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Autore: C r i s    05/08/2012    6 recensioni
Qualunque persona si prefigge dei risultati da raggiungere e, nonostante non sia semplice, cerca sempre la strada più affabile che gli permetta di realizzarli.
Sharon no.
Figlia della ricca famiglia imprenditoriale Marshall, viene colpita da David, indiscusso e impassibile vicino di casa, figlio a sua volta della famiglia Baker, che compete sullo stesso mercato dei Marshall.
Prende una decisione che porterà entrambi su un filo spinato, ovvero quella di proporgli una sfida che, per quanto rasenti la follia, coinvolgerà gli ormoni a pari livello di mente e cuore. E avranno a disposizione soltanto un'Estate per far sì che il gioco possa durare più a lungo di tre insulsi mesi, ma riusciranno a rispettare le regole oppure dovranno andare incontro ai pegni tanto amati da Sharon?
Dal testo:
«Ti sfido. Ti sfido a trovare le situazioni più compromettenti per baciarmi e il bacio dovrà durare dieci secondi esatti».
«Ci stai?», ripeté allora, con uno strano nodo alla bocca dello stomaco.
Lui si dilatò in un sorriso e le strizzò l’occhio.
«Ci sto, bambina».
Genere: Commedia, Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: non specificato
Note: Raccolta | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Se mi sfidi, ti bacio.

 



 

Ancor piùdolce è il bacio sognato quando lui ti manca.

 
 

Nessuno avrebbe mai presagito un simile destino, per una giornata cosìsolare, come quel Lunedìmattina.
Una telefonata squilibròl’intero assetto settimanale, disintegròsicurezze e infranse la falsa tranquillitànella quale si erano crogiolati fino ad allora.
Lo stesso David, quella mattina, frastornato dalle poche ore di sonno concessegli, aveva barcollato fino alla cornetta del telefono e aveva biascicato parole sconnesse. Il pianto trattenuto di Emily Baker lo allarmònel momento piùopportuno.
«Ti passo la mamma», aveva proferito in quel modo, non si era sbilanciato piùdel dovuto, privo d’emozioni. Aveva pigiato il numero 5 sulla tastiera e aveva lasciato che il telefono in camera dei propri genitori squillasse, per assimilare la notizia da sé.
David agganciòla cornetta e sprofondòtra i cuscini del divano di pelle. Tamburellòsul manico e rimase in attesa, un’attesa che lo privòdi qualsiasi emozione.
Quel lunedìdi sole macchiòla famiglia Baker.
Dopo due ore esatte da quella telefonata, quattro membri della famiglia erano saltati su di un taxi per raggiungere il piùvelocemente possibile l’aeroporto. I volti contratti dal dolore e dall’angoscia avevano abbandonato quella dimora per raggiungere la fonte della propria disperazione.
E David aveva deciso di non prendere parte a quella farsa. Nessuno provava dolore per quella perdita, perchénon era affatto una perdita. Era certo che, alla lettura del testamento, una guerra si sarebbe innescata affinchéognuno mettesse in pratica il proprio egoismo. E David non avrebbe retto dinanzi a tanta mancanza di rispetto.
Per quanto non avesse mai provato ammirazione nei confronti di Nathaniel Baker, non sarebbe mai stato tanto avido e ipocrita da presentarsi al suo capezzale, soltanto per accalappiarsi la propria eredità.
Aveva sempre ritenuto morto da tempo suo nonno e quel giorno per lui era soltanto divenuto una data da affibbiare a quel concetto.
 
***
«Non siete obbligati a partire», Sharon era distesa sul proprio letto e leggeva una rivista sulla fauna marina e aveva interrotto la lettura per via dell'intervento rivolto alla sorella.
«La mamma dice che sarebbe maleducato restare a casa», proferìAnne, dondolando le gambe dal grande materasso.
«La mamma dice tante cose», sbottò, osservando l’immagine di un delfino intrappolato.
«Tutti diciamo tante cose», ribattéla bambina, lisciando l’abitino bianco, dai merletti neri.
«Molte potremmo risparmiarcele anche, sai?»
Anne osservòla sorella maggiore e le rivolse uno sguardo curioso. «Tu non vuoi venire?»
«Non lo conoscevo neppure, sarebbe ipocrita visitare qualcuno al proprio funerale», Sharon esibìspallucce e tornòad occupare il tempo, sfogliando la propria rivista.
«Neppure io lo conoscevo», Anne scattòin piedi e si portòdinanzi lo specchio, osservòla treccia che Susy, una delle cameriere di fiducia, le aveva fatto quella mattina in soli due minuti. Era talmente abile con le acconciature che Anne ogni giorno le chiedeva di usare i suoi capelli come cavia.
«Le persone vanno onorate da vive, ricordatelo».
«Lo ricorderòal tuo funerale», le regalòuna linguaccia breve, prima di sussultare, quando bussarono alla porta della camera.
Meredith Marshall comparve nella sua eleganza, indossava un cappellino nero che copriva parte del capo e un tailleur sobrio che esprimeva il suo disappunto nel prendere parte a quella che reputava una farsa. Ma, avendo un nome importante, i Marshall non potevano rifiutarsi di prendere parte ad un evento che avrebbe potuto fruttare anche sul settore economico. In fondo Nathaniel Baker aveva preso parte alla vita di suo marito e il minimo era presentarsi al funerale.
«E’arrivata l’automobile», annunciòla donna, osservandosi discretamente attorno. «Immagino continuerai a sostenere quanto sia ipocrita partecipare a quest’evento, per cui non insisterò. La casa potrai benissimo gestirla da sola, in questi due giorni», le rivolse quel commento con rigiditàe Sharon non si aspettònulla di più.
Si limitòal silenzio, scrutòcon attenzione l’immagine della barriera corallina e desideròdi potersi teletrasportare lì, convinta che fosse una distanza perfetta da sua madre.
Anne trotterellòin direzione della madre, salutòcon la manina la sorella e uscirono di scena, lasciando Sharon in balia dei propri pensieri.
Non aveva mai chiesto abbastanza informazioni a suo padre riguardo Nathaniel Baker. Sapeva soltanto che fosse il nonno di David, nonostante non scorresse buon sangue, la famiglia si ostinava a recitare una farsa, agli occhi dei giornali, per mantenere integro il nome della societàBaker. Eppure, era convinta che i genitori non avessero intenzione di partecipare al funerale dei Baker per rispetto degli affari: sapeva che c’era dell’altro sotto, ma avrebbe atteso il ritorno del padre per chiedere maggiori informazioni, anche se non era dato per scontato che il padre avrebbe risposto alla sua curiosità.
Ciòche Sharon si chiedeva era se David fosse partito con i genitori. Era suo nonno, per quale motivo non avrebbe dovuto?
Ricordòl’ultima volta in cui si erano visti e avevano potuto approfittare del momento di vicinanza. Erano trascorse due settimane, l’estate era inoltrata e il tempo da trascorrere insieme si era dimezzato. Sharon aveva timore di contare quanti giorni mancassero alla partenza; la cosa buffa era che, tempo addietro, utilizzava un pennarello rosso per eclissare i giorni mancanti a qualunque attivitàle emozionasse il cuore. C’era stato un tempo in cui, al liceo, aveva davvero contato i giorni mancanti a Settembre, per intraprendere un nuovo cammino, abbandonare Newport Beach e tutto ciòche essa rappresentava, per dimenticare persino cosa potesse significare il cognome Marshall. Era divenuto un marchio, per l’intera vita trascorsa nei banchi di scuola, chiunque la guardasse, sapeva di doverci andare cauto con lei, e non perchétemesse Sharon di per sé, ma per via del suo cognome.
Era intenzionata a ricominciare da zero, ma dopo aver conosciuto David, aveva paura di farlo.
Inclinòla testa e lanciòuno sguardo all’angolo di parete completamente decorato con ritagli di giornale, cartoline di acquari vari e una sua fotografia al centro, in compagnia dei delfini. Ricordava ancora quel giorno, trascorso in un parco acquatico, dove aveva avuto l’onore di nuotare insieme ai delfini e di farsi scattare una fotografia. Probabilmente era stato lìche aveva capito quale fosse la sua vocazione. E all’epoca aveva soltanto dieci anni.
Sua madre non tollerava la presenza di animali in casa, non poteva di certo ammettere la sua intolleranza, bensìdoveva nascondersi dietro false allergie che non esistevano néin cielo néin terra. Sharon aveva bisogno di realizzarsi e probabilmente quella scelta di vita era stata presa proprio in base a ciòche stava vivendo e che aveva vissuto fino a quel momento. Intraprendere la carriera di veterinaria le era sempre piaciuto, da bambina pensava di poter divenire un’insegnante apprezzata e ben retribuita, poi aveva altalenato tra chef mondiale e avvocato dalla ricca fama. Eppure, dalla prima volta che trovòun cagnolino zoppicante nel parco di fronte la scuola, capìd’avere un dono nei confronti degli animali e che sarebbe stato sprecato, se l’avesse soppresso.
Sharon si alzòe camminòlungo la stanza, fino ad arrivare al marmo della finestra. Vi si sedette e gettòuno sguardo verso la camera di fronte, che sapeva per certo fosse di David. Negli ultimi tempi spesso sedeva in quella posizione, in attesa di vederlo spuntare, anche solo di passaggio. Men che meno quel giorno avrebbe atteso la sua figura, era certa che fosse partito.
Sospiròrattristata e decise d’uscire per prendere un po’d’aria, restare in casa, per lo piùda sola, poteva soltanto corroderle il cervello. Non appena diede le spalle alla finestra, dalla casa dirimpettaia David Baker si soffermòalla propria finestra e gettòun occhio verso la camera di Sharon.
 
***
Nel tempo libero, Sharon intraprendeva le vesti di dog-sitter. Quel giorno, avendo tempo da occupare ed essendo sola, aveva deciso di rallegrare quella giornata di sole, passeggiando per il parco, in compagnia di due simpatici cani, l’uno maschio, l’altro femmina. La padrona, una vecchietta di almeno sessant’anni, si era ben raccomandata di tenerli l’uno distante dall’altro, affinchénon ci fossero gravidanze inaspettate. Sharon era certa che in sua presenza non sarebbe avvenuto nessun accoppiamento tra i due, avrebbe avuto gli occhi aperti come due pozzi. O almeno, era quello che avrebbe voluto.
Passeggiòper il parco con tranquillità, osservòpadre e figlio agitare un aquilone nel cielo, origliòil discorso di qualche madre frustrata che raccontava per via telefono tutte le disgrazie della propria vita e invidiòper un istante una ragazza distesa all’ombra con un libro poggiato in grembo. In fondo avrebbe potuto farlo anch’ella, ma aveva deciso di rendersi utile e prendere dimestichezza con gli animali non poteva far che bene, nel suo caso.
Riportòi cani alla padrona soltanto qualche ora dopo. Era stata puntuale e soprattutto magnanima, rifiutando la parcella che la donna voleva darle. Un’altra volta, le aveva risposto.
Lungo la strada di ritorno, era immersa nei propri pensieri, da non accorgersi del cambiamento di tempo. Il cielo azzurro scomparve dietro grandi nuvole e immaginòche un temporale estivo non l’avrebbe scampato nessuno. Con un movimento rapido, s’infilònel supermercato lìdi fianco e osservòle prime gocce d’acqua cadere su Newport Beach con una certa frenesia. Sospiròe agguantòun cestino, prima di mirare ai corridoi semi affollati. Infilòqualche oggetto di routine, certa che le sarebbero serviti in quei due giorni di solitudine, e aggiunse al tutto una scatola di gelato alla vaniglia. Si avvicinòalla cassa, quando ricordòd’aver dimenticato il tè. Ruotòsui tacchi e si diresse al reparto bibite, scrutòcon attenzione gli scaffali, quando delle voci giunsero alle sue orecchie, presentando l’arrivo di alcune sue coetanee.
«Pensavo che a un funerale non si facesse baldoria», affermòla rossa, dalle innumerevoli lentiggini sul volto.
«Infatti non èun funerale. Lui non ci èandato», replicòasciutta la bionda. Una ciocca blu spuntava tra la folta chioma, ma Sharon tentòdi non fissarla con fin troppo interesse.
«E quindi dàuna festa. Non ha molto senso», la rossa portòun dito alle labbra, confusa.
La bionda invece sbuffò. «Cosa c’èda capire? Ha casa vuota e vuole spassarsela senza i suoi. Non credevo ti facessi tanti problemi per birre gratis».
«Dove c’èbirra, ci sono io», esclamòl'altra con emozione.
Sharon si trattenne dallo scuotere la testa, amareggiata. Possibile che non si avesse un po’di tatto? Insomma, si trattava pur sempre di un funerale e…
Sharon corrugòla fronte e osservòle ragazze che muovevano i passi verso la cassa. Fu quasi decisa a pedinarle, quando la figura di Claire Handler comparve come per incanto e le si serrarono le ginocchia. La bionda sorrideva spensierata e osservava con attenzione un’immagine proiettata sullo schermo del cellulare. Non si accorse di Sharon fino a quando non le andòcontro, quasi le cascòdi mano l’attrezzo e sospirò, poichénon accadde. Alzògli occhi e s’imbatténelle pupille scure della mora. Fu quasi sorpresa di trovarsela davanti, ma ancora piùsorpresa per ciòche Sharon portava al collo.
«Bella collana», biascicò, cercando di sostenere un tono neutro.
«Già», fu la risposta monocolore di Sharon.
Le ragazze dietro di loro si fermarono non appena riconobbero la voce di Claire e le andarono incontro. «E’vero che stai organizzando tu la festa di questa sera?»
Claire inarcòun sopracciglio. «Quale festa?»
La rossa lanciòuno sguardo allarmato all’amica di fianco. «A casa Baker. Non dirmi che non ne sai niente! Ne parla tutta la città!»
Ebbe l’impulso di scappare per raggiungere David e riempirgli la faccia di schiaffi. Come si poteva essere cosìinsensibili?
Claire rimase perplessa. «Sono stata questa mattina a casa loro per dare le condoglianze. Mi ha aperto il maggiordomo dicendomi che erano partiti per il funerale».
La rossa saltellòsul posto. «David èrimasto e organizzeràquesta festa. Questa sera non tardare, ci saràda bere!»
Le ragazze sparirono in un altro corridoio e sia Sharon che Claire rimasero assorte nei loro pensieri, fino a quando non fu Sharon a spezzare il clima di tensione. Posòil cesto per terra e schizzòverso l’uscita, non prima d’aver udito Claire chiamarla.
Non aveva tempo per starla a sentire, doveva agire prima di dimenticarsi cosa dire.
 
***
Il campanello suonava ininterrottamente e David non aveva alcuna intenzione di abbandonare la postazione presa. Tra le dita aveva una sigaretta accesa, mentre la TV trasmetteva I fantastici quattro, un film che poteva conoscere a memoria per quante volte l’avesse visto.  Aveva congedato il maggiordomo, dopo la visita di Claire, e aveva preso la decisione di distrarsi. Restare in quella casa, da solo, era stato il peggior errore che avesse mai potuto commettere e se n’era reso conto troppo tardi. Aveva inviato qualche e-mail e la notizia si era ben presto diffusa: era questa la potenza dei social-network. Non c’era niente di piùefficace di qualche amico, birra e ragazze smaliziate per distrarre  la mente. Fin quando non fosse calata la notte, avrebbe vissuto come uno spettro in quella casa: non voleva nessuno che gli ronzasse attorno.
Inspiròla nicotina e la lasciòandare con uno sbuffo, quando il campanello riprese a suonare. Evidentemente lìfuori qualcuno era abbastanza cocciuto da lasciarci attaccato il dito tutto il giorno. David cercòd’ignorare quel rumore e sembròvincere quella battaglia, quando qualcosa picchiettòcontro il vetro della veranda. Sbuffò, infastidito, e decise di risolvere la situazione, a modo suo. Avrebbe preso a pugni chiunque l’avesse infastidito e poi sarebbe tornato sul divano, in stato passivo.
Non appena scostòle tende, si ritrovòdinanzi il volto irritato di Sharon e capìche non sarebbe stato cosìsemplice liberarsi di lei, figurarsi scaraventarle un pugno in faccia. Non si sarebbe fermata nemmeno dinanzi a quello e David ne era completamente intimorito. Lasciòla veranda chiusa e ruotòsui tacchi, tornando ad appollaiarsi sul divano, mentre Sharon picchiettava contro il vetro. Il ragazzo sospiròe chiuse gli occhi, alzando il volume della TV. Avrebbe anche potuto bussare tutto il giorno, ma non si sarebbe arreso. Il rumore del vetro infranto lo riportòalla realtà. Sbarròle pupille e balzòin piedi, notando i cocci di vetro sparpagliati sul suolo. La sagoma di Sharon comparve da dietro le tende, agitate dalla lieve brezza estiva, e la osservòcompletamente stravolto.
«Cosa c’èche non va in te, si puòsapere?», le urlòcontro, scrutando con eccessiva parsimonia il vetro disintegrato e  una sedia da sdraio capovolta sul tappeto.
«Non mi hai dato altra scelta», soffiòla ragazza, con sguardo tagliente.
«Sìche te l’ho data: di andartene a casa e farti i cazzi tuoi!»
David era decisamente alterato, eppure Sharon non si smosse. Portòle braccia sotto il petto e assottigliòlo sguardo, notòla sigaretta tra le sue dita e si avvicinòper sfilargliela via. David si ritrasse e ringhiòtra i denti. «Se sei venuta qui per fare la bacchettona, puoi anche risparmiarti la paternale e tornartene da dove sei venuta».
«Quanto sei gentile oggi».
«Non farlo. Non puoi essere sarcastica dopo avermi sfasciato una finestra».
«Tu potevi anche aprirla quella maledetta porta, ti pare?», gracchiòSharon, con la gola secca.
David la prese alla sprovvista: l’afferròper le spalle e la scaraventòcontro il muro. Gli occhi saettarono verso i suoi e vi lesse tutto tranne che David. Si sentìquasi cascare per terra per quanto fossero intensi i suoi occhi, ma il ragazzo non le diede via di scampo.
«Dannazione, Sharon. Èquesto quello che ti piace fare? Entrare nella vita della gente e stravolgerla in continuazione? Non mi conosci, non sai come sono e cosa faccio, come voglio reagire in determinate situazioni e non hai alcun diritto di spaccarmi una finestra soltanto perchédevi avere un argomento di pettegolezzo davanti al caffècon le amiche. Mettitelo in testa, non hai alcun diritto sulla mia vita, perciòtienitene fuori perchénessuno ti ha invitata», sibilòquelle parole con una cattiveria inaudita, la voce era corrosa dalla rabbia che si era irradiata nella sua pelle, tanto che Sharon ebbe l’impressione di avere dinanzi a séuno sconosciuto. Non lo aveva mai visto in quel modo, neppure quella volta che ebbero una discussione per via di Claire. Era diverso, poteva notarlo, poteva sentirlo.
Per un breve istante, nei suoi occhi tornòun bagliore familiare, sembròrendersi conto d’aver esagerato, ma si scansòe le diede le spalle, con l’invito silenzioso di lasciarlo da solo.
Sharon decise di non demordere, sapeva di aver giàtoccato il fondo, spaccando quella finestra, ma almeno era riuscita ad ottenere la sua attenzione.
«E’cosìche reagisci ad un lutto, David? Organizzando una festa?», esclamòla ragazza in preda all’ansia. Non aveva idea di come avrebbe potuto reagire, ma non se ne sarebbe andata fino a quando non l’avesse visto distrutto o quantomeno provato da quel lutto.
«Ho bisogno di gente attorno», ribattéaspro.
«Potevi chiamarmi», fu l’unico sussurro che uscìdalle sue labbra.
In quel preciso istante, Sharon si accorse d’aver detto piùdi quanto volesse. Avrebbe dovuto tappare la bocca e il cuore, avrebbe dovuto soffocare le emozioni e lasciare che fosse la ragione a gestire il discorso.
David non diede a vedere quanto quell’affermazione l’avesse addolcito improvvisamente, sentire la sua voce e quelle parole, cosìdeboli, ma vere, gli fece provare l’impulso di abbracciarla forte, ma restòimmobile, sul divano, a terminare la sigaretta.
«Disdicila», tentòancora la ragazza, avvicinandosi. «Bastano un paio di telefonate».
David non replicò, si limitòad osservare un punto indistinto nella stanza, mentre Sharon cercava il suo cellulare.
«Non hai bisogno di nessuno per scacciare via i pensieri», sussurròpiùa se stessa, in realtà. Trovòil cellulare di David sul tavolino di vetro e trafficònella sua rubrica, quando lo stesso ragazzo reagìe glielo strappòdi mano. La afferròper un gomito e la spintonòverso la porta principale. Sharon si dimenò, speròcon tutta se stessa che non la sbattesse fuori di casa, ma David rimase impassibile. Aprìla porta e la scaraventòall’esterno. I suoi occhi erano spenti.
«Non sprecarti a venire stasera», prima che Sharon potesse replicare, la porta le si chiuse davanti la faccia.
 
***
 
La musica echeggiava tra le mura di casa Baker. Le persone si distribuivano in diverse zone della sala, chi sul divano, chi sul pianoforte, chi sul tavolo da pranzo. Bottiglie di birra erano sparpagliate lungo tutto il mobilio della casa, la cucina era divenuta una pattumiera per la presenza di bicchieri e piatti di plastica gettati alla rinfusa nel lavello e sul pavimento, mentre urla e schiamazzi si susseguivano al ritmo di musica.
David era affacciato al balcone, tra le dita una sigaretta e lo sguardo immerso nel cielo nuvoloso. Alle sue spalle, la musica tuonava tra le mura, ma non vi diede peso. Avrebbe sistemato il tutto l’indomani, l’importante era avere qualcosa a cui pensare, qualcosa che l’avrebbe distratto.
Tutto il pomeriggio aveva cercato di dare un senso alla proposta di Sharon, alla sua disponibilità, al fatto che fosse stata lìper lui, per una volta, senza bisogno di chiederle aiuto. Si era sentito un verme per il modo in cui aveva reagito al suo soccorso, ma non avrebbe potuto porvi rimedio. Portòalle labbra una bottiglia di Vodka rubata dall’ufficio del padre, era certo che mai se ne sarebbe accorto e che, anche se fosse accaduto, avrebbe dato la colpa al lutto improvviso.
E tutto quel trambusto era dovuto proprio a quello. Pur di non pensarci, aveva architettato una festa in tutto e per tutto, pur non partecipandovi. Si era reso conto troppo tardi che quel metodo aveva fallito lo scopo, ma ormai non poteva aspettare altro che passasse e che tutti tornassero a casa loro.
Buttògiùun altro sorso di Vodka e scrutòil cielo, in attesa di un cambiamento.
Al piano di sotto, Sharon vagabondava alla ricerca di David, ma di lui non vi era neppure l’ombra. S’imbattélungo le scale in una coppia seminuda che si accoppiava senza il minimo pudore, l’odore di alcol aveva impregnato le mura e Sharon dovette tapparsi naso e orecchie per ignorare ciòche accadeva dinanzi ai suoi occhi. Scavalcòla coppia e si guardòattorno una volta raggiunto il secondo piano. Al pian terreno c’erano soltanto alcolizzati con birra e canne tra le mani, non aveva visto un solo volto conosciuto e immaginòche David avesse amicizie un po’fuori dal comune. Aprìuna porta e ciòche si ritrovòdinanzi la spiazzòtalmente tanto che fu quasi costretta a cercare un bagno. Richiuse la porta con uno scatto e rabbrividì. Era certa che David non avesse manette pelose con cui giocare, quindi provenivano certamente dall’esterno.
Mosse dei passi in direzione di una seconda porta, contòfino a tre prima di aprirla e quando lo fece, socchiuse gli occhi. Rimase piacevolmente colpita quando constatòche fosse vuota. Un letto singolo si ritrovava lungo il muro, mentre, nell’angolo, un cavalletto reggeva un foglio bianco, da disegno. Si chiuse la porta alle spalle e si guardòattorno. Quando riconobbe il sorriso di David in una fotografia, capìd’essere entrata nella sua stanza. Le sembròquasi che non fosse vissuta. La scrivania aveva fogli sparpagliati in ogni angolo, matite prive di punta e qualche temperamatite rotto. Portògli occhi in alto e notòdelle mensole piene di fumetti. Fu tentata di sfiorarli con la punta delle dita, quando un rumore ridestòla sua attenzione: del vetro era caduto al suolo e si era infranto, provocando un tonfo brusco. Si precipitòin quella direzione e notòche quella camera fosse munita anche di balcone. Fu allora che si ritrovòfaccia a faccia con David, completamente ubriaco, con una sigaretta mezza spenta tra le dita. Il ragazzo si  ritrovòSharon dinanzi agli occhi e neppure la riconobbe, riuscìsoltanto a mettere piede in camera che si accasciòsul letto e si massaggiòle tempie.
«Smettila di girare», mugugnava, chiudendo gli occhi.
Sharon lo osservava senza avere la forza alcuna di muoversi. Improvvisamente la porta si aprìalle loro spalle e il viso trafelato di Claire comparve senza far presagire nulla di buono. NotòDavid in quelle condizioni e impallidìancor di più, si avvicinòin punta di piedi e gli carezzòla fronte. «Oh David!»
Sharon sembròquasi un fantasma, li osservava come un personaggio dietro le quinte, mentre loro dirigevano lo spettacolo sul palcoscenico. Claire carezzava il volto del ragazzo quasi con fare esperto e Sharon sentìuna fitta al cuore. Fece per sgusciare via, quando il tono severo di Claire la colpìcome una frustata.
«Fiducia, Sharon», sibilò, amareggiata.
Sharon le rivolse uno sguardo confuso. «Come?»
«Il ciondolo che porti al collo significa fiducia», esclamò, rivolgendole uno sguardo di fuoco. «Sono stata io a darlo a David, affinchéte lo regalasse. Perchévolevo provare a fidarmi di te, notando quanto lui tenga a te. Invece continui a deludere chiunque cerchi d’avvicinarsi piùa te. Possibile che lui debba sempre rimetterci per colpa tua?»
Sharon rimase folgorata, sia dalla rivelazione del ciondolo e da chi provenisse, sia per quel discorso che non aveva nécapo nécoda. Strinse le dita attorno al ciondolo, quasi tentata di gettarglielo ai piedi. Sentiva uno strano peso attorno al collo, si sentìsoffocare per l’intensitàdi quelle sensazioni, ma riuscìa soffermarsi sulle sue parole e rabbrividì.
«Non lo stai dicendo sul serio», replicòSharon, trafelata.
«Cosa?», domandò, arresa, Claire. «Cosa non starei dicendo? Che sei fin troppo cieca per renderti conto di quanto lui ti piaccia? O di quanto tu sia insensibile, nel capire che lui ète che vuole? Io non sto dicendo niente, Sharon, perchédici tutto da sola, senza bisogno dell’aiuto degli altri».
Una serie di schiaffi avrebbe fatto meno male. Sharon era consapevole del fatto che Claire avesse ragione, ma non era concepibile una cosa del genere. Provava talmente tanta rabbia nei suoi confronti in quel momento, nei confronti di Luke che le aveva inserito la pulce nell’orecchio, che ogni volta che li guardava insieme sentiva il cuore sgretolarsi.
David mugugnòparole sconnesse e Sharon si riprese. Senza proferire parola alcuna, sgusciòverso il piano inferiore, alla ricerca di un caffèda preparare. E una festa da terminare.
 
***
Tornòal piano di sopra che David aveva ripreso i sensi, in compagnia di Claire, ma sembrava dare di matto, tanto che la bionda sospiròalla vista di Sharon e si alzòin piedi. Osservòdistrattamente il caffèche la mora reggeva tra le mani e cercòle chiavi dell’auto all’interno della borsa.
«Ce la fai a metterlo a letto?», le chiese, una volta estratte le chiavi.
Sharon si limitòad annuire, mentre David si alzava e trotterellava verso il bagno, trascinando con séle lenzuola azzurre.
Si scambiarono uno sguardo d’intesa che duròappena un attimo. «Va’pure, ci penso io».
«Mi dispiace, Sharon», asserìla bionda. «Non mi sarei mai dovuta permettere di dire certe cose».
La mora scosse il capo. «E’tutto ok».
«Non lo è, ma apprezzo il tentativo». Le regalòun breve sorriso, prima di scomparire dietro la porta.
Sharon si massaggiòla nuca, prima di entrare nel bagno e notare David completamente accovacciato all’interno della vasca da bagno, il lenzuolo a coprirlo e gli occhi semichiusi.
«David?», lo chiamòdebolmente Sharon, ma il ragazzo scosse vistosamente la testa.
«Non urlare!»
«Non urlo», sussurròla ragazza, avvicinandosi debolmente. Si accovacciòal bordo della vasca e gli pose la tazza di caffèche l’avrebbe certamente aiutato. David dapprima scosse la testa, poi decise di assecondarla e bevve tutto d’un sorso, piegandosi in una smorfia di disgusto.
Nell’arco di dieci minuti David infilòla testa nel water circa cinque volte, Sharon lo sorresse e lo aiutòa lavarsi denti e faccia. Quando anche l’ultimo sintomo lo abbandonò, David non riuscìa trascinarsi fino in camera da letto e si accasciònuovamente nella vasca da bagno.
«Non rendermi le cose difficili», soffiòla ragazza, stremata dalla giornata decisamente pesante che aveva dovuto affrontare.
David le fece spazio e con gli occhi chiusi la invitòal suo fianco.
«Piantala, Dave. Hai un letto grande una piazza e mezza, perchédevi dormire in una vasca?», gli chiese in maniera retorica.
«Perchécosìposso sfidarti e baciarti».
Quell’affermazione la destabilizzò, non avrebbe mai pensato di sentirsi rispondere in quel modo e non poténegare a se stessa d’aver apprezzato.
«Non ne hai avute abbastanza oggi, eh?», gli chiese, tirando appena un lembo del lenzuolo, che David afferròe trattenne. La forza non gli mancava, nonostante tutto.
«Di te no».
Sharon sussultòsul posto per quell’ammissione. Il cuore le schizzòin gola e cercòdi soffocare il formicolio allo stomaco che le aveva  provocato quella frase. David le dedicòun debole sorriso e Sharon non potéresistere.
Lo raggiunse alle spalle e si accovacciò, poggiando il mento sulla sua spalla. E David fu talmente veloce che Sharon neppure se ne accorse: le loro labbra si legarono, combaciarono come due tasselli di un puzzle. Le loro lingue si rincorsero in un gioco armonioso che superòi dieci secondi, ma nessuno dei due sembròfarvi caso. Sharon portòle dita tra i suoi capelli e li strinse debolmente, mentre David si lasciava cullare dalle sue carezze dolci. Fu stordito dal profumo di lavanda che Sharon emanava  e la strinse di piùal suo corpo, mentre lasciava una carezza sulle sue gambe scoperte. Assaggiòla loro consistenza, le risalìe portòle dita al di sotto della maglietta leggera. La sua pelle scottòal semplice tocco e l’emozione fu talmente forte che il corpo reagìin autonomia. David si posizionòsu un fianco e il suo volto potéfinalmente assimilare i contorni di Sharon: le passòuna mano tra i lunghi capelli e giocòcon una ciocca; la spensieratezza che traspariva dai loro gesti, dalle loro sensazioni, dalla familiaritàche nasceva all’atto della loro unione, faceva di loro dei deboli. Non riuscivano a rifiutarsi, a starsi lontani, e, pur sapendo d’avere il fuoco tra le mani, accoglievano le bruciature, pur di non rinunciarvi.
Il trambusto al piano di sotto sembròterminare d’improvviso, la corrente sbalzòe Sharon pensòimmediatamente a Claire. Aveva completamente dimenticato che la casa fosse sommersa d’ubriachi e, per un singolo attimo, le parole di Luke le oltrepassarono il cervello. Vibròappena e fu in quel preciso istante che le sue labbra smisero di sfiorare quelle di David. Si ritrasse e chinòil capo, mentre il ragazzo tentava d’ingabbiare quanto piùossigeno possibile.
I pensieri vorticavano irrefrenabili, Sharon desideròspegnerli con la forza di un soffio, ma divenne arrendevole, cercando di concentrare la propria attenzione sul volto di David.
Fu quest’ultimo a irrompere nel silenzio. «Ho trascorso tutto il pomeriggio ad aspettare Justin», bofonchiò, massaggiandosi una tempia. Justin era un omino simpatico sulla cinquantina d’anni che si occupava di qualunque cosa e aveva contatti con tutta la città. Era stretto amico di famiglia e David aveva pensato di chiamarlo, contando sulla sua discrezione; e cosìera stato. Nell’arco di una giornata, la veranda era tornata al suo  esatto splendore e nessuno se ne sarebbe mai accorto.
«Sei fortunata che non abbia sporto denuncia».
Sharon si aprìin un breve sorriso e arrestòle dita, che volevano correre in direzione dei suoi capelli. David captòquel movimento soppresso e sospirò, affranto. Le rivolse uno sguardo ricolmo d’amarezza e gli occhi caddero sulle sue labbra dischiuse.
«Sono dispiaciuto per il mio comportamento», diede spazio ai suoi pensieri e li canalizzòverso la bocca, sperando che Sharon potesse apprezzare. «Volevi aiutarmi, anche se spaccare una finestra non rientrava nel pacchetto, soltanto che avevo bisogno di reagire in quel modo».
«Quale modo, Dave?», replicòschietta la mora. «Urlando contro il mondo d’aver bisogno di un ammasso di estranei ed alcol per superare la perdita di un familiare?», non trattenne l’aciditàdel proprio discorso, bensìsi convinse del fatto che potesse soltanto fargli bene, sentirsi dire com’era che stavano realmente le cose.
David arricciòil naso e osservòil soffitto. «Ho trascorso la mia infanzia con quell’uomo. Ho sempre pensato che potesse essere migliore di mio padre, ma èbastata l’entrata in societàdi Luke e i miei interessi per il disegno a fargli dimenticare d’avermi come nipote».
Sharon fu tentata di stringergli la mano. «Disegno?», fu l’unica cosa che riuscìad esprimere. Ricordòdel cavalletto nella camera, della sfilza di fumetti esibiti sulle mensole di legno e un sorriso dolce si impossessòdelle sue labbra.
David sembròimbarazzarsi, deviòlo sguardo della ragazza e puntòil lavandino bianco, come se avesse davvero qualcosa d’interessante. «Che scoperta».
«Per me lo è», ribatté, con un nodo alla gola. Claire sapeva di questa sua presunta passione?
David notòl’espressione turbata della mora e le riservòuna rapida analisi, prima di emettere un sospiro lungo e pesante. «Nella mia famiglia non esistono i sogni. Ognuno segue una striscia rossa, imposta dal cognome. Non posso permettermi néambizione nédesiderio per qualcosa che non riguardi il mondo d’affari Baker».
Sharon percepìuna nota d’astio in quel discorso e non potéche biasimarlo. Erano piùvicini di quanto pensasse, del resto neppure la madre era favorevole ai suoi studi futuri; ciòche peròdistingueva David da Sharon, probabilmente, era il fatto che il primo teneva fin troppo agli affetti familiari per poter dar  loro una delusione di quel calibro, mentre la seconda s’infischiava delle premesse del proprio cognome e desiderava soltanto allontanarvisi il piùpossibile, per acquisire una personalitàautonoma.
«Tu non vuoi, David», sussurròa quel punto la mora.
Il ragazzo inarcòun sopracciglio, preso in contropiede. «Lo pensi sul serio?»
«Altrimenti perchéne staremmo parlando?», contestòlei, il timbro calibrato. «Dopo quest’Estate, nulla saràpiùlo stesso. Avrai la vita nelle tue mani e potrai decidere cosa farne. L’hai detto tu stesso: di Baker ce ne sono giàabbastanza in societàe sono sicura che tuo fratello compensi per bene la tua assenza».
Quella frase venne fraintesa e Sharon se ne accorse soltanto quando David si rabbuiò.
«Lui compensa sempre tutto».
«Non intendevo questo», cercòdi porre rimedio, ma David le diede nuovamente le spalle.
«Nessuno lo intende mai», sbuffò, con voce stanca.
«Io non sono nessuno», il suo stesso mormorio la scosse. Portòle mani al petto e aggrovigliòle dita attorno alla maglia, sentendo il cuore perdere man mano battiti.
Reagìd’istinto, si aggrappòalle spalle di David e si accoccolòcontro la sua schiena. Il suo respiro la cullòe socchiuse gli occhi, sentendo il peso della vita gravarle sulla testa. Coprìentrambi con un lembo del lenzuolo azzurro e, senza soffermarsi sulle azioni, gli lasciòun bacio dietro la nuca, con una debole carezza lungo il braccio.
«Sai perfettamente cosa intendevo, David. Non farmelo dire», gli sussurròall’orecchio.
Il giovane non rispose, rimase immobile e Sharon pensòche il sonno avesse ottenuto il sopravvento. Poggiòla guancia contro la sua schiena e ispiròil suo profumo, con il forte impulso di abbracciarlo e non lasciarlo andar via.
«Resto qui, stanotte. Per te».
Certa che David fosse ormai tra le braccia di Morfeo, si lasciòandare a quel bisbiglio, a quella breve confessione che non lasciònulla al caso. Sharon stava smarrendo la strada, aveva perso i contorni di ciòche la circondava e lo stava facendo consapevolmente.
L’occhio cadde sul cielo sereno al di fuori della finestra: il temporale era passato, il blu era tornato. L’indomani sarebbe stata una bella giornata, o quantomeno, Sharon se lo augurava.
Chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dalla dolce sensazione che le provocava la vicinanza di David, mentre quest’ultimo, con gli occhi ancora sbarrati, aveva le labbra increspate in un mezzo sorriso, per quel sentimento che, sapeva, stava per essere smascherato.





 
If you have a minute.
So che non ho diritto alla parola, ma lasciate che vi spieghi un dettaglio fondamentale: è pur vero che non aggiorno da ormai mesi, ma questa storia è nata per essere una raccolta; non vi è alcun termine di scadenza, potrei anche decidere di troncare con questo capitolo come qualcun altro, perché alla fin dei conti si tratta di momenti. Ovviamente non è mia intenzione farlo e sono dispiaciuta per coloro che ripongono fiducia nei miei confronti e pazientano per leggere qualcosa di Sharon e David. Eppure avevo bisogno di farvi questa premessa, perché, per quanto mi dispiaccia, questa resterà ugualmente una raccolta di momenti e la mia priorità è la long-fiction.
Cercherò, in ogni caso, di pubblicare non ogni cinque mesi, questo è certo!
Chiudendo questa parentesi, spero che la vostra estate stia scorrendo per il meglio e vi auguro di trascorrere più tempo possibile nel relax più totale, perché il caldo è decisamente eccessivo in questi giorni e sento fondere tutte le rotelle del cervello >.< (tante che ce ne sono)
Bando alle ciance, questo è il mio Gruppo Facebook, dove siete sempre i benvenuti per domande e chiacchiere varie!
Ringrazio per la pazienza di coloro che avranno aperto questo capitolo dopo secoli di attesa :)

 

   
 
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