BLOSSOM II

di taemotional
(/viewuser.php?uid=21321)

Disclaimer: Questo testo proprietà del suo autore e degli aventi diritto. La stampa o il salvataggio del testo dà diritto ad un usufrutto personale a scopo di lettura ed esclude ogni forma di sfruttamento commerciale o altri usi improri.


Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Parte 1 ***
Capitolo 2: *** Parte 2 ***



Capitolo 1
*** Parte 1 ***


Commento: eccomi con BLOSSOM 2!!! Un anno fa, mentre la scrivevo, pensavo sul serio che me la sarei portata dietro per chissà quanto tempo xD e infatti poi è pure arrivata una piccola BLOSSOM 3 x°D A parte questo... devo dire che l'ispiraizone per questa trilogia mi è stata data da D'Annunzio, in particolare dalla lettura del "Piacere" ^o^ Chissà, chi l'ha letto può anche capire perché xD Bando alle ciance! Sara, spero ti piaccia come ho deciso di mandarla avanti ^^

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

 


<< Dentro di te, stai piangendo da molto tempo, non è vero?
Ma lo nascondi, in questo non sei cambiato.
 
Sorridevi solo nel momento in cui ci incontravamo, non è vero?
Sono sicuro che stavi mentendo, dolcemente, e fingevi di essere forte con tutta la tua volontà. >>


 
Tanaka Koki era ormai in carcere da 5 mesi per tentato omicidio.
Dopo essere stato giudicato colpevole in seguito a un processo, ora non scontava più la sua pena a Parigi: lo Stato del Giappone aveva chiesto l’estradizione per il concittadino e dopo appena due mesi era stato trasferito nella prigione di Sugamo, situata in un distretto della sua città natale, Tokyo. La mia stessa città, rifletté a quel punto Ueda.
“A cosa pensi?” domandò d’un tratto Kamenashi continuando involontariamente a massaggiarsi le gambe, mentre l’aereo decollava in quel secondo. Sul suo viso era stampato un enorme sorriso.
Ueda lo osservò un secondo, poi l’occhio gli cadde sul finestrino al fianco dell’altro. Ecco, si disse Ueda, sto tornando proprio nella mia città. Poi gli sorrise.
“Penso che mi farà piacere rivedere il caos disinteressato di Tokyo”
“Ma credo che al tuo manager non farà piacere”
“Quando scoprirà della nostra partenza sarà ormai troppo tardi!”
“Poveretto...” commentò Kamenashi ridendo e prese a pizzicarsi le gambe.
Ueda non poté fare a meno di continuare a sorridere. Perché ora Kamenashi sentiva sensibilità nelle gambe -“La smetti di torturarle?” lo rimproverava sempre fingendo una fermezza nella voce che non gli apparteneva- e ora era tornato a camminare. Dopo un anno in cui non aveva fatto altro che portarlo in giro su quella fredda sedia a rotelle, un dottore si era proposto di operarlo secondo una nuova tecnica. Ueda non ci aveva capito molto, ma Kamenashi volle provare. “Peggio di così non può comunque andare”,  gli disse per rassicurarlo, mentre le mani di Ueda tremavano. Gliele prese e sorrise.
E poi per fortuna era andato tutto bene.
La riabilitazione sarebbe dovuta durare un semestre ma Kamenashi si impegnò moltissimo e riuscì a tornare a camminare senza stampelle nel giro di qualche mese.
“Ancora un po’” diceva sempre in quel periodo, mentre Ueda si sentiva affaticato per lui e voleva farlo tornare disteso.
“Kazu, basta per oggi...”
“No, ti ricordi la promessa? Dobbiamo tornare in Giappone insieme” rispondeva e continuava incessantemente a sforzare i suoi tendini. Ueda sospirava. Una promessa non va dimenticata, e lui gli aveva promesso che, una volta guarito, sarebbero tornati insieme a casa.
“Non stare qua con me”, “Non sentirti in colpa”, “Non sprecare il tuo tempo”, “Odi questo paese, torna in Giappone” gli ripeteva Kamenashi prima dell’operazione, come una litania. Ma Ueda non poteva andarsene e lasciarlo solo. Gli fece quella promessa, irrealizzabile al tempo. E invece ora eccoli lì, su un aereo, la primavera successiva.
Cosa avrebbero fatto una volta arrivati?
Ueda non lo sapeva. Di sicuro Kame sarebbe voluto tornare dai suoi genitori. E lui cosa avrebbe fatto? Dopo essere stato spinto fuori di casa e mandato senza tante cerimonie in Francia, con che faccia si sarebbe ripresentato dai suoi dicendo: “La mia carriera da modello è stata un totale fallimento”?
Sospirò. Forse, leggendo i giornali, se ne erano già accorti da soli...
Kame ripeté la domanda: “A cosa pensi?”
L’aereo intanto continuava la sua inesorabile salita e, passando attraverso un banco di nuvole spesse, si avvicinava sempre più al sole. Lo stomaco di Ueda iniziò a dargli fastidio.
“L’aereo non mi aveva fatto questo effetto la prima volta” disse chiudendo gli occhi. Kame lo guardò interrogativo: continuava a deviare e a non rispondere sinceramente alle sue domande.
Gli prese una mano e iniziò a guardare fuori dal finestrino. L’aereo si stabilizzò e una voce annunciò che era ora possibile togliere le cinture.
“Tutto bene?” chiese allora Kamenashi.
Ueda annuiva, eppure continuava a tenere gli occhi chiusi. In effetti, stava meglio, ma la mano dell’altro che teneva la propria lo aveva reso improvvisamente agitato.
Dopo quella notte, non era più successo nulla tra i due, se non che Ueda aveva iniziato a voler bene all’altro in una maniera che nemmeno lui stesso avrebbe creduto possibile.
Eppure non fece mai nulla per far capire all’altro quel suo mutamento di sentimenti. Kamenashi dopotutto era stato già ingannato una volta, e Ueda temeva un suo rifiuto esplicito. Aveva deciso di non dire nulla, e quell’istinto represso e fastidioso diventò il modo per espiare le colpe passate.
“Posso provare ad amarti” gli aveva detto. Ma era già innamorato, e non se ne era nemmeno reso conto.
Aprì gli occhi e sfuggì discretamente al tocco dell’altro.
Kame notò quel suo movimento ma fece finta di nulla e sorrise. Devo smetterla di volerlo, pensava continuamente, e invece tornava ogni volta a cercare un qualche contatto. Anche visivo. Gli bastava poco. E Ogni volta che Ueda gli sfuggiva, sorrideva rassegnato. E’ stato già abbastanza gentile con me quella notte seppure non mi amasse, pensò, ma perché mi hai fatto quella promessa? Sono già abbastanza legato a te...
“Me ne vado solo se tu potrai venire con me, camminando” gli aveva detto Ueda. E Kame, per vedere realizzato il suo desiderio di andarsene dalla Francia il prima possibile, fu disposto a vivere tre mesi insostenibili, lacerato dal dolore alla schiena, sforzando i suoi muscoli fino allo sfinimento, piangendo silenzioso la notte, solo per poter andarsene da lì, e portare Ueda con sé.
Ma non era stata una costrizione, quella di lasciare la città in cui era nato, se questo significava rendere felice l’altro. Perché Ueda non lo sapeva, che Kamenashi era nato lì, a Parigi.
“Torniamo a casa?” aveva chiesto Kamenashi dopo una settimana in cui poteva camminare senza sentire più dolore. Era pronto ad andarsene. E continuava ad illudersi.
Cosa avrebbero fatto una volta arrivati?
Kamenashi non lo sapeva. I suoi genitori non vivevano certo a Tokyo, aveva solo i nonni paterni là, e non poteva certo presentarsi da loro dicendo: “Sono vostro nipote illegittimo, e vostro figlio mi ha avuto dopo essere scappato in Francia con la parigina che voi odiavate tanto”. Ueda invece? Lui non si sente certo affezionato a me. Quindi se ne sarebbe andato, magari sarebbe tornato dai suoi genitori. Lui aveva una casa in cui tornare.
“Ancora ti senti in colpa?” chiese allora Kamenashi, perché voleva sapere, illudersi un altro po’. Ma conosceva già la risposta.
Ueda lo guardò. Il ronzio dell’aereo non era fastidioso.
“Sei sempre stato così diretto, anche quando ti sei dichiarato, ricordi?” Kamenashi arrossì di botto, e Ueda si morse la lingua. Ma cosa gli saltava in mente? Perché era tornato con la mente a quel momento?
“Ah! Scusa...” continuò “E’ che...” E’ che, forse, il suo inconscio voleva tornare sull’argomento.
Kamenashi scosse la testa. Ueda lo stava prendendo in giro, era evidente. E lui era stato così ingenuo in quel momento di quasi un anno fa... e continuava ad esserlo ogni secondo.
“Non dovevo venire...” sussurrò poi e Ueda iniziò ad agitarsi.
“Perché no? La promessa...” e solo in quel momento comprese il perché di quelle parole passate. Quella promessa era stata la prova tangibile del voler restare vicino a lui in ogni momento, sia che Kame avesse camminato, sia che fosse rimasto immobile su quella sedia a rotelle per sempre. Ma perché non poteva dirglielo? Perché non poteva dirgli che sarebbe restato, soffocandosi in quella città straniera, pur di rimanere con lui?
“La promessa è stata solo una frase detta perché ti sentivi in colpa, e ora stai bene, e anche io sto bene...” disse Kamenashi e si voltò dall’altro lato per evitare che Ueda potesse vedere i suoi occhi velati. Poteva esserci un modo per dimenticarlo? Sarebbe dovuto restare a Parigi. Kame era sicuro che, a quel punto, dopo la sua completa guarigione, Ueda sarebbe potuto andare anche da solo. Non si sentiva più in colpa. Era stata la promessa a fargli dire: “Ho prenotato due biglietti per Tokyo”, perché Ueda era gentile con lui, e non poteva rimangiarsi la parola data. Anche in quel momento, era la promessa che gli permetteva di stare là seduto al suo fianco. Ueda avrebbe preferito riavere la sua vita, dopo due anni sprecati a spingere la sua carrozzina, ad aiutarlo a entrare nella doccia, a pulirgli l’appartamento.
E avrebbero dovuto separarsi. E tutto sarebbe potuto tornare come prima. Se non per il fatto che, a quel punto, Kamenashi avrebbe vissuto un’esistenza vuota...
“Kazu!” sussurrò Ueda con forza prendendolo per le spalle e fissandolo negli occhi “Non posso più vederti piangere... ogni notte, ogni momento, anche mentre sorridi, soffri vero?”
Kame non disse nulla.
“La mia promessa...” continuò “Non l’ho detta a causa di un senso di colpa, né per potermi espiare dalle colpe. Invece sono stato egoista, perché in questo modo pensavo di poter restare con te per sempre. E invece ti faccio soffrire, perché di sicuro, dopo quello che ti ho fatto, te non vorresti più nemmeno vedere la mia faccia. Sei stato costretto a venire a causa delle mie parole, ma non ti incolperò se una volta arrivati vorrai andartene per la tua strada. Io andrò per la mia... ma non piangere...”
Kamenashi accusò ogni colpo. Cosa stava dicendo? Non voglio più vedere la sua faccia? Restò ammutolito, con la mente che tentava di capire il perché di quelle parole.
“Volevo solo restare con te per sempre” rimbombò nelle sue orecchie, e forse Ueda lo aveva ripetuto.
Kame assorbì quelle parole.
“E ora? Cosa vuoi ora?” soffiò. Le mani di Ueda strinsero più forte le sue spalle, un’hostess passò veloce lungo il corridoio interno dell’aereo senza notare nulla. Kame sbarrò gli occhi e trattenne il fiato. Ueda continuava a premere le labbra contro quelle dell’altro. Poi le socchiuse appena, intrappolando il suo labbro inferiore.
“So quello che ti ho fatto” sussurrò Ueda senza lasciare la sua bocca “Ma non posso lasciarti andare. Una volta arrivati a Tokyo, continuiamo a vivere insieme.”
Le palpebre inebriate di Kamenashi si chiusero e le labbra ricambiarono il bacio.
“Dove vivremo?” chiese riprendendo fiato. Ueda aveva iniziato a carezzargli le guancie.
“Anche sotto un ponte”
Kame rise.
“Mi posso permettere un hotel, che dici?”
“Si può fare... io tenterò di ricominciare la mia carriera di modello... qualcuno potrebbe pagarmi come un tempo... e magari riusciremo ad affittare un appartamento”
Kame sorrise. Era tutto vero? Non stava sognando? Il dondolare dell’aereo non lo aveva fatto addormentare?
“Dammi un pizzico”
Ueda gli morse il collo.
“Ahi!”
“Scusa...” commentò Ueda ridendo “Ma non stai sognando, se è questo che pensi”
Perché riusciva a capire ogni suo pensiero quando lui invece doveva chiedergli ogni volta: A cosa pensi?
“Tu a cosa pensi?” chiese.
“Ti amo”
Kame avvampò di colpo. Quelle due parole non erano false. Non era stata quella maledetta promessa a farglielo dire.
“Perdonami... per questi mesi”
Kame tentò di ricollegare il cervello e scosse violentemente la testa.
“Non ti ho mai incolpato per quello che è successo. Tu sei stata la cosa migliore che mi sia capitata nella vita” e quella frase fu come avergli risposto: Ti amo anche io.

---


Junnosuke Taguchi era sempre rimasto fedele alla sua abitudine di annotare quotidianamente qualcosa della sua vita sul diario. Era stata la sua dottoressa a dargli l’idea quando ancora era un ragazzino, quando si divertiva a dar fastidio ai suoi compagni di classe a scuola, e, anche dopo essere stato arrestato e mandato in carcere per tentato omicidio, continuava ancora a scrivere e scarabocchiare quell’agenda color cremisi.

<<>> 

28 Dicembre - Domani avrò i provini per la parte! Non vedo l’ora! Mi sono allenato duramente, ce la farò di sicuro. Non so se in questa settimana riuscirò a scrivere ancora! Semmai, buon anno!
**
3 Febbraio - Ho davvero avuto paura quando ho visto quell’uomo rotolare fino in fondo alle scale. Ero stato davvero io a spingerlo? Sono rimasto immobile, mentre le orecchie si laceravano per quei lamenti che ancora provenivano dalla sua bocca socchiusa. Ho atteso l’arrivo della polizia senza fare nulla, senza aiutarlo, senza scappare. Ero stato davvero io a spingerlo? Continuavo a chiedermi dentro. L’invidia mi aveva accecato. Quell’uomo mi aveva negato un posto che mi spettava di diritto. Quel ruolo da primo ballerino doveva essere mio, altrimenti a cosa erano serviti tutti i miei sforzi e sacrifici durati ben 11 anni? Era pazzesco, scandaloso. Aveva avuto la fine che si meritava, e non possono rinchiudermi in carcere. Io devo ballare, come farò? Voglio uscire, è soffocante stare in questa cella da solo, quando ci sono due letti. Perché è come se lo spirito di quel vecchio risiedesse in quel posto vuoto e continuasse a puntarmi il dito dicendo: “Quel ruolo non può essere tuo, l’altro ragazzo mi ha pagato e tu non hai un soldo”. Insopportabile.
**
Notte - Dalla finestra barrata della mia cella riesco a vedere la luna. C’è una strana stagnazione nell’aria, un silenzio irreale. Mi sono calmato, e pentito. Come faccio a dimostrarlo ai carcerieri? Vorrei uscire: non lo farò più. Non tenterò più di far del male alle persone. Come faccio a dimostragli la mia conversione? Due anni qua dentro non li reggo. E non è ancora passato nemmeno un giorno. Forse andrò a dormire.
**
Non riesco ad addormentarmi... che ore sono? Perché mi hanno tolto l’orologio? Voglio scandire il mio tempo. Rischio di dimenticarmi quanto dura un secondo. Solo i battiti assordanti del mio cuore ritmano il passare dei minuti. E non è ancora finito il primo giorno.
**
4 Febbraio - Cercherò di scrivere sempre, cercando di non dimenticarmi mai nemmeno di un giorno. Non posso rischiare di arrivare al momento in cui compirò 20 anni inconsapevolmente. Fra una settimana poi, sarà anche il suo compleanno... come farò a farle gli auguri? E cosa penserà lei del fatto che mi trovo in prigione? Sensei, mi dispiace... ora vorrei sentire la sua voce.
**
Pomeriggio -  Se non leggessi la data che ho scritto sopra, potrei dire di trovarmi qui dentro da un anno. Fuori dalla mia cella c’è trambusto in questo momento. Cosa è successo? Non posso vedere nulla, perché la porta grigia ha solo una piccola fessura che può essere aperta esclusivamente dall’esterno. Continuo a fissare quel rettangolino sfilabile. E’ da là che poco tempo fa qualcuno mi aveva passato da mangiare. Ma non avevo fame, ho lasciato il vassoio sul piccolo tavolo della cella. Se alzo gli occhi vedo un penetrante cielo blu là fuori. Eppure è inverno... le guardie fuori dalla porta continuano a discutere... sento che parlano dell’estradizione di un criminale. Verrà trasferito nel carcere questa sera. Cavoli, la vita qua dentro è così noiosa... ieri su un palco, oggi in una prigione... domani cosa farò?
**
5 Febbraio - Ieri sera è successa una cosa inaspettata: il ragazzo di cui parlavano le guardie è stato trasferito proprio nella mia cella. Non conosco ancora il suo nome, lui non mi parla. In questo momento è semplicemente disteso sul suo letto e fissa il soffitto con occhi ridotte a fessure, come se si sforzasse di vedere attraverso i muri, e la sua fronte è corrugata: una vena sporgente la taglia verticalmente. Sembra pulsare. Secondo quello che dicono le guardie è stato anche lui accusato di tentato omicidio. Il suo sguardo in effetti è fermo, rigido, freddo. I suoi occhi potrebbero essere quelli di un assassino... eppure se lo osservo meglio leggo tristezza nel suo sguardo. Una tristezza velata da rancore, forse? Vorrei sapere di più su di lui. Tenterò di farlo parlare. Ma forse non parla più giapponese, viene dalla Francia.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------

Continua...

Ritorna all'indice


Capitolo 2
*** Parte 2 ***


Kamenashi camminava rapido nell’atrio avvicinandosi al bancone informazioni.
Un uomo in divisa lo guardò storto. Era così abituato a vedere persone chiuse in una cella che quell’avanzare spedito gli fece uno strano effetto.
“Buon giorno, oggi è giorno di visite, giusto... signor Nakamaru?” concluse leggendo l’etichetta sulla divisa.
L’uomo annuì e chiese quale fosse il nome del carcerato.
“Tanaka Koki” rispose, e gli sembrò che, nel pronunciare quel nome, avesse tolto un enorme macigno dal suo stomaco.
“Sì...” rispose la guardia annotando qualcosa su un’agenda “Ma non credo che parlerà... da quando è stato trasferito qua due mesi fa non ha mai detto una parola”
Kamenashi annuì, “Non importa, basta che mi ascolti”
L’uomo in divisa lo guardò più attentamente: lo sguardo di quel ragazzo era determinato, senza alcuna ombra d’incertezza. Gli venne la curiosità di sapere cosa volesse dire a quel carcerato, armato di una fermezza simile. Ma si trattenne, e, spingendo un pulsante, parlò in un microfono: “Akanishi, vieni all’ingresso”, disse fermo e attese l’arrivo dell’altra guardia continuando a scrutare quel giovane.
“Sì? Maru-chan?” chiese la guardia entrando da una porta di ferro alle spalle di Kamenashi.
L’uomo dietro al bancone sbiancò e lanciò un’occhiataccia a quel ragazzo così sfrontato.
“Akanishi!” gridò, e il ragazzo si mise sull’attenti con aria di scusa “Accompagna questo signore nella sala visite e porta Tanaka Koki, cella 707, ala B”
La guardia di nome Akanishi rispose in maniera affermativa e condusse con sé Kame, dietro quella porta grigia.
“Maru è così freddo che mi vengono i brividi solo a guardarlo...” commentò quella guardia mentre percorrevano un corridoio scandito regolarmente da porte identiche di ferro.
Kamenashi lo ignorò, in quel momento non poteva distrarsi.
“Ma poi... fuori dal lavoro non è così eh! Te l’assicuro!” continuava quel giovane “Dovresti vedere come si scalda facilmente!”
Riuscirò a vederlo? Riuscirò a parlargli? E se non dovesse rivolgermi la parola?, pensava intanto Kamenashi, e nella sua mente rivide di nuovo il momento in cui Tanaka gli aveva dato il primo colpo. Poté sentire il dolore vivido nella sua memoria. Iniziò a respirare più intensamente. Posso farcela...
“Aspetta qua” disse ad un certo punto Akanishi, e sparì dietro un’altra porta, identica a tutte le altre.
Dopo qualche minuto riapparve, e gli fece cenno di entrare, mentre lui sarebbe rimasto fuori ad attendere.
Kamenashi fece un profondo respiro ed entrò.
Koki era seduto su una sedia, separato dalla stanza in cui si trovava lui da un vetro bucato all’altezza della bocca.
Quando Tanaka lo vide, sussultò.
Kamenashi si avvicinò e si sedette sulla sedia di fronte. I due si guardarono per un tempo infinitamente lungo.
Infine Kame sospirò, “Ti aspettavi Ueda?” chiese in francese. Tanaka non annuì, né scosse la testa. Dovette chiudere gli occhi: quella voce gli stava rimbombando nella testa come quel giorno.
Lui è a casa, sai? Sta bene, ha di nuovo il suo lavoro, ma non è riuscito a venire”
Tanaka riaprì gli occhi e lo guardò.
Dentro di lui... ti ha perdonato, per quello che hai fatto... e ti chiede scusa, per quello che ti ha fatto lui
Tanaka rimaneva in silenzio. Kamenashi braccava i suoi occhi e gli impediva di distogliere lo sguardo.
Io...” iniziò, toccandosi le gambe “...ho lavorato duramente per lui, per guarire le mie gambe e la sua anima tormentata...”
Tanaka addolcì lo sguardo.
“Ti perdono, per quello che è successo” concluse Kamenashi sorridendo “Ecco... è tutto” poi, alzandosi, fece per andarsene.
“Aspetta!”
Kame si voltò a guardarlo. Tanaka distolse lo sguardo.
“Non sono ancora riuscito a perdonare me stesso” sussurrò Koki “...ma sapere del vostro perdono è importante per me... forse, in questi due anni, riuscirò a redimermi...”, silenzio, “Per il momento, vi chiedo scusa”
“Fra due anni, ci rincontreremo?” chiese Kamenashi.
“Credo di sì... io sarò una persona migliore”
“Spero valga lo stesso per me” concluse l’altro e s’incamminò verso la porta. Agli occhi di Tanaka apparve improvvisamente come un’altra persona. Quella non era la schiena che aveva macchiato.
“Quando rivedrò Ueda?” chiese col fiato mozzato.
Kamenashi temporeggiò, con la mano appoggiata alla maniglia.
“Gli dirò che lo aspetti” e uscì sorridendo.

<<>> 

13 Aprile – Oggi il mio compagno di cella riceve una visita. Che bello, significa che là fuori c’è qualcuno che lo vuole vedere. Sensei, perché lei mi ha abbandonato?
**
14 Aprile - Finalmente il ragazzo ha parlato. Dopo tre mesi di silenzio ha parlato e mi ha rivelato il suo nome: Tanaka Koki. Gli ho chiesto come si scrive. Dice che ‘Koki’ è scritto con l’ideogramma di ‘sacro’. Proprio un bel significato, ho subito pensato. Ci trovavamo in una delle solite lezioni di pittura. Lui fino a ieri non era mai voluto venire, sebbene fossero lezioni obbligatorie per il programma ‘riabilitazione carcerati’, o una cosa simile. Quando lo vidi entrare, la sua figura quasi stonò con l’ambiente. Gli sorrisi e lui si sedette sul cavalletto accanto al mio senza dire nulla. Decisi che non lo avrei guardato per non metterlo in difficoltà.
“Signori, il tema di oggi è libero” aveva detto l’insegnante “Potete scegliere di disegnare quello che volete. E, come ogni volta, se avete delle domande venite pure. Divertitevi.” Sono proprio incapace nel disegno, e quando ieri l’insegnante ci lasciò campo libero, rimasi un quarto d’ora buono senza fare nulla. Il mio compagno di cella invece era già all’opera. Decisi di non guardare nemmeno il suo disegno. Alla fine voltò lo sguardo verso la mia tela. Avrei voluto sotterrarmi: era orribile, come ogni volta, ma lui non disse nulla al riguardo. Invece mi chiese: “Come ti chiami?” Io rimasi allibito, anche la sua voce, udita per la prima volta, stonava con il viso sempre corrugato. Gli dissi il mio nome e lui volle sapere gli ideogrammi. A quel punto iniziò a scriverli in basso, sul suo disegno. Lo guardai: aveva fatto un mio ritratto.
**
Sera - Tanaka oggi ha voluto parlare. Ha voluto sapere della mia vita e mi ha raccontato della sua. Non deve essere stato facile per lui con un trauma del genere. Quand’era piccolo la zia lo picchiava in continuazione. Per questo, a diciotto anni, si è trasferito in Francia. Là ha incontrato un ragazzo e ha avuto una relazione con lui. Sarà stata quella la persona che ieri l’ha voluto incontrare? Spero di sì, perché, a quanto dice, non si erano lasciati in una bella maniera. Io gli ho un po’ parlato della mia sensei. Ha voluto sapere quando era morta: “Cinque anni fa” gli risposi. Restò un po’ addolorato. Forse aveva captato nelle mie parole il dolore che ancora provo. “E’ stata come una madre per me” ho aggiunto e lui ha annuito. Sembra capirmi al volo, forse perché siamo simili. Mi ha anche chiesto perché scrivo sempre su questa agenda rossa. Perché scrivo? Forse per lei. Perché finché era in vita non gli ho mai dato ascolto. Mi diceva: “Junnosuke, hai scritto oggi?” E io rispondevo di no, perché non mi piaceva scrivere. Poi, a sedici anni, il giorno della sua morte, ho provato un enorme vuoto dentro di me. Per giorni non sono più riuscito a mangiare né bere, il cibo non poteva colmare quella voragine. Ho raccontato tutto questo a Tanaka. Lui mi ha ascoltato. Era da quattro anni che non incontravo una persona che mi ascoltasse in quel modo. Alla fine mi ha detto: “Io non sono mai stato affezionato a nessuno”. Ho provato pena per lui. Perché non ha mai amato il ragazzo con cui stava in Francia, lo feriva e continuava a fargli del male perché pensava che quello fosse affetto. Pensava: “Io non lo amo, ma voglio provarci.” Voleva bene a sua zia. Quando era piccolo pensava: “Anche lei mi vuole bene, per questo mi bastona. Questo è voler bene.” Sebbene non l’abbia mai vista, odio quella donna.  

<<>> 

Taguchi posò sul letto il diario e si stiracchiò. Tanaka era seduto sul suo stesso letto, dalla parte opposta, e aspettava che l’altro finisse di scrivere.
Erano ormai passati due mesi dal giorno in cui Kamenashi era andato a trovare Tanaka e, da quel momento, Junno aveva ridotto poco a poco il tempo da dedicare al suo diario. Come se non ci fosse più bisogno di scrivere, come se ora avesse un’occupazione più importante.
“Cos’hai scritto oggi?” domandò Koki, come ogni volta.
Junno riaprì il diario, e lesse: “1 Giugno – Dopo una settimana, ha smesso di piovere. L’estate si avvicina...”
“Sì, sì!” commentò ironico Tanaka “Fammi il sunto!”
Junno richiuse il diario e rise.
“Okay! Fammi pensare... ho scritto tutto quello che mi veniva in mente... sai come scrivo no? Tipo ‘brain storming’! Non c’è mica un filo narrativo che collega le frasi!”
Tanaka lo guardò interrogativo, “Parla come mangi!” gridò.
“Sssh!” lo ammonì l’altro “Altrimenti Akanishi ci sgrida come l’altra volta, quando hai fatto l’imitazione di quel comico francese!”
“Ah sì! Te la rifaccio?”
“No, grazie, non faceva ridere!”
“Perché non capisci la comicità francese...”
“E tu hai dimenticato quella giapponese!” replicò Junno ridendo, poi, portandosi vicino all’altro, prese a fargli il solletico.
“Fermo fermo!” disse Tanaka cercando di allontanarlo e di tenere moderata la voce allo stesso tempo “Ho sentito dei passi fuori!”
Junno si bloccò e drizzò le orecchie, “Io non sento nulla...” sussurrò, allungando il collo.
Tanaka alzò leggermente gli occhi e fissò il viso dell’altro, lo sguardo fermo sulla porta. La sua mano era poggiata sul proprio petto.
Taguchi lo guardò di colpo.
“Perché il tuo cuore sta accelerando i battiti?” chiese, percependo quel pulsare al di sotto delle dita.
Gli occhi di Tanaka scivolarono lentamente sulle labbra, poi, con un guizzo, tornarono agli occhi. Marroni, caldi, rassicuranti.
“Perché c’è questa atmosfera strana?” chiese ancora Taguchi con un sussurro, mentre la mano sul suo petto strinse la canottiera e il viso si avvicinava involontariamente.
“Non lo so...” e con un impeto Junno gli morse le labbra. Tanaka non si ritrasse. La mano di Junno percorse tutta la sua canottiera e andò a confondersi tra i suoi capelli. Le loro lingue si cercavano con voluttà...
Durò poco: improvvisamente, la porta della cella si spalancò.
Taguchi si lanciò all’indietro rosso in viso e sbatté la nuca sull’armadio di fianco al letto.
“Cosa...” iniziò Akanishi, poi spalancò la bocca e rimase muto.
Cosa? Cosa...! Niente!” buttò fuori Taguchi senza criterio, massaggiandosi la testa, “Vero Koki?”
Tanaka non rispose, fissava un punto fisso davanti a sé, con la mente ancora catapultata a qualche secondo prima e con le labbra ancora schiuse.
“Comunque...” continuò la guardia ritrovando la facoltà della parola “Ero venuto a dirvi che l’insegnante di arte ha avuto dei problemi e quindi non ci sarà lezione”
Poi lanciò un’occhiata strana a Taguchi e se ne andò senza aggiungere altro.
Il rumore della porta di ferro che sbatteva fece tornare in sé Tanaka, che guardò l’altro.
“I-io...” balbettò Junno, ancora rosso in viso “Scusa...”
Per qualche giorno Tanaka tornò a isolarsi nel suo silenzio.

<<>> 

Sera - Cosa ho fatto?
**
2 Giugno – La sua voce già mi manca.

<<>> 

Akanishi bussò, poi entrò nella cella. Da quel giorno aveva preso quest’abitudine di avvisare, prima di catapultarsi dentro. Eppure, da quel giorno, non era più successo nulla.
“Signori,” disse “Ho due notizie, una buona, l’altra un po’ meno. Quale volete sapere prima?”
Taguchi e Tanaka, che erano seduti sul letto del secondo, si guardarono interrogativi.
“Non lo so...” iniziò Tanaka “Quella buona?”
“Bene!” rispose Akanishi “Di là c’è qualcuno che ti aspetta, Koki-san!”
Tanaka si alzò poco convinto e si portò fuori dalla cella trascinando i piedi a causa del sonno.
“Mah!” commento Akanishi, stupendosi della poca gioiosità per la notizia “Non immagino allora come prenderà la cattiva notizia”
Taguchi alzò gli occhi dal diario, c’era scritto: “5 Novembre - Buon compleanno, Koki! Questa mattina...”
“Sarebbe?” chiese.
“Lo Stato vuole che tu venga trasferito nel carcere minorile, nell’attesa che tu raggiunga la maggior età”
Il cuore di Junno perse un battito.
“Eh...? Ma manca poco...” disse con voce flebile “Non posso restare...?”
Akanishi scosse la testa.
“E se poi, quando torno, non verrò più inserito in questa stanza? Con Koki...?”
Akanishi non sapeva che rispondere. La possibilità che si potessero rincontrare era bassissima. Si dispiacque per loro. Gli ricordavano i primi tempi con Nakamaru. Anche lui al tempo era stato trasferito per un anno in un altro carcere. Lontani.
“Vedrò di fare il possibile parlando con Maru-chan”
Taguchi chinò il viso e un’ombra gli passò sugli occhi.
“Chi sta per incontrare Koki?”
“Un ragazzo di nome Tatsuya Ueda”
 
Tanaka si sedette sulla sedia dietro al vetro, come sette mesi prima. Non sapeva chi sarebbe entrato. Immaginò di rivedere i genitori, chissà che fine avevano fatto, non aveva loro notizie da quando si era trasferito in Francia, tre anni prima.
Poi la porta grigia cigolò, e si aprì lentamente. Qualcuno entrava. Il cuore di Tanaka smise di pulsare.
Ueda sorrise.
“Ciao Koki” lo salutò semplicemente, mentre si sedeva oltre quella lastra trasparente.
La familiarità con cui gli si era rivolto lo commosse. Dovette trattenere le lacrime.
“Come stai?” continuò Ueda dopo qualche secondo di silenzio in cui i due non si guardarono. Tanaka volse leggermente il viso verso di lui e poggiò una mano sul vetro.
Ueda notò quel movimento e fissò le sue dita.
“Un anno fa, queste dita, seppur indirettamente, ti hanno fatto del male...” iniziò Tanaka.
“Ti ho perdonato” lo interruppe l’altro e poggiò la mano in corrispondenza della sua, poi sorrise “Lo spazio che in Francia ci separava non è mai stato più ridotto, vero?”
Tanaka sorrise.
“Mi dispiace” gli disse.
“Questo è poco rilevante... se dentro di te non hai perdonato te stesso”
Tanaka fissò i suoi occhi caldi, come quelli di Junno.
“Non so... ma sto cercando di ricominciare”
“Allora hai perdonato te stesso?” la voce di Ueda era ferma. L’anima di Tanaka si tranquillizzò nel sentirla.
“Posso davvero perdonarmi?”
“Certo”
“Posso ricominciare?”
“Certo”
Sorrisero.
 
Tanaka rientrò nella sua cella di corsa e si fiondò su Taguchi abbracciandolo.
“C-cosa?” balbettò Junno non sapendo come reagire a quel contatto improvviso. Tanaka sorrideva sul suo collo.
“Junno, mi piaci!”
A Taguchi mancò l’aria e i suoi polmoni faticarono per ricominciare a lavorare.
“Koki...” riuscì solo a dire, la voce rotta “...mi trasferiscono. Domani.”
Tanaka vide tutto buio. Non poteva abbandonarlo, non poteva restare da solo... non di nuovo. Guardò i suoi occhi, marroni, caldi, rassicuranti...? Sì, continuava a esserci quella purezza che lo aveva salvato in quei mesi, che lo aveva ripescato dal baratro della colpevolezza. Portò le dita sulle sue guancie, le lacrime che le avevano scavate non lo avevano macchiato. Potevano essere facilmente portate via. E un istinto profondo fece incontrare le loro bocche.
“Perché piangi?” soffiò Tanaka, tra un tocco di labbra e un altro, mentre lo spingeva sul proprio letto.
Junno teneva gli occhi chiusi. Quel buio non lo spaventava, se era Koki a guidarlo. Percepì di essere arrivato al bordo del letto e lasciò che il suo corpo si distese su di esso.
“Non sto piangendo...” disse, trattenendo un gemito perché l’altro aveva iniziato a toccarlo da sopra la stoffa dei pantaloni. Non poteva piangere. Non aveva pianto nemmeno per la morte della sensei...
“E’ vero, non piangi...” disse l’altro, affondando le labbra su quel collo che aveva guardato così tante volte “...e domani non te ne andrai”
Junno annuì, gli occhi ancora serrati. E’ vero, non se ne sarebbe andato, perché loro due non erano nemmeno là. Erano fuori da quella cella, distesi su un prato verde. Ed era tornata l’estate.
Cercò tentoni la mano di Tanaka e lo costrinse a infilarla nei suoi pantaloni.
“Ti prego...” sussurrò, il viso arrossato. Faceva proprio caldo, il sole splendeva allo zenit.
Tanaka sorrise, e iniziò a toccarlo, prima dolcemente, poi andando sempre più in profondità. Junno ansimava, l’altro lo liberò dai pantaloni e slip, e prese il suo fallo ormai eretto e gonfio con la bocca.
Taguchi spalancò improvvisamente gli occhi e trasalì.
“Va tutto bene...” si permise di dire Tanaka, poi tornò a leccare e succhiare. Anche ad occhi aperti, la realtà non era poi così male. Strinse i suoi capelli, che si erano decisamente allungati in quei mesi, e lasciò che le sue membra si distendessero.
“Koki... anche tu mi piaci...” disse con fatica, respirando affannosamente.
Tanaka lasciò andare il suo sesso e tornò a tormentargli la bocca. Non c’era bisogno di averlo detto, lo sapeva già. Eppure quelle semplici parole lo eccitarono all’inverosimile.
“Facciamo l’amore?”
Il cuore di Junno esplose nel petto. Annuì imbarazzato, e lo aiutò a spogliarsi.
Tanaka si posiziono tra le sue gambe.
“Farà male... scusa” gli disse, e iniziò subito a spingere. L’altro venne colto di sorpresa e si lasciò sfuggire un grido.
I capelli neri di Tanaka ondeggiavano violentemente sulla fronte, Taguchi si portò una mano alla bocca tappandola.
E quei gemiti soffusi, attutiti, regolari non fecero altro che alimentare il loro piacere.
 
Respiravano entrambi affannosamente, quando Tanaka uscì dal corpo dell’altro e si distese al suo fianco abbracciandolo.
“Ora vorrei fare un bagno con te” sussurrò Tanaka “Ma queste carceri fanno schifo, e non c’è nemmeno una doccia privata”
“Sarebbe eccitante farlo nei bagni pubblici!”
“Eh?”
Taguchi rise piano, “Anche ora stiamo rischiando che ci scoprano”
“Ho chiesto ad Akanishi di fare la guardia”
Junno arrossì di colpo.
“Dici che ci ha sentiti?”
“Credo proprio di sì... vogliamo andare a vedere se si è eccitato?”
“Ma che dici!”
“Shhh... parla piano, altrimenti capisce che abbiamo finito e se ne va”
“Koki?”
“Nh?”
“Se non dovessimo rivederci, promettimi che faremo il bagno insieme, tra un anno”
“Farò di tutto per tornare da te”
Junno passò un dito sulla sua fronte portando via qualche gocciolina di sudore.
“Porterai il mio diario con te? Voglio che tu lo legga”
Tanaka sorrise.
“Sì”
 
<< Innocenza è il fanciullo e oblio,
 un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto,
un sacro dire di sì. >>


3 Marzo 2011
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Commento: Uff!! anche questa è finita! Spero vorrete leggere anche BLOSSOM 3!! Grazie e tutti per aver letto fin qui! <3

Ritorna all'indice


Questa storia è archiviata su: EFP

/viewstory.php?sid=967471