STRANGE 1 Diversi da Loro

di FrancescaPenna
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prologo - Cinque insoliti ragazzini e tanti cambiamenti ***
Capitolo 2: *** Capitolo 1 - Nuova scuola, nuova vita ***
Capitolo 3: *** Capitolo 2 - Incontri fortuiti ***
Capitolo 4: *** Capitolo 3 - Un diario e un nemico ***
Capitolo 5: *** Capitolo 4 - Vorrei che fossi qui ***
Capitolo 6: *** Capitolo 5 - Bulli, vittime e aiutanti ***
Capitolo 7: *** Capitolo 6 - Casey e Johnnie ***
Capitolo 8: *** Capitolo 7 - Compleanni... ***
Capitolo 9: *** Capitolo 8 - ... e segreti del passato ***
Capitolo 10: *** Capitolo 9 - Trecce e palloni da basket ***
Capitolo 11: *** Capitolo 10 - La serratura ***
Capitolo 12: *** Capitolo 11- Storia di un (ex) bambino cattivo ***
Capitolo 13: *** Capitolo 12 - Il prezzo del talento ***
Capitolo 14: *** Capitolo 13 - Vuoti che combaciano ***



Capitolo 1
*** Prologo - Cinque insoliti ragazzini e tanti cambiamenti ***


Prologo – Cinque insoliti ragazzini e tanti cambiamenti


Luglio 2011




Da sempre esistono persone difficili da catalogare e inserire all’interno di uno stereotipo.


Queste navigano controcorrente, ribaltano gli schemi mettendo in discussione tutte le opinioni precostruite e accettate dalle persone cosiddette normali, perché sono diverse da loro.


Possiedono un certo qualcosa di non convenzionale, un tratto distintivo che risalta subito, inevitabilmente, agli occhi di chi hanno intorno.


Ma che non sempre è benaccetto.


Spesso, la diversità spaventa.


Questo, Casey Johns lo sapeva bene. Lo aveva sperimentato sulla propria pelle, talmente bianca da sembrare trasparente, che in quel momento, a contatto con i raggi solari che oltrepassavano la finestra, stava bruciando.


“Tieni, mettiti questa”, gli disse premurosa sua madre, poggiandogli sulle spalle la felpa nera che gli aveva portato da casa.


Casey la guardò di sbieco e borbottò un grazie risentito. Che falsa, pensò. Non era stata mica così gentile quando, un mese prima, aveva irrotto in camera sua per sbraitargli in faccia che l’avrebbe separato da Satèle, la sua sorella gemella, così non avrebbero frequentato le scuole medie insieme.     


Inutile dire che era stata di parola.


Capoluogo della contea di Winnebago, Rockford era sede non solo della cattedrale del vescovo, ma anche del tanto prestigioso quanto severo collegio cattolico Hamilton.


In città correvano diverse voci su quel luogo, ad esempio che chiunque, una volta entratovi, non era più lo stesso, perché lì anche il più ribelle e indisciplinato dei ragazzi veniva immediatamente raddrizzato dalle suore, le quali gironzolavano per i corridoi tenendo fra le mani una robusta bacchetta di legno che usavano per colpire la schiena dei trasgressori.


In molti paragonavano l’Hamilton a un carcere minorile, che accoglieva ragazzini e ragazzine dagli undici ai quattordici anni.


Ecco dove stava per iscriverlo.


In quel momento, Casey si trovava in segreteria. Sedeva, con la postura rigida e le braccia stese lungo i fianchi, dietro un’importante cattedra in legno massello. Alla sua destra c’era Hannah, sua madre, invece a sinistra c’era Brad, suo padre, che con uno sguardo austero e penetrante gli incuteva pressione fino a farlo tremare.


Proprio davanti a loro era seduta una donna dai capelli biondi elegantemente raccolti in uno chignon, la segretaria, la quale chiese ad Hannah di porgerle come prima cosa la carta d’identità del figlio.


La donna rigirò il documento tra le mani e osservò attentamente la fotografia allegata, che raffigurava un ragazzino dai bei lineamenti, con il naso lungo all’insù e le labbra dal colorito roseo leggermente carnose, con la parte centrale ben definita che rendeva il suo sorriso dolce quanto il carattere.


Ciò che risaltava agli occhi della gente, però, non era tanto il viso angelico nel suo insieme, bensì la caratteristica che contribuiva a renderlo tale; il tratto distintivo, appunto, che sulla carta figurava tra i segni particolari. Casey era nato albino, pertanto l’assenza di melanina gli rendeva completamente bianchi sia la pelle che i capelli – che lui portava scalati e con il ciuffo laterale sfilato, – mentre i suoi grandi occhi a mandorla erano di un azzurro talmente chiaro da sembrare di ghiaccio.


Lo stesso valeva per Satèle, la quale era rimasta in piedi e a braccia conserte dietro di lui, pronta a fulminare con lo sguardo la bionda se solo avesse osato dire qualcosa di sgradevole a suo fratello.


“Dimmi, giovanotto”, lo interrogò la segretaria, “come si pronuncia il tuo nome?” Aveva un accento diverso, sicuramente non americano.


Casey sapeva prestare attenzione a questi dettagli: essendo nato a Dublino, anche a lui veniva riconosciuto subito l’accento irlandese.


Keisi”, scandì bene, rispondendo alla domanda della donna, che intanto aveva rivelato di essere austriaca e di non conoscere bene le regole della pronuncia anglofona. Dopodiché, chiese la tessera sanitaria e il libretto vaccinale.


“Come vede, è in perfetta salute. Non si lasci condizionare da… dal suo aspetto”, puntualizzò Hannah. Pronunciò l’ultima parola quasi con ribrezzo, Casey ne era sicuro, perché era questo che i suoi genitori provavano per lui e Satèle: ribrezzo.


Spesso, la diversità viene demonizzata. Pertanto, come si può sperare di essere accettati da chi si ha intorno quando la famiglia è la prima a non farlo?


L’unica con cui Hannah e Brad sapevano essere amorevoli era la loro primogenita, Coco, nata un anno prima dei gemelli e senza alcuna anomalia genetica, che in quel momento se ne stava seduta in fondo alla stanza a osservare la scena mentre si esaminava i capelli per scongiurare di non avere le doppie punte. Era piuttosto vanitosa.


“Ma certo, signora, si figuri”, rispose nel frattempo la segretaria, che stava registrando le informazioni nel database. “Ora mi dia le pagelle,” e Hannah tirò fuori dalla borsa una cartelletta che conteneva tutte le pagelle di Casey, dalla prima elementare alla quinta.


Per essere ammessi, all’Hamilton, erano necessari due requisiti fondamentali: denaro e una media scolastica almeno sufficiente.   


Sfortunatamente per sé, Casey li possedeva entrambi: i suoi genitori avevano risparmiato molto negli ultimi mesi, e lui, pur non essendo una cima, aveva sempre ottenuto buoni voti.


“Sei un bravo studente, Keisi”, commentò la segretaria. “Spero di averlo pronunciato bene.”


La cartelletta passò poi nelle mani della vicepreside, l’unica a possedere voce in capitolo sulle ammissioni.   


“Bene, signori Johns”, esordì, “la documentazione è in regola. Adesso, spiegatemi come mai vorreste iscrivere vostro figlio in questo collegio.”


Hannah si schiarì la voce prima di parlare. “Io e mio marito riteniamo che Casey abbia bisogno di abbandonare le cose futili e le distrazioni. È un ragazzino educato, per carità, ma pensiamo che non badi alle cose serie. Da adulto vorrebbe fare il musicista – che idiozia! Noi siamo assolutamente contrari, vogliamo che dia priorità allo studio, perciò iscriverlo in un istituto in cui vigono l’ordine e la disciplina ci sembra la soluzione migliore”.


Scrutò severamente il volto di Casey, ma lui non reagì in alcun modo.


“E soprattutto”, intervenne Brad, “intendiamo tenerlo lontano da chiunque possa esercitare una cattiva influenza su di lui.” Il suo sguardo, invece, si spostò su Satèle, che al contrario del fratello manifestò il proprio risentimento mostrandogli una linguaccia con tanto di chewing gum attaccato. Ciò indignò sia la segretaria che la vicepreside.


“Signorina”, la richiamò quest’ultima, “è vietato masticare la gomma qui dentro!”


Satèle si protese verso di lei e formò un grosso palloncino con il chewing gum, facendolo scoppiare rumorosamente prima di attaccarlo all’ultimo fazzoletto rimasto sulla cattedra.


I genitori arrossirono di vergogna.


Ecco a cosa si riferivano quando dicevano che Satèle aveva una cattiva influenza su Casey. In un primo momento, infatti, Hannah e Brad avevano pensato di iscrivere lei in collegio per farle conoscere un po' di regole, ma poi avevano cambiato idea perché certi che la figlia, per dispetto, si sarebbe cacciata nei guai fino a farsi espellere. Inoltre, al contrario del fratello, non si poteva certamente definire una brava studentessa.


Dei due era lei quella ribelle, quella che faceva di testa propria sempre e comunque, quella dal carattere più duro. O almeno così faceva credere, perché, nonostante tutto, Satèle non era una ragazzina cattiva. Casey, che la conosceva davvero, poteva confermare che il suo comportamento non era altro che il riflesso della mancanza d’affetto da parte dei genitori, sempre critici e freddi.


Hannah si alzò in piedi e si parò davanti alla figlia per giustificarla. “Perdonatela, è solo un po' nervosa. Stanotte non ha riposato bene.”


“Non è vero”, obiettò Satèle, solo per farla innervosire.


Casey si voltò verso di lei e le fece il gesto del silenzio, altrimenti la situazione si sarebbe messa male.


“Sei sfacciata, ragazzina”, le rinfacciò la segretaria.


“Vuole vedere quanto?”, la provocò Satèle, ma venne subito fermata da suo padre, che le mollò uno scappellotto dietro la nuca.


“Satheene, smettila!”, le sibilò a denti stretti, chiamandola con il suo nome di battesimo come faceva solo quando era arrabbiato.


Nessuno, infatti, la chiamava più così. Fin da piccolissima, i suoi nonni materni, che vivevano in Italia, erano soliti rivolgersi a lei chiamandola “Satèle” (così come viene scritto), perché non sapevano imitare la pronuncia corretta del suo nome, “Satèn”. A Satèle piacque quella storpiatura e cominciò a farsi chiamare così da tutti.


La vicepreside riprese parola.


“Veniamo al sodo, signori”, disse. “Se siete convinti della vostra scelta” – e alluse alla maleducazione di Satèle, – “possiamo anche iniziare a discutere sulle tasse, che varieranno a seconda che voi decidiate di far tornare a casa il ragazzo solo durante le feste oppure anche durante i fine settimana.”


“Preferiamo che ritorni a casa per i fine settimana”, rispose Hannah, non perché voleva che Casey trascorresse del tempo in famiglia, ma solo per affrontare meno spese.


“Bene”, convenne la vicepreside, “adesso la mia collega vi guiderà per farvi compilare il modulo d’iscrizione, dopodiché dovrete recarvi nella stanza in fondo al corridoio dove c’è la sarta, che prenderà a Casey le misure per l’uniforme.”


Squadrò il ragazzino da capo a piedi come se fosse quasi disgustata dal suo abbigliamento. Indossava una t-shirt dei Nirvana, dei jeans neri tenuti su da una cintura borchiata e delle Converse dello stesso colore. Un look piuttosto da “duro”, insomma, in contrasto con il suo temperamento tranquillo e il suo visino dolce.


“Spero sappiate che non gli permetteremo mica di andare in giro vestito di nero”, aggiunse.


“Ci perdoni, abbiamo detto mille volte sia a lui che a sua sorella di non conciarsi così, ma non ci ascoltano” rispose Brad.


Casey alzò gli occhi in segno di fastidio. Avrebbe voluto dirgli che si sbagliava, perché le uniche persone che non ascoltavano mai ce le aveva proprio lì accanto a sé, ma si astenne.


Intanto, i suoi genitori avevano finito di firmare i moduli.


Hannah aveva poi detto al marito di aspettare fuori con le ragazze mentre lei e Casey erano dalla sarta.


“Quante cazzate!”, sbuffò Satèle prima di uscire, e il padre la trascinò in corridoio prima che fossero la segretaria e la vicepreside a cacciarla.


Non appena furono soli, le tirò uno schiaffo.


“Ben ti sta”, fu il commento di Coco, che come sempre appoggiava i genitori.


A quel punto Satèle disse che aveva fame e che sarebbe andata a cercare un distributore di merendine.


Quando cominciò ad allontanarsi, suo padre e sua sorella la videro semplicemente come la ribelle di sempre che provava a svignarsela per non assumersi le conseguenze delle proprie azioni, quando, in realtà, non era che una ragazzina insicura e spaventata dalla lontananza dal proprio fratello, l’unica persona che amava e dalla quale si sentiva amata.


 


 




“Perché tremi, hai paura?”


“Sei proprio un codardo.”


“Un piccolo essere inutile.”


“So io come farti diventare forte.”


“Vieni qui, non ti faccio niente.”


Poi le luci si abbassavano e quel niente diventava follia.


Markus Lancaster si svegliò di soprassalto e col respiro corto, che solo il suo inalatore riusciva a regolarizzare.


Non ricordava di essere andato a letto, né tantomeno che fosse sera. Non indossava il pigiama e oltre la finestra della sua stanza si vedevano i muri delle palazzine circostanti illuminati dal sole.


Si accorse del libro che stava leggendo aperto sul petto e riuscì a ricostruire l’ordine degli eventi: sua madre e la sua sorellina Lily erano andate in bagno a prepararsi per il mare e lui, che non era assolutamente intenzionato ad andare con loro, aveva pensato di trascorre il tempo leggendo disteso sul letto. Sicuramente doveva essersi addormentato nel frattempo, reduce da una settimana di notti insonni. Ci era abituato.


Recuperò il segnalibro e riprese a leggere dal punto in cui si era interrotto, poi sua madre bussò alla porta e lui la lasciò entrare.


“Sicuro di non voler venire con noi?”, gli chiese.


“Sicurissimo”, rispose Markus.


“Dài, tesoro, stai sempre chiuso in casa! Un po' di mare ti farebbe bene”, provò a convincerlo lei.


“Odio il mare”, disse Markus perentorio.


“Puoi anche solo prendere il sole.”


“Odio il sole.”


“Non vuoi nemmeno aiutare Lily a fare i castelli di sabbia?”


“Odio la sabbia.”


“Magari potresti conoscere qualche tuo coetaneo.”


“Odio i miei coetanei. Sono stupidi.”


Emily Lancaster si mise una mano sulla fronte e sospirò: “Non c’è modo di convincerti, vero?”


“Esatto”, affermò Markus.


Allora sua madre e sua sorella lo salutarono, promettendogli che non sarebbero tornate tardi e che sarebbero corse subito da lui se ci fosse stato qualche problema.


“Divertitevi”, le raccomandò Markus, e dopo che se ne furono andate ritornò al suo libro, sperando che quella storia riuscisse in qualche modo a distrarlo dalla storia che ogni notte viveva nei propri incubi.


Quattro anni non erano bastati per dimenticare.


 


 




Gli amici di suo fratello erano tutti radunati intorno a lei e le cantavano Tanti Auguri a Te.


Angel Hassler soffiò sulle dodici candeline che ricoprivano la superficie della torta e tutti, inclusi gli sconosciuti seduti ai tavolini del bar che dava sulla spiaggia, le dedicarono un fragoroso appaluso.


“Auguri, sorellina”, le disse Shane, suo fratello maggiore, stampandole un bacino sulla fronte.


“Buon compleanno, tesoro”, le disse suo padre, facendo lo stesso. Poi prese la macchina fotografica e disse ai ragazzi di mettersi in posa accanto a Angel.


Dopo aver scattato diverse foto passò la macchina a Kyle, il migliore amico di Shane, e gli chiese di farne una a lui con i figli.


“Certo”, rispose il ragazzo e, ancora prima di riuscire a mettere a fuoco l’obiettivo, una voce femminile appartenente alla fidanzata del padre dei due ragazzi richiamò l’attenzione chiedendo se avesse potuto far parte della foto.


“Sicuro, amore, mettiti qui”, fece Michael, e questa risposta turbò un po' sua figlia, che nonostante tutto posò accanto a lei mostrando un (finto) sorriso smagliante.


Venne il momento del taglio della torta, e fu allora che Angel cercò di dileguarsi tirando dritta verso i bagni.


Lei non aveva amici della sua stessa età, perché le femmine la ritenevano troppo maschiaccio per stare con loro e allo stesso tempo i maschi la ritenevano troppo poco virile, ma gli amici di Shane – che avendo all’incirca una decina d’anni più di lei possedevano una maturità tale da non badare a certe frivolezze – le erano simpatici e la facevano sentire a proprio agio.


Avrebbe potuto essere un compleanno fantastico, se all’improvviso non fosse arrivata lei.  


“Piccola, dove stai andando?”, domandò suo padre.


“A lavarmi le mani”, mentì Angel. Peccato, era stata beccata.


Nessuno ci trovò nulla di strano in quella motivazione, eccetto Shane. Lui sì che riusciva sempre a capire quando c’era qualcosa che non andava, per questo la seguì e le mise una mano su una spalla, accarezzandogliela.


“Ehi, Angel, che succede?”


Angel non si voltò a guardarlo semplicemente perché non voleva farsi vedere da lui con le lacrime agli occhi, sapeva che l’avrebbe addolorato troppo.


Cercando di non singhiozzare e di mantenere un tono di voce calmo, rispose: “Voglio la mamma.”


 


 




Casey aveva appena finito di farsi prendere le misure per l’uniforme. Essendo esile, la sarta avrebbe avuto bisogno di poca stoffa per confezionargliela.


Insieme a sua madre stava ritornando da suo padre e le sue sorelle con una brutta notizia, almeno così era per lui e Satèle. Il solo pensiero che avrebbe ridotto il suo cuore in pezzi lo faceva rabbrividire.


Hannah sentì il cellulare vibrare nella borsa e lo tirò fuori per rispondere alla chiamata. Non appena vide che era di sua sorella, emise un sonoro sbuffo.


“Senti, Diana, non ho tempo da perdere. Sono con Casey a fare l’iscrizione per il collegio”, tagliò corto.


“Ma non è giusto, Hannah, ti prego!”, la implorò lei.


Anche se sua madre non stava usando il vivavoce, Casey riuscì a sentire sua zia che la supplicava. Sapeva, però, che ormai era impossibile persuadere sua madre.


“È mio figlio e so io cosa è giusto per lui!”, si alterò Hannah.


“Un giorno capirai l’errore che stai commettendo”, l’avvertì sua sorella.


“Non farmi ridere, Diana, che se proprio vogliamo parlare di errori, qui, sei tu l’esperta!”


E detto questo, Hannah le staccò il telefono in faccia.


Nel frattempo, l’attenzione di Casey era stata catturata da due persone che erano appena uscite dalla segreteria; un ragazzino della sua età e sua madre. Lei piangeva.


 


 




“Non mi perdonerò mai per quello che ti sto facendo”, diceva Jessie al figlio. “Ti prometto che, non appena si sistemerà tutto, ti tirerò fuori di qui.”


Johnnie allungò un braccio e le accarezzò una spalla, come per farle capire che sapeva che quella decisione era stata presa a malincuore.


“Grazie, piccolo. Ti voglio tanto bene”, rispose sua madre.


Johnnie allargò le braccia, poi la strinse forte a sé. Quello era a parer suo il modo migliore per dirle che anche lui le voleva un mondo di bene senza aver bisogno di parlare.


Aveva imparato che le parole, spesso, sono ingannevoli, mentre i gesti, quelli che provengono dal cuore, mai.


Vide avanzare verso di sé un’altra coppia formata da madre e figlio, ma dei due fu il ragazzo a colpirlo per un’unica, evidente ragione: era albino.


Aveva un viso tanto dolce quanto triste.


Poverino, pensò Johnnie. Sicuramente neanche lui doveva essere entusiasta di frequentare un collegio.


Non appena se lo ritrovò a pochi passi di distanza, gli sorrise e il ragazzo ricambiò, tuttavia non parve stare meglio.


 


 




“Eccoci qua”, avvisò Hannah, facendo voltare suo marito e Coco.


Satèle stava mangiando una barretta di cioccolato, ma appena incrociò lo sguardo di Casey e lesse il suo labiale, che mimava un doloroso “Mi dispiace”, la mise via e sentì il suo cuore spezzarsi.


Uscì la vicepreside, che chiese se il ragazzo avesse già preso le misure. Hannah rispose di sì e lei cinse le spalle a Casey e si schiarì la voce per annunciare solennemente: “Casey Johns, sei ufficialmente un alunno del collegio Hamilton. Ci si vede a settembre.”

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Capitolo 2
*** Capitolo 1 - Nuova scuola, nuova vita ***


Capitolo 1 – Nuova scuola, nuova vita

1º settembre 2011

Casey sedeva sul sedile posteriore dell’auto di suo padre, con lo sguardo sconsolato e forse un po' adirato rivolto verso il finestrino, con vista sul Rock River.

Si sentiva come se stesse vedendo il mondo per l’ultima volta in vita sua, come se tutti i posti a lui noti stessero per diventare solo un lontano ricordo.

L’estate era volata e lui non voleva credere a quello che gli stava per succedere: varcare l’ingresso del collegio Hamilton e stare lontano da Satèle per tutta la settimana.

La sua gemella era seduta al centro, fra lui e Coco, e sembrava desiderosa di parlargli, ma non ne aveva il coraggio. Non avrebbe comunque saputo cosa dirgli, in un’occasione del genere; era distrutta.

Intanto, Brad li fissava attraverso lo specchietto retrovisore. Premette i piedi sull’acceleratore e proseguì dritto su Jefferson Street.

“Vorrei avvisarti, Casey”, disse d’un tratto, “che tenere il broncio non ti cambierà le cose. Vale anche per te, Satèle.”

Coco smise di esaminarsi le unghie apposta per osservare la loro reazione, in particolare quella della sorella, invece nessuno dei due rispose.

Cominciò dunque a pensare a un modo per istigarli. Metterli contro i genitori era uno dei suoi passatempi preferiti da sempre.

Essendo Casey il meno incline a perdere le staffe, puntò sull’irascibilità di Satèle. Elaborò il piano nella propria testa e decise che l’avrebbe attuato al ritorno.

Il resto del viaggio proseguì tranquillo; fu quando Hannah annunciò di essere quasi arrivati che Casey entrò in agitazione e iniziò a sudare freddo. Il suo incubo stava per diventare realtà.

Pensò a quanto gli sarebbero mancati i pomeriggi in cui si chiudeva in camera a suonare la sua Gibson – la chitarra che sua zia gli aveva regalato quando aveva appena sette anni – mentre Satèle – che prendeva lezioni di canto da quando ne aveva cinque – cantava a squarciagola le canzoni rock che trasmetteva la radio. Nel frattempo, Satèle, Coco e i suoi genitori avevano aperto le portiere ed erano usciti dall’auto.

“Casey, muoviti!”, urlò suo padre. Lui si affrettò a recuperare la valigia dal bagagliaio e li raggiunse.

Hannah iniziò a fargli le solite, noiose raccomandazioni, ma smise non appena vide l’auto di Luke, fratello minore di suo marito e marito di sua sorella, parcheggiata proprio accanto alla sua.

Fu Diana la prima a scendere e andarle incontro come una furia, seguita da Luke.

“Sei sorpresa di vedermi, eh? Dire l’orario sbagliato per impedirci addirittura di salutare nostro nipote…”, rammentò Diana. “Complimenti, Hannah, sei molto furba”, aggiunse sarcastica.

Hannah la guardò in modo truce. “Chi ti ha detto che eravamo qui?”

“Tua figlia.”

Ovviamente si riferiva a Satèle, che osservava la scena con la testa piegata di lato e un’aria di sfida.

“Presumo che non ci permetterete di cacciarvi”, sbuffò Brad.

“Presumi bene”, rispose prontamente Luke.

Allora Hannah concesse a entrambi di salutare Casey, ordinandogli però di fare presto.

Luke abbracciò forte il nipotino, che fra le sue braccia trovò il coraggio di lasciarsi andare e piangere, cosa che infastidì molto suo padre.

“Casey, ma che cavolo ti prende? Smettila di frignare e comportati da uomo!”, lo sgridò, ma Luke lo difese.

“Lascialo stare, Brad”, disse. “È solo un bambino ed è spaventato.”

Asciugò le lacrime a Casey e lo strinse ancora più forte. “Andrà tutto bene, piccolo. Te la caverai”, lo rassicurò.

Poi venne il turno di Diana. “Ascolta, tesoro”, gli disse dolcemente. “Capisco molto bene come ti senti, ma lascia che ti dica una cosa: non tutti i mali vengono per nuocere. Infatti sono sicura che riuscirai a ricavare qualcosa di buono anche da questa esperienza, che adesso ti sembra così brutta. Perciò forza e coraggio, mia piccola rockstar.”

Sul volto di Casey comparve l’accenno di un sorriso.

“Aspetta”, continuò Diana, “c’è una cosa che voglio darti prima di andare via”. Si scrollò la borsa dalla spalla e dalla tasca, più esterna tirò fuori un piccolo quaderno dalla copertina cartonata nera, con tanto di lucchetto.

“Un quaderno?”, si accigliò Casey.

“Potresti usarlo come diario. Anche io ne scrivevo uno, quando avevo la tua età, e mi faceva stare bene. È come confidarsi con un amico, solo che hai la certezza che nessuno andrà a rivelare i tuoi segreti.”

Casey si strinse il quaderno al petto. L’idea gli piacque, soprattutto perché lui – a parte Satèle – non aveva amici in carne e ossa.  

“Grazie mille, zia. Ti voglio bene.”

“Anch’io, tesoro. Vieni qui, dammi un bacio”, rispose lei, abbassandosi leggermente.

Dopo abbracciò Satèle e le disse di stare tranquilla, perché avrebbe potuto sempre contare su di lei.

“In realtà no”, la contraddisse Hannah. “Io e Brad concordiamo sul fatto che voi due – specialmente tu, Dia –, abbiate una cattiva influenza su Satèle, e che lei la eserciti a sua volta su Casey. Quindi, l’unico modo per spezzare questa specie di circolo vizioso è limitare le vostre visite.”

“Cosa?!”, strabuzzò gli occhi Satèle.

“Satèle, zitta!”, l’ammonì sua madre.

Dia sollevò le sopracciglia e rimase a bocca aperta. “Io eserciterei una cattiva influenza sui tuoi figli?” Si fece prendere da una risatina nervosa e pretese che le venisse spiegato il motivo di tale affermazione.

“Intendi dire un motivo che superi tutti gli altri motivi?”, la provocò Hannah.

Delle due era lei la sorella maggiore, eppure certe volte si comportava da ragazzina immatura nonostante avesse trentasei anni. Dia detestava quando faceva così.

“Te lo dico io, il motivo”, s’intromise Brad. “È che sei una svitata! Davvero, Diana, non ti rendi conto di tutte le cretinate che gli metti in testa, prima su tutte quella che un giorno potrebbero diventare dei musicisti?”

Neanche le diede il tempo di replicare che subito riattaccò dicendo: “Inoltre sei un pessimo esempio da seguire, e credo che tu possa capire a cosa mi riferisco… ammesso che non ti sia completamente bruciata il cervello con…”

“Basta così!” lo zittì Luke. “Andiamocene, Dia, non dargli retta.” Passò un braccio intorno alle spalle di sua moglie e risalirono in macchina.

Casey vide sua zia salutarlo per l’ultima volta con un cenno della mano, poi Luke premette sull’acceleratore e l’auto svanì nel traffico.

Satèle si fece avanti e abbracciò suo fratello, ormai rassegnata e pronta all’idea di vederlo

varcare la soglia di quel posto.

“Mi sa che è giunta l’ora”, disse piangendo. Odiava farlo in pubblico, specie davanti ai genitori, ma stavolta non ce l’aveva fatta a trattenersi.

“Mi mancherai da morire, Sat”, rispose il gemello.

Restarono avvinghiati fin quando a entrambi non rimasero più lacrime per piangere. Si guardarono negli occhi e se li asciugarono a vicenda, poi Casey prese il viso di Satèle fra le mani e le solleticò le guance con i pollici come faceva ogni volta che voleva tirarle su il morale.

“Satèle, ti ricordo che fra poco tuo fratello dovrà entrare”, la sollecitò sua madre, così lei lasciò la presa.

“Adesso vai, Casey, o farai tardi”, ribadì Brad. Lui e Hannah, invece, non si degnarono di salutarlo.

Coco gli disse semplicemente ciao, in maniera molto fredda.

Casey si allontanò da tutti loro senza aggiungere nulla, avvicinandosi sempre di più all’entrata.

“Andiamo”, dissero i genitori alle ragazze. Risalirono in macchina, chiusero le portiere e ripartirono.

Satèle guardò la sagoma di suo fratello attraverso il finestrino e raccolse con la lingua tutte le lacrime che le colarono alle estremità delle labbra.

Coco lo ritenne il momento migliore farle beccare una sgridata dai genitori.

“Che c’è, Satèle? Ti senti come Cip senza Ciop?”, la stuzzicò.

“Piantala!”, tuonò Satèle.

“Mi presti tu la pala?”, perseverò Coco.

“Stronza!”, la chiamò Satèle, tirandole una ciocca di capelli.

“Ahia!”, piagnucolò Coco, più per attirare l’attenzione dei genitori che per il dolore.

“Satèle, vuoi smetterla o preferisci che ti faccia sbattere la testa contro la portiera?”, la minacciò suo padre.

Lei gli mostrò il dito medio e continuò a guardare, fuori dal finestrino, la sagoma di Casey che diventava sempre più piccola, sempre più lontana da lei.

 


Casey era fermo davanti alla facciata principale del collegio e alzò la testa più che poté per riuscire a scorgere il tetto a salienti.

L’Hamilton si presentava come un edificio molto simile a una cattedrale gotica dalle proporzioni ciclopiche, al quale si accedeva tramite un portale strombato, affiancato da colonne e finestroni ogivali dai vetri colorati (almeno al primo piano), in contrasto con il grigio freddo delle pareti, in alcuni punti un po' crepate a causa di tutte le intemperie a cui erano state sottoposte durante gli anni. Appena sotto il rosone c’era un fregio sul quale era inciso il nome dell’istituto, invece sopra, in corrispondenza del secondo piano, correva un elegante parapetto dal quale svettava una bandiera raffigurante lo stemma ideato dall’antico fondatore, lo stesso che era riportato sulla giacca dell’uniforme.

Essa consisteva appunto in una giacca blu scuro, dei pantaloni dello stesso colore e una camicia bianca che portava un cravattino nero annodato al collo, l’unico elemento che a Casey piaceva perché gli ricordava Billie Joe Armstrong, il frontman dei Green Day, ai tempi di American Idiot. Per il resto, si sentiva ridicolo vestito in quel modo. Ai piedi aveva i mocassini e rimpiangeva le sue adorate Converse.

L’uniforme femminile era pressoché identica, l’unica eccezione era la gonna al posto dei pantaloni.

Casey impugnò saldamente il manico della valigia e si decise finalmente a entrare nell’edificio, con il cuore che gli martellava forte contro il petto.

Per raggiungere la sala convegni, dove si sarebbe svolta la cerimonia di inizio anno scolastico, dovette percorrere un lungo e freddo corridoio dalle pareti bianche e il pavimento in marmo talmente scivoloso che non poté neanche permettersi di accelerare il passo, altrimenti sarebbe caduto faccia a terra e qualcuno di passaggio ne avrebbe sicuramente riso.

Aveva però la sensazione che qualcuno l’avrebbe deriso lo stesso, anche se non avesse fatto niente.

 


Russell Richardson era al settimo cielo. I suoi ricchi genitori avevano esaudito il suo desiderio di frequentare una scuola esclusiva e l’avevano iscritto nientepopodimeno che all’Hamilton, così poteva star sicuro di non ritrovarsi come compagno di classe qualche pezzente.

In quel momento, con la schiena appoggiata alla parete esterna della sala convegni, aspettava che Jack Duncan e Jimmy Hunter, i suoi amici-assistenti fidati, gli portassero dell’acqua liscia a temperatura ambiente, così come aveva richiesto.

Nel frattempo lui si guardava attorno alla ricerca di qualcuno di interessante e allo stesso tempo disposto a ricevere ordini. Doveva pur farsi conoscere e attirare consensi, se voleva diventare popolare. Già immaginava i suoi compagni di classe che lo riconoscevano come leader, i ragazzi in corridoio che lo guardavano con ammirazione, le ragazze che lo ricoprivano di attenzioni.

Ne aveva adocchiata una carina dai lunghi capelli castani, ed era quasi tentato di andare a parlarle. Era sicuro di sé, era sicuro che nessuno avrebbe potuto far crollare le sue certezze.

Nessuno eccetto un ragazzino esile dai capelli bianchi.

Nel momento in cui lo vide sbucare praticamente dal nulla, il vociare che si era propagato nella sala cessò e si sentirono solo dei brusii perlopiù di sconcerto, ma anche di apprezzamento. Soprattutto da parte delle ragazze. Nel giro di pochi secondi il ragazzo aveva attirato sguardi come se fosse una calamita, compreso quello della ragazzina castana e una sua probabile amica, che l’avevano seguito all’interno e si erano sedute accanto a lui.

“Russell!”, lo chiamò Jimmy. “Ti abbiamo preso l’acqua.”

Russell afferrò la bottiglietta e bevve un sorso mentre continuava a osservare il ragazzo albino. Gli venne da storcere il naso; non riusciva a comprendere come avesse potuto attirare tanta attenzione non facendo nulla.

“Chi stai guardando?”, gli chiese Jack.

Russell spiegò tutto.

“Un tizio con i capelli bianchi?”, ripeté incredulo Jimmy. “Com’è possibile?”

“È una malattia”, lo informò Jack. Dei due era quello con più cervello.

“Come può la gente essere attratta da uno che ha un aspetto così strano?” si chiese Jimmy.

“Vorrei saperlo anch’io”, rispose Russell, abbastanza seccato. Fece una smorfia e ripose la bottiglia nelle mani di Jack. Schioccò le dita e ordinò ai due di seguirlo. “E comunque”, ci tenne a puntualizzare, “siete due incapaci. Vi avevo chiesto dell’acqua a temperatura ambiente, questa è ghiacciata!”

 


Casey attendeva l’arrivo del preside. Nel frattempo si era presentato alle due ragazzine sedute vicino a lui, che avevano fatto altrettanto.

“Sarah Green”, gli aveva stretto la mano la prima.

“Karen Armstrong”, si era presentata la seconda.

Si erano conosciute quell’estate a un campo estivo e subito era sbocciata l’amicizia.

Che bello, pensò Casey. Anche lui desiderava che, prima o poi, gli accadesse una cosa del genere. Aveva sentito dire che le migliori amicizie fossero quelle nate dal nulla, chissà se era vero.

Gli venne l’istinto di girarsi indietro e non riuscì a credere a chi vide: il ragazzino che, circa due mesi prima, aveva incontrato in corridoio con la madre. Lo riconobbe dal colore molto particolare dei suoi capelli: tendenzialmente un nero, con dei riflessi (che lui faticava a credere fossero naturali) di blu zaffiro.

Abbiamo una cosa in comune, pensò Casey.

Stavolta, però, il ragazzino non si accorse di lui. O almeno così gli parve.

Nonostante questo, si sentiva degli occhi addosso. Aguzzando la vista, riuscì a capire a chi appartenessero: in un angolo della sala, con le mani sui fianchi, tre ragazzi lo stavano squadrando dalla testa ai piedi in modo alquanto minaccioso.

Casey si sentì molto confuso.

Improvvisamente arrivò il preside e tutti si alzarono in piedi per salutarlo.

Era più simile a un armadio che a un uomo; alto, robusto e con la postura più dritta di un soldato.

“Buongiorno, sedetevi”, disse. Anche la sua voce metteva i brividi, tanto era grossa.

“È per me un piacere augurarvi un caloroso benvenuto al collegio Hamilton”, continuò. “Mi aspetto grandi cose da tutti voi. Adesso state diventando dei ragazzi, non siete più dei bambini. Sarete gli adulti di domani, il futuro del nostro Paese. Motivo per cui io e le vostri insegnanti vi forniremo tutti gli strumenti necessari alla vostra formazione. In questo collegio imparerete a maturare, a crescere, a essere indipendenti dalle cose futili. Motivo per cui dovrete abbandonare i vostri cellulari e tutti gli oggetti fonte di distrazione. Adesso ci siete solo voi e il vostro potenziale, e con questo mi sembra di aver detto tutto. Non mi resta che augurarvi un buon anno”, concluse il preside, ricevendo un applauso.

Niente cellulare. Casey cominciò a temere disperatamente che mantenere i contatti con Satèle sarebbe diventato sempre più difficile. Per fortuna che i suoi genitori avevano firmato quel permesso per prelevarlo da scuola per i fine settimana. Da un lato, però, si sentì in colpa per tutti i ragazzi che sarebbero stati costretti a vivere nel vero senso della parola a scuola.

“Adesso inizierà la cerimonia vera e propria”, annunciò il preside. “Ho qui l’elenco con la formazione delle classi. Una volta che il vostro nome verrà pronunciato, salirete sul podio e una delle vostre insegnanti vi fornirà la chiave della vostra stanza.”

Casey si sentiva pervaso dall’ansia, motivo per cui non riuscì a prestare attenzione a nomi che non fossero il proprio, che venne pronunciato circa una ventina di minuti dopo fra quelli dei ragazzi della sezione D.

Si alzò e salì sul podio. La sua insegnante, Suor Elizabeth, un’anziana signora dagli occhiali grandi e tondi, gli consegnò la chiave della camera 203.

Fatto ciò, Casey si mise in fila dietro quelli che sarebbero diventati i suoi nuovi compagni di classe.

Fra questi riconobbe Karen Armstrong, Sarah Green e il ragazzino dai capelli corvini.

Alla fila sia aggiunse poi un ragazzo dai capelli e gli occhi scuri, il profilo leggermente aquili-

no, che rispose al nome di Russell Richardson.

Casey riconobbe anche lui: era quello che prima lo stava guardando in malo modo.

Subito dietro di lui, i suoi amici: Jack Duncan e Jimmy Hunter.

 

 

Suor Elizabeth aveva condotto i suoi studenti in un’aula dalle pareti grigio chiaro pressoché spoglie a eccezione di un planisfero e un crocifisso in corrispondenza della cattedra e i banchi singoli in legno scuro, con tanto di scrittoio.

I ragazzi corsero subito a scegliersi i posti, ma la suora diede un colpo di bacchetta sulla cattedra e nessuno osò più muoversi.

“Fermi!”, ordinò. “Qui ci sono delle regole ben precise per sedersi, perciò voglio i maschi nella fila destra e le femmine in quella sinistra.”

Tutti obbedirono e Casey occupò l’ultimo banco.

“Bene”, convenne Suor Elizabeth, “adesso possiamo procedere con la lettura del regolamento d’istituto.” Prese un fascicolo e cominciò a leggere: “È vietato mangiare o parlare senza chiedere prima il permesso in classe, è vietato disertare le lezioni se non per motivi di salute adeguatamente giustificati e i ritardi anche lievi verranno puniti con note di demerito. È vietato introdurre cibi o dispositivi elettronici all’interno delle vostre stanze. È vietato girare per i corridoi dopo le 21:00, che è l’orario limite per andare a letto. È vietato tingersi i capelli, in caso contrario vi verranno rasati. Le ragazze che li portano lunghi o medi li dovranno necessariamente legare se non vogliono tagliarli, quelle che li portano già corti possono anche evitare. È vietato l’uso di cosmetici e accessori, pertanto adesso dovrò sequestrarvi immediatamente bracciali, orologi, orecchini e collane.”

Riassunto del regolamento secondo Casey: era vietato esprimere la propria personalità.

Sarebbe stato un anno lungo.

Suor Elizabeth, nel frattempo, si faceva largo fra i banchi con una scatola di cartone fra le mani, pronta a sequestrare gli accessori di tutti.

Arrivata al banco di Casey, gli ordinò di consegnarle i due bracciali borchiati che portava ai polsi. Il ragazzo obbedì – a malincuore, ovviamente – e lei gli disse: “Sei in collegio, giovanotto, non a un concerto rock.”

Sfortunatamente, pensò Casey.

Fatto questo, la suora poggiò la scatola sulla cattedra e concesse ai ragazzi un po' di tempo per andare in camera e telefonare le famiglie prima di sequestrargli i cellulari.

I ragazzi salutarono e uscirono dall’aula.

 


Tutte le camere, all’Hamilton, erano singole e poco più grandi di un ripostiglio. La 203 non faceva eccezione. All’interno c’erano solo una brandina dalle lenzuola bianche che avrebbe potuto tranquillamente essere un letto d’ospedale, una finestra con le inferriate, un comò e un piccolo armadio di legno di scarsa qualità, per di più impolverato.

Sembrava più la cella di un carcere che la camera di un dormitorio, e in un certo senso Casey si sentiva un prigioniero. Quella sarebbe stata la sua nuova vita, per i successivi tre anni.

Aveva a disposizione pochi minuti per telefonare prima che gli venisse tolto il cellulare e voleva spenderli per le persone su cui sapeva di poter sempre contare.

La prima che chiamò fu sua zia.

“Casey, che bello sentirti!”, esclamò Dia. “Come procede lì?”

“Male, zia”, rispose lui. “Questo posto sembra una prigione, non si può fare niente. Non potrò più chiamare Sat durante la settimana perché ci toglieranno i telefoni, dovrò per forza aspettare di tornare a casa il sabato per sapere come sta e che sta facendo.”

A Dia dispiacque molto sentire tutto questo. Non riusciva proprio a capire come Hannah avesse potuto fargli una cattiveria simile.

Fece un respiro profondo e disse: “Tranquillo, tesoro, non durerà per sempre.”

“No?”

“No. Io farò di tutto per impedirlo, io…” Fece una pausa. Un’idea stava cominciando a balenarle nella testa.

“Zia?”

“Ti tirerò fuori da lì”, gli promise Dia.

“Davvero?”, chiese Casey speranzoso. “Come?”

“Sì, tesoro”, rispose lei determinata, “ma non sono ancora bene come. Dammi il tempo di pensarci, okay?”

“Ci conto”, le assicurò Casey. “Ora ho poco tempo, vorrei chiamare Sat.”

“Certo, vai. Baci.”

“Anche a te.”

Una lacrima calda rigò la guancia di Casey mentre si affrettava a comporre il numero di Satèle sulla tastiera.

 

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Capitolo 3
*** Capitolo 2 - Incontri fortuiti ***


Capitolo 2 – Incontri fortuiti

 

Satèle aveva appena finito di parlare al cellulare con Casey ed era triste per lui.

Quando aveva sentito che suo fratello non avrebbe potuto telefonare durante la settimana, aveva letteralmente dato di matto e aveva preteso addirittura di farsi passare “l’imbecille” – proprio così l’aveva definito – che aveva introdotto tale regola per dirgliene di tutti i colori, ma Casey le aveva spiegato con una santa pazienza che non c’era niente da fare, perché lì nessuno faceva sconti a nessuno, quindi era riuscito a calmarla e lei si era arresa.

“Se mamma e papà non ci odiassero, questo non sarebbe mai successo”, aveva detto a un certo punto.

Casey avrebbe anche voluto contraddirla, ma non poteva negare quella che sembrava l’evidenza. Era inoltre indeciso se dirle o meno che la zia gli aveva promesso che l’avrebbe tirato fuori dal collegio. Da un lato credeva di rasserenarla se l’avesse fatto, ma dall’altro non voleva incuterle false speranze.

Poi la gemella era scoppiata a piangere, confessandogli il proprio timore di essere stata la causa della decisione dei genitori, allora Casey si era sentito in dovere di smentirlo, dicendo che probabilmente l’avrebbero fatto a prescindere dal suo comportamento.

Satèle aveva risposto con una frase che gli aveva toccato il cuore: “Portandomi via te, mi hanno portato via tutto.”

“Cerca di non pensarci troppo”, le aveva suggerito Casey. “Dopodomani anche tu comincerai le medie, potresti trovare degli amici con cui passare il tempo.”

Infine si erano salutati e avevano riagganciato.

Seduta al tavolo della cucina, con il viso tra le mani e lo sguardo basso, Satèle stava meditando sulle parole di suo fratello.

Forse Casey aveva ragione: cambiando scuola avrebbe potuto trovare finalmente degli amici, nonostante le sembrasse un’impresa a dir poco ardua.

Satèle ci aveva anche provato negli anni addietro, ma aveva scoperto di avere difficoltà nel legarsi alle persone; un po' per il timore di non piacere a nessuno, un po' perché si riteneva incapace di superare un eventuale abbandono.

Mentre pensava e rimuginava, sentì i passi di sua madre alle proprie spalle.

Hannah ignorò la figlia per un po' e iniziò a preparare la cena, poi notò il suo umore e a quel punto le disse: “Guarda che io e tuo padre sappiamo che adesso ti senti sola, visto che tu e Casey vivevate praticamente in simbiosi, ma l’abbiamo fatto per il vostro bene.”

“Uhm...”, mugugnò Satèle.

“Solita ingrata. Anziché essere contenta di andare alle medie si lamenta per la lontananza dal fratello e neanche apprezza i sacrifici.”

Satèle si raddrizzò sulla sedia e batté una mano sul tavolo. “Non era necessario, come sacrificio.”

“Senti, Satèle, mi hai scocciata!”, si esasperò Hannah. “Accetta la cosa e approfittane per concentrarti sullo studio, almeno così vedi di portare a casa una pagella decente.”

Satèle la liquidò con un gesto della mano.

Hannah aprì la credenza e prese un barattolo, dal quale tirò fuori una banconota da dieci dollari che allungò alla figlia.

“Domani Coco andrà a fare un po’ di shopping per il rientro, vai con lei. Ho il giorno libero al lavoro e non voglio rotture di scatole.”

“Grazie”, bofonchiò amaramente Satèle. Prese i soldi, si alzò e se ne andò.

Sua madre sapeva essere talmente subdola che, perfino quando sembrava voler compiere una gentilezza nei suoi confronti, in realtà agiva per scopi puramente personali.

 

Hannah aveva accompagnato le ragazze in macchina fino al Plaza più vicino e aveva raccomandato loro di farsi trovare nello stesso punto in cui le aveva lasciate quando sarebbe passata a riprenderle.

Dato che le due sorelle avevano gusti diversissimi nel vestire, proseguirono su due corsie distinte e separate.

Mentre Coco si fermava davanti alle vetrine più chic, Satèle si diresse verso un negozio di abbigliamento alternativo in cui lei e Casey compravano spesso. Gliel’aveva fatto conoscere la zia quando entrambi avevano appena otto anni ma già le idee chiare in fatto di stile, in quanto anche lei – soprattutto da adolescente – amava spendere lì.

Satèle si addentrò nel reparto che vendeva articoli di moda emo e punk e vide una minigonna a quadri rossi e neri che le piacque. Siccome della sua taglia – la XS – era rimasto l’ultimo pezzo, la pagò a un prezzo stracciato.

Con i soldi rimasti acquistò anche un paio di orecchini da inserire nel secondo foro che si sarebbe procurata a entrambi i lobi all’insaputa dei genitori.

Satèle li aveva supplicati fino allo sfinimento per ottenere il loro permesso, ricevendo ogni volta la stessa risposta: “È volgare”.

Uscita dal negozio, pensò di andare a prendere un gelato o una ciambella nel frattempo che aspettava Coco.

Tutte le persone che incontrò la guardarono come se fosse un mostro, si scansarono al suo passaggio come se stesse arrivando un’appestata.

Non che Satèle non fosse abituata a quelle reazioni a dir poco esagerate; del resto lei e Casey erano probabilmente gli unici albini di tutta Rockford, se non dell’intero stato dell’Illinois.

Eppure, una volta tanto, avrebbe voluto provare la sensazione di sentirsi normale, essere una ragazzina come le altre e non una specie di fenomeno da baraccone.

All’improvviso un gruppetto di ragazze poco più grandi di lei cominciò a indicarla e ridere. Satèle passò di fianco a loro velocemente, guardando dal lato opposto per nascondere la delusione, e gridò di rimando: “Ehi, galline, qui non c’è il pollaio!”. Le ragazze smisero e si allontanarono, tuttavia lei non si sentì soddisfatta.

Tirò dritta verso i bagni, si sciacquò gli occhi gonfi delle lacrime che aveva trattenuto e si guardò allo specchio. Visto che non avrebbe potuto mai tingere i capelli, l’unico modo per sentirsi normale era aggiungere un tocco di colore al viso.

Contò gli spiccioli che le erano rimasti ed entrò in un negozio di trucchi.

La accolse una commessa sulla cinquantina che le indicò subito la parete dei lucidalabbra, convinta che come la maggior parte delle ragazzine della sua età cercasse uno di quelli, in-

vece Satèle disse: “Non voglio un lucidalabbra, voglio un eyeliner.”

“Un eyeliner?”, ripeté la donna sorpresa. “Davvero?”

“Ho l’aria di una che scherza?”

La commessa si allontanò per un attimo e ritornò con un vasetto di eyeliner in gel.

Satèle pagò e uscì dal negozio.

Adesso il problema consisteva nell’applicarlo. Se avesse chiesto a sua madre di insegnarglielo, lei si sarebbe rifiutata categoricamente. Con le figlie Hannah era stata chiara fin da subito: l’uso di qualsiasi cosmetico al di fuori del lucidalabbra e del fard era proibito fino a quando non avrebbero compiuto diciotto anni.

L’unica che avrebbe potuto aiutarla era sua zia, quindi la telefonò per accertarsi che fosse a casa. Dia rispose di sì e nel frattempo Satèle ricevette un’altra chiamata da Coco, la quale disse che non aveva ancora finito.

A Satèle convenne quella risposta: senza dire nulla, avrebbe lasciato il centro commerciale e si sarebbe incamminata verso casa di sua zia, per poi ritornare poco prima che sua madre fosse passata a riprenderla.

 

Quando Satèle bussò alla porta, Dia era nel suo studio, seduta davanti al computer come ogni giorno. Lavorava da anni come traduttrice per Simon & Schuster, un vero e proprio colosso dell’editoria americana. Essendo nata da padre irlandese e madre italo-francese, e cresciuta negli Stati Uniti, quattro delle lingue che conosceva le aveva imparate praticamente a casa, mentre al liceo aveva studiato lo spagnolo, il tedesco e anche un po' di cinese.

Si alzò dalla postazione e andò ad aprire; abbracciò Satèle e la fece accomodare in salotto.

“Ti ho disturbata?”, chiese la nipotina.

“No, tranquilla, mi ci voleva una pausa”, rispose lei. “Su, fammi vedere che hai comprato.”

Satèle le mostrò prima la minigonna e poi gli orecchini, chiedendole: “Zia, un giorno di questi mi accompagni a fare i secondi buchi?”

“I tuoi sono d’accordo?”, indagò Dia.

“Certo”, mentì Satèle, ma sua zia non le credette e si mise a braccia conserte per farle confessare la verità. Non appena la seppe, raccomandò a Satèle di non fraintenderla, perché se fosse stato per lei l’avrebbe accompagnata tranquillamente, ma doveva opporsi per evitare problemi con Hannah e Brad.

“Ma loro mi vietano tutto!”, protestò Satèle.

Nessuno, meglio di Dia, poteva capirla. Anche lei, da adolescente, aveva con i suoi genitori – specie con sua madre – lo stesso rapporto che Hannah e Brad avevano con i gemelli, e anche lei, proprio come Satèle, reagiva ribellandosi.

“È dura, piccola, lo so, ma pensa che un giorno crescerai e potrai finalmente decidere per te stessa, come ho fatto io”, la consolò. “Adesso, dimmi, c’è qualcos’altro che vuoi farmi vedere?”

“Sì, ho comprato anche questo!”, rispose Satèle contenta, tirando l’eyeliner e il pennellino fuori dalla busta. “Mi insegni a metterlo?”

Dia sorrise e alzò gli occhi. Evitò di chiederle nuovamente se i genitori fossero d’accordo, già conosceva la risposta, ma stavolta non riuscì a dirle di no.

La condusse in bagno, davanti allo specchio, Satèle la guardò e disse: “Mettimelo uguale a come lo metti sempre tu.”

Dia esaudì la sua richiesta e, spiegandole contemporaneamente tutti i passaggi, sulla palpebra superiore le tracciò una linea molto spessa, che fece terminare con una coda rivolta verso l’alto, mentre sulla palpebra inferiore e all’interno dell’occhio le disegnò una linea più sottile, terminando con una leggera passata di mascara sulle ciglia bianche.

“Ti piace?”, chiese infine alla nipotina.

“Sì, tantissimo!” esclamò Satèle, rimirandosi nello specchio.

Lei e Casey avevano ereditato poco e niente dai genitori e moltissimo dalla zia: il colore e la forma degli occhi e delle labbra, il fisico magrolino e perfino l’albinismo.

Sebbene, però, Diana apparisse bellissima agli occhi di Satèle, Satèle non riusciva a pensare lo stesso di sé.

“Zia, da grande vorrei tanto diventare bella come te”, le disse infatti.

“Amore, ma tu sei già bellissima!”, rispose Dia, carezzandole il mento. “Non vedi che bella signorina stai diventando? Domani inizi pure le scuole medie, sei emozionata?”

Satèle scosse energicamente la testa e disse di no. “Non voglio andarci senza Casey.”

Dia la strinse forte e le fece poggiare la testa sulla propria spalla.

“Non temere, piccola, andrà tutto bene. So che adesso sei arrabbiata con i tuoi genitori perché vi hanno divisi, è normale e hai tutto il diritto di esserlo, ma non è portando rancore che risolverai le cose. Sicuramente anche Casey si sente come te e gli manchi tanto quanto lui ti manca, ma sta provando ad adattarsi a una nuova realtà, quindi perché non dovresti provarci anche tu? Incontrerai tanta gente nella nuova scuola, troverai sicuramente dei bravi amici.”

“Ma io non piaccio a nessuno!”

“Non dire così, Sat, ci sarà senz’altro qualcuno che ti vorrà bene e a cui piacerai per come sei.”

“Davvero?”

“Certo! Poi, mal che vada, Casey tornerà sempre per i fine settimana, e potrete stare insieme quanto vorrete… Inoltre ti garantisco che non rimarrà in collegio a vita.”

Satèle ebbe l’impressione che l’ultima frase pronunciata da sua zia sottintendesse un significato diverso da quello che qualcun altro le avrebbe attribuito, ma non appena chiese conferma della propria ipotesi le squillò il cellulare e dovette rispondere.

Era Coco, che aveva appena finito le compere e voleva conoscere la sua posizione per andarle incontro.

“No, aspetta, ti raggiungo io!”, la precedette Satèle. Chiuse la telefonata e disse alla zia che doveva assolutamente scappare, se non voleva beccarsi una ramanzina.

Dia quasi non poté credere ai propri occhi: sua nipote era davvero scappata dal centro commerciale e adesso doveva ritornarci, per di più a piedi!

Tutta sua zia, pensò. Anche lei, da ragazzina, l’avrebbe fatto.

Le dispiacque non poterla accompagnare in macchina; Luke – che era il titolare di un’impresa di imbianchini – se l’era portata al lavoro e lei non avrebbe comunque potuto guidare come la stragrande maggioranza delle persone albine, alle quali non viene rilasciata la patente a causa della vista ridotta.

Rimosse il trucco dagli occhi di Satèle, le restituì il vasetto di eyeliner e il pennellino e le regalò il mascara che aveva usato. Prima che lei uscisse le raccomandò di raccontarle del primo giorno di scuola e le chiese per favore di truccarsi in quel modo soltanto con il permesso dei genitori.

“Contaci”, fece Satèle prima di richiudersi la porta alle spalle, ma Dia sapeva per certo che era una risposta sarcastica, di quelle che anche lei avrebbe dato a sua madre.

 

“Eccoti, finalmente!”, esultò Coco, domandando a sua sorella come fosse possibile che avesse impiegato tanto tempo per comprare quasi nulla, a giudicare dalla sua unica busta. Satèle si giustificò dicendole di aver trovato la fila alla cassa.

Facile dire quasi niente, per te, avrebbe voluto dirle.

Coco, infatti, era uscita dal negozio con tre buste belle piene, perché le spettavano sempre il doppio se non addirittura il triplo dei suoi soldi.

“Vieni, mamma ci sta aspettando.” Prese Satèle per mano e raggiunsero l’uscita.

 

Il grande giorno era arrivato e Satèle batteva i pugni contro la porta del bagno affinché sua sorella si desse una mossa. Erano già trascorsi tre quarti d’ora da quando era entrata e non intendeva arrangiarsi e prepararsi in fretta e furia per colpa sua. Coco non aveva bisogno di strafare: quello era il suo secondo anno alle medie ed era già abbastanza popolare, al contrario di lei che non era nessuno.

“Coco, esci da questo cazzo di bagno!”, strillò Satèle, ancora in pigiama e con gli abiti che aveva scelto la sera prima stretti nella piega del gomito.

“Resisti, ho quasi finito!”, gridò Coco di rimando.

Satèle emise uno sbuffo di rassegnazione e diede una testata alla porta.

Fortunatamente, quella smorfiosa di sua sorella uscì poco dopo con indosso il top color pesca con la giacca abbinata, i jeans bianchi e le ballerine che aveva comprato il giorno precedente, i capelli perfettamente lisciati e le labbra spalmate di lip gloss alla fragola.

“Fatto”, disse, e Satèle si precipitò in bagno.

Dopo essersi fatta una doccia veloce, infilò una t-shirt dei Green Day, una giacca di pelle nera e dei leggings dello stesso colore, sopra i quali infilò anche la minigonna a quadri. Indossò le sue scarpe preferite – un paio di Converse nere alte quasi fino al ginocchio –, dei braccialetti borchiati e un choker. Diede un paio di colpi di spazzola al suo carré sbarazzino, il cui tratto distintivo era il ciuffo scalato, e finalmente passò alla parte decisiva: il trucco.

Si munì di eyeliner e mascara e li applicò come sua zia le aveva insegnato.

Uscì dal bagno, si caricò lo zaino in spalla e raggiunse sua sorella e sua madre in macchina.

Prima di partire, Hannah guardò attraverso lo specchietto retrovisore e quasi ebbe un colpo quando si accorse del trucco sugli occhi di sua figlia.

Ovviamente si arrabbiò moltissimo, ma allo stesso tempo non poté ordinarle di tornare in casa e rimuoverlo, altrimenti si sarebbe fatto tardi.

Satèle le rivolse un sorriso sbilenco; aveva vinto lei.

 

“Siamo arrivati”, annunciò Emily, con la faccia girata verso i sedili posteriori dell’auto.

Markus si riscosse dal torpore che l’aveva preso durante il tragitto e sistemò il segnalibro sulla pagina corrente. Stava rileggendo uno dei suoi classici preferiti dell’infanzia, I ragazzi della via Pál.                                                                                                                             

“Sei emozionato?”, domandò sua madre.

“Un po'.”

“È il tuo primo giorno di scuola, su! Non hai voglia di farti degli amici?”

“Non ho bisogno di amici,” ribatté Markus, guardando con disprezzo dal finestrino chiunque gli passasse davanti.

“Dài, Markus, sono sicura che riuscirai a trovare qualcuno che ti piacerà.”

“Sì, come no…”

Emily sospirò. “Certo che avresti potuto evitare di metterti proprio quella”, suggerì, alludendo alla sua felpa nera, raffigurante un teschio con le tibie incrociate.

Markus si guardò e fece spallucce. “Cos’ha che non va?”

“Non è proprio un bel simbolo. Fossi stata in te l’avrei messa più in là, non il primo giorno, semplicemente per evitare che gli altri si facciano una cattiva opinione su di te.”

“Me ne frego dell’opinione degli altri.”

“Oh, questo lo so. Adesso vai, devo accompagnare anche Lily.”

Markus salutò sua madre e sua sorella, augurando anche a quest’ultima un buon primo giorno.

Chiuse il libro e lo infilò nella tracolla, scese dall’auto e tastò le tasche anteriori dei jeans per accertarsi che il suo inalatore fosse lì in caso di bisogno.

 

 

Hannah accostò l’auto e augurò un buon primo giorno di scuola a Coco – la quale non appena scorse le sue amiche in lontananza corse a raggiungerle senza curarsi della sorella – mentre a Satèle raccomandò soltanto di non cacciarsi nei guai.

Lei roteò gli occhi e si accise ad attraversare il cortile antecedente alla McClaine Middle School, un edificio in mattoni costituito da un corpo centrale e due ali laterali poco più basse, coperto da un tetto piano.

Vide che proprio dietro l’auto di sua madre ne era parcheggiata un’altra, dalla quale uscì un ragazzino alto, magro come un chiodo, dai capelli nerissimi come la felpa, i jeans e gli anfibi Dr. Martens che indossava.

Camminava con la testa china sul libro che teneva tra le mani.

Satèle pensò che fosse diretto verso la sua stessa meta, la sala convegni in cui ogni anno, come da tradizione, si svolgeva la cerimonia di accoglienza per gli alunni delle prime, quindi lo seguì.

Il ragazzo, però, aveva il passo veloce e lo perse di vista dopo poco.

Satèle si ritrovò quindi a percorrere il corridoio da sola, con gli occhi di tutti puntati a addosso, ma lei li ignorava e guardava dritto davanti a sé, familiarizzando con i colori spenti dei muri e degli armadietti, con quelli più accesi delle scritte sui cartelloni… Infine con il celeste della camicia appartenente allo sconosciuto che le era andato a sbattere contro.

“Un po' d’attenzione, insomma!”, si alterò Satèle, ma se ne pentì non appena alzò lo sguardo, ritrovandosi davanti un uomo molto più grande di lei, poco più che trentenne, quasi sicuramente un professore.

Satèle coprì la bocca con le mani e provò a farfugliare delle scuse.

“No, scusami tu, hai ragione”, disse invece l’uomo, elargendo un sorriso. “Ti ho fatta male?”

Satèle scosse la testa, imbarazzata.

“Okay”, rispose lui, dandole un’affettuosa pacca su una spalla, e continuò a camminare come fece anche lei, fin quando non arrivò in sala convegni.

Era un ambiente piuttosto spazioso, il pavimento era ricoperto da un parquet di legno e sulle mura bianche erano affisso dei tabelloni, una lavagna multimediale e delle ampie finestre che garantivano una buona illuminazione, dalla quale Satèle doveva tenersi alla larga. Iniziò a cercare posto fra le ultime file di spalti, che erano più lontane.

Chiese a due ragazze sedute in quinta fila di scalare e queste riuscirono a lasciarle solo uno strettissimo spazio, che per com’era magra le andò bene comunque.

Una le fece perfino i complimenti per la “parrucca”, ma Satèle si astenne dal risponderle.

Preferiva non inimicarsi nessuno il primo giorno.

 

Markus camminava e contemporaneamente leggeva; scosse i capelli neri e con quel semplice gesto attirò gli sguardi di molte ragazzine che cominciarono a civettare per conquistare la sua attenzione ma senza ottenerla, perché lui riteneva quelle tecniche di corteggiamento stupide e superficiali.

S’imbatté in due ragazzi e fece notare a uno quanto l’altro – che si atteggiava a gran fico – lo stesse usando, poi entrò in sala convegni e chiese ad altri due ragazzi in terza fila di fargli un po' di posto sforzandosi di sembrare quanto più gentile possibile.

I due lo lasciarono sedere e lo guardarono di sottecchi.

“Ma guarda, gli emo non si sono ancora estinti!”, sghignazzò uno.

“È vero!”, gli fece eco l’altro.

“Neanche gli idioti si sono ancora estinti, a quanto pare”, rispose cinico Markus.

I ragazzi, umiliati, non seppero che dire e cercarono un altro posto.

Markus scrollò le spalle come se nulla fosse successo. Non era la prima volta che riceveva commenti simili, ci era abituato com’era abituato a non dormire più la notte e il suo cinismo e la sua arroganza si erano sempre rivelate delle armi efficaci per contrastare la cattiveria e l’ignoranza delle persone, che lui detestava profondamente.

Detestava il loro omologarsi alle tendenze, la loro assenza di personalità e idee proprie, non preconfezionate; detestava il loro giudicare senza conoscere e la loro cecità davanti ai soprusi.

Detestava il modo in cui nascondevano la loro mancanza di argomenti intavolando conversazioni frivole, come quelle che animavano la sala convegni e che gli fecero desiderare di coprirsi le orecchie e ritornare alla sua lettura.

Un’improvvisa folata di vento sfogliò alcune pagine e fece cadere a terra il segnalibro, così lui dovette abbassarsi per raccoglierlo e nel frattempo guardò alle proprie spalle.

Un attimo di distrazione e la vide: pelle bianca come il latte, capelli candidi come la neve e lisci come la seta; labbra rosee e due occhi di ghiaccio truccati di nero che erano come un incantesimo.

Quella ragazza non era frutto della sua immaginazione, no, era quanto di più reale e autentico avesse mai visto. Markus lo sapeva, lo leggeva nel suo sguardo che non riusciva a incrociare per paura che lo stregasse.

Ma forse l’aveva già stregato.

Non poteva rinnegare il desiderio di conoscerla che gli stava crescendo dentro, scombussolandogli i battiti nel petto, non poteva.

Magari quella sarebbe stata l’occasione perfetta per provare a farsi un’amica vera con cui

condividere dei momenti importanti… oltre che i gusti musicali.

Markus, infatti, aveva notato che la ragazza indossava una maglietta dei Green Day. Un motivo in più per non lasciarsela sfuggire.

 

La preside non era ancora arrivata e Satèle aveva un certo languorino allo stomaco. Aprì un pacchetto di crackers e cominciò a mangiucchiare mentre si guardava intorno.

Seduto due file più avanti di lei, alla sua estrema destra, c’era un ragazzo che leggeva un libro.

Satèle avrebbe riconosciuto i suoi capelli neri ovunque: era lo stesso che era uscito dall’auto parcheggiata dietro quella di sua madre, quello che stava seguendo inizialmente in corridoio.

Finalmente riuscì a osservarne il volto, malgrado la sua scarsa vista le impedì di mettere a fuoco alcuni dettagli, ad esempio il colore degli occhi, mentre il loro taglio allungato, quasi felino, riuscì a distinguerlo. Aveva un naso dritto che a prima vista le parve giusto un po' grande per il suo viso scarno, con il mento appuntito e gli zigomi pronunciati, ma nel complesso ben proporzionato, e le labbra né troppo sottili né troppo carnose. La sua pelle era molto chiara e portava il ciuffo scalato come lei e Casey.

Guardandolo da così lontano, Satèle non riuscì a definire se fosse bello o meno, ma c’era qualcosa in lui che la incuriosiva, la attraeva. Rimase a guardarlo fin quando non si accorse che lui stava facendo lo stesso, allora si girò dal lato opposto.

Quel ragazzino aveva fascino e su questo non c’erano dubbi.

 

Niente da fare, non aveva ancora il coraggio di guardarla negli occhi. Markus avrebbe pagato se prima, in corridoio, avesse ricevuto le frecciatine da lei anziché dalle altre, invece la ragazza dai capelli d’argento guardava sempre dal lato opposto, mai verso di lui.

A un certo punto si rassegnò, pensò che per conoscerla doveva andarla a cercare e non provare ad attirare la sua attenzione, perché così non avrebbe ottenuto niente.

Passarono interminabili minuti prima che Markus decidesse di fare un ultimo tentativo, che al contrario delle sue aspettative si rivelò vincente. Fu proprio in quel momento che finalmente i loro sguardi s’incrociarono, che i loro mondi apparentemente lontani collisero.

 

I suoi occhi erano nei suoi occhi. Satèle non riusciva a dare un nome alla sensazione che stava provando mentre il ragazzo dai capelli neri la guardava così intensamente. Perché ne era certa: guardava lei, quella che non piaceva mai a nessuno. Ma, a giudicare dall’evidenza, quel ragazzo doveva aver visto in lei qualcosa di buono, qualcosa che nessun altro vedeva.

Come poteva uno sconosciuto leggere nei suoi occhi come se fossero un libro aperto? E, soprattutto, perché aveva improvvisamente smesso di farlo?

Il ragazzo aveva distolto lo sguardo e così anche Satèle, che aveva approfittato per scartare un altro pacchetto di crackers. Riuscì a finirlo appena in tempo per l’arrivo della preside, che senza indugiare ulteriormente pronunciò il discorso augurale.

Satèle non ascoltò una parola, nelle sue orecchie ronzavano solo le voci di due ragazze sedute dietro di lei, una castana con le mèches bionde e una completamente mora, che a quanto le parve di capire ridevano dei suoi capelli e di come era vestita. Nulla di nuovo, insomma.

“Adesso farò l’appello”, annunciò solennemente la preside, facendosi passare un fascicolo da una collega. “Appena il vostro nome sarà pronunciato vi alzerete in piedi e direte presente, infine andrete a consultare i tabelloni per conoscere l’orario e le classi che frequenterete.”

Il primo nome venne pronunciato e Satèle drizzò bene le orecchie. Doveva conoscere assolutamente quello del ragazzo misterioso.

 

Markus sperava con tutto il cuore di avere qualche corso in comune con la ragazza albina. Ogni volta che veniva chiamato un nome femminile guardava in ogni direzione per scoprire quale fosse il suo, ma ne aveva scartati già decine.

Il prossimo a essere pronunciato fu Angel Hassler, ma neanche questo corrispondeva a lei. Il cognome, però, gli suonava familiare.

 

“Satèle Johns.”

Ecco, era arrivato anche il suo turno. Satèle sapeva cosa sarebbe successo non appena si sarebbe alzata in piedi per rispondere presente.

Tutti la fissavano a bocca aperta e nessuno si risparmiava i commenti sul suo aspetto, sul modo in cui era vestita, sul trucco, perché a detta di qualcuno “chi si trucca così a undici anni è per forza una poco di buono.” Tutti si sentivano in diritto di giudicarla, ma nessuno di conoscere il suo vissuto, i suoi problemi, il motivo che la induceva a fare certe cose.

Una volta, quando era più piccola, sua zia le disse una frase che lei ancora ricordava e di cui aveva fatto tesoro: “Quando ti avvicini a una persona, falle capire prima di tutto che vuoi solo conoscerla e non farle del male, che sei venuta in pace, perché fermandoti all’apparenza non saprai mai se questa ha una guerra dentro di sé che sta combattendo da sola.”

 

Satèle, si chiama Satèle, ripeté Markus. Una ragazza così particolare non poteva non avere anche un nome particolare.

Markus non era stato l’unico a notarla, ma voleva essere l’unico a scoprire la sua storia e portarne il segno dentro di sé.

 

La prossima a essere chiamata fu la ragazza mora, che rispose al nome di Kelly Kramer.

Insieme all’amica non smise di malignare su Satèle neanche quando andò a consultare il tabellone.

Queste due andrebbero assai d’accordo con Coco, pensò lei.

La preside cambiò pagina e continuò l’appello.

“Markus Lancaster.”

“Presente.”

Il ragazzo dai capelli neri si alzò in piedi e si diresse verso il tabellone.

Satèle lo seguì con la coda dell’occhio per tutto il tempo, finché non ritornò al proprio posto.

Non volle lusingarsi, ma il cenno che lui fece prima di risedersi sembrava rivolto proprio a lei.

La prossima a essere chiamata fu una tale Melissa Richardson. La ragazza che rispose camminò verso il tabellone come se stesse sfilando in passerella, con il vestito e gli accessori firmati ben in mostra, una mano fra i capelli biondi artificiali e l’altra che mandava un bacio a tutti i ragazzi seduti in prima fila mentre ritornava dalla sua amica Kelly Kramer.

 

L’elenco era stato sfoltito e alla preside non restò che augurare un buon proseguimento di giornata e un buon anno ai ragazzi, che si riversarono a mo’ di gregge in corridoio.

Satèle rimase ferma ad attere che la folla si smembrasse, poi sentì una mano fredda che le toccava la schiena e una voce maschile un po' rauca che le disse ciao.

Si voltò e quasi non credette ai propri occhi: era lui!

Markus Lancaster era a un passo da lei, la distanza perfetta da cui avrebbe potuto guardarlo. I suoi occhi da gatto erano di un grigio chiaro glaciale, mentre il suo viso appuntito era cosparso di lentiggini. Ed era bellissimo.

“Ciao”, rispose Satèle con il cuore in gola.

“Prima ho notato la tua maglietta, volevo dirti che mi piace. Sia la maglietta che la band, ovviamente… e anche i tuoi capelli”, disse Markus, mostrando un sorriso a trentadue denti perfetti che Satèle ricambiò.

“Grazie…” Finse di non ricordare il suo nome per non sembrargli eccessivamente interessata.

“Markus”, le strinse la mano.

“Invece io sono…”

“Satèle”, la precedette lui, “giusto?”

“Sì”, annuì lei. “E comunque anche a me piacciono… i tuoi capelli e la tua felpa, intendo.”

Ammiccò per reggergli il gioco, poi cambiò argomento.

“Stavo leggendo di nuovo sul tabellone per capire in quale classe devo andare.”

“Ottimo, anch’io.”

Markus iniziò a scorrere l’elenco con il dito.

“Incredibile!”, esclamò. “Be’, Satèle, sembra che io e te abbiamo tutti i corsi in comune.”

“Giura!”

Markus le indicò i loro nomi sull’elenco e Satèle sgranò gli occhi, dentro di sé stava gridando di gioia.

“Ti va se ci sediamo sempre vicini?”, gli chiese un po' su di giri.

“Certo! Mica ti dispiace se prendiamo gli ultimi banchi? Lontani dalle persone…”

“No, anzi! Io sono una schiappa, più lontana sto dai prof meglio è. Tu, invece, come te la cavi? Ti piace studiare?”

“Ammetto che sono bravo, ma non mi piace studiare. La scuola mi fa schifo e i prof. pure, glielo si legge in faccia che gl’interessano solo i soldi. La maggior parte di loro non sa neanche insegnare.”

Satèle gli diede il cinque. “Credo proprio che io e te andremo d’accordo.”

Markus la guardò di nuovo negli occhi. “Molto d’accordo”, rispose.

Lei si sentì avvampare e non capì perché. “Andiamo in classe?”, suggerì. Cambiare argomento era un valido espediente per evitare l’imbarazzo.

“Aula venti, piano terra”, convenne Markus.

Percorsero il corridoio camminando fianco a fianco, i passi sincronizzati, e nel frattempo Satèle aveva mangiato due muffin ai mirtilli e bevuto un succo di frutta. Aveva messo più snack che libri nello zaino.

“Sei una di quelle persone che mangiano sempre e non ingrassano, vero?” le chiese Markus.

“Già.”

“Idem.” Il ragazzo tirò fuori dallo zaino un grosso panino al salame e lo addentò. Quella era solo la colazione e per consumarla stava già infrangendo una regola: vietato mangiare in corridoio.

Furono i primi a raggiungere l’aula e, come promesso, occuparono gli ultimi banchi della fila accanto alla porta, attendendo l’arrivo sia del resto dei loro compagni che dell’insegnante della prima ora, un certo Miller.

Procedeva tutto nel verso giusto e Satèle si sentiva sollevata, soprattutto perché aveva finalmente avuto la fortuna dalla propria parte e questa le aveva fatto conoscere Markus, con il quale sperava di instaurare una bella amicizia.

Le risate un po' sguaiate di due ragazze precedettero il loro ingresso in aula. Satèle quasi trasalì quando realizzò che queste erano Melissa Richardson e Kelly Kramer. Anche loro, non appena si accorsero di lei, smisero di ridacchiare e le rivolsero un sorrisetto mellifluo. Per raggiungere il posto che si era scelta, Melissa fece un giro intorno al banco di Satèle e strusciò una mano sulla superficie, poi le diede un pizzicotto su una spalla.

Satèle si corrucciò e la guardò di sbieco, ma lei non se ne accorse perché si era già seduta dal lato opposto: ultimo banco, vicino alla finestra.

“Ma chi è quella?”, chiese sottovoce Markus.

“Una che già mi odia, probabilmente.”

 

Avendo un fratello che aveva già frequentato la sua stessa scuola circa una decina d’anni prima, Angel si sentiva in un certo senso avvantaggiata, perché Shane le aveva già spiegato molte delle cose che c’erano da sapere sulla McClaine. Una di queste era che per il bagno delle femmine c’era sempre una fila chilometrica.

Davanti a lei stavano ancora altre sei persone, di cui tre avrebbero sicuramente perso tutto il tempo a truccarsi, visto che in mano avevano il beauty case. Angel non riusciva più a trattenersi, inoltre doveva andare in classe e non ci teneva ad arrivare in ritardo il primo giorno. Vide che il bagno dei maschi era libero, quindi abbandonò la fila e si ritirò in un angolo; nascose i capelli sotto il berretto e vi entrò, facendo ben attenzione a tenere la testa sempre bassa.

Se nessuno l’avesse guardata in faccia, si sarebbe confusa tra i maschi senza problemi. Non che le dispiacesse, anzi: con loro, almeno, trovava qualche punto in comune. Con le ragazze, invece, sì che Angel si sentiva incompatibile. Odiava tutto ciò che loro amavano: fare shopping, scambiarsi effusioni e darsi nomignoli sdolcinati, parlare di trucco, prime cotte e film romantici.

Chi aveva provato a cambiarla, in passato, aveva sempre fallito: la sua indole da maschiaccio prendeva il sopravvento.

Una volta finito lavò le mani e uscì dal bagno, tolse il berretto e si diresse verso la sua classe.

Fortunatamente il professore non era ancora arrivato, così come il resto dei suoi compagni.

Al momento c’erano solo quattro persone. Le due ragazze sedute in fondo, accanto alla finestra, parlottavano tra loro e ridacchiavano. Come due papere spennacchiate, avrebbe detto Angel. Volle sedersi lontana da loro, pertanto occupò il terzo banco della fila accanto alla porta e si voltò all’indietro. Due banchi dietro di lei, agli ultimi, erano seduti una ragazza albina e un ragazzo dai capelli neri, che chiacchieravano in maniera più composta. A prima vista quei due le sembrarono dei tipi abbastanza interessanti, specialmente lei. Dal modo in cui si comportava non sembrava vanitosa ed esibizionista come le altre.

Angel decise di fare un tentativo con entrambi, perciò si alzò e gli andò vicino. Siccome nemmeno loro sembravano sopportare quelle due oche, pensò di usare quella come scusa per iniziare la conversazione.

“Scusate, ragazzi, uno di voi saprebbe farmi da traduttore? Vorrei capire cosa dicono quelle due là in fondo.”

Markus e Satèle si guardarono e sorrisero.

“Spiacente, non parlo la lingua delle papere”, scherzò lui.

Era certo di aver visto quella ragazzina in sala convegni e per questo la riconobbe subito: bassina, leggermente muscolosa, capelli ricci castano rame raccolti in due trecce e occhi color nocciola. Indossava una camicia blu scuro, dei pantaloni cargo grigi e delle sneakers, il tutto comprato in un reparto maschile, a partire dalla camicia che aveva i bottoni sul lato destro.

“Come ti chiami?”, le domandò.

“Angel Hassler.”

Da quella risposta venne fuori che i due avrebbero dovuto già conoscersi in passato, da piccolissimi, in quanto Markus era il cugino di Ray Lancaster, un caro amico di Shane che dopo il diploma era andato a vivere a Londra.

“Tu, invece?”, chiese Angel a Satèle.

La ragazza si presentò e la invitò a cambiare posto e sedersi appena davanti a lei.

“No, grazie, preferisco stare qui,” declinò Angel.

“Perché?”

“Perché così posso fare questo”. Raccolse dal banco la carta stagnola in cui era avvolto il panino che Markus aveva mangiato, la appallottolò e la lanciò, spedendola dritta nel cestino.

“Wow!”, esclamò Satèle. “Giochi a basket?”

“Sì, da quando ero piccola. So che la nostra scuola ha una squadra, infatti quando apriranno le selezioni vorrei andare a fare il provino e sperare di entrarci.”

“Però, da quel che so, nessuna ragazza qui ha mai giocato a basket”, precisò Markus.

Angel alzò le mani e disse: “Significa che sarò la prima. Qualcuno deve pur farla, la rivoluzione.”

Markus e Satèle la guardarono ammirati. Gli piacque quella scintilla di determinazione che brillava nei suoi occhi.

Intanto tutti i posti si erano riempiti e, poco dopo, arrivò anche il professore.

Satèle subì un ulteriore smacco quando lo vide: era il tizio contro cui era andata a sbattere mentre raggiungeva la sala convegni.

I suoi compagni si alzarono in piedi per salutarlo e lei fece altrettanto.

“Buongiorno, ragazzi”, rispose Miller. “Potete sedervi, non tengo a queste formalità. Innanzitutto, buon primo giorno di scuola. Come avrete capito, io sono il professor Miller e sarò il vostro insegnante di matematica, ma spero di riuscire insegnarvi anche qualcos’altro durante quest’anno. Sostengo che la didattica non sia tutto e che per fare l’insegnante bisogni saper dare anche lezioni di vita ai propri studenti, perciò non esitate a venire da me se volete qualche consiglio.”

Si sedette alla cattedra e prese il registro, diede una rapida occhiata all’elenco e aggiunse: “Adesso tocca a voi presentarvi. Prima di introdurvi il programma farò l’appello, ma dirò soltanto il vostro nome, perché è questo che mi interessa memorizzare per prima, insieme al vostro volto. Non amo chiamare i miei ragazzi per cognome, preferisco che fra noi ci sia un rapporto più confidenziale.”

“Questo qui mi è quasi simpatico”, sussurrò Markus all’orecchio di Satèle.

Lei annuì debolmente e si umettò le labbra. Ebbe l’impressione che il professore, nonostante stesse chiamando ancora gli altri, guardasse soltanto lei. E credeva di sapere perché.

“Satèle.”

Pronunciato da lui, il suo stesso nome le suonò diverso, più dolce, ma forse era solo troppo abituata al tono imperativo con cui le si rivolgevano i genitori.

“Si pronuncia così?”

Satèle annuì.

“Bel nome”, le sorrise dolcemente Miller.

Gli sguardi di tutti erano nuovamente puntati su di lei, ma stavolta non c’entravano i suoi capelli, i suoi vestiti, neanche il trucco sugli occhi.

Con un filo di voce Satèle ringraziò e tornò a sedersi, augurandosi che tutta quell’attenzione su di sé si spostasse altrove.

La lezione proseguì tranquilla e lei la trovò quasi interessante, sebbene detestasse la matematica. Se c’era una cosa che aveva capito di quel Miller, era che sapeva farsi piacere.

Quando la campanella suonò, nessuno lasciò l’aula senza dirgli un arrivederci, al quale lui rispose con un saluto collettivo.

Satèle fu l’unica a essere salutata singolarmente.

 

Il primo giorno di scuola stava per volgere al termine.

Dopo il professor Miller, Satèle, Angel e Markus avevano conosciuto l’insegnante di storia, quella di scienze e quella di grammatica, che a Markus stava già antipatica a pelle.

In quel momento si stavano destreggiando fra i tavoli della mensa per decidere a quale sedersi. Dopo la pausa pranzo avrebbero avuto un’ultima ora e dopo sarebbero stati liberi di tornare a casa.

Markus aveva adocchiato un tavolo perfetto per tutti e tre: era in fondo alla sala, abbastanza isolato dalle persone come piaceva a lui, lontano dalla finestra e dai raggi solari per Satèle e vicino al cestino, così Angel avrebbe potuto buttare i rifiuti facendo canestro.

Poggiarono i vassoi e iniziarono a mangiare. Un’altra tradizione della McClaine era la pizza gratis il primo giorno.

“Dài, ragazzi, io vi ho già detto che gioco a basket, adesso ditemi voi cosa vi piace fare nel tempo libero”, li incitò Angel dopo aver finito la sua fetta.

Markus rispose che, oltre a leggere, gli piaceva suonare la batteria.

“Io invece suono il pianoforte e studio canto”, disse Satèle.

I ragazzi la supplicarono di fargli sentire qualcosa e lei intonò il ritornello di Let It Be dei Beatles, un classico che tutti conoscevano.

Markus e Angel non furono gli unici ad ascoltarla, anche dagli altri tavoli si levarono dei piccoli applausi e qualche fischio.

Markus rimase letteralmente a bocca aperta. Il suo istinto aveva indovinato, quella ragazza aveva davvero qualcosa di speciale.

“Hai una voce stupenda”, disse incantato, completamente perso nei suoi occhi.

Angel schioccò le dita per farlo rinsavire e concordò con lui: Satèle aveva davvero una voce unica, delle più belle che avesse mai sentito.

Dello stesso parere era anche Coco, da sempre invidiosa della dote della sorella, che però si avvicinò al suo tavolo solo per schernirla davanti alle sue amiche come al solito.

“Che vuoi?”, tagliò corto Satèle, le braccia conserte.

“Vedo che ti fai notare, sorellina cara. Menomale che sai almeno cantare, perché per il resto…” Coco coprì la bocca con le mani e iniziò a ridere aggrappandosi alle spalle delle sue amiche, che la seguirono a ruota.

“Ci vediamo dopo, sfigata!”

Non appena si allontanò assieme al suo gruppetto, Satèle si rivolse a Markus e Angel. “Lasciatela perdere, fa sempre così.”

“Davvero è tua sorella?”, chiese Angel incredula. Come biasimarla, Satèle e Coco erano agli antipodi sia – stando a quanto aveva dedotto dall’atteggiamento della maggiore – per carattere che per aspetto: una era albina, l’altra era mora come la madre; una era magrissima, l’altra era normopeso; una vestiva di nero, l’altra preferiva i colori pastello. Perfino l’azzurro degli occhi era diverso (quello di Coco era più scuro) e nemmeno i tratti somatici coincidevano.

“Già”, sospirò Satèle, “visto che tortura?”

Aveva di nuovo parlato troppo presto, perché stavolta fu Melissa ad avvicinarsi al tavolo facendole il gesto della L come loser, perdente, al quale lei rispose sollevando il dito medio, che fece battere la rivale in ritirata.

“Ottimo lavoro”, fece Markus, “le sta bene.”

Nel frattempo Angel strappò la linguetta a una lattina di aranciata e versò il contenuto nei bicchieri di Markus e Satèle, poi nel proprio, che sollevò a mezz’aria.

“Perché?” domandarono i due.

“Brindiamo a noi. Al tavolo degli sfigati!”

Markus e Satèle si guardarono e accostarono i loro bicchieri al suo.

“Al tavolo degli sfigati!”

Formavano un bel trio, dopotutto. Impiegarono il tempo rimasto per conoscersi meglio, parlare dei loro gusti e interessi.

Nessuno osò tirare in ballo la propria famiglia, doveva essere un tasto dolente per tutti e tre.

 

L’ultima campanella era suonata ed era giunta l’ora di tornare a casa.

Prima di salutarsi e proseguire ognuno per la propria strada, i tre ragazzi si diedero appuntamento per il giorno dopo.

Nessuno di loro si sarebbe mai aspettato che il destino li avrebbe fatti conoscere, ma quell’incontro fortuito si era dimostrato quasi salvifico per tutti.

Per Markus, che quando chiamò sua madre per avvisarla di star tornando disse che da quel giorno in poi non sarebbe stato più solo.

Per Angel che la sera, a cena, raccontò a suo padre e a Shane di aver conosciuto una ragazza diversa da quelle con cui aveva sempre avuto a che fare e il cugino di Ray. Quando lo seppe, Shane telefonò subito l’amico per raccontargli la notizia.

Per Satèle, che sperava di diventare una buona amica per loro. Nel pomeriggio riposò un po' e studiò gli spartiti che le aveva dato Vanessa, la sua insegnante di canto. Era Dia a pagarle le lezioni, non perché i suoi non ne avessero la possibilità, ma semplicemente perché non volevano. A proposito di sua zia, le aveva promesso che l’avrebbe chiamata, perciò in serata la telefonò e le raccontò tutto del primo giorno di scuola. Purtroppo non poté trattenersi a lungo, sua madre dalla cucina le stava gridando di andare ad apparecchiare la tavola.

Satèle avrebbe voluto tanto condividere la sua gioia con Casey, perciò prima di andare digitò ugualmente il suo numero, nonostante sapesse perfettamente che non doveva aspettarsi alcuna risposta.

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Capitolo 4
*** Capitolo 3 - Un diario e un nemico ***


Capitolo 3 – Un diario e un nemico

 

Dopo una giornata decisamente faticosa, Casey non desiderava altro che riposare prima che la mensa servisse la cena.

All’Hamilton, il regolamento prevedeva che fossero gli studenti a dover pulire le aule al termine delle lezioni. Le suore sostenevano che lo scopo fosse quello di renderli autonomi e responsabili, infatti coloro che rifiutavano o svolgevano il lavoro grossolanamente venivano sanzionati con una nota di demerito. Non venivano stabiliti dei veri e propri turni, il primo che capitava sotto gli occhi delle insegnanti doveva pulire.

A Casey era toccato per la prima volta quel giorno e si sentiva a pezzi. Aprì la porta della sua stanza e si lanciò sul letto, dimenticandosi di quanto fosse scomodo. Avrebbe dormito pure su un materasso di chiodi. Chiuse gli occhi ma sprofondò in un sonno effimero, aveva troppi pensieri per la testa che doveva in qualche modo esternare.

Ebbe un’idea; rotolò su un fianco e allungò un braccio verso il primo cassetto del comò, dal quale tirò fuori il quadernino che sua zia gli aveva suggerito di usare come diario.

Impostò una combinazione per aprire il lucchetto e inaugurò la prima pagina scrivendo di sé e della sua smisurata passione per la musica, del suo sogno di diventare un famoso chitarrista, del rapporto conflittuale che aveva con i genitori e Coco e di quello tenero e dolce che aveva con Satèle e i suoi zii; del suo amore per gli animali e in particolare per Akuma, la gattina dal pelo nero e gli occhi gialli che con la sua partenza era rimasta senza il suo padroncino preferito. Fortunatamente c’era Satèle a prendersene cura.

Nella pagina successiva raccontò del giorno in cui i suoi genitori avevano deciso di fargli frequentare un collegio contro ogni sua volontà. Sulla carta rovesciò tutta la rabbia che provava nei loro confronti, tutte le domande che gli frullavano in testa; sulla famiglia, sul modo di fare e di pensare (che spesso lui non condivideva) dei suoi coetanei, sull’amicizia: quali sono le ragioni, le scelte che portano alla sua nascita? Quanti tipi di amicizia esistono? Come si fa a distinguere l’amicizia vera da quella basata sull’utile, sulla convenienza, e perché, ormai, quella vera sembra esistere solo nei film, perché nella realtà è così difficile da trovare?

In tutti quei punti interrogativi, Casey custodiva il desiderio di incontrare quella persona che gli avrebbe voluto bene incondizionatamente, che sarebbe rimasta al suo fianco sempre, quella persona che lui avrebbe chiamato amico vero e che avrebbe fatto altrettanto con lui, perché ora come ora, senza la sua gemella, senza i suoi zii che lui riconosceva come figure genitoriali più dei suoi stessi genitori, senza il gatto che gli faceva le fusa, senza la sua chitarra e le canzoni alla radio, si sentiva maledettamente solo.

Oltre al diario, in fondo al cassetto aveva riposto un piccolo album di fotografie risalenti a due anni prima. Cominciò a sfogliarlo e ne scelse tre da staccare da lì e incollare su una pagina del diario.

La prima raffigurava lui e Satèle a Napoli, più precisamente a Piazza del Plebiscito, in piedi davanti alla basilica di San Francesco di Paola con le mani unite che formavano un cuore.

Ricordava bene quel giorno: lui e la famiglia stavano trascorrendo le vacanze natalizie a casa dei nonni e questi li avevano portati a fare un giro dei luoghi più caratteristici della città. Ricordava le strade addobbate di luci e festoni, affollate per lo shopping in vista della Vigilia e avvolte dall’odore delle caldarroste; ricordava le bancarelle che vendevano le statuette per il presepe, i dolci della tradizione esposti nelle vetrine delle pasticcerie, i cenoni, le partite a tombola, i regali sotto l’albero, sebbene a lui e Satèle spettassero sempre e solo spazzolini da denti e biancheria intima sia dai genitori sia dai nonni, che pur non essendo severi come Hannah e Brad non sapevano ugualmente dargli un affetto sincero, spontaneo, ma solo quell’affetto forzato che si dà alle persone appartenenti alla stessa famiglia.

Comunque a Casey piaceva andare in Italia, gli piaceva il cibo, la cultura e la storia del Bel Paese. Anche con la lingua non aveva problemi, sua madre gliel’aveva insegnata quando lui e le sorelle erano ancora piccoli.

Ma ancora di più gli piaceva trascorrere le vacanze estive in Irlanda, fermarsi lì significava ritornare alle proprie origini.

La seconda fotografia che aveva scelto, infatti, era stata scattata a Dublino. In primo piano c’erano lui e Satèle abbracciati, a fare da sfondo era il bellissimo Phoenix Park con i suoi prati verdi e i viali alberati.

Casey non aveva mai abitato nel suo paese nativo. Quando sua madre aveva partorito lui e Satèle si trovava a Dublino – la città in cui era nata e cresciuta e che aveva lasciato a diciassette anni perché il lavoro di suo padre si era spostato a Rockford – solo per un viaggio, e stando alle previsioni della sua ginecologa non immaginava nemmeno che la loro nascita fosse imminente. Pochi giorni dopo il parto, infatti, lei e Brad erano ritornati a vivere negli Stati Uniti, dove un anno prima era nata Coco.

Infine, nella terza foto, lui e Satèle tenevano in mano un trifoglio ed erano vestiti interamente di verde: era il giorno di San Patrizio e le strade di Dublino si tingevano del colore nazionale, ospitavano parate, gruppi di persone che si esibivano nelle danze tradizionali locali mentre altre restavano a guardarle tracannando boccali di Guinness, altre ancora se ne stavano sedute ai tavoli dei pub a mangiare carne di manzo bollita e patate arrostite.

A Casey sarebbe piaciuto tanto vivere in Irlanda. Amava la gentilezza e la cordialità dei suoi connazionali, le tradizioni, il clima – fresco, esente da picchi di temperature assai elevate e giorni assolati, piovoso per la maggior parte dell’anno –, che per lui era perfetto.

Il suo desiderio era prendere Satèle e trasferirsi lì con lei dopo aver conseguito il diploma, cercarsi un lavoro per poter mangiare, pagare l’affitto e le bollette e infine andare alla ricerca del successo senza che i genitori potessero più ostacolarli.

Perso nelle sue fantasticherie e nei suoi ricordi, guardando le foto per l’ultima volta e con gli occhi carichi di nostalgia prima di chiudere il diario, Casey aveva perso la cognizione del tempo e non si era accorto che, proprio in quel momento, la campanella che annunciava la cena era suonata.

Rimise il diario nel cassetto e uscì dalla sua stanza, chiuse la porta a chiave per non far entrare nessuno e scese le scale fino al piano terra, dov’era situata la mensa; prese il vassoio e si mise in fila per essere servito. Il menù era a base di insalata di pollo e, visto che era riuscito a conquistarsi la simpatia della cuoca facendole i complimenti per l’entrecôte del giorno prima, ella gli fece una bella porzione abbondante e gli regalò pure un budino al cioccolato. Casey la ringraziò, era affamato.

Si guardò intorno alla ricerca di un tavolo a cui sedersi, ma tutti sembravano già abbastanza affollati e lui non ci teneva a essere schiacciato. Dovette sedersi da solo e gli dispiacque, aveva perso un’occasione per socializzare. Iniziò a mangiare e strizzò gli occhi per cercare di riconoscere i volti di alcuni suoi compagni di classe tra quelli dei presenti.

I primi che distinse furono Russell Richardson e i suoi amici Jack e Jimmy, ma non volle avvicinarsi a loro né fargli un cenno di saluto, era convinto di non stargli molto simpatico.

Le due ragazze che aveva conosciuto il primo giorno, Sarah Green e Karen Armstrong, non si vedevano ancora.

In compenso c’era il ragazzo dai capelli corvini che lo stava fissando, anche lui seduto da solo, silenzioso come sempre.

Casey pensò che quello fosse il momento perfetto per andare a conoscerlo meglio. Sapeva soltanto che il suo cognome era Bailey, non ricordava il nome perché non aveva mai sentito nessuno chiamarlo.

Neanche il tempo di sbattere le palpebre e il ragazzino non c’era più, il suo tavolo era vuoto.

Casey non riusciva a capacitarsi di come avesse fatto a muoversi così rapidamente, senza produrre il minimo rumore. Per un attimo pensò di aver avuto un’allucinazione, di aver immaginato la sua presenza. No, si disse poi, il ragazzino dai capelli corvini si era seduto lì per davvero, poi se n’era semplicemente andato.

Continuò a mangiare finché tre ragazze che non aveva mai visto prima gli chiesero di potersi sedere con lui, che acconsentì ignaro delle loro reali intenzioni.

Queste gli si appiccicarono letteralmente addosso, lo tempestarono di domande. Quella che si distinse fu: “C’è qualcuna che ti piace?” Dalla voce si intuiva che ognuna sperava di essere la fortunata.

“No”, rispose Casey, sconcertato. Che razza di domanda, pensò. Per lui era ancora troppo presto per pensare all’amore.

“Sicuro?”

“Sì.”

“Se ti chiedessimo di stabilire chi è la più carina tra noi?”

Non si arrendono, si disse Casey. “Siete carine tutte e tre”, rispose solo per accontentarle.

“Dài, ci sarà una che ti piace di più!”, insistettero loro.

“È difficile scegliere, siete tutte diverse.”

Nemmeno con quella risposta riuscì a farle tacere. Le ragazze gli ordinarono di pensarci su mentre finiva di mangiare, allora Casey iniziò a masticare il più lentamente possibile nella speranza che si sarebbero annoiate e avrebbero tolto il disturbo.

Invece no, continuarono a rimanergli attaccate addosso come delle sanguisughe.

Casey non seppe che fare, gli sembrava poco educato cacciarle, dopotutto la mensa era l’unico luogo in cui maschi e femmine potevano avere un contatto.

Per sua fortuna Sarah e Karen si erano accorte di lui e si stavano avvicinando per aiutarlo.

“Perdonatemi, ragazze”, esordì Sarah, “ma io e la mia amica vorremmo parlare un attimo da sole con Casey, ha promesso che ci avrebbe aiutato con i compiti. Vero, Casey?”

“Certamente”, la assecondò lui.

Sentendo questo, le tre disturbatrici lo lasciarono finalmente in pace.

Casey sbottò in verso liberatorio. “Grazie, ragazze, mi avete salvato!”

“Figurati, non c’è problema”, rispose Sarah.

“Ma che volevano da te?”, chiese Karen.

“Rimorchiare”, disse Casey, facendole ridere di gusto.

 

Russell girava la cannuccia nel succo d’arancia, nel frattempo guardava male Casey Johns.

Quel tipo era sempre circondato di ragazze: prima quelle tre piattole, poi Sarah e Karen.

“Non capisco!”, sbottò Russell, battendo i pugni sul tavolo. “Non capisco come mai sbavino tutte dietro a lui! Cos’ha di speciale?”

“Di chi parli?”, gli chiese Jack, poi con la coda dell’occhio seguì la direzione in cui cadeva lo sguardo dell’altro e capì. “Ah, di Casey. Di che ti stupisci, non è una novità che le ragazze corrano sempre dietro al più carino della classe.”

“Vero”, concordò Jimmy. “Ammettilo, Casey Johns è un bel ragazzo. Secondo me è pure simpatico, quasi quasi vado a farci una chiacchierata per vedere che tipo è.” Provò ad alzarsi ma Russell lo trattenne. Era furioso. Fino all’anno precedente era stato lui l’idolo di tutti, maschi o femmine che fossero. Non riusciva ad accettare di dover scendere dal piedistallo e cedere il suo posto a un ragazzino dall’aspetto strano, perché era convinto che fosse quello ad attirare l’attenzione: la “novità” del momento.

“Ti dico io che tipo è”, ringhiò. “È il tipo che non voglio tra i piedi.”

 

I giorni in collegio passavano lentamente e sembravano tutti uguali: compiti, verifiche, pulizie… Quando aveva un po' di tempo libero, come in quel momento, Casey provava a immaginare cosa facesse Satèle, augurandosi che se la stesse cavando meglio. Non poterla telefonare gli causava tanta rabbia.

Possedere un cellulare è un momento che ogni ragazzo delle medie attende con ansia. A Casey i genitori lo avevano concesso ad agosto per farglielo negare a settembre.

Andò a letto e si svegliò come ogni mattina alle 6:30, stropicciandosi gli occhi e sbadigliando con nonchalance, poi andò in bagno per prepararsi e scese velocemente le scale per raggiungere la classe.

Mancava ancora qualche minuto all’inizio della lezione e Casey si sentiva ancora abbastanza assonnato, così decise di andare al distributore e prendere una bevanda energetica per tenersi svegliò.

Inserì le monete nel macchinario e stava per prendere la lattina di Monster Energy che cadde nello scomparto sottostante quando, improvvisamente, venne strattonato da qualcuno che gliela rubò e tirò pure la linguetta.

“Ehi, c’ero prima io, quella è mia!”, protestò Casey davanti all’artefice dalla chioma scura, l’unico dettaglio che riuscì a distinguere.

Il ragazzo, poi, alzò la testa e mostrò il volto attraversato da un ghigno sornione.

Russell Richardson.

“Oh, scusami”, disse con l’aria da finto dispiaciuto. “La rivuoi?”

Casey annuì torvo, le braccia conserte.

“Okay”, rispose Russell. Fece per allungargli la lattina e quando Casey tese il braccio per poterla prendere la tirò di nuovo verso di sé, prese un sorso e leccò perfino la superficie prima di porgergliela una volta per tutte. “Ecco a te”, sorrise beffardo.

Casey la respinse bruscamente, aveva capito a che gioco voleva giocare.

“Che c’è, non la vuoi più?”, lo sfidò Russell.

Casey aggrottò la fronte. “Perché fai così? Chi ti credi di essere?”

Russell gli strinse con forza un braccio. “Tu chi ti credi di essere!”, ribatté, stringendolo con maggior forza prima di spingerlo a terra e fargli battere la testa contro il muro. “Chiariamo un po' di cose”, esigé con prepotenza. “Io odio i tipi come te! Stai attirando un bel po' di attenzioni con la tua chioma candida e il tuo bel faccino da angioletto, ma io so che in fondo non sei così carino e innocente come cerchi di far credere agli altri. Farò di tutto – guardami bene, Casey, e ascoltami – di tutto per dimostrare a quelli che si lasciano abbindolare da te che dopotutto sei solo un povero sfigato!”

Casey scosse lentamente la testa, aveva uno sguardo di fuoco e sentiva la rabbia ribollirgli nel sangue. Non sarebbe rimasto un minuto di più a farsi minacciare da quel ragazzino viziato che faceva supposizioni assurde, perciò si rimise in piedi e gridò: “Tu non dai a me dello sfigato senza nemmeno conoscermi! Anziché puntare il dito contro di me, puntalo contro di te e domandati se sei davvero migliore di chi critichi, ma sembrerebbe proprio di no.”

“Tu non mi fai paura, Casey”, rispose Russell. “Presto riceverai la lezione che meriti e l’unico ruolo che svolgerai qui sarà l’unico ruolo di cui sei veramente degno: quello dell’emarginato.”

Serrò i pugni e Casey temette davvero di star per essere colpito, perciò seguì l’istinto e tirò a Russell uno schiaffo che lo lasciò di stucco.

“Non finisce qui”, fu l’ultimo avvertimento che lui gli diede prima di fuggire sgomitando.

 

Nel corso della giornata, la rabbia che Casey aveva accumulato nei confronti di Russell si era trasformata in rabbia verso se stesso, non riusciva a credere di essersi abbassato al suo livello tirandogli quello schiaffo. Però era anche vero che era stato Russell ad attaccarlo per primo.

Casey non riusciva proprio a spiegarsi perché, credeva – anzi era certo – di non avergli fatto alcun torto sin dall’inizio, anzi: ricordava perfettamente che Russell l’aveva guardato storto dal primissimo giorno.

Non gli restava che rassegnarsi, era fatto così e basta. L’importante, si disse Casey, è ignorare le sue minacce. Continuare a rimuginare sull’accaduto non gli avrebbe giovato, perciò decise di rifugiarsi nell’unica cosa che l’avrebbe aiutato a liberare la mente: la musica.

Sì, aveva barato. Per sequestrargli il cellulare Suor Elizabeth gli aveva perquisito solo la valigia, non era mica andata a pensare che Casey avesse nascosto il mini lettore mp3 e gli auricolari nei calzini.

Crescendo con due genitori severi sapeva a quali sotterfugi ricorrere per difendere i propri spazi e sapeva quanto fosse sbagliato in casi come quello, ma non aveva potuto fare altrimenti: non avrebbe potuto vivere senza ascoltare almeno una canzone al giorno.

Seduto sul letto, infilò gli auricolari e ne scelse una per sfogare tutta la rabbia che aveva accumulato, negli anni verso quella vita ingiusta che l’aveva fatto nascere con un’anomalia genetica e in una famiglia in cui non si sentiva amato dagli stessi genitori che l’avevano voluto e durante quella giornata verso Russell.

Pensò a lui, baciato dalla fortuna, viziato dai genitori ricchi, e la sua scelta ricadde su Welcome To My Life dei Simple Plan.

La canzone partì e insieme a essa tutte le domande che Casey avrebbe voluto porgere a Russell, che se fosse stato lì avrebbe probabilmente risposto di no ogni volta.

Casey, infatti, dubitava fortemente che Russell si fosse mai sentito sul punto di crollare, che Russell si fosse mai sentito fuori posto e incompreso; che Russell avesse mai voluto scappare via, che si chiudesse a chiave nella sua stanza con il volume della radio talmente alto così nessuno poteva sentirlo urlare e piangere a dirotto, no: Russell non sapeva cosa significasse tutto questo, non sapeva cosa significasse sentirsi come se nulla andasse mai bene.

Non sapeva cosa significasse sentirsi ferito, solo, lasciato all’oscuro, essere colpito sui propri punti deboli, sentirsi preso in giro, sentirsi al limite e sapere che nessuno sarebbe stato lì per salvarlo.

No, questa non era la sua vita.

Probabilmente mai nessuno gli aveva mentito dritto in faccia, nessuno l’aveva pugnalato alle spalle quando era vulnerabile. Sicuramente Russell aveva sempre ottenuto ciò che voleva, com’era normale che fosse per ogni rampollo proveniente da una famiglia agiata alla quale bastava sganciare qualche banconota per assicurargli che il mondo s’inchinasse ai suoi piedi, perché uno come Russell non avrebbe mai avuto bisogno di darsi da fare per il proprio futuro, tutto gli sarebbe sempre stato servito su un piatto d’argento, perché uno come lui non poteva mica sapere cosa fosse il sacrificio.

Casey, invece, avrebbe risposto “io sì” a tutto. Casey avrebbe risposto: “Sì, per me è così. Benvenuto nella mia vita.”

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Capitolo 5
*** Capitolo 4 - Vorrei che fossi qui ***


Capitolo 4 – Vorrei che fossi qui

 

Chiusa in camera e seduta davanti al suo specchio, Satèle versò un po' d’alcol sul batuffolo di cotone con cui disinfettò la punta dell’ago da cucito che trapassò il suo lobo destro, dal quale fuoriuscì una goccia di sangue che pulì con un altro batuffolo intinto di acqua ossigenata, la stessa con cui sterilizzò l’orecchino che andò a inserire nel foro che si era creato. Ripeté il procedimento sull’orecchio sinistro e ammirò soddisfatta le sue orecchie che adesso avevano due buchi ciascuna. Alla faccia dei suoi genitori!

Fatto ciò, nascose il kit in un cassetto della scrivania e si buttò sul letto. Come al solito non aveva voglia di studiare, perciò infilò gli auricolari e schiacciò il tasto play del lettore mp3, facendo partire la riproduzione casuale.

Di casuale, però, non c’era niente, perché la canzone appena iniziata, Wish You Were Here di Avril Lavigne, era capitata nel momento giusto: già il titolo non faceva che ricordarle quanto le mancasse Casey.

Perché nonostante avesse trovato degli amici con cui andava d’accordo (soprattutto con Markus), nonostante sapesse di poterli telefonare perché gliel’avevano detto quando le avevano lasciato i loro numeri di cellulare, parlare con loro non sarebbe mai stato come parlare con Casey, perché Casey era il suo gemello, la sua metà; Casey era insostituibile.

Con lui Satèle divideva la stanza nonostante le opposizioni iniziali dei genitori, i quali avrebbero voluto che lei dormisse da femmina a femmina con Coco.

Anche se, visti i caratteri e i gusti diametralmente opposti delle due ragazze, visto il fatto che non riuscivano a resistere senza litigare, Hannah e Brad erano stati i primi a rendersi conto di quanto si sarebbe rivelato fallimentare il tentativo di farle dormire insieme.

Così, Coco aveva ottenuto una stanza tutta per sé, che aveva arredato come voleva, con i mobili e le pareti rosa su cui aveva attaccato poster di Justin Bieber e dei One Direction, mentre Casey e Satèle avevano ottenuto la stanza che lo zio Luke aveva pitturato seguendo le loro indicazioni: tre pareti bianche – la destra dove c’era l’armadio, la centrale dove c’era la scrivania con sopra le mensole piene di CD e biografie di artisti musicali e la sinistra che avevano tappezzato di poster delle loro rock band preferite e disegni fatti da Casey – e una nera, di fronte alla scrivania, contro la quale avevano posizionato i letti.

La stessa stanza che, da quando Casey frequentava l’Hamilton, a Satèle pareva ogni giorno più vuota. Molti degli oggetti di suo fratello erano stati chiusi in una valigia e portati in collegio, a ricordarle di lui era la sua chitarra sul suo letto e la voce di Avril che aveva appena iniziato a cantare.

 

I can be tough, I can be strong
But with you, it's not like that at all
There's a girl that gives a shit
Behind this wall, you just walk through
it

 

Satèle si ritrovò improvvisamente a piangere abbracciata al cuscino. Mai come allora quella canzone le sembrò essere stata scritta apposta per lei, che magari agli occhi degli altri appariva tanto dura e forte quando in realtà bastava che ci fosse Casey al suo fianco e niente

di tutto ciò era più vero.

 

And I remember all those crazy things you said
You left them running through my head
You're always there, you're everywhere
But right now, I wish you were here

 

Ricordava ogni singola parola che Casey le aveva detto, lui era sempre e ovunque nei suoi pensieri, ma non le bastava. Desiderava che fosse lì con lei fisicamente, in quel momento.

 

All those crazy things we did
Didn't think about it, just went with it
You're always there, you're everywhere
But right now, I wish you were here

 

Pensò a tutti i momenti belli e brutti che avevano condiviso, tutte le piccole pazzie che avevano commesso senza pensarci prima, lasciandosi semplicemente trasportare, e tirò fuori la sua voce che accompagnò quella di Avril Lavigne mentre cantava il ritornello.

 

Damn, damn, damn
What I'd do to have you here, here, here
I wish you were here

 

Damn, damn, damn
What I'd do to have you near, near, near
I wish you were here

 

Satèle alzò il volume e continuò a cantare fino alla fine della canzone, nonostante le mancasse il respiro, nonostante sapesse che i suoi genitori la stavano ascoltando, ma non le importava. Non le importava di niente se non poteva avere Casey al suo fianco, nemmeno di Coco che se ne stava ferma davanti alla porta e mimava con il labiale qualcosa che lei non riusciva a sentire per via del volume troppo alto della musica.

“Satèle, parlo con te!”, gridò nuovamente Coco. Sua sorella continuava a ignorarla, allora lei avanzò dritta verso il suo letto e le tolse gli auricolari dalle orecchie.

“Ehi!”, protestò Satèle. “Cosa c’è di tanto importante?”

“La cena è quasi pronta, mamma vuole che apparecchi la tavola.”

“Mmh, okay.” Satèle si stiracchiò e si alzò dal letto. “Una volta tanto potresti anche farlo tu”, borbottò scocciata.

“Cosa?”

“Niente, lascia perdere.”

“Certo che sei diventata ancora più strana da quando Casey se n’è andato”, commentò Coco, intenzionata come sempre a provocarla.

La reazione di Satèle non tardò ad arrivare. Quelle parole – “Casey se n’è andato”, come se il suo gemello fosse addirittura finito – la fecero infuriare. Afferrò Coco per una manica della maglietta e disse: “Prima cosa: Casey è anche tuo fratello, e se gli volessi almeno un po' di bene mancherebbe anche a te. Seconda: ti proibisco di dire “se n’è andato” come se fosse morto! Adesso non è qui, ma tornerà sempre per i fine settimana.”

Coco ridacchiò, snobbandola anziché chiederle scusa. “Muoviti, su!”, si limitò a ordinare prima di uscire dalla stanza.

 

In cucina regnava un silenzio tombale, a spezzarlo di tanto in tanto erano solo i ronfi di Akuma che dormiva acciambellata sul tappeto davanti al lavello.

Hannah e Brad non si parlavano quasi mai a tavola, lavoravano nella stessa azienda e per questo non avevano bisogno di aggiornarsi a vicenda sulle novità. Di solito, dopo cena, loro due andavano in salotto a guardare la televisione, Coco si chiudeva nella sua stanza e Satèle restava in cucina a lavare i piatti. Quella sera, invece, ci fu un’eccezione.

“Ditemi, ragazze, come sta andando a scuola?”, chiese Hannah alle figlie.

Fu Coco a parlare per prima, recitando la parte della figlia modello entusiasta dei nuovi professori, delle nuove materie, dei vecchi compagni e dei nuovi arrivati – ragazzi molto carini e cool.

Non ottenendo alcuna risposta da Satèle, Hannah la sollecitò e lei mugugnò soltanto: “Bene.”

“Tranquilla, è semplicemente depressa perché Casey se n’è andato”, si intromise Coco.

Ecco la goccia che fece traboccare il vaso. Mentre la rabbia si impossessava prepotentemente della sua poca pazienza, Satèle strinse i pugni e li batté sul tavolo, facendo tintinnare le posate e rizzare il pelo della povera Akuma. “BASTA!”, inveì. “FICCATI IN QUELLA CAZZO DI TESTA CHE CASEY NON È MORTO!”

L’aveva fatta grossa? Sì, ma era pronta ad assumersi le conseguenze. Sapeva cosa aspettarsi: i suoi genitori l’avrebbero rimproverata usando termini ancora più pesanti di quelli usati da lei e l’avrebbero messa in castigo fino a nuovo ordine. Niente di diverso dal solito.

Il primo a intervenire fu Brad, che le chiese se fosse necessaria una sfuriata del genere.

“Ma Coco dice solo stronzate!”, protestò Satèle, additando sua sorella.

“Ascolta, signorina, ti conviene abbassare i toni e moderare il linguaggio, altrimenti per te finisce male!” la avvertì lui, lanciandole uno sguardo minatorio che, però, non sortì alcun effetto. Intanto Akuma si era nascosta sotto il tavolo.

Gli occhi inferociti della ragazza divennero due fessure, due fessure ricoperte di una spessa riga di eyeliner che Hannah non tardò a notare. “Ferma qui,” le disse, protraendosi in avanti, allora sì che Satèle cominciò a temere seriamente. Come una stupida aveva dimenticato di lavarsi il viso, in più si era forata le orecchie senza permesso. Se sua madre avesse notato anche gli orecchini, per lei sarebbe stata la fine.

Hannah si sollevò bruscamente dalla sedia e le mollò un ceffone. “Satèle”, gridò, “non dirmi che stamattina sei andata a scuola truccata così!”

“Sì…”

Hannah rimase col braccio sollevato come se volesse colpirla di nuovo, ma non lo fece. “Sei pazza?! Quante volte ti ho detto che sei troppo piccola per metterti tutto questo nero sugli occhi, eh? Dimmi subito chi ti ha insegnato!”

“L’ho visto fare in tivù”, mentì Satèle. Non avrebbe mai tradito la fiducia di sua zia.

“Oh, quindi adesso guardi pure quello che non dovresti guardare? D’accordo, significa che non toccherai il telecomando per una settimana!”

“Sapessi quanto me ne importa…”

Stavolta fu Brad ad alzarsi. “Adesso basta! Satèle, fila subito in camera tua e restaci!” le ordinò, puntando il dito verso la porta.

Satèle lo guardò torva e respinse il piatto. “Vaffanculo!”, sibilò a denti stretti mentre attraversava il corridoio.

“Dio mio, non so più che fare con quella peste!”, si lamentò Hannah, massaggiandosi le tempie come faceva sua madre quando discuteva con Diana negli anni ’90.

 

Satèle aprì la porta della sua stanza e si sdraiò di nuovo sul letto. Non le era andata così male, tutto sommato: era abituata sia alle liti che alle punizioni, e non poter guardare la televisione non era di certo una delle peggiori che le fossero state inflitte; nessuno si era accorto dei suoi nuovi orecchini e aveva anche risparmiato di lavare i piatti.

Però era di nuovo sola.

Recuperò il cellulare e iniziò a scorrere i numeri segnati in rubrica. Escluse a prescindere sia quello di Casey che quello di sua zia pensando che quest’ultima fosse indaffarata, perché lei, a differenza di Hannah, non poteva permettersi di chiedere a una delle figlie di svolgere le faccende domestiche al suo posto. Dia era sterile e di figli non ne aveva proprio.

Poi provò con Markus, ma il suo cellulare risultava irraggiungibile.

A quel punto pensò ad Angel, voleva chiederle se avesse saputo qualcosa in merito ai provini per la squadra di basket. Compose il numero e attese.

 

La foto che Angel teneva in mano raffigurava una donna dai capelli biondi che teneva in braccio una neonata. Quella neonata era lei, la donna invece si chiamava Kathryn e aveva l’aspetto con cui lei l’avrebbe ricordata negli anni a venire.

“Quanto vorrei che fossi qui”, sospirò Angel, ma nessuno era lì per rispondere e la cornice diventava sempre più fredda nelle sue mani.

La suoneria del cellulare scacciò via tutti i pensieri che avevano preso a tormentarla nel momento esatto in cui avvicinò il dispositivo all’orecchio per rispondere.

“Pronto?”

“Angel, sono io.”

“Oh, Satèle, ciao! Come va?”

“Benino…”

“È successo qualcosa?”

“Solite liti in famiglia.”

“C’entra Coco?”

“Ovvio! È lei che le scatena!”

“Caspita! Permettimi di dire che tua sorella è proprio una vipera.”

“Eccome se lo è! A te, invece, come va?”

“Tutto okay…”

“Sicura? Dalla tua voce non sembrerebbe.”

“Sono solo un po' sovrappensiero, tutto qui. Nulla di cui preoccuparsi.”

“Capisco. Comunque sia, hai saputo novità sui provini?”

“Sì. Indovina un po'? Si terranno agli inizi di novembre!”

“Addirittura! Perché così tardi?”

“A quanto pare i vecchi componenti della squadra sono rimasti senza allenatore, perciò non solo devono aspettare che ne arrivi un altro, ma devono anche rifare il provino per essere riconfermati da quello nuovo. Giustamente hanno la precedenza rispetto agli aspiranti.”

“Capito. Be’, guarda il lato positivo: hai più tempo per prepararti”, notò Satèle.

“Giusto”, rispose Angel. “A proposito, Sat, parlando di questo mi sono ricordata di qualcosa che invece potrebbe interessare te. Ho scoperto che la nostra scuola ha anche un glee club, e le audizioni sono già iniziate. Sapendo che ti piace cantare ho pensato di dirtelo.”

Satèle sorrise. “Sei stata gentilissima, grazie… ma non penso che andrò a tentare. È già tanto che i miei permettano a mia zia di pagarmi le lezioni private.”

“Ma a scuola è gratis.”

“Lo so, infatti il problema non sono i soldi. Diciamo che i miei non appoggiano questa passione, per questo è mia zia a pagarmi le lezioni. Se sapessero che, oltre ad andare dall’insegnate privata, canto anche con il glee club della scuola, mi vieterebbero entrambe le cose per ripicca”, spiegò.

“Oh”, fece Angel, “è davvero un peccato. Tu hai una voce stupenda, saresti un ottimo acquisto per il gruppo.”

“Ah, mi lusinghi troppo! Comunque anch’io sono ansiosa di vederti giocare a basket.”

“Aspetta fino a novembre!”, rise Angel. Non ebbe modo di sentire la risposta di Satèle perché nel frattempo Shane l’aveva chiamata dalla cucina per dirle che la cena era pronta, quindi la salutò con la promessa che si sarebbero viste l’indomani a scuola.

Satèle riagganciò e subito ricevette un’altra chiamata, stavolta da Markus.

Non seppe spiegarsi perché, ma si sentì arrossire appena lesse il suo numero sullo schermo prima di rispondere.

“Ehi, mi fa piacere sentirti!”, esordì lui con la sua solita voce un po' rauca, che Satèle trovava però carinissima. “Ho notato una tua chiamata persa. Scusa se non ho risposto, avevo il cellulare spento perché era in carica.”

“Non preoccuparti”, lo tranquillizzò lei. “Che stai facendo?”

“Sono sul letto, prima stavo leggendo ma mi sono fermato un po' perché mi bruciano gli occhi. Tu, invece?”

“Ho appena finito di parlare con Angel.”

“Capisco. Che mi dici, tutto okay?”

Satèle ci rifletté su e rispose con un’altra domanda. “Markus, posso chiederti una cosa?”

“Certo.”

“Ti è mai capitato di sentirti come se la tua vita avesse preso un risvolto del tutto inaspettato a causa di una persona a te molto vicina?”

Markus si sentì sbiancare. La ragazza dagli occhi di ghiaccio dentro cui aveva promesso di leggere stava provando a leggere lui, che avrebbe voluto urlare sì con tutta la rabbia che aveva represso per quattro lunghi e dolorosissimi anni, partendo da quel maledetto 2007 in cui quel verme dalle mani pesanti aveva rubato la sua infanzia con freddezza, insegnandogli a trattenere le lacrime davanti al dolore e davanti ai poliziotti che un giorno bussarono alla porta con un paio di manette, davanti ai documenti in tribunale, davanti a una sedia vuota.

Ricordò tutto, tacque a lungo. Fece un respiro profondo prima di rispondere: “Sì, so come ci si sente.”

 

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Capitolo 6
*** Capitolo 5 - Bulli, vittime e aiutanti ***


Capitolo 5 – Bulli, vittime e aiutanti

 

Finalmente un po' di libertà, pensò Casey. Era felice, anzi al settimo cielo: era sabato e stava aspettando i suoi genitori all’uscita posteriore, quella che affacciava sul parcheggio, pronto per tornare a casa.

In molti godevano di quella specie di privilegio. Questi attiravano l’invidia e il disprezzo di molti ragazzi che non avevano alcun permesso di uscire dal collegio, i quali puntualmente si affacciavano dalle finestre delle aule per tirare pallottole di carta, penne, matite e talvolta l’intero astuccio addosso ai Privilegiati, ai Settimana Corta come solevano definirli.

Casey aveva fatto appena in tempo a scansarsi prima che gli cadesse un compasso sulla testa.

Tutti sembravano avere qualcuno con cui chiacchierare, gli unici a essere rimasti soli erano lui e il ragazzino dai capelli corvini, che a quel punto dovevano essere naturali visto che non gli erano stati ancora rasati a zero. I riflessi blu zaffiro risaltavano ancora di più alla luce del sole e Casey li trovava bellissimi, magari li avesse avuti lui!

Anche il colore degli occhi di quel ragazzo era particolare: verde intorno alle pupille e azzurro ai bordi dell’iride. Aveva il viso dolce, quasi androgino, con le labbra carnose e il naso sottile, e il corpo minuto.

Casey pensò che gli si fosse ripresentata l’occasione perfetta per andare a parlargli ed ecco che insorse un nuovo impedimento: il clacson dell’auto dei suoi che aveva appena accostato per farlo salire.

Quando chiuse la portiera, Hannah e Brad ripartirono senza degnarlo di uno sguardo o di un saluto e Casey ritenne che i suoi fossero gli unici genitori a non strapazzare di baci e coccole un figlio che non avevano visto né sentito per una settimana.

Per fortuna sapeva di poter contare sulle attenzioni di Satèle, infatti non appena la porta d’ingresso si aprì la ragazza ebbe un tuffo al cuore e corse subito ad abbracciare suo fratello, che aveva l’aria stanca e un po' spaesata.

I suoi dovevano aver cambiato la disposizione dei mobili in salotto durante la sua assenza, il divano – che prima era attaccato alla parete – era stato spostato al centro della stanza, mentre il tavolo occupava il posto del pianoforte vecchio e sgangherato di Satèle, che invece era stato messo in un angolo.

“Patetici!”, commentò Coco. “Andatevene da un’altra parte, voi e le vostre smancerie!”

“Chiudi il becco”, la ammutì Satèle, che nonostante ciò accolse il suo (sgarbato) suggerimento e portò Casey nella loro cameretta.

Quella, invece, non era cambiata affatto. La prima cosa che Casey fece fu fiondarsi sul letto, riabbracciare la sua chitarra e aspettare che Akuma andasse a raggomitolarsi sul suo grembo per fargli le fusa.

“Le hai fatto la toeletta?”, chiese a sua sorella dopo aver notato quanto morbido e lucente fosse il pelo della gattina.

“Sì, e le ho anche tagliato le unghie. Sta dormendo con me e ieri sera ha avuto la brillante idea di arrampicarsi sulla mia spalla e conficcarmele nel collo. Ci mancava solo che me lo staccasse”, rispose Satèle un po' immusonita.

“Esagerata!”, disse Casey, trattenendosi dal ridere.

A riprova di quanto detto, Satèle passò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, scoprendo le due croste di forma circolare che aveva sul collo. “Sembra che mi abbia morso un vampiro!”

A quel punto Casey non poté fare a meno di notare anche i suoi nuovi orecchini. Di primo acchito credette che fosse stata sua zia a portarla dal piercer, invece Satèle gli confessò di esserseli fatta da sola a casa, con l’ago da cucito.

“O facevo così o niente. Secondo mamma e papà non ho neanche il diritto di farmi passare uno sfizio, vogliono che faccia solo quello che dicono loro e come lo dicono loro. A te, invece, come va lì?”

Casey raggirò la domanda destando la preoccupazione della gemella, che conoscendolo meglio di chiunque riuscì a percepire la sua sofferenza.

Andò a sedersi accanto a lui sul letto e iniziò a massaggiargli le spalle aspettando che trovasse il coraggio di parlare. Quando venne il momento, Casey aveva la voce fioca. “Male”, rispose prima che le lacrime bagnassero la spalla di Satèle, sulla quale aveva poggiato la testa.

“Quel posto è un inferno, non si fa altro che studiare, la mensa è l’unico posto in cui i ragazzi e le ragazze possono stare insieme e non ci sono bidelli a pulire le aule, spetta a noi farlo anche quando non ce la sentiamo e la mia stanza sembra una stanza d’ospedale. C’è un ragazzo che mi odia e non so perché. Sto lì da pochissimo tempo e già non ce la faccio più!”

Satèle lo abbracciò forte e con una mano gli accarezzò i capelli, invece con l’altra prese un pacchetto di fazzoletti dal comò e gliene passò uno. “Coraggio, asciugati questi lacrimoni”, gli disse dolcemente.

Casey tirò su col naso e prese il fazzoletto. “Grazie, Sat. Scusami per lo sfogo.”

“Non devi, fratellino, per te farei questo e altro, lo sai. Adesso raccontami di questo stronzetto che ti infastidisce.”

Allora Casey le spiegò tutta la situazione che si era creata con Russell, partendo col descriverle le occhiatacce che gli aveva lanciato il primo giorno e finendo con lo scontro al distributore.

“E le suore non hanno fatto niente?” a Satèle sorse spontaneo chiedergli.

“Non erano presenti quando è successo, non si sono accorte di niente.”

“Nessuno più ha assistito alla scena?”

“Poche persone, ma da lontano. Probabilmente non ci hanno nemmeno sentiti.”

“Capisco, Casey, e mi dispiace tanto. Tu cerca di ignorare questo tizio, fai finta di non vederlo anche quando ti passa vicino.”

“Seguirò il consiglio”, concordò il gemello. “Grazie, Sat, non so come farei senza te.”

“Be’, come stai facendo dall’inizio del mese. Comunque sta’ tranquillo, non durerà per sempre.”

Ascoltandola e riflettendo su quanto aveva appena detto, Casey dedusse che sua zia le avesse parlato della sua idea, ossia di tirarlo fuori dal collegio, tuttavia aspettò che fosse Satèle ad aggiungere altro.

“Dimmi una cosa”, continuò, “per caso tu e zia Dia sapete qualcosa che io non so?”

“Più o meno”, disse Casey, “ma non voglio metterti altri pensieri in testa, al momento non c’è nulla di sicuro. Piuttosto parliamo di te, adesso.”

Satèle gli raccontò della scuola, dei professori – accennando anche a quel Miller a cui sembrava star simpatica –, dei compagni in generale e in particolare di Markus e Angel, ma decise di tacergli di Melissa e Kelly e delle loro frecciate.

Lei, a differenza del fratello, non si curava di curava di certe cose. Non erano quelli i suoi problemi prioritari.

Tutto ciò che voleva era semplicemente godersi quella giornata con Casey, e lo fece. Essa volò come è logico che sia quando ci si diverte e fece subito sera.

A cena, Hannah e Brad perseverarono col ribadire che iscrivere Casey all’Hamilton fosse stata un’ottima scelta, perché solo ricevendo un’istruzione di primo livello il ragazzo avrebbe realizzato il sogno di una vita.

Il loro sogno di una vita, però.

Hannah e Brad immaginavano per lui un futuro da avvocato, ma Casey non ci teneva proprio a essere sommerso di scartoffie, perciò quando loro gli dicevano frasi come “Lo facciamo per il tuo bene”, “Un giorno ci ringrazierai”, “Sarà merito nostro se diventerai qualcuno”, lui non li contraddiceva, ma si limitava a seguire uno dei consigli di sua zia: “A chi è troppo ottuso per ammettere un’opinione diversa dalla propria, tu dici sempre di sì e non fai peccato.”

Quando tutti ebbero finito di mangiare, Satèle sparecchiò la tavola e si accinse a lavare i piatti.

“Tu aspettami in camera, ti raggiungo appena finisco”, disse a Casey, ma lui prese un’altra spugna e rispose che non se ne sarebbe andato senza prima averla aiutata.

Poi venne il momento di andare a dormire e la prima cosa che Satèle fece non appena provò a scivolare sotto le lenzuola fu lamentarsi di quanto fosse freddo il proprio letto, che dei due era quello più vicino alla finestra e quindi più esposto al vento.

“Vieni nel mio, dormiamo insieme”, propose Casey, sapendo che l’avrebbe resa molto contenta. Quando erano più piccoli lo facevano spesso, soprattutto in inverno.

Il corpo di Casey emanava calore, a Satèle mancavano i suoi abbracci e lui la strinse forte prima che Akuma andasse a posarglisi su un fianco.

Il ragazzino pensò che sarebbe stato sicuramente più comodo senza un gatto addosso, ma poco gl’importava: adesso era vicino a sua sorella, la persona che amava più di ogni altra al mondo, e questo bastava a renderlo felice. Insieme erano come due immagini speculari che si completavano a vicenda.

Quella notte Casey e Satèle dormirono abbracciati, con i cuori che battevano all’unisono, i fiati che si combinavano.

Erano quelli i momenti in cui nessuno sarebbe mai riuscito a separarli.

 

A quel sabato seguì una domenica pressoché identica, alla quale seguì un odioso lunedì.

Casey era tornato in collegio, Satèle a scuola.

Prima di raggiungere gli amici, la ragazza voleva andare in bagno perché come al solito Coco le aveva lasciato pochissimo tempo per prepararsi.

Mentre percorreva il corridoio s’imbatté in un gruppetto di ragazzi più grandi, probabilmente di terza, che la fecero avvicinare con la scusa di volerle chiedere delle informazioni quando, in realtà, volevano solamente palparle il sedere.

Quando Satèle si accorse delle mani di uno di loro troppo vicine alle tasche posteriori dei propri jeans si divincolò e gli tirò un calcio negli stinchi, poi tirò dritta verso il corridoio che conduceva ai bagni e il ragazzo, rimasto con un pugno di mosche, fece altrettanto.               Melissa, che aveva seguito tutta la scena da lontano insieme alla sua amica-assistente Kelly e altre due ragazze, era consapevole che Satèle e quel tizio fossero entrati in due bagni diversi, lei in quello delle femmine e lui in quello dei maschi, tuttavia aguzzò l’ingegno e decise di apportare alcune modifiche alla vera versione dei fatti per compromettere la reputazione di quella che considerava la sua potenziale rivale.

“Fa sempre questo”, disse rivolta alle due ragazze.

“Chi, Satèle?”, chiesero entrambe.

“Eh già”, rispose Melissa. “Ogni giorno si fa toccare da un ragazzo diverso e poi si chiude in bagno con lui.”

“Davvero?”, strabuzzarono gli occhi le ragazze.

“Certo. Dico bene?” Melissa diede una spallata all’amica per ottenere il suo appoggio.

“Assolutamente!”, si affrettò ad assecondarla Kelly.

A quel punto le due ragazze si guardarono in faccia, entrambe sconvolte, dando a Melissa la conferma di aver abboccato alle sue parole.

È fatta, si disse la ragazza. Ormai bastava semplicemente che quelle due si facessero sfuggire – anche per puro caso – ciò che avevano sentito davanti a qualcuno e la vita scolastica di Satèle Johns sarebbe diventata un vero incubo.

O almeno, così sarebbe stato se Angel non si fosse trovata nei paraggi e avesse origliato tutte quelle calunnie sulla sua amica.

“Smettila!”, ordinò infatti a Melissa. “Satèle non fa nessuna delle cose che dici tu!”

Melissa e Kelly scoppiarono a ridere, sempre facendo quei versi da gallina che lei detestava.

“Veramente?”, la sfidò Melissa. “Perché noi, invece, l’abbiamo vista andare proprio verso i bagni, e possiamo dirti con sicurezza che era in compagnia di un ragazzo. Più grande, per di più.”

“Non significa niente”, ribatté Angel.

“Ah no?”, corrugò la fronte Melissa. “Andiamo, anche tu sai cosa fa la tua amichetta, è inutile che neghi. O forse lo fai solo perché sei gelosa che i maschi preferiscano infilarsi nei bagni con lei piuttosto che con te?” Guardò il cavallo dei pantaloni di Angel e aggiunse: “Non li biasimo, probabilmente ti scambiano per una di loro.”

Melissa e Kelly uscirono di scena sghignazzando come era loro solito fare, invece le due ragazze indugiarono sul da farsi. Potevano scegliere tra due opzioni: camminare in direzione opposta o seguire Melissa e Kelly. E alla fine scelsero Melissa e Kelly.

Angel rimase ferma a guardarle pensando a tante brutte parole che avrebbe voluto dire. Proprio in quel momento le si avvicinò Satèle che era appena uscita dal bagno e aveva visto la finta bionda e la sua assistente andarsene.

“Cosa voleva Melissa da te?”

“Da me niente, sono solo intervenuta perché quella gallina spennacchiata stava dicendo cose brutte su di te.”

“Ovvero?”

“Che ti fai toccare il culo dai maschi e vai in bagno con loro.”

Un brivido freddo percorse la schiena di Satèle, una patina di lacrime le offuscò la vista, voleva piangere. Lei, che due giorni prima aveva detto a suo fratello che bastava semplicemente infischiarsene, in quel momento voleva piangere per lo stesso motivo che causava dispiacere a lui, ma allo stesso tempo non voleva mostrarsi vulnerabile.

“M-ma n-non è vero!” balbettò, la voce smorzata dalle lacrime che non voleva versare.

“Lo so, tranquilla, infatti gliel’ho detto. Non darle retta”, la rincuorò Angel.

“Okay, ma se andasse a dirlo a qualcuno?”

“Solo gli stupidi le crederanno, ma dagli un paio di giorni di tempo e vedrai che avranno pure dimenticato tutto. Dico sul serio, Satèle, lasciale credere ciò che vuole. Tu sai qual è la verità, e la so anch’io.”

“Grazie, Angel”, rispose Satèle, abbracciandola.

“È a questo che servono gli amici”, alzò le spalle la ragazza.

Nel mentre la campanella suonò e i corridoi si svuotarono.

“Meglio andare in classe”, notò Satèle. Prese per mano Angel e iniziarono a dirigersi verso l’aula di storia. Guardò alla propria destra, dove solitamente camminava Markus, ma stavolta lui non c’era.

Chiese sue notizie a Angel, lei disse: “Non so proprio dove sia.”

 

Markus odiava sentirsi in quel modo: fiacco, rimbambito, nervoso. L’ennesimo tentativo di provare a dormire era fallito, quella notte le manette, la stanza buia e le grida erano tornate a fargli compagnia.

A stento riusciva a tenere gli occhi aperti e le gambe avrebbero potuto cedergli da un momento all’altro, doveva assolutamente bere qualcosa per tenersi sveglio o avrebbe rischiato di addormentarsi e poi svegliarsi urlando in classe.

Aveva ancora qualche minuto libero, perciò si diresse in sala professori e, sapendo che a quell’ora non vi avrebbe trovato nessuno, entrò e tracannò uno dopo l’altro e con una voracità tale da farsi lacrimare gli occhi i tre bicchieroni di caffè lasciati incustoditi sul tavolo.

All’improvviso udì dei passi, allora se la svignò e filò dritto in classe, dove trovò Angel e Satèle. Alla sua candida amica brillarono gli occhi non appena lo vide.

Durante la lezione, Markus non riuscì a stare fermo sulla sedia. Tamburellava continuamente le dita sul banco, dondolava le gambe, volgeva lo sguardo ovunque e mai dritto davanti a sé. Aveva assunto troppa caffeina.

“Tutto okay?”, gli domandò Satèle, che standogli seduta accanto fu la prima ad accorgersi degli effetti collaterali. “Ti vedo agitato stamattina.”

“È una lunga storia”, tagliò corto Markus, pensando che se gliel’avesse raccontata avrebbe corso un rischio gravissimo: perderla.

 

“Quanto è carino, vorrei tanto andare da lui e dirgli che mi piace!”, confidò Sarah Green alla sua amica Karen Armstrong mentre raggiungevano lo spogliatoio.

Russell sapeva perfettamente a chi si stessero riferendo, tuttavia Jack decise di ribadirglielo.

“Stanno parlando di Casey.”

“Sciocche! Sbavano dietro a quel coso quando io sono molto meglio!” replicò infastidito l’altro. “Devo assolutamente farmi notare.”

“Hai un piano?”, chiese curioso Jack.

“Certo. Devo semplicemente… eliminare la concorrenza!”. Lo sguardo bieco di Russell e il suo sorriso sornione portarono Jack a chiedergli: “Come?”

“Ora abbiamo educazione fisica e dobbiamo andare in cortile, lì ti farò vedere come”, rispose Russell. “Per il momento va’ a posarmi i libri, su!”, ordinò poi al suo servo-più-che-amico, schioccando le dita dopo avergli passato una grossa pila di materiale didattico.

 

Casey si era messo in disparte con la schiena appoggiata alle mura esterne dell’edificio, una tettoia gli proteggeva la testa dai raggi solari ai quali non poteva esporsi senza rischiare di ustionarsi.

Essendo a conoscenza della sua situazione, l’insegnante lo aveva esonerato dalle attività all’aperto, tuttavia ci teneva a farlo rimanere nei paraggi.

Così, mentre i suoi compagni giocavano una partita di pallavolo, lui iniziò a immaginare quanto sarebbe stata diversa la sua vita se fosse nato con i capelli neri, castani, biondi o addirittura rossi come gran parte degli irlandesi.

Ma se avesse avuto i capelli rossi – pensò anche – avrebbe rispecchiato lo stereotipo dell’irlandese medio con i capelli rossi, gli occhi verdi e il viso ricoperti di efelidi, e lui detestava gli stereotipi perché privavano le persone della facoltà di scegliere in completa autonomia.

Iniziò a considerare l’idea di trascrivere quella riflessione sul proprio diario, una volta salito su in camera, ma ecco che all’improvviso si trovò vincolato da Russell e il suo amico Jack Duncan, che gli si erano avvicinati con scaltrezza approfittando del fatto che l’insegnante gli avesse dato il cambio con altri due giocatori e che gli stavano attualmente coprendo la visuale.

“Ma guarda chi si vede: Casey Johns, il rubacuori del collegio!”, lo stuzzicò Russell, ponendo l’accento sulla parola “rubacuori” e sogghignando subito dopo.

“Che vuoi?”, lo incalzò Casey, le braccia conserte.

“Oh-oh, siamo nervosetti stamattina.” Russell gli pizzicò una guancia, modulando una voce quasi bambinesca.

Casey allontanò la sua mano colpendola con un leggero schiaffo. “Lasciami in pace, idiota!”

“Ehi, Testa Bianca, come ti permetti di chiamare così il mio amico?”, gli si scagliò contro Jack, tirandogli i capelli.

Casey contrasse il viso in una smorfia di dolore e Russell lo sollevò per il mento, tranquillizzando il suo scagnozzo dicendogli: “Adesso questo stronzetto me la pagherà!”

Casey fece oscillare gli occhi – l’unica parte del corpo che poteva muovere, visto che quei due l’avevano bloccato – in ogni direzione possibile, sperando nell’aiuto dell’insegnante, ma Suor Agatha era troppo concentrata sul sudoku per prestare attenzione a un proprio alunno.

Infine il ragazzo abbassò lo sguardo sulla mano di Russell e vide che indossava – sebbene fosse proibito dal regolamento – un costosissimo orologio da polso, che gli venne sottratto poco dopo da qualcuno.

Russell mollò la presa su Casey e l’albino ruotò la testa verso sinistra, dove Bailey, il ragazzo dai capelli corvini, se ne stava con un braccio sollevato e il cinturino dell’orologio stretto fra pollice e indice.

“Ehi, tu, ridammelo subito!”, gli ordinò Russell. Si protese verso di lui per riprendere l’oggetto, ma prima che potesse riuscirci il corvino lo buttò a terra e lo calpestò ripetutamente, riducendolo in pezzi.

“L’hai rotto!”, gridò Russell, con un tono di voce che rasentava la disperazione.

Il corvino gli rivolse un sorrisetto vendicativo e Casey coprì la bocca con le mani per reprimere una risata.

Russell se ne accorse e serrò i pugni, minacciando di spaccare la faccia a Casey prima di tentare di colpirlo, ma il corvino gli si parò davanti facendogli da scudo.

“Bastardi!”, tuonò Russell prima di andarsene insieme a Jack.

Poi Suor Agatha si decise a utilizzare il fischietto e Bailey corse a dare il cambio a un compagno.

Casey provò a fermarlo, gli gridò di aspettare perché desiderava come minimo ringraziarlo e chiedergli finalmente come si chiamasse, ma fu troppo tardi.

Iniziò a chiedersi se fosse stata solo una banale coincidenza che quel ragazzino si fosse trovato lì o se fosse accorso volontariamente in suo aiuto.

O forse – altra ipotesi che Casey ritenne plausibile – quello era stato un modo per dimostrargli complicità, forse la rottura dell’orologio di Russell sarebbe stata una tappa fondamentale per l’inizio di un’eventuale amicizia.

Casey promise a se stesso che non avrebbe mai perso di vista quel ragazzo, esattamente come Suor Elizabeth non perdeva mai di vista un potenziale addetto alle pulizie.

 

Avendolo visto senza far niente in cortile, Suor Elizabeth aveva mandato Casey a pulire le aule e lui aveva da poco finito di lavare tutti i pavimenti del primo piano. Si trovava in bagno e non vedeva l’ora di togliersi i guanti che odoravano di detersivo. C’erano anche alcuni suoi compagni di classe che parlavano tra loro e tutto proseguiva tranquillo fino al momento in cui non arrivò Russell con Jack e Jimmy al suo seguito. Punto il dito contro Casey e disse: “Ecco qui il nostro Cenerentolo!”

I primi a ridere furono i suoi tirapiedi, poi si aggiunsero tutti gli altri.

“Non temere, adesso verrà la fata madrina che trasformerà la tua uniforme in un abito da sera e te in un bel ragazzo!”, lo canzonò Jack.

“Già”, gli fece eco Jimmy, “e chiedile anche di colorarti i capelli, così non li avrai più bianchi!”

Altre risate, sempre più rumorose, sempre più cattive.

Un ragazzo di nome Robert si avvicinò a Casey per dargli una pacca su una spalla e aggiunse: “Ha ragione. Copriteli, non ti si può guardare.”

Tutta la combriccola uscì dal bagno con lo sguardo fiero e divertito, pensando al povero Cenerentolo e dando il cinque a Russell per aver coniato quel soprannome.

A Casey venne voglia di piangere, non riusciva a spiegarsi come mai tutti sembrassero avercela con lui.

Era troppo stanco per difendersi, troppo stanco per reagire. Desiderava solo che qualcuno gli dicesse che quella non era la vita vera, ma soltanto un incubo da cui si sarebbe risvegliato un giorno.

Mentre le sue lacrime si mescolavano all’acqua che scorreva dal rubinetto, Casey chiuse gli occhi e affondò i denti nel labbro inferiore, negandosi i singulti e pregando che sua zia lo liberasse al più presto.

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Capitolo 7
*** Capitolo 6 - Casey e Johnnie ***


Capitolo 6 – Casey e Johnnie

 

Johnnie odiava da sempre i pranzi in famiglia e probabilmente non avrebbe mai smesso di farlo, anche se non lo dava a vedere.

“Abbi pazienza, tesoro”, era stata la prima cosa che sua madre gli aveva detto quando era passata a prenderlo da scuola.

Johnnie, di pazienza, ne aveva sempre avuta fin troppa, e forse era questo il motivo per cui non si ribellava mai davanti all’invadenza dei suoi zii e dei suoi nonni.

“Questa uniforme ti dona, sai? Ti fa sembrare più grande”, commentò sua nonna materna. “Ah, mi ricorda di quando i ragazzi andavano a scuola ai miei tempi…”

Iniziò a raccontare un aneddoto che Johnnie non ascoltò, preferiva gustarsi in santa pace la cheesecake al limone che aveva preparato sua madre – che lavorava in pasticceria – sperando che quello strazio finisse al più presto.

“Mi raccomando, giovanotto, studia tanto. Stai avendo bei voti?”, gli chiese suo zio Alan.

Johnnie annuì.

“Bene, che media hai?”

“Andiamo, caro, non lo stressare!”, lo rimproverò sua zia Jasmin, la sorella maggiore di sua madre. “Non ascoltarlo, Johnnie, tuo zio da giovane era un secchione”, rise. “Parliamo di cose più piacevoli: hai già la fidanzatina?”

“Ma sì, sicuramente!”, rispose al suo posto sua nonna paterna. “Questo nipote mio merita una fila di corteggiatrici per quanto è bello!”

“È vero”, concordò zia Jasmin per poi uscirsene con il suo solito commento: “Saresti perfetto, se solo ti facessi aggiustare i denti.”

Johnnie lo detestava, soprattutto perché l’unico “problema” – sempre se si fosse potuto definire tale – che lui aveva ai denti era un accenno di diastema fra i due incisivi centrali superiori.

Anche tu saresti perfetta, se solo ti facessi i fatti tuoi, pensava ogni volta.

Era sempre la stessa storia, lo stesso copione che si ripeteva. A quel punto sua zia diceva che era cresciuto tanto dall’ultima volta che l’aveva visto e da lì seguiva una sfilza di altre insopportabili domande, del tipo quanto sei alto, quanto pesi, perché non provi un nuovo taglio di capelli, perché non inizi a vestirti in modo diverso; insomma le domande che Johnnie odiava di più in assoluto e alle quali, pur volendo, non riusciva neanche a rispondere visto che gli venivano poste a raffica, una dietro l’altra.

“Vacci piano, mamma, dagli almeno il tempo di aprir bocca!”, intervenne stavolta sua cugina Mackenzie.

Insieme a suo nonno paterno – il quale non arrecava il minimo fastidio in quanto la sua attenzione era rivolta perennemente al giornale, che col passare degli anni era diventato quasi un prolungamento del suo braccio –, lei era l’unica persona di famiglia che gli andava a genio, semplicemente perché non s’immischiava nei fatti suoi e non lo costringeva a parlare, a differenza di tutti gli altri. Essendo più grande di lui di tre anni, Kenzie era alle prese con il suo primo fidanzatino e preferiva messaggiare tutto il giorno con lui piuttosto che interagire con il “cuginetto muto”, un appellativo che tutto sommato a Johnnie non dispiaceva.

“Hai ragione, anche se sono certa che tuo cugino non avrebbe risposto comunque”, convenne zia Jasmin, chiedendo poi alla sorella se si fosse mai accorta di quella specie di mutismo selettivo del figlio. “Spero non abbia qualche problema o ritardo,” aggiunse infine.

Jessie lanciò una rapida occhiata a Johnnie per assicurarsi che non si fosse offeso, ma per fortuna il suo giovanotto sapeva essere molto tollerante, soprattutto verso gli accadimenti dell’ultimo periodo. Soprattutto verso il terribile incidente che aveva coinvolto suo padre.

Già non doveva essere facile per lui affrontare quella situazione dai risvolti incerti, non poteva permettere che sua sorella gli mettesse in testa altre paranoie.

Jasmin era fatta così: non era cattiva, semplicemente non sapeva dosare le parole.

“Johnnie non ha alcun problema, semplicemente non gli piace parlare a vanvera. È uno di poche parole, lui, ma tutte quelle che pronuncia hanno sempre un significato profondo, perché le pensa con attenzione. È un ragazzino molto intelligente, anzi, forse anche troppo rispetto a molti suoi coetanei”, rispose Jessie guardando con orgoglio suo figlio, che finalmente abbozzò un sorriso.

“Non lo metto in dubbio”, rispose Jasmin, “l’importante è che non si dimentichi il suono della sua stessa voce”, rise dopo, anche se non c’era nulla di poi così divertente in quella battuta.

A Johnnie, veramente, diede piuttosto fastidio e sapeva che non sarebbe riuscito a fingersi imperturbabile ancora a lungo. Per fortuna, sua madre se ne accorse e lo mandò in cucina a prendere la brocca di limonata che aveva lasciato in frigo.

“Ti accompagno”, decise improvvisamente Kenzie, poggiando il cellulare sul tavolo sotto lo sguardo perplesso di tutti, Johnnie compreso.

Il ragazzo tirò dritto senza commentare né chiedere perché, prese la brocca dal frigo e si accinse a ritornare in sala da pranzo. Fu allora che sua cugina gli chiese scusa.

Per cosa? Le chiese la sola espressione interrogativa di Johnnie.

“Per mia madre, per mio padre, perché so che ti fanno sentire a disagio. Tranquillo, fanno così anche con me, certe volte nemmeno io li sopporto.”

Johnnie emise un verso simile a un risolino e si ricompose senza proferire parola.

Kenzie, però, ricevette un segno da lui: uno schiudersi di labbra.

“Perché non parli, Johnnie? Eppure una ragione dovrebbe esserci. Cos’è che ti frena, cos’è che ti fa pensare che reprimere un tuo pensiero sia la soluzione giusta?”

Johnnie piegò delicatamente la testa di lato, come faceva ogni volta che gli veniva posta quella domanda.

“Tutto questo deve per forza significare qualcosa”, sentenziò Kenzie. “Credi che a nessuno importi, vero? Se parli o meno, intendo. Mi dispiace, Johnnie, mi dispiace sul serio. Dev’essere frustante non avere nessuno con cui confidarsi, specie dopo quello che è successo a zio Jordan… ma il punto è che non ti fa bene tenere tutto dentro solo perché sei convinto di essere circondato da persone a cui non importa niente di te. Non sei solo, Johnnie, hai chi ti vuole bene. Anche se adesso non ci credi, io te lo garantisco lo stesso. Inoltre, penso che dovresti trovarti un amico. Almeno uno. Pensaci su: non c’è proprio nessuno in quel collegio che ti ispira fiducia?”

Johnnie ci pensò su, per davvero, e giunse a conclusione che l’unica persona ad ispirargli un senso di fiducia e – perché no – di amicizia fosse Casey Johns, il ragazzo albino, solo che non conosceva alcun modo per approcciarlo che non implicasse l’uso della voce.

A parer suo esistevano così tanti mezzi per comunicare, proprio non capiva perché molte persone si ostinassero a utilizzare solo quello.

“Allora?”, insistette Kenzie, che era una delle tante. “Perché non parli?”

Di nuovo quella domanda. Voleva una risposta? Bene, Johnnie gliela diede: “Parlare, parlare, parlare… A cosa serve parlare se ormai nessuno più sa ascoltare, se ormai nessuno più si sforza di capire? Assolutamente a niente. Spesso, le persone che tengono la bocca sempre aperta hanno una mente molto chiusa.”

Non ebbe modo di verificare se sua cugina avesse colto il messaggio, non si curò minimamente di osservare che espressione avesse assunto perché riuscì a visualizzarla in anticipo nella propria testa: labbra schiuse, guance lievemente arrossate, sopracciglia sollevate.

Stavolta fu lei a tacere e Johnnie pensò che non sarebbe potuta andare diversamente.

 

Casey non ce la faceva più, era stremato. Lavare i pavimenti di tutte le aule del piano era snervante, specie se fatto per due giorni consecutivi.

“Uff!”, sbuffò mentre strizzò il panno per l’ennesima volta. Rovesciando il secchio, udì il rumore di un oggetto metallico che cadde a terra e non ci impiegò molto a capire che si trattasse del suo portafortuna: un portachiavi a forma di chitarra in miniatura, una Gibson SG Special, come quella che suonava lui.

Mise da parte lo spazzolone e il secchio e si chinò per raccoglierlo, ma era già finito in altre mani.

Casey non si era neanche lontanamente accorto che il ragazzo dai capelli corvini si trovasse lì con lui e che fino a poco prima stesse spolverando la cattedra.

Non fece in tempo a chiedersi come facesse quel tipo a essere così silenzioso persino nelle azioni che subito gli venne spontaneo indicarlo.

“Tu!”, esclamò con un tono di voce che, accompagnato da un indice a un palmo dal viso, dovette suonare un po' ostile alle orecchie del ragazzo, che arretrò sconcertato, rigirandosi il portachiavi tra le mani. “I tuoi capelli… sì, li riconoscerei ovunque!”, aggiunse dopo averli osservati con attenzione, stavolta con un tono più calmo. “Io e te siamo in classe insieme. Tu sei quello che…”

“Ha rotto l’orologio di Russell? Sissignore!”, lo precedette il corvino, elargendo un sorriso.

Casey, allora, si protese in avanti per riprendersi il portachiavi, invece fu il ragazzo a riporglielo nelle mani.

“Non preoccuparti di ciò che perdi”, gli disse, “preoccupati piuttosto delle mani in cui finisce. Le mie sono sicure. Bel portachiavi, Casey.”

Casey indugiò prima di rispondere: “Ti ringrazio...”

Non ricordava proprio il suo nome e pensava che se l’avesse chiamato Bailey, per cognome, avrebbe fatto ugualmente una brutta figura, perciò lasciò la frase in sospeso.

“Johnnie”, terminò l’altro al suo posto. “Johnnie Bailey.”

Casey gli strinse la mano con riluttanza, non sapeva cosa aggiungere se non: “Finalmente so come ti chiami.”

“Non ricordavi davvero?”

“È difficile ricordare il nome di uno che non parla e non si fa parlare.”

“Hai ragione”, ammise Johnnie, fingendo di ritornare a spolverare la cattedra mentre Casey finse di ritornare a lavare il pavimento, sebbene entrambi avessero già finito di svolgere le mansioni che gli erano state assegnate.

Mantennero il silenzio per qualche minuto, poi Johnnie iniziò a guardare Casey di sottecchi e attese che lui lo notasse per chiedergli: “Hai impegni adesso?”

“No. E tu?”

“No.”

“Quindi… cosa possiamo fare?”                                         

“Amicizia”, rispose risolutamente Johnnie. Depose il flacone di detersivo e lo strofinaccio e si sedette a terra a gambe incrociate, la schiena contro la parete, esortando Casey ad avvicinarglisi con un gesto della mano. “Perfetto”, disse quando l’altro ebbe preso posto. “Parla, sono tutt’orecchi.”

“Ma non so cosa dire.” Non ottenne alcuna risposta, pertanto decise di focalizzarsi nuovamente sui suoi capelli, commentando: “Mi piacciono.”

“Grazie. Nel caso te lo stessi chiedendo: no, non sono tinti. Mia madre dice che il loro colore è dipeso da una specie di mutazione genetica che c’è nella mia famiglia, infatti anche una mia bisnonna li aveva così”, spiegò Johnnie. “E comunque anche i tuoi sono molto belli”, aggiunse, spettinandogli un po' il ciuffo.

Casey si sentì quasi commosso: nessuno gli aveva mai fatto i complimenti per il suo colore di capelli. Tutte le persone che in passato lo avevano definito un bel bambino, di lui avevano apprezzato sempre e solo il viso, mai il colore o quantomeno il taglio dei capelli. Il primo a scagliarsi contro il suo ciuffo scalato era suo padre, che spesso gli ordinava di tagliarlo sostenendo che gli conferisse un aspetto “da frocio”, come se sapesse quali fossero le capigliature più in voga fra gli omosessuali, ma Casey continuava a portarlo con orgoglio.

“Grazie, sei gentile.”

“Sono sincero”, rettificò Johnnie. “Sono particolari, e a me le cose particolari piacciono.”

Casey sorrise. Era stato l’istinto a dirgli che quel ragazzino era diverso da tutti gli altri, così falsi e manipolatori, e seguirlo si era rivelata la scelta giusta.

Il modo in cui aveva rotto l’orologio di Russell solo per difenderlo dalle sue prevaricazioni e quel complimento sui capelli bastavano a dimostrargli che l’immagine di Johnnie che aveva elaborato nella propria testa coincidesse perfettamente con la realtà, tuttavia voleva scoprire di più su di lui, voleva scoprire quale motivo ci fosse alla base del suo silenzio.

“Vorrei farti un’altra domanda”, disse.

“Puoi chiedermi ciò che vuoi”, rispose Johnnie.

“Perché non parli? Sono quasi certo di essere il primo a cui rivolgi la parola, qui.”

“Perché dovrei farlo?”, eluse la domanda Johnnie. “Le parole non sono l’unico mezzo per comunicare, Casey. Se hai un pensiero, alla gente arriverà anche se non aprirai bocca, perché ci sono tanti altri modi per esternarlo. Con uno sguardo puoi farlo, con il silenzio altrettanto. Tacendo, fai automaticamente tacere tutti quelli che ti puntano il dito contro. È degnandoli della tua più totale indifferenza che gli farai capire che essere diverso da loro ti rende superiore e fiero. Vedi? Non serve parlare.”

Casey annotò mentalmente quel suo piccolo monologo e decise che avrebbe riflettuto su.

Quel ragazzino taciturno e apparentemente imperturbabile era in realtà molto saggio e profondo.

“Capito”, convenne, “anche se io penso che tu abbia molto da offrire a parole. Servendoti esclusivamente di silenzio e sguardi rischi di più di essere frainteso, perché entrambi possono essere interpretati in più modi diversi da chi hai intorno, mentre se esprimi il tuo pensiero a parole no.”

“Anche le parole possono essere fraintese”, obiettò Johnnie.

Casey alzò le mani. “Okay, è vero, ma così è difficile farti capire dalle persone.”

“Non m’interessa farmi capire dalle persone. M’interessa capire loro.” Il corvino volse il capo altrove. “Sai, ho un metodo per riuscirci”, ricominciò. “Lo chiamo metodo in tre mosse.”

“Metodo in tre mosse?”, ripeté Casey.

Johnnie annuì. “La prima consiste nell’osservare tutti; la seconda, invece, la chiamo selezione, perché mi aiuta a distinguere fra tante persone quella che mi colpisce particolarmente; l’ultima è lo studio dei suoi comportamenti”, spiegò all’altro che intanto lo guardava ammirato. “È così che mi sono convinto ad avvicinarmi a te. Forse non te ne sei mai accorto, ma io non ti ho mai perso di vista, ti ho studiato con cura. Ho capito che io e te siamo molto simili. Ho capito che io e te siamo destinati a diventare ottimi amici.”

E fu così che, quando Johnnie ruotò nuovamente la testa verso di lui, gli occhi di Casey brillarono come non accadeva ormai da tempo.

Il suo nuovo amico disse che amava osservare i tramonti, perciò lo prese per mano e insieme si diressero verso la finestra per assistere al momento in cui il sole spariva sotto l’orizzonte.

Le sfumature di rosso che campivano il cielo risvegliarono nei due ragazzi il desiderio di uscire da quelle mura in cui si sentivano ogni giorno oppressi da ordini e rimproveri per poter riavere la loro libertà, la loro vita, che pure se non era perfetta era comunque migliore di quella che erano costretti a vivere all’Hamilton.

Fu subito sera e la luna piano piano divenne trasparente, osservando il suo bagliore una lacrima salata bagnò la guancia di Casey mentre Johnnie con la sua mano gliel’asciugò dolcemente, sussurrandogli: “Va tutto bene.”

Casey scosse la testa e gli diede le spalle, non voleva assolutamente farsi vedere in quello stato, non voleva la compassione di Johnnie, non voleva la compassione di nessuno. Avrebbe preferito piuttosto sprofondare, sparire dalla faccia della terra per poter piangere a dirotto per tutto il tempo che voleva e riapparire solo dopo essersi calmato, come se nulla fosse successo.

Johnnie, intanto, gli aveva passato un fazzoletto e l’aveva esortato a spiegargli quale fosse il problema. Aveva aspettato pazientemente che lui si asciugasse le lacrime prima di chiedergli di nuovo: “Cosa c’è che non va?”

“Tutto”, rispose Casey dopo varie suppliche da parte del corvino. “Odio stare qui, voglio andare via. Voglio casa mia, voglio la mia stanza, i miei vestiti, mia sorella, il mio gatto e la mia chitarra, perché qui mi è stato tolto tutto e sono loro la ragione per cui sono qui: perché mi odiano!” gridò. Ancora una volta, il dolore aveva offuscato i suoi sensi, trasformandolo in ciò che lui odiava diventare. Eppure, nonostante tutto, Johnnie non cedette, neanche quando Casey provò a svincolarsi dalla sua presa, ma anzi lo accolse tra le proprie braccia e gli fece poggiare la testa sulla propria spalla, rimanendo immobile in quella posizione finché i suoi singhiozzi e i suoi tremori non cessarono.

“Su, non piangere più” gli disse. “Chi sono loro?”

“I miei genitori”, rispose Casey.

“E cosa ti fa pensare che i tuoi genitori ti odino?”

“È così e basta, altrimenti non cercherebbero sempre di correggermi per farmi diventare il “figlio perfetto” che vorrebbero, mi lascerebbero essere chi voglio.”

“E tu chi vorresti essere?”

Casey alzò gli occhi e ci pensò su. “Sai, la mia passione più grande è la musica e suono la chitarra da quando avevo circa sette anni. La mia sorella gemella, invece, canta e quando eravamo molto piccoli dicevamo che un giorno saremmo diventati delle rockstar.” Sorrise, per un attimo gli parve di riascoltare le loro vocine da bambini. “Era il nostro sogno e lo è ancora, infatti speriamo di riuscire prima o poi a trovare anche un bassista e un batterista così da poter fondare addirittura una band. Non riesco a immaginare il mio futuro senza la mia chitarra. Non diventerò mai il nuovo Jimi Hendrix, questo è sicuro, ma non voglio rinunciare al mio sogno. Non posso farlo: la musica è l’unica cosa in cui posso sperare di eccellere, perché sento di non essere bravo in nient’altro. O almeno, in nient’altro che possa andar bene ai miei genitori. Vorrei semplicemente che mi appoggiassero una volta tanto, ma mi rendo conto di chiedere troppo.” Tornò con lo sguardo a Johnnie e gli chiese: “Pensi sia stupido? Il mio sogno, intendo.”

“No, per niente”, negò il corvino. “Anzi, ti dirò di più: io suono proprio il basso, perciò, se vorrai, potrai contare su di me. Ma non solo come bassista.”

“Grazie.”

“E”, proseguì Johnnie, “dato che attualmente sei l’unico di cui mi fido, voglio confessarti un segreto, ma giura che non lo racconterai a nessuno.”

“Giuro!”, garantì Casey, la mano sinistra sul petto.

Johnnie sospirò e si morse il labbro inferiore prima di proferire, non senza provare alcun dispiacere, che suo padre era in coma da qualche mese.

Casey sgranò gli occhi, sperò che stesse scherzando anche se sapeva che non era così; d’altronde che motivo avrebbe avuto Johnnie per mentirgli su una questione così seria?

“Mi dispiace tanto”, disse, “com’è successo?”

“Incidente. Io e mia madre eravamo usciti dal supermercato e lui, che si trovava sul marciapiede di fronte, aveva deciso di attraversare la strada per raggiungerci. Era sera, pioveva, non c’era quasi nessuno in strada, nessuna macchina. Così sembrò a mio padre prima che un pazzo sbucato da un vicolo oltrepassando il limite di velocità lo investisse in pieno. La botta fu forte, lui perse i sensi e mia madre chiamò subito un’ambulanza. In ospedale ci dissero che aveva subìto un trauma cranico abbastanza grave e che era necessario indurgli un coma farmacologico per permettergli di guarire. Altrimenti… altrimenti non avrebbe superato la notte.” Johnnie fece una pausa e tirò su col naso, stavolta fu lui a farsi asciugare le lacrime da Casey, il quale gli ricordò che non era obbligato a terminare il racconto se non se la sentiva.

Ma, adesso che aveva trovato un amico disposto ad ascoltare la sua voce, Johnnie non voleva saperne di tornare al silenzio.

“Adesso sai anche perché sono qui. Dopo l’accaduto, mia madre disse che non avrebbe più potuto occuparsi di me regolarmente, sia a causa del lavoro che della situazione di mio padre, perché sarebbe dovuta passare da lui in ospedale ogni giorno. Vedi, io sono figlio unico e, se mia madre non mi avesse iscritto in questo collegio, sarei rimasto solo a casa dalla mattina alla sera, perché oltre a lei non ho nessuno che possa occuparsi di me. La verità è che non ho un buon rapporto con gli altri parenti, per me è come se non ci fossero e, quando ci sono, sanno solo urtarmi il sistema nervoso. Mia madre, quindi, si è vista costretta a rinchiudermi qui. Ci ha riflettuto a lungo, ha pensato a tutte le opzioni possibili per evitarmi il collegio, ma alla fine questa si è rivelata l’unica soluzione. Mio padre è ancora in condizioni critiche, ma i medici dicono che ci siano buone possibilità che si riprenda e che tutto torni come prima. E io spero tanto sia vero.”

Casey, commosso, gli accarezzò una spalla. “Cosa farai dopo?”

“Be’, mia madre mi ha promesso che, non appena lui si fosse risvegliato, mi avrebbe tirato fuori di qui e avrebbe chiesto il trasferimento in una normale scuola.”

Casey increspò le labbra in un sorriso. “Te lo auguro con tutto il cuore. Un ragazzo così dolce e gentile come te non merita di stare qui.”

“Penso lo stesso di te”, rispose Johnnie. Guardò la finestra, fuori era praticamente notte. “Secondo te che ore si saranno fatte?” chiese, ma prima ancora che Casey potesse azzardare un’ipotesi vennero entrambi storditi dal suono della campanella.

“Ora di cena”, costatò. “Ti siedi con me al tavolo?”

“Sicuro”, accettò Johnnie. “Ti avverto, però, che dovrai farmi assaggiare qualsiasi cosa avrai nel piatto. È vero che sono uno scricciolo, ma sono anche molto goloso.”

“E se non volessi?” domandò Casey con finta contrarietà.

Johnnie fece spallucce. “Pazienza, significa che sgraffignerò ciò che voglio con le mie mani.”

“E va bene”, sospirò Casey, “non mi lasci altra scelta, perciò mi toccherà condividere il mio cibo con te.”

Fece una smorfia e Johnnie ricambiò con un’altra. Venne a entrambi da ridere, ma si riguardarono bene dal farlo per non attirare sguardi indiscreti. Attraversarono il corridoio camminando fianco a fianco e scambiandosi di tanto in tanto qualche sguardo furtivo con la stessa complicità che s’instaura sempre in un rapporto di amicizia destinato a durare.

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Capitolo 8
*** Capitolo 7 - Compleanni... ***


Capitolo 7 – Compleanni…

 

“Entra pure!”, disse Casey dopo aver riconosciuto la bussata di Johnnie grazie ai suoi soliti e veloci tre colpetti alla porta.

Erano trascorsi diversi giorni da quello in cui loro due avevano iniziato a parlarsi e soprattutto a confidarsi, cosa che ormai facevano con regolarità e naturalezza. Oltre ai pensieri condividevano la routine, infatti erano diventati quasi inseparabili: ogni mattina si aspettavano vicino alle scale e scendevano insieme per fare colazione, poi andavano in classe e al termine delle lezioni raggiungevano di nuovo la mensa per la pausa pranzo; si sedevano sempre vicini e qualche volta potevano contare anche sulla compagnia di Sarah e Karen. Si aiutavano a vicenda con i compiti, si scambiavano la merenda e a volte persino gli indumenti. Ogni sera si davano la buonanotte davanti alla porta di Casey e il giorno dopo ricominciava tutto daccapo. Ormai lui e Johnnie potevano considerarsi migliori amici a tutti gli effetti e Casey non poteva chiedere di meglio.

“Stai diventando il nuovo Sheldon Cooper", disse al corvino che intanto stava provando a nascondere qualcosa dietro la schiena.

"Almeno io non ripeto il tuo nome tre volte prima di entrare."

"Okay", convenne Casey, sporgendosi in avanti per riuscire a curiosare meglio dietro le spalle del suo amico, il quale però arretrò prontamente per impedirgli di scoprire di cosa si trattasse. La verità era che voleva essere lui a mostrargli la sorpresa.

"Su, fammi vedere cos’hai lì!" lo implorò Casey.

"No."

"Andiamo!"

"Proprio non riesci a immaginare cosa potrei star nascondendo? Non ti viene in mente niente?"

Casey corrugò le sopracciglia, pensoso, infine scosse la testa.

Allora Johnnie decise di dargli un indizio. "Oggi qualcuno compie dodici anni", disse, mostrandogli ciò che aveva tenuto nascosto dietro la schiena da quando si era alzato quella mattina: un muffin con una piccola candelina già accesa sopra.

Casey sgranò gli occhi. "Ti sei ricordato del mio compleanno!", esclamò.

"Ovvio! Altrimenti che razza di amico sarei?" Johnnie si avvicinò a lui e gli porse il muffin. “Tanti auguri, Casey. Esprimi un desiderio.”

Casey chiuse gli occhi e provò a focalizzarsi su ciò che voleva più di qualsiasi altra cosa al mondo. Una volta fatto, soffiò sulla candelina e poi la mise da parte per poter addentare il muffin.

“Grazie davvero. Sei il mio migliore amico.”

“E tu il mio”, rispose Johnnie, stringendolo in un forte abbraccio. Quando lo sciolse, notò che Casey aveva cambiato espressione. Sembrava cupo, triste.

“Qualcosa non va?”, gli chiese.

“Diciamo che non è proprio il compleanno che vorrei”, confessò Casey. “Non fraintendermi: ti ringrazio infinitamente per il gesto, sei stato gentilissimo e sono strafelice di passare il mio compleanno con te… ma, vedi, mi sarebbe piaciuto di più se ci fosse stata anche la mia gemella. Questa è la prima volta in assoluto che non festeggiamo insieme.”

“Oh, mi dispiace”, lo compatì Johnnie.

“Mi basterebbe semplicemente parlarle, farle gli auguri e dirle che le voglio bene per sentirmi meglio”, continuò Casey. “Ma come potrei fare?”

A quel punto Johnnie preferì tacere perché non sapeva proprio cosa consigliargli, si limitò a stargli accanto e osservare il suo sguardo malinconico. Poi, all’improvviso, Casey parve riscuotersi da tutti i pensieri che fino a poco prima turbinavano nella sua testa e annunciò solennemente di aver avuto un’idea: rubare il cellulare e telefonare Satèle.

“Rubare il cellulare?”, si accigliò Johnnie. “E come, scusa? Non sappiamo nemmeno dove Suor Elizabeth li tiene, i cellulari!”

Casey fece un sorriso sghembo, beffardo. “E se invece ti dicessi che io lo so?”

Johnnie ne rimase alquanto stupito. Credeva che il suo amico fosse più ingenuo, invece sapeva essere abbastanza furbo quando voleva.

“Davvero? Quando l’hai scoperto, come?”

“Un paio di giorni fa, se non erro. In pratica stavo cercando un posto in cui nascondermi per saltare le pulizie – ehi, non guardarmi così, mi facevano male le braccia e a stento riuscivo a tenere in mano una penna! –, perciò, dicevo, sono sceso giù in seminterrato, sapendo che lì non va mai nessuno perché non c’è niente a parte un bagno guasto e un piccolo ufficio dove ci sono la stampante e dei vecchi armadietti scassati. Proprio in uno di quegli armadietti, caro amico mio, c’era uno scatolone con dentro tutti i nostri cellulari”, spiegò Casey. “Li ho visti con i miei occhi, te lo giuro! All’improvviso ho sentito dei passi e mi sono nascosto in ufficio, dietro il carrello della fotocopiatrice, e poco dopo è arrivata Suor Elizabeth che ha aperto proprio l’armadietto in cui tiene i cellulari, ha preso certi documenti e poi se n’è andata.”

Dopo aver ascoltato il suo resoconto, Johnnie piegò la testa di lato e si mostrò perplesso.

Non sentendolo parlare di sua spontanea volontà, Casey gli chiese esplicitamente di esprimere un parere riguardo al piano, ossia scendere giù in seminterrato di nascosto, prima di colazione, rubare il cellulare per chiamare Satèle e posarlo prima dell’inizio delle lezioni.

“Onestamente, mi sembra un po' rischioso”, commentò Johnnie. “L’hai detto proprio tu che all’improvviso ti sei dovuto nascondere perché è arrivata Suor Elizabeth. Non pensi che in due potremmo avere più probabilità di essere scoperti?”

“Fidati, non accadrà”, obiettò Casey. “E comunque, sappi che sono disposto a rischiare qualsiasi cosa pur di riuscire a parlare con mia sorella. Per favore, Johnnie!”, lo pregò, “ti prometto che, se qualcosa dovesse andare storto, sarò io ad assumermi tutte le responsabilità, ma almeno lasciami tentare!”

 

“Ricordi che armadietto era?”, sussurrò Johnnie. Alla fine si era lasciato convincere. Un’altra cosa che non avrebbe mai detto di Casey era che sapeva essere molto persuasivo.

“Primo a destra”, rispose Casey. “Coraggio, seguimi!” gli ordinò.

Scesero l’ultimo gradino, percorsero in punta di piedi lo stretto corridoio che li avrebbe condotti all’ufficio e vi si intrufolarono facendo attenzione a non sbattere la porta.

Johnnie si mise le mani a coppa davanti al viso affinché il suo starnuto suonasse più ovattato.

Casey gli fece il gesto del silenzio.

“Non è colpa mia, sono allergico alla polvere! E vedo che qui ce n’è parecchia…” provò a giustificarsi il corvino, tappandosi il naso prima di starnutire nuovamente.

“Muoviamoci, allora”, convenne Casey. Aprì l’armadietto lentamente, con molta cautela, e Johnnie lo aiutò a trasportare lo scatolone su un ripiano più basso per permettergli di rovistare più facilmente al suo interno.

“Trovato!”, annunciò Casey non appena riuscì ad estrarre il proprio cellulare dal fondo.

 

Svegliarsi con la consapevolezza che quel giorno non sarebbe trascorso come l’aveva immaginato era orribile.

Tanti auguri a me, si disse Satèle, ma in circostanze simili tale augurio non poteva che assumere una forte accezione ironica.

Non c’era nulla di felice in un compleanno senza Casey, e ciò che la faceva infuriare di più era il fatto che fosse caduto di venerdì, non di sabato, anche perché non aveva nessunissima voglia di andare a scuola.

Appena la sveglia cominciò a suonare, Satèle mugolò e si coprì le orecchie con il cuscino, ruotò leggermente il busto e le assestò una gomitata che la fece cadere a terra, spegnendola definitivamente.

Avrebbe voluto tanto riassopirsi e rimanere sotto le coperte ancora per qualche minuto proprio come Akuma, invece le conveniva tirarsi su al più presto, se non voleva che fosse sua madre a buttarla letteralmente giù dal letto.

Si stiracchiò e con gli occhi ancora impastati dal sonno si diresse verso l’armadio, prese i vestiti e andò in bagno a prepararsi. Stranamente, Coco gliel’aveva lasciato libero.

Di solito, a quell’ora del mattino, la casa non era mai silenziosa, perché fra i suoi che dovevano prepararsi per andare al lavoro e Coco che già da appena sveglia telefonava la sua migliore amica Myriam per aggiornarla su tutti i pettegolezzi, almeno un po' di confusione si creava. Invece, quel giorno, Satèle aveva l’impressione di essere rimasta sola, come se tutti fossero già usciti da un pezzo.

Attraversò il corridoio guardinga e drizzò bene le orecchie, ma non udì alcun rumore e iniziò a preoccuparsi.

La sua ansia svanì solo quando raggiunse la cucina per fare colazione e vide che il resto della famiglia era lì, radunata intorno al tavolo.

Brad stava bevendo il caffè e nel frattempo aiutava Hannah a fare i conti con le bollette, invece Coco stava versando i cereali nel latte.

“Buongiorno”, disse Satèle, ma non venne degnata della benché minima considerazione da nessuno. Sembravano tutti troppo presi dalle loro cose per accorgersi della sua presenza o quantomeno della sua voce. “Oggi è il mio compleanno”, aggiunse anche. Rimase in piedi davanti ai fornelli a farsi dare le spalle nella speranza che qualcuno prima o poi si voltasse, ma Coco non riusciva a staccare gli occhi dal cellulare nemmeno mentre mangiava e i suoi stavano verificando che non gli fossero stati addebitati dieci dollari di gas in più.

Scongiurata l’ipotesi, Hannah mise da parte la calcolatrice e pensò ad alta voce che in quel giorno dovesse accadere qualcosa di particolare, però non ricordava cosa.

“Oggi è il mio compleanno”, ripeté Satèle, ma venne nuovamente ignorata.

“Forse stasera c’è la riunione di condominio?”, suggerì Brad.

“No, è la settimana prossima”, rispose Hannah. “Mica è oggi la cena con i nostri colleghi?”

“No, l’hanno spostata a domani.”

“Allora oggi cos’è?”

“È il mio compleanno!”, alzò la voce Satèle, incrociando le braccia. Sono invisibile, pensò non appena si rese conto di non aver ottenuto ancora nessuna risposta, di non aver suscitato in loro alcuna reazione. Sono d’intralcio in questa famiglia, non conto nulla. Sono sola.

“Aspetta, mamma”, intervenne Coco quando finalmente alzò lo sguardo dallo schermo, “oggi è Halloween!”

“Ed è anche il mio compleanno!”, puntualizzò Satèle, ma evidentemente i suoi la ritennero un’informazione di poco conto.

“Giusto!”, esclamò Hannah. “Come ho potuto dimenticarmi di Halloween?”

“Nello stesso modo in cui hai dimenticato il mio compleanno”, le rinfacciò prontamente Satèle, concedendole un’ultima opportunità per rimediare alla sua mancanza. Sua madre, invece, continuò a parlare solo con Coco e a chiederle che piani avesse per la serata.

Satèle ne ebbe abbastanza. Aveva provato a imporsi con le buone e non aveva funzionato, perciò non le restava che ricorrere alle cattive.

Prese un bicchiere di vetro dalla credenza, lo strinse prima così forte da farsi sbiancare le nocche e poi lo lasciò cadere a terra. Le schegge si sparsero sul pavimento e il rumore del vetro che si frantumava fece sobbalzare Hannah e Brad. Solo allora si voltarono.

“Guarda cos’hai combinato!”, la sgridò sua madre. “Che bisogno c’è di rompere un bicchiere a prima mattina, eh? Rispondimi, Satèle!”

Ma Satèle tutto voleva tranne che risponderle. Inasprì lo sguardo, la fissò con astio, e calpestò un pezzo di vetro con la suola delle Converse prima di lasciare la cucina e dirigersi verso l’attaccapanni per prendere la giacca. Sebbene fosse ancora presto per iniziare a incamminarsi verso scuola, l’atteggiamento dei suoi l’aveva talmente disgustata che le si era chiuso lo stomaco. Non intendeva fare colazione o quantomeno passare un minuto di più in quella casa.

“Ragazzina, tu sei matta!”, le disse suo padre quando ebbe già messo entrambi i piedi fuori la porta.

“Grazie”, rispose Satèle con un sorriso mellifluo, che sprofondò in una valle di lacrime nel momento in cui se la richiuse alle spalle.

Solitamente prendeva una scorciatoia che le risparmiava un tratto di strada abbastanza isolato per andare a scuola, ma in giornate come quella, in cui non desiderava altro che sparire dalla vista di tutti, quella strada isolata diventava il suo rifugio preferito.

Mentre la percorreva a passo felpato, si accorse del cellulare finito sul fondo dello zaino che stava squillando, lo prese e lo avvicinò all’orecchio senza neanche leggere il numero sullo schermo.

“Buon compleanno, Sat”, le augurò Casey.

Per un attimo, Satèle pensò di star sognando o peggio ancora impazzendo. Come aveva fatto suo fratello a chiamarla, se gli era stato sequestrato il cellulare?

“L’ho rubato”, fu la sua risposta, “infatti ti sto chiamando dal seminterrato. Se non mi senti tanto bene è perché qui non c’è quasi linea e anche perché non posso alzare la voce, altrimenti ci scoprono.”

Ci?”, ripeté Satèle perplessa.

“Oh, non ti ho detto che ho trovato un amico. Adesso è qui con me. Johnnie, saluta Sat”, disse passando il cellulare al corvino.

“Ehm, ciao. B-buon compleanno”, balbettò questi prima di restituirglielo.

“È un po' timido”, spiegò Casey. “Invece tu che mi racconti?”

“Niente di che, il solito”, rispose Satèle, sospirando.

“È successo qualcosa?”

“Mamma e papà si sono dimenticati del nostro compleanno. Stamattina ho provato a ricordarglielo in tutti i modi, ma è finita che mi sono beccata l’ennesima sgridata. Sento di non avere più una famiglia.”

“Invece ce l’hai, Sat. Hai zio Luke, zia Dia, hai me. Finché ci sarò io, ce l’avrai sempre.”

Satèle fece un mezzo sorriso. “Grazie, Casey. Ti voglio bene.”

“Anch’io. E non essere triste, su! Domani torno a casa, così, anche se con un giorno di ritardo, possiamo festeggiare il nostro compleanno e magari portare un pensierino a zia Dia, visto che proprio domani è il suo.”

“Certo, mi farebbe piacere.”

“Bene. Adesso, però, devo andare. Di nuovo tanti auguri, Sat.”

“Tanti auguri anche a te, fratellino.”

 

La McClaine si era data da fare per Halloween e tutti i corridoi erano stati addobbati con decorazioni a tema. Dal soffitto pendevano festoni arancioni e neri, zucche e pipistrelli di carta crespa e ragnatele finte; invece le pareti erano state ricoperte di cartelloni che informavano chiunque li guardasse della festa che si sarebbe tenuta quella sera stessa in palestra. Satèle dubitava fortemente che vi avrebbe preso parte, perché - come aveva detto a sua zia, che l'aveva telefonata per gli auguri poco prima che lei arrivasse a scuola - non aveva alcun motivo per festeggiare.

Si fermò davanti al distributore più vicino perché, non avendo mangiato nulla, il suo stomaco stava iniziando a reclamare. Purtroppo non le erano rimasti molti spiccioli, pertanto dovette accontentarsi dello snack più economico e a parer suo meno appetibile: le gallette di riso.

Inserì le monete nel macchinario e questo le prese senza darle lo snack in cambio.

“Fanculo!”, sbottò Satèle, attirando, senza volerlo, la curiosità del suo insegnante di matematica, il professor Miller.

Questi le rivolse un cenno e fu subito da lei. “Satèle, buongiorno. Chi è che ti ha fatta arrabbiare?”, le chiese cordialmente.

La ragazza spiegò la situazione e il professore l’ascoltò con pazienza, si premurò addirittura di ricomprarle lo snack andato perduto.

“Non si preoccupi, professore, non fa niente”, provò a dissuaderlo lei, ma lui insistette e le chiese cosa avesse preso. Satèle disse le gallette di riso; Miller, invece, ritenne che una magrolina come lei avesse bisogno di qualcosa di più sostanzioso, perciò le comprò un pacchetto di M&M’s.

Satèle lo osservò di sottecchi mentre inseriva gli spiccioli nel distributore, chiedendosi cosa avesse mai detto o fatto per ottenere in cambio tanta gentilezza, che da un lato la sconcertava. Non significa niente, forse il professor Miller offre spesso gli M&M’s ai propri alunni, sarà una cosa sua, si augurò.

Intanto si era avvicinato anche Markus, il cui primo pensiero era stato fare gli auguri di compleanno alla sua amica.

Il professore lo salutò e porse lo snack a Satèle.

“La ringrazio, domani le porto i soldi.”                                                                                    

“No, non farti problemi, consideralo un regalino da parte mia. Oggi, da quel che mi è parso di sentire, è anche il tuo compleanno”, insistette Miller. Chiese anche a Markus se avesse gradito qualcosa e lui rispose di no, allora congedò i ragazzi e li lasciò soli.

“Come va?”, chiese Markus.

“Bene”, mugugnò Satèle.

“Non si direbbe. Sembri un po' lunatica, oggi.”

“Non sono lunatica.”

Markus alzò le mani. “Ho capito, non vuoi parlarne. Be’, qualunque sia il problema, spero che il regalo che ti ho preso possa tirarti un po' su di morale.”

“M-mi hai preso un regalo?”, fece Satèle, incredula.

“Esatto”, asserì Markus, tirando fuori dalla tasca più esterna della tracolla un piccolo cofanetto. “Coraggio, aprilo.”

Satèle lo prese e non credette ai propri occhi quando ne vide il contenuto: un choker in pizzo nero con al centro una pietra azzurra. Ne desiderava da tanto uno simile, ma i suoi genitori non gliel’avevano mai voluto regalare. Aveva parlato solo una volta a Markus della sua passione per i choker e lui se n’era ricordato. Non poteva essergli più grata.

“Markus, è bellissimo! Grazie mille, anche se non dovevi”, disse. Sapeva per certo di essere arrossita, ma non poté far nulla per evitarlo.

“Figurati, l’ho fatto con piacere. Sono contento che ti piaccia”, sorrise lui, arrossendo a sua volta.

“Tanto”, ribadì Satèle.

Poi successe qualcosa. Markus ebbe una reazione che non si sarebbe mai aspettata: quando capì che lei aveva intenzione di abbracciarlo, si scansò e in compenso le diede solo un colpetto affettuoso ma un po’ forzato su una spalla.

Satèle non riuscì a spiegarselo. Che motivo aveva Markus di farle un regalo per il compleanno, se poi rifiutava di stabilire anche il minimo contatto fisico con lei? Forse, ipotizzò, c’entrava qualcosa il suo albinismo; forse lui, come la maggior parte delle persone che aveva conosciuto, credeva che facendosi toccare da lei si sarebbe contagiato, che avrebbero iniziato a spuntargli i capelli bianchi.

No, non poteva essere. Markus era un ragazzino intelligente, non era affatto da lui lasciarsi condizionare dalle supposizioni infondate delle persone ignoranti.

Smettila di farti paranoie. Markus ti vuole bene, semplicemente non ama gli abbracci, si rassicurò Satèle. Non sapendo cosa fare, iniziò a rigirarsi il choker tra le mani.

“V-vuoi che te lo metta?”, chiese Markus per rompere il ghiaccio.

“Va bene”, accettò Satèle, confortata dal fatto lui non si facesse problemi a toccarla come aveva creduto.

Markus le scostò i capelli dalla nuca e lei sentì il proprio corpo irrigidirsi per effetto della sua vicinanza; a lui, invece, tremavano le mani come non mai.

Dopo diversi tentativi riuscì ad allacciarle il choker e Satèle chiese il suo parere.

Gli occhi di Markus si soffermarono più sul suo viso che sull’accessorio in sé. Vedendoglielo indossare notò che il colore della pietra richiamava l’azzurro ghiaccio dei suoi occhi. Era perfetto per lei.

“Ti sta benissimo”, le disse e prima di lasciarsi sfuggire altro la prese per mano e fece: “Andiamo, ti offro la colazione.”

 

Satèle aveva provato a convincere Markus che non era necessario che le offrisse la colazione e che spendesse altri soldi per lei, ma lui aveva insistito ed ecco perché in quel momento si trovavano seduti al tavolino del bar della scuola davanti a due belle porzioni di pancakes.

Presto vennero raggiunti anche da Angel, la quale non poté fare a meno di ammirare la pietra azzurra che risaltava sul pizzo attorno al collo della sua amica. Quando Satèle rivelò che era stato Markus a regalarglielo, Angel ricordò di tirar fuori dallo zaino il pensierino che le aveva preso: un cerchietto ricoperto di piccole borchie a piramide. Sapendo che lei lo usava, le aveva comprato anche uno smalto nero.

Satèle la ringraziò offrendole un pancake, e Angel se lo gustò mentre discorreva con lei e Markus della festa di Halloween. Tutti e tre, ognuno per un motivo diverso, erano indecisi se andarci o no, ma alla fine della conversazione si erano convinti e avevano stabilito che si sarebbero incontrati davanti all’uscita d’emergenza della palestra.

 

La festa era già iniziata da un po' quando Satèle, Markus ed Angel erano arrivati; la prima travestita da diavoletta, il secondo da vampiro e la terza da cowgirl (o meglio da cowboy, visto che come sempre indossava abiti maschili).

La palestra non era stata decorata in maniera tanto diversa dal corridoio. L’unica eccezione era, ovviamente, la musica. Toxic echeggiava nell’ambiente ma a cantare non era Britney Spears, bensì una ragazzina del glee club, accompagnata dagli strumentisti e da due coriste.

La prima cosa che i tre ragazzi fecero fu dirigersi verso il buffet prima che venisse preso d’assalto.

Mentre si versava un po' di Coca-Cola, Satèle ricevette gli auguri di compleanno da Peter Evans, amico d’infanzia e presunto fidanzatino di Melissa Richardson, anche se da un paio di settimane sembrava aver posato gli occhi su di lei. Questo, Melissa l’aveva notato eccome ed era pronta a tirar fuori gli artigli non appena le si fosse rivelata l’occasione.

Intanto Satèle aveva congedato Peter perché aveva capito che, se non l’avesse fatto, lui si sarebbe intrattenuto a parlare per ore e lei preferiva stare con i suoi amici piuttosto che con uno che a stento salutava.

Inoltre, neanche Markus apprezzava particolarmente la vicinanza di quel pallone gonfiato a Satèle, tuttavia negò di essere geloso quando Angel glielo chiese. Propose di andare a ballare e le ragazze lo seguirono, mischiandosi alla folla in cui riconobbero quasi tutti i loro compagni della classe di scienze, i quali, però, non li degnarono di un saluto.

“Possibile che sembriamo così irriconoscibili con questi costumi? Non ci hanno neanche salutati”, osservò Angel.

“Ti sbagli: non ci hanno salutati proprio perché ci hanno riconosciuti”, la contraddisse Markus. Intanto Toxic cedette il posto a Disturbia di Rihanna, cantata da una ragazzina afroamericana.

“Con questo cosa vorresti dire?”, si accigliò Angel. “Che ci considerano degli…”

“Sfigati!”, li additò Melissa travestita da strega, completando involontariamente la frase. “Immaginavo che sareste venuti, anche se proprio a voi non serve il costume per fare paura.”

I ragazzi si ritrovarono improvvisamente accerchiati dai compagni, che grazie all’intervento di Melissa iniziarono a deriderli rivolgendogli il gesto della L.

“Neanche a te serve il costume per essere una strega”, la sfidò prontamente Satèle, facendo cessare le risa che avevano cominciato ad attirare l’attenzione del resto dei presenti.

“Ma senti chi parla!”, esclamò Melissa. “Tu sei un diavolo ogni giorno, Satèle Johns, altrimenti non faresti la gattamorta con tutti i ragazzi di questa scuola, incluso il mio fidanzato!”, sibilò poi a denti stretti.

“Uno: ti stai inventando tutto; due: se proprio vuoi saperlo, è stato Peter ad avvicinarsi a me, e io l’ho soltanto ringraziato perché mi ha fatto gli auguri!”, si discolpò Satèle.

Melissa divenne rossa di vergogna, complice il fatto che il ragazzo confermò tutto, allora si fece avanti e con l’aiuto di Kelly immobilizzò le braccia della sua vittima con una mano, mentre con l’altra le tirò i capelli con forza.

Nonostante dal viso di Satèle non trapelasse alcun accenno di dolore, Markus ed Angel non riuscirono a sopportare quella scena. Il primo ordinò alla folla che aveva ricominciato a ridere di smetterla subito; la seconda aiutò la sua amica a liberarsi dalla presa delle due bulle e le affrontò con determinazione.

“Lasciatela stare!”, gridò. “Le uniche gattemorte, qui, siete voi; siete voi le stronze!”

“Stronza lo dici a tua madre, cara!”, ribatté a tono Kelly, non sapendo che con quelle parole avrebbe potuto ferire Angel nel profondo del cuore.

Infatti fu così. Kelly vide chiaramente che si era indisposta, ma a darle la conferma definitiva della propria supposizione fu il pugno che le arrivò dritto in faccia dalla ragazza.

Nessuno seppe spiegarsi quella reazione così violenta ed Angel non si soffermò nemmeno a guardare il naso sanguinante di Kelly. Si fece largo tra la folla sbigottita e si avviò verso l’esterno, seguita da Satèle che prima si voltò verso Coco e le sue amiche travestite da odalische, le quali avrebbero fatto meglio a vergognarsi per aver assistito senza reagire, soprattutto sua sorella.

Markus fece per inseguire le ragazze, ma prima di varcare l’uscita fece un passo indietro e si rivolse ai compagni. “Fatevi schifo”, gli ordinò. “Tutti quanti.”

 

Markus e Satèle chiamavano Angel ma lei non accennava a fermarsi, anzi: più loro insistevano, più accelerava il passo. Quando riuscirono a raggiungerla, i due erano già senza fiato.

“Calmati”, le disse Satèle. “Perché hai tirato quello schiaffo a Kelly? Okay, se lo meritava, ma tua madre non era presente, non ha sentito quello che ha detto.”

Angel strinse le labbra e trattenne le lacrime, ma la sua voce suonò ugualmente flebile quando, prima di scappare via, rispose: “Certo, perché non può.”

Allora Satèle provò a fermarla, voleva scusarsi per aver toccato un tasto dolente senza saperlo, ma Markus le suggerì di concederle il tempo necessario per smaltire la collera.

“Che festa di merda!”, sbuffò poi. “Se avessi saputo che sarebbe finita così, sarei rimasto a casa a guardare The Nightmare Before Christmas come ogni anno.”

“Anch’io adoro quel film”, disse Satèle.

“Veramente? So che nei dintorni c’è un cinema, potremmo provare a vedere se è in programmazione e guardarlo insieme”, propose Markus.

A Satèle piacque l’idea, ma non era in vena. Desiderava soltanto tornare a casa e andare a letto per lasciarsi alle spalle tutto quanto. Lo disse a Markus e lui rispose: “Mi dispiace.”

“Per cosa?”

“Per non essere riuscito a farti passare un bel compleanno.”

“Non dire così”, rispose Satèle. “Tu sei stato uno dei pochi a ricordarselo, e questo mi ha resa molto felice. Non ti ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto un regalo che desideravo da tanto, per avermi offerto la colazione e, soprattutto, per avermi difesa poco fa. Sei davvero un buon amico per me.”

“Anche tu per me”, sorrise Markus.

Si diedero la buonanotte e si incamminarono verso casa prima che facesse notte, perché si sa: il buio fa luce a troppi pensieri.  

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Capitolo 9
*** Capitolo 8 - ... e segreti del passato ***


Capitolo 8 – … e segreti del passato

 

“Cara Liz, oggi è quel giorno dell’anno che detesto: 1º novembre, il giorno del mio compleanno. Sono trentadue, ormai. Ne è passato di tempo, ma io ricordo ancora tutto come se fosse stato ieri. Quello che è successo a me, a te, a noi. E continuo a chiedermi come mai questa sorte sia toccata a te e non a me, perché dovrei esserci io in questo fosso, Liz, non tu. Sarebbe stata un’ottima punizione per tutti gli errori che ho commesso. Il mondo gira, i giorni passano, ma io sento di essere rimasta ferma a quell’evento spiacevole, anche se non saprei dirti quale fra tutti: ne ho vissuti così tanti che ormai non li conto neanche più. Però mi hanno segnata.

Com’è strana, la vita! In certe occasioni mi fa persino illudere che per una come me esista il riscatto, ad esempio quando sono stata assunta come traduttrice dalla Simon & Schuster. Mi piace il mio lavoro e lo faccio con passione, ma sappiamo entrambe che non era proprio questo il mio obiettivo. E sappiamo entrambe che, se i miei genitori non avessero infranto il mio sogno, sarei riuscita a realizzarlo. Forse, se mi avessero supportata, quella band che formammo al liceo oggi esisterebbe ancora. Ma le cose sono andate diversamente e io ci ho rinunciato, Liz, ho rinunciato sia a cantare che alla chitarra; adesso appartiene a mio nipote.

A proposito di lui, qualche giorno fa sono andata alla McClaine e, fingendomi sua madre, ho chiesto in segreteria se ci fosse la possibilità di iscriverlo. Non mi hanno fatto sapere ancora nulla, ma spero vivamente di riuscire a portarlo via dall’Hamilton, perché lì sta soffrendo. E io so come ci si sente.

La verità è che il mio passato mi perseguita ancora, Liz, non posso farci niente. Ci sono giorni in cui persino alzarmi al mattino diventa una battaglia. Per fortuna ho le pillole, l’amore di Luke e di Satèle e Casey. Se non ci fossero loro, non avrei nessuno. Un tempo avevo anche te, ricordi? Tu e Luke eravate le uniche persone su cui potevo sempre contare, perché i miei genitori e mia sorella non sono mai stati una famiglia per me. Ma questo lo sai già. Il mio passato sarebbe stato meno tormentato, se mi avessero dato un po' d’affetto? Chissà. Ad ogni modo non posso tornare indietro e cancellarlo; ciò che è fatto, è fatto.

A pensarci, mi sento un po' in colpa per averti parlato dei miei problemi. Scusami, la prossima volta vedrò di raccontarti qualcosa di bello.

Buon riposo, Liz.”

Dia trasse un lungo e malinconico sospiro, posò i fiori sulla tomba e rilesse l’iscrizione sulla lapide. Con gli occhi ancora umidi di pianto, lasciò la mancia al custode del cimitero e quando uscì, prima di rimettersi in cammino, si accese una sigaretta.

Non aveva voglia di ritornare a casa, non se la sentiva di rimanere da sola. La solitudine avrebbe fatto riaffiorare troppi ricordi e lei voleva soltanto dimenticare, dimenticare, dimenticare…

Fu sicuramente quel pensiero a condurla proprio davanti al bar che frequentava quando era una sedicenne che annegava i propri dispiaceri nell’alcool.

E la sedicenne che era stata improvvisamente riapparve alle sue spalle per incitarla a sedersi al bancone e ordinare un Long Island Iced Tea.

Dia adulta esitò a lungo prima di portare il drink alla bocca. Sapeva che, se davvero avesse avuto il coraggio di mandarlo giù, se ne sarebbe pentita.

“Vedo che ti mancano le vecchie abitudini, Dia. Adesso dove nascondi la tua preziosa Mary Jane?”, chiese una voce alle sue spalle, ma stavolta non era quella che esisteva solo nella sua testa di Dia adolescente; era una voce reale e apparteneva a un uomo, l’ultimo uomo che si sarebbe aspettata di incontrare lì: Brad.

Posò il vassoio che aveva in mano sul bancone e si sedette accanto a lei.

“Quanto vorrei che mio fratello fosse qui a guardarti mentre bevi come una spugna!”, aggiunse. “Magari si renderebbe finalmente conto di che razza di donnaccia ha sposato!”

“Senti, Brad”, tagliò corto Dia, “se sei venuto qui a insultarmi come al solito, sappi che oggi non la passerai liscia. Ciò che penserebbe Luke non ti riguarda e bere un cocktail non fa di me un’alcolizzata.”

Brad rise sommessamente. “Che bella battuta! Vedo che scherzare ti piace quasi quanto mentire.” Pronunciò l’ultima frase con un tono serio, segno inequivocabile che avesse scoperto qualcosa, e Dia pensò subito a quel qualcosa.

“Tranquilla, Dia cara, non sono venuto qui per ricordarti che persona deplorevole tu sia, quello posso farlo ogni giorno. Ho semplicemente comprato dei dolci da portare ai miei colleghi e voglio approfittarne per informarti che il tuo piano ha fallito, tutto qui.”

Dia aveva già capito a quale piano si riferisse, perciò non rispose.

“Sicuramente non te ne sarai accorta, ma ti ho sentita quando, dopo essere stata alla McClaine, hai telefonato Luke per raccontargli che avevi chiesto in segreteria di far cambiare scuola a Casey”, spiegò Brad. “Fingendoti sua madre, per di più!”, puntualizzò, parlando a denti stretti per non attirare l’attenzione dei consumatori, nonostante fosse furioso.

“Tu non mi hai sentita, mi hai seguita”, lo corresse Dia, indurendo la mascella e guardandolo con occhi torvi.

“Ti sbagli”, obiettò Brad. “Ma adesso non divaghiamo: ciò che hai fatto è inaccettabile!”

“Penso lo stesso di ciò che tu e Hannah avete fatto a Casey, iscrivendolo in quel collegio”, rispose Dia.

“Taci!”, le ordinò Brad. “Non ti consento di mettere in discussione ciò che io e Hannah riteniamo sia giusto per nostro figlio. È per questo che ho aspettato che uscissi dalla segreteria, prima di recarmici nuovamente per dire che io, tuo “marito” – e credimi, Dia, mi ci è voluto stomaco per fingere di esserlo –, non avevo avuto tempo di avvisarti che avevo da poco finito di parlare al telefono con “nostro” figlio, il quale sosteneva di averci ripensato. Morale della favola, Casey rimarrà all’Hamilton. Hai perso.”

Dia rabbrividì e posò il bicchiere ancora pieno sul bancone. Le doleva ammettere che Brad aveva ragione, ma la faceva ancora più male pensare che al piccolo Casey, che aveva riposto tutte le sue speranze in lei, si sarebbe spezzato il cuore.

“Tu sei pazzo”, disse a Brad, il quale, puntando l’indice verso se stesso, rispose con una domanda retorica.

Io sarei il pazzo? Fino a prova contraria, sei tu quella che deve imbottirsi di pillole per stabilizzare l’umore!”

“Oh, quindi adesso usi le pillole come pretesto per umiliarmi?”

“E ti dirò di più”, seguitò Brad, ignorando la sua domanda, “io e Hannah ci sentiamo molto più tranquilli sapendo che Casey non può più vederti spesso come prima. Tu sei dannosa, sia per lui che per Satèle.”

“Dannosa?”, ripeté Dia. “Sentiamo, perché sarei dannosa per i tuoi ragazzi?”

“Lo chiedi pure? Sei una pazza, una drogata, un’alcolizzata e anche una sgualdrina.”

Dia alzò gli occhi e sbuffò. Non importava cosa avesse detto e fatto in passato per dimostrargli il contrario: Brad l’avrebbe ritenuta una sgualdrina a prescindere.

“Per non parlare del fatto che gli riempi la testa di stupidaggini!”, aggiunse poi.

“Da quando insegnare a Casey e Satèle a coltivare le loro passioni e credere nei loro sogni, cosa che dovreste fare tu e Hannah in quanto genitori, è una stupidaggine?”

“Ma ti ascolti quando parli? Per colpa tua sperano in un futuro nel mondo della musica, proprio come ci speravi tu, e sappiamo entrambi com’è andata a finire: tu non sei diventata nessuno, Dia”, le rinfacciò Brad. “Per quanto mi riguarda, ben ti sta. Quelle come te non meritano niente, men che meno di lavorare per Simon & Schuster!”, disse pure. “Ah, chissà cos’avrai fatto per ottenere quel posto!”

Dal modo in cui iniziò a ridere, Dia capì a cosa stesse alludendo. E le fece ribrezzo.

“Invece di ridere, dimmi in faccia cosa pensi che io abbia fatto”, gli ordinò, battendo una mano sul bancone, “anche se so già che non ne hai le palle. Pensi che abbia dovuto scopare con il mio capo, vero Brad?”

“Sì, e chissà quante volte!”

“Zero”, rispose prontamente Dia, “ma è inutile che te lo dico: tu continuerai ad accusarmi ingiustamente solo perché non accetti che io guadagni più di tua moglie. Ho ragione?”

“Assolutamente no”, negò lui. “Inoltre, pensi davvero che io creda che mio fratello sia stato il tuo unico uomo? Andiamo, Dia, non essere ridicola! Giuro che farò in modo che Luke apra gli occhi e ti lasci. Merita una donna, non una sciacquetta come te. Tu puoi solo renderlo infelice.”

“Se lo rendessi infelice, mi avrebbe già lasciata tempo fa. Non trovi?”, gli fece notare Dia.

Brad perse le staffe. “Oh, ne ho abbastanza di te! Sai solo portare scompiglio nella mia famiglia, Diana McCarthy! Avresti dovuto sposare quel ragazzo che aveva scelto tua madre per te, invece no: hai voluto prenderti mio fratello. Mi domando proprio cosa ci abbia trovato Luke in una scapestrata come te. Neanche hai saputo dargli dei figli perché non sei buona a nulla, nemmeno a procreare!”

Dia ansimò e portò una mano sul grembo, le si stava rivoltando lo stomaco. Dopo essere stata offesa persona e, ancora più gravemente, come donna, poteva ritenere di aver sopportato fin troppo. Si alzò bruscamente dallo sgabello, batté i pugni sul bancone facendo tintinnare il bicchiere e si protese in avanti. Stavolta non avrebbe parlato tra i denti come aveva fatto fino a quel momento; stavolta avrebbe mostrato a tutti i presenti che uomo meschino fosse Brad Johns.

“Mi fai schifo, mi fai proprio schifo!”, disse, e le sue parole suonarono quasi più violente di uno schiaffo per il marito di Hannah. “Non ti rivolgerai mai più a me in questo modo, chiaro?”, aggiunse perentoria, guardandolo con assoluto disprezzo. “Tu sei spregevole, sei una feccia. Sei tu che porti scompiglio nella tua stessa famiglia con il tuo atteggiamento del cazzo! Lo capisci o no? Adesso sono io a chiedermi cosa ci abbia trovato mia sorella in un mentecatto come te, che andrebbe allontanato subito! Ma non sarò io a farlo, e sai perché? Perché penso al bene di mia nipote Coco che, al contrario dei gemelli, non vuole vedere il male che c’è in te e ti reputa un buon padre. È solo per lei che lo faccio, anche se non abbiamo lo stesso rapporto che ho con Casey e Satèle. Perciò ringraziami, Brad. Ringraziami perché, a differenza tua, non ci tengo a sfasciare una famiglia e mandare la vita di tua moglie e dei tuoi figli a puttane!”

“Zitta, tu, puttana senza figli!”

Silenzio tombale. Tutti i consumatori assistevano sgomenti a quel turpiloquio; qualcuno copriva la bocca con le mani e qualcun altro rimaneva semplicemente paralizzato. Tutti, però, erano in attesa di una reazione da parte della bella donna albina.

Lo sguardo carico disgustato di Dia si trasformò in uno sguardo carico di odio, poi non vide altro che una patina di lacrime di rabbia che le offuscavano la visuale, ma non abbastanza da impedirle di bloccare la spalla destra di Brad con una mano e usare l’altra per tirargli uno schiaffo così forte da fargli girare la faccia prima di dileguarsi, sperando di avergli restituito tutto il dolore che lui le aveva causato.

 

Quando Brad rincasò, Hannah era in bagno a prepararsi per la cena con i colleghi e nel frattempo lo ascoltava mentre lui le raccontava di aver incontrato Dia al bar.

“Che stava facendo?”

“Era seduta al bancone e in mano aveva un cocktail, quello lì molto alcolico che da fuori sembra un semplice tè freddo.”

“Lo stava bevendo?”

“Stava per farlo, ma quando sono arrivato l’ha posato e alla fine non l’ha neanche più toccato. Ho dovuto pagarglielo io perché a un certo punto mi ha tirato uno schiaffo e se n’è andata, quella stronza!”

“Uno schiaffo? Strano. Dia ha tanti difetti, ma non è mai stata manesca. Se ti ha tirato uno schiaffo, significa che devi averle detto qualcosa che l’ha turbata.”

Brad le spiegò tutto.

“Allora è giustificata, perché sei stato fin troppo duro. Dia non sarà la personificazione dell’integrità morale, ma è pur sempre mia sorella”, rispose Hannah.

Brad terminò la conversazione facendole notare che le stava squillando il cellulare e uscì dal bagno.

Hannah guardò lo schermo e realizzò che il numero che stava chiamando utilizzava il prefisso internazionale italiano, seguito da quello del distretto di Napoli.

Con ogni probabilità dovevano essere i suoi genitori.

Rispose sua madre, Maria, e parlarono del più e del meno finché questa non l’avvertì che doveva andare a scongelare la carne per le polpette, così le passò suo padre.

Rian McCarthy chiese dei ragazzi e in particolare dei gemelli, visto che il giorno prima era stato il loro compleanno. “Quando venite a trovarci? Mi mancate” aggiunse poi.

“Durante le vacanze di Natale come sempre, appena io e Brad prendiamo le ferie”, rispose Hannah.

Poi, all’improvviso, suo padre le porse una domanda che mai si sarebbe aspettata: “Viene anche Diana?”

Lei si immobilizzò sul posto, con la piastra per i capelli in una mano, ed ebbe l’impressione che il fiato le si fosse mozzato in gola.

I suoi (specialmente sua madre) non avevano voluto vedere Dia per anni, da dopo che lei era scappata quando ne aveva venti, né l’avevano mai telefonata.

Le pareva assai strano che di punto in bianco volessero ricucire un rapporto interrotto da così tanto.

O meglio: da suo padre – che tutto sommato non si era mai schierato contro Dia ma, anzi, alcune volte aveva pure cercato di difenderla (senza successo) dalle vessazioni della moglie – avrebbe potuto anche aspettarselo, ma da sua madre no.

“Non credo”, ammise. “Ma perché questa domanda? È da tempo che non la vedete. Oggi sono precisamente…”

“Dodici anni”, la precedette Rian. “Oggi compie trentadue anni e l’ultima volta che l’ho vista ne aveva appena venti. Non vedo mia figlia da dodici anni.”

Hannah si riguardò bene dal rinfacciargli che ciò era anche a causa del suo carattere remissivo; intanto pensò a come rispondere, ma il flusso dei pensieri venne interrotto da un’altra sua domanda: “Com’è diventata?”

“È ancora magra come da adolescente, ma ha tagliato un po' i capelli e ha rinunciato ai suoi iconici frisé.”

Pensò che quei dettagli bastassero a soddisfare la sua curiosità, ma suo padre volle sapere dell’altro.

“Lavora?”

“Altroché, come traduttrice per Simon & Schuster da anni.”

“Ne sono contento. Io ho sempre detto che, in un modo o nell’altro, Diana avrebbe avuto successo nella vita.”

“Già…”

“È sposata?”

“Sì, con Luke.”

“Oh, mi ricordo di lui. A differenza di Greg, quello con cui la voleva sistemare tua madre, Luke mi è sempre piaciuto. Si vedeva che era un bravo ragazzo e che la amava davvero.”

“Già…”

“Hanno avuto figli?”

“No, Dia non può.”

“Questo mi dispiace. Sono sicuro che ne desiderava.”

“Peccato…”

“Veste sempre da punk?”

Hannah ridacchiò. “Non esattamente come faceva da ragazza, con le borchie e le extensions colorate, le calze a rete strappate e il rossetto nero; ma a volte indossa ancora le magliette delle rockband, il chiodo di pelle, e mette molto eyeliner. Probabilmente non uscirà mai del tutto da quella fase.”

“Suona ancora la chitarra? Canta?”

“Non canta più, e la chitarra l’ha regalata a Casey. Ha abbandonato quel sogno.”

Rian fissò nella mente quelle informazioni che non coincidevano affatto con il ricordo che aveva di Diana. Quella ragazza ribelle e anticonformista che aveva dimostrato genialità e talento sin da bambina, quella ragazza che sgattaiolava fuori di casa nel cuore della notte per mandare in visibilio i locali di Rockford con la sua voce straordinaria e le sue abilità di chitarrista autodidatta, era come scomparsa.

O forse era solo cresciuta. Perché ormai – pensò – Dia non era più una ragazzina, era diventata una donna. Gli venne inevitabile chiedersi se avesse chiuso per sempre i conti anche con altri aspetti del suo passato, quelli più dolorosi.

“Come sta?”, domandò a Hannah. “Intendo…”

“Ho capito”, lo interruppe lei. “Sta molto meglio, ha affrontato anni di terapia con una psicologa. Prende ancora il litio per stabilizzare l’umore, ma con autolesionismo e altre dipendenze ha chiuso.”

Sentì suo padre sospirare dall’altro capo del telefono e se lo immaginò rasserenato.

“Fammi un piacere”, la supplicò infine, “prova a chiederle se quest’anno può venire, anche solo per un giorno. Desidero vederla, parlarle, e credo che anche tua madre le debba delle scuse.”

Hannah non ebbe neanche il tempo di rispondergli, che subito la voce squillante di Maria riecheggiò attraverso l’altoparlante.

“A chi dovrei chiedere scusa, eh?”, s’intromise. Sosteneva di essere sorda da un orecchio, ma quello che voleva lo sentiva eccome.

Il marito le spiegò come si erano trovati a parlare di Diana e Maria diede letteralmente di matto appena udì il nome della sua secondogenita; cominciò ad urlare tutti gli insulti più volgari che conosceva, terminando con testuali parole: “Se solo quella disgraziata osa mettere piede in questa casa, io l’ammazzo davvero!”

A quel punto fu Rian a perdere le staffe e ribattere a tono, rinfacciandole tutti i torti che aveva fatto alla figlia durante gli anni, incluso quello di aver distrutto il suo grande sogno.

Hannah tacque per non aggravare ulteriormente la situazione, ma in cuor proprio non poté che dar ragione a suo padre: sua madre non aveva mai conosciuto altri modi al di fuori delle urla e delle botte per comunicare con Dia.

“Si è meritata tutto, quella stronza, e sia maledetto oggi, il giorno in cui è nata!”, sbottò Maria. “Hannah, ti scongiuro,” aggiunse infine, “non dirle assolutamente di venire qua, che se me la ritrovo davanti non puoi immaginare cosa le combino.”

Suo marito non fece neanche in tempo a farla ragionare che lei si era già allontanata sbattendo la porta, quasi a volergli dimostrare che era la sola a comandare e che la sua opinione, al confronto, non valeva niente. Come sempre, del resto.

 

Appena tornata a casa, Dia si disfece subito del cappotto e della borsa e andò a sedersi sul divano, sperando che fissare lo schermo nero del televisore spento davanti a sé la aiutasse ad alleviare la tensione nervosa che le stava provocando fitte lancinanti alla testa. Chiuse gli occhi e affondò la testa nello schienale. Rimase così per qualche minuto, poi udì uno schianto, il rumore di un oggetto che si abbatteva prono sul mobile della parete attrezzata.

Dia dimenticava spesso che dietro il televisore, avvolto dall’intrico dei cavi, aveva nascosto una cornice contenente una fotografia.

Si alzò per andare a vedere e, come aveva immaginato, era stata proprio quella a cadere per l’ennesima volta: la fotografia che la raffigurava in compagnia di Luke, Lindsey e Andy – due amici del liceo – mentre suonavano in un pub di Rockford.

Dia aveva un rapporto di amore e odio con quella foto: da un lato le rievocava i pochi momenti belli della sua adolescenza disastrosa, quelli in cui ancora sperava nei propri sogni; dall’altro, non poteva che rievocarle di conseguenza quelli spiacevoli, in cui li aveva visti distrutti.

L’urto aveva fatto formare una piccola crepa sul vetro della cornice, che tuttavia appariva ancora intatta.

Dia la prese e tornò a sedersi sul divano per osservarla. Mentre attendeva che Luke ritornasse dal lavoro, proiettò i ricordi nel passato e ripercorse alcune tappe della propria vita, iniziando proprio dalla sera in cui era stata scattata la foto, quando aveva sedici anni.

 

Era il 1995. Dia, con la chioma albina nascosta sotto una parrucca nera che ricordava l’acconciatura di Uma Thurman in Pulp Fiction, si esibiva sul palco del Durcky's, noto luogo di ritrovo per molti giovani musicisti che aspiravano al successo. Cantava il ritornello di Bad Reputation di Joan Jett, accompagnata dal suono della sua Gibson SG Special, della batteria di Luke e dalla tastiera di Andy, mentre la sua migliore amica Lindsey strimpellava il basso e cantava i cori. Era ancora lì. Nessuno avrebbe potuto immaginare cosa le sarebbe accaduto appena tre anni dopo...

La gente seduta ai tavoli era in visibilio. Dia si scatenava come una vera rockstar, coinvolgeva la folla ricevendo consensi e applausi. La adoravano tutti, lodavano la sua voce scura e potente e la sua impressionante estensione vocale.

Dicevano tutti che sarebbe diventata una grande stella, peccato solo che non le fu mai concesso di brillare.

 

Era il 1998. Dia, Luke e Andy, in lacrime, porgevano un ultimo saluto alla bara di Lindsey Bailey prima che i becchini, con l’aiuto di Jordan, il fratello maggiore della defunta, la calassero nel terreno.

 

Era il 1999. La pioggia scrosciava senza tregua sulle strade ormai buie di Dublino. Luke e Dia correvano mano nella mano, finalmente felici, diretti verso la meta della loro fuga: la loro nuova casa.

Salirono le scale, Luke girò velocemente la chiave nella toppa e attirò a sé la ragazza. Le loro labbra si schiusero in un bacio pieno di desiderio mentre entravano in casa avvinghiati, liberandosi a vicenda dell'ingombro dei vestiti e lasciando che la fiamma ardente della passione riscaldasse i loro corpi fradici.

 

Simile era la scena che si ripeteva esattamente un mese dopo, con il bel tempo, ma stavolta Dia veniva portata in braccio da Luke e indossava l'abito da sposa.

 

Tre mesi più tardi, Luke ritornava a casa dal lavoro e Dia lo accoglieva sulla soglia della porta mostrandogli un test di gravidanza, alla cui visione entrambi si abbracciavano con gli occhi gonfi di lacrime di gioia che, nove mesi dopo, in sala parto, si trasformavano in lacrime di dolore, perché ciò che Dia aveva portato in grembo per tutto quel tempo aveva perso la vita prima ancora di poterla conoscere.

 

Erano trascorse settimane. Dia si risvegliava in un letto d'ospedale, con i polsi fasciati da garze striate di sangue e Luke seduto al suo capezzale. Aveva provato a raggiungere ciò che aveva perso, ma, ancora una volta, il suo amato le aveva salvato la vita come aveva fatto tante volte tempo addietro.

 

Era iniziato l'anno 2000. Luke e Dia caricavano degli scatoloni su un camion dei traslochi, pronti a ricominciare una nuova vita a Rockford, dove lei aveva ricevuto una proposta lavorativa come traduttrice dalla Simon & Schuster e sarebbe entrata in terapia con la psicologa Julia Brooks.

 

Era la prima notte nella casa nuova. Dia si era svegliata e si era messa a rovistare nello scatolo in cui custodiva alcuni oggetti dell'adolescenza.

Sul fondo ritrovò la parrucca nera con cui si esibiva al Durcky's e uno dei suoi tanti diari in cui, oltre agli stati d’animo e i segreti, scriveva i testi delle canzoni della sua band, gli Spleen.

Recuperò una vestaglia e un accendino e uscì fuori al balcone, dove appiccò un fuoco in cui gettò entrambi gli oggetti, lasciandoli avvolgere dalle stesse fiamme in cui si era polverizzata la vita che aveva sempre sognato e che le era stata negata.

 

Dia si alzò di nuovo, in preda alla dispnea, e andò a posare la foto dove l’aveva presa, giurando a se stessa che non si sarebbe azzardata a toccarla per un po'.

Era consapevole che la sua mente non avrebbe mai rimosso quelle immagini, che anche una volta scacciate ritornavano con prepotenza ogni anno.

E riuscivano sempre a distruggerla un po'.

Perché nonostante fossero trascorsi dodici anni, nonostante Dia si fosse riscattata dopo aver toccato il fondo, proprio come aveva detto quella mattina stessa davanti alla tomba di Lindsey, il suo passato continuava a rimanere un tasto assai dolente.

Adesso aveva un marito che la amava tanto, un lavoro che la gratificava e che le aveva potuto permettere la casa in cui lei e Luke vivevano; ma allo stesso tempo era cresciuta con un padre remissivo, succube e a malincuore alleato di una moglie dittatrice, e una madre violenta che l’aveva sempre fatta sentire la vergogna della famiglia, la figlia che doveva essere nascosta perché nata “strana”. Una madre che di madre non aveva niente, una madre che l’aveva demoralizzata sin da bambina dicendole che, con la sua malattia, non sarebbe mai stata adatta a lavorare in un mondo come quello della musica, in cui l'immagine contava tanto.

Dia non l’avrebbe mai perdonata per questo, così come non l’avrebbe mai perdonata per aver provato a darla in sposa a diciannove anni – convinta che il matrimonio fosse l’unica soluzione per farle mettere la testa a posto – a un ragazzo molto più grande di lei, apparentemente educato e perbene ma che alla fine si era rivelato possessivo e perverso, dal quale, con l'aiuto di Luke – il suo unico grande amore dall'età di quattordici anni – era riuscita a fuggire.

Non avrebbe mai perdonato nemmeno sua sorella Hannah, che quando aveva partorito nel suo stesso giorno – il 31 ottobre 1999 – aveva dato ai suoi gemelli i nomi che lei aveva scelto per i propri, che al contrario non erano mai nati, solo per farle ancora altro male.

Tuttavia, con il tempo, Dia aveva imparato a vedere la questione in modo diverso: Casey e Satèle erano due ragazzini meravigliosi, e il fatto che portassero i nomi che lei aveva scelto per i suoi gemelli mai nati la faceva sentire più vicina a loro.

Certe volte desiderava che fossero stati proprio loro, i suoi figli.

Ma non sarebbe mai accaduto e, per non permettere al dolore di prendere il sopravvento ogni volta che qualcuno citava l'argomento, lei diceva di essere sterile per non essere interrogata sui suoi bambini nati morti.

Gli unici a sapere la verità, oltre a lei e Luke, erano Hannah e Brad, ai quali aveva raccomandato di nasconderlo anche ai ragazzi. Soprattutto a Casey e Satèle.

Loro non dovevano saperlo, così come non dovevano sapere che quella zia che ammiravano tanto fosse stata un’adolescente problematica, un’antieroina con il disturbo bipolare, una star delle dipendenze.

Pazza. Drogata. Alcolizzata.

Riflettendoci su, Brad – seppur con i suoi modi bruschi – aveva detto molte cose vere su di lei, a partire da quei tre aggettivi che le calzavano a pennello.

Fino a prova contraria, sei tu quella che deve imbottirsi di pillole per stabilizzare l’umore”, le aveva detto anche.

“Tu sei dannosa.

Tu non sei diventata nessuno, Dia.”

Mi domando proprio cosa ci abbia trovato Luke in una scapestrata come te. Neanche hai saputo dargli dei figli perché non sei buona a nulla, nemmeno a procreare!

L’ultima frase. Era bastata l’ultima frase a rovesciarla completamente.

Ha ragione, si disse Dia.

Sì, ha ragione, fece eco alla voce nella sua testa la voce di Dia adolescente, che improvvisamente si materializzò sul divano, seduta accanto alla sua versione adulta come se fosse fatta di carne e ossa, con le gambe accavallate rivestite dalle calze a rete strappate, la minigonna scozzese, gli anfibi, la canotta nera e gli avambracci fasciati ben in mostra.

Dia adolescente si stava attorcigliando una ciocca di capelli al dito e stava fumando.

L'odore di erba pervase le narici di Dia adulta come se fosse reale.

"Un giorno smetterai di farti di questa roba, lo sai?", chiese a Dia adolescente.

Certo. Ma adesso chiudi quel becco e levati dalle scatole, rispose lei, indisponente come al solito, facendo un altro tiro.

"Non darmi ordini. Tu non dovresti essere qui, perché tu non sei qui", ribadì Dia adulta, più a se stessa che alla sua versione più giovane.

Sì, invece! Io ci sono sempre, io non ti abbandonerò mai, ridacchiò Dia sedicenne.

"Basta!", gridò Dia adulta. "Esci subito da… dalla mia testa.”

Ma io non sono nella tua testa.

“Allora esci da casa mia.”

Teoricamente questa è anche casa mia.

“No, non lo è ancora. Tu vivi con la tua famiglia.”

A quel punto, Dia adolescente smise di attorcigliarsi i capelli e girò lo sguardo dalla parte opposta.

Dia adulta distinse l’alone di un livido in procinto di guarigione sullo zigomo destro della ragazza e le chiese: “Tua madre ti ha cacciata di nuovo, vero?”

Dia adolescente annuì. La sua insolenza si era trasformata in imbarazzo.

“Perché?”

Ha scoperto che ieri notte sono uscita di nascosto.

“Per andare dove?”

Al Durcky’s. Se le avessi chiesto il permesso, non mi ci avrebbe mai mandata.

“Perciò hai fatto questo?”, chiese nuovamente Dia adulta, stavolta alludendo ai tagli sui polsi della ragazza, nascosti sotto le garze.

Dia adolescente annuì per la seconda volta e le lacrime le rigarono le guance.

Non so più che fare, disse. Il dolore che sento fuori non riesce più a scacciare quello che sento dentro.

Dia adulta la guardò con compassione e rispose: “Tesoro, procurarti del dolore fisico non guarirà mai il tuo dolore psicologico. Un giorno lo capirai e scapperai dalle persone che ti stanno facendo soffrire, credendo che così risolverai tutti i tuoi problemi, ma ti avverto che affronterai altre battaglie; soffrirai ancora e più di quanto tu abbia mai sofferto, ma sarà allora, dopo aver conosciuto l’apice del tuo dolore, che inizierai pian piano a guarire. Ti accorgerai che per farlo non ti servirà la lametta, né l’erba e nemmeno l’alcool. Purtroppo questo vuoto affettivo che senti dentro adesso non si colmerà mai del tutto, non voglio illuderti promettendoti il contrario, ma ti assicuro che a un certo punto ci sarà qualcuno che rimarrà al tuo fianco e ti dimostrerà tutto l’amore che prova per te, proprio nel tuo momento di massimo dolore, perché è sincero. E qualsiasi sentimento, quando è sincero, ha un valore inestimabile.”

Dia adolescente dapprima pianse a dirotto, poi iniziò a ridere piegandosi in due, applaudendo canzonatoriamente.

Dia adulta non seppe stabilire se fosse un effetto collaterale che dipendeva dal fumo o meno.

Oh, ma quanto siamo sentimentali! La derise Dia adolescente. Mi hai forse preso per una rincoglionita che crede e tutte le puttanate che dici?! Le chiese stavolta con rabbia. Guarirai, qualcuno ti dimostrerà tutto l’amore che prova per te e bla bla bla, la scimmiottò. Ma per favore! Dimmi come andranno realmente le cose, invece di nascondermele. Tanto sappiamo entrambe che mi sposerò con Luke e avrò un po' di fortuna perché ho studiato le lingue, ma poi? Nella tua stupida storiella hai dimenticato di aggiungere che non canterò mai più, che non suonerò mai più, che la mia migliore amica morirà, che partorirò due bambini morti, che tornerò da una strizzacervelli e che prenderò ancora quelle fottute pillole, perché non guarirò da un cazzo di niente! Sbraitò. E sai di chi sarà la colpa? Tua! Sempre e solo tua, perché Brad ha ragione e tu sei una buona a nulla!

Dia adulta abbassò la testa e serrò i pugni. “Smettila. Subito.”

Oh, okay.

Dopo tutto ciò che era successo, Dia adolescente si limitò a fare spallucce e risedersi composta. Fece l’ultimo tirò, lasciò cadere la cartina a terra e, in un battito di ciglia di Dia adulta, si volatilizzò assieme alla nuvola di fumo che fuoriuscì dalla sua bocca.

Ci risiamo, pensò la vera Dia quando si accorse che quel dialogo con la sé del passato era avvenuto solo ed esclusivamente nella sua testa. Maledette allucinazioni

Si alzò dal divano e andò in cucina a riempirsi un bicchiere d’acqua, dal quale trasse un sorso sia prima di ingerire una compressa di litio che dopo. Iniziò a contare quante ne erano rimaste nello scatolo, ma il trillo del cordless la distrasse. Non vide il numero prima di rispondere, ma la voce dall’altro capo si rivelò presto quella di Hannah, che attaccò a parlarle con una certa urgenza di suo padre che desiderava rivederla. A quel punto a Dia sorse spontaneo chiedersi se sua madre approvasse.

“No, lei ha detto che se ti vedesse ti ammazzerebbe”, rispose la sorella.

“Che novità…”, sbuffò Dia, sarcastica. Le possibilità di ottenere il suo perdono erano pressoché inesistenti e lo sapeva, tuttavia si chiese anche come mai Hannah avesse tenuto a ribadirglielo.

Hannah disse: “Perché so che non sarà la mia brutta notizia a rovinarti un giorno che lo è già. Auguri, comunque.”

Dia le staccò il telefono in faccia.

Passò una mano fra i capelli e poggiò i gomiti sul davanzale della finestra; sospirò e pianse in silenzio.   

Per qualche minuto non volle vedere né sentire niente; chiuse gli occhi e distolse l’attenzione da ogni immagine e suono, ma uno in particolare la fece rinsavire: la voce di Luke.

“Amore, sono a casa”, lo sentì annunciare dalla porta d’ingresso.

Era tornato prima del previsto, ma Dia non voleva farsi vedere in quello stato, addossargli preoccupazioni secondo lei inutili, perciò si asciugò in fretta le lacrime.

Non trovandola in salotto, Luke raggiunse sua moglie in cucina e la vide affacciata alla finestra.

Dia si voltò. “Sei tornato presto”, gli sorrise.

“Ti ho chiamata un paio di volte sul cellulare, ma non hai risposto. Mi sono preoccupato un po', sono tornato perché pensavo non ti sentissi bene.” Luke vide che aveva gli occhi arrossati e l’eyeliner leggermente sbavato, entrambi segni inequivocabili che avesse pianto. “Ed è così, ho ragione?”

Dia annuì e tornò a dargli le spalle; Luke la abbracciò da dietro e si fece raccontare tutto.

Dia iniziò col parlargli della visita a Lindsey, poi dell’incontro con Brad, dell’allucinazione, infine della telefonata di Hannah.

Dopo essersi sincerato che avesse preso il litio, Luke le chiese: “Cos’è che ti fa star più male?”

“Il semplice fatto che abbiano ragione su di me. Brad, la me del passato, Hannah… Non importa in che modo lo dicono, perché alla fine io sono davvero ciò che loro dicono.”

“Invece no, tesoro. Loro usano gli sbagli che hai commesso in passato per convincerti che tu sia una cattiva persona, cosa non vera in quanto tu non hai mai fatto del male a nessuno, se non a te stessa. Ma loro non hanno mai capito e purtroppo mai capiranno che è stato il dolore a portarti a fare quelle cose, perché non hanno vissuto quello che hai vissuto tu sulla loro pelle.”

“Ma non è solo questo”, replicò Dia. “Quando dico che hanno ragione non intendo soltanto sui miei problemi psicologici.”

“E su cos’altro?”

“Sul fatto che non ho potuto darti una famiglia, non ho potuto darti dei figli. È questo che mi tormenta ogni maledetto giorno della mia vita. Soprattutto oggi, il giorno in cui sono venuta al mondo per rovinarmela e rovinare anche la tua. È per questo che mi chiedo – proprio come si chiedono mia sorella e tuo fratello – come tu faccia a stare con una come me.”

Luke la fece voltare di nuovo verso di sé e la strinse forte, accarezzandole i capelli dopo averle lasciato poggiare la testa sulla propria spalla per permetterle di piangere.

“Dia”, la chiamò dolcemente dopo che si fu calmata, “io non ti ho sposata perché pretendevo che tu mi dessi una discendenza. Ovviamente sarei stato felicissimo di diventare padre, proprio come tu saresti stata felicissima di diventare madre, ma, purtroppo, le cose sono andate come sappiamo, il destino ha deciso così. Non è colpa tua, amore, non è colpa di nessuno. Se ti ho scelta è perché ti amo, ti amerò sempre. Nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia, ogni giorno della mia vita. Ricordi?”

Dia guardò suo marito negli occhi e disse: “Sì. Me lo promettesti quando ci sposammo.”

“Esatto”, rispose Luke. “E non dimenticarlo mai. Non voglio sentirti dire mai più che mi hai rovinato la vita.” Le prese il volto tra le mani e le asciugò le lacrime con i pollici. “Tu sei ciò che di più prezioso ho al mondo, Dia. Buon compleanno, tesoro.”

Dia gli intrecciò le mani dietro il collo per attirare il suo viso al proprio e, quando fu abbastanza vicino, lo baciò. “Ti amo anch’io, Luke”, singhiozzò mentre i suoi occhi tornavano a riempirsi di lacrime, ma stavolta di una sensazione che quel giorno non aveva ancora provato: la felicità. “Non ti ringrazierò mai abbastanza per tutto ciò che fai per me.”

“Così come io non ti ringrazierò mai abbastanza per essermi stata vicina sempre, specie nei momenti difficili… specie quando persi i miei genitori. Perché è questo ciò che ho sempre ammirato di te: il fatto che cerchi di aiutare chi sta cadendo a pezzi anche quando sei già tu a essere distrutta”, disse Luke. “Tu sei forte, Dia. Non curarti di ciò che dicono i tuoi genitori, Brad, o tua sorella. Hannah è sempre stata gelosa di te, fidati. Lei e mio fratello non sanno vivere senza ferire gli altri. Poveri i ragazzi che devono sopportarli, specie Casey e Satèle.”

“Già”, concordò Dia. “E la cosa peggiore è che li trattano come mia madre trattava me. Ho paura, Luke, non voglio che passino quello che ho passato io, se capisci che intendo.”

“Capisco, sì, e a maggior ragione dobbiamo stargli vicino per impedire che succeda anche a loro. Insomma, dimostrargli l’affetto che i genitori non gli danno, appoggiarli quando non li comprendono. Come già facciamo; come tu, soprattutto, fai”, rispose Luke. “Adesso, però, pensiamo che tutto sommato stanno bene e che oggi è sabato e possono rivedersi.”

“Hai ragione”, ammise Dia. “Ieri non hanno nemmeno potuto festeggiare il loro compleanno insieme come sempre.”

Ricordò quando, l’anno prima, i gemelli avevano voluto travestirsi da Mercoledì e Pugsley della Famiglia Addams per andare a una festa di Halloween in un centro commerciale e avevano insistito affinché lei e Luke li accompagnassero travestiti da Morticia e Gomez.

“Com’erano carini! Pensare a loro riesce sempre a tirarmi su”, aggiunse poi.

Allora Luke ebbe un’idea. Sua moglie gli aveva detto che, quella sera, Hannah e Brad sarebbero andati a cena con dei colleghi, pertanto Coco avrebbe sicuramente dormito da un’amica, mentre i gemelli sarebbero rimasti a casa da soli. Dubitava che Hannah che gli avesse lasciato qualcosa da riscaldare al momento per la cena (non si faceva certi scrupoli, nemmeno a lasciare due ragazzini di appena dodici anni da soli di sera), perciò propose a Dia di andarli a prendere per fargli trascorrere la serata con loro e riaccompagnarli a casa prima del ritorno di Hannah e Brad. Lei acconsentì con entusiasmo.

“Mi fa piacere”, disse Luke. “Questo è un giorno triste, per me e soprattutto per te, perché sei tu che hai portato in grembo per tanti mesi i nostri gemelli. Se fossero stati qui, ieri avrebbero compiuto dodici anni, proprio come Satèle e Casey. Ma non importa, perché – per come la vedo io –, i nostri gemelli li abbiamo avuti lo stesso, anche se li ha partoriti tua sorella. Casey e Satèle non sono i nostri figli, ma allo stesso tempo loro vorrebbero noi come genitori e questo mi riempie di gioia. Io adoro quei ragazzini, come li adori tu, e so per certo che passare del tempo con loro ti farà stare meglio. Io voglio solo questo per te.”

“Oh, amore”, fu tutto ciò che riuscì a dire Dia. Chiamò Satèle sul cellulare per chiedere se a lei e a Casey andasse di trascorrere la serata con loro. Ovviamente, la risposta che ottenne fu affermativa.

“Perfetto, adesso scendo e passo a prenderli”, decise Luke. Chiese se fosse il caso di ordinare delle pizze, ma Dia rispose che le avrebbe fatto più piacere cucinare lo stufato irlandese, un piatto che i gemelli adoravano. “Dammi un consiglio, Luke”, aggiunse infine. “Pensi che dovrei dire a Casey che non sono riuscita a tirarlo fuori dal collegio? Se poi ci restasse male, se poi non si fidasse più di me?”

“Non accadrà”, la rassicurò lui. “Anche se ci resterà un po' male, ed è comprensibile, non perderà tutta la fiducia che ha sempre avuto in te. Tu sei praticamente il suo idolo, Dia. Casey ti amerà incondizionatamente, perché sa che, anche se non riuscirai sempre ad accontentarlo, ti farai sempre in quattro per lui e Satèle.”

Luke ci aveva visto giusto. Quando tornò a casa con i ragazzi, lasciò un attimo Dia da sola con Casey, il quale, davanti a tanto stupore da parte di sua zia, dichiarò di essere quasi contento di rimanere all’Hamilton, perché era lì, in quel luogo senza speranze, che – paradossalmente – le sue erano rinate dopo essersi reso conto che per la prima volta aveva trovato un amico. Inoltre, la rassicurò ulteriormente dicendole che non doveva preoccuparsi, perché lei era e sempre sarebbe stata la sua “seconda mamma”.

Dopo essersi chiariti raggiunsero Satèle e Luke per lo scambio dei regali. Dia approfittò per dare ai gemelli i regali di compleanno che lei e Luke gli avevano preso e altrettanto fecero loro. Cenarono, si divertirono con i giochi da tavolo e dopo cercarono un bel film da guardare tutti insieme abbracciati sul divano. Durante la pubblicità Hannah telefonò Satèle per avvisare che lei e Brad stavano ritornando, così Luke pensò che fosse giunta l’ora di riportarli a casa, se non volevano che i loro genitori scoprissero l’inganno.

“Grazie ancora per aver avuto quest’idea. Ho passato proprio una bella serata”, gli disse Dia quando ritornò.

“E non è ancora finita”, continuò Luke. “Ho ancora un altro regalo per te”, ammiccò. “Seguimi e vedrai”, aggiunse prima che Dia potesse fargli domande.

Si posizionò dietro di lei e le passò un braccio intorno alla vita, poi le spostò delicatamente una ciocca di capelli dietro l’orecchio. “Che ne dici, amore mio?”, le sussurrò.

Dia si voltò verso di lui e sorrise maliarda. Gli tese una mano e si lasciò condurre in camera da letto.

 

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Capitolo 10
*** Capitolo 9 - Trecce e palloni da basket ***


Capitolo 9 – Trecce e palloni da basket

 

Shane spazzò via una manciata di foglie secche dalla tomba di sua madre e vi posò un vaso di crisantemi bianchi. Osservò l'effigie della defunta posta sulla lapide, poi la fotografia che lo ritraeva insieme a lei contenuta nel medaglione che Kathryn gli aveva regalato qualche mese prima di morire, e non poté fare a meno di pensare a quanto il destino sapesse essere ingiusto con chi, al contrario, non lo era affatto.

Sua madre era morta nel 2001, quando lui aveva undici anni e Angel appena due, lasciando un vuoto incolmabile nelle loro vite e in quella di loro padre, che dopo dieci anni passati in solitudine solo di recente stava provando a rifarsi una vita con un'altra donna, Charlotte.

Ad Angel non piaceva granché, invece a Shane era indifferente, come tutto ciò che lo circondava, ormai, perché un mondo senza sua madre non era più un mondo piacevole in cui stare.

Se solo si fosse scoperto in tempo, oggi non sarei qui per te, pensava sempre in quel preciso giorno dell'anno, ma il cancro ai polmoni aveva già raggiunto il quarto stadio quando il miglior oncologo di Rockford, dopo aver liquidato più volte la questione sostenendo che i sintomi di Kathryn altro non fossero che gli strascichi di una bronchite curata male, si era finalmente deciso a sottoporla a indagini più approfondite.

Shane aveva visto sua madre lottare per due anni e con tutte le sue forze contro la malattia, che se da un lato non le aveva impedito di dare alla luce la sua sorellina, dall'altro l'aveva portata via a entrambi. Per sempre.

Questo era il pensiero con cui ogni volta si recava al cimitero per lei, e non sarebbe mai cambiato.

L'annuncio del decesso, la veglia, il funerale, la sepoltura... Quattro momenti che aveva rivissuto tre anni dopo, nel 2004.

Ricordarli gli faceva sempre venir voglia di piangere e di trattenersi allo stesso tempo, perché Shane sapeva perfettamente che le sue lacrime non avrebbero resuscitato nessuno, compresa sua madre.

Eppure, una lacrimuccia dagli occhi gli cadde. Ma lui se l’asciugò in fretta usando il dorso della mano.

"Tutto okay, fratellone?", gli chiese Angel.

"Tutto okay", rispose Shane, tirando un po' su col naso. "Mi aspetti qui, va bene? C'è anche un'altra persona a cui vorrei far visita, già sai. Torno presto." Raccolse da terra l'altro vaso di crisantemi che aveva portato con sé e si diresse verso un'altra lapide.

Angel seguì il suo movimento con la coda dell'occhio e, dopo essersi accertata che si fosse allontanato abbastanza, si sedette a gambe incrociate di fronte alla fotografia di Kathryn.

"Ciao mamma, sono Angel”, mormorò. “È triste parlare con te sapendo che non puoi rispondermi, ma lo faccio lo stesso perché so che in un modo o nell’altro mi ascolti. Mi piace credere che sia così, mamma. Ho tante cose da raccontarti.

Quest’estate papà ha conosciuto una donna, Charlotte, e si sono fidanzati. Non penso sia cattiva, ma a me non piace tanto, mi sembra un po' falsa. Shane dice che questa mia impressione è dovuta al fatto che non la conosco ancora bene. Ma io credo – anzi sono convinta – che pure se un giorno cominciasse a piacermi di più, non le vorrei mai bene sul serio. E sono convinta che anche papà, se tu fossi stata ancora qui, non si sarebbe messo con lei. Sarebbe rimasto con te. Ti vuole sempre bene, mamma. Ma lascerò che sarà lui a dirtelo, quando verrà a trovarti oggi pomeriggio, perché adesso sta lavorando.

Shane, invece, si sta trasformando in un pezzo di ghiaccio. È da tempo che non lo vedo ridere, o quantomeno accennare un sorriso. Lui dice che, quando si diventa adulti, le preoccupazioni e i doveri aumentano, ed è per questo che lo vedo così: perché è impegnato con il lavoro e a mettere da parte i soldi necessari per andare a vivere da solo. Secondo me sono tutte balle, mamma: è triste, ma non vuole ammetterlo. Così come non vuole ammettere di aver ricominciato a prendere quelle medicine di cui ti parlai un po' di tempo fa.

Ogni tanto io e Kyle – il suo migliore amico, di cui sicuramente ricorderai – lo paragoniamo a un robot per scherzarci su, ma a me non fa ridere, in realtà. Io voglio vedere Shane felice, perché l’ho già visto triste fin troppe volte, in passato.

E poi ci sono io, che quest’anno ho cominciato le scuole medie. Me la sto cavando bene, fortunatamente, e il merito è anche di Shane che mi dà sempre consigli. Mi ha anche mostrato i trucchi che usava lui per copiare durante le verifiche, ma non mi sono quasi mai serviti, per il momento.

Ho trovato due buoni amici: Markus e Satèle. Abbiamo tutti i corsi in comune, ci sediamo sempre vicini a mensa e occupiamo ogni giorno lo stesso tavolo, il Tavolo Degli Sfigati. Non siamo stati noi a battezzarlo così, ma alcuni nostri compagni che ci considerano appunto degli sfigati. A noi, però, non dispiace, perché preferiamo essere sfigati ma autentici piuttosto che popolari ma falsi.

Markus è il cugino di Ray, quell’amico di Shane che adesso vive a Londra.

Satèle è l’unica ragazza con cui vado d’accordo. Lei non cerca di cambiarmi e rendermi più femminile, mi accetta per come sono. Infatti, quando le ho detto di voler entrare nella squadra di basket della scuola, lei, a differenza delle altre, non mi ha consigliato di lasciar perdere; anzi: mi ha augurato buona fortuna per il provino.

Hai capito bene, mamma: farò quel provino. Giocare a basket è il mio sogno da sempre, ma è difficile da realizzare, e sai perché? Perché sono una ragazza, quindi non mi verranno date mai le stesse opportunità di un ragazzo. Funziona ancora così. È un bello schifo, eh? Ma io non mi lascerò scoraggiare così facilmente, mamma. Sono disposta a fare qualsiasi cosa per ottenere ciò voglio. Penso che tu l’abbia capito, da quello che ti raccontato di me, da quello che ti avranno raccontato papà e Shane. Sarà così anche stavolta, te l’assicuro. Non perderò quest’opportunità. Non posso perdere altro e ancora, perché ho già perso perdendo te.”

Lacrime copiose irrorarono le guance di Angel mentre accarezzava la pietra fredda, l’unico mezzo attraverso cui riusciva a comunicare con sua madre, uno dei pochi oggetti che ancora la legava a lei.

Mi manchi, mamma. Vorrei i tuoi baci, i tuoi abbracci, le tue rassicurazioni, ma mi accontenterei anche della tua sola presenza, perché non ricordo quasi niente di te ed è questo che mi fa più male, avrebbe voluto aggiungere, ma non riuscì a parlare.

L’unica cosa che si sentì di fare fu rimanere abbracciata alla lapide finché non vide suo fratello ritornare.

“Ho fatto. Se per te va bene, possiamo andarcene”, le disse.

“Va bene”, rispose Angel. Si alzò da terra e gli prese la mano. Alzò lo sguardo e vide che gli occhi azzurri di Shane erano arrossati, gonfi e sicuramente umidi, come se, al contrario di ciò che le avrebbe fatto credere, avesse pianto persino più di lei.

“Tutto okay, fratellone?”, gli chiese per la seconda volta.

“Tutto okay”, rispose nuovamente lui, giusto un po' seccato. “Quante altre volte me lo chiederai ancora, oggi?”

“Tante fino a quando non mi dimostrerai che sia vero.”

 

Le lezioni erano appena terminate. Markus e Satèle si stavano preparando per tornare a casa, invece Angel doveva andare a prepararsi per il provino. Il grande giorno era arrivato e non stava più nella pelle.

“In bocca al lupo, e facci sapere com’è andata”, le raccomandarono i due.

“Sicuro”, gli garantì Angel prima di imboccare il corridoio che l’avrebbe condotta agli spogliatoi. Quello femminile era vuoto, ciò significava che era stata davvero l’unica ragazza a presentarsi. Non che le importasse granché. Andava d’accordo con i maschi e allo stesso tempo sapeva tenergli testa.

Posso farcela, si disse. Devo farcela.

Indossò una tuta Adidas rossa che un tempo era appartenuta a suo fratello e un paio di sneakers bianche abbinate alla t-shirt che aveva messo sotto la giacca della tuta. Sembrava essere pronta, ma in realtà c’era ancora un’altra cosa che voleva fare prima di dirigersi in palestra.

Pochi giorni prima di venire a mancare, sua madre le aveva messo al collo una catenina d’argento con il pendente a forma di ala d’angelo che richiamava il suo nome. Quello era stato l’ultimo regalo che le aveva fatto. Da quel giorno, Angel non l’aveva più tolta e ormai la considerava il suo portafortuna.

“Ti renderò fiera di me, mamma”, sussurrò, poi si strinse la catenina al petto e baciò il pendente prima di nasconderlo sotto la maglietta.

Sapeva bene che il regolamento vietava agli sportivi di indossare bigiotteria durante le partite, ma non aveva comunque il coraggio di toglierla. Se un giorno le fosse capitato di smarrirla da qualche parte, Angel non se lo sarebbe mai perdonato.

Quando entrò in palestra, vide con sua sorpresa che dentro non c’erano più di dieci ragazzi, tutti girati di spalle e che già indossavano la storica divisa grigia e blu della McClaine.

Fu in quel momento che Angel capì di essere non solo l’unica ragazza ad essersi presentata al provino, ma addirittura l’unica persona.

I ragazzi erano troppo impegnati a parlare tra di loro per accorgersi della sua presenza, perciò diede un colpetto alla porta per richiamare la loro attenzione. Niente.

“Salve, ragazzi”, provò a salutarli, ma nessuno le rispose. Si schiarì la voce e ripeté lo stesso saluto con un tono più alto, ma ancora niente da fare. Sospirò, infilò pollice e indice in bocca e fischiò. Finalmente, i ragazzi si voltarono e cominciarono a fissarla con un cipiglio.

“Ehi, mi hai distrutto i timpani!”, gridò un certo spilungone, coprendosi le orecchie con le mani e nascondendosi goffamente dietro un compagno.

“Be’, mi dispiace, ma tu e gli altri non mi sentivate”, si giustificò Angel.

Calò un silenzio tombale. Poi, un ragazzo alto e abbastanza muscoloso per essere uno studente di scuola media, dai capelli meno biondi di quelli di Shane ma comunque troppo chiari rispetto alla sua carnagione bronzea, si fece largo tra i compagni e si rivolse a lei con una certa superbia.

“E tu chi saresti? Perché sei qui?” domandò.

“Mi chiamo Angel, sono qui per il provino.”

La squadrò dalla testa ai piedi quasi come se lei gli stesse suscitando disgusto e indignazione, facendola sentire ancora più piccola del suo metro e quarantacinque.

Tu vorresti entrare nella squadra di basket?”, rise, schioccando le dita per ordinare ai compagni di avvicinarsi. “Sentito, ragazzi? Questa qui vorrebbe entrare in squadra!”

Gli altri si scambiarono delle occhiate d’intesa e risero nuovamente insieme a lui.

“Ma sei una ragazza!”, rinfacciò un ragazzo moro ad Angel.

“Sì, e quello sotto i miei piedi è un pavimento. Abbiamo finito di giocare a Capitan Ovvio, adesso?”

“Come puoi tu, una ragazza, pensare di poter giocare a basket?”, insistette il ragazzo moro.

Angel corrugò leggermente la fronte. “Ditemi voi perché non potrei”.

A turno, ognuno espose le proprie motivazioni.

“Perché voi ragazze siete deboli.”

“Siete lente.”

“Semplice: non avete le palle.”

“Vi disperate se vi si spezza un’unghia durante una partita.”

“Siete troppo sensibili, non sapete tenere testa agli avversari.”

“Non avete la nostra stessa resistenza fisica.”

“Tu, in particolare, sei troppo bassa.”

“Hai le gambe corte, non riusciresti mai a saltare per fare canestro.”

“Perfino la palla è più grande di te.”

Si espressero tutti tranne il ragazzo biondo. Stavolta fu Angel a guardarlo con indignazione, lui e anche i suoi compagni. Con aria minacciosa, avanzò lentamente verso di loro e disse: “Uno: facendo questi stereotipi sulle ragazze dimostrate di possedere un quoziente intellettivo pari a quello di una gallina. Lobotomizzata, però. Per giudicare le abilità di una ragazza in campo, o anche semplicemente le mie, dovreste innanzitutto vederla giocare. Dovreste vedermi giocare. Due: scommetto di avere più palle io di tutti voi messi assieme.”

Dopo che ebbe pronunciato l’ultima frase, i ragazzi arretrarono tutti quanti contemporaneamente mettendosi una mano sul petto e inspirando profondamente all’unisono in modo quasi teatrale.

“Come ti permetti di dirci certe cose?!”, si arrabbiò il moro.

“E di paragonarci a delle galline lobotomizzate!”, puntualizzò l’imbranato spilungone.

I compagni allargarono le braccia come per dirgli che poteva anche risparmiarselo.

Di nuovo, il ragazzo biondo si fece largo tra loro e li zittì facendo il gesto del silenzio. Angel non si trovava lì nemmeno da dieci minuti e già aveva capito un paio di cose su di lui: la prima, che era il leader della squadra e quindi il playmaker; la seconda, che già non lo sopportava. Ancora una volta, il ragazzo la squadrò dal basso verso l’alto, soffermandosi sulle sue trecce, e disse: “Ascolta, Pippi Calzelunghe, ti consiglio di non perdere tempo e andartene prima che arrivi la signorina Hudson, la nostra allenatrice. Sarai sicuramente una primina, mentre alcuni di noi sono di seconda e altri addirittura di terza, il che significa che giochiamo da molto più di te in questa squadra. E poi sei una ragazza. Secondo te perché nessun’altra si è presentata? Perché il basket non fa per voi, fidati. Soprattutto per te. Guardati: sei praticamente uno scricciolo. Guarda come riesco a stringerti il polso con le dita!” Si fece avanti per dimostrarglielo, ma Angel gli tirò uno schiaffo sulla mano affinché lui gliela levasse di dosso.

“Dici solo cazzate!” protestò. “Se è vero che il basket non è uno sport per femmine, allora perché la vostra allenatrice, come tu stesso hai appena detto, è una donna?”

“Per lei è diverso”, borbottò il biondo poco convinto.

“È la stessa cosa, idiota!”, lo contraddisse Angel.

“Certo che sei proprio testarda!”, sbuffò esasperato il ragazzo. “Allora facciamo così, Pippi, propongo una sfida tra me e te: sei fai canestro tu, noi ti lasciamo fare il provino davanti alla signorina Hudson, che poi deciderà se sei degna di entrare in squadra; ma, se faccio canestro io, tu te ne vai e non ti fai più vedere. Ci stai?”

Angel incrociò le braccia. “Spiacente, io non credo in queste ridicole sfide di potere. L’unica persona a cui devo dimostrare qualcosa è l’allenatrice, non sei tu.”

Il biondo sorrise con malizia. “Come credevo: dici così perché hai paura.” Si voltò e fece cenno agli altri di seguirlo. “Andiamo, ragazzi, questa qui è un caso perso.”

Angel rimase a osservarli mentre attraversavano la palestra a testa alta, con la schiena dritta e il petto in fuori, atteggiandosi da vincitori quando, per il momento, non avevano vinto assolutamente niente.

Da un lato, Angel pensava che sarebbe stato un bene non avere a che fare con tipi del genere, con i quali non avrebbe fatto altro che litigare, ma dall’altro sapeva bene perché era lì, perché stava facendo il sacrificio di sopportarli: per dimostrare il suo valore, per raggiungere l’obiettivo che si era posta, ossia diventare la prima ragazza che giocava a basket che la McClaine avesse mai avuto.

“Fermi!”, ordinò agli altri giocatori. “Ci ho ripensato. Accetto.”

Il biondo tornò verso di lei con un sorriso sbilenco stampato in volto. “Ottimo”, sogghignò. Si fece portare la palla dallo spilungone e si rivolse ad Angel. “Ti avverto: trecce e palloni da basket non sono un’accoppiata vincente.”

“Staremo a vedere”, rispose lei.

Dopo che il ragazzo moro ebbe dato il via, il biondo cominciò a palleggiare in direzione del canestro avversario. Angel gli sottrasse presto la palla, ma lui cercò di impedirglielo. Non ci riuscì, perché la ragazza possedeva agilità e tecnica da vendere ed era impossibile riuscire a fermarla. Dopo una serie di tentativi e movimenti inutili per cercare di riprendere la palla, il ragazzo cadde a terra restando di sasso, come anche i compagni. Angel, allora, pensò che fosse giunto il momento di utilizzare il suo cavallo di battaglia. Prese la rincorsa, saltò e si cimentò in una capovolta a mezz’aria che apparve a dir poco spettacolare agli occhi dei suoi futuri compagni di squadra, perché dopo quell’acrobazia, alla quale seguì tiro in elevazione che spedì la palla dritta nel canestro, era a un passo dall’essere certa che lo sarebbero diventati.

Quando Angel atterrò, restituendo la palla allo spilungone, egli non andò a posarla, ma rimase impalato insieme ai compagni che ancora tenevano la bocca aperta, sia per lo stupore che per la vergogna di essersi sbagliati enormemente su di lei.

“Di’ la verità: sono bravina a basket, per essere una femminuccia” disse Angel, mimando le virgolette a mezz’aria con le dita nel momento in cui pronunciò la parola “femminuccia”. Fece una smorfia al ragazzo biondo per farlo sentire ridicolo, tuttavia gli offrì una mano per aiutarlo a rialzarsi da terra, ma lui la respinse e fece da sé. Si scrollò un po' di polvere dai calzoncini e andò a posizionarsi accanto al ragazzo moro, che gli sussurrò: “Ti ha stracciato, Kevin.”

“Sta’ zitto!”, gli ordinò Kevin. Si protese verso Angel e le puntò un dito contro. “Tu!”, stette per dirle, ma qualcuno lo precedette.

Kevin e gli altri si girarono verso la porta e Angel si paralizzò non appena vide che quella donna alta e muscolosa dai capelli castani raccolti in una coda bassa dietro la nuca che doveva essere la signorina Hudson (anche se di “signorina” aveva ben poco, vista qualche ruga che già faceva capolino e la voce mascolina) la stava indicando e si stava dirigendo verso di lei.

“Mi dispiace, non volevo, la stavo aspettando per il provino, poi ho cominciato a parlare con i ragazzi e…”

“Risparmia il fiato, ragazza”, tagliò corto l’allenatrice. “Non hai bisogno di fare alcun provino, ho visto cos’hai appena fatto.”

Per un attimo, Angel credette di star per essere scartata e si sentì percorrere la schiena da un brivido freddo.

Poi la Hudson continuò: “Hai un gran talento, hai eseguito una capovolta spettacolare e un tiro perfetto. Per non parlare della tua coordinazione, dei tuoi riflessi… sei fantastica! Sei esattamente ciò di cui la squadra ha bisogno. Che ne pensate, ragazzi?”

Angel era al settimo cielo. “La ringrazio, non sa quanto mi rende felice”, disse, ma Kevin non esitò a interrompere il suo momento di gloria rispondendo alla domanda della signorina Hudson, sottolineando per l’ennesima volta che Angel fosse una ragazza e che nessuna di loro, alla McClaine, avesse mai giocato a basket.

“Vorrà dire che sarà una pioniera”, fu la risposta dell’allenatrice. “Come ti chiami?”, chiese poi alla ragazza.

“Angel Hassler.”

“Ho già sentito questo cognome. Sei forse la sorella di un certo Shane Hassler?”

“Sì, ha frequentato questa scuola dieci anni fa.”

“Oh, me lo ricordo bene”, sorrise la Hudson. “All’epoca stavo facendo il tirocinio per ottenere una cattedra come insegnante di scienze motorie qui. Lui e il suo migliore amico – mi pare si chiamasse Kyle – venivano spesso a chiedermi in prestito i soldi per comprarsi gli snack al distributore, perché nessun altro professore voleva anticiparglieli.”

Angel rise. Effettivamente, chiedere soldi in prestito per comprarsi la merenda era proprio da Shane.

“Ma adesso torniamo a noi, Angel”, batté le mani l’allenatrice. “So già in che ruolo farti giocare: sarai la nuova guardia tiratrice.”

Angel sgranò gli occhi e non riuscì a trattenere un gridolino. Essere entrata in squadra già bastava a farle salire l’autostima alle stelle, ma giocare nello stesso ruolo in cui aveva giocato Michael Jordan – il suo idolo, la sua più grande fonte di ispirazione – era una gratificazione indescrivibile.

Peccato che Kevin ebbe di nuovo da ridire. “Ma, signorina Hudson, una guardia tiratrice dovrebbe essere più alta del playmaker. Io sono il playmaker, e lei non è affatto più alta di me!”

“Però, in compenso, ha una capacità di elevazione che nessuno di voi possiede”, gli fece notare l’allenatrice. “Non importa se è un tappo – senza offesa, Angel –, basta che sappia saltare.”

“Ma…”

“Niente ‘ma’. È deciso: Angel Hassler, benvenuta in squadra!”, annunciò solennemente la signorina Hudson.

“Benvenuta, Angel”, ripeterono gli altri giocatori, che a turno le strinsero la mano.

Di nuovo, tutti tranne Kevin. Anche stavolta fu il suo amico, il ragazzo moro, a condurlo davanti a lei per farlo scusare.

“Qualcuno ha qualcosa da dirti”, disse ad Angel, tenendo il biondo fermo per le spalle.

Kevin alzò gli occhi e sbuffò. “Scusami, Pippi Calzelunghe, se ti ho sottovalutata. Penso che tu sia quasi brava, per essere una ragazza, e mi pento per come mi sono comportato. Mi chiamo Kevin e sono felice di averti in squadra.” Scocciato, si voltò verso l’amico e chiese: “Ho detto tutto bene?”

L’altro fece “così così” con la mano. “È un caso disperato, perdonalo”, suggerì ad Angel.

“Wow, Kevin, le tue parole mi commuovono”, rispose sarcastica. “E comunque, ti ricordo che mi chiamo Angel.”

“Per me sarai Pippi Calzelunghe”, decise Kevin.

Si fecero la linguaccia a vicenda, poi Angel venne convocata nello spogliatoio dalla signorina Hudson che doveva prenderle le misure da riferire alla sarta che le avrebbe confezionato la divisa.

Nel momento in cui l’allenatrice le posizionò il metro all’altezza di metà coscia, fino a dove sarebbero dovuti scendere i calzoncini della divisa femminile, Angel la fermò, chiedendole di scendere più giù perché – se fosse stato possibile – avrebbe voluto una divisa maschile.

La signorina Hudson la accontentò, ma quando venne il momento di chiederle di togliersi la giacca della tuta e vide la collanina nascosta sotto la t-shirt, le ribadì che era tenuta a toglierla per giocare, perché il pendente avrebbe potuto colpirla in faccia e farle male.

Angel scosse la testa. “Me l’ha regalata mia madre.”

La signorina Hudson conosceva Shane che sicuramente doveva averle raccontato tutta la storia, quindi avrebbe dovuto capire.

“D’accordo”, convenne, “ma assicurati di nasconderla sempre sotto la maglietta e fermarla con il nastro adesivo.”

“Lo farò, non si preoccupi”, le garantì Angel.

Prima di lasciarla andare, la signorina Hudson la scrutò attentamente e le disse: “Hai l’aria di essere una tipa tosta. Mi piaci.”

 

Un paio di giorni dopo, la notizia che per la prima volta ci fosse una ragazza nella squadra di basket aveva già fatto il giro della scuola.

Angel si sentiva costantemente osservata e indicata nei corridoi, ma a darle fastidio erano più i commenti le venivano fatti alle spalle che i gesti in sé.

“Saprà giocare veramente a basket?”

“Macché, secondo me è entrata in squadra solo farsi corteggiare dai ragazzi.”

Quando sentiva certe cose sul suo conto, Angel non poteva fare a meno di dare ragione alla signorina Hudson, che proprio il giorno prima le aveva detto: “Ricordati che, quando sei una ragazza, devi essere più forte psicologicamente che fisicamente per giocare a basket, perché là fuori è pieno di gente che cercherà di convincerti che non vali abbastanza. Non solo come giocatrice.”

I primi a dimostrarglielo erano stati proprio i suoi compagni di squadra.

Non solo in campo la trattavano come un’intrusa, ma in qualsiasi contesto. Non l’avevano mai invitata a sedersi con loro a mensa, quando la incontravano in giro non la salutavano o fingevano addirittura di non vederla. Quasi sempre la escludevano dalle loro conversazioni, oppure parlavano a bassa voce per non fargliele proprio ascoltare.

Le uniche occasioni in cui aveva modo di inserirsi nei loro discorsi erano le occasioni in cui Kevin non era presente, ma bastava che arrivasse lui e tutti smettevano di darle corda.

Tuttavia, Angel era riuscita a ricavare qualche informazione sui suoi compagni di squadra, a partire proprio dal biondo playmaker.

Tanto per cominciare, il colore dei suoi capelli non era naturale, anche se lui sosteneva il contrario. Di cognome faceva Martinez, ma per qualche motivo non pervenuto non sembrava andarne fiero.

Il ragazzo moro suo amico, invece, si chiamava Liam Torney e giocava come centro. Il suo ruolo si sposava a pennello con la sua corporatura: era il più massiccio di tutti e il più alto, persino più alto dello spilungone, il cui nome era Fletcher Dixon.

Fletcher era uno svampito abbastanza imbranato nei rapporti umani. Spesso faceva battutine fuori luogo che disturbavano gli altri membri della squadra ed emetteva una specie di singhiozzo stridulo quando questi lo rimproveravano urlando il suo nome. Ciononostante, era un valido giocatore e ricopriva il ruolo di ala piccola.

Infine c’era Doug Parker che giocava come ala grande, mentre tutti i ragazzi restanti rivestivano ruoli secondari.

Mentre prendeva alcuni libri dall’armadietto, Angel incontrò Markus e Satèle.

“Ecco la star!”, esclamarono all’unisono.

Angel indicò le proprie spalle. “C’è Lady Gaga dietro di me?”

“No, sei tu la star!”, rise Satèle. “Allora, com’è far parte della squadra di basket?”

“Sinceramente, non è proprio come me l’aspettavo. Diciamo che i ragazzi, al momento, sono un po'… distaccati nei miei confronti.”

“Che intendi dire con questo?”

“Che, anche sono nella squadra, non sono ancora della squadra.”

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Capitolo 11
*** Capitolo 10 - La serratura ***


Capitolo 10 – La serratura

 

“E così, Casey è diventato amico del Muto”, ricapitolò Russell mentre seguiva con la coda dell’occhio tutti gli spostamenti dei due amici.

“Chi sarebbe il Muto?”, domandò Jimmy Hunter.

Russell lo guardò in cagnesco e si rifiutò di rispondergli, perché quel giorno non era in vena di sopperire al suo continuo avere la testa tra le nuvole.

“Si riferisce a Johnnie”, gli spiegò allora Jack Duncan.

“Oh, adesso ho capito!”, esclamò Jimmy, ostentando subito dopo una certa perplessità nel chiedere: “Ma se è muto, allora come fa a rispondere all’appello?”

Quella domanda gli fece guadagnare un’altra occhiataccia da Russell, che scosse la testa e si mise una mano in fronte.

“Non è davvero muto, siamo noi che lo chiamiamo così perché non parla con nessuno che non sia Casey”, gli spiegò nuovamente Jack.

“Okay”, intervenne impaziente Russell, “chiarito questo, adesso ascoltatemi. Dunque, sappiamo che Casey ha un amico con cui passa molto tempo, perciò vorrà dire che, prima di partire all’attacco come si deve, dovremmo innanzitutto vedere come reagirebbe Johnnie se ci sentisse dire giusto un paio di cosucce poco carine sul suo amichetto.”

“Perché?”, chiese Jimmy.

“Perché potrebbe difenderlo”, rispose Russell.

“No, io intendo proprio ‘perché dovremmo partire all’attacco?’”, specificò l’altro.

Russell, che aveva l’abitudine di parlare al plurale senza mai considerare anche l’opinione altrui, disse: “Perché noi non sopportiamo Casey e vogliamo che chiunque, qui, lo veda per ciò che è davvero: un povero sfigato.”

 

“Certo che quello lì non schioda mai: mi segue e mi fissa ovunque io vada”, borbottò Casey, voltandosi per avere la conferma che Russell lo stesse pedinando ancora.

Johnnie non sentì il bisogno di chiedergli di chi stesse parlando – era così palese. Piuttosto, gli domandò come lo stesse facendo sentire il suo comportamento. Casey disse che la presenza di Russell gli metteva sì un po' d’ansia; tuttavia, aggiunse che per il momento aveva la situazione sotto controllo e che non c’era da preoccuparsi.

“Io non ne sarei così sicuro, Casey: Russell e i suoi scagnozzi ti hanno preso di mira”, lo avvertì Johnnie.

“So che mi detestano e me l’hanno dimostrato, ma è da un po' che mi stanno lasciando in pace. Presumo che non mi attaccheranno più, al massimo si limiteranno a guardarmi storto come già fanno. Devo solo abituarmici. Finché si tratta di questo, posso sopportarlo”, replicò Casey, convinto che ignorarli si sarebbe dimostrata una valida soluzione.

Del resto, anche Satèle gliel’aveva consigliato. Tu cerca di ignorare questo tizio, fai finta di non vederlo anche quando ti passa vicino, gli aveva detto.

Inizialmente, Casey non aveva accolto il suggerimento, infatti ricordava benissimo di quando Russell e i suoi amici-aiutanti l’avevano infastidito in cortile e lui aveva risposto alla provocazione. Da allora si era sempre ripetuto che, se avesse fatto il contrario, probabilmente non sarebbe mai successo ciò che era accaduto alla fine. Ricordava anche che era stato sul punto di prendere le botte e che le aveva evitate per un pelo.

“Quindi preferisci abituarti alle occhiatacce di Russell piuttosto che cercare un modo per farlo smettere?”, gli chiese Johnnie, anche se quella domanda sembrava più una sorta di rimprovero.

Casey fece spallucce. “Che c’è di male?”

“C’è di male che la situazione potrebbe degenerare”, gli spiegò il corvino.

“Non accadrà”, tagliò corto Casey.

“Lo spero per te”, sospirò l’altro. “Adesso, però, muoviamoci ad andare in cortile. Sappiamo entrambi che giorno è oggi.”

Vero. Quello era il giorno che tutti gli studenti dell’Hamilton conoscevano come Giorno dell’Ispezione, un vero e proprio rito secondo il quale le suore, una volta al mese, sottoponevano maschi e femmine a controlli rigidissimi. Li facevano disporre in file ordinate in cortile e li perquisivano per sincerarsi che non avessero l’uniforme sporca o sgualcita, una postura scorretta e che non nascondessero accessori o peggio ancora i cellulari.

Qualora si fossero verificate tali circostanze, i trasgressori avrebbero ricevuto quattro bacchettate sulla mano destra, quattro su quella sinistra e quattro dietro la schiena.

In quel momento toccava agli studenti di prima sottoporsi all’ispezione.

Casey e Johnnie avevano da poco raggiunto il cortile e vedevano tutti gli altri che si preparavano a ricevere le suore senza fiatare e con la postura dritta da soldati.

Casey era in apnea e gli tremava il labbro inferiore; Johnnie, invece, tremava tutto e aveva un buon motivo per farlo, perché Suor Elizabeth stava colpendo a bacchettate sulla schiena il ragazzo che c’era davanti a lui per via della sua uniforme sgualcita.

Chiuse gli occhi e li riaprì soltanto quando la suora passò a esaminare la fila a cui appartenevano lui e Casey.

Non ebbe da ridire su entrambi, fortunatamente, quindi li lasciò liberi di tornare in classe insieme a tutti coloro che ancora una volta si erano dimostrati diligenti, i quali cominciarono a marciare a testa alta verso l’edificio, con le mani dietro la schiena.

Mentre seguiva la scolaresca con Johnnie che camminava fedelmente al suo fianco, Casey avvertiva ancora la presenza di Russell, Jack e Jimmy alle proprie spalle, i loro occhi puntati addosso, i loro fiati sul suo collo. Decifrò i loro sussurri e capì che stavano parlando di qualcuno, e quel qualcuno era proprio lui.

“Visto da così vicino fa ancora più spavento.”

“Dovrei mettere gli occhiali da sole per guardarlo: tutto questo bianco mi acceca.”

A chi potevano essere rivolte quelle parole, se non a lui?

Anche Johnnie glielo fece notare. “Stanno parlando di te”, disse.

“Lo so”, rispose Casey. Non era dispiaciuto, non era arrabbiato, non era preoccupato.

Lo era Johnnie al suo posto. “Allora fai qualcosa”, gli suggerì.

Casey scosse la testa. “Perché?”

“Come sarebbe a dire ‘perché?’ Non t’importa?”

“No, non m’importa.”

Johnnie si fermò e gli si parò davanti. “Be’, importa a me”, disse perentorio. Fece per girarsi verso Russell e i suoi scagnozzi per dirgliene quattro, ma Casey glielo impedì afferrandolo per le spalle.

“Johnnie, no!”, gli ordinò. “Lascia perdere, andiamo in classe.”

Il corvino si divincolò dalla sua presa e, prima di sorpassarlo, gli disse: “Sai, quando fai così proprio non ti capisco!”

Intanto Russell, Jack e Jimmy avevano ascoltato tutto proprio come i due amici avevano fatto con loro.

“Che vi dicevo?”, chiese Russell ai due aiutanti. “Ero certo che il Muto avrebbe provato a difenderlo.”

“Già, e chissà perché Casey non gliel’ha permesso”, s’interrogò Jimmy.

“Meglio così”, lo interruppe Russell. “Significa che d’ora in poi potremo sbizzarrirci quanto vorremo con lui, proprio perché non ci tiene nemmeno a farsi difendere. Ci basterà semplicemente approfittare dei momenti in cui Johnnie lo lascerà solo e il giocò sarà fatto.” Sogghignò e si sfregò lentamente le mani. “Presto Casey Johns non sarà più una minaccia per noi, soprattutto se riusciremo a convincere anche altre persone a schierarsi dalla nostra parte.”

 

Dopo aver preso due brick di succo di frutta al distributore, Casey aveva raggiunto il suo migliore amico in biblioteca, pronto per iniziare a studiare con lui.

“Ci hai capito qualcosa?”, domandò a Johnnie, che aveva la testa china sul libro di storia.

“Sì, ho capito che non ce la farò mai a memorizzare tutte queste date”, rispose avvilito il corvino.

“Tranquillo, un po' di zuccheri al cervello ti aiuteranno a concentrarti”, gli suggerì Casey, passandogli un brick. Johnnie, però, lo respinse. “Non mi va”, disse senza nemmeno staccare gli occhi dal libro.

Casey, non capendo il motivo di quella reazione, si sedette ugualmente vicino a lui, che continuava a non interagire.

Casey cominciò a sentirsi in imbarazzo. Più passavano i minuti più iniziava ad accorgersi che, per la prima volta, Johnnie gli stava riservando lo stesso trattamento che di solito riservava alle altre persone.

“Siamo entrambi dei Settimana Corta, dico bene?”, gli chiese solo per rompere il ghiaccio, perché in realtà già conosceva la risposta.

“Esatto”, rispose distrattamente il suo amico, intento a sottolineare un paragrafo dal testo.

“Perfetto!”, esclamò Casey. “Proprio in questo momento mi stava venendo un’idea e stavo pensando che magari potremmo…”

“Sabato non posso uscire con te”, lo interruppe Johnnie. “Devo andare a trovare mio padre in ospedale.”

“Sei arrabbiato con me, vero?”, indagò Casey.

“Ma no, sabato devo veramente andare a trovare mio padre in ospedale.”

“E io ti credo, però penso pure che tu sia arrabbiato con me.”

“Ti sbagli.”

“Ti prego, Johnnie!”, lo supplicò Casey. “Tu non sai mentire, tanto vale che mi dici la verità. Sei arrabbiato con me?”

“No, Casey, non sono arrabbiato. Sono soltanto… deluso”, confessò Johnnie.

“Deluso da me? Perché?”

Solo allora Johnnie si decise a stabilire un contatto visivo con lui. “Perché stamattina io ho cercato di aiutarti e tu non me l’hai permesso, anzi: mi hai trattato come mi hanno sempre trattato tutti.”

“Cioè?”

Johnnie chiuse il libro e si alzò in piedi. “Mi hai ignorato, Casey! Non mi hai ascoltato quando ti ho detto cosa pensavo sulla situazione che si è creata con Russell, hai preferito startene lì a subire piuttosto che lasciarmi intervenire!”

“Perché non c’era bisogno che tu intervenissi!”, ribatté Casey. “Davvero pensi che in dodici anni della mia vita nessuno mi abbia mai detto qualcosa di simile a ciò che Russell e i suoi amici mi sussurravano stamattina alle spalle? Be’, sappi che io ricevo questi commenti da sempre, ci sono abituato.”

“È questo il problema!”, lo rimproverò Johnnie. “Preferisci abituarti a star male piuttosto che trovare un modo per stare bene!”

“Smettila, così mi fai sembrare un povero disperato e io non lo sono!”, protestò Casey. “Non devi preoccuparti per me, so cavarmela. Dopotutto, sono solo parole…”

“Solo parole, dici? Lascia che ti dica una cosa, Casey: alcune parole sanno distruggere più di una raffica di pugni, perché la pelle guarisce presto dalle ferite; la memoria, invece, non le cancella mai del tutto”, disse Johnnie. “Ecco perché le detesto, ecco perché detesto le parole: perché quelle degli altri offendono e le mie non vengono ascoltate. Sai che ti dico? Preferivo quando le mie labbra erano una serratura perché, se avessi continuato a tenerle sigillate, probabilmente adesso non staremmo discutendo.”

Johnnie accostò la sedia al tavolo e cominciò ad allontanarsi. “Aspettami qui, vado un attimo in bagno.”

“È solo una scusa per starmi lontano mentre cerchi di smaltire la collera, vero?”

“Forse…”

 

Jordan Bailey era ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Swedish American Hospital di Rockford, un luogo che Johnnie conosceva bene già da prima che suo padre vi venisse trasportato in seguito al drammatico incidente.

Oltre a esserci nato, Johnnie si era spesso recato lì per sottoporsi a esami e cure specifiche, soprattutto durante la prima infanzia. Tutti i medici che lavoravano in pediatria lo riconoscevano e lo salutavano sempre quando gli capitava di aggirarsi per i corridoi degli altri reparti.

In quel momento aveva ricambiato, con un cenno della mano, il saluto della dottoressa Swann.

Aveva visto suo padre e adesso si trovava in sala d’attesa perché sua madre gli aveva chiesto di poter parlare un attimo da sola con i dottori che monitoravano le sue condizioni.

Johnnie guardava le persone che lo circondavano e studiava attentamente i loro volti, provava a interpretare le loro emozioni, a immaginare le loro storie.

Vedendo che era libera, un signore anziano occupò la sedia accanto alla sua.

“Vedo che hai dei bei gusti musicali, ragazzino. Anch’io da giovane li ascoltavo”, disse, indicandogli la maglietta dei Beatles.

Johnnie abbozzò un sorriso.

“E vedo anche che sei un tipo alquanto taciturno”, aggiunse il vecchietto.

Johnnie sorrise di nuovo e annuì, chiedendosi cosa ci avesse visto di tanto interessante quello sconosciuto in un tipo come lui.

Ricordò improvvisamente che tempo addietro fece a sua madre la stessa identica domanda, e la sua risposta fu: “Il fatto che riesci a comunicare con gli sguardi come se lo stessi facendo a parole.”

“Sembri proprio un caro ragazzo. Quanto mi piacerebbe tornare indietro e riavere la tua età!”, sospirò l’anziano signore. “Quando si è anziani si perde ogni certezza: il giorno prima ti senti in perfetta forma e quello dopo ti senti a pezzi”, spiegò. “È per questo che sono qui. O meglio, sono qui per mia moglie. Stanotte ha avuto la pressione molto alta. Sai, per via di questo prende un sacco di brutte medicine.” Incrociò lo sguardo dispiaciuto del corvino e lo tranquillizzò dicendogli: “Ma tu sei giovane, questi problemi non ti riguardano.” Gli carezzò affettuosamente una spalla e disse: “Infatti sono sicuro che tu sia qui per un’altra persona, non per te.”

Prima di annuire nuovamente, Johnnie esaminò il volto del vecchietto, che a parer suo doveva avere più di settant’anni. La sua pelle era rugosa e raggrinzita, le labbra incorniciate da una barba incolta. Il centro della testa era calvo, mentre ai lati delle tempie crescevano folti capelli grigi. Furono però le sue iridi verde smeraldo a folgorare Johnnie.

Si chiese come potesse una persona così vecchia conservare degli occhi così giovani, vivi, luminosi. Proprio quegli occhi, in quel momento, sembravano stargli scrutando l’anima.

“Perché non parli, piccoletto?”, domandò il vecchietto.

Johnnie mosse teneramente il capo come ogni volta. Era sempre stato restio a consegnare a qualcuno la chiave per avere accesso a quella gigantesca cassaforte che era la sua bocca, infatti gli unici a cui aveva permesso di aprirla erano stati i suoi genitori e – in un modo davvero speciale – Casey, che era diventato il suo primo, vero migliore amico. Non importava se qualche volta discutevano, come avevano fatto un paio di giorni prima a causa della faccenda di Russell: Johnnie gli voleva così bene che proprio non ce la faceva a rimanere arrabbiato con lui a lungo, infatti l’aveva perdonato nel giro di poco.

Tuttavia, neanche a loro – ai suoi genitori e a Casey – aveva consegnato la chiave.

Johnnie riteneva che consegnare la chiave fosse la via più facile, quella che chiunque poteva scegliere; pertanto, se una persona ci teneva davvero a lui, doveva tentare di aprire la cassaforte facendone a meno, forzando la serratura.

Proprio così avevano fatto loro.

E, forse, così avrebbe fatto anche quel signore, se lui gliel’avesse concesso.

Johnnie lo guardò con occhi languidi, deglutì e disse: “Mio padre è in coma.”

L’anziano signore trasse il ragazzo a sé e gli fece poggiare la testa nell’incavo del proprio collo. “Povero ragazzo, mi dispiace tanto. Come ti fa sentire tutto questo?”, gli chiese.

“Ho paura”, mormorò Johnnie.

“Come immaginavo”, rispose il vecchio. “Sono sicuro di aver capito di cosa, ma te lo chiedo lo stesso: ti spaventa la morte?”

Johnnie annuì.

“Vedi, giovanotto”, disse allora il vecchio, “se c’è una cosa che ho imparato durante tutti questi anni di esperienza, è che nella vita nulla succede per caso. Né le cose brutte né quelle belle. Semplicemente, la vita ci mette alla prova per vedere se siamo forti abbastanza per superare tutti gli ostacoli che ci riserva. Per questo dico che nulla succede per caso, perché la vita sa già cosa ha in serbo per ciascuno di noi. È il nostro più grande dono e, allo stesso tempo, la nostra più grande condanna. Che ne pensi?”

“Penso che sia grandiosa fino a quando non viene il momento di scontrarci con il suo opposto: la morte”, rispose Johnnie.

“Io, invece, penso che la morte non esista”, ribatté l’anziano signore. “Non so chi abbia coniato questo termine, sta di fatto che lo reputo troppo tragico.” Esaminò il volto del ragazzo e giunse alla conclusione che fosse uno studente delle medie. “Ascolta, giovanotto. Dubito che tu abbia mai studiato filosofia – è una materia che ritroverai più in là nel tuo percorso di studi, ma voglio comunque raccontarti un aneddoto che riuscirai sicuramente a capire, perché sei un ragazzino in gamba. Vedi, c’era un filosofo che sosteneva che non ci si potesse bagnare due volte nell’acqua dello stesso fiume per due motivi: il primo, perché le sue acque si rinnovavano costantemente; il secondo, perché anche la nostra identità era in continuo cambiamento. Per riassumere questo concetto, utilizzava l’espressione ‘panta rei’, che significa ‘tutto scorre’. Scorre, come l’acqua del fiume.”

Johnnie ascoltò con interesse.

“Ecco, io penso che anche la vita, a modo suo, scorra. Non c’è niente di statico in essa”, continuò il vecchio. “Quindi mi sono fatto una domanda, ho pensato: e se quella fase dell’esistenza che tutti chiamano morte, intesa come la fine della vita, altro non fosse che un cambiamento, un passaggio allo stadio successivo?”

“In che senso?”, domandò timidamente Johnnie.

“Nel senso che io non sono un filosofo e che probabilmente, adesso, ti sto dicendo qualcosa che tu potresti trovare assurdo. Io penso che una persona non muoia mai davvero, ma che passi solamente a uno stadio successivo. Ora, visto che la vita sa essere contemporaneamente la nostra migliore alleata e la nostra peggiore avversaria, fa sì che a ognuno capiti un momento diverso per passare allo stadio successivo. È per questo c’è chi lo fa a novant’anni, chi a cinquanta, chi a venti, chi a dieci… In ogni caso, si tratta sempre del momento giusto per quella persona. Anche se sembra troppo giovane per passare allo stadio successivo, la vita glielo permette comunque, perché – forse – ha già dimostrato tanto ed è giunta al limite degli ostacoli da superare, ne ha superati abbastanza. Quindi, a questa persona, non resta che essere premiata con il permesso di vivere una vita nel posto più sicuro e felice di tutti: il cuore di chi l’amata e l’amerà per sempre.”

Johnnie rimase incantato da quelle parole. Decise che, da quel momento in poi, avrebbe ripensato a quel discorso ogniqualvolta gli fosse venuto da temere per la vita di suo padre, ripetendosi che, proprio come aveva detto il vecchietto, questa avrebbe continuato ad esistere al sicuro nel suo cuore.

Si convinse, inoltre, che anche lo stesso incontro con quel signore rientrasse tra le cose che – citando le sue parole – non accadevano per caso.

Stavolta era andata diversamente: non era stato Johnnie a studiarlo, ma il vecchio a studiare lui.

“Ce l’ha fatta”, dichiarò, “lei ha forzato la serratura.”

Pensando che l’altro non avrebbe capito cosa intendeva, sgranò gli occhi non appena il signore anziano rispose: “Ed era proprio qui che volevo arrivare.”

Intanto Jessie aveva finito di parlare con i medici e si era avvicinata al figlio per riferirgli ciò che le era stato detto.

“Vado un attimo in bagno e poi torniamo a casa. Okay, tesoro?”, gli chiese.

Johnnie la lasciò andare e tornò a rivolgersi al signore anziano, che nel frattempo aveva finto di starsene per i fatti suoi.

“Mi sa che ci rincontreremo”, suppose.

“Già”, concordò Johnnie.

“Bene, allora non ci resta che presentarci. Piacere, sono Sebastian Smith.”

Gli strinse la mano e Johnnie si presentò a sua volta. Anche quella era una cosa che non faceva spesso: solo con chi forzava la serratura.

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Capitolo 12
*** Capitolo 11- Storia di un (ex) bambino cattivo ***


Capitolo 11 – Storia di un (ex) bambino cattivo

 

Da tempo si vociferava che Markus Lancaster fosse lo studente più intelligente della scuola, praticamente un genio.

I suoi test valevano sempre il massimo dei voti, a prescindere dalla materia, e i suoi temi erano scritti in modo così impeccabile da non aver mai visto l’ombra di una correzione fatta con la penna rossa. Al contrario, spesso era lui a intervenire durante le spiegazioni per correggere i professori, che se da un lato storcevano il naso, dall’altro non potevano negare che quel ragazzino fosse più preparato di loro.

Tutti si chiedevano come facesse il suo cervello a contenere così tante informazioni, che metodo usasse per assimilarle e, non riuscendo a trovare una risposta altrettanto convincente, si accontentavano di sapere che fosse un genio e basta.

Dal canto suo, Markus la pensava diversamente: non era lui a possedere una mente brillante, ma gli altri – primi su tutti alcuni dei suoi professori – ad avere un basso livello culturale.

Ad ogni modo, certe supposizioni sul suo conto gli avevano fatto guadagnare notorietà. Tutti, almeno una volta, avevano sentito il suo nome. C’era chi lo esaltava e c’era chi, invece, lo infangava.

Al primo gruppo appartenevano i cosiddetti “secchioni”, coloro che – a differenza di Markus – pendevano dalle labbra dei professori, sottomettevano davvero la vita sociale allo studio e gli portavano rispetto, invitandolo non di rado a unirsi alla loro “cerchia” e ottenendo puntualmente un rifiuto come risposta; ma anche i furbetti che non avevano alcuna voglia di studiare e cercavano di comprare la sua amicizia solo ed esclusivamente per poter copiare i suoi compiti – una cosa che Markus non gli aveva mai permesso – e le ragazzine che ogni giorno lo aspettavano vicino al suo armadietto e che lui scacciava sempre con un gesto della mano e una domanda sarcastica: “Volete un autografo?”

Il secondo gruppo, invece, era formato dai tipi cosiddetti “ordinari”, che costituivano la massa, come i ragazzi tutto fumo e niente arrosto che, gelosi di tutte le attenzioni che riceveva dalle ragazze, lo chiamavano Ghostface perché sostenevano che il suo viso fosse troppo pallido e scavato e che somigliasse appunto alla maschera indossata dal serial killer di Scream, Beccamorto perché vestiva sempre di nero e Slenderman perché era alto e magrissimo.

Tuttavia, se pensavano di poterlo offendere assegnandogli quei ridicoli soprannomi, si sbagliavano di grosso, perché Markus gli rendeva pan per focaccia.

Infatti, al di là della sua preparazione, c’erano altre due caratteristiche alle quali era legata la sua fama: la lingua affilata e il dito medio sempre pronto per essere puntato verso eventuali seccatori.

Non si poteva di certo dire che Markus Lancaster fosse quel tipo di ragazzo che tutti desideravano avere come amico, anzi: scontroso, arrogante, talvolta cinico e refrattario alla presenza delle autorità, era piuttosto quel tipo di persona che molti preferivano tenere alla larga.

Anche i professori erano della stessa opinione: “È sveglio, intelligente, carismatico ed è pure un bel ragazzino. L’unica pecca che possiede è proprio quel caratteraccio!”, dicevano quando parlavano di lui agli altri colleghi.

A Markus, però, importava poco e niente del pensiero degli altri e se lo lasciava scivolare addosso così come, in passato, aveva fatto con i segni delle mani di chi gli aveva detto cose anche peggiori.

 

Il professor Miller aveva consegnato alla classe i test di matematica che aveva corretto.

Satèle aveva preso una C, la sufficienza, e ne gioiva con Angel perché sosteneva che fosse la prima volta in cui riusciva a ottenere quel risultato in matematica, una materia per la quale, ancor più delle altre, si era sempre sentita negata. Di certo il merito era soprattutto del professor Miller, che con il suo metodo d’insegnamento le faceva venir voglia, almeno ogni tanto, di aprire il libro.

Angel, invece, aveva avuto una B, ma entrambe sapevano già quale sarebbe stato il voto più alto di tutti.

“Ehi, Markus, tu quanto hai preso?”, domandarono al loro amico.

“A+”, rispose Markus senza entusiasmo, facendo voltare immediatamente Lucy Fox. Lucy Fox era sempre educata sia con i compagni che con i professori, studiava con costanza e non osava contraddire questi ultimi, per questo incarnava appieno il prototipo della studentessa modello anche se non riusciva mai a primeggiare su Markus.

Il ragazzo la vide alzarsi e avvicinarsi a sé.

“Scusami, Markus, posso dare giusto un’occhiata al tuo foglio? Voglio capire come mai io ho avuto una A mentre tu una A+”, gli chiese.

“Non ti serve guardare il mio foglio per capire io ho fatto 100/100 mentre tu 96/100”, disse Markus. Intanto Lucy fece marcia indietro e tornò a sedersi al proprio posto, al primo banco.

“Sei stato un po' antipatico con lei”, gli fece notare Angel.

Markus fece spallucce. “Non sopporto chi fa troppi paragoni. Essere o non essere la prima della classe non rende automaticamente Lucy una persona migliore o peggiore di me.”

“Anche questo è vero”, ammise Angel. Provò a dargli una pacca su una spalla, ma Markus si scansò proprio come fece quando Satèle fu sul punto di abbracciarlo dopo che lui le ebbe dato il regalo che le aveva preso per il compleanno.

“Ehi, che ti prende?”, chiese Angel allarmata. “Ho fatto qualcosa di male?”

“No, è solo che da un paio di giorni ho dolore alle spalle”, si giustificò Markus, mentendo perché sapeva che sarebbe stato difficile spiegare che da quattro anni si trascinava dietro la fobia del contatto fisico.

 

Le lezioni erano terminate. Angel e Satèle avevano deciso di tornare a casa a piedi; Markus, invece, avrebbe preso l’autobus perché prima voleva fare un salto in libreria, in quanto era rimasto a corto di libri da leggere.

Odiava i mezzi pubblici, ma la libreria più vicina a lui era comunque troppo distante da raggiungere a piedi, perciò gli toccava fare quel piccolo sacrificio. Fortunatamente aveva con sé gli auricolari e il lettore mp3. Gli bastò premere play e The Kill dei Thirty Seconds to Mars coprì tutti gli altri suoni fino alla fine del tragitto.

Ogni volta che entrava in una libreria, Markus provava la sensazione di trovarsi nell’unico posto che lo rendeva felice davvero, l’unico posto a cui sentiva di appartenere e l’unico posto in cui era libero di essere se stesso e non gli mancava mai il respiro.

Contò i soldi che aveva in tasca e si diresse verso il reparto di narrativa, pronto a trascorrerci anche l’intero pomeriggio se necessario.

 

Tony Baker aveva costretto la sua migliore amica Maddie ad accompagnarlo in libreria perché quest’ultima, in seguito a una scommessa che alla fine aveva perso, gli aveva promesso che avrebbe pagato pegno comprandogli il libro che voleva.

I due ragazzi stavano dando un’occhiata al reparto degli horror, uno dei generi preferiti di Tony, quando, all’improvviso, un ragazzino dai capelli neri che stava sfogliando un libro nel reparto di narrativa attirò l’attenzione di Maddie, la quale cominciò a fissarlo ignorando di conseguenza la voce del suo amico.

“Ehi, non mi rispondi? Posso sapere cosa stai guardando?”, le chiese Tony.

“Scusa, mi sono un attimo… distratta”, rispose la ragazza.

Tony seguì il suo sguardo e capì che fosse rivolto a un ragazzo situato a pochi metri da loro. Non ebbe bisogno di avvicinarsi a lui e guardarlo in faccia per riconoscerlo, perché gli bastò distinguere la sua figura esile e vestita di nero da lontano per capire che si trattasse di Markus Lancaster, un suo ex compagno delle scuole elementari.

“Lascia perdere quel ragazzo, Maddie.”

“Lo conosci?”, domandò la sua amica.

“Sì, era un mio compagno delle elementari. E non ho intenzione di incrociare il suo sguardo.”

“Perché?”

“Perché – credimi – è una delle persone peggiori che abbia mai conosciuto.”

 

Per qualche strana ragione, Markus si sentiva osservato. Posò il libro che fino a qualche minuto prima stava sfogliando e iniziò a guardarsi intorno alla ricerca di facce conosciute.

Per un attimo credette di star vivendo uno dei suoi soliti incubi quando riconobbe Tony Baker, quel suo ex compagno delle elementari che era stato capace di distruggere la sua reputazione in una manciata di secondi.

“È una delle persone peggiori che abbia mai conosciuto.” Sentendolo pronunciare questa frase, Markus capì subito a chi fosse rivolta: a lui.

 

“Si chiama Markus Lancaster e la prima cosa che c’è da sapere su di lui è che è cattivo nel vero senso del termine”, esordì Tony prima di procedere con la sua spiegazione.

“Avevamo tutti i corsi e tutte le maestre in comune, perciò me lo ritrovavo ovunque. Le maestre, in realtà, dicevano che eravamo tutti un po' cattivelli, ma nel senso scherzoso del termine: il massimo che io e gli altri miei compagni facevamo era cambiare posto senza permesso, creare un po' di confusione durante la ricreazione, tirare i codini alle bambine perché ci divertivamo a farle indispettire.

Poi c’era Markus Lancaster, che era il più cattivo di tutti.

Inizialmente pensavamo che fosse solo un po' timido, perciò lo invitavamo lo stesso a giocare. Presto, però, ci accorgemmo che non sapeva stare allo scherzo. Io e gli altri ci divertivamo a punzecchiarci lanciandoci gli aeroplanini di carta addosso durante la lezione, così un giorno iniziammo a lanciarli anche a lui per fargli capire che lo consideravamo uno dei nostri. Inutile dire che Markus li stracciava sempre e alla fine dell’ora andava a buttare tutto nel cestino. Una volta un mio amico provò a lanciargli una matita e lui la spezzò, allora ci convincemmo che dovevamo lasciar perdere perché evidentemente gli dava fastidio.

Un’altra cosa che ci piaceva era giocare a fare la lotta in cortile. Non ci facevamo male, ovviamente, a volte ci sfioravamo a stento. Un giorno, in prima elementare, un bambino con gli occhiali corse da Markus tirandogli dei pugnetti dietro la schiena per invitarlo a giocare ad acchiapparella con lui.

Markus ci fece spaventare tutti per come reagì: tolse gli occhiali a quel bambino e glieli tirò in faccia, colpendolo sul naso. Gli disse una parolaccia e se ne andò.

Fu allora che capimmo chi fosse davvero, i miei amici cominciarono a  a chiamarlo Bambino Cattivo e tutti insieme decidemmo che prima o poi l’avremmo smascherato davanti a tutti, incluse le maestre.

Non ci riuscimmo, però, perché Markus era tanto furbo quanto bugiardo e sapeva recitare bene la parte dell’alunno modello. In un certo senso lo era, perché – anche se mi secca ammetterlo – era incredibilmente intelligente.

Confesso che sono sempre stato un po' geloso di lui: puntavo a essere il primo della classe, eppure, nonostante dei due fossi io quello studioso, quello che passava tutto il giorno a fare i compiti, Markus mi superava sempre.

Quando la maestra di grammatica stava iniziando a insegnarci l’alfabeto, lui già sapeva leggere e scrivere. Quando noi imparammo a contare, lui già sapeva svolgere le divisioni a due cifre.”

“Era un genio, insomma”, commentò Maddie.

“Probabilmente lo è ancora”, rispose Tony. “Ma l’intelligenza non giustifica la cattiveria. E Markus ne aveva da vendere.

Era arrogante, cinico e conosceva tantissime parolacce; qualche volta l’ho sentito anche bestemmiare.

Era un tipo davvero strano, così tanto che io e i miei amici iniziammo addirittura a sospettare che al di fuori della scuola avesse una sorta di vita segreta.”

“Come mai?”, chiese Maddie.

“Adesso ti spiego”, disse il ragazzo. “Ricordo che in prima elementare si fratturò entrambe le braccia, prima il sinistro e a pochi mesi di distanza il destro. In generale, fino alla seconda veniva sempre a scuola con qualche cerotto in faccia. Spesso indossava gli occhiali da sole anche quando il tempo era nuvoloso, oppure si copriva mezzo volto con una sciarpa anche durante i mesi caldi.”

“Lo faceva per nascondere le ferite”, dedusse Maddie.

“Esatto”, confermò Tony. “Solo che nessuno, all’inizio, immaginava che Markus fosse una vittima. Piuttosto, credevamo che la sua famiglia fosse coinvolta in qualche brutto giro. E in parte era così.”

Fece una pausa, attendendo che fosse la sua amica a dirgli di proseguire, perché a parer suo la storia poteva tranquillamente concludersi così.

“Continua”, disse Maddie, timorosa perché dentro di sé aveva forse già intuito ciò che Tony stava per raccontarle. E non era niente di rassicurante.

“Credo che, a questo punto, tu abbia capito che tra me e Markus non scorresse buon sangue. Eppure… eppure ci sono state diverse occasioni in cui ammetto di aver provato pena per lui. Ne ricordo due in particolare. Nella prima ero in bagno e stavo per tirare lo sciacquone, quando, all’improvviso, sentii degli ansimi che provenivano da fuori. Uscii e vidi Markus ricurvo davanti al lavandino. Era lui che aveva il respiro affannoso. Mi avvicinai. Stava piangendo a dirotto.

Mi stupii di me stesso: avevo sempre pensato che, se un giorno avessi visto il suo lato vulnerabile, avrei riso pensando tra me e me che meritasse tutte le cose brutte che potevano essergli capitate, ma quando accadde non riuscii ad andarmene senza prima porgergli un fazzoletto per fargli asciugare le lacrime.

Era l’unica cosa che sentii di poter fare, perché sul lavandino c’era l’inalatore che usava quando gli venivano gli attacchi d’asma. E io, ovviamente, non sapevo come comportarmi in certi casi.

Nella seconda eravamo tutti fuori a giocare in cortile; Markus era in disparte. Per puro caso mi avvicinai a lui. Portava gli occhiali da sole, ma la montatura lasciava comunque intravedere un livido sullo zigomo destro. Presi coraggio e chiesi chi gliel’avesse procurato.

Non mi aspettavo che rispondesse, credevo piuttosto che mi cacciasse. Invece si tolse gli occhiali, mi guardò con certi occhioni languidi, quello destro circondato da un livido proprio come lo zigomo, e disse che era stato suo padre.

Era sempre stato suo padre a picchiarlo.

Ed era stato suo padre a rompergli le braccia.”

Quando interruppe la spiegazione, Tony si accorse di avere la pelle d’oca e gli occhi lucidi. Piangere per Markus Lancaster non era mai rientrato nei suoi piani, eppure stava accadendo.

Spesso, le persone decidono di fare ammenda dei propri sbagli solo quando è troppo tardi per porvi effettivamente rimedio. In questi casi non importa nemmeno quante parole lunghe e complicate esistano al mondo, perché, per l’essere umano, la più difficile di tutte da pronunciare sarà sempre e solo una: scusa.

Tony lo stava capendo in quel momento. Deglutì e si decise ad arrivare alla fine della storia una volta e per tutte.

“Qualche mese dopo, io e i miei compagni notammo che Markus non veniva a scuola da più di una settimana. Chiedemmo di lui alle maestre e ci dissero che non l’avremmo rivisto per i prossimi due mesi, perché aveva avuto un incidente e si era rotto quattro costole.

Almeno, così vollero farci credere.

Ma io sapevo la verità, io ero certo che fosse stato suo padre a rompergli le costole.

Quando Markus finalmente tornò, a scuola cominciò a circolare la voce che i suoi genitori si fossero separati. Sua madre aveva cacciato di casa suo padre perché aveva scoperto che picchiava Markus proprio quando l’aveva trovato a terra con quattro costole rotte. Era tornata prima dal lavoro, quel giorno. Il padre lo picchiava quando lei non c’era, per questo non se n’era mai accorta. E Markus non le aveva mai raccontato la verità, perché suo padre lo aveva costretto a dirle che fossero i suoi compagni di scuola a riempirlo di lividi e graffi.

Solo adesso lo capisco: ecco perché sua madre veniva spesso a implorare le maestre di scoprire chi fossero i bulletti che tormentavano suo figlio.

Ecco perché Markus mentiva.

Ecco perché non voleva che gli tirassimo le cose addosso, ecco perché non voleva mai giocare a fare la lotta.

Solo che eravamo tutti troppo piccoli per capire che il nostro gioco fosse la sua realtà.

Alla fine il padre venne arrestato, e Markus, da vittima di violenza, divenne in un certo senso un carnefice. A volte, per difendersi quando veniva infastidito, usava parole che alle orecchie di chiunque suonavano ancora più dolorose di tutti i pugni e gli schiaffi che aveva ricevuto lui.

Per questo motivo, volente o nolente, Markus si sentì chiamare Bambino Cattivo fino al suo ultimo giorno in quinta elementare. E forse – ma dico forse – cattivo lo era diventato davvero.

Ma io, dopo averti raccontato ciò che so, non la penso così. Non più. E solo adesso rimpiango di non potergli chiedere scusa.”

Detto ciò, Tony cercò conforto tra le braccia di Maddie e si abbandonò al lusso del pianto.

“Puoi”, replicò la ragazza. “Lui è qui.”

Un singhiozzo, il tonfo sordo di un libro che cadeva a terra e, in un battito di ciglia, Markus non c’era più.  

 

Respira, respira, respira.

Markus ebbe il suo primo attacco di panico a sei anni, a scuola, proprio quando venne visto da Tony Baker in bagno. Allora non conosceva nessun esercizio di respirazione, non usava l’inalatore e non assumeva ancora gli ansiolitici; quelli gli erano stati prescritti solo l’anno precedente dall’ultima psicologa da cui sua madre l’aveva portato.

Inutile dire che nemmeno lei era riuscita ad aiutarlo. A un certo punto aveva deciso di svincolarsi dal proprio impegno verso il ragazzo, sostenendo che procedere con la terapia cognitivo-comportamentale si sarebbe rivelata solo una perdita di tempo, perché Markus, a detta sua, era ormai “irrecuperabile”.

“Tuttavia, mi sento di consigliarle alcuni ansiolitici che potrebbero aiutarlo almeno a dormire meglio”, aveva detto poi alla madre.

Inizialmente, Emily si era mostrata contraria alla terapia farmacologica, perché temeva che gli ansiolitici potessero avere effetti collaterali anche gravi sul sistema nervoso di un bambino di dieci anni, ma alla fine aveva pensato che avrebbe fatto meglio ad affidarsi al parere dell’esperta della situazione, che a tal proposito l’aveva rassicurata dicendole che si trattassero di farmaci a base naturale e che Markus non avrebbe corso alcun rischio prendendoli.

Respira, respira, respira.

Ripetere quel comando nella propria testa gli tornava sempre utile in occasioni come quella, lo aiutava a distrarsi dal respiro corto, dalle palpitazioni e dalla nausea.

Markus aveva ingoiato una capsula dopo aver utilizzato l’inalatore per regolarizzare il respiro, accorgendosi di aver finito tutto il medicinale al suo interno. Nell’ultimo periodo, gli attacchi di panico si stavano manifestando con maggior frequenza, perché la crescita, per tutti, è sempre e inevitabilmente accompagnata dall’insorgere di nuovi problemi.

E Markus avrebbe fatto volentieri a meno di ricordare, grazie anche al racconto di Tony Baker, tutti quelli che aveva avuto in passato e che continuavano a ripercuotersi sul suo presente.

Respira, respira, respira.

A un certo punto, mentre Tony stava parlando, non ce l’aveva fatta più. Aveva mollato il libro che stava sfogliando ed era corso verso l’uscita, riversandosi sulla strada. Si era intrufolato nel bar più vicino e si era precipitato in bagno, infatti in quel momento era seduto sul coperchio del gabinetto e stava leggendo l’etichetta del barattolo che conteneva le pillole rosse, perché concentrarsi su cose più banali lo aiutava a rimanere calmo.

Assicuratosi di avere di nuovo tutto sotto controllo, uscì dal bagno, abbandonò il bar e riprese il cammino.

Faceva piuttosto freddo fuori, eppure Markus aveva ancora la fronte madida di sudore. Desiderava soltanto tornare a casa e cercare di rimuovere dalla propria mente quel racconto vero solo in parte; sì, perché la versione di Tony presentava diverse incongruenze, non rispecchiava appieno la realtà dei fatti.

Markus era sicuro di averlo sentito dire che avessero iniziato i suoi amici a chiamarlo Bambino Cattivo, ma in realtà era stato proprio lui a introdurre e diffondere quel soprannome, così com’era stato lui a spargere la voce che la sua famiglia fosse coinvolta in affari loschi.  

Seconda cosa, Tony non aveva sentito “circolare delle voci” sulla separazione dei genitori di Markus e sull’arresto del padre, ma si era recato personalmente dalle insegnanti per reperire quelle informazioni, che aveva poi diffuso e usato per rovinargli la reputazione.

Terza e ultima cosa, Markus non aveva mai sofferto di “asma”.

Tanto sanno tutti che alle persone conviene sempre escludere da una storia le parti in cui sono colpevoli, perché chiunque, sapendo che esistono tantissimi modi per non assumersi le colpe, e che uno di questi è proprio addossarle a qualcun altro, farebbe del male gratuitamente. Me compreso, pensò Markus.

E dire che lui ci aveva provato, a dimostrare a chi aveva avuto intorno di essere una persona migliore, ma nessuno ci aveva creduto e – probabilmente – nessuno lo avrebbe mai fatto.

Dopotutto, chi crederebbe a una menzogna inoccultabile? si chiese.

Insieme a tante inesattezze, una verità dalla bocca di Tony Baker era uscita: Markus si prestava alla parola cattivo così come la parola cattivo si prestava a Markus. Forse lo era stato, forse lo era ancora e forse avrebbe continuato a esserlo, così come avrebbe continuato, purtroppo, a essere il figlio problematico di quel bastardo di Chris Lancaster.

Raggiunse la fermata dell’autobus e infilò di nuovo gli auricolari quando salì, riproducendo la stessa canzone che aveva ascoltato all’andata e pensando a quanto gli si addicesse, soprattutto la strofa che precedeva l’ultimo ritornello.

 

I tried to be someone else

But nothing seemed to change

I know now, this is who I really am inside

I've finally found myself

Fighting for a chance

I know now, this is who I really am

 

Markus fece appena in tempo a chiudersi la porta di casa alle spalle, a giudicare dal temporale che si stava preparando all’orizzonte. I lampi squarciavano il cielo plumbeo, il vento fischiava senza pietà smuovendo le chiome degli alberi e le acque del Rock River. Si udì il boato di un tuono e in men che non si dica iniziò a piovere.

A Markus piaceva osservare le goccioline d’acqua abbattersi sui vetri delle finestre, il problema sorgeva quando veniva a piovere mentre era in strada e non aveva con sé l’ombrello. Era completamente solo, non c’era nessuno in casa. Sua madre era a lavoro e non sarebbe tornata prima del tardo pomeriggio, portando con sé Lily dopo essere passata a prenderla a casa di un’amichetta di scuola.

Da quando i suoi si erano separati, sua madre aveva cominciato a fare i doppi turni perché suo padre, se avesse potuto decidere, non le avrebbe mandato neanche l’assegno di mantenimento per lui e Lily, infatti lo mandava sempre in ritardo. 

Emily non voleva far mancare niente ai suoi figli, ma lavorare di più significava anche passare meno tempo con loro. Alcune volte tornava addirittura solo per l’orario di cena.

Markus si era abituato alla sua assenza, sapeva che fosse determinata dalla necessità, perciò aveva anche imparato a badare a se stesso e alla sorellina, facendo quello che qualcuno avrebbe potuto definire “bruciare le tappe”, ma in realtà anche lui aveva bisogno della sua mamma proprio come qualsiasi altro ragazzino della sua età, perché era lei la sua ancora di salvezza in quella famiglia sfasciata.

La pioggia aumentò e con essa anche il vento. Viste quelle condizioni, Markus volle scongiurare che sua madre fosse per strada, così la chiamò sul cellulare, ma il suo numero risultava irraggiungibile. Attese e riprovò un paio di volte, ma niente da fare.

Che fosse per la mancanza di linea dipesa dal maltempo oppure no, a Markus poco importava: ogni chiamata persa lo gettava nel panico… e nella rabbia.

“Schiatta!”, urlò al cellulare prima di scagliarlo contro il pavimento. Non controllò se si fosse rotto, anche di quello non gl’importava niente. Non aveva mai chiesto a sua madre di comprarglielo, era stata lei a prendere l’iniziativa.

“Tutti, alle medie, pregano i genitori affinché gli comprino un cellulare con cui poter chattare con gli amici. Sai meglio di me come sono i ragazzini di oggi: comincerebbero a darti dello sfigato, se sapessero che sei l’unico a non averlo”, gli aveva detto.

“Grazie”, aveva risposto Markus, “ma non so a quanto potrebbe servirmi. Tanto mi daranno dello sfigato a prescindere.”

Comunque, quel maledetto aggeggio non si era rotto. Lo raccolse da terra e andò nella sua stanza, o meglio la stanza sua e di Lily.

I suoi genitori avrebbero voluto fermarsi a un solo figlio, per questo avevano acquistato una casa che possedeva soltanto due camere da letto, ma le cose erano andate diversamente. Ciò non toglieva che sua madre, in passato, gli aveva anche detto che, se avesse desiderato avere una camera tutta per sé, lei avrebbe sempre potuto far innalzare un muro per dividere lo spazio in due stanze distinte e separate, ma Markus aveva sempre ritenuto che non fosse necessario, perché a lui piaceva condividere la stanza con sua sorella così come a lei piaceva condividerla con lui.

Nonostante la differenza d’età e di sesso, Markus e Lily andavano d’amore e d’accordo, rispettavano a vicenda gli spazi l’uno dell’altra e allo stesso tempo gli piaceva fare alcune attività insieme. Qualche mese prima, infatti, Lily aveva chiesto a Markus di insegnarle a leggere e scrivere, così, quando l’anno successivo avrebbe iniziato le elementari, sarebbe stata l’unica bambina della sua classe a saperlo fare, proprio come lui.

Markus era contento di star riuscendo a trasmetterle il suo amore per i libri, proprio nella loro stanza aveva una libreria su cui ne erano esposti di ogni genere.

Su di lui, la lettura aveva sempre esercitato una sorta di potere salvifico. Immergersi nelle storie di personaggi sempre nuovi gli impediva di pensare, almeno per un po', alla sua, di storia.

Tuttavia, la lettura non era esattamente la sua più grande passione. Soltanto sua madre e Lily sapevano che amasse scrivere più di qualsiasi altra cosa, infatti l’avevano visto portare a casa innumerevoli volte il premio da vincitore del concorso Piccoli Scrittori a cui la sua scuola elementare partecipava ogni anno, eppure nemmeno loro erano a conoscenza del suo ultimo progetto, un progetto che lo teneva impegnato già da qualche mese.

Per la prima volta in vita sua, Markus stava lavorando a una storia diversa dai racconti brevi che aveva scritto per il concorso. Stavolta si trattava di una storia più complessa, vera: l’autobiografia della propria infanzia.

L'idea fu un suggerimento che gli venne dato al termine della quinta elementare dalla bibliotecaria della sua scuola, la signora Scheel, che per Markus era sempre stata un'importante figura di riferimento.

Ricordava perfettamente di quell'ultimo giorno di scuola, del momento in cui si era recato in biblioteca per salutarla e ringraziarla di tutti i libri che le aveva prestato e regalato durante gli anni, dei preziosi consigli che aveva saputo dargli nei momenti tristi, e lei aveva ricambiato regalandogli una copia de Il Piccolo Principe con tanto di dedica.

Ricordava di quel preciso istante in cui l'anziana bibliotecaria si era rivolta a lui dicendo: “Sai, Markus, vorrei tanto che un giorno, su questi scaffali, ci fosse qualcosa di tuo. Non hai mai pensato di scrivere un libro?”

Markus aveva fatto spallucce, rispondendo: “E su che cosa dovrei scriverlo?”

“Scrivi di qualcosa che ti sta a cuore, che ti appartiene. Scrivi di te. Provaci, un giorno mi farai sapere.”

Così, Markus aveva accettato quella proposta e durante le vacanze estive si era cimentato nella stesura di quella storia, della propria storia, scrivendo su un quaderno dalla copertina blu tutto ciò che gli era rimasto in mente senza abbellimenti o trascuratezze.

Scrivere di sé si stava pian piano rivelando terapeutico, perché soltanto su carta riusciva a parlare di fatti di cui nessuno era conoscenza, nemmeno sua madre. Ecco perché non le aveva parlato del libro.

In quel momento, seduto scrivania, stava rileggendo il paragrafo che aveva scritto per accertarsi che non ci fossero errori. Sebbene avesse intenzione di tenere segreto quel racconto, desiderava scriverlo al meglio per semplice soddisfazione personale.

La signora Scheel gli aveva detto che sarebbe diventato sicuramente un best-seller; Markus, invece, non pensava che la sua storia potesse un giorno finire sugli scaffali di una libreria, infatti non aveva mai pensato a cambiare i nomi o quantomeno omettere i cognomi di tutte le persone che avevano fatto parte di quel periodo della sua vita in vista di una eventuale pubblicazione. Addirittura, non aveva mai pensato a darle un titolo.

Almeno, non fino a quel momento.

Riflettendoci su, perché no? Dopotutto, era anche un modo per ricordarla senza fare troppi giri di parole.

Finito di rileggere il pezzo che aveva scritto quel giorno, passò a sfogliare le pagine precedenti, cercando la frase più ricorrente, il gruppo di parole che ripeteva più spesso e che individuò subito.

Come ho fatto a non accorgermene prima? pensò.

Fu allora che, senz’ombra di dubbio, decise di intitolarla Il Bambino Cattivo.

Dopotutto, è questo che sono stato. È per questo che ho meritato tutte le botte che ho preso.

Il rumore della porta d’ingresso che si apriva dall’esterno lo distolse da quel pensiero, gli fece ricordare che avrebbe fatto meglio a nascondere il quaderno dalla copertina blu nel solito posto: sotto la rete del materasso.

Sua madre era tornata e presto fece capolino nella sua stanza, sedendosi accanto a lui.

Venne raggiunta da Lily, che subito corse da suo fratello per mostrargli un disegno che aveva fatto a scuola.

“Wow, che bello!”, esclamò Markus. “Diventi sempre più brava”, le disse, e lo pensava davvero. Nonostante avesse solo cinque anni, Lily possedeva un talento innato per l’arte, era capace di rispettare inconsapevolmente le proporzioni anatomiche come facevano i veri artisti.

“Markus ha ragione”, concordò la madre. “Adesso, però, vai a toglierti il cappotto e lavati le mani. Fra poco mangiamo.”

“Va bene, mamma”, obbedì la bambina, uscendo dalla stanza.

Allora Emily si rivolse a Markus. “Tesoro, scusa se non ho risposto alle tue chiamate. Le ho notate soltanto adesso, in ufficio la linea cadeva in continuazione a causa di questo brutto temporale”, esordì. “Stai bene? Dovevi dirmi qualcosa di importante?”, chiese poi.

“L’avevo capito”, disse Markus, rispondendo alla premessa. “Tutto okay, volevo solo assicurarmi che tu e Lily foste al riparo”, aggiunse, rispondendo alle domande.

“Tranquillo, come ti ho detto, io ero in ufficio e tua sorella era a casa di Abby. Stiamo bene”, lo rassicurò Emily, scrutandogli attentamente il volto. “Però non direi lo stesso di te. Sembra quasi che tu abbia pianto. È successo qualcosa a scuola?”

“Non mi è successo niente a scuola”, rispose Markus.

“Però non neghi che ti sia successo qualcosa”, constatò sua madre. “Hai avuto un attacco di panico, tesoro?”

Markus rimase zitto.

“Coraggio, sai che a me puoi dire tutto.”

Markus annuì. “Ho incontrato un mio compagno delle elementari in libreria.”

Sua madre gli sorrise dolcemente. “Non preoccuparti, quel periodo è passato e non tornerà più. La vita va avanti, Markus. La tua non è più quella che avevi fino all’anno scorso.” Poi gli chiese: “Cos’hai comprato in libreria?”

“Niente. Mi sono accorto di aver lasciato i soldi nel salvadanaio quando ero già là”, mentì Markus.

“Oh, che peccato. La prossima volta ricordati di controllare prima”, gli raccomandò Emily. Si alzò dalla sedia e fece per lasciare la stanza.

“Vado a preparare la cena”, disse.

Prima che si chiudesse la porta alle spalle, Markus la chiamò e la fece voltare nuovamente verso di sé.

“Ho finito il medicinale nell’inalatore”, confessò.

“Domani passo in farmacia e lo compro”, lo rassicurò sua madre.

 

Anche a tavola, Markus non riuscì a nascondere il malumore. La prima ad accorgersene fu Lily.

“Che succede, Markus, sei triste?”, gli chiese.

“Non sono triste, solo un po' stanco”, rispose il fratello.

“Com’è andato il test di matematica?”

“Bene. Ho preso A+.”

“E quando avevi intenzione di dirmelo?”, intervenne sua madre. “Complimenti!”, esclamò. Provò a stampargli un bacino sulla fronte, ma suo figlio, come aveva premeditato, lo schivò.

Emily non volle forzarlo ad accogliere le sue effusioni. Significava che non avesse ancora superato il trauma.

D’altronde, era questo il metodo che usava Chris per fargli del male: prima gli faceva credere di volergli fare una carezza, poi lo picchiava a sangue.

“Che bravo!”, le fece eco Lily, che da sempre nutriva una profonda ammirazione nei confronti di suo fratello.

“Invece Satèle che voto ha avuto?”, chiese poi.

“C”, rispose Markus.

“Satèle, quella tua amica?”, chiese curiosa sua madre.

“No, è la sua fidanzatina!”, lo canzonò Lily.

“Zitta!”, rispose acido Markus. “È una mia amica e basta.”

“Ma tu me ne parli sempre!”, continuò Lily.

Nel frattempo, Emily assisteva divertita alla scena, perché era della stessa opinione della piccola.

Markus stava attraversando quella fase in cui un po' tutti i ragazzini rifiutano le cose smielate e commentano “Che schifo” quando vedono un bacio tra due innamorati in televisione. Eppure, lei era convinta che, se avesse dovuto dare un bacio a Satèle, non gli avrebbe fatto poi così “schifo”.

“Ma non è vero!”, protestò Markus, facendo ridere la sorellina, che subito cominciò a canticchiare: “Markus ama Satèle, Markus ama Satèle!”

Per farla smettere, Markus le tirò addosso una mollica di pane. Per rivincita, Lily fece lo stesso. Poi entrambi scoppiarono a ridere e Lily fu contenta di essere riuscita almeno un po' a tirarlo su di morale.

 

“Chiedi scusa!”

“No.”

Uno schiaffo.

“Markus, chiedi scusa!”

“No. Non ho fatto niente.”

Un altro schiaffo.

“La prossima volta che ti permetti, ti straccio questa brutta lingua che tieni. Hai capito?”

Con le mani di suo padre strette intorno al collo, Markus tossì e, con gli occhi ridotti a due fessure, rispose per l’ennesima volta, in tono di sfida: “No!”

Un altro schiaffo, ancora più doloroso dei precedenti.

Markus resistette finché suo padre non lo mise spalle al muro, inibendogli qualsiasi tipo di movimento. Incassò tutti i pugni nello stomaco, tutti i calci nei fianchi e le tirate di capelli senza lamentarsi. Non voleva dare a quello stronzo la soddisfazione di farsi vedere piangere.

Una ginocchiata nell’inguine fece piegare Markus in due, una spinta lo fece cadere a terra.

“Adesso che mi dici, piccolo bastardo?”

Markus – anche se non aveva la più pallida idea del perché dovesse pronunciare quella parola, anche se sapeva che pronunciarla non gli avrebbe risparmiato le percosse, perché ci era già cascato una volta – dopo aver sputato un dente da latte, finalmente disse: “Scusa.”

 

Markus si svegliò di soprassalto, ansimando forte. Il cuore avrebbe potuto schizzargli fuori dal petto da un momento all’altro; coprì la bocca con una mano perché si sentiva di vomitare.

Rimase seduto al centro del letto e attese che gli passasse la nausea. Nel frattempo osservava Lily che dormiva tranquilla, sollevato che lei fosse stata risparmiata da quelle violenze.

 

Anche Emily si era svegliata all’improvviso, quella notte, ma perché le erano venute le mestruazioni. Dopo essere stata in bagno, approfittò per affacciarsi nella camera dei suoi figli e controllare se stessero dormendo. Lily sì; Markus, invece, era seduto al centro del letto e tirò un sospiro di sollievo quando la vide affacciata alla porta.

Emily si avvicinò al suo capezzale. “Amore, non ti senti bene?”, sussurrò.

“Non riesco a dormire”, spiegò Markus.

“Vuoi che ti prepari una camomilla?”

“No, sai bene che non mi aiuta.”

Emily avvicinò cautamente, cercando di non svegliare Lily, la sedia della scrivania al letto.

“Cosa fai?”, chiese perplesso Markus.

“Resto un po' qui con te. Forse parlare potrebbe riuscire a conciliarti il sonno”, spiegò sua madre. “Dunque, tu e questa Satèle andate molto d’accordo…”

“Mamma”, tagliò corto Markus, “è solo un’amica.”

“L’ho capito. Proprio perché siete tanto amici, vorrei conoscerla anch’io. Che ne diresti di invitarla a passare un giorno qui?” gli propose sua madre.

Markus rifletté. “Sì, sarebbe una buona idea”, decise infine. “E sarebbe anche la prima volta che porto un’amica a casa.”

“Appunto, non ne sei contento? Finalmente non sei più solo.”

“Sì… credo.”

“È così, Markus, fidati”, lo rassicurò sua madre. “E senti, le hai mai raccontato qualcosa di te? Qualcosa di più personale, intendo…”

“Non ancora. Dici che dovrei farlo?”

“Perché no? Se vuoi che la vostra amicizia duri, devi pur raccontarle qualcosa del tuo passato. Insomma, se verrà qui più volte e vedrà che siamo sempre io, tu e tua sorella, capirà da sola che io e tuo padre non stiamo più insieme, invece sarebbe meglio che glielo raccontassi tu. Non trovi?”

“Non lo so, mi vergogno.”

“Tesoro, so che è ti difficile aprirti, ma fa parte della crescita. Se Satèle ti vuole bene davvero, non si allontanerà da te dopo che le avrai raccontato del tuo passato. Tu ti fidi di lei?”

“Abbastanza.”

“‘Abbastanza’ è troppo poco.”

“Sai che non mi fido mai delle persone. Sono cattive.”

“Non è vero, Markus, non tutte lo sono. Non devi fare di tutta l’erba un fascio perché guardi solo alle tue esperienze passate. Tu hai conosciuto una fetta di questa realtà, non puoi giudicare la parte che resta senza prima conoscerla.”

“Va bene, mamma. Grazie dei consigli”, disse Markus, sbadigliando.

“Ti è venuto sonno?”

“Credo proprio di sì.”

“Bene, allora stenditi.”

Emily gli rimboccò le coperte e promise che avrebbe vegliato su di lui finché non si sarebbe addormentato.

“Buonanotte”, disse Markus, chiudendo pian piano gli occhi e permettendo così a sua madre di stampargli sulla fronte il bacio che non era riuscita a dargli quando erano a tavola.

Emily rimase a guardarlo mentre dormiva sereno come quando era bambino, ma prima che suo marito, dal quale avrebbe definitivamente divorziato dopo la sua scarcerazione, si trasformasse in un mostro.

Nel frattempo, un ricordo si fece spazio fra i suoi pensieri.

 

“Signora Lancaster, l’ho convocata per parlarle di cosa ho visto fare a Markus in classe stamattina”, esordì la maestra Mulligan, seduta alla cattedra con le mani giunte.

Era il 16 settembre 2006. Emily teneva suo figlio per mano e cercava il suo sguardo, ma lui continuava a girarsi dalla parte opposta.

“Signora Mulligan, anche se non so ancora cosa abbia potuto fare mio figlio, le chiedo scusa. Markus è un bravo bambino, mi creda, ultimamente è solo un po' nervoso. Le prometto che farò in modo che non ripeta più il suo errore”, supplicò Emily.

La Mulligan sorrise e agitò una mano come per ordinarle di tacere. “Credo che lei mi abbia frainteso”, rispose. “Stia tranquilla, signora, Markus non ha fatto quasi niente di male.”

“In che senso ‘quasi’?”, ripeté Emily. “Non capisco…”

La signora Mulligan prese un biglietto accartocciato e lo distese davanti agli occhi della madre dell’alunno. Al centro del biglietto c’era una scritta: “Stronzo!

“Markus l’ha tirato a un compagno che lo stava infastidendo mentre facevo lezione”, spiegò la maestra.

A quel punto Emily tirò il bambino per un braccio, costringendolo a guardarla. “Markus, è una brutta parola! Non ti permettere mai più!”, lo rimproverò.

“Si calmi, signora, è evidente che ancora non le è chiaro ciò che sto cercando di dirle”, l’acquietò la signora Mulligan. “Siamo d’accordo sul fatto che sia una parolaccia, ma non è questo il punto.”

“E allora qual è?”, chiese Emily, rasentando l’esasperazione.

La maestra aprì un libricino e lo mise nelle mani di Markus, indicò una frase e gli domandò cosa ci fosse scritto.

“Il sole brilla”, lesse Markus.

“Benissimo”, convenne la maestra, poi gli diede un gessetto e lo mandò alla lavagna.  “Adesso scrivi: ‘il cane abbaia’.”

Markus impugnò saldamente il gessetto e scrisse in corsivo quanto richiesto.

La Mulligan si fece avanti e allargò le braccia. “Perfetto!”, disse solenne. Si rivolse nuovamente alla madre del bambino, che sembrava alquanto confusa.

“Signora Lancaster, suo figlio ha cominciato da poco la prima elementare e sa già leggere e scrivere perfettamente. Né io né le mie colleghe l’abbiamo ancora insegnato al resto della classe. Se ne rende conto?”

“Signora Mulligan, non so che dirle”, dichiarò commossa Emily, che a quel punto non poté che essere orgogliosa di lui.

“Quindi non gliel’ha insegnato lei”, dedusse la maestra.

“No”, ribadì Emily. Si rivolse a Markus e chiese se fosse stato il padre. Lui negò con la testa.

“È impossibile che l’abbia…”

“Markus”, lo chiamò la signora Mulligan, “chi ti ha insegnato a leggere e scrivere?”

Markus, con il gessetto ancora in mano e un sorrisetto beffardo stampato in volto, posò lo sguardo sul sillabario attaccato alla parete di fronte a sé, che era identico a quello che tre anni prima aveva trovato in uno scatolone nel ripostiglio di casa sua e usato di nascosto per imparare, e rispose, un po' fieramente: “Io.”

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Capitolo 13
*** Capitolo 12 - Il prezzo del talento ***


Capitolo 12 – Il prezzo del talento

 
“Dalla settimana prossima comincerò a insegnarti il registro di fischio”, aveva promesso l’insegnante di canto a Satèle, chiamandola da parte al termine della lezione.
All’inizio, Satèle si era mostrata un po' scettica. Le era sembrata una decisione avventata, considerando i rischi a cui l’avrebbe sottoposta un’esecuzione sbagliata della tecnica, primo su tutti il danno permanente alle corde vocali.
“È la prima volta che decido di insegnare il registro di fischio a una ragazzina di dodici anni, ma tu sei la mia allieva migliore e sono certa che riuscirai a sostenerlo senza problemi”, le aveva risposto Vanessa. “Consideralo un premio, te lo meriti.”
Satèle non vedeva l’ora che arrivasse quel giorno. Tornata a casa, aveva subito raccontato la novità a sua zia, che insieme a Vanessa, allo zio Luke e a Casey, era una delle pochissime persone che credevano nelle sue capacità di cantante, perché i suoi genitori non lo avevano mai fatto.
Per questo motivo, Satèle si esercitava perlopiù quando loro non erano in casa, proprio come in quel momento.
Visto che spettava a lei sbrigare tutte le faccende domestiche in assenza di sua madre, perché Coco si rifiutava sempre di aiutarla, infilò gli auricolari, fece partire la riproduzione casuale e iniziò a cantare sulle note di Something’s Got a Hold on Me mentre spazzava – usando il manico della scopa come se fosse un microfono – mentre lucidava le finestre e mentre spolverava i mobili, rendendo il dovere meno faticoso.
Aveva alzato il volume della musica al massimo, pertanto non sentì il cigolio che produsse la porta della stanza di Coco quando quest’ultima l’aprì per affacciarsi.
Coco, infatti, adorava sentirla cantare, ma, allo stesso tempo, l’invidia che provava ogni volta che Satèle tirava fuori la sua voce la rendeva totalmente incapace di complimentarsi.
Pensava che chiunque, se l’avesse ascoltata anche una sola volta, avrebbe finito col desiderare di possedere la voce di sua sorella.
Stando al profilo tecnico che aveva descritto la sua insegnante di canto, Satèle era un soprano drammatico d’agilità ed era dotata di un’estensione vocale di quattro ottave e di un timbro scuro e graffiante, reso particolare anche dalla leggera deviazione del setto nasale con cui era nata.
Alcune persone affermavano che un giorno avrebbe potuto addirittura eguagliare Whitney Houston o Christina Aguilera, nomi che, appunto, erano da sempre sinonimi di irraggiungibilità; invece la sua insegnante non era pienamente d’accordo.
“Ragionando in termini di fama, forse Satèle potrebbe anche eguagliare una delle due. Ma dire che potrebbe eguagliarle in termini di vocalità è riduttivo perché, così come Whitney Houston e Christina Aguilera possiedono due voci uniche, per le quali vengono considerate irraggiungibili, anche Satèle possiede una voce unica, per la quale verrà a sua volta considerata irraggiungibile dalle cantanti delle generazioni future”, aveva detto una volta. E della stessa opinione era Coco.
Lei non era stata presente quando sua sorella aveva mostrato per la prima volta il suo grande talento, ma ricordava ugualmente come tutto era iniziato grazie al racconto che avevano fatto i suoi zii ai suoi genitori dopo essere tornati da un’uscita in macchina con Satèle e Casey.
Correva l’anno 2005 e, durante il tragitto, i gemelli avevano chiesto a Luke e Dia di fargli ascoltare le canzoni che andavano di moda quando loro erano adolescenti, così Dia aveva acceso lo stereo su una stazione radio che trasmetteva tutti i maggiori successi degli anni ’90.
Dopo una breve pubblicità, era partita Ironic di Alanis Morissette, che entrambi avevano già conosciuto grazie a uno spot che avevano visto in televisione.
Ascoltando il primo ritornello, Luke e Dia avevano notato subito che la voce della cantante suonasse diversa da come la ricordavano.
Solo voltandosi verso i sedili posteriori, dov’erano seduti i gemelli, avevano capito che a cantare fosse Satèle.
Erano rimasti tutti a bocca aperta, in un primo momento non erano riusciti a capacitarsene.
Poi, però, Dia si era ricordata di avere con sé un registratore, così aveva chiesto alla nipotina di cantare il prossimo ritornello uguale a come aveva cantato il primo per farlo ascoltare anche ai genitori.
“Chi sta cantando qui? Non sembra la Morissette”, aveva commentato Hannah quando, dopo aver riaccompagnato a casa i gemelli, Dia aveva fatto ascoltare la registrazione a lei e a Brad.
“No, infatti non è lei. È Satèle”, aveva risposto.
Ovviamente, Hannah e Brad non ci avevano creduto. Allora Dia aveva chiamato Satèle, che intanto era andata in camera sua con Casey, per farle cantare quel ritornello proprio davanti a loro.
“Effettivamente è dotata”, aveva ammesso Brad, in maniera piuttosto fredda.
“È vero”, aveva concordato Hannah, “però non capisco dove vorresti andare a parare, Dia.”
“Penso che Satèle debba prendere lezioni di canto da una professionista. Se studiasse, un giorno potrebbe diventare una cantante vera.”
Hannah e Brad si erano scambiati un’occhiata d’intesa. “Assolutamente no.”
“Come immaginavo”, aveva detto Dia. “Non preoccupatevi, sarò io a pagarle le lezioni.”
Hannah aveva liquidato la conversazione rispondendo: “Fa’ come ti pare, ma ti avverto: non permetterò mai a mia figlia di lavorare nello stesso mondo in cui tu ti sei cimentata e hai fallito. Se Satèle vuole cantare per il semplice gusto di farlo, allora puoi pagarle le lezioni, non m’interessa. Ma se intendi farla studiare per trasformarla nella cantante che tu non sei riuscita a diventare, allora faresti meglio a non crearti illusioni, perché non accadrà. Te lo scordi.”
Coco non era mai riuscita a spiegarsi come mai i suoi non accettassero il sogno di sua sorella. Lei, al contrario, più la ascoltava e più l’immagine di una Satèle adulta, che si esibiva su un palco davanti a milioni di spettatori, diventava sempre più nitida, concreta.
All’improvviso, l’intonazione perfetta di Satèle si trasformò in un urlo abbastanza sguaiato: “Ahia! Ma che cazzo fai?!”
Allarmata, Coco uscì dalla sua stanza e si precipitò in salotto. Nessun malvivente si era introdotto in casa, per fortuna: erano soltanto tornati i suoi genitori. Sembravano molto arrabbiati con sua sorella, che non indossava più gli auricolari.
Ecco perché aveva gridato: suo padre doveva averglieli strappati via dalle orecchie con la forza.
“Per prima cosa, modera questi termini! Capito?”, le rispose a tono. “Seconda: quante volte io e tua madre ti abbiamo detto di non cantare a squarciagola a certe ore del pomeriggio? Così disturbi tutto il vicinato!”
Non era affatto vero: nessun vicino si era mai lamentato della voce della piccola di casa Johns. Satèle, infatti, si astenne dal rispondergli.
A quel punto fu Hannah a prendere parola. Si rivolse a Coco e le chiese: “Tu non le hai detto niente?”
Coco esitò. Per una volta avrebbe voluto schierarsi dalla parte di sua sorella; tuttavia i suoi genitori si aspettavano una risposta ben diversa da lei – la figlia modello che avevano cresciuto a loro immagine e somiglianza. Non avrebbe mai voluto trovarsi in quella situazione, invece le toccava davvero scegliere se deludere i suoi genitori o sua sorella. E alla fine scelse di deludere per l’ennesima volta Satèle, perché Satèle era abituata a ricevere rimproveri e a essere considerata un fallimento dalla famiglia, mentre lei no. Deludere Satèle era l’unico modo per non diventare la nuova Satèle.
“Sì, ho provato più volte a chiederle di smetterla. Le ho detto che stavo studiando e che la sua voce mi distraeva, ma lei ha risposto che non gliene fregava niente”, mentì Coco.
Satèle sgranò gli occhi. “Cosa? Non è affatto vero!”, protestò.
“Sì, invece!”, rispose la sorella, continuando a recitare la parte che si era assegnata.
“Sei solo una bugiarda!”, gridò l’altra. “La verità è che ti comporti da vigliacca perché non hai il coraggio di ammettere che non hai fatto ciò che si aspettavano loro! Sei ridicola!”, le rinfacciò prima di avventarsi su di lei.
Hannah provvide ad allontanarla e le tirò uno schiaffo. “Satèle, smettila! Invece di urlare contro tua sorella, assumiti le tue colpe!”
“Cantare non è una colpa!”
“Sono tua madre e decido io quali sono le tue colpe!”, sbraitò Hannah. “Sei una figlia ribelle, rozza e maleducata; in più sei una pessima studentessa e non ci dai mai soddisfazioni: ecco quali sono! Sai solo perdere tempo dietro alle stupidaggini. Davvero pensi di renderti utile alla società tirando fuori un po' di voce? Se è così, non hai capito niente di cosa si aspetta il mondo.”
“Ti sbagli, mamma”, obiettò Satèle. “Io l’ho capito centomila volte meglio di te. Il mondo si aspetta di essere cambiato da qualcuno che sappia trasmettere messaggi importanti attraverso un linguaggio che unisca tutti. Quel linguaggio potrebbe essere la musica. E quel qualcuno potrei essere io.”
Hannah scoppiò a ridere prima di tornare di nuovo severa. “Ma non ti rendi conto di quante sciocchezze dici? L’unica cosa che può cambiare il mondo, Satèle, è la cultura. E a giudicare dai tuoi voti a scuola, tu ne possiedi ben poca. Altro che cantante, puoi solo aspirare a fare la sguattera!”
“Meglio diventare una sguattera che una bastarda come te!”, rispose prontamente Satèle, scatenando l’invettiva di suo padre, che la costrinse a guardarlo negli occhi bloccandole la mascella. “Signorina, siamo i tuoi genitori e sei obbligata a portarci rispetto!”
“Voi non meritate neanche un briciolo del mio rispetto! Non meritate niente perché siete due carogne e mi fate schifo!” gridò Satèle, provando a liberarsi dalla stretta.
Brad, però, le strinse le mani intorno alla gola. “Come ti permetti, mocciosa?! Ti ricordo che così come ti creato ti distruggo, Satheene Johns!”
Pensò che per farsi valere occorresse passare ai fatti, e fu per questo che, all’improvviso, a Satèle arrivò un pugno dritto in faccia, talmente violento da farla accasciare a terra.
La ragazza giaceva inerme sul pavimento; con una mano si massaggiava il fianco su cui aveva urtato e con l’altra si copriva il naso, il punto che era stato colpito con maggior forza. Si allarmò quando cominciò a sentire un sapore metallico in bocca, e vide che il palmo era tutto sporco di sangue: aveva pagato il prezzo del talento.
Rabbrividì e lo stesso fece Coco, che per la paura non riuscì a muovere un muscolo. Hannah, invece, proruppe in un pianto di disperazione e rabbia.
“Cretino, guarda cos’hai combinato!”, urlò al marito, restituendogli il pugno che lui aveva tirato alla figlia. Non aggiunse altro: bastò quello e, in una frazione di secondo, Brad si pentì non solo di quel gesto, ma di tutto ciò che aveva detto e fatto alla figlia nel momento in cui aveva messo piede in casa.
Senza aspettare un minuto di più, si inginocchiò davanti a lei e le prese il viso tra le mani, stavolta con delicatezza.
“Satèle, ti prego, perdonami!”, pianse. “Non so neanche perché l’ho fatto…”
Ma lei lo respinse. “Non toccarmi, mostro!”, strillò. Si rimise in piedi e, per impedire al sangue di continuare a fuoriuscire, si tappò il naso, piegò la testa all’indietro e andò a chiudersi a chiave in bagno.
Hannah e Coco furono le prime a seguirla, Brad si aggiunse successivamente. Bussarono alla porta affinché Satèle li facesse entrare, ma non glielo permise.
“Sat, vogliamo solo assicurarci che tu stia bene e che non sia necessario portarti in ospedale. Ci dispiace tanto, davvero, ma adesso apri, per favore!”, la implorò Coco a nome dei genitori.
“Andatevene tutti, vi odio!”, la sentirono piangere.
A quel punto non ci fu più nulla da fare, se non aspettare con l’animo in pena.
 
Fortunatamente, Satèle non ci mise molto a uscire dal bagno. Il sangue si era fermato da solo, il che era un sollievo per tutti, soprattutto per Brad che si sentiva ancora tremendamente in colpa. Adesso anche Coco ce l’aveva con lui, e Hannah non l’aveva ancora perdonato.
Quando aveva visto Satèle cadere a terra con il naso sanguinante, aveva avuto l’impressione di vedere al suo posto Dia da adolescente. Il modo in cui suo marito l’aveva colpita le aveva ricordato il modo in cui sua madre colpiva Dia, ma anche il modo in cui Satèle aveva reagito le aveva ricordato Dia.
Il fatto che si fosse decisa a uscire dal bagno non significava che fosse disposta a lasciarsi tutto alle spalle. Non aveva cenato prima di andare a letto e quando Hannah aveva bussato alla porta della sua stanza per chiederle come si sentisse non aveva risposto.
“Disattiva la sveglia. Ho deciso che domani non andrai a scuola, è meglio che riposi. Visto che io e tuo padre dobbiamo andare al lavoro, tua zia starà un po' con te”, le aveva detto allora sua madre.
Prima, infatti, Hannah aveva telefonato disperata a sua sorella per raccontarle cos’era successo, chiedendole poi se l’indomani avesse potuto occuparsi di Satèle.
Dia aveva sempre avuto ragione sul comportamento di Brad e lei non aveva mai voluto ascoltarla; per questo, in un primo momento, Hannah aveva pensato che Dia avrebbe rifiutato solo per poterle dare una volta per tutte, adesso che era lei a chiedere aiuto con la coda tra le gambe, la lezione che si meritava.
Ma Dia non aveva fatto niente di tutto ciò, al contrario aveva accettato con entusiasmo di trascorrere una giornata con Satèle. Hannah era rimasta profondamente colpita dal suo sì, ma lo era rimasta ancor di più dal fatto che Dia non le avesse nemmeno rinfacciato di aver ragione. Anche se una piccola parte di lei aveva già immaginato che sarebbe stata indulgente. Perché Dia, a differenza sua, era sempre stata buona.
 
“Altrimenti cosa fai? Sentiamo…”
Satèle, con lo zaino già in spalla e pronta per tornare a scuola dopo il giorno d’assenza, era andata in cucina perché aveva dimenticato le chiavi sul lavello, e non aveva potuto fare a meno di sentire ciò che aveva appena detto suo padre alla persona con cui stava parlando al telefono. Visto che Brad – come al solito – non si era accorto di lei, Satèle prese le chiavi, le infilò in tasca e rimase ferma sulla soglia della porta a origliare.
“Chiamo gli assistenti sociali e ve li faccio portare via tutti e tre”, rispose l’interlocutore. Satèle riconobbe subito la sua voce: era suo zio Luke.
Brad ridacchiò. “Davvero? E dimmi, Lukas, mettiamo che tu riuscissi a farci portare via i nostri figli, poi cosa faresti? Li daresti in affido al primo che capita?”
“Assolutamente no”, disse Luke. “Vivrebbero con me e Dia.”
Brad rise di nuovo. Non in modo sfottente, bensì intimidatorio. Satèle gli lesse in faccia quanta fatica stesse facendo per mantenere la calma.
“Scordatelo, hai capito? Io e Hannah non permetteremo mai che i nostri figli crescano con te e quella schizofrenica di tua moglie!”, obiettò.
“Dia non è schizofrenica”, ribatté Luke con fermezza. “E comunque, non stiamo parlando di questo. Io e lei non ci azzarderemmo a torcere un solo capello ai vostri ragazzi, figuriamoci a sferrargli un pugno in pieno viso come hai fatto tu con Satèle!”, gli rinfacciò.
A quel punto, Brad non riuscì più a contenere la rabbia. Si alzò di scatto dalla sedia e batté un pugno sul tavolo, facendo rovesciare la tazza di caffè che stava bevendo.
“Zitto, Lukas, zitto!”, tuonò. “Stai esagerando, alla fine le è uscito solo un po' di sangue dal naso!”
Era completamente fuori di sé. Satèle rabbrividì, tuttavia volle continuare ad ascoltare.
“E ti pare poco? Avresti potuto romperglielo!”, rispose Luke.
“Romperglielo?”, ripeté Brad. “Ma fammi il piacere! State facendo tutti quanti una tragedia per una cosa che è successa solo una volta e che non si è nemmeno rivelata grave!”, sbottò. “Sai perché l’ho fatto?”, chiese. Si diede da solo la risposta: “Perché se lo è meritato! Se lo è meritato, hai capito? Satèle non mi ascolta mai quando le dico che cantare è una perdita di tempo. È lei che mi ha costretto! È lei, con il suo atteggiamento ribelle, che mi ha costretto a usare le mani! La colpa è sua!”
“Calmati, Brad!”, gli ordinò Luke. “Come puoi dire una cosa del genere? È di tua figlia che stai parlando!”
“Proprio perché è mia figlia”, rispose Brad, “so come devo comportarmi con lei. Spero che adesso abbia imparato la lezione una volta per tutte.”
“Ma che razza di uomo sei?”, fu l’ultima cosa che Luke riuscì a dire prima al fratello prima che questi gli staccasse il telefono in faccia, in quanto si era accorto di Satèle aggrappata allo stipite della porta, che tremava e piangeva a singhiozzi.
“Che ci fai qui?”, le chiese. “Disgraziata che non sei altro, chi ti ha dato il permesso di origliare? Vattene!”, le ordinò, indicando la porta d’ingresso.
Ma Satèle rimase ferma perché era troppo sconvolta per riuscire a muoversi. Si era illusa: aveva creduto davvero che suo padre si fosse pentito e persino che le volesse un po' di bene. Ma dopo aver ascoltato tutte le cose orribili che aveva detto, come avrebbe potuto pensare che una persona come lui conoscesse il bene e il risentimento?
“Vattene!”, ripeté Brad, quasi spingendola. “Vattene!”
Satèle abbassò lo sguardo e si diresse verso l’uscita. Per la prima volta in vita sua non desiderava altro che andare a scuola.
 
“Sapete qual è la differenza tra Satèle e un uccellatore? L’uccellatore dice di aver preso cento uccelli anche se non ne ha preso nessuno; Satèle, invece, dice di non aver preso nessun uccello anche se ne ha già presi cento!”
Una barzelletta di pessimo gusto fece ridere tutti i compagni del corso di scienze proprio nel momento in cui la prima campanella della giornata suonò e la diretta interessata mise piede in classe, attirando l’attenzione su di sé.
Fra tutti i volti dei presenti, Satèle non riuscì a distinguere quelli di Markus e Angel. Perché non erano ancora arrivati? Senza di loro non aveva nessuno che la difendesse.
Se quella notizia falsa sul suo conto era arrivata a diffondersi, la colpa era tutta di Melissa, che dopo essersi gustata la scena aveva battuto il cinque con un ragazzo di nome Jason.
Dunque era stato lui a raccontare quella specie di barzelletta, credendo anche di essersi guadagnato l’appellativo di “tipo giusto” per aver semplicemente fatto ciò gli avrebbe permesso di ottenere l’approvazione di quella ragazza tanto popolare quanto perfida.
Satèle avanzò verso di lui come una furia. Voleva restituirgli tutta l’umiliazione subita, voleva colpirlo così forte da fargli saltare i denti.
Ma ecco che, prima ancora di riuscire a mettergli le mani addosso, qualcuno giunse a rovinare i suoi piani. La professoressa Stanley la vide con una mano alzata, in procinto di tirare uno schiaffo, e per questo le ordinò di allontanarsi subito dal ragazzo.
Con pochi secondi d’anticipo erano arrivati anche Markus e Angel, che tuttavia non erano riusciti a capire come mai la loro amica ce l’avesse con Jason.
Intanto la professoressa era riuscita a dividerli, additando Satèle come colpevole e rivolgendole un aspro rimprovero: “Johns, quello che hai appena fatto è riprovevole e non posso transigere, perciò oggi pomeriggio, al termine delle lezioni, sconterai un’ora di punizione. Intanto chiedi scusa a Brown.”
“No, professoressa, io non mi scuso: è lui che dovrebbe scusarsi con me! Lui mi ha insultata, invece io non ho fatto niente!”, protestò Satèle.
Jason negò e ottenne l’appoggio di tutti, tranne che di Markus e di Angel, i quali presero le parti di Satèle perché convinti di conoscerla abbastanza bene per poter affermare che quanto detto da lei fosse vero.
“Io penso che Satèle debba aver avuto un motivo per minacciarlo. Jason l’avrà sicuramente istigata, perciò, se proprio deve punirla, punisca anche Jason”, disse educatamente Angel.  
Ma la professoressa non volle sentire ragioni.
“No, non sarebbe giusto. Se la maggioranza della classe sostiene che non sia stato lui a provocare la vostra compagna, io devo credere alla maggioranza”, rispose, consegnando a Satèle il biglietto che avrebbe dovuto mostrare a chi avrebbe sorvegliato la punizione.
“Anche se la maggioranza è costituita da un branco di idioti vigliacchi?”, intervenne Markus, lanciando un’occhiata tenebrosa ai suoi compagni.
“Lancaster, uno studente brillante come te dovrebbe vergognarsi di rivolgersi così ai propri compagni”, lo richiamò la Stanley. “Va’ a posto e scusati.”
Markus fece spallucce. “Proprio perché – come dice lei – sono uno studente brillante, conosco il significato dei termini con cui mi rivolgo alla classe e li ritengo più che appropriati. Non mi scuserei nemmeno se mi pagasse con il suo stipendio, professoressa.”
“Ottimo, mi sa che oggi pomeriggio anche tu passerai un’oretta nell’aula di detenzione”, rispose prontamente l’insegnante, porgendogli lo stesso biglietto che aveva dato a Satèle.
“La ringrazio per avermi concesso quest’opportunità”, rispose Markus, sfoderando quel sarcasmo e quell’arroganza che lo contraddistinguevano e che in quell’occasione diedero non poco fastidio alla docente.
“Fuori, Lancaster!”, gli ordinò infatti.
In tutta tranquillità, Markus prese la tracolla e rimise a posto la sedia, dirigendosi verso la porta. A quel punto si voltò leggermente verso Satèle e le fece l’occhiolino affinché capisse che faceva tutto parte del suo piano.
Quella mattinata era decisamente partita col piede sbagliato per lei, ma quel gesto riuscì comunque a strapparle un sorriso.
Non appena Markus si chiuse la porta alle spalle, Satèle pensò che nessun altro si sarebbe mai sacrificato come aveva fatto lui pur di non lasciarla sola.
 
L’aula di detenzione della McClaine era un buco di dieci metri quadri di muffa e polvere, senza finestre e senza Wi-Fi, in cui gli studenti erano obbligati a stare seduti in silenzio, senza far nulla, per tutta la durata della punizione.
Ciò poteva sembrare tremendo, ma i malcapitati di turno avevano comunque avuto un po' di fortuna perché a sorvegliarli c’era il bidello Arnold, un ultrasettantenne con gravi problemi acustici e di memoria che passava le sue giornate leggendo sempre lo stesso giornale al contrario.
Non trovandosi davanti un temibile aguzzino, Satèle approfittò per avvicinarsi con la sedia a Markus e ringraziarlo per quello che aveva fatto per lei, che non era da poco.
“Non ti avrei mai lasciata scontare una punizione di cui non hai colpa da sola”, rispose lui. “Anche se mi piacerebbe sapere cosa ti ha fatto Jason.”
Allora Satèle gli chiese di porgerle un orecchio per potergli raccontare quella barzelletta squallida senza che gli altri sentissero, perché lei e Markus non erano soli.
“Che porco!”, commentò Markus. “Cosa gli dà modo di pensare certe cose su di te?”
“La domanda non è ‘cosa’, ma ‘chi’”, rispose Satèle. Gli spiegò che a spargere quella voce era stata Melissa, che un po' di tempo prima l’aveva vista mentre un ragazzo più grande provava a toccarle il sedere. “Ovviamente non gli ho chiesto io di farlo”, specificò, “ma Melissa ha deciso di interpretare tutto a modo suo perché mi odia.”
“Dovresti parlarne con qualcuno”, le consigliò Markus. “Melissa non può continuare ad andare in giro dicendo queste schifezze su di te per il resto dell’anno!”
“Facile a dirsi”, rispose Satèle. “A chi potrei raccontarlo? Nessuno mi ascolterebbe. Nemmeno la professoressa Stanley mi ha creduta!”
“Lei no”, convenne Markus, “ma sono convinto che se raccontassi tutto a Miller, lui potrebbe aiutarti. È l’unico prof. a cui importa di noi studenti.”
“Tenterò”, gli promise Satèle, mostrandosi tuttavia un po' diffidente.
“E ricorda”, aggiunse allora Markus, “se anche lui dovesse rivelarsi un cretino come gli altri, potrai comunque contare su Angel e me.”
Satèle sorrise. “Grazie, ma non voglio che ti preoccupi. Hai già dimostrato tante volte di tenere a me, non voglio che tu faccia altro.”
A quel punto Markus decise di usare le sue parole come pretesto per farle la proposta di cui aveva parlato con sua madre qualche sera prima. “Quindi mi stai dicendo che, se questo sabato ti invitassi a passare la giornata a casa mia, non ti farebbe piacere?”, le chiese, rivolgendole anche uno sguardo supplichevole.
Satèle rimase di sasso, non seppe che dire. Era la prima volta che riceveva un invito simile. Non avendo mai avuto amici, non ci era abituata. Tuttavia, sapendo che la scuola inviava sempre un SMS ai genitori dei ragazzi in punizione per metterli al corrente, e sapendo che i suoi non gliel’avrebbe di certo lasciata passare con indulgenza, sarebbe stata costretta a declinarlo.
“No, non fraintendermi, non sto dicendo questo”, premise. “Certo che mi farebbe piacere, ma non credo proprio che potrò venire.” Per fargli capire la situazione, gli spiegò che i suoi genitori erano molto severi e che l’avrebbero sicuramente messa in punizione per essere stata in punizione.
Markus invece rispose che a casa sua nessuno avrebbe fatto storie. “Non è la prima volta che finisco in punizione e vedrai che non sarà neanche l’ultima. Se qualcuno pensa davvero che basti questo per ‘correggermi’, si sbaglia di grosso. Io non prendo ordini da nessuno”, disse, ed ebbe anche modo di dimostrarlo.
In quel momento – com’era già accaduto precedentemente e grazie a chissà quale miracolo – il bidello Arnold lo sentì parlare e gli ordinò: “Silenzio, Dan!”
Era stato Markus a dirgli di chiamarsi così. All’inizio dell’ora il bidello lo aveva rimproverato per essere entrato in aula con la gomma da masticare in bocca, perciò gli aveva chiesto il nome per appuntarselo.
“Mi chiamo Dan Geruss”, aveva risposto Markus, facendo ridere tutti – che avevano colto il suo intento di volersi prendere gioco di quel povero vecchio – per l’assonanza con la parola ‘pericoloso’.
Il bidello doveva aver creduto sul serio che quello fosse il suo nome, visto che se n’era addirittura ricordato.
Markus ne approfittò per far continuare il divertimento inventandosi un nome ancora più ridicolo. Nel momento in cui il signor Arnold lo ammonì, lui gli rivolse uno sguardo perplesso e disse: “Chi è Dan? Io sono Genny. Genny Tull.”
Inutile dire che gli altri risero di nuovo e di più, perché quel nome suonava come ‘genitale’.
“Silenzio!”, gridò il bidello. “E tu non dire cose sconce!”, ordinò a Markus.
“Non sto dicendo cose sconce, è il mio nome!”, insisté il ragazzo, ma il vecchio signor Arnold era tornato a leggere il suo giornale nel frattempo, perciò non lo ascoltò e non gli rispose.
Da lì in poi fu tutto tranquillo. L’ora di punizione volse al termine e il suono della campanella venne accolto con un sospiro di sollievo dai ragazzi, che si affrettarono a radunare le loro cose e uscire da quello stanzino pieno di muffa.
“Spero di non rivederti, Genny”, disse il bidello. Desideroso di prenderlo in giro per l’ultima volta, Markus gli rivelò finalmente il suo vero nome e riuscì anche a convincerlo di avergli detto sin da subito che fosse quello. Lui e Satèle rimasero a fissare il suo sguardo confuso per un po', dopodiché lasciarono l’aula e si diressero verso l’uscita dell’edificio.
Lì incontrarono il professor Miller, che chiese loro se avessero da poco finito qualche corso pomeridiano. I ragazzi gli spiegarono che in realtà erano stati in punizione e Markus si offrì di raccontargli tutta la vicenda.
“So di essere stato maleducato con la professoressa Stanley”, ammise infine, “ma non ho potuto fare altrimenti. Non volevo lasciare Satèle da sola – avrebbe dovuto esserci Jason al suo posto!”
Il professor Miller concordò sul fatto che Satèle fosse stata punita ingiustamente e per questo le assicurò che avrebbe parlato con la professoressa Stanley, chiedendole di non tenere conto di quell’ora di punizione e di dire in segreteria di cancellare il messaggio che era stato inviato sia alla sua famiglia che a quella di Markus – a patto che quest’ultimo gli promettesse di andare a scusarsi con la docente.
I due ragazzi lo ringraziarono di cuore, specialmente Satèle che per poco non gli gettò le braccia al collo. Era così sollevata!
Il professor Miller è proprio un eroe, pensò quando lasciò l’edificio.
Visto che i suoi non avrebbero mai saputo della punizione, forse l’avrebbero lasciata andare a casa di Markus. Eppure, qualcosa le faceva pensare che non sarebbe stato così…
 
Che fosse per un brutto voto a scuola, per non aver adempito alle faccende domestiche in maniera impeccabile o anche per una banale dimenticanza, Hannah trovava sempre un pretesto per punire e rimproverare Satèle di essere una “figlia inutile”. Con testuali parole.
“Che me ne faccio di te?”, le aveva chiesto una volta, dandole uno spintone per poi andarsene senza neanche degnarsi di guardarla.
Satèle aveva trattenuto le lacrime fino alla porta di camera sua.
Come se non bastasse, da quando aveva iniziato la scuola media era stata catalogata subito come una poco di buono, una cattiva ragazza, una da cui bisognava tenersi alla larga.
Melissa e Kelly erano state le artefici della sua cattiva reputazione in quanto ci avevano messo lo zampino per prime, ma anche altre ragazze e alcuni ragazzi avevano contribuito a renderla quasi una reietta.
Non c’era da stupirsene: era facile prendersela con l’unica ragazza albina dell’istituto, nonché l’unica a chiamarsi Satèle, perché il suo nome la rendeva fin troppo riconoscibile ai suoi aguzzini.
Angel e Markus (soprattutto Markus) l’avevano spronata più volte a parlare della sua situazione con il professor Miller e lei aveva sempre promesso che un giorno l’avrebbe fatto senza mai agire concretamente.
Loro non sapevano più come comportarsi. Avevano pensato che la cosa migliore da fare, a quel punto, sarebbe stata andare a parlare con Miller al posto suo, ma allo stesso tempo avevano pensato che a lei avrebbe potuto dare fastidio.
Ultimamente stava diventando difficile per Markus e Angel fare previsioni sulle reazioni di Satèle. Spesso sembrava che lei provasse più emozioni contrastanti contemporaneamente e questo la portava ad avere sbalzi d’umore alquanto repentini. Spesso sembrava che nessuno riuscisse a capire cosa passasse nella sua testa.
Satèle non era più la stessa ragazza di un paio di mesi prima. Era come se si stesse rassegnando ad accettare le etichette che le erano state cucite addosso, perché niente e nessuno sarebbe riuscito a cambiare la sua condizione e di certo non ci sarebbe riuscita da sola.
O almeno, così credeva…
 
Essendo arrivata a scuola in anticipo quella mattina, Satèle cominciò a vagare per i corridoi senza una meta ben precisa nell’attesa che i suoi amici arrivassero.
Il piano terra era pressoché desolato, c’erano soltanto pochissime persone che con i loro occhi ancora impastati dal sonno sembravano più simili a degli zombie. Salì al primo piano e notò che le luci erano ancora spente, perciò dedusse che la situazione fosse identica sugli altri piani e decise di ritornare al piano terra.
Ricominciò a vagare senza prestare attenzione a dove andava, quando, all’improvviso, giunse davanti a una porta che recava una targa su cui si leggeva “glee club”.
Presa dalla curiosità di scoprire cosa ci fosse nell’aula in cui si riunivano i cantanti e gli strumentisti, entrò e iniziò a guardarsi intorno.
Subito sgranò gli occhi perché le parve di stare in paradiso. Quel posto era gigantesco oltre che stupendo. In fondo all’aula, sul lato sinistro, c’era un piccolo palco rialzato con tanto di luci e sipario, circondato da sedie con gli schienali colorati. A destra c’era una batteria e sulla parete era stato dipinto un murales raffigurante un pentagramma e le sette note musicali, ma alcuni spazi erano stati lasciati vuoti e dotati di pratici supporti a gancio per appendere alcuni strumenti al muro.
A catturare l’attenzione di Satèle, però, fu un pianoforte a coda nuovo di zecca. Essendo che a casa ne aveva uno verticale in stato pietoso, volle assolutamente sapere cosa si provasse a suonare un pianoforte come quello.
Una parte di lei si sentì in colpa a lasciare le proprie impronte su quei tasti ancora immacolati, ma quella che ebbe il sopravvento la incitò a sedersi e suonare il primo brano che lesse sullo spartito. La scelta cadde su Bohemian Rhapsody e, lasciandosi trasportare dalla melodia, iniziò a cantare anche il testo.
 
Markus era arrivato a scuola con l’espressione annoiata di uno che non aveva chiuso occhio per notti intere si era dovuto accontentare di una Red Bull perché non aveva trovato alcun caffè da rubare in sala professori.
Anche Angel non sembrava di buon umore: aveva appena finito di discutere con Kevin Martinez, il playmaker della squadra di basket, che continuava imperterrito a insistere su quanto lei fosse inadeguata per il ruolo di guardia tiratrice.
“Giuro che un giorno di questi lo strozzo!”, sbottò.
“Se lo fai davvero, fatti filmare e mandami il video. Almeno così mi faccio due risate”, rispose Markus.
Non si dissero altro, perché improvvisamente tutti quelli che erano arrivati da poco, in corridoio, smisero di parlare per ascoltare meglio la voce femminile che stava cantando Bohemian Rhapsody.
Markus e Angel la conoscevano già, ma il professor Miller, che gli si avvicinò proprio per chiedergli se sapessero a chi appartenesse, riuscì a farsi una vaga idea di chi fosse la proprietaria di quella voce grazie al suo accento irlandese.
“Sapete chi sta cantando?”, chiese ai due ragazzi, ma, prima che i due potessero rispondere, un uomo seguito da un gruppo di ragazzini si avvicinò e disse al loro posto: “Chiunque sia, diventerà la nuova stella del mio glee club!”
 
Markus, Angel e il professor Miller avevano seguito il coordinatore del glee club e i suoi allievi nell’aula di musica, dove c’erano già molte altre persone ad assistere alla performance.
Le supposizioni del professor Miller si erano rivelate esatte: seduta al pianoforte c’era proprio Satèle.
Dopo un po' arrivarono anche Kelly e Melissa, seguite da Peter Evans, il patetico fidanzatino di quest’ultima. Markus vide entrambe diventare verdi d’invidia – specialmente Melissa. Evidentemente, scoprire la voce di Satèle era stata una bella doccia fredda per lei.
Ben ti sta, pensò Markus. La sua amica stava ottenendo il riscatto che meritava e per un attimo gli sembrò di rivedere in lei la stessa ragazza grintosa che aveva conosciuto il primo giorno di scuola.
Concentrata sull’unica cosa che la faceva sentire bene, Satèle non si era accorta di tutte le persone che la stavano guardando e ascoltando.
I sometimes wish I’d never been born at all, fu l’ultimo verso che cantò prima di voltarsi, trasalendo, in seguito agli applausi che si levarono alle sue spalle.
In mezzo a diverse persone che non conosceva, ne riconobbe giusto qualcuna con cui aveva qualche corso in comune; poi vide Markus che sembrava quasi commosso, Angel sorridente che le faceva un pollice in su, Melissa e Kelly con la fronte aggrottata, Peter con lo sguardo sognante, il professor Miller e – con sua sorpresa – Coco, che sembrava fiera di lei.
Di quella folla che la acclamava gridando “Brava! Brava!” facevano parte anche alcune ragazze che fino al giorno prima le avevano sputato in faccia cattiverie orribili e Jason Brown. Che ipocriti, pensò Satèle.
Quando tutti smisero di applaudire, il professor Miller si avvicinò e le mise una mano su una spalla, facendole i complimenti per la sua voce.
Miller lasciò l’aula al suono della campanella insieme alla maggior parte dei ragazzi. Rimasero soltanto Markus, Angel, i ragazzi del glee club e il loro insegnante.
“Non ci posso credere!”, esclamò quest’ultimo. “Non ho mai sentito una ragazzina cantare come te, hai una voce unica!”
“Grazie”, rispose Satèle, lusingata.
“Mi presento”, disse l’uomo, “sono il professor Davis e mi occupo del glee club. Tu invece sei?”
“Satèle Johns.”
“Bene, Satèle, vorrei tanto che tu ti unissi al gruppo… e vorrei anche parlarne con i tuoi genitori, se fosse possibile.”
Satèle rimase senza parole. Essere un membro del glee club era come un sogno che diventava realtà. Una realtà di cui lei non avrebbe mai potuto far parte, purtroppo. Non osava nemmeno immaginare il conflitto che si sarebbe scatenato se i suoi avessero saputo che si era messa a cantare a scuola.
“La ringrazio, ma non penso che sia fattibile. Ho già degli impegni pomeridiani, inoltre i miei genitori lavorano tutto il giorno e dubito che possano venire a parlarle”, mentì.
“Ne sei proprio sicura?”, chiese Davis, un po' deluso. “Non hai degli impegni a cui puoi rinunciare?”
“Temo di no, mi dispiace.”
A quel punto furono i ragazzi a supplicarla.
“Andiamo, ti prego!”, fece una ragazzina afroamericana, quella che aveva cantato Disturbia alla festa di Halloween. “Il prof. ha ragione: qui nessuna di noi ha una voce come la tua. Ci serve un altro soprano – perché tu sei sicuramente un soprano. L’unica ad avere la tua stessa estensione vocale è Queen”, spiegò, indicando una ragazzina robusta, castana di occhi e di capelli.
“Vero”, confermò Queen, “anche se non abbiamo proprio lo stesso timbro. Io sono un soprano leggero, mentre tu sembri più un soprano drammatico.”
“Io direi un soprano lirico”, intervenne una ragazza di nome Isabella, che sempre alla festa di Halloween aveva cantato Toxic.
A quel punto un ragazzino si fece largo tra i compagni e si avvicinò a Satèle. “È un soprano drammatico d’agilità”, precisò, con il tono altezzoso di chi sta ribadendo qualcosa che dovrebbe essere scontato per tutti. “Significa che la sua voce possiede sia le caratteristiche del soprano drammatico che quelle del soprano leggero. Lo so perché mia nonna era una cantante lirica, infatti è stata lei a insegnarmi la differenza tra i diversi tipi di voce.”
Mentre parlava, Markus si burlava di lui facendogli le smorfie alle spalle e imitando tutti i gesti che faceva con le mani.
Quel ragazzo era stato capace di rendersi antipatico e presuntuoso ai suoi occhi in una manciata di secondi. Con quel carré biondo spettinato, il maglione oversize a righe orizzontali, i jeans denim strappati e le Converse, poi, sembrava la brutta copia di Kurt Cobain. Anche se di brutto aveva ben poco, anzi: era carino.
“Comunque”, aggiunse il ragazzo, “mi sono dimenticato di presentarmi. Piacere, mi chiamo Julian.” Allungò una mano a Satèle e lei gliela strinse. “Anch’io vorrei che ti unissi a noi, Satèle. Ci serve una cantante brava e bella come te.”
Markus si mise sull’attenti. Quel tizio si stava prendendo un po' troppa confidenza per i suoi gusti.
“Si capisce che questo qui mi sta già sulle palle?”, sussurrò all’orecchio di Angel.
“Davvero? Non l’avrei mai detto…”, rispose lei sarcastica.
Intanto, Satèle ignorò il complimento e ripeté a Julian che non poteva far parte del glee club, proprio come aveva spiegato poco prima al professor Davis.
“Anche se non puoi unirti a noi, cerca però di convincere i tuoi genitori a venire a parlare con me. Non gli porterò via troppo tempo”, promise l’insegnante.
“D’accordo, ci proverò”, garantì Satèle. Ma sapeva perfettamente come sarebbe andata a finire.
Fiducioso, il professor Davis lasciò l’aula insieme ai suoi ragazzi. A quel punto rimasero solo Markus e Angel, che si fecero finalmente avanti.
“Sei stata bravissima!”, disse Angel. “Markus stava per commuoversi.”
“Be’, no, forse…”
Angel non gli diede neanche il tempo di formulare una frase di senso compiuto che subito lo spinse verso Satèle. “Vi lascio soli”, annunciò, “io devo incontrarmi con la squadra di basket. Ciao!”
Ovviamente, pensò Markus, è tutta una scusa. Non che non gli facesse piacere stare con Satèle, era solo che in quel momento non sapeva cosa dirle.
Per fortuna lei lo salvò. “So come farmi perdonare per averti fatto commuovere”, ammiccò.
“Uhm, vediamo…”
“Questo sabato i miei lavoreranno fino a tardi, quindi non si accorgerebbero della mia assenza se io decidessi di venire a casa tua. Soltanto se l’invito è ancora valido, ovviamente.”
L’accenno di un sorriso increspò le labbra di Markus e a lei parve una risposta più che esaustiva.

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Capitolo 14
*** Capitolo 13 - Vuoti che combaciano ***


Capitolo 13 – Vuoti che combaciano

 

Non era aumentata di peso e non le era cresciuto il seno. Le costole e le clavicole erano ancora troppo sporgenti, il girovita sempre troppo stretto, la pancia sempre troppo piatta; le braccia e le gambe erano ancora troppo sottili e il divario tra le cosce non voleva saperne di chiudersi.
Tutto era rimasto invariato dalla settimana precedente e Satèle aveva potuto verificarlo usando un metro da sarta per prendere le misure delle circonferenze degli arti, del girovita, delle spalle e dei fianchi, confrontandole poi con quelle che aveva trascritto un sabato prima su un post-it che aveva attaccato alla cornice dello specchio.
Da quando aveva iniziato a farsi paranoie sul proprio corpo, si era pian piano convinta che tutti i vestiti che aveva sempre indossato senza problemi le stessero male e la facessero sembrare ancora più magra.
Le ragazze che incontrava ogni giorno nello spogliatoio della palestra della scuola avevano indubbiamente contribuito ad alimentare i suoi complessi, rivolgendole frasi come: “Sembri uno scheletro”; “Fai impressione”; “Le vere donne hanno le curve”; “Le ossa lasciamole ai cani”.
Satèle non si era mai preoccupata per il suo fisico esile e non si era mai sottoposta a diete drastiche per ottenerlo. Non aveva mai pensato che un giorno avrebbe potuto minare la sua autostima.
In quel momento si stava guardando allo specchio su cui aveva attaccato il post-it con indosso solo una canottiera e un paio di mutandine. Pensò ad alcune delle sue compagne di scuola che a differenza sua avevano già le mestruazioni, un petto abbastanza prorompente, i fianchi larghi e il sedere tondo e odiò il proprio riflesso. Guardò alle proprie spalle tutti i vestiti che aveva provato, scartato e ammucchiato sul letto e sospirò.
Quel giorno sarebbe andata a casa di Markus per la prima volta e non sapeva proprio cosa mettersi. Fortunatamente aveva ancora tempo per decidere perché si era svegliata presto.
Le si prospettava un sabato diverso dal solito. I suoi genitori erano già usciti per andare al lavoro e sarebbero tornati direttamente per l’orario di cena. Luke e Dia sarebbero passati a prendere Casey all’Hamilton al loro posto, ma non per portarlo a casa: lui e il suo amico Johnnie avevano programmato di fare un giro della città per staccare un po' dalla monotonia del collegio. Dunque Satèle non avrebbe visto neanche lui, o almeno non prima dei suoi genitori.
Lesse l’orario sulla sveglia, poi guardò cos’era rimasto nell’armadio e alla fine riuscì a comporre un outfit con cui si sentiva a proprio agio, abbinandogli come accessorio il choker che le aveva regalato Markus per il compleanno. Si truccò con eyeliner e mascara, infilò le sue scarpe preferite – le Converse alte fino al ginocchio – e, dopo essersi munita di crema solare per proteggere il suo viso bianchissimo dalle scottature, fu pronta per andare.
Stando all’indirizzo che le aveva dato, Markus abitava in un appartamento situato nella zona centrale della città, perciò lei che abitava in una zona più periferica ci avrebbe messo un po' a raggiungerlo.
Mentre camminava, Satèle ripeteva a mente tutte le regole che si era data per fare bella figura con i genitori di Markus.
Sii educata.
Siediti sempre composta.
Mantieni sempre un tono di voce calmo.
Di’ che ti piace studiare e che sei brava a scuola.
Non mostrare le tue insicurezze.
Non mostrare i tuoi difetti.
Non mostrare la vera te: se lo farai, non piacerai a nessuno.
Ce l’avrebbe fatta a rispettarle tutte? Ne dubitava. In fin dei conti, rispettare le regole non era mai stato il suo forte.
Quando si accorse di essere giunta a destinazione, Satèle cercò il cognome Lancaster sul citofono e bussò. Con un po' di stupore da parte sua, rispose una bambina. Realizzò che Markus non le aveva mai detto niente sulla sua famiglia, compreso il fatto che avesse una sorellina.
Il portone del palazzo si aprì e Satèle si diresse verso l’ascensore.
 
Dopo aver raccomandato per l’ennesima volta sia a sua madre che a sua sorella di non mettere a disagio la sua amica per il fatto di essere albina, ottenendo la loro parola, Markus andò ad aprire la porta per far entrare Satèle e le sorrise. Quanto è carina, pensò appena la vide, portandosi una mano al petto.
“Quanto sei carina!”, disse Emily, come se gli avesse letto nel pensiero; anche se definirla carina era riduttivo, perché in realtà era bellissima
“Grazie”, rispose Satèle, leggermente imbarazzata.
La mamma di Markus non l’aveva mai vista prima, eppure l’aveva accolta come se la conoscesse da anni, baciandole le guance e facendole persino un complimento che le era sembrato sincero. “Prego, accomodati pure”, aggiunse. Poi si presentò: “Io sono Emily, invece lei è Lily”. Indicò la bambina accanto a sé e Satèle si piegò alla sua altezza per salutare anche lei. Era identica alla madre: aveva i suoi stessi capelli biondo scuro, i suoi stessi occhi ambrati, lo stesso nasino a patata e le stesse labbra a forma di cuore. Entrambe non assomigliavano affatto a Markus, che nel frattempo era rimasto fermo accanto alla porta. Profumava di acqua di colonia.
“Tesoro, che ne diresti di mostrare a Satèle la casa mentre io vado a cucinare?”, propose Emily.
“Certo”, rispose Markus. Satèle lo seguì in corridoio, dove lui le indicò un attaccapanni su cui posare la giacca; dopodiché le mostrò le stanze.
La casa di Markus era più piccola della sua, ma molto più carina. I genitori di lui avevano optato per un arredamento moderno, invece i suoi conservavano ancora alcuni pezzi di antiquariato che lei, Casey e talvolta anche Coco li avevano supplicati di buttare.
Finito il tour della casa, i due ragazzi raggiunsero Emily e Lily in cucina.
“Ha proprio una bella casa, signora Lancaster”, disse Satèle.
“Ti ringrazio, cara, ma non darmi del lei. Chiamami semplicemente Emily e non sentirti in imbarazzo”, rispose la donna.
“Va bene, Emily”, convenne Satèle.
Era la prima volta che sentiva di aver fatto una buona impressione su una persona adulta.
Forse, pensò, non ho considerato la possibilità che esistano genitori dolci, affettuosi e simpatici sia con i propri figli che con i loro amici – l’opposto dei miei, insomma.
Doveva essere sicuramente così, perché la mamma di Markus era la rappresentazione vivente di tutte quelle qualità. “Posso offrirti qualcosa da bere?”, le chiese.
“Solo un po' d’acqua, grazie”, rispose Satèle.
Mentre le riempiva il bicchiere, Emily notò che la ragazza aveva al collo il choker che le aveva regalato suo figlio. “Ti sta davvero bene”, commentò. “Markus aveva ragione: il colore della pietra al centro è identico a quello dei tuoi occhi.”
“Inizialmente volevo regalarti una di quelle collanine con il nome in acciaio, poi mi sono ricordato che ti piacciono i choker perché ho pensato che una collana con su scritto ‘Satèle’ sarebbe stata alquanto difficile da trovare”, rivelò Markus.
“Vero”, concordò Emily, “è la prima volta che lo sento. Markus mi ha detto che sei irlandese, perciò presumo che anche il tuo nome lo sia.”
“Non proprio”, rispose Satèle. Allora spiegò che il suo nome, in realtà, non figurava in nessun elenco in quanto non era altro che la storpiatura in italiano del nome francese Satheene, coniata dai suoi nonni materni che furono i primi a chiamarla così, lasciando poi che l’abitudine si estendesse al resto della famiglia.
Markus fu sorpreso di scoprirlo, aveva sempre creduto che Satèle si chiamasse veramente così. Le chiese come mai i suoi genitori avessero scelto di darle proprio un nome francese e lei gli raccontò un po' la storia della sua famiglia.
Sua madre, Hannah, era nata e cresciuta a Dublino da madre italiana, di origini francesi da parte del padre, e padre irlandese originario di una Gaeltacht (ossia una regione dove si parla la lingua gaelica irlandese come prima lingua) situata nella contea di Galway, il quale dopo il diploma si era trasferito nella capitale e vi era rimasto fino a quando l’azienda in cui lavorava si era spostata negli Stati Uniti, a Rockford; così, per non rinunciarvi, aveva deciso di andare a vivere lì con la moglie – ovvero sua nonna – e  le figlie – cioè sua madre e sua zia, che all’epoca avevano rispettivamente quasi diciotto e quattordici anni.
La madre di Satèle, quindi, aveva frequentato l’ultimo anno di liceo a Rockford, e fra i banchi di scuola aveva conosciuto Brad, il suo futuro marito. Dopo il matrimonio i genitori di Satèle erano rimasti a Rockford, dove nel ’98 era nata sua sorella Coco, invece i suoi nonni erano andati in Italia e si erano trasferiti definitivamente a Napoli – la città in cui aveva vissuto sua nonna prima di stabilirsi a Dublino – e sua zia – che intanto si era anche lei sposata – era andata a vivere in Irlanda con il marito, ma per poco tempo, perché dopo un po' erano tornati a Rockford.
Tuttavia, dopo il ritorno della sorella negli Stati Uniti, Hannah si era recata a Dublino con Brad per concludere un affare. Era il 1999 e lei era all’ottavo mese di gravidanza, infatti il viaggio era terminato con una corsa in ospedale e la nascita di Satèle, che all’anagrafe venne registrata come Satheene in onore di un’omonima parente francese di sua nonna che era morta il giorno prima.
A sua nonna, però, quel gesto diede quasi fastidio e chiese a sua madre di trovarle uno “pseudonimo,” perché non voleva chiamare sua nipote con un nome che la rattristava pronunciare; e in più si univa il fatto che a suo nonno suonava ostico perché non era mai riuscito a imparare il francese. Fu così, allora, che venne fuori ‘Satèle’.
Markus ascoltò con interesse, proprio come fecero anche sua madre e la piccola Lily.
“Che bello, deve averti arricchito molto crescere fra quattro culture diverse”, commentò Emily.
“È vero”, rispose Satèle, “anche se direi tre. In America ci vivo, in Irlanda ci sono nata e ci vado ogni anno per le vacanze e vado spesso anche in Italia. In Francia, invece, non ci sono mai stata, conosco solo la lingua.”
“Davvero parli il francese?”, chiese Markus.
Oui”, rispose Satèle. “Parlo anche l’italiano e, anche se non perfettamente, il gaelico irlandese.”
Markus sgranò gli occhi. Quella ragazza non finiva mai di stupirlo con le sue doti, eppure era lei stessa a sminuirle.
Lui e sua madre si complimentarono quando gli diede prova della sua padronanza di tutte e quattro le lingue, ma lei disse che non si trattava di né di bravura né di propensione, bensì del semplice fatto che le aveva imparate quasi contemporaneamente all’inglese quando era ancora piccola e che per di più le erano serviti anni per raggiungere lo stesso livello di un madrelingua.
“Non per dire, ma pur essendo riuscita a imparare altre tre lingue non sono ancora capace di parlare la mia lingua madre con un accento americano”, scherzò Satèle, ma si giustificò dicendo che era stata principalmente sua madre con il suo forte accento di Dublino a insegnarle a parlare, perciò era impossibile che non lo ereditasse anche lei.
“Non preoccuparti, l’accento è irrilevante se consideriamo che c’è gente che non conosce nemmeno la grammatica della propria lingua”, la rassicurò Markus, alludendo chiaramente ai loro compagni di classe.
Satèle fu contenta di scoprire che anche a casa, in presenza di sua madre, manteneva il suo carattere irruente e schietto; significava che era sé stesso sempre e comunque.
Del resto anche lei, dopo aver appurato di non correre alcun pericolo, aveva deciso di comportarsi analogamente; e su richiesta di Emily parlò finalmente di sé.
Esordì dicendo che la musica era la sua più grande passione, che coltivava da quando aveva cinque anni prendendo lezioni di canto e pianoforte, e che il suo più grande sogno era formare una rockband e diventarne la cantante principale.
“Ci riuscirai sicuramente”, le garantì Markus. “Ha una voce pazzesca”, disse a sua madre e Lily.
“Mi canti una canzone?”, chiese entusiasta la piccola.
“Certo!”, sorrise Satèle. “Cosa vuoi sentire?”
“La canzone di Titanic!”
Allora Satèle intonò a cappella l’ultima strofa di My Heart Will Go On sotto gli sguardi sbalorditi di mamma e figlia.
“Ma sei un fenomeno!”, esclamò Emily. “C’è qualcosa che una come te non sa fare?”
“In realtà sì: andare in bicicletta e soprattutto andare bene a scuola”, ammise Satèle, ridendoci su. “È Markus il genio tra noi due.”
“Tranquilla, nella vita non si può essere bravi in tutto”, la rassicurò Emily. Confessò che pure lei non era mai stata una cima in tutte le discipline, specialmente in quelle scientifiche, infatti quando andava al liceo aveva un’amica che le faceva copiare tutte le risposte ai test di matematica, scienze e fisica, mentre lei che era più portata per le discipline umanistiche faceva copiare all’amica i test di letteratura e storia.
“Menomale che tu non hai problemi in nessuna materia”, disse Satèle a Markus, “perché io e te non potremmo mai farlo.”
“Però Markus potrebbe aiutarti a studiare, se ti facesse piacere”, propose Emily, cercando l’approvazione del figlio.
“Assolutamente sì”, ribadì Markus, “quando vuoi.”
“Non te l’ha mai chiesto prima perché si fa sempre milleuno problemi quando si tratta di fare il primo passo”, spiegò Emily. “Tu lo vedi così spavaldo, ma sotto sotto è insicuro persino quando deve scegliere quale paio di calzini mettersi, infatti li porta sempre spaiati.”
Per dimostrarglielo, Markus sollevò la gamba destra e arrotolò i jeans fino a lasciare intravedere un calzino rosso; poi sollevò la sinistra e fece lo stesso, lasciando intravedere un calzino blu e mugugnando qualcosa riguardo alle persone che non sapevano distinguere l’indecisione dallo stile.
Satèle non riuscì a trattenere una risata bonaria.
Il tempo era letteralmente volato da quando era arrivata, in men che non si dica si era fatta già ora di pranzo. Emily aveva preparato il pollo, uno dei cibi preferiti di Satèle. Visto che Markus lo sapeva, doveva essere stato sicuramente lui a darle il suggerimento.
Mentre mangiavano, Satèle scambiò altre chiacchiere con la mamma del suo amico, che le chiese quale lavoro facessero i suoi genitori. Lei disse che lavoravano entrambi per un’azienda che produceva accessori e ricambi per le auto, ma non le parlò del rapporto che aveva con loro. Dopotutto non era quello che le aveva chiesto, ma, anche se l’avesse fatto, lei si sarebbe limitata a farle capire che i suoi erano più dediti alla carriera che alla famiglia. Allo stesso tempo ebbe modo di conoscere meglio Emily. Scoprì che aveva trentasei anni come sua madre e che lavorava all’ufficio postale, ma non la sentì accennare nemmeno una volta a suo marito. In effetti, il padre di Markus e Lily non si era ancora visto in giro.
Satèle aveva semplicemente pensato che stesse lavorando e che sarebbe rincasato più tardi, ma quando osservò le mani di Emily e notò che non portava la fede al dito iniziò a porsi delle domande.
Forse era rimasta vedova, o forse non si era mai sposata e attualmente era single. Un’altra ipotesi che prese in considerazione fu che avesse avuto Markus e Lily da due uomini diversi, vista la somiglianza pressoché inesistente tra loro due.
A causa dell’assenza di foto che ritraessero Markus da bambino o comunque in tempi più recenti, pensò anche che Lily fosse la figlia biologica di Emily, visto che dei due era l’unica ad aver preso da lei, e che Markus, invece, fosse stato adottato da non molto tempo. Il fatto che Emily non le avesse raccontato alcun aneddoto sulla sua infanzia la rendeva un’ipotesi plausibile.
L’unica certezza che Satèle aveva, era che non avrebbe mai conosciuto il padre di Markus. Ammesso che lui per primo ne avesse avuto il piacere.
 
Dopo essersi rimpinzati quasi fino a scoppiare, Markus e Satèle ringraziarono Emily per il pranzo e filarono dritti in camera per passare finalmente un po' di tempo da soli.
Quando l’aveva vista per la prima volta, Satèle aveva faticato a credere che quella fosse davvero la stanza di Markus. Se l’era immaginata molto simile alla sua, dai toni scuri e tappezzata di poster in ogni angolo, invece si ritrovata in un ambiente luminoso e alquanto spoglio.
Markus aveva detto che la condivideva con sua sorella, allora lei aveva capito il motivo della scelta di usare colori neutri per non lasciare che i gusti dell’uno prevalessero su quelli dell’altra, infatti le pareti erano bianche e i mobili di legno chiaro laccato.
La parte di stanza di Markus era identificabile grazie a un letto coperto da una trapunta con il logo dell’Hard Rock Cafe di Londra posizionato in verticale davanti alla parete parallela alla porta, una gigantesca libreria che quasi toccava il soffitto e una batteria situata in un angolo che sembrava essere stata appena lucidata.
“Wow, che meraviglia!”, esclamò Satèle. “Finalmente vedo la tua batteria.”
“Vuoi sentire un assolo?”, chiese Markus.
“Certo! Chi è il tuo batterista preferito?”
“Travis Barker.”
“Allora fammi un assolo in stile Travis Barker!”
Markus si sedette alla batteria, afferrò le bacchette e suonò la intro di Feeling This dei blink-182. Satèle lo ricompensò con un applauso e lui fece una sorta di inchino.
La ragazza continuò a guardarsi intorno e vide che sulla parete opposta c’erano dei disegni che raffiguravano quasi alla perfezione diversi personaggi dei cartoni animati.
“Li hai fatti tu?”, domandò a Markus.
“No, li ha fatti Lily”, rispose lui.
Satèle sgranò gli occhi. “Davvero? Caspita! Se tua sorella disegna già così bene a cinque anni, non oso immaginare quanto sarà brava da grande. Tua madre deve essere così fiera di aver dato alla luce due piccoli geni.”
“L’unico genio, qui, è Lily. Io sono più il tipo che è bravo in tutto ma non eccelle in nulla”, ribatté Markus.
“Spero tu stia scherzando”, disse Satèle. “Sei lo studente più intelligente della nostra scuola! Se non fossi un genio, come riusciresti a leggere tutti quei libri?”, gli chiese, puntando la libreria.
Markus fece un risolino. “Non bisogna per forza essere dei geni per leggere tanti libri”.
“Okay, hai ragione”, ammise Satèle, “ma adesso dimmelo seriamente: come trovi il tempo per leggere così tanto?”
Markus fece spallucce. “Non è difficile. Fino a settembre, prima di conoscere te e Angel, non avevo amici. A scuola passavo sempre la ricreazione da solo, in biblioteca, e leggevo tutto quello che mi capitava tra le mani. Raramente riuscivo a finire i libri che iniziavo, perciò li prendevo in prestito per portarli a casa e il pomeriggio finivo presto i compiti e mi rimettevo subito a leggere. Inizialmente lo facevo per scacciare la noia, ma presto divenne la mia passione… e, allo stesso tempo, la mia salvezza.”
Satèle lo vide abbassare lo sguardo come se fosse stato assalito da un ricordo spiacevole, e chissà se quel ricordo non avesse a che fare proprio con suo padre. Pensò che fosse giunto il momento di togliersi ogni dubbio.
“Markus”, lo chiamò timidamente, “posso chiederti una cosa?”
“Certo.”
“Tuo padre non vive qui, non è vero?”
Markus abbozzò un sorriso e scosse lentamente la testa.
“Cosa c’è?”, chiese Satèle, un po' sconcertata dalla sua reazione. Credeva di avergli fatto una domanda più che lecita.
“Ero sicuro che prima o poi me l’avresti chiesto, sapevo che avresti notato qualcosa che te l’avrebbe fatto pensare”, spiegò Markus. “Mio padre non vive qui. Non più.”
“Come mai? Se posso saperlo.”
Si pentì subito di aver parlato perché Markus, di colpo, cambiò totalmente espressione. Il suo volto si rabbuiò, si morse leggermente il labbro inferiore quando esso cominciò a tremare e i suoi occhi divennero improvvisamente lucidi come se stesse per piangere. Sembrava distrutto. Non sembrava nemmeno Markus.
Sospirò, disse: “Odio parlare di mio padre.”
“Non devi se…”
“Ma lo farò perché di te mi fido.”
Satèle gli concesse un attimo per riprendersi. Quando fu pronto, Markus si sedette sul letto e la invitò a sedersi accanto a lui, poi riprese parola.
“I miei genitori si sono separati quattro anni fa. Non l’avrei mai voluto e non me lo sarei mai aspettato, perché eravamo una famiglia felice, unita. Perfetta.
Mio padre era il padre migliore che potessi desiderare, il marito migliore che mia madre potesse desiderare. Poi, quando avevo cinque anni, alcune cose iniziarono a cambiare.
Mio padre divenne pian piano sempre più irrequieto, ma si giustificava dicendo che il lavoro lo stressava. Inizialmente gli credevamo. A volte lui e mia madre discutevano, ma si riappacificavano subito. Si amavano ancora e pensavano che un altro figlio li avrebbe uniti di più e che soprattutto li avrebbe aiutati a superare quel piccolo momento di crisi, infatti dopo un po' nacque Lily. Quando mia madre mi disse che avrei avuto una sorellina, io ne fui felicissimo. Pensai che, avendo finalmente qualcuno con cui giocare, la mia vita sarebbe migliorata. Invece mi sbagliavo, perché mio padre cambiò drasticamente.
Iniziò a litigare con mia madre sempre più spesso, stavolta per davvero. Le sbraitava contro, la accusava di cose che lei non aveva mai fatto, per esempio di averlo tradito. Un giorno origliai una conversazione tra loro due e scoprii che era convinto che non fossi suo figlio perché non gli somigliavo per niente. Tutto ciò non aveva minimamente senso, perché io ho la stessa faccia di quel bastardo. Ad ogni modo, mia madre mi fece fare persino un test del DNA per dimostrargli che ero suo figlio, ma lui non volle sentire ragioni. Ormai mi odiava e…”
Markus si fermò e fece un respiro profondo. Appena sentì i dotti lacrimali riempirsi, sbatté le palpebre ripetutamente per ricacciare indietro le lacrime. Odiava piangere, specialmente davanti alle persone.
Satèle lo vide letteralmente sbiancare e non se la sentì di invitarlo a continuare. Sapeva benissimo quanto fosse difficile raccontare un evento doloroso, tuttavia Markus lo fece.
“Divenne violento. Cominciò a picchiarmi a sangue ogni giorno appena tornava dal lavoro, senza che mia madre potesse vederlo perché avevano orari diversi. Quando lei non era a casa, c’era lui. L’avevano deciso per non lasciare me e mia sorella con degli sconosciuti.
All’inizio mia madre non aveva paura di lasciarmi solo con mio padre, perché era convinta che lui ce l’avesse soltanto con lei e che non si sarebbe mai azzardato a fare del male a me che, in entrambi i casi, non avevo alcuna colpa. Ovviamente si sbagliava.
Appena lei usciva di casa, mio padre mi riempiva di calci, pugni e schiaffi e mi minacciava di non dirglielo se non volevo pagarne le conseguenze. Quando riuscivo a nascondere le ferite non le dicevo nulla, ma quando non potevo mi inventavo che erano stati dei miei compagni di scuola a picchiarmi, oppure che ero caduto. Spesso andavo a scuola con il volto pieno di lividi e graffi; in prima elementare mi ruppe entrambe le braccia a distanza di pochi mesi.
I miei compagni cominciarono a evitarmi e a prendermi in giro, dicendo che ero cattivo semplicemente perché ero sempre sulla difensiva, ma io lo facevo solo perché avevo paura di farmi mettere le mani addosso. Loro non sapevano cosa subivo.
Intanto i miei genitori continuavano a litigare. Mia madre era sempre più disperata e voleva lasciare mio padre, ma lui non glielo permetteva e minacciava di portarle via me e Lily per sempre se l’avesse fatto.
Quella situazione era diventata invivibile per me, eppure mi ostinavo a nascondere la verità. Se non fosse stato per i miei libri e per la mia sorellina che si era affezionata tanto a me, avrei chiesto a mio padre di uccidermi. Dopotutto era quello che voleva. E un giorno ci riuscì quasi.”
Fu a quel punto della storia che Markus proruppe in lacrime.
Satèle non poté credere ai suoi occhi: Markus – lo stesso Markus che a scuola faceva tremare i corridoi quando passava, lo stesso Markus che riusciva a zittire persino i professori con la sua lingua affilata e le sue risposte saccenti – stava piangendo a dirotto.
Capì di essersi sbagliata sul suo conto: il vero Markus non era il ragazzino arrogante e un po' misantropo che aveva conosciuto a scuola, ma il ragazzino che in quel momento, tramite il racconto della sua infanzia burrascosa, le stava mostrando il suo lato più sensibile e umano.
“Oh, Markus, mi dispiace così tanto”, lo compatì Satèle, piangendo insieme a lui.
Lui elargì un sorriso riconoscente tra le lacrime. Anche se si stava facendo del male, sentiva il bisogno di arrivare alla fine della storia. “Quel giorno mi ruppe quattro costole”, disse, “ma per fortuna mia madre lo scoprì perché tornò prima dal lavoro. Mi trovò a terra, privo di sensi, con mio padre inginocchiato di fianco a me con i pugni serrati.
Stando al suo racconto, gli tirò un calcio nello stomaco e lo cacciò di casa ordinandogli di andare all’inferno; fatto ciò chiamò un’ambulanza. Arrivai in ospedale in condizioni critiche perché avevo perso molto sangue, ma i medici riuscirono a salvarmi.
Passai due mesi a letto, completamente immobile. Le uniche cose che potevo fare erano guardare la tivù, ascoltare la musica e leggere, che era ciò che mi dava più conforto.
Quando finalmente guarii, però, mi accorsi che non sarebbe stato del tutto possibile tornare alla normalità. Ormai la famiglia in cui avevo sempre creduto si era sfasciata; i miei genitori si erano separati e io, mia madre e Lily eravamo stati ripudiati da tutti i parenti di mio padre.”
“Davvero?”, chiese Satèle.
Markus annuì. “I miei nonni paterni hanno preferito appoggiare quella carogna del figlio anziché me e mia madre. Anche i nostri zii hanno preferito tagliare i ponti, vietando anche ai nostri cugini di mantenere i rapporti con me e Lily. L’unico che li ha mantenuti è stato Ray, perché non si è lasciato manipolare dai genitori. Non ha mai avuto un bel rapporto con loro, infatti è per questo che subito dopo il diploma si è trasferito a Londra. Ci sentiamo spesso per telefono e in estate andiamo a trovarlo per qualche giorno, ma il più delle volte è lui a venire da noi per potersi incontrare anche con il fratello di Angel e un altro loro amico.”
“E i parenti di tua madre, invece?”
“Mia madre è figlia unica, perciò io e Lily non abbiamo né zii né cugini da parte sua. Abbiamo solo la nonna; il nonno è morto qualche mese prima che io nascessi per complicanze dovute a una malattia autoimmune. Di lui mi resta soltanto il nome, così come della mia famiglia mi restano soltanto mia madre, mia sorella, mia nonna e mio cugino Ray. Non vedo mio padre da anni. Non so nemmeno che fine abbia fatto.”
Fu così che il racconto di Markus si concluse: con un fiume di lacrime e una confessione falsa. Markus sapeva benissimo che fine avesse fatto suo padre: era in carcere, ma aveva preferito non dirlo a Satèle, non ancora. Anche se avesse voluto farlo, in quel momento non ne aveva la forza. La sua corazza di spavalderia e arroganza era crollata e con essa anche lui.
“Sei forte, Markus”, disse Satèle.
Il ragazzo si accigliò. “Cosa?”
“Ho detto che sei forte”, ripeté Satèle, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano. “Molto forte. Dico sul serio. Non è da tutti portare sulle spalle il peso di una famiglia in crisi come hai fatto tu, provando a tenere insieme i pezzi pur sapendo che era destinata a sfasciarsi.”
“La verità è che io non pensavo che un giorno si sarebbe sfasciata”, replicò Markus. “Dentro di me nutrivo sempre quella speranza che prima o poi si sarebbe sistemato tutto, che mio padre avrebbe smesso di litigare con mia madre e di accusarla di aver avuto un figlio da un altro. Credevo addirittura che avrebbe smesso di picchiarmi, che sarebbe tornato a volermi bene come prima. Solo adesso mi rendo conto di quanto sia stato stupido. Ho nascosto la verità a mia madre per non farla soffrire, invece l’ho solo fatta soffrire più a lungo.”
Satèle gli accarezzò delicatamente una spalla. “Non sei stato affatto stupido. Eri soltanto un bambino e stavi affrontando una situazione più grande di te.”
Markus scosse la testa. “Ho sbagliato. Se avessi avuto il coraggio di confessare, mia madre avrebbe preso subito la palla al balzo per lasciare quell’essere e io non mi sarei ritrovato a letto con quattro costole rotte. Io ho ferito lei proprio come mio padre ha ferito me, se non anche di più. Ma sai che ti dico? Forse me le sono meritate, quelle quattro costole rotte; me li sono meritati, quei due mesi a letto. E sai perché? Perché la genetica non mente, Satèle, e lo stesso veleno che circola nel corpo di mio padre circola anche nel mio. Avevano ragione i miei compagni delle elementari: sono cattivo.”
“Non è vero”, ribatté Satèle, suonando forse un po' dura alle orecchie di Markus. Non era sua intenzione rimproverarlo, al contrario: voleva che quel povero ragazzo la smettesse di tormentarsi. Addolcì il tono e disse: “Non sei cattivo, te lo leggo negli occhi. Quello che provi non è altro che il riflesso del dolore che ti è stato inflitto.”
Markus alzò le spalle. “Forse è come dici tu, ma la gente si limita alla facciata, non le interessa sapere che c’è dietro. Quindi chi mi capirebbe?”
Satèle esitò. Markus si era aperto con lei nonostante trovasse difficile fare il primo passo e le aveva raccontato un capitolo dolorosissimo della sua vita perché si fidava di lei, perché la riteneva un’amica. La sua prima amica. Anche per lei Markus era stato il primo amico in assoluto, perciò voleva dimostrargli che si fidava di lui ricambiando le confessioni che lui le aveva fatto. Glielo doveva. Fece un respiro profondo e rispose: “Io. Io ti capisco benissimo, perché anch’io non ho un buon rapporto con mio padre e nemmeno con mia madre, a dire il vero. Anch’io credo che il mio comportamento abbia ferito una persona.”
“Chi?”
“Mio fratello gemello.”
Markus sussultò. “Hai un fratello gemello?”, chiese incredulo.
Credeva che la sua unica sorella fosse Coco, quella smorfiosa che il primo giorno di scuola si era avvicinata al loro tavolo, il Tavolo Degli Sfigati. Satèle non gli aveva mai detto di avere un fratello gemello, non l’aveva nominato neanche quando aveva parlato della sua famiglia.
Satèle annuì ed estrasse il cellulare dalla tasca, lo accese e gli mostrò la foto che appariva sulla schermata di blocco. Raffigurava lei in primo piano e Casey che la abbracciava da dietro. Entrambi sorridevano. “È nato cinque minuti prima di me”, spiegò. “Si chiama Casey.”
Markus osservò attentamente il ragazzo. Di solito i gemelli eterozigoti si somigliavano poco o non si somigliavano affatto, invece lui e Satèle erano identici, lei la versione femminile di lui e lui la versione maschile di lei. “Perché non me ne hai mai parlato?”, domandò.
Satèle divenne scura in volto, proprio come lo era diventato lui prima. “È difficile da spiegare”, premise. “Io amo mio fratello, è la persona a cui tengo di più al mondo, ma ultimamente mi rattrista parlare di lui.”
“Perché?”, chiese Markus, restio come uno che sapeva di star toccando un tasto dolente.
“Perché non lo vedo quasi mai.”
“C’entrano i vostri genitori? Col fatto che non lo vedi quasi mai, intendo.”
Satèle annuì. “I nostri genitori odiavano il legame che avevamo e non volevano farci frequentare le medie insieme, per questo hanno deciso di dividerci e l’hanno iscritto all’Hamilton.”
Quell’Hamilton? Il collegio?”
“Sì.”
“Ma è terribile!”, esclamò Markus. “Cosa può aver mai fatto per finire in un posto simile?”
Satèle abbassò la testa e iniziò a piangere. Markus la accarezzò e la attirò a sé, poi la abbracciò. Per la prima volta da quando si erano conosciuti.
Markus odiava il contatto fisico per ovvie ragioni, perciò la colse totalmente di sorpresa. Aveva le mani gelate, ma il suo abbraccio riuscì comunque a infonderle tutto il calore che per tanto tempo le era mancato e le diede la forza necessaria per continuare.
“Lui non ha fatto niente”, disse Satèle, “è tutta colpa mia. Sai, mio fratello è completamente diverso da me: è dolce, tranquillo, rispetta le regole, non si caccia mai nei guai, è bravo a scuola… Io avevo una cattiva influenza su di lui.”
“Chi ti ha detto una cosa del genere?”, domandò Markus, leggermente irritato.
“Me l’hanno detto i miei genitori. Inizialmente avrebbero voluto iscrivere me all’Hamilton, perché fra noi due sono io la buona a nulla a cui servirebbe una bella strigliata, ma erano certi che io non sarei durata neanche un giorno e alla fine hanno preferito mandarci lui. Ormai lo vedo solo il sabato e la domenica, gli unici giorni in cui gli è concesso tornare a casa perché le lezioni sono sospese. Sempre per colpa mia.”
“Sai, Satèle, penso che io e te abbiamo lo stesso problema”, disse Markus. “Entrambi ci diamo la colpa per qualcosa che abbiamo indirettamente fatto, ma grazie a te ho capito una cosa: è quasi impossibile far ragionare dei genitori tossici. Sono certo che loro vi avrebbero divisi a prescindere dal tuo comportamento, e sono certo che pure tuo fratello la pensi come me.” Fece scivolare una mano sul cellulare di Satèle, accendendolo, e osservò nuovamente la foto che raffigurava i due gemelli. “Si vede che ti vuole molto bene,” commentò.
Voleva”, rettificò lei.
“Che significa?”
Satèle volle confessargli un timore che si portava dentro da un po' di tempo e di cui non aveva ancora parlato con nessuno, nemmeno con sua zia. “Ho l’impressione che il rapporto che avevamo si sia in qualche modo incrinato. Ultimamente lo sento un po' distante, come se tra noi ci fosse qualcosa di non detto, un muro.”
“E tu non hai provato ad abbatterlo?”
“Non ci riesco. Ogni volta che faccio un passo verso di lui, lui ne fa uno indietro. Non si confida più con me, è come se non volesse rendermi partecipe della sua vita.”
“Forse crede che non lo capiresti, visto che state vivendo due situazioni diverse”, ipotizzò Markus.
“Io invece penso che ce l’abbia con me”, tagliò corto Satèle. “Odio questa sensazione, come posso fare? Non voglio perdere mio fratello, lui e i miei zii sono le uniche persone che considero la mia famiglia. I miei genitori non sono quasi mai a casa, e quando ci sono mi trattano sempre male. Dicono tutti che i figli risentono dell’assenza dei genitori, ma nel mio caso non è proprio così. Certo, mi piacerebbe che fossero più presenti, ma se essere presenti per loro significa rimproverarmi per ogni cosa e farmi sentire una nullità, allora preferisco che non ci siano. E sai cos’è che mi fa più male? Che cercano di ridurre i miei sogni in frantumi in tutti i modi possibili. E io non ce la faccio più. Io e Casey abbiamo sempre sopportato tutto quanto insieme, ma adesso sono sola.”
Appena Satèle ricominciò a piangere, Markus le strofinò la schiena e la strinse più forte. “Non devi mai pensare che sei sola”, la rassicurò dolcemente. “Mi troverai sempre al momento del bisogno, ti darò il mio aiuto ogni volta che vorrai, perché tu sei la mia migliore amica.”
Satèle sciolse l’abbraccio e drizzò la schiena. “Davvero?”, chiese commossa.
Vedendo il suo broncio trasformarsi in un sorriso luminoso, Markus sorrise di rimando e disse: “Davvero. Tu sei la prima persona che mi ha accettato per quello che sono, senza provare a cambiarmi, in più mi ascolti e mi capisci come solo tu sai fare e questo mi rende molto felice. Sai, penso che i nostri ‘vuoti’ in un certo senso combacino. Forse è per questo che ci capiamo, non trovi?”
“Sono perfettamente d’accordo, migliore amico”, convenne Satèle. Provò a ricambiare l’abbracciò che le aveva dato, e sorprendentemente Markus non si sottrasse come aveva fatto in passato. “Mi ci voleva, sai?”, ammise. “È una bella sensazione, dopotutto.”
“Allora ti prometto che ti darò un abbraccio ogni volta che lo vorrai”, gli assicurò Satèle.
“Okay”, accettò Markus, “ma in cambio tu devi promettermi due cose.”
“Quali?”
“Che parlerai a tuo fratello di come ti senti e che dirai ai tuoi genitori che il professor Davis ti vuole nel glee club. L’hai detto tu che ‘cercano di ridurre in frantumi i tuoi sogni’, quindi presumo che sia per colpa loro che hai rifiutato la sua proposta.”
Satèle annuì. “Non saprei da dove partire in entrambi i casi.”
“Devi semplicemente cogliere l’occasione giusta. Con tuo fratello potresti parlare oggi stesso quando torni a casa, invece con i tuoi potresti approfittare di un momento in cui ti sembreranno più tranquilli, così sarai sicura che proveranno almeno ad ascoltarti anziché dirti categoricamente di no. L’importante è essere schietta. Di’ loro tutto quello che pensi, senza nascondere niente. Non fare lo stesso errore che ho fatto io, perché a volte tacere peggiora solo la situazione. Non tenerti tutto dentro, Satèle.”
“Sat”, suggerì lei. “Dalle persone a cui tengo mi faccio chiamare Sat.”
“Va bene, Sat”, ammiccò Markus. “Adesso, però, parliamo di cose più allegre. Mi ha fatto piacere sfogarmi e lasciarti sfogare, ma non vorrei che il nostro pomeriggio insieme si trasformasse in un dramma da teatro”, rise.
“Hai decisamente ragione”, concordò lei.
Provò ad alzarsi per andare a posare il cellulare sulla scrivania di Markus, ma inciampò perché non si era accorta di avere i lacci delle scarpe sciolti.
“Attenta!”, gridò allarmato il ragazzo. Provò ad afferrarla per impedirle di schiantarsi, ma finì a cavalcioni su di lei, che atterrò di schiena.
Udendo il tonfo sordo del suo corpo che cadeva a terra, Markus chiuse istintivamente gli occhi e quando li riaprì il suo volto era a pochi centimetri da quello di Satèle. I suoi occhi di ghiaccio sembravano ancora più belli visti da così vicino, erano gli occhi azzurri più belli che avesse mai visto. Tutto di lei era ciò che di più bello avesse mai visto, e solo in quel momento ebbe il coraggio di ammetterlo a sé stesso, di ammettere che quello che provava per Satèle andava ben oltre l’affetto che un ragazzino poteva provare nei confronti di una migliore amica.
Era da tempo che pensava che i sentimenti che nutriva nei suoi confronti si fossero evoluti, ma quel giorno, appena l’aveva vista varcare l’ingresso di casa sua, trovandola più carina del solito nonostante lei non avesse nulla di diverso dal solito, ne aveva avuto la conferma definitiva.
Markus pensò a tutte le volte che arrossiva vedendola semplicemente sorridere, a tutte le volte in cui si sentiva geloso quando la vedeva ricevere attenzioni da altri ragazzi e non ebbe più alcun dubbio: si era innamorato di lei.
Non l’avrebbe mai creduto possibile per uno come lui, che aveva imparato ad anteporre la ragione ai sentimenti per mostrarsi invulnerabile, invece era successo.
Markus si era innamorato di Satèle semplicemente perché era Satèle, e quella era l’unica spiegazione che riusciva a darsi. Non avrebbe saputo stilare un elenco di tutte le cose che amava di lei e nemmeno una classifica di quelle che gli piacevano di più, perché tutto di lei gli piaceva. Gli piacevano i suoi occhi, il suo nasino all’insù, le sue labbra rosee, i suoi capelli candidi e setosi, la sua pelle diafana e il profumo che emanava. Gli piacevano le sue gambe lunghe e affusolate, le sue braccia sottili, il suo vitino di vespa e i suoi fianchi stretti.
Era da un po' di tempo che Satèle si faceva paranoie sul suo corpo, lo sapeva in quanto chiedeva spesso a lui e a Angel se la trovassero troppo magra, perché a detta di alcune ragazze lo era. Loro le dicevano semplicemente di non fissarsi troppo, ma Markus sarebbe stato disposto a gridarle che era perfetta così com’era pur di vederla sorridere, perché gli piaceva.
Gli piaceva il suo sorriso, il suono della sua risata, il suono della sua voce e non solo quando cantava. Gli piaceva quando aggrottava la fronte, gli piaceva quando si mordeva le labbra, gli piaceva quando si sedeva scomposta e quando faceva i palloncini con la gomma da masticare in classe, senza che i professori se ne accorgessero. Gli piaceva il fatto che avesse la propria personalità, le proprie idee, il proprio modo di fare, il fatto che lo capisse come se lui fosse un libro aperto che non lasciava spazio alle interpretazioni.
Gli piaceva e l’aveva confessato a sé stesso, ma avrebbe mai trovato il coraggio di confessarlo a lei?
Quell’interrogativo rimase senza risposta, in quanto il flusso dei suoi pensieri venne interrotto da sua madre che aprì la porta della stanza senza preavviso e li vide in quella posizione piuttosto... ambigua.
In preda al panico, i due ragazzi si rimisero in piedi con uno scatto fulmineo e finsero che non fosse successo nulla, assumendo delle pose perfettamente rilassate.
“Si stavano baciando?”, chiese la piccola Lily alla mamma.
Markus e Satèle divennero il ritratto della vergogna, avrebbero voluto sprofondare.
Prima che Emily potesse avanzare qualche ipotesi, Satèle si affrettò a spiegare che le si erano sciolti i lacci delle scarpe e che questi avevano fatto inciampare entrambi, mentre Markus negò energicamente che si stessero baciando.
“Tranquilli, ragazzi, sono solo venuta a chiedervi se vi andasse di fare merenda”, li rassicurò Emily.
Markus e Satèle tirarono un sospiro di sollievo e pensarono che fosse un’ottima idea. La giornata stava per volgere al termine e volevano sfruttare al meglio tutto il tempo che gli era rimasto insieme.
 
“C’è ancora una cosa che vorrei chiederti”, disse Satèle mentre radunava le proprie cose per prepararsi a tornare a casa.
Stava per fare buio e i due avevano da poco finito di mangiare i muffins che aveva preparato Emily in camera di Markus, che rispose: “Vai.”
“Io ti ho detto che da grande vorrei fare la cantante, ma non so ancora che vorresti fare tu. Come mai? Io ti vedrei molto come scrittore, sai”, dichiarò Satèle. “Insomma, i tuoi temi in classe sono sempre i migliori e ho visto che la fantasia non ti manca. Voglio dire, ti sei inventato nomi come Dan Geruss e Genny Tull per rincoglionire un bidello…”
“Magari un giorno mi verrà davvero in mente di scrivere un libro, chissà”, fece Markus. Sul suo volto si dipinse un sorriso sbilenco, beffardo, di cui solo lui conosceva il significato, proprio come del libro che stava già scrivendo.
 
Ricordati di mantenere le promesse”, le aveva raccomandato Markus prima che lei se ne andasse.
Satèle era appena arrivata e vide che Casey era già fuori la porta ad aspettare che lei l’aprisse visto che, essendo uscita di casa per ultima, aveva portato con sé le chiavi.
“È da molto tempo che aspetti?”, gli chiese.
“No, sono arrivato solo cinque minuti fa”, disse Casey. Sembrava un po' stanco e aveva le guance lievemente arrossate, forse lui e il suo amico avevano camminato sotto il sole.
“Capisco. Vi siete divertiti?”
“Puoi scommetterci, siamo andati dappertutto!”, disse lui. “Tu, invece? Sei stata bene a casa di Markus?”
“Sì, siamo stati bene”, rispose lei, “e abbiamo parlato molto”.
Ricordati di mantenere le promesse, le aveva detto Markus.
Non c’era da temere, perché Satèle ne stava mantenendo una proprio in quel momento. “Però”, aggiunse infatti, “penso che anche noi due abbiamo qualcosa da dirci.”

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