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Autore: Will P    09/06/2007    2 recensioni
"Passata un’altra notte, finito un altro giorno.
Mai pensato potesse essere così angosciante -tutto.
Sono in bagno, davanti allo specchio, da prima dell’alba. Prendo le forbici che scintillano malignamente nella tenue luce mattutina, e mi guardo negli occhi, serio. Poi serro le palpebre, e via."
Racconto liberamente ispirato dalla lunga frequentazione scolastica di Pirandello.
Genere: Generale, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Novella

Esperimento sperimentale. Di norma non scrivo in prima persona, ma ho seguito l’ispirazione del momento. Questo è quello che provoca studiare Pirandello per quattro mesi, guh. (vi divertite di più quindi se siete pratici dell’argomento)

 

 

Novella

 

Corsa. Si fermano in un parco. James guarda Mary con occhi dolci, mentre entrambi riprendono fiato.

«Grazie… grazie James! Cielo, senza di te, chissà cosa…!»

«Non preoccuparti Mary. È tutto a posto, non ti accadrà mai più nulla, te lo prometto.» Sorriso smagliante.

«Oh James!»

«Oh Mary!»

Bacio appassionato. Grandangolo sul tramonto.

 

Mal di testa, mal di testa, mal di testa. Mal. Di. Testa.

Ma chi li scrive questi stupidi copioni? Dio, sul serio, mia sorella a scuola scrive cose migliori. Dove sono le aspirine? Ah, eccole, non mi ricordavo fossero qui dentro… Copione, che ci devo fare con te? Impararti a memoria o metterti nella lettiera del gatto?

«James, figliolo!»

«Salve, signor produttore.» accidenti, è arrivato il vecchio, l’aspirina dovrà aspettare.

«James, hai imparato la parte? Ma guardati i capelli, ti si vede la ricrescita! Mmh… ti programmo per domani una seduta dal parrucchiere, okay?» Certo «Beh, io devo andare, non ti immagini quanto lavoro…!»

Capelli? Ricrescita? Ah, è vero, stanno tornando alla ribalta i miei cari capelli neri, speravo non se ne fosse accorto. Quindi domani tinta; ancora quell’orrendo pastrocchio giallo sui miei capelli.

Spero solo che l’aspirina non sia scaduta.

 

*

 

«Ecco qua il nostro piccolo James Smith!»

Smettetela, vi prego, sono Frederick. Frederick Straher, è tanto difficile? Almeno voi dovreste ricordarvelo…

«Ciao mamma, ciao papà… passavo di qui, sono venuto a farvi un saluto.»

«Vuoi entrare caro? Dai, ti faccio un caffè.»

Dio me ne scampi! «No mamma, non ti preoccupare, devo fuggire subito…»

«Oh, dicci almeno come te la passi! Il lavoro? Ti seguiamo ogni giorno in TV, sai! E con le ragazze? Quella Mary sembra simpatica.»

Grazie papà, apprezzo lo sforzo: al lavoro mi schiavizzano, e quella simpatica “Mary” si chiama Amber, ma fa niente…

«Tutto bene papà, tutto a gonfie vele… cavoli, si è fatto tardi, devo andare. Ciao!»

 

Fuggire da questa prigione.

 

*

 

«Oh - mio - Dio»

«No! Ma…!»

«È lui! Guardate, guardate!»

«Avete una penna? Aaah, dammi quella penna!»

 

Ci sono cinque ragazzine che marciano incontro, armate di un quaderno e una penna e con un’aria estremamente agguerrita. Firmare autografi è spossante a volte…

Mi si piazzano davanti, con dei sorrisi smaglianti stampati in viso; non posso fare a meno di notare che hanno tutte lo stesso stile, tutte lo stesso colore di capelli (biondo ramato -l’ultima moda-), apparte l’ultima, quella con i capelli rosso fuoco, che è rimasta un po’ più indietro.

Mi chiedono l’autografo come da copione (wow, che umorismo oggi!) e senza colpo ferire mi piazzano davanti un block-notes intonso. Faccio cinque firme veloci e una del gruppo ritira il taccuino con mano tremante; si riuniscono religiosamente attorno alle pagine scarabocchiate, gli occhi luminosi d’emozione, e le vedo scandire in silenzio “Frederick Straher”. Si guardano l’un l’altra vagamente perplesse, temono che io sia un impostore che si spaccia per il loro James Smith.

Non so perché, ma sorrido. «Frederick. Mi chiamo Frederick Straher, sapete, James è il mio personaggio nella serie.»

Sembrano ancora un po’ disorientate, ma ringraziano allegramente e se ne vanno cullando quei pezzi di carta. La rossa, però, si ferma un attimo e mi guarda curiosa, poi mi chiede, lievemente titubante «Scusa la domanda ma… sei moro? Perché ti fanno tingere i capelli così?»

Chissà, gioia nell’annientare l’identità altrui?

«Chissà, esigenze di copione? Beh, ciao…»

Mi incammino; dietro di me sento a mala pena un “ciao Frederick” appena mormorato e i passi affrettati della ragazza che raggiunge le sue amiche che l’avevano lasciata indietro.

È solo per questo che continuo il mio lavoro, perché si ricordino il mio nome. Paradossale, quindi, che quello famoso sia il mio alter ego.

 

La strada sembrava meno claustrofobica prima.

 

*

 

Quando entro in casa, il primo ad accogliermi dal divano è il mio gatto, con una sonora ronfata. Lo accarezzo distrattamente dietro un orecchio, finché dalla cucina non mi arriva il frastuono tipico delle pentole che si schiantano al suolo, seguito a ruota da un serafico “ciao Freddy”.

«Amore che stai facendo?» entro in cucina levandomi il cappotto, mentre il mio ragazzo, con la sua straordinaria nonchalance, mi fissa con un tegame in una mano e un mestolo nell’altra.

«Io? Niente. Toast. Facevo toast. Le pentole si sono suicidate e quel piatto sotto il tavolo ci si è messo da solo.»

Lo guardo male, ripescando una birra dal frigo; lui ha il buonsenso di posare gli arnesi che ha in mano. Non faccio quasi in tempo a rendermene conto che mi sta abbracciando stretto, rassicurante; la birra ancora chiusa mi sfugge di mano atterrando con un tonfo sordo sul pavimento.

È davvero un mistero, per me, come faccia a capire sempre quando sono giù: firmare autografi, il lavoro, vedere i miei… sono cose che mi angosciano. Maledettamente.

 

Chiudo gli occhi, esausto, lasciandomi sussurrare contro la spalla il pensiero che mi tormenta da sempre ma che io, mai, avevo pronunciato ad alta voce.

«James ti sta uccidendo.»

 

*

 

Passata un’altra notte, finito un altro giorno.

Mai pensato potesse essere così angosciante -tutto.

Sono in bagno, davanti allo specchio, da prima dell’alba. Prendo le forbici che scintillano malignamente nella tenue luce mattutina, e mi guardo negli occhi, serio. Poi serro le palpebre, e via.

 

Quando riaprendoli vedo il primo ciuffo biondo cadere nel lavandino, sento tangibile, quasi solida, la maschera che si incrina. Ancora poco, e si spezzerà. Taglio una seconda ciocca, e un’altra ancora.

 

Addio, James.

 

 

 

---

Perché se la prof ci dice “Ragazzi, perché non provate a scrivere qualcosa di pirandelliano?”, è ovvio che io divento pericolosa. Professoressa ci mancheràààà! ç___ç *è triste per la fine della scuola*

 

-Note poco importanti che potete anche saltare-

Innanzitutto: sì, Fred è gay. Lo chiarisco perché altri a cui l’ho fatta leggere non se ne sono accorti. °° (credo)

La figura di Fred è nata sostanzialmente da sola: Pirandello aveva la ‘fissa’ della maschera, ed ecco Frederick. Fred fa l’attore, in pratica Fred fa la maschera. Il suo lavoro è sottomettersi alla maschera. Così sono scaturiti i contrasti del personaggio: la tinta di capelli, il nome che nessuno ricorda, i genitori che gli chiedono come va con la ragazza e le ammiratrici sgallettate.

Le uniche persone che sono vicine a Fred (non James) sono il suo fidanzato e la ragazzina coi capelli rossi. ‘Mary’ è nella sua stessa situazione, ma questa è un’altra storia.

Ultima cosa: la scelta dei nomi -ossia: l’elogio della banalità. Credo che l’assoluta piattezza di ‘James Smith’ si spieghi da sola, no?

-fine delle note poco importanti-

 

Sinceramente, non so perché ho spiegato la storia. Non lo faccio mai, e non credo lo farò in futuro, ma questa in particolare mi premeva molto. Perché, diamine, c’è un’introspezione voluta e programmata! Uau!

Pirandello si sta rivoltando nella tomba. Come una trottola.

 

Will

   
 
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