Dark Sirio

di _Atlas_
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prologo ***
Capitolo 2: *** Capitolo I ***
Capitolo 3: *** Capitolo II ***
Capitolo 4: *** Capitolo III ***
Capitolo 5: *** Capitolo IV ***
Capitolo 6: *** Capitolo V ***
Capitolo 7: *** Capitolo VI ***
Capitolo 8: *** Capitolo VII ***
Capitolo 9: *** Capitolo VIII ***
Capitolo 10: *** Capitolo IX ***
Capitolo 11: *** Intermezzo ***
Capitolo 12: *** Capitolo X ***
Capitolo 13: *** Capitolo XI ***
Capitolo 14: *** Capitolo XII ***
Capitolo 15: *** Capitolo XIII ***
Capitolo 16: *** Capitolo XIV ***



Capitolo 1
*** Prologo ***



Prologo
 
 
  
  
 
 
«Com’è accaduto?»
«Indietro, restate indietro!»
«Era solo un ragazzo…»
 
 
 
 
 
Come un solitario corpo celeste attratto dal campo gravitazionale di un buco nero, ho spinto la mia esistenza sull’orizzonte degli eventi senza calcolarne il rischio, senza tenere conto delle conseguenze, e cioè che prima o poi la gravità mi avrebbe impedito di mettermi in salvo, intrappolandomi per sempre nell’oscurità.
Mi chiedo se non sia un caso che, in una notte come questa, non ci siano stelle.
Mi chiedo se sia possibile, in un universo alternativo, che al posto dell’ambulanza e degli agenti di polizia ci sia solo un gruppo di adolescenti, sbronzi e scanzonati, che gridano verso il cielo.
Mi chiedo se sia possibile, in quello stesso universo, vedere il ghigno soddisfatto sul volto di Jake mentre strimpella su una Fender Stratocaster un vecchio successo dei Clash.
Mi rispondo che sì, può essere possibile, ma io mi troverei sempre qui, davanti a un’ambulanza e agli agenti di polizia, davanti a un corpo esanime col volto sfigurato e sporco di sangue, risucchiato in un luogo lontano dal quale è impossibile fare ritorno.
 
È un luogo dove regna il caos e dove il battito del mio cuore si mescola al rumore della pioggia, alle sirene dell’ambulanza, a una voce che grida il mio nome e che mi impongo di ignorare.
 
«Axel!»
 
 
 
  
 _______
 
 
 
 
NdA
Ciao a tutti,
dopo quasi un anno e mezzo di lavoro più o meno costante, riesco finalmente a pubblicare il prologo di un progetto a cui tengo tantissimo e che mi fa piacere condividere con voi.
Il primo capitolo della storia verrà pubblicato a breve, e nelle note vi riporterò il link alla colonna sonora che mi ha accompagnato in questi mesi e che è strettamente legata alla vicenda; inoltre, come già segnalato negli avvertimenti, saranno presenti tematiche piuttosto delicate che rappresentano un po’ il fulcro della storia stessa, quindi vi chiedo, nell’eventualità, di prestare attenzione a questo aspetto della storia (e su cui mi chiarirò meglio con i prossimi aggiornamenti).
 
Detto questo, spero di avervi incuriosito e che possiate seguirmi in futuro; ci tengo inoltre a ringraziare _Lightning_, ovvero la mia beta, nonché amica, nonché sopportatrice instancabile di deliri, paranoie e altre mirabolanti stranezze della sottoscritta. Senza le sue minacce questa storia sarebbe ancora una bozza chiusa in un quaderno <3
 
E grazie anche a voi che vi siete fermati a leggere,
a presto!
 
 _Atlas_

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Capitolo 2
*** Capitolo I ***



Capitolo I
 
 
 
  

 
 
21 gennaio 2015, New York City

 
Le iridi cristalline nuotarono nella penombra della stanza alla ricerca di un appiglio, di un qualsiasi dettaglio insignificante che lo avrebbe stappato dalla morsa del suo incubo.
L’eco delle sirene gli rimbombava ancora nella testa mentre passava in rassegna tutto ciò che incontravano le sue pupille: il lampadario a sospensione attaccato al soffitto, le imposte che affacciavano su una New York City ancora addormentata, il vecchio poster di Pulp Fiction attaccato alla parete. Dio, forse un Big Kahuna Burger1 gli avrebbe fatto resettare la memoria e spedire nei meandri dell’inconscio l’eco dannata di quell’ambulanza.
Un quadrante luminoso sul comodino gli ricordò che erano le quattro del mattino, un orario sconsigliato persino per un toast; e a pensarci bene non aveva neanche fame, voleva solo dimenticare, un’attività che negli ultimi diciotto anni gli era riuscita piuttosto bene, se non considerava troppo i suoi problemi d’ansia e le sue crisi depressive.
Con un gesto secco si scostò le lenzuola di dosso, scoprendo il torace nudo su cui ancora si intravedevano i segni degli allenamenti passati, e rimase seduto a bordo del letto in attesa di un’idea migliore.
Un quarto d’ora più tardi si ritrovò in cucina, in procinto di bere la prima tazza di caffè della giornata.
Il panico, se mai si fosse trattato di quello, si era ritirato in un’anticamera remota del suo cervello che avrebbe volentieri chiuso a chiave, eppure, quando sul tavolo del salone trovò il dodicesimo volume di Dark Sirio ancora fresco di stampa, non si fece troppi problemi a rendergli di nuovo il fiato corto.
Inspirò ed espirò lentamente, come quelle stupide sedute di meditazione gli avevano insegnato a fare, e a poco a poco riprese il controllo, anche se adesso avrebbe volentieri vomitato le viscere.
Pochi istanti dopo un dolce aroma di caffè si diffuse tra le pareti del suo attico, mettendo distanza tra lui e i suoi pensieri scomodi.
Il potere della caffeina reimpostò la normalità e per un po’ tornò ad essere semplicemente Axel Newell, un fumettista newyorkese di ottima fama, pluripremiato e acclamato da pubblico e critica di tutti gli Stati Uniti, con un passato travagliato dal quale era partito per mettere egregiamente a posto la sua vita.
O almeno così riportavano i titoli dei giornali, che dimostravano sempre un curioso interesse per la vita privata degli artisti, soprattutto se questi erano orfani, tormentati, o entrambe le cose.
All’ultimo piano di un grattacielo, dall’altra parte di Madison Avenue, riconobbe la sagoma di un uomo appollaiato al tavolo della cucina, insonne come lui e con una rivista tra le mani, e si chiese se stesse leggendo proprio qualche dettaglio insignificante della sua biografia, magari in vista della conferenza che si sarebbe tenuta da lì a poche ore al primo piano della Barnes&Noble2 sulla 5th Avenue.
Incrociò il proprio riflesso sulle vetrate a strapiombo sulla città e seguì il contorno spettinato dei suoi capelli e della sua barba, finendo per seguire le sue spalle appena incurvate verso l’interno, nell’atto di proteggere qualcosa o forse solo per estrema pigrizia. Fu distratto dalla luce rossa e intermittente della segreteria telefonica, che quasi di certo pregava di essere ascoltata da ore.
«Axel, ma dove ti sei cacciato?»
La voce spazientita della sua agente gli fece accartocciare il viso in un’espressione colpevole non appena schiacciò il pulsante di avvio.
«Non che la cosa mi sorprenda, intendiamoci, ma almeno la sera prima di una conferenza stampa gradirei che rispondessi al telefono.»
Axel preferì non chiedersi che fine avesse fatto il suo smartphone, anche se ricordava di essersi addormentato con la musica alle orecchie, quindi era probabile che a quest’ora giacesse con la batteria a zero raggomitolato tra le lenzuola.
«A ogni modo, la conferenza di domani è anticipata di un’ora, quindi diciamo che il karma ti ha giocato un brutto scherzo. Mi auguro che questo messaggio venga ascoltato prima di domattina, altrimenti credo scoprirai in ritardo il perché all’improvviso ti sei ritrovato a corto di un agente letterario.»
Ci fu una breve pausa, poi la donna riprese a parlare e concluse il suo messaggio: «Cerca di dormire,  domani quelli della New Douglas ti daranno filo da torcere. Buonanotte.»
Tipico di Loraine, in quanto agente era la donna più capace e specializzata che avesse mai conosciuto, ma in quanto essere umano era in grado toccare vette di perfidia estreme, e non solo perché aveva minacciato di tagliarsi fuori una volta per tutte, ma principalmente perché gli aveva appena augurato una buonanotte dopo un elenco di almeno sette notizie che non avrebbe mai voluto ricevere, prima tra tutte la presenza di giornalisti della New Douglas a una conferenza stampa a cui lui per primo non avrebbe voluto partecipare.
Sulla copertina lucida di Dark Sirio, appena sopra la figura di un uomo col volto sfregiato, primeggiavano in caratteri dorati il suo nome e il suo cognome. Non fu un caso che, leggendoli, l’ossigeno gli morì in gola  riportando a galla il sapore del caffè.
Si trascinò in bagno spinto dalla morsa del panico e con mani tremanti trafficò sulle mensole fino a quando non trovò il flacone di Diazepam3, con la confezione ancora integra abbandonata su un vecchio stereo. Litigò qualche minuto con la chiusura ermetica, dopodiché si portò in bocca un paio di pasticche, aiutandosi con l’acqua del lavandino per deglutirle.
Non seppe quantificare il tempo che trascorse davanti allo specchio; si perse nella sua stessa immagine come un Narciso di un mondo parallelo che ripudiava e detestava ogni lineamento del suo viso, finché non si ritrovò sotto il getto ghiacciato della doccia e Cecilia Ann dei Pixies come sottofondo.
 
 
 
 
 
______
 
 
 
Note:
1. Catena fittizia di fast food apparsa nei film di Tarantino, tra cui Pulp Fiction.
2. Una delle più famose catene di librerie degli Stati Uniti.
3. Psicofarmaco utilizzato per curare soprattutto i disturbi d’ansia.

 
 
 
 
NdA
Salve a tutti,
sono felice di poter pubblicare finalmente il primo capitolo di questa storia, sperando possa piacervi e accendere di più la vostra curiosità. Approfitto quindi per ringraziare le persone che finora hanno messo la storia nelle seguite e chi ha speso un po’ del suo tempo per darmi le sue prime impressioni. E grazie come sempre a _Lightning_ per il suo supporto costante <3
 
IMPORTANTE: come avrete notato inizia ad esserci qualche accenno su temi piuttosto delicati, qui riguardanti il disturbo d’ansia e l’utilizzo (in questo caso scorretto) degli psicofarmaci. Ci tengo a precisare che nel testo il punto di vista appartiene a una persona che NON prende seriamente il proprio stato di salute, ricorrendo a medicinali in maniera de tutto ERRATA e screditando rimedi in realtà spesso efficaci, come appunto la meditazione.
Qualora vi trovaste in una situazione simile, è bene rivolgersi a uno specialista.
 
Parlando invece di cose più leggere, qui di seguito vi allego il link di quella che considero la colonna sonora di Dark Sirio, a cui col tempo potrebbero aggiungersi nuovi brani:  Dark Sirio Soundtrack
 
Perdonate le note infinite, ma mi premeva molto chiarire alcuni aspetti di cui in ogni caso parlerò anche in futuro, onde evitare incomprensioni.
Grazie a chi è passato di qui, spero a presto con il nuovo capitolo! :)
 
_Atlas_

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Capitolo 3
*** Capitolo II ***



Capitolo II
 
 
 



 
 
«Posso fingere un attacco improvviso di…non so, dissenteria?»
Una mano si adagiò con fermezza sul suo braccio e ancor prima che lo obbligasse a voltarsi, Axel riconobbe la presenza della sua agente a un passo da lui.
«Preferirei che fingessi di tenere alla tua immagine pubblica, almeno per un paio d’ore» gli intimò Loraine. Indossava un elegante tailleur color panna che metteva in risalto i suoi capelli argentati e la sua espressione signorile oscurata da un velo di fastidio.
«Vuoi dire alla tua immagine pubblica?» domandò Axel sollevando un sopracciglio.
«Precisamente» confermò la donna «Perciò niente battutine da liceale, niente citazioni di sitcom datate e…»
«Friends è sempre attuale, Loraine» la interruppe rischiando di strozzarsi con il chewing-gum che stava cercando di nasconderle.
«…e fai sparire quel chewing-gum, per l’amore del cielo» concluse. I suoi occhi nocciola lo squadrarono minacciosi e come sempre Axel ebbe la fugace visione di una madre esasperata per il comportamento del figlio.
«Hai trenta secondi, dopodiché salirai su quel palco e ti comporterai da adulto. Intesi?»
Girò i tacchi senza aspettare risposta e Axel la seguì con lo sguardo fin quando non sparì dietro gli scaffali dedicati ai classici del genere fumettistico. Tra un volume e l’altro intravide i giornalisti in attesa del suo arrivo, con Thompson e McNeill della New Douglas in prima fila con lo sguardo soddisfatto di chi già sapeva in che modo ribaltare la buona riuscita di quella conferenza.
Qualcosa fece scattare il pulsante di emergenza nascosto nell’anticamera della sua testa e all’improvviso  fu come essere torturato da due persone diverse nello stesso momento: una che gli tappava il naso e un’altra che gli riempiva la bocca con cucchiai di sabbia.
Cercò di regolare la respirazione, ma l’applauso che si scatenò nella sala gli ricordò che era il momento di entrare in scena.
 
 
 
*
 
 
 
L’ossigeno riprese a circolargli nei polmoni un po’ alla volta, anche se la sabbia che aveva in bocca adesso si era trasformata in colla, impedendogli di rispondere con scioltezza alle domande del pubblico.
Loraine, seduta al suo fianco davanti a un grande tavolo rettangolare, gli allungò un bicchiere d’acqua che scolò come se non bevesse da anni, ma servì a poco e qualche giornalista decise di approfittarne.
Quando il microfono andò nelle mani di Robert Thompson, Axel serrò d’istinto la mascella.
«Signor Newell, non crede che questo volume contenga scene piuttosto esplicite per il suo pubblico? I ragazzini tendono ad immedesimarsi nei personaggi che amano e non sono sicuro che immedesimarsi in un pluriomicida sia una buona cosa. Qual è la sua opinione?»
«La mia opinione?» prese tempo Axel, versandosi un altro bicchiere d’acqua.
Il giornalista accavallò le gambe e lo squadrò con curiosità, pronto a cogliere ogni sfumatura della sua risposta.
«Uh, io non credo che i ragazzini siano così imbecilli» rispose alzando appena le spalle «A differenza forse di qualche adulto.»
Sentì Loraine sospirare al suo fianco, ma al momento era concentrato a mantenere regolare il suo respiro e a non cadere nella trappola del giornalista.
Quello sembrò soddisfatto della sua risposta, ma portò avanti la discussione.
«Sicuramente il pubblico giovanile apprezzerà questa sua dichiarazione, ma ciò non toglie che Dark Sirio abbia raddoppiato le sue scene di violenza esplicita, per non parlare della presenza di tematiche delicate quali droga, sesso, alcol…Potrebbero vietarlo ai minori di diciotto anni, ci ha mai pensato?»
«Be’, a dire il vero no» ammise Axel, prendendosi qualche momento per riflettere «Ma non è un problema che mi riguarda, ad essere onesti.»
«No?» chiese Thompson sollevando un sopracciglio «Le vendite si dimezzerebbero»
«Saremo pronti a correre questo rischio, nell’eventualità» si intromise Loraine, che aveva previsto un attacco simile da parte della New Douglas.
Axel gliene fu grato, anche perché aveva perso di nuovo il controllo sul respiro e si sentiva la testa leggera.
«Signor Newell» intervenne a quel punto Clark McNeill, a cui il collega aveva passato il microfono «C’è una questione che da diverso tempo mi preme chiarire: ormai sono diciotto anni che seguiamo le avventure di Damon Rivera – o Dark Sirio, come è più noto – e il suo desiderio di vendetta è diventato insaziabile. Perciò mi chiedo, arriveremo mai a un epilogo o siamo destinati a rincorrere una giustizia utopica?»
La colla nella bocca di Axel divenne cemento e per lunghi istanti non sembrò in grado di reagire. Rimase fermò a riflettere sul significato di quelle parole e sulle sfumature che soltanto lui in quella sala era in grado di cogliere e che erano oscure persino a chi gli aveva appena rivolto la domanda.Provò a deglutire, ma era come se un nodo invisibile gli si fosse piantato in gola.
Loraine doveva aver colto parte del problema, perché gli sembrò che lo stesse guardando preoccupata con la coda dell’occhio.
«Vuoi rispondere?»
«Sì…sì, tranquilla» mentì, riuscendo persino a sorridere. Si schiarì la voce e si avvicinò al proprio microfono.
«Credo…sì, Dark Sirio avrà senza’altro un epilogo, ma ecco…è difficile dire quando questo accadrà» rispose con voce graffiata, come se le corde vocali faticassero a fargli pronunciare quelle parole.
«Me ne rendo conto,» valutò il giornalista, per nulla pentito di averlo messo in difficoltà e quasi lieto di poterlo fare ancora «ma vendicare la morte di una persona è una soluzione narrativa che può durare un paio d’anni, non di più. Il suo eroe invece sembra quasi ossessionato dal suo obiettivo, come se fosse una questione tra se stesso e il suo alter ego, e non più una legata all’assassinio del suo amico. Mi sbaglio?»
Le vertigini avevano assalito Axel molto prima che il giornalista finisse la sua domanda, facendo ondeggiare gli scaffali e le pareti della libreria e sdoppiando i volti delle persone che adesso lo guardavano sconcertate.
«Si sente bene?»
«Signor Newell?»
Qualcuno gli sfiorò il braccio, ma lui lo ritrasse come se si fosse scottato.
«Axel?»
 
 
 
L’acqua ghiacciata lo riportò alla realtà senza però fargli ricordare come diavolo ci fosse arrivato nelle toilettes della Barnes&Noble. Continuò a sciacquarsi la pelle accaldata del viso riprendendo poco a poco a respirare, una routine semplice ma funzionale che aveva acquisito col tempo. Acqua fredda e respiri profondi, e prima o poi il panico sarebbe svanito.
Quando sollevò il viso per guardarsi allo specchio, i suoi occhi incrociarono la figura esile di Loraine, alle sue spalle, con le braccia conserte e un’espressione a metà tra il preoccupato e il nervoso.
«Stai meglio?»
La carta assorbente gli asciugò solo parte del viso, poi finì dritta nel cestino dell’immondizia.
«Sto meglio, sì. Torniamo dagli sciacalli?»
Loraine gli bloccò la via di fuga prima che raggiungesse la porta e lo guardò severa.
«Dimmi che prendi ancora le medicine.»
Le sue parole gli provocarono una debole fitta al centro del petto che si costrinse ad ignorare.
«Prendo ancora le medicine» la accontentò con voce piatta, ma conscio che non se la sarebbe bevuta.
«Axel, si tratta della tua carriera, nonché della tua vita. Lo capisci questo?»
«Lo capisco, ma ad essere sincero non so se m’importa. Ora possiamo andare? Devo finire di rovinare la mia carriera, nonché la mia vita» disse acido, cercando di superarla. La donna però lo fermò di nuovo e stavolta c’era un’ombra di rabbia a scurirle il volto.
«Sta’ a sentire, Axel, non mi interessa della tua vita privata, ma la mia carriera dipende anche da te e se non intendi collaborare sarò davvero costretta a tagliarmi fuori. Siamo intesi?»
«Non posso controllare i miei attacchi di panico» le rispose a quel punto con foga «soprattutto se ci sono Cip e Ciop a pungolarmi l’inconscio con un taglierino!»
«La New Douglas ti attacca da anni! Ormai dovresti saperlo che il loro obiettivo è affondare la tua immagine e ogni volta sembra che tu voglia aiutarli a farlo.»
Axel si strofinò gli occhi con i polpastrelli cercando mentalmente una via di fuga. Non la trovò, e alla fine si arrese.
«Ho dormito male, stanotte. Si può dire che non abbia dormito affatto e sì, forse dovrei prendere seriamente la faccenda degli attacchi di panico e farmi prescrivere dei medicinali più…funzionali.»
«Basterebbe prenderli, Axel. E magari parlare con qual-»
«Per favore no.» la bloccò all’istante, «Non dirlo. Non parlerò con uno psicologo,  né con uno psicoterapeuta o un guru della meditazione. Prenderò le medicine del buon umore e cercherò di trattarti meglio, dopodiché infiocchetterò un epilogo per la New Douglas e mi dedicherò alle illustrazioni per bambini. Che ne pensi?»
«Della tua salute mentale o del tuo sarcasmo inappropriato?»
Loraine cercò di mantenere la sua espressione severa, ma ad Axel non sfuggì il lieve sorriso che le inclinò appena le labbra verso l’alto. Suo malgrado sorrise anche lui.
 
  
*
 
 
Una luce grigiastra lo accolse non appena varcò la soglia di casa. Le vetrate che affacciavano sulla Madison erano decorate con minuscole gocce di pioggia e di tanto in tanto riflettevano il bagliore di qualche fulmine di un temporale in avvicinamento.
Per un momento pensò di essere stato trasportato in una vignetta di Dark Sirio, o forse erano solo i postumi delle conferenza stampa più disastrosa della sua vita e dello scarso entusiasmo generale per ciò che aveva presentato.
Quel giornalista della New Douglas aveva ragione, Dark Sirio aveva bisogno di un epilogo; lui, invece, aveva bisogno di ricalibrare la sua vita e darle di nuovo un senso, o quel buco nero nel quale era sprofondato lo avrebbe spinto ancora più a fondo, risucchiandolo per sempre nel labirinto oscuro dalla sua mente.
Il materasso accolse i muscoli stanchi del suo corpo non appena vi si buttò sopra a peso morto. Era esausto, e l’idea di passare altre due settimane saltando da una libreria all’altra per incontrare altri giornalisti, fotografi e per lo più giovani in attesa di una sua firma gli faceva contorcere lo stomaco, soprattutto dopo la sua perfomance di quel mattino.
I giornalisti della New Douglas erano rimasti sconcertati quando si era ripresentato in sala, stordito e pallido come un cencio, probabilmente annotandosi di riportare anche quell’ episodio tra una critica e l’altra del loro prossimo articolo. La cosa non avrebbe stupito Axel, che era ormai abituato al trattamento che riservava per lui quella testata giornalistica e in particolare Thompson e McNeill; agli esordi della sua carriera lo avevano osannato come avrebbero fatto con un ragazzo prodigio, mentre adesso si divertivano a scrivere pettegolezzi sul suo rapporto con Loraine Armstrong, tutto ciò aggiunto ovviamente alle critiche feroci e spesso poco argomentate su ciò che negli anni lo aveva affermato come uno dei fumettisti più amati dal pubblico.
Smise di rimuginare su quelle questioni solo quando si rese conto di avere lo sguardo incollato al soffitto da almeno venti minuti. Si sarebbe dovuto alzare, farsi una doccia e dormire, soprattutto dormire, invece rimase lì, fermo, a rimuginare ancora.
L’eco dell’ambulanza gli risuonò ancora nella testa e non sapeva se era reale - mentre sfrecciava veloce lungo la Madison - o frutto della sua immaginazione vulnerabile.
 
 
 
 ______
 
 
 
 
 
NdA
Buonasera a tutti :)
Riesco ad aggiornare con puntualità con un capitolo ancora di stallo ma che contiene già molte allusioni a ciò che verrà affrontato più avanti; un passo alla volta e presto vi troverete nel cuore della storia (già dal prossimo capitolo ci saranno richiami più evidenti al passato di Axel).
 
Ringrazio tantissimo chi finora è passato di qui, chi per leggere e chi per commentare: non mi aspettavo di ricevere recensioni e sapere che abbiate speso del tempo per darmi la vostra opinione è per me un grande incentivo per continuare a scrivere, quindi grazie grazie grazie <3
Uno spupazzamento virtuale come sempre va alla mia beta _Lightning_ (se amate Star Wars e l’universo Marvel passate assolutamente dal suo profilo, è un ordine).
 
Un saluto affettuoso e al prossimo aggiornamento!
 
_Atlas_

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Capitolo 4
*** Capitolo III ***


Capitolo III
 
 
 


 
 
7 Gennaio 1997, Mismar (Georgia)

«Sono cinque dollari e sessanta» scandì Axel dopo aver battuto in cassa un flacone di detersivo e una confezione di guanti in lattice. La signora Brown, sforando di dieci minuti l’orario di chiusura del locale, prese a trafficare col suo portafoglio alla ricerca di qualche moneta e Axel ne approfittò per cambiare stazione radiofonica, smanettando sullo stereo alle sue spalle e interrompendo la sequenza di cattive notizie trasmesse dalla NPR. Fermò la sua ricerca quando riconobbe un pezzo degli Smashing Pumpkins tra una frequenza e l’altra, e un attimo dopo nel piccolo alimentari di Earl si sparsero le note di 1979.
«Tieni, ragazzo» lo richiamò la signora Brown, guardandolo spazientita mentre gli allungava una manciata di monete. Non era una novità che la donna fosse di cattivo umore, ma era già tanto che non si fosse lamentata, come suo solito, dei prezzi in aumento del negozio, che in realtà erano gli stessi di quando vi era entrata per la prima volta, circa cinque anni prima. Earl, il proprietario, aveva smesso di rispondere ai suoi reclami già da tempo, incassando le sue critiche e pregando Axel di fare lo stesso, tanto, sosteneva, era come convincere un cieco che l’erba fosse verde e non rosa shocking come l’aveva sempre immaginata. Una similitudine piuttosto bizzarra, riteneva Axel, ma Earl non era mai stato un tipo che la gente comune definirebbe “normale”, quindi annuiva e obbediva agli ordini.
Aveva iniziato a lavorare nel suo negozio un paio di anni prima, quando la morte di suo zio Davis lo aveva obbligato a rimboccarsi le maniche e aumentare il suo conto in banca per pagarsi bollette e tasse universitarie. Lo stipendio non era certo altissimo, ma aggiunto ai suoi risparmi gli permetteva di sopravvivere senza tirare troppo la cinghia.
La signora Brown nel frattempo aveva lasciato il negozio e Axel era già in procinto di chiudere la cassa e abbassare la saracinesca, quando il campanellino alla porta d’ingresso anticipò l’entrata di altri clienti.
«…e poi ci sarà anche Angie Sanders, non hai davvero nessun motivo per darmi buca» squillò contrariata una voce maschile. Axel stava per informare il ragazzo ancora fermo sulla soglia  che da lì a poco avrebbe chiuso, ma la cascata di capelli rossi che comparve dietro di lui gli incollò la lingua al palato lasciandolo a corto di parole.
«Angie Sanders? Quella per cui ho rischiato di finire in galera per colpa di quindici grammi di erba?»
Axel si accorse di avere gli occhi fissi su di lei solo quando la giovane volse lo sguardo nella sua direzione, forse per accertarsi che chi era dall’altra parte non avesse sentito le sue parole . Il suo aspetto decisamente poco austero parve tranquillizzarla, quindi gli rivolse un sorriso e tornò a girarsi.
«Sì, proprio lei,» confermò il ragazzo scrutando con attenzione le poche corsie del negozio «ma pare che abbia smesso di infrangere la legge. Ehi, ma non hanno gel per capelli, qui?»
«Pare? Mi ha infilato di nascosto dell’erba nella borsa, se mi avessero beccata…»
«…ti saresti fatta un paio di notti al fresco, ma invece sei ancora pulita e ti sei persino fumata un po’ di roba buona senza pagare. Direi che quella che ci ha rimesso è lei, no? Comunque non posso credere che non abbiano il gel, come accidenti faccio domani?»
«Tu sei tutto scemo, Jake» gli rispose la ragazza prendendo un barattolo di gel da uno scaffale e piazzandoglielo in mano.
Da dietro la cassa, Axel li sentiva battibeccare animatamente senza avere la forza di avvisarli sulla chiusura del negozio. C’era qualcosa, nel rivolgersi ai suoi coetanei con addosso un grembiule da cassiere, che lo metteva terribilmente a disagio; non che in genere fosse un ragazzo molto loquace, ma spesso pensava che quel grembiule avesse su di lui un effetto del tutto opposto a quello che il costume di Spider-Man aveva su Peter Parker.
Nel frattempo l’orologio in cassa segnava le venti passate e Axel tirò un sospiro di sollievo quando vide i due clienti avvicinarsi per pagare. Il primo stava ancora cercando di convincere la ragazza a seguirlo da qualche parte.
«Cosa non ti è chiaro della parola “no”
«Ssst, ascolta» le disse lui mettendole un indice sulle labbra mentre lei posizionava gli acquisti sul nastro della cassa «Smashing Pumpkins. Suoneremo anche questi domani. Sicura di non voler venire?» ammiccò accennando alle ultime note di 1979.
La giovane gli scostò le dita dal volto e portò gli occhi al cielo volgendo ad Axel un sorriso esasperato.
«Puoi fare in fretta? Prima vado a casa e prima mi libero di lui.»
Impacciato, ricambiò il sorriso e l’idea di dirle che avrebbe dovuto chiudere almeno un quarto d’ora prima svanì proprio come era arrivata.
«Oh, andiamo!» si lamentò il ragazzo. Col giubbotto di pelle e i capelli raccolti in un ciuffo che gli pendeva sulla fronte, sembrava appena tornato da una passeggiata negli anni Ottanta. « È il mio primo concerto dell’anno, mi farebbe piacere avere un po’ di sostegno da parte tua. Tu che ne pensi? Non ho ragione?»
Il cuore di Axel sobbalzò un paio di volte quando si rese conto che quelle domande erano rivolte a lui.
«Io? Uh, non vi stavo seguendo…» mentì abbassando lo sguardo e affrettandosi a passare sul ricevitore il barattolo di gel e una confezione di Doritos  «Sono tre dol-»
«No, aspetta» lo fermò il ragazzo «Puoi darmi anche un pacchetto di Lucky Strike? Rosse, se ce l’hai.»
Axel annuì e iniziò a trafficare sullo scaffale al suo fianco, mentre i due riprendevano a parlare.
«Non c’è bisogno che importuni la gente per convincermi a venire, sai?»
«Lo faresti anche tu se fossi la chitarrista di una band che intende sfondare.»
«Quindi il successo dei Losers Club dipende da me? Cielo, siete messi bene!»
«Sono otto dollari» si intromise Axel dopo aver battuto in cassa le sigarette e iniziando a sentirsi a disagio. Per fortuna la loro discussione sembrava essere giunta a un punto morto, con una vittoria schiacciante per la giovane ragazza dai capelli rossi.
«Fa’ come ti pare» borbottò il suo amico «ma sappi che quando aprirò i concerti dei Pearl Jam non ti venderò nessun biglietto sottobanco.» Fu con orrore che Axel lo vide avvicinarsi al suo grembiule per leggervi il suo nome sull’etichetta: «Ti chiami Axel, giusto? Stessa cosa vale per te, ma se dovessi cambiare idea il concerto inizierà domani sera alle dieci, nello scantinato del Lenox Blues. Hai presente? Non è lontano da qui.»
Distratto dai battiti fuori tempo del suo cuore, Axel ebbe giusto il tempo di ricordare i lineamenti afroamericani di un signore sulla cinquantina da cui ogni tanto andava a bersi un paio di birre; sua moglie, Margaret, era la proprietaria ufficiale del Lenox Blues, il locale più ambito dalle band emergenti di Mismar.
«Piantala di spaventare la gente, Jake» si scusò per lui la ragazza, pagando in fretta il conto per entrambi e rivolgendo ad Axel un lieve sorriso «Grazie per la pazienza, la prossima volta lo costringerò ad aspettarmi fuori» aggiunse a mo’ di scuse.
Axel non rispose e si limitò a ricambiare il sorriso, dopodiché li vide entrambi allontanarsi dal locale accennando un ultimo saluto con la mano.
«Au revoir!» gli urlò da lontano Jake.
 
 
 *
 
  
Nel vecchio sottotetto di zio Davis il picchiettio della pioggia proveniente dalle tegole era l’unica compagnia sonora di Axel, dalla quale a poco a poco si lasciò avvolgere del tutto.
La polvere di carboncino aveva lasciato l’impronta delle sue dita accanto al volto spigoloso di Damon Rivera; Axel ricalcò con cura il solco tra le due sopracciglia e gli zigomi alti che accentuavano l’espressione tesa del suo personaggio, un ex avvocato nelle vesti di un anti-eroe che inseguiva la mafia americana cercando vendetta. Dark Sirio agiva di notte smascherando i criminali di una New York distopica,  depressa, lontana anni luce dal sogno americano che l’aveva alimentata per anni; una città che aveva annientato la speranza di chi credeva nel futuro, abbandonandolo nell’oblio o nelle mani di chi non lo avrebbe lasciato vivere tanto a lungo.
Così era morto anche Kai Alden Arp, ucciso dal proiettile di una Heckler&Koch P7 destinato al suo amico Damon.
Axel aveva dedicato mesi alla stesura di quella trama, ma a volte sentiva ancora l’impulso di cancellarla interamente e ripartire da capo, cancellando passaggi poco originali o troppo complessi da raccontare per mezzo di un disegno. Anche adesso, sepolto da migliaia di bozze alla luce di un neon sull’orlo del collasso, provò l’impulso di stracciare tutto e abbandonare definitivamente il progetto.
 
 
 *
 
 
21 gennaio 2015, New York City
 
Diciotto anni non erano serviti a cancellare quell’ impulso post-adolescenziale e a tratti sembrava persino che ce l’avessero messa tutta per rafforzarlo, anche se gli eventi sembravano andare sempre nella direzione opposta.
Quei primi giorni del ’97 Axel li ricordava confusi, caotici, privi di quell’abitudinaria realtà che aveva sempre vissuto. Allora non ci aveva prestato molta attenzione, ma adesso percepiva in modo perfettamente chiaro quanto ogni piccolo evento di quei giorni, persino il più insignificante, gli stesse a poco a poco facendo imboccare la strada che lo aveva condotto dove si trovava adesso.
I capelli rossi di Jenna, quel pacchetto di Lucky Strike, l’invito a un concerto che aveva deciso di ignorare; i primi bozzetti di Dark Sirio e il concorso indetto dalla C.A.M., quello che gli aveva reso la vita un piccolo paradiso alimentato dalle fiamme dell’inferno.
«Non posso credere che frequentiamo lo stesso istituto, com’è possibile che non ci siamo mai incrociati?»
La voce di Jake aveva sempre lo stesso suono quando la necessità di ricordarla superava la voglia di dimenticarla per sempre. Era allegra, scanzonata e sempre piena di gentilezza, tutte qualità che erano aumentate quando si erano scoperti colleghi di università. Di quel momento Axel ricordava l’angoscia di essere riconosciuto come il commesso sfigato di un mini-market e di come Jake non sembrasse affatto sconvolto da quel particolare, ma semplicemente lieto di averlo incontrato.
Se solo fosse stata una persona più attenta, perspicace, avrebbe colto subito tutti i segnali che Jake aveva lanciato involontariamente nell’inconscia speranza che qualcuno potesse comprenderli, ma già in quel momento, intorno a loro, la forza di gravità era talmente potente che Axel non aveva avuto il tempo di rendersi conto che ad attenderlo all’orizzonte c’era qualcosa di molto diverso da ciò che immaginava.

 
 
 
______
 
 
Note:
1. La NPR (National Public Radio) è un ente indipendente americano che realizza programmi radiofonici trasmessi a livello nazionale.
 

 
 
 
 
NdA
Buonassssera :D
Con un po’ di ritardo, ecco il salto nel passato che vi avevo anticipato. Questi flashback continueranno ad essere presenti nella storia, ma non in maniera eccessiva perché ho l’impressione che spezzino un po’ troppo la narrazione, anche se in alcuni casi (molto più avanti) saranno fondamentali u.u
 
Come al solito, oltre a ringraziare la mia beta _Lightning_, ringrazio voi che passate di qui a leggere e a commentare <3
Purtroppo – o per fortuna – ho ripreso a lavorare, quindi gli aggiornamenti non saranno sempre puntuali, anche se mi sto sforzando a inserirli tra un impegno e l’altro…ma arriveranno sempre, questo ve lo garantisco :D
 
Un saluto e alla prossima,
 
_Atlas_
 

 
 
 
 

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Capitolo 5
*** Capitolo IV ***



Capitolo IV

 
 



 

 
15 Gennaio 1997, Mismar (Georgia)

Axel rimase interdetto quando Jake allungò il braccio per stringergli la mano, la sua presenza aveva generato un enorme squarcio nella sua mente affollata e per un momento aveva percepito i suoi pensieri schizzare via in tutte le direzioni, come spinti dalla forza di un potente uragano.
«Sei iscritto anche tu al concorso?»
Axel deglutì, ricordandosi il motivo per cui si trovava nell’atrio della Comic’s Academy of  Mismar da oltre un quarto d’ora, immobile davanti a un manifesto che prometteva la pubblicazione del suo fumetto se solo avesse dato prova del suo talento. Impiegò una manciata di secondi in più del necessario per cogliere appieno la domanda di Jake.
«S-sì. Cioè, no…ma mi piacerebbe, credo. Ci sto pensando» mentì «Tu sei iscritto?»
Il ragazzo accennò a un elenco di nominativi esposto sulla parete e fece scorrere l’indice fino al numero settantatre: «Jake Steamones. Sono io, anche se al momento non ho neanche la sottotrama di un fumetto» disse «Mi farò venire in mente qualcosa all’ultimo.»
«Be’, manca ancora qualche mese alla fine di giugno» gli fece notare Axel, chiedendosi se tutto quel tempo sarebbe bastato a se stesso per prendere una decisione e aggiungere il proprio nome a quell’elenco.
«Appunto» convenne Jake «Parlando d’altro, ti sei perso un gran concerto l’altra sera. Il Lenox Blues era al completo e anche Jenna si è divertita, anche se mi farà pesare fino alla morte che l’abbia lasciata sola.»
«Jenna sarebbe…»
«La mia ragazza, quella che l’altra sera ha evitato che ti rapissi e ti portassi al concerto con la forza.»
Axel percepì nodi di scosse elettriche al centro dello stomaco e la familiare sensazione di veder sfumare davanti a sé una speranza non ancora concretizzatasi.
«Mi dispiace, ho avuto un impegno e…» lasciò morire la frase, sforzandosi di trovare una giustificazione credibile se mai Jake avesse voluto indagare oltre. Non lo fece, ma non si diede neanche per vinto.
«Nessun problema, in effetti non è una mossa saggia invitare sconosciuti ai propri concerti, rischi solo di fare la figura dello sbruffone. Ma ora non sei più uno sconosciuto, no?»
«Ci sarà un altro concerto?»
«Tra sei giorni, sempre nel locale degli Henderson. Ci sarà anche Jenna, ma solo se mi garantisci che verrai, altrimenti toccherà a te restare solo.»
 
Axel non ricordò in che modo riuscì a trascinarsi di propria volontà, sei giorni più tardi dal suo ufficiale incontro con Jake, davanti all’entrata del Lenox Blues, soprattutto dopo essersi detto più volte che declinare anche quel secondo invito sarebbe stata la cosa più giusta da fare.
Dalla parte opposta della strada riconobbe il profilo scuro e tarchiato di Darryl Henderson impegnato ad allontanare la moglie da quella che sembrava una discussione molto accesa con un gruppo di ragazzi. Avanzando di qualche metro, Axel si rese conto che Margaret, una donna dall’animo estremamente gentile quanto austero, si stava in realtà accertando che i suoi clienti comprendessero in quali condizioni avrebbero dovuto lasciare il locale quella notte.
«L’altra volta ho raccolto i cocci di due lampadari! Se aspirate a questo tipo di carriera farete bene a risparmiare, piccoli rockettari delinquenti, i lampadari del Bridgestone Arena non costano mica cinque dollari!»
«Vieni via, Maggie» cercò di allontanarla Darryl «A furia di gridare in questo modo ti esploderanno le corde vocali.»
«Vorrà dire che mi pagheranno anche quelle!»
Axel rivolse un sorriso divertito al signor Henderson, che ricambiò con la mano il saluto mentre si affrettava a trascinare le moglie nella seconda entrata del locale, un pub di tutto rispetto nel quale aveva stilato la primissima trama di Dark Sirio. Cinque anni addietro, Darryl era stata la prima persona a offrirgli un alcolico, una Firestone Walker1 di oltre tredici gradi che lo aveva fatto crollare sul bancone dopo neanche venti minuti. Darryl aveva detto che era solo questione di tempo e che presto avrebbe dovuto trattenerlo per evitare che ci rimettesse il fegato ogni sabato sera, e in effetti passarono giusto un paio di mesi prima che si ritrovassero entrambi a sorseggiare birra fino a tarda notte, Axel con un palato ancora inesperto e Darryl con quello di chi sapeva di dover fare in fretta ad assaporare ogni goccia di alcol per evitare le ire della moglie. Solo in un paio di occasioni la situazione era sfuggita di mano: la prima aveva coinvolto unicamente Axel ed era stata la sera del 6 aprile del ’94, l’indomani del suicidio di Kurt Cobain; la seconda aveva coinvolto entrambi e accadde sei mesi più tardi. Fu la notte in cui Davis Newell morì nel suo letto d’ospedale per le conseguenze di un tumore incurabile, la notte in cui Darryl Henderson perse il suo migliore amico e la notte in cui Axel rimase solo al mondo.
«Puoi contare su di noi, ragazzo» gli aveva detto Margaret il giorno del funerale, ma l’alcol scorreva ancora nelle sue vene in quei momenti e lui aveva annuito senza neanche averla sentita.
Il vociare animato all’ingresso del Lenox Blues lo riportò alla realtà e Axel si ritrovò immerso da un folto gruppo di suoi coetanei e di ragazzi poco più grandi di lui. Rimase fermo con le mani nelle tasche dei jeans, incerto su cosa fare e dove andare e guardandosi intorno sperando che Jake arrivasse da un momento all’altro.
«Ehi, Axel!»
Fu Jenna ad arrivare al suo posto, con una reflex appesa al collo e i capelli rossi che le ricadevano sul viso. La vide farsi largo tra la calca sempre più numerosa di fronte al locale per poi raggiungerlo nell’angolo dove si era appartato sperando di passare inosservato.
«Non pensavo di trovarti davvero qui, Jake racconta sempre un sacco di balle…»
Axel si limitò a sorriderle per celare l’imbarazzo di parlare con quella che a tutti gli effetti era per lui una sconosciuta. Una sconosciuta con dei capelli meravigliosi e due smeraldi incastonati negli occhi.
«Comunque io sono Jenna, spero che anche sul mio nome sia stato sincero.»
«Direi di sì» confermò, e la sua espressione fu abbastanza sorpresa da convincere la giovane ad approfondire quel discorso.
«Ha il vizio di confondere la gente e non perde occasione per storpiarmi il nome, una volta a un concerto ha urlato “Questa è per te, Brenda!”, prima di scatenarsi nell’assolo di Touch Me dei Doors.»
«Brenda è un nome carino…»
«Sì, ma solo se appartiene a Brenda Walsh2. Vieni, entriamo.»
Axel si lasciò guidare all’interno del locale, un fondo di oltre trecento metri quadri con le pareti tappezzate di locandine, fotografie di artisti musicali di svariato genere e scritte al neon sgargianti. A ridosso di una parete c’era un palco al cui centro era posizionata una batteria che riportava incisa la scritta “Losers Club”, un chiaro omaggio al più famoso romanzo di Stephen King.
Il resto della sala era già gremito di gente in attesa dello spettacolo e tra il tintinnio delle bottiglie di birra e qualche risata già poco lucida Axel riuscì a distinguere qualche chiacchiera sulla band che si sarebbe esibita.
«Che genere di musica fanno?» domandò a Jenna, che nel frattempo si guardava intorno con aria circospetta.
«Se fosse per Jake suonerebbero solo i Clash, ma oltre alle cover hanno dei pezzi originali che non sono niente male, se ti piace il rock» gli rispose mentre si spostava dall’altra parte del locale con aria un po’ seccata. Axel la seguì senza battere ciglio.
 «Non odiarmi, sto solo cercando di capire da quale angolo riesco a scattare foto migliori» si giustificò la giovane avvicinandosi la Reflex agli occhi «Da qui dovrebbe andare…»
Nel frattempo la gente appostata davanti al palco stava a poco a poco aumentando e nel giro di mezz’ora erano tutti addossati l’uno sull’altro in attesa della band. Axel e Jenna erano appostati su una parete laterale molto più indietro della calca, ma in un punto in cui la visuale era particolarmente sgombra da sagome di braccia alzate o capelli cespugliosi.
«Tra una decina di minuti dovrebbero iniziare» annunciò Jenna dando un’occhiata all’orologio e provando ancora una volta la messa a fuoco della Reflex.
Axel avrebbe voluto chiederle se la sua fosse una semplice passione, un hobby come un altro a cui amava dedicare del tempo, o se stesse studiando per un’eventuale carriera futura, ma le parole che uscirono dalla sua bocca si persero tra le urla e gli schiamazzi del pubblico non appena i Losers Club salirono sul palco per dare inizio alla serata. Tra le centinaia di corpi ammassati che scalpitavano nelle prime file, Axel intravide un giovane dai capelli biondo cenere prendere posto dietro la batteria, un ragazzo piuttosto alto imbracciare una chitarra e piazzarsi davanti a un microfono e infine Jake, con addosso una Fender Statocaster e la sua aria da nostalgico punk rocker degli anni Ottanta.
«È arrivato Joe Strummer!3» sentì urlare Jenna al suo fianco.
Il flash della Reflex si confuse per un istante tra le luci psichedeliche del locale, immortalando per sempre il primo ricordo felice che Axel ebbe dei suoi vent’anni; un’istantanea sfocata che la sua memoria custodì con gelosia per molto tempo, con estrema cura, fino al giorno in cui l’urgenza di dimenticare non divenne la sua unica necessità.
 

 
Quella sera stessa i suoi ricordi felici si triplicarono. Al termine del concerto venne trascinato in quello che Jake aveva presentato come suo personale camerino, ma che in definitiva era solo due metri per tre di pavimento circondato da una tenda marrone che un tempo avrebbe dovuto essere bianca. Ma Axel non ci aveva fatto caso e se anche avesse voluto farlo la parlantina di Jake lo avrebbe comunque distratto dopo appena una manciata di secondi.
«Se quel palo telegrafico di Jimmy non mi avesse scontrato avrei fatto un assolo perfetto, ma purtroppo Jimmy è un idiota, perciò…»
«Ti sento!» sbraitò una voce maschile poco lontano da loro.
«Fottiti!» fu la risposta.
Axel si ricordò di un momento di confusione sul palco che aveva coinvolto Jake e il cantante della band, ma era talmente avvolto dall’atmosfera che non aveva fatto minimamente caso all’errore di cui parlavano.
«Allora,» continuò poi Jake sfregandosi le mani e guardandoli speranzoso «a chi devo fare un autografo?»
«Per ora ne facciamo a meno, ma grazie del pensiero» intervenne Jenna, cercando di districarsi con le dita le onde dei capelli «Me ne ha già fatti circa duecento, da quando lo conosco» aggiunse poi, parlando direttamente nell’orecchio di Axel. Lui trattenne un sorriso e ignorò la scossa che attraversò la sua spina dorsale quando percepì sul collo il suo fiato leggero.
«Ehi! Siete già così intimi?» domandò Jake.
Axel percepì un vuoto al centro del petto e sgranò gli occhi con l’aria di chi era stato appena beccato a rubare in una gioielleria sotto lo sguardo di tutti i clienti.
«N-no! Assolutamente, non mi permetterai mai» si affettò a precisare allontanandosi di mezzo passo dalla ragazza, come a sottolineare meglio quel concetto.
«Come se la cosa ti riguardasse, poi» aggiunse lei con uno sbuffo.
Jake rivolse a entrambi uno sguardo così eloquente che Axel se ne sentì schiacciare.
«Piantala, Jake. Non ho bisogno di una guarda del corpo.»
«Okay, okay…errore mio, spero che vostra grazia vorrà perdonarmi.»
Fu allora che Axel si rese conto di quanto fosse bizzarra quella discussione, e non solo perché il sarcasmo di Jake era decisamente sopra le righe. C’era qualcosa che non gli tornava, qualcosa che per qualche giorno gli aveva fatto provato una scintilla di speranza e che dopo solo poche ore si era ridotta in frantumi.
«Scusate, non capisco. Voi non…non state insieme?» percepì le sue guance andare in fiamme e fu pronto a morire dalla vergogna per quel piccolo azzardo, ma, se possibile, la reazione dei due ragazzi lo lasciò ancora più sconvolto. Jake prese a sghignazzare sotto i baffi, mentre Jenna aveva ridotto gli occhi a due palle da biliardo.
«Insieme?! Io e lui??» chiese allibita.
«Uhm, io credevo…Lui mi ha detto che…» cercò di spiegare indicando Jake, che nel frattempo aveva preso a ridere con più trasporto.
«Cosa?!» questa volta, con sguardo truce, si voltò direttamente verso Jake «Gli hai detto che stiamo insieme?»
Il suo tono virò sullo stridulo e a quel punto persino per Axel fu impossibile trattenere le risate, da una parte realmente divertito dallo scherzo di Jake e dall’altra sollevato per una scoperta che ancora aveva paura di accettare e prendere in considerazione.
La sensazione di serenità che lo pervase in quel momento fu quella che più si avvicinava alla sua personale idea di felicità, un cocktail agrodolce condiviso con le giuste persone, un’ottima colonna sonora e il desiderio che sarebbe durata per sempre.
 
 
  
_____________
 
 
 
Note:
1. Birra artigianale americana.
2. Una delle celebri protagoniste di Beverly Hills 90210, interpretata da Shannen Doherty.
3. Frontman dei Clash, morto nel 2002.
 

 
 
NdA
Hello! :)
Toccata e fuga da queste parti per pubblicare il nuovo aggiornamento e ringraziarvi del sostegno che mi state dando con lettura, recensioni e aggiunte alle varie liste.
Spero che anche questo flashback sia risultato scorrevole e che vi abbia intrattenuto; col prossimo capitolo entreremo un po’ di più nel vivo della storia e confesso di essere emozionata, perché è proprio da quello che ho costruito la trama di questa storia, ormai cinque anni fa.
 
Chiudo qui la parentesi nostalgica e mi smaterializzo, augurandovi un buon inizio settimana <3
 
_Atlas_

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Capitolo 6
*** Capitolo V ***



Capitolo V
 
 

 
 
 

 
 
Febbraio 2015, New York City

«Cazzo...porca putt-»
Il resto dell’imprecazione gli rimase incastrata tra i denti mentre cercava di non farsi scappare dalle labbra le chiavi del suo attico e non far rovinare a terra  tutto ciò che stringeva tra le braccia: buste della spesa, chiavi della macchina, ombrello e cappotto inzuppato di pioggia dalla prima all’ultima cucitura.  Il telefono, immerso nella tasca bagnata dei jeans, prese a squillare proprio in quel momento.
«Pronto!» sbottò con fastidio una volta varcata la soglia di casa.
Axel percepì una nota di austerità nel silenzio che seguì e non ebbe bisogno di chiedersi chi ci fosse dall’altra parte della cornetta.
«Loraine?»
«Ovvio, un altro ti avrebbe già sbattuto il telefono in faccia» replicò la donna in tono acido.
«Sì, scusa. È che…» si guardò intorno con aria seccata e si sprimacciò i vestiti umidi «…lascia perdere. Perché hai chiamato?»
«Ci sono aggiornamenti sul fronte vendite.»
«Oh, bene! Cioè male, suppongo. Come siamo messi?»
Il sospiro pesante di Loraine solleticò l’orecchio di Axel. «Poteva andare peggio, per mia fortuna la tua immaginazione attira ancora molta gente.»
«La New Douglas come l’ha presa?» chiese mentre si lasciava sprofondare sul divano, sfogliando pigramente la sua copia di Dark Sirio. Il risultato delle vendite lo lasciava indifferente da quando aveva visto per la prima volta il proprio nome su uno scaffale della libreria, e di certo non per questioni morali. Non poteva negare di essere rassicurato dalla propria agiatezza economica, ma era anche vero che prima dell’uscita di ogni nuovo volume desiderava scavarsi una voragine nel terreno e seppellirsi vivo, anche se ciò non sarebbe comunque servito a cancellare le sue iniziali dagli scaffali delle librerie.
Loraine sembrava essersi accorta del problema, anche se aveva deciso di liquidarlo come un tipico caso di paranoia da scrittore insicuro, del resto in oltre trent’anni di carriera non era certo una novità per lei.
«Direi bene, tutto sommato. McNeill insiste sulla necessità di un epilogo e…Axel? Devo confessarti di non essere del tutto in disaccordo col suo punto di vista.»
Il silenzio tornò a insinuarsi nella loro conversazione, questa volta con una nota più pesante, a tratti opprimente.
«Non fraintendermi,» riprese l’agente «Dark Sirio è un capolavoro ed era da tempo che l’industria del fumetto non vedeva numeri di vendita così alti, ma non può continuare per sempre. Dopo diciotto anni rischia di diventare una storia banale, capisci cosa intendo?»
Axel si strofinò le palpebre cercando inutilmente di alleviare lo stress. «Capisco» disse sforzandosi di sembrare neutrale sulla questione.
«Che ne pensi?» indagò però la donna.
«Be’, credo di doverci riflettere. Non che abbia mai pensato di continuare in eterno, ma non ho mai davvero immaginato un finale» mentì.
Il finale, l’unico e il solo di cui Dark Sirio aveva bisogno, esisteva da quasi vent’anni: uno scarabocchio sigillato in un vecchio cassetto del quale ormai aveva perso la chiave.
«Direi che abbiamo ancora del tempo, non devi scriverlo domani» gli venne incontro Loraine.
Axel era d’accordo, ma il peso che gli si adagiò sul petto la pensava diversamente, sussurrandogli migliaia di altre cose che avrebbe preferito non sentire.
«Ne riparliamo, d’accordo?»

 
*

 
 
Non ne riparlarono.
Due settimane trascorsero lente, come se il tempo avesse deciso di punto in bianco di stravolgere la percezione che Axel aveva dei minuti e delle ore. Le giornate proseguivano con un andamento irregolare e a volte si sentiva come quando a dieci anni si divertiva a schiacciare i tasti del suo videoregistratore, riavvolgendo il nastro di un cartone animato per rivederne migliaia di volte la stessa scena. Ma se allora era l’amata videocassetta di Oliver&Company a scaldargli le emozioni, adesso l’unica scena che continuava a rivedere aveva se stesso come protagonista, incastrato in una storia maledetta che, per un tragico scherzo del destino, si era ritrovato anche a scrivere.
Non era un caso che l’assassino di Kai Alden Arp girava a piede libero da un ventennio, così come non era un caso che il senso di colpa di Damon Rivera fosse diventato il vero protagonista della vicenda, a dispetto della sete di vendetta con cui era stato presentato per la prima volta il personaggio. Era stato un giornalista della New Douglas a mettere Axel di fronte a quella evidenza, e se l’improvvisa nota di umana fragilità aveva messo sotto una nuova luce Dark Sirio, per Axel aveva rappresentato l’ennesima conferma di quanto la sua immaginazione e la sua vita proseguissero di pari passo.
Nemmeno la tempesta di neve di quella settimana riuscì a strapparlo dalla morsa dei suoi stessi ragionamenti.
I tetti imbiancati di New York avevano congelato il suo stato d’animo per poco più di mezza giornata, il tempo necessario per trovare finalmente una collocazione alle cianfrusaglie donategli dai suoi lettori durante il tour nelle librerie, svuotare la casella di posta elettronica e in particolare liberarsi delle e-mail che la C.A.M. si ostinava a inviargli, a periodi alterni e regolari, per complimentarsi del suo successo. Spesso Loraine rispondeva a quei messaggi al suo posto e ancora più spesso lo pregava di presentarsi di persona davanti a chi, tanti anni prima, aveva creduto in lui. Axel si divertiva a rispondere alle sue pressioni con battutacce e sguardi inorriditi, come se il suo fosse il capriccio di uno scrittore presuntuoso e del tutto dimentico del proprio passato, ma la realtà era che erano entrambi consapevoli, chi più e chi meno, di cosa rappresentassero davvero quelle mura accademiche e, in particolare, quella città.
 
 
 
 
«Stia attento!»
«Scusate» mormorò rischiando di travolgere una coppia di turisti all’incrocio di Madison Avenue.
Il ghiaccio sul marciapiede, per quanto scomodo e pericoloso, lo costringeva a concentrarsi su pensieri meno invadenti; se ne accorse non appena mise piede fuori casa, reagendo d’impulso e in modo inaspettato a un attacco di panico giunto di sorpresa che normalmente lo avrebbe costretto a barricarsi per giorni dentro il suo appartamento.
Il freddo gli si insinuò tra le tasche del giubbotto di pelle facendolo rabbrividire, ma ancora una volta preferì i tre gradi sotto lo zero a quello che avrebbe trovato se fosse tornato indietro, senza contare che erano passate settimane dall’ultima volta che si era concesso una passeggiata a New York in totale libertà. In quella occasione si era preso una sbronza colossale in un pub nei pressi di Times Square, una tradizione che si riservava ogni 31 dicembre allo scoccare della mezzanotte e, più in generale, in quei periodi dell’anno in cui New York brulicava di turisti e lasciava poco spazio ai paparazzi.
Nel mondo parallelo che aveva creato, anche Damon Rivera aveva perso la sua libertà, ma mentre Dark Sirio fiutava e cercava vendetta, lui restava in ombra al cospetto dei suoi nemici invisibili e spietati.
Spesso si chiedeva cosa sarebbe successo se per un giorno avesse vissuto la vita del personaggio che era nato dentro di sé.
«Non cambierebbe niente» mormorò a bassa voce, prima che il telefono gli iniziasse a vibrare in tasca.
«Dimmi» rispose dopo aver dato una rapida occhiata al display.
«Devo darti una notizia, e sono sicura che il tuo odio nei mie confronti crescerà in maniera esponenziale» disse Loraine saltando i convenevoli. Malgrado la nota ironica delle sue parole, Axel percepì chiaramente il suo tono di voce alternarsi tra il serio e l’allarmato e per un istante fu travolto da un’ondata di angoscia. «Avanti, spara.»
«D’accordo,» sospirò la donna «mi ha chiamato un certo Adam Layton, un ex illustratore e scrittore, nonché attuale dirigente del-»
«Della Comics Academy of Mismar» concluse Axel per lei, nonostante la bocca gli si fosse seccata all’improvviso.
«Vedo che sei informato,» commentò la donna con sospetto «non avevi passato gli ultimi vent’anni della tua vita a rinnegare le tue origini?»
Axel si morse la lingua e sbuffò infastidito «Arriva al dunque, per favore, cosa vuole la C.A.M.? Una foto autografata? Una nuova copia di Dark Sirio
«Vuole chiudere i battenti, Axel, e anche in grande stile.»
«Che vuoi dire?»
«Voglio dire» si schiarì la voce « che sarai l’ospite d’onore di una serie di conferenze che si terranno a Mismar a partire da questa primavera.»
Ci fu un momento di silenzio, teso e colmo di sorpresa, che Axel non riuscì a spezzare.
Perplessità, panico, confusione…Loraine dovette captare quelle sensazioni dai respiri affannati che non stava provando a trattenere: «So che l’idea ti fa ribrezzo e posso solo immaginare quanto possa essere difficile per te, ma penso che questo sia il minimo che tu possa fare per la scuola in cui hai pass…»
Axel scollegò il cervello e le parole di Loraine diventarono un fastidioso sottofondo mentre sentiva la testa vorticare, le gambe cedere e l’ossigeno mancargli nei polmoni.
Si sentì precipitare da un’altezza incalcolabile, senza paracadute o una vaga speranza di salvarsi. E più restava in silenzio, più precipitava, dimenandosi per aria alla ricerca di un appiglio che, se mai fosse esistito, non sarebbe comunque stato in grado di trarlo in salvo.
E intanto cadeva, senza fermarsi mai.
 
«Axel, ci sei?»
 
 
 
______________
 
 
 
  
 
NdA
Ciao a tutti!
Lo so, sono in ritardo e me ne scuso tantissimo…purtroppo ho avuto poco tempo per scrivere e nonostante il capitolo fosse quasi completo sono riuscita ad ultimarlo solo ieri D:
Ma bando alle ciance, come avrete capito la situazione per Axel inizia a farsi complicata e con questo cliffhanger finale direi che possiamo dare inizio alle danze eheheh Spero di stupirvi e soprattutto che possiate apprezzare il prosieguo della storia :) 
 
Nel frattempo ringrazio tutti voi che leggete, commentate e aggiungete la storia nelle varie liste, come sempre mi offrite un immenso sostegno <3
 
Alla prossima e felice Ferragosto,
 
_Atlas_

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Capitolo 7
*** Capitolo VI ***


 
Capitolo VI
 
 



 

 
 
 
Nel mezzo di quella interminabile caduta, Axel riuscì miracolosamente a trovare un appiglio; quello che doveva fare, si disse, era dopotutto molto semplice.
«Avanti, apri» borbottò con il pugno a mezz’aria davanti a un’elegante porta d’ufficio.
«La signora Armstrong è impegnata in una telefonata urgente» gli fece notare il segretario dello studio col tono di chi aveva ripetuto quella frase già quattro volte.
«Ho capito, non sono sordo» ribatté Axel, in preda all’agitazione. Quello alzò le mani in segno di resa e tornò alle sue scartoffie d’ufficio.
Dopo una manciata di secondi la porta finalmente si aprì e senza troppe cerimonie Axel si intrufolò nella stanza superando la sagoma di Loraine ancora attaccata al telefono.
«La ringrazio signor Layton,» disse facendo impallidire Axel «le assicuro che farò tutto il possibile. Le auguro una buona giornata» concluse la donna riappropriandosi del suo posto dietro la scrivania e mettendo da parte il telefono.
«Era lui?» chiese Axel che invece era ancora in piedi a pochi passi dalla porta, indeciso se assecondare l’impulso di scappare da lì con la stessa velocità con cui vi si era precipitato.
«Era lui» confermò Loraine rivolgendogli uno sguardo severo «Siediti, dobbiamo parlare.»
«Preferisco stare in piedi. E sì, dobbiamo assolutamente parlare. Tanto per essere chiari fin da subito: non andrò a Mismar. Te lo puoi scordare, preferisco rinunciare alla mia carriera piuttosto che tornare in quel posto» protestò iniziando a gesticolare con nervoso. Sapeva quali sarebbero state le conseguenze se non si fosse dato una calmata, ma era come se ogni fibra del suo corpo fosse finita nelle grinfie di uno stato d’animo intollerabile e lui fosse chiamato a liberarne una per una, non importava con quali mezzi.
«Axel, vorrei che tu cercassi di capire la situazione» disse Loraine con tono volutamente calmo.
«Io devo cercare di capire? Io?! Hai assicurato la mia presenza a un convegno senza neanche chiedermi se fossi d’accordo!»
«Se te l’avessi chiesto non avresti mai accettato e la tua immagine pubblica, per quanto la cosa ti sia indifferente, è importante, che tu lo voglia o no. »
«Certo che non avrei accettato, ma questo non ti dava diritto di prendere decisioni senza rendermene partecipe! Non hai idea di che cosa rappresenti per me quel posto, tu non c’eri vent’anni fa in quella scuola e in quella città! E non me ne frega un cazzo della mia immagine, è possibile che tu non l’abbia ancora capito?!» urlò sforzandosi di ignorare quel senso di vertigine che anticipava le sue crisi d’ansia. Un’altra manciata di minuti e sarebbe scoppiato.
«Stai esagerando, Axel, ti avverto» questa volta Loraine si alzò in piedi e per la prima volta da quando lavoravano insieme Axel vide sparire dal suo volto ogni traccia di comprensione, pazienza o affetto nei suoi confronti.
«La tua immagine pubblica è anche e soprattutto affar mio, se la cosa non ti piace ti consiglio di cercarti un’altra persona disposta a tollerare i tuoi capricci da scrittore maledetto, chiaro? Finché lavorerai con me le cose funzioneranno in un certo modo e non intendo affossare definitivamente quello che la C.A.M. ha rappresentato per tanti studenti che a differenze di te non hanno avuto fortuna, solo perché tu non riesci a fare pace con il passato. Se ti tiri indietro non entrerai più in questo studio. Intesi?»
La freddezza che mise in quelle parole indebolì solo in parte le sue emozioni e pur articolando migliaia di risposte nella sua testa non riuscì a tirarne fuori nessuna. Rimase immobile davanti a lei, semplicemente guardandola e domandandosi in segreto perché mai non riuscisse a capirlo, se fosse davvero così stronzo come si percepiva in quel momento, se fosse davvero uno dei tanti accecati dal successo, egoista, incompreso, maledetto.
Quando alla fine Loraine girò i tacchi e lo lasciò da solo nell’ufficio, il panico lo aveva già raggiunto.
 
 
 
*
 
 
 
Il pomeriggio successivo lo passò a picchiare l’enorme sacco da boxe appeso in salotto. I suoi respiri erano corti e affannati ed era abbastanza evidente che la causa non fosse da attribuire al suo scarso allenamento degli ultimi mesi. L’ansia lo divorava ogni giorno con costanza e determinazione, come se si fosse posta l’obiettivo di rendere invivibile ogni secondo della sua vita.
Mentre sferrava pugni al sacco gli venne in mente la sua relazione con Gwendolyn e il suo modo tutto particolare di approcciarsi al mondo; era stata lei a fargli da guida durante le sue prime sedute di meditazione, a mostrargli il giusto modo di respirare e di vivere il momento presente. Lui d’altra parte non era mai riuscito a comprendere quegli insegnamenti, li trovava ridicoli e poco efficaci e si sforzava di portarli avanti solo perché Gwen si faceva in quattro per farlo stare meglio. Lei era una tipa sveglia, entusiasta, felice, troppo lontana dal suo mondo imperfetto e pieno di sofferenza.
Che le cose tra loro non avrebbero mai funzionato lo capirono presto, e quando una mattina di metà settembre Gwen lasciò New York per volare in Indonesia, gli fu subito chiaro in quale direzione stesse andando la sua vita. La cosa più dolorosa fu realizzare che non gli importava e che probabilmente era sempre stato così.
Fu mentre sferrava l’ennesimo pugno, guanto contro sacco, che gli tornarono a galla altri ricordi. Con una morsa al petto, quasi gli sembrò di sentirlo quell’odore dolciastro delle Lucky Strike, mentre Jake se ne portava una tra le labbra nascondendo un sorriso sbruffone.
«Allora, mi aiuti o no con quel fumetto? Lo sai che non sono capace!»                           
«Se non sei capace tanto vale lasciar perdere, no?»
E c’era quella canzone, quella canzone che non voleva ricordare…
«Chi erano quei tizi?»
«Due imbecilli. Oh, merda, mi esce di nuovo sangue dal naso.»
«Axel, tu devi partecipare a quel concorso!»
«Non cercarmi più, Jenna. Promettimelo.»
Il pugno piombò con violenza contro il sacco da boxe, poi ne sferrò un altro e un altro ancora.
Alla fine si arrese a quella pioggia incessante di ricordi, sperando che riviverli potesse placare una volta per tutte l’ansia e l’angoscia che lo tormentavano.
All’improvviso era di nuovo il 1997, un freddo pomeriggio di metà marzo; Dark Sirio era ancora una bozza inconclusa abbandonata sulla scrivania e la NBC trasmetteva la terza stagione di Friends.
 
 
 
 
_____________
 
 
 

  

NdA
Ehm, salve!
Con non poca frustrazione mi scuso prima di tutto per il ritardo di questo aggiornamento, gli ultimi mesi sono stati colmi di novità e la scrittura è stata messa da parte in maniera spontanea, che poi è lo stesso modo in cui sta tornando adesso dalla sottoscritta :’)
Vi avevo lasciato con un cliffhanger abbastanza brutto e non sono sicura di aver rimediato con questo capitolo, tuttaviiiia è probabile che con il prossimo mi farò perdonare un pochino :3
 
Come sempre approfitto di questo spazio per ringraziare coloro che finora hanno letto e commentato la storia, i nuovi lettori e tutti coloro che l’hanno aggiunta nelle varie liste…grazie infinite!
 
Un saluto e alla prossima,
 
_Atlas_

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Capitolo 8
*** Capitolo VII ***



Capitolo VII
 
 
 
 
 
 
 
Marzo 1997, Mismar (Georgia)
 
A Mismar la primavera era iniziata con una violenta grandinata che aveva causato disagi  e gravi danni all’intera città e su tutto il territorio circostante; gli attivisti avevano già gridato alla catastrofe ambientale e le emittenti televisive proponevano talk shows a ogni ora del giorno e della notte. L’imminente pubblicazione del protocollo di Kyoto era tra gli argomenti più quotati e quando venne mandato in onda l’ennesimo filmato catastrofista sullo scioglimento dei ghiacciai Axel non si stupì di sentire Jenna imprecare ad alta voce e trovare rifugio nelle nuovissime puntate di Friends. A sua detta la terza stagione si stava rivelando molto più divertente delle precedenti, e anche se provava un lieve senso di colpa per essere così menefreghista sulle tematiche attuali, si sentì lieto di vederla finalmente sorridere.
«Pronto?! Hai capito quello che ti sto dicendo?»
La voce squillante di Jake lo riportò brutalmente a una conversazione che sembrava andare avanti da ore. Si stropicciò gli occhi e gli rivolse un’occhiata in tralice.
«Ho capito, sì. Hai bisogno di una mano per quel fumetto, ma…»
«Una mano?» Jake alzò di un’ottava il tono di voce «Axel, io ho bisogno di un miracolo!» urlò con un velo di disperazione, prendendolo per il collo della maglietta.
«Spiacente, per quelli non ho ancora nessuna qualifica, ma se continui a urlarmi nelle orecchie giuro che ti spedisco direttamente da chi ha preso la specializzazione in quel settore, così magari può darti una mano lui!» urlò a sua volta Axel, chiedendosi perché mai gli stesse salendo un’improvvisa voglia di scoppiare a ridere. Anche Jake aveva perso il suo cipiglio disperato e uno sguardo colmo di complicità anticipò l’esplosione di una risata fragorosa.
«Posso sapere cosa sta succedendo?»
Non riuscì a dare un nome all’emozione che gli si appuntò alla bocca dello stomaco, ma Jenna non gli era mai sembrata così bella, con lo sguardo di chi cercava di raccapezzarsi e dare un senso a un’intimità che forse non avrebbe mai potuto comprendere. Axel non se ne rammaricò e il suo sguardo divertito e condito con un tocco di severità gli scaldò il cuore facendolo stare bene. Per la prima volta, dopo tanto tempo.
«Axel non vuole investire il suo tempo per salvare le chiappe al suo amico»  rispose Jake con finta non curanza.
«E piantala, ti ho detto che ti aiuto!» esclamò infine Axel, facendo sgranare gli occhi a entrambi.
«Mi aiuti?! Ehi, lo hai detto! L’ha detto! L’hai sentito, Jenna?»
«Già…Lo hai detto, Axel. Non puoi tirarti indietro.»
Axel sbuffò esasperato e si lasciò cadere a peso morto sul divano. «L’ho detto, sì. E sono spacciato, mi pare di capire.»
«Spacciatissimo. Da dove partiamo? L’idea che ti ho accennato prima non era male, vero?»
«Quella sull’esercito di alieni che invade la luna? No, non era male…era oscena. Ma possiamo lavorarci.»
«È bello vedervi lavorare insieme» si intromise Jenna, sedendosi a sua volta sul divano «spero vi azzufferete quando usciranno i risultati del concorso, perché quello sarà ancora più bello.»
«Ah ah, divertente» borbottò Jake.
«Io non parteciperò al concorso.»
Lo disse di getto, senza alcun freno.
Si chiese perché quella frase risultò così solenne alle sue orecchie; forse se avesse dato alla sua voce un’inclinazione più giocosa e leggera anche Jake e Jenna sarebbero rimasti meno sorpresi, e invece li aveva quasi ammutoliti.
«Cosa vuol dire? Perché non parteciperai?» domandò titubante Jake.
«È che ha molti difetti e…non è così bella, a essere sinceri.»
«Stai scherzando, spero!» esclamò Jenna interrompendolo e toccandogli il braccio con la mano. Axel non si ritrasse, ma percepì il cuore perdere distintamente tre o quattro battiti.
«Non sarai tu a giudicarne la bellezza, e poi lo sanno tutti che quella è una cosa soggettiva. Quello che importa è la tecnica, la passione che ci hai messo e a giudicare dalle pareti di questa casa direi che tu ne abbia messa molta
Axel guardò di sfuggita le bozze appese di Dark Sirio appese al muro, i volti scarabocchiati di Damon River e del suo spietato nemico Liam “Procyon” Sullivan.
«Sì, ma non riesco a finirla, è incompleta…ed è…»
«Senti, se è perché ti ho chiesto di aiutarmi…Lascia perdere, finisci la tua storia e io in qualche modo penserò alla mia.»
Lo sguardo che gli rivolse Jake lo lasciò senza parole. Come poteva non aiutarlo? Quel concorso sembrava molto importante più per lui che per se stesso.
«Non è questo il punto. Aiutarti non mi costa niente, è la mia storia ad avere dei problemi…»
«Sei tu ad avere dei problemi» specificò Jenna. La schiettezza con cui aveva pronunciato quella frase gli fece perdere un altro battito, questa volta senza alcuna accezione positiva. Jenna non capiva il suo stato d’animo, non era a conoscenza della lotta eterna tra i suoi pensieri e i suoi sentimenti, non provava il disagio e l’insicurezza che lo tormentavano ogni giorno da quando aveva memoria. Quell’improvvisa mancanza di empatia lo ammutolì al punto che alla fine preferì non ribattere e sperare che la conversazione morisse lì.
«D’accordo,» fu Jake a spezzare il silenzio qualche istante dopo, sfregandosi le mani con aria cospiratoria «lasciamo Axel ai suoi problemi, se sua maestà lo consente - giusto Jenna? – e passiamo invece a quelli del sottoscritto.»
«Ti dichiaro sollevato da ogni problematica, Jake» lo interruppe Axel, già presagendo dove volesse andare a parare l’amico e lieto di avere finalmente una via di fuga a disposizione.
«Sei sicuro?»
«Jake…?» la voce di Jenna si perse tra i loro battibecchi.
«Assolutamente, possiamo iniziare adesso, se ti va.»
«Adesso adesso
«Jake»
«Adesso, sì. A conti fatti non abbiamo molto tempo…» a quel punto Axel registrò con chiarezza ciò che vedevano i suoi occhi e smise di parlare.
«Jake!» lo richiamo Jenna.
«Cosa vuoi?!!!» sbottò il ragazzo, guardandola esasperato.
«Ti esce sangue dal naso.»
 
 
 
 
 
 
In mancanza di opzioni migliori Jake si ripulì con noncuranza ai lembi della sua maglietta, costringendo Axel a prestargli una delle sue con la consapevolezza che non l’avrebbe mai più riavuta indietro.
«Sei sicuro che posso prenderla? È solo un po’ di sangue.»
«Sono sicuro, e poi i Beatles non mi sono mai piaciuti.»
«Già, non sembri un tipo da Beatles. Scommetto che era della tua ragazza» ammiccò con aria divertita, facendo cadere il fazzoletto che aveva accartocciato lungo la narice.
«Spiacente, era di mio zio» tagliò corto Axel, sperando che Jenna si trovasse a debita distanza da loro. Si guardò intorno e la vide rannicchiata sulla poltrona, concentrata sulla pila di foto che aveva sviluppato qualche giorno prima; per un momento gli sembrò nervosa, ma la sua solita insicurezza gli impedì di indagare e, anche se avesse potuto, Jake avrebbe guastato il momento.
«Su avanti, mettiamoci al lavoro» esordì entusiasta, trascinandolo verso la scrivania come se fosse lui in procinto di dare una mano a un amico, e non viceversa.
«Voglio batterli tutti.»
 
Lavorarono fino a tardo pomeriggio senza interruzioni. La mente di Jake era un vulcano di idee in procinto di esplodere e Axel lasciò che esprimesse ogni singola fantasia senza interromperlo neanche una volta. Gli alieni erano il suo punto debole, riusciva ad inserirli in ogni contesto e linea temporale senza porsi limiti o dubbi di alcun tipo, e poi c’erano i serial killer, uno stregone crudele, un paio di pornostar e persino un demone del Medioevo; Axel era certo che se non gli avesse dato indicazioni sarebbe stato capace di inserirli tutti in un’unica trama.
A un certo punto, qualche ora dopo, Jake sembrava aver esaurito le energie e si era accasciato sulla scrivania arrendendosi ai suoi tentativi di dare un senso agli eventi, “ti lascio carta bianca” gli aveva detto, e Axel aveva promesso di buttare nero su bianco una trama decente entro la fine della settimana.
«Fa’ quello che ti pare, mi fido di te. Ora però ho bisogno di dormire, tutto questo lavoro mi ha stancato» disse tra uno sbadiglio e l’altro. Si infilò il giubbotto e fece un cenno di saluto anche a Jenna «Arrivederci signori.»
Axel ricambiò il gesto, dopodiché abbandonò la matita sulla scrivania cosparsa di fogli bianchi, trame abbozzate e disegni privi di senso. Si sforzò di non guardare nella direzione di Jenna, ma alla fine fu lei a raggiungerlo.
«Ti dà filo da torcere, vero?»
Non sembrava più nervosa, eppure il suo volto non era disteso e sereno come al solito.
«Be’, sa essere sfiancante. Ma è una brava persona e lo aiuto volentieri.»
Non voleva che Jake fosse il collante tra lui e Jenna, eppure sembrava essere l’unico argomento funzionale alle loro conversazioni, una specie di carburante che impediva a entrambi di restare fermi sul posto. All’improvviso si sentì abbastanza sicuro da andare oltre, senza tuttavia avere la prontezza per farlo.
«Già, è una brava persona…» la sentì mormorare.
Solo in quel momento si accorse che stringeva tra le mani un primo piano di Jake, abbracciato alla sua Fender Stratocaster mentre sorrideva all’obiettivo, una foto che con tutta probabilità aveva scattato lei stessa. Si sentì stupido, un completo idiota senza un briciolo di perspicacia e la verità gli piombò addosso aprendogli uno squarcio enorme nel petto. Tra Jake e Jenna c’era molto di più di un’amicizia, un legame di cui forse neanche loro stessi erano a conoscenza ma che a lui risultava chiarissimo.
«È meglio che vada adesso, si è fatto tardi…»
«Certo. Ci vediamo.»
«Domani?»
Axel incurvò le labbra in un sorriso debole, ma alla fine annuì.
«Domani.»
 
 
 
__________________
 
 
NdA
Buonsalve!
Personalmente non vedevo l’ora di pubblicare questo capitolo e spero tanto che vi abbia in qualche modo fatto avvicinare un po’ di più ai personaggi. Diciamo che, senza fare grosse anticipazioni, qui ci sono moltissimi dettagli che saranno fondamentali in futuro u.u
Il capitolo in origine doveva essere più lungo, ma ho trovato più opportuno spostare il contenuto al prossimo, evitando di spezzare troppo la narrazione.
Come sempre vi ringrazio per il supporto che mi state dando, non solo attraverso i commenti, ma anche semplicemente leggendo e salvando la storia nelle liste <3
 
Un saluto e alla prossima!
 
_Atlas_

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Capitolo 9
*** Capitolo VIII ***


 
Capitolo VIII

 
 
 
 
 

La disperata ricerca di ossigeno si era finalmente conclusa e i suoi polmoni avevano ripreso il loro ritmo lento, stremati da quella sessione di boxe fuori programma. Non era andata tanto male, considerando che non si allenava da mesi.
Aveva gli occhi chiusi e la testa reclinata sullo schienale del divano, un asciugamano sudato attorno al collo e una borraccia vuota ancora stretta tra le mani. La mente, che avrebbe dovuto a questo punto essersi placata, era ancora impegnata a rincorrere ricordi lontani.
Come diavolo aveva potuto pensare, Gwen, di frenare quella pioggia di reminiscenze con il magico potere del qui ed ora? La meditazione era solo un cuscinetto – e neanche troppo comodo – per ridurre quel chiacchiericcio incessante proveniente da un passato che chiedeva solo di essere ascoltato e magari accettato.
Il campanello dell’ingresso bloccò sul nascere quell’ennesima riflessione e per una manciata di secondi lo lasciò pietrificato sul divano con gli occhi spalancati verso il soffitto.
«Axel?»
La voce di Loraine, seppur attutita da spessi centimetri di cemento, riuscì a inviargli una scossa lungo la spina dorsale che per un attimo gli gelò il sangue.
“Non sono in casa” pensò d’impulso. “Non. Sono. In. Casa.”
«Te lo chiedo per favore: apri la porta e affrontiamo la questione con calma» la sentì spiegare con voce effettivamente pacata.
Provò a giustificare la cosa in diversi modi, attribuendo la colpa alla debolezza post allenamento e alla sua stanchezza mentale accumulata che gli impediva di ribellarsi ancora, ma non appena si alzò dal divano gli fu chiaro, lampante, che qualcosa sarebbe cambiato per sempre nel momento in cui avrebbe aperto quella dannata porta.
«Bastava una telefonata per dirmi che vuoi licenziarti» disse controllando il tono di voce e  lasciandola entrare nell’appartamento.
«In realtà sono venuta a prendermi di persona le scuse che mi devi» specificò la donna scrutandolo attentamente.  Axel sostenne il suo sguardo senza trovare una via di fuga carica di sarcasmo e alla fine si lasciò sprofondare di nuovo sul divano, nel punto esatto che aveva occupato fino a poco prima.
«Siediti, così affrontiamo la questione con calma» disse citando le sue stesse parole.
Non parve troppo irritata dal suo atteggiamento e fu lieto di vederla accettare il suo invito. Il fatto che si trovassero nella stessa stanza senza litigare era già qualcosa, ma per mantenere quello stato di calma apparente non poteva limitarsi ad assecondarla.
«Axel, mi spiace per come siano andate le cose questa mattina, ma è evidente che non è solo questo il problema. Giusto? Non pretendo di sapere ogni dettaglio della tua vita privata, ma almeno aiutami a capire. Mi rifiuto di credere che l’invito a un convegno possa aver scatenato…questo
Non disse nulla, si limitò a osservare un punto vuoto di fronte a sé nella speranza di vedervi comparire una risposta d’emergenza.
«Se c’è qualcosa che posso fare» continuò quindi Loraine «per ridurre l’agitazione che provi, ti chiedo di rendermene partecipe. Non ci sono alternative per far funzionare la cosa, vorrei che questo ti fosse chiaro.»
L’alternativa, rifletté, era chiudere il rapporto una volta per tutte. Sarebbe stata la decisione più saggia da prendere, qualcun altro al suo posto lo avrebbe fatto da tempo.
«Tu lo sai com’è iniziata la mia carriera?» le chiese all’improvviso.
Quella domanda parve spiazzarla, ma ormai era troppo tardi per camuffarla o deviarla verso altri lidi.
Loraine, d’altra parte, volle assecondare quella rotta: «Hai vinto il concorso indetto dalla C.A.M..» disse con ovvietà «E con ottimi risultati, direi.»
«Sì, ottimi risultati» le fece eco trattenendo una smorfia. «E sai perché ho deciso di partecipare a quel concorso?»
«Suppongo per metterti in gioco, per tentare la fortuna. I concorsi servono a questo, no?»
Non rispose.
Era ovvio, di solito quella era una delle strade che imboccavano gli artisti, soprattutto se scrittori. Non sempre portava alla meta desiderata, ma almeno accorciava di qualche passo un percorso già tortuoso e difficile per natura.
Tuttavia c’era una nota stonata nella risposta di Loraine, come se dietro la sua incertezza ci fosse l’intenzione di scavare più a fondo in quella vicenda.
«Axel,» lo richiamò infatti «non era solo voglia di metterti in gioco. Sbaglio?»
In quel momento realizzò che, con tutta probabilità, Loraine conosceva quella risposta già da tempo. Certo, non ci voleva un intuito molto raffinato per comprendere che qualcosa nel suo passato lo avesse segnato nel profondo, i media, per esempio, avevano deciso che quell’evento dovesse coincidere con la morte prematura dei suoi genitori, una spiegazione infiocchettata per il grande pubblico e che giustificava in toto il suo atteggiamento impacciato, nervoso e spesso scostante. La critica, quella spietata e senza remore, lo accusava invece di aver finemente costruito quell’immagine di sé, di aver limato con astuzia quei dettagli fisici e caratteriali tipici degli scrittori maledetti ricordandogli con acida ironia che quell’epoca era ormai passata di moda. Gwen era stata l’unica a non giudicare quella parte di sé, ma si era saggiamente allontanata da lui quando aveva iniziato ad emergere dalle sue azioni, dal suo modo di parlare, di ridere o semplicemente di vivere. Non provò nemmeno a fermarla, anzi, aveva sperato con tutto il cuore che l’Indonesia l’avrebbe aiutata a dimenticarlo.
In quel burrascoso via vai di persone nella sua vita, Loraine gli era rimasta accanto senza mai intromettersi in quella faccenda, e non solo perché a legarli era un rapporto lavorativo. Certo, non poteva esimersi dal rimproverarlo quando metteva a rischio la sua carriera e gli aveva subito passato il contatto di un buon terapista quando aveva notato la frequenza dei suoi attacchi di panico. In generale si assicurava che stesse bene o al massimo che non mandasse a rotoli anni e anni di lavoro e, suo malgrado, questo significava anche mantenere un’immagine pubblica decorosa; nel concreto, Loraine Armstrong gli garantiva la stabilità lavorativa e spesso anche mentale.
«No, non era solo voglia di mettermi in gioco» confermò quindi. Non spostò lo sguardo su di lei e lo tenne invece fisso sul pavimento, per quasi un intero minuto, rincorrendo i disegni geometrici del tappeto che aveva sotto ai piedi.
«È per questo che non vuoi tornare a Mismar?» la voce di Loraine  si insinuò con delicatezza nei ricordi che stava inseguendo.
«A Mismar sono successe tante cose. Tornare manderebbe a monte gli ultimi diciotto anni della mia vita.»
«Ovvero il tuo tentativo di dimenticare? Perdona la franchezza, Axel, ma non credo proprio che tu abbia dimenticato. Di qualsiasi cosa si tratti.»
Sapeva a cosa si stesse riferendo. Poteva ingannare se stesso, forse, ma con Loraine era tutta un’altra storia.
«Cosa dovrei fare?» chiese quindi, non vedendo più vie d’uscita.
«Accettare quell’invito alla C.A.M., tanto per cominciare. È un evento formale, non sei costretto a relazionarti con le persone, se non vuoi.»
«Ti prego, finirei a vomitare nei bagni degli studenti già alla prima conferenza.»
«Probabile, e forse anche alla seconda, ma sono sicura che alla terza avrai solo un po’ di nausea.»
Capiva ciò che gli stava dicendo e avrebbe appoggiato il suo pensiero in qualsiasi altra situazione. Ma di quella storia le mancavano i tasselli più importanti, quelli che nel bene e nel male avevano gettato le basi del suo futuro. Mismar era stata una città dolce, colorata di rosso e profumata di pesca, ma anche spietata. Per i suoi giochi di potere, il suo dolore e la sua indifferenza.
Come poteva tornare?

 
 
 

*

 
 
  
 
NdA
Hello!
Già, è passato un po’ di tempo dall’ultimo aggiornamento, ma questa storia continua ad andare avanti nonostante i mille imprevisti che si mettono in mezzo :’)
Il capitolo, seppur corto rispetto agli altri, inizia a dare qualche informazione in più sul passato di Axel e in particolare sul concorso indetto dalla C.A.M. . Il prossimo lo considero definitivo per quanto riguarda alcuni aspetti e vi anticipo che non ci sarà da attendere molto perché è praticamente pronto :D
 
Spero che la storia continuerà a piacervi e come sempre vi ringrazio per il supporto <3
 
_Atlas_

 
 
 

 
 
 

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Capitolo 10
*** Capitolo IX ***


 


 Capitolo IX
 
 
 
 
 
 
 
 
Loraine era rimasta fino a tardo pomeriggio. Non c’era stato un esplicito chiarimento e Axel non le aveva chiesto scusa per il suo comportamento, tuttavia la loro chiacchierata aveva riportato la situazione a una parvenza di normalità, allentando la tensione delle ultime ore. Non ci sarebbe stata una vera pace finché non avrebbe accettato di tornare a Mismar, di questo Axel era consapevole, ma una tregua momentanea era tutto ciò che era in grado di offrire a entrambi.
Loraine guardava la cosa da un punto di vista professionale e il non presenziare al convegno della C.A.M. avrebbe a suo dire affossato ancora di più l’immagine di chi faceva affidamento su di lei; Dark Sirio cavalcava ancora l’onda del successo, ma era chiaro a tutti in quale direzione stessero andando le cose. Il suo piano era quello di intraprendere quella strada volontariamente e dare una svolta alla sua carriera prima che qualcun altro lo facesse al suo posto. Recarsi a Mismar non era dunque solo questione d’affari, e oltre a chiudere un cerchio lungo diciotto anni rappresentava per lei, e di conseguenza per l’uomo per cui lavorava, un invitante punto di ripartenza.
Tuttavia, quei diciotto anni che Loraine vedeva come un invito ad andare oltre non erano per Axel che la punta di un immenso iceberg. Quel che gli impediva davvero di chiudere la storia era da ricercare nel fondo di un oceano in cui non aveva intenzione di immergersi e dove qualcuno lo stava spingendo contro la sua volontà, ignorando le sue ragioni; non era un caso che in quei momenti il panico lo ancorasse a terra.
Forse, rifletteva, se avesse avuto i giusti mezzi per toccare quel fondo senza farsi male, il finale di Dark Sirio si sarebbe scritto da solo.
 
 
*
 
 
A Marzo il cielo di New York si trasformò in un manto grigio quasi perenne. In Madison Avenue la vita scorreva con lo stesso ritmo di sempre, una specie di corsa in cui tutti erano chiamati a partecipare e in cui nessuno sembrava intenzionato a raggiungere il traguardo.
Appena trasferito a Manhattan, Axel aveva passato gran parte del suo tempo a chiedersi se un giorno, affacciandosi dalla finestra, avrebbe mai visto qualcuno tagliare il filo della vittoria. Proprio lì, in mezzo alla strada, in quell’esatto momento.
Iniziò a chiederselo ogni giorno, fino a quando realizzò che in quella folle corsa verso il nulla ci era finito dentro anche lui e che ormai era troppo tardi per fermarsi o anche solo rallentare.
Poco male, si era detto, se da una parte era conscio di essere finito in un loop eterno, dall’altra New York gli offriva una gamma di distrazioni talmente vasta da mettere a tacere quel vago senso di frustrazione che spesso lo assaliva.
A volte gli sembrava di vivere in un grottesco lunapark per adulti, un paese dei Balocchi in chiave moderna in cui nonostante tutto aveva trovato il suo spazio.
Diciotto anni erano trascorsi così, con le birre di David Messina davanti agli alberi di Madison Square Park, nella calca dei festival musicali e concerti di artisti emergenti. Talvolta cercava un corpo caldo a cui stringersi nelle notti d’inverno, quando il gelo oltrepassava le ossa e gli si conficcava nel cuore; succedeva di rado, e una volta esaurita l’urgenza del contatto fisico ergeva muri altissimi senza chiedersi cosa stesse lasciando fuori. Persino Gwen non era riuscita ad abbatterli, quei muri, e a lui stava bene così.  Del resto New York non ammetteva quel genere di emozioni; lì, tra la pubblicità virtuale di prodotti lussuosi e la puzza di piscio dei quartieri malfamati, c’era ben poco spazio per affrontare i sentimenti.
 
 
*
 
 
Quella sera di fine marzo era trascorsa come tante altre.
David gli aveva allungato due bottiglie di Budweiser e come sempre aveva sproloquiato sull’ultima giocata dei Mets, elogiando all’inverosimile le strategie di Terry Collins e dichiarandolo il miglior coach della storia del baseball; secondo lui quell’anno avrebbero fatto scintille alla Major League, e forse persino alla World Series. «Ma meglio andarci coi piedi di piombo, l’ottimismo non è mai stato il mio forte. Che ne dici, Axel?» aveva borbottato.
Axel, che di baseball non ne capiva niente ma che con il pessimismo ci andava a nozze, annuì attaccandosi alla bottiglia.
 
 
Da tutto quel chiacchiericcio sportivo riuscì a trovare pace solo quando rientrò nel suo appartamento.
Il silenzio che aleggiava nell’attico lo metteva spesso a disagio, costringendolo ad affrontare di petto la sua solitudine, ma nelle serate come quella non era che salvifico. Un micidiale anestetico che riduceva drasticamente il carico emotivo trattenuto per l’intera giornata e che ora minacciava di manifestarsi in altre maniere.
“Dovrei prendere le medicine” si ricordò poi, dando un’occhiata al piano della cucina. Aveva lasciato la scatola di diazepam accanto alla caffettiera, nella speranza che prima o poi si fosse deciso a iniziare la terapia che gli aveva suggerito il medico.
Ci aveva provato, per una volta aveva preso in considerazione il consiglio di Loraine e aveva contattato il dottor Perkins, uno psichiatra cervellone che con una sola occhiata aveva intuito non solo di quale terapia avesse bisogno ma anche che, dato il suo temperamento, non sarebbe mai stato in grado di seguirla.
Rigirandosi la scatola tra le mani e immaginandosi su un aereo diretto a Mismar, Axel non era certo che una scatola di benzodiazepine sarebbe bastata per alleggerire il macigno che aveva sul petto. Tanto valeva lasciarla chiusa, evitare qualche brutto effetto collaterale e lasciarsi divorare dall’ansia.
Sul ritorno a Mismar non si era del tutto espresso, ma col passare dei giorni e delle settimane aveva capito che non era poi così indifferente al futuro della sua carriera; certo, sentirsi al proprio agio nei panni di un fumettista pluripremiato era pressoché impossibile, ma far crollare diciotto anni di carriera e tutti i desideri di un adolescente che, a modo suo, ci aveva creduto, era una prospettiva che alimentava ancora di più la sua ansia.
D’altra parte non fare nulla alimentava il suo senso di colpa, per questo sognava le sirene dell’ambulanza, quel grido che chiamava il suo nome e il corpo inerme di Jake, col viso sfigurato e inclinato verso di lui.
 
«Che cazzo di casino» mormorò staccandosi con forza da quei pensieri.
Si buttò a peso morto sul letto rigirandosi il telefono tra le mani, guardando notizie e foto di cui non gli importava e lasciando scorrere il tempo fino a quando la realtà non si confuse con immagini lontane.
Le note familiari di una canzone lo cullarono nel dormiveglia, poi si addormentò.
 
  
*
 
 
5 aprile, New York City 
 
Le giornate, minuto dopo minuto, ora dopo ora, passarono alla velocità della luce. Non ci fu il tempo di riflettere, né di rendersi conto di quello che stava succedendo.
Che cosa stava facendo?
Stava impazzendo? Stava davvero preparando una valigia?
«Qualcuno deve avermi drogato a mia insaputa e questo è solo un immenso delirio partorito dalla mia mente.»
«Piantala di fare il melodrammatico, l’aereo parte tra due ore» lo redarguì una voce femminile.
«Davvero, Loraine?!» ribatté stizzito «Me l’hai ripetuto solo ventisette volte!»
E non sapeva a quali comandi stesse rispondendo il suo corpo, le sue mani continuavano a prendere vestiti e infilarli nella valigia come se fossero dotate di vita propria.
«Non lo sto facendo davvero, non lo sto facen-»
«Questo è il programma del convegno, non dimenticartelo» lo interruppe la donna allungandogli un plico di fogli. Axel borbottò qualcosa sull’utilizzo del computer e lo spreco inutile di carta, ma trovò lo spazio per aggiungerli in valigia.
Si fermò solo per un istante, quando con lo sguardo incrociò una maglietta dei Beatles abbandonata in fondo all’armadio. Fu in quel momento che prese coscienza di quello che stava davvero per fare, e che a preparare quella valigia non era stato nessun demone appropriatosi del suo corpo. Era stato lui a decidere, a prenotare un volo con l’American Airlines, a mandare un’email di conferma alla Comics Academy of Mismar, a dare la notizia a Loraine.
 
All’improvviso un’ondata di calore invase il suo corpo e la familiare sensazione di terrore, angoscia e disperazione lo ricoprì da capo a piedi.
Che diavolo stava facendo?
 
 

 
________________________
 
 


NdA
Ciao a tutti,
no, direi che questo aggiornamento non è avvenuto in tempi brevi come avevo promesso, MA…niente, chiedo venia al mio agguerrito esercito di tre lettori :’)
Come anticipavo nelle scorse note, questo capitolo mette una sorta di “punto” alla trama e già dal prossimo le cose cambieranno notevolmente, anche se quel “punto” verrà in realtà ripreso in futuro.
Non mi esprimo invece sul cliffhanger finale che vi ho servito con taaanta bontà d’animo, anche se è abbastanza intuibile ciò che accadrà :P
 
Piccola nota aggiuntiva: mi rendo conto che non aggiornando regolarmente abbia perso qualche lettore per strada, ma se qualcuno giunto fin qui avesse voglia di lasciare un commento, anche in privato e anche solo per dirmi che ‘buuu, la storia è una mmmerda, è meglio se vai a coltivare barbabietole da zucchero sulle coste della Norvegia’, mi farebbe assai piacere.
Scherzi a parte, avere un riscontro è utile soprattutto per capire cosa funziona e su cosa dovrei migliorare, ma ovviamente non deve essere un obbligo.
 
Chiudo, e approfitto per ringraziare come sempre la mia cara leila91 per la scorsa recensione <3
 
A presto,

_Atlas_

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Capitolo 11
*** Intermezzo ***


 


Intermezzo

 

 
 

 
Nella regione dello spaziotempo la gravità non è quantificabile e ogni tentativo di oppormi ad essa si rivela un fallimento. Qui non ci sono uscite d’emergenza e sono destinato a cadere per sempre, fino a quando la mia esistenza non si confonderà con l’oscurità eterna.
D’altronde la scienza lo sostiene da anni: ciò che finisce in un buco nero è destinato a rimanervi, senza alcuna eccezione.
Dunque non resta che arrendermi e subire il viaggio.
 
 
L’eco dell’ambulanza adesso è più assordante che mai e col fiato spezzato rivivo ancora quel momento, il sangue, la pioggia, i battiti impazziti durante una corsa persa in partenza.
La mano di Jenna aggrappata alla mia non è più quella che mi aveva accarezzato leggera per mesi, ma disperata, in cerca di una risposta che io non riesco a dare, mentre l’ultimo ricordo di Jake si stampa per sempre nella mia memoria.
 
 
  

________________

 
 

  
NdA
Buonsalve!
Piccolo aggiornamento (a tempo di record!) per introdurre la seconda parte della storia.
In realtà non ho molto da aggiungere, se non qualche parola per giustificare il richiamo al prologo e al tema dei buchi neri – Sono fissata? Sì, sono fissata.
Ovviamente la questione è molto più complessa e ci sono numerosissimi studi sul tema che sarebbe impossibile incastrare nella storia; qui ho mantenuto almeno le basi, ovvero che da un buco nero non si esce, senza se e senza ma. Tuttavia ci sono studi, anche non troppo recenti, che ipotizzano una teoria opposta, ma a quello ci arriviamo a tempo debito u.u
 
Detto ciò, ringrazio leila91 per la scorsa recensione e chiunque sia passato di qui a leggere.
 
A presto,
 
_Atlas_

 

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Capitolo 12
*** Capitolo X ***



Capitolo X

 
 
 
 

 
 
Aprile 1997, Mismar (Georgia)
 
«Ti stai impuntando un po’ troppo, secondo me.»
Jake scosse la testa e si arricciò nella mano i capelli che gli ricadevano sulla fronte.
«Non mi sto impuntando,» chiarì «vorrei solo che capiste il concetto: cancellare dalle scalette tutti i pezzi famosi farebbe dimezzare il pubblico che viene a sentirci. I Losers Club sono nati come una cover band, non possiamo di punto in bianco offrire qualcosa di diverso.»
«Non dovete eliminarli tutti!» obiettò Axel afferrando dal piatto una manciata di patatine fritte.
«Potreste inserire i pezzi originali un po’ per volta, perchè pensi che non sia una buona idea? Johnny’s eyes è piaciuta, non ha senso non proporre altro» aggiunse Jenna con l’aria di chi aveva ripetuto quel concetto un po’ troppe volte.
«No, è che non ha senso proporre qualcosa che non funziona.»
Jake sembrava particolarmente irrequieto e in quella frase Axel colse più frustrazione di quella che forse aveva intenzione di trasmettere. Cercò conferma nello sguardo di Jenna ma lo vide puntato altrove, rapito da due iridi nocciola oscurate da un velo di malinconia e rabbia.
Fu un pensiero rapido, ma che si incise subito nella sua mente non appena percorse la traiettoria dei loro sguardi: se Jake avesse avuto una maggiore consapevolezza di sé, pensò, avrebbe avuto ai suoi piedi chiunque e a quel punto i Losers Club avrebbero potuto suonare le peggiori hits reggaeton che nessuno ci avrebbe dato importanza.
Si costrinse a ignorare quella fitta di gelosia che gli punzecchiava lo stomaco attribuendone la colpa alla sua scarsa autostima e all’incertezza che lo inondava ogni volta che finiva per ricordarsi di Dark Sirio, ma era consapevole che quel collegamento non reggeva – o che comunque reggeva poco – e che la reale causa fosse da cercare altrove, magari a pochi centimetri dalla sua sedia.
«Grazie Darryl» disse Jenna afferrando altre due porzioni di patatine fritte e mettendole al centro del tavolo. L’uomo le fece l’occhiolino e scompigliò scherzosamente i capelli di Jake prima di tornare dietro al bancone.
«Dai retta a Jenna, ragazzo…» gli urlò in lontananza.
Jake sbuffò seccato e tornò a guardare i due amici: «Quello che voglio dire…»
«Quello che vorresti dire lo hai già detto trecento volte» lo frenò immediatamente Jenna, che a quel punto era esausta «Quello che devi fare, invece, è trovare un po’ di coraggio dentro quel cespuglio di capelli ingellati e imbrattati di brillantina. Chiaro?»
«Io non uso la brillantina!» ribatté lui, sulla difensiva.
«Raccontalo a qualcun altro!»
«Non racconto proprio un bel niente.»
«E tu» rincarò la dose Jenna con fare stizzito «hai intenzione di dirgli qualcosa o dobbiamo come al solito aspettare un allineamento dei pianeti prima che tu riesca a parlare?»
Axel non era pronto a quello scatto di Jenna e realizzare che stesse rivolgendo proprio a lui quelle parole e con quel tono perentorio gli causò un principio di vertigine. Non era certo la prima volta che succedeva, eppure non era ancora riuscito ad abituarsi.
«Mi sembrava di aver detto la mia al riguardo, no?»
«Forse, ma qui abbiamo problemi di memoria» insisté lei.
Axel tirò un lungo sospiro e si schiarì la voce, ignorando quel vortice di emozioni in cui era finito senza volerlo: «Beh, devi buttarti, Jake. Devi rischiare. E credimi, non te lo sto dicendo perché in questo momento sono sotto minaccia…» scherzò contro ogni previsione e sollevato di vedere un accenno di sorriso sulle labbra di Jenna «…ma perché è giusto così. Se non ti butti non lo saprai mai. E a me i vostri pezzi originali piacciono, non vedo perché non debbano piacere anche agli altri. Giusto?» chiese poi sottovoce a Jenna, che adesso lo guardava con una certa soddisfazione.
Jake li osservò entrambi per una manciata di secondi, apparentemente divertito, dopodiché scosse la testa e si alzò per uscire.
«Siete due imbecilli, a proposito.»
 
 
 Axel aveva smesso da tempo di chiedersi se fosse normale chiudere le serate in quel modo, con Jake che saltellava da uno stato d’animo all’altro o da un discorso all’altro come se fosse la cosa più naturale del mondo. Non ci fece nemmeno troppo caso quando iniziò a camminare con la testa all’insù per le strade di Mismar, cercando di riconoscere le costellazioni che spiccavano luminose nel cielo.
«Quella secondo me è “Cane che si morde la coda”. La vedete?»
Axel, che quella sera lo aveva visto bere due boccali di birra, lo lasciò giocare con la fantasia senza interrompere il suo flusso di pensieri; suo malgrado provò un lieve senso di colpa nei suoi confronti, la gelosia che provava non aveva nulla a che fare con il suo carisma e piuttosto riguardava se stesso - si disse - la sua insicurezza e tutto ciò che gli impediva di muoversi dal punto in cui si trovava.
Sperò davvero che Jake trovasse il coraggio per portare la sua band a uno scalino più alto, non solo perché credeva davvero nel suo talento, ma perché pensava che lo meritasse anche per la persona che era e per l’amico che stava diventando per lui.
«A che pensi?»
La voce di Jenna lo fece sussultare di nuovo, anche se adesso aveva un tono più dolce e privo di qualsiasi sfumatura minacciosa.
Si limitò ad alzare le spalle, come faceva sempre quando non sapeva cosa dire, e innervosendosi non appena realizzò che stava perdendo l’ennesima occasione di parlare da solo con lei.
Jenna d’altra parte non si lasciò turbare da quel silenzio, o almeno così gli era sembrato, ma il cuore gli tremò nel petto ancora una volta quando lei intrecciò il suo braccio al proprio, stringendolo con delicatezza.
«Mi preoccupo troppo per lui, forse dovrei lasciar perdere» disse.
Axel, ancora frastornato da quell’inaspettato contatto fisico, realizzò con qualche secondo di ritardo a chi si stesse riferendo e subito dopo si sentì sommerso da una fitta pioggia di emozioni discrepanti.
Non capiva il comportamento di Jenna, né che tipo di rapporto ci fosse effettivamente tra lei e Jake. La loro amicizia aveva sfumature che lui non riusciva a cogliere, forse perché non aveva mai avuto un rapporto così intimo con qualcuno, o forse perché qualcosa di ambiguo c’era e per lui era solo molto difficile da accettare.
Ma allora che senso aveva avvicinarsi a lui in quel modo? Perché creare equivoci se ciò che desiderava davvero era stare con Jake?
Axel non sapeva rispondere a quelle domande, ma non poteva ignorare la fiamma che, seppur debolmente, gli scaldava il cuore da mesi.
«Troverà una soluzione, Jake è in gamba» si sforzò di pronunciare. Ci credeva, suo malgrado, e guardandolo brioso tra gli effetti dell’alcol e qualche risata di troppo non riuscì a capire il timore di Jenna e per un momento provò persino rabbia nei suoi confronti. Una rabbia che scemò non appena la sentì poggiarsi con la testa sulla sua spalla, mozzandogli il respiro.
«Dobbiamo proteggerlo, Axel» mormorò stancamente.
La risata di Jake ruppe quel nuovo silenzio tra loro, e Axel si chiese se quell’improvvisa angoscia che provava fosse solo una sensazione passeggera o se fosse il preambolo di qualcosa che ancora non aveva forma.
 
  

*

 
 
«Non ci credo…»
Mentre Jake passava in rassegna le prime vignette concluse del suo fumetto, Axel lo osservava in silenzio già dimentico delle ore che aveva speso per renderle il più presentabili possibile. Alla fine era riuscito a creare una trama che coinvolgesse l’invasione della Luna da parte di una navicella aliena, conservando l’idea originale di Jake ma rendendola meno confusa e più facile da disegnare.
Mancava poco più di un mese al termine della consegna dei lavori e Axel aveva bisogno di un riscontro per portare avanti la storia, così quel pomeriggio lo avevano passato insieme nel sottotetto a studiare nuovi dettagli della trama fin quando Axel non aveva messo un plico di fogli sotto il naso di Jake, che per poco non si era messo a piangere dalla felicità.
«Non pensavo che fossi già così avanti, come cavolo ci sei riuscito?» gli chiese sfogliando i disegni con aria sognante.
«Ho iniziato a provare una certa simpatia per gli alieni» rispose Axel con un’alzata di spalle. Mentre disegnava ricordò di aver pensato alle parole di Jenna a cui non era stato capace di dare un significato, e si era chiesto se la scelta di aiutare Jake non potesse essere il suo personale modo di proteggerlo, sebbene fosse stata una scelta presa a posteriori.
Proteggerlo da che cosa, poi? Non era stato abbastanza coraggioso da chiederlo e la presenza così vicina di Jenna aveva solo reso tutto più difficile. Il suo profumo gli era rimasto attaccato alla felpa per giorni interi, un lieve aroma di pesca che avrebbe voluto portare con sé ovunque.
«Come posso ripagarti, Axel?» disse improvvisamente Jake, lo sguardo ancora puntato sui disegni. «Lo so che non è ancora finito, ma vorrei davvero ringraziarti per questo.»
«Pagami in concerti, e possibilmente vorrei ascoltare pezzi originali.»
«Ancora con questa storia? Scommetto che Jenna ti ha fatto il lavaggio del cervello.»
Axel portò gli occhi al cielo e ne approfittò per sintonizzare il televisore su MTV, dove però trovò il notiziario.
«Parliamo di te, piuttosto» rincarò la dose Jake «Hai deciso cosa fare con Dark Sirio? Perché la questione non è poi così diversa, lo sai?»
Aveva ragione, doveva concederglielo, ma questo non avrebbe cambiato le cose.
Fu sul punto di dirglielo, che ormai la decisione di non partecipare al concorso era definitiva, ma qualcos’altro attirò la sua attenzione.
«Jake, il naso. Ti esce sangue.»
«Merda, di nuovo» disse lui posando i disegni e affrettandosi per pulirsi.
«Ti succede spesso?» gli chiese Axel, ricordando l’episodio di qualche settimana prima.
Jake fece un gesto vago e si ricompose, senza però rispondere alla domanda.
«Niente maglietta dei Beatles, stavolta?» gli chiese invece.
«Quella è rimasta a te, a dire il vero.»
«Giusto. Te la riporto, promesso.»
Probabilmente la cosa lo aveva messo in imbarazzo, o almeno fu così che Axel giustificò l’improvvisa goffaggine dell’amico, che adesso sembrava essersi dimenticato del fumetto e aveva preso a rovistare tra le sue audiocassette per camuffare la sua agitazione.
«Questo album è una bomba!» esclamò trovando Achtung Baby degli U2.
Axel sorrise, provando per lui una strana compassione, dopodiché si buttò a capofitto in una discussione sull’evoluzione stilistica di Bono Vox.
 
 

*

 
 
Aprile 2015, Georgia
 
Il getto di aria condizionata gli aveva bloccato il collo per l’intero viaggio e probabilmente anche per i giorni successivi. Se ne rese conto all’atterraggio, quando la hostess si avvicinò per svegliarlo e lui non era riuscito a voltarsi nella sua direzione.
In realtà non stava neanche dormendo, come poteva? Aveva solo chiuso gli occhi sperando di aver preso il volo sbagliato come quel film con Macaulay Culkin e di essere finito dall’altra parte del mondo.
L’insegna dell’aeroporto di Atlanta uccise definitivamente le sue speranze non appena scese dall’aereo, ormai certo di non avere via d’uscita.
Il taxi per Mismar lo aspettava all’uscita dell’edificio, e realizzò di avere davanti a sé l’ultima possibilità di scappare e di non fare ritorno.
Questa volta davvero.

 

 
 

_______________________
 

 
 
Note:
1. Kevin McCallister, il protagonista di “Mamma ho perso l’aereo” e di “Mamma ho perso l’aereo – Mi sono smarrito a New York”.

 
 
 
NdA
Buonassssera!
Più o meno puntuale sulla tabella di marcia, riesco a pubblicare finalmente il primo capitolo di questa seconda parte della storia. Spero che questo seguito possa piacervi almeno quanto sta piacendo a me chiudermi nel 1997, sperando di scrivere in maniera realistica e coerente. Se così non fosse aspetto il solito cestino di arance/pomodori/ananas(?).
 
Detto ciò, Axel è arrivato in Georgia. Ci resterà? Chissà? Lo scoprirete solo vivendo.
 
Grazie come sempre a chi è arrivato fin qui e a chi ogni tanto fa una sbirciata tra i capitoli.
 
_Atlas_

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Capitolo 13
*** Capitolo XI ***



Capitolo XI

 
 
 
 
 
 
La gomma dei tergicristalli scivolava sul parabrezza mostrando a intervalli regolari i profili degli edifici e le insegne di qualche negozio.
Axel recuperò la valigia e allungò una manciata di banconote all’autista prima di vederlo ripartire con il suo taxi. Lo seguì con lo sguardo finché la vista glielo consentì, poi iniziò a camminare sul marciapiede trovando poco a poco il coraggio di guardarsi intorno.
Stranamente l’agitazione si era placata e il buio e la pioggia gli diedero l’illusione di sentirsi invisibile, quasi protetto.
La pioggia aveva quell’effetto salvifico anche per Damon Rivera, era così che agiva Dark Sirio nelle sue scorribande notturne; non c’erano mantelli né armature corazzate, c’era solo il suo corpo, tormentato e avido di vendetta, che si addentrava con passo felpato in territorio nemico.
Liam Sullivan - “Procyon” negli ambienti mafiosi – giocava con lui quella subdola partita a nascondino, sfuggendo ai suoi proiettili per sputarne altri, in una avvilente e sanguinosa sfida tra gangster.
Lo stesso gioco d’astuzia, dove a nascondersi erano però le emozioni, Axel lo viveva dentro di sé ogni giorno, un’eterna guerra civile tra due fazioni incapaci di comunicare e su cui lui aveva da sempre rinunciato a prendere posizione.
 
Mentre camminava l’insegna di un negozio di smartphone attirò la sua attenzione, lampeggiando luminosa davanti ai suoi occhi. Era infinitamente piccolo se paragonato agli store di New York, poco curato e pubblicizzato, ma almeno non sprigionava la stessa ripugnante idea di consumismo e sfarzo. Scrutando la vetrina, Axel seguì il riflesso degli edifici alle sue spalle, riconoscendo i profili familiari dei balconi e delle finestre che aveva guardato con superficialità migliaia di volte e che per una curiosa coincidenza erano rimasti impressi nella sua memoria.
All’improvviso capì. Forse il suo inconscio aveva sperato di fregarlo, confondendogli le idee e camuffando le strade intorno a lui, eppure la consapevolezza non tardò ad arrivare: quello era il vecchio market di Earl, il negozio di alimentari dove aveva ottenuto il suo primo lavoro, dove aveva conosciuto Jake e Jenna e dove erano accadute un sacco di altre cose.
Axel provò a nascondersi da quella fitta di nostalgia che gli colpì il petto e provò a raccontarsi mille storie, su quanto per esempio fossero lunghi diciotto anni o su quanto fosse normale, per una realtà piccola come Mismar, che le cose cambiassero prima o poi. Si raccontò che la cosa non lo stupiva poi così tanto, che quasi se lo aspettava, e si raccontò altre migliaia di storie anche mentre le sue gambe ripresero a camminare a passo agitato, quasi stregate, trascinandolo fino all’ingresso del suo vecchio sottotetto.
La pioggia era sempre più fitta e Axel non ebbe altra scelta se non quella di arrendersi e infilare la chiave nella serratura.
Fece un lungo respiro.
 
«Va bene» mormorò aprendo la porta.
 
 
 
Non capì con certezza cosa notò per prima, se l’odore di una casa rimasta chiusa per diciotto anni, il caos in cui era immersa o il silenzio che vi albergava, rotto solo dal rumore della pioggia.
Si impose l’assoluta razionalità e cercò di non badare troppo a quel senso di vertigine che gli salì alla testa non appena si chiuse la porta alle spalle. Era una sensazione strana, caotica, gli sembrava quasi di essere arrivato con una macchina del tempo da un’epoca lontanissima e del tutto incompatibile con ciò che vedevano i suoi occhi.
Razionalità.
Era quello di cui aveva bisogno, insieme a una doccia calda e un sedativo per elefanti, tutte cose che al momento erano di difficile reperibilità. La caldaia, come si accorse poco dopo e come del resto era prevedibile, aveva bisogno di una sistemata, mentre per un sedativo così potente avrebbe dovuto scomodare qualche contatto oltreoceano che non era sicuro di voler risentire.
In quanto alla razionalità invece, tutto dipendeva da lui. Aveva la sensazione di camminare in mezzo a un campo minato, ma stando attento e controllando scrupolosamente ogni passo forse avrebbe evitato il peggio.
Tanto per cominciare avrebbe dovuto riguardare il programma delle conferenze alla C.A.M., prima di partire Loraine gli aveva allungato in tutta fretta un plico di fogli a cui ancora non aveva dato un’occhiata, e qualcosa gli diceva che avrebbe dovuto farlo al più presto, se aveva intenzione di uscire indenne da quel convegno.
Loraine ebbe il tempismo di scrivergli proprio in quel momento, aiutandolo a trovare quella razionalità che cercava come ossigeno.
“Sei arrivato? Hai già visto il programma di domani?”
Giusto, rammentò, dopotutto quello era un viaggio di lavoro. L’idea di dover parlare davanti a un pubblico continuava a renderlo nervoso, eppure concentrarsi su quello sembrava ridimensionare lo stato emotivo in cui si trovava adesso.
“Arrivato. Sto ripassando le ultime cose.” Mentì.
Mise da parte il telefono e iniziò a guardare per la prima volta il programma inviato dalla C.A.M., ignorando con ostinazione tutto ciò che aveva intorno.
 
 

*
 

 
Si risvegliò all’alba, accovacciato sulla scrivania in una posizione innaturale. La schiena protestò dolorosamente non appena provò a mettersi ritto e ci volle più di una sessione di stretching per tornare in sesto.
Una tazza di caffè bollente avrebbe dato una svegliata anche al resto del corpo, ma preferì rimandare a più tardi la colazione e cercare di rendere più ospitale quelle quattro mura piene di polvere e ricordi.
Spalancò le finestre e lasciò entrare l’aria umida del mattino che ancora sapeva di pioggia, rassettò le stanze e raccolse in una busta tutte le cianfrusaglie che gli capitavano sottomano, tra cui una polaroid dove spiccavano radiosi il suo volto e quello di Jake. Non fu difficile mettere in scena quel teatrino intriso di apatia e razionalità, anzi, probabilmente la noncuranza con cui stava maneggiando  i ricordi sacri dei suoi vent’anni gli avrebbe presentato il conto più avanti, mozzandogli come sempre l’ossigeno nei polmoni, ma non gli importava.
Si scoprì ostinato a utilizzare quel meccanismo di difesa ed era persino convinto che potesse funzionare più di qualsiasi altro tipo di ansiolitico.
Quello che desiderava più di ogni altra cosa, e di questo era più che certo, era uscire indenne da quel convegno e tornare a New York il prima possibile.
 
 
La Comics Academy of Mismar era più o meno come la ricordava, salvo qualche modifica architettonica che le dava un aspetto un po’ più moderno. A dirla tutta, non aveva mai provato particolare entusiasmo a guardare la struttura dell’edificio e ora che attraversava il cortile d’ingresso dopo vent’anni si stupì a provare più o meno la stessa sensazione. Aveva l’aria di un liceo messo a nuovo, al passo coi tempi, che tuttavia portava il peso di essere la scuola di fumetti più rinomata del paese, forse perché l’unica esistente.
Non c’erano studenti nei dintorni, questo Axel lo notò gustandosi il suo giornaliero cocktail di emozioni discrepanti che stavolta abbracciavano il sollievo e un pizzico d’ansia. Erano davvero messi così male, alla C.A.M.?
Col passo incerto si avvicinò all’entrata, cercando di soffocare il ricordo dell’ultima volta in cui lo aveva fatto, il 10 giugno 1997, con il senso di colpa che già gravava sulle sue spalle e il dolore di una ferita che gli aveva squarciato il petto a metà. Accanto al portone, lì dove diciotto anni prima spiccavano le classifiche con i risultati dei partecipanti al concorso, adesso c’era un immenso cartellone pubblicitario occupato a metà dal volto di Dark Sirio. L’altra metà, appena più luminosa, non era altro che una gigantografia del suo stesso volto.
«Oddio…» mormorò con disgusto.
«Signor Newell?» lo chiamò qualcuno nello stesso momento.
Un agguato alle spalle, proprio come l’ultima volta. Axel non ebbe bisogno di voltarsi per scoprire chi fosse.
Lo ricordava come un uomo giovane, alto, con le spalle larghe e una chioma di capelli neri che spesso legava in un codino disordinato. Girava per le aule della C.A.M. con l’aria di essere un curioso visitatore, con l’espressione da nerd e un cipiglio decisamente poco austero, e invece non solo in quella scuola vi insegnava Teorie e pratiche dell’Illustrazione ma ne era persino diventato il dirigente. Gli anni lo avevano cambiato, ma a parte le rughe e i capelli argentati aveva ancora l’aria di essere un uomo che impazziva davanti a una pagina di fumetti.
«Professor Layton» balbettò Axel, sentendosi di nuovo un ragazzino.
«È bello vederti dal vivo, Axel. Direi finalmente» disse l’uomo con cordialità, aprendo il portone d’ingresso della scuola.
 
Aveva smesso di catalogare le emozioni che salivano a galla, sia perché la reputava una perdita di tempo, sia perché stava diventando pressoché impossibile farlo visto che si proponevano tutte allo stesso modo: gambe molli come gelatine, battiti del cuore impazziti, mani sudate, fiato corto e vertigini a intervalli più o meno regolari.
«Vuoi un caffè?» gli chiese il professor Layton entrando con lui in un’aula vuota.
«Assolutamente no» rispose precipitosamente, dando una fugace occhiata ai banchi vuoti. «Ma dove sono gli studenti?» chiese provando a smorzare la tensione.
«Oh, ti aspettano in auditorium. Li faremo attendere un po’» lo informò controllando l’orologio.
Axel si morse la lingua e poggiò la schiena contro un banco, ostentando una nonchalance che certamente non aveva e che di certo non avrebbe guadagnato ora che si stava immaginando davanti a chissà quanti studenti accomodati in un auditorium.
Il professor Layton dovette captare la sua tensione perché all’improvviso gli rivolse un’occhiata incuriosita.
«Axel rilassati, non siamo mica in tribunale» ridacchiò accomodandosi alla cattedra e continuando a guardarlo. Lui provò a sostenere il suo sguardo, ma alla fine abbassò la testa.
«Non è stato facile tornare qui» mormorò alla fine, sforzandosi di nuovo di sembrare disinvolto.
«Lo so bene, ce l’hai scritto in faccia» confermò l’uomo «E scommetto che non vedi l’ora di andartene.»
Axel annuì mesto, facendo spallucce.
«Lo capisco. Probabilmente anch’io mi sentirei così al tuo posto, per questo non intendo lamentarmi di tutti gli inviti che hai respinto in diciotto anni.»
Non provò a ribattere, si limitò ad accusare il colpo e a rendere un po’ più pesante il macigno che si portava a spasso sulle spalle da quasi un ventennio.
«Professor Layton, mi dispiace se…»
«Non devi giustificarti,» lo interruppe «ho detto che ti capisco. E non dobbiamo parlarne se non vuoi, voglio solo che tu sappia – perché questo non ho mai avuto modo di dirtelo – che la morte di Jake Steamons, all’epoca, segnò profondamente anche me. Solo che a differenza tua ho preferito fare carriera qui dentro e, non per vantarmi, ma gli studenti mi adorano» concluse con un sorriso divertito.
«Questa non è una novità, lo abbiamo sempre fatto» disse in fretta, riuscendo miracolosamente a non farsi coinvolgere troppo da quella rivelazione.
«Ti ringrazio, ma non farla sembrare una cosa scontata.»
Axel lo vide alzarsi e fargli cenno con la mano, così lo seguì in silenzio tra i corridoi della scuola fin quando non arrivarono davanti a un’enorme vetrata che affacciava in una stanza non troppo grande, ma abbastanza capiente da ospitare oltre un centinaio di studenti.
«Ecco l’auditorium. Loro» disse indicando gli studenti «sono tutti lì per te. Ti dirò, per una volta sono contento di cedere la mia cattedra a qualcun altro. Ma non farci troppo l’abitudine.»
Axel colse l’ironia nella sua voce e accennò un sorriso non troppo marcato. Non era sicuro di aver nascosto bene la sua insicurezza, ma considerava comunque un buon traguardo trovarsi a due passi dalla platea e non chiuso in un bagno a vomitare le viscere. Il professor Layton d’altra parte non era un ingenuo e in cuor suo sperava che capisse davvero quanto fosse difficile per lui trovarsi lì in quel momento.
  

*

  
Due ore dopo, col vento che gli scompigliava i capelli e il cuore un po’ più leggero abbandonò il cortile della C.A.M. incamminandosi verso casa.
Non era andata tanto male, pensò, sicuramente meglio della drammatica aspettativa che si era fatto negli ultimi giorni. L’atmosfera si era alleggerita parecchio quando qualche ragazzo si era spinto a chiedere curiosità su Dark Sirio e sebbene la cosa gli avesse ricordato le disastrose conferenze stampa a cui aveva preso parte negli ultimi tempi, aveva subito riconosciuto che farsi interrogare da uno studente era decisamente meglio che subire le angherie dei giornalisti. Questo gli aveva dato un po’ più di sicurezza e alla fine era riuscito a concludere quella prima conferenza incentrata sullo stile grafico di Dark Sirio senza subire troppi danni. Anche il professor Layton era sembrato soddisfatto, anche se era comunque rimasto perplesso quando, al termine delle due ore, lo aveva visto correre in bagno pallido come un cencio e con la camicia cosparsa di sudore. Poteva andare peggio, aveva pensato Axel tra un conato e l’altro.
“Fammi sapere com’è andata” gli aveva scritto Loraine poco dopo e solo adesso aveva ripreso in mano il telefono per visualizzare il messaggio.
Fu in procinto di risponderle, anche se a quel punto sarebbe stato meglio chiamarla, ma preferì rimandare in serata il resoconto della giornata. Adesso voleva solo godersi quel momento di spensieratezza, mangiare qualcosa e magari farsi una dormita una volta rientrato a casa.
Decise di fare a piedi la strada del ritorno, gustandosi la luce ambrata del tramonto e le vie quasi deserte della città. Era disturbante quel silenzio, eppure per Mismar aveva sempre rappresentato la quotidianità, nulla a che vedere col via vai frenetico di una metropoli come New York.
Un sorriso nostalgico gli fece socchiudere appena le labbra nel vedere le luci natalizie ancora appese in qualche via del centro, una svogliatezza che da sempre aveva contraddistinto gli abitanti del posto, i quali alla fine avevano iniziato a considerarla una specie di tradizione da portare avanti fino a Pasqua.
Conosceva bene quella strada e inconsciamente sapeva dove lo avrebbe portato se avesse proseguito diritto.
Era strano, ma quell’ansia che gli aveva divorato le viscere fino al suo arrivo in città continuava ad essere gestibile e solo appena fastidiosa; la cosa lo compiaceva particolarmente perché era frutto del suo impegno - o sarebbe stato meglio dire ostinazione - nel volere a tutti i costi rendersi impermeabile alla pioggia di sensazioni che sapeva gli sarebbe piombata addosso una volta tornato a Mismar.
Per questo percorrere quella via lo turbava ma senza scatenare il panico.
Continuò ad attraversarla fino a quando non arrivò a vedere chiaramente l’insegna luminosa del locale, identica a come l’aveva lasciata diciotto anni prima. Si avvicinò a passo lento raggiungendo la vetrina, chiedendosi se non stesse facendo una stupidaggine e se non fosse il caso di assecondare quella vocina che gli solleticava l’orecchio dicendogli di scappare da lì a gambe levate.
Non c’era molta clientela, giusto una coppia a cui era appena stata servita una fetta di torta di mele.
La sua schiena, grossa e un poco ricurva era inconfondibile, così come il grembiule che aveva legato al collo e i baffetti che contornavano le sue labbra. Spostò lo sguardo nel locale cercando il volto di Margaret, chiedendosi se anche a lei il tempo avesse lasciato nello sguardo la solita espressione gentile e premurosa del marito.
Non fece in tempo a trovarlo, perché adesso il signore di prima lo stava osservando dall’altra parte del vetro, guardandolo nello stesso modo in cui si guarderebbe un fantasma.
Se fosse stato in grado di ragionare lucidamente, avrebbe concluso che dare retta a quella vocina sarebbe stata la cosa più giusta da fare, invece rimase fermo a ricambiare lo sguardo di quell’uomo, accennando infine un saluto impacciato con la mano. Lo vide camminare verso la porta d’ingresso e anche quando rimase incantato a guardarlo sulla soglia gli occorse qualche secondo prima di aprire bocca. Quando lo fece, la voce gli si spezzò in un singulto.
«…Axel?»
Non rispose, né riuscì a fare un gesto con la testa. Rimase fermo a osservarlo a sua volta, fino a quando non riuscì a trovare il coraggio di parlare.
 
«Ciao Darryl.»

 
 


__________________


 

NdA
Arieccomi, con solo due mesi di attesa, wow!
E dunque, il nostro povero eroe è finalmente giunto in terra natìa riuscendo più o meno a non avere un attacco di panico ogni secondo, il che – in vista dei prossimi aggiornamenti – è un traguardo da non sottovalutare.
Rileggendo i vecchi capitoli ho sempre l’impressione che la narrazione avvenga in maniera un po’ troppo veloce e non so se anche a voi risulti questo; in effetti non ho mai scritto storie così complesse ed è probabile che ci sia qualche buco narrativo sparso qui e lì. Comunque è chiaro che una volta terminata la storia verrà ripresa interamente e sistemata dove ce n’è la necessità, spero solo che questo avvenga entro il 2075 :’)
 
Anyway, come sempre ringrazio Benni per l’ ultima recensione (a cui devo ancora rispondere perché sono una brutta bagarospa) <3
 
Un saluto e spero a presto,
 
_Atlas_

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Capitolo 14
*** Capitolo XII ***


 
Capitolo XII
 


 
 
 
«Axel??»
Darryl lo chiamò di nuovo, questa volta sicuro che davanti a sé non ci fosse alcun fantasma. Sgranò gli occhi, lucidi di gioia, e allargò le braccia verso di lui.
«Che cavolo ci fai qui?!»
Axel non riuscì a trattenere il sorriso e avanzò nella sua direzione prima di lasciarsi stringere in un abbraccio goffo e soffocante.
«Sei un disgraziato, vuoi farmi venire un infarto?!»
«Non era in programma…» provò a giustificarsi senza però riuscire a frenare l’entusiasmo dell’uomo, che adesso aveva preso a tastargli le braccia come per accertarsi che fosse davvero lui.
«Hai la barba…!» disse poi, dandogli un pizzicotto sulla guancia «E sei anche alto, sei…sei…» lo guardò da capo a piedi, prendendo familiarità con il suo nuovo aspetto. «Sei cresciuto» mormorò infine «Sei proprio come ti si vede sui giornali.»
Axel sorrise ancora e non poté fare a meno di notare, invece, quanto lui fosse invecchiato. Per un attimo lo aveva visto robusto, fiero e in forza come diciotto anni prima, ma le rughe che aveva sul volto e i suoi capelli grigi raccontavano un’altra storia.
«Vieni, ci beviamo qualcosa» gli disse accompagnandolo nel locale.
 
Oltre al suo seminterrato destinato alle feste e ai concerti, ricordava il Lenox Blues con un bancone che occupava gran parte della stanza, una parete su cui erano appesi vinili e vecchie fotografie e una decina di tavoli destinati ai clienti, con i centro tavola in acciaio e i sedili foderati con stoffa color mattone. Axel non si aspettava di trovare tutto come allora, anche se prima di varcare la soglia ci aveva sperato con tutto il cuore; eppure era tutto lì, come lo aveva lasciato quella sera di metà giugno a un passo dall’estate. La stoffa dei sedili, i centro tavola, persino le tende sembravano le stesse di allora. Con la coda dell’occhio intravide una parete tappezzata di fotografie, ma si obbligò a spostare lo sguardo.
«Dov’è Margaret?» chiese tornando bruscamente alla realtà.
Darryl lo fece accomodare a un tavolo e prese posto davanti a lui, guardandolo esitante per qualche secondo con un sorriso spento sulle labbra.
«È morta» rivelò poi senza giri di parole «Tre anni fa, ormai.»
Axel incassò il colpo in silenzio, ma tutta la razionalità che si era imposto per un attimo vacillò, ricomponendosi poi con lentezza sfiancante. Ci fu solo lo spazio di un ricordo lontano, una carezza tra i suoi capelli e un bacio leggero sulla guancia.
«Mi dispiace» mormorò «Com’è successo?»
«Cancro al seno. Ce ne siamo accorti troppo tardi.»
Axel annuì, prendendo atto di quanto quella perdita dovesse rappresentare per l’uomo. Lui e Margaret erano stati una coppia affiatata e complice, con il Lenox Blues non avevano solo sostenuto le band emergenti della città, dando spazio e voce ai più giovani, ma erano anche riusciti a coinvolgere in quel successo gran parte della comunità afroamericana di Mismar, rompendo le barriere di odio e pregiudizio che qualcuno a volte provava a ricostruire. In questo Margaret era sempre stata determinata, Darryl, al contrario, si abbandonava più spesso alla frustrazione.
«Allora, che ci fai da queste parti?»
Darryl lo guardava con sincera curiosità, bilanciando una rassegnata malinconia con il desiderio e la speranza di stupirsi ancora.
«Lavoro. Ho degli impegni con la C.A.M.»
«Ah, quindi ti hanno costretto» incalzò l’uomo con un sorriso, come se avesse colto i sottintesi della sua risposta.
«Già, sono stato incastrato» confermò Axel adocchiando il menù delle bevande. Percepiva lo sguardo dell’uomo su di sé ma si sforzò di non ricambiarlo, concentrandosi piuttosto sul listino delle birre e sperando che non indagasse oltre.
Darryl, sulla scia del professor Layton ma in maniera meno delicata, si era sempre intromesso nelle sue questioni intime senza porsi troppi scrupoli e Axel, pur trovandosi spesso con le spalle al muro davanti alla sua schiettezza, aveva sempre riconosciuto e apprezzato la sua perspicacia.
«Beh, non mi aspettavo di rivederti, devo essere sincero» ammise l’uomo «Sembra ieri che ve ne stavate qui a rimpinzarvi di schifezze e a disegnare quei fumetti. Non doveva finire in quel modo…» mormorò poi, sovrappensiero e con un velo di rabbia che gli scurì appena il volto, alzandosi e andando poi a trafficare dietro al bancone.
Axel deglutì a vuoto, iniziando suo malgrado a percepire un vago disagio e il fiato un po’ corto. Non si era aspettato di certo la fiera della serenità varcando la soglia del Lenox Blues, ma forse aveva ostentato più temerarietà di quella che effettivamente aveva ed era stato uno stupido a pensare che Darryl non volesse alludere al passato.
«Bud Light, come ai vecchi tempi» annunciò poco dopo mettendogli sotto al naso un boccale di birra.
«Non so se riuscirò a berla tutta.»
«Un tempo te ne saresti scolati due di questi, Axel. E me ne avresti chiesto anche un terzo.»
«Allora sono proprio invecchiato. Mi sforzerò di finirlo.»
«Bravo, sforzati» marcò Darryl facendo tintinnare insieme i loro boccali.
 
Continuarono a parlare e per più di un momento l’idea di abbandonare Darryl al tavolo e fuggire dal locale solleticò la sua mente senza tuttavia concretizzarsi. Da quando era arrivato a Mismar il suo unico obiettivo era quello di tenere ingabbiata ogni emozione, respingerla, sminuirla  o al massimo condirla con un po’ di sarcasmo inappropriato se mai ce ne fosse stato bisogno. Aveva retto piuttosto bene, ma parlare con Darryl lo aveva messo a dura prova e il suo autocontrollo adesso iniziava a vacillare. Inoltre era stanco e anche la birra stava abbassando la sua lucidità.
«Insomma, non organizziamo più le serate di un tempo,» stava spiegando Darryl addentando una fetta di torta al cioccolato «ogni tanto passa qualche musicista di strada o un paio di band emergenti al mese, niente di entusiasmante ma almeno ci provano. Il Lenox Blues non è più un luogo di aggregazione, Axel, qui al massimo vengono a comprarsi due birre e a fumarsi uno spinello nello scantinato» concluse con amarezza.
«Anche noi lo facevamo» gli fece notare Axel.
«Era diverso, voi eravate diversi. Con voi c’era un dialogo, con questi ragazzi è impossibile, non te lo permettono. Ho provato ad avvicinarmi a qualcuno di loro ed è meglio che non ti dica com’è andata a finire.»
«Come? Qualcuno ha deciso di ammazzarsi?» domandò d’impeto.
Non avrebbe voluto né dovuto chiederlo, ma la domanda gli era sfuggita dalle labbra all’improvviso e solo quando tra loro calò il silenzio realizzò l’errore.
«No,» mormorò Darryl, serio in volto «non si è ammazzato nessuno. Mi hanno solo ridotto in frantumi la vetrata d’ingresso.»
«Scusa, mi è uscita male…non intendevo…»
«Ho capito cosa intendevi» gli venne incontro l’uomo, e Axel sperò che avesse capito davvero «Mi porterò sempre il peso di essere stata l’ultima persona ad aver parlato con Jake. O credi che lo abbia dimenticato?»
«Non l’ho mai pensato.»
Axel abbassò lo sguardo, giocando con pigrizia con la sua fetta di torta.
«Temo che possa succedere ancora» disse a un tratto Darryl «affezionarmi a qualcuno di loro, credere di averlo sistemato e poi ritrovarmelo con la faccia sfracellata a un angolo della strada. Non è vero che eravate diversi, hai ragione, è questo a terrorizzarmi.»
La confessione di Darryl lo ammutolì, lasciando le sue emozioni in equilibrio precario, come se stesse camminando senza protezioni su una fune sottilissima a migliaia di metri di altezza. Non riuscì a dire nulla e non gli rimase altro che prendere atto di quelle parole.
«Non volevo rattristarti, mi dispiace» spezzò il silenzio Darryl «Ti piace la torta? L’ha fatta Richie, è una specie di genio della pasticceria» disse indicando un ragazzo altissimo che trafficava dietro al bancone.
Un fracasso di vetri proveniente dalla porta d’ingresso attirò poi la loro attenzione. Qualcuno aveva accidentalmente fatto cadere uno scatolone che a occhio e croce conteneva qualcosa di delicato all’interno.
«Merda!» esclamò un ragazzo, forse appena maggiorenne.
«Oh no» gli fece eco l’altro che era con lui.
«Cavolo…» mormorò Darryl alzando gli occhi al cielo, evidentemente riconoscendo i due ragazzi fermi sulla soglia. Axel fu pronto a intervenire, ma a quel punto successero molte cose e lo sguardo che gli rivolse Darryl per un momento lo raggelò.
«Merda? Merda?! Sul serio?» una voce femminile parecchio arrabbiata si levò a pochi passi dall’ingresso e prima che potesse raggiungerli i due ragazzi scapparono a gambe levate abbandonando a terra lo scatolone.
«Siete due stronzi! Non fatevi più vedere!» gli gridò dietro, buttando a terra un ombrello rotto.
Entrò nel locale fradicia di pioggia, con lo sguardo imbronciato e i capelli arruffati, appena un po’ lunghi e con sfumature rosse.
«Abbiamo appena perso duecento dollari di bicchieri, sia messo agli atti» disse controllando quel che era rimasto nello scatolone.
Axel smise di respirare non appena la riconobbe, perdendo contatto con la realtà preda di una vertigine fortissima che per poco non lo fece svenire. Sentì addosso lo sguardo di Darryl, che forse non si aspettava il suo arrivo, ma non riuscì a sostenerlo. Rimase immobile al suo posto, con le gambe rigide e la bocca serrata, lottando contro i battiti del cuore impazziti.
«Lascia stare, Jenna, li ricompriamo…» mormorò Darryl dando una forchettata alla torta che aveva ancora nel piatto.
«La prossima volta che vogliono dare una mano mettiamoli a lavare il pavimento, ti prego» disse, e Axel la vide avvicinarsi pericolosamente al loro tavolo.
«Cosa diavolo stai mangiando? Ma sei impazzito?» chiese poi scrutando Darryl con aria sconvolta mentre lui si ripuliva la bocca sporca di cioccolato e alzava gli occhi al cielo.
«Ho fatto uno sgarro, ma sono giustificato.»
«Davvero? E cos’è che ti giustifica?»
Axel si sentì morire quando Darryl lo indicò con la mano.
«Lui.»
Non lo riconobbe subito, o almeno così gli parve. O forse aveva capito e si stava semplicemente chiedendo cosa ci facesse lì, seduto a un tavolo del Lenox Blues con lo sguardo teso di chi era stato colto in fallo e desiderava trovarsi dall’altra parte dell’emisfero.
Rimase in silenzio per molti secondi senza nascondere il suo stupore e lo shock di quella visita inaspettata, poi, dopo un lungo sospiro, provò a dire qualcosa senza però riuscirci.
«Ciao Jenna.»
Si costrinse a fare il primo passo solo perché quell’attesa lo stava logorando. Fu un saluto spento, colpevole, di certo non colmo di cordialità, e lo stesso fu il suo quando rispose.
«Axel…»
«Hai visto che sorpresa? È venuto a trovarmi questo pomeriggio» si intromise Darryl, volendo forse sciogliere il ghiaccio.
Axel abbassò lo sguardo e questa volta desiderò davvero alzarsi e scappare via, lontano da lì, magari a casa, magari a New York.
 Incontrare il professor Layton era stato difficile, così come rivedere Darryl e parlare di nuovo con lui, ma in qualche modo aveva trovato il modo di affrontare tutto e a parte qualche scivolone le cose si erano risolte abbastanza bene; la presenza inaspettata di Jenna andava però oltre quello che si era concesso di sopportare, non aveva neanche provato a immaginare di poterla rivedere, sebbene tante volte, più o meno consapevolmente, si era chiesto che fine avesse fatto e dove si trovasse adesso. Se stesse bene, che ricordo avesse di lui, o se fosse felice.
«Sì, una vera sorpresa» confermò lei. Per un attimo i suoi occhi gli erano sembrati lucidi, ma il tono duro con cui aveva pronunciato quelle parole cancellarono all’istante qualsiasi altra emozione presente.
«Non dovresti mangiarla, questa» aggiunse poi afferrando il piatto di Darryl e posandolo sul bancone, «io vado a cambiarmi.»
Axel mantenne lo sguardo basso, vedendola sparire con la coda dell’occhio verso la toilette.
«Scusa, avrei dovuto avvertirti» mormorò Darryl a quel punto «Rivederti qui mi ha distratto e se Lion e Mike non avessero rotto quei bicchieri non avrei badato ad altro.»
«Non fa niente» si sforzò di dire «Lei lavora qui?»
«Da quindici anni. Io e Margaret avevamo bisogno di qualcuno che ci aiutasse con il locale e così le abbiamo proposto un lavoro. Doveva essere una cosa momentanea, lei voleva andarsene da Mismar. Poi si è sposata con quel David…Dylan…non mi ricordo nemmeno…»
Axel accolse la notizia con una fitta al centro del petto, chiedendosi perché mai si stesse ostinando a rimanere lì.
«È sposata…?» chiese invece.
«Lo era. Suo marito è morto, sempre se vogliamo chiamarlo marito.»
«Non ti seguo.»
Darryl si strofinò gli occhi con le dita e si passò una mano tra i capelli corti.
«Ha avuto una vita difficile, Axel, e non ha neanche quarant’anni. Non è più la ragazza dolce con cui ti sbaciucchiavi nel tuo sottotetto. Io le devo molto, se non ci fosse lei qui sarei crollato da un pezzo, fisicamente ed economicamente, ma le cose non sono più quelle di un tempo.»
Le parole di Darryl lo ammutolirono, non era pronto a riceverle.
Ora capiva di essersi spinto oltre quel pomeriggio e che aveva davvero sopravvalutato la sua capacità di affrontare una situazione simile facendo affidamento sulla razionalità. Certo, non aveva immaginato di rivedere Jenna, ma a quel punto non era solo lei il problema.
Tornare a Mismar era stato un errore, e forse, pensò in un impeto di rabbia, era ancora in tempo per tornare indietro.

 

 
__________
 



 
NdA
Buonasssera!
Sono tutta esagitata perché immagino questo capitolo da una vita e mezzo e vederlo finalmente nero su bianco e pubblicato qui è un’emozione non da poco.
Parentesi euforica a parte, da qui in avanti presente e passato inizieranno ad intrecciarsi in modo inevitabile e non saranno più divisi in maniera netta, anche se manterrò comunque l’escamotage dei flashbacks in alcune occasioni.
Fatemi sapere se ci sono cose che non tornano e discorsi poco lineari, ogni commento/opinione è sempre ben accetto.
 
Nel frattempo ringrazio Leila91 e _Lightning_ per le recensioni che mi hanno lasciato (invio cuori a distanza) e tutti voi che passate a leggere.
 
A presto,
 
_Atlas_

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Capitolo 15
*** Capitolo XIII ***



Capitolo XIII
 

 
  
 
 

 
Dopo l’arrivo di Jenna la serata si era conclusa piuttosto in fretta; Darryl gli aveva proposto un altro giro di birra, ma non aveva insistito quando si era visto declinare l’invito. Era certo che avesse colto il suo turbamento, ma forse diciotto anni erano troppi anche per lui per addentrarsi in confessioni notturne e nostalgiche.
Fuori dal Lenox Blues l’aria non era più umida, ma fresca e pungente e Axel la accolse lo stesso con sollievo, respirando a pieni polmoni quel timido accenno di primavera. Percorrendo la strada verso casa trattenne più volte l’impulso di rimuginare su quanto appreso poco prima - dalla morte di Margaret alle notizie su Jenna – riuscendo nel tentativo nonostante lo stato di agitazione in cui si trovava. Era consapevole che quel meccanismo di difesa che stava mettendo in atto risultava instabile da ogni prospettiva, tuttavia era l’unico mezzo che aveva a disposizione per sopravvivere in quella circostanza e non intendeva cedere per nessun motivo.
Si accorse di stringere convulsamente il telefono in mano solo quando questo emise in sequenza un paio di vibrazioni che lo fecero sussultare. Con tutta probabilità era Loraine, a cui aveva promesso un resoconto della conferenza alla C.A.M. per poi dimenticarsi di farlo. Lesse l’anteprima dei messaggi e decise quindi di chiamarla, pensando che averla tenuta sulle spine per l’intera giornata potesse considerarsi abbastanza come dispetto personale.
«Eccomi» esordì con un guizzo cordiale.
«Direi finalmente» gli rispose la donna con tono risentito «Allora?»
«Allora ho vomitato, contenta?»
«Nulla che non avevamo previsto. Per il resto com’è andata?» chiese l’agente senza scomporsi più di tanto.
«È andata discretamente» sbuffò lui «Atmosfera pesante ma sopportabile, studenti felici e ignari dello stato di salute delle mie viscere, professor Layton soddisfatto e direi non troppo turbato dal mio discutibile atteggiamento.»
O almeno spero, pensò.
«Uh, allora è stato un successone!» ridacchiò sollevata la donna «Sapevo che te la saresti cavata, era davvero così spaventoso?»
«Devo davvero risponderti? E ti ricordo che quello di oggi era solo il primo di quindici incontri.»
«Continuo ad essere fiduciosa» ribadì con fermezza lei. «Immaginavo che il professor Layton sarebbe rimasto contento, al telefono mi ha dato l’idea di conoscerti bene.»
«Mmm sì.» tagliò corto Axel, immaginando la conversazione tra lui e Loraine. La sentì sospirare dall’altra parte della cornetta, ma non ci diede troppo peso.
«E tu?» domandò ancora la donna «Non mi sembri molto disperato di trovarti nell’inospitale e terribile Mismar.»
«Ho bevuto qualcosa, sarà l’effetto dell’alcol. E comunque sto di merda, tanto per essere chiari» puntualizzò con un cipiglio nervoso.
In realtà non era sicuro di stare così male, ma non ne voleva sapere di dare quel tipo di soddisfazione a Loraine; d’altra parte era anche certo di non stare davvero bene. Era come se il suo stato d’animo si trovasse in una zona grigia indefinita e neutrale da cui non aveva alcuna intenzione di spostarsi.
«Me la farai pesare fino alla fine, vero?» chiese l’agente.
«Fino alla fine dei miei giorni, intendi? Sì, assolutamente.»
«Magari quel giorno mi ringrazierai.»
«O magari no.»
«Staremo a vedere. Tienimi aggiornata, e possibilmente a orari decenti. Buonanotte, Axel.»
«Buonanotte.»
 
 
Una volta a casa si lasciò cadere a peso morto sul piccolo divano addossato alla parete. Non era ancora riuscito a dare un aspetto decente al sottotetto, del resto per renderlo ospitale dopo diciotto anni di assenza avrebbe avuto bisogno di una bacchetta magica; comunque almeno per quella sera avrebbe dormito su qualcosa di morbido e non su una scrivania malmessa.
Solo quando poggiò la testa sullo schienale si rese conto di quanto si sentisse stanco e provato dalla giornata. Non si era concesso pause, né un momento per riflettere su quanto accaduto in quelle ore, si era semplicemente lasciato trasportare dagli eventi sperando di uscirne illeso. Ora che era solo, però, poteva rischiare di mettere da parte ogni difesa e abbandonarsi finalmente a qualche ora di pausa.
Chiuse gli occhi senza neanche rendersene conto, e si addormentò subito dopo.
 
 
Quando li riaprì era notte fonda e il panico lo aveva raggiunto nel sonno.
Si drizzò sul divano, ansimando e strofinandosi nervosamente le mani sudate sui pantaloni.
Doveva resistere pochi minuti, poi sapeva che sarebbe finito.
Mentre lottava per un po’ di ossigeno riuscì a ricordare di aver vissuto momenti di gran lunga peggiori di quello e la cosa riuscì lentamente a tranquillizzarlo, consapevole che anche questa volta sarebbe sopravvissuto. Probabilmente avrebbe passato in bianco il resto della nottata, ma non era di certo la prima volta che accadeva.
Gli occorse più di qualche minuto per riprendersi, ma alla fine il panico lo abbandonò del tutto lasciando il posto a un’ondata di spossatezza che lo costrinse a stendersi di nuovo, questa volta con gli occhi spalancati nella penombra della casa e la certezza che non si sarebbe mai più riaddormentato. Posò lo sguardo sul soffitto, evitando così di incrociare qualsiasi oggetto che avrebbe potuto evocare ricordi del passato, ma quell’alternativa si rivelò peggiore.
Aveva rivisto Jenna. Come poteva mostrarsi indifferente a questo?
L’ostinazione nel voler dimenticare non gli aveva comunque dato modo di perdere l’ultimo ricordo che aveva di lei.
“Non cercarmi più, promettimelo”.
Glielo aveva sussurrato mentre la stringeva a sé un’ultima volta, prima di sfiorarle le labbra in un bacio che sapeva di lacrime, quelle di Jenna, che aveva già perso un amico e ne vedeva andare via un altro.
Il finestrino appannato del bus aveva impedito che si scambiassero un ultimo sguardo, quello che li avrebbe gettati in pasto a un’età adulta che non erano pronti a vivere.
 
 

 
 
Aprile 1997, Mismar
 
 
Il volto di Jake era un misto di ansia e concentrazione, Axel ci fece caso mentre lo guardava pizzicare le corde della sua Fender Stratocaster durante quell’ennesimo pomeriggio di prove nello scantinato del Lenox Blues. Qualcosa evidentemente non suonava come avrebbe voluto e dopo un paio di discussioni gli altri membri della band si erano arresi a un altro giro di accordi.
Axel li aveva sentiti battibeccare per quasi un’ora mentre di tanto in tanto dava un ritocco a vecchie vignette di Dark Sirio. Jenna, seduta accanto a lui, aveva passato quel tempo a ritagliare e incollare alcune fotografie su un album nuovo di pacca, sospirando appena quando sentiva Jake brontolare per qualche accordo non riuscito.
«È un po’ nervoso, ultimamente» mormorò sovrappensiero Axel, lieto però che gli fosse concesso un po’ di tempo da passare in compagnia di Jenna.
«Sì, ho notato. Speriamo gli passi quando diventerà ricco e famoso» rispose lei alzando un poco le sopracciglia. «Tu cosa faresti se fossi ricco e famoso?» gli chiese poi con curiosità.
Axel staccò lo sguardo dai suoi disegni e lo lasciò vagare nel vuoto per una manciata di secondi. «Non saprei. Forse un viaggio da qualche parte…»
«Uno solo? E poi?»
«No, magari anche più di uno. E mi comprerei una casa decente.»
«Mmm buona idea. Dove vorresti viaggiare?» domandò ancora Jenna, guardandolo con interesse.
Axel alzò appena le spalle, scarabocchiando con la matita sui solchi del tavolo.
«Non lo so…in Canada probabilmente. O in nord Europa. O dove capita, se fossi ricco non avrei problemi, andrei dove mi pare.»
L’immagine di Dark Sirio, ben rilegato e con il suo nome inciso sulla copertina sfiorò i suoi pensieri per qualche istante, ma l’idea che il suo successo potesse provenire da lì non riusciva a vederlo come un’ipotesi reale, neanche come una semplice possibilità.
«Se fossi ricca e famosa per prima cosa andrei via da questo posto» si intromise Jenna tra i suoi pensieri, e si sentì uno stupido a non averle fatto lui per primo quella domanda.
«Probabilmente aprirei uno studio fotografico, o forse una scuola di fotografia. Poi comprerei una casa in campagna, con un sacco di piante e alberi da frutto, e ci metterei anche un orto se non fosse difficile da mantenere.»
«Beh, avresti abbastanza soldi per pagare qualcuno che te lo mantenga.»
La vide scuotere la testa, sorridendo un po’ e riprendendo a incollare le fotografie sul suo album.
«Vorrei essere io a mantenerlo, invece. Passare i pomeriggi a potare le piante o ad innaffiarle, raccogliere le ciliegie in primavera...cose così.»
«Davvero? Non pensavo fossi un’esperta di botanica.»
«Infatti non ci capisco niente, ma se fossi ricca sicuramente avrei la possibilità di imparare un sacco di cose.»
Axel alzò di nuovo la testa dal suo fumetto e la osservò contrariato. «Cosa c’entra l’essere ricchi? Sono cose che potresti imparare anche adesso, anzi, guadagneresti un sacco di tempo.»
Ma Jenna non reagì a quell’obiezione, o almeno così gli parve, e il suo volto piuttosto si incupì.
«Poi adotterei un cane, e lo porterei ovunque,» continuò a fantasticare «crescerebbe con i miei figli e farebbe impazzire mio marito quando deciderà di fare il barbecue il sabato pomeriggio. E io darò di matto perché rovinerà tutti i miei fiori e lui mi dirà che non importa e che ricresceranno e per farmi stare zitta mi darà…un bacio? No, troppo sdolcinato. Ma sicuramente ci proverà e a quel punto io lo spruzzerò con la pompa dell’acqua, dicendogli che farebbe meglio a pensare alla carne perché si sta bruciando.»
Axel attese che finisse senza accorgersi di aver trattenuto il fiato per tutto quel tempo. Non c’era niente di dolce o genuino in quella fantasticheria, glielo lesse in viso, e anche se non era mai stato bravo a interpretare lo sguardo delle persone era sicuro che non si stava sbagliando e che dietro a quell’immagine idilliaca che aveva appena descritto ce n’era un’altra da cui probabilmente fuggiva.
Una volta Jake gli aveva detto che Jenna aveva avuto un’infanzia difficile e che i suoi genitori si erano separati quando lei era adolescente; sua madre si faceva sentire sì e no un paio di volte l’anno e il padre, nonostante l’avesse seguita negli ultimi anni, aveva anche lui smesso di essere davvero presente nella sua vita, se non garantendole un posto in cui vivere e qualche soldo per studiare.
Non aveva indagato oltre, ma non occorreva essere un genio per cogliere quello che Jenna voleva realmente dire con quelle parole.
Rimase in silenzio continuando a seguire i suoi movimenti mentre incollava le ultime foto sull’album; non sapeva cosa dire né se in effetti fosse il caso di parlare, fu solo lieto che quella confessione gli aveva appena dato la possibilità di sentirla più vicina e forse non così diversa da lui.
L’arrivo di Jake spezzò il silenzio che era calato tra loro, senza però modificarne l’atmosfera, anzi, in qualche modo la rese più cupa.
«Sono distrutto» mormorò con stanchezza. Afferrò una bottiglia di birra nella speranza di berne qualche goccio, ma la posò deluso. «Che state facendo?»
«Tu cosa faresti se fossi ricco e famoso?» gli chiese Jenna a bruciapelo.
Lui la osservò perplesso alzando appena le sopracciglia. Parve rifletterci qualche momento e Axel immaginò che stesse per dirne una delle sue, quasi ci sperò, invece lo vide rattristarsi e poi deglutire a vuoto.
«Non lo so.»
 

 
 
 
Aprile 2015, Mismar
 
Non era riuscito a riprendere sonno. Non era una novità, sapeva bene come funzionavano le notti come quelle, doveva solo sperare che l’alba arrivasse in fretta e che due tazze di caffè fossero sufficienti per non svenire davanti a un centinaio di studenti che lo attendevano trepidanti.
Quando percepì le gambe irrigidirsi ancora afferrò d’impulso il telefono, cercando disperatamente una distrazione che potesse intontirlo per un po’ e mettere a tacere quel chiacchiericcio mentale. Il flaconcino di diazepam era ancora chiuso nella valigia e solo per un brevissimo istante pensò di cedere alla tentazione – o soluzione - che però faticava a considerare.
Preferì avviare un gioco online, una specie di tetris moderno a cui ormai si era abituato, sperando che la notte passasse in fretta.
 

 
 
 

_______________

 
 
 
 
NdA
Ssssalve!
Torno con un capitolo a metà tra passato e presente che, confesso, ho amato scrivere. Non so di preciso dove porterà questa storia, o meglio, lo so molto bene ma ci sono delle tematiche che si stanno approfondendo “da sole” e ammetto che la cosa non mi dispiace per niente :P
Spero come sempre che anche voi possiate apprezzare, nonostante gli aggiornamenti non proprio brevi :’)
 
Un grazie gigante alle mie bagarozze che citerò fino allo sfinimento, leila91 e _Lightning_ , per i loro sostegno <3
 
Alla prossima,
 
_Atlas_

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Capitolo 16
*** Capitolo XIV ***


Capitolo XIV

 
 
 
 

 
La prima mezz’ora di conferenza si era rivelata un incubo ed era quasi certo che qualche studente avesse colto da parte sua segnali di fatica, nonché le occhiaie che gli spegnevano lo sguardo. Solo quando si accorse che ciò che diceva stava realmente catturando l’attenzione di qualcuno parve destarsi, trovando uno slancio di motivazione che riattivò le sue energie.
Il secondo incontro prevedeva un focus sull’inventiva dell’artista e sulle tecniche di scrittura moderne, questioni che in passato avevano punzecchiato il suo approccio al disegno mettendo in discussione il suo stesso talento.
«…quindi non preoccupatevi se a primo impatto le vostre idee sembrano banali – stava spiegando-  potete sempre aggiungere dopo altri dettagli, modificarli o magari stravol-»
«Sì, ma cosa succede se l’idea non è così originale?» lo interruppe con una certa urgenza una studentessa dalla terza fila.
Axel accigliò lo sguardo, ancora non del tutto abituato a quegli scambi: «Cosa intendi per “originale”?»
«Un’idea che sia solo tua e basta, che non sia la brutta copia di qualcosa che esiste già» spiegò la giovane.
Il tempo che impiegò per formulare una risposta bastò a un altro studente per dire la propria sull’argomento.
«Sì, senza contare che è già stato detto praticamente tutto. Ti logori per mesi, pensi di aver trovato l’idea giusta e poi scopri che qualcuno è arrivato prima di te, e allora che senso ha…?»
Che senso ha? La domanda risuonò nella sua testa lasciandolo per qualche secondo incapace di replicare. Che senso ha? chiese a sé stesso, rammentando tutte le volte che in passato si era posto quel quesito senza trovare una risposta.
Aveva perso il conto delle giornate trascorse accompagnate da quel dubbio, un dubbio che ne abbracciava altri più grandi e che metteva in discussione anche il progetto più piccolo che osava immaginare.
Era stata la morte di Jake a rispondere per la prima volta a quella domanda, ma non poteva certo dire che era stato il senso di colpa a motivare la sua carriera.
«Ha senso solo quando capisci perché lo fai, a quel punto l’originalità passa in secondo piano» disse infine. «Tu perché disegni fumetti?» chiese poi al ragazzo che aveva fatto la domanda.
«Perché mi piace. E perché spero possano piacere anche alla gente…o una cosa del genere.»
«E allora fallo, il resto non conta un cazzo. E a meno che non si tratti di un plagio» specificò guardando il resto degli studenti «non c’è niente di male a prendere ispirazione da qualcosa che esiste già.»
«Da dove ha preso l’ispirazione per Dark Sirio?» chiese un’altra ragazza seduta in prima fila.
Axel tentennò un istante e si prese tutto il tempo per rispondere; aveva scoperto che concedersi piccole pause di quel tipo gli era utile per non morire soffocato dall’ansia.
«Da un fumetto di James O’Barr, Il Corvo. E se può alleggerirvi la coscienza, la prima versione di Dark Sirio era una copia spudorata del film uscito nel ’94» concluse con un’alzata di spalle che fece ridacchiare qualcuno.
 
 
 
Mentre gli studenti lasciavano l’aula, Axel intercettò il professor Layton ancora seduto tra i banchi dell’ultima fila mentre chiacchierava con qualche studente e poi con un’addetta alla segreteria.
«Il resto non conta un cazzo,» lo citò raggiungendolo poco dopo «certo che sai come comprarteli. Senza contare la chicca su Il Corvo, adesso si sentiranno autorizzati a scopiazzare a destra e a manca, lo sai?»
«E lei come al solito li farà rigare dritto. È aggiornato sui film del momento?»
«Come no, sto prendendo un dottorato sui Marvel Studios.»
Axel ridacchiò, accogliendo con sollievo la conclusione della mattinata. Non era andata male, anzi, rispetto al primo incontro poteva considerarsi un successo anche solo il fatto di non essere finito nei bagni a vomitare. Naturalmente Loraine avrebbe sentito un’altra versione dei fatti.
«Ah, ti cercavano dalla segreteria…un certo Jerry, o Darryl, ti vuole al telefono» lo informò il professore.
«Darryl?»
«Sì, dice di non avere il tuo numero e che ha urgenza di parlarti. Ci sono problemi?» gli chiese cogliendo evidentemente il suo improvviso turbamento.
«No» rispose andando verso la segreteria col fiato spezzato.
 
  

*

 
 
L’urgenza di Darryl non era altro che la porta cigolante dello scantinato del Lenox Blues, un danno insormontabile che Axel aveva riparato con una vecchia bottiglia di olio usato e qualche imprecazione di troppo.
«Grazie Axel, quella porta mi stava facendo ammattire» gli disse alla fine Darryl trascinandolo nel frattempo all’interno dello scantinato. «Vieni, devo mostrarti alcune cose.»
Lo seguì senza fiatare e cosciente di non potersi sottrarre più di tanto alle sensazioni che sarebbero inevitabilmente salite a galla.
L’umidità del locale lo fece rabbrividire e con lei tutto ciò che incontrò il suo sguardo: il palco lo ricordava più piccolo, ma era sempre lì, addossato a una parete con appese migliaia di fotografie, poster di eventi e murales di ogni tipo.
Anche i pavimenti erano gli stessi, mentre i lampadari erano stati sostituiti da luci più moderne e al passo coi tempi. Il ricordo di Margaret lo accarezzò facendolo sorridere, mentre la immaginava rimproverare qualche adolescente scalmanato che metteva a repentaglio gli arredi discutibili di quella stanza.
«Ecco qui» disse Darryl fermandosi poi davanti a un paio di scatoloni chiusi con almeno quattro giri di scotch. «Questa è roba tua, se te la riprendi mi fai un favore.»
«Roba mia?» Axel si grattò nervosamente la barba, non osando immaginare cosa potessero contenere quelle scatole.
«Sì, cianfrusaglie, foto, riviste…»
«Foto? No, Darryl…puoi buttarle, non mi interessa.»
L’uomo si tolse gli occhiali e li ripulì con un lembo del grembiule che indossava.
«Senti, conservo questa roba da diciotto anni e ora mi dici che dovrei buttarla?» gli chiese rimettendosi gli occhiali sul naso e guardandolo con un cipiglio nervoso.
«Non ti ho chiesto io di tenerla, Darryl. Non la voglio, chissà cosa…no, davvero. Puoi tenerla, bruciarla o farci quello che preferisci.»
Ancora una volta si sentì schiacciare dal suo sguardo, ma si ostinò a mantenere la sua posizione.
«Sei un cacasotto, Axel» lo redarguì infine l’uomo «Cosa pensi che ci sia dentro? Una lettera di Jake che ti accusa della sua morte? Guarda che lo so che cosa pensi.»
Non si aspettava quella provocazione e non ricordava quanto fosse spiazzante, a volte, il modo di fare che aveva. Il fatto che avesse ragione rendeva solo le cose più difficili. Fu sul punto di dirglielo, ma qualcuno si intromise tra loro spezzando il silenzio.
«È qui il mio skate?»
Riconobbe uno dei due ragazzi che la sera prima avevano rotto i bicchieri, e si chiese subito se con lui potesse esserci anche Jenna.
«No, Jenna l’ha fatto sparire» gli rispose Darryl.
«Cosa?! Perché??»
«Perché le hai fatto perdere duecento dollari di bicchieri, Lion.»
«Ma non l’ho fatto apposta! E poi è anche colpa di Mike!» si difese il giovane gesticolando e facendo inavvertitamente cadere a terra un pacchetto di sigarette e un accendino dalla tasca della felpa. «Cazzo.»
Ci fu un momento di tensione e Axel sentì chiaramente Darryl trattenere il fiato per una manciata di secondi, dopodiché lo vide avvicinarsi al ragazzo con una calma innaturale.
Non era la prima volta che assisteva a una scena simile e ricordava ancora lo sguardo che l’uomo aveva rivolto a Jake, una notte di fine maggio del ‘97, mentre lui teneva gli occhi bassi e cercava giustificazioni poco credibili.
«Lion, stammi a sentire» gli disse Darryl con voce piatta «Axel ha bisogno di una mano con quegli scatoloni, lo aiuteresti a portarli a casa?»
«Mamma mi aspetta per cena» rispose il ragazzo con tono seccato, ma comunque sul punto di cedere.
«Sono le tre del pomeriggio, Lion.»
Axel ebbe l’impulso di assecondare i capricci del ragazzo, ma lo sguardo che gli rivolse Darryl gli fece cambiare idea all’istante.
«Abito qui vicino, faremo presto» disse quindi controvoglia, pensando che i cassonetti della spazzatura fossero ancora più vicini.
«E va bene» si arrese anche Lion, prendendo uno scatolone e iniziando a incamminarsi.
Axel lo seguì, ma Darryl lo trattenne ancora qualche istante.
«Ridagliele, per favore» gli disse allungandogli le sigarette e l’accendino «Io non sono suo padre, e in ogni caso tra poco compie diciotto anni.»
«D’accordo» acconsentì Axel, guardandolo con un velo di tristezza.
«Come ti dicevo, non eravate poi così diversi.»
 
 
 
 
«Se Jenna lo scopre mi ammazza» borbottò Lion continuando a camminare con sguardo imbronciato. Axel stava al suo passo senza proferire parola e provando un vago senso di imbarazzo.
«Jenna non è mia madre, tanto per essere chiari. Ma mi ammazza lo stesso, lei è fatta così. È tipo una sorella rompicoglioni. Non dirle che te l’ho detto.»
«Non glielo dirò» assicurò Axel, pensando che in ogni caso non avrebbe avuto modo di parlare con lei di niente. Sentì lo sguardo di Lion posarsi su di sé, come a cercare una conferma che potesse fidarsi di lui.
«Tu sei quello di New York, vero? Darryl non fa che parlare di te.»
«Darryl sa essere sfiancante» commentò Axel con una punta di nervosismo, salendo le scale verso il sottotetto. L’insegna del negozio di smartphone si illuminò a intermittenza non appena svoltarono l’angolo dell’edificio.
«È com’è New York?» chiese ancora Lion.
«È grande, forse troppo. Lascia pure tutto qui, li porto dentro io» disse poggiando a terra lo scatolone e invitando il ragazzo a fare lo stesso.
«Tu vivi qui?» gli domandò quello guardandosi intorno con aria perplessa.
«Già, per un po’ di giorni. Fa schifo, lo so.»
«Non troppo schifo, e comunque c’è un bel panorama» valutò sporgendosi appena un po’ dalla terrazza che affacciava sulla città.
«Sì, più o meno. Tieni, queste sono tue» gli disse poi passandogli il pacchetto di sigarette con l’accendino.
«…e Darryl?» chiese Lion guardandolo interdetto.
«Dice di andarci piano.»
Lo vide rigirarsi il pacchetto tra le mani, per poi alzare le spalle e rimetterselo in tasca.
«Okay. Se riesci a recuperare anche il mio skateboard te ne sarò grato per sempre.»
Axel sbuffò divertito, ma decise comunque di assecondarlo: «Mi impegnerò.»
 
  

*

 

Decise che per il momento gli scatoloni potevano rimanere sul terrazzo, del resto averli tra i piedi dentro casa avrebbe solo reso più logorante la lotta tra il desiderio di aprirli e quelli di farli sparire per sempre. Certo, prima o poi avrebbe dovuto pensare a cosa farci, ma non era al momento una delle sue priorità.
Chiamare Loraine e aggiornarla sull’incontro con gli studenti era invece qualcosa che non avrebbe dovuto rimandare, ma non si rammaricò troppo quando continuò a trovare il telefono occupato.
Dormire. Doveva dormire, questo sì.
Ma forse per quello ci sarebbe stato il tempo, un giorno, tra le mura sicure e familiari della sua casa a New York, lontano da tutto ciò che ancora tormentava i suoi ricordi.

 

 

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NdA
Ssssera! Aggiornamento rapido e indolore con un capitolo di passaggio il cui scopo è rendere ancora più frustrato il nostro povero Axel.
E dire che ancora non è successo nulla…ehm.
In effetti dal prossimo qualcosa succederà. O forse no. Chissà.
 
Ok la smetto.
 
Come sempre un grazie infinito a chi si ferma a leggere e a chi ogni tanto aggiunge la storia nei preferiti.
 
_Atlas_

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