L'assedio degli angeli

di Tenar80
(/viewuser.php?uid=192826)

Disclaimer: Questo testo proprietà del suo autore e degli aventi diritto. La stampa o il salvataggio del testo dà diritto ad un usufrutto personale a scopo di lettura ed esclude ogni forma di sfruttamento commerciale o altri usi improri.


Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Capitolo 1 ***
Capitolo 2: *** Capitolo 2 ***
Capitolo 3: *** Capitolo 3 ***
Capitolo 4: *** Capitolo 4 ***
Capitolo 5: *** Capitolo 5 ***
Capitolo 6: *** Capitolo 6 ***
Capitolo 7: *** Capitolo 7 ***
Capitolo 8: *** Capitolo 8 ***
Capitolo 9: *** Capitolo 9 ***
Capitolo 10: *** Capitolo 10 ***



Capitolo 1
*** Capitolo 1 ***


Ciao a tutti, lettori affezionati o viaggiatori alla ricerca di storie.
Inizia qui una lunga, lunga avventura in un mondo Steampunk dove gli angeli vogliono distruggere l'umanità e l'umanità, per altro, è parecchio brava a farsi del male da sola.
Scoprirete una società di stampo vittoriano che si divide nettamente in due categorie. I cittadini liberi e gli impuri, persone con tratti fisici che richiamano gli angeli o i demoni. Gli impuri possono essere solo schiavi e un bambino nato con tali tratti viene ucciso immediatamente o consegnato alle autorità. La famiglia avrà in cambio un piccolo risarcimento.
La storia dovrebbe dipanarsi mano mano in modo comprensibile (o almeno questo è l'intento), dato che si tratta però di un progetto molto articolato, esistono già dei racconti ambientati in questo stesso universo nella serie di racconti L'assedio degli angeli – preludi. Non è obbligatorio leggerli, anzi, alcuni nascondono degli spoiler, ma se volete dare un assaggio a questo mondo con racconti più brevi, siete i benvenuti.

Non ci sono avvertenze particolari. Ho segnato come coppie "Het" perché tutte le coppie in essere lo sono. C'è però un marcato pre slash, già da questo capitolo, ma al momento rimane tutto nella testa di uno dei personaggi.

Spero davvero che questa storia possa trovare dei lettori e ringrazio fin da ora chi le dedicherà del tempo








    In principio era…

    È così che cominciano le storie degli uomini.

    Io non so cosa ci fosse al principio.

    So che c’erano gli Angeli, di aria e di tenebra, e che c’erano i Demoni, di fuoco e di rabbia. E ciascuno sapeva che l’altro era lì e non lo poteva toccare.

    Il desiderio fu il primo errore.

    Cambiarono il flusso stesso delle dimensioni per trovare un mondo di mezzo, un luogo per entrambi estraneo dove potersi incontrare rivestiti di corpi nuovi.

    Il secondo e più grave errore fu l’amore.

    L’amore che essi provarono l’uno per l’altro, per quel mondo sconosciuto, per i loro inaspettati figli.

    Bisogna essere molto vicini per arrivare a ferirsi a morte.

    Lasciarono un mondo devastato, in cui si dibattevano i loro figli deformi, né angeli né demoni, gli uomini. E agli uomini continuavano a tornare, come solo si può tornare da un amore che è stato distorto dalla sorte.

    E non c’è pace al richiamo per la nostalgia di un mondo che, in realtà, non è mai stato nostro.

 

 

 

CAPITOLO 1

 

25 Brumaio 896

    

    Il pub aveva un aspetto accogliente, ma niente lo distingueva dai tanti locali analoghi presenti a Pencors. Un oste di mezz’età dal viso rubicondo si preparava a spillare birra. Una schiava impura con zoccoli al posto dei piedi, procace il giusto, stava sistemando i tavoli di legno. Ci voleva uno sguardo più attento per notare che non c’erano quasi macchie sulla pelle color vinaccia che foderava i divani e che il piano, in un angolo a lato del bancone, era tutt’altro che dozzinale. La Quercia d’argento era un locale che faceva di tutto per nascondere la propria natura elitaria sotto una patina di anonimato. 

    Almeno, pensò Ardal, l’oste non sembrava avere l’abitudine di scacciare i clienti comuni, dato che lui era sistemato al suo tavolo laterale da che il locale aveva aperto, una mezzoretta prima. Si faceva scudo con il boccale di birra scura, ma nessuno aveva messo il dubbio il suo diritto a stare lì, anche se i fogli di giornale che stava leggendo appartenevano al quotidiano Il Flusso, non proprio il genere di letture a cui di solito si dedica una clientela altolocata. Se si fosse saputo che non solo leggeva quel giornale, ma era lui stesso a scrivere gli articoli in cui si difendevano le rivolte operaie e le proteste degli impuri, come avrebbero reagito i due damerini in abiti eleganti che stavano entrando proprio in quel momento? Bevve un sorso di birra. La situazione sarebbe diventata ancora più interessante se i damerini avessero scoperto che sotto la giacca e la camicia delle fitte, corte piume nere gli ricoprivano la schiena. O, meglio, sarebbe stata interessante per uno spettatore esterno, non certo per lui, che sarebbe stato arrestato all’istante in quanto schiavo fuggiasco. A quel punto si sarebbero potuto fare delle scommesse. Sarebbe stato ucciso dalle botte delle guardie solo per il loro divertimento, o sarebbe sopravvissuto abbastanza per essere processato e quindi impiccato una volta scoperta la sua identità precedente? Rabbrividì. Nessun abito elegante dava il potere di vedere attraverso i vestiti. Aveva la fortuna di poter nascondere la propria natura e aveva avuto la prontezza di cogliere la sua occasione. Non era più un fuggiasco, ma un cacciatore. Il problema era che la sua preda era quanto mai elusiva.

    La foto più recente del colonnello Soilbeir, ex comandante sul campo delle Ali Nere, risaliva al Nevoso dell’anno prima, quando era stata data la notizia del suo ritiro dal servizio attivo. L’articolo che la corredava era stato scritto da uno dei suoi più pignoli colleghi e se diceva che il colonnello aveva svolto missioni di combattimento per più di dieci anni era vero. Tuttavia l’immagine mostrava un uomo di non più di venticinque anni. Posava impettito nell’uniforme scura carica di decorazioni e i capelli lunghi, portati infilati nella giacca, circondavano un volto dalla bellezza levigata, quasi efebica. Ardal lo avrebbe immaginato facilmente a un ballo di corte, un po’ meno a uccidere angeli nella loro dimensione. Ma era così che lo descrivevano i pochi che l’avevano incontrato, un uomo alto di una bellezza quasi irreale, lo sguardo fermo e la voce roca. L’unico uomo negli ultimi settecento anni, se l’indiscrezione era vera, ad aver sconfitto un Generale Angelico. Di certo, la persona vivente che ne sapeva di più degli angeli. Ma da che si era ritirato nessuno lo aveva visto. Un uomo di quella fama avrebbe dovuto essere ospite fisso a corte e monopolizzare le pagine di cronaca mondana e invece si era come vaporizzato. Neppure il suo successore si faceva vedere molto in giro, ma questo Ardal lo capiva. In Ventoso il nuovo colonnello delle Ali Nere, George Bojos, non era riuscito a bloccare un attacco angelico che aveva colpito il centro della capitale. Fosse andato distrutto un quartiere operaio o una piantagione in cui lavoravano schiavi impuri nessuno gliene avrebbe fatta una colpa. Invece a essere raso al suolo era stato un collegio prestigioso e i nobili che avevano perso o visto ferire i propri rampolli ne avevano chiesto le dimissioni. Bojos si era congedato un mese dopo, vaporizzandosi come il predecessore. Al momento non si sapeva neppure chi guidasse le azioni delle Ali Nere. Il vecchio generale Morozov li coordinava da terra, ma da che Ardal ricordava c’era sempre stato un comandante operativo riconosciuto, che sfilava nella parate di Nevoso spiegano le enormi ali della sua tuta da combattimento, che le ragazze adoravano e i ragazzi ammiravano. Bene, se davvero era il giornalista che riteneva di essere avrebbe trovato Soilbeir e lo avrebbe convinto, o costretto, a raccontare tutto quello che sapeva degli angeli.

 

    La porta del pub si aprì di nuovo. A entrare questa volta fu un ragazzo che non sembrava possedere l’età legale per farlo. Più basso di Ardal di tutta la testa, aveva capelli biondissimi che ricadevano fin sulle spalle che probabilmente aiutavano a farlo sembrare più giovane, perché si muoveva con tutta la sicurezza del mondo. Andò ad appoggiarsi con il gomito sul bancone del bar in quella che pareva una posa abituale.

    – Non hai l’età per bere alcolici – sbuffò l’oste, che evidentemente lo conosceva.

    – Posso lavorare, posso uccidere, posso bere – replicò il ragazzo, stizzoso.

    – Può essere – borbottò l’oste. –  Io però non voglio guai, Jude. Se ti offrono da bere, invece, nessun problema. Se canti magari succede.

    Jude indicò il pianoforte.

    – Non canto se nessuno suona. E nessuno suona decentemente da che non c’è più Vic.

    Ardal piegò i giornali e si alzò.

    – Io suono – disse. – E se tu canti decentemente ti offro una birra.

    Il ragazzo si voltò a soppesarlo. Aveva occhi verdi da gatto e l’espressione di chi è pronto a graffiare. Indossava una giacca color senape di buona fattura su cui Ardal vide una piccola spilla tondeggiante. Vi erano due ali nere in un cerchio d’oro. Quindi l’informazione era giusta e quel pub era uno dei ritrovi delle Ali Nere. E quel ragazzo dal viso da bambino era già un soldato, o almeno un cadetto. Un giorno si sarebbe rivestito di una tuta con attaccate ali di un angelo morto per andare in un altra dimensione per combattere i loro nemici. Non aveva neppure sedici anni…

    Cercando di non pensarci, Ardal si sistemò al piano. Erano cinque anni che non suonava con continuità. Negli ultimi tempi lo aveva fatto solo in qualche locale, su piani come quello, ma assai più malmessi, a disposizione, per ascoltatori alla buona. Se non altro il pub era ancora semi vuoto.

    – Cosa suoni? – gli chiese Jude.

    Era ancora vicino al bancone, ostile, come se Ardal gli avesse appena pestato un piede.

    – Dipende da cosa canti – replicò lui, ostentando indifferenza.

    A giudicare dall’abbigliamento del ragazzo poteva arrivare la richiesta di uno di quei nuovi pezzi sperimentali in dodecafonia che Ardal non avrebbe saputo in alcun modo eseguire.

    – Fanciulla di palude? – propose Jude.

    Ardal inarcò un sopracciglio. Fanciulla di palude era un canto popolare ai limiti del sovversivo, dal momento che raccontava di una giovane madre che uccideva il figlio impuro per non consegnarlo come schiavo. Oltre tutto era per lo più cantato da voci femminile. Ma era una melodia popolare che Ardal conosceva fin da quando era bambino e non avrebbe rischiato di sfigurare.

    – Ok – fece, prima di iniziare a suonare.

    Se aveva pensato che quel canto non si addicesse a Jude, dovette ricredersi subito.

    Il ragazzo aveva ancora una bellezza androgina e una voce da adolescente e il canto ebbe il potere di spianargli in viso, sostituendo l’espressione corrucciata con una tristezza struggente. Si sarebbero potute iniziare guerre, pensò Ardal, per una bellezza del genere.

    – Chi può dire che la tua vita sia stata infelice?

    Hai conosciuto il mio ventre, i miei baci, il mio rapido coltello.

    Nessuna lacrima di cuore spezzato, nessun lutto a oscurare il cammino.

    Chi può dire che la tua vita sia stata infelice?

    Senza focalizzare del tutto l’emozione, Ardal sentì un groppo formarsi alla base della gola, mentre le dita, quasi incespicavano su una nota.

    Il locale si stava rapidamente riempiendo e tutti stavano ascoltando rapiti. Ma quanti di quei damerini in completi di lana pettinata o in preziosa alpaca d’importazione, sentivano la verità di quelle parole? La loro madre non aveva dovuto porsi quelle domande. Quando erano nati erano stati adagiati sul loro grembo. Erano stati riempiti di baci affettuosi, ricoperti di un affetto che non era venato di disperazione. Sua madre, invece, lei quelle domande se le era fatte tutte, quando il suo primo figlio era nato con la schiena coperta di piume. E più avanti, nei suoi anni di schiavo, Ardal aveva quasi rimpianto il fatto che lei non lo avesse ucciso. Perché era vero. Se fosse morto allora, se ne sarebbe andato senza conoscere l’infelicità.

    Assorto com’era nei propri pensieri e nella musica, si accorse all’ultimo momento che un uomo si era avvicinato al pianoforte. Era un individuo alto tra i venticinque e i trent’anni che vestiva con un’eleganza così marcata da essere fuori luogo persino tra la clientela della Quercia d’argento. Indossava una giacca di broccato color castagna con dei ricami dorati, mentre la cravatta era fermata da una spilla su cui brillava una gemma rossa. I capelli castani gli ricadevano sulle spalle. Jude cercava di fingere di non averlo visto con un’ostentazione che stava ad indicare una famigliarità di lunga data o un reale disagio. Ma, dato che il ragazzino continuava a cantare, anche Ardal continuò a suonare fino al termine della canzone. Quando l’ultima nota sfumò nell’aria, il nuovo arrivato si avvicinò ancora di più a Jude e fece per allungare una mano verso il suo viso, quasi per accarezzarlo.

    – Dobbiamo andare, Occhi di Smeraldo – disse, con una voce bassa e profonda.

    Jude si ritrasse. Fosse stato un cane, pensò, Ardal, avrebbe mostrato i denti, abbassato le orecchi e preso a ringhiare. 

    – Mi scambi per qualcun altro, Chris. Io non sono una ragazza – soffiò.

    – Che peccato – sorrise Chris, sornione.

    Portava degli occhiali dalla montatura tonda dietro cui brillavano occhi tra il castano e il verde.

    Jude continuava a guardarlo come se avesse voluto cavarglieli, quegli occhi.

    – Sto cantando. E poi lui mi offrirà da bere – ringhiò, indicando Ardal.

    Dal canto suo l’impuro aveva cercato di sembrare parte stessa del pianoforte. Chiamato in causa, si limitò a fare un breve inchino col capo, per rafforzare le parole del ragazzo. Non voleva guai. Sopratutto in quel locale. Ma se il bellimbusto avesse voluto davvero creare problemi a Jude avrebbe lasciato correre?

    L’uomo, però, si limitò a scuotere il capo.

    – Mi spiace – disse, con espressione di colpo seria. – Dobbiamo proprio andare.

    E a sottolineare le proprie parole si sfiorò una spilla appuntata alla giacca, che quasi spariva in mezzo alle decorazioni del tessuto. Era tonda, d’oro, con ali nere stilizzate al centro.

    Anche Jude, visto il gesto, sfiorò la sua, come se cercasse una conferma.

    – Cosa…? – mormorò.

    Chris scosse il capo.

    – Andiamo. Ti spiego fuori.

    Jude sospirò e poi si voltò verso Ardal, in cerca di una frase per accomiatarsi.

    – Me lo ricordo che ti devo una birra – disse questi con un sorriso.

    Il ragazzo annuì.

    La sua espressione era mutata ancora. Adesso era decisa, dura, per nulla adolescenziale. In neppure un’ora Ardal lo aveva visto trasformarsi almeno tre volte. Si chiese chi esattamente fosse e quale ruolo ricoprisse a neppure sedici anni all’interno delle Ali Nere. Lo guardò uscire dietro a Chris, poi si alzò dal pianoforte e si diresse anch’egli verso un’uscita secondaria.

 

    La notte di Brumaio era fredda e satura d’umidità. Aveva smesso di piovere da appena tre ore e ovunque sul selciato si vedevano le pozze che riflettevano la luce dei lampioni a gas. Ancora una volta, la pioggia era stata di acqua mista a cenere e l’odore caratteristico, con una nota di zolfo, aleggiava nella notte. Si era levato il vento, però, e aveva spazzato via le nubi e la caligine quasi perenne che gravava su Pencors. Oltre i tetti dei palazzi il cielo era terso e Gwyryf, la luna principale, incombeva sulla città, enorme, con i suoi crateri dai contorni argentati. Quella era una sera da tre lune. Si vedeva infatti anche uno spicchio verde di Edrych, la sentinella, e una falce calante violetta della maligna Chary. Tra i lampioni e le lune non mancava la luce, ma neppure le ombre. Ardal si mosse in fretta. Considerando le spille che quei due portavano non potevano che essersi diretti verso il quartier generale delle Ali Nere, una sorta di quartiere fortificato a circa cinquecento metri dal pub.

    Li intravide, infatti, neppure un minuto dopo, fermi uno slargo della strada ravvivato da un’aiuola da cui spuntava una sola pianta dai rami spogli. Se non fosse stato un impuro, Ardal non avrebbe avuto speranza di udire la loro conversazione. Ma, tutto sommato, ora che era giornalista doveva ammettere che qualche vantaggio lo aveva. Molti dei suoi colleghi ancora non si capacitavano di come lui riuscisse ad ottenere le proprie informazioni. Non che Jude stesse sussurrando…

    – Non c’è un attacco in corso. Si può sapere perché mi hai fatto uscire? Stavo solo cantando, quel tipo sapeva quasi suonare…

    – George è morto – disse Chris, secco.

    Ardal era troppo lontano per vedere l’espressione di Jude e la sua nuova trasformazione. Ma vide tutto il suo corpo irrigidirsi all’istante. 

    – Cosa…? – emise Jude, come se qualcuno lo avesse colpito in pieno stomaco.

    – Si è sparato. Lo hanno trovato un’ora fa in casa sua – neppure la voce di Chris era ferma.

    – Non è possibile – ringhiò Jude.

    – Non l’aveva presa bene, i morti di Ventoso e il congedo…

    Quindi, pensò Ardal, il morto era il colonnello George Bojos, il sostituto di Soilbeir.

    – Mi spiace – disse ancora Chris.

    Fece per mettere una mano sulla spalla di Jude, ma questi si scostò, stringendosi le mani al petto e allontanandosi di un passo.

    – Maledetto perdente – mormorò il ragazzino tra i denti. – Era più facile così, per te, che rimanere con noi a lottare…

Ritorna all'indice


Capitolo 2
*** Capitolo 2 ***


Ottobre sarebbe il mio mese preferito, perché ne adoro l'esplosione di colore, il sole ancora gradevole e l'assenza di fioriture a cui sia allergica. Peccato che sia anche il mese in cui vengo sommersa dal lavoro.
È quindi con colpevole ritardo che arrivo con il secondo capitolo. Finalmente la storia entra nel vivo e conosciamo altri personaggi.
Buona lettura!





CAPITOLO 2

 

    Più che un corpo militare, quello delle Ali Nere sembrava un ordine monastico. Avevano anche un cimitero separato, nel punto dove la capitale si trasformava in campagna, circondato da un alto muro, perché gli sguardi casuali neppure sfiorassero quelle lapidi. Queste spuntavano a file regolari dal prato punteggiato qua e là da alberi ora spogli. Lastre tutte uguali di granito grigio con inciso un nome, un grado e due date. Le lastre più vecchie avevano muschio che le ricopriva quasi per intero e portavano solo un nome e una data, senza grado. Sembravano avere più di trecento anni. Forse, le Ali Nere erano più vecchie persino dell’impero di Fortanèa.

    Appostato dall’alba su un albero vicino al muro di cinta, Ardal aveva avuto tutto il tempo di osservare le lapidi. In secoli le Ali Nere non avevano trovato una vera soluzione al problema degli angeli. Di fatto cercavano solo di limitare i danni dei loro attacchi e spesso questo di risolveva nel portare lo scontro sopra i villaggi, i quartieri operai o dove vivevano gli impuri. Insomma, l’importante era che i morti fossero solo povera gente. Come altri, anche Ardal aveva avuto il dubbio che quella fosse una scelta voluta. Un popolo terrorizzato è più facile da controllare. Secondo Esvele era tempo di smettere di considerare le Ali Nere intoccabili. Anzi, se i Corvi avessero dimostrato di essere in grado di danneggiarli forse l’intero castello di menzogne imperiali avrebbe iniziato a crollare. Eppure quelle lapidi parlavano di un prezzo altissimo pagato dai soldati dalle Ali Nere. Erano quasi tutti morti  intorno ai vent’anni, a volte prima. La maggior parte dei cognomi era di estrazione popolare, ma non ne mancavano di più altisonanti e qua e là spuntava un titolo nobiliare. Troppi morti, troppo giovani perché fosse tutta una montatura imperiale. Ardal non era contrario, il linea di principio, all’uso della violenza, col suo passato come avrebbe potuto? Se gesti eclatanti potevano spingere altri impuri a ribellarsi alla loro condizione di schiavi, allora valeva la pena di compierli. Tuttavia, prima di considerare gli ufficiali delle Ali Nere un bersaglio era intenzionato a conoscerli più a fondo.

 

    Il funerale del Colonnello George Bojos si era svolto in mattinata, in forma più dimessa che privata. Quattro uomini sui trent’anni avevano portato la bara e tra questi Ardal aveva riconosciuto un Chris in alta uniforme, con i gradi di maggiore. Lui per primo si era punto il dito con lo spillone d’oro per versare tre gocce di sangue sulla bara, prima che fosse ricoperta di terra. Era presente solo una decina di persone, tra cui una coppia di sessantenni affranti che l’impuro suppose fossero i genitori. Non c’erano Jude, né il generale Morozov, né tanto meno l’elusivo Soilbeir. Quella mattina, tuttavia, c’era stato un attacco angelico. Nulla di pericoloso per la popolazione, non erano neppure suonate le sirene di allarme. Ardal, però dalla sua postazione sull’albero, aveva visto a est il cielo come ribollire, cosa che avveniva quando le dimensioni si sfioravano, quasi aprendosi l’una sull’altra. Le Ali Nere dovevano aver fermato gli angeli prima che riuscissero a penetrare nell’atmosfera terrestre e l’impuro aveva supposto che questo giustificasse numerose assenze al funerale.

    Mezzogiorno era passato e l’immobilità, insieme alla mancanza di un pasto e di una sosta al bagno, iniziavano a pesare su Ardal quando la sua pazienza fu ripagata. Un gruppetto di quattro persone si stava avvicinando alla lapide di Bojos. A guidarlo era il generale Morozov in persona. Un uomo ormai anziano, con il cranio pelato, i baffoni bianchi e una gamba meccanica. Camminava appoggiandosi a un bastone e dando l’altro braccio a una donna alta oltre la sessantina, avvolta in una lunga pelliccia di visone. Dietro di loro c’era Jude, vestito nell’uniforme nera dai ricami dorati delle Ali Nere, impettito e con lo sguardo serio nel viso ancora da bambino. Più dietro ancora, stretto in un lungo cappotto grigio, con in una mano un bastone da passeggio e nell’altra una rosa rossa, veniva il colonnello Soilbeir in persona. Camminava a capo chino, con i lunghi capelli di un biondo chiarissimo che gli ricadevano sciolti sulla schiena.

    Ardal era troppo lontano per udire cosa si stava dicendo il quartetto, ma attraverso il binocolo vide Jude girarsi verso Soilbeir con la sua espressione da cane aggressivo per ringhiargli qualcosa. Per tutta risposta il colonnello fece un passo deciso verso il ragazzo e lo abbracciò. Jude fece per dibattersi, ma poi finì per rilassarsi quasi suo malgrado e ricambiare l’abbraccio.

    I quattro proseguirono poi fino alla tomba di Bojos. Soilbeir depose la rosa ai piedi della lapide, sulla terra smossa e poi versò tre gocce del suo sangue. Anche gli altri tre lasciarono l’offerta rituale sulla tomba. Il generale Morozov si fermò qualche istante a fissarla, borbottando qualche parola, finché Soilbeir gli posò una mano sulla spalla. Ardal sospirò. Le sue informazioni erano giuste. Le Ali Nere erano un gruppo chiuso, molto unito, praticamente impenetrabile. Nessun giornalista era mai riuscito ad avvicinarli per un’intervista che fosse qualcosa di più di un secco comunicato stampa autorizzato dall’imperatore. L’unica possibilità, ora che l’aveva individuato, era seguire Soilbeir per scoprire dove abitasse e poi, in qualche modo, avvicinarlo e conquistarne la fiducia. Sempre che ora non si chiudessero tutti e quattro a villa Morozov.

    Fu fortunato.

    C’era un’automobile a vapore ferma proprio all’uscita del cimitero, ma vi salirono solo i coniugi Morozov e Jude. Ci fu una breve discussione, che Ardal seguì a distanza di sicurezza, per convincere Soilbeir ad accettare un passaggio, ma l’uomo rifiutò scuotendo il capo, dirigendosi a piedi verso il centro della Pencors.

 

    Soilbeir camminava a passo spedito lungo la strada che costeggiava uno dei tanti canali che percorrevano la capitale, anche se di tanto in tanto si fermava all’improvviso, colto da chissà quale pensiero, ad osservare un albero o un brandello di cielo. Erano ancora quasi in campagna, con l’argine sulla sinistra ricoperto d’erba, ma davanti a loro si vedevano le ciminiere e le sagome scure delle fabbriche della periferia mentre la rocca del palazzo imperiale era solo un’ombra scura sul fondo del campo visivo. Ardal si teneva a distanza. Nessun altro stava percorrendo quella strada e per un lungo tratto ancora non c’erano svolte. Preferiva evitare che Soilbeir avesse anche solo il sospetto di essere seguito. 

    Ancora non riusciva a formulare un pensiero preciso a proposito delle Ali Nere. Esvele ne parlava come dei cani dell’imperatore. Durante la parata per la Festa delle Forze Armate sfilavano subito dopo l’imperatore stesso con le loro strane tute nere con attaccate ali strappate agli angeli sconfitti in battaglia. Eppure, ora che l’aveva vista a fianco del generale, Ardal aveva focalizzato sua moglie come quella Delia Morozov. Amica personale dell’imperatrice madre e nonostante questo arrestata almeno tre volte per le sue posizioni a favore del diritto di voto delle donne e contro la loro esclusione dalle università. Il comandante in capo delle Ali Nere, quindi, era il marito di un’estremista. Il loro figlioccio, o quello che era, cantava in pubblico Fanciulla di palude. E infine c’era quell’enigma vivente dell’uomo che gli camminava davanti, col viso e le movenze da ballerino di corte, un cognome da zappaterra del nord e di cui nessuno poteva aggiungere una terza caratteristica.

 

    Sul limite tra il non farsi notare e non perdere la propria preda sul lungo rettilineo che costeggiava il canale, Ardal cercava di essere, se mai Soilbeir si fosse voltato, solo un punto indistinto in fondo alla strada. L’impuro non prestò molta attenzione, quindi, quando vide l’uomo fermarsi, portare una mano al collo e subito voltarsi verso l’argine. Le cose cambiarono quando Ardal vide Soilbeir estrarre una lama da quello che si rivelò essere un bastone spada, mentre tre figure, una delle quali con corna ben visibili, si lanciavano verso di lui dall’argine.

    Evidentemente, alcuni dei Corvi non condividevano le sue perplessità e avevano deciso di passare all’azione. Anche loro dovevano aver avuto la notizia della morte di Bojos e deciso di approfittare dell’occasione. Forse si erano appostati nel cimitero non così lontano da lui e neppure se n’era accorto.

    Soffiando tra i denti un’imprecazione, Ardal corse avanti. Da quella distanza era quasi impossibile azzardare un tiro preciso su un bersaglio in movimento con la pistola da tasca che si era portato appresso.

    I tre aggressori erano armati di lunghi coltelli, ma, nonostante la superiorità numerica, il loro primo assalto fu bloccato da Soilbeir. Teneva la lama con una mano e il fodere con l’altra, combattendo come se avesse due armi con una grazia sinuosa. La sua fama di combattente, constatò Ardal, era del tutto giustificata.

    Con un balzo riuscì a sfruttare appieno la propria altezza. La lama andò a colpire l’aggressore con le corna alla gola, mentre il fodero intercettò la lama di un altro avversario. 

    Era comunque uno scontro di tre contro uno.

    Ardal vide che uno dei tre si era allontanato di un passo. Approfittò di un’esitazione di Soilbeir per lanciare il proprio pugnale, che andò a colpire il colonnello alla spalla destra.

    Ardal lanciò un grido, nella speranza di farli fuggire. Era ancora troppo lontano per sparare, ma iniziò a estrarre la pistola.

    Vedendo il compagno a terra con la gola squarciata e Soilbeir in affanno, i due Corvi avevano deciso di portare a termine la propria aggressione.

    A parte lui, la strada era del tutto deserta.

    Ardal cercò di correre ancora più veloce. 

    Con la sinistra, Soilbeir, sempre con un ginocchio a terra, riuscì a colpire con il fodero l’avversario più vicino in piena faccia, ma una macchia scura si stava allargando dove il pugnale ancora penetrava nella spalla. 

    Il terzo impuro, di cui ora Ardal vedeva le piume che gli ricoprivano il dorso della mano, incombeva su di lui. Aveva sicuramente visto il giornalista, ma a questo punto non gli importava più di avere un pubblico. Anzi, forse era proprio quello che voleva.

    Senza dargli il tempo di agire ancora, Ardal alzò il braccio destro e fece fuoco.

    Colpì l’impuro, un piumato come lui, in pieno petto.

    Per la seconda volta nella sua vita aveva ucciso. Questa volta lo aveva fatto per salvare quello che alcuni consideravano uno dei simboli della loro oppressione.

    Nello stesso istante Soilbeir si accasciò al suolo.

    Il terzo aggressore, con la faccia piena di sangue, il labbro e forse un dente spaccato dal colpo del colonnello, lo guardò con occhi sgranati.

    Era di certo un impuro anche lui anche se, come per Ardal, la sua deformazione poteva essere nascosta dagli abiti. Forse lo aveva riconosciuto. Forse si erano incontrati a qualche riunione. Forse avevano applaudito entrambi a uno dei discorsi di Esvele. Forse era rimasto a guardare, mentre Ardal si allontanava con la donna.

    – Vattene! – gridò Ardal, sparando un colpo due palmi sopra la sua testa.

    Il giovane, non poteva essere più vecchio di lui, non se lo fece ripetere due volte e corse a gettarsi nel canale, il modo più rapido per togliersi di lì.

    Ardal corse verso Soilbeir.

    L’uomo era a terra con gli occhi socchiusi. Aveva una seconda ferita, sottile, al collo, che si stava tastando con la mano sinistra.

    Di colpo Ardal non aveva la più pallida idea di cosa fare. Non era certo quello il modo in cui intendeva presentarsi al colonnello. Non aveva alcuna nozione di pronto soccorso e l’uomo poteva morirgli dissanguato tra le braccia.

    Con uno sforzo evidente, Soilbeir aprì gli occhi. Come gli avevano raccontato, aveva iridi chiarissime intorno a pupille dilatate.

    – Narcotico… – sussurrò.

    Con la mano sporca di sangue cercò di raggiungere la piccola spilla tonda che anche lui portava appuntata al risvolto del cappotto, ma svenne prima di riuscirci. La mano ricadde inerte, lasciando una striscia di sangue sulla lana grigia del soprabito.

    Prima di farsi del tutto prendere dal panico, Ardal vide che le ali nere sulla spilla erano in leggerissimo rilievo. Si diceva che le Ali Nere possedevano strani marchingegni che funzionavano con il sangue d’angelo. Del resto non erano una leggenda che le loro tute che permettevano di raggiungere la dimensione degli angeli. Schiacciò le ali, sperando che potessero in qualche modo richiamare dei soccorsi e sparò un colpo in aria. Qualcuno, di certo, aveva sentito il rumore. Sarebbero arrivati ad aiutarli. Giusto?

    La macchia di sangue sul cappotto, tuttavia, si andava allargando in modo preoccupante. Soilbeir forse era naturalmente pallido, ma ad Ardal adesso pareva che fosse del colore della neve. E, considerate le pupille dilatate, era probabile che la sua ultima parola avesse senso. A una delle riunioni dei Corvi aveva sentito qualcuno vantarsi della propria abilità con la cerbottana.

    Ardal si sforzò di deglutire. Non era restando a guardare Soilbeir dissanguarsi che avrebbe ottenuto le informazioni che cercava. Sul narcotico o il veleno non poteva niente, ma per prima cosa bisognava fermare l’emorragia.

    Per prima cosa cercò nelle tasche, sue e di Soilbeir, dei fazzoletti puliti da usare come garza di fortuna. Con una certa sorpresa, scoprì che il colonnello usava fazzoletti ricamati con motivi a fiori.

    Quando gli allentò la giacca saltò fuori una collanina d’oro con un pendente a forma di lettera V tempestato di gemme. Non un gioiello particolarmente lezioso e tuttavia Ardal non se lo sarebbe aspettato su un uomo. Quando però gli aprì la camicia, l’impuro si trovò davanti a della biancheria ricamata con al di sotto una fascia che poteva solo nascondere dei seni. 

    Il colonnello Soilbeir, l’eroe di Fortanèa, era una donna.

    

    Ardal rimase inebetito a fissare gli inequivocabili segni di quella scoperta, nonostante una parte della sua mente fosse consapevole del sangue che continuava a uscire dalla ferita.

    A riscuoterlo fu il rumore inconfondibile di una macchina a vapore.

    Che fossero stati gli spari in pieno giorno o il meccanismo della spilla, l’automobile del generale Morozov stava arrivando. La guidava a tutta velocità Delia Morozov, con l’aria che provava a scompigliarle lo chignon perfetto e gli occhiali da pilota calcati sul viso, mentre Jude si sporgeva per vedere meglio. 

    Il primo a scendere, tuttavia, gamba meccanica e tutto il resto, fu il generale Morozov in persona. Con una rapida occhiata sembrò considerare tutto, sopratutto il ruolo di Ardal. Vide la sua pistola a piccolo calibro ancora per terra e il foro di proiettile che aveva ucciso l’impuro.

    – Cos’è accaduto? – chiese ad Ardal, col suo piglio da militare.

    – L’hanno aggredito in tre. Credo sia stata… stato colpito anche da un dardo narcotizzante. In ogni caso è ferita.

     Ardal stringeva ancora il corpo esanime di Soilbeir. Era riuscito a premere i fazzoletti sulla ferita alla schiena, ma gli aveva tolto cappotto e giacca e aveva sbottonato la camicia. Nessuno dei presenti, però, sembrava stupito da ciò che l’operazione aveva messo in mostra.

    – E tu cosa ci fai qui? – ringhiò Jude, molto più colpito dal rivedere lui, piuttosto che i seni del colonnello.

    – Sono un giornalista, volevo intervistare Soilbeir…

    – I convenevoli a dopo – intervenne Morozov. – Ragazzo, aiutami a caricare in macchina Victoria. Tieni premuta quella benda. Jude, cerca di capire tutto quello che puoi degli aggressori, ti mando aiuto il prima possibile. Di questa cosa ci occupiamo noi.

 

    Nel giro di pochi minuti, Ardal si trovò sul retro dell’automobile a vapore dei Morozov, a cercare di eseguire i rapidi ordini del generale in fatto di primo soccorso, diretto a tutta velocità verso villa Morozov e il quartier generale delle Ali Nere.

Ritorna all'indice


Capitolo 3
*** Capitolo 3 ***


Eccoci al terzo capitolo delle indagini del nostro Ardal. È il momento di scoprire qualcosa di più sulle Ali Nere...


CAPITOLO 3

 

    Ardal stava con la schiena appoggiata al muro a fissare il labirinto creato con le siepi di bosso nel parco di villa Morozov. Raramente si era sentito così tanto fuori posto.

    Con una disinvoltura alla guida da fargli rizzare i capelli, Delia Morozov li aveva condotti lì nel minor tempo possibile e una schiera di efficienti servitori aveva preso in carico Soilbeir, sempre esanime. Lui era stato parcheggiato in un salotto pieno di suppellettili dall’aria costosa e delicata con l’ordine di non allontanarsi. Erano passate due ore. La collezione di ceramiche a forma di pastorelle aveva ben presto iniziato ad inquietarlo e ancora di più lo aveva fatto il solerte cameriere impuro dalle ali floscie che quasi sfioravano il suolo chiedendogli se gradisse un rinfresco. Il parco, con i sempreverdi potati in forme geometriche, dove neppure una foglia poteva sfuggire al disegno superiore dei proprietari, era appena meno soffocante.

    Finalmente, la porta dietro di lui si aprì e ne uscì il generale Havoc Morozov.

    – Come sta? – chiese.

    Il generale estrasse un portasigari da un taschino della giacca.

    – È sopravvissuta a ferite peggiori.

    Il giovane annuì, senza aggiungere nulla. Era evidente che in quel momento a essere sotto esame era lui.

    – Ardal Dunos de Il Flusso? – chiese infatti il generale, quando si fu acceso il sigaro.

    – Sì.

    – Ho letto qualcosa di tuo… Ti facevo più vecchio. Quanti anni hai, ventitré, ventiquattro?

    Di solito ad Ardal andava benissimo dimostrare qualche anno in più. Anche se era nato in un banale villaggio di minatori, aveva la pelle scura e gli occhi allungati. Questo, insieme ai capelli neri, gli permetteva di passare per un mezzo jiquinita e gli conferiva un un aspetto più maturo. Una risorsa non da poco per uno schiavo fuggiasco. Con Morozov, tuttavia, qualcosa gli diceva che era meglio non rischiare.

    – Ne ho compiuti venti a inizio Brumaio.

    Morozov annuì piano, mentre aspirava il proprio sigaro.

    – Un altro ragazzo nella battaglia… – mormorò, poi sospirò. – Non ho modo legale di impedirti di scrivere ciò che hai scoperto. Tuttavia se ce n’è uno per dissuaderti, sono a disposizione. Victoria ha salvato il culo a tutti quanti per oltre dieci anni, non si merita una scandalo.

    Ardal prese un respiro.

    Trascinato dagli eventi non ci aveva neppure pensato. Quanto valeva il segreto di Soilbeir in un mondo in cui alle donne era precluso in voto e l’accesso alle università, per non parlare, ovviamente, della carriera militare? Il generale Morozov aveva autorità e denaro. Ardal, si rese conto, avrebbe potuto chiedere qualunque cosa. Persino un’identità più sicura di quella di cui si era riappropriato col sangue.

    – Volevo intervistare Soilbeir sugli angeli e sulle strategie delle Ali Nere, non mi interessa scrivere sulla sua vita privata.

    Mentre parlava si maledisse.

    Eppure lui lo sapeva cosa significasse costruire un’esistenza intera su una menzogna.

    D’altro canto, non sapeva nulla di Soilbeir. Ma per lei aveva ucciso un altro impuro e ora stava rinunciando a una potenziale fortuna. Se Jude avesse cantato una qualsiasi altra canzone che non Fanciulla di palude, le sue scelte di quel giorno sarebbero state diverse?

    – Questo non vuol dire che non sia curioso – aggiunse. – Com’è capitato?

    – Che una donna diventasse un alto ufficiale delle Ali Nere? Per caso – Morozov si concesse un mezzo sorriso stortato dal sigaro, mentre guardava il cielo che si andava annuvolando. – Selezioniamo i nostri cadetti quando hanno dodici anni. A quell’età con i capelli corti e un paio di pantaloni una ragazzina può passare per un fanciullo senza problemi. Ogni anno partecipano alle selezioni centomila ragazzi in tutto l’Impero. Se troviamo dieci cadetti è tanto. Servono doti fisiche e mentali non comuni per resistere al passaggio tra le dimensioni e una resistenza eccezionale al sangue d’angelo. Lei si era infilata tra i maschi per una sorta di sfida con un amichetto. Quando ce l’ha detto si era già dimostrata la più dotata di tutti. Noi siamo le Ali Nere. È la necessità, non l’imperatore, a dettare le nostre leggi.

    – Ma lo sa, almeno, l’imperatore?

    Morozov scosse il capo.

    – Victoria ha iniziato a combattere a quattordici anni, Leopold non era ancora sul trono. Avevamo informato suo padre.

    Una dozzina d’anni prima. Quando ancora le donne potevano essere elette in parlamento e insegnare all’università. Poi le leggi erano cambiate e la posizione della ragazza si era fatta ancora più anomala… 

    – E i vostri soldati invece lo hanno sempre saputo.

    – Siamo le Ali Nere. Siamo pochi e metà di noi muore in combattimento. Non possiamo permetterci segreti o sfiducia. 

    Ardal si concesse un sorriso.

    – Sembrate più sovversivi di noi de Il Flusso.

    Morozov gli lanciò una lunga occhiata. Aveva occhi grigi, duri, e quello che che lo fissava da dietro il monocolo sembrava ancora più indagatore dell’altro.

    – Non diamo molta pubblicità alla cosa, ma non non giuriamo fedeltà all’imperatore – disse Morozov. – Siamo l’unico baluardo tra gli angeli e le persone, lo eravamo prima della nascita di Fortanèa e lo saremo dopo la sua fine.

    In quel momento la porta dietro di loro si aprì e ne emerse Victoria Soilbeir.

    Indossava una vestaglia rosa sopra una camicia da notte color perla. Aveva un braccio al collo, i capelli spettinati e il viso incredibilmente pallido. Anche così era una splendida donna sui venticinque anni dai tratti delicati che aveva di insolito solo l’altezza. Ardal si sentì un idiota per averlo capito solo dopo averla svestita.

    – Siete voi che mi avete salvato? – chiese, con una voce dalla strana tonalità roca.

    – Victoria, maledetta pazza, torna dentro! – la richiamò dall’interno la voce di Delia Morozov.

    Forse le Ali Nere non ubbidivano all’imperatore, ma certo lo facevano alla signora Morozov, perché Victoria arretrò all’istante.

    Rientrarono tutti in salotto. Victoria andò a sdraiarsi su un divanetto appena discosto dal mobile con la collezione di porcellane, mentre il servitore alato sistemava due sedie per Ardal e il generale. Delia tornò quasi subito reggendo un vassoio con un bicchiere pieno di liquido rosato e un piccolo coltello, seguita da una schiavetta adolescente con piccole ali atrofiche ricoperte da lucidissime piume nere.

    Ardal ci mise un istante a capire cosa stava accadendo, quando vide la schiava allungare docile la mano e poi Delia farle veloce un taglio sul dito indice, per poi raccogliere il sangue nel bicchiere. Sapeva che era una moda della nobiltà quella di bere sangue d’impuro piumato come corroborante, ma vederla praticare lì, dove per qualche ragione che non era chiara neppure a lui stesso aveva abbassato la guardia, gli fece montare dal profondo una rabbia a mala pena controllabile. Si trovò con le mani strette a pugni e le mascelle serrate.

    – La cosa vi disturba? – gli chiese Delia Morozov, mentre mescolava il contenuto nel bicchiere.

    – Sì. Vedere esseri umani trattati peggio di mucche da mungere mi disturba – scandì.

    Ora sarebbe stato buttato fuori, e tanti saluti all’intervista.

    – State tranquillo. Non è Liù quella che ha versato più sangue per gli altri, qui – replicò la signora Morozov, in tono discorsivo.

    Passò il bicchiere a Victoria, che fece una smorfia, ma ne bevve il contenuto d’un fiato.

    – Diluire il sangue d’angelo con quello di impuro ne favorisce l’assorbimento – spiegò la giovane, mentre restituiva il bicchiere. – E, in chi lo tollera, il sangue d’angelo accelera la guarigione. Non è un capriccio.

    Ardal rimase a fissare la schiava, che usciva per riportare il bicchiere in cucina. Non ne sapeva abbastanza per capire se avesse parlato solo per ammansirlo.

    Le sue riflessioni furono interrotte da un’altra porta che si apriva.

    Ne entrò Jude, a passo di carica, seguito da Chris.

    – Victoria, ti sei fatta mettere al tappeto da due stupidi impuri! – ringhiò il ragazzo, andando a piazzarsi al centro della stanza come se ne fosse il legittimo padrone.

    – Erano tre e uno mi ha colpito con un dardo narcotizzante – puntualizzò Victoria, con una smorfia.

    – Non badarci. Era fuori di sé dalla preoccupazione – disse Chris.

    Andò a posare un bacio sulla guancia della giovane.

    – Come ti senti?

    – Ho avuto momenti migliori. Ma anche peggiori – rispose Victoria.

    All’arrivo dell’ufficiale il suo volto si era aperto in un sorriso che la faceva sembrare quasi una ragazzina. A quanto pareva, la capacità di trasformarsi del tutto con un’espressione non era una prerogativa solo di Jude.

    – Cosa avete scoperto? – chiese il generale Morozov.

    Entrambi i nuovi arrivati si impettirono all’istante, vittime dei loro istinti militari.

    – Due impuri, entrambi avevano le proprie Patenti di Via con loro. Potremo passarle alla polizia ordinaria e scoprire qualcosa di più – disse Chris.

    Ardal non conosceva nessuno degli aggressori, anche se era quasi certo di averli già visti. Alle riunioni, del resto, partecipavano quasi solo impuri patentati, che avevano ottenuto una sorta di semi libertà, con il diritto di percepire uno stipendio o anche la possibilità di aprire una piccola attività.

    – Avevano queste in tasca – disse Jude, mostrando quattro piume nere di corvo.

    – È così che un gruppo di terroristi impuri firma i propri attentati – spiegò Chris.

    – E perché dovrebbero avercela con me? – chiese Victoria, con genuino sgomento.

    Ardal sospirò, prima di rispondere.

    – Avete sfilato per anni dietro l’imperatore durante la parata delle forze armate. Vi si vede come un simbolo del potere imperiale.

    La donna aggrottò la fronte.

    – Noi difendiamo tutti – disse, piccata.

    – Il vostro giornale simpatizza per questi Corvi – fece notare il generale.

    – Il mio giornale simpatizza per le rivendicazioni dei diritti degli impuri, per quelli dei proletari e per quelli delle donne – puntualizzò Ardal.

    Era vero. Era solo lui, a titolo personale, che simpatizzava per i Corvi.

    – Sono dei pazzi comunque – disse Chris, aggrottando la fronte. – A parte questi estremisti tutti considerano Soilbeir un eroe. Ucciderlo avrebbe voluto dire solo scatenare la rappresaglia imperiale. Qualsiasi manifestazione o espressione di dissenso da parte degli impuri sarebbe stata repressa nel sangue.

    – E questo avrebbe portato allo scoperto la crudeltà imperiale, spingendo altri impuri alla rivolta aperta – disse Ardal.

    Quando terminò, si rese conto che sia Victoria che Chris e persino Jude lo guardavano come se fosse pazzo.

    – Per spingere gli impuri alla rivolta i Corvi sono pronti a sacrificare delle vite innocenti dei loro? – chiese Jude.

    – Suppongo che l’idea sia che alcune perdite siano inevitabili. Nessuna guerra si vince senza che ci siano morti – disse Ardal, a disagio.

    Victoria lo fissò. Aveva occhi di un azzurro chiarissimo che in quel momento si erano fatti glaciali.

    – Noi non siamo come gli altri militari – scandì. – Noi non uccidiamo le persone, noi le proteggiamo. Non sempre ci riusciamo, non nel modo in cui vorremmo, ma diamo il nostro sangue e molto spesso la nostra vita per farlo.

    Ardal mise le mani avanti.

    Avrebbe voluto dire che era facile pontificare in un salotto come quello, con una schiera di servitori pronti ad occuparsi di ogni loro necessità. Ma era evidente che Victoria stava facendo uno sforzo anche solo per sostenere quella conversazione. Chris aveva un fare da perdigiorno, ma Ardal vedeva una cicatrice che gli risaliva dal collo fin dietro un orecchio, pericolosamente vicina alla giugulare. E Jude, che non poteva avere più di quindici anni, con la sua uniforme da sotto ufficiale, con ogni probabilità era già andato in battaglia. Quelle persone non conoscevano le sue sofferenze. Ma neppure lui conosceva le loro.

    – Non voglio dire che i Corvi abbiano ragione – sospirò. – Ma la loro rabbia è motivata. Volevo scrivere un articolo per spiegare quale sia davvero il vostro ruolo e quello degli angeli. Forse è la cosa migliore perché anche gli estremisti smettano di considerarvi solo un’emanazione del potere imperiale.

Ritorna all'indice


Capitolo 4
*** Capitolo 4 ***


CAPITOLO 4

 

    Ardal si guardò intorno perplesso.

    Erano passati quattro giorni dall’aggressione a Soilbeir. Quella mattina alla redazione era arrivato un biglietto dal colonnello con un appuntamento. Se Victoria voleva distruggere i preconcetti dell’impuro, c’era riuscita. Ardal stava infatti camminando lungo un canale in un quartiere industriale. Un ponte conduceva a un grosso complesso tessile, ma l’indirizzo che il giovane aveva in mano coincideva con quello di un dopolavoro operaio ricavato da una vecchia chiesa. Proprio sopra quella che probabilmente era la statua della Divina Sapienza era stato posizionato un cartello di legno in cui si leggeva «Scuola serale per lavoratori e lavoratrici». La parola lavoratrici era stata cancellata di recente, forse l’anno prima, quando erano state vietate le scuole miste di ogni ordine e grado. La canonica, addossata all’edificio principale, fungeva invece da taverna e locale comune. E era a fianco della porta di quest’ultima che lo attendeva Victoria. Indossava abiti maschili poco appariscenti, teneva i capelli infilati nella giacca e un berretto sul capo, aveva ancora il braccio al collo. Vedendo l’impuro, si mosse per andargli incontro. Se non avesse saputo che si trattava di una donna, Ardal non lo avrebbe mai immaginato. Non erano solo gli abiti, decise, era la postura, il modo di camminare, tutto il linguaggio del corpo. Dopo nove anni da schiavo, Ardal aveva dovuto imparare per prima cosa a muoversi da uomo libero, non abbassare lo sguardo, non cedere il passo, non usare formule servili nel parlato. Dentro di sé, il giovane si era detto di riuscirci perché non aveva mai davvero pensato da schiavo. Valeva anche per Victoria?

    – Vestite spesso così? – chiese, quando lei si fu avvicinata.

    Con indosso una vestaglia rosa il suo viso era apparso delicato e femminile. Con quell’abbigliamento rimaneva delicato, ma poteva essere quello di un uomo dai tratti insolitamente fini.

    Victoria sorrise, aveva labbra sottili, di un colore chiaro, non evidenziato dal trucco.

    – Mi hai salvato la vita, possiamo passare a un tono più informale? E comunque preferisco i completi o l’uniforme, ma ammetto che così sono comoda.

    L’espressione di Ardal la fece sorridere ancora di più, ma poi tornò seria.

    – Mi ci sono trovata, nelle Ali Nere, non l’ho proprio scelto – spiegò, mentre lo invitava ad entrare nella taverna del dopolavoro. – Per anni ho desiderato solo essere ordinaria. Solo che ora non so come si fa. Non sono abituata a farmi accompagnare o a non poter entrare nei locali.

    Anche la sua strana voce roca, pensò Ardal, ne rendeva difficile identificarne il sesso. Quanto al resto, lo capiva anche troppo bene.

    – È difficile dover mentire solo per essere se stessi – mormorò.

    Entrarono nella taverna. Era quasi ora di pranzo e Victoria aveva già scelto per loro un tavolino addossato alla parete. Gli altri erano già gremiti di operai, la gran maggioranza umani, ma si vedevano anche alcuni impuri patentati. L’oste era un uomo massiccio con due grossi zoccoli al posto del piedi.

    – Ci vieni spesso? – chiese Ardal.

    – Sì, è un posto talmente rumoroso che nessuno riesce a seguire la conversazione dei vicini. E poi il mio fidanzato sta tenendo delle lezioni. È uno studioso di angeli, penso ti interesserà parlare con lui. Birra chiara o scura?

    – Scura – disse Ardal.

    Di tutte le cose sorprendenti, per assurdo, quella che gli parve più incredibile era che Victoria avesse un fidanzato. E che questi tenesse lezioni nei dopolavori operai. Tutti quanti avevano cercato Soilbeir nei salotti buoni dell’alta nobiltà…

    Poco dopo furono serviti senza tanti complimenti. Si poteva scegliere la birra, ma il menù era lo stesso per tutti e quel giorno si mangiava trippa con fagioli e carote. Molte più carote che trippa, ma, considerando i tempi che correvano, non c’era da farne una colpa al cuoco.

    – Allora, cosa vuoi sapere? – domandò Victoria, quando il cameriere si fu allontanato.

    – Fammi un quadro delle Ali Nere.

    Victoria rimestò con i cucchiaio nel proprio piatto, allontanando i fagioli.

    – Esistiamo da settecento anni – iniziò poi. – Da quando sant’Astulf uccise un generale angelico trafiggendogli il cuore con una lancia. Possediamo ancora quella lancia, è fatta di metalli che non sono stati mai trovati sulla Terra… Strappando le ali al generale angelico sant’Astulf costruì la prima tuta. In questo modo si iniziò a entrare nella dimensione degli angeli, per fermarli se si avvicinano troppo alla nostra. È più facile sconfiggerli là che qua. Questa protezione diede inevitabilmente un vantaggio a Fortanéa, rispetto ai vicini. Non siamo figli dell’Impero, ma abbiamo contribuito alla sua grandezza.

    – Ji’Quin ha un sistema difensivo migliore – obiettò Ardal.

    Victoria sospirò.

    – Jì’Quin ha scoperto un intero meccanismo fatto dello stesso materiale della lancia di sant’Astulf, ma per attivarlo serve del sangue umano. Non so come funzioni, ho letto qualcosa, ma ne ho capito poco. Tradizionalmente venticinque ragazze vengono sacrificate ogni anno. Inoltre l’area di protezione del meccanismo non può espandersi. Ovviamente anche questo ha fatto sì che Ji’Quin diventasse una nazione prospera… Anche volendo, noi non abbiamo il meccanismo. E so che non riusciamo a evitare del tutto delle vittime. Loro cercano quasi sempre di attaccare la capitale. Noi cerchiamo di portare lo scontro su zone disabitate, ma spesso riusciamo a malapena ad allontanarci dal centro… Anche così in qualche modo preferisco che si combatta.

    Sull’ultima affermazione, gli occhi azzurri di Victoria si erano fatti glaciali. I tre Corvi, pensò Ardal, avevano fatto bene a tentare in primo luogo di addormentarla o avvelenarla, solo così avevano avuto, quasi, una possibilità.

    – Non parli come un soldato in ritiro.

    – Non lo sono. Dopo dieci anni di servizio attivo abbiamo diritto a un anno di congedo temporaneo. A fine Nevoso dovrò decidere cosa fare, non manca molto – Victoria allontanò altri due fagioli che si erano infiltrati tra le carote. – Il combattimento tra le dimensioni usura il fisico, ma ci sono altri ruoli necessari. Chris ormai opera per lo più come tattico, dando supporto da terra… Ma ovviamente io ho anche altre prospettive… Che so, la maestra di pianoforte.

    Sull’ultima frase fece un mezzo sorriso ironico sul cui grado di amarezza Ardal non si sentì di indagare.

    – Mi è stato detto che hai sconfitto un generale angelico.

    Da quel che si sapeva, gli angeli erano di due tipi. Il più raro aveva ali più grandi, era più pericoloso in combattimento e, si supponeva, di un rango maggiore.

    Victoria annuì.

    – Cinque anni fa. Ricorderai che Pencors era spesso sotto attacco.

    Ardal scosse il capo.

    – Non abitavo nella capitale, allora, e avevo altre preoccupazioni.

    Non farsi frustare. Ignorare le cameriere impure violentate quasi ogni ogni sera dal padrone e i suoi amici.

    – Eri solo un ragazzo. Io invece avevo vent’anni e già da sei combattevo con le Grandi Ali. Non sopportavo di essere alla loro mercé. Arrivavano, attaccavano e si ritiravano e noi potevamo ben poco. Le indicazioni tradizionali sono di evitare il combattimento con i generali angelici. E hanno un senso. La prima volta che ho ingaggiato combattimento ne sono uscita con un polmone perforato e mi ha strappato il respiratore, cosa che ha danneggiato le corde vocali.

    – Ma la seconda volta è andata meglio.

    – Gli ho trafitto il cuore e quasi staccato la testa – disse Victoria con naturalezza, mangiando un pezzo del pane nero che accompagnava la trippa. – L’abbiamo portato giù per strappargli le ali… Ma nella nostra atmosfera il suo corpo è mutato. Si è trasformato in quello di una giovane donna, non più vecchia di me, con lunghi capelli neri… Sembrava morta anche al nostro medico e tutti noi eravamo esausti. Ma il giorno dopo il corpo era scomparso dall’obitorio e la guardia aveva la gola tagliata. Questo ovviamente ha fatto sorgere una miriade di domande e pochissime risposte. Almeno finché Tien non ha esposto le sue teorie jiquinite. Lei o lui, in ogni modo, non l’abbiamo più visto, in nessuna dimensione.

    Victoria entrasse un orologio da taschino.

    – Dovrebbe aver quasi terminato la lezione. Se hai finito, andiamo a conoscerlo.

 

    La navata della chiesa era stata trasformata in un’aula. Una trentina di giovani erano seduti sui banchi, con quaderni degli appunti al posto del libro di preghiera, mentre un giovane professore spiegava da una cattedra posta dove avrebbe dovuto esserci l’altar maggiore. La vetrata dietro di lui rappresentava proprio sant’Astulf a cavallo, intento a trafiggere con una lancia un angelo dalle lunghissime ali ricoperte da piume nere. Ardal non aveva mai pensato che quella rappresentazione, diffusissima in tutta Fortanèa, fosse qualcosa di più dell’eco di una leggenda. Sotto il santo il giovane professore occhialuto sulla trentina sembrava quasi sparire, anche se la sua voce rieccheggiava chiara per la navata.

    – Gli angeli non crearono questa dimensione, ma la adattarono secondo i loro gusti e lo stesso fecero i demoni. Chissà con quali sentimenti ancora oggi gli angeli guardano la Terra. Sono solo pochi quelli che cercano di distruggere gli uomini. I più probabilmente ci ignorano. Per altri ancora forse è un luogo da preservare, insieme alle bellezze che essi vi introdussero. E le antiche leggende jiquinite parlano chiaro. Gli angeli potevano camminare tra gli uomini senza essere individuati. Potrebbero farlo ancora. Per oggi abbiamo finito, ci sono domande?

    Nella navata risuonarono più che altro sbadigli e il rumore dei quaderni chiusi e riposti velocemente nelle borse. Il professore raccolse quindi i propri libri e si avvicinò a loro. Era alto più o meno quanto Ardal, quindi una spanna più basso di Victoria. Cercava di tenere quattro libri in mano e nel contempo sistemarsi gli occhiali. Anche senza contare i tratti marcatamente jiquiniti, gli occhi allungati e i capelli nerissimi, era l’ultima persona al mondo che Ardal avrebbe immaginato come fidanzato di Victoria. Eppure lei gli andò in contro con uno sguardo adorante che, l’impuro ne era sicuro, prima o poi con quell’abbigliamento le avrebbe creato problemi. Recuperò uno dei libri che il docente stava per lasciar cadere e passò alle presentazioni.

    – Ten, questo è Ardal, il giornalista che mi ha salvato. Lui invece è il professor Tenshi Kuroa, docente di Storia degli Angeli all’università imperiale di Pencors.

    – E in un dopolavoro operaio – concluse Ardal.

    Il professore sorrise.

    – Molto meglio insegnare qui che all’università. Questi ragazzi vengono a lezione dopo il turno di notte, perché davvero lo vogliono, là per lo più sono solo un voto da collezionare nel loro libretto.

 

    Qualche minuto dopo erano di nuovo nella taverna, ciascuno con una tazza di caffè di cicoria in mano. Non c’era di che dire, se Ardal aveva sperato di trovare qualcuno che rispondesse alle sue domande sugli angeli, Ten era la persona giusta. A quell’uomo non sembrava vero di poter parlare della propria passione anche fuori dall’aula.

    – Le mie sono solo supposizioni, ma si fondano su anni di studi – stava spiegando il professore, gesticolando con il cucchiaino. – Il primo errore è considerare gli angeli un blocco granitico. Come presumere che gli uomini siano tutti uguali, tutti con una stessa cultura. Gli angeli hanno, se non creato il nostro mondo, almeno contribuito a renderlo così come lo conosciamo. È logico supporre che angeli diversi oggi abbiano verso la Terra interessi diversi. Quelli che la attaccano sono pochi, potrebbero essere una minoranza estremista, come questi Corvi che hanno cercato di uccidere Victoria.

    – Da secoli, senza riuscire a ottenere la distruzione dell’umanità? – chiese Ardal.

    Se la prospettiva era non ottenere nulla per gli impuri nei prossimi settecento anni forse conveniva abbandonare la lotta.

    Il professore fece un gesto vago.

    – I miei colleghi di Fisica insegnano che il tempo e la percezione del tempo è relativa. Forse hanno un obiettivo preciso, ma noi non lo conosciamo.

    – E i demoni? Le nostre leggende ne parlano come dei progenitori degli impuri con corna e zoccoli, ma poi sono scomparsi?

    – Secondo le tradizioni di Ji’Quin angeli e demoni entrarono anticamente in conflitto, ma entrambi continuano a visitare il nostro mondo in forma umana e questo coincide con le osservazioni delle Ali Nere.

    Victoria annuì.

    – I loro corpi cambiano col passaggio delle dimensioni, per adattarsi all’atmosfera terrestre. Per lo più quando succede sono in volo e hanno ali al posto di braccia, ma quanto è accaduto con il Generale Angelico ci dice che possono anche rendersi uguali a noi. Questo spiega, suppongo, perché possano nascere impuri anche in famiglie che non ne avevano mai avuti.

    – Quindi un impuro che non sia figlio di due impuri ha la mamma che è andata a letto con un angelo o un demone in incognito?

    Ten scosse il capo.

    – Non è detto che sia così diretto. Da due genitori con occhi scuri può nascere un bambino con gli occhi chiari se un nonno e un bisnonno li aveva. Inoltre non tutto il retaggio angelico deve essere per forza visibile. Le Ali Nere vengono selezionate in base alla loro tolleranza al sangue d’angelo e alla capacità di adattarsi alla dimensione angelica. Mi sembra improbabile che non siano imparentati con gli angeli stessi, anche se nessuno di loro ha segni visibili e in molti casi non c’è mai stata una nascita impura nelle loro famiglie.

    Oppure il bambino è stato prontamente ucciso, pensò Ardal, poiché nelle buone famiglie una nascita impura era considerata inammissibile. Poi capì le implicazioni del discorso di Ten.

    – Circa una persona su mille può essere solo schiava perché ha una deformazioni visibile, ma moltissima gente potrebbe averne una invisibile. E tra questi potrebbero esserci gli eroi dell’Impero, i soldati delle Ali Nere?

    Victoria bevve un sorso di caffè.

    – Non c’è un modo per provare questa teoria, ma ha senso. La schiavitù per tutti gli impuri è legge da circa trecento anni. Prima erano solo considerati individui che portavano sfortuna. Ma le Ali Nere non si sono mai curate molto delle dicerie. Prima di trecento anni fa c’erano impuri tra i nostri soldati, con una netta preferenza di piumati.

    – Questo… Se si sapesse farebbe crollare tutta la propaganda imperiale.

    – Al quartier generale c’è un corridoio con i ritratti di tutti i comandanti delle Ali Nere da sant’Astulf in poi. Trecentocinquanta anni fa ne abbiamo avuto uno con tutta la faccia ricoperta da piume. Forse dovresti lavorati Morozov per farti dare il permesso per fotografare quei vecchi quadri. Noi… L’impero ha cura di noi, siamo appunto trattati come eroi. Ma fosse per noi recluteremmo tutti coloro che possono vestire una tuta, donne e impuri compresi. Così eviteremmo di mandare in battaglia dei bambini.

    In quel momento, quasi a sottolineare le parole di Victoria, suonò la sirena di allarme per imminente attacco angelico.

Ritorna all'indice


Capitolo 5
*** Capitolo 5 ***


Eccoci di nuovo a Fortanéa, tra angeli, uomini e impuri.
Con questo capitolo troviamo Jude, scopriamo qualcosa sulle Ali Nere che forse avremmo preferito ignorare mentre nuove nubi (letteralmente) si addensano sull'impero.

Un grazie di cuore ai lettori che stanno dando fiducia a questa storia (commentate, non siate timidi!) e uno speciale a Siyla che con la sua presenza constante dà un senso alle mie serate da scribacchina.





CAPITOLO 5

    

    Al suono dell’allarme gli avventori iniziarono a precipitarsi fuori.

    Ten recuperò i libri e Victoria prese con il braccio sano i due tomi che il professore non riusciva a portare. Entrambi sembrano calmissimi, come se si preparassero ad andare a tenere una lezione. Ardal invece era terrorizzato, come sempre gli capitava quando a suonare era la sirena più vicina. Come aveva detto Victoria, gli angeli colpivano per lo più la capitale. Ardal era cresciuto senza sentire mai il suono degli allarmi. Ce n’erano stati alcuni durante il periodo che aveva trascorso come schiavo, ma allora morire non lo aveva spaventato così tanto. Negli ultimi cinque anni, invece, aveva sentito ad ogni sirena una morsa allo stomaco che odiava ogni volta di più. Forse era per quello che si era incaponito così tanto a voler scrivere sugli angeli. Anche la paura era una schiavitù. Guardava la sua mano tremare con l’acredine con cui aveva guardato il proprio padrone, prima di ucciderlo.

    Uscirono tra gli ultimi. Il marciapiede, tra gli edifici e il canale, era stretto e accalcato, gremito dagli operai che uscivano dal dopolavoro e dalla fabbrica.

    – Dov’è il rifugio più vicino? – chiese.

    Ma Victoria, di fianco a lui, guardava il cielo.

    Si era di nuovo annuvolato. Scure nuvole di un grigio violaceo gonfie di acqua e di cenere vorticavano sopra di loro, come accadeva quando le dimensioni stavano per infrangersi.

    – Sono proprio sopra di noi – disse Victoria, sempre calma. – Via dal ponte! – gridò poi.

    Nel vociare generale pochi sentirono l’avvertimento.

    Un istante dopo un lampo di luce cadde dal cielo. Una sorta di meteora di pura energia che andò a colpire l’estremità del ponte sul lato del canale di fronte a loro. 

    Lo spostamento d’aria investì Ardal, che lottò contro l’istinto di raggomitolarsi con gli occhi serrati.

    Quando riuscì a riprendere il controllo di se stesso vide tre o quattro persone in acqua.

    Poi un altro lampo di energia cadde nel canale, più a monte.

    L’acqua ribollì, sferzata dalle onde.

    Uno di quelli che erano caduti, un ragazzo più o meno dell’età di Jude, che stava nuotando per mantenersi a galla, finì per sbattere la testa contro l’argine di pietra.

    Ardal aveva assistito alla scena come inebetito, con la vaga consapevolezza delle urla intorno a lui, oltre il ronzio causato dal rumore del primo impatto. La voce di Victoria, tuttavia, risuonò chiara.

    – Bisogna aiutarlo – disse.

    Fece per togliersi il cappotto, ma una smorfia di dolore la fece desistere.

    – Lascia, vado io – disse il professor Kuroa.

    Si era già tolto la giacca e in qualche modo Ardal se la trovò in mano, mentre l’impacciato docente si gettava nelle acque gelide. L’impuro era ancora immobile, con un senso di nausea che gli montava nell’esofago. Il sapore odioso dell’impotenza, lo stesso delle sere nella villa di Acque Nere quando l’unico modo per non sentire le grida di Fiammetta era mettersi la coperta sulla testa, sperando di trovarla ancora viva al mattino…

    – Ardal! 

    La voce di Victoria lo fece riscuotere.

    – Le dimensioni non si sono infrante – stava dicendo la giovane, con la fretta di chi cerca di dare molte informazioni in pochissimo tempo. – Vuol dire che due colpi sono fuggiti, ma i nostri sono in vantaggio. Jude cercherà di portarne giù un angelo. Lui è ancora pessimo nei rientri in atmosfera, non in grado di combattere subito dopo. Se giri alla seconda a sinistra e corri per due minuti e quaranta arrivi a un deposito ferroviario in disuso. È uno dei nostri luoghi di rientro. Se Jude rimane ultimo può aver bisogno di aiuto e io ora non posso. Vai.

      Non era una richiesta e neppure una preghiera. Era un ordine, emesso con voce pacata, ma nello sguardo azzurro di Victoria non c’era neppure il dubbio che lui potesse non eseguire.

    Ardal si trovò ad annuire senza neppure pensarci.

    – Seconda a sinistra, due minuti e quaranta – ripetè Victoria. – Sei armato?

    – Sì.

    Dopo l’incidente a seguito del funerale, Ardal aveva iniziato a portare sempre sotto la giacca la propria pistola migliore.

    – Vai.

 

    Ardal correva.

    Due minuti e trentasette. 

    Trentotto. 

    Trentanove.

    La via si aprì su un piazzale dove vecchie casse abbandonate giacevano qua e là. Erbe stentate spuntavano introno a binari ormai abbandonati. Più avanti, sulla destra, c’erano i resti di un vagone arrugginito, sembrava la carcassa spolpata di una balena spiaggiata che Ardal aveva visto una volta da bambino. Spuntoni metallici come costole protesi verso il cielo. Ancora oltre si vedeva un edifico di legno con il tetto di lamiera caduto per metà. Victoria aveva calcolato al secondo la velocità che poteva tenere. Aveva calcolato anche il fatto che sarebbe stato completamente senza fiato?

    Con uno sforzo, alzò gli occhi al cielo. 

    Le nubi violacee ribollivano sopra di lui. Cosa si aspettavano che facesse?

    Non vide le dimensioni infrangersi. 

    Le sentì.

    Come elettricità che gli percorresse la nuca. Un contraccolpo di energia.

    Le nuvole si muovevano in spirali.

    E di colpo sotto c’erano due figure.

    Per un istante Ardal pensò che fossero due angeli avvinghiati. Poi vide che uno aveva ali al posto delle braccia, attaccate a un corpo nudo. L’altro aveva le braccia e ali enormi, lunghe più del doppio di quelle dell’angelo ed era interamente coperto da un’aderente tuta nera.

    L’angelo riuscì a divincolarsi, colpendo con un calcio la testa della figura con la tuta e a separarsi da lei. Aprì le ali per controllare la caduta, mentre l’uomo in tuta cadde di schiena, diretto verso il vagone sventrato.

    Ardal estrasse la pistola. Cosa doveva fare?

    Sparare all’angelo che stava scendendo nudo davanti a lui solo perché era un angelo?

    Si buttò dietro a una delle casse, sperando che la creatura, concentrata sul proprio avversario, non l’avesse notato.

    L’uomo finì contro la carcassa di vagone. Atterrò di schiena su quello che restava del tetto, che cedette. Scivolò quindi di lato, mentre una delle enormi ali si impigliava in uno spuntone metallico. Il corpo rimase così, semi appeso e inerte, con un’ala bloccata in alto e l’altra che penzolava floscia.

    L’angelo, invece, era accovacciato, come se fosse atterrato da un salto di un paio di metri soltanto. Le ali piumate si ritrassero, trasformandosi sotto gli occhi increduli di Ardal in normali braccia. 

    Non così normali, rettificò mentalmente l’impuro. Con una mano staccò da terra un pezzo di binario dall’estremità appuntita e si rialzò brandendolo come fosse una lancia.

    Era nudo, ma non certo indifeso. 

    Dalla sua posizione dietro la cassa, Ardal cercò una linea di tiro.

    L’uomo nella tuta delle Ali Nere si riscosse. Mosse prima il capo, poi vide il proprio nemico. Agitò le gambe e le ali iniziarono a fremere, ma non riuscì a liberare quella bloccata.

    L’angelo venne avanti di qualche passo, cercando la posizione migliore per caricare il tiro, ma Ardal sparò.

    Mirò alla testa. Aveva visto quell’individuo trasformare le ali in braccia e staccare dal suolo una barra inchiodata con una mano sola, se doveva uccidere voleva essere sicuro di farlo.

    L’angelo cadde in avanti, con un caos di sangue e materia celebrale al posto del lato destro del cranio. Fu scosso da un paio di fremiti e poi di nuovo le braccia tornarono ali.

    Per la seconda volta in meno di una decade, Ardal aveva ucciso per le Ali Nere.

 

    Ancora appeso per l’ala allo spuntone metallico, Jude, perché di Jude si trattava, si era tolto il cappuccio e la parte della tuta che copriva la faccia. Il capelli biondi gli ricadevano umidi di sudore a lato di un viso pallidissimo. Armeggiò con qualcosa sulla nuca e finalmente sembrò mettere a fuoco Ardal, con ancora la pistola in mano e il cadavere dell’angelo a terra.

    – Ma chi sei, la guardia del corpo? – ringhiò.

    La fine ingloriosa del proprio combattimento non aveva giovato al suo umore.

    – Stavo parlando con Victoria, mi ha mandato lei.

    – Vigliacca…

    – Credo che potresti prendere in considerazione l’idea di ringraziarmi – disse Ardal.

    Nonostante tutto, l’ostinazione di Jude a mostrarsi sprezzante aveva qualcosa di comico.

    – Per un grazie devi quanto meno aiutarmi a scendere da qui – sbuffò il ragazzo.

    – Quanto meno…

    – Devi ancora offrirmi da bere.

    – Vero – concesse Ardal. Poi guardò il corpo dell’angelo. – Sicuro che sia morto?

    – Doveva esserlo anche prima, se no col cavolo che lo portavo giù – borbottò Jude, massaggiandosi la guancia, dov’era stato colpito dal calcio. – Dev’essersi ripreso con il salto dimensionale. Se tu non lo avessi preso in testa non lo avresti fermato.

 

    Per liberare Jude, Ardal fu costretto ad arrampicarsi sulla sommità instabile del vagone. Anche così fu solo dopo un certo numero di imprecazioni che riuscì a far scivolare l’ala dallo spuntone che l’aveva trafitta.

    – Certo che sembrano ben scomode – commentò, quando Jude fu finalmente a terra, proprio sotto di lui.

    – Non sai quanto – sbuffò il ragazzo, con voce esausta.

    Aveva la testa abbassata. Dall’alto, Ardal vedeva il motivo per cui quasi tutti i soldati delle Ali Nere portavano i capelli lunghi. Alla base della nuca c’era una sorta di bullone metallico con un foro al centro. 

    – È quello l’aggancio per… Connettervi alla tuta? – chiese.

    Jude rialzò il viso per mostrargli una smorfia schifata.

    – Sì. La collega col sistema nervoso.

    Non doveva essere un’operazione da poco farsi trapanare la nuca per inserire un bullone tra una vertebra e l’altra. Ardal si chiese quanto facesse male.

    – Cosa si prova? – domandò invece.

    – Con le tute normali è come… Beh, avere le ali. Strano, ma anche esaltante.

    – Questa però non è una tuta normale – osservò Ardal.

    Le ali, come quelle dell’angelo morto, erano ricoperte da piume fittissime. Al tatto, però, davano una sensazione diversa rispetto a quelle degli uccelli o al piumino morbido che ricopriva la sua schiena. Sembravano quasi metalliche. Nulla di strano che si dicesse potessero respingere un proiettile. Rispetto a quelle dell’angelo, però, quelle della tuta di Jude erano enormi. Anche la lucentezza era diversa. Un nero assoluto, quasi ipnotico.

    – Sono ali di Generale Angelico – sospirò Jude. – Quando ti connetti… Inizi a fare pensieri strani, nel migliore dei casi è come un mal di testa incipiente, nel peggiore sono vertigini e allucinazioni. È come se fosse ancora vivo, almeno in parte, e cercasse vendetta per la morte che gli ha dato sant’Astulf, settecento anni fa. Ci odia e chi tiene a farcelo sapere. Per questo non ho nessuna intenzione di svolazzare fino al quartier generale. Qualcuno verrà a prenderci.

    Ardal annuì, mentre iniziava la discesa. Poi ripensò a quello che Jude aveva appena detto.

    – Quelle ali hanno settecento anni?

    – Oh, sì. Si riparano da sole, al contrario delle altre, basta immergerle in acqua e sangue d’angelo.

    – Victoria ha detto che settecento anni fa sant’Astulf ha costruito la prima tuta… Ma allora si combatteva con archi e frecce. Non c’era certo la tecnologia per quella roba che hai addosso – disse, accennando allo strano materiale nero che ricopriva interamente il corpo di Jude.

    Lui si limitò a stringersi nelle spalle.

    – Secondo le leggende furono i demoni ad armare sant’Astulf e a insegnarli a costruire le tute. Può essere vero… Ora la chiamiamo scienza. Prima era magia, ma funzionava lo stesso.

    Ardal saltò giù dal vagone.

    Jude aveva un aspetto esausto. Un grosso ematoma andava dal mente fin sotto l’occhio sinistro e si stava passando le mani sul costato mentre cercava di trattenere delle smorfie di dolore.

    – Potrei essermi rotto qualcosa. Ancora – sospirò.

    Cercò una posizione più comoda, ma con quelle enormi ali afflosciate era quasi impossibile muoversi.

    – Saresti più comodo se uscissi dalla tuta – propose Ardal.

    – No. Sarei nudo. Mi sembra faccia piuttosto freddo.

    L’impuro non obbiettò.

    – Come mai sei solo?

    – Devo essere l’ultimo a saltare, queste ali resistono anche all’energia degli angeli. Copro gli altri e poi torno anch’io. Quel tipo sembrava finito. Abbiamo bisogno di ricambi, quindi ci ho provato.

    Ad Ardal sembrava assurdo che un ruolo simile fosse affidato a un quindicenne. Ma stando a quanto aveva detto Victoria solo pochi riuscivano a gestire quella particolare tuta. Sembrava una maledizione, più che un privilegio.

    – Hai detto che ti recupereranno?

    Jude fece un gesto vago con la mano.

    – Sì. Ogni tuta emette delle onde elettromagnetiche specifiche. Al quartier generale sanno sempre dove spuntiamo, ma dato che non ho mandato un allarme ci metteranno un po’.

    Ardal annuì.

    – E lui? – chiese, accennando al corpo.

    – Lo macelliamo.

    – Eh?

    – Non sono solo le ali che usiamo. I loro corpi sono fatti per adattarsi a entrambe le dimensioni, i nostri no. Le tute di cosa credi siano fatte?

    Ardal considerò per un istante le implicazioni.

    – Preferivo non saperlo – disse.

    – E io preferisco non pensarci… È un maschio o una femmina?

    – Chi? L’angelo?

    Jude annuì.

    – Di là sono tutti uguali. Corpi scuri e alati che si librano nell’atmosfera rarefatta… Quando li porti di qui… È più difficile per tutti se sono femmine.

    – Maschio.

    – Bene. Hai da bere?

    – No.

    Jude lo guardò come se fosse dispetto fatto di proposito.

    Poi cercò di sistemarsi e si mise a sedere, con la schiena appoggiata al vagone sventrato.

    – Allora non resta che aspettare. Tu… Puoi andare se hai da fare.

    Sembrava il massimo del ringraziamento che ci si poteva attendere da Jude.

    – Non ho tutti questi impegni – disse.

    Si sedette a fianco di Jude. 

    Vista su macerie e cadaveri di angeli mutaforma, pensò.

    Rimasero in silenzio per un poco. Jude sembrava troppo esausto per qualsiasi cosa che non fosse sonnecchiare.

    Erano rivolti entrambi verso ovest, dove il cielo si andava rischiarando. In breve, andò a colorarsi con le tonalità assurde di quei mesi. Strisce di rosso magenta alternate ad altre viola intenso. Le ceneri forse avrebbero soffocato l’Impero, ma Ardal non riusciva a non pensare a quanto quello spettacolo fosse bello.

    

Ritorna all'indice


Capitolo 6
*** Capitolo 6 ***


Bentornati (o ben arrivati) a Fortanéa.
È ora di cambiare punto di vista e scoprire cosa succede nella testolina di Victoria. È anche il momento di scoprire qualcosa di più su quello che sta capitando all'Impero. C'è un motivo, a quanto pare, se ogni tanto piove cenere e i tramonti hanno strani colori...



CAPITOLO 6

 

    Victoria si sentiva soffocare.

    In realtà a lei piacevano gli abiti eleganti. Adorava i merletti e i fiocchi, anche se non capiva mai dove andassero messi e a cosa servissero. Sarebbe stata ore a piroettare davanti a uno specchio con indosso una gonna vaporosa. Erano i corpetti che non sopportava, con le loro stecche che volevano infilarsi al di sotto delle costole. E le scarpe rigide e con tacco. Aveva sentito di torture dei secoli passati in cui le dita venivano spezzate e schiacciate. Adesso la chiamavano «moda». Poteva affrontare un intero gruppo di angeli senza abbassare lo sguardo, ma dopo due ore con delle scarpe col tacco voleva solo togliersele, raggomitolarsi in un angolo e piangere come una bambina arrabbiata. E quella maledetta merenda organizzata da Delia Morozov era durata ben più di due ore…

    – Stai bene? – le chiese Chris.

    Il alta uniforme, con i capelli ricci che ricadevano morbidi sulle spalle, Chris era ancora di una bellezza magnetica. Un paio di anni prima Victoria si sarebbe permessa di fare i capricci proprio come una bambina, forse sarebbe riuscita persino a farsi massaggiare i piedi, sicura che l’indomani, in battaglia, lui le avrebbe ubbidito senza battere ciglio.

    – Sì – si limitò a dire.

    Sfilò comunque i piedi dalle scarpe, sperando che le calzature non sfuggissero sul fondo della carrozza.

    – Sembri stanca – indagò l’uomo.

    – Sto ancora smaltendo quel maledetto veleno – spiegò Victoria.

    Era passata una decade dall’aggressione, ma non si era ancora del tutto ripresa. Emil, l’ufficiale medico delle Ali Nere, era sicuro che il dardo fosse stato scagliato per ucciderla. Chris e Jude erano riusciti a recuperarlo e il laboratorio del quartier generale aveva stabilito che era stato intinto con un letale estratto vegetale proveniente dalle colonie. Se non avesse bevuto sangue d’angelo per così tanti anni non ci sarebbe stato nulla da fare. L’idea che ci fossero persone, là fuori, che non aveva mai incontrato, a cui non aveva mai fatto del male, e che tuttavia volevano ucciderla era un’altra cosa a cui non voleva pensare.

    – Sei sicura di voler essere accompagnata lì? – chiese ancora Chris.

    Stavano usando una delle carrozze dei Jamenson, la famiglia dell’uomo, famosa per i titoli altisonanti e per rifornire da secoli gli eserciti dell’impero di alti ufficiali.

    – «Lì» è dove abito – sorrise Victoria.

    Divideva con Ten un appartamento più che dignitoso in un quartiere della piccola borghesia intellettuale della città, ma agli occhi di Chris la loro casa doveva essere poco più di un tugurio.

    – Ti meriti di meglio.

    – Chris, per favore, ne abbiamo già parlato…

    Lui, però, le prese la mano e cercò i suoi occhi.

    – Lo so, ascoltami lo stesso – iniziò. – Il tuo professorino è una brava persona, te lo concedo. E se ti sta bene giocare con lui, sta bene anche me. Ma è un gioco, lo sai anche tu. È qui con un permesso speciale dell’università reale di Ji’Quin. Un giorno verrà revocato, lui dovrà tornare a casa e tu non andrai a fare la concubina a Ji’Quin, dove non saresti nulla.

    Victoria aggrottò la fronte. Chris aveva preso informazioni su Ten. Non sapeva se le dispiacesse più quello o il fatto che le sue fonti fossero così precise.

    – Non me lo ha mai nascosto, se è questo che intendi – disse.

    Un giorno Ten se ne sarebbe andato. E non aveva mai accennato alla possibilità che lei lo seguisse.

    – Io un giorno sarò il barone Jamenson e il barone Jamenson dovrà pur sposarsi – Chris alzò le mani, per prevenire le obiezioni di Victoria. – Non sarà subito. Diciamo che posso temporeggiare ancora due o tre anni. Se tu fossi un uomo sarebbe naturale per te sostituire Morozov, ti ha praticamente cresciuta. Ma dato che le cose stanno come stanno, probabilmente quel ruolo toccherà a me. Promettimi di sposarmi. Non voglio avere a fianco per il resto della vita una donna che conosco appena, che non stimo. Troveremo un modo per gestire insieme le Ali Nere.

    Victoria sospirò.

    Prese la mano di Chris tra le sue e se la portò alla guancia. Le mani di Ten era piccole, delicate. Quelle erano grandi, forti, Victoria aveva imparato a fidarsi di loro da che aveva dodici anni. L’avevano salvata non sapeva neppure quante volte. Da quelle mani si era lasciata accarezzare, in passato. Ma le mani di Ten, al contrario di quelle di Chris, non avevano mai ucciso.

    – Sai perfettamente che ci sono delle cose che lady Jamenson deve fare e che a me sono precluse. Tu dovrai avere un erede, prima o poi.

    Era difficile che i soldati delle Ali Nere avessero dei figli. Un effetto secondario del sangue d’angelo. Vi erano moltissimi casi di aborti spontanei o neonati talmente deformi da non poter vivere. La moglie di un soldato che si era congedato alcuni anni prima era morta uccisa dal suo stesso feto, cresciuto con artigli al posto delle braccia. Tuttavia non accadeva a tutti e Chris aveva bevuto molto meno sangue d’angelo di lei. Lui, però, scosse il capo.

    – Dopo quello che è accaduto alla moglie di Nigel credi che rischierei di mettere incinta una qualunque donna? – disse, sprezzante. Poi abbozzò un sorriso. – Alle porte di Santa Prospera vengono lasciati di continuo neonati non voluti. Uno di loro potrebbe diventare un Jamenson.

    Quello colpì Victoria, suo malgrado.

    – Voi nobili non siete tutti ossessionati dalle linee di sangue? – provò ad abbozzare.

    Chris le accarezzò il mento.

    – Per la maggior parte sì, ma le Ali Nere non badano molto a queste cose, non ti pare?

    Lei era stata una neonata abbandonata alle porte del monastero di Santa Prospera. Per quello che ne sapeva, poteva essere la figlia di una prostituta e di chissà chi. Soilbeir, le avevano detto, era il nome di sua madre. Erano più le persone che sapevano che il colonnello Soilbeir era una donna di quelle che erano a conoscenza del fatto che fosse figlia di padre ignoto. Chris era tra questi, eppure l’avrebbe davvero sposata e, in qualche modo, resa madre.

    La carrozza rallentò. Erano arrivati.

    Victoria si concesse ancora per qualche secondo il contatto con la mano dell’ufficiale.

    – Sei molto caro, Chris. Prometto che penserò seriamente a quello che mi hai detto.

    Poi infilò di nuovo le scarpe, si calò sul capo il cappuccio della mantella bordata di pelliccia e uscì dalla carrozza.

 

    Il problema, il motivo che la spingeva a salire veloce le scale per raggiungere l’appartamento al quarto piano che divideva con il suo amante, era che le Ali Nere erano circondate dalla morte, mentre Ten era del tutto proteso verso la vita.

    Dei dodici ragazzi che erano entrati come cadetti insieme a lei, ora che anche George era morto, rimanevano in tre. Lei, Chris e Emil, che aveva però quasi subito abbandonato il combattimento per seguire la sua vocazione medica, seppure in seno alle Ali Nere. Di tutti gli altri rimanevano lapidi grigie sopra un prato ben tenuto, in una quiete che era preclusa agli uomini. Non riusciva più a guardare i cadetti senza pensare a quanti di loro sarebbero morti entro i vent’anni. Aveva amato e odiato addestrare Jude. Ogni volta che il ragazzo si era mostrato pronto, capace di tenerle testa e di prendere il suo posto si era sentita esaltata, perché i suoi giorni di combattimento si stavano accorciando. E straziata, perché il prezzo sarebbe stato probabilmente la vita del ragazzo. 

    Aveva combattuto con tenacia. Aveva dato tutta se stessa. Aveva sfidato e sconfitto un generale angelico. Ma non era cambiato nulla. Nel giro di due anni gli angeli si erano riorganizzati, gli attacchi erano ripresi come prima e i suoi compagni avevano ricominciato a morire. Quella contro gli angeli era una guerra che non si poteva vincere e che lei aveva già perso nel proprio cuore.

    Ten, al contrario, era del tutto estraneo a quel turbinare di morte. I suoi studenti si preparavano a vivere, non a morire. I suoi discorsi nei circoli accademici erano complicati esercizi intellettuali, schermaglie senza feriti in cui alla fine si brindava con lo sconfitto. Al dopolavoro de L’impero della seta si progettavano futuri possibili, dove ognuno potesse essere ciò che sentiva di dover essere. Ten era deliziosamente straniero, non si curava di molte delle assurde fissazioni di Fortanèa. Non gli importava se lei vestiva con abiti da uomo e frequentava luoghi preclusi alle donne, dove finivano per discutere da pari. Non gli importava neppure se qualcuno, pur scambiandola per un uomo, capiva che erano amanti, perché persino quella a Ji’Quin era un’abitudine accettata. Chris non si sarebbe mai liberato delle Ali Nere. Almeno in apparenza, non gli pesava il vivere circondato dalla morte. Alla fine, le aveva offerto solo quello da cui Victoria cercava di fuggire. Senza riuscirci.

 

    Appena entrata in casa, la giovane si tolse la mantella e prese ad armeggiare con l’allacciatura dell’abito, per allentarsi il corpetto il più rapidamente possibile. Da quello, almeno, sarebbe riuscita a liberarsi.

    La colazione proposta da Delia era una trappola bella e buona, di cui lei era la vittima designata. E ancora una volta era andata consenziente verso il proprio destino, convinta da una ragionevolezza a cui, in realtà, avrebbe solo voluto ribellarsi. Perché non riusciva a imparare ad essere una donnetta isterica di quelle di cui il mondo era pieno?

    Delia Morozov era stata un tempo una giovinetta d’alto lignaggio. Era diventata un pianista di fama e aveva sposato l’allora colonnello delle Ali Nere, Havoc Morozov. La sua migliore amica, invece, era diventata imperatrice. Come tale, era venuta a conoscenza dell’identità femminile di Soilbeir quando Victoria era ancora una ragazzina che trascorreva le proprie giornate di licenza a villa Morozov. Non era la prima volta, quindi, che la giovane si trovava ad accompagnare la donna che nei fatti era stata la sua tutrice da che aveva dodici anni al palazzo imperiale. A Victoria l’imperatrice madre piaceva. Era l’opposto di Delia, una donna robusta che, vista da vicino, aveva tratti comuni e modi alla mano. Era sopravvissuta alla morte di tre due suoi quattro figli e a quella del marito. Suo figlio era un caro ragazzo politicamente imbelle, sposato con una donna sempre malata, cosa che obbligava l’anziana a svolgere ancora quasi tutti i compiti ufficiali che ci si aspetta da un’imperatrice. Insieme alla vecchia amica formava una coppia strana quanto formidabile il cui effettivo peso politico sarebbe stato pericoloso da ignorare. E, infatti, quella intrapresa da lei e Chris era una manovra diplomatica in piena regola.

    L’imperatrice madre li aveva ricevuti in uno dei suoi più bei salotti privati, ravvivato da un’enorme vetrata che dava sul parco e, quel giorno, sulle nuvole dagli incredibili colori che striavano il cielo. Inevitabilmente, erano stati questi ultimi a dare l’avvio alla conversazione.

    – Secondo i nostri esperti quest’inverno non sarà molto più freddo degli ultimi – aveva detto l’imperatrice madre, appena il the era stato servito. – Tuttavia potremmo non avere una vera estate, la maggior parte dei raccolti non maturerà e finché quel maledetto vulcano continuerà ad eruttare nel bel mezzo delle nostre rotte commerciali i collegamenti con le colonie saranno a singhiozzo.

    Nessuno aveva trovato altro da aggiungere.

    Una delle isole del sud, poco più di uno sperone di roccia che spuntava dall’oceano, aveva avuto la bella idea di esplodere un paio di mesi prima. I maremoti che ne erano seguiti avevano devastato i porti oceanici di mezzo mondo. Ma, sopratutto, quel che restava di quella montagna continuava a buttare nell’atmosfera polveri e ceneri che ormai ricadevano insieme ad ogni pioggia. Oltre a colorare i tramonti con toni inimmaginati persino dalle più estreme avanguardie artistiche, le polveri stavano creando un vero e proprio schermo ai raggi solari, con tutto quello che ne conseguiva.

    – La gente non se ne rende ancora conto, ma vede le nuvole, sa che i viaggi oceanici sono diventati più pericolosi e ha paura – aveva continuato la donna. – Per questo dobbiamo mostrarci rassicuranti e forti. Il principe Mikhail e sua madre stanno meglio, grazie alla Sapienza, e alla parata del dieci di Nevoso l’erede potrà sfilare accanto a suo padre.

    Quella era una buona notizia. Leopold, terzo figlio nato vivo del vecchio imperatore, non era cresciuto per regnare. Ci si era trovato. Era un uomo con qualche anno più di Chris e Victoria, miope e un po’ curvo, spaventato dalla sua stessa ombra. A renderlo così erano stati i lutti, non solo la perdita del padre e dei fratelli, ma anche i quattro figli nati morti, cosa che aveva trasformato l’imperatrice in una figura smunta che quasi non lasciava le proprie stanze. L’unico sopravvissuto, Mikhail, era un bambino di dieci anni che ne dimostrava sei. Una creaturina deliziosa e fragile, con i capelli dorati, la pelle diafana e gli occhi enormi e grigi nel visetto slavato. Tutti, però, erano disposti a credere che Mikhail, se fosse vissuto, sarebbe diventato un imperatore migliore del padre.

    – Dietro l’imperatore e suo figlio sfileranno come il solito le Ali Nere. Dopo l’attacco di Ventoso la gente è terrorizzata. Chi porterà le grandi ali?

    Per undici anni Victoria aveva sfilato durante la parata delle Forze Armate con indosso la propria tuta da combattimento, con le grandi ali spiegate, ma a capo scoperto. A quattordici anni era già alta come molti uomini adulti e la gente aveva imparato a riconoscere i suoi capelli quasi bianchi e il suo profilo elegante. George aveva sfilato in quel ruolo una sola volta, e pochi mesi dopo il centro di Pencors era stato attaccato e uno dei licei più prestigiosi raso al suolo, una dozzina di ragazzi delle migliori famiglie era rimasta uccisa.

    – Le Ali Nere sono perfettamente operative, da mesi non abbiamo vittime tra i civili – si era inserito Chris. – Tuttavia pensiamo che il nostro soldato che al momento usa le Grandi Ali non sia pronto a sfilare. Jude è eccezionale, ma ha quindici anni e non ne dimostra più di tredici. Per assurdo Victoria a quattordici anni poteva sembrare un giovane e promettente eroe, ma Jude darebbe l’impressione di essere un bambino mandato allo sbaraglio.

    L’imperatrice madre aveva scosse il capo.

    – Non può funzionare. Non è di questo che la gente ha bisogno. Serve un simbolo riconosciuto.  Molti si chiedono che fine abbia fatto il colonnello Soilbeir. Qualcuno dice persino che sia morto durante l’attacco di Ventoso. Sarebbe un buon segnale vederlo, il popolo si fida di lui.

    Victoria aveva fatto una smorfia.

    La sola idea di mettersi di nuovo la tuta le dava la nausea. Ma si era attenuta al piano concordato.

    – Dopo il funerale di George degli estremisti impuri hanno cercato di uccidermi – aveva detto. – Ritengono le Ali Nere un simbolo del potere imperiale e, come tale, da distruggere.

    – Sfilare a capo scoperto servirà a metterci un bersaglio addosso – aveva rincarato Chris. – Come nobile e ufficiale sono l’esempio di tutto ciò che una parte della popolazione, non solo gli impuri, odia. E noi non possiamo permetterci di perdere altri uomini. Siamo pochissimi, l’ultima cosa che ci serve è diventare l’obiettivo da colpire per degli attentatori.

    – Quindi la festa delle Forze Armate potrebbe essere una buona occasione per annunciare che alle selezioni del prossimo Ventoso potranno partecipare anche gli impuri. Se passeranno avranno automaticamente una speciale Patente di Via – aveva concluso Victoria.

    L’imperatrice madre aveva sorseggiato piano il proprio the, guardando da sotto gli occhiali il volto austero e impassibile di Delia Morozov.

    – Ho letto giusto l’altro giorno un articolo che diceva che siete più dei monaci che dei soldati. Come i monaci aiutate la popolazione e non servite all’oppressione dell’Impero. Cos’è, una campagna stampa per trasformarvi in sovversivi? Un’idea tua, Delia?

    La signora Morozov aveva sbuffato.

    – Hanno colpito Victoria con un dardo avvelenato. E al momento solo lei e un ragazzino di quindici anni riescono a portare le Grandi Ali. Solo chi governa la tuta delle Grandi Ali riesce a comunicare con gli altri nella dimensione degli angeli e a forzare gli spostamenti planari. Senza le Grandi Ali le Ali Nere sono a meno di mezzo servizio. C’è bisogno di più candidati. Come hai detto tu, Anya, ci aspettano tempi duri. E nei tempi duri una società deve usare tutte le proprie risorse. Inoltre questo darebbe agli impuri una possibilità di elevarsi dalla loro condizione, una speranza e degli eroi in cui riconoscersi. Avremo un disperato bisogno di eroi e speranza.

    – Impuri quindi? Perché non aprire alle donne, già che ci siete?

    – Per quanto sia evidente che le donne possono combattere nelle Ali Nere, abbiamo ritenuto che questa idea avrebbe avuto ancora più resistenza. Un passo per volta – aveva detto Victoria.

    – Gli impuri sono schiavi. Quale padrone vorrebbe mandarli a delle selezioni che, se superate, farebbe perdere loro l’investimento fatto? – l’imperatrice aveva scosso il capo. – Nei tempi duri, poi, alla gente serve certezza. La maggior parte degli impuri è soddisfatta della propria condizione, lavora sodo per ottenere dal proprio padrone una Patente di Via e la maggior parte dei patentati lavora sodo per garantire una patente anche ai propri figli. Così come la maggior parte delle donne è soddisfatta di diventare una brava moglie e pregare per avere figli senza malformazioni da impuri.

    – Anya, quello che davvero interessa a Leopold, perché così lo hanno consigliato, è che gli impuri schiavi, i patentati, le donne e la povera gente si ribellino e protestino separatamente, per cose diverse, in modo da poterli reprimere un gruppo alla volta – aveva sibilato Delia, con un tono che solo lei poteva permettersi con un membro della famiglia reale. – Ma nelle avversità la rabbia si coalizza lo stesso. Date un segno di apertura e di speranza adesso, quando la situazione non è precipitata, fate in modo che le Ali Nere tornino ad essere davvero gli eroi di tutti. Chi ci perde? Le Ali Nere che avrebbero più ragazzi da istruire? Gli impuri che avrebbero una speranza in più? Il popolo che avrebbe più soldati a proteggerli?

    – A noi non interessa la politica. Noi proteggiamo tutti. È questo il nostro motto, da prima che Fortanèa sorgesse – aveva terminato Chris.

    L’imperatrice aveva scosso il capo.

    – Riferirò il vostro punto di vista a Leopold, ma non vi prometto niente. Dal mio punto di vista è una follia. Diamo però per inteso la partecipazione del colonnello Soilbeir alla parata.

    

    Victoria sospirò, mentre si infilava un comodo abito da casa, guarnito comunque di un congro numero di pizzi e ricami. L’imperatrice madre non si era sbilanciata e lei sarebbe tornata ad essere, sia pure per un giorno soltanto, il colonnello Soilbeir.

    Sentì la porta dell’appartamento aprirsi.

    Uscì dalla stanza ravvivandosi i capelli. Ten era appena entrato, con una tracolla carica di libri e tra le mani una sporta da cui spuntavano una coda di pesce e un ciuffo di aromi.

    – Sono passato dal mercato – disse. – C’era questa bella trota di mare, potremmo farla con una salsa all’aneto, cosa ne dici?

    Victoria sorrise. Fuori stava scendendo la sera, ma, in qualche modo, per lei era tornato il sole.

    

Ritorna all'indice


Capitolo 7
*** Capitolo 7 ***


Benvenuti o bentornati!
Ho deciso di accorpare quelli che erano originariamente i capitoli 7 e 8 nel tentativo di velocizzare un po' la storia che ora inizia a entrare nel vivo. Fino a che punto Ardal può cacciarsi nei guai?
Spero di intrattenervi facendovelo scoprire.



CAPITOLO 7

 

    Ardal si strinse nel cappotto.

    Faceva freddo. Presto la brina avrebbe iniziato a rilucere sotto i raggi delle lune, se queste avessero fatto capolino tra le nubi. Per il momento, però, era buio persino per i suoi occhi da impuro, adattati alla semi oscurità. Ormai stava camminando nella boscaglia da una decina di minuti. Seguendo le indicazioni si era fatto lasciare davanti a una taverna in uno dei sobborghi ad ovest di Pencors e aveva proseguito a piedi. Iniziava però a pensare di aver sbagliato a contare le svolte. Sbuffò. Per tornare in città a piedi ci avrebbe messo almeno due ore, se non di più. Se aveva sbagliato strada, forse era il caso che ci si avviasse adesso, perché passare la notte all’addiaccio non lo attirava neppure un po’.

    Si era quasi deciso a invertire la marcia quando il sentiero si allargò all’improvviso. 

    Ardal si trovò davanti a un cancello in ferro battuto e un uomo si staccò dal tronco di un albero per venire a pararglisi davanti. Aveva lunghe corna ritorte che gli scendevano dal cranio verso la nuca.

    – Da qui in poi è stato sparso del veleno – disse l’impuro.

    – Ma ratti e corvi non muoiono mai – rispose Ardal.

    L’uomo annuì e aprì il cancello, permettendo al giovane di entrare.

 

    Poco più avanti piccole lanterne illuminavano il percorso che conduceva a una villa abbandonata, con il parco ormai quasi indistinguibile dal bosco.

    La necessità di segretezza obbligava i Corvi a scegliere luoghi di riunione sempre nuovi, che venivano comunicati tramite un messaggio in un codice noto agli affiliati nascosto tra i necrologi. Il caro estinto si chiamava sempre Aaron, il cognome era l’anagramma del luogo più vicino a quello in cui sarebbe avvenuta la riunione. L’età del defunto indicava i chilometri che andavano percorsi per raggiungerla dal punto di partenza, l’iniziale del nome della moglie segnalava invece la direzione da tenere. Le frasi rituali come «ha serenamente lasciato i propri cari» o «dopo lunga malattia» davano delle indicazioni operative. In questo caso «circondato dall’affetto dei propri famigliari più stretti» invitava a raggiungere il ritrovo alla spicciolata, per non dare nell’occhio. Era un metodo semplice, ma Ardal frequentava i Corvi da quasi due anni e nessuno era mai venuto a interrompere i loro raduni.

    Il luogo scelto per quella notte aveva un fascino particolare.

    Quel terreno un tempo apparteneva a una villa lussuosa che ancora si ergeva in una radura del bosco mostrando la propria facciata scrostata e le finestre dai vetri ormai rotti. Davanti alla facciata dell’edificio una volta doveva esserci stata una magnifica fontana. Ora c’era uno spiazzo invaso dalle foglie secche che nessun giardiniere aveva raccolto e al centro rimaneva la statua di una ninfa che reggeva sopra la testa una conchiglia sbeccata da cui ormai usciva solo del muschio stentato. Seduti su quello che era il bordo della fontana c’era una ventina di individui, quasi tutti con i segni dell’impurità evidenti, e altrettanti erano in piedi nelle vicinanze. A turno, chi voleva parlare si avvicinava alla statua della ninfa. Ardal era in ritardo, ma generalmente i primi interventi non erano quelli più influenti.

    – La mia informazione è certa – stava dicendo il piumato che aveva preso la parola in quel momento. – Conosco uno schiavo del Ministro Arnald. Non ci dicono tutto. Sanno per certo che le piogge di cenere non smetteranno, non è affare di pochi mesi come dicono sui giornali. Il ministro aveva lasciato sulla propria scrivania degli appunti presi a una riunione. Si aspettano che la carestia si aggravi. Entro il prossimo inverno non ci sarà più cibo per tutti. Ci sono delle ipotesi al vaglio, tra cui quella di uccidere tutti gli schiavi non necessari.

    Un mormorio di sgomento percorse i presenti.

    Ardal annuì tra sé. Persino Il flusso aveva scritto che l’eruzione vulcanica che aveva determinato le piogge di cenere si sarebbe fermata. Non aveva firmato lui quegli articoli, ma aveva partecipato alla peggiore riunione di redazione di sempre. Non era vero, la situazione sarebbe solo peggiorata, aveva detto il direttore Donovan. Per questa volta non aveva colpa neppure l’imperatore ed era inutile gettare verso l’inverno una popolazione terrorizzata. Fino a primavera non ci sarebbero stati davvero problemi di approvvigionamento di cibo ed era importante mantenere i prezzi bassi e evitare che l’isteria li colpisse prima della fame. Ardal non aveva saputo dire cosa fosse giusto fare. Ogni giorno si recava  in redazione spinto dall’idea romantica di aiutare la verità a trionfare, ma per farlo mentiva. Idealmente, l’idea di nascondere un fatto così grave lo ripugnava. Ma dal momento che non c’era nulla che si potesse fare in merito, forse era meglio che gli scienziati dell’impero si ingegnassero a trovare soluzioni prima che si spandesse il terrore. Il panico, lo sapeva fin troppo bene, poteva portare chiunque a prendere decisioni drastiche, altrimenti impensabili. Ardal non credeva che fosse davvero stato deciso uno sterminio mirato degli schiavi impuri, ma non si sentiva di escludere che quella possibilità fosse stata discussa da politici sgomenti quanto lui di fronte al mondo che divampava.

    – Non credo uccideranno mai gli schiavi – disse infatti un vecchio signore vestito con una certa eleganza e con un’unica ala che spuntava sotto la giacca. – Gli schiavi appartengono a gente ricca, che ama ostentarli, oppure fanno andare avanti delle miniere o delle piantagioni. Nel primo caso i proprietari non se ne disferanno perché sarebbe per loro come pagare una tassa ingiusta, nel secondo si tratta di attività di cui Fortanèa non può fare a meno. No, gli schiavi non sono in pericolo. Lo sono i patentati. Noi non siamo una ricchezza per nessuno. Se arriveremo davvero a una carestia così grave sanno i patentati quelli condannati a morte. Se verrà razionato in cibo, i patentati saranno quelli che avranno diritto a quantità minori. Vedrete, inizierà così.

    – Ma cosa stiamo dicendo? – si inserì una ragazza avvolta in un ampio mantello sotto cui si intravedevano zoccoli sottili al posto dei piedi. – È terribile solo il fatto che ci sia l’idea che gli impuri possano morire. Che non siamo persone. Finalmente diventa reato l’uccisione di un impuro anche da parte di un padrone e poi, alla prima occasione, ecco che siamo sacrificabili. Questo vuol dire non c’è nulla da salvare a Fortanèa. L’unica possibilità che abbiamo è distruggere questo mondo per farne uno nuovo.

    Ardal conosceva la ragazza. Si chiamava Riccia e aveva ventisette anni. Nella semi oscurità non si poteva vedere la cicatrice che gli sfregiava il volto, regalo del nobile che l’aveva presa come cameriera e amante. Era stata fortunata. Era troppo rovinata per servire in una casa nobiliare, aveva avuto una patente, probabilmente solo perché qualsiasi altra soluzione sarebbe stata considerata degradante per i precedenti proprietari. Aveva avuto un figlio, però, che aveva già quasi dieci anni e che era tutt’ora schiavo in quella casa e che lei non poteva vedere. Il giornalista non poteva dire di non capire le sue parole. Non avrebbe neppure saputo dire, in tutta onestà, se le condivideva oppure no.

    – Non valiamo niente – disse il primo che aveva parlato. – Anche nell’attacco angelico della scorsa decade gli unici morti sono stati tre impuri e nessuno ne ha parlato.

    – Il flusso ne ha parlato – obiettò Ardal, facendosi avanti.

    Lì, a eccezione di Esvele, lo conoscevano con il suo vecchio nome da schiavo, Scriba. Pensavano che fosse un patentato, ma sapevano che aveva conoscenze e simpatie nella redazione del giornale progressista.

    – Inoltre si è trattato di un incidente – continuò. – Io ero nel luogo dell’attacco. Le sirene sono suonate in ritardo, nessuno ha avuto il tempo di raggiungere i rifugi. Uno dei lampi di energia ha colpito l’argine di un canale, sul momento non sembrava ci fossero state vittime.

    Ma parte dell’acqua era finita in un locale sotterraneo della fabbrica vicina a L’impero della seta dove tre schiave ricamavano a mano le stoffe più preziose e venivano tenuto legate con delle catene. Erano morte annegate. L’evitabilità di quella fine era la cosa che faceva più male.

    Quando era arrivato un carro delle Ali Nere a recuperare Jude, la prima cosa che il ragazzo aveva chiesto era se c’erano state vittime. Ardal aveva visto le mani del ragazzo contrarsi e il viso, se possibile, farsi ancora più pallido mentre riceveva la notizia. Né lui né l’ufficiale medico delle Ali Nere appena arrivato avevano commentato «sono solo schiavi impuri». Forse la morte di quelle tre donne non avrebbe avuto conseguenze per le Ali Nere, al contrario di quelle dei ragazzi ricchi morti in Ventoso, ma Jude non le aveva considerate di poco conto.

    – Le sirene suonano sempre in ritardo quando ci sono in ballo solo vite di operai e di impuri – disse una vellutata voce femminile.

    Esvele si posizionò al centro della fontana.

    Quella sera era avvolta in una mantella bordata di pelliccia. Dei guanti nascondevano le piume nere che le ricoprivano le mani. Con i capelli neri acconciati in morbidi boccoli sembrava una dama di corte finita lì per caso. Ma anche nella penombra si intuiva l’intensità del suo sguardo. Non aveva bisogno di alzare la voce per indurre tutti all’istante al silenzio.

    – Ho fatto un elenco completo delle vittime degli attacchi angelici degli ultimi vent’anni – disse, quando fu sicura di avere tutta l’attenzione su di sé. – Gli impuri sono una frazione minoritaria della società. I primari sono circa uno su mille, se aggiungiamo gli allevamenti che selezionano impuri per l’estetica e quelli di piantagione, figli quasi tutti di altri impuri non arriviamo al tre percento della popolazione. Ma il quindici percento dei morti vittime degli attacchi angelici sono impuri. Le tre donne dell’ultima volta non sono un caso. Gli impuri sono sempre stati sacrificabili. Lo saranno anche nella prossima crisi. E se anche non ci fossero vere crisi, ce lo faranno credere, per avere una scusa per tenerci sottomessi e umiliati. Siamo più forti di loro, più resistenti, siamo solo di meno, per questo ci tengono schiavi. Riccia ha ragione. Le cose cambieranno solo rovesciando Fortanèa. Le piogge di cenere porteranno malcontento. Sfruttiamo, cerchiamo di essere parte delle rivolte. E colpiamo duro i simboli dell’impero. A partire dalle Ali Nere. Devono imparare a temerci, non solo le forze dell’ordine, ma anche gli altri gruppi d’insurrezione, devono capire che hanno bisogno di noi.

    – Lasciamo le Ali Nere fuori da questi discorsi – disse Ardal.

    Non aveva mai contraddetto Esvele in pubblico, anche in privato raramente si era azzardato.

    Ora sentì, come qualcosa di fisico, la perplessa disapprovazione di suoi occhi violetti calare su di lui.

    – Ho studiato anch’io i dati – continuò, anche se odiava vederla corrucciarsi sempre più. – Gli impuri muoiono di più perché nei rifugi hanno precedenza gli umani, oppure non possono neppure scappare, come le tre donne dell’ultimo attacco. Tenute legate in una stanza nonostante fosse suonato l’allarme. Quindici anni fa l’energia angelica ha distrutto l’entrata di una miniera. Sono morti tutti coloro che ci lavoravano, quindici uomini e duecento impuri. E altri trenta impuri sono morti in un incendio in una piantagione. Anche in quel caso erano legati e non hanno potuto fuggire. È vero che dobbiamo essere presi sul serio. Ognuno di noi è qui perché ha la possibilità di reperire informazioni o agire in posti chiave. Per assurdo abbiamo un accesso migliore a ciò che accade nei luoghi di potere di qualsiasi organizzazione che non abbia impuri al suo interno. Ma colpire le Ali Nere non è una buona idea.

    – Non sono d’accordo – protestò Riccia. – Colpire le Ali Nere è qualcosa che nessuno ha mai fatto. I Figli della Torba hanno ucciso l’erede al trono, il principe Andrej. Ora tutti li conoscono come organizzazione e nessuna insurrezione potrà mai essere organizzata senza di loro.

    – Io i Figli della Torba li conosco per lo più per quanti ne sono stati impiccati in piazza –  replicò Ardal.

    – E allora? Qui parliamo di rovesciare l’impero. Se anche morissimo tutti, a me starebbe bene, se potessimo dare un mondo migliore ai nostri figli.

    Ardal non disse più nulla.

    Forse non aveva sofferto abbastanza per capire davvero Riccia. Era stato uno schiavo fortunato. I segni delle frustate non se ne sarebbero più andati, ma era solo dolore. La sua precoce intelligenza aveva fatto sì che fosse addestrato per diventare uno schiavo di lusso, un segretario per un padrone ricco e paranoico. Esvele glielo aveva rinfacciato spesso. Gli avevano strappato la pelle, ma non gli avevano lacerato l’anima. Forse bisognava davvero aver perso tutto e attraversato l’indicibile per essere disposti a dare tutto. C’erano persone, poche, che Ardal non era disposto a sacrificare, neppure per un ideale più grande. Donny e alcuni dei suoi colleghi. Persone con tutti i privilegi, provenienti da famiglie abbienti e che tuttavia avevano scelto di parlare a nome degli ultimi… La redazione de Il Flusso aveva subito negli anni ogni genere di intimidazione e c’erano stati incidenti dall’aria molto poco incidentale. Il direttore Donovan era stato investito da un’auto a vapore, che era poi fuggita. Da allora zoppicava ogni volta che aumentava l’umidità, quindi, a Pencors, a giorni alterni. E tuttavia andava avanti con la sua ostinazione a far cambiare idea alle persone a furia di raccontare la verità. E Jude… Che a quindici anni era disposto a morire per proteggere chiunque ci fosse sotto di lui. Se non lo avesse conosciuto e non avesse visto la sua ostinazione di ragazzino, lo avrebbe considerato un bersaglio come gli altri. E Victoria, così sgomenta all’idea che qualcuno che neppure l’aveva mai incontrata la volesse morta e per farlo avesse organizzato un’imboscata vigliacca, col veleno, in tre contro uno. Ucciderlo per favorire una rivolta in cui, inevitabilmente, sarebbero morti altri innocenti gli generava un’inaspettata sensazione di malessere. Per conseguire un ideale giusto non si sarebbe dovuti essere disposti a tutto? Perché ora, per la prima volta, Ardal aveva il dubbio che invece esistessero dei limiti?

*

 

    La vita trova infiniti modi di perpetuare se stessa, dalle spore del fungo, alla scissione degli organismi unicellulari, fino al polline che le piante affidano al vento o agli insetti. Sulla Terra la vita dispiega se stessa, stordendo con le proprie possibilità. L’attrazione sessuale dei mammiferi e degli uccelli deve essere parsa affascinante ai primi osservatori esterni. Un momento annuale di follia in cui dare sfoggio di livree, di canti e di battaglie, ma transuente. Come le piante continuavano a crescere a prescindere dall’essere state impollinate, così la maggior parte degli animali superiori continuava la propria vita a prescindere dagli esiti dell’accoppiamento, se non per il tempo necessario per rendere indipendente la prole. Ciò che deve averli colpiti, allora, è come la vita si perpetui senza costi in questo pianeta gentile di una dimensione benevola. Mi chiedo se non sia stata questa la tentazione più forte, avere figli senza doverne pagare il prezzo. E la natura dell’attrazione deve essere sfuggita loro. Non una follia momentanea destinata a terminare con l’incontro dei corpi. Non sempre. A volte qualcosa che penetra nelle carni e nelle ossa, in grado di deviare il cammino di un individuo. La variabile imponderabile dell’amore. Qualcosa che si può assecondare, nascondere, si può cercare di reprimere ma che non si può, in nessun caso, ignorare. L’amore, il frutto proibito della Terra che né angeli né demoni erano pronti ad affrontare.

 

*

 

    La mano di Esvele accarezzava piano la schiena di Ardal, scompigliandone appena il sottile piumino che la ricopriva.

    Il giovane per vivere dispiegava parole, ma non ne aveva per definire come si sentisse quando stava con Esvele. Potersi mostrare com’era, con tutta la sua vita scritta sulla propria schiena, i segni  della deformità, quelli dei maldestri tentativi di sua madre per estirparla, quelli della frusta, eppure essere amato lo stesso. Esserlo da lei, che era stata fin da quando aveva dodici anni schiava di piacere in un bordello di lusso e si era pagata la patente con le mance dei clienti di cui sapeva anticipare i desideri. Per tutta la vita Esvele aveva vissuto l’amore come un’imposizione, nel migliore dei casi come un lavoro, eppure, liberamente, si dava a lui che non era niente. Non lo aveva respinto neppure quella sera in cui lui per la prima volta aveva parlato contro di lei in pubblico. 

    Esvele era arrivata nel pomeriggio e aveva attrezzato una delle stanze meno rovinate della vecchia villa. Nel camino bruciava la legna umida raccolta nel bosco circostante e l’aria gelida penetrava dalla finestra sbeccata, mentre l’odore della polvere si mescolava a quello al gelsomino di lei. Ardal non si era mai sentito tanto in pace con se stesso.

    – Ho letto il tuo articolo – esordì Esvele, continuando a giocare con le piume sulla sua schiena.

    Non avevano parlato molto, prima. Avevano lasciato che fossero i corpi ad appianare le loro divergenze.    

    – Sei riuscito a parlare con le Ali Nere – continuò la donna. – Cos’hanno fatto per stregarti in quel modo «più che soldati sembrano monaci guerrieri che vegliano sui sonni di tutti gli abitanti di Pencors»?

    Ardal la guardò con la faccia ancora semi affondata nel cuscino morbido che lei aveva portato. Esvele era bellissima, anche se lo stava guardando con disapprovazione.

    – Li ho incontrati. Non sono come me li aspettavo.

    – Di chi ti sei invaghito per cambiare così in fretta idea?

    Ardal mise il broncio, ma non finse di offendersi. Esvele sapeva di lui più di chiunque altro, a volte, sembrava, persino di lui stesso.

    – Per quanto ti possa sembrare strano, non tutti gli uomini ragionano solo col proprio uccello.

    Lei gli posò un bacio sulla fronte.

    – No? E quindi?

    Ardal socchiuse gli occhi, cercando le parole che in quella notte gli mancavano.

    – Sono stati inseriti all’interno dell’esercito imperiale perché andavano in qualche modo regolamentati, ma sono quanto di più lontano ci possa essere dalla nostra idea di militari… Nessuno dà sfoggio della propria autorità o impone il proprio grado. Sembrano anzi cedere volentieri il potere di cui non hanno bisogno. Il generale Morozov lascia che sia sua moglie a guidare la propria auto a vapore. Lei ti piacerebbe, non proprio il tipo di donna che sta a casa a ricamare… Ho visto un ragazzino mancare di rispetto agli ufficiali superiori senza che loro si offendessero e poi eseguire gli ordini senza battere ciglio. Quando c’è da agire lo fanno, dando le direttive senza urlare… Ho pensato… Nel mondo che faremo ci deve pur essere un direttivo, qualcuno che governa, scelto dal popolo. L’autorità dovrebbe essere così, riconosciuta e non esibita, basata sulla competenza.

    Era una sensazione che Ardal ci aveva messo qualche giorno a focalizzare. In ogni momento in cui aveva osservato le Ali Nere aveva percepito una fiducia reciproca che non si basava sulla simpatia. Jude non ne aveva per Chris, ma ne avrebbe eseguito gli ordini ad occhi chiusi. Alla redazione de Il Flusso, Ardal provava stima e simpatia per alcuni colleghi. Ma era consapevole in ogni momento che quelli che gli erano inferiori desideravano il suo posto e lui desiderava quello dei due giornalisti di maggiore esperienza. Non si sarebbe mai fidato di loro. Persino a Donovan non aveva mai svelato il proprio passato. Negli ultimi cinque anni, Ardal aveva imparato ad analizzare la società come una serie di scambi di potere, denaro e sesso. Era strano pensare che ci fossero altre variabili in gioco, come la fiducia.

    – E sei riuscito a parlare con Soilbeir?

    – Sì.

    – Com’è lui?

    Ardal sorrise nel sentire il pronome.

    – Inaspettato. Una persona dolce, se non fosse che ha ucciso angeli per un decennio e più.

    Esvele fece una smorfia.

    – Se hai parlato con lui avrai saputo che ha subito un attentato – disse.

    Ovviamente lei lo sapeva. Forse sapeva persino che era stato lui a sventarlo. Ardal non conosceva i massimi vertici dei Corvi, ma sapeva che in quel consiglio ristretto e segreto Esvele aveva un ruolo non secondario.

    – Tre impuri. Due sono morti – si limitò a dire. – Il terzo?

    – In un posto sicuro.

    Il senso di benessere aveva del tutto lasciato Ardal. Quello era un terreno pericoloso. Due anni prima era stato del tutto soggiogato dalla bellezza e dalle idee di Esvele. Anche se non era più convinto di condividere del tutto queste ultime non era pronto a perderla. Ma era consapevole che quegli incontri appaganti, ma senza un domani, al termine di riunioni segrete non potevano valere una vita. Certamente non la vita di Victoria o di qualcun altro delle Ali Nere.

    – Ho parlato con lui – continuò Esvele. – È sicuro che Soilbeir sia stato colpito da un dardo avvelenato. Ma tu l’hai incontrato dopo, vivo.

     Ardal la guardò con il suo viso che, lo sapeva, non lasciava trapelare nulla.

    – Aveva un braccio al collo.

    Poi sospirò.

    Aveva giocato troppe volte a quel gioco. Farlo anche con Esvele gli provocava un dolore quasi fisico tra lo stomaco e lo sterno. Ma sapeva come fare. Un’omissione credibile doveva essere circondata da verità plausibili, ma di scarsa importanza.

    – È stato soccorso in modo tempestivo. Sai, i loro laboratori sono all’avanguardia, studiano i movimenti ondulatori e la comunicazione senza filo. Ha potuto inviare un allarme.

    Un movimento appena meno controllato della mano di Esvele, che andò a tormentare le piume che le ricoprivano l’altro braccio, disse ad Ardal che non era soddisfatta di quella risposta, ma non la riteneva una menzogna.

    – Perché non ne hai parlato nell’articolo? 

    – A cosa sarebbe servito? A scatenare ulteriore odio sugli impuri? Anche le Ali Nere vogliono tenere la cosa riservata.

    – Scatenare l’odio era parte del piano e tu eri d’accordo.

    – Un attentato fallito non è quello che serve ai Corvi.

    – Hai ragione. Avrai scoperto dove abita Soilbeir, spero.

    Ardal si alzò a sedere sul letto e cercò gli occhi violetti di lei.

    – Volete ancora ucciderlo? Non è lui il nostro nemico. Nessuno nelle Ali Nere è nostro nemico. Potessero, arruolerebbero anche gli impuri.

    – Mi spiace se ti sta simpatico. Ma è un simbolo. E la sua testa è il nostro biglietto da visita per i Figli della Torba.

    – Davvero? È questo che vogliamo? Allearci con gente che ha pagato con la morte di decine dei loro l’uccisione di un principe filosofo? Il principe Andrej aveva idee progressiste, sotto di lui saremmo stati tutti meglio. Invece è salito al potere Leopold, un idiota paranoico che sa solo reprimere. Non mi sembra che gran miglioramento.

    Esvele si alzò, avvolgendosi nel suo ampio mantello.

    – Tu non hai ancora capito. Qui non parliamo di modificare qualche legge o di cambiare Fortanéa. Parliamo di distruggerla, per costruire una società nuova in cui saremo noi oppressi al comando. Quindi sì, vogliamo che le cose vadano abbastanza male perché risultino insostenibili. Per arrivare fin lì morirà un sacco di brava gente, ma è il prezzo da pagare perché nessuno debba più avere  cicatrici come le tue sulla schiena, perché nessuna Riccia, mai più possa essere violentata da un padrone e poi allontanata per sempre dal proprio figlio. E tu devi decidere una volta per tutte da che parte stare. Non potrai rimanere Ardal in giornalista e Scriba lo schiavo fuggiasco per sempre.

  

Ritorna all'indice


Capitolo 8
*** Capitolo 8 ***


CAPITOLO 8

 

    La luce delle lune filtrava attraverso le imposte. Si intuiva appena, eppure contribuiva a rendere perfetto il momento. Ten respirava piano a fianco di Victoria. Si era addormentato con il viso premuto contro il cuscino e una mano ancora appoggiata al suo petto. La giovane non si muoveva per non rischiare di svegliarlo, ma l’immobilità non le dispiaceva. Le dita di Ten coprivano quasi del tutto la cicatrice che le devastava il seno destro. 

    Victoria odiava quel segno. 

    Erano passati quasi sei anni da quando si era trovata per la prima volta a cospetto del Generale Angelico. Con le Grandi Ali aveva coperto la fuga dei suoi, di quasi tutti. Ma le ali stesse erano state consumate dai raggi di plasma con cui il Generale Angelico era in grado di bersagliarla. Erano talmente rovinate che era diventato difficile governare i movimenti. Mentre l’ultimo dei suoi compagni rientrava nella dimensione terrestre, lei si era sbilanciata. La sensazione del dolore che la trapassava da parte a parte la coglieva ancora a tradimento, di notte, facendola svegliare sudata e ansante. Non era svenuta subito. Le ferite inferte dal plasma degli angeli erano talmente sottili da sanguinare pochissimo. Davano tutto il tempo per rendersi conto che si stava morendo. Era rimasta inebetita a fluttuare nell’atmosfera rarefatta del mondo degli angeli, incapace persino di attivare il meccanismo di rientro. Il suo nemico si era avvicinato. Aveva sperato solo che la morte fosse rapida. E invece le aveva strappato via il respiratore e si era allontanato. Lasciandola ad annaspare e a dissanguarsi in quell’aria troppo povera di ossigeno. Non ricordava come era riuscita ad effettuare il balzo dimensionale, ma era ancora cosciente mentre cadeva sopra i cieli della città che avrebbe dovuto proteggere. Chris l’aveva presa e solo allora si era permessa di svenire. Aveva pensato che non era così orribile morire tra le braccia di un amico. Ma non era morta. Era rimasta marchiata. Ogni giorno, quando si vestiva e si svestiva, non poteva evitare di vedere i segni di quel combattimento, come li sentiva nella sua voce ormai rovinata. Chris l’aveva presa ancora come amante, ma ogni volta i suoi occhi si erano soffermati sulla cicatrice e Victoria ne aveva odiato il moto involontario di disgusto subito trasformato in pietà. Da quando per sfida si era infilata tra i ragazzi che provavano la selezione per le Ali Nere con un paio di braghe addosso, Victoria sapeva che non avrebbe più potuto davvero tornare ad essere una donna. Quella cicatrice, però, le aveva sottratto anche l’ultima illusione. Eppure a Ten non importava neanche di quello.

    La prima volta che si erano amati, in quella stessa stanza, dopo che si erano conosciuti a una festa a cui Delia l’aveva trascinata, tutto il suo corpo aveva tremato mentre lui la svestiva, come mai le sarebbe capitato in combattimento. E, sì, era trasalito. Poi le aveva chiesto se le facesse ancora male, se dovesse stare attento a non farle male. Il desiderio nei suoi occhi non era diventato meno autentico, Victoria non aveva avuto la sensazione di essere diventata orribile. Senza riuscire a parlare, aveva scosso il capo e Ten aveva preso a baciarla, prima il seno sano, poi quello devastato. 

    Era così facile lasciarsi amare da Ten…

 

    Quella sera si erano messi a cucinare insieme.

    In un tempo lontanissimo, Victoria era stata una bambina sgraziata in un istituto dove delle brave monache cercavano di garantire un futuro agli orfani. I maschietti venivano mandati in officina, avviati a un lavoro da operaio. Alle bambine veniva insegnato a ricamare, a pulire o a cucinare, perché diventassero delle domestiche. Victoria era stata pessima in tutte e tre le attività. Ten, al contrario, era deliziato dalla cucina di Fortanéa ed era in grado di replicare quasi qualsiasi cosa assaggiasse. Non considerava il cucinare un’attività per servi o per donne. Victoria se la cavava molto meglio con le lame, quindi si era trovata a sfilettare mentre il suo innamorato sbatteva veloce le uova con l’olio per montare la salsa. Nel frattempo, Ten le aveva raccontato dei propri allievi. Quel giorno aveva tenuto gli esami all’università imperiale ed era tornato con un carico di aneddoti su strafalcioni e risposte improbabili che avevano fatto ridere e preoccupare Victoria. Le cose che si sapevano sugli angeli erano pochissime, ma a quanto pareva in pochi volevano approfondirle con lo studio e persino questi lo facevano con scarsa attenzione. Lei aveva raccontato per sommi capi quello che poteva riferire dell’incontro con l’Imperatrice Madre.

    – Le cose con le ceneri vulcaniche andranno così male? – aveva chiesto.

    Ten, all’Università, era in contatto con le migliori menti di Fortanéa.

    Il giovane aveva continuato ad agitare la frusta da cucina per montare la maionese.

    – Fortanéa è un paese potente, se la passerà meglio di molti altri.

    – Se le cose andranno male dovrai tornare a Ji’Quin?

    Ten aveva terminato di preparare la salsa prima di risponderle.

    – Un giorno dovrò tornare.

    – Chris mi ha chiesto di sposarlo.

    Ten aveva appoggiato il contenitore che aveva in mano.

    – Non ci aspettano tempi facili – aveva detto, calmo. – Ci sarà il freddo e ci sarà la fame e io non so cosa ne sarà del mondo che conosciamo ora. Non so cosa accadrà a Ji’Quin o a Fortanéa o in un qualsiasi altro posto. Chris tiene a te e la sua è una famiglia importante. Dovresti valutare davvero la sua offerta.

    Victoria aveva sostenuto il suo sguardo. Bene. Non voleva un amante che le mentisse. Non era una donnetta da tenere buona con promesse vuote. Lui se ne sarebbe andato senza di lei.

    – È questo che desideri? – aveva chiesto, con voce ferma.

    – No!

    La calma di Ten era svanita in meno di un battito di ciglia. Il contenitore della maionese era rovesciato accanto al stufa che usavano per cucinare. Lui le aveva afferrato entrambe le mani, spingendola contro il muro. Victoria aveva lasciato cadere il coltello che stava utilizzando.

    – Se avessi la certezza di poter stare con te bruciando il mondo, bruciando tutti i mondi, lo farei. Ma non posso prometterti alcuna felicità portandoti con me, né posso prometterti di rimanere per sempre. Non so cosa ne sarà di Fortanéa. E se non posso essere io, allora che che sia qualcuno che ti vuole bene. Non sopporterei di saperti sola in un mondo che va a fuoco.

    – Rimani al mio fianco, allora, se tieni a me.

    Gli occhi di Ten erano dolci, neri occhi orientali. Di solito splendevano miti dietro le sue lenti. Davano l’idea di guardare il mondo con gentile benevolenza. In quel momento ribollivano come lava. Con le guance arrossate di rabbia, quello viso apparteneva a qualcuno di cui era bene avere paura.

    – Davvero lo vuoi? Che abbandoni i miei giuramenti, i miei doveri e coloro che contano su di me? Se ti richiamassero in servizio per una necessità imprescindibile diresti di no per stare con me?

    Gli occhi di Ten la inchiodavano alla verità.

    – No – aveva sospirato lei. – Non lascerò neppure la capitale, fino a che Jude non avrà un sostituto affidabile, figuriamoci Fortanéa.

    La stretta delle mani di Ten sui suoi polsi si era già addolcita in una carezza, mentre lui si avvicinava. Era più basso di lei di quasi una spanna, quindi inclinò la testa per posarla tra il suo collo e la spalla.

    – Non importa la distanza da cui venivamo. Stiamo percorrendo lo stesso sentiero.

    – Ma tu sai tutto di me, io non so niente di te.

 

    Più tardi, dopo aver raccolto e finito di cucinare il povero pesce, si erano parlati a lungo in un linguaggio che non ammetteva incomprensioni. In qualche modo, Ten conosceva i desideri e i bisogni del suo corpo persino meglio di lei stessa. Tra le braccia di Ten era facile dimenticarsi del futuro. O, forse, diventava ovvio che valeva la pena di vivere quel presente. 

    Se anche il mondo fosse davvero bruciato, pensava Victoria, almeno quel momento perfetto loro lo avevano avuto. Molti di quelli che erano stati bambini con lei all’orfanotrofio di Santa Prospera non erano mai diventati adulti. La sua migliore amica era morta a quindici anni, si era buttata in un canale dopo essere stata abbandonata dal proprio amante e aver partorito il proprio bambino col marchio dell’impurità. E poi tutte le lapidi ordinate nel cimitero delle Ali Nere. Se la morte e la sofferenza erano ineluttabili, almeno lei aveva potuto stringere un frammento di perfezione.

    In quel momento beato che segue l’amore, Ten gli aveva raccontato di sé, per la prima volta.

    – I miei genitori sono morti prima che potessi conoscerli – aveva detto, con la sua voce dolce, così piacevole da ascoltare. – Io e mia sorella siamo stati cresciuti ricoperti di attenzioni, ma non c’erano altri bambini della nostra stessa età e già allora i nostri caratteri erano diversi. Appena potevo, scappavo per mescolarmi alle persone e trovare qualcuno con cui giocare. Ma venivo sempre riconosciuto e riportato indietro. Credo che sia da allora che si è formata la mia vocazione per la conoscenza e per i viaggi. Non ho mai perso il piacere infantile di mescolarmi a degli sconosciuti, ascoltare i loro discorsi, anche se so che la loro vita non sarà mai davvero la mia. E questo, alla fine mi ha portato da te.

    Forse, pensava Victoria, quello spiegava in parte, il senso di completezza che provava abbracciandolo. Aveva detto a Ten che lui conosceva tutto di lei, ma non era vero, non gli aveva mai parlato della propria infanzia. Venivano da solitudini simili. Ten non aveva bisogno di specificare di essere un nobile. Per quanto avesse simpatia per gli operai del dopolavoro, non aveva mai vissuto le loro ristrettezze. Provava per la loro attuale vita bohémienne quell’entusiasmo di chi sa che è una situazione transitoria e non avrebbe certo passato tutta la propria vita a preparare da solo le salse per il pesce. Ma la solitudine di chi non ha mai avuto una famiglia o un posto che possa dire suo, quella era autentica. L’essere stranieri anche a se stessi, perché non si era mai visto un viso in cui riconoscere i propri lineamenti era una differenza sottile, un’insicurezza di fondo di cui non esistevano parole per spiegarla a cui non l’avesse provata.

    – Ormai le nostre anime sono unite – aveva sussurrato Ten con la faccia già premuta sul cuscino quando Victoria pensava si fosse già addormentato. – Tu conosci il fenomeno dell’entanglement, quello che permette alle Ali Nere di balzare tra le dimensioni. Gli atomi e le loro componenti più minute sono in connessione tra loro. Tutti atomi di un universo esistono dagli inizi del tempo, sono state stelle e mari e poi forse persone o animali e risuonano della melodia del cosmo. Continuano a cantarla anche se portati in una dimensione differente. Se divisi, si riconosceranno come unità, non importa dove le loro parti siano portate. Allo stesso modo non c’è lontananza che possa spezzare la risonanza tra le nostre anime. Per questo voglio che tu sia felice. Non importa dove sarò. Lo saprò e sarò felice anch’io. 

    

    Un colpo di pistola spezzò il silenzio della notte e i pensieri di Victoria.

    Ten, di fianco a lei, si svegliò all’istante, mentre la giovane già si metteva in piedi, agguantando con una mano la veste e aprendo con l’altra il cassetto del comodino in cui teneva il suo revolver.  

    Un altro sparo.

    Non poteva essere molto distante dall’ingresso del loro palazzo.

    Con i riflessi del soldato, Victoria era già vestita, sia pure con una camicia da notte. Con la propria pistola in mano corse giù dalle scale, mentre i vicini, al contrario, si chiudevano dentro i loro appartamenti, facendo scattare i chiavistelli.

    – Victoria, aspetta! 

    Il grido di Ten si perse dietro di lei, mentre la giovane usciva in strada.

    Una parte della sua mente le gridava che non era quello che doveva fare. Una donna non si sarebbe mai dovuta comportare in quel modo. Ma qualcuno aveva appena sparato sotto casa sua, mettendo in pericolo chi abitava nelle vicinanze e questo nessun ufficiale poteva tollerarlo.

    Arrivò sulla strada in tempo per vedere una carrozza che si allontanava. 

    Albeggiava.

    Nel riflesso del primi raggi di sole, Victoria ebbe l’impressione di scorgere un braccio armato di pistola che si ritraeva all’interno della carrozza.

    Sul bordo della strada, un uomo si appoggiava a un lampione che si andava spegnendo.

    Prima ancora di metterlo a fuoco, Victoria seppe che era Chris.

    Indossava uno dei suoi cappotti più eleganti, bordato di pelliccia di visone, ma aveva una mano al petto, mentre con l’altra si aggrappava al palo del lampione.

    – Chris! – urlò Victoria.

    Con uno sforzo, l’uomo rialzò il viso e provò a muoversi verso di lei. Una macchia di sangue andava allargandosi dov’era premuta la sua mano.

    Incespicò, ma Victoria era già lì a sorreggerlo, la propria arma lasciata cadere a terra.

    Nel rantolo del suo respiro c’era già tutta la diagnosi che lei avrebbe voluto ignorare.

    Chris fece in tempo ad appoggiarle la testa sulla spalla e a sussurrarle qualcosa che quasi si perse tra i capelli. Poi sussultò, mentre i muscoli del suo corpo cercavano di ribellarsi alla morte con un ultimo spasmo violento.

 

    

Ritorna all'indice


Capitolo 9
*** Capitolo 9 ***




Una carrozza attendeva davanti a casa. Una carrozza da gente ricca, trainata da due possenti cavalli che stridevano col paesaggio circostante, le case di pietra con il tetto su cui cresceva l’erba. 

    Ardal esitò, prima di entrare. Qualcosa nell’austerità di quel mezzo così incongruo rispetto alle quattro galline che razzolavano vicino all’uscio gli suggeriva di aspettare. Ma era già tardi e aveva esaurito le scuse. 

    Negli ultimi tempi, da quando suo padre era morto, ogni occasione era buona per stare fuori, anche dopo che aveva finito di radunare le pecore a cui badava. Passava per i paese per vedere se qualcuno aveva bisogno di un aiuto qualsiasi, in cambio di una mezza pagnotta o di un avanzo della cena del giorno prima. Quando era fortunato, trovava maestro Edmund che gli dava un nichelino in cambio di qualche pagina ricopiata. Era una carità, perché Ardal aveva imparato a scrivere tracciando lettere con un bastoncino nel fango o nella sabbia bagnata e per quanto fosse attento, la sua era comunque la calligrafia di un seienne. Ma era una carità che faceva comodo. Da quando il papà era morto solo nel fondo della miniera, la miseria era entrata nella casa, avviluppandoli come una nebbia da cui non ci si poteva liberare. Non erano mai stati ricchi, ma nel villaggio nessuno lo era. Vestivano come tutti con due abiti che dovevano bastare un anno intero e poi passare al fratello più piccolo e mangiavano tutti la stessa zuppa fatta con tutto ciò che poteva essere bollito e masticato. Ma adesso avevano superato la sottile linea che li avevano sempre divisi dall’indigenza. Sua sorella non correva più fuori al suo ritorno, assillandolo perché la facesse giocare. Ormai da una decade non riusciva ad alzarsi dal letto. Il suo tossire era diventato un suono costante che disturbava il sonno di tutti, insieme al pianto sempre più stizzoso del piccolo, il quarto della nidiata, che non trovava più soddisfacente il latte della mamma. Stare a casa era diventato uno strazio, ma uno strazio che non si poteva più rimandare.

    Sua madre lo attendeva vicino al focolare. Rhona era sdraiata su un pagliericcio proprio lì accanto, nel punto più caldo della casa, ma dormiva o era in uno stato di torpore ancora più profondo del sonno. Gli altri due fratellini non c’erano. La mamma aveva indosso il proprio vestito migliore, del rosso scuro che si addiceva a una donna in lutto.

    – Siediti, Ardal, dobbiamo parlare – disse.

    L’istinto diceva al bambino che quello era il momento di scappare, perché il tono di sua madre era quello di un cacciatore che chiude la trappola. Ma aveva sei anni e aveva imparato che alla mamma non si disubbidiva.

    – Tu vuoi che Rhona guarisca, vero? – chiese la donna.

    Ardal sbatté le palpebre. Che domanda era? Rhona aveva un anno scarso meno di lui, era la sua migliore amica, la sua prima compagna di giochi. E poi cosa voleva dire? Non aveva mai pensato che Rhona potesse non guarire. Annuì.

    – Il dottore ha detto che la malattia non è troppo avanzata, ma ci vogliono medicine e cibo migliore di quello che abbiamo ora e per questo ci vuole del denaro.

    Ora Ardal annuì più sicuro. Era forte. Al contrario dei fratelli lui non si ammalava mai. Avrebbe lavorato. Anche in miniera, se necessario, anche se il papà lo aveva spinto fin da quando era piccolissimo a comprendere i segreti delle parole scritte, per trovare un lavoro diverso dal suo, perché il buio della miniera non lo avesse. Ardal, che ci vedeva meglio dei fratelli nella penombra, era terrorizzato dal buio assoluto della profondità della terra. Quando pensato a suo padre, caduto in un pozzo da cui i compagni non erano riusciti a estrarlo, pensava al buio che doveva averlo circondato. Nella sua mente era quello che lo aveva ucciso, soffocandolo. Ma lo avrebbe affrontato, se fosse stato necessario per aiutare Rhona.

    – Tu sei diverso dagli altri, lo sai – continuò la mamma, più dolce.

    – Sì.

    Ardal sapeva da sempre di non dover girare con la schiena nuda. Mai. Aveva le piume sulla schiena e gli altri bambini invece no. Mamma aveva cercato di strappagliele, di bruciargliele, di scioglierle persino, ma le piume ricrescevano sempre. Ed erano orribili, oscene, nessuno doveva sapere che le avesse, solo i suoi genitori e Rhona. Anche i fratelli più piccoli non dovevano vederlo mai a schiena nuda. Prima aveva pensato solo che fossero orrende, ma da quando seguiva le lezioni di maestro Edmund aveva capito quanto lo fossero. Lui era un impuro. Deforme. Sbagliato. Sua madre avrebbe dovuto consegnarlo appena nato, perché fosse cresciuto con altri come lui, per diventare schiavo. Invece i suoi genitori avevano deciso di tenerlo, anche se consegnandolo avrebbero avuto un risarcimento, insegnandogli a tenere nascosta la sua condizione. Non che Ardal avesse ben idea di cosa fosse uno schiavo. Non ce n’erano in paese. Nella cittadina più vicina, dove era andato qualche volta per il grande mercato mensile, c’era una patentata, una ex schiava, che rifaceva il filo ai coltelli e alle falci. Aveva lunghe corna che ricadevano sui capelli di un rosso ingrigito e portava unghie lunghissime e appuntite. Ardal, come tutti i bambini, ne era terrorizzato e non capiva in che modo potesse essere simile a lui.

    – Fuori, nella carrozza, c’è un mercante di schiavi impuri e tu andrai con lui – disse la mamma.

    Ardal rimase immobile, incapace di capire in pieno il significato di quelle parole.

    La mamma approfittò del suo silenzio per proseguire.

    – Non c’è altro modo. Non ho denaro per mantenere quattro figli e non farò morire neppure uno di loro, se posso evitarlo. Tu sei intelligente e forte. Ti porteranno in un posto dove ti insegneranno a fare i calcoli e come ti devi comportare. Non rischierai di morire di fame o di freddo. Starai meglio di noi, qua. Non finirai mai in una miniera o in una piantagione. Servirai in una casa, come segretario, contabile o maggiordomo. Al punto in cui siamo, è la cosa migliore.

    – Io non voglio! – fu tutto quello che Ardal riuscì a dire.

    Gli tremavano le labbra, mentre lacrimoni di rabbia si andavano formando negli occhi. Eppure non riusciva davvero a cogliere in senso di quel discorso. Capiva solo che sua mamma non lo voleva più. Che doveva andare lontano in una carrozza scura trainata da cavalli altissimi che lo spaventavano.

    – Tuo padre non voleva morire. Rhona non voleva ammalarsi. Io non volevo doverlo fare.

    Le parole di sua madre cadevano, come sempre, sul suo «non voglio» definitive come lapidi tombali. 

    Poi lei lo prese con entrambe le braccia e se lo strinse al petto.

    – Ascolta e ricorda le mie parole, anche se adesso non le capisci. Solo io, Rhona e il curato sanno che sei un impuro. Il curato è vecchio e morirà. La tua nascita è stata registrata come regolare. In paese dirò che sei stato preso a bottega da uno di città. Sei un primario e intelligente, sei un bene di lusso. Obbedisci e impara e non ti succederà niente. Lavora sodo e otterrai una patente. Non dimenticare il tuo nome. Tornerai ad indossarlo. Non c’è altro modo per salvarvi tutti.

    La mamma tremava, stringendolo e questo, più di tutto, diede ad Ardal la dimensione di quanto stava accadendo.

     L’abbraccio terminò di colpo, nel un sospiro risoluto con cui sua madre si rimangiò le lacrime e i singhiozzi.

    – Saluta tua sorella e vai.

    

    Ardal uscì nel tramonto rosato dell’inverno che si faceva primavera. Le ultime immagini della sua famiglia sarebbero state la faccia corrucciata di sua sorella, che aveva risposto con un grugnito senza neppure aprire gli occhi e il volto di pietra di sua madre, immobile nell’abito a lutto, con le mani strette a pugni. 

    Dalla carrozza scese un uomo vestito di scuro, con una frusta legata alla cintura. Lo fece salire. C’erano già delle catene predisposte, attaccate alla panca di legno. Un anello di metallo si strinse intorno alla sua caviglia.

    Mentre la carrozza lasciava il paese, sobbalzando sulla strada sconnessa, Ardal pensava che stava lasciando indietro tutto ciò che era stato, compreso il suo nome. Era certo che non avrebbe odiato mai nessuno come in quel momento odiava sua madre.

 

***

 

    Qualcuno bussava con forza alla porta.

    Ardal si trovò seduto sul letto a fissare instupidito la penombra.

    Che ore erano?

    Aveva lasciato la villa della riunione prima che albeggiasse e si era rifugiato nel proprio letto all’ora in cui solitamente andava in redazione, ma era il suo giorno di riposo, giusto?

    – Apri, giovane pazzo, che c’è lavoro per te!

    La voce era senza ombra di dubbio quella del direttore Donovan. 

    Del resto era anche il suo padrone di casa. 

    Quando era arrivato in città, a neppure quindici anni, aveva iniziato come strillone. Insieme ai soldi, aveva iniziato a infilare nella busta anche bozze di articoli. Il direttore, intuendo che non aveva niente, gli aveva offerto due stanze scomode nello stesso edificio in cui aveva sede Il flusso, una vecchia fabbrica tessile riadattata alla meglio. Adesso avrebbe potuto permettersi l’affitto di una casa migliore, ma c’era affezionato. E poi gli piaceva l’idea di essere sempre a un passo dal proprio lavoro e da ciò che accadeva. Anche se a volte, come quel giorno, era scomodo.

    – Che ore sono? Cosa succede? – chiese, mentre cercava una giacca qualsiasi da cacciar sopra alla camicia con cui aveva dormito.

    Raggiunse finalmente le chiavi e la porta d’ingresso.

    – È quasi ora di pranzo – disse Donovan, entrando.

    Si passò una mano nella criniera grigia che aveva al posto dei capelli.

    – So che alla tua età la vita vera è di notte, ma se do un altro un pezzo sulle Ali Nere poi non mi darai pace.

    Il malumore lasciò immediatamente Ardal.

    – Cos’è successo?

    – Ieri notte è stato ucciso un ufficiale, il maggiore Jamenson. Sembra un fatto di corna, ma ho pensato che volessi lavorarci. Hanno fermato una donna e il suo amante, un professore di storia all’università.

 

Ritorna all'indice


Capitolo 10
*** Capitolo 10 ***


 

 

    Victoria sedeva impettita. Solo la rabbia le evitava di essere sopraffatta dal dolore. La rabbia e l’assurdità della situazione.

    Si era accasciata a terra sopra il corpo di Chris, incapace di accettare quello che era successo. Non sapeva per quanto tempo era rimasta in quel modo sul marciapiede. Un secolo o forse neppure un minuto. Quando aveva rialzato lo sguardo Ten era dietro di lei, ma stavano sopraggiungendo degli uomini nelle uniformi della polizia cittadina. Lei si era alzata, già pronta a dare direttive, senza considerare che quegli uomini vedevano un nobile a terra, con un foro di proiettile che gli trapassava il petto, una donna con una camicia da notte grondante di sangue e una pistola lasciata cadere lì accanto. Dietro di lei uno straniero con indosso un maglione al contrario e lo sguardo stralunato. Persino lei aveva capito che urlare ai poliziotti di inseguire la carrozza sarebbe servito solo a farla passare per isterica. L’assassino, ormai, se ne era andato e quegli uomini appiedati non avrebbero mai potuto raggiungerlo. Si era lasciata condurre via, spiando con la coda dell’occhio cosa accadesse a Ten. Il giovane non aveva opposto resistenza, neppure quando i poliziotti lo avevano fatto inginocchiare a terra per perquisirlo. Se lo avessero malmenato, Victoria non avrebbe saputo rispondere di se stessa. Ma non era successo, almeno fino a che lei aveva potuto seguirlo con lo sguardo. Se fosse accaduto dopo, non lo sapeva.

 

    Represse un sospiro. Puzzava di sangue. Aveva addosso ancora la camicia da notte. Alla sede centrale della polizia di Pencors, dov’era stata condotta, le avevano dato un vecchio scialle sporco in cui avvolgersi. Non voleva pulirsi. Quel sangue che andava seccando e indurendosi era tutto quello che le rimaneva di Chris. Non poteva essere morto. Aveva perso così tanti compagni da smettere di contarli. A volte le pareva che il suo cuore non fosse che una riproduzione del cimitero delle Ali Nere, una lunga distesa di lapidi uguali, dove i ricordi dei volti si disfacevano e si corrodevano come i nomi incisi sotto i secoli di pioggia. Ma non Chris. Chris, che l’aveva accolta come amante, così tanto tempo prima, che aveva impedito che si schiantasse al suolo quando era rientrata svenuta nella dimensione terrestre, che le aveva chiesto di sposarlo, era l’essenza stessa della forza vitale. Non poteva morire. Neppure gli angeli potevano ucciderlo. Eppure di lui rimaneva solo il sangue che le impregnava il vestito.

    – Mi ripeta ancora quali erano i suoi rapporti con il maggiore Soilbeir – disse l’uomo che aveva di fronte, nella stanzetta senza finestre dove veniva interrogata.

    Victoria non sapeva da quanto fosse lì. Davanti a lei si erano succeduti tre uomini. Senza dubbio di grado crescente, anche se si presentavano senza uniformi. E senza dubbio lei restava anche per quel nuovo venuto, un quarantenne con una certa luce brillante negli occhi a riscattare un viso scialbo, un enigma insolubile. 

    Tamburellò con le dita il tavolo di legno davanti al quale era seduta e poi si risolse a fissare la tazza di the bollente che il poliziotto si era fatto portare.

    – Eravamo amici – rispose Victoria.

    Aveva ripetuto la propria versione così tante volte da non dover più pensare a cosa dire. 

    Che cosa ricordava della carrozza? Cosa le avrebbe permesso di identificarla?

    – Frequento casa Morozov, sono parente del colonnello Soilbeir. Conosco il maggiore Jamenson da molti anni.

    Tormentò con un’unghia una scheggia di legno del tavolo, alla ricerca di un ricordo.

    Aveva visto una mano. Com’era? Aveva dei guanti, ne era quasi sicura. Perché nessuno le diceva di che calibro era il proiettile che aveva ucciso Chris? Perché non riusciva a mandare quegli uomini dove avrebbero dovuto essere, fuori, a cercare l’assassino?

    – Sa che cosa penso? – disse il detective.

    Voleva essere intimidatorio, con quella sua voce ferma e fredda, ma a Victoria proprio non interessava cosa pensasse.

    – Si è ridotta amante di uno straniero, una donna che ha perso ogni rispettabilità. Jamenson è venuto per conto dei Morozov o di Soilbeir, se davvero siete parenti, per farla ragionare e lei, trovata col proprio amante, ha perso la ragione e gli ha sparato.

    – Le sembra che io abbia perso la ragione? – replicò Victoria, secca, sforzandosi di dedicare più attenzione all’interlocutore.

    – Non sembra neppure sconvolta come dovrebbe essere una donna che ha visto un amico morire e che si trova accusata ingiustamente.

    – Ha ragione. Non so come dovrei essere, non mi sono mai trovata in questa situazione… Verrebbe all’alba un uomo che deve ricondurre alla ragione una ragazza scappata di casa? In abiti così eleganti?

    Chirs indossava la spilla con rubino come fermacravatta. Veniva da un club dove aveva trascorso la notte. Lo faceva spesso quando il giorno dopo non era di servizio. Giocava a fingersi un nobile dissipato allo stesso modo in cui lei, a volte, fingeva di essere una ragazza qualunque.  Al club o nelle sue prossimità doveva aver incontrato qualcuno… Era andato da lei per fare rapporto, non come amico, ma come ufficiale. Casa sua, quindi, era più vicina del quartier generale. Doveva essere facile ricostruire i movimenti di Chris quella notte, per capire chi avesse incontrato…

    Il rumore dei pugni dell’uomo che sbattevano sul tavolo fecero sobbalzare Victoria appena un istante prima che il the, sbalzato dalla tazza, le schizzasse addosso. Si ritrasse d’istinto, schivando le gocce, per poi trovare gli occhi grigi dell’uomo che la fissavano. Ci mise un istante a capire che lui aveva voluto spaventarla e ora, ancora, si stava sforzando di valutarla. Povero sciocco.

    – Una donna con i suoi riflessi può senza dubbio uccidere un uomo – disse infine il poliziotto.

    – Certo, ma rimane il fatto che io non l’abbia fatto.

    Le mani dell’uomo si contrassero in un pugno.

    L’avrebbe colpita? E lei si sarebbe lasciata colpire, solo perché era questo che ci si attendeva da una donna? Doveva sbrigarsi a decidere una linea di condotta, poiché, era evidente, non c’era modo di farsi ascoltare e indirizzare le indagini. A quell’uomo, come a quelli che l’avevano preceduta, non importava quello che lei diceva. Non notavano le ovvie discrepanze. L’omicidio avvenuto in strada, gli abiti di Chris e i suoi. Non avevano alcun interesse a confrontare il proiettile che l’aveva ucciso con la sua pistola. Avevano un Jamenson morto e volevano offrire alla famiglia un colpevole guarnito di movente. Lei era una donna, quindi il movente era senza dubbio passionale. In più era una donna non sposata che conviveva con uno straniero. Un colpevole perfetto. E Ten? Si trovava da qualche parte in quello stesso locale, picchiato per farlo confessare?

    – Voglio parlare con il generale Morozov – si risolse a dire, fissando negli occhi il proprio interlocutore.

    Questo, forse, lo stupì abbastanza da fargli decidere di non colpirla, almeno per il momento.

    – State tranquilla, il generale è di certo stato avvisato della morte del proprio ufficiale.

    – E avete spiegato anche chi esattamente avete fermato?

    Che almeno si facessero inquietare dal dubbio che lei avesse davvero le conoscenze altolocate che aveva professato. Ma Soilbeir era un cognome diffuso tra i contadini dell’ovest e una donna perduta, com’era stata definita, di certo non aveva nulla a che spartire con la gente perbene.

    Il poliziotto, infatti, si limitò a un gesto vago con la mano.

    – Non preoccupatevi di questo. Sapete cosa faremo? Ora verrete portata nella prigione femminile. Avete una bella catenella d’oro al collo. Ci sono tagliaborse, lì, e assassine abituate ad agire con pugni e coltelli come uomini. Domani forse sarete più collaborativa.

    Quindi, concluse Victoria, era troppo vigliacco per colpirla. O, meglio, gli sembrava degradante picchiare una donna, ma se era qualcun altro a farlo era un altro discorso.

    L’unica porta che conduceva alla stanzetta senza finestre si aprì e ne entrò un uomo più giovane, sotto i trent’anni. Tutto nel suo modo di porsi indicava che fosse di grado inferiore a quello che l’aveva interrogata. Con deferenza porse un biglietto al proprio superiore. L’uomo lo lesse e si accigliò. Victoria si aspettò che battesse di nuovo il pugno sul tavolo. Evidentemente qualcuno aveva davvero parlato con Morozov.

    – Chi siete? – chiese di nuovo il poliziotto, guardandola.

    Ora c’era rabbia nei suoi occhi grigi. Il cacciatore si vedeva sfilare la preda.

    – Una donna perduta che ha abbandonato la rispettabilità per vivere col proprio amante straniero – replicò Victoria, secca.

    Quante ore era stata lì senza che nessuno ascoltasse le sue parole? Quanto questo ritardo aveva reso impossibile catturare l’assassino di Chris? Quanto dolore era stato inflitto a Ten? Che ne era di lui?

    – Il generale Morozov fa sapere che dell’omicidio dell’ufficiale si occuperanno i suoi uomini – sibilò il poliziotto.

    L’idea di non poter figurare sui giornali dell’indomani come colui che in poche ore aveva risolto il caso Jamenson gli faceva male, perché aveva l’aria di chi avesse appena ricevuto un pugno proprio nello stomaco. Ma non poteva farci nulla. Dei reati commessi ai danni dei militari poteva occuparsi una commissione interna, se così decideva l’ufficiale superiore della vittima.

    – Evidentemente non crede all’omicidio passionale – disse Victoria. Fece per alzarsi. – Posso andare?

    A una ragazza conveniva sempre chiedere il permesso.

    L’uomo fece un gesto verso la porta.

    – Potete ingannare un militare che non ha esperienza in fatto di donne, ma non me.

    Victoria si astenne dal rispondere.

    – E il professore Kuroa? – chiese.

    – Sulla sua posizione dobbiamo finire gli accertamenti.

    Certo, era uno straniero. Senza ovvi protettori altolocati. Su di lui avrebbero sfogato la frustrazione dell’indagine sfumata. Se ora Victoria avesse colpito quell’uomo, il generale Morozov sarebbe bastato a evitarle ulteriori guai? Scosse la testa, resistendo alla tentazione. Cercò di non pensare a come sarebbe stato tutto diverso se lei avesse avuto la lucidità di infilarsi i vestiti di Ten e avesse potuto parlare come il colonnello Soilbeir…

 

    

Ritorna all'indice


Questa storia è archiviata su: EFP

/viewstory.php?sid=3993925