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Autore: C r i s    29/03/2012    6 recensioni
Qualunque persona si prefigge dei risultati da raggiungere e, nonostante non sia semplice, cerca sempre la strada più affabile che gli permetta di realizzarli.
Sharon no.
Figlia della ricca famiglia imprenditoriale Marshall, viene colpita da David, indiscusso e impassibile vicino di casa, figlio a sua volta della famiglia Baker, che compete sullo stesso mercato dei Marshall.
Prende una decisione che porterà entrambi su un filo spinato, ovvero quella di proporgli una sfida che, per quanto rasenti la follia, coinvolgerà gli ormoni a pari livello di mente e cuore. E avranno a disposizione soltanto un'Estate per far sì che il gioco possa durare più a lungo di tre insulsi mesi, ma riusciranno a rispettare le regole oppure dovranno andare incontro ai pegni tanto amati da Sharon?
Dal testo:
«Ti sfido. Ti sfido a trovare le situazioni più compromettenti per baciarmi e il bacio dovrà durare dieci secondi esatti».
«Ci stai?», ripeté allora, con uno strano nodo alla bocca dello stomaco.
Lui si dilatò in un sorriso e le strizzò l’occhio.
«Ci sto, bambina».
Genere: Commedia, Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: non specificato
Note: Raccolta | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Se mi sfidi, ti bacio.








Il bacio è come il Whisky: si preferisce sempre doppio!

 
 
 
 

«Sharon Marshall».
Dalle mani della ragazza, cadde il libro sul quale aveva prestato attenzione per circa due minuti netti. Ruotò lo sguardo, piccata d’essere stata interrotta e le pupille si dilatarono appena, quando si rese conto di chi le avesse rivolto la parola.
Era seduta in giardino, su di una panchina di legno, le gambe incrociate e una limonata al proprio fianco. Quel giorno il sole picchiettava come se avesse qualcosa di cui vendicarsi e Sharon aveva legato i capelli in una coda alta, affinché non le cadessero sulle spalle.
«Ci conosciamo?»
Luke Baker si aprì in un ghigno derisorio. Le iridi verdi brillarono al contatto con il sole e Sharon si chiese a cosa stesse mirando, per averle parlato.
«Conosci bene mio fratello, a quanto pare», fu l’insinuazione candida che le scagliò contro, il sorriso dilatato quasi a girargli dietro la nuca.
Sharon poggiò il libro al suo fianco, dopo averlo raccolto, e portò una mano sugli occhi, per scrutare con maggior attenzione quel viso arrogante.
«Probabilmente abbiamo concezioni diverse per ‘conoscere bene’ qualcuno», replicò senza peli sulla lingua, nonostante sapesse che non si sbagliava più di tanto.
Luke si sporse oltre la staccionata, fece forza sui gomiti e i denti scarlatti spuntarono dalle labbra sottili, probabilmente consumate a furia di regalare baci fuggiaschi a qualunque donzella si presentasse al suo capezzale.
«Credo tu abbia capito a cosa mi riferisco», le lanciò un lungo sguardo, fu un guizzo che le fece pensare a un possibile interesse da parte di quel ragazzo, il quale scopo nella vita era soddisfare appieno il titolo familiare e nient’altro.
«Cosa vuoi, Luke?», decise di mirare dritto al sodo e il suo sguardo si ridusse a due fessure.
«Come siamo malfidati», la risata sprezzante che le regalò le sconvolse il sistema nervoso. «Perché pensi che voglia qualcosa?», il tono di voce mutò e il suo ghigno assunse delle sfumature maliziose.
«Ah, non saprei», Sharon adottò uno sguardo innocuo e sbatté le ciglia, «Dimmelo tu».
Luke scosse appena il capo, le lanciò uno sguardo divertito, prima di avvicinarsi maggiormente al viso immacolato della ragazza. Quasi affogò nei suoi occhi scuri, ma riuscì a riemergere e portare il proprio discorso fino in fondo.
«Non so a cosa tu stia mirando, Marshall, ma una cosa è certa: non te lo lascerò fare».
Sharon inarcò un sopracciglio, avendo captato il tono serio appena adottato dal ragazzo.
«Non viviamo costantemente nei complotti, Luke», puntualizzò, ma si accorse troppo tardi di quella determinazione che aveva sempre caratterizzato il primogenito Baker.
«Credi?», si aprì in una risata sprezzante, «Lascia che ti spieghi: ciò che interessa alla tua famiglia è annullare la mia, in modo da ottenere il primato sul mercato. E, per ottenerlo, si attuano dei complotti, come a te piace definirli. E sono ben certo che il tuo nuovo interesse nei confronti di mio fratello non può che esserne uno. Sarò la vostra ombra, otterrò i tuoi punti deboli e li userò senza alcun problema. Hai sbagliato previsioni, Marshall: per quanto reputi mio fratello un emerito invertebrato, non ti permetterò d’incassare vittorie contro la mia famiglia».
Luke le regalò un ultimo sguardo, prima di darle le spalle e infilare le mani nelle tasche dei jeans. S’incamminò sull’erba immacolata e sparì dagli occhi di Sharon, non appena la ragazza sbatté le palpebre e realizzò il discorso.
La gente ha bisogno di più sesso.
Fu l’unico commento che riuscì a elaborare.
 
 

***

 
«Non credi d’averne mangiate abbastanza?»
Sharon sgranò gli occhi, colta sul fatto, e pulì rapidamente le labbra con una passata di mano. Sentì i passi concitati di Anne raggiungerla e deglutì a vuoto, osservando le dita impregnate di zucchero.
«Non posso lasciarti sola un attimo», sbuffò la bambina, portando le mani sui fianchi.
«E’ colpa tua», l’ammonì Sharon, lo sguardo compunto, «Assumiti le tue responsabilità».
Lo sguardo di Anne non ammise repliche. «Qui ho finito».
Sharon sospirò e lanciò un ultimo sguardo al banco di dolciumi che aveva prettamente prosciugato. Non aveva resistito al richiamo di quell’ammasso di zucchero che supplicava di portarle alle labbra, così aveva ceduto. Ne aveva assaggiata una e, non contenta, era riuscita ad affondare i denti in una dozzina di quelle caramelle gommose.
La sua lingua chiedeva una tregua, era un ammasso di colori poco definiti e non avrebbe di certo retto un ennesimo attacco di gola.
La piccola Anne le agguantò un polso e la trascinò verso le casse. In quel momento, Sharon provò infinita compassione nei propri confronti: quella bambina aveva soltanto sette anni e, in quel momento, era la sua babysitter.
Una donna, dietro il banco, le sorrise con tenerezza: un enorme grembiule le cingeva la vita, era di azzurro tenue, che combaciava con i suoi occhi. I capelli ricci erano domati da innumerevoli forcine sparpagliate come un campo minato sulla sua testa e le mani tozze si allungarono verso di lei, stringendo una bustina colorata.
«Ho notato che ti piacciono», le strizzò l’occhio e Sharon desiderò seppellirsi.
Si limitò a sorridere, ma non perse l’occasione e nascose le caramelle nella tasca.
«A mia sorella verrà presto il diabete», bofonchiò Anne, che si allungava verso il bancone con delle barrette al cioccolato tra le mani.
«Ti farò un fischio, quando sarà», replicò asciutta la ragazza, prima di darle le spalle.
Nel momento esatto in cui ruotò lo sguardo verso l’uscita, la porta si aprì e un insieme armonioso di suoni s’espanse nella saletta colorata. Claire Handler mosse le gambe come se calzasse delle scarpe di stoffa e un tutù bianco. Non si accorse neppure della clientela immobile a osservarla, bensì salutò con un sorriso sulle labbra la commessa paffuta e si diresse alla vetrina, dov’erano esposti diversi volantini. Sharon notò che tra le braccia reggesse dei cartoncini colorati e uno andò candidamente a finire sul vetro, con una panoramica diretta sulla strada. Incuriosita, inarcò un sopracciglio e lasciò che la piccola Anne gestisse i propri affari. Sgusciò in direzione di Claire, intenta a staccare del nastro biadesivo con i denti, e le fu alle spalle, allungando appena il collo per sbirciare silenziosamente sul volantino.
Ciò che non calcolò fu il gesto repentino della bionda, la quale si portò all’indietro con fin troppa irruenza e finì candidamente contro il labbro della mora.
I volantini caddero dalle sue mani come piccole gocce di pioggia, ma Claire neppure vi prestò attenzione. Trafelata, ruotò su se stessa e portò le mani alle labbra, dispiaciuta d’aver coinvolto e ferito qualcuno. Non appena si rese conto di chi brontolasse sotto i suoi occhi, si aprì in un profondo sospiro.
«Cosa facevi alle mie spalle?», le chiese senza alcun tono di rimprovero.
Si chinò per raccogliere gli innumerevoli volantini e, stupita, notò che Sharon stesse facendo la stessa medesima cosa, seppur fosse imbronciata e avesse un labbro gonfio.
«Non attentavo alla tua vita, se è questo che vuoi sapere».
«Non ti è riuscito comunque», le rispose accennando un sorriso.
Sharon lanciò uno sguardo al materiale tra le sue mani e fu tentata di sorridere per essere riuscita nell’intento, seppur a caro prezzo. Inarcò un sopracciglio, sorpresa, e agitò il foglio tra le dita in direzione di Claire.
«Indiana Party?», non riuscì a trattenere lo sdegno e arricciò il naso.
La bionda annuì. «Questa sera ci sarà la luna piena e hanno organizzato un falò sulla spiaggia, con musica tipicamente indiana. Chi vorrà partecipare dovrà anche travestirsi come un indiano», precisò, annuendo con vigore.
Sharon immaginò che chi avesse organizzato una simile pazzia non dovesse avere tutte le rotelle al proprio posto, ma, nonostante tutto, se avesse avuto qualcuno con cui presentarsi, non sarebbe stato così male.
«Ho degli acquerelli se vi servono», ironizzò la mora, andando incontro al disappunto della bionda.
«Verrai?», le chiese, rimettendosi in piedi.
Sharon si aprì in una risata frizzante. «Ovvio che no».
«Non preoccuparti per gli abiti, quelli rimarranno poco addosso. Credo che i ragazzi complotteranno per un bagno notturno».
«Non mi interessano gli abiti», la mora si osservò la punta delle scarpe, «Non mi interessa neppure la festa».
Claire scrollò le spalle e strinse al petto i volantini, sospirando. «Come vuoi».
Le porse un volantino e Sharon lo accettò con riluttanza.
«In caso cambiassi idea, almeno hai l’indirizzo», le strizzò l’occhio e s’incamminò verso l’uscita, dopo aver salutato la commessa paffuta, intenta a socializzare con la piccola Anne.
Sharon osservò l’immagine sul volantino e si ritrovò a rabbrividire: non avrebbe indossato nessuna piuma assurda né avrebbe sporcato la propria faccia per farsi prendere in giro.
«A David dispiacerà non vederti, però».
Quella frase la ridestò. Sharon alzò lo sguardo e lo puntò sulla figura minuta di Claire, che le sorrise, prima di lasciare il palcoscenico e scomparire oltre la porta della pasticceria. Le sue mani sudarono freddo e si ritrovò a stringere con possesso quel volantino.
Aveva promesso a se stessa di non farsi coinvolgere, non più. Avrebbero semplicemente giocato e lei avrebbe mosso scrupolosamente le proprie pedine, per far in modo che David cedesse per primo e che ammettesse di essere legato a lei più di quanto pensasse. Non era affatto arrogante nel pensarlo, un sentore glielo suggeriva quando era in sua compagnia; eppure sapeva di dover avere i fatti, non le parole, per ottenere una simile conferma.
Piegò il volantino e lo infilò in tasca.
«Vieni, Anne», le allungò la mano e la bambina l’agguantò, incuriosita.
«Cosa devi fare?»
Sharon osservò con determinazione un punto indefinito oltre la finestra e mangiò una caramella gommosa. «Ti piacerebbe colorare con me, oggi?».
 
 
***
 
 
Il fuoco scoppiettava nel cerchio di vecchie pietre, i ceppi ardevano al ritmo di musica etnica e diverse ragazze, dalle piume multicolori sul capo, agitavano la gonnella con movenze sensuali, adocchiate da ragazzi traboccanti di bava.
Sharon provò difficoltà nel riconoscere vecchi compagni di classe o di autobus. Aguzzò la vista, alla ricerca della figura asciutta di David, ma, fallendo miseramente, la mente fu sollecitata da una minuscola voce, la quale le suggerì di fare retromarcia e tornare a casa, prima che fosse troppo tardi.
E lo fece, diede ascolto a quella voce sottile, ruotando su se stessa, ma destino volle che s’imbattesse nel sorriso sgargiante di Meredith Cooper, una vecchia compagna di banco che le aveva dato ben poco filo da torcere.
I suoi capelli neri svolazzarono in balia del vento e i suoi occhi grigi brillarono al contatto con i guizzi di fuoco. «Sharon?»
Quel richiamo fu eccessivo; la ragazza fu tentata di portarsi le mani alle orecchie per evitare che fossero scombussolate più del necessario, ma ormai il danno era fatto.
Sospirò e prese coraggio, rivolgendole uno sguardo di sufficienza, che fu spazzato via dalla confidenza strabiliante che adottò nei suoi confronti.
Le agguantò un braccio e la strinse a sé, un sorriso che compiva un giro completo della testa. «Questa sì che è una sorpresa, non pensavo partecipassi a simili eventi!»
«Neanch’io», fu il sussurro trattenuto di Sharon, che si vide completamente assalita dal chiacchiericcio e dai pettegolezzi dei presenti.
Si diede mentalmente della paranoica e decise d’acquietarsi: si sarebbe adattata, mimetizzata e confusa con il resto delle persone. Non era complicato come si credeva.
Non appena si sedette su un vecchio tronco malridotto, immaginò d’aver toccato il fondo. Quello che ancora non aveva preso in considerazione, era il fatto di dover condividere l’aria con un branco di affamati alla ricerca di pettegolezzi e la sopravvivenza non era garantita.
Meredith le allungò un bicchiere rosso, non indagò sull’origine di quel liquido ambiguo, bensì pensò di giocherellare con la plastica e fingere di prestare attenzione alle chiacchiere della ragazza.
«Sai di cosa ho bisogno questa sera?», Meredith ingoiò tutto d’un sorso il bicchiere di birra e sorrise, determinata. «Di sesso».
Sharon si strozzò con la sua stessa saliva ed evitò d’esporre a voce il proprio commento.
«So cosa pensi», la rimproverò bonariamente, strizzandole l’occhio. «Troveremo qualcuno anche per te».
Improvvisamente, dinanzi agli occhi di Sharon, comparve la figura asciutta di Claire, che passeggiava al fianco di un ragazzo dalle strambe piume sul capo. Assottigliò lo sguardo e realizzò che quel ragazzo altro non era che David. David Baker.
Non le aveva mentito, dunque; Claire aveva davvero invitato il ragazzo in questione ad indossare assurde piume e costume della stessa fonte bizzarra per partecipare a un evento che mai e poi mai avrebbe potuto godere della sua presenza, in circostanze diverse.
Sharon non badò al sottofondo fastidioso che le procurò Meredith riguardo l’accoppiamento in spiaggia, bensì utilizzò tutte le sue forze per inseguire le due figure che quasi volteggiavano sulla sabbia; erano talmente vicini che le loro braccia scaturivano scintille, testimoni del loro passaggio.
Deglutì con fatica e scostò lo sguardo, non appena quell’immagine ferì, più di quanto avesse mai potuto fare una fiamma sulla pelle. Gli occhi affondarono nel mare chiaro che il suo bicchiere conteneva, desiderò annaspare pur di non soccombere, impotente, alle sensazioni che la realtà le aveva provocato.
Avrebbe dovuto seguire la razionalità, avrebbe dovuto stracciare quel volantino e sarebbe dovuta tornare a casa, dopo la pasticceria.
Improvvisamente, il peso di quelle piume sul capo gravò più di quanto avesse mai pensato. Agguantò la coroncina e osservò l’arancione delle sue piume. Le sfiorò e socchiuse gli occhi, ispirando a fondo.
Non appena li riaprì, scattò in piedi, interrompendo il discorso animato di Meredith.
«Ehi», Sharon la guardò negli occhi, «Fai bene: fa’ quello che ti pare stasera, l’importante è che lo fai lontano da me».
Avanzò a passo spedito oltre il gruppo di ballerine, oltre i guardoni dai rivoli incessanti di bava, oltre gli ubriaconi distesi sulla sabbia a contare per la centesima volta la stessa stella, oltre l’innumerevole quantità di coppie ammassate sulla spiaggia, al buio, pensando d’essere al sicuro da sguardi indiscreti.
Fu allora che arrestò il cammino, sentì il fiato mancarle, ma non vi badò. Sfilò i sandali e si accasciò sulla battigia, le onde del mare giunsero ai suoi piedi e l’acqua fredda dell’oceano le provocò un brivido lungo la schiena che non riuscì a sopprimere.
Portò le ginocchia al petto e il respiro carezzò la pelle morbida delle gambe. Gli occhi lentamente le si chiusero e il pensiero corse al futuro, laddove il mare non sarebbe stato più presente, in ogni momento di sconforto. Il mondo urbano l’avrebbe attesa, avrebbe dovuto abbandonare la terra natale per abbracciare una nuova realtà, dove gli squali sarebbero sempre stati in agguato, con o senza acqua.
Era consapevole che lo squalo più grande l’avrebbe rincorsa ovunque, perché era dentro di lei che risiedevano i suoi denti aguzzi.
 
 
***
 
«Non verrà».
Il brontolio indistinto di David provocò un sorriso arrendevole sulle labbra di Claire.
«Dalle tempo», gli batté una mano sulla spalla e gli allungò una birra, che accettò, senza bere.
«Dovrei regalarle un orologio, a dire il vero», sbottò risentito, accasciandosi su un tronco malandato.
Le fiamme si rifletterono nei suoi occhi privi d’espressione, mentre le labbra s’incurvavano per permettere a un ennesimo sbuffo di realizzarsi nell’aria.
«Preferirebbe degli orecchini, un tipo come lei».
Nella voce di Claire comparve l’amarezza che risvegliò il giovane Baker dal suo torpore. La osservò di sottecchi e ricordò lo scambio di battute poco signorili che aveva avuto come protagonisti lui e la stessa Sharon. Il senso di colpa risalì nuovamente a galla, trascinando le ancore del malessere che in quella settimana di distanza l’avevano accompagnato sul fondale.
«Non l’indossa», fu la risposta genuina che riuscì a darle dopo qualche attimo di silenzio.
Il sorriso di Claire s’intensificò. «Te ne sei accorto, allora».
«Il più delle volte», fece spallucce e buttò giù un sorso di birra.
«David», Claire sospirò, «E’ stata mia compagna di classe per cinque anni e non ho mai prestato attenzione se portasse gli orecchini o meno».
Il ragazzo sapeva dove volesse andare a parare, ma non le avrebbe mai dato la soddisfazione di sentirsi dire d’aver ragione. «Vuol dire che sei poco attenta».
«No, vuol dire che non sono interessata, è diverso».
Touché.
«Ho un grande spirito d’osservazione, Claire. Tutto qui», liquidò la faccenda con un movimento alterato della mano e sbuffò, rivolgendo lo sguardo in direzione del mare.
Fu allora che un dettaglio stonò con l’insieme: una figura sedeva alla riva e il cuore di David palpitò con irruenza. Assottigliò lo sguardo e Claire lo seguì, arrendevole al fatto d’aver perso in partenza quella battaglia.
Lo scosse appena, lasciandogli una carezza lungo la schiena. «Serve a te un orologio, non a lei».
David non riuscì a replicare; semplicemente, osservò da lontano l’unica persona che aveva saputo rifiutarlo e al tempo stesso accettarlo nella propria vita. Aveva rifiutato qualcosa di concreto, eppure l’aveva stretto a sé, con la sciocca scusante di continuare il gioco che entrambi avevano accettato di svolgere. Fino a quando non fosse finito, non si sarebbero separati, questo era certo.
Si alzò dal tronco e infilò le mani in tasca, abbandonando il bicchiere per terra.
Lanciò uno sguardo verso Claire e si aprì in uno sbuffo finale. «Tanto non l’avrebbe messo».
«Vuoi presentarti da lei a mani vuote?», gli chiese, ruotando con il busto, per poi cercare animatamente la fonte del suo interesse all’interno di una grande busta gialla.
David corrugò la fronte, curioso di capire cosa stesse producendo la sua mente corrosa e arrugginita, fino a quando non estrasse, con un sorriso luminoso dipinto sulle labbra, una corda di cuoio, la quale sorreggeva un ciondolo intagliato nel legno. Fu riluttante ad accettare un simile accessorio, eppure lo fece.
Claire lo fronteggiò, rilasciando tra le sue mani il ciondolo di legno. «Non sarà Tiffany, ma saprà apprezzarlo. In fondo è in tema con la serata».
David massaggiò nervosamente la propria nuca, prima di lanciare uno sguardo al tavolo imbandito di bibite. «Mi ci vuole proprio qualcosa di forte».
«Non aspettare un minuto di più allora», Claire gli lasciò una rapida carezza sul braccio, i loro occhi scattarono all’unisono in direzione di Sharon, accovacciata sulla battigia, e nulla fu mai così chiaro.
«Credo che serva a entrambi», proferì il ragazzo, voltando le spalle all’oceano, per poi dirigersi in direzione del liquore.
 
 
***
 
Il silenzio del mare stuzzicò i suoi pensieri. Sharon era conscia del fatto che prima o poi avrebbe dovuto abbandonare la spiaggia e, con essa, tutte le certezze che l’avevano spinta a raggiungere un simile luogo, circondarsi di persone mai notate fino ad allora e indossare uno stupido cappello di piume sulla testa.
Aveva sperato con tutta se stessa di ritrovare David raggomitolato in un angolo, a contare i granelli di sabbia, con un’espressione disperata e del sangue che capitolava giù da una vena scoperta. Probabilmente aveva sperato in qualcosa d’eccessivo, in fondo le sarebbe bastato vedere i suoi occhi spenti per cantar vittoria; quella sera, era stato lui a darle il colpo di grazia, passeggiando melenso in compagnia di Claire Handler. La spensieratezza dei loro visi, la naturalezza dei loro movimenti, la perfezione che univa le loro figure era stata talmente eccessiva che una crepa all’interno del petto era spuntata dal nulla, portando con sé un marchio indelebile.
Sharon deglutì, cercando di soffocare un groppo alla gola, e, in un attimo di lucidità, ragionò sul proprio ruolo, all’interno di quella serata: si era emarginata, osservava il mare e lasciava che la sabbia entrasse persino nel suo intimo, pur di non alzarsi e affrontarlo. Preferiva fuggire? Era una domanda dalla quale fuggiva, la risposta.
Scosse debolmente il capo, un brivido di freddo la incoraggiò a rimettersi in piedi e pulì le gambe dai granelli di sabbia che le avevano tenuto compagnia. Osservò distrattamente l’acqua, prima di ruotare su se stessa e alzare il mento. Ciò che si ritrovò dinanzi agli occhi fu un’ennesima frustrata: Claire e David le davano le spalle e si allontanavano in direzione del buffet; lei poggiava una mano sul suo braccio e lui restava al suo fianco, senza avere intenzione alcuna di spostarsi.
Fu un attimo e bastò per suggerirle di tornare a casa e partire la mattina seguente, senza attendere altre sofferenze. Un attimo che venne cancellato dall’intromissione di una voce irritante quanto la varicella.
«Portamento elegante, animo nobile, media elevata. E’ sempre stata un’ottima candidata, dapprima che arrivassi tu. Credi che sia stato un caso, il campo estivo trascorso insieme?»
Sharon strinse le dita tra loro, affinché potesse soffocare l’impulso di gettarsi sulla figura di Luke Baker e rendere la sua faccia pari ad un colabrodo.
Socchiuse gli occhi e si concentrò sulla propria respirazione. Non voleva dargli alcuna soddisfazione, avrebbe mantenuto alto anche il suo di portamento, non aveva nulla da invidiare a nessuno.
«Anche per un effetto estetico, direi che non peccano in niente», ennesima frecciatina incassata, ma Sharon non demorse, tanto che Luke si sentì spronato a procedere.
«Potrei citare persino mio padre. E mio padre non si sbilancia, mai».
Le parole di Luke carezzarono la nuca di Sharon, sapeva che le fosse ormai fin troppo vicino per darsela a gambe, ma non poteva neppure soccombere e dichiararsi sconfitta, senza neppure controbattere.
«Dovresti prendere esempio da lui», fu la sua replica tagliente. Voltò il capo e immerse i suoi occhi severi nelle pupille limpide di malvagità di Luke.
«Sono iperprotettivo, cosa posso farci?», esclamò con tono ilare, prima di allungare una mano in direzione dei capelli scuri di lei. «La famiglia è ciò che ci resta, dopotutto».
Sharon chinò il capo all’indietro e osservò, indignata, la figura meschina di Luke. «Tu sei morboso, non credo che iperprotettivo sia il termine da utilizzare soltanto per pulirti la coscienza».
Non si schernì, bensì il sorriso si allargò. «Parliamo di coscienze sporche?», ammiccò, tentando di scavalcare gli strati che sommergevano la vita di Sharon. Luke aveva la capacità di scrutarti e smascherarti nello stesso istante ed era ciò che a Sharon meno piaceva. La differenza tra lui e David era abissale, non avrebbe mai immaginato che potessero condividere lo stesso DNA, a immaginarsi lo stesso contesto familiare. A dire il vero, ripensando alla figura composta e impassibile di Jonathan Baker, la questione di chi fosse figlio, adesso non le sembrava così ambigua.
Sharon lanciò uno sguardo in direzione dei falò accesi, la figura di David era scomparsa e si era mimetizzata con le decine di cappellini sfoggiati in una danza attorno al fuoco.
«Ti do un consiglio, Marshall», il tono tagliente di Luke le mozzò il fiato, la vicinanza fu eccessiva, tanto che il suo respiro le squarciò la pelle. «Attenta a ciò che fai, con chi lo fai e come lo fai. Ho occhi e orecchie ovunque e tutto ciò che dico non è soltanto per intimidire: sarà fatto».
Quella minaccia per niente velata rimase a tenerle compagnia, anche quando la solitudine l’avvolse. I passi di Luke furono ovattati dalla consistenza della sabbia e un brivido le colse le ginocchia, fino a farla cascare per terra. Si sentì vulnerabile, scoperta agli occhi di chiunque e a stento si riconosceva. Dov’era finita Sharon? La Sharon che combatteva, la Sharon che contrattaccava, la Sharon che alzava il mento e sorrideva, pur sapendo d’aver torto. Crescere significava perdere tutto ciò che si era? Non lo sapeva, eppure il suo inconscio la spingeva verso David. Per quanto potesse essere pericoloso, non aveva intenzione di fuggire. Non per il momento.
 
***
 
David strizzò gli occhi e cercò d’acquistare maggior visuale. Camminava lungo la battigia da ormai venti minuti e rimpianse di non aver calzato un orologio al polso quella sera. Girovagava per la spiaggia con un ciondolo al collo e due bottiglie di birra tra le dita. Come se Sharon avesse mai potuto berla. Sapeva quanto poco sopportasse quell’odore, eppure aveva quasi avuto bisogno di quell’appoggio, come se l’alcol avesse potuto levigare la sensazione di smarrimento che stava provando in quel momento. E cosa avrebbe provato, quando l’avrebbe trovata dinanzi a sé?
Il peso delle piume sul capo provocava degli sbalzi d’aria tra i capelli, il vento accompagnava il suo passo ovattato e quasi credette d’essere impazzito, quando notò una figura esile venirgli incontro.
Strabuzzò gli occhi e portò una bottiglia alla tempia, per grattarla nervosamente. Man mano che la distanza colmava, i suoi occhi disegnavano il contorno della figura e riconobbe dei lunghi capelli scuri, sciolti in balia del vento, una corona di piume sul capo e una vestaglia marroncina che fasciava appena le cosce. Riconobbe Sharon soltanto quando fu anch’ella ad alzare gli occhi, fino a quel momento tenuti sul manto d’acqua scuro. La sorpresa che lesse nelle sue pupille fu gioia per il proprio cuore, si trattenne dal saltellare in maniera indecente soltanto perché era abbastanza lucido da capire d’avere una reputazione da salvare. Le rivolse un sorriso, prima d’adombrarlo con una finta serietà.
Sharon si strinse le braccia al petto e lo raggiunse con pochi passi. Entrambi si fermarono l’uno di fronte l’altro, l’altezza che li distingueva era alquanto buffa, così David, con qualche neurone consumato dall’alcol, si chinò sulle ginocchia e alzò il mento per osservare una Sharon turbata.
«Cosa si prova a essere i più alti?», le domandò, soffocando a stento una risata.
Era certo che Claire avesse corretto il punch. Un attimo, non c’era del punch sul tavolo da buffet. Allora quante birre aveva bevuto?
Era certo di averne bevuta una soltanto, in compagnia di Claire. Una sola.
«Credo che si provi l’identica cosa d’essere ubriachi marci», replicò la mora, osservando con attenzione le bottiglie di vetro tra le sue mani. Si allungò per strapparle dalla sua presa, risultò molto facile in realtà e sbarrò gli occhi, con disappunto.
«E’ questa la tua idea di festa?», si trattenne dall’inserire Claire in quel discorso, in fondo era stata lei l’organizzatrice e fino ad un attimo prima era in sua compagnia.
«No, ma pensavo che ti avrebbero aiutato con l’isteria», faticò per rimettersi in piedi, quasi cascò sulla spalla di Sharon, ma riuscì a reggere l’equilibrio.
«Le hai bevute entrambe, non vedo come mi avresti potuta aiutare se non con un travaso di stomaco», sbottò, agitando le bottiglie di birra, ormai prosciugate.
David sussultò appena, sconvolto dalla notizia: possibile che durante il tragitto avesse sentito il bisogno di consolarsi con una birra? O meglio, due, ma non era il numero a fare la differenza, talvolta.
L’affermazione di David diede da pensare a Sharon che l’avesse inquadrata dunque, durante la festa, per avere l’idea malsana di raggiungerla con una coppia di birre. Il pensiero le regalò un breve luccichio, che venne sommerso dall’immagine barcollante di David.
«Sei ripugnante», sbuffò lei, portando una mano attorno al suo fianco.
«Sono sexy», biascicò lui, con un mezzo sorriso.
«Certo, come no», asserì la mora, trattenendosi dal lanciarlo in acqua per svegliarlo da quello stato parassitario.
L’idea la colpì in pieno viso, fu quasi tentata di farlo, ma desistette.
«Un uomo con una birra in mano che sbraita contro una partita di football, per te non è sexy?», domandò il biondo, quasi fosse una domanda adibita a una ricerca scientifica, per la serietà utilizzata.
Sharon si aprì in un breve sorriso. «Ci credi davvero?»
«E’ un falso mito?», sibilò l’altro, stravolto dalla verità rivelata.
La ragazza tentò di trascinarlo verso il centro abitato, ma David continuava ad opporsi, senza muoversi neppure di un passo.
«Non so chi l’abbia messo in circolazione», cercò di spintonarlo, ma l’unico risultato fu un grande rantolo sulla sabbia. Il tonfo fece alzare della polvere e Sharon si ritrovò a starnutire, in una posizione fin troppo compromettente per i propri ormoni.
David si aprì in una risata, nonostante il lieve dolore alla schiena, e cinse i fianchi della ragazza come se si trattasse di routine. Non si accorse neppure della debole scossa che s’impossessò delle sue dita, non appena prese confidenza con la sua pelle, né tantomeno Sharon si accorse del piacere che procurò a se stessa, con quella vicinanza eccessiva. La punta dei loro nasi quasi si strofinò e nessuno dei due si scansò. Il cuore palpitò nella gabbia toracica d’entrambi, quando David, immerso negli occhi della mora, si aprì in una forte risata.
«Hai un…», ridacchiò così forte che un colpo di tosse gli scombussolò il petto.
La ragazza inarcò un sopracciglio. «Un?»
«Neo!», esplose l’altro, ridendo a più non posso.
Sharon scivolò al suo fianco e l’impatto con la sabbia le diede l’idea della carne impanata.
David rideva senza un motivo ben preciso. Sharon poco sopportava quel suo stato incosciente, ma l’unica cosa che poteva fare – oltre a soffocarlo – era riportarlo in condizioni integre fino a casa.
«Ehi, ehi. Dove vai?», esclamò turbato David, non appena Sharon si mise in piedi.
«Dove andiamo, vorrai dire», ribatté l’altra, con voce perentoria.
David osservò la mano tesa da Sharon e, dopo qualche attimo di silenzio, l’agguantò, per poi trascinarla su di sé. Un sorriso di vittoria aleggiò sulle sue labbra carnose e gli occhi luccicarono, quando si posarono su quelle rosse di Sharon.
«Ti sfido».
Due parole che echeggiarono nella notte estiva, ma che sconvolsero il suo cuore.
Sharon svincolò gli occhi di David e scosse il capo. «Non possiamo, David».
«Certo che possiamo», rispose, costringendola a guardarlo. Il tono poco serio tradiva le sue intenzioni, avrebbe voluto farle capire che stava alle sue condizioni, pur di averla accanto, ma non riuscì a dirlo. «Giochiamo, no?»
«Non quando tu sei ubriaco!», trillò Sharon, gli occhi appena sgranati e le labbra dischiuse per la scossa appena subita.
«Sono lucidissimo», proferì David, tentando di restare in piedi. Il cappello di piume ormai giaceva al suolo, in compagnia del cappello di Sharon.
La ragazza trattenne uno sbuffo e portò le braccia contro il petto. «Che razza di sfida vuoi propormi in queste condizioni? Soltanto una follia!»
David osservò Sharon in un primo istante, dopodiché portò l’attenzione sull’acqua dell’oceano. Rabbrividì al sol pensiero di quanto fredda potesse essere e un secondo dopo aveva già lasciato cadere sulla sabbia la camiciola sbracciata che aveva indossato quella sera prima d’uscire. Gli occhi della ragazza si sbarrarono non appena comprese le sue intenzioni, fece un passo in avanti per bloccarlo, ma David, nonostante tutto, ebbe migliori riflessi e si scansò, marciando spavaldo verso il pelo dell’acqua.
«David!», urlò la mora.
Il ragazzo ruotò appena la testa e le sorrise. «Ti sfido a raggiungermi in acqua!», fu la sentenza, un attimo prima di tuffarsi col capo sott’acqua.
La sensazione delle ossa ghiacciate lo scosse in profondità, gli occhi chiusi e il cervello completamente svuotato lo aiutarono a dimenticare tutto ciò che l’aveva turbato negli ultimi giorni. Riemerse, portando con sé il carico della vita, della concretezza, delle paure. L’acqua graffiò sulla sua pelle nuda e rabbrividì vistosamente, osservando la figura di Sharon che restava immobile lungo la battigia, con i pugni serrati lungo i fianchi e un’espressione incolore sul viso.
David, ripreso dal torpore iniziale, mosse le braccia nell’acqua. Era convinto che, muovendosi, avrebbe dato calore al corpo o, quantomeno, si sarebbe abituato. Eppure, l’idea di avere Sharon tra le sue braccia, stringerla e inalare il suo profumo, rendeva poco attive le sue cellule. Sapeva che la ragazza era abbastanza testarda da non dargliela vinta, ma avrebbe giocato qualsiasi carta per ottenerla al suo fianco. L’aria fredda aveva contribuito a risvegliarlo completamente, ma decise di giocare la carta dell’ubriaco fin quanto poteva fruttare.
Di fatto, notando la compostezza di Sharon, David reagì di conseguenza. Smise di canticchiare una canzone dalle parole inesistenti e finse di chinare il capo nell’acqua. Lentamente, sparì sotto il manto scuro dell’acqua e trattenne il respiro fin quanto gli fosse concesso.
Sharon, dalla riva, notò l’azione di David e, pur non avendo alcuna intenzione di cedere, ricordò che il ragazzo non aveva le facoltà mentali adatte per distinguere un dito dall’altro, figuriamoci un pericolo! Non sfilò neppure l’abito, si tuffò a pesce e nuotò laddove aveva osservato David scomparire. Non appena arrestò il respiro, si rese conto che David neppure vi galleggiasse: era stato completamente risucchiato.
Trattenne il respiro sufficiente e immerse gli occhi nell’acqua scura, l’impatto glieli fece richiudere immediatamente, ma ebbe forza necessaria per riaprirli e osservare il buio totale. Tornò a galla, dopo qualche attimo di ricerca, e sentì l’ansia regnare sul suo autocontrollo.
D’improvviso, qualcosa si appigliò alla propria caviglia, sbarrò gli occhi, presa in contropiede, e agitò le gambe, cercando di mirare alla riva. La sagoma di David comparve alle sue spalle e la soffocò in un abbraccio, fino a portarla sott’acqua. Quando entrambi riemersero, Sharon tossicchiava, avendo ingerito parte dell’acqua dell’oceano, mentre David ridacchiava, soddisfatto delle sue azioni deplorevoli.
Attonita, la mora osservò distrattamente il profilo di David. Aveva la bocca impastata di salsedine, gli occhi gonfi e rossi a causa della sua idiozia cronica e le ossa congelate. Con l’ira sovrana, si scagliò contro la sagoma divertita di David, lo riempì di schizzi d’acqua, fino a quando David simulò una resa. Lasciò che Sharon si rilassasse, prima di arpionarle i fianchi in una morsa salda e rubarle il respiro con sbuffi d’acqua incessante. La ragazza cercò di divincolarsi, fino a quando dei colpi di tosse non fecero desistere il biondo.
Fu un attimo, un semplice attimo in cui i loro sguardi si scontrarono e brillarono, per la loro complicità. David chinò le labbra verso le sue, le sfiorò, quasi timoroso che potesse tirarsi indietro. La ragazza rimase immobile, al suo tocco delicato. Sentì un calore divampare nel proprio petto e portò una mano dietro la sua nuca, mentre il bacio prendeva spessore. Pelle contro pelle, labbra che s’inseguivano, si aggrappavano l’una all’altra, che assaporavano la vicinanza e ne desideravano ancora e ancora.
Quel bacio privò entrambi della lucidità, i corpi iniziarono a cercarsi, in maniera placida. David percorse la schiena di lei quasi con tocco assente, come se temesse di spezzarla. Sfiorò il suo fondoschiena e sorrise sulle sue labbra, pensando di non aver toccato nulla di così perfetto. Sharon, dal suo canto, trattenne un brivido d’eccitazione, assaporando le sue mani sulla propria pelle. Carezzò il suo petto scoperto e il fiato cominciò a mancarle.
Talmente avvinghiati e proiettati verso un altro mondo, neppure si accorsero del vociare insistente che si avvicinava alla spiaggia.
Fu un urlo a ridestarli.
Entrambi sbarrarono gli occhi e voltarono il capo verso il falò acceso. Un ragazzo reggeva in aria un cappello di piume e lo volteggiava; non aveva l’aria propriamente lucida, per cui immaginarono che fosse più in là che di qua.
«Al mio tre…Scatenate l’infe-erno-o!», il tono sguaiato e poco mascolino avrebbero provocato le loro risa, se non fossero stati così attenti a capire cosa sarebbe accaduto di lì a poco.
Gruppi di persone reggevano in aria delle povere vittime, completamente vestite, che venivano portate verso l’acqua ghiacciata dell’oceano. Per quanto fosse Estate, restava pur sempre mare aperto e le correnti fredde non risparmiavano nessuno. L’impatto con l’acqua fu devastante: una per una, le ragazze venivano gettate in acqua come fantocci e i gridolini di disappunto riempirono l’aria. Un faro si accese in direzione dei ragazzi in acqua, un ragazzo impugnò il megafono e simulò l’urlo tipico indiano.
«Tutti in acqua!», gridò, incoraggiando i compagni ad abbandonare la lucidità.
Sharon osservò la vita attorno a sé e tornò alla brutale realtà. Le persone ridevano, scherzavano. Vivevano.
E non in un assurdo gioco di cui erano i fautori. Avevano stipulato loro stessi le regole e ne stavano rimanendo sommersi.
Ci fu un singolo istante in cui entrambi si osservarono negli occhi, taciturni. In singolo istante nel quale capirono che anche quel momento rubato era terminato. Scansarono gli sguardi e ognuno si separò dall’altro.
«Sei abbastanza lucido per tornare a casa da solo?», gli chiese a quel punto, buttando lo sguardo sulla battigia. Lì, con le ginocchia strette al petto, sedeva Claire Handler, con gli occhi rivolti nella loro direzione e l’amarezza dipinta nel cuore.
Sharon ricordò il discorso di Luke, ricordò il tono utilizzato e proiettò nella propria mente l’immagine di Claire, sorretta dal braccio di David, in un futuro di cui non avrebbe mai preso parte. E se Luke avesse avuto ragione? David non poteva aspirare un gioco dalla vita e non era ciò che gli augurava.
David, dal suo canto, osservò le persone attorno a sé, ma non era certo di guardarli davvero. Nella sua testa, l’unica faccia rappresentata era quella di Sharon. Le lanciò uno sguardo interrogativo quando gli pose quella domanda e faticò a caprine il motivo. Quando ci arrivò, si avvicinò di qualche centimetro e le rivolse uno sguardo attento, colmo d’aspettativa. «Non ne sono molto certo».
Sharon distolse l’attenzione da Claire nel momento in cui anch’ella incrociò il suo sguardo. Si sentì colta in fallo, ebbe quasi timore di un confronto con lei, ma ciò che la destabilizzò fu l’affermazione di David. Ne colse il significato, ma fu decisa a stroncarlo.
«Te la caverai».
Gli lanciò una breve occhiata, colma di rimpianti, prima di dargli le spalle e avanzare verso la riva.
La mano di David scattò rapida verso il suo polso. Sharon bruciò per quel contatto e il cuore le salì in gola. Ebbe timore di voltarsi e scrutarlo, perché aveva la netta sensazione che, se fosse rimasta ad osservarlo per più di un istante, non avrebbe più avuto il coraggio di lasciarlo andare.
David non parlò, si limitò a sfilare una corda di cuoio dal collo e porgergliela. Aveva inciso nel legno un triangolo con la punta rivolta in basso a destra. Sharon si chiese cosa potesse significare ed era sicura che avrebbe presto cercato quel significato, ma David lasciò andare la presa e, con essa, la pace che aveva invaso il corpo di Sharon.
La ragazza gli lanciò uno sguardo indefinito, prima di dargli le spalle e nuotare verso la riva. Emerse dall’acqua e si diresse nella direzione opposta di Claire. Non avrebbe retto uno scontro con lei, neppure un semplice saluto.
Si strinse le braccia al petto ed ebbe la forza di non voltarsi indietro, con la speranza che David stesse lì, ad osservarla. Alzò lo sguardo verso la luna piena e assimilò il suo contorno etereo, prima di salire le scalinate. Fu allora che notò la figura scura di Luke, avvolta nella penombra del falò, che accompagnava la sua passeggiata.
Sharon rabbrividì appena, non immaginava d’essere osservata in maniera così attenta, ma mantenne lo sguardo fiero e non gli prestò alcuna attenzione.
Cadde in tentazione, prima d’abbandonare la spiaggia. Si soffermò all’uscita e scrutò il mare, ricolmo di persone intente a giocare tra loro. Il dettaglio che stonava si fece presto vivo dinanzi i suoi occhi.
Quando Sharon si rese conto di David, sorretto da Claire, a riva mare, tornò a porgere l’attenzione su Luke, che restava nell’ombra a godere tacitamente della propria vittoria.
Perché sì, Sharon doveva ammetterlo: Claire era tutto ciò che lei non era.

 
 
 
 
 
If you have a minute.
Posso quasi sentire la melodia della marcia funebre!
Ogni tanto rispunto, come i funghi.
L’altro giorno ho avvertito una forte nostalgia, per cui ho aperto il file word di Sharon e David e ho percepito un richiamo. Così si sono scritti da soli ed io sono qui soltanto per riportarli da voi!
Questo capitolo è stato scritto in pochissimo tempo, forse perché l’ispirazione patteggiava per me o perché le idee erano già ben chiare; resta di fatto, che avrei voluto giungesse tutto il prima possibile.
Sono curiosa di capire cosa ha suscitato in voi il bel Luke Baker. È il suo debutto nella storia e posso assicurarvi che non si mischierà nell’ombra, anzi, sarà un personaggio piuttosto attivo, di tanto in tanto; il giusto per rovinare o ristabilire un equilibrio!
Lo so, come sempre sono poco chiara, mi piace spesso contraddirmi e ci riesco alla perfezione XD
Ringrazio tutti voi, cari lettori, che mi date modo di proseguire su questa strada. Ringrazio voi che leggete, che apprezzate, che lasciate un vostro giudizio: è acqua preziosa per il mio mulino!
In caso siate interessati, questo è il link del mio Gruppo Facebook, dove chiunque è il benvenuto!
Ecco, adesso posso anche dedicare il resto del pomeriggio – perché sì, fino alla settimana scorsa per me era notte fonda a quest’ora(viva l’esagerazione) – all’ozio più puro e vi auguro di poterlo trascorrere nella mia stessa identica maniera.
Prima di abbandonarvi, lascio il link di una shot che ho scritto, partecipando ad un contest indetto su Facebook dalle ragazze del gruppo “Tutte per Una…” – vi consiglio di passare, è un gruppo gestito davvero bene! – e sarei curiosa di capire se, nonostante lo stile adottato e la tematica scelta, possa piacervi. Avverto che è una lettura un po’ complessa, giusto per avere la coscienza pulita. XD
Inganno.
D’accordo, ritorno nel mio angolo di mondo. Attendo vostre opinioni, saranno sempre ben gradite, e ringrazio ancora tutti i coraggiosi che sono arrivati a leggere queste ultime cavolate finali. ♥
Crì.

   
 
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