Recensioni di miss dark

Queste sono le ultime cinque recensioni che l'utente ha lasciato nella sezione nell'ambito del programma recensioni.


Recensione alla storia La filastrocca del brufolo schiacciato - 17/04/14, ore 22:37
Capitolo 1: La filastrocca del brufolo schiacciato
Terribile!
E' un argomento di cui io odio parlare! Lo so, adesso sembro quella che tutta pulitina e vergognosetta e chissà che, ma veramente, a me anche solo la parola brufolo fa arricciare le dita dei piedi! E non so nemmeno perchè, uno ci vive per tutta la vita con quegli stronzetti, li vede tutti i giorni, ci si dovrebbe abituare! Bah.
Diciamo che sono andata oltre al titolo per curiosità, anche se con tanto timore di provare un po' di schifo, ed effettivamente così è stato, però. Però, sì, io trovo sempre i però, io vado oltre le risate e la simpatia, ovviamente leggo oltre la metafora. La tua solita ironia (e autorironia) che sfociano nella morale seminascosta. Buttiamo fuori i nostri dolori, le nostre schifezze, anche se, appunto, fanno schifo, perchè dopo si sta meglio. E' vero. Ma che metafora, amico mio! E' divertente, è simpatica, hai scelto toni affabili, ma ne passa poco da questa filastrocca ad una mera e amara constatazione "Il dolore è come un brufolo, lo devi schiacchiar fuori anche se fa schifo". Un po' da vecchio che spara cazzate con gli amici.
Un po' cinica, no?
Recensione alla storia Una scarpa nel Buio (A Shoe in The Dark) - 08/04/14, ore 20:06
Capitolo 1: Una scarpa nel Buio (A Shoe in The Dark)
Grammatica, sintassi, ortografia e lessico: 9/10
Purtroppo questo parametro, come ho già scritto in altri commenti, è troppo ampio per poter avere un punteggio completamente corretto. Per quanto riguarda grammatica, sintassi ed ortografia non ci sono errori. Hai scelto una sintassi spezzata, come testimonia anche la resa grafica. Forse essendo "pensieri" di una scarpa è giusto che siano così spezzettati, effettivamente anche noi facciamo pensieri molto brevi e poi li colleghiamo gli uni agli altri. Per cui niente da dire. Quello che non mi ha del tutto convinta è il lessico da te scelto: l'ho trovato eccessivamente prezioso. Hai ricercato le parole in un registro decisamente alto, e in alcuni frangenti questo è stato destabilizzante, non sono riuscita a capire se il padrone delle scarpe sia un bambino o un adulto, ad esempio. Diciamo, ecco, che il lessico non aderisce molto bene al contesto e alla sintassi scelta.
 
Sviluppo della trama: 10/10
Su questo non ho niente da dire, benché siano poche le informazioni riguardo al padrone della scarpa, questo non rende meno chiara la trama. Hai inserito un bel po' di suspense (e fa anche un po' ridere se si pensa che la protagonista è una scarpa!) che si adatta molto bene alla situazione da te descritta.
 
Caratterizzazione dei personaggi: 8,5/10
Hai descritto molto poco, come ho già detto, il padrone di queste scarpe e, ovviamente, questo è un po' penalizzante. Anche la caratterizzazione della scarpa, però, lascia un po' di dubbi. Hai scelto la forma del monologo, quindi noi possiamo farci un'idea di questo personaggio solo dalle sue parole, e questa è una scelta sempre rischiosa, perché difficilmente si riesce a dare un quadro non completo, ma almeno sufficiente, dell'interiorità del personaggio. Tu hai lasciato molto spazio ai ricordi di questa scarpa, ma questo non è abbastanza per avere un'idea di lei. Dico questo perché tu hai voluto darle pensieri e parole umane. In altre storie le scarpe erano personaggi puramente passivi, quindi una descrizione minima era sufficiente. Nella tua storia, invece, il tuo voler rendere la scarpa personaggio attivo e addirittura pensante richiedeva un approfondimento interiore maggiore. Ho però apprezzato la descrizione "scarpesca" che ne hai fatto: Lo ammetto, non sono mai stata brava sulle strade di montagna, ma lo sai bene, il mio ambiente è l'asfalto, il cemento, al massimo un po' di sterrato. L'ho trovata una frase molto acuta e mi ha fatto sorridere.
 
Espressività: 7,5/10
Qui è di nuovo la scelta lessicale a svantaggiarti un po'. Avendo tu tenuto un registro alto per tutta la durata della storia, il momento "clou" non viene percepito come tale, non si sente un grande stacco con la parte precedente. Da questo punto di vista la storia è un po' monotona, nel vero senso della parola: hai mantenuto lo stesso tono dall'inizio alla fine. Ho trovato anche l'aggettivazione poco caratterizzante. Quasi fosse un reportage esterno piuttosto che la "disperazione" di qualcuno.
 
Originalità: 10/10
Ecco, sicuramente la scelta di una scarpa come personaggio pensante è molto originale, a prescindere che qualcun altro nell'ambito del concorso l'abbia fatto o meno. La storia in sé più che originale è molto triste, però ad essere sincera non ho mai letto niente di simile finora e quindi anche in questo caso sei stata originale.
 
Attinenza ai temi e ai parametri posti: 10/10
Sicuramente anche qui punteggio pieno. Oltre al ruolo privilegiato che hai dato alla scarpa, anche il buio è molto presente, in maniera alquanto canonica. Non hai voluto dargli una sfumatura metaforica, ma l'hai comunque riempito di ricordi, di pensieri, di paure e questo lo rende molto interessante, non solo un luogo, ma anche uno stato d'animo.
 
Valutazione finale: 55/60
Una storia che ho apprezzato soprattutto per l'attinenza ai parametri. Penso che dovresti aumentare il senso di suspense attraverso una variazione del lessico, così otterresti sicuramente una maggiore partecipazione del lettore.
Recensione alla storia La linea della tua gola - 01/09/13, ore 22:33
Capitolo 1: La linea della tua gola
Lo sapevo. Lo sentivo. E ringrazio il cielo che sia vero.
Oh Alice... Quanto ti ho aspettata, quante cose sono cambiate qui, dentro di me. Eppure quante cose fai riemergere al cuore e alla mente, agli occhi. Le tue parole come pinze che estraggono l'anima e la schiaffeggiano. Quanti ricordi leggo nelle tue parole. Pessoa scrisse "Il poeta è un fingitore, finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente. E quanti leggono ciò che scrive, nel dolore letto sentono proprio non i due che egli ha provato ma solo quello che essi non hanno": mai ho trovato un'affermazione (in rima) che descrivesse meglio cosa trasmette una poesia. E le tue, Alice, rientrano perfettamente in questa definizione.
I due versi iniziali spezzano le gambe, strappano lacrime e buttano anche te, dietro quello specchio, dietro quel riflesso. Perchè siamo sempre noi, alla fine, a diventare il riflesso di un riflesso, che è troppo bello per essere vero, che accarezziamo con amore, con mani che quasi tremano cercando di far sì che resti sempre vero e che non diventi mai ricordo. E non importa se poi, nel ricordo, i dettagli sono così veri, perchè la pelle, quella pelle, non sarà mai più sotto i polpastrelli. E anche i pensieri più cupi diventeranno ancora più cupi e prenderanno una forma che non era la loro, che è più bella, più poesia, più riflesso che realtà. E noi lì ci nascondiamo. Come forme in dissolvenza, trapassante dagli sguardi, che nonarrivano perchè non c'è più nessun posto dove arrivare, ché gli occhi diventano pozzi da cui estrarre secchi di lacrime, ma che poi, piano piano, inaridiscono e non c'è nemmeno più il tonfo del secchio vuoto... E in quel vuoto rimane il dolore, e, dio mio, io non so come commentare la terza strofa, che è la mia vita, la vita di tutti, ed è così semplice e così dolorosa e così vera, vera da far male, vera perchè la poesia esce dallo specchio ed è tutta la realtà che rimane.
I denti che tremano dal dolore. Non paura, dolore. Il dolore non ha voce, ma ha il suono delle tue parole. Scrivi così bene, con così tanta naturalezza, che ciò che si può provare nelle tue parole diventa concreto, tangibile.
Piango quasi al suono di queste tue parole. Mi sconvolge pensare che dopo la gioia che ora provo, tornerà ad essere tutto troppo vero. E non sarò più bellissima, e il giorno sarà una spina ed io appassirò e urlerò. La paura mi accompagna in ogni passo.
L'ultima strofa forse non la voglio commentare, e non so nemmeno perchè. E' avulsa dal resto.
Mi sei mancata. Gli autori che più si amano hanno il potere di ridare il respiro. Anche in mezzo al dolore.
Ti aspetterò, sempre, tutte le volte che penseremo che sei scomparsa, io aspetterò. Perchè, come ti dissi, le persone che vale la pena aspettare, tornano sempre.
Recensione alla storia Corpo - 16/05/13, ore 22:33
Capitolo 1: Corpo
Ho cercato di riflettere sul titolo di questa storia e di trovare un nesso con la storia stessa, ma non so se ci sia riuscita o meno. Forse non è poi così importante. Non so dire perchè questa storia mi sia piaciuta, non poso dire di essermici riconosciuta, però c'è uno strato di disperazione, di "tiriamola avanti così, che è meglio di niente", di vita che dovrebbe essere altra, ecco, c'è questo strato che forse accomuna tutte le storie, bene o male, di tutti, sempre, ovunque. Forse è la vita stessa che è insoddisfazione, che poi diventa disperazione. Sinceramente non lo so. Forse siamo noi che amiamo stare lì sul bordo del baratro a spingerci un po' più in là con la testa e pregare di cadere ma continuare a cercare l'equilibrio. Cioè, forse siamo noi che preferiamo, che vogliamo, che dobbiamo, ecco, complicarci la vita E' un bisogno, io lo so, io lo sento, sempre. Pulsa, quasi come fosse una vena sconosciuta. Ecco. Questa storia segue il flusso del sangue in quella vena. E' quel sangue che ti fa scoppiare la testa quando sei sdraiata nel letto e guardi con gli occhi spalancati (o chiusi, è indifferente, tanto è buio) e ritornando alla mente parole, facce, momenti, voci, odori e nulla ha senso o meglio tutto prende senso nello stesso verso, il verso della disperazione. Capisci cosa intendo, vero? Quando tutta la vita sembra essere sempre stata votata a quel momento, a quel dolore, a quell'angoscia. Questa storia è quel sentimento, è quell'angoscia. Ed è per questo che mi è piaciuta, è per questo che mi sono soffermata a scrivere questo flusso insensato: perchè il peso di quest'angoscia è uguale per tutti. Il ripetersi monotono e assordante di domande e risposte sempre uguali, sempre più serrate, da toglierti il respiro.
Forse corpo perchè in quei momenti è la cosa che fa più male di tutte, quella che pesa di più? Dovremmo liberarcene.
Recensione alla storia E forse solo abitudine - 30/08/12, ore 19:29
Capitolo 1: E forse solo abitudine
Oh.
Mi viene da piangere.
E prima di scrivere queste quattro parole ho fatto una pausa di mezzo minuto a guardarmi le mani, perchè, davvero, non so cosa dire oltre "Oh".
Mi sento intrappolata in un circolo vizioso come questo e nel Paese del Sole abitano tutti loro, le persone che odio, che sogno di notte, per cui piango come una cretina. E io sono sempre vestita di pigiama leggero, la mia pelle è leggera e si brucia, si consuma, si scioglie sotto i loro sguardi, sotto quella pioggia acida che sono i loro occhi. Io corro, corro sempre, corro da lui che è la mia cosa e che è come se mi perseguitasse. Eppure, correndo, so che in realtà sto andando da lui, ovunque io vada, qualunque strada io prenda. Ed è così anche di notte, quando dovrei riposare. In quel buio che dovrebbe aiutare, quando invece non cambia niente.
Mi viene da piangere, sì, perchè qualunque cosa legga penso a lui, ho paura di loro. E leggere questa tua cosa è ancora peggio.
E so che nelle recensioni bisognerebbe dire qualcosa della storia, lo so. Però come faccio a dire, se quella che corre sono io, se il Paese del Sole è attorno a me, se tutto gira, gira e io corro, corro. Che stanchezza.
Perdonami, ma è difficile dire di più nelle storie in cui il contenuto prevale sulla forma, dove ci sei tu (tu nel senso di tu autrice) e poi ci sono io ed è tutto confuso. Io faccio che chiudere qui. Sappi che "Oh" significava una pacca sulla spalla, un corriamo insieme, un ti capisco, un mi dispiace. "Oh" era: sai toccare corde profonde.