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Autore: d r e e m    11/04/2013    8 recensioni
Quanto profondo può essere il cuore di un semplice uomo? Quale abisso si cela negli occhi di Damon ritrasformato in umano, non per sua scelta? Questa è una storia che parla di scherzi del destino, di nuove alleanze divenute nel tempo sempre più forti. Qualche amico si perderà lungo la strada, quale rimedio salverà la vita di più di una persona? E adesso quanto profondo può essere il cuore umano di Damon? Elena non lo sa, ma continua a contarne i battiti.
Dal capitolo 31:
Abbozzò il mio nome con le labbra. E fu allora che la strega, con un movimento veloce del polso, lo fece esplodere.
Mi si incrinò qualcosa, all’altezza del bacino, perché dalla vita in giù non riuscii a sentire più niente.
Mi voltai verso il vampiro, affondai i denti sulla sua spalla e con quanta foga avessi in corpo urlai tanto da farmi male la gola.
Cercai di aggrapparmi finché non sentii lieve il sapore metallico del sangue di Damon arrivare alla mia lingua attraverso il tessuto poroso della maglietta.
Morire in quella posizione, rannicchiata contro il petto dell’uomo che amavo, era una morte più che accettabile.

[Conclusa]
Genere: Introspettivo, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Damon Salvatore, Elena Gilbert, Nuovo personaggio, Stefan Salvatore | Coppie: Damon/Elena, Elena/Stefan
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
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EPILOGO- IT’S A HUMAN THING [YEARS LATER..]

 

“Papà chi è questa signora?” borbotta la bimba dai capelli color mogano arricciando il naso e scoccando un’occhiata sorniona da gatto curioso a Jeremy che la sostiene per la vita.
Poi la bambina mi fissa stranita con gli occhi verdi che somigliano tanto a quelli di zia Jenna e il mio cuore vacilla un po’ sul da farsi. Dondolo un po’ sui talloni intimidita da quella presenza seppur lieve che tuttavia mi metteva ogni volta in imbarazzo. Provo a piegare gli angoli della bocca in un sorriso rassicurante, ma la bambina non sembra per niente rassicurata e continua a scoccare calci e alla pancia di Jeremy ricoperta da una camicia scozzese a quadri bianchi e blu.
“Miranda, sta buona. E’ solo un’amica che è venuta a trovarci da molto lontano” la rimprovera bonariamente Jeremy e la piccola sembra dare ascolto alle parole del padre perché distoglie lo sguardo su di me e concentra la propria attenzione sull’orologio d’acciaio di mio fratello.

Amica. Dopotutto non potevo pretendere il contrario visto che sono passati diciassette anni e ho ancora l’aspetto di una ventenne. Amica era il termine appropriato, un modo per presentare alle figlie vecchi conoscenti, il livello di relazione capace di far abbassare la guardia e avere un comportamento reciproco più mite. Zia non avrebbe fatto al caso mio, quanto meno non nelle mie condizioni.
“Tranquilla Miranda, io e tuo papà ci conosciamo da tanto tempo ormai” provo a iniziare ma la bambina adesso sembra troppo distratta per sentire le mie parole. Jeremy rotea gli occhi al cielo prima di fissarli sui miei.
“Eravamo come fratello e sorella una volta” minimizza e noto l’accento amaro con cui lo dice tanto da farmi abbassare lo sguardo per osservare le punte dei miei stivali che picchiettavano sul selciato grigiastro del cimitero di Mystic Falls.
Gonfio le guance e cerco di prendere l’iniziativa prima che questa conversazione possa piegarsi verso lati oscuri e negativi dei quali di sicuro né io né Jeremy volevamo parlare di fronte alle bambine.
“Come sta Samantha? Non è venuta oggi qui con te?” chiedo torturandomi le mani e il dito con l’anello che mai mi aveva dato fastidio come in quel momento.
“No, aveva da riordinare la casa e poi, sai, è in ritardo con la tesi di laurea perciò approfitta delle mattine libere per studiare” spiega con una scrollata di spalle issando maggiormente Miranda.
Quella più che una risposta suonava come una giustificazione. Dopotutto chi è che vuole vedere – e avere- un vampiro come cognata.
Nei primi anni in cui mi ritrovavo da sola a vagare per gli Stati Uniti incontrai Samantha in una città del Colorado. Era minuta e bassa, con un’insolita voglia a forma di falce dietro la nuca e i capelli color miele ma aveva una grande tenacia e forza da vendere dietro quei occhi verdi da cerbiatto. Non so cosa Jeremy trovasse in lei, se per l’incredibile intelligenza di cui era dotata o forse per il bello e grazioso aspetto. Quando glielo domandai una volta a Denver, uno dei miei tanti soggiorni dopo essere diventata vampiro, gli chiesi che cosa ci trovasse in Sam, così come la chiamava. Non che fossi gelosa, ma per quello che aveva passato, desideravo sinceramente che non soffrisse più in futuro. “Mi ricorda un po’ te” mi rispose e io non ebbi altre obiezioni a riguardo. Dopo la fuga di Klaus, la fine degli Originali e la morte delle persone a noi più care, si sposarono, lasciandosi alle spalle tutto il resto. Lasciandosi alle spalle anche me. Samantha seppe ogni cosa del suo passato, dalla decimazione della nostra famiglia all’esistenza di esseri sovrannaturali. Non si scompose, semplicemente si sfilò gli occhiali da vista per quel misero grado e mezzo che le mancava e butto giù tutto d’un fiato, vampiri, licantropi, streghe e compagnia bella. Era una donna forte dopotutto, la più adatta per Jeremy.
“Papà dove dobbiamo posare i fiori per zia Jenna?” pigola una voce alla sua destra proveniente dalla figura slanciata di un’altra bambina dall’aria minuta con occhi color nocciola e ciocche di capelli chiari. Elena Isobel Gilbert mi scruta con aria naturale senza aver paura e quando fa così ho paura del potere del soggiogamento, forse che non faceva effetto su di lei?
Jeremy si apre in un sorriso malinconico e prende la manina sottile della mia omonima voltandosi per raggiungere la tomba di Jenna. Poi si volta rivolgendomi uno sguardo di sottecchi come se volesse non farsi vedere dalle bambine.
“Vieni con noi?” mi chiede e mi irrigidisco come un pezzo di legno. Lo svantaggio di essere ciò sono è che ogni singola emozione, per quanto piccola sia, si trasmette in ogni centimetro del mio corpo con la stessa intensità di mille lampadine e in quel momento sentivo il senso di rimorso e frustrazione rodermi dall’interno. Ma per fortuna ero diventata abbastanza brava a controllare il tutto o quanto meno stavo imparando già da un po’.
Lascio scivolare i ricordi e accenno un flebile si insieme ad un movimento del capo.
Elena mi offre la sua mano e io gliela stringo sentendomi un po’ impacciata. Quando arriviamo alla tomba di Jenna, Miranda protesta per essere messa e terra e con fare dispettoso ruba una gardenia dal mazzo della sorella porgendola sopra la tomba. Le bambine se ne stanno in silenzio di fronte alla tomba mentre Jeremy sospira e mi prende una mano.
“E allora, dove sei stata in questi ultimi sette anni?” chiede col tono canzonatorio di quando aveva diciassette anni. Adesso si può permettere di comportarsi normalmente, di ritornare per poco tempo al soprannaturale.
“Washington, Los Angeles, Barcellona, Vienna, Tokyo—no, forse sono stata prima a Tokyo e poi a Barcellona, non ricordo di preciso” fingo e il mio tono sembra essere divertente visto che Jeremy si apre in un sorriso a trentadue denti.
“di Klaus, hai avuto notizie?” chiede e la fronte alta gli si corruga in tre increspature.
Avrei potuto dirgli che avevamo incontrato Klaus nel nostro cammino, che ha voluto sapere tutta la storia di Tatia e di come l’avevamo conosciuta, avrei potuto raccontargli di quando mi era tornata in mente la memoria, quando l’incantesimo di Tatia era svanito a causa della sua morte, di come Klaus ci aveva aiutati nel riacquistare tutti i ricordi relativi a quel periodo, ma non lo faccio, mi limito a denigrare con il capo.
“Abbiamo perso ogni contatto poco dopo la nostra partenza da Mystic Falls, non penso che lo rivedremo mai più”. Per l’esattezza avrei dovuto dire non penso che tu lo rivedrai mai più. In quanto a noi, avevamo più o meno l’eternità.
“Sai, mi sei mancata in questi sette anni” dice rivoltandosi le maniche della camicia per poi grattarsi la peluria spessa del mento.
Ed è in quel gesto impacciato che riscopro il fratello che pensavo di aver perso quando sono diventata vampira, quando il tutto è diventato più complicato e la sua vita è stata messa in pericolo tante volte. Penso ai sette anni di lontananza da lui e provo una fitta allo stomaco. Finchè avevamo una famiglia dovevamo aggrapparci a vicenda per non cadere, per non sprofondare nella pazzia.
Mi alzo in punta di piedi e lo abbraccio ma la situazione sembra invertita perché le sue spalle da uomo mi circondano e mi fanno sentire più consolata che consolatrice.
Mi sento strattonare il giubbotto e il musetto di Miranda si intrufola nella mia visuale.
“Papà facciamo a chi arriva prima da zio Rick?” chiede e noto uno spazio tra i denti davanti.
“Certo, andate tu ed Elena, chi vince la farò sedere sul sedile davanti” annuncia contento e le bimbe cominciano a correre tra le tombe ingrigite del cimitero.
Sono pronta a seguire le mie nipoti, chissà questa volta forse vincerò data la mia supervelocità, quando sento quattro ruote di una Jaguar mordere l’asfalto e fermarsi poco lontano l’entrata del cimitero.
Non faccio in tempo a schiudere le labbra che un rumore di clacson infernale mi perfora i timpani e mi dice implicitamente di muovere il culo e montare in auto. Potevo sentire la voce del proprietario irritante ma al contempo seducente e ironica. Roteo gli occhi e cerco di trovare un minimo di comprensione negli occhi di mio fratello.
“Anche lui è tornato a Mystic Falls?” mi chiede con una punta di disprezzo che purtroppo non è mai riuscito a evitare quando si parlava di lui.
“Siamo qui per una questione importante, Jeremy, e Damon doveva esserci” dico ma alle sue orecchie la mia sembra solo una sciocca giustificazione. Dopotutto dopo sette anni di peregrinazioni, di lotte e contese varie alla fine lo avevamo ritrovato l’amore che avevamo perso, ce lo siamo ripreso con le unghie a furia di ricordare. Ci siamo aiutati a rimettere in mente ciò che eravamo e da lì abbiamo continuato da dove avevamo lasciato in sospeso.
Un altro suono di clacson e devo ordinare ai miei piedi di schiodarsi dal suolo, premo le mani sudate alla tempia cercando quale scusa sarebbe stata più idonea per non ferire l’animo già martoriato di mio fratello.
“Senti Jer-” inizio ma vengo interrotta dalla voce di Jeremy.
“Dimmi solo che rimarrai ancora un po’ a Mystic Falls” dice tutto d’un fiato e i suoi occhi scuri sono carichi di un’accesa preoccupazione.
Non sarei potuta rimanere in eterno, questo lo sapeva. Tuttavia mi strappa un sorriso e un si nonostante quello non fosse esattamente ciò che avevo in programma.
“Ora vai, prima che le bambine si allontanino troppo” borbotto e questa volta sono io a strappare a lui un lieve sorriso.
Si volta incamminandosi lungo il sentiero ma a poco più di sei metri mi sfugge il suo nome e lui si volta, assottigliando gli occhi per via del sole.
“Salutami Rick” dico e una patina umida mi copre gli occhi.
Lo osservo camminare con la sua andatura un po’ stanca e goffa, come quella di un diciassettenne. In fondo credo che lui sia rimasto un po’ diciassettenne, dopotutto ciascuno di noi è rimasto quello che era un tempo.
Mi volto solo quando non lo vedo più aggirarsi tra le lapidi e le mie orecchie avvertono le voci lontane di Elena e Miranda che rimproverano il loro papà per il ritardo.
Cammino svelta fino ad imboccare l’uscita del cimitero dove mi aspetta una Jaguar tirata a lucido.
“I morti del cimitero avevano deciso di dare un festino in tuo onore?” domanda Damon abbassando leggermente le stecche degli occhiali da sole a specchio e abbassando il finestrino della macchina, scoccandomi un’occhiata furbesca e di finto rimprovero.
Roteo gli occhi e apro lo sportello infilandomi dentro l’abitacolo della macchina che sapeva di balsamo per capelli e di zero positivo.
Mi sistemo al meglio sul sedile e lascio che i miei nervi si distendano. L’incontro con Jeremy era stato il primo di una serie di incontri a cui mi sarei dovuta abituata a fare.
Solo quando alzo lo sguardo mi accorgo che Damon aveva messo in moto già da tempo e ci stavamo dirigendo verso casa- se ancora esisteva una casa.
“Che dice il piccolo Gilbert?” cerca di spezzare il silenzio. Sa bene che i miei silenzi nascondono di più, lo ha imparato a sue spese: le notti trascorse nei motel durante le quali ricordavo qualche nome, un’immagine, una parola e ricadevo nel vuoto dell’incantesimo; le volte in cui in macchina mi lasciavo trasportare dal paesaggio e ciò che vedevo erano solo pini, foreste, montagne, baite nascoste che speravo essere abitate; quando i miei nervi saltavano al rumore di uno scoppio, il più piccolo, perché un’angoscia pesante mi riportava alla mente il ricordo di un ragazzo dai capelli fulvi.
Damon sapeva di che cosa erano fatti i miei silenzi e, anche se lo mascherava bene, era allarmato quanto me di questi vuoti e riempimenti continui del nostro pensiero.
“Bene, era insieme ad Elena e Miranda al cimitero. Stavamo portando fiori sulla tomba di Jenna e Rick” rispondo e noto una leggera contrazione della mandibola da parte sua. I suoi occhi blu non si discostano dalla strada ma continuano imperterriti a seguire la carreggiata.
“Non credi che la pensione Salvatore sia stata confiscata dalla città? Dopotutto sono quasi vent’anni che non ci abita più nessuno” domando mentre allungo la mano pigiando alcuni tasti dell’autoradio per avere un po’ di musica.
“Diciamo che mio fratello tiene troppo a quella casa per lasciare che dei luridi politici se la possano prendere per cui abbiamo fatto già il necessario per il passaggio di proprietà” risponde ingranando la marcia e scivolando ancora di più per le vie di Mystic Falls.
Alzo un sopracciglio confusa dalla spiegazione.
“E chi l’ha acquistata?” schiocco la lingua ma un sorriso sbilenco da parte del vampiro mi fa capire che la mia curiosità sarebbe stata soddisfatta una volta arrivati lì.
Mystic Falls era come me la ricordavo, cittadina dispersa nello stato della Virginia con un numero discreto di abitanti e con un passato che avrebbe fatto gola a qualsiasi film dell’orrore. Ciò che stupiva non era il fatto che le persone non si accorgessero di niente, ma la bravura che il Consiglio avesse avuto nell’insabbiare i casi più spinosi e palesi.
Damon imbocca il sentiero e già so a quale distanza troveremo casa Salvatore.
Non appena spegne il motore, dall’interno dell’abitacolo sento la calma che da sempre aveva caratterizzato quella pensione- almeno in apparenza.
“Questo posto fa più schifo di come lo ricordavo” esordisce Damon guardando obliquamente la struttura con in volto una leggera smorfia. Siamo arrivati a casa non era sicuramente una delle sue frasi.
Sorrido e si accorge di questo mio mutamento di umore per cui si avvicina e mi attira verso di sè.
“Perché non entri e chiedi al proprietario se possiamo usufruire della casa? Sono sicuro che non ti dirà di no” mi propone e preme le labbra contro la mia testa scostandomi i ciuffi corti di capelli che, da quando eravamo partiti da lì, mi ostinavo a portarli corti al di sopra delle spalle.
Ubbidisco più per curiosità di vedere chi avrei trovato alla porta che per subordinazione al Salvatore.
Entro nel porticato e busso alla porta, completamente sprovvista di cosa dire. A pensarci meglio, un buongiorno sarebbe stato più che sufficiente.
La porta si apre e per poco il mio cuore ruzzola da qualche parte.
“Elena? Sei tu, vero?” mi chiede togliendosi gli occhiali da vista che nascondevano i grandi occhi azzurri.
Incontrare Jeremy e Matt in un giorno solo era troppo anche per un essere sovrannaturale come la sottoscritta.
Con uno slancio lo abbraccio, facendo attenzione a moderare la mia forza e noto anche in lui i segni del passare del tempo.
Ci dondoliamo un po’ fino a che non lo sento tirare su col naso e allora mi accorgo che anche io ho gli occhi umidi di lacrime.
“Quindi ora sei tu il proprietario della pensione?” chiedo slacciando le braccia intorno al suo collo e riprendendo fiato, mettendomi un ciuffo di capelli dietro le orecchie.
“Stefan e Damon hanno fatto il passaggio di proprietà a mia insaputa. Mi sono trovato contratto e chiavi in una busta e sono stato trasferito qui” dice alzando lo sguardo un po’ incerto sulle assi di legno del porticato come se fosse ancora il primo giorno di permanenza in quella casa.
“Dovevamo trovare qualcuno che ci facesse le pulizie e visto che lui si lamentava sempre dell’affittò troppo alto—” si giustifica Damon intrecciando le mani sui miei fianchi e scrollando leggermente le spalle nel suo solito modo da finta non curanza. Matt sorride e da sotto gli occhiali leggo una sincera felicità nell’incontrarci dopo così tanto tempo. Matt era uno dei pochi a cui non avevo potuto dire addio, uno dei tanti che non vedevo da molto tempo eppure non fa domande, non chiede cose inopportune, si limita a guardarmi perché sa bene che ogni sguardo può essere importante.
“Hai tagliato i capelli” osa dire e si porta tra le mani una ciocca e poi scosta lo sguardo rivolgendosi a Damon.
“L’ultima volta che mi ha chiamato Stefan non mi ha avvertito del vostro arrivo” dice corrucciando la fronte e cerca in Damon qualche segnale di risposta.
Il vampiro come se niente fosse lascia cadere i bagagli a terra con un tonfo sordo e ci sorpassa avvicinandosi alla soglia di casa.
“Perché non lo sa” annuncia e sgrana gli occhi con aria divertita. Dopo quasi due secoli il suo sport preferito era ancora recare guai e problemi al fratello. E la cosa non sarebbe di certo migliorata.
Scuoto la testa rassegnata a quell’idea e Matt poggia una mano sulla spalla invitandoci ad entrare.
Sorpasso Damon e varco la soglia sentendomi avvolgere da odori che fino a quel momento erano rimasti rinchiusi da qualche parte nella mia testa.
Osservo il tappeto decorato sotto i miei piedi, i soffitti alti, il camino grande posto al centro del salone, le poltrone in velluto, la luminosità soffusa che si sprigionava oltre le tende di una delle due finestre. Era proprio come era rimasto congelato nella mia mente, proprio come avevo cercato di ricucire pezzo dopo pezzo nella mia memoria guastata dall’incantesimo. Anche se non era la mia, quella era anche la mia casa.
“Ho una riunione a scuola tra poco” dice Matt alzandosi la manica della camicia per controllare l’orario. Solo allora mi accorgo delle pile di carte disposte sulla scrivania, dei test segnati di rosso e delle matite ed evidenziatori disposti a casaccio su un portapenne.
“Da quarterback a prof” stuzzica Damon mentre passa in rassegna con lo sguardo le buste e le cartoline disposte su un tavolinetto dove aveva posato le chiavi della Jaguar, poco distante dall’ingresso.
Matt arrossisce lievemente, prende la giacca e ruba le chiavi da sotto il naso del vampiro.
“Questo lo prendo come la restituzione del prestito” sorride furbescamente lasciando un Damon a dir poco attonito fino alla chiusura della porta con un tonfo.
“Mi ha rubato le chiavi della macchina?” chiede con aria sconcertata mentre gli angoli della bocca mi si curvano istantaneamente all’insù. Damon rimano ancora un po’ con la mascella semiaperta mentre il mio sguardo già vaga oltre, verso i mobili perfettamente in ordine, il lampadario, il camino senza la ben che minima traccia di muffa o sporcizia, i pomelli delle porte esattamente lucidate. Era passato troppo tempo dall’ultima volta che avevo messo piede in quella casa, troppo poco per potermi dimenticare gli aspetti anche più semplici.
Noto il tavolinetto con dei fogli sparsi, cartoline e lettere mandate dai posti più disparati. Leggo il mio nome e la mia mano si allunga prima ancora che potessi comandarla di afferrare l’oggetto. E’ una cartolina sottile dal lieve sentore di gel e cannella che presentava sul fronte un’immagine di New York, con i suoi grattacieli e la sua ampia vista sulla città. Mi rigiro la cartolina tra le mani indecisa se leggerla oppure riporla sul tavolinetto. Mi mordo un labbro ma alla fine la mia curiosità sembra avere la meglio.
La calligrafia chiara e in corsivo salta subito ai miei occhi e so già di chi è prima ancora che possa leggere il mittente. Era Caroline. Chiedeva a Matt come stava, se sua madre lavorasse ancora come Sceriffo o se avesse raggiunto finalmente l’età per la pensione, se il tempo era bello; scriveva che a New York stava nevicando e che aveva già fatto il giro di tutti i negozi della Fifth Avenue, raccontava che Stefan l’aveva accompagnata e che stava cercando di mettersi in contatto con me e Damon mentre erano sulle tracce di Tyler, diceva che avevano trovato una pista attendibile. In basso a destra c’era un numero scribacchiato con sotto la dicitura che quello era il loro nuovo numero così da poter essere nuovamente reperibili. Concludeva dicendo che presto si sarebbero trasferiti, probabilmente in Europa e che sia lei che Stefan lo salutavano. La cartolina presenta ancora una macchia di caffè ai bordi, probabilmente Caroline l’aveva scritta mentre aspettava Stefan in qualche caffetteria. In effetti la immagino così, da qualche parte con Stefan, dopotutto in qualche strano modo avevano bisogno l’uno dell’altra per ritrovare persone a loro care. Damon ed io non avevamo deciso di separarci da loro in maniera spontanea, semplicemente quando un giorno ci siamo svegliati con in testa i ricordi legati ai mezzi vampiri ci siamo guardati negli occhi e abbiamo compreso che dovevamo intraprendere questo viaggio da soli. E così siamo tornati in quegli stessi luoghi, tra i boschi dove rimaneva nascosta la Cascina con il covo di mezzi vampiri che continuavano a vivere la loro vita. Alcuni di loro conclusa la battaglia avevano abbandonato il luogo trasferendosi altri sono rimasti perché non avevano altro posto dove andare. Freddie fu sorpreso di vederci, ci credeva morti. Gli abbiamo spiegato cosa era successo, ciò che ricordavamo anche se i vuoti di memoria ci lasciavano smarriti e spaventati. Dopotutto cosa potevano fare due vampiri entrambi costretti ad esserlo e non per nostra scelta?
Il flusso dei miei pensieri viene interrotto da Damon che mi strappa dalle mani la cartolina sbirciandola con aria di sufficienza.
“Non dirmi che ti stai mettendo a piangere perché ti manca la biondina- che a quanto vedo se la sta passando bene” mi prende in giro e sorseggia il brandy contenuto nel bicchiere di vetro.
Mi accorgo di avere gli occhi lucidi e riprendo subito il controllo, apparendo serena e disinvolta.
“Sono cose da umani, Damon” dico riferendomi alla mia doppia natura e giustificando il mio comportamento, mentre sfilo il bicchiere dalle sue mani.
Lui approfitta del mio gesto per cingermi i fianchi e attirarmi a sé, soffiandomi a pelo sulle labbra per poi spostarsi sul mio orecchio con il respiro caldo e suadente.
“No, e’ una cosa da Elena” dice e il suo tono mi fa rabbrividire tanto da sentirmi tremare dentro, dalle scapole fino al basso ventre. Preme con la punta del naso lungo l’incavo del mio collo e reclino la testa all’indietro, per poco dimenticandomi di trattenere il bicchiere di liquore che ho in mano.
“Abbiamo ancora un po’ di tempo prima che arrivino” dice carezzandomi i capelli corti. Io rido e mi siedo sul cornicione del camino, baciandolo, allontanando per un breve momento i pensieri. Poi un ricordo improvviso e prepotente si insinua nella mia mente, una musica e dei passi leggeri di quasi una vita fa.
Apro gli occhi e prendo Damon per la mano, spostandomi a velocità vampiresca al piano superiore. Cerco di affidarmi solo all’istinto e quando Damon mi guarda in maniera interrogativa, lo ammutolisco con un cenno della mano e mi lascio trasportare dall’immagine del mio ricordo. C’è una maniglia, una scala che discende dal soffitto, odore di muffa e scartoffie varie. Ripeto gli stessi movimenti del mio ricordo e quando affaccio la testa attraverso la fenditura del soffitto mi ritrovo in quella che doveva essere la soffitta.
“Siamo già stati qui, vero?” chiedo e rivolgo lo sguardo a Damon. I suoi occhi blu sembrano persi in qualche viaggio mentale, in qualche ricordo sgranato del periodo in cui era ritornato umano.
Controlla i bauli, le scartoffie, i mobili e i lenzuoli inondati da una coltra di polvere, si rigira tra le mani un pallone da football di cuoio, ormai sgualcito e consunto dal tempo. Un sorriso amaro compare sul suo viso e stringe maggiormente il pallone che doveva essere stato suo e di Stefan tra le mani.
“Colin” sussurra impercettibilmente e i ricordi cominciano a riaffiorare più chiari e precisi. Quella mansarda era stata il luogo in cui si era rifugiato Colin, dove io e Damon siamo venuti per consolarlo, quel posto un po’ distaccato dal resto della pensione, territorio di Damon così come lo avevano definito. Ed era lì quel posto che mi era mancato dopo diciassette anni di peregrinazione per tutti gli Stati Uniti, quel posto che mi sarebbe mancato sempre. Dopotutto quella mansarda era un po’ come il mio cuore, il suo cuore: non c’era posto per lui, non c’era mai stato eppure quel luogo apparteneva solo ed esclusivamente a lui.
“Stai bene?” mi chiede e mi alza il viso con un dito. Lo guardo ma avverto il suo impercettibile brivido non appena incontra i miei occhi. Nonostante Freddie fosse rimasto stupito della nostra visita ci chiese che cosa fossimo venuti a fare lì alla Cascina. E fu lì, quando ricordai tutto, quando scoprii che avrei potuto riavere la mia umanità senza dover morire, che Damon mi propose di diventare una mezza vampira. Sarei cresciuta, sarei invecchiata, ma in un tempo così lungo tale da essere paragonato all’eternità. Damon teneva alla mia umanità forse più del suo essere vampiro perché in fondo sapeva che io ero la sua umanità. Bevvi il sangue di Frederick, e in meno di un giorno tornai ad avere fame e sete allo stesso tempo, tornai ad aver bisogno di ossigeno e a non bruciare al sole. Ma i miei occhi, del color nocciola ormai non rimaneva alcuna traccia. Grigio. Solo grigio argento.
“Si” rispondo e sorrido perché per una volta non mentivo, per una volta stavo realmente bene.
Prendo le sue mani e poi mi slancio abbracciandolo, sentendo le sue costole urtare contro le mie traballanti per i battiti frenetici del mio cuore. Per un momento sentii anche il suo battere, timido, inquieto, proprio come ai tempi di quando era umano, di quando eravamo entrambi umani. Lui che aveva passato secoli di rimpianti, di rimorsi, aveva distrutto ogni brandello di felicità perché gli mancava la sua umanità, gli mancava più di qualunque altra cosa al mondo, era dovuto ridiventare di nuovo umano per capire che in fin dei conti non gli era mai mancata. Che in basso, sotto ogni strato, ogni singolo essere di questo pianeta presenta un cuore ed è lì che risiede la vera salvezza.
Apro il palmo della mano e lo appoggio al suo torace come non facevo da tanto tempo ormai.
“Tu sei qui, Damon, nel tuo cuore” dico, ma mi sembra una battuta già detta e sentita negli echi della mia mente. Il vampiro strapazza le labbra in un sorriso ballerino e scuote la testa in senso di disapprovazione. Poi poggia le mano sulla mia e preme maggiormente in corrispondenza dello sterno, tra la prima e la seconda costola.
“No, tu sei qui” dice e mi sento fluire il sangue nelle vene, esplodermi in testa e ritornarmi al cuore come la risacca del mare.
Un suono insistente di clacson proveniente dallo spiazzale antistante la casa ci induce a lasciare la mansarda e a raggiungere la porta di ingresso.
Le voci familiari che provengono da dietro la porta ci fanno tornare indietro nel tempo e sospiro prima di aprire la porta.
“Apro?” chiedo scoccando un’occhiata di approvazione a Damon il quale rotea gli occhi al soffitto.
“Non vorrai far aspettare i nostri ospiti” risponde scimmiottandomi e aprendo la maniglia della porta.
Una giovane donna e un uomo alto e possente con i miei stessi occhi grigi ci sorridono timidamente. Sorrido a mia volta quando la mia mente li riconosce come Jim e Nicole.
Sento i loro cuori battere all’unisono, come il mio, fatto per metà di carne e per metà di vampiro.
Ma sento un altro cuore, timido e indifeso, barcollare un po’.
Affilo lo sguardo e inclino la testa verso il basso. Un bambino dai capelli color del grano e puntinato di lentiggini mi fissa sorridendomi a sua volta.
Ed è il suo cuore, da piccolo uomo, che ha la stessa profondità di un oceano sconfinato.

- Fine -

***

 

Ok, ci sono. E’ finita, conclusa, terminata. Più di un anno fa ho deciso di scrivere questa storia e adesso a distanza di tempo mi rende triste l’idea di non dover più scrivere su di loro, di non dover più progettare capitoli e colpi di scena. Mi mancheranno i mezzi vampiri, tutti i personaggi a cui ho dato vita, mi mancheranno le canzoni che hanno fatto un po’ da colonna sonora a questa storia, mi mancheranno Damon ed Elena e questo loro amore nato ai tempi della seconda stagione quando ancora non si parlava di sire bond e cose del genere. Mi mancherete voi cari lettori che anche se sporadici avete dato un supporto morale decisamente grande a questa storia nata come sciocchezzuola, diventata una neverendingstory e poi conclusasi. Vi ringrazio immensamente e scusate per i miei ritardi e per le mie descrizioni chilometriche. Spero che vi sia piaciuta come storia. Non penso di intraprendere altre long per il momento, ho da finire Unspoken crime ma ciò non toglie che forse potrò tornare in seguito (sempre se mi volete sia chiaro u.u)
Grazie ancora di cuore.
Un bacio,
Sil

   
 
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