
EPILOGO- IT’S A HUMAN THING [YEARS LATER..]
“Papà
chi è questa signora?” borbotta la bimba dai
capelli color mogano arricciando il naso e scoccando
un’occhiata sorniona da
gatto curioso a Jeremy che la sostiene per la vita.
Poi la bambina mi fissa stranita con gli occhi
verdi che somigliano tanto a quelli di zia Jenna e il mio cuore vacilla
un po’
sul da farsi. Dondolo un po’ sui talloni intimidita da quella
presenza seppur
lieve che tuttavia mi metteva ogni volta in imbarazzo. Provo a piegare
gli
angoli della bocca in un sorriso rassicurante, ma la bambina non sembra
per
niente rassicurata e continua a scoccare calci e alla pancia di Jeremy
ricoperta da una camicia scozzese a quadri bianchi e blu.
“Miranda, sta buona. E’ solo un’amica che
è venuta
a trovarci da molto lontano” la rimprovera bonariamente
Jeremy e la piccola
sembra dare ascolto alle parole del padre perché distoglie
lo sguardo su di me
e concentra la propria attenzione sull’orologio
d’acciaio di mio fratello.
Amica.
Dopotutto non potevo pretendere il contrario visto che sono passati
diciassette
anni e ho ancora l’aspetto di una ventenne. Amica era il
termine appropriato,
un modo per presentare alle figlie vecchi conoscenti, il livello di
relazione
capace di far abbassare la guardia e avere un comportamento reciproco
più mite.
Zia non
avrebbe fatto al caso mio, quanto meno non nelle mie condizioni.
“Tranquilla Miranda, io e tuo papà ci conosciamo
da tanto tempo ormai” provo a iniziare ma la bambina adesso
sembra troppo
distratta per sentire le mie parole. Jeremy rotea gli occhi al cielo
prima di
fissarli sui miei.
“Eravamo come fratello e sorella una volta”
minimizza
e noto l’accento amaro con cui lo dice tanto da farmi
abbassare lo sguardo per
osservare le punte dei miei stivali che picchiettavano sul selciato
grigiastro
del cimitero di Mystic Falls.
Gonfio le guance e cerco di prendere l’iniziativa
prima che questa conversazione possa piegarsi verso lati oscuri e
negativi dei
quali di sicuro né io né Jeremy volevamo parlare
di fronte alle bambine.
“Come sta Samantha? Non è venuta oggi qui con
te?”
chiedo torturandomi le mani e il dito con l’anello che mai mi
aveva dato
fastidio come in quel momento.
“No, aveva da riordinare la casa e poi, sai, è in
ritardo con la tesi di laurea perciò approfitta delle
mattine libere per
studiare” spiega con una scrollata di spalle issando
maggiormente Miranda.
Quella più che una risposta suonava come una
giustificazione. Dopotutto chi è che vuole vedere
– e avere- un vampiro come
cognata.
Nei primi anni in cui mi ritrovavo da sola a
vagare per gli Stati Uniti incontrai Samantha in una città
del Colorado. Era
minuta e bassa, con un’insolita voglia a forma di falce
dietro la nuca e i
capelli color miele ma aveva una grande tenacia e forza da vendere
dietro quei
occhi verdi da cerbiatto. Non so cosa Jeremy trovasse in lei, se per
l’incredibile intelligenza di cui era dotata o forse per il
bello e grazioso
aspetto. Quando glielo domandai una volta a Denver, uno dei miei tanti
soggiorni dopo essere diventata vampiro, gli chiesi che cosa ci
trovasse in
Sam, così come la chiamava. Non che fossi gelosa, ma per
quello che aveva
passato, desideravo sinceramente che non soffrisse più in
futuro. “Mi ricorda
un po’ te” mi rispose e io non ebbi altre obiezioni
a riguardo. Dopo la fuga di
Klaus, la fine degli Originali e la morte delle persone a noi
più care, si
sposarono, lasciandosi alle spalle tutto il resto. Lasciandosi alle
spalle
anche me. Samantha seppe ogni cosa del suo passato, dalla decimazione
della
nostra famiglia all’esistenza di esseri sovrannaturali. Non
si scompose, semplicemente
si sfilò gli occhiali da vista per quel misero grado e mezzo
che le mancava e
butto giù tutto d’un fiato, vampiri, licantropi,
streghe e compagnia bella. Era
una donna forte dopotutto, la più adatta per Jeremy.
“Papà dove dobbiamo posare i fiori per zia
Jenna?”
pigola una voce alla sua destra proveniente dalla figura slanciata di
un’altra
bambina dall’aria minuta con occhi color nocciola e ciocche
di capelli chiari.
Elena Isobel Gilbert mi scruta con aria naturale senza aver paura e
quando fa
così ho paura del potere del soggiogamento, forse che non
faceva effetto su di
lei?
Jeremy si apre in un sorriso malinconico e prende
la manina sottile della mia omonima voltandosi per raggiungere la tomba
di
Jenna. Poi si volta rivolgendomi uno sguardo di sottecchi come se
volesse non
farsi vedere dalle bambine.
“Vieni con noi?” mi chiede e mi irrigidisco come
un pezzo di legno. Lo svantaggio di essere ciò sono
è che ogni singola
emozione, per quanto piccola sia, si trasmette in ogni centimetro del
mio corpo
con la stessa intensità di mille lampadine e in quel momento
sentivo il senso
di rimorso e frustrazione rodermi dall’interno. Ma per
fortuna ero diventata
abbastanza brava a controllare il tutto o quanto meno stavo imparando
già da un
po’.
Lascio scivolare i ricordi e accenno un flebile si insieme ad un
movimento
del capo.
Elena mi offre la sua mano e io gliela stringo
sentendomi un po’ impacciata. Quando arriviamo alla tomba di
Jenna, Miranda
protesta per essere messa e terra e con fare dispettoso ruba una
gardenia dal
mazzo della sorella porgendola sopra la tomba. Le bambine se ne stanno
in
silenzio di fronte alla tomba mentre Jeremy sospira e mi prende una
mano.
“E allora, dove sei stata in questi ultimi sette
anni?” chiede col tono canzonatorio di quando aveva
diciassette anni. Adesso si
può permettere di comportarsi normalmente, di ritornare per
poco tempo al
soprannaturale.
“Washington, Los Angeles, Barcellona, Vienna,
Tokyo—no, forse sono stata prima a Tokyo e poi a Barcellona,
non ricordo di
preciso” fingo e il mio tono sembra essere divertente visto
che Jeremy si apre
in un sorriso a trentadue denti.
“di Klaus, hai avuto notizie?” chiede e la fronte
alta gli si corruga in tre increspature.
Avrei potuto dirgli che avevamo incontrato Klaus
nel nostro cammino, che ha voluto sapere tutta la storia di Tatia e di
come
l’avevamo conosciuta, avrei potuto raccontargli di quando mi
era tornata in
mente la memoria, quando l’incantesimo di Tatia era svanito a
causa della sua
morte, di come Klaus ci aveva aiutati nel riacquistare tutti i ricordi
relativi
a quel periodo, ma non lo faccio, mi limito a denigrare con il capo.
“Abbiamo perso ogni contatto poco dopo la nostra
partenza da Mystic Falls, non penso che lo rivedremo mai
più”. Per l’esattezza
avrei dovuto dire non
penso che tu lo
rivedrai mai più. In quanto a noi,
avevamo più o meno l’eternità.
“Sai, mi sei mancata in questi sette anni”
dice
rivoltandosi le maniche della camicia per poi grattarsi la peluria
spessa del
mento.
Ed è in quel gesto impacciato che riscopro il
fratello che pensavo di aver perso quando sono diventata vampira,
quando il
tutto è diventato più complicato e la sua vita
è stata messa in pericolo tante
volte. Penso ai sette anni di lontananza da lui e provo una fitta allo
stomaco.
Finchè avevamo una famiglia dovevamo aggrapparci a vicenda
per non cadere, per
non sprofondare nella pazzia.
Mi alzo in punta di piedi e lo abbraccio ma la
situazione sembra invertita perché le sue spalle da uomo mi
circondano e mi
fanno sentire più consolata che consolatrice.
Mi sento strattonare il giubbotto e il musetto di
Miranda si intrufola nella mia visuale.
“Papà facciamo a chi arriva prima da zio
Rick?”
chiede e noto uno spazio tra i denti davanti.
“Certo, andate tu ed Elena, chi vince la farò
sedere sul sedile davanti” annuncia contento e le bimbe
cominciano a correre
tra le tombe ingrigite del cimitero.
Sono pronta a seguire le mie nipoti, chissà questa
volta forse vincerò data la mia supervelocità,
quando sento quattro ruote di
una Jaguar mordere l’asfalto e fermarsi poco lontano
l’entrata del cimitero.
Non faccio in tempo a schiudere le labbra che un
rumore di clacson infernale mi perfora i timpani e mi dice
implicitamente di
muovere il culo e montare in auto. Potevo sentire la voce del
proprietario
irritante ma al contempo seducente e ironica. Roteo gli occhi e cerco
di trovare
un minimo di comprensione negli occhi di mio fratello.
“Anche lui è tornato a Mystic Falls?” mi
chiede
con una punta di disprezzo che purtroppo non è mai riuscito
a evitare quando si
parlava di lui.
“Siamo qui per una questione importante, Jeremy, e
Damon doveva esserci” dico ma alle sue orecchie la mia sembra
solo una sciocca
giustificazione. Dopotutto dopo sette anni di peregrinazioni, di lotte
e
contese varie alla fine lo avevamo ritrovato l’amore che
avevamo perso, ce lo
siamo ripreso con le unghie a furia di ricordare. Ci siamo aiutati a
rimettere
in mente ciò che eravamo e da lì abbiamo
continuato da dove avevamo lasciato in
sospeso.
Un altro suono di clacson e devo ordinare ai miei
piedi di schiodarsi dal suolo, premo le mani sudate alla tempia
cercando quale
scusa sarebbe stata più idonea per non ferire
l’animo già martoriato di mio
fratello.
“Senti Jer-” inizio ma vengo interrotta dalla voce
di Jeremy.
“Dimmi solo che rimarrai ancora un po’ a Mystic
Falls” dice tutto d’un fiato e i suoi occhi scuri
sono carichi di un’accesa
preoccupazione.
Non sarei potuta rimanere in eterno, questo lo
sapeva. Tuttavia mi strappa un sorriso e un si nonostante quello non
fosse
esattamente ciò che avevo in programma.
“Ora vai, prima che le bambine si allontanino
troppo”
borbotto e questa volta sono io a strappare a lui un lieve sorriso.
Si volta incamminandosi lungo il sentiero ma a
poco più di sei metri mi sfugge il suo nome e lui si volta,
assottigliando gli
occhi per via del sole.
“Salutami Rick” dico e una patina umida mi copre
gli occhi.
Lo osservo camminare con la sua andatura un po’
stanca e goffa, come quella di un diciassettenne. In fondo credo che
lui sia
rimasto un po’ diciassettenne, dopotutto ciascuno di noi
è rimasto quello che
era un tempo.
Mi volto solo quando non lo vedo più aggirarsi tra
le lapidi e le mie orecchie avvertono le voci lontane di Elena e
Miranda che
rimproverano il loro papà per il ritardo.
Cammino svelta fino ad imboccare l’uscita del
cimitero dove mi aspetta una Jaguar tirata a lucido.
“I morti del cimitero avevano deciso di dare un
festino in tuo onore?” domanda Damon abbassando leggermente
le stecche degli
occhiali da sole a specchio e abbassando il finestrino della macchina,
scoccandomi un’occhiata furbesca e di finto rimprovero.
Roteo gli occhi e apro lo sportello infilandomi
dentro l’abitacolo della macchina che sapeva di balsamo per
capelli e di zero
positivo.
Mi sistemo al meglio sul sedile e lascio che i
miei nervi si distendano. L’incontro con Jeremy era stato il
primo di una serie
di incontri a cui mi sarei dovuta abituata a fare.
Solo quando alzo lo sguardo mi accorgo che Damon aveva messo
in moto già da tempo e ci stavamo dirigendo verso casa- se ancora esisteva una casa.
“Che dice il piccolo Gilbert?” cerca di spezzare
il silenzio. Sa bene che i miei silenzi nascondono di più,
lo ha imparato a sue
spese: le notti trascorse nei motel durante le quali ricordavo qualche
nome,
un’immagine, una parola e ricadevo nel vuoto
dell’incantesimo; le volte in cui
in macchina mi lasciavo trasportare dal paesaggio e ciò che
vedevo erano solo
pini, foreste, montagne, baite nascoste che speravo essere abitate;
quando i
miei nervi saltavano al rumore di uno scoppio, il più
piccolo, perché
un’angoscia pesante mi riportava alla mente il ricordo di un
ragazzo dai
capelli fulvi.
Damon sapeva di che cosa erano fatti i miei
silenzi e, anche se lo mascherava bene, era allarmato quanto me di
questi vuoti
e riempimenti continui del nostro pensiero.
“Bene, era insieme ad Elena e Miranda al cimitero.
Stavamo portando fiori sulla tomba di Jenna e Rick” rispondo
e noto una leggera
contrazione della mandibola da parte sua. I suoi occhi blu non si
discostano
dalla strada ma continuano imperterriti a seguire la carreggiata.
“Non credi che la pensione Salvatore sia stata
confiscata dalla città? Dopotutto sono quasi
vent’anni che non ci abita più
nessuno” domando mentre allungo la mano pigiando alcuni tasti
dell’autoradio
per avere un po’ di musica.
“Diciamo che mio fratello tiene troppo a quella
casa per lasciare che dei luridi politici se la possano prendere per
cui
abbiamo fatto già il necessario per il passaggio di
proprietà” risponde
ingranando la marcia e scivolando ancora di più per le vie
di Mystic Falls.
Alzo un sopracciglio confusa dalla spiegazione.
“E chi l’ha acquistata?” schiocco la
lingua ma un
sorriso sbilenco da parte del vampiro mi fa capire che la mia
curiosità sarebbe
stata soddisfatta una volta arrivati lì.
Mystic Falls era come me la ricordavo, cittadina
dispersa nello stato della Virginia con un numero discreto di abitanti
e con un
passato che avrebbe fatto gola a qualsiasi film dell’orrore.
Ciò che stupiva
non era il fatto che le persone non si accorgessero di niente, ma la
bravura
che il Consiglio avesse avuto nell’insabbiare i casi
più spinosi e palesi.
Damon imbocca il sentiero e già so a quale
distanza troveremo casa Salvatore.
Non appena spegne il motore, dall’interno
dell’abitacolo sento la calma che da sempre aveva
caratterizzato quella
pensione- almeno in apparenza.
“Questo posto fa più schifo di come lo
ricordavo”
esordisce Damon guardando obliquamente la struttura con in volto una
leggera
smorfia. Siamo arrivati a casa non
era sicuramente una delle sue frasi.
Sorrido e si accorge di questo mio mutamento di
umore per cui si avvicina e mi attira verso di sè.
“Perché non entri e chiedi al proprietario se
possiamo usufruire della casa? Sono sicuro che non ti dirà
di no” mi propone e
preme le labbra contro la mia testa scostandomi i ciuffi corti di
capelli che,
da quando eravamo partiti da lì, mi ostinavo a portarli
corti al di sopra delle
spalle.
Ubbidisco più per curiosità di vedere chi avrei
trovato alla porta che per subordinazione al Salvatore.
Entro nel porticato e busso alla porta,
completamente sprovvista di cosa dire. A pensarci meglio, un buongiorno
sarebbe
stato più che sufficiente.
La porta si apre e per poco il mio cuore ruzzola
da qualche parte.
“Elena? Sei tu, vero?” mi chiede togliendosi gli
occhiali da vista che nascondevano i grandi occhi azzurri.
Incontrare Jeremy e Matt in un giorno solo era
troppo anche per un essere sovrannaturale come la sottoscritta.
Con uno slancio lo abbraccio, facendo attenzione a
moderare la mia forza e noto anche in lui i segni del passare del tempo.
Ci dondoliamo un po’ fino a che non lo sento
tirare su col naso e allora mi accorgo che anche io ho gli occhi umidi
di
lacrime.
“Quindi ora sei tu il proprietario della
pensione?” chiedo slacciando le braccia intorno al suo collo
e riprendendo
fiato, mettendomi un ciuffo di capelli dietro le orecchie.
“Stefan e Damon hanno fatto il passaggio di
proprietà a mia insaputa. Mi sono trovato contratto e chiavi
in una busta e
sono stato trasferito qui” dice alzando lo sguardo un
po’ incerto sulle assi di
legno del porticato come se fosse ancora il primo giorno di permanenza
in
quella casa.
“Dovevamo trovare qualcuno che ci facesse le
pulizie e visto che lui si lamentava sempre
dell’affittò troppo alto—” si
giustifica Damon intrecciando le mani sui miei fianchi e scrollando
leggermente
le spalle nel suo solito modo da finta non curanza. Matt sorride e da
sotto gli
occhiali leggo una sincera felicità
nell’incontrarci dopo così tanto tempo.
Matt era uno dei pochi a cui non avevo potuto dire addio, uno dei tanti
che non
vedevo da molto tempo eppure non fa domande, non chiede cose
inopportune, si
limita a guardarmi perché sa bene che ogni sguardo
può essere importante.
“Hai tagliato i capelli” osa dire e si porta tra
le mani una ciocca e poi scosta lo sguardo rivolgendosi a Damon.
“L’ultima volta che mi ha chiamato Stefan non mi
ha avvertito del vostro arrivo” dice corrucciando la fronte e
cerca in Damon
qualche segnale di risposta.
Il vampiro come se niente fosse lascia cadere i
bagagli a terra con un tonfo sordo e ci sorpassa avvicinandosi alla
soglia di
casa.
“Perché non lo sa” annuncia e sgrana gli
occhi con
aria divertita. Dopo quasi due secoli il suo sport preferito era ancora
recare
guai e problemi al fratello. E la cosa non sarebbe di certo migliorata.
Scuoto la testa rassegnata a quell’idea e Matt
poggia una mano sulla spalla invitandoci ad entrare.
Sorpasso Damon e varco la soglia sentendomi
avvolgere da odori che fino a quel momento erano rimasti rinchiusi da
qualche
parte nella mia testa.
Osservo il tappeto decorato sotto i miei piedi, i
soffitti alti, il camino grande posto al centro del salone, le poltrone
in
velluto, la luminosità soffusa che si sprigionava oltre le
tende di una delle
due finestre. Era proprio come era rimasto congelato nella mia mente,
proprio
come avevo cercato di ricucire pezzo dopo pezzo nella mia memoria
guastata
dall’incantesimo. Anche se non era la mia, quella era anche
la mia casa.
“Ho una riunione a scuola tra poco” dice Matt
alzandosi la manica della camicia per controllare l’orario.
Solo allora mi
accorgo delle pile di carte disposte sulla scrivania, dei test segnati
di rosso
e delle matite ed evidenziatori disposti a casaccio su un portapenne.
“Da quarterback a prof” stuzzica Damon mentre
passa in rassegna con lo sguardo le buste e le cartoline disposte su un
tavolinetto dove aveva posato le chiavi della Jaguar, poco distante
dall’ingresso.
Matt arrossisce lievemente, prende la giacca e
ruba le chiavi da sotto il naso del vampiro.
“Questo lo prendo come la restituzione del
prestito” sorride furbescamente lasciando un Damon a dir poco
attonito fino
alla chiusura della porta con un tonfo.
“Mi ha rubato le chiavi della macchina?” chiede
con aria sconcertata mentre gli angoli della bocca mi si curvano
istantaneamente all’insù. Damon rimano ancora un
po’ con la mascella semiaperta
mentre il mio sguardo già vaga oltre, verso i mobili
perfettamente in ordine,
il lampadario, il camino senza la ben che minima traccia di muffa o
sporcizia,
i pomelli delle porte esattamente lucidate. Era passato troppo tempo
dall’ultima volta che avevo messo piede in quella casa,
troppo poco per potermi
dimenticare gli aspetti anche più semplici.
Noto il tavolinetto con dei fogli sparsi, cartoline e lettere
mandate dai posti più
disparati. Leggo il mio nome e la mia mano si allunga prima ancora che
potessi
comandarla di afferrare l’oggetto. E’ una cartolina
sottile dal lieve sentore
di gel e cannella che presentava sul fronte un’immagine di
New York, con i suoi
grattacieli e la sua ampia vista sulla città. Mi rigiro la
cartolina tra le mani
indecisa se leggerla oppure riporla sul tavolinetto. Mi mordo un labbro
ma alla
fine la mia curiosità sembra avere la meglio.
La calligrafia chiara e in
corsivo salta subito ai miei occhi e so già di chi
è prima ancora che possa
leggere il mittente. Era Caroline. Chiedeva a Matt come stava, se sua
madre
lavorasse ancora come Sceriffo o se avesse raggiunto finalmente
l’età per la
pensione, se il tempo era bello; scriveva che a New York stava
nevicando e che
aveva già fatto il giro di tutti i negozi della Fifth
Avenue, raccontava che
Stefan l’aveva accompagnata e che stava cercando di mettersi
in contatto con me
e Damon mentre erano sulle tracce di Tyler, diceva che avevano trovato
una
pista attendibile. In basso a destra c’era un numero
scribacchiato con sotto la
dicitura che quello era il loro nuovo numero così da poter
essere nuovamente
reperibili. Concludeva dicendo che presto si sarebbero trasferiti,
probabilmente in Europa e che sia lei che Stefan lo salutavano. La
cartolina
presenta ancora una macchia di caffè ai bordi, probabilmente
Caroline l’aveva
scritta mentre aspettava Stefan in qualche caffetteria. In effetti la
immagino
così, da qualche parte con Stefan, dopotutto in qualche
strano modo avevano
bisogno l’uno dell’altra per ritrovare persone a
loro care. Damon ed io non
avevamo deciso di separarci da loro in maniera spontanea, semplicemente
quando
un giorno ci siamo svegliati con in testa i ricordi legati ai mezzi
vampiri ci
siamo guardati negli occhi e abbiamo compreso che dovevamo
intraprendere questo
viaggio da soli. E così siamo tornati in quegli stessi
luoghi, tra i boschi
dove rimaneva nascosta
Il flusso dei miei pensieri viene interrotto da
Damon che mi strappa dalle mani la cartolina sbirciandola con aria di
sufficienza.
“Non dirmi che ti stai mettendo a piangere perché
ti manca la biondina- che a quanto vedo se la sta passando
bene” mi prende in
giro e sorseggia il brandy contenuto nel bicchiere di vetro.
Mi accorgo di avere gli occhi lucidi e riprendo
subito il controllo, apparendo serena e disinvolta.
“Sono cose da umani, Damon” dico riferendomi alla
mia doppia natura e giustificando il mio comportamento, mentre sfilo il
bicchiere dalle sue mani.
Lui approfitta del mio gesto per cingermi i
fianchi e attirarmi a sé, soffiandomi a pelo sulle labbra
per poi spostarsi sul
mio orecchio con il respiro caldo e suadente.
“No, e’ una cosa da Elena” dice e il suo
tono mi
fa rabbrividire tanto da sentirmi tremare dentro, dalle scapole fino al
basso
ventre. Preme con la punta del naso lungo l’incavo del mio
collo e reclino la
testa all’indietro, per poco dimenticandomi di trattenere il
bicchiere di
liquore che ho in mano.
“Abbiamo ancora un po’ di tempo prima che
arrivino” dice carezzandomi i capelli corti. Io rido e mi
siedo sul cornicione
del camino, baciandolo, allontanando per un breve momento i pensieri.
Poi un
ricordo improvviso e prepotente si insinua nella mia mente, una musica
e dei
passi leggeri di quasi una vita fa.
Apro gli occhi e prendo Damon per la mano,
spostandomi a velocità vampiresca al piano superiore. Cerco
di affidarmi solo
all’istinto e quando Damon mi guarda in maniera
interrogativa, lo ammutolisco
con un cenno della mano e mi lascio trasportare dall’immagine
del mio ricordo.
C’è una maniglia, una scala che discende dal
soffitto, odore di muffa e
scartoffie varie. Ripeto gli stessi movimenti del mio ricordo e quando
affaccio
la testa attraverso la fenditura del soffitto mi ritrovo in quella che
doveva
essere la soffitta.
“Siamo già stati qui, vero?” chiedo e
rivolgo lo
sguardo a Damon. I suoi occhi blu sembrano persi in qualche viaggio
mentale, in
qualche ricordo sgranato del periodo in cui era ritornato umano.
Controlla i bauli, le scartoffie, i mobili e i
lenzuoli inondati da una coltra di polvere, si rigira tra le mani un
pallone da
football di cuoio, ormai sgualcito e consunto dal tempo. Un sorriso
amaro
compare sul suo viso e stringe maggiormente il pallone che doveva
essere stato
suo e di Stefan tra le mani.
“Colin” sussurra impercettibilmente e i ricordi
cominciano a riaffiorare più chiari e precisi. Quella
mansarda era stata il
luogo in cui si era rifugiato Colin, dove io e Damon siamo venuti per
consolarlo,
quel posto un po’ distaccato dal resto della pensione,
territorio di Damon così
come lo avevano definito. Ed era lì quel posto che mi era
mancato dopo
diciassette anni di peregrinazione per tutti gli Stati Uniti, quel
posto che mi
sarebbe mancato sempre. Dopotutto quella mansarda era un po’
come il mio cuore,
il suo
cuore: non c’era posto per lui, non c’era mai stato
eppure quel luogo
apparteneva solo ed esclusivamente a lui.
“Stai bene?” mi chiede e mi alza il viso con un
dito. Lo guardo ma avverto il suo impercettibile brivido non appena
incontra i
miei occhi. Nonostante Freddie fosse rimasto stupito della nostra
visita ci
chiese che cosa fossimo venuti a fare lì alla Cascina. E fu
lì, quando ricordai
tutto, quando scoprii che avrei potuto riavere la mia
umanità senza dover
morire, che Damon mi propose di diventare una mezza vampira. Sarei
cresciuta,
sarei invecchiata, ma in un tempo così lungo tale da essere
paragonato
all’eternità. Damon teneva alla mia
umanità forse più del suo essere vampiro
perché in fondo sapeva che io ero la sua umanità.
Bevvi il sangue di Frederick,
e in meno di un giorno tornai ad avere fame e sete allo stesso tempo,
tornai ad
aver bisogno di ossigeno e a non bruciare al sole. Ma i miei occhi, del
color
nocciola ormai non rimaneva alcuna traccia. Grigio. Solo grigio argento.
“Si” rispondo e sorrido perché per una
volta non
mentivo, per una volta stavo realmente bene.
Prendo le sue mani e poi mi slancio
abbracciandolo, sentendo le sue costole urtare contro le mie
traballanti per i
battiti frenetici del mio cuore. Per un momento sentii anche il suo
battere,
timido, inquieto, proprio come ai tempi di quando era umano, di quando
eravamo
entrambi umani. Lui che aveva passato secoli di rimpianti, di rimorsi,
aveva
distrutto ogni brandello di felicità perché gli
mancava la sua umanità, gli
mancava più di qualunque altra cosa al mondo, era dovuto
ridiventare di nuovo
umano per capire che in fin dei conti non gli era mai mancata. Che in
basso,
sotto ogni strato, ogni singolo essere di questo pianeta presenta un
cuore ed è
lì che risiede la vera salvezza.
Apro il palmo della mano e lo appoggio al suo
torace come non facevo da tanto tempo ormai.
“Tu sei qui, Damon, nel tuo cuore” dico, ma mi
sembra una battuta già
detta e sentita negli echi della mia mente. Il vampiro strapazza le
labbra in
un sorriso ballerino e scuote la testa in senso di disapprovazione. Poi
poggia
le mano sulla mia e preme maggiormente in corrispondenza dello sterno,
tra la
prima e la seconda costola.
“No, tu
sei qui”
dice e mi sento fluire il sangue
nelle vene, esplodermi in testa e ritornarmi al cuore come la risacca
del mare.
Un suono insistente di clacson proveniente dallo
spiazzale antistante la casa ci induce a lasciare la mansarda e a
raggiungere
la porta di ingresso.
Le voci familiari che provengono da dietro la
porta ci fanno tornare indietro nel tempo e sospiro prima di aprire la
porta.
“Apro?” chiedo scoccando un’occhiata di
approvazione a Damon il quale rotea gli occhi al soffitto.
“Non vorrai far aspettare i nostri ospiti”
risponde scimmiottandomi e aprendo la maniglia della porta.
Una giovane donna e un uomo alto e possente con i
miei stessi occhi grigi ci sorridono timidamente. Sorrido a mia volta
quando la
mia mente li riconosce come Jim e Nicole.
Sento i loro cuori battere all’unisono, come il
mio, fatto per metà di carne e per metà di
vampiro.
Ma sento un altro cuore,
timido e indifeso, barcollare un po’.
Affilo lo sguardo e inclino la testa verso
il basso. Un bambino dai capelli color del grano e puntinato di
lentiggini mi fissa sorridendomi a sua
volta.
Ed è il suo cuore, da piccolo uomo, che ha la stessa
profondità di un oceano
sconfinato.
- Fine -
Ok, ci sono.
E’ finita, conclusa, terminata. Più
di un anno fa ho deciso di scrivere questa storia e adesso a distanza
di tempo
mi rende triste l’idea di non dover più scrivere
su di loro, di non dover più
progettare capitoli e colpi di scena. Mi mancheranno i mezzi
vampiri, tutti i
personaggi a cui ho dato vita, mi mancheranno
le canzoni che hanno fatto un po’
da colonna sonora a questa storia, mi mancheranno Damon
ed Elena e questo loro
amore nato ai tempi della seconda stagione quando ancora non si parlava
di sire
bond e cose del genere. Mi
mancherete voi cari lettori che anche se sporadici
avete dato un supporto morale decisamente grande a questa storia nata
come
sciocchezzuola, diventata una neverendingstory e poi conclusasi. Vi
ringrazio
immensamente e scusate per i miei ritardi e per le mie descrizioni
chilometriche. Spero che vi sia piaciuta come storia. Non penso di
intraprendere altre long per il momento, ho da finire Unspoken crime ma
ciò non
toglie che forse potrò tornare in seguito (sempre se mi
volete sia chiaro u.u)
Grazie ancora di cuore.
Un bacio,
Sil


