"Il cuore di Oscar bramava qualcuno che lo vedesse…"
…e quel cuore l’aveva già visto, e riconosciuto, André, da tempo. Ma lei ancora non lo sapeva... beata inconsapevolezza!
Cara Ari,
questo capitolo è come una melodia malinconica che però, a tratti, ti strappa anche un sorriso amaro.
Inizia tutto con quella madre che veglia sulla figlia, ed è così esausta che sembra reggersi solo per testardaggine. La stanza è povera, spoglia, ma piena di tutto quello che davvero conta: amore, paura e un briciolo di speranza che non vuole arrendersi.
È una donna che la vita ha strapazzato, che ha amato forse la persona sbagliata nel momento meno opportuno, eppure eccola lì: in piedi, senza mollare di un centimetro. E quel medaglione che vende… è il passato che si fa moneta per tentare di salvare il futuro. È l'amore che si piega ma non si spezza, pur di non perdere ciò a cui si tiene di più.
Poi si apre un’altra porta, e troviamo Fersen. Solo, malinconico, teatrale al punto giusto (diciamocelo, lui nella sofferenza ci sguazza quasi con eleganza).
La sua Parigi gli pesa addosso, e i pensieri si aggrovigliano tra l’amore impossibile per Maria Antonietta e la memoria ancora calda del ballo con la misteriosa dama. E qui arriva la rivelazione: capire che Oscar lo amava e che lui, accecato dalla sua devozione per la regina, ha calpestato inconsapevolmente quel sentimento. È il ritratto di un uomo che riconosce troppo tardi la verità, e la scoperta lo dilania.
È una presa di coscienza tardiva, ma sincera. Ed è dolorosissima.
Ma Fersen è solo umano. Sospeso tra ciò che vorrebbe fare e ciò che si sente incapace di fare, prigioniero del passato e del peso delle sue stesse emozioni.
E, lasciamelo dire, c’è in lui una fragilità quasi tenera, quella sorta di vigliaccheria dolce che nasce dal timore di affrontare il dolore che ha contribuito a creare. Quel desiderio ardente di correre da Oscar c’è, palpabile, ma è intrappolato in un groviglio di rimorsi e colpe che lo inchiodano sul posto.
Intanto, lei vaga nel suo palazzo come un fantasma irrequieto. Avverte che qualcosa dentro di lei è cambiato: non le basta più essere il soldato impeccabile, ha bisogno di essere riconosciuta come donna, come persona viva, fragile, desiderosa. Non urla, non piange: ma quella necessità emerge da ogni gesto e da ogni pensiero.
E poi, a distanza, André.
Il povero André che non chiude occhio, tormentato, eppure fedele a un’unica certezza, che lui l’ha sempre vista.
Sempre, prima di chiunque altro.
Sai, c'è un filo sottile che lega queste tre solitudini (la madre, Oscar, André) e che risuona un unico desiderio: essere riconosciuti, amati, custoditi.
Insomma, cara Ari, come potrei non farti i miei complimenti per questa piccola meraviglia che hai creato?
Sai, questo capitolo mi è parso proprio un mosaico raffinato, in cui ogni scena racconta un frammento diverso, eppure tutti quei pezzi si incastrano perfettamente in un’unica, struggente nostalgia di amore, verità e appartenenza.
È come se ogni personaggio, con le sue ombre e le sue luci, cercasse quel luogo (dentro o fuori di sé) dove sentirsi finalmente riconosciuto e accolto.
Almeno questa è la sensazione che mi hai lasciato!
Un abbraccio forte,
Grazia. |