Recensioni per
Come fumo i nostri giorni
di Semperinfelix

Questa storia ha ottenuto 19 recensioni.
Positive : 19
Neutre o critiche: 0


Devi essere loggato per recensire.
Registrati o fai il login.
[Precedente] 1 2 [Prossimo]
Recensore Veterano

“Chi vuol esser lieto sia, del doman non c’è certezza.”

Una volta terminato di leggere questo capitolo, siamo giunti alla conclusione che forse Lorenzo, in questo verso, si riferiva alla sua gita a Napoli, più insidiosa del pranzo conoscitivo dei futuri suoceri. È innegabile che ogni giorno fosse per lui regalato, conoscendo la fama poco raccomandabile di Ferrante, vincitore del premio di peggior anfitrione per l’ennesimo anno di fila.

Alla luce di quanto emerso dalle fonti e dai libri di storia, bisogna immediatamente lodare l’audacia (o sventatezza?) del Magnifico, che, nella merda fino al collo e l’Italia sul punto di una sanguinosa guerra interna alla “tutti contro tutti”, prende coraggio e si dirige nella tana del lupo, sperando che questi abbia già pranzato. Se il Medici ha compiuto questo gesto di primo acchito insensato, in realtà doveva avere il suo asso nella manica e validi argomenti a) per non essere assassinato da Ferrante; b) per convincere quest’ultimo a staccarsi dalla Lega antifiorentina, cosa che di fatti avvenne.

Riassumendo, per noi il dialogo fu così:

L: “Il Papa prima o poi dovrà morire e quell’altro chi ti assicura che ti sarà amico?”
F: “Non sono convinto.”
L: “Milano ti dichiarerà guerra e a capo delle truppe c’è tuo genero.”
F: “Non sono convinto.”
L: “Venezia ti farà guerra per mare e per terra.”
F: “Non sono convinto.”
L: “Devi pagare 10.000 ducati annuali ai Turchi per tenerli lontani dalle tue coste. Io te ne offro subito 5.000.”
F: “Chiama il notaio, amico mio.”

Scherzi a parte, la scena della cena è stata a dir poco magistrale, pareva d’assistere allo stallo messicano alla “il Bello, il Brutto e il Cattivo”, dove ognuno si guardava negli occhi e nessuno dei due osava premere il simbolico grilletto per primo, non sapendo chi e dove e quando colpire, né la prossima mossa dell’avversario, né la priorità.

Da una parte c’era Ippolita (Il Bello), la quale, malgrado avesse la pressione alle stelle, cercava in tutti i modi d’evitare un delitto a cena e conseguente figuraccia internazionale.

Poi c’è Lorenzo (Il Brutto) che le stava inventando tutte, ma proprio tutte, per evitare il dessert: peccato che all’epoca non si sapesse nulla sulle allergie o il diabete, perché sarebbero state delle scuse incontestabili. Invece, ad ogni tentativo di dirottare il discorso, Ferrante peggio di un torero esegue veroniche dialettiche, divertendosi come un matto dinanzi al palese disagio del povero Medici.

E appunto Ferrante (Il Cattivo) che ci delizia col classico monologo dell’antagonista di turno, che sa di bondiana memoria. Gli mancava soltanto un gatto in braccio d’accarezzare, sostituito dalla piccola Beatrice, ospite d’eccezione e pedina inconsapevole della mefistofelica trappola del nonno. Non sminuiamo le fatiche e il dolore che Ferrante deve sicuramente aver provato per la macabra dipartita di suo zio Pietro (e comunque ben gli sta: mai, mai, insistere dinanzi ad un evento miracoloso e sfidarlo, tutti sanno, tranne don Pedro); Lorenzo, tuttavia, s’è visto sfilettare suo fratello in diretta e può ben affermare di comprendere cosa si provi, senza svilire questa frase in una di circostanza e soprattutto ribattere a testa alta.

Diciamocela tutta: potevo sentire il sudore colare dalle fronti sia di Lorenzo che di Ippolita, mentre assistevano pietrificati e ipnotizzati al lento imboccare di Ferrante, che in effetti ricordava molto un falconiere che nutre il suo falchetto. Di grande effetto anche il denouement della scena: alla fine, si trattava di una prova da parte del re, per vedere quanto Lorenzo si fidasse di lui, dimostrando che il Medici, pur venendo a contrattare la pace e una possibile alleanza, in realtà non nutriva alcuna fiducia nei confronti dell’Aragona e si sa, quello è il minimo quando si firma un contratto.

Di nuovo, Ferrante usa la metafora degli animali: quelli fedeli non temono il padrone, qualsiasi cosa egli faccia. E Beatrice, ch’adora suo nonno e gli è leale, non teme la sua mano, contrariamente a Lorenzo.
Qua, però, mi permetto di fare un’osservazione su di un dettaglio, che forse a Ferrante è sfuggito: certo, gli animali si fidano di chi riconoscono come alfa o come parte del branco, tuttavia è anche vero che essi di natura diffidano dell’uomo, perché conoscono la sua pericolosità e appunto per questo o lo evitano o lo attaccano. Perfino gli animali addomesticati, se maltrattati, finiscono per divenire aggressivi nei confronti degli uomini.
Di conseguenza, è inutile, per me, che Ferrante protesti la mancata fiducia di Lorenzo nei suoi confronti: la sua fama lo precede come uomo pericoloso e spergiuro, sicché il comportamento guardingo del Medici non è né illogico né da biasimare. Se da una parte la mano di Ferrante nutre i suoi “cuccioli”, ovvio che costoro la vedranno come benigna e l’ameranno; ma se invece essa li picchia, allora questi “cuccioli” percepiranno quella mano come crudele e o ne avranno paura o la morderanno. La mano che Beatrice ha visto non è quella che invece ha visto Lorenzo; questo perché la piccola Estense ancora non conosce veramente suo nonno, accecata dal “boccone” che le porge. Il Medici che al contrario è familiare con la doppia faccia di Ferrante, rimane sulle sue e non gli concede fiducia senza garanzia.

Riflessioni a parte – e ora ho voglia di truffoli al miele - mi è molto piaciuta anche la scena tra Bona e Antonio, reso ancora più viscido rispetto alla versione precedente. Certo, mi mancava l’ingrumarsi loro sul tavolo accanto all’arrosto, ma ce ne faremo una ragione. Se non mi ricordo male, hai lasciato qui una maggior ambiguità sul rapporto Ludovico-Antonio (professionale, eh! Solo professionale!) mentre era più palese nella previa versione, sembrava quasi che il ferrarese fosse una sorta di 007 inviato da Ludovico per confondere le idee alla cognata.
In ogni modo, posso dire che la morte di Cicco Simonetta mi ha rattristato? Sarà stato anche un politico con le sue luci e ombre, però la sua lealtà verso sia Galeazzo che Bona era indiscutibile e la fine che ha fatto sapeva veramente di vendetta e non di giustizia. Ho molto apprezzato la clemenza di Ludovico, peccato che la ribellione lo abbia costretto a firmale la condanna a morte del calabrese.

Un capitolo dove alla fine ognuno ottiene ciò che vuole. Gli anni scorrono, ma non si prospettano buoni e aspettiamo in trepidazione.

Ci congediamo con l’ultima perla di saggezza di Lorenzo il Magnifico: “A questo mondo esistono due tipi di persone: quelle che staccano gli assegni e quelle che li incassano. Io stacco.” E Ferrante, commosso, incassa.

Alla prossima,
H.

Recensore Master

Buongiorno,
tranquilla, una svista piccola può capitare... un dialogo... un errore... i tuoi capitoli poi sono così ricchi.
Un capitolo questo che invece è stato molto diplomatico in tutti i sensi, direi xD
Gradisco anche le frasi nei dialetti o in modo più originale possibile, anche perché almeno un poco si capiscono.

Recensore Veterano

Buondì!

Ma allora è proprio un vizietto ispanico: si lascia in Spagna la moglie cessa o poco amata o cessa e poco amata; si parte per nuovi lidi a combattere una guerra dall’esito incerto; si conquista un nuovo regno, coprendosi di gloria e quando arriva il momento o di tornare o almanco di riprendersi la moglie, ecco che il nostro caballero s’è trovato altra dolce compagnia!

Tuttavia, Alfonso il Magnanimo e Lucrezia non sono come i nostri noti Valdivia ed Ines, anche se ugualmente tanto fortunati non lo sono stati: accidenti quella Maria di Castiglia, proprio s’è rifiutata fino all’ultimo di lasciare a Lucrezia il marito. In ogni modo, capisco il motivo per cui la loro relazione è divenuta quasi una ballata da trovatori: gli elementi per far sognare ci sono tutti, il re vittorioso, la bella pulzella, la moglie di troppo, un amore travagliato che non si è potuto legalizzare tramite matrimonio. Povero Alfonso, riuscire a conquistare una corona ma non di incoronare la sua unica regina.

Un capitolo di alti e bassi questo: sia Ludovico che Ferrante hanno subito due perdite tremende, il primo il fratello e il secondo il figlio prediletto Enrico. Povera Polissena, quale dolore dev’essere stato per lei perdere il marito in questo modo, se posso dirlo, davvero stupido. E si sarebbe messa ancora più a piangere, se avesse saputo in qual modo i suoi figli sarebbero divenuti famosi ai posteri (duchessa-coff-coff-d’amalfi-coff)

Strano poi che Cesare invece si sia salvato: ma perché aveva mangiato meno funghi rispetto al fratello? Non so, questa vicenda mi ricorda moltissimo la morte dell’imperatore Claudio, cosa dicono le fonti a riguardo? Fu un tragico incidente o un assassinio abilmente celato?
Mi immaginavo Enrico bambino e tutto paffutello, che saltellava sulle ginocchia di Ferrante, una scena davvero tenera e malinconica. E mitica Juana che entra peggio d’un vandalo in camera del consorte, spalanca le finestre e riesce a distoglierlo dalla malinconia con una bellissima notizia: è incinta! Mi immagino quanta contentezza avrà provato il vecchio Ferrante nel tenere tra le braccia la piccola Giovannella, sarà stato emozionatissimo. E Beatrice s’è guadagnata una zietta con giocare.

Invece, Ludovico non ha avuto alcuna consolazione. La morte di Sforza Maria è stata davvero straziante, bravissima! Forse perché già avevamo un po’ più conosciuto questo fratello rispetto al povero Enrico, forse perché Ludovico ha assisto di persona alla morte di Sforza Maria. Non so, mi ha commossa leggere come lui si stringeva al fratello, la sua impotenza ma anche testardaggine nel non volerlo lasciare andare, di non arrendersi all’evidenza. Lo rassicura, gli parla di un futuro radioso dove governeranno assieme … e invece no, di nuovo Ludovico è solo. Prima la madre Bianca Maria e adesso Sforza Maria.

Le ultime sue parole: “o mi uccideranno o io sarò signore di Milano” hanno un che di eroico, di una tal focosa determinazione che ti vien da dire: ecco qua che esce fuori il vecchio Francesco Sforza! E di fatti, tentennamenti iniziali a parte, Ludovico finora non ne ha sbagliata una, almeno personalmente. Proprio lui che tutti reputavano il più pacifico dei fratelli (togliendo Filippo Maria, che esiste per caso) invece sopravvive all’impetuoso Ottaviano e all’ambizioso Sforza, quasi in una sorta di predestinazione.

Ludovico è di nuovo solo, ma stavolta è un uomo con un obiettivo e per Bona e soprattutto Simonetta si prospettavano brutti giorni.
Ma ora passiamo alla nostra protagonista, piccolina e per il momento spettatrice degli eventi; eppure già dimostra un caratterino peperino, osservatore e voglioso d’imparare. Hai reso davvero molto bene il rapporto nonno-nipote, il vecchio e cinico Ferrante che si scioglie e dimostra il suo lato più umano nei confronti di Beatrice. Un piccolo colpo di fulmine, considerando che di prole e nipoti il re ne aveva in gran numero. Pare quasi che lui abbia riconosciuto in Beatrice qualcosa di se stesso. Che invece, però, di frenare nei suoi lati più oscuri, sembra incoraggiare. Non giova poi la sua palese predilezione verso la piccola ferrarese ai danni di Isabella, la quale trae fin troppo diletto a bullizzare la cuginetta.

La scena del falcone, oltre che a dimostrare la crescente complicità tra i due, ha aperto un’interessante finestra sul carattere di Ferrante: davvero interessante il motivo dietro il suo amore per gli animali. In effetti, v’è una lealtà assoluta, figlia della necessità di sopravvivenza, all’interno dei branchi e degli stormi. Per questo, a mio parere, gli animali solitari sono i più malvisti o comunque che difficilmente trovano simpatia negli uomini: costoro non hanno padroni tranne se stessi, sono imprevedibili e indomabili.

Avevo assistito, anni addietro a Warwick, ad uno spettacolo di falconeria e altri uccelli rapaci e mi aveva molto colpito il rapporto di simbiosi tra falconiere e il suo falco, il quale sì si addestra ma deve anche essere un po’ “corteggiato” dal falconiere. Quindi sì lealtà assoluta, ma perché qualcosa sempre si dà in cambio.

Già m’immagino gli eventi nei prossimi capitoli, che saranno ora piacevoli ora no, vediamo cos’altro ci riserverà questa revisione!

Strizzando le guanciotte cicciotte di Beatrice e alla prossima,
H.

Recensore Veterano
25/08/21, ore 15:48

Dopo una breve introduzione sui fatti post-congiura ai danni del mai troppo assassinato Galeazzo Maria (e qui ci sarebbe da indagare, se le apparizioni del suo fantasma fossero state il frutto o di rimpianto o di paura che i congiurati non l’avessero ucciso a dovere) e dopo la prima disfatta di Ludovico, il quale prudentemente preferisce aspettare a Pisa il momento giusto per colpire, veleggiamo verso Napoli, la quale, complici le letture degli altri tuoi scritti, è divenuta famigliare come una seconda casa.

Se Goethe scriveva nei suoi “Viaggi” che “Vedi Napoli e poi muori” e siamo nel XVIII secolo, chissà come doveva esser stata la città partenopea all’apice del suo periodo aragonese, risollevatasi economicamente dopo gli anni di guerra tra Alfonso il Magnanimo e gli Angiò. Doveva esser stata un piccolo angolo di Paradiso ed in effetti sorge una certa malinconia in noi lettori, sapendo come in un futuro non troppo lontano si spalancheranno per il Regno le porte dell’inferno. Similmente, leggere delle gesta di Ferrante lascia un certo amaro in bocca, poiché ogni suo sforzo e tutto ciò che di buono aveva costruito finirà per crollare a guisa di castello di carte. Poi menzioni Ferrandino in veste di una sorta di novello re David e allora confessa che vuoi friggerci il pancreas di malinconia.

Un tema ricorrente che mi pare d’aver scorto spesso in questo capitolo è quello del destino. Già Ludovico sfiora senza toccare il “cerchio della fiducia” della famiglia della sua futura sposa; tuttavia, i due avvenimenti in apparenza insignificanti a breve e invece importanti a lungo termine rimangono l’amore incondizionato di Ferrante verso la nipotina ferrarese e la rivalità tra le due cugine. Di questo però se ne parlerà più avanti, adesso le due sono soltanto due bambine e in condizione di non nuocere, se non al fegato delle rispettive balie.

Anche la sorte del piccolo Ferrantolino rimane al momento incerta: vero che il nonno lo accudirà al meglio, però, leggendo le note, parrebbe che per lui il vecchio non abbia nutrito il medesimo amore verso Beatrice. Infatti, nella versione precedente mi ricordo una maggior festa alla sua nascita, con tanto di Ferrante che si complimentava orgogliosissimo della fertilità di Eleonora. E ciò mi fa pensare a quanto solo si sia sentito quel ragazzo, sballottato di qua e di là senza una residenza fissa, uno scopo nella vita e una famiglia veramente sua, ovunque andasse un estraneo.

E a proposito di famiglia.

La mia parte preferita è stato il confronto tra le due cognate, laddove Ippolita ne esce indiscussa vincitrice e non tanto sul piano morale e politico – ambedue infatti erano validissime consorti – bensì materno. Ho trovato davvero interessante quest’ambiguo altalenarsi di sentimenti in Eleonora, quel distacco verso i figli e in particolare verso Beatrice, che ogni tanto s’intiepidisce di un affetto un po’ goffo e mal espresso. Mi chiedo, infatti, se la pressione di generare un erede maschio e la conseguente delusione non abbiano influito negativamente su Eleonora, non dico traumatizzandola ma quasi. Perché, a rigor di logica, dopo la nascita di Alfonso, Eleonora doveva rassicurarsi e magari riconsiderare il suo atteggiamento troppo duro nei confronti della secondogenita, rilassandosi. Invece, quel suo perfino rifiutarsi di guardarla quando parla di lei mi suggerisce di un rifiuto figlio di un’intima vergogna, di uno sbaglio da espiare per tutta la vita. Come in quella novella di Pirandello.
Al contempo, però, s’intravedono in Eleonora dei piccoli cenni di affetto, come durante la partenza per il ritorno aFerrara o il suo piano di lasciare Beatrice a Napoli anche per evitarle il convento. Ci suggerisce che, sotto-sotto, alla figlia ci tiene ma sembra quasi che abbia paura o di attaccarsi a lei o di dimostrarle amore materno, neanche la si potesse accusare di aver messo apposta al mondo quella femmina in più.
Insomma, robe da terapia famigliare!

E qui, tra Este, Sforza ed Aragona, ce n’è da lavorare! Il culmine del disagio è stato il poco onesto fantasticare di Alfonso su Juana, spero che abbiano viaggiato su galee diverse, già si stava stretti, immaginati la rotta Barcellona-Napoli con uno che ti sbava letteralmente dietro e per di più è il tuo figliastro. Ma la principessa catalana sa il fatto suo, è una donna fatta e finita di grande tempra ed infatti Ferrante ha inviato un sacco di maledizioni al re Giovanni per aver tergiversato così a lungo e non avergliela mandata almeno due anni prima. Tanto Juana avrebbe avuto vent’anni, mica cinque come voleva quel gran fetente di Galeazzo Maria, che neppure da sua sorella riesce ad guadagnarsi una buona parola (e qua si capisce che razza di persona sia stata). Buon per Ferrante, comunque, che suo cognato Ferdinando in quel momento fosse occupato altrove e che lo sarebbe stato per i prossimi anni a venire, tra quei due satanassi non si sa chi fosse il peggiore della semenza Aragona in termini di mefistofelicismo.

Beatrice adesso si ritrova finalmente in un ambiente a lei meno ostile, già la cocca di nonno è diventata! Si prevedono disastri con la cugina Isabella per i favori di Ferrante. Fossero state due perenti qualsiasi, al massimo finiva con le cugine che si spedivano le cartoline di Natale. Poiché sono figlie di regnanti, si preannunciano grandi “ahi-ahi” nazionali.

Al prossimo capitolo!
H.

Recensore Junior

Un bel tipetto questa cugina Isabella! Mi ha colpito la vicenda della virtuosa Lucrezia e del re Alfonso il magnanimo, piuttosto sfortunati entrambi, direi.
La storia procede in parallelo mostrando l’infanzia di Beatrice e la gioventù del Moro, fino a quando i due diverranno una coppia. Credo che la tua intenzione sia compiere una ricostruzione molto fedele, a differenza delle altre storie che ho letto, in cui viaggiavi parecchio di fantasia.

Recensore Master

Buongiorno,
molto dettagliato questo capitolo, con ampie descrizioni soprattutto riguardanti il re.
Be', un figlio morto non può essere compensato da uno in arrivo... però sembra che questo l'abbia risollevato.
La nostra piccola protagonista deve farsi strada in questo mondo di adulti passionali ma allo stesso tempo spietati.

Recensore Junior
14/08/21, ore 07:15

È sempre un piacere leggere le tue storie, che uniscono alla scorrevolezza della prosa un giusto livello di erudizione e tante curiosità, oltre a descrizioni talmente accurate che sembra anche al lettore di essere a Ferrara o alla corte di Napoli in compagnia dei tuoi personaggi!

Recensore Master
14/08/21, ore 05:25

Buongiorno,
insomma, la nostra piccola amica è stata scaricata xD
Napoli però è una reggia bellissima, forse meglio così.
Bellissima anche la parte in cui hai ripreso un po' di storia degli Sforza.
Bene, validissima questa versione, per ora!

Recensore Junior
05/08/21, ore 08:32

Buongiorno anche da qui!!!
La stagione estiva mi induce a cercare nuovo materiale da leggere e così, orfana di et nos cedamus amori, ho cominciato quest’altro tuo racconto. Che dire; mentre leggevo mi tornava in mente la prima sigla del cartone animato Lady Oscar: “il tuo padre voleva un maschietto, ma ahimè , sei nata tu”, solo che il duca Ercole, a differenza del generale de Jarjais, non ha preso la neonata in braccio come un invasato dicendo di voler fare di lei un uomo, ma si è ritirato nei suoi appartamenti disinteressandosi delle sorti della bambina. Peccato che la stessa madre non abbia voluto vederla, delusa per non aver generato il tanto sospirato erede maschio (a me questa faccenda della colpevolizzazione delle donne da’ un fastidio enorme, ora che le nostre conoscenze ci consentono di affermare che il cromosoma Y viene trasmesso dal padre, quindi semmai la colpa è dell’uomo)! Che pena dunque per la piccola Beatrice! Mi rifarò viva man mano proseguendo nella lettura. A presto!

Recensore Veterano

Un annetto movimentato questo 1476!

Credo che leggere della morte di Galeazzo Maria m’abbia dato la medesima dose di endorfina di quando ho visto la morte di Jeoffrey del Trono di Spade: tanta è la soddisfazione, che leggi, rileggi e ogni volta provi brividi di piacere perverso e non se ne ha mai abbastanza.

Hai tentato, furbetta, d’intenerirci con la cena di Natale e il congedo dai due figlioli, con Galeazzo Maria tutto allegro e puccioso con la sua adorabile famigliola. E invece no! Un po’ di pena per loro sicuramente l’abbiamo provata, ma non per Galeazzo, che s’è meritato ogni coltellata, bensì per quei poveri bimbi rimasti orfani e in balia di un destino incerto, dove tutti si fanno a vicenda le scarpe. Come già affermato nella previa recensione, ogni essere senziente in Italia (e pure all’estero mi sa) odiava lo Sforza e avrebbe avuto un eccellente movente per farlo fuori. Mi sa che soltanto la Marliani s’è veramente dispiaciuta della sua morte.

Ma procediamo con ordine.

Innanzitutto, debbo rimproverarti un imperdonabile errore in questo capitolo, uno di quelli che proprio salta all’occhio e non ti lascia più: “[…]l’aiuto richiesto contro il duca Carlo di Borgogna, il quale minacciava d'impadronirsi dei territori dei Savoia.” E no! Qua c’è un’inesattezza, dovevi scrivere “l’aiuto contro quel gran bel pezzo di gnocco di manzo ch’era il duca Carlo di Borgogna!” Hai visto il suo ritratto, com’hai potuto dimenticarti della sua fascinosa avvenenza borgognona? Dai, manco è francese quindi non ti puoi sentire in colpa ;-)

Non ho potuto trattenere una risatina all’immagine di Ludovico travestito da prelato, in una versione rinascimentale di 007. Sicuramente il fisico robusto del prete gaudente ce l’aveva! Magari durante il viaggio l’hanno pure fermato per celebrare qualche matrimonio o dare l’estrema unzione!

Galeazzo ha veramente pestato i piedi a troppe persone e sfortunatamente per lui, a gente che ha avuto mezzi e occasione per prepararsi alla vendetta. Mi ricordavo nella prima versione la carezza della sorella di Carlo Visconti a quest’ultimo, era un particolare che m’aveva molto colpito, la dolcezza di quella povera vittima opposta al triste destino cui il duca l’ha sottoposta, perché figurarsi se non è morta soffrendo. È proprio lo sprezzo dell’altrui vita e dignità che rende tali personaggi odiosi: la violenza esisteva, talvolta era purtroppo una necessità politica (abbiamo visto Ercole giustiziare il nipote nel capitolo precedente), ma perfino in passato esisteva una soglia da non oltrepassare, laddove si scivolava appunto da giustiziere a mostro tiranno.

Ho provato molta tenerezza verso Girolamo Olgiati, per il suo idealismo e per la sua vita spezzata in maniera sì orrida e violenta. Purtroppo per lui, avrebbe dovuto leggersi con più attenzione l’assassinio di Cesare, capire come mai Bruto e compagnia fecero una brutta fine. Perché come Bruto anche i congiurati peccarono d’ingenuità politica: le uccisioni come queste, infatti, sono quasi “intellettuali”, elaborate da pochi insoddisfatti che certamente captano un malessere comune, ma non tanto forte da sostenerli. Basta che il partito “forte” li isoli e li dipinga come traditori, che la morte del tiranno diventa vana e così anche il loro sacrificio.
Per farti un esempio per contrasto, a Treviso, il figlio del “buon Gherardo” (come lo appellava Dante) Rizzardo da Camino, era una sorta di Galeazzo ante litteram e ne aveva combinate di cotte e di crude e finì anche lui assassinato, mentre giocava a scacchi nella loggia del suo palazzo, come “profetato” da Cunizza da Romano nel Paradiso: “E dove Sile e Cagnan s'accompagna / tal signoreggia e va con la testa alta /che già per lui carpir si fa la ragna.” Ma nel caso del Caminese, la “ragna” era stata ordita da tutti i cittadini e i nobili trevigiani, poiché infatti dopo che il sicario ebbe colpito Rizzardo, i presenti lo uccisero sì, ma non si indagò sul mandante, ché quasi ogni trevigiano era invischiato fino al collo nella congiura. Infatti il fratello dell’ucciso, Guecellone, subito tentò di subentrare come signore di Treviso ma era rimasto politicamente isolato, perché l’intera città aveva le scatole piene della signoria, preferendo ritornare libero comune e così avvenne, cacciando via i Caminesi. Milano, invece, non era pronta o non poteva o non voleva più ritornare ad un libero comune come prima: troppo anni di signoria, troppo poca coesione tra nobili e cittadini nel capovolgere l’assetto politico. Insomma, o tutti lo vogliono o tali imprese sono matematicamente destinate al fallimento. Tuttavia, riconosciamo ai congiurati la determinazione e soprattutto la bravura di aver raggiunto l’obiettivo – l’uccisone del duca - invece di quella farsa che fu la congiura dei Pazzi due anni dopo.

E fu così che Galeazzo morì per la sua vanità: Ludovico non avrebbe avuto tali fisime, anzi avrebbe detto: “Un altro strato! Grasso fa bello!”

L’intera scena dell’assassinio è permeata da ogni elemento della tragedia classica, in un crescendo angoscioso d’ineluttabilità: l’arringa dei congiurati; i presagi naturali (la stella cometa, i corvi); la profezia inascoltata (RIP al povero frate); le ansie e i moniti della moglie ed infine le pugnalate in gran numero. Talvolta alcuni eventi debbono avvenire per forza, ché Galeazzo ha commesso un errore dietro l’altro – andare a Santo Stefano, non mettere la corazzina, non attendere le guardie del corpo, etc.
Era proprio destino.

Un capitolo della storia di Milano si chiude, un altro fra poco se ne apre. Fra poco si partirà per Napoli?

Alla prossima,
H.

Recensore Veterano

Se il buongiorno si vede dal mattino, si può dire che la venuta al mondo di Beatrice non poteva essere stata accompagnata da eventi più drammatici: esondazioni, magri raccolti, perfino un tentativo di spodestare Ercole!

Ribadiamo che Niccolò Maior sul serio ha creato delle inutili complicazioni in seno alla sua famiglia e il sangue di suo nipote Niccolò Minor ricade (figurativamente) sulla testa: se non avesse preso quell’insensata decisione di favorire i figli illegittimi, sicuramente non si sarebbe arrivati a questo triste episodio. Spero che il nipote l’abbia preso a calci nel sedere, appena giunto nell’Aldilà!

In un certo senso, Niccoletto (lo chiamo così per non confondermi) mi fa simpatia: suo padre è stato marchese, ha retto bene lo stato ma proprio come il nonno è morto quando il figlio era troppo giovane per governare ed ecco che di nuovo la successione si sposta. Che casino!

Il suo errore per me è stato di non agire subito una volta maggiorenne, anche a costo di cozzare contro Borso ed Ercole. Invece, ha atteso troppo e giustamente i ferraresi sono totalmente fedeli al loro duca. Anche durante il tentato colpo di stato Niccoletto ha tentennato troppo, nonché organizzato veramente in maniera assai superficiale. Cosa credeva? Che Ercole lo avrebbe accolto a braccia aperte, che gli avrebbe dato un buffetto al polso e amici come prima? Niccoletto avrebbe dovuto considerare che si stava giocando il tutto per tutto, che o ne usciva vincitore o con un mantello di legno, com’è puntualmente accaduto.

Bella faccia tosta, i Gonzaga, tanto amici e poi finanziavano i fuoriusciti! Sempre detto, che di loro non c’è da fidarsi e poi Francesco si lamentava che non riusciva a trovare lavoro e che tutti lo perculavano. Secondo te, perché? Mai stati simpatici, comunque.

Su Eleonora d’Aragona sinceramente siamo perplessi. Nella prima versione, il suo carattere era molto più “definito” così come quello di Ercole. La si odiava sin dal primo capitolo, mentre per adesso ancora non riesco a dire quali sentimenti mi susciti.
In questa versione, infatti, i caratteri sono più sfumati, che impedisce di dare un giudizio univoco. Eleonora si è dimostrata forte e decisa, mi è molto piaciuto come ha consolato le figlie e come ha preso in mano la situazione senza lasciarsi andare eccessivamente al panico, dimostrando che non servono grandi discorsi per dimostrare la saldezza e il coraggio di una donna. E il severissimo e imperturbabile Ercole ci ha piacevolmente sorpresi sia nell'ascoltare tutto eccitato la proposta del Boiardo, sia nel piangere commosso in pubblico – forse anche per scaricare l’adrenalina – nel rivedere moglie e pargoli, ma soprattutto nella sua clemenza, sì severo ma giusto al momento della punizione dei congiurati. Solo i diretti interessati sono stati giustiziati. Ha anche seppellito cristianamente suo nipote. Non è che, sotto-sotto, aveva riconosciuto che anche Niccoletto era vittima delle circostanze (leggasi Nicolò il Maialazzo), in fin dei conti?

“Ai rimanenti prigionieri il commissario di giustizia aveva deliberato far cavare un occhio e tagliare una mano e per finire segnarli in fronte con un diamante, acciocché restasse loro perpetua memoria etc.” = ma Ercole ha assunto un tedesco come commissario di giustizia? Poiché i tedeschi hanno fatto questo ai civili del Friuli (pure conservando sotto spirito gli occhi a mo’ di trofeo) ogni volta che sento di questa punizione mi sale la rabbia a mille ed Ercole ha guadagnato punti nel dimostrarsi equilibrato nell’elargire la giustizia. Forse per questo era così amato e rispettato come duca, perché non s’accaniva né esagerava nelle condanne. Ci vuole moderazione anche in quello, altrimenti si scivola nella tirannia (una lezione che qualcuno nel prossimo capitolo imparerà a proprie spese …)

Alfonsino è nato ed adesso vediamo come evolverà il rapporto con la secondogenita, visto che, nella prima versione, la nascita dell’erede non aveva cambiato un granché nella sua condizione. Teoricamente, ora che la successione è assicurata, un pelino di attenzioni gliene avranno date, no? No.

Ora che siamo finalmente in vacanza, ci concentriamo a recuperare tutto (recensioni, risposte, disegni!) quindi preparati ad un’invasione! XD

A presto!
H.

Recensore Master

Buongiorno,
questo è il punto chiave della storia sforzesca di Milano... un evento che diversi personaggi storici si porteranno dietro nel tempo.
Hai scritto tutto benissimo, questa volta è come leggere una cronaca dell'epoca. La perfezione.
Incredibile come certe persone credano che la società possa essere libera. Da sempre il leader, il capo branco negli animali, anche noi siamo animali in fondo, è la figura chiave per la riuscita di un gruppo. Una società senza capi è possibile, ma questo sarebbe come dire; siete tutti capi della vostra stessa vita. E allora sarebbe il caos più completo.
Spinto dall'odio di chi conosceva, questo giovane dai suoi cosiddetti nobili principi ha fatto una terribile fine, così come il povero Duca.

Buongiorno,
ordunque, abbiamo assistito al primo grande attacco parentale per strappare Ferrara al nostro amico Tramontana.
Certo che quell'uomo rigido ne aveva anche lui dei malanni, eh...
Ma ora forte della discendenza appena nata non poteva in alcun modo farsi rovesciare.
Senza troppe difficoltà, il nemico e parente è stato messo definitivamente fuori dai giochi.
E poi dicono che ci sono persone che se la vanno a cercare...

Recensore Veterano

Buon pomeriggio!

Questo capitolo potrebbe avere come sottotitolo: “cresce nascosto come un albero nel tempo, ossia delle scartine”.

Infatti, i due personaggi principali – Beatrice e Ludovico – pur diversi per sesso, età e provenienza hanno ambedue in comune l’essere stati scartati, poiché figli cadetti. Nel caso di Beatrice, è una femmina in più nata al momento sbagliato – fosse nata dopo l’erede, forse i suoi genitori le avrebbero riservato un trattamento assai differente – quando al casato degli Este serve disperatamente un maschio per stabilizzare la precaria situazione dinastica. Pungente la frase di Ricciarda di Saluzzo, ho sentito il cuoricino di Eleonora fare un crack! spaventoso per la frecciata incassata. Pur non giustificandola al 100%, si possono un poco capire l’ansia e i timori questa giovane donna, straniera con un marito non esattamente espansivo ed amorevole, presa in mezzo tra il dovere filiale verso il padre re Ferrante e il consorte.

“… i veneziani, suoi nemici giurati” = tesoro di mamma, Ferrantuccio mio, se tu non fossi venuto meno ai patti, rompendo la Lega e lasciandoci con le braghe in mano a fronteggiare da soli i Turchi, per di più intromettendoti in questioni dinastiche che non ti concernevano, di certo ti avremmo voluto più bene. E ancora ringrazia, che non abbiamo accolto la proposta del Sultano (non una, bensì due volte!) d’invaderti il Regno. Chi la fa l’aspetti, ciò!

Piccola parentesi a parte, il comportamento di Niccolò ha davvero del sorprendente, privilegiare in assoluto (e non a titolo precauzionale) la discendenza illegittima rispetto a quella legittima. Roba forse da Turchi o comunque, fuori dal contesto europeo-occidentale. Alla fine, oggettivamente il Niccolò esiliato vantava pari diritti ad Ercole, riducendo la questione alla spiccia legge del più forte e chi primo arriva, meglio alloggia.

Non che la situazione a Milano sia più rosea rispetto a Ferrara: dopo il saggio governo del combo Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, ecco che il ducato è “benedetto” dal loro esuberante erede, che credo stesse simpatico soltanto alla Marliani, ma questo includendo anche le opinioni del resto d’Italia, non solo della città ambrosiana. Comprensibile farsi odiare dai fratelli, ma perfino dalla madre? La morte di Bianca Maria in effetti risulta talmente sospetta, da non poter escludere l’ipotesi di avvelenamento, specie se la Visconti ancora suscitava grande influenza nel ducato e soprattutto, se si stava legando ad esterni per proteggersi dal figlio.

In tutto questo, Ludovico paga per tutti e appunto come ogni bullo degno della sua fama, Galeazzo ha subito inquadrato la sua vittima, usandolo a mo’ di scudo e di capro espiatorio per – quasi - ogni sua malefatta. Che poi, figurarsi se Bona di Savoia ci sia cascata a quella messinscena: bastava chiedere all’ultima delle sguattere, per appurare quanto la Marliani fosse la favorita di Galeazzo. Perché ovvio che Ludovico – il nessuno, il Nihil – possiede abbastanza potere ed influenza a corte, da regalarle il feudo di Melzo! E quale fratello maggiore non è abbastanza generoso, da permettere che un minore senza né arte né parte regali terre alle proprie favorite a destra e a manca? Bona ha mangiato la foglia e lodiamo il suo intuito, pur senza riuscire a far nomi ha capito benissimo che suo marito si sta attirando troppe e pericolose antipatie, incominciando dai parenti stessi. Però: tra Sforza, Este e gli Aragona, bisognava fare testamento prima d’accettare un invito a pranzo.

Dunque, Sforza M. potrebbe avere un ruolo nella famosa congiura? Teoria interessante, perché Ludovico sarà pur stato bullizzato, però per natura non pare adesso eccessivamente ambizioso da invischiarsi in pericolosi intrighi. Da come è stato finora descritto, gli piaceva lavorare come amministratore, un po’ di giardiniere a tempo perso e fare il papà (che tenerone con Galeazzo di Romana!) Al contrario, Sforza M. parrebbe serbare parecchio astio contro Galeazzo per far qualcosa di concreto a danno del primogenito, specie dopo esser stato costretto a rinunciare ad Eleonora d’Aragona e a tutti i vantaggi, che tale unione gli avrebbe portato. Aggiungiamo poi che Galeazzo ha abbandonato la povera Elisabetta nelle mani di uno poco raccomandabile …

Ultimo punto in comune tra i due futuri sposi: ambedue i genitori li hanno dichiarati brutti, quand’erano in culla! XD Coraggio, Beatrice, i tuoi lineamenti spagnoleggianti piaceranno di più a nonno Ferrante! E la sensuale panzetta di Ludovico sarà il sogno proibito di tutte le milanesi.

Incominciamo già ad intravedere le prime modifiche rispetto alla previa versione, un po’ mi è dispiaciuto perdere quella parte di Ercole tutto gagliardo, che accetta la “dura fatica” di fare un terzo figlio con Eleonora.

Alla prossima!
H.
(Recensione modificata il 02/03/2021 - 03:33 pm)

Recensore Master

Buongiorno,
Ludovico, il neonato orribile 0.o
Intanto troviamo i nostri amici ''in crescita''. Adesso sono tutti giovanissimi.
Bella e curiosa la storia dei ferraresi, ma come sarà stato possibile favorire al regno un figliol illegittimo a due legittimi? Contando che già facendo così inneschi dissapori che durano in eterno.
(Recensione modificata il 01/03/2021 - 06:30 am)

[Precedente] 1 2 [Prossimo]