciato la villa della riunione prima che albeggiasse e si era rifugiato nel proprio letto all’ora in cui solitamente andava in redazione, ma era il suo giorno di riposo, giusto?

    – Apri, giovane pazzo, che c’è lavoro per te!

    La voce era senza ombra di dubbio quella del direttore Donovan. 

    Del resto era anche il suo padrone di casa. 

    Quando era arrivato in città, a neppure quindici anni, aveva iniziato come strillone. Insieme ai soldi, aveva iniziato a infilare nella busta anche bozze di articoli. Il direttore, intuendo che non aveva niente, gli aveva offerto due stanze scomode nello stesso edificio in cui aveva sede Il flusso, una vecchia fabbrica tessile riadattata alla meglio. Adesso avrebbe potuto permettersi l’affitto di una casa migliore, ma c’era affezionato. E poi gli piaceva l’idea di essere sempre a un passo dal proprio lavoro e da ciò che accadeva. Anche se a volte, come quel giorno, era scomodo.

    – Che ore sono? Cosa succede? – chiese, mentre cercava una giacca qualsiasi da cacciar sopra alla camicia con cui aveva dormito.

    Raggiunse finalmente le chiavi e la porta d’ingresso.

    – È quasi ora di pranzo – disse Donovan, entrando.

    Si passò una mano nella criniera grigia che aveva al posto dei capelli.

    – So che alla tua età la vita vera è di notte, ma se do un altro un pezzo sulle Ali Nere poi non mi darai pace.

    Il malumore lasciò immediatamente Ardal.

    – Cos’è successo?

    – Ieri notte è stato ucciso un ufficiale, il maggiore Jamenson. Sembra un fatto di corna, ma ho pensato che volessi lavorarci. Hanno fermato una donna e il suo amante, un professore di storia all’università.

 

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Capitolo 10
*** Capitolo 10 ***


 

 

    Victoria sedeva impettita. Solo la rabbia le evitava di essere sopraffatta dal dolore. La rabbia e l’assurdità della situazione.

    Si era accasciata a terra sopra il corpo di Chris, incapace di accettare quello che era successo. Non sapeva per quanto tempo era rimasta in quel modo sul marciapiede. Un secolo o forse neppure un minuto. Quando aveva rialzato lo sguardo Ten era dietro di lei, ma stavano sopraggiungendo degli uomini nelle uniformi della polizia cittadina. Lei si era alzata, già pronta a dare direttive, senza considerare che quegli uomini vedevano un nobile a terra, con un foro di proiettile che gli trapassava il petto, una donna con una camicia da notte grondante di sangue e una pistola lasciata cadere lì accanto. Dietro di lei uno straniero con indosso un maglione al contrario e lo sguardo stralunato. Persino lei aveva capito che urlare ai poliziotti di inseguire la carrozza sarebbe servito solo a farla passare per isterica. L’assassino, ormai, se ne era andato e quegli uomini appiedati non avrebbero mai potuto raggiungerlo. Si era lasciata condurre via, spiando con la coda dell’occhio cosa accadesse a Ten. Il giovane non aveva opposto resistenza, neppure quando i poliziotti lo avevano fatto inginocchiare a terra per perquisirlo. Se lo avessero malmenato, Victoria non avrebbe saputo rispondere di se stessa. Ma non era successo, almeno fino a che lei aveva potuto seguirlo con lo sguardo. Se fosse accaduto dopo, non lo sapeva.

 

    Represse un sospiro. Puzzava di sangue. Aveva addosso ancora la camicia da notte. Alla sede centrale della polizia di Pencors, dov’era stata condotta, le avevano dato un vecchio scialle sporco in cui avvolgersi. Non voleva pulirsi. Quel sangue che andava seccando e indurendosi era tutto quello che le rimaneva di Chris. Non poteva essere morto. Aveva perso così tanti compagni da smettere di contarli. A volte le pareva che il suo cuore non fosse che una riproduzione del cimitero delle Ali Nere, una lunga distesa di lapidi uguali, dove i ricordi dei volti si disfacevano e si corrodevano come i nomi incisi sotto i secoli di pioggia. Ma non Chris. Chris, che l’aveva accolta come amante, così tanto tempo prima, che aveva impedito che si schiantasse al suolo quando era rientrata svenuta nella dimensione terrestre, che le aveva chiesto di sposarlo, era l’essenza stessa della forza vitale. Non poteva morire. Neppure gli angeli potevano ucciderlo. Eppure di lui rimaneva solo il sangue che le impregnava il vestito.

    – Mi ripeta ancora quali erano i suoi rapporti con il maggiore Soilbeir – disse l’uomo che aveva di fronte, nella stanzetta senza finestre dove veniva interrogata.

    Victoria non sapeva da quanto fosse lì. Davanti a lei si erano succeduti tre uomini. Senza dubbio di grado crescente, anche se si presentavano senza uniformi. E senza dubbio lei restava anche per quel nuovo venuto, un quarantenne con una certa luce brillante negli occhi a riscattare un viso scialbo, un enigma insolubile. 

    Tamburellò con le dita il tavolo di legno davanti al quale era seduta e poi si risolse a fissare la tazza di the bollente che il poliziotto si era fatto portare.

    – Eravamo amici – rispose Victoria.

    Aveva ripetuto la propria versione così tante volte da non dover più pensare a cosa dire. 

    Che cosa ricordava della carrozza? Cosa le avrebbe permesso di identificarla?

    – Frequento casa Morozov, sono parente del colonnello Soilbeir. Conosco il maggiore Jamenson da molti anni.

    Tormentò con un’unghia una scheggia di legno del tavolo, alla ricerca di un ricordo.

    Aveva visto una mano. Com’era? Aveva dei guanti, ne era quasi sicura. Perché nessuno le diceva di che calibro era il proiettile che aveva ucciso Chris? Perché non riusciva a mandare quegli uomini dove avrebbero dovuto essere, fuori, a cercare l’assassino?

    – Sa che cosa penso? – disse il detective.

    Voleva essere intimidatorio, con quella sua voce ferma e fredda, ma a Victoria proprio non interessava cosa pensasse.

    – Si è ridotta amante di uno straniero, una donna che ha perso ogni rispettabilità. Jamenson è venuto per conto dei Morozov o di Soilbeir, se davvero siete parenti, per farla ragionare e lei, trovata col proprio amante, ha perso la ragione e gli ha sparato.

    – Le sembra che io abbia perso la ragione? – replicò Victoria, secca, sforzandosi di dedicare più attenzione all’interlocutore.

    – Non sembra neppure sconvolta come dovrebbe essere una donna che ha visto un amico morire e che si trova accusata ingiustamente.

    – Ha ragione. Non so come dovrei essere, non mi sono mai trovata in questa situazione… Verrebbe all’alba un uomo che deve ricondurre alla ragione una ragazza scappata di casa? In abiti così eleganti?

    Chirs indossava la spilla con rubino come fermacravatta. Veniva da un club dove aveva trascorso la notte. Lo faceva spesso quando il giorno dopo non era di servizio. Giocava a fingersi un nobile dissipato allo stesso modo in cui lei, a volte, fingeva di essere una ragazza qualunque.  Al club o nelle sue prossimità doveva aver incontrato qualcuno… Era andato da lei per fare rapporto, non come amico, ma come ufficiale. Casa sua, quindi, era più vicina del quartier generale. Doveva essere facile ricostruire i movimenti di Chris quella notte, per capire chi avesse incontrato…

    Il rumore dei pugni dell’uomo che sbattevano sul tavolo fecero sobbalzare Victoria appena un istante prima che il the, sbalzato dalla tazza, le schizzasse addosso. Si ritrasse d’istinto, schivando le gocce, per poi trovare gli occhi grigi dell’uomo che la fissavano. Ci mise un istante a capire che lui aveva voluto spaventarla e ora, ancora, si stava sforzando di valutarla. Povero sciocco.

    – Una donna con i suoi riflessi può senza dubbio uccidere un uomo – disse infine il poliziotto.

    – Certo, ma rimane il fatto che io non l’abbia fatto.

    Le mani dell’uomo si contrassero in un pugno.

    L’avrebbe colpita? E lei si sarebbe lasciata colpire, solo perché era questo che ci si attendeva da una donna? Doveva sbrigarsi a decidere una linea di condotta, poiché, era evidente, non c’era modo di farsi ascoltare e indirizzare le indagini. A quell’uomo, come a quelli che l’avevano preceduta, non importava quello che lei diceva. Non notavano le ovvie discrepanze. L’omicidio avvenuto in strada, gli abiti di Chris e i suoi. Non avevano alcun interesse a confrontare il proiettile che l’aveva ucciso con la sua pistola. Avevano un Jamenson morto e volevano offrire alla famiglia un colpevole guarnito di movente. Lei era una donna, quindi il movente era senza dubbio passionale. In più era una donna non sposata che conviveva con uno straniero. Un colpevole perfetto. E Ten? Si trovava da qualche parte in quello stesso locale, picchiato per farlo confessare?

    – Voglio parlare con il generale Morozov – si risolse a dire, fissando negli occhi il proprio interlocutore.

    Questo, forse, lo stupì abbastanza da fargli decidere di non colpirla, almeno per il momento.

    – State tranquilla, il generale è di certo stato avvisato della morte del proprio ufficiale.

    – E avete spiegato anche chi esattamente avete fermato?

    Che almeno si facessero inquietare dal dubbio che lei avesse davvero le conoscenze altolocate che aveva professato. Ma Soilbeir era un cognome diffuso tra i contadini dell’ovest e una donna perduta, com’era stata definita, di certo non aveva nulla a che spartire con la gente perbene.

    Il poliziotto, infatti, si limitò a un gesto vago con la mano.

    – Non preoccupatevi di questo. Sapete cosa faremo? Ora verrete portata nella prigione femminile. Avete una bella catenella d’oro al collo. Ci sono tagliaborse, lì, e assassine abituate ad agire con pugni e coltelli come uomini. Domani forse sarete più collaborativa.

    Quindi, concluse Victoria, era troppo vigliacco per colpirla. O, meglio, gli sembrava degradante picchiare una donna, ma se era qualcun altro a farlo era un altro discorso.

    L’unica porta che conduceva alla stanzetta senza finestre si aprì e ne entrò un uomo più giovane, sotto i trent’anni. Tutto nel suo modo di porsi indicava che fosse di grado inferiore a quello che l’aveva interrogata. Con deferenza porse un biglietto al proprio superiore. L’uomo lo lesse e si accigliò. Victoria si aspettò che battesse di nuovo il pugno sul tavolo. Evidentemente qualcuno aveva davvero parlato con Morozov.

    – Chi siete? – chiese di nuovo il poliziotto, guardandola.

    Ora c’era rabbia nei suoi occhi grigi. Il cacciatore si vedeva sfilare la preda.

    – Una donna perduta che ha abbandonato la rispettabilità per vivere col proprio amante straniero – replicò Victoria, secca.

    Quante ore era stata lì senza che nessuno ascoltasse le sue parole? Quanto questo ritardo aveva reso impossibile catturare l’assassino di Chris? Quanto dolore era stato inflitto a Ten? Che ne era di lui?

    – Il generale Morozov fa sapere che dell’omicidio dell’ufficiale si occuperanno i suoi uomini – sibilò il poliziotto.

    L’idea di non poter figurare sui giornali dell’indomani come colui che in poche ore aveva risolto il caso Jamenson gli faceva male, perché aveva l’aria di chi avesse appena ricevuto un pugno proprio nello stomaco. Ma non poteva farci nulla. Dei reati commessi ai danni dei militari poteva occuparsi una commissione interna, se così decideva l’ufficiale superiore della vittima.

    – Evidentemente non crede all’omicidio passionale – disse Victoria. Fece per alzarsi. – Posso andare?

    A una ragazza conveniva sempre chiedere il permesso.

    L’uomo fece un gesto verso la porta.

    – Potete ingannare un militare che non ha esperienza in fatto di donne, ma non me.

    Victoria si astenne dal rispondere.

    – E il professore Kuroa? – chiese.

    – Sulla sua posizione dobbiamo finire gli accertamenti.

    Certo, era uno straniero. Senza ovvi protettori altolocati. Su di lui avrebbero sfogato la frustrazione dell’indagine sfumata. Se ora Victoria avesse colpito quell’uomo, il generale Morozov sarebbe bastato a evitarle ulteriori guai? Scosse la testa, resistendo alla tentazione. Cercò di non pensare a come sarebbe stato tutto diverso se lei avesse avuto la lucidità di infilarsi i vestiti di Ten e avesse potuto parlare come il colonnello Soilbeir…

 

    

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Capitolo 11
*** Capitolo 11 ***


 

    Sul lato sinistro della piazza antistante la centrale di polizia c’era un café dove i cronisti specializzati in fatti di sangue erano di casa. Il gestore conosceva il nome e i gusti di tutti, poiché erano sempre le stesse cinque o sei persone a occuparsi di tutti i fattacci della capitale. Ardal lì si era sempre sentito a suo agio. Garold poteva anche scrivere per il giornale degli industriali e dei banchieri e farsi ogni mattina lustrare le scarpe, Amoz veniva letto per lo più dai bottegai e i maestri di scuola e esibiva non senza orgoglio la sua pancetta piccolo borghese, Stanley aveva vezzi da drammaturgo come i suoi lettori e Martin si fregiava di rispettare la morale ferrea che trasudava da ogni riga del suo giornale, ma alla fine rimestavano tutti nello stesso torbido. Giusto due mesi prima si erano trovati tutti in quello stesso cafè per scrivere della prostituta accusata di una dozzina di infanticidi, dal momento che si occupava di eliminare gli incidenti di percorso delle colleghe. Gli articoli pubblicati erano stati diversissimi, dalla dura requisitoria di Garold contro un’umanità inferiore che era necessario guidare, al pietismo di Martin che si chiedeva dove fossero i preti e gli uomini di buona volontà mentre quelle poverette affidavano i loro piccoli all’assassina. Mentre sistemavano gli appunti, però, i giornalisti erano stati tutti seduti allo stesso tavolo, scambiandosi battute macabre a cui persino Garold aveva ridacchiato e passandosi informazioni su dove i corpicini fossero stati rinvenuti, sul nome di un certo medico che sapeva o su quale ragazza avrebbe rilasciato un’intervista in cambio di un paio di monete. 

    – Con la tua inchiesta sulle Ali Nere non dovevi liberarti della nostra compagnia? – gli disse Stanley, passandogli il latte da mettere nella brodaglia che, dall’interruzione delle rotte principali, veniva spacciata per caffè.

    – Questa è la mia inchiesta sulle Ali Nere – borbottò Ardal.

    – Naa… È solo il solito affare di corna, chissà com’è questa donnaccia che ha fatto perdere la testa a un Jamenson – commentò Amoz, posando la propria tazza.

    – Finisce sempre in tragedia quando i migliori si mescolano ai peggiori – sentenziò Garold.

    – Non è un affare di corna – disse Ardal. – La ragazza e anche il suo amante sono innocenti. Frequentano le Ali Nere, li ho conosciuti mentre preparavo il mio articolo.

    – No? Allora sentiamo, se non sono corna cosa sarebbe?

    Ardal posò la tazza e si massaggiò le tempie dolenti.

    – Non lo so – ammise.

    Chi aveva ucciso Jamenson? Doveva essere accaduto più o meno mentre lui si risolveva a tornare in città. Fossero stati i Corvi avrebbero lasciato le piume come firma. Che senso aveva fare un attentato, se poi non lo si rivendicava? E se loro non erano stati, chi? Perché? E, infine e forse più importante, come si poneva lui verso quell’omicidio? I Jamenson erano una famiglia importante, il ramo principale possedeva una contea, con schiavi nelle dimore, nelle miniere e nelle piantagioni d’oltremare. Ma Chris Jamenson, con la sua eleganza affettata, la sua cicatrice poco esibita e quell’aria protettiva che aveva esibito verso Jude e Victoria, lui poteva odiarlo? Lo aveva incrociato appena un paio di volte. Non riusciva a dare un nome a quello che provava pensando alla sua morte, ma non era indifferenza, né gioia. Era stato così facile, quando aveva iniziato a frequentare i Corvi, odiare chiunque avesse per nascita ciò che le piume sulla sua schiena gli avevano tolto. Era così facile odiare chi non aveva né volto né sguardo.

    – Magari ha irretito anche te – ammiccò Stanley.

    Era il più giovane della combriccola, aveva quattro o cinque anni più di Ardal, e un paio di volte gli aveva proposto di andare a divertirsi insieme in qualche locale dove fosse facile recuperare una donna.

    Ardal scosse il capo, senza curarsi di rispondere.

    Il ragazzetto che avevano messo a piantonare le entrate del quartier generale entrò di corsa nel café.

    – Hanno rilasciato la ragazza. È ancora sporca di sangue – annunciò.

    – Porca… Dovevo portare l’aggeggio per le fotografie – borbottò Amoz.

    – Ma se è più grosso della tua pancia e non riesci a trascinarlo! Poi di passo uno schizzo – replicò Martin, che era velocissimo a tracciare sul proprio taccuino disegni improvvisati.

    Ardal non li stette ad ascoltare e si precipitò fuori.

 

    Victoria si guardava intorno incerta, appena uscita da una porticina laterale che immetteva su uno degli angoli della piazza. Ormai era quasi ora di pranzo e benché si stringesse in un cencio scuro, le macchie di sangue risaltavano sulla leggera veste chiara che la ricopriva. Abbigliata in quel modo appariva molto magra e molto pallida, quasi diafana, con i capelli chiarissimi sciolti che si muovevano al vento.

    – La conosci? È una pazza, senza dubbio – disse Stanley, affiancandolo.

    Ardal ebbe l’istinto di tirargli una gomitata nel ventre sporgente.

    – Victoria! – la chiamò, andandole incontro.

    Lei si illuminò, riconoscendolo e gli mosse incontro con l’abituale passo sicuro e lo sguardo diretto. Ma una donna che si muovesse in quel modo con indosso un abito intriso di sangue certo non poteva che passare per pazza. Martin ne stava già abbozzando un ritratto.

     Ardal si tolse la giacca e la raggiunse.

    – Infilati questo – le disse. – Stai attirando attenzioni, e non è cosa salutare in questo periodo.

    – No – convenne lei, accettando l’offerta.

    La giovane si guardò intorno, valutando la situazione. Si accigliò, vedendo i giornalisti.

    – Colleghi tuoi pronti a scrivere che sono la sgualdrina che ha ucciso Chris? – chiese, con apparente freddezza.

    – Temo di sì.

    Lei sospirò e si portò una mano agli occhi.

    Per un istante Ardal pensò che sarebbe scoppiata a piangere. Come avrebbe potuto consolarla, lui che appena qualche ora prima aveva discusso con Esvele della possibilità di farla uccidere?

    Ma Victoria si passò solo una mano sulle palpebre.

    – Ci sono delle cose da fare – disse, con quella sua strana voce roca e calma. – I giornalisti… La famiglia di Chris merita di meglio che pensare che lui sia morto ucciso da un’amante.

    – Vuoi parlare con loro?

    – No. Io devo parlare con Morozov e gli altri… Ma Ten è ancora lì dentro e non ho idea di cosa gli stiano facendo.

    Si morse il labbro inferiore e gettò uno sguardo all’edificio grigio da cui era appena uscita.

    – Non posso aspettarlo… Lo faresti per me? Potrebbe aver bisogno di aiuto o anche di un medico, quando uscirà, ma io…

    – Fai quello che devi. Me ne occuperò io.

    Victoria annuì e gli concesse un sorriso.

    – Se davvero sempre sulla nostra strada al momento giusto, un messaggero della Divina Sapienza.

    – Sono solo un giornalista.

    E un cospiratore.

    – Le cose possono coincidere – concesse Victoria. – Se Ten se la sente dovrebbe raggiungermi al quartier generale delle Ali Nere. Hai ragione, le cose che hai scritto sono vere. Abbiamo vissuto a lungo come monaci, chiusi nelle nostre mura, tutti presi dalla nostra missione. È tempo di cambiare

    – Tu sai chi ha ucciso Jamenson – constatò Ardal.

    Victoria scosse il capo.

    – Non è così semplice. Ma ho un’idea.

 

    Ci volle più di un’ora prima che rilasciassero Ten.

    Lo gettarono fuori da una porticina ancora più laterale e il suo corpo ruzzolò sul selciato.

    Mentre Ardal correva verso di lui seguito dai colleghi si augurò di tutto cuore che non fosse necessario portarlo a braccia da un chirurgo. Due volte, da che lavorava per Il flusso, un interrogato era passato direttamente dal medico al becchino. Ma certo un posto da professore all’Università Imperiale doveva proteggere da certi abusi… Ardal pensò che sarebbe stato più facile decidere di uccidere Victoria piuttosto che doverle dire che al suo uomo era accaduto qualcosa.

    Ten, però, si stava già mettendo in piedi, sia pure con fatica.

    Quando Ardal lo raggiunse si stava tastando il naso, come fosse stupido di averlo ancora. Sembrava integro, però, e anche sul resto della faccia non c’erano tagli o lividi, anche se c’era del sangue sul colletto del maglione e agli occhiali, storti, mancava una stanghetta.

    Ardal gli tese una mano.

    – Ce la fai ad alzarti?

    Ten la guardò per un istante perplesso, come faticando a metterla a fuoco.

    – Victoria? – chiese, afferrandola.

    – È già dal generale Morozov.

    Lo studioso annui. Aveva i capelli arruffati come se un gatto ci avesse fatto la lotta e il viso jiquinita era pallidissimo e stralunato, ma dopo i primi passi incerti, in cui si era appoggiato quasi del tutto ad Ardal, riprese una certa stabilità.

    – Come ti senti? – chiese Ardal.

    Ten abbozzò un sorriso storto.

    – Sbatacchiato. Nessuno mi aveva mai picchiato, prima.

    No, pensò Ardal, non sembrava tipo da avere cicatrici da frusta nella schiena.

    – Un’esperienza interessante, a modo suo – cercò di sdrammatizzare Ten.

    – A modo suo. Se non capita troppo di frequente – convenne Ardal. 

    I colleghi li aspettavano davanti al café, a mo’ di plotone d’esecuzione.

    – Ho chiamato una carrozza e ci ho fatto salire Victoria il prima possibile, ma aiuterebbe se te la sentissi di raccontare qualcosa di quanto accaduto.

 

    Una ventina di minuti dopo, Ten aveva terminato il suo succinto resoconto e buttato giù due bicchierini di brandy con l’aria di chi non avesse mai bevuto nulla di tanto forte. Sembrava comunque mantenere una certa lucidità, anche se la mano destra, poggiata sul tavolo intorno a cui si erano riuniti, tremava a tratti.

    – Sembra un’esecuzione – disse Amoz, tamburellando con le dita. – Peccato. Le storie d’amore vendono di più.

    – È pur sempre spirato tra le braccia di una donna, il che è molto romantico – sospirò Stanley, tormentando la sigaretta che non si risolveva ad accendere. – Anche se forse lei avrebbe preferito che fossero le braccia di un’altra donna.

    Ten era troppo stanco per fare qualcosa di più che scuotere il capo.

    – Si conoscevano fin da ragazzini – fu tutto quello che disse.

    – Potrebbe essere una questione di debiti gioco. Oppure perfino un messaggio rivolto a qualcun altro della sua famiglia – ragionò Garold.

    – È il tipo esecuzione che mi fa pensare – soggiunse Martin, che intanto stava abbozzando un ritratto di Chris dedotto dalle descrizione di Ten e Ardal. – Un colpo di pistola partito da una carrozza in corsa nella penombra. Non sono molti che possono permettersi un sicario del genere.

    No, ragionò Ardal. Lui si riteneva un buon tiratore. Gli impuri non potevano possedere armi. Quindi lui ne aveva morbosamente desiderata una fin da bambino. Aveva investito in una pistola il proprio primo stipendio. Le sue ore libere passavano in gran parte nell’esercitarsi nel tiro e nella lotta. Voleva avere almeno l’illusione di poter difendere la propria vita e la propria libertà con la forza, se fosse stato necessario. Ma quel tiro non l’avrebbe osato.

    Possibile che nel giro di pochi giorni due alti ufficiali delle Ali Nere fossero vittime di attentati per motivi del tutto diversi?



So che qualcuno sperava si scoprire qua chi si cela dietro l'omicidio di Chris e invece vi ho lasciato un capitolo corto e sostanzialmente di passaggio.
Prometto di aggiornare quanto prima con un capitolo ben più ricco di sostanza, anche se almeno con questo abbiamo fatto conoscenza con l'ambiente giornalistico di Ardal e, si sa, un amico giornalista può sempre tornare utile.
Se siete arrivati a leggere fin qua è perché stata usando un pochino del vostro tempo per leggere questa storia, cosa di cui vi ringrazio infinitamente. Un ringraziamento specialissimo a chi l'ha inserita nelle preferite o nelle seguite e a Siyla, che continua a tenermi per mano.

 

    

 

    

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Capitolo 12
*** Capitolo 12 ***


La luce filtrava attraverso la struttura in vetro e acciaio, creando riflessi iridescenti nel tavolo di ossidiana. Davano l’impressione che vi fosse qualcosa nel profondo di quell’oscurità lucida, mondi nascosti sotto la superficie nera.

    Di tutte la stanze del quartier generale delle Ali Nere, quella era la preferita di Victoria. Nel padiglione da poco rimodernato si dimenticavano le oppressive mura di pietra grigie vecchie di seicento anni che circondavano la sede delle Ali Nere e il tetro edificio dove si lavorava il materiale angelico.

    Li aveva riuniti lì. Fosse stata un’altra donna, sarebbe corsa a casa dei genitori per farsi abbracciare dalla madre e dalle sorelle. Ma non aveva una madre e neppure delle sorelle. C’erano loro, però. Morozov, più invecchiato e grigio di come l’avesse visto il giorno del funerale di George. Chris lo aveva detto. Era a lui che il generale contava di lasciare la propria carica. Lei aveva perso un amico e un innamorato, Morozov il figlio che aveva sempre desiderato. Al suo fianco Jude era pallidissimo, l’uniforme nera e i capelli biondi facevano sembrare l’incarnato di marmo. Aveva gli occhi verdi sgranati. Nessuno si era aspettato di dover piangere Chris che, ormai, lavorava quasi solo al pannello tattico, a terra. Jude non ricordava un momento in cui Chris non avesse fatto parte delle Ali Nere, dai suoi quindici anni doveva essergli sembrato eterno e inamovibile. Emil, l’ufficiale medico, invece ricordava ancora un Chris ragazzino. Erano entrati come cadetti nello stesso anno e avevano a lungo diviso la camera. Emil era un omone alto le cui risate fragorose risuonavano spesso per il quartier generale. Era addestrato al combattimento, ma aveva indossato ben poche volte la propria tuta. Come era solito dire, aveva tutti i vantaggi e nessuno svantaggio di essere nelle Ali Nere. Quel giorno non riusciva a smettere di piangere. Forse non si accorgeva neppure di farlo, le lacrime scorrevano lungo le sue guance fino alla corta barba castana senza che lui potesse fermarle. Leonard e Miles erano gli ufficiali più alti in grado. Con ventitré e ventiquattro anni erano già dei veterani, prossimi ai dieci anni di servizio attivo, ma anche loro avevano lo sguardo perso di chi ha sentito senza preavviso mancargli il terreno sotto i piedi. Tutti loro vestivano con l’uniforme nera e oro delle Ali Nere. Tutti loro avevano trovato il tempo di mettersi in ordine, erano impeccabili, con ognuno dei bottoni dorati ben lucidato. Altrove, la salma di Chris era stata restituita a una famiglia che lo conosceva appena e la più alta nobiltà della capitale stava senza dubbio facendogli omaggio. Ma quella era la sua vera veglia funebre.

    Victoria era l’unica a non indossare l’uniforme. Negli alloggi del quartier generale nessuno aveva occupato il suo appartamento, dove aveva trovato ancora alcuni vestiti. Aveva riposto con cura la camicia da notte macchiata di sangue e aveva optato per un maglione bianco a collo alto. Lei era diversa, e anche il suo dolore forse lo era.

 

    Ten arrivò che la riunione non era iniziata da molto.

    Victoria si trattenne dal correre a gettarsi tra le sue braccia. Forse non l’avrebbero giudicata, non loro. Ma in quel momento aveva bisogno che si fidassero del suo giudizio e della sua professionalità e le emozioni che non riusciva a trattenere erano già abbastanza. Ma Ten era vivo. Stava bene. Stava bene.  La frase rimbombò dentro di lei, risuonando insieme ai passi di lui sul pavimento di lucido granito, via via che si avvicinava. Come una frattura che si rimarginava. Un sostegno tornato solido, su cui poteva di nuovo adagiarsi, una certezza di cui fidarsi. Stava bene. Aveva gli occhiali rotti, ecco tutto. Sembrava un gatto condotto a forza in un canile, ma quello succedeva a quasi tutti i civili che entravano nel quartier generale. Tutta l’estetica delle Ali Nere era stata studiata per mettere soggezione e disagio e non far capire che si trattava solo di un manipolo di ragazzini gettati allo sbaraglio contro un nemico inumano che non capivano.

    – Mi sono presa la libertà di invitare il professor Kuroa, non per i nostri legami personali, ma perché studia gli angeli da una vita. Vorrei che riassumessimo per lui le cose che ci siamo detti – disse, cercando di essere il freddo ufficiale che lei, in primo luogo, aveva bisogno di credersi in quel momento. – Abbiamo sempre pensato agli angeli come qualcosa di esterno al nostro mondo. Vivono nella loro dimensione e da lì ci attaccano. Ma quando vengono di qua si adattano rapidamente alla nostra. Recuperiamo sempre i corpi dei nostri nemici uccisi, ma vi sono differenze se sono morti nella loro dimensione o nella nostra, vero Emil?

    L’ufficiale medico annuì.

    – Sì. Gli organi di base sono abbastanza simili, forse perché la chimica e la fisica dei due pianeti sono simili. La posizione e la funzione della maggior parte degli organi sono le stesse per un uomo e un angelo morto nella propria dimensione. Fegato, reni e cistifellea sono differenti, ma anche un medico alle prime armi riconoscerebbe cuore, polmoni e cervello. Ci sono però delle differenze sostanziali. Le ossa sono più leggere, l’apparato respiratorio è diverso, la struttura dei polmoni è più densa e non posseggono corde vocali. Anche loro respirano ossigeno, ma ce n’è molto meno di là, tanto che noi abbiamo bisogno un meccanismo che lo concentri. Inoltre non hanno organi sessuali riconoscibili. Se però esaminiamo il cadavere dell’angelo morto nell’ultimo scontro, ucciso sul nostro pianeta, le cose cambiano. Non è solo il fatto che ha le braccia e sia senza dubbio un maschio. Fegato, reni e cistifellea continuano a mantenere una forma differente, probabilmente anche il loro ruolo è diverso. Ma i polmoni sono indistinguibili dai nostri, perfettamente adatti a respirare la nostra aria. Ha le corde vocali. Persino le ossa sono più dense e meno flessibili. Credo che un’analisi più accurata mostrerebbe una distribuzione differente dell’intera muscolatura. Uno stesso individuo, credo, nel nostro mondo dovrebbe essere parecchi centimetri più basso che nel proprio. Si adattano istantaneamente al cambio di dimensione, come quelle creature a metà tra i pesci egli anfibi che possono respirare sia fuori che dentro l’acqua.

    Victoria annuì.

    Lo aveva visto accadere. Eppure sembrava ancora qualcosa di magico, da archiviare nelle leggende. Perché non aveva pensato prima alle implicazioni?

    – Emil, ti prego, racconta cosa accadde quando sconfiggemmo il generale angelico.

    Il medico si strinse le mani l’una con l’altra.

    – Allo scontro diretto col generale angelico parteciparono solo Victoria, George e Chris – iniziò. – Tutti gli altri avevano ordine di rientrare non appena lo avvistavano. Ci si era resi conto che i nostri tre combattenti migliori utilizzavano quasi tutte le loro energie per proteggere gli altri, invece di attaccare. Quando rientrarono con il corpo del nemico erano tutti e tre feriti. Chris era quello più grave e sia io che i miei assistenti ci dedicammo a lui. Non avevamo tempo di occuparci subito del cadavere, ma ovviamente non lo abbandonammo in un angolo. Victoria gli aveva quasi del tutto staccato la testa e tuttavia le enormi ali si erano trasformate in braccia. Quasi uno scherzo postumo, pensai, perché non avremmo potuto ricavarne una tuta. Appariva come una giovane donna, ma era morta. Il collo era reciso fino alla colonna vertebrale, non sanguinava neppure. Non c’era battito. Ogni buon conto inchiodammo polsi e le caviglie al tavolo del laboratorio. Quello che temiamo sono i ladri di cadaveri di angeli. Anche se il sangue puro di angelo è tossico per quasi tutti, se diluito e trattato se ne possono trarre medicinali utili a circa un terzo della popolazione. Non è nostra politica venderlo, ma negli anni abbiamo avuto chi cercava di portarlo fuori dal laboratorio e chi ha cercato di introdursi. Lasciai due soldati di guardia a piantonare la stanza. Il mattino dopo sembrava tutto in ordine, ma una finestra in alto sull’edificio era rotta e il cadavere non c’era più. Ipotizzammo poi che fossero saltati dalle mura al tetto del laboratorio, non trovammo dei complici interni. Con dei buoni sensori è possibile capire quando le dimensioni vengono infrante. Quindi una banda esterna poteva sapere che c’era stato un combattimento e quindi un possibile cadavere di angelo anche senza una talpa.

    – Non era morta – disse Ten.

    Aveva ascoltato con sguardo sempre più accigliato e Victoria l’aveva visto tormentarsi il pollice sinistro fino a farsi uscire qualche goccia di sangue a lato dell’unghia.

    Gli aveva raccontato dello scontro con Generale Angelico, ovviamente, ma non si era mai soffermata sul trattamento del corpo. Del resto, mentre Emil e il generale prendevano quelle decisioni, lei aveva altre preoccupazioni. La vecchia ferita che si era riaperta. Trovare qualcuno col sangue compatibile con quello di Chris, per fargli una trasfusione.

    – Nessuno sa molto di quelli che voi chiamate Generali Angelici e noi a Ji’Quin Alti Angeli – disse Ten. Aveva una voce calma, ma Victoria ne sentiva il sottofondo di irritazione, si stava rivolgendo loro come faceva con gli studenti particolarmente tardi. – Ma è evidente che non hanno solo le ali più lunghe. Sono pochi, ma hanno capacità fisiche superiori. Chissà, se in qualche modo discendiamo dagli angeli, forse abbiamo preso da loro l’idea che vi siano famiglie superiori alle altre, perché se qui il rango è un’illusione, là non lo è.

    Adesso tutti lo stavano fissando corrucciati.

    Morozov, Emil e Miles avevano un titolo, anche se dentro quelle mura era ininfluente.

    – Un angelo normale sarebbe morto – Ten sbuffò al vedere le loro espressioni. – Ma le vostre esperienze precedenti avrebbero dovuto dirvi che gli angeli morti non cambiano forma per adattarsi.

    – Ci perdoni, professor Kuroa, se nessuno qui aveva visto il corpo di un Alto Angelo da vicino da settecento anni – sbuffò Emil.

    Il generale Morozov, però, gli fece segno di tacere e invitò Ten a proseguire.

    – Avete una lancia di un materiale sconosciuto che secondo le leggende servì a sant’Astulf per uccidere un Alto Angelo – disse il professore, in un evidente sforzo di essere più diplomatico.

    – Sì – rispose il generale.

    – Avrete fatto esperimenti con quella lancia, in settecento anni, credo.

    Il vecchio militare annuì.

    – Sì. La tuta delle Grandi Ali si ripara da sola è come se le cellule dell’angelo, ancora a distanza di settecento anni, sapessero rigenerarsi, ma se viene danneggiata dalla lancia il processo è molto rallentato. Le tute normali hanno una capacità di rigenerarsi inferiore, che viene del tutto inibita dalla lancia. Del resto se uno di noi, che abbiamo un’ottima compatibilità con il sangue d’angelo, la maneggia senza guanti ha subito la pelle irritata.

    Ten tamburellò con le dita sul tavolo.

    – La struttura che permette l’esistenza della barriera che protegge il mio paese è dello stesso materiale. Si suppone che riesca a creare una sorta di gabbia di ioni tossici per gli angeli. Secondo le leggende, due soli alti angeli furono uccisi, circa settecento anni fa. Uno dalla lancia di sant’Astulf, l’altro fu squartato, il corpo fu bruciato e infine il cuore, che non si era incenerito, fu sigillato in un vetro apposito. Voi non avete seguito nessuna delle due procedure, quindi l’Alto Angelo è ancora vivo. Nessuno ve l’ha rubato. Se n’è andata da sola.

    Si tolse gli occhiali, ancora con una stanghetta sola e si strinse con le dita l’attaccatura del naso.

    – Pensavo che aveste usato la lancia… – mormorò.

    – Non respirava! – protestò Emil.

    – Ho dato io l’ordine di aspettare – si inserì il generale Morozov, secco. – Li combattiamo da settecento anni, ma nessuno noi ha un manuale di istruzione. E Ji’Quin non condivide le informazioni. No, non lo dica. Lei è qui per farlo, ma era ancora a Ji’Quin cinque anni fa, quando noi ci trovavamo in quella situazione. Il mio tattico stava morendo e gli unici due soldati in grado di portare le Grandi Ali erano feriti entrambi. Il nostro personale medico si doveva occupare di loro, non di fare l’autopsia a un cadavere con il collo tagliato. Ho comunque dato ordine di inchiodare il cadavere.

    – Non era morta – sospirò Ten. – Lo sarebbe stata, se foste rimasti di più nella loro dimensione. Victoria ha osservato spesso che rigenerano meno là che qua. Non respirava, ma ci sono una moltitudine di animali che possono non respirare per un tempo lungo e cadere in una sorta di morte apparente. Nella notte le sue ferite sono guarite e se n’è andata.

    Victoria sospirò.

    Un pelucco bianco si era staccato dal suo maglione per posarsi sul tavolo di ossidiana. Lei cercò di catturarlo con un dito, ma il minimo movimento d’aria bastava a farlo spostare. Erano secoli che un Alto Angelo non si palesava. I testi dicevano, in sostanza, in caso ne avessero incontrato uno, «si salvi chi può». Paradossalmente, c’erano istruzioni per combatterli a terra, con la lancia. Lei lo aveva sconfitto nella sua dimensione d’origine. Aveva pagato con il suo seno e la sua voce. Con un polmone perforato, con il fiato un poco più corto per tutta la vita. E avevano commesso un errore da dilettanti. Perché questo erano, nonostante i settecento anni dalla fondazione delle Ali Nere. Ragazzini allo sbaraglio. 

    Chiuse gli occhi. Nessuno lì, l’avrebbe vista piangere.

    – Ecco quello che ho pensato – disse, quando fu certa di riuscire a trattenere le lacrime. – Ogni volta che ci siamo trovati di fronte all’Alto Angelo abbiamo cercato di affrontarlo solo io, Chris e George. Eravamo noi tre quando l’abbiamo sconfitto. George si è sparato, quando era solo in casa. Io sono stata assalita da rivoluzionari mal consigliati. A Chris hanno sparato. Noi abbiamo pensato che l’Alto Angelo fosse effettivamente morto perché non lo abbiamo più incontrato nella dimensione angelica. Ma se invece non avesse mai lasciato il nostro mondo? Se avesse deciso di combatterci in altro modo? Chris è riuscito a dirmi una sola parola prima di morire. «Lei». Per quanto ci pensi, non riesco a immaginare un’altra «lei» a cui potesse riferirsi.

    Spiò le reazione degli altri.

    Ten era attento. Aveva appoggiato il mento alle mani, assorto. Non la considerava pazza. Neppure Morozov la considerava pazza. Victoria lo vide sistemarsi il monocolo, prendendosi il tempo necessario per pulire la lente per pensare. Jude era sopraffatto, dagli eventi, dalla situazione e dalle informazioni. A quindici anni il suo posto non avrebbe dovuto essere lì. Ma dato che era lui che combatteva in prima linea, doveva sapere e decidere. Emil, Leonard e Miles mostravano diversi gradi di perplessità. Da quello possibilista di Emil, che giocava con le dita sul tavolo per mascherare il nervosismo, alla posa più ostile di Leonard e Miles.

    – I tre fatti non hanno nulla in comune – obiettò Miles, passandosi una mano tra i capelli color sangue, una tonalità da impuro ritorto, non da nobile.

    – No. Se volessi uccidere tre persone senza far sospettare un legame tra gli omicidi, la prima cosa a cui penserei sarebbe scegliere modalità diverse – disse Victoria.

    Emil continua a guardare le proprie dita.

    – Perché voi? Stavate comunque lasciando il servizio attivo – obiettò.

    – La abbiamo vista in entrambe le sue forme. L’abbiamo sconfitta.

    – Anch’io l’ho vista in entrambe le sue forme, anche il generale.

    – Ma lei non ha visto voi – si inserì Jude. Anche lui sembrava un gatto in mezzo ai cani. Non gli piaceva ciò che stava per dire. – Voi tre, Victoria, Chris e George… Non so se è perché avete iniziato insieme, perché avevate più talento. Ma siete stati i migliori, là fuori. Insieme, avete messo paura agli angeli. Insieme avete ucciso un Alto Angelo, il primo in settecento anni. Se io fossi un vostro nemico, per me avrebbe senso far fuori per primi voi, in qualsiasi modo. 

    – Ma perché adesso? – continuò Emil.

    Victoria alzò le mani.

    – Non lo so. Forse è il tempo che le ci è voluto per organizzarsi.

    Ten emise un mugolio di disappunto.

    – Gli angeli si accaniscono su Fortnéa più che su qualsiasi altro stato – disse. – Vi odiano in modo particolare. Oppure vogliono da Fortnéa qualcosa di particolare. E Fortnéa si troverà a breve in forte difficoltà. Non mi accuserete di tradimento, spero, se dico che è risaputo che l’imperatore Leopold è un inetto. Avrebbe comunque essere innocuo in tempi ordinari. Ma sappiamo che l’anno prossimo saremo in piena carestia. Ecco, se io volessi infliggere un colpo mortale a Fortnéa, sceglierei questo momento per decapitare le Ali Nere.

    – Sono d’accordo – assentì il generale Morozov, riposizionando il monocolo. – Jude ha ragione. Senza George, Chris e Victoria siamo in difficoltà. Reggevamo, perché Chris era il nostro miglior tattico. Senza di lui valiamo meno e il peso psicologico di saperlo morto si farà sentire. Ma gli angeli non sono gli unici a poter volere una situazione del genere. Gli altri stati, Ji’Quin davanti a tutti. Le colonie che chiedono l’indipendenza. I rivoluzionari dei più vari tipi. Fortnéa è stata molto brava a farsi odiare, negli ultimi tempi.

    Senza volerlo, Victoria incurvò le labbra in un sorriso, perché quello era l’eco di tante vecchie discussioni tra loro due. Ricordo di tempi più felici, quando il nemico era uno solo e c’erano più visi intorno a quel tavolo.

    – Questo è il nostro antico dilemma –  disse, mentre infine catturava il pelucco. – Se possiamo o meno immaginare cosa pensino gli angeli. Se il nostro sangue è compatibile col loro, io dico che non possiamo essere troppo diversi. Quindi possiamo, almeno entro certi limiti, prevedere le loro mosse.

    Emil si passò una mano sulla barba.

    – Non lo so. Ma se penso a quanto è costato sconfiggere quell’angelo e poi che ce lo siamo fatti scappare per leggerezza, per una mia leggerezza…

    – Non è stata colpa tua – disse Victoria. – Eravamo feriti o esausti. E nessuno di noi aveva un manuale d’istruzione. Non sappiamo se sia andata così. Ma possiamo tralasciare quest’ipotesi?

    – Ma se anche fosse? – si intromise Jude. 

    Quand’era sotto stress non riusciva a stare fermo. Continuava a spostare il peso, ondeggiando appena sulla sedia, mentre le mani si stavano di certo contorcendo sotto al tavolo.

    – C’è un Alto Angelo che gira con sembianze umane e ci vuole morti. Suppongo che non ci abbia fatto fuori tutti perché viviamo praticamente murati vivi qui e, quando usciamo, non abbiamo scritto in faccia che siamo delle Ali Nere. Ma neanche lei o lui o quello che è ha scritto in faccia che è un angelo. Insomma, cambiano aspetto, quando vengono di qui. Può cambiare faccia come vuole?

    Emil continuava a tormentarsi la barba.

    – Me lo sono chiesto – ragionò. – Ma il cambiamento non è volontario. Avviene anche se sono incoscienti. Sono adattati o evoluti apposta per poter cambiare dimensione. Quindi credo che quello che assumono sia il loro aspetto in questa dimensione e che possano cambiarlo solo nei limiti in cui possiamo farlo noi.

    – E allora vale la pena di farla cercare – disse Victoria.

    Si accorse che Jude la stava fissando.

    – Cosa c’è? – chiese.

    – Mi sembra che ci siamo detti un sacco di cose deprimenti, invece sembri un gatto con un topo in bocca.

    Victoria si posò l’indice sulle labbra, pensosa. Era così? Sì, forse un po’ lo era.

    – Se è vero hanno del tutto cambiato strategia, vuol dire che i nostri sforzi li hanno messi alle strette. Che i loro attacchi non sono una sorta di sport ozioso. Noi, le Ali Nere, non siamo una variabile indifferente. Possiamo cambiare gli equilibri.

    Possiamo batterli, pensò. Fare in modo che tutto il nostro sangue non sia stato versato invano.

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Capitolo 13
*** Capitolo 13 ***


Ten osservava Victoria che si sistemava l’uniforme davanti allo specchio.

    Ognuno dei bottoni dorati che si andava allacciando era una stilettata di ghiaccio che lo colpiva al petto.

    In nero e oro era bellissima.

    Era un pensiero innocuo a Ji’Quin ma del tutto indicibile a Fortnéa: Ten preferiva Victoria quando era vestita da uomo. Si poteva muovere senza pensarci, con naturalezza e lasciar libera la propria intelligenza. Ai suoi occhi nessuna gonna riusciva ad essere conturbante quanto quei fianchi fasciati dai pantaloni. 

    Ma l’uniforme non apparteneva a Victoria. Era del colonnello Soilbeir. Un’altra persona, dentro cui Victoria finiva divorata. Anche l’espressione era cambiata. Via via che i bottoni venivano chiusi, le emozioni sparivano dal suo viso, che diventava più austero, più androgino e più vecchio. Il colonnello Soilbeir era del tutto irraggiungibile per lui, un individuo che non si sarebbe mai lasciato amare.

    – Pensi di trasferirti di nuovo nel tuo vecchio alloggio? – si obbligò a chiedere.

    Lei si girò verso di lui e per un istante fu di nuovo Victoria.

    – Ogni tanto lo dovrò usare come appoggio, ma per ora faccio solo i mezzi turni di Chris. Sono solo una donna moderna, che lavora.

    Ten non provò neppure a sorridere al misero tentativo di fare dell’umorismo.

    – Questa è casa nostra – ribadì quindi Victoria.

    Non lo era. Lei possedeva una tenuta nelle campagne a ovest, dono imperiale a Soilbeir. Vi erano andati solo una volta, per mezza giornata. La villa era vecchia e fredda, appartenuta in precedenza a una famiglia nobiliare caduta in disgrazia. Sui mobili c’erano teli bianchi che non avevano osato far togliere. Il parco era meraviglioso, i giardinieri vi lavorano con solerzia e mandavano al colonnello Soilbeir i loro resoconti mensili. C’era persino un laghetto che era l’essenza stessa della bellezza di Fortnéa, con un prato verde sulle rive, un salice piangente con la famiglia di cigni d’oordinanza che vi aveva preso dimora. Non aveva nulla a che fare con loro. L’avevano visitata come avrebbero potuto visitare un monumento. Quella notte avevano dormito senza rimpianto in una locanda poco distante. La sua casa, invece, era talmente lontana e diversa che Ten non riusciva neppure a ricordarla con nitidezza. Quello in cui stavano era solo un appartamento preso in affitto già ammobiliato, piccolo e comodo quanto bastava per adattarsi a loro. Ma era la dimora della loro felicità, come non l’avevano mai conosciuta prima e, sospettava lo studioso, non l’avrebbero conosciuta poi. Tutto lì era unico e speciale perché i loro sentimenti lo avevano reso tale. Persino l’orribile divano color senape e lo specchio nell’anticamera con quella cornice malamente incisa con una decorazione di draghi che sembravano vermi obesi gli sarebbero mancati.

    – Farai turni di pattuglia, con la tuta? – chiese.

    Victoria scosse il capo, mentre cercava il cappello.

    – Devo rimettermi in forma, prima. E ho finito il mio decennio, sono tenuta a svolgere solo le emergenze.

    Inconsciamente, Victoria si toccò con la sinistra la mano destra. L’ustione era ormai del tutto guarita, ma la ferita le era stata inflitta quando già frequentava Ten. Non era stato un Alto Angelo. Semplicemente, gli angeli si erano evoluti per attraversare i confini delle dimensioni, gli esseri umani no. Se riuscivano ad adattarsi alle tute, fino a che erano molto giovani e molto agili potevano farcela, ma alla lunga anche il migliore di loro avrebbe avuto la peggio.

    – Se è proprio necessario, prendi almeno le Grandi Ali – osò Ten.

    La tuta creata a partire dal corpo dell’Alto Angelo morto settecento anni prima era più resistente e permetteva una manovrabilità migliore nel pianeta degli angeli. D’altro canto le cellule di cui era composta non avevano alcun desiderio di interagire con un corpo umano.

    Victoria si limitò a un mezzo sorriso.

    – Farò ciò che è necessario.

    E si avviò verso l’uscio.

 

    Appena la porta si fu richiusa, le gambe di Ten cedettero. Si accasciò, più che sedersi, sul divanetto posto di fronte allo specchio. Si portò le mani al viso. Poi si trovò a fissarle. Tremavano e erano bagnate.

    Piangeva.

    Rimase a guardare le gocce che i suoi occhi avevano prodotto e che rilucevano sul suo palmo. 

    Da che aveva memoria, non aveva mai pianto. Non aveva mai tenuto a una persona al punto da far produrre al suo corpo una reazione fisica tanto violenta e involontaria al solo pensiero di perderla. 

    Avrebbe dovuto odiare Victoria per avergli fatto scoprire quella debolezza?

    Invece piangeva. 

    Non lo aveva fatto per i suoi genitori. Ogni volta che vedeva un bambino con i propri famigliari, che lo volesse o no, pensava a loro. Non ne aveva mai visto il viso, non ne aveva mai conosciuto l’odore. Loro erano morti, lui era vissuto e tutti si erano assicurati che accettasse l’ineluttabilità di quel fatto. Non lo aveva fatto, non del tutto. Ma era un dolore diverso. Una mancanza, un vuoto di cui a tentoni tastava i contorni e che aveva cercato di riempire come poteva. Dare un senso alla sua vita ne dava di riflesso anche alla loro morte. Ma non aveva nulla per riempire ciò che provava in quel momento. La sensazione che qualcosa gli venisse strappata a forza e ingiustamente.

    Non piangeva per Victoria.

    Piangeva per la propria incapacità di farsela scivolare addosso. Una donna che fin dal principio aveva amato sapendo di doverla lasciare. Piangeva per la rabbia di non riuscire neppure a tenerla lontana dai pericoli più ovvi. Piangeva per la propria fragilità. Di fronte all’amore, si scopriva debole, avviluppato da pensieri che gli facevano ribrezzo. Se l’avesse implorata… Se l’avesse obbligata a scegliere, tra il suo amore, ancora per un poco, e quello che sentiva come il proprio dovere… Se avesse abbandonato le cautele… Se fosse stata incinta, non avrebbe neppure pensato a riprendere servizio. 

    Per tutta la vita era stato affascinato dai racconti sull’amore, innamorandosi dell’idea di potersi un giorno innamorare. Nudi, nel letto, mentre lui le accarezzava i fianchi e i capelli nerissimi, Yuuko gli leggeva poesie sull’amore. Di come rendesse più forti gli uomini, più coraggiosi, capaci di qualsiasi impresa. Yuuko aveva le guance che si arrossavano e occhi che scintillavano quando lui faceva una battuta impertinente. Aveva labbra piene da cui sapeva far uscire deliziosi mugolii di piacere e capelli di seta lucente da cui Ten avrebbe voluto farsi avvolgere per sempre. Leggeva le poesie con voce morbida, mentre con i piedi muoveva le lenzuola sfatte e lui credeva a ognuna di quelle parole. Solo che quello era piacere, buona compagnia, amicizia, non amore. L’amore era meschino, intriso di desiderio di possesso esclusivo, a discapito di tutto, anche di lei. Riflesso nello specchio dell’amore, Ten si vedeva orribile.

    Serrò le mani con rabbia.

    Era debole e meschino, ma non aveva tempo per commiserarsi.

    Ardal, l’ufficiale medico delle Ali Nere e quel giornalista che sapeva fare i i ritratti lo attendevano. Estrasse l’orologio da taschino. Avrebbe avuto tutto il tempo per compatirsi più tardi. Se l’Alto Angelo girava per Fortnéa in forma umana, e Ten non aveva motivi per dubitarlo, era essenziale sapere con quale viso lo facesse. E per quanto lo irritasse, coinvolgere Ardal era inevitabile.

    Si rimise gli occhiali, indossò il cappotto e si diresse verso l’umida sera tardo autunnale, cercando di riordinare i pensieri.

    L’incontro di Ardal con Victoria era quasi certamente uno snodo quantico. Un evento significativo di cui era impossibile prevedere a priori l’esito. La giovane era andata più vicina alla morte di quanto a Ten piacesse pensare. Se non avesse assunto per così tanto tempo sangue d'angelo con regolarità il veleno, da solo, sarebbe bastato ad ucciderla. Anche così, l’intervento di Ardal era stato provvidenziale. E Victoria era, Ten cercò un vocabolo adatto a quel concetto estraneo alla filosofia dell’impero, una camminatrice di snodi. Nella sua vita gli eventi significati dall’esito imprevedibile erano ricorrenti. 

    Era stato uno snodo la sua decisione di vestirsi da maschio per provare per sfida la selezione delle Ali Nere. La scommessa di una bambina di undici anni aveva messo in moto tutta la complicata rete di eventi che aveva portato un Alto Angelo a sfidarla e a essere sconfitto. 

    Era stato uno snodo il loro incontro, il loro imprevisto innamoramento, i cui esiti erano ancora imponderabili. 

    E era stato uno snodo anche l’incontro con quel giornalista in quel preciso momento. 

    Come cacciatore di snodi, in modo del tutto istintivo, Ten avvertiva qualcosa in Ardal. In parte era solo l’irritazione del constatare che con ogni probabilità Ardal e Victoria erano legati. Lui un giorno avrebbe dovuto lasciare Fortnéa, mentre il giornalista sarebbe rimasto. In qualche modo si somigliavano. Avevano all’incirca la stessa altezza, Ardal aveva tratti quasi jiquiniti, i suoi stessi lisci capelli neri, gli occhi allungati. Era più giovane, più muscoloso e, secondo gli standard dell’impero, più virile. All’io meschino che l’amore risvegliava in Ten, questo bastava per guardarlo con antipatia. Ma potevano esserci altri motivi. Anche Ardal poteva essere un camminatore di snodi. E quando due camminatori si incontravano le variabili impazzivo e gli snodi si moltiplicavano. Non era qualcosa che si potesse evitare. Ardal andava tenuto d’occhio.

 

    

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Capitolo 14
*** Capitolo 14 ***


Il mondo non va come vorrei, le storie, in momenti come questi, a cosa servono?
A evadere, a ricordarci che ci sono altri mondi possibili. 
Ad accendere, magari, il ragionamento in uno spazio neutro della mente. Nel caso specifico, forse, a ricordare che quando le cose vanno male ci sono sempre delle responsabilità specifiche, ma che le conseguenze delle loro scelte le pagano un sacco di gente, anche quelle che partono mosse dai più alti ideali.
Purtroppo, in questi tempi difficili, non ho storie facili da offrire. Ma forse è questo il poco che ho da dare.

P.S: che sia chiaro, nel caso fosse necessario ribadirlo in questo contesto, sto facendo quel che posso nel mio piccolo per aiutare i profughi ucraini, che sono, senza se e senza ma, le vittime della situazione che ci troviamo a vivere. E tuttavia non riesco a non provare pena per ogni singolo soldato inviato a combattere da qualcuno che sta al sicuro nel suo palazzo. Scusate il pippone iniziale, ma scoprirete che c'è un legame, non previsto, tra questo e ciò che state per leggere.


    – Questa storia è mia. Se salta fuori un articolo collaterale è tuo, ma quello sulle Ali Nere è il mio reportage – ringhiò Adral.

    – Non centra niente con le Ali Nere – sbuffò Martin, sistemandosi i capelli brizzolati – Fidati. L’omicidio Jamenson non ha nulla a che fare con i militari. Il ragazzo straniero ha paura, giustamente direi, di essere tirato di nuovo dentro. Ha trovato un testimone e vuole il ritratto di una terza persona che ritiene possa essere implicata.

    Ardal annuì.

    Inutile spiegare al collega perché, tra tutti i pub della capitale, fossero proprio davanti a La quercia d’argento. Odiava avere quella sensazione che ci fosse qualcosa di grande importanza a portata di mano e tuttavia di non poterla afferrare. L’omicidio Jamenson aveva tutto a che fare con le Ali Nere. Era al quartier generale che Victoria si era precipitata. E il giorno dopo il professor Kuroa gli mandava un elegante biglietto in cui chiedeva se poteva organizzare un incontro tra un testimone e quel suo collega così bravo con i ritratti.

    Tirò fuori l’orologio da taschino, un modello vecchio che ogni volta si riprometteva di sostituire e finse di faticare a leggerne l’ora alla luce incerta del lampione. Se il professore era puntuale, di lì a poco avrebbe scoperto chi era la persona che pensava di aver visto l’assassino.

    Si girò di scatto, sentendosi toccare il gomito.

    Proprio dietro di lui c’era un ragazzetto, un impuro, con piccole ali che spuntavano dalla giacca tagliata su misura. Ardal aggrottò la fronte dato che non lo aveva sentito arrivare.

    – La mia padrona mi prega di consegnarvi questo – disse il ragazzo, porgendogli una busta fermata da una goccia di ceralacca nera.

    Esvele.

    Come lo aveva riconosciuto il ragazzo? Domanda sciocca.

    Una decina di metri più indietro era ferma una carrozza.

    Ardal fissò il biglietto e l’insegna della locanda.

    Esvele aveva ancora un posto di rilevo in un bordello di lusso. Per lo più gestiva il lavoro altrui, ma vi erano ancora clienti a cui non poteva negarsi. Quando aveva un momento libero lo mandava a chiamare. In qualche modo sapeva sempre come trovarlo. D’altro canto da lì a poco sarebbe arrivato Ten con, c’era da giurarlo, qualcuno delle Ali Nere. Qualcuno che la sapeva lunga sull’omicidio del maggiore Jamenson…

    – Ah, la giovinezza! 

    Martin mise fine ai suoi ragionamenti con una sonora pacca sulla spalla.

    – Eh? – fece Ardal, fingendo di non cogliere l’allusione

    – Quello è il biglietto di una donna. Vai ragazzo, ama finché puoi – gli disse il collega facendogli l’occhiolino. – Per come va il mondo, presto potremmo non avere più tempo per l’amore.

    – Non…

    Ma Ardal si interruppe. Non aveva molto senso negare. Era bravo a nascondere molto di sé. Ma le labbra piene di Esvele, i suoi occhi violetti, la sua pelle candida nonostante le piume nere… Era molto più facile nascondere il suo passato, del desiderio di lei.

    – Ti farò avere una bozza del ritratto. Vai.

    Ardal annuì e allo stesso tempo si odiò. Perché forse per la prima volta si sentiva di nuovo schiavo. Incapace di seguire la propria preda e obbligato a obbedire al richiamo altrui. E, tuttavia, l’essenza della libertà doveva per forza essere la solitudine?

 

    Lei lo attendeva sulla carrozza, avvolta in una pelliccia di visone, morbida nell’abbraccio in cui Ardal la strinse subito. Senza attendere le parole, ne cercò le labbra. Non la desiderava, ne aveva bisogno. O, forse, quello era un modo per rassicurarsi, per giustificarsi per non essere rimasto col collega? Interrogativo che perse di senso quando la donna iniziò a rilassarsi nel suo abbraccio. Sembrava che non esistesse più nulla nell’universo, mentre stava con Esvele.

    Riprese fiato quando la carrozza era già in moto. Dalle scosse e i rumori era evidente che non erano più sulle strade ben lastricate del centro cittadino.

    – Dove stiamo andando?

    Di solito, quando lei gli faceva improvvisate simili, lo conduceva in un piccolo appartamento tranquillo, due stanze arredate con gusto sul retro di una sartoria. Ma non era lì che erano diretti.

    Esvele gli sorrise e gli accarezzò la guancia.

    – Dobbiamo incontrare delle persone.

    – Io stavo lavorando…

    Lei rise.

    – Avresti trascurato il lavoro per una notte d’amore e non per incontrare i Figli della Torba?

    Ardal si irrigidì all’istante.

    – Perché io?

    Non aveva alcun ruolo direttivo all’interno dei Corvi.

    Era entrato nell’organizzazione quasi per caso e per almeno un anno aveva frequentato Esvele del tutto ignaro della sua importanza.

    La donna gli posò un bacio leggero sulle labbra. I suoi occhi brillavano leggermente nell’oscurità quasi assoluta della carrozza, come quelli di un gatto.

    – Perché non mi lego a persone da niente. Sei speciale, mio piccolo corvo, e cammini là dove le cose cambiano. 

 

    Scesero dalla carrozza davanti a una vecchia filanda, spettrale nella notte.

    Due lune brillavano insieme. Gwyryf, benché a metà del suo ciclo, era enorme e bianca,  la violetta Chary, invece, era piena. Le ceneri vulcaniche offuscavano il cielo, sfumavano la luce delle lune, rendendo sfocati i contorni. Era come se tutto avesse una luminosità stantia, posticcia, di cui non ci si poteva fidare.

    L’edificio in cui Esvele entrò a passo sicuro doveva avere almeno cent’anni, di cui quasi cinquanta di abbandono. Costruito per sembrare un castello, era un relitto di un’altra epoca, in cui persino le fabbriche dovevano essere belle. Un tempo in cui si era creduto che le macchine avrebbero portato ricchezza a tutti. Una menzogna lasciata ad agonizzare lentamente, come monumento alla loro credulità.

    Nonostante il freddo pungente della notte di Frimaio, Esvele si diresse con sicurezza verso il cortile interno. Lì, nello spazio in cui le erbacce già bianche di brina rilucevano sotte le lune, appoggiati a un macchinario arrugginito, attendevano due uomini. Uno era alto e magro, con i capelli chiari tagliati alla spalla e un fare che in qualche modo ricordava quello di un maggiordomo. L’altro era corpulento, più alto di Ardal di tutta la testa. Aveva una gran massa di capelli che scendevano in folte basette, di un colore che l’impuro indovinò come rosso nonostante la luce ingannevole. Sugli occhi, invece, non ci si poteva sbagliare. Uno era nero e uno era chiaro, come quelli di alcuni cani dallo sguardo imperscrutabile di cui non si intuivano le intenzioni. E quella era l’unica caratteristica nota dell’uomo che aveva progettato la morte del principe Andrej. Ardal si sentì gelare. Forse era vero che tutti i principi meritavano la morte per il solo fatto di aver goduto di ricchezze costruite sulla sofferenza altrui. Eppure…

    Esvele non aveva alcuna soggezione di quegli uomini. Ignorò il biondo e andò a posare un bacio sulla guancia all’altro, con una famigliarità che in altre occasioni avrebbe urtato Ardal.

    – Petr, ti ho portato il giovane di cui ti ho parlato – disse con la sua voce dolce, indicando l’impuro.

    L’uomo lo soppesò con i suoi strani occhi e Ardal si sforzò di restituire lo sguardo, anche se l’istinto gli diceva di arretrare, esattamente come si farebbe di fronte a un grosso cane che ringhia.

    – Esvele mi ha detto che sei un ottimo tiratore, con la vista di voi piumati.

    – Sì – rispose Ardal, cercando di non mettere alcuna inflessione in quella risposta.

    Cosa sapevano di lui? Che era un impuro. Già questo lo faceva sentire esposto, vulnerabile.

    – Sei armato? – chiese ancora Petr.

    Ardal annuì, estraendo la pistola.

    – Bene – disse l’uomo.

    Fece un cenno al biondo.

    Era un esame quindi. Perché? Stava salendo di grado in un’organizzazione di cui non era più così sicuro di voler far parte? In ogni caso fallire, sotto gli occhi bicolori dell’uomo che aveva organizzato l’omicidio di un principe, non era una cosa che potesse permettersi. Se non si fosse mostrato all’altezza forse non sarebbe uscito vivo da quel cortile.

    Il biondo intanto aveva estratto da una tasca due monete d’argento che mostrò, scintillanti alla soffusa luce lunare, sul palmo della mano. Poi li lanciò in aria.

    Sparirono quasi subito, inghiottiti dalla penombra. Ardal, però, ne aveva seguito la traiettoria. Non c’era alcun movimento d’aria nel cortile interno della fabbrica in disuso. Un battito di ciglia dopo apparve il riflesso, là dove il giovane lo aveva cercato. Era quasi facile, per chi avesse la sua vista.

    Sparò i due colpi in rapida sequenza. Ignorò il destino della prima moneta, per seguire la seconda. La pallottola l’aveva deviata di lato. La colpì di nuovo, mandandola ancora verso il cielo. Fosse stato solo, per esercitarsi, avrebbe tentato un terzo colpo. Con ottime probabilità di colpirla. Ma non voleva impressionare il figlio della torba. Voleva che si dimenticasse di lui, che lo lasciasse andare a casa.

    Invece Petr attese che le monete ricadessero e sorrise. 

    Poi, con calma, si accese un sigaro.

    – Quanti anni hai? – chiese, quando ebbe finito il primo tiro.

    – Venti – rispose Ardal, quasi ringhiando.

    Era già stato interrogato così, quando era stato venduto al proprio padrone. Proprio come allora, l’acquirente non si rivolse a lui, ma Esvele.

    – Notevole – commentò. – E dici che ha nervi saldi?

    – Ha freddo. E anch’io. Portaci dentro, Petr, offrici da bere. Siamo tuoi ospiti.

    Chissà se anche a lei quello scambio ne aveva ricordati altri, di quando era solo merce?

    Ma Esvele sembrava del tutto padrona della situazione, a suo agio come una duchessa in un negozio di gioielli. E, come avrebbe fatto un mercante con una duchessa, Petr annuì.

    – Entriamo.

 

    Una stanza dell’edificio abbandonato doveva essere usata con una certa frequenza. C’era una stufa accesa a riscaldare un ambiente, un tavolo con già preparati quattro bicchieri e una bottiglia di quello che poteva essere brandy. 

    Il biondo, proprio come un diligente maggiordomo, aveva già versato il cordiali nei bicchieri e il primo lo offrì ad Ardal. Il giovane se lo rigirò tra le mani, senza alcuna intenzione di bere. Si sentiva già abbastanza stordito senza alcun bisogno di superalcolici.    

    – Perché siamo qui? – chiese, rivolgendosi sia a Esvese che a Petr.

    Era stufo di giocare la parte della merce da acquistare.

    Esvele si era presa da sola il proprio bicchiere. Si sedette con le gambe accavallate e ne bevve un lungo sorso.

    Quanti anni aveva? Si chiese Ardal. Perché non se lo era mai domandato prima? Aveva sempre supposto che fosse appena sotto la trentina, quasi dieci anni più di lei, ma non aveva mai dato peso alla cosa. Adesso si sentiva come un bambino al suo confronto. Per la prima volta si chiese davvero perché lei si fosse scelta proprio lui come amante.

    Esvele gli sorrise.

    – Non sei più un bambino – disse, quasi gli avesse letto nel pensiero. – È ora che tu possa giocare una parte da adulto. E, come ti ho già detto, decida chi vuoi essere.

    – Sei un ottimo tiratore – disse Petr.

    Aveva già finito il sigaro che aveva acceso nel cortile e ora ne aveva un secondo tra le dita, ma sembrava più interessato a giocarci, piuttosto che a fumarlo.

    – E noi cerchiamo un tiratore – aggiunse.

    Ardal chiuse gli occhi e prese un respiro.

    – Per un omicidio – disse, piatto.

    L’uomo che aveva ucciso il principe Andrej era uno studente. Lo avevano torturato tre giorni per estorcergli tutti i nomi dei suoi complici. Di Petr aveva dato una sommaria descrizione, ma nulla di concreto che potesse permettere di risalire a lui.

    – Sei più furbo del giovane Sergei – sogghignò Petr.

    Erano tutti così ovvi i suoi pensieri, quella sera?

    – Esvele dice che hai già ucciso e che sei riuscito a farla franca. Che nessuno sa che sei un impuro.

    Nessuno.

    Ardal chiuse di nuovo gli occhi e cercò con tutto se stesso di non farsi veder tremare.

    Non aveva rivelato la propria identità all’uomo che l’aveva raccolto dalla strada. Non aveva cercato di contattare la propria famiglia. Non aveva lasciato intuire nulla ai suoi colleghi, uomini che per lavoro fiutavano i segreti. Ma lo aveva detto alla donna di cui si era innamorato. E lei ora, mentre gli sorrideva, guardandolo con i suoi occhi violetti così belli, gli calava il cappio sul collo. Perché erano tutti troppo signori per dirlo a voce alta, vero? Se non avesse ucciso per i Figli della Torba sarebbe stato denunciato. Un impuro che aveva ucciso il proprio padrone e vissuto come uomo libero. Forse lo avrebbero torturato per più di tre giorni, per il puro gusto di farlo.

    – Ci serve un cecchino con i nervi saldi per uccidere il colonnello Soilbeir alla parata del due di Nevoso.

    Ardal si girò verso Eslvele.

    Ma lei continuava a sorseggiare il proprio brandy. 

    Si era illuso di contare così tanto per lei da poterle fare cambiare idea? Forse erano state proprio le sue parole e il suo articolo a convincerla a portarlo a quell’incontro.

    Aveva scritto così tanti articoli su giovinetti plagiati, convinti a fare cose che in altri momenti avrebbero considerato inaccettabili da non capire le stesse spire si stavano stringendo contro di lui.

    Per la prima volta nella propria vita, Ardal sentì di disprezzarsi.

    – Il colonnello Soilbeir non parteciperà alla parata di Nevoso. Intende congedarsi in via definitiva. Me lo ha detto lui stesso – disse, ostentando noncuranza.

    Avrebbe potuto ucciderli tutti e tre e fuggire da quella stanza?

    Difficile. Il biondo doveva essere lì per quello, probabilmente era un tiratore più letale di lui. E sarebbe davvero riuscito a uccidere Esvele?

     – Se intende congedarsi ci importa poco – disse Petr, sempre giocando con il sigaro. – Sappiamo da fonte certa che parteciperà alla parata.

    Esvele intanto si era alzata. Gli si avvicinò e gli mise una mano  su una spalla.

    Ardal immaginò la sua mano come la testa di un serpente, pronto a morderlo.

    – Te l’ho detto – sussurrò. – Per costruire un mondo nuovo c’è bisogno che questo venga distrutto. Ci credo quando dici che è una brava persona. Un sacco di brave persone concorrono a tenere gli impuri in schiavitù. Lui è uno di quelli.

    Ardal non argomentò.

    Aveva imparato da bambino quando una parola di troppo, anche se usciva dal cuore, gli valeva una frustata. Se voleva uscire vivo da quella serata doveva annuire e tacere. Prendere le informazioni e poi decidere a mente fredda cosa farne. Ma faceva male.

    Era stato venduto come un oggetto o un animale da esposizione. Era stato umiliato e maltrattato. Gli era stato fatto pesare in ogni istante in suo essere una proprietà, totalmente alla mercé altrui. Ma non era mai stato tradito. Aveva dato a così pochi il proprio affetto da non pensare che sarebbe stata quella l’arma che avrebbe potuto ucciderlo.

    Eppure guardava Esvele che gli parlava di come Soilbeir andasse ucciso con un colpo singolo, alla testa, e non gli riusciva di odiarla.

*

    Tornò a casa che già albeggiava.

    Negli ultimi anni, occupandosi di cronaca nera, aveva parlato con moltissimi alcolizzati. Li aveva ascoltati con supponenza, mentre raccontavano di come si disprezzassero, per un vizio che non riuscivano a lasciare, mentre esponevano con tragica lucidità i passi, uno dopo l’altro, con cui avevano rovinato la propria vita. Ecco. Ora li capiva. Anche lui poteva ripercorrere con lucidità i passi che lo avevano portato lì. Il senso di appartenenza che aveva provato alle riunioni dei Corvi. Essere un impuro tra impuri, senza doversi vergognare della propria rabbia. E poi Esvele. Come aveva potuto non capire che una donna di quel genere, di quasi dieci anni più vecchia, non poteva essersi innamorata di un ragazzotto appena più che adolescente? Neppure quando aveva scoperto che era ai vertici dell’organizzazione era davvero stato sfiorato dal dubbio. Si era solo sentito ancora più lusingato, senza pensare neppure una volta che nel mondo di Esvele per tutto c’era un prezzo da pagare.

    Sapeva che avrebbe dovuto pensare alla situazione in cui si trovava. Analizzarla per cercare una via di fuga. Invece le uniche cose che gli erano chiare erano che Esvele lo aveva usato per farne uno strumento sacrificabile e che, nonostante questo, la desiderava ancora.

    Nell’infilare la chiave nella toppa si rese conto che qualcuno aveva infilato una busta sotto la porta. La prese. Sul dorso, il suo indirizzo era scritto con la calligrafia di Martin.

    Il collega era di parola. All’interno c’era uno schizzo del ritratto della persona che gli era stata descritta.

    Senza sorpresa, Ardal prese atto che si trattava di Esvele.

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Capitolo 15
*** Capitolo 15 ***


Benvenuti o bentrovati  nel mondo de l'Assedio degli angeli.
Quello che vi lascio è un bel capitolone. In origine, infatti, era diviso in due parti, ma dato che il punto di vista è sempre quello di Victoria, ho pensato di unirli. Spero che possa intrattenervi.


Victoria intuì la traiettoria del raggio laser di Jude prima che lui avesse il tempo di azionare la propria arma. La donna girò su se stessa e con la coda dell’occhio vide il lampo di luce baluginare dove lei era stata meno di un secondo prima.

    Volare era bellissimo.

    Prima di rimettersi addosso una tuta, Victoria non era neppure stata consapevole di quanto le fosse mancato.

    Scese in picchiata, fino a sfiorare il tetto del quartier generale, per provare a colpire Jude dal basso. 

    Ma neppure il ragazzo era uno sprovveduto. Si era aspettato la sua mossa e anche il colpo di Victoria andò a vuoto.

    Indossava le Grandi Ali, per la prima volta da che era rientrata in servizio, e nell’atmosfera terrestre erano tutt’altro che un vantaggio. La maggiore apertura alare rendeva la tuta più pesante e le manovre più difficili. Come amava dire Morozov, le Grandi Ali rendevano chi le indossava un condor, mentre gli altri soldati delle Ali Nere erano falconi. E un condor poteva essere definito maestoso, ma di certo non agile. Inoltre c’era quel mal di testa persistente che accompagnava Victoria dal momento in cui l’abituale allucinazione collegata alla connessione era cessata. La donna sapeva per esperienza che per almeno tre notti si sarebbe svegliata all’improvviso con la sensazione che qualcosa le perforasse il petto e un persistente gusto di sangue in bocca. Quelli, come i mal di testa, sarebbero andati diminuendo con l’abitudine, ma almeno per qualche mese sarebbe stata dura. Se non altro, ne lei ne Jude avevano mai avuto effetti collaterali più gravi. Nessuno svenimento improvviso, né attacchi di convulsioni. E l’ebrezza di volare, quella superava il disagio di qualsiasi mal di testa. Così come la sensazione di poter ancora tenere testa a Jude.

    Almeno per un poco.

    Erano forse tre minuti che si stavano fronteggiando, e già aveva il fiatone. Volare nell’atmosfera terrestre era un continuo ingannare la gravità. Darsi spinte con ali posticce, azionate con muscoli che non si erano evoluti per il volo, salire e poi manovrare e fintare mentre si controllava la caduta. Un complicato sistema di sensori e nervi artificiali collegava le ali vere e proprie ai muscoli della schiena e delle spalle e Victoria sentiva già i propri in affanno, carichi di acido lattico prodotto da una sforzo a cui non era più abituati. Doveva finire subito o rassegnarsi alla sconfitta. 

    Colpì con i piedi il tetto dell’edificio per darsi la spinta e provò a risalire.

    Jude era più giovane e leggero, assai più agile con una tuta che aveva un’apertura alare di poco maggiore della sua statura, ma tendeva a riproporre sempre le stesse strategie. Ora per risparmiare energie stava veleggiando in alto, sfruttando le correnti ascensionali come avrebbe fatto un rapace. Ma non avrebbe sconfitto né lei né un alto angelo cercando di tenersi al sicuro. Victoria sapeva cosa avrebbe fatto. Avrebbe cercato di avere il sole a favore per colpirla quando lei si sarebbe trovata abbagliata. La giovane, però, giocava a quel gioco da abbastanza tempo da non aver bisogno di vedere dove si trovava un avversario. Chris, al posto suo, sarebbe stato in grado, dopo, di riportare tutto su carta, con gli esatti calcoli numerici sulle distanze percorse. Lei si limitava a muoversi ad istinto. Non controllò dove si trovava Jude per cambiare direzione e colpire a propria volta. Chiuse persino gli occhi, mentre azionava la propria arma a laser, innocua nell’atmosfera terrestre.

    Il grido di rabbia e di frustrazione arrivò tale intensità direttamente nella mente di Victoria che ne fu quasi stordita. 

    Non urlare! Trasmise, stizzita.

    Poi si morse il labbro. Non era più abituata. Con le Grandi Ali le giungevano i pensieri intenzionali di chi indossava una tuta e lei poteva indirizzare loro i propri. Non giungevano solo le mere parole, ma anche le sue emozioni riverberavano nell’animo di chi le riceveva. Jude era stato appena investito dalla sua stanchezza e dal suo fastidio.

    Sei stato bravo.

 

    – Non è giusto! Tu sapevi cosa avrei fatto io, ma non puoi sapere cosa farebbe un angelo!

    Nello spogliatoio, Jude si stava laboriosamente togliendo la tuta.

    Una volta indossata diventava una parte aggiuntiva del corpo. La connessione spinale faceva sì che le cellule angeliche di cui era fatta entrassero in comunicazione con il sistema nervoso umano. Un graffio alla tua faceva male quasi come uno alle pelle. Poi c’erano tutti i sensori, da staccare uno alla volta, che collegavano i muscoli delle spalle e della schiena alle ali e ne permettevano il controllo. Per finire poi con gli imbarazzanti cateteri che evitavano fuoriuscite di liquidi di altro genere.

    Victoria si spogliava senza pudore di fronte al ragazzo. Per un istante era stata sicura che avrebbe vomitato per il mal di testa. Sarebbe stato molto più imbarazzate, come ufficiale superiore, farsi vedere debole, piuttosto che nuda. Fortunatamente, appena tolta la connessione spinale la situazione  era migliorata, di sicuro entro qualche minuto anche la stanza avrebbe smesso di girarle intorno. E poi Jude era abituato a vederla mettere e togliere la tuta da che aveva dodici anni e lei non aveva dubbi sul fatto che ai suoi occhi di adolescente dovesse apparire venerabile, troppo vecchia perché le fosse indirizzato un pensiero meno che rispettoso. 

    – E invece è proprio quello che devi fare, sforzarti di pensare come loro. In combattimento siamo esseri istintuali, come gli animali. E le possibilità non sono infinite – disse.

    Si massaggiò la spalla destra. Via via che il martellare alla testa diminuiva, altri dolori facevano capolino. Quello al trapezio destro era il peggiore.

    Aveva cronometrato il combattimento. Quattro minuti e venti secondi. Nell’atmosfera terrestre in cui era più faticoso muoversi, rispetto al rarefatto pianeta gassoso degli angeli, dove la gravità era di gran lunga inferiore. Tuttavia non c’era stato lo stress fisico del salto dimensionale, né il fastidio del respiratore. Aveva sconfitto il ragazzino, ma combattere gli angeli era tutto un altro discorso.

    – Tornerai a indossare le Grandi Ali in combattimento? – chiese Jude, con un tono che lei non seppe interpretare.

    Era offeso perché la sua leadership era minacciata o sollevato di poter deporre il fardello? Probabilmente erano vere entrambe le cose.

    Victoria sospirò, ravvivandosi i capelli. Non vedeva l’ora di gettarsi in un bagno caldo.

    – Non adesso – possibilmente mai, pensò. – Le Grandi Ali devono difendere gli altri. Non so quanta autonomia potrei avere nella dimensione angelica e non posso rischiare di diventare un peso.

    La porta dello spogliatoio si aprì e il volto di Leonard fece capolino.

    Victoria colse con vago divertimento gli occhi del capitano indugiare per un istante sul suo seno. Il sinistro, perché istintivamente lei si era coperta il destro e la sua cicatrice con la mano. Almeno per lui non era ancora una vecchia venerabile.

    – C’è una visita importante, sarebbe opportuno che il colonnello Soilbeir venisse a fare gli onori di casa – annunciò.

 

    Victoria uscì nel cortile principale dopo essersi sistemata al meglio l’uniforme.

    Si sentiva sudaticcia e i muscoli maltrattati che protestavano. Inoltre, nei mesi trascorsi con Ten aveva perso l’abitudine ad essere il colonnello Soilbeir. Un conto era riappropriarsi del ruolo con i propri compagni di sempre e un altro era interpretare una parte con degli estranei. Anche prima odiava quando doveva interagire con ufficiali di altri corpi militari o, peggio, con dei politici, ma almeno si era abituata a farlo, come ci si poteva abituare a prendere una medicina sgradevole o a compire un esercizio doloroso.

    Al centro del cortile era ferma una carrozza trainata da quattro imponenti cavalli neri con criniera e coda bianche. Anche la carrozza era nera, ma sulle fiancate spiccava in oro lo stemma araldico. Uno scudo con una torre che sovrastava un angelo morente, trafitto da una lancia. Cosa ci faceva lì un mezzo della famiglia imperiale?

    Il generale Morozov, in attesa che qualcuno scendesse dalla carrozza, sembrava farsi la stessa domanda. Victoria andò a sistemarsi al fianco del proprio mentore. Con un po’ di fortuna sarebbe stato lui a reggere la conversazione e a lei sarebbe bastato annuire al momento giusto.

    La porta della carrozza si aprì e ne scese per primo un valletto vestito con la livrea nera e rossa dei Krasnyymedv.

    – Sua altezza imperiale, l’imperatrice Ekatereen – annunciò.

    Nonostante attendessero con militare immobilità, Victoria e il generale riuscirono a lanciarsi un’occhiata di sbieco. Cosa voleva da loro una donna che si diceva non lasciasse quasi mai le proprie stanze?

    Apparve poi una donna bionda e corpulenta, vestita con un’imponente pelliccia di volpe, che aiutò a percorrere i tre gradini della scaletta a una delle figure più magre che Victoria avesse mai visto.

    Quattordici anni prima Victoria, insieme agli altri cadetti delle Ali Nere, era andata a lanciare petali di rose nel momento in cui l’allora principe Leopold usciva dalla cattedrale con la propria sposa. La principessa Ekatereen era apparsa splendida nell’abito nuziale avorio e oro. Era proprio come ci si immaginava una principessa, alta e fiera, con lo sguardo azzurro rivolto a un cielo del medesimo colore, mentre tra i capelli neri scintillavano una miriade di minuscoli diamanti. 

    Di lei non era rimasto quasi più niente. Quella che usciva dalla carrozza era una donna che si reggeva a stento in piedi. Gli occhi brillavano ancora azzurri, ma incastonati in orbite che sembravano scavate nel cranio e alle tempie i capelli corvini erano venati di grigio. Eppure quel giorno di Pratile Ekatereen aveva sedici anni e Victoria tredici. Adesso a Victoria sembrava di inchinarsi a una donna di vent’anni più vecchia.

    – Grazie di avermi ricevuto – disse l’imperatrice.

    Non che avessero alternative, pensò Victoria. Ma apprezzò il modo il cui la donna alzò il visto, con un tocco d’orgoglio. Magra com’era, si notava di più il naso importante, che le dava un piglio quasi da uccello da preda. L’imperatrice madre ne aveva sempre parlato come di una donna imbelle, ma a Victoria parve che vi fosse ancora della forza, in quel corpo fatto quasi solo d’ossa, che lottava per uscire.

    – Mio figlio, il principe della corona Mikhail, parteciperà alla parata del due di Nevoso. Mi è stato detto che sarà sulla stessa auto scoperta del colonnello Soilbeir. Sono venuta a sincerami che sia adeguatamente protetto – disse l’imperatrice.

 

Dal momento che non era facile trovare le giuste formule di cortesia per rivolgersi a un’imperatrice che facesse un’improvvisata in una struttura militare, il generale Morozov si fece forza delle proprie proverbiali capacità organizzative e col minor numero di parole fece accomodare l’imperatrice e la sua dama nel più elegante e raccolto degli uffici. Poi inviò il cadetto Marcus ad approntare un rinfresco che avesse almeno una parvenza di dignità. Victoria rimase sempre un passo dietro al generale, in silenzio, in attesa di eventuali ordini.

    – Se è possibile, desidero conferire anche col vostro ufficiale medico, il capitano Kouldelka – disse l’imperatrice, prima di entrare nell’ufficio. – Fino a due anni fa era lui a occuparsi della salute di mio figlio.

    Victoria vedeva le sue mani tormentarsi le dita una con l’altra. Portava le unghie corte, non laccate, com’era di moda tra le dame, e alcune sembrano scheggiate. Erano unghie che erano state morse o forse usate per grattare contro qualcosa.

    – Lo mandiamo subito a chiamare – rispose intanto Morozov. 

    

    – Come possiamo servirla, Vostra Altezza? – chiese Emil, quando la sovrana gli ebbe fatto cenno di accomodarsi.

    – Tra pochi giorni, per la prima volta, mio figlio Mikhail parteciperà alla parata del due di Nevoso – esordì l’imperatrice, cercando lo sguardo di Victoria. – Da quello che mi è stato detto sfilerà su un’auto scoperta insieme a suo padre al colonnello Soilbeir. Ho deciso, quindi, che era mio dovere di madre venire a sincerarmi di persona che la sua salute e la sua sicurezza vengano salvaguardate.

    – La sicurezza della parata non è di competenza delle Ali Nere, ma naturalmente tutti noi, il colonnello in primis, siamo pronti a tutto pur di proteggere il sua altezza il principe della corona Mikhail – disse Morozov, con tono neutro, cercando di capire cosa volesse sottintendere l’imperatrice.

    Quasi in risposta, l’imperatrice volse uno sguardo alla porta chiusa.

    – Le Ali Nere esistono da prima dell’impero e voi siete gli unici ufficiali a non prestare giuramento di fedeltà all’imperatore mio marito – disse, con un tono cauto, ma meno formale da quello utilizzato prima, quasi in un sussurro.

    – Noi proteggiamo tutti. Questo è il nostro motto e i nostri nemici non sono di questo mondo – disse Morozov. – Non possiamo essere vincolati dalla politica terrestre. Questo non vuol dire che non ci stia a cuore l’incolumità della famiglia imperiale.

    L’imperatrice scosse leggermente il capo, sorridendo appena.

    – Non era questo che intendevo – sospirò poi. – So di potermi appellare a una lealtà personale e non alla freddezza di un giuramento per quanto sto per chiedervi… Fino a un anno fa il capitano Kouldelka si occupava della salute di mio figlio. Era vincolato da un giuramento a non parlarne neppure con i suoi superiori. Eppure, adesso, Emil vorrei che spiegassi cosa sai di mio figlio.

    Victoria si svolse verso il commilitone. A differenza degli ufficiale medici che lo avevano preceduto, Emil era a tutti gli effetti un soldato delle Ali Nere. Aveva superato la selezione, ricevuto l’impianto e si era esercitato con le tute. La sua passione e la sua prontezza, tuttavia, avevano convinto Morozov a fargli proseguire gli studi medici. Quello, insieme alle conoscenze scientifiche maturate nei laboratori del quartier generale, lo rendevano uno dei migliori specialisti dell’impero. Nulla di strano che si occupasse della salute del principe. Quello che Victoria non sapeva era che era stato rimosso dall’incarico.

    Emil fissò per alcuni istanti il tavolo, evitando i suoi occhi, prima iniziare il proprio racconto.

    – Il principe Mikhail non cresceva come ci si sarebbe aspettati. Le sue cellule non sono in grado di produrre tutti gli amminoacidi essenziali a una crescita sana. È sempre stato cagionevole e…

    – Più lento nel comprendere e nell’apprendere – aggiunse l’imperatrice. – Mio figlio legge con difficoltà e alla sera fatica a ricordarsi ciò che ha fatto il mattino.

    Il viso di Morozov non aveva lasciato trapelare nulla e Victoria sperò che il suo fosse allo stesso modo inespressivo. Neppure l’imperatrice madre aveva mai fatto cenno a queste difficoltà dell’erede dell’impero. E tuttavia la donna non capiva come queste potessero essere in relazione con l’imminente parata.

    – Il principe, tuttavia, tollera il sangue d’angelo – continuò Emil. – E quindi ho iniziato a curarlo con quello, nonostante i noti effetti a lungo termine, ma perché fossero efficaci le somministrazioni dovevano essere sempre più ravvicinate. La cura ha avuto anche dei benefici sul piano intellettivo, ma non definitivi. I risultati del principe erano sempre inferiori a quanto ci si aspettava da un bambino della sua età.

    Doveva essere stato terribilmente frustrante per Emil. Victoria era abituata ad averlo al suo fianco da che erano entrati nei cadetti. Aveva sempre una battuta pronta e un sorriso per tutti. Ma dopo che un soldato ferito era morto nella sua infermeria, la donna sapeva che lo si poteva veder arrivare alla Quercia d’Argento subito prima della chiusura, quando non c’erano più altri clienti. Si metteva a bere da solo in un angolo e a volte non tornava fino all’alba, quando poi nascondeva con una battuta il motivo del pallore e delle occhiaie.

    – Da quando Mikhail è nato, io ho perso quattro figli, fino a che mi è stato sconsigliato di tentare un’altra gravidanza – mormorò l’imperatrice, con tono desolato.

    Emil annuì. Era stato lui, senza dubbio ad arrivare a un simile consiglio. E ora l’imperatrice e il medico tacevano, depositari, evidentemente, di ricordi che era doloroso anche solo evocare ad alta voce. 

    Fu l’imperatrice a rompere il silenzio.

    – Non biasimo mio marito per la scelta di cambiare medico. Un imperatore con un idiota come erede e una moglie sterile… Non bisognerebbe provare tutto, prima di arrendersi? E Mikhail stava sempre peggio. C’erano giorni in cui neppure riusciva ad alzarsi dal letto… Nessuna madre dovrebbe assistere a qualcosa del genere…

    – Adesso però il principe sta meglio – disse Morozov, con dolcezza.

    Anche se, pensò Victoria, la situazione rimaneva desolante. Tutti consideravano Ekatereen una donna fragile, incapace di reggere i doveri che la sua posizione comportava. Eppure come doveva sentirsi in quelle condizioni? Il futuro dell’impero era un bambino malaticcio e dalla mente fragile. Quanti attribuivano a lei la responsabilità di quella situazione? 

    L’imperatrice rialzò gli occhi.

    – Sì – disse. – È arrivato un medico dalle estreme terre del Nord, il dottor Averbook. Non ha studiato a Pencors. Ha un siero che Mikhail deve assumere una volta al mese. Mio figlio sta male nel momento in cui lo beve, ha addirittura le convulsioni, ma poi nei giorni successivi migliora al punto da poter condurre una vita normale. Non lo aveva mai potuto fare, prima. Sembra anche più vivace, si applica nello studio. L’imperatore è entusiasta dei risultati. Ama suo figlio, ma è preoccupato per l’impero… Tutti saremmo più sereni, anche Mikhail, che si rende conto dei propri limiti, se ci fosse un altro bambino, ma…

    La voce dell’imperatrice si spezzò e i suoi occhi cercarono quello di Emil.

    – Qualsiasi cosa vogliate dire, vostra altezza, non uscirà da questa stanza – la rassicurò il medico.

    Era evidente che la sicurezza alla parata non era il principale problema di quella donna.

    – Emil, voi mi avete detto che non posso avere altri figli, in coscienza, credete che un altro medico possa cambiare la situazione con un farmaco? – chiese infine l’imperatrice, in un sussurro.

    Il medico sfuggì il suo sguardo con una vigliaccheria che Victoria non gli riconosceva. 

    – Vostra Altezza, l’ultima gravidanza ha danneggiato il vostro utero – disse infine. – Forse il sangue d’angelo, se riusciste a tollerarlo, potrebbe aiutare l’organismo a guarire. Ma tutti i nostri studi dicono che l’assunzione di sangue d’angelo è associata a malformazioni fetali e sterilità. Abbiamo rischiato sul principe Mikhail perché non c’era altro modo, ma su una donna che voglia un figlio… 

    Era quello che era venuta a chiedere l’imperatrice? Del sangue d’angelo per cercare di dare un nuovo erede all’impero? 

    Il generale Morozov, che doveva aver seguito analoghi pensieri, si tolse il monocolo e prese a rigirarselo tra le dita, come faceva quando era in difficoltà

    – Io ho assunto sangue d’angelo per tutta la giovinezza, e nessuno dei figli di mia moglie è vissuto – raccontò, piano. – Sono nati senza braccia, ricoperti di piume, e ringrazio la Divina Sapienza per il fatto che non siano stati in grado di respirare.

    Victoria sentì qualcosa stringersi all’altezza del suo ventre, lì dove non ci sarebbe mai stato spazio per un feto. Senza volerlo pensò a Ten, al suo sorriso dolce. Ma lui sarebbe partito, lasciandola. Non c’era motivo di pensare a lui, di pensare a un figlio che non sarebbe mai nato…

    – Se è così cos’è il farmaco che il medico vuole farmi assumere? – chiese l’imperatrice. – Non fraintendetemi. Mio marito vuole solo il meglio per me e per Mikhail. Se si fida di Averbrook è per i risultati che ha ottenuto sul principe. Tuttavia credo di aver diritto a sapere se sto inseguendo una chimera.

    No, non la fraintendevano. Aveva richiesto un colloquio alla presenza dei due più alti ufficiali dell’impero che non erano vincolati da un giuramento all’imperatore. Perché se lei fosse morta, Leopold sarebbe stato libero di risposarsi con una donna che non fosse sterile… Inoltre la scelta delle parole era stata accurata. L’imperatore si fida di Averbrook. Un uomo disperato per il proprio figlio è un uomo manipolabile. Era questo che voleva dire la donna che tutti consideravano quasi pazza?    

    L’imperatrice si slacciò da dietro il collo una collana sottile. Vi era appesa una piccola fialetta che la donna aveva nascosta sotto le vesti. Conteneva un liquido nero e denso che per un istante Victoria scambiò per petrolio.

    – Potete dirmi cosa mi ha dato da assumere?

    Emil prese la fialetta e ne osservò il contenuto controluce.

    – Devo fare delle analisi. Per avere dei risultatati di massima mi servono almeno un paio d’ore – ragionò.

    L’imperatrice scambiò un’occhiata con la propria dama.

    – Vostra Altezza, forse vorrete fare un’ispezione completa alle difese che potrò mettere in campo per vostro figlio – propose Victoria. – Ci impiegheremo tutto il tempo necessario.

 

 

    – Queste piume sono fatte per respingere i raggi di plasma. Non c’è proiettile umano che possa scalfirle. Starò proprio dietro a vostro figlio, pronto a proteggerlo.

    Victoria aveva condotto l’imperatrice e la sua dama nella sala dove erano conservate le tute. Erano a fianco delle Grandi Ali. Come sempre, Victoria era a disagio anche solo a toccarle. Era come si vi fosse elettricità che scorresse in superficie, pronta a infliggerle piccole scosse appena avvicinava i polpastrelli. Nessuna delle analisi condotte attraverso i secoli aveva provato che fosse così, così come non c’erano spiegazioni alle allucinazioni e agli incubi. Eppure l’odio dell’angelo a cui quelle ali erano appartenute si riverberava ancora attraverso i secoli, cercando di sopraffare chi voleva usarle.

    L’imperatrice, inconsapevole, passò un dito della sua mano magrissima sulle piume nere.

    – Di che materiale sono fatte? – chiese.

    – Molecole costituite in gran parte di carbonio – rispose Victoria. – È il materiale più duro in assoluto, quello di cui sono fatti i diamanti e le persone, quindi le anime.

    L’imperatrice abbozzò un sorriso. Poi il suo sguardo si posò sullo spinotto di collegamento che spuntava dalla tuta. Ancora dopo tanti anni a Victoria sembrava qualcosa di osceno. Una sorta di orribile pene metallico che si infilava nelle loro carni per condizionarne corpi. Da come la dama da compagnia si era portata una mano a coprire le labbra, anche lei era arrivata a un’analoga similitudine.

    – Fa male? – chiese invece l’imperatrice.

    – No. È dolorosa l’operazione per l’impianto che serve ad ospitarlo. Ma i collegamenti con le tute non lo sono.

    L’imperatrice soppesò la risposta.

    – Mi ricordo di voi al mio matrimonio. Eravate il più serio dei cadetti che lanciavano i fiori. Avevate già l’impianto, allora?

    C’erano centinaia di persone davanti alla cattedrale, quel giorno. Victoria era in prima fila, la prima volta in cui lei, cresciuta all’orfanotrofio di Santa Prospera, si trovava così vicina ai membri della famiglia imperiale. Era terrorizzata dall’idea di sbagliare qualcosa…

    – Sì. Senza non può iniziare l’addestramento.

    – I destini di entrambi erano già segnati, allora… Io ero felice. Non ho il carattere per essere imperatrice, è evidente, ma Leopold era solo il principe cadetto. Avremmo viaggiato per l’Impero… Pensavo che quel giorno iniziasse la mia libertà di donna adulta. Invece Andrej e sua moglie furono uccisi. Quel giorno, in realtà iniziava la mia prigionia.

    Victoria non disse nulla. Qualche giorno dopo il matrimonio dei principi aveva iniziato a esercitarsi con le Grandi Ali. Ne tollerava la connessione meglio di chiunque altro. Poco più di un anno dopo Nero Vadez, colonnello delle Ali Nere, che allora aveva venticinque anni, veniva ucciso. Per sette anni non avrebbe avuto un sostituto. Per sette anni non si era mai potuta allontanare oltre un chilometro dal quartier generale, per essere sempre a disposizione in caso di emergenza.

    – Non dovrei parlare così… Sono talmente poco abituata a lasciare il palazzo – l’imperatrice quasi si scusava, mentre continuava a guardare le piume delle Grandi Ali, come ipnotizzata. – Ma una volta l’imperatrice madre mi ha detto che, tra tutti, forse il colonnello Soilbeir forse era in grado di capire noi donne della corona… Non mi ricordo quando lo abbia detto, ma mi è rimasto in mente. Allora vi ho ricordato al mio matrimonio. C’è anche un’altra cosa… La notte in cui persi il mio ultimo figlio fu la stessa in cui voi foste ferito.

    Victoria trattenne il fiato.

    Odiava che le fosse ricordato quel momento. Lei non ne aveva memoria. Era svenuta nel passaggio tra dimensioni. Chris era riuscito ad afferrarla. Con le tute, tuttavia, si era appena in grado di volare nell’atmosfera terrestre, non certo di trasportare un corpo inerte. Di fatto erano caduti insieme in una delle piazze principali di Pencors. Chris nell’impatto si era rotto tibia e perone nella gamba sinistra. Di solito cercavano di non dare pubblicità al costo umano delle loro azioni. Ma lei era rimasta a terra nella piazza, con il suo sangue che impregnava il selciato, fino a che erano arrivati i soccorsi. Tutti avevano saputo che il Soilbeir era stato ferito da un Generale Angelico.

    – Nei giorni successivi tutti pregavano per voi – continuò l’imperatrice. – C’erano processioni per le strade. Nessuno sapeva di me. Ma nella notte vedevo le lanterne che venivano lanciate verso il cielo con su scritto il vostro nome e mi immaginavo che ci fosse il mio.

    La donna fece un sorriso triste, senza smettere di guardare le piume.

    – Ora capite perché mi mostro in pubblico tanto di rado. Appena apro bocca ne escono parole inopportune.

    – Non dite così – replicò Victoria.

    Quelle lanterne, le processioni di preghiera, le avevano messo addosso una tristezza infinita. La gente pregava per una persona di cui non sapeva nulla, neppure il nome o il sesso. Victoria si era sentita imprigionata in un simbolo, come se le fosse stata costruita addosso una statua che non era lei e che la immobilizzava in freddo marmo.

    – A quanto capisco, il vostro corpo è stato un campo di battaglia, tanto quanto il mio. Avreste meritato un riconoscimento per tutto quel dolore – disse.

    – No. È il destino delle donne, sapete? Una madre morta di parto non merita un poema, come un soldato caduto in duello. Tuttavia mi sono chiesta spesso cosa abbiate sacrificato voi quella notte.

    – La mia voce – che assurda, di tutto quanto, rimpiangere la propria voce di prima. Ten si era innamorato di lei senza averla mai udita. Eppure le mancava. – Qualche cicatrice.

    Il suo seno destro. Il senso di integrità che non avrebbe mai più avuto. Guardarsi allo specchio e provare quasi orrore per il proprio corpo devastato…

    – E anche noi, sopratutto noi che abbiamo portato le Grandi Ali, non potremo avere figli sani – aggiunse.

    L’imperatrice si voltò a guardarla.

    – Si dice che per voi uomini sia diverso, perché vi è molto altro che potete fare, un figlio non è l’unica cosa che vi definisce, eppure il generale Morozov, prima, quando parlava dei suoi figli nati morti…

    – Soffre esattamente quanto sua moglie – replicò Victoria.

    Qualcosa, nel tono dolente dell’imperatrice ora la indispettiva.

    – Siamo noi, uomini o donne, a decidere cosa ci definisce – disse, secca. – Delia Morozov è  una grande pianista e lotta per le sue idee. Soffre per i suoi figli nati morti, ma non lascia che sia quello a definirla.

    Forse, pensò, aveva esagerato.

    Ma l’imperatrice le sorrise.

    – Non tutte abbiamo il carattere della contessa Morozov o dell’imperatrice madre. Io sarei stata felice di essere definita dai miei figli… Me ne resta solo uno. Lo proteggerete per me?

    – A costo della mia vita – promise Victoria.

 

*

    – Che cosa significa davvero? – chiese Morozov, guardando la carrozza dell’imperatrice che lasciava il quartier generale.

    Victoria scosse il capo.

    Il risultato delle analisi di Emil aveva sconcertato tutti. Il siero con cui il dottor Averbrook intendeva curare la sterilità dell’imperatrice era sangue di generale angelico. 

    – Limitiamoci a quello che sappiamo – disse Victoria, sforzandosi di pensare. – Dove l’ha preso Averbrook? Da noi?

    Emil, di fianco ai due ufficiali, scosse il capo.

    – Ho controllato ancor prima di venire a riferirvi i risultati. Sia le fiale antiche, con il sangue raccolto da sant’Astulf, sia le tre fiale che siamo riusciti a ricavare quando Victoria sconfisse il generale angelico sono ancora nella nostra cassaforte.

    Victoria vide la presa di Morozov sul proprio bastone farsi più leggera per il sollievo.

    Meno di una goccia di sangue di generale angelico era in grado di attivare il processo di rigenerazione che permetteva alle Grandi Ali di essere operative da settecento anni. Almeno, sapere che il sangue non veniva da lì evitava loro di sospettare un tradimento all’interno delle Ali Nere.

    – Quali possono essere le altre fonti? – chiese Victoria.

    Morozov scosse il capo.

    – Non lo so. Vi sono luoghi nel mondo in cui i resti di angeli non sono neppure riconosciuti come tali. Non sappiamo neppure se questo Averbrook sappia cosa sta somministrando. Potrebbe credere di aver trovato un siero miracoloso. Questo ne fa, nel migliore dei casi, un pericoloso imbroglione. E nessuno sa cosa comporti bere sangue di generale angelico puro.    

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Capitolo 16
*** Capitolo 16 ***


Il fuoco del camino faceva luccicare qualcosa sulla pietra che Ardal teneva in mano. Erano i minuti frammenti d’oro e il sangue. Lui fissava entrambi senza capire. Come se gli ultimi istanti fossero appartenuti a un’altra persona. Un altro Ardal che aveva agito per lui, per lasciarlo lì, spaesato, alla deriva.

 

    Aveva dimenticato di copiare il verbale dell’ultimo incontro con gli ingegneri minerari. Il vecchio voleva che lui scrivesse parola per parola quello che i suoi dipendenti e consulenti dicevano, in modo da poterli ricattare. Gli appunti pieni di abbreviazioni andavano poi ricopiati in bella calligrafia. La schiena di Ardal faceva ancora male dall’ultima volta che non lo aveva fatto con la precisione che il suo padrone esigeva. Griwald aveva settant’anni, ma non ci voleva molta forza per ferire con una frusta. 

Non aveva pensato ad altro. Anche se lo sapeva, capitava sempre. C’erano sere in cui a tutta la servitù pagata era concessa una serata libera e lui era invitato a fare quel che volesse nei limiti della proprietà e poi Fiammetta trascorreva la notte piangendo. Fiammetta era la cameriera personale di Griwald. Un’ardente graziosa di quasi sedici anni, con deliziosi conrini che spuntavano da vaporosi ricci rossi. Aveva una stanzetta nel sotto tetto a fianco alla sua. Singhiozzava così forte, certe notti, da tenerlo sveglio. Ma lui non aveva mai osato bussare alla sua porta. In realtà, voleva solo che smettesse. A volte aveva immaginato di soffocarla con il cuscino. Qualsiasi cosa pur di far cessare quel pianto.

    Quella sera, tuttavia, non aveva pensato a lei, ma alla propria schiena. Non voleva dover dormire un’altra settimana a pancia in giù. Non voleva altre cicatrici in aggiunta a quelle che già aveva. Non si era chiesto dove fossero Griwald e Fiammetta. A quindici anni non aveva molta fantasia riguardo a certe cose, pensava fossero nella camera da letto del vecchio.

    La porta dello studio era socchiusa. Il camino era ancora acceso, mentre le lampade erano spente. 

    Aveva aperto la porta senza aspettarsi quella scena.

    Griwald gli era apparso di schiena, nudo, con la sua pelle di settantenne glabra e grinzosa, così pallida alla luce rassastra delle fiamme. Fiammetta si intravedeva appena. Legata alla poltrona preferita del vecchio, con una sciarpa di seta verde a bloccarle la bocca.

    Assurdamente, Ardal aveva pensato agli appunti. Li aveva cercati con lo sguardo, sulla scrivania del vecchio. E aveva visto il blocco di pietra aurifera che l’uomo usava come fermacarte.

 

    Ardal continuava a fissare la pietra.

    La testa di Griwald si era rotta come fosse un fragile guscio di lumaca. Non c’era solo il sangue a sporcare la roccia irregolare. L’interno della testa dell’uomo era bianco e molliccio.

    Il resto di Griwald era a terra. Ardal iniziava a sentire la vischiosità del sangue sotto le suole consunte delle proprie scarpe. Era morto senza gridare. Fissando il corpo nudo di Fiammetta. Forse, e la cosa lo infastidiva, era morto felice. Adesso era una misera cosa a terra, arti contorti e sangue sul bel pavimento di noce.

    Fiammetta lo guardava impietrita. La sciarpa verde le impediva di urlare, il che era una fortuna. Le corde che le legavano i polsi ai braccioli della sedia erano meno raffinate. Del sangue le usciva dove le avevano inciso la pelle. Altri segni, a diversi stadi di guarigione, rendevano evidente come quella di Griwald fosse un’abitudine. Di giorno le maniche del suo abito da cameriera le coprivano sempre i polsi.

    Piano, Ardal posò la pietra sul pavimento.

    Poi cercò qualcosa per liberare Fiammetta, sforzandosi di rimettere in moto il cervello. 

    Perché non riusciva a pensare? 

    Perché non provava niente?

    Aveva ucciso il proprio padrone… Avrebbe dovuto… Doveva fare in fretta.

    Trovò un tagliacarte che in qualche modo si mostrò all’altezza. Aveva le mani che tremavano troppo per riuscire a sciogliere i nodi. Un giorno, fu il suo primo pensiero razionale, sarebbe stato un uomo a cui non sarebbero mai tremate le mani.

    – Cosa vuoi fare? – sussurrò Fiammetta, appena lui le ebbe liberato la bocca.

    Aveva gli occhi dalle iridi rosse, tipiche degli ardenti. Occhi che non si potevano leggere, era l’opinione comune. Ardal non aveva mai visto in nessuno sguardo un terrore simile. Era spaventata da lui. Forse dall’idea che potesse uccidere anche lei. O riprendere da dove Griwald si era interrotto. Vedersi riflesso in in quel modo nello sguardo di lei gli ridiede lucidità.

    – Rivestiti – disse.

    Gli abiti di Fiammetta erano un mucchietto scomposto dietro la sedia.

    – Di solito quanto va avanti ancora? – chiese, mentre le lanciava la sottoveste.

    Quanto tempo avevano prima che qualcun altro cercasse Griwald?

    – Non so… Dopo, a volte, lui rimane a guardarmi, bevendo…

    C’era una bottiglia di brandy sulla scrivania. E il fuoco era ancora vivo nel camino.

    – Diamo fuoco a tutto – disse.

    – Come…?

    – Diamo fuoco a tutto – ripetè Ardal. – Spargiamo il suo corpo di Brandy e poi diamo fuoco. Questo studio è pieno di carte e di libri e di mobili di legno. Brucerà bene. Tu uscirai dalla stanza chiudendo la porta. Vai in camera. Poi torna giù. Inizia a chiamare Griwald. Solo quando tutta la stanza sarà in fiamme proverai ad aprire la porta. La maniglia è di metallo. Sarà calda, ti brucerà la mano. Ma questa sarà una prova che tu sei innocente, che non sapevi niente. Che capiscano che è stato ucciso o no, nessun colpevole avrebbe provato ad aprire la porta di una stanza che sapeva in fiamme. Pensi di poterlo fare?

    Anche Fiammetta, con la sottoveste di nuovo indosso, sembrava aver recuperato la lucidità. Si guardò i segni sulle braccia. 

    – Sì – disse. – E tu?
    – Io scapperò. L’unica a rientrare questa sera sarà la cuoca. Ci vorrà del tempo per spegnere le fiamme. Per capire cos’è accaduto. Io sarò lontano.

    – E cosa farai dopo?
    Ardal si strinse nelle spalle.

    – Qualsiasi cosa. Io posso nascondere di essere impuro… Ma c’è una cosa che ti prometto che farò. Ucciderò altri Griwald, ogni volta che potrò.

 

*

    Ucciderò altri Griwald, ogni volta che potrò.

    Pioveva. 

    Ardal si era buttato la propria mantella cerata sopra il giaccone, ma l’acqua aveva iniziato a penetrare attraverso le minute aperture delle cucitura, approfittando di ogni spiraglio.

    Ucciderò altri Griwald ogni volta che potrò.

    Era questa l’idea che lo aveva portato a cercare i Corvi, appena aveva avuto notizia della loro esistenza. Impuri che davvero lottassero contro i soprusi degli esseri umani. Che uccidessero altri Griwald. 

    Mentre fuggiva dalla villa del magnate minerario di Acque Nere si era immaginato a vent’anni già vendicatore di chissà quante Fiammette. Lo aveva pensato ancora quando aveva acquistato la sua prima pistola. Per quanto fosse diventato bravo a sparare, la prima persona che aveva ucciso dopo Griwald era stato l’impuro che aveva cercato di assassinare Victoria. 

    E adesso?

    Se non si fosse prestato al proprio ruolo di cecchino, sarebbe stato denunciato come impuro irregolare. Formalmente non erano accettate le denunce anonime, ma se fossero state ben circostanziate… Il Flusso aveva irritato abbastanza le autorità con le sue continue denunce di soprusi ai danni di operai, donne e impuri che un controllo lo avrebbero fatto di certo. E il direttore sarebbe stato accusato di averlo coperto. Non sarebbe morto lui soltanto, avrebbe distrutto la persona che aveva fatto di lui l’uomo che era e causato la chiusura dell’unico giornale che parlasse in nome del popolo di Pencors. 

    E forse Esvele aveva ragione. Per costruire qualcosa di nuovo bisognava distruggere ciò che c’era. Rivoluzione era una parola che serpeggiava di tanto in tanto nella redazione de Il Flusso, come una corrente sotterranea. La stessa parola veniva pronunciata a voce più alta alle riunioni dei Corvi. Rivoluzioni. Abbattere l’Impero per costruire una società più giusta. Una guerra degli ultimi contro i privilegiati. E, come aveva rimarcato Esvele, in guerra la gente moriva. Moriva anche brava gente. E aveva ragione anche sul fatto che la morte del generale Soilbeir, nel pieno della parata, sarebbe stata destabilizzante. Tutta Pencors avrebbe visto che nessuno era intoccabile. Le Ali Nere sarebbero state destabilizzate. Era vero che le Ali Nere esistevano da prima e, entro certi limiti, non modo indipendente dall’autorità imperiale. Ma lui non ci aveva mai pensato, per tutti quanti le Ali Nere erano gli eroi dell’impero e come tali, percepiti come un’emanazione diretta del potere centrale di Fortanéa. Se i soldati alati fossero stati meno solerti nel difendere la capitale, la rabbia popolare si sarebbe rivolta contro l’imperatore. La paura degli angeli, sommata a quella della carestia, sarebbe stata una forza potente da cavalcare e incanalare. La morte di Victoria poteva essere la miccia che avrebbe fatto divampare la rivoluzione.

     Eppure quello era un piano di ripiego. Il primo prevedeva che Soilbeir fosse ucciso in silenzio, con pugnali e veleni, mentre tornava da solo da un funerale. Una morte che i Corvi sarebbero forse riusciti a rivendicare, ma che ai più sarebbe apparso un agguato meschino, tre contro uno. E poi c’era Jamenson. Esvele non aveva neppure cercato di rivendicare per i Corvi quell’omicidio. Del resto il capitano Jamenson non era un simbolo. Era un ufficiale, ma ce n’erano altri di grado più alto e più famoso. Apparteneva a una famiglia importante, ma il suo era il ramo cadetto. La stampa, alla fine, aveva archiviato il caso come una resa dei conti per qualche sgarbo che Jamenson avrebbe fatto a qualcuno, una questione di gioco o di donne. La sua morte serviva a indebolire le Ali Nere, certo, ma l’istinto di giornalista di Ardal fiutava dietro a quella morte anche un piano diverso e più grande. 

    Il giovane scosse la testa.

    Cosa poteva esserci di più grande di una rivoluzione?

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Capitolo 17
*** Capitolo 17 ***


Ardal si tolse la mantella e il giaccone fradicio all’entrata del locale.

    Fu investito dal calore e dagli odori dell’ambiente. Quel mix di fumo di tabacco a buon mercato, pietanze fritte, sudori e profumi dozzinali che era tipico dei pub di quart’ordine.

    Aveva scelto il posto con cura. Era frequentato da operai, studenti squattrinati e patentati, al piano terra si mangiava e si beveva, mentre a quello superiore c’era il bordello, dove ci si poteva intrattenere con donne umane dall’aspetto discutibile e la salute dubbia e impure con le stesse qualità. I giornalisti de Il flusso vi ci si recavano spesso per incontrare i loro informatori, oltre che per i motivi più ovvi. Se era seguito, e Ardal era sicuro di esserlo, non sarebbe sembrato strano se vi si fosse intrattenuto.

    Individuò quasi subito il professor Kuroa.

    Era meno ingenuo di quanto avesse temuto. Vestiva con abiti più dimessi del solito e stava discutendo con un gruppetto di giovani, forse suoi studenti. Ardal non lo avvicinò. Scelse un tavolo defilato, ordinò una birra scura e un piatto a base si patate e aprì il proprio taccuino, come aveva fatto tante altre sere.

    Bevve un sorso. 

    Chi stava per tradire? Victoria? Esvele? Fiammetta? O se stesso?

 

    Poco dopo il professor Kuroa si sedette allo stesso tavolo con in una mano un piatto simile al suo.

    – Pensa di essere stato seguito? – gli chiese in un sussurro Ardal.

    Kuroa non sembrò trovare strana la domanda.

    – No. Ma aspettiamo che inizino a suonare, prima di parlare.

    L’impuro annuì.

    Mangiarono in silenzio, fino a che un uomo si mise a strimpellare al piano, accompagnato da un violino non troppo accordato. Alcune delle ragazze che lavoravano nel locale iniziarono a ballare su una pedana di legno, ammiccando agli uomini presenti. Ormai, solo un impuro seduto a un tavolo vicino avrebbe potuto ascoltare i loro discorsi. Almeno all’apparenza, però, intorno a loro vi erano solo umani alticci, concentrati sullo spettacolo.

    – Ho degli informatori all’interno di gruppi sovversivi – si decise di dire Ardal. – Alla parata del due di nevoso cercheranno di uccidere Victoria.

    Dopo aver parlato, l’impuro si sentì più leggero e allo stesso tempo vigliacco. Ma cosa avrebbe potuto fare? Se Soilbeir fosse stato sostituito all’ultimo momento, Esvele e i Figli della Torba avrebbero dovuto farsene una ragione. E non poteva tradire Esvele. Lei lo aveva usato, ma lui non conosceva i suoi dolori, l’inferno che aveva attraversato per diventare la donna che era. Forse lei aveva ragione, la sua era stata una schiavitù privilegiata, con qualche frustrata come dramma peggiore. Non aveva in sé abbastanza odio da dare fuoco al mondo per costruirne uno nuovo. Di certo non ne aveva per denunciare la donna che, a dispetto di tutto, in parte ancora amava.

    Il professor Kuroa, intanto, prese un respiro. Si tolse gli occhiali. Per un poco giocò con le stanghette, poi lo fissò. Ardal aveva sempre pensato che avesse un’espressione mite, quella di uno studioso innocuo e un poco inetto. Ora ebbe l’impressione che tutta la luce del locale venisse risucchiata da quegli occhi, scuri e densi come petrolio. 

    – L’informazione è sicura, suppongo.

    – Sì – rispose Ardal.

    Bevve un lungo sorso di birra, per nascondere il disagio che quello sguardo gli provocava.

    – Come lo faranno? – chiese Kuroa.

    La sua freddezza sconcertava il giornalista.

    L’unico segno di nervosismo era il continuo giocare delle dita con le stanghette degli occhiali. Per il resto il professore stava considerando la prospettiva dell’omicidio della propria donna senza muovere un muscolo, ponendo domande con voce incolore.

    – Con un cecchino, sparandole.

    Questo sortì una reazione.

    Kuroa sobbalzò, lasciò gli occhiali e si passò una mano sugli occhi.

    – È assurdo.

    – Perché?

    – Le tute non sono vulnerabili dai proiettili. I riflessi di Victoria non sono quelli di una persona comune. Anche a capo scoperto è perfettamente in grado di ripararsi con le ali. Combatte gli angeli. Nessun cecchino umano può sperare di colpirla in quel modo.

    Ardal soppesò la questione.

    Non aveva motivo di dubitare delle parole del professore. L’aveva vista in azione. C’erano voluti tre impuri con armi avvelenate per avere la meglio su di lei. Quindi? Era lui la vittima di quella trappola? Un diversivo per attrarre l’attenzione delle forze dell’ordine mentre il vero attentatore piazzava magari una bomba? Petr era perfettamente in grado di architettare un piano del genere…

    Intanto Kuroa si stringeva la radice del naso con due dita, la fronte aggrottata nello sforzo di concentrarsi.

    – Non è possibile… – mormorò.

    – Cosa?

    Il professore riaprì gli occhi e lo fissò. Le sue iridi erano, se possibile, ancora più profonde, oleose e ipnotiche.

    – Se al cecchino fossero consegnati dei proiettili speciali lo verresti a sapere? – chiese.

    – Suppongo di sì.

    Kuroa prese un respiro profondo.

    – C’è un metallo, lo stesso di cui è composta la lancia di Sant’Astulf, che potrebbe ferire e uccidere anche un soldato delle Ali Nere che indossasse le tuta – disse.

    Ardal sbatté le palpebre, cercando di assimilare le informazioni.

    – Ma è un metallo di origine sconosciuta, giusto?

    – Non viene né dalla Terra né dal pianeta degli angeli.

    – E quindi da dove viene?

    Kuroa si strinse nelle spalle.

    – Le dimensioni sono infinite – disse, piatto. – Non ha importanza. Il fatto è che esiste e che vi sono oggetti di questo metallo sulla Terra. Quindi potrebbero essere creati anche dei proiettili e contro di loro le tute non offrirebbero alcuna protezione.

    Ardal soppesò anche quell’informazione.

    – Se così fosse qualcuno si sta dando proprio una gran pena per uccidere Victoria. Sarebbe più facile uccidere l’imperatore o il suo erede, dato che saranno entrambi alla parata.

    – Senza dubbio – assentì il professore.

    Guardò gli occhiali che ancora si teneva tra le mani, poi prese un respiro.

    – Credo che i tuoi gruppi sovversivi siano manipolati da qualcuno che non ha molto a cuore i loro ideali – si risolse a dire.

    – Che cosa intendi? – chiese Ardal.

    – Tutto questo dispendio di energia per uccidere Victoria. È un fatto personale. Chi potrebbe odiarla così tanto?

    – Non la conosco abbastanza per sapere chi possa odiarla, a parte gli angeli.

    Kuroa fece un mezzo sorriso mesto.

    – Alcuni angeli vogliono impossessarsi della Terra, di questa zona in particolare, farne una loro colonia, proprio come Fortanéa ha fatto con le isole d’Oltremare. Anche un piccolo gruppo di angeli potrebbe riuscirci. Tuttavia le Ali Nere e Victoria in particolare sono un ostacolo non da poco a questo progetto. 

    Ardal sbatté le palpebre.

    Com’era possibile che i Corvi e i Figli della Torba fossero manipolati dagli angeli? Eppure lui stesso aveva visto un angelo prendere forma umana. Non ci credeva, ma lo aveva visto accadere.

    – È possibile? – chiese.

    Kuroa si rimise gli occhiali.

    – Non mi intendo di strategie militari, ma indebolire il nemico in modo subdolo prima di un attacco diretto credo che sia un’opzione considerata. E, come la morte di Jamenson ha dimostrato, sulla terra i soldati delle Ali Nere sono più vulnerabili che in assetto da combattimento nella dimensione angelica… Tutto questo, però, è accademia. Pensiamo all’attentato. Victoria è in grado di sopravvivere a un proiettile normale. Ma se davvero dovessero essere consegnati ai cecchini armi o munizioni particolari potreste avvertire le Ali Nere? 

    – Non lo so – rispose Ardal.

    Di certo avrebbe rivelato molto anche a lui stesso. Armi normali significavano che probabilmente lui rappresentava solo un diversivo sacrificabile. Armi speciali volevano invece dire che i gruppi rivoluzionari, l’unica speranza degli impuri, erano manipolati da creature non umane che volevano prendere il controllo dell’impero, se non del pianeta. Non avrebbe saputo dire quale delle due opzioni lo avvilisse di più.

    – Avrò l’informazione, ma forse a ridosso della parata – disse.

    Erano così vigliacchi gli angeli?

    Le Ali Nere rispondevano a degli attacchi, entravano in un mondo ostile, costringevano i propri corpi a saltare tra le dimensioni. Gli angeli non erano paghi di ucciderli in combattimento? Dovevano manipolare gli ideali di libertà degli impuri per armare le loro mani e far fare ad altri il lavoro sporco? E Jude? Anche quel ragazzino avrebbe partecipato alla parata e si sarebbe trovato invischiato nell’agguato? L’idea che gli ordinassero di ucciderlo gli faceva ancora più ribrezzo di quella della morte di Victoria…

    – La canzone sta finendo. Non diamo negli occhi – sussurrò Kuroa, guardando il palco.

    Ardal annuì.

    – Cosa farete? – chiese, includendo nella domanda il professore e le Ali Nere.

    Kuroa scosse il capo.

    – Non lo so. Ma ringrazio dell’informazione.

    L’uomo al piano aveva terminato di suonare. Ci sarebbe voluto del tempo prima che riprendesse. Bisognava dare modo ai clienti di scegliere la merce. Meglio non far insospettire un eventuale osservatore. Ardal si avvicinò a una ragazza bionda e prosperosa, con appena qualche butteratura di vaiolo nascosta dal cerone. Non aveva alcuna intenzione di spogliarsi di fronte a lei. Abbassare la guardia con Esvele era stato forse l’errore più grave della sua vita. Ma la ragazza, Morania, si era già prestata a fargli compagnia per un’ora senza lavorare. Del resto, essere pagata senza correre il rischio di essere malmenata non doveva essere una prospettiva così brutta. Probabilmente non era neppure un caso così rara. Chissà quanto uomini impotenti salvaguardavano allo stesso modo la propria reputazione.

 

*

    

    Ten guardò Ardal avvicinarsi a una delle ragazze e offrile da bere.

    Dov’era l’uomo che non si era mai tolto il cappotto grigio e che sembrava tanto interessato al giornalista? 

    Lo individuò poco lontano dall’ingresso.

    Anche su di lui non aveva controllo. Ten non sapeva dire quanto avesse ascoltato. Un uomo, con quel fracasso, non avrebbe sentito nulla, un impuro avrebbe colto qualche parola, un angelo… Se fosse sparito, chi lo aveva mandato si sarebbe allarmato. Non poteva farci nulla. Così come non poteva impedire a Victoria di partecipare alla parata se non ricorrendo a mezzi che aveva già giurato a se stesso di non usare. L’amava libera, anche di rischiare la propria vita.

    Questo non gli impediva di ragionare.

    Aveva sempre saputo che l’Alto Angelo avrebbe voluto uccidere Victoria e ormai doveva aver saputo che il veleno era stato inutile. Ma Ten aveva creduto che ci fosse un limite alle risorse a cui poteva accedere. Tuttavia l’uso dei proiettili non aveva senso, a meno che non fossero speciali, di un metallo che causava gli angeli, e gli uomini dalla biologia compatibile con loro, una violenta reazione allergica. In quanti stavano giocando quella partita?

    Possibile che un Alto Angelo disperato si fosse abbassato ad allearsi con un Altro?

    Perché no?

    La Terra era un pianeta ambito. Era così facile viverci che si tendeva a dimenticare quando luoghi simili fossero rari. Le dimensioni erano infinite, ma non erano infinitamente raggiungibili. E un pianeta, all’interno di una dimensione, è qualcosa di minuscolo, un granello in una spiaggia.

    Ma, se vi erano degli Altri in quel gioco, qual era davvero il raggio delle loro azioni?

    Per quanto ne sapeva, avevano affinità o comprensione per le forze endogene di un pianeta.

    Potevano aver causato l’eruzione vulcanica? 

    L’inverno che stava per abbattersi su Fortanéa era qualcosa di più di una mera disgrazia?

 

    Scosse il capo.

    Se la sua intuizione era giusta, il proprio dovere avrebbe dovuto essergli ancora più chiaro.

    Invece, gli importava soltanto di Victoria.

    La possibilità della sua morte lo terrorizzava di più della rovina che stava per abbattersi su un intero mondo.

    

Ne approfitto per lasciare un caro augurio di Buona Pasqua a tutti i lettori che siano giunti fin qui, quale che sia la loro dimensione di provenienza.

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Capitolo 18
*** Capitolo 18 ***


L’effimero.

    Quando da lontano si guarda un prato è evidente allo sguardo che la sua bellezza è data da una moltitudine di effimeri fiori. Nessuno piange un fiore. Il giardiniere falcia senza commozione le margherite. Rinasceranno, fioriranno di nuovo. Saranno altre margherite, ma chi, osservando il prato, ne coglierebbe la differenza?

    Gli angeli, anche quando amano la Terra, lo fanno dello stesso amore del giardiniere. Si adornano di fiori. Tornano a un altro volgere di anni e non trovano le persone che li avevano incantati, ma non riescono a provarne un vero dispiacere. Ce ne sono altri. La meraviglia per quel caleidoscopio di colori supera il dispiacere delle scomparse. È talmente bella la Terra, ai loro occhi, che risulta difficile soffermarsi sulla singolarità degli individui. È talmente facile viverci che si dimentica quanto sia precaria invece la condizione per coloro che vi sono nati.

    Ma se un giorno un giardiniere armato di falce si innamorasse di una singola margherita? Se si accorgesse che mai, in tutti gli infiniti universi, spunterà un’identica margherita e che se anche lo facesse, le minute variabili di quella realtà la renderebbero comunque diversa, cosa sarebbe disposto a fare per prolungarne l’effimera esistenza? Con quella falce quali gole sarebbe disposto a recidere?

 

    Victoria chiuse gli occhi, come faceva sempre un istante prima di attivare la connessione.

    Ormai il gesto era automatico. Abbassava un poco il capo, con la sinistra scostava i capelli, scoprendo la nuca e con la destra inseriva lo spinotto di collegamento. Poi serrava le mascelle. Immediata arrivava la fitta al petto. L’aria le fuoriusciva dai polmoni, che sembravano riempirsi di fuoco.  Le mani correvano ai seni, a cercare qualcosa che non c’era.

    Riaprì gli occhi, cercando di respirare. Con una mano si terse il sudore gelato dalla fronte.

    – Tutto bene? – chiese Jude, venendole di fianco.

    – Sì – rispose Victoria.

    Via via che il respiro si normalizzava tornava padrona del propio corpo. Allargò le ali. Era difficile, in quel momento, non considerarle parte di lei.

    – Io vomito ancora la metà delle volte – protestò il ragazzo.

    – Se preferisci ti cedo le emicranie – grugnì la donna.

    Stava già iniziando. Un piccolo fastidio che sarebbe diventato pian piano un dolore martellante.

    – Vai a metterti la tuta anche tu, dobbiamo essere pronti.

    Jude aggrottò la fronte, ma poi annuì.

    Non gli piaceva il proprio ruolo, ma vi sarebbe attenuto.

    Alla fine, il due di Nevoso era arrivato.

 

    Alla luce della soffiata di Ardal, avevano discusso fino allo sfinimento per decidere un piano d’azione. Alla fine era prevalsa l’idea di Victoria. Se li attendeva davvero un agguato e se a reggere le fila c’era un Generale Angelico, si sarebbero fatti trovare. L’idea che gli angeli agissero a loro insaputa, indisturbati, in città pareva a Victoria molto peggio che cercare di provocarne una reazione in campo aperto. Lei, Leonard e Miles. gli effettivi con più esperienza di combattimento, avrebbero partecipato alla parata. Jude, Nikolaj, Pavel e Martin sarebbero rimasti già pronti all’azione al quartier generale, mentre gli altri sarebbero rimasti in stato di pre allerta. Il generale Morozov avrebbe gestito di persona lo schermo tattico, che segnalava l’arrivo degli angeli in prossimità dei punti in cui era possibile infrangere le dimensioni e permetteva di comunicare con le Grandi Ali.

    Non avevano potuto evitare di comunicare all’imperatore la possibilità di un attentato. In teoria la guardia imperiale si sarebbe occupata della sicurezza della parata. In pratica Victoria non aveva idea di come avrebbero potuto agire i sicari. Sarebbero stati degli impuri manipolati, come i tre che avevano cercato di ucciderla, o degli angeli? E come si sarebbero mossi gli angeli? Il fatto che potessero essere armati di proiettili in grado di danneggiare le tute la preoccupava fino a un certo punto. Le sembrava  più una paura di Ten che un pericolo reale. Quello che costituiva la lancia di Sant’Astulf era una metallo leggendario di cui non si avevano notizie da secoli. Per l’imperatore e suo figlio, poi, il materiale dei proiettili non avrebbe fatto alcuna differenza. E lei si era impegnata a difenderli.

    Con i sensi acuiti dalla tuta, Victoria si girò prima che la porta iniziasse ad aprirsi.

    – Sono arrivati – le annunciò Emil, affacciandosi.

    Anche lui era teso.

    Nessuno lo aveva detto in modo esplicito, ma avevano la sensazione comune e che non tutti sarebbero tornati al quartier generale, quella sera.

    

    L’imperatore Leopold e suo figlio attendevano nel cortile principale.

    Victoria sorrise.

    In nessun altro luogo al mondo poteva accadere che all’imperatore fosse chiesto di aspettare all’aperto in una giornata dalle pesanti nubi grigie, più gonfie di cenere che d’umidità.

    Leopold era un uomo sottile, con piccoli occhialetti dalla montatura d’oro. Riusciva ad avere l’aspetto di un intellettuale persino in alta uniforme, addobbato di medaglie come un’albero della cuccagna.

    Al fianco del padre, il principe ereditario si guardava intorno incuriosito. Victoria lo aveva già visto di sfuggita un paio di volte, ma da allora era cresciuto. Era sempre troppo piccolo e magro per i suoi dieci anni, quasi soffocato dall’ingombrante uniforme da parata, ma quello che si girò verso Victoria fu un viso roseo, in cui brillavano intensi occhi azzurri. Lento nell’apprendere o no, se fosse diventato adulto la sua bellezza lo avrebbe fatto amare al popolo. Con un’ombra di cinismo, la donna pensò che a Fortanéa un imperatore che non sfigurasse nelle parate e nei ritratti aveva già adempiuto a metà dei propri doveri.

    – Potete davvero volare con quelle ali? – le si fece incontro il bambino.

    Il tono era proprio quello di un bambino di cinque o sei anni, mosso da una curiosità spontanea che spesso alle soglie dell’adolescenza era già sparita. Forse, pensò Victoria mentre gli sorrideva, anche lei lo avrebbe amato.

    – Sì, Vostra Altezza Imperiale – disse, inchinandosi appena.

    Anche all’Imperatore riservò una riverenza appena più accentuata. In parte perché con le Grandi Ali, così scomode quando si era a terra, non era possibile e in parte perché un ufficiale delle Ali Nere non doveva deferenza a nessuno. Erano loro a permettere all’Imperatore di regnare, non il contrario. Tuttavia si concesse si sbattere le ali e di alzarsi qualche spanna per compiacere il principe Mikhail.

    – Dobbiamo andare – disse un uomo dall’aspetto incolore, vestito di nero, che Victoria supponeva essere tanto l’autista quanto la guardia del corpo.

    Indicava un’imponente auto a vapore scoperta in luccicante acciaio. La piccola ciminiera, proprio sulla punta, le dava un’aria da tozzo rinoceronte metallico, miope e iroso.

    – Vostre Altezze Imperiali, voi prederete posto qui – l’uomo indicò i sedili.

    Erano rialzati rispetto a quelli dell’autista. Una volta posizionati, l’Imperatore e suo figlio avrebbero distolto l’attenzione da quella sorta di orribile corno metallico che sbuffava vapore.

    – Voi, colonnello, dovrete stare invece dietro di loro, in piedi.

    Victoria annuì.

    Posizionata alle spalle del sovrano e del suo erede, avrebbe facilmente potuto proteggerli con le Ali.

    Poi ripensò alle parole di Morozov.

    «Preoccupati dell’Imperatore e del bambino se la situazione lo consente. Ma se davvero verranno usate armi in grado di danneggiare le tute, pensa solo a metterti in salvo. Questo paese può sostituire con più facilità un imperatore, piuttosto che un soldato delle Ali Nere».    

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Capitolo 19
*** CAPITOLO 19 ***


Tenendo fede al proprio nome, il due di Nevoso era iniziato col lento volteggiare di fiocchi nell’aria. Non erano bianchi, come ci si sarebbe aspettati, ma viravano al grigio o al tortora. Alcuni erano fatti più di cenere che di acqua e non si scioglievano quando cadevano sui palmi aperti delle mani o sul viso. Questo non aveva impedito alla gente di Pencors di riversarsi per le strade. Non c’era bisogno di leggerlo sui giornali, bastava guardarlo in quelle nubi dai misteriosi riflessi violacei che l’inverno sarebbe stato duro. Lo si respirava per le vie il pensiero che quella avrebbe potuto essere l’ultima giornata di festa. Non importava se nessuno più ricordava la battaglia navale di quasi trecento anni prima che aveva sancito la supremazia marina di Fortanéa su Ji’Quin in onore della quale si teneva la parata. Tutti volevano ascoltare le fanfare dei corpi militari, mangiare le mele candite infilate sugli stecchi, le frittelle di castagne grondanti d’olio, vedere i nuovi prototipi di veicoli con motori che non andavano a carbone e guardare l’imperatore e il principe, scortati dal colonnello Soilbeir con le sue enormi ali spiegate. Persino la maggior parte degli impuri dimenticava la propria condizione e, se poteva, correva per le strade ad applaudire il potere che li segregava.

 

    Ardal stava fermo e silenzioso nella folla, cercando di difendere la posizione che aveva scelto.

    Il pollice e indice della mano destra gli prudevano. All’alba aveva trovato nella propria buca delle lettere un sacchetto. Conteneva tre proiettili. Non avevano nulla di diverso, all’apparenza, rispetto a quelli di piombo che usava per la propria pistola principale. Avevano un colore più freddo, più vicino a quello dell’acciaio e insoliti riflessi verdi. Ne aveva preso uno con le due dita. Quasi subito aveva dovuto lasciarlo andare. La pelle, dov’era entrata in contatto con il metallo, si era arrossata e ricoperta di bolle, come per una scottatura. Aveva dovuto medicarsi e indossare dei guanti per riuscire a maneggiarli.

    Aveva mandato un ragazzino con un biglietto da lasciare al quartier generale delle Ali Nere, ma considerata quanta gente c’era già sulle strade, dubitava che fosse arrivato il tempo.

    Quanto a lui, che significato avevano quei proiettili? 

    Non avrebbe saputo dire se davvero potevano perforare le tute delle Ali Nere. Di certo potevano perforare le sue dita e questo gli sembrava già un indizio. Non doveva essere facile reperire un materiale di cui non aveva mai sentito parlare.

    Si aspettavano davvero che avrebbe ucciso Vittoria?

    Sarebbe stato solo in quel tentativo?

    Era così orribile il desiderio che sentiva così forte anche in quel momento: continuare a vivere?

    

    A due isolati appena da casa sua era stato fermato da un poliziotto. Era impossibile controllare tutta Pencors, ma quel giorno le forze dell’ordine sembrano voler almeno mostrare di fare del loro meglio. Avevano voluto vedere i documenti e il tesserino da giornalista. Si era portato una macchina fotografica in una valigia. L’aveva aperta davanti all’agente, tirandone fuori sbuffando ogni componente.  Questo aveva evitato che fosse perquisito. Anche a un controllo sommario l’ingombrante pistola tenuta sotto la giacca sarebbe risultata evidente. Ma ormai, aveva pensato l’impuro non senza una certa amarezza, i metodi per mentire in modo credibile li conosceva tutti.

    Il giorno prima aveva studiato con attenzione il percorso della parata. Sarebbe partita proprio dal Quartier Generale delle Ali Nere, nella periferia sud della città per poi girare tre volte intorno al centro cittadino e infine salire alla cittadella e entrare al Palazzo Imperiale. Prima di iniziare la salita, al termine del terzo giro, la parata avrebbe imboccato la via principale che arrivava dai porti dell’Ovest. Avrebbe superato il ponte sul Prifnant, il più grande di canali navigabili che attraversava la città bassa per poi passare sotto l’arco di trionfo in metallo voluto dal padre del precedente imperatore.

    Ardal era riuscito a piazzarsi proprio alla fine del ponte, a una quarantina di metri dall’obbrobrio di metallo, simile a un gigantesco scheletro spolpato, che avrebbe dovuto essere un monumento al progresso. Era il posto migliore per scattare le foto, dato che si potevano inquadrare i mezzi in parata mentre procedevano a passo d’uomo sul ponte. E se c’era agio per le foto, ve n’era anche per sparare un colpo di pistola. Per fuggire Ardal avrebbe potuto gettarsi nel canale. La corrente, lì, era abbastanza forte da trascinarlo via. Qualche centinaio di metri più avanti, una chiusa deviava parte dell’acqua per alimentare una condotta secondaria che conduceva al quartiere delle concerie, uno dei più malfamati della città. Al peggio, quella sarebbe stata la sua via di fuga.

    

    Ardal aveva piazzato la macchina fotografica su treppiede. La scusa di controllare l’inquadratura era stata perfetta per prendere la mira. 

    Non sapeva ancora cosa avrebbe fatto.

    Era come se la sua mente fosse divisa in due.

    Una ragionava come se fosse un assassino, l’altra come se non lo fosse.

    L’assassino aveva memorizzato l’angolazione precisa. Aveva provato persino il movimento. Estrarre la pistola. Appoggiarsi alla macchina fotografica per avere una maggiore stabilità. Sparare. Non avrebbe avuto bisogno neppure di guardare. Neppure di pensare. Il suo corpo avrebbe potuto eseguire il compito nel giro di due battiti di ciglia. Tre proiettili erano troppi. Lo erano sempre stati. Ne aveva inserito solo uno nel caricatore, seguito da cinque normali. In ogni caso un singolo colpo alla testa sarebbe bastato.

    La parte di lui che non era un assassino era inquieta. Non gli piaceva la calma con cui le persone andavano accalcandosi sui marciapiedi. Non gli piaceva la pistola che portava sotto la giacca. La pistola era la sua arma. Era veloce e maneggevole, gli aveva dato fin dalla prima volta che l’aveva impugnata un senso di sicurezza e potere. Ma contro un bersaglio in movimento, a una certa distanza, non era un’arma precisa. Quante energie erano state investite su quell’omicidio? Un sicario con una pistola in mezzo a una folla è un tentativo. Qualcosa che può funzionare oppure no. Uno dei metodi preferiti dei gruppi anarchici improvvisati. Una pistola è più facile da recuperare, nascondere e maneggiare di un fucile o dell’esplosivo. In quel modo la usavano gli studenti idealisti o gli uomini disperati. Ma quello non era un agguato improvvisato.

    Possibile che fossero vere entrambe le ipotesi? Il bersaglio era davvero Victoria, ma lui era un diversivo?

 

    Un soldato a cavallo con la livrea della famiglia reale attraversò il ponte, segno che la parata stava per arrivare. L’imperatore, il principe e Victoria sarebbero stati proprio alla testa del corteo, subito dietro il primo gruppo di guardie a cavallo.

    Se avesse organizzato lui l’omicidio dove avrebbe posizionato i cecchini?

    Lì, perché il ponte garantiva una maggiore visuale sul bersaglio e il canale era una via di fuga preferenziale.

    Ma dove li avrebbe piazzati? Come li avrebbe armati?

    La risposta era fin troppo facile.

    Alzò lo sguardo verso l’orrore di metallo.

    Sulla sommità dell’arco di trionfo c’era una balconata dove era stata piazzata un’allegoria della Vittoria, la statua di bronzo di una ragazza dalle vesti svolazzanti in piedi sulla prua di una nave che si ergeva tra flutti metallici.

    Dall’altra parte del ponte era apparso il primo dei soldati che precedeva l’auto imperiale.

    Il cielo era grigio, quasi della stessa tonalità dell’arco di trionfo e del suo monumento sommitale.  Anche per Ardal era difficile mettere a fuoco i particolari. 

    Poi vide, solo per un istante, qualcosa muoversi proprio dietro alla base della statua.

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Capitolo 20
*** Capitolo 20 ***


– Perché c’è così tanta acqua a Pencors?

    – I nostri antenati, tanto tempo fa, avevano molti nemici. Uomini crudeli e impuri selvaggi, oltre agli angeli che li bersagliavano dal cielo. Questa zona era una palude impenetrabile, dove solo chi sapeva dove passare non veniva inghiottito dalle sabbie mobile o divorato dai serpenti. C’era tuttavia un’isola rocciosa nel mezzo, che restava sempre asciutta. Lì i nostri antenati costruirono la propria roccaforte, dove ora c’è il nostro palazzo. Le acque intorno sono state canalizzate per poter costruire la città e impedire che allaghino tutto alla prima pioggia.

    Victoria sorrise.

    C’erano stati ricevimenti formali a Palazzo Imperiale, cene e consegne di onorificenze che non aveva potuto disertare. In ogni occasione l’imperatore Leopold era apparso incolore, magro, miope, annoiato. Esprimeva raramente le proprie opinioni e, quando lo faceva, erano la riproposizione dei più ovvi luoghi comuni conservatori. La colpa di qualsiasi cosa di spiacevole accedesse a Fortanéa era dei giovani, degli impuri o delle donne. Adesso, invece, lo scopriva un padre loquace, paziente nel rispondere alle curiosità infantili del figlio.

    E di pazienza ne serviva molta. La parata durava circa cinque ore. Ne erano trascorse tre. 

    Tutte le altre volte che vi aveva partecipato, Victoria aveva tenuto il collegamento della tuta staccato, la sua presenza era stata puramente estetica. Le azioni nella dimensione angelica erano veloci. In un quarto d’ora una battaglia si vinceva o si perdeva. Tre ore erano un tempo lunghissimo in cui stare connessa con la tuta. Il mal di testa era già oltre il livello di guardia. Victoria sperava che non le causasse nausea. Vomitare a metà parata sul retro dell’auto imperiale non era esattamente quello che ci si aspettava da lei. E poi c’era l’immobilità. Ferma in piedi con le ali distese dietro alle maestà imperiali, con i seni fasciati più stretti del solito per non far intuire il suo sesso e vestita solo della tuta, che proteggeva da molti pericoli, ma non dal freddo di quella giornata di inizio inverno.

    Le bastava concentrarsi appena per essere consapevole degli altri.

    Leonard e Miles erano appena dietro di lei. Ciascuno era in piedi su un calesse trainato da due meravigliosi cavalli bianchi. L’impressione che dovevano dare era di essere loro la scorta dell’imperatore e non le guardie a cavallo in uniforme porpora e nero che li precedevano. In entrambi Victoria percepiva la stessa stanchezza, la rigidità per l’immobilità e la tensione. Gli altri, al Quartier Generale, sembravano altrettanto vicini, ad appena un pensiero di distanza. Erano in quattro con già le tute indossate e su tutti spiccava l’impazienza di Jude. La sua idea era stata quella di sorvolare la parata per scoprire dall’alto i possibili attentatori. Dopo un certo numero di discussioni aveva convenuto che un uomo volante era molto più facile da notare per un cecchino nella folla di quanto fosse vero il contrario. Tuttavia rimpiangeva ancora che la sua proposta non fosse stata accettata. Gli avrebbe dato qualcosa da fare. Jude abborriva l’immobilità. Havock Morozov era il suo esatto contrario. Era dai tempi dell’addestramento che Victoria non lo percepiva più tramite la connessione. Gli pareva ancora la stessa granitica isola di calma a cui potersi aggrappare. Dava l’impressione che non si fosse nulla in nessuna delle infinite dimensioni possibili potesse davvero stupirlo.

 

    Ci sono angeli vicini alla zona di transito dimensionale.

    Avvisò Morozov.

    Entrano ed escono dalla zona captata dai nostri sensori.

 

    Se ritieni che rappresentino un pericolo mandiamo la squadra di Jude.

 

    La maggior parte delle volte non si arrivava neppure a uno scontro. Per qualche motivo gruppi di angeli si avvicinavano alla zona del loro pianeta, la parte più esterna del globo gassoso, da cui era più facile effettuare il balzo. Loro vi si recavano e questi rientravano nelle parti più profonde e inesplorate del loro mondo.

 

    No. Rimaniamo concentrati sulla parata. Non è il momento migliore perché la gente di Pencors veda il proprio imperatore, o il simbolo della propria sicurezza, morire sotto i loro occhi.

 

    No. Non lo era.

    Avevano imboccato il ponte sul Prifnant. 

    Subito al termine del ponte c’era una piazza. Ora era stato lasciato solo il passaggio per la parata e ai lati si accalcava la gente. Appena oltre c’era quell’orrore dell’arco di trionfo in ferro, con sulla cima il  monumento alla Vittoria. E c’erano Leonard, Mile, Jude, Morzov e gli altri.

    Victoria chiuse gli occhi. 

    I sensi amplificati dalla tuta e dal sangue d’angelo erano una benedizione in azione, sopratutto nel pianeta gassoso dei loro nemici, buio, dove si fluttuava privi di concetto di alto e di basso, combattendo quasi in silenzio. Lì, con le acclamazioni delle folla e i pensieri dei compagni d’arme che le rimbombavano nella mente erano troppo. Non doveva lasciarsi disorientare. Doveva escludere tutto ciò che non era necessario. Cercare le dissonanze.

    Riaprì gli occhi.

    Se c’era un attentatore e se l’attentatore davvero avesse sparato, allora aveva bisogno di una linea di tiro. In prima fina tra la folla o in posizione sopraelevata.

    Perché quella tensione, quella sensazione di attacco imminente?

    Dopo l’arco di trionfo avrebbero dovuto percorrere la via che si inerpicava verso il palazzo imperiale. Era larga, ma ai lati vi erano, sopratutto nel tratto iniziale, alti palazzi sul cui retro di dipanava un groviglio di stradine. 

    Là era più facile, forse, fuggire, qua prendere la mira e sparare.

    

    Attenta!

 

    L’avviso le rimbombò nella mente con un’impellenza tale da non farle chiedere chi lo avesse inviato.    

    Un lampo di luce riflessa intravisto appena, sulla cima dell’arco di trionfo.

    – Giù! – gridò.

    Si buttò in avanti, spingendo con le mani sulle schiene dell’imperatore e del principe Mikhail.

    Impreparati com’erano, caddero quasi faccia in avanti, urtando il conducente, mentre Victoria allargava le ali sopra di loro.

    Appena due dita sopra la sua testa, sibilò un proiettile, che andò a colpire il retro della vettura.

    Victoria fece appena in tempo a rialzare lo sguardo, quando un secondo proiettile fendette l’aria, seguito da un grido di dolore che le riverberò nella mente, oltre che nelle orecchie.

    Si girò, incredula.

    Appena l’aveva vista agire, Miles si era alzato in volo per raggiungere l’auto imperiale. Si era riparato con un’ala, ma il proiettile aveva trapassato le piume, per andare a conficcarsi sulla sua spalla. Adesso il soldato dalla capigliatura color del sangue si stringeva la spalla ferita, semi inginocchiato sul ponte.

    I proiettili in grado di perforare le tute esistevano davvero.

    E loro erano allo scoperto al centro del ponte.

    – State giù! – gridò senza troppa gentilezza alle loro maestà imperiali, premendo le regali teste verso il basso.

    Intorno a loro e un frastuono confuso di urla, ordini abbaiati dei soldati e nitriti dei cavalli.

    Un terzo proiettile le passò così vicino alla testa da portarsi via alcuni dei suoi capelli.

    Prima di essere raggiunto dalle forze dell’ordine, un cecchino appostato sull’arco di trionfo aveva tutto l’agio di sforacchiarli per bene.

    

    Leonard! Prendi il principe, è un mucchietto d’ossa. Portalo in volo sotto il ponte!

 

    Leonard era più muscoloso di lei e, con le ali più piccole, riusciva a manovrare bene anche in un volo radente. 

    Sempre che fosse riuscito ad avvicinarsi.

    Con i sensi acuiti dalla connessione con la tuta, intuì l’avvicinarsi di un proiettile.

    D’istinto, senza il tempo per escogitare qualcosa di meglio, si portò le ali a protezione del capo.

    Il proiettile fu deviato verso l’alto, ma si portò con sé due piume. Lasciò in cambio la strana sensazione di bruciore fantasma, il dolore a un arto che in realtà non apparteneva al proprio corpo, che accompagnava i danni alla tuta. Non era un vero problema. Le grandi ali si rigeneravano velocemente. Era il fatto stesso di poter essere ferita da un banale proiettile a essere sconvolgente.

    Riuscì a incuneare l’imperatore nello spazio tra il suo sedile e quello dell’autista, che giaceva riverso sul volante. Non era neppure riuscita a prestare attenzione alla sua morte. Mikhail si era raggomitolato su se stesso, tremava, scosso da singhiozzi senza parole. Se le sue ali avessero fornito l’abituale protezione, avrebbe potuto contrattaccare.

    Sbirciò la situazione tra le piume delle sue ali.

    Il cavalli che trainavano il calesse di Leonard erano entrambi a terra. Lui era illeso, dietro i cadaveri degli animali, in attesa di un momento per raggiungerli.

    I militari della scorta erano a diversi livelli di confusione. Anche volendo fare qualcosa, erano troppo lontani per opporsi a dei cecchini dotati, con ogni probabilità, di fucili con mirini di precisione.

    Lei aveva due armi con sé, integrate nella tuta, ma nessuna era progettata per colpire a grande distanza nell’atmosfera terrestre. Sicuramente l’autista era armato, ma dalla posizione in cui era non riusciva neanche a vedere dove fosse finita la sua pistola A Leonard, tuttavia, serviva un poco di copertura.

    Si sporse appena.

    Era in grado di emettere sottili raggi plasma, potenzialmente letali entro una decina di metri. Oltre, il gas ionizzato finiva per disperdersi nell’atmosfera terrestre, cosa che evitava che distruggessero la città ad ogni combattimento nei cieli sopra Pencors. I cecchini, però, probabilmente non lo sapevano.

    Unì le dita nel gesto di attivazione e un fulmine di quasi quindici metri fuoriuscì dalla sua mano.

    Leonard atterrò accanto al portellone della vettura.

    – Principe Mikhail, da questa parte, vi porterò al sicuro.

    Il bambino, però, continuava a tremare, immobile, incuneato sotto il sedile.

    Victoria sparò un secondo raggio.

    Al terzo i cecchini si sarebbero resi conto che erano del tutto innocui.

    I soldati della scorta stavano iniziando a organizzarsi, mettendosi al riparo.

    La folla nella pizza si stava muovendo. Era solo il panico o stavano arrivando rinforzi?

    Quell’istante di esitazione le fece intuire in ritardo l’arrivo di un proiettile.

    – Andate! – gridò

    Si protesse di nuovo con le ali.

    Questa volta, però, il proiettile spezzò un’altra piuma, che saltò via con un rumore secco e arrivò a sfiorarle l’incavo tra la spalla e il collo.

    – Sarà un’avvenuta, Mikhail! – stava dicendo intanto l’imperatore, che era riuscito a caricare il figlio tra le braccia protese di Leonard.

    Stai attento!

    Gli trasmise, mentre si sporgeva per sparare un ultimo fulmine di plasma.

 

    Togliti di lì! 

    L’ordine mentale del generale Morozov le rimbombò nella testa.

    Collegato al pannello tattico, non poteva vedere cosa stesse accadendo su quel ponte, ma percepiva le sue emozioni.

    Victoria trattenne il respiro.

    Leonard aveva preso il volo con il principe tra le braccia. Non era un grosso peso per lui. Si muoveva veloce, per quanto esposto era un bersaglio meno facile di quanto fosse stato a terra.

    Le guardie stavano tutte sparando verso i cecchini, per quanto inutili fossero le loro armi da quella distanza. Stavano cercando di raggiungere l’auto imperiale per estrarre l’imperatore e fargli scudo.

    In volo anche lei sarebbe stata un bersaglio meno facile. Con due colpi d’ala e una picchiata avrebbe potuto portarsi sotto l’arcata del ponte, al sicuro.

    L’imperatore Leopold alzò lo sguardo verso di lei. Aveva gli occhiali storti e un graffio sulla guancia che doveva essersi procurato nel tentativo di mettersi al riparo.

    – Non lasciatemi… – sussurrò.

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Capitolo 21
*** Capitolo 21 ***


Ardal cercava di salire più velocemente possibile la stretta scaletta metallica che conduceva sulla cima dell’arco di trionfo, quando udì il primo sparo.

    Ci aveva messo troppo tempo ad attraversare la pizza gremita di gente.

    Era solo a tre quarti della salita.

    Di sicuro c’erano dei poliziotti mescolati alla folla sottostante. Ma ora avrebbero dovuto gestire anche il panico causato dall’attentato. Nel tempo che ci avrebbero messo a salire fino in cima al monumento un cecchino poteva fare una strage. 

    Chissà? Forse lui aveva avuto l’ordine di uccidere Soilbeir e quello l’imperatore. Se arrivato in cima avesse scoperto che l’unico a cadere era stato Leopold cosa avrebbe fatto, oltre a rischiare di farsi arrestare al posto del cecchino?

    Eppure ciò che gli dava la forza per salire ancora più velocemente, gradino dopo gradino, era una rabbia profonda. Era stato manipolato. Prima, per essere obbligato a vestire i panni dell’attentatore, poi, per distrarre la polizia e dare un’opportunità al cecchino appostato sull’arco di trionfo per scendere. Era quello il suo scopo. Il pedone sacrificabile. L’idiota. Più tardi, alle riunioni dei Figli della Torba Petr avrebbe parlato della sua esecuzione come di un sacrificio piccolo, ma necessario per un bene superiore. Esvele avrebbe fatto lo stesso a quelle dei Corvi. Ma il bene superiore consisteva nell’uccidere una donna che da anni difendeva la città. Adesso l’idea di Ten che ci fosse qualcun altro, gli angeli, a tirare le fila aveva molto più senso. C’era qualcosa di inumano in quel piano, nel distorcere il desiderio di rivalsa e di giustizia del Corvi. Lui forse era un idiota, ma non si sarebbe più prestato a quel gioco.

 

    Rallentò prima di arrivare in cima. I suoi passi affrettati risuonavano troppo sui gradini metallici.  Tuttavia, appena più in basso dovevano risultare coperti dalle urla della folla che impedivano di concentrarsi su qualsiasi altro suono. Quanti colpi erano stati già sparati? Avevano già abbattuto i loro bersagli?

    Con cautela, Ardal fece capolino sul balcone sommitale del monumento. La scala lo aveva portato una decina di metri indietro rispetto al monumento alla Vittoria dove era appostato il cecchino.  Lo vide subito. Era inginocchiato dietro al fucile di precisione montato su un treppiedi. Ardal dubitava che fosse un impuro. Agli impuri il possesso e l’utilizzo delle armi era vietato. Quello era un fucile militare, difficile da occultare, che nessun impuro avrebbe mai avuto l’occasione di imparare a usare. Per quello che ne sapeva, i Figli della Torba reclutavano spesso tra i reduci delle spedizioni militari nelle terre d’Oltremare. Gente che aveva tutti i privilegi, ma che non riusciva a raggiungere i propri sogni e trasformava la delusione in rancore verso l’Impero. Il fatto di non aver simpatia per quel genere di persona non gli rendeva più facile la decisione di sparargli alle spalle. Anche quell’uomo, proprio come lui, era un idiota sacrificabile.

    Provò ad avanzare in silenzio. Tutti i piumati avevano una speciale predisposizione per l’agilità e la descrizione. Il cecchino era concentrato sul proprio lavoro e Ardal camminava quasi senza rumore. Si fermò quando fu solo a un un metro da lui.

    – Getta il fucile – disse. – A questa distanza potrei farti esplodere la testa prima che tu riesca a puntare su di me la tua arma.

    – Sei un poliziotto? Ammazzami – replicò quello, senza voltarsi.

    – Non sono un poliziotto. Se mi dai retta possiamo ancora scendere e mescolarci alla folla prima che quelli salgano – replicò Ardal.

    Era fattibile.

    Si poteva scendere senza passare dalle scale, appendendosi alla struttura metallica del monumento.

    – E se io non fossi interessato? – domandò il cecchino, sempre senza voltarsi.

    Ardal si avvicinò di un passo e posizionò meglio la pistola.

    – Allora morirai.

    Le proprie parole suonavano strane alle orecchie di Ardal. A chi aveva sparato quell’uomo? Chi aveva ucciso? Stava puntando una pistola alla tempia all’uomo che avrebbe potuto uccidere l’imperatore? E per fare quello stava moltiplicando in modo esponenziale le possibilità di essere catturato dalla polizia…    

    Qualcosa nella sua voce dovette tuttavia convincere l’uomo.

    Lentamente prese il fucile con entrambe le mani e lo posizionò a terra al proprio fianco. 

    Ardal riuscì a lanciare uno sguardo verso la piazza e il ponte. C’erano dei cavalli e due dei soldati della scorta a terra. Victoria, con le sue enormi ali, era impossibile da non vedere. Stava armeggiando con la portiera dell’auto a vapore imperiale, nel tentativo di aiutare un uomo a uscirne.

    – E adesso? – disse il cecchino.

    Aveva posato il fucile e teneva le mani ben in vista. Era un uomo sui trent’anni dai tratti squadrati a cui un colpo d’arma da fuoco aveva portato via parte dell’orecchio destro.

    – Davvero mi permetterai di andarmene?

    In modo andasse a dire ai propri capi chi l’aveva disarmato?

    – Per ora ti lascerai perquisire e poi ce ne andremo insieme. Vedrai che troveremo un accordo – disse Ardal.

    Al momento non aveva idee, ma se ne fossero usciti entrambi vivi, forse qualcosa si sarebbe inventato. 

    O forse no.

    Di colpo avvertì un formicolio alla pelle, come una leggera scossa elettrica.

    Alzò gli occhi al cielo. Le nubi sembravano ribollire.

    Un istante dopo lampi di luce bianca attraversarono il cielo.

    Perché non erano suonate le sirene d’allarme? 

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Capitolo 22
*** Capitolo 22 ***


Perché non sono suonate le sirene d’allarme?

 

    Il primo raggio era caduto sull’arco di trionfo. Almeno, doveva aver disorientato il cecchino. Il secondo, però, aveva colpito la piazza. Quante persone erano morte? Quante sarebbero morte nella calca da panico che si si stava scatenando? Dal ponte non sembrava neppure una massa di uomini, ma onde costituite da minuscole entità, granelli, atomi, che si muovevano e muggivano.

 

    Perché evidentemente qualcuno ha disattivato le sirene sulla piazza. Vediamo di evitare una strage

 

    I pensieri del generale Morozov erano calmi, come se parlasse di un acquazzone estivo in arrivo. Sarebbe mai riuscita, un giorno, Victoria a valutare le situazioni con altrettanto distacco? Avrebbe mai voluto arrivare a calcolare con freddezza quale scelta avrebbe portato perdite minori?

    I pensieri del generale tornarono nella sua mente.

 

    Sono tre angeli comuni. E un Generale Angelico.

 

    Anche adesso era tempo di una scelta, e quella era sua.

    Una parte di lei fremeva. Il Generale Angelico era il suo nemico. Il fatto che avesse architettato un piano articolato su due mondi stava a indicare che non lei non era insignificante ai suoi occhi. Era un pericolo effettivo per gli angeli. Non desiderava che finire quello scontro iniziato anni prima. Quasi sicuramente sarebbe morta. Il Generale Angelico aveva avuto anni per pensare a come affrontare uno scontro diretto, mentre loro solo negli ultimissimi giorni avevano iniziato a collegare gli indizi. Entro pochi minuti, quindi, sarebbe morta. Aveva lasciato Ten senza una vera frase di commiato. Senza riuscire a tradurre in parole qualcosa che lui avrebbe potuto portarsi nel cuore, negli anni a venire. E forse anche i compagni che stava per portare con sé sarebbero morti.

    Prese un respiro.

    L’imperatore aveva raggiunto le valenti braccia delle sue guardie del corpo. All’estremità del ponte era arrivata un’auto a vapore blindata della sicurezza. Victoria dubitava che avrebbe resistito a un raggio di plasma angelico, ma sarebbe stato portato al sicuro in breve tempo, mentre la brava gente accorsa per acclamarlo sarebbe stata lasciata a se stessa.

    Era tempo di andare.

    Non dovette davvero chiamare gli altri. Gli ordini trasmessi con il pensiero viaggiavano attraverso canali imperscrutabili, formularli con la mente era più lento che farli eseguire. Così come Morozov non trasmise delle coordinate intelligibili, ma un’informazione che in qualche modo li avrebbe portati a intercettare gli angeli prima che entrassero nella dimensione terrestre.

    Non aveva senso trascinare troppi compagni con sé.

    Leonard.

    Il principe Mikail ormai era al sicuro.

    Insieme a Miles, che era ferito, Leonard era il combattente di maggiore esperienza dopo di lei. La morte lo aveva già sfiorato, era qualcosa di più che una mera ipotesi.

    Manul.

    Era già pronto con la tuta indosso al Quartier Generale. Aveva vent’anni. Era tenace e affidabile, il soldato che chiunque vorrebbe a coprire le proprie spalle.

    Esitò un istante.

    Jude.

    Lui non potevano perderlo. Avevano un ragazzino di tredici anni che avrebbero iniziato ad addestrare con le grandi ali, ma era ben lontano dall’essere pronto. Se sia lei che Jude fossero morti le Ali Nere sarebbero rimaste decapitate per almeno un anno. Ma Jude era un combattente fatto di rabbia e di istinto. Nello scontro con un Generale Angelico non aveva senso rinunciare a quel potenziale. E poi… Lei non c’era stata quando il suo predecessore era morto, anche se aveva già avuto il suo battesimo del fuoco. Era tutta la vita che si chiedeva se la sua presenza avrebbe cambiato qualcosa. Non voleva che per Jude fosse lo stesso. 

    Andiamo.

 

    Saltare nell’altra dimensione era come essere attraversati da una scarica elettrica.

    I fisici dibattevano da secoli sul perché, se tutte le dimensioni coesistevano in uno spazio multiplo, loro riuscissero a raggiungere solo un ridotto strato superficiale di un singolo pianeta gassoso di un’unica altra dimensione. Sul perché gli angeli riuscissero a colpire Fortanéa dalla loro dimensione, lanciando i loro raggi di plasma oltre l’orizzonte del proprio spaziotempo mentre nessuna arma umana si era mai neanche lontanamente avvicinata a un tale risultato. Victoria sapeva solo che il suo corpo odiava saltare. Vi era un istante di buio, di perdita di coscienza all’arrivo. Seguito da un immediato senso di nausea e dalla subitanea certezza di non essere nel posto giusto.

    Riprese consapevolezza nella posizione che aveva imposto alla squadra. Lei aveva un’ala piegata contro il proprio corpo, a difendere se stessa, e una distesa, dietro cui trovavano riparo Leonard e Manul. Jude, più leggero e agile, era esattamente dietro alla sua schiena.

    Due raggi di plasma la colpirono prima che l’aria concentrata dal respiratore arrivasse a riempirle i polmoni e che i suoi occhi si abituassero all’oscurità quasi totale. Il Generale Angelico sapeva con esattezza dove sarebbero apparsi. Le ali li riflessero entrambi, lasciando tuttavia la sensazione di bruciore fantasma. Neppure quelle ali erano fatte per resistere a lungo al plasma di un Generale Angelico. Lui (lei?) era lì, a non più di venti metri da loro, nel buio. Lui, o lei, e gli altri angeli, al contrario di quanto accadeva loro, ci vedevano. Erano a casa loro.

    Giratevi, cercheranno di accerchiarci.

    Il raggio successivo arrivò, come aveva previsto, dalle loro spalle.

    Come sapevano con quel grado di precisione dove sarebbero apparsi?

    Jude, tuttavia, era già pronto. Non era stato il Generale Angelico a cercare di colpirlo e la sua ala bastò a deviare il colpo. E il lampo bastò a Victoria per intravedere il proprio nemico. Si era alzato per colpirla dall’alto. Gli altri angeli, ovvio, si erano abbassati. Ormai sapevano che gli uomini faticavano a ragionare in tre dimensioni. Non importava. Manul, Leonard e Jude avevano esperienza e talento sufficienti per fronteggiare tre angeli. Lei si preparò con le dita della mano per il comando di attivazione l’arma che in quell’atmosfera le era più congeniale, una lungo filamento che veniva percorso da atomi ionizzati, andando a creare una lunga frusta di plasma le cui traiettorie erano poco prevedibili anche per gli angeli. Poi le enormi ali la sospinsero verso l’alto.

    Il Generale Angelico era il suo nemico.

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Capitolo 23
*** Capitolo 23 ***


Il raggio angelico colpì il braccio proteso della vittoria metallica.

    Per un istante tutta la statua brillò di una fredda luce bianca. E per una frazione di secondo Ardal si chiese che effetto doveva fare vista dal basso, rilucere contro il grigio violaceo delle nubi. Emblema eloquente della potenza dell’Impero che si piegava alla potenza ultraterrena degli angeli. 

    Poi vide il braccio della scultura vacillare.

 

*

 

    La frusta al plasma di Victoria sferzò l’aria rarefatta e buia. Sfrigolò sulle ali subito richiuse del Generale Angelico, che immediatamente si ritrasse. Agli occhi della donna il suo nemico era una sagoma nera, più buia del buio, di cui intuiva, più che vedere i movimenti. Victoria sapeva che nel momento in cui avesse visto un’altra luce oltre a quella della propria arma sarebbe stata troppo tardi. Le possibilità di evitare un raggio di un Generale Angelico, o che lui sbagliasse mira, erano nulle. Le grandi ali offrivano una certa protezione, ma venivano comunque danneggiate più di quanto riuscissero a rigenerare. Si avvolse in esse, cercando in contemporanea di cambiare la propria traiettoria di volo.

    Sotto di lei Manul, Leonard e Jude vorticavano in cerchio, nel tentativo di non farsi prendere alle spalle dai nemici. Di quando in quanto Manul e Leonard arrivano a mettersi quasi schiena contro schiena, mentre Jude si alzava al di sopra delle loro ali, cercando una linea di tiro. Tre contro tre era un rischio, ma l’esperienza dei primi due e l’intuizione del terzo faceva pendere l’ago della bilancia a loro favore. Quello che doveva evitare era che i raggi del Generale Angelico li colpissero. O che raggiungessero di nuovo la terra.

 

*

    – Va’ a trovare gli angeli, idiota! 

    L’urlo del cecchino arrivò in contemporanea al calcio del suo fucile contro il suo braccio.

    Senza volerlo davvero, Ardal premette il grilletto, ma il colpo partì verso l’alto.

    Non ebbe tempo per maledirsi per la propria distrazione. Il colpo successivo del cecchino era rivolto alla sua faccia. Ardal cercò di chinarsi per evitarlo, ma quella, se ne rese subito conto, non era una rissa di strada. Quell’uomo non era un impuro disperato o un teppista di periferia. Era un militare addestrato alla lotta. Il manico del fucile lo colpì tra la mandibola e il collo, mandandolo a colpire di schiena la grata metallica del pavimento. 

    Quando riaprì gli occhi il suo campo visivo era del tutto occupato dalla canna del fucile, puntato contro la sua faccia.

    – Non dirmi che non te la sei cercata – fece il cecchino, con un ghigno storto.

 

*

    Il plasma del Generale Angelico bruciava. Bruciava le piume e la struttura interna delle Grandi Ali come nessun’altra cosa poteva fare.

    Era solo una questione di tempo.

    Intanto, però, coperto da Victoria, Jude era riuscito a ferire uno dei tre angeli, costringendolo ad allontanarsi.

    La donna non poteva vedere il combattimento che si svolgeva dietro di lei. Lo intuiva dai pensieri che il compagni d’arme le trasmettevano. Manul e Leopold dovevano continuare a spostarsi, rimanendo tuttavia abbastanza vicini da offrire riparo a Jude. E questi, nascosto da un lato dai loro corpi e dall’altro da quello di Victoria, cercava un varco per colpire. Da lontano, probabilmente, il loro combattimento doveva apparire come una un’intricata, bellissima coreografia. Anche le farfalle, quando volano le une vicine alle altre in realtà stanno combattendo. Quello che alle persone sembra un’espressione di leggiadra bellezza è in realtà un affare cruento di morte.

    Tre piume dell’ala destra di Victoria cedettero di colpo. Subito Il bruciore iniziò a irradiarsi dal fianco, dove parte il raggio era riuscito a penetrare, lacerando la tuta.

 

    Protezione diminuita

 

    Trasmise il messaggio mentre sentiva il sangue che le colava tra la pelle e la tuta. Mosse l’ala integra, cercando una posizione per contrattaccare, ma non c’era.

    Il Generale Angelico ora conosceva la portata della sua frusta di plasma e se ne teneva appena fuori. I raggi avevano traiettorie troppo prevedibili perché riuscissero a colpirlo.

    Il grido mentale di Leonard le penetrò la mente.

    Senza dargli il tempo per relazionare sui danni, Victoria ne forzò il rientro nella dimensione terrestre. In uno scontro del genere un soldato a mezzo servizio era inutile. Lei stessa era inutile. Troppo lontana per risultare una minaccia per il Generale Angelico. Troppo fragile per offrire una vera protezione ai propri commilitoni.

    Con il capo protetto dalle proprie ali, Victoria non poteva vedere il proprio nemico. Eppure ne intuiva la presenza. Così come sapeva dove fossero Manul e Jude, sapeva dove stava il Generale Angelico. Si mosse alla cieca nell’atmosfera rarefatta, nell’istante preciso in cui era necessario per intercettare un raggio di plasma. Altre due penne evaporarono, tornando gas nel gas, ma lei sentì appena il bruciore fantasma, dove la tuta venne scalfita dalle particelle ormai indebolite.

 

    Situazione?

 

    la risposta di Jude arrivò in una frazione di secondo.

 

    Li teniamo per le palle.

    Che doveva essere interpretata più o meno come «venderemo cara la pelle».

    Victoria si raggomitolò su se stessa.

    Un solo strato di penne non era sufficiente contro il plasma del Generale Angelico. Intercettò un altro raggio, che non riuscì a penetrare fino alla tuta.

    Il combattimento si svolgeva in continuo movimento. Ora lei era direttamente sopra a Jude e Manul che continuavano a scambiarsi di posizione, nel tentativo di disorientare i propri avversari. Erano veloci nei movimenti. Gli angeli erano ancora più in basso. Si muovevano più come pesci nel mare che come uccelli nel cielo. Al contrario degli uccelli, i pesci non hanno nidi a cui tornare, le acque sono la loro dimora e non hanno la necessità di lottare costantemente contro la gravità. I movimenti degli angeli erano all’apparenza più lenti, ma più fluidi di quelli degli uomini. Si stancavano meno. La loro strategia era solo quella. Sfiancare le ali nere fino a che non avessero commesso uno sbaglio. Poi avrebbero potuto dedicarsi al loro obiettivo.

    Nessuno sapeva come facessero, se fosse tecnologia o magia, ma gli angeli aprivano varchi tra le dimensioni. In basso, Victoria ebbe una fugace visione del proprio punto di partenza. Minuscola, in basso, stava Pencors, si poteva indovinare persino il fiume e il ponte dove il combattimento era di fatto cominciato. Eppure, se gli uomini avessero scagliato un razzo da quel ponte non avrebbero mai raggiungo la dimensione degli angeli. Una delle lune, forse, ma mai quello strano mondo gassoso, che supponevano essere un pianeta di un altro universo, in cui ora si trovavano.

    Victoria si girò di nuovo per intercettare un altro raggio. 

    Il Generale Angelico si teneva fuori tiro, forse era per quello che i suoi attacchi risultavano prevedibili. In qualche modo, Victoria sapeva sempre dove doveva essere per intercettare in raggio. Le ali stavano cedendo. La ferita al fianco non poteva essere ignorata per sempre. Ma, forse, poteva dare il tempo agli altri di eliminare i due angeli gregari. Forse, il Generale Angelico da solo non avrebbe attaccato la capitale.

    La morte di Manul le esplose nel cranio insieme al grido mentale di Jude. le si bloccò il respiro e il suo stesso cuore perse un battito.

    Il raggio del Generale Angelico arrivò prima che potesse posizionarsi. 

    le scorticò la spalla, prima di proseguire verso Jude, il varco e la superficie terrestre.

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Capitolo 24
*** Capitolo 24 ***


L’ultima cosa che vedo. La rabbia di un uomo disperato quanto me. Contro cui mi sono accanito senza motivo.

    I pensieri di Ardal correvano assurdamente veloci mentre attendeva che il cecchino facesse fuoco contro di lui. Il tempo, ebbe ancora il tempo di pensare, è solo una questione di percezione. Poi l’espressione dell’uomo cambiò. Lo sguardo si fece sgomento, fisso su qualcosa che stava accadendo più indietro rispetto ad Ardal. Poi tutta la struttura metallica dell’arco di trionfo tremò.

    Ardal non attese si vedere la reazione del cecchino. Rotolò di lato. Sentì la propria camicia, impigliata nella grata metallica, strapparsi. Sentì il colpo del fucile partire appena in ritardo sul suo movimento. Il proiettile doveva essere arrivato proprio dove un attimo prima c’era la sua testa. Dov’era finita la sua pistola? La vide, sbalzata fin sotto la ruota del carro della Vittoria. Tutta la scultura ora era un poco sbilenca, spostata verso destra, mentre la Vittoria ora aveva solo il moncone di un braccio mozzato contro il cielo gonfio di nubi violacee. Con cautela, Ardal controllò la posizione del cecchino, che non sentiva più muovere.

    L’uomo era in piedi, con il proprio fucile in mano, del tutto dimentico del proprio avversario, stava guardando verso il centro città.

    Ardal si alzò a sua volta in piedi. Appena oltre l’arco di trionfo una voragine si apriva sulla strada che conduceva verso la parte alta della città. Le persone vi sciamavano intorno. Impossibile valutare il numero dei corpi che non si muovevano o che si dibattevano a terra. Quanta gente era fuggita dalla zona della sparatoria solo per morire lì?

    – Andiamocene da qui – disse. – Sono quei soldati che volevi uccidere che ora stanno cercando di impedire che questo accada in tutta la città.

 

*

 

    Victoria si avvitò su se stessa nel tentativo di offrire un bersaglio meno ovvio. 

    La spalla era un’esplosione di dolore. Presto, lo sapeva, avrebbe perso troppo sangue per riuscire a mantenersi in movimento. Il mondo degli angeli era freddo, quel freddo ora le sarebbe penetrato nel corpo attraverso lo squarcio nella tuta. L’ipotermia, aggravata dalla perdita di sangue, sarebbe giunta in fretta. Quanto ancora per raggiungere Manul?

    La rabbia di Jude irruppe con furia sopra ogni altro pensiero.

 

    Non abbiamo finito il lavoro!

 

    Un Generale Angelico e due angeli avrebbero raso al suolo la capitale. 

    Se per loro tutto era perduto, che almeno non lo fosse per Pencors. Per tutti coloro che vi vivevano. Per Ten.

    Victoria spiegò le ali. Non aveva più senso proteggersi, se nel farlo esponeva al rischio la città. Il Generale Angelico non l’avrebbe uccisa con un singolo colpo. Non ancora. 

    Jude cerca di difendersi da due angeli. Nessuno poteva farlo. Una delle sue ali era ridotta a brandelli, non poteva quasi più manovrare. Anche il braccio destro doveva essere ferito, anche se la sua volontà era così salda che non le aveva trasmesso il proprio dolore. Adesso Jude fluttuava proprio al varco aperto tra le dimensioni, in mezzo tra i due angeli che cercavano di colpirlo. 

    Victoria si gettò in picchiata come se lei fosse un falco e Jude la sua preda.

    Aprì le ali per frenare quando fu a meno di mezzo metro da lui e poi le richiuse intorno al corpo del ragazzo.

    Tre raggi la colpirono in contemporanea. I due degli angeli ordinari, diretti a Jude, furono riflessi senza problemi dalle Grandi Ali. Il terzo, del Generale Angelico, la prese all’esterno della coscia destra, per poi proseguire verso il varco. Neppure con la sua carne e il suo sangue poteva salvare Pencors.

 

    Destra o sinistra?

 

    Chiese a Jude.

 

    Sinistra.

 

    Victoria avrebbe voluto avere il tempo per dedicare a Jude una frase di commiato. Per scusarsi per la gioia che aveva provato nel momento in cui si era scoperto che era compatibile con le Grandi Ali. Per chiedere perdono per averlo addestrato solo per portarlo a quel momento, a neppure sedici anni. Ma non c’era tempo.

    Aprì le ali per scagliarsi verso l’angelo alla propria destra. La frusta di plasma illuminò la penombra in contemporanea al raggio dell’angelo. Questi, però, non era un Generale Angelico. A Victoria bastò una minima deviazione per evitarlo. La frusta, invece, arrivò con millimetrica precisione al collo dell’angelo. 

    Victoria non rimase a guardare l’effetto del suo colpo. Avvolse di nuovo le ali intorno al proprio corpo per intercettare il colpo del Generale Angelico, che questa volta fu assorbito con solo qualche danno dalle ali. Quanti ne avrebbe retti ancora? Nonostante il respiratore, iniziava ad avere la sensazione che non ci fosse abbastanza ossigeno per lei. Non sentiva più la gamba destra. Aveva importanza? Non aveva più nessuno da proteggere. Jude?

    Era ancora vivo. Non sembrava aver subito nuovi danni, ma non riusciva a valutare la situazione del suo avversario. Né aveva tempo per voltarsi a controllare la situazione.

    Vagli contro!

    Ordinò.

    Era esattamente quello che aveva intenzione di fare lei con il Generale Angelico. Si mosse decisa  nella sua direzione. Si schermò con noncuranza. Il raggio diretto al suo viso vaporizzò tutta la parte terminale dell’ala sinistra.

    Mi spiace per le Grandi Ali, pensò. D’ora in poi le Ali Nere avrebbero dovuto imparare a farne a meno. 

    Jude era vicinissimo al suo avversario. Li percepiva entrambi. Non era ancora stata trovata una spiegazione scientifica al motivo per cui con le Grandi Ali fosse possibile forzare il passaggio dimensionale delle altre Ali Nere. Ne percepiva la presenza e imponeva la propria volontà. Le menti, si ipotizzava, entravano in risonanza, così come facevano gli atomi che aveva una stessa origine. Ora lei li percepiva entrambi. Jude e l’angelo. E per entrambi forzò il passaggio.

    Vivi!

    Gridò alla mente di Jude.

***

Il mercenario rimase un istante a fissare Ardal con sguardo impenetrabile, poi annuì.

    Con pochi, rapidi movimenti piegò il proprio fucile. Si guardò intorno, valutando i resti disfatti del cavalletto, poi scosse il capo.

    – Non so cosa volevi fare, ragazzo, ma su una cosa hai ragione – disse. – Siamo piccoli in un gioco troppo grande. L’unica cosa che mi importa è la mia vita. 

    Senza mai dargli le spalle, arretrò fino alla scala a pioli che conduceva ai livelli più bassi del monumento. In quel momento, con chissà quanti morti sulla strada, nessuno avrebbe badato a loro. Ardal stesso si sentiva del tutto svuotato, annichilito dalla situazione. Mentre il cecchino iniziava la discesa, un altro raggio angelico apparve tra le nubi. Cadde qualche centinaio di metri più verso il centro città. Vi fu un nuovo tremito e poi un boato sordo e infine una nube di polvere si sollevò oltre i tetti, dove un edificio doveva essere crollato. Le urla provenienti dal basso erano solo un brusio di fondo.

    Ardal si rese conto di essere caduto in ginocchio, aveva le mani aggrappate alla grata del pavimento. Doveva andarsene. E in fretta. Se l’arco non fosse crollato, qualcuno prima o poi sarebbe arrivato anche lassù. Avrebbero trovato le cose lasciate dall’attentatore. Doveva scendere prima che qualcuno, laggiù, riprendesse a ragionare. Di sicuro sapevano che avevano sparato dalla cima dell’Arco di Trionfo. 

    Alzò lo sguardo verso il cielo carico di nuvole livide. Tre sagome alate solcavano i cieli. Erano soldati delle Ali Nere. Ardal non sapeva perché non andassero nella dimensione degli angeli, dato che lì dov’erano la loro inutilità era palese. Non sapeva. Quella era l’essenza di tutta la situazione. Scosse il capo. In quel momento vide le nubi muoversi in circolo, mentre la sensazione di essere percorso dalla corrente lo investì. 

    Come gli era già capitato di vedere, due figure apparvero dove prima c’era solo aria. Una era un angelo. Subito, le tre Ali Nere in volo vi si diressero contro. Un altro raggio balenò nel cielo, finendo da qualche parte verso la periferia della città. La seconda figura per un attimo si mantenne in volo, ma un’ala si sgretolò sotto gli occhi di Ardal. Bastò un refolo di vento e le piume si dispersero come cenere, si intravide per un istante una sorta di scheletro e poi anche questo si disfece. Con un grido, che Ardal immaginò, più che sentire, il soldato iniziò a precipitare.

    Jude, perché quello non poteva che essere Jude, cercò di controllare la caduta con l’ala che era rimasta. Riuscì a spostarsi verso l’arco di trionfo, ma non abbastanza per atterrarvi sopra. Ardal sentì il rumore del suo corpo che impattava contro la balaustra, proprio sotto il carro della Vittoria.

    – Jude! – gridò Ardal, mentre si precipitava a sua volta verso la scultura.

    Arrivò alla balaustra e si sporse. Non c’era nessun corpo con attaccata una sola ala nera sulla pavimentazione sotto l’arco. Anche le persone erano defluite da quello che avevano capito essere l’epicentro del pericolo. Poi sentì una sorta ringhio strozzato. Guardò più vicino a sé. Vide una mano inguantata di nero attaccata a una delle traverse metalliche che costituivano la struttura dell’arco, circa tre metri più in basso dei suoi piedi. La mano proseguiva con un braccio e tutto il corpo di Jude, ancora avvolto nella tuta di volo, che non lasciava libero neppure un brandello di pelle. O, almeno, così sarebbe stato, se il braccio sinistro non fosse stato squarciato. La tuta si apriva come la buccia bruciata di un frutto, lasciando esposta la ferita, da cui emergeva l’osso spezzato.

    Ardal represse una bestemmia.

    – Resisti! – gridò.

    Dal cappuccio nero e lucido della tuta gli rispose un mugolio.

    L’impuro non voleva chiedersi quanto poteva resistere un ragazzo che si stava dissanguando in quella situazione. Non voleva chiedersi neppure se lui avesse la forza di portarlo in salvo. Prese un respiro e scavalcò la balaustra.

    L’arco di trionfo era costruito con un reticolo di travi metalliche. Ogni trave a sua volta era realizzata con travetti obliqui che tenevano ben fermi i quattro listoni metallici che ne costituivano i lati. Tra una trave e l’altra c’era uno spazio che variava dai pochi centimetri ai tre metri. Ogni anno squadre di operai specializzati lo percorrevano per intero alla ricerca di bulloni ossidati da sostituire. Arrampicarcisi sopra, quindi, non doveva essere un’impresa disperata. Col nevischio misto a cenere che aveva ripreso a scendere e la battaglia aerea contro l’angelo ancora in corso da qualche parte tra le nuvole non era neppure banale.

    – Sto arrivando. Non mollare.

    Ardal continuava a parlare ad alta voce. Non riusciva neppure a immaginare quali fossero le condizioni di Jude. Doveva continuare a mantenerlo sveglio, aggrappato alla vita. 

    La suola di una scarpa scivolò sul metallo bagnato del travetto obliquo. Ardal si trovò più in basso, con le dita scorticate nel tentativo di trovare un nuovo appiglio. Il mugolio allarmato di Jude, però, gli disse che l’altro era ancora vivo e lucido.

    – Sto bene, arrivo – disse, cercando di usare un tono calmo e discorsivo.

    C’era quasi davvero. 

    Riuscì a portarsi allo stesso livello di Jude. Si aggrappò bene con la mano sinistra, mentre si sporgeva per cingere il ragazzo sotto le spalle.

    Appena percepì il suo tocco, Jude mollò la presa, afflosciandosi. Per un istante il peso rischiò di sbilanciarli, ma Ardal si rese conto di riuscire a tenerlo. Jude era ancora più leggero di quanto si fosse aspettato. Un ragazzetto, un mucchietto d’ossa, tutto quello che li difendeva dagli angeli.

Lo strinse a se, cercando di non far urtare il braccio ferito. Il capo era del tutto ricoperto dalla tuta. C’erano lenti scure dove stavano gli occhi ed emergeva la protuberanza del respiratore, il cui sibilo era l’unica testimonianza che Jude fosse vivo.

    – Aggrappati, se riesci – gli sussurrò.

    Ci fu un mugolio, poi con un movimento stanco, il ragazzo riuscì a passare il braccio sano dietro il collo di Ardal.

    Con cautela, scesero fino a che trovarono una piastra metallica orizzontale larga abbastanza perché due uomini vi potessero sostare. Piano, Ardal adagiò Jude in modo che la schiena appoggiasse sul pilone. Bisognava fare qualcosa subito per il braccio. Il sangue che ormai impregnava i vestiti del giornalista era un segnale fin troppo evidente che non si poteva aspettare. Quando fu sicuro che il ragazzo non sarebbe caduto, si tolse la cintura.

    – Dobbiamo bloccare la perdita di sangue – disse.

    Jude mosse la mano sana fino a premere un meccanismo alla base del collo. La maschera che gli copriva il viso si divise in due parti che si aprirono ai lati del capo. Con un movimento sfinito si sfilò il respiratore dalla bocca. Era pallidissimo, con le labbra bianche e gli occhi verdi vitrei dentro orbite scavate e livide. I capelli biondi erano incollati al capo, fradici di sudore. Eppure, nel vederlo, qualcosa si smosse dentro ad Ardal. Per un attimo pensò che si sarebbe messo a piangere. Per nascondere l’emozione, si affaccendò sul braccio ferito.

    – L’angelo che è saltato con me? – sussurrò Jude.

    – Non lo so – replicò Ardal.

    Perché la cintura di cuoio fungesse da laccio emostatico doveva trovare qualcosa per fare dei nuovi buchi. Estrasse dalla tasca il proprio temperino e si mise all’opera.

    – Mi salvi sempre – constatò Jude.

    – Siamo cento cinquanta metri d’altezza su un trespolo senza parapetto, nel mezzo di un attacco angelico e tu ti stai dissanguando. Non essere precipitoso – borbottò.

    Il ragazzo gli concesse un sorriso che ne accentuò ancora di più la stanchezza e il pallore.

    Ardal si chiese se il laccio improvvisato fosse sufficiente per attendere i soccorsi. Era impensabile affrontare la discesa col ragazzo in quelle condizioni. Avrebbero atteso lì dov’erano i suoi commilitoni delle Ali Nere. A loro avrebbe potuto dire la verità, o almeno una parte consistente di essa, spiegando di aver individuato il cecchino appostato in cima all’arco di trionfo. Ma se il suo intervento non fosse stato sufficiente… Se Jude…

    – Dimmi se hanno ucciso l’angelo – biascicò il ragazzo.

    Ardal lanciò uno sguardo di sbieco al suo viso esangue. Sospirò. Cercò di aggrapparsi al meglio e si sporse il più possibile oltre la struttura. Quello che vide fu un cielo ingombro di nubi cariche di neve e di cenere. Non vide né angeli, né Ali Nere. Non c’era alcuna traccia neppure di Victoria ed era quasi sicuro che quello non fosse un buon segno.

    – Ehi!

    La voce di Jude lo fece rientrare e girare di scatto.

    – Tutto bene? – chiese.

    Il ragazzo sembrava avere occhi enormi, le uniche macchie di colore nel volto bianco.

    – Hai le piume. Sei un impuro – disse.

    Ardal si era del tutto dimenticato che la propria camicia si era strappata quando era rimasta impigliato sulla griglia della pavimentazione della terrazza sommitale.

    

 
 
 
 
 
  

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Capitolo 25
*** Capitolo 25 ***


  Siamo rimasti noi due.
  
 Trasmise Victoria. Era certa che almeno alcuni angeli percepissero i suoi pensieri.

    Da qualche parte sotto i suoi piedi, il corpo di Manul fluttuava insieme a quello dell’angelo che aveva ucciso. In realtà stavano cadendo con la lentezza dovuta alla scarsa gravità del pianeta degli angeli, verso il centro imperscrutabile di quel mondo. Non aveva modo di recuperare il corpo del commilitone. Manul aveva una madre che veniva a trovarlo ad ogni giorno libero portando torte alla frutta che il ragazzo divideva con i compagni. Col proprio stipendio aveva garantito una buona dote a una sorella che gli scriveva spesso. La madre e la sorella, adesso, avrebbero avuto solo una lapide grigia, senza neppure una vera tomba su cui versare le loro gocce di sangue. Chissà se anche gli angeli, come loro, squartavano i corpi dei nemici uccisi per usarli in qualche modo? Chissà cosa ne avrebbero fatto del suo…

 

    Morirai.

 

    La risposta dell’angelo arrivò nitida alla sua mente come una voce disincarnata, né maschile né femminile, priva di espressione.

 

    Lo so.

 

    Un altro raggio di plasma si portò via quasi un quarto dell’ala sinistra. Di questo passo si sarebbe trovata incapace di manovrare prima di essersi avvicinata abbastanza al proprio nemico. Stava cercando di evitare i colpi piroettando in traiettorie che continuavano a cambiare. Ma era una strategia dispendiosa. Il braccio destro era intorpidito e il sangue aveva creato un’intercapedine tra la sua pelle e la tuta su tutto il lato destro del corpo. Stava iniziando a tremare. Presto non sarebbe riuscita neppure a controllare i propri movimenti. La prima volta che si erano scontrati, il Generale Angelico non aveva neppure cercato di finirla. Le aveva strappato il respiratore e poi se ne era andato, lasciandola agonizzare in quella penombra fredda e inumana. Victoria sperò che questa volta volesse assicurarsi di aver finito il lavoro. Entrambi, o entrambe, stavano pagando il prezzo dei propri errori precedenti.

 

    Quanto dobbiamo assomigliarci…

 

    Il Generale Angelico non si degnò di rispondere. Il raggio successivo creò un buco nell’ala messa a protezione del corpo e arrivò fino al fianco di Victoria. Più si avvicinava e più era difficile evitare i colpi e le sue ali sembravano non aver più alcun potere di protezione. Il Generale Angelico poteva sapere se era ancora viva? Lei aveva consapevolezza delle condizioni dei suoi soldati, ma la sua percezione degli angeli era vaga, prima di riuscire a forzare il passaggio dimensionale dell’angelo che combatteva con Jude non era neppure sicura che non fosse pura suggestione. Cercò di muoversi verso l’alto, verso quello che percepiva come alto, ma fu troppo lenta. Sentì il piede sinistro esplodere di dolore. Troppo. Sputò il respiratore nell’istintivo conato di vomito che la colse. Annichilita dal dolore, non era difficile svuotare la mente e lasciare che il corpo sussultasse, prima di fluttuare inerte.

    Il Generale Angelico girò tre volte intorno al corpo di Victoria, sempre più vicino. Sapeva calcolare quanto tempo ci impiegava a soffocare un corpo umano privo di respiratore? A parti invertite, Victoria sarebbe riuscita a trattenersi dall’avvicinarsi per un tempo sufficiente da minimizzare i rischi?

    Un raggio la raggiunse di nuovo alle gambe. Era stato lanciato senza l’intenzione di essere letale. Come le zampate che i gatti lanciano ai topi quando vogliono capire se reagiscano ancora, se ci sia ancora tempo per giocare. I muscoli di Victoria si contrassero senza che lei potesse controllarsi. Il Generale Angelico si avvicinò ancora. Victoria era tutt’uno con proprio dolore. Ne fluttuava immersa. Anche i polmoni iniziavano a bruciare. Si mosse finché aveva ancora controllo di sé.

    Si protese in avanti, repentina. Il braccio sinistro saettò, mentre attivava la frusta al plasma.

    Quasi percepì lo sgomento del Generale Angelico, ma fu un istante. 

    La frusta lo raggiunse al collo, recidendone d’un colpo la testa.

 

    Victoria rimase un istante a guardare attraverso il dolore il corpo che fluttuava di fianco al suo. La testa staccata aveva tratti indefiniti, scuri nella penombra. Aveva grandi occhi allungati. Non era chiaro se avesse un naso, mentre una spaccatura poteva essere una ferita o la bocca. Non aveva capelli. Era del tutto aliena, nulla aveva a che fare con gli uomini. Eppure per un istante, quando le loro menti si erano toccate, erano state così simili… Sarebbero rimaste così? A fluttuare vicini, scendendo piano fino a toccare il nucleo del pianeta?

    Poi il corpo di Victoria fu percorso dagli spasmi. L’ultima rivolta del suo organismo all’insufficienza di ossigeno, mentre i pensieri si spegnevano uno ad uno.

        

    La morte rimane un mistero. C’è un peso preciso che i corpi perdono al momento del decesso. È una costante che si ripete su ogni pianeta, in ogni universo noto. Forse la morte non è che un salto dimensionale che solo una parte dei nostri corpi compiono, forse, la parte che determina chi siamo. Forse è la chiave d’accesso a uno dei complicati Aldilà degli uomini. Forse c’è un unico Aldilà dove le dimensioni non contano e le diversità biologiche si annullano. Secondo alcuni sarebbe lo spazio che sta oltre gli universi li racchiude tutti. Forse è una scommessa che vale la pena di compiere. Morire entrambi e sperare di svegliarsi là dove il tempo e lo spazio non contino. È un tradimento raggiungere prima la fine a cui si è comunque destinati? Provare, una volta per tutti, che il tempo è davvero soltanto una variabile, un’illusione che ci abbaglia tutti.

    Insieme, per sempre. La tentazione di tutti gli amanti.

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Capitolo 26
*** Capitolo 26 ***


Ten fece in modo di rientrare nel pianeta degli uomini vicino al suolo. Le sue ali tornarono braccia in tempo per sorreggere il corpo di Victoria. La testa del fratello sorella rotolò a terra a poca distanza da dove si posarono i suoi piedi nudi. Si guardò intorno. 

    Era difficile calcolare con precisione le coordinate, ma il posto andava bene. Si trattava di una bassa collina erbosa da qualche parte a sud di Pencors a non troppi chilometri dal luogo in cui Victoria era cresciuta. Ten poteva sentire nell’aria i miasmi della città, ma una decina di metri davanti a lui di l’erba terrestre lasciava il posto ai licheni che ricoprivano il suolo sassoso con il loro tallo foglioso che si era fatto bruno rossiccio all’approssimarsi dell’inverno. Dal cielo che si andava scurendo, la neve stava prendendo a scendere con più intensità e Ten sentiva, con la strana intensità del suo corpo in quel mondo, i fiocchi che si scioglievano in acqua a contatto con la sua pelle.

    Con delicatezza, adagiò Victoria a terra. Le Ali erano in una condizione misera. Anche quel movimento cauto determinò il distacco ci alcune penne. In alto si vedevano le ossa bianche. Ma le cellule dell’Alto Angelo erano ancora vitali. Il collegamento era ancora attivo. Era il sangue di Victoria a vascolarizzare le ali e questo, almeno per il momento, la manteneva in vita. Non per molto ancora. Ten si prese comunque un istante per se stesso. Premette il pulsante che controllava l’apertura del cappuccio e rimase a guardarne il viso pallido e immobile emergere. Poteva lasciarla così. Sarebbe scivolata dall’incoscienza alla morte senza ulteriori sofferenze. Le Ali col tempo si sarebbero rigenerate. Gli uomini avrebbero continuato ad asservire ai loro scopi le spoglie di chi un tempo era stato come lui. I mondi sarebbero andati avanti senza di Victoria. Lui avrebbe completato la propria Rotta e poi l’avrebbe raggiunta, scoprendo se la morte annullava o aumentava la distanza che li separava. Sarebbe cambiato qualcosa?

    Aveva lasciato il proprio mondo pensando di non farvi ritorno. Gli algoritmi predittivi avevano portato i suoi genitori ad annullarsi completamente per permettergli di vivere per un unico scopo. Nella certezza che la sua vita aveva un valore minore di quella di chi lo aveva preceduto. Al contrario del fratello sorella non si era mai ribellato al proprio destino o messo in discussione il proprio ruolo. Vivere su quel pianeta, tuttavia, aveva esacerbato la sua personalità, facendo emergere un egoismo che prima gli era estraneo. Ora che era rimasto a guardare la sua uccisione senza intervenire, capiva il fratello sorella. Non aveva senso desiderare ciò che non era proibito.

 

    Con un movimento preciso si portò il polso alle labbra e lo morse a fondo, fino a che il proprio sangue, denso e scuro, non iniziò a colargli sul mento e a gocciolare verso Victoria.

    Penetrò attraverso le sue labbra dischiuse senza che la donna se ne avesse coscienza. Ten chiuse gli occhi per non farsi distrarre dagli stimoli troppo vividi di quel mondo. Ognuna delle gocce di sangue era composta da cellule che provenivano dal suo corpo. Di cui lui aveva coscienza. Poteva seguirle ad una ad una, percepire come interagivano con i tessuti di Victoria e indirizzarne gli effetti. Non era preoccupato. La compatibilità di Victoria al sangue di Alto Angelo era pressoché totale. Ten non sapeva dire se fosse un effetto voluto. Se qualcuno come lui, due o tre generazioni umane prima, non di più, fosse sceso su pianeta allo scopo preciso di generare un discendente in grado di combattere contro la propria stessa gente quasi da pari. O se fosse solo la genetica casuale che governava la riproduzione umana, la lotteria dei geni recessivi, ad aver creato Victoria. Ne era grato, in ogni caso.

    Il sangue, con la sua capacità di attivare la produzione di cellule staminali, ci avrebbe messo del tempo ad agire. Ma anche i compagni di Victoria ci avrebbero messo del tempo a trovarla. Aveva la possibilità di continuare il lavoro.

    Entrare nel suo corpo in quel mondo lo faceva giungere a un’intimità così profonda col suo essere che Victoria stessa non vi aveva accesso. Era inebriante quasi quanto amarla alla maniera degli uomini. Ma era un’intrusione di cui lei non era cosciente e che forse non avrebbe autorizzato…

    Per prima cosa si assicurò che potesse sopravvivere. Bloccò le principali emorragie, fece riassorbire il sangue che si stava propagando all’interno del corpo. Il suo piede… Quanto era consapevole Victoria del danno che aveva subito? Avrebbe avuto di nuovo un piede destro per quando fossero arrivati a prenderla. Non poteva, però, guarirla del tutto. Non sarebbe stato credibile. Non poteva sottrarla alla sofferenza. Per quello c’era solo la morte, la vita rimaneva un affare crudele. La spalla, il fianco, il piede, i suoi soccorritori avrebbero dovuto trovarli feriti. Con ferite gravi su cui affaccendarsi. Questo significava che sarebbero rimaste delle cicatrici. E le cicatrici la facevano soffrire. Victoria si crucciava per il suo seno destro in un modo che pareva assurdo considerando che si trattava di una parte del corpo che le convenzioni sociali imponevano di tenere nascosto. Ma Ten non aveva la pretesa di sapere quale fosse il rapporto degli esseri umani con i loro corpi così fragili. Loro, che non sapevano che aspetto avrebbero avuto al cambio di dimensione, ma che avevano consapevolezza ogni componente di ogni cellula di cui erano composti, come avrebbero potuto giudicare le piccole ansie di controllo su loro stessi che avevano gli esseri umani? Avrebbe potuto dare il comando alle cellule di Victoria di riparare quella cicatrice. Un paio di giorni e i due seni sarebbero tornati identici. Ma sarebbe stato difficile da spiegare. E quella cicatrice faceva parte di lei, la rendeva unica ed era un segno tangibile del fatto che era sopravvissuta all’impensabile. Ci sarebbe stato altro da affrontare. Ten non prevedeva il futuro, non aveva più accesso alla creazione di algoritmi predittivi. Ma nessuna vita era facile per gli uomini e la cenere che gli si fermava addosso, invece di sciogliersi insieme alla neve, era una promessa di ulteriori difficoltà. Anche lui avrebbe voluto poter portare incisa sul proprio corpo la prova delle proprie capacità di sopravvivenza… 

    Andò in profondità. Quel primo scontro col fratello sorella, anni prima, avevano danneggiato i suoi polmoni. La sua capacità respiratoria ne era stata un poco limitata. Questo era qualcosa che poteva essere riparato, almeno in parte. Le sue corde vocali… Ten non aveva mai sentito la vera voce di Victoria. Provò un desiderio repentino e pungente per quel suono che non aveva mai udito, che non sapeva se la donna rimpiangesse. Ma anche quello avrebbe suscitato domande.

 

    Riemerse con fatica, di nuovo consapevole dello strato di neve, cenere e frammenti di alghe celesti che si stava depositando sull’erba. Aveva freddo. Il suo sistema immunitario era iper reattivo alle minacce di quel mondo, ma là dove un uomo si sarebbe assiderato anche il suo corpo provava disagio. Per quanto malmessa, la tuta di Victoria, invece, rappresentava ancora una protezione. Bene. Lei sarebbe vissuta e lui non doveva farsi trovare completamente nudo nei pressi del suo corpo. Non doveva farsi trovare completamente nudo da nessuna parte. L’orrore per la nudità di Fortanéa era qualcosa di sconcertante, ma come molte altre cose, doveva accettarla senza pretendere di metterla in discussione.

 

    Guardò la testa mozzata del fratello sorella. Sul loro pianeta erano quasi indistinguibili. Lì la diversità dei corpi era pari a quella degli spiriti. Era una sorella, quindi. Sul loro pianeta non si curavano del sesso. Era scritto nei loro geni, ma non c’era dimorfismo e da innumerevoli generazioni avevano abbandonato una riproduzione sessuata. Nel balzo, i loro corpi si adattavano alle mutate condizioni ambientali e assumevamo una forma con cui poter interagire con gli uomini. Alcune differenze latenti, scritte nei geni, ma che non avevano motivo di manifestarsi nel loro mondo d’origine diventano di colpo macroscopiche. Era una femmina, quindi. Dalla pelle chiara e gli occhi di un raro violetto. Nessuno l’avrebbe scambiata per una jiquinita. Nessuno avrebbe mai supposto una parentela. Neppure lui, incontrandola per caso in una strada della capitale. 

    Poi la realtà della sua morte lo colse di colpo come un proiettile vagante che abbia finalmente trovato il bersaglio, insieme a tutti i ricordi che aveva di lei. Non aveva capito nulla di lei. Pensava che la sua fosse vigliaccheria, la rivolta puerile contro la Rotta. Fomentare la rivolta, alimentare il sogno di un mondo umano sottomesso pensava fosse solo un modo per autogiustificarsi. Invece era stata sincera fino a morire per la propria causa. Aveva di certo avuto modo fino all’ultimo di sottrarsi allo scontro, ma non lo aveva fatto. Doveva essere genuinamente convinta che la cosa migliore per tutti fosse far tornare gli angeli quello che in origine erano nella mente degli uomini. Esseri superiori, servitori di una divinità che non si mostrava mai. Qualcuno da cui essere dominati. Aveva manovrato la corte imperiale, ma anche gli impuri. Ten sapeva quanto fossero sincere le maschere che ci si metteva nel mondo degli uomini. La rabbia degli impuri per la palese ingiustizia del loro trattamento doveva essere diventata la sua rabbia. Di sicuro nel mondo che sognava, sotto il suo dominio illuminato, ci sarebbe stata una sorta di giustizia. La conosceva abbastanza per sapere che secondo lei una palese dominazione angelica sarebbe stata la cosa migliore anche per gli uomini, tutti quanti. Poteva darle torto? Quali certezze aveva che seguire la Rotta fosse più nobile e il suo fine più giusto? L’unica certezza era che lei era morta. Con la testa in una dimensione e il corpo in un altro nessuno poteva salvarla. Aveva portato lui lì quella testa a quello scopo preciso. Perché non potesse più uccidere Victoria. Per quello aveva tradito la morte dei loro genitori. Tra sua sorella, la creatura più simile a lui di tutto il multiverso, e un’aliena che non sapeva nulla, aveva scelto quest’ultima sull’onda di cosa? Una passione comunque destinata a interrompersi? Un’intuizione? Un sogno, anche il suo, destinato a un epilogo altrettanto inglorioso o forse peggiore? 

    Ora, i solerti ingegneri delle Ali Nere avrebbero frantumato quella testa per estrarne fino all’ultima goccia di sangue, per utilizzare ognuna delle cellule dei suoi tessuti in modi che Ten si sforzava di non immaginare. Il suo cervello non sarebbe stato deposito insieme agli altri, nel Nucleo. Tutto di lei sarebbe andato perduto. Guardò gli occhi spenti, semi aperti, dalle iridi di un raro violetto. Poi adagiò Victoria e si alzò in piedi. Si incamminò solo, nudo, nella neve, con il ricordo di quegli occhi morti come unico compagno.

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