Recensioni di AHermes

Queste sono le ultime cinque recensioni che l'utente ha lasciato nella sezione nell'ambito del programma recensioni.


Recensione alla storia Nostos - Ritorno alla vita - 08/12/15, ore 17:55
Capitolo 9: Ho visto la nebbia sopraggiungere sul litorale
Ne è passato di tempo... lo so, me ne dolgo, sono scomparso. Sono stati anni dolcemente turbolenti, che non mi hanno dato neanche un attimo per poterti recensire. Era da tanto che me lo proponevo e poi... non l'ho mai fatto. Oggi torno a recensire su questo sito e volevo che la tua poesia fosse la prima che leggessi, sentissi, vivessi.
Questa poesia mi incute una sottile malinconica, evanescente ed evocativa. Ha un'ascendenza progressiva che si nota fin dal titolo dove la nebbia giunge spaccando la quiescienza paradisiaca di un litorale. "Ho visto la nebbia sopraggiungere sul litorale"; certamente quella nebbia è la metafora di un turbamento interiore, esteriorizzato. "...E il faro andare progredire sosta/a pervadere di luce le vie del mare": un faro è sommero dalla bruma eppure stenuamente lampeggia, manda i suoi sprazzi di luce. C'è il verbo "progredire", e non penso sia lì per pura casualità: c'è, come ho detto, in questa lirica una certa melodica progressione, non percettibile all'occhio, nascosta. Quindi il mare è nebbioso e un faro cerca di contrastare quella fitta rete d'invisibilità, ci riesce dunque; credo che quel faro sia la speranza tropoizzata; la vita è un litorale apparentemente immoto e splendido che però può essere turbato da un momento all'altro dalla nebbia (dolore), ma c'è pur sempre qualcosa che duella, che non getta la spugna. E quella cosa è la speranza, l'amore, l'innocenza non-perduta. Sembra quasi che peggio di così non possa andare, eppure questo soffocamento pleutirico non è finito. Succede ancora dell'altro che infesta lo spazio poetico: "Aspre, isolate, inamovibili/le nubi s’ammassano sul bordo/frastagliato/delle onde". Dunque, sopraggiungono anche delle nubi aspre, isolate, inamovibili... è d'effetto l'uso dell'aggettivo "inamovibili", azzardo a dire che suscita un cortocircuito ossimorico, poiché 'qualcosa di inamovibile' è 'qualcosa di pesante, di greve' e le nubi con la loro aeriformità non possono che essere leggere, l'unica soluzione è che non si trovano in natura e che siano invece prodotte nella tua sfera sub-psichica e dato che erano troppo ingombranti non hanno potuto far altro che prorompere fuori. 
Una precisazione: quel litorale, a mio avviso, in realtà è assolato e rigogliante: è il tuo inconscio ad alterarne i connotati.
"
Oh, luce vigilante che attendi/nella notte impotente/il ritorno della temeraria nave…": questo v. si esplica da solo, e va a confermare quanto ho già detto. Esiste un'attesa, e pertanto inevitabilmente si spera che accadi qualcosa, un qualche avvenimento che rompi la grigia monotonia, una sorta di "smagliatura nella rete" (come avrebbe detto il buon Montale), una rottura dell'equilibrio insomma. Quel qualcosa è una nave. Cosa essa rappresenti non ci è dato saperlo, non vi è un'ipotiposi che mi possa far azzardare un'interpretazione. Sarà forse lo stesso leitmotiv che correva nella tua scorsa raccolta? Quell'amore visionato-visionario di cui abbiamo lungamente parlato? E' importante l'aggettivo che tu usi, "temeraria"; la nave è temeraria per essere andata via o sarebbe temeraria nel caso volga indietro la sua rotta? Verosimilmente credo che nell'uno o nell'altro caso si avrebbe un'eguale risultato... questo perché pare che quella nave esca da una qualche imprecisata teomania: essa può, per via di una divina investitura, decidere sulle sorti della natura e dare a quel paesaggio o una radiosità spensierata o una macerazione inquieta; pertanto pur nel suo innocuo apparire/disapparire può ottenebrare quel litorale. E' una nave temeraria perché (a buon intendere) porta con sè, forse, il carico impotenete di un destino troppo grande. 
"Possiedimi, riempimi, ingoiami/illumina il mio cammino": chiedi a quella nave di far vacillare il quid 
della tua esistenza, di penetrarti l'anima, di viverti con un'estasi sensitiva e senza freni. Deve illuminare il tuo cammino o meglio ridare dinamicità vitalistica a quel litorale obscurato. "...Nel torpore bagnato della pioggia": ad immalinconire ancor di più il tutto c'è anche la pioggia, che come una parentesi asintotica compare sulla scena: a primo acchito è scollegata da quel che accade nel litorale ma è pur sempre segno vivo di tristezza. Senza quella nave il litorale è ingrigito, nebuloso, le giornate sono fracassate dalla pioggia e tutto il mondo è una cantilena stridente di effetti, di triste percussioni. "e anche quando foschi venti/mi coprono e mi sbattono/coglimi": quando dei venti foschi ti percuoteranno vuoi che quella nave ti porti in salvo. Tu come un fiore nel naufragio, chiedi di essere colta da quella nave miracolosa. Quei foschi venti non ritengo siano persone umane, come lo è il litorale (te stessa), e certamente la nave; poi ovviamente dev'esserci pure qualche reticenza sennò poesia non è poesia, ma gioco poetiforme. 
"...E sarò pronta ad accogliere/
quel calore che mi hai dato, nel silenzio del mio cuore…". Innanzitutto molto bello lo slittamento verbale fra "coglimi-accogliere"; una volta che quella nave umana ti avrà colto, tu sarai pronta a prendere quel calore piretico che ti dà la vita, il calore che sembra quasi provire dal motore della nave. E tutto ciò lo farai nel silenzio del tuo cuore, un silenzio che mai potrà essere infranto perché racchiude in sè il fragile mistero della vita, della tua vita.
Il tuo proselite,
AH.
Recensione alla storia Bastardo. - 22/10/14, ore 22:53
Capitolo 1: Bastardo.
Una poesia che rintuona verso dopo verso nell'anima e che ha davvero un'influente impatto emozionale. Cercherò d'immergermi in questa poesia e interpretarla, ma non andrò troppo in profondità perché rischierei di impegolarmi in inesattezze parafrastiche che sarebbero sul serio imbarazzanti. 
Quel che ho percepito leggendola è che tu abbia cercato, nell'atto di scriverla, di calarti nelle vesti di un "bastardo": per farlo hai dovuto scivolar giù, come in un tubo lurido, fin dentro ai meandri di questa persona di poco valore, una persona che prima era stata elettrizzata dai brividi dell'amore e che poi si rende conto del fatto che sia giunto il momento di affrontare il proprio destino. Cosa abbia fatto o cosa sia successo non ci è dato sapere: aveva un segreto (la bellezza miniaturizzata di una ragazza che si portava dentro sè) e alla fine della poesia si ritrova ad avere solo un sorriso bugiardo, lo sguardo basso. Mi fermo qui perché continuando potrei errare giacché si tratta di una poesia tutta interiore che è difficile decifrare completamente.

Davvero brava,
rileggerti è un grandissimo piacere...
Ti ricordi di me, vero?

Con affetto,

AH.
(Recensione modificata il 22/10/2014 - 10:59 pm)
(Recensione modificata il 22/10/2014 - 10:59 pm)
Recensione alla storia Suicidio - 17/10/14, ore 21:31
Capitolo 1: Suicidio
Un componimento davvero straziante e impregnato di dolore... I versi sono affannosi, è quasi come se tu li avessi resi vivi per far sentire al lettore il loro ritmo ansante. Le continue censure rendono la poesia un ruvido congendo, senza lamento e senza ostilica reticenza. 
Spero che quei turbamenti feroci che avevi dentro quando hai scritto questo piccolo inno di dolore adesso siano svaniti.

Complimenti sentiti,

AH.
Recensione alla storia Semplice amore - 16/10/14, ore 19:51
Capitolo 6: Ricordi - 10 anni dopo
Già solo il titolo dà un senso di nostalgica rievocazione il quale, verso dopo verso, si definisce ancor meglio. Dopo aver letto la poesia questo retrogusto di indefinitezza si schiarisce;
Il tuo scritto è stato per me come un battesimo di luce: prima il ricordo (meglio, i "ricordi) di un amore finito e poi un bagliore improvviso che rischiara il buio... Un amore quando va in frantumi lascia dietro di sè una serie di memorie che scorrono nella mente come fotogrammi di un vecchio film dimenticato, tutto sembra non aver più significato o sussistenza. Ci sentiamo svuotati, solo il cuore è l'unica parte di noi che è ancora vitale e pulsante, il resto del corpo lo sentiamo come prosciugato, avvizzito. In questo deserto senza sole, ci sentiamo vittime e carnefici e non possiamo far altro che soffrire tacitamente. Ogni cosa risveglia dentro di noi un ricordo: "Risate, intrecci, sussurri/tutto parla di noi"... E come se non bastasse non siamo più i protagonisti, ma gli inermi astanti di altri amori. Nella strofa senguente c'è un forte contrasto fra Luce/buio. Amore=Luce, Dolore=buio, delle corrispondenze semplici ma di grande impatto emotivo, giacché io credo che tutto ciò che è semplice sa meglio parlar di noi. Non dimentichiamoci che siamo tutti delle semplici esistenze con dei complessi sentimenti. La matrice è elementare e le conseguenze computabili: il buio ci impaurisce, la luce ci ravviva... questo avviene dentro di noi con un meccanismo fin troppo prevedibile e spontaneo. Non so se ho reso l'idea... scusa i paroloni, ma la tua poesia mi offre degli spunti di riflessione che non posso tralasciare. "Tanti anni sono passati/ma io sono ancora qui/diversa grazie a te", l'amore cambia, direi quasi stravolge; in questi versi c'è una coraggiosa confessione: l'Amore con la sua distruzione t'ha distrutta, ma al tempo stesso il cambiamento provocato dal distacco t'ha cambiata. Distruzione da distruzione, ma per fortuna anche cambiamento dal cambiamento. Segue una metafora molto bella, l'Amore viene visto come una bambola di porcellana che nella sua perfezione modellata e fragile bellezza può, ahimè, anche rompersi nonostante non si direbbe. Il ricordo della separazione invece è duro, proprio come i sassi che vedi sul pavimento. Appaiono quasi magicamente quasi come se si fossero riversati per terra da dentro il tuo cuore. Gli ultimi versi sono luminosi, come t'ho già detto all'inizio... Lo vedi ma non provi più alcun tormento perché, finalmente, "il tempo delle lacrime è passato"... E poi l'ultimo verso di interiettiva accoglienza dice tutto: il sole è tornato a splendere!
Concludo dicendo che in questa poesia hai descritto quello che è successo a tutti, o quasi a tutti, ovvero la rinascita dalla sofferenza di un amore finito e dissipato dal tempo. Ma sebbene tale avvenimento ci accomuna, al tempo stesso ci distingue perché ognuno lo vive in maniera fortemente personale... e quel che tu hai fatto è stato dipingere con lirismo la tua esperienza.
Spero che non abbia interpretato troppo il tuo scritto, e se l'ho fatto ti chiedo scusa. A volte commentando si rischia di straparlare, si sa.

Complimenti davvero,

AH.

P.S. Perdonami se ci sono errori, ma non ho avuto tempo di rivisionare il commento.
Recensione alla storia lettere senza destinatario - 15/10/14, ore 23:17
Capitolo 9: SOLO
Una lettera 'poetiforme' dal grande impatto lirico: l'ho letta tutta d'un fiato come stremato da quel dolorifico mistero che l'avvolge. Quello che hai scritto ha una tensione emotiva prorompente che trasporta, che rapisce. Solo un animo sensibile di grande levatura sa così bene dipingere il dramma dell'amore finito. La natura sembra, quasi in modo orfico, patire con il mittente di questa epistola senza tempo. Davvero complimenti, passerò spesso a leggerti...

Un caro saluto,

AH.