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Autore: Yoko Hogawa    20/08/2013    11 recensioni
Finalmente il velivolo si alzò. Prese quota lentamente, con le case e le persone che diventavano sempre più piccole, e quando fu arrivato abbastanza in alto da riuscire a vedere il Tamigi e il London Bridge, l’elicottero virò verso ovest e cominciò ad allontanarsi dalla città.
In lontananza, all’orizzonte, una linea aranciata presagiva l’alba ormai prossima. E mentre si lasciavano alle spalle la capitale del Regno Unito, Sherlock sentì suo padre appoggiare le labbra sulla sua testa e sussurrare alcune parole.
Non le capì. Ma gli sembrò che somigliassero a “Dio, perdonami”.
Londra, 7 Luglio 2013.
I posteri avrebbero ricordato questo giorno come una delle più grandi tragedie dell’umanità.

[SciFi][military!AU][dystopia!AU][post-apocalyptic!AU (circa)]
Genere: Azione, Science-fiction, Triste | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: John Watson , Lestrade , Quasi tutti, Sherlock Holmes
Note: AU, Lime | Avvertimenti: nessuno
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La scena dei gessetti è palesemente ispirata a Naruto.
Buona lettura a chi vorrà ♥
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_____Tre_____
HIC ET NUNC

 
 
 
 
 
Si risvegliò con il rumore del proprio respiro nelle orecchie.
Era un suono famigliare ma al contempo strano. Come un rimbombo. Gli ricordava quando da piccolo si era addormentato nella cassapanca mentre giocava a nascondino con suo padre e sua sorella e i suoi respiri profondi nel dormiveglia risuonavano diversamente, cupi e chiusi. Era la stessa sensazione.
Aprì gli occhi e li sbatté un paio di volte. Una luce bianca illuminava un soffitto circolare dall’altra parte di una cupola di vetro attraverso cui stava guardando.
Fu abbastanza per ricordare dove si trovasse.
La capsula di installazione delle Nanomacchine. Ora riconosceva il soffitto della sezione scientifica sotterranea in cui era stato portato insieme a tutti gli altri. Se tutto era andato per il verso giusto, dovevano essere passate ormai 24 ore.
Tentò di concentrarsi sul proprio corpo. A parte per gli aghi in endovena e per gli elettrodi attaccati su petto e tempie, non si sentiva diverso dal solito. Certo, sapeva di essere sotto antidolorifici e appena uscito dall’anestesia, ma avvertiva le sue gambe così com’erano prima dell’installazione: la stessa identica sensazione di avere entrambi i membri attaccati al corpo, niente di più.
Che fosse andato storto qualcosa? Che in realtà fosse passato molto meno tempo e l’installazione non fosse affatto avvenuta? Poteva succedere? Certo che poteva. Ma era successo?
Mosse la testa il più possibile – poco – alla ricerca di un pulsante o di un interfono per chiamare l’infermiera, o comunque gli addetti al processo a cui si stavano sottoponendo, ma non trovò nulla. Proprio quando stava per muovere le braccia e provare a bussare sul vetro della capsula, il volto dell’infermiera che lo aveva aiutato ad entrare apparve sopra di lui.
Lei gli fece segno di aspettare e John rimase fermo. La capsula di vetro si aprì con un rumore idraulico e il sorriso della donna fu in un qualche modo incoraggiante e consolatorio.
« Non la aspettavamo sveglio così presto, cadetto Watson » disse lei, cominciando con mani delicate a rimuovergli aghi ed elettrodi.
« Quanto tempo è passato? » chiese John, aspettando pazientemente che la donna facesse il suo lavoro.
« Venti ore » gli rispose. « È in anticipo di quattro ore, cadetto ».
John aggrottò le sopracciglia, preoccupato. « Ed è una cosa... voglio dire, è normale? ».
« Beh, non è mai successo... » rispose lei sinceramente, rimuovendogli con cura l’ultima flebo e spostandosi per far sì che si alzasse: « ma ora la manderemo dal medico e potrà fare a lui tutte le domande del caso » disse.
John annuì, alzandosi in piedi senza nessuna difficoltà. Anche nel movimento le sue gambe non sembravano diverse, né più pesanti né più leggere del solito, e l’unica cosa che differiva dal normale erano alcuni punti rossi sulla pelle, dove probabilmente degli aghi avevano iniettato le Nanomacchine nei suoi muscoli.
L’infermiera gli passò un accappatoio bianco che lui infilò ed allacciò bene, poi lo guidò attraverso la stanza fino ad una porta a vetri automatica che dava su un corridoio ugualmente bianco. Tutte le altre capsule erano ancora chiuse e lui, a quanto pareva, era l’unico già sveglio.
Rimase in silenzio mentre veniva guidato, a piedi scalzi sul pavimento di piastrelle bianche e fredde, verso una porta altrettanto bianca con una targhetta in metallo che recava inciso “studio medico 2”. L’infermiera bussò alla porta e la aprì quando una voce, dall’altra parte, gli diede il permesso di farlo.
« Dottor Nash, le ho portato il primo cadetto » disse lei.
« Fallo entrare » rispose una voce seria e profonda dall’altra parte, dal tipico stampo militare, e John capì ancora prima di varcare la soglia che la parentesi di gentilezza che quella particolare infermiera gli aveva riservato sarebbe terminata in pochi istanti. Stava per rituffarsi nel rigore della vita militare.
Fece un cenno con il capo alla donna prima di entrare e sentire la porta che si richiudeva alle sue spalle.
Lo studio medico era essenziale, con una scrivania e un lettino, pareti bianche e solo una libreria in metallo con alcuni volumi medici (volumi che anche lui conosceva).
Il medico aveva una corporatura snella nascosta dal camice, i capelli neri e corti e gli occhi di un verde particolare e brillante. Indossava un paio di occhiali da vista dalle lenti sottili e l’unica cosa che rivelava la sua vera età era una spruzzata di grigio sulle tempie.
In piedi davanti alla scrivania, John si presentò. « Cadetto John Watson, Alfa-Charlie-1-2-5-6-9-Zulu » pronunciò chiaramente.
« Benvenuto, cadetto. Si stenda sul lettino » disse subito, senza perdere tempo ed indicandogli il lettino medico a lato della stanza.
John fece come gli venne detto, arrampicandosi sul lettino di plastica imbottita. Si distese con un sospiro, osservando con ansia uno dei neon che illuminavano l’ambiente.
Il medico gli si avvicinò in silenzio, sollevandogli i lembi inferiori dell’accappatoio per scoprire le gambe nella loro interezza. Inforcò un paio di occhiali dalle lenti spesse e, con mani coperte da guanti di lattice, cominciò ad osservare da vicino i segni rossi delle punture.
Ne aveva sei per gamba e il medico li visitò tutti accuratamente. Ovviamente lui non aveva sentito alcun ago e alcun dolore, dato che dormiva, ma già gli sembrava di avvertire le proprie membra diverse, leggere e pesanti al contempo, come se i propri muscoli stessero ancora cambiando e modificandosi, tendendosi e rilassandosi in micro scosse di energia. Ma poteva anche essere la sua immaginazione.
« Bene » disse alla fine, risollevandosi dalla puntura sulla sua caviglia destra. « Le iniezioni sono avvenute regolarmente, tutto normale. Ora rimanga fermo » disse.
John non si mosse mentre il dottore afferrava un apparecchio nero e piccolo, con uno schermo sottile, e lo accendeva. Lo passò piano sulla linea della sue gambe, osservandolo con attenzione e, di nuovo, solo quando arrivò alla fine lo spense e gli rivolse lo sguardo.
« Tutto nella norma » disse.
John trattenne un respiro di sollievo mentre quello continuava.
« Il fatto che lei abbia terminato il processo prima degli altri può dipendere da un fatto fisiologico di adattamento all’anestesia. Il processo di installazione delle Nanomacchine avviene normalmente in dodici ore, le altre dodici vengono aggiunte per la completa assimilazione al tessuto muscolare » spiegò. « Temevo che qualcosa fosse andato storto ma avevo torto, lei sta benissimo ».
John annuì, mettendosi seduto.
« Ora, le raccomandazioni » riprese il medico, tornando a sedersi alla propria scrivania e aggiornando contemporaneamente un file al computer (il suo file personale, intuì John, in cui veniva appuntata la sua vita minuto per minuto): « starà bene per ancora poche ore poi comincerà a sentire dei dolori. Purtroppo le è vietato prendere antidolorifici o qualsiasi altra sostanza per un periodo di tempo pari a quindici ore, così come le è vietato mangiare o bere qualcosa che non sia acqua minerale, cadetto. Mi raccomando. Un errore potrebbe compromettere il processo di fissazione delle Nanomacchine al muscoli » disse.
John annuì di nuovo, silenzioso.
« Saranno dolori molto forti. Molti cadetti faticano ad arrivare alla fine del lasso di tempo necessario ma si renderà conto che, non appena passate le quindici ore, il dolore comincerà a calare esponenzialmente. Entro la giornata di dopodomani starà benissimo. Al contempo, la sua pelle comincerà a cambiare. Hanno programmato le Nanomacchine che le abbiamo inserito con un componente cromatico che creerà sulle sue gambe quello che in gergo viene chiamato “il Fiore”: è una lunga striscia di colore verde chiaro che va dalla caviglia alla coscia, dove si divide in piccole virgole di disposte a raggiera sull’estremità più alta. Proprio come un fiore stilizzato. È una reazione normalissima dell’epidermide; il Fiore si forma solo quando il processo è terminato correttamente » gli spiegò.
John annuì per l’ennesima volta. Aveva molte più domande ma non credeva che avrebbero trovato risposta. Ormai si era stancato di fare domande, in quell’accademia, dato che ogni volta gli veniva fornita una risposta vaga o addirittura non ne otteneva affatto.
« Se è tutto chiaro, può tornare nella sua stanza, cadetto Watson » disse infine il medico.
« Grazie, signore » rispose John, sbattendo i tacchi e uscendo dalla porta. Nessun altro si era svegliato, a parte lui, dunque il corridoio era immerso in un silenzio ronzante.
John sospirò e, a passo lento, si diresse piano verso la camera a lui assegnata.
 
 
Il dolore era insopportabile.
Sembrava che le sue gambe stessero bruciando, oppure si stessero corrodendo a causa di un acido. Ogni centimetro di pelle, ogni muscolo, ogni tendine, ogni cartilagine, ogni osso, ogni singola cellula sembrava penetrata da chiodi affilati conficcati da un sadico aguzzino armato di martello e sorrisetto ghignante.
Era l’Inferno.
John aveva sempre avuto una resistenza molto alta al dolore, ma quello superava ogni tipo male che avesse mai sentito o provato. Scosse dolorose al punto da togliere il respiro lo lasciavano senza forze, ansimante, sul letto sfatto e dalle lenzuola bagnate di sudore; tutti i muscoli delle gambe si tendevano fino allo spasmo, che lui accompagnava con gemiti a denti stretti che cercava di non trasformare in pianto. Si sentiva accaldato, febbricitante, ed era come se tutta la parte inferiore del suo corpo fosse compressa in un tornio che roteava lentamente, spaccandogli ossa e membra.
Nei pochissimi minuti in cui riusciva a rimanere in silenzio sentiva le urla dei suoi colleghi provenire dal corridoio. Dopo l’inserzione delle Nanomacchine li avevano fatti trasferire in un edificio a parte, in stanze singole in cui avrebbero vissuto fino alla fine del corso speciale, e i gemiti di dolore degli altri cadetti che si erano sottoposti al trattamento oltrepassavano persino le spesse mura divisorie.
Molte volte John aveva pensato di andare nel locale docce e buttarsi sotto l’acqua fredda, per trovare refrigerio e un po’ di quel sollievo che non poteva trovare in nessun farmaco, ma solo il pensiero di appoggiare i piedi a terra e di alzarsi in piedi lo faceva tremare di paura. Le gambe facevano male già da steso, piegato in posizione fetale – come se potesse provare meno dolore – e non aveva la minima intenzione di alzarsi finché quell’ondata di malessere non fosse finalmente passata.
Si era preparato a tutto, ma non a quella situazione. C’erano istanti in cui gli sembrava di essere ripetutamente investito da un camion, avanti e indietro sulle sue gambe. Teneva la luce spenta perché la febbre gli aveva gonfiato e arrossato gli occhi, rendendolo fotosensibile, ma quella del corridoio era sempre accesa e filtrava da sotto la fessura della porta permettendogli di vedere almeno i contorni delle cose.
Ogni volta che le ondate di dolore diminuivano abbastanza per farlo respirare, o per lo meno girare sull’altro fianco, sperava che fossero passate ore. Invece erano passate forse qualche decina di minuti, o a volte mezz’ora, e il cielo dall’altra parte della finestra rimaneva sempre scuro.
Si sforzò a rimanere coperto e, stringendo convulsamente il lenzuolo fra le mani, lo morse con forza.
Cominciò a pregare che quelle quindici ore di dolore passassero il prima possibile.
 
 
 

***

 
 
 
La visita medica successiva diede risultati nella norma dunque, secondo lo statuto dell’Esercito di Crystal London, John fu ammesso alla parte pratica dell’addestramento.
Nella parte posteriore dell’accademia, oltre tutti gli edifici scolastici e i dormitori, era stato ricavato uno spazio d’addestramento grande come due campi da football americano affiancati che replicava in tutto e per tutto una via della vecchia Londra, con edifici semi-diroccati e tutto il resto.
Quando John raggiunse la cima del pezzo di muraglia che era stato replicato – alta meno di Wall Elizabeth ma di un’altezza comunque considerevole – la prima cosa che fece fu tentare di riconoscere quale via, quartiere o pezzo di Londra avessero preso come modello per quella riproduzione fin troppo realistica. Non riuscì a riconoscerlo o forse, semplicemente, non avevano preso alcun modello di riferimento reale.
Camminò sul ciglio della muraglia fino a raggiungere un paio di suoi commilitoni – fra cui Murray, una sua vecchia conoscenza – che chiacchieravano a bassa voce. Al contempo si guardò attorno e constatò che tutte le persone che gli aveva indicato Stamford avevano passato l’installazione e, come lui, erano stati ammessi alla seconda parte dell’addestramento.
Incontrando per un istante gli occhi chiari di Holmes, John distolse lo sguardo e lo posò su Murray, salutandolo con una pacca sulla schiena.
« Johnny! » lo salutò quello di rimando, passandogli un braccio attorno alle spalle: « ci stavamo giusto chiedendo se non fosso stato scartato » ironizzò.
Watson sogghignò. « Ti piacerebbe, vero Murray? Meno competizione » scherzò a sua volta.
Murray e Sebastian Wilkes ridacchiarono.
« C’è davvero qualcuno che non ce l’ha fatta, però » riprese seriamente Sebastian dopo il giro di risate: « quattro di noi non sono stati ammessi e altri due non hanno resistito alle quindici ore dopo l’impianto. Hanno preso qualche antidolorifico e hanno avuto una reazione di rigetto » gli disse.
John aggrottò le sopracciglia. « Stanno bene? ».
« Sono in infermeria. Non sappiamo se potranno camminare di nuovo in modo normale... ho sentito dire che il rigetto è molto forte e se non viene controllato può causare mutazioni » disse di nuovo Sebastian.
« Non mi sorprenderebbe » commentò Murray, John annuì.
« Ancora mi chiedo come possano permettere che dei soldati combattano con una cosa pericolosa come le Nanomacchine impiantate nelle gambe » aggiunse John, spostando a disagio il peso da un piede all’altro. Anche gli altri due abbassarono lo sguardo sui propri piedi.
« Siamo soldati, John » diede poi come risposta Murray: « elementi sacrificabili e sostituibili. Anche se non sarebbe il pensiero giusto da fare con un quarto della popolazione distrutta e il bisogno costante di Ricognitori che sembrano avere ».
« Parli come se non avessi intenzione di entrate in Alicanto, Murray » ne approfittò John, prendendolo in giro.
Quello gli rispose con un sorrisetto. « Mi conosci bene, Watson. Non potrei andare da nessun’altra parte » disse.
Ed era vero. I genitori di Murray erano morti nell’esplosione del reattore mentre lui e la sorella erano a casa dei nonni, motivo per cui erano riusciti a fuggire e a salvarsi dalla Nube. Aveva giurato vendetta ai responsabili fin da allora e, come John, fin da allora aveva desiderato poter fare parte del corpo di Ricognizione e Recupero.
« Siete pazzi, ve l’ha mai detto nessuno? » disse però Sebastian: « io tenterò l’ingresso ad Ifrit appena questo addestramento sarà finito ».
« La Guardia Reale interna. Chissà perché non avevo dubbi » lo sfotté Murray, John ridacchiò.
Non ebbero più possibilità di continuare le loro chiacchierare amichevoli perché, dalla porta di accesso alla finta muraglia, un fischietto precedette l’arrivo dell’Istruttore. Tutti i cadetti si misero velocemente in linea, vestiti uguali come una fila di bamboline su di uno scaffale, pantaloncini neri e maglietta a mezze maniche bianca che non schermava dal vento che tirava a svariati metri da terra.
Un uomo magro e basso vestito con la divisa standard dei corpi armati – pantaloni bianchi, stivali neri, maglietta nera e una giacca corta di tessuto sintetico color verde scuro – camminò velocemente davanti a loro fino a fermarsi al centro esatto del gruppo. Portava sul petto la spilla dell’Ordine di Condottieri, le due spade incrociate, e sulla spalla destra della giacca lo scudetto con lo stemma di Huginn, le guardie dei confini, anche chiamati “Corvi”.
L’uomo era magro ma atletico e aveva corti capelli biondi su un paio di occhi marroni e una carnagione pallida. Aveva lo sguardo stanco e severo e mantenne la stessa espressione quando annuì in loro direzione, ordinando il riposo.
« Il mio nome è Thomas Fry e per le prossime sei settimane sarò il vostro addestratore ed istruttore » cominciò, la voce ferma e aspra, dura come il cemento. « Chiariamo subito una cosa: io sono qui per insegnarvi cosa vuol dire essere un soldato fuori da queste pigre mura e voi avete semplicemente venduto il culo all’Esercito, dunque, per estensione, lo avete venduto a me. Siete miei da fare ciò che voglio, e quello che voglio è farvi faticare su quel campo fino a rompervi le ossa » disse, indicando la finta riproduzione di Londra con un cenno secco della mano. « Farete quello che vi dico quando ve lo dico. Mangerete quando vi verrà detto, digiunerete se vi verrà ordinato di farlo, imparerete cosa vuol dire combattere dentro Wall Elizabeth e rischiare la vita nel posto che una volta chiamavamo Londra. Non mi importa se il vostro obiettivo non è Alicanto, se terrete il culo al sicuro dentro i confini o se vi metterete in gioco nel mio reggimento: siete arrivati fino a questo punto per diventare come il dito di Dio ed è esattamente ciò che diventerete » disse.
John deglutì, teso ma al contempo eccitato. Fry sapeva esattamente come fare un discorso incoraggiante, anche se minaccioso al contempo.
« Vi avverto, non c’è margine di errore. Non potete esitare, non potete sbagliare. Se rimanete indietro, indietro verrete lasciati. A me non importa se uscite da questo corso incapaci di affrontare le minacce, la vita in gioco non è la mia e non ho nemmeno un onore da difendere. Le conseguenze saranno tutte vostre e vostre soltanto da affrontare » aggiunse.
Il silenzio dei cadetti divenne teso e si prolungò per i minuti in cui l’istruttore Fry non parlò. Poi il soldato fece un cenno secco del capo, cominciando a girare avanti e indietro lungo la linea di cadetti.
« Questa è la vostra prima lezione di “volo” » spiegò: « suppongo vi abbiano già spiegato a cosa servono le Nanomacchine impiantate nelle vostre gambe, ma mi hanno insegnato che repetita iuvant: vi daranno la possibilità di attutire gli urti di cadute da grandi altezze, di fare salti che un essere umano normale non potrebbe nemmeno sognarsi di fare, di correre a velocità che vi sembreranno inizialmente assurde. Questa settimana imparerete a controllare le vostre nuove capacità fisiche. E ora mettetevi in piedi sul ciglio del muro » disse, spostandosi dietro di loro mentre tutta la fila di cadetti, obbedendo senza fiatare, compiva tre passi avanti e si affacciava allo strapiombo.
« Nella prima fase di questo addestramento pratico imparerete la tecnica. O almeno, così è scritto sulle linee guida ufficiali » disse Fry: « ma io non credo in un manuale che mi dice cosa fare. La capacità di chi arriva a questo punto dell’addestramento è quella, praticamente, di volare, e non si impara a volare leggendo. Tutti i soldati che fanno parte di Alicanto e che attraversano Wall Elizabeth ogni giorno non si basano sulle linee guida per salvarsi la pelle quando i mutanti decidono di attaccarli. Il volo è istinto, è reazione alla paura di cadere » disse.
John non aveva la minima idea di cosa volesse dire l’istruttore con “volo”. Era risaputo che i soldati non volassero nel vero senso del termine, dunque quello doveva essere un modo di dire maturato all’interno della fanteria stessa.
Non ci volle molto perché scoprisse cosa intendesse dire.
Senza nessun preavviso, improvvisamente Fry diede una spinta a Sebastian Wilkes, sull’attenti di fianco a John, e lo spinse oltre il dirupo.
L’intera fila di cadetti trattenne il fiato e si sporse in avanti; l’urlo di puro terrore di Sebastian risuonò nell’aria come un rumore di vetri infranti nel pieno silenzio mentre il ragazzo precipitava a peso morto.
Ciò che guidò John fu semplicemente l’istinto.
Senza nemmeno riflettere sulle conseguenze di ciò che stava per fare, prese lo slancio e si lanciò a sua volta, di testa a fendere l’aria che gli faceva fischiare le orecchie.
Una caduta di quasi trenta metri dall’esterno sembra lunga un istante, ma se si è colui che cade è infinita.
L’aria lo colpiva sul volto con una forza fastidiosa, rendendogli quasi impossibile tenere gli occhi aperti. Dovette subito ridurli a due sottili fessure per evitare che dolessero, anche se in quel modo tutto ciò che poteva vedere di Sebastian era il colore chiaro della maglietta sfuocato dalle ciglia quasi del tutto chiuse.
Digrignò i denti per resistere alla pressione sempre più violenta, sforzandosi di tenere le braccia lungo e fianchi e le gambe tese, per guadagnare velocità. Arrivò ad afferrare Sebastian ad appena qualche metro da terra.
Non ebbe il tempo di pensare.
Tenendo stretto Sebastian, che urlava ad occhi chiusi aggrappandosi come un matto al suo braccio, John cambiò posizione e si preparò ad atterrare sulle proprie gambe, dato che era l’unico modo che aveva tentare di salvare il salvabile.
Poteva già sentire il rumore sordo dei suoi femori mentre si spezzavano. Percepire lo scricchiolio di ogni singolo frammento di osso che si sarebbe staccato dalla tibia e dal perone, dei suoi piedi martoriati, delle ossa del bacino che si staccavano e delle costole che, frantumandosi, perforavano polmoni e fegato, reni e stomaco. Stava per morire schiacciato sul cemento dopo essersi buttato da un muro per salvare uno come Wilkes, che sarebbe morto con lui quasi sicuramente.
Chiuse gli occhi, preparandosi come poteva all’impatto, ma esso non avvenne mai. O meglio, non avvenne come lui si era immaginato che accadesse.
I piedi atterrarono sul cemento come se fosse gommapiuma, come se non si fosse lanciato da almeno venticinque metri d’altezza; i muscoli delle sue gambe si tesero come corde e si piegarono, flessibili come giunchi, e attutirono senza sforzo la caduta, assorbendone l’urto e convertendone la forza in slancio.
Uno slancio che però John non seppe controllare. Era rimasto troppo impressionato dalle crepe che si erano formate nel cemento dal punto in cui era atterrato, troppo preoccupato a non far urtare Sebastian contro il pavimento per fare il salto che gli avrebbe permesso di continuare la corsa, magari arrivando persino sul tetto del vecchio rudere che si ergeva a lato della finta strada dissestata e piena di buche (dello stesso tipo di quella che aveva appena provocato lui): una depressione di almeno tre centimetri nel terreno con centro il punto d’impatto dei suoi piedi.
Perse l’equilibrio e, come un motore che gira a vuoto, le sue gambe lo fecero capitombolare a terra con il mento, che sbatté e strisciò poco decentemente sull’asfalto. Sebastian rovinò a terra accanto a lui, ansimante per la paura e, probabilmente, persino terrorizzato a morte.
« Oh mio Dio, oh mio Dio, oh mio Dio... » lo sentì rantolare: « oh mio Dio, John, grazie... grazie... » ansimò.
« Di niente » rispose il medico, alzandosi da terra e mettendosi seduto con una mano sul cuore. Si era già visto parte integrante della pavimentazione stradale, una poltiglia umana da raccogliere con la pala.
E invece.
Ora capiva cosa intendeva Fry con “volo”. Non era come volare ma, Cristo, ci andava vicino. Ora non faticava più a credere che i soldati che entravano in Alicanto avevano il potere di saltare sugli edifici senza il minimo sforzo. Le Nanomacchine facevano davvero quello che promettevano.
Anche se la sensazione di avere nelle gambe delle bombe ad orologeria non passava così facilmente.
Quando finalmente si furono rimessi entrambi in piedi, ovvero il minuto successivo, anche Fry si lasciò cadere dalla cima del muro. John guardò con attenzione come l’istruttore prese lo slancio con eleganza, camminando per qualche metro in verticale sul muro e saltando su uno dei tetti adiacenti alla muraglia, prendendo di nuovo lo slancio e appoggiandosi di nuovo sul muro prima di atterrare, saltellando qualche volta per ammortizzare meglio l’impatto, arrivandogli esattamente di fronte con una frenata secca della suola degli stivali.
John e Sebastian si misero sull’attenti.
Fry squadrò bene entrambi, spolverandosi dal giubbotto verde della polvere che non c’era, poi, senza preavviso, diede un pugno nello stomaco a Wilkes, che si piegò su se stesso con un gemito.
« Sei un idiota con dei riflessi di merda » parlò Thomas: « se fossi in una missione vera, a questo punto saresti già carne per mutanti » lo redarguì.
Sebastian non rispose e si rimise sull’attenti.
« Per quanto riguarda te » disse poi Fry: « ottimi riflessi, atterraggio un po’ sgraziato ma nessuno riesce ad atterrare decentemente, la prima volta » disse. « Come ti chiami, cadetto? ».
« John Watson, signore ».
« Watson... » disse Fry, come assaporandone il suono sulla lingua. « Pare che tu sia un talento nato ».
« Grazie, signore » rispose John.
Fry annuì. « Risalite sul muro usando le scale » aggiunse, indicando con il capo una rampa di scale in metallo inglobata nella parete che si incuneava verso l’alto: « per oggi sarà questo il vostro addestramento: l’atterraggio da grandi altezze. Andate! ».
« Sissignore! » esclamarono i due, scattando di corsa verso le scale mentre l’istruttore prendeva la via più breve, arrampicandosi si corsa su per il muro fino alla cima.
 
Quello fu il loro addestramento per l’intera giornata. Voli di venticinque metri con relativi atterraggi e 5 piani di rampe di scale fatte di corsa. Molte volte John ebbe il fiato corto ma, al contrario di altri, non si fermò mai, anche se almeno una volta aveva rischiato seriamente di svenire per il caldo e la fatica. Fry aveva ragione: era bravo, forse uno di quelli che se la cavavano meglio.
Dopo la Adler e Moriarty. E, ovviamente, dopo Sherlock Holmes.
 
 
 

***

 
 
 
Due giorni dopo tutti i cadetti erano in grado di saltare da grandi altezze e di atterrare praticamente illesi e senza fatica.
John aveva capito il trucco dopo la terza volta che sbatteva il mento, o direttamente la faccia, sul cemento. Aveva tutto il viso rovinato e pieno di sfregi ma non era quello messo peggio. Molly Hooper aveva le ginocchia fasciate per tutte le volte che aveva sfregato contro il cemento, bucando persino i pantaloni, e Sebastian Wilkes aveva dovuto girare una sera intera con le mani bendate senza riuscire a prendere in mano nemmeno il cucchiaio del rancio.
Fry aveva tenuto i refrattari ad imparare la tecnica dopo l’orario d’addestramento, facendoli continuare anche di notte e senza cena. Il pretesto della mancanza di cibo sembrava avere funzionato, dato che già il giorno dopo c’erano state molte meno cadute e sfregamenti sull’asfalto.
Il mattino del terzo giorno, però, il punto d’incontro non era più la cima del muro ma i piedi dello stesso. Fry era già presente prima dell’arrivo di tutti i cadetti dunque, a differenza dei due giorni precedenti, non ci fu tempo per le chiacchiere.
Una volta che tutti i cadetti si furono presentati sul posto, Fry si fece portare una scatolina di cartone da un suo assistente e cominciò a distribuire qualcosa fra i cadetti. John si rese conto che era un gessetto colorato solo quando Sherlock, che quella mattina era capitato di fianco a lui, ne ricevette uno.
Una volta completato il giro, l’istruttore tornò al centro e cominciò a parlare.
« La seconda fase dell’addestramento riguarda l’arrampicarsi » cominciò a dire: « per un soldato di Alicanto o Huginn non è essenziale solo il sapere atterrare, ma anche il sapersi arrampicare. Affronteremo più avanti l’utilizzo strategico degli edifici o degli alberi, per il momento voglio che impariate letteralmente a camminare sui muri » disse, indicando il muro esattamente dietro di lui e davanti ai cadetti.
John alzò il volto verso la cima del muro, venticinque metri più su. Non ce l’avrebbe mai fatta. Mai.
« Non agitatevi, nessuno arriva mai in cima al primo tentativo. No, suppongo che ci vorranno almeno tre giorni prima che uno di voi ci riesca, e cinque perché ce la faccia la maggior parte » disse, anche se quelle parole non sembravano affatto tranquillizzanti. « Diversamente dalla fase precedente, però, le persone che arriveranno in cima per tre volte consecutive non aspetteranno gli altri cadetti e passeranno direttamente alla fase successiva dell’addestramento. Siete una squadra, questo è vero, ma ci sono situazioni là fuori in cui vi ritroverete a dovervela cavare da soli e, sappiatelo, molte volte chi rimane indietro, indietro viene lasciato » disse.
Un silenzio profondo cadde in mezzo a tutti loro. Nessun aveva neanche il coraggio di respirare nonostante tutti sapessero che le parole che Fry stava pronunciando non erano altro che la pura verità.
« Immagino che abbiate capito tutti a cosa vi serve il gessetto, a questo punto » continuò poi Fry: « ognuno di voi segnerà sul muro il punto in cui riuscirà ad arrivare ogni volta che proverà ad arrampicarsi. Questo stratagemma non vi serve solamente per sapere dove siete arrivati e dunque darvi un punto di riferimento per i tentativi successivi, ma vi aiuta anche a sviluppare il giusto movimento del busto che vi servirà, andando avanti nell’addestramento, per l’uso del chokuto.1 » disse. « Ora vi farò vedere una volta qual è lo stile di arrampicata adatto, poi toccherà a voi » aggiunse successivamente, mettendosi in posizione.
Con “arrampicata” Fry intendeva lo stile di risalita della “corsa sul muro”. Partiva prendendo una breve ricorsa, faceva un balzo verso il muro e lo risaliva correndo, alternando momenti di corsa diritta ad altri in cui si muoveva a destra e a sinistra, sinuoso come un serpente. Arrivò sulla cima del muro al primo tentativo e mettendoci forse meno di quaranta secondi.
« E ora provate voi! » gridò poi dalla cima.
John fissò il suo gessetto, che per puro caso era color lilla. Aggrottò le sopracciglia al colore ma si ridestò quando si rese conto che, anche se lilla, quel gessetto doveva fare il suo dovere e basta. E poi sentiva Murray lamentarsi a denti stretti di averne ricevuto uno rosa, dunque non era quello messo peggio.
Con un sospiro a labbra chiuse, alzò lo sguardo sui metri e metri di muro che si innalzavano di fronte a lui. Gli sembrava una cosa semplicemente impossibile da fare, ma Fry aveva appena dimostrato che era possibilissimo.
Lo era ora, per lo meno. Ora che erano “modificati”.
Scosse il capo, come per far andare via il pensiero dalla mente, e si limitò a pensare all’addestramento. Accanto a sé, proprio in quel momento, Holmes prese la rincorsa per fare il suo primo tentativo.
Saltò più in alto di tutti quanti.
Era giusto dire che fosse un genio di qualche tipo, una di quelle persone che nascono dotate ed in grado di riuscire a fare tutto al primo tentativo. Certo, non era arrivato in cima come l’istruttore, ma aveva fatto una corsa di svariati metri verso l’alto; una cosa che nemmeno Moriarty e la Adler, le due persone del gruppo che potevano vantarsi un’intelligenza e una genialità pari o di poco inferiore a quella di Sherlock, erano riusciti a fare.
Sherlock atterrò con un balzo delicato dopo il salto. Almeno quattro persone si fermarono a guardare il suo segno marrone, metri più un alto, con palese invidia.
Ma non John. Era stato uno dei migliori alla prova precedente e di certo non voleva fare di meno in questa. Sentiva di avere la possibilità di eguagliare, o per lo meno raggiungere, il “genio della classe” e non si sarebbe arreso ancora prima di cominciare. Doveva farcela. Era stato in grado di eccellere in poche cose, nella sua vita, e questa doveva essere una di quelle.
Annuì, più che altro a se stesso, con lo sguardo in avanti. Fece un paio di passi indietro, piegò le ginocchia. Cominciò a sentire i muscoli contrarsi, le Nanomacchine elasticizzarli e rinforzarli, la pelle in corrispondenza dei segni che aveva sulle gambe riscaldarsi e rispondere alla sua volontà. Prese una piccola rincorsa e via, gessetto in mano, balzò sul muro con il sinistro e si diede la spinta sul piede d’appoggio; seguendo l’esempio dell’istruttore fece i primi tre passi ondeggiando con il busto, per acquisire equilibrio, e una volta trovato si piegò in avanti il più possibile e cominciò a correre, un piede dietro l’altro, passetti piccoli per non perdere attrito fra la suola delle scarpe e la parete. Era anche convinto che gli scarponi della divisa ufficiale fossero pensati per cose del genere, ma loro dovevano farcela con le semplici scarpe da tennis che la divisa d’allenamento dei cadetti prevedeva.
Salì di quelli che gli sembravano decine e decine di metri. Sentì il diaframma sobbalzare e una sensazione di vuoto a livello dello sterno quando si rese conto di cominciare a perdere la presa sul muro e, prima di cadere, portò il braccio sinistro davanti a sé e lasciò una strisciata di gesso lilla sul muro. Ricadde a terra un po’ malamente ma, tutto sommato, mantenne l’equilibrio e non cadde.
Carico d’aspettativa, alzò gli occhi. Il suo segno lilla era appena di una spanna più in basso di quello di Sherlock Holmes.
Il secondo miglior risultato al primo salto di tutti i cadetti.
Non poté trattenere un sogghigno. Ok, non lo aveva superato, ma ci era andato vicino. Molto vicino. Da lassù gli sembrava di aver saltato almeno dieci metri, quando invece erano poco più di quattro probabilmente, ma era esattamente dietro a Sherlock Holmes.
E poteva superarlo.
John non resistette alla tentazione di voltarsi verso Sherlock. Lo fece con le labbra ancora tirate in un sorrisetto soddisfatto, l’espressione tesa ma sicura di sé di chi è consapevole di potercela fare, per una volta, ad essere il migliore. Un inclinarsi di labbra che poteva anche sembrare un ghigno di sfida.
E che, probabilmente, Sherlock Holmes prese proprio come tale.
Lo vide assottigliare lo sguardo e sollevare il mento lentamente, come se lo stesse studiando guardandolo dall’alto i basso, oppure come se lo avesse già ritenuto meritevole di una sfida e si stesse mettendo in mostra come un pavone che ruota la coda. Distolse lo sguardo da lui solo quando prese un’altra ricorsa e, con un balzo ed una camminata molto simili a quelli precedenti ma corretti nei punti giusti, riuscì a fare un segno quasi un metro sopra a quello che aveva fatto in precedenza.
Forse John avrebbe dovuto sentirsi sopraffatto, preso in giro e soggiogato, ma non era affatto così. Era sicuro di sé, per una volta, e l’aria della sfida si era ormai insinuata dentro di lui, riempiendogli i polmoni e arrivando in tutte le sue cellule al ritmo cardiaco della circolazione sanguigna.
Fece di nuovo due passi indietro, si piegò sulle ginocchia, si preparò e ripeté il salto.
Questa volta, il segno lilla del suo gessetto si posizionò qualche centimetro sopra quello di Sherlock.
John, una volta a terra, ridacchiò. Sherlock, accanto a lui, sogghignò maliziosamente.
Il gioco era cominciato.
 
 
Continuarono, incuranti della fine dell’addestramento e dell’adunata per i pasti, fino a sera inoltrata. E fu così anche il giorno dopo, e quello dopo ancora.
Saltando il pranzo, cenando di fretta ed in ritardo rispetto a tutti gli altri. Sempre insieme senza mai rivolgersi però la parola, una volta e poi ancora un’altra a superarsi l’un l’altro, ad eguagliare il risultato raggiunto in precedenza, a volte persino sbagliando, mettendo male un piede o piegando male il busto, salto dopo salto dopo salto.
Finché, al tramonto del terzo giorno dall’inizio di quella parte dell’addestramento, Sherlock Holmes toccò per primo la cima. Dopo una rincorsa breve e concisa, un balzo ben calibrato, l’equilibrio perfetto della prima parte della scalata e una corsa in verticale su per il muro da far venire il capogiro a chiunque stesse guardando, il ragazzo si aggrappò con la mano al bordo e, con un ultimo balzo del piede d’appoggio, si issò sul muro.
In quello stesso salto, dopo Sherlock, John arrivò ad una spanna dalla cima ma non riuscì a scavalcarla. Ricadde a terra con malagrazia e, questa volta, si lasciò andare con la schiena contro il cemento crepato e rovinato dai numerosi atterraggi.
Aveva perso.
C’erano solo loro, lì. Persino Fry li lasciava fare, senza sorveglianza, ormai. Nessuno dei loro compagni lo aveva visto perdere, aveva assistito a quel fallimento, ma a John non sarebbe interessato comunque.
Sherlock Holmes era rimasto il migliore nonostante tutto.
Tanto valeva lasciar perdere e arrivare in cima con calma, il giorno dopo, insieme a tutti gli altri.
Ansimò, a terra, sollevando e abbassando il petto al ritmo dell’aria che entrava nei polmoni, deglutendo per trattenere le lacrime di nervosismo che minacciavano di uscirgli. Prese un profondo respiro e guardò, battuto e abbattuto, la figura di Sherlock lassù, in alto, sulla cima del muro, a venticinque metri di altezza da lui.
Era sicuro di potercela fare, e invece...
« TI DAI UNA MOSSA?! »
La voce di Holmes, dall’alto del muro, lo raggiunse e lo raggelò.
Quella non era pietà. Quello non era lo sguardo che un vincitore unico riserva a chi è arrivato dopo di lui, sapendolo già dal principio.
Sherlock Holmes lo stava aspettando.
Sherlock Holmes sapeva che ce la poteva fare.
E glielo stava dicendo a gran voce.
John si rialzò, cancellandosi con un gesto veloce del braccio le due lacrime solitarie che nonostante tutto erano scivolate via dal suo controllo. Ripeté gesti che ormai erano abituali, calcolò le distanze, si preparò allo sforzo, al salto, alla corsa, alla fatica.
Partì. Balzò in avanti, calibrò l’equilibrio e corse, corse trattenendo il fiato, il busto piegato in avanti e le scarpe che si consumavano contro quel muro, passando un segno lilla di gessetto dietro l’altro, con negli occhi solo la cima.
Quando finalmente la raggiunse, e appoggiò la mano sul bordo per darsi l’ultimo slancio ed issarsi sopra di esso, capì che quello che aveva considerato un rivale fino a quel momento in realtà poteva essere qualcosa di molto simile ad un compagno.
« Sei bravo » gli disse Sherlock una volta che John, guardato giù oltre lo strapiombo, sorrise.
« Anche tu » rispose il medico.
« Lo so » fu la risposta di Holmes.
Risero entrambi senza riuscire a fermarsi.
 
 
Il mattino successivo, mentre solo Moriarty era riuscito a superare i tre quarti dell’altezza del muro, John Watson e Sherlock Holmes arrivarono in cima contemporaneamente in un salto talmente coordinato da sembrare passi di danza.
 
 
 

***

 
 
 
Mancava un mese alla fine dell’addestramento speciale.
Un mese alla scelta del reggimento, un mese all’assegnazione ad una squadra tattica di tre persone che sarebbero diventate i suoi compagni, la sua famiglia, le persone più fidate. Per forza, se si dovevano proteggere reciprocamente.
John aveva fatto richiesta ufficiale di ingresso in Alicanto il giorno prima, per iscritto e poi a colloquio diretto con l’ufficiale responsabile di reclutamento del reggimento. Aveva notato subito, appena entrato, il gagliardetto con le due ali incrociate e non era stato in grado di distogliere lo sguardo dalla spalla dell’uomo finché quello non gli aveva rivolto parola.
Era il suo sogno, la sua vendetta. Era tutto quello che ancora riusciva a desiderare.
Alicanto. Wall Elizabeth. Londra.
Avrebbe saputo i risultati nell’arco di un mese esatto.
Sperava di essersi dimostrato meritevole di quello stemma.
 
 
 

***

 
 
 
Erano stati schierati sulla cima dal muro, sferzata da un vento freddo. La falsa Londra si estendeva sotto di loro illuminata dalla luce grigia di un cielo plumbeo che minacciava pioggia da un momento all’altro.
« Questo è uno dei vostri ultimi test » disse Fry a pochissimi centimetri dal bordo. Ormai nessuno di loro aveva paura dell’altezza, o di cadere.
« È una gara. A squadre » precisò con voce decisa: « imparerete a cooperare come farebbe una vera squadra operativa al di fuori dei confini. È una prova a tempo che determinerà le vostre abilità nell’abbattere gli ostacoli lungo il percorso e di cooperare con gli altri componenti nella squadra. Il percorso si snoda lungo tutto il campo operativo, fra edifici e strade. Andata e ritorno in stile staffetta. Una volta rientrata una squadra parte subito la successiva. I punti che accumulerete in questa prova, sia individualmente che collettivamente, saranno presi in considerazione per la creazione delle squadre vere e proprie » disse l’istruttore.
Una vena d’ansia si sparse fra i cadetti. Ormai il tempo era passato, si erano formate alcune amicizie, delle preferenze, dunque non era comunemente ben voluto il fatto che sarebbero stati selezionati – anche se solo in parte – grazie a dei punteggi. Tuttavia questo era l’Esercito e, dopo alcune mezze parole dette sottovoce, fra loro tornò un calmo silenzio.
« Ora chiamerò tre persone per volta e vi sistemerete in fila » cominciò Fry, facendosi dare una cartellina dal suo onnipresente assistente.
Anche John aveva fatto i suoi calcoli, considerando le proprie esperienze ed amicizie. Si era risparmiato di capire con chi sarebbe voluto capitare in squadra, dato che non voleva delusioni e questo era il modo più veloce per non crearsene, ma aveva anche capito con chi non voleva capitare in squadra.
Moriarty, per esempio, o la Adler, con i loro modi di fare strani e superiori a tutti gli altri, a tutti quelli che loro non consideravano intelligenti abbastanza. Non sarebbe capitato con Molly perché erano entrambi Medici, ma la ragazza sembrava troppo fragile e spaurita per poter far parte di una squadra operativa di Alicanto (se lì voleva entrare, non lo sapeva). Non riusciva ad esprimersi su Holmes e tantomeno su Lestrade, ma Wilkes, nonostante fossero compagni e parlassero molto, sembrava giorno per giorno sempre meno umano e più cafone. Aveva l’aria di uno che ti avrebbe abbandonato nei guai per salvarsi la pelle, dunque no, grazie.
Si riscosse quando sentì chiamato il proprio nome.
« Adler, Watson e Moran! » urlò Fry.
Senza commentare, si misero in fila dietro la squadra che era stata chiamata prima di loro, terzi.
Le squadre erano formate normalmente da un Medico e uno Stratega a cui veniva aggiunto un Condottiero o un Tiratore. Nel loro caso era uscita la triade Stratega/Medico/Tiratore e, sempre nel loro caso, a decidere la strategia sarebbe stata Irene Alder, non la migliore ma una delle più brave di sicuro. E poi, loro avevano il vantaggio di avere anche il Medico molto bravo con le armi da fuoco.
Fry terminò di creare le squadre poi, posizionandosi a fianco del primo gruppo, prese una penna e si fece dare un cronometro. Spiegò brevemente quale doveva essere il percorso da fare e, quando tutti annuirono, diede il via al primo trio.
La falsa Londra che si snodava dall’altra parte del muro era costituita da alti palazzi in rovina e, una volta che i tre si erano infilati in mezzo ad essi, era quasi impossibile per gli altri vedere quali potevano essere gli ostacoli – che probabilmente cambiavano di volta in volta. Si sentivano solo ordini gridati ad alta voce, atterraggi su pietra e rumore di lame. John strinse con la destra l’elsa del chokuto che si portava al fianco e, con la sinistra (dominante), il calcio della pistola. Gli avevano dato il permesso di sparare se necessario e, per avere un punteggio decente, non avrebbe esitato a farlo.
Il primo gruppo ritornò quasi cinque minuti più tardi e, arrivando di corsa e toccando le mani dei rispettivi alter-ego, la seconda terzina pertì. Fry segnò un manipolo di numeri su di un foglio a griglia e li guardò per un istante, come a considerare la squadra stessa e la loro combinazione.
La seconda terzina ci mise di più a completare il percorso e, quando arrivarono, uno di loro perdeva sangue da una ferita sulla fronte. Atterrarono sul muro e toccarono le loro mani, dando il cambio.
Piegando le ginocchia, John balzò in avanti.
Seguendo gli ordini di Irene precedettero in linea retta in formazione unita, con la donna al centro e i due uomini ai lati. Lei era armata solo di un coltello mentre John aveva il chokuto e Sebastian due pistole.
Inizialmente non successe granché. Saltarono giù dal muro e sul primo edificio, sferzando l’aria e scendendo in strada;: ad un cenno della Adler poi si divisero, John a destra e Moran a sinistra, mentre Irene rimase in strada, correndo con il busto basso e le mani armate ognuna da un coltello a serramanico.
Appena qualche istante dopo, apparve un mutante. Era palese che non fosse vero, che fosse solo una sagoma di legno ed acciaio, ma si potevano vedere alcuni bersagli dipinti, in piccoli, nei punti di maggiore debolezza della sagoma (collo, testa, cuore).
Scattarono in sintonia come se non fosse nemmeno necessario mettersi d’accordo.
John scattò da destra con la spada sguainata, prendendo slancio da un edificio fatiscente, e gli conficcò la lama esattamente al centro del bersaglio dipinto sul collo. Sebastian Moran, fermandosi in equilibrio su di un palo della luce, sparò fino a crivellare di colpi il bersaglio dipinto sulla testa del mostro. Infine Irene, facendo un balzo direttamente da terra, lanciò entrambi i suoi coltelli al centro del petto della finta creatura, che smise automaticamente di muoversi dando loro campo libero.
Senza recuperare le armi, proseguirono.
Cominciarono a balzare da un edificio all’altro procedendo verticalmente: Moran prese il posto dell’Avanguardia, in prima linea, preferendo il proprio chokuto alle pistole. Watson veniva per secondo, nella postazione della Retroguardia, tipica dei Medici e dei Tiratori. Aveva estratto la sua pistola d’ordinanza e la teneva carica e pronta a far fuoco. La Adler invece, armata di altri due coltelli, veniva per ultima e a teneva d’occhio la situazione ai lati.
All’improvviso, proprio quando erano in vista della fine della strada e dalla boa che avrebbero dovuto aggirare, un manipolo di cinque falsi mutanti delle dimensioni di cani da caccia andò verso di loro ringhiando e sbavando, con sei zampe e pellicce folte, zanne appuntite e artigli che lasciavano i segni sul cemento. Potevano saltare quanto loro e furono davanti a Moran in pochissimi istanti.
Irene diede l’ordine al Tiratore di occuparsi del primo e chiamò il nome di John per occuparsi degli altri. Watson sparò al primo mentre era per aria, prendendolo al secondo colpo e uccidendolo, e mentre la donna li teneva occupati fuggendo fra gli edifici lui si posizionò su quello più alto e ne uccise altri tre. Il quarto fu eliminato da Sebastian che, estratta la pistola, sparò un colpo dritto in mezzo alla testa della bestia.
Arrivarono alla boa in un balzo, toccando il muro di delimitazione del campo su cui essa era attaccata.
« Abbiamo solo due minuti per tornare al Muro per avere il tempo migliore fin’ora! » urlò Irene e, con un semplice cenno del capo, cominciarono a correre in direzione della partenza il più velocemente possibile.
Non trovarono altri ostacoli e diedero il cambio alla squadra successiva con un tempo inferiore ai 4 minuti.
Nel riprendere fiato, John adocchiò l’espressione dell’istruttore. Annuiva con interessa, segnando tempi e punteggi.
Non sapeva se esserne fiero o spaventato.
L’ultima persona con cui voleva passare il resto della sua carriera militare era Irene Adler.
 
 

***

 
 
 
La fine dell’addestramento a squadre, durato tre giorni, decretò anche la fine del corso speciale.
Era ormai tempo di sapere se fosse stato accettato o meno in Alicanto, chi lo avrebbe accompagnato e chi sarebbero state le due persone che avrebbe dovuto proteggere – e da cui sarebbe stato protetto – per il resto della sua vita.
La mattina della cerimonia di arruolamento effettivo non gli fu difficile svegliarsi, dato che non dormì. Si mise in piedi all’alba e, dopo una doccia veloce, raccolse i suoi pochi averi e si vestì. In qualsiasi caso quello sarebbe stato il suo ultimo giorno all’accademia militare; da quel giorno in poi, avrebbe passato (probabilmente) il resto dei suoi giorni in una camerata militare al quartier generale del reggimento che lo avrebbe accolto fra le sue fila.
Nel caso peggiore, Barghest. Nel migliore, Ifrit. Se le cose fossero andate come voleva lui, Alicanto. Inaspettato era Huginn, ma non credeva di essere tagliato per i Corvi.
Infilò i pantaloni bianchi dell’uniforme standard dei soldati effettivi, gli stivali neri e la maglietta nera. Si sistemò i capelli per l’ennesima volta e, guardandosi al piccolo specchio dell’armadietto, sospirò. L’adunata suonò poco dopo.
Scese le scale fingendo una calma che non aveva. Non incontrò nessuno dei suoi amici più stretti se non Greg Lestrade, che lo aspettò fra una rampa di scale e l’altra per fare il tragitto insieme.
« Watson, giusto? » domandò quello fra un gradino e l’altro.
John annuì.
« Greg Lestrade » si presentò quello.
« Mi ricordo » disse semplicemente John, sforzandosi di sorridere in modo poco teso: « ti conosco da un po’ anche se non abbiamo mai avuto occasione di parlare ».
Anche Lestrade sorrise.
« Posso chiederti cos’hai scelto? » domandò poi John, senza una vera e propria ragione se non quella di parlare per tenere a bada l’ansia. Si rese conto troppo tardi che forse era una domanda scomoda, troppo personale.
Ma l’altro rispose comunque. « Alicanto » rispose. « Tu? ».
« Alicanto » ammise John. « Siamo entrambi pazzi o masochisti » aggiunse.
« O tutti e due » ironizzò Greg, John ridacchiò.
Arrivarono al cortile in meno di due minuti, dividendosi per prendere posto in ordine alfabetico davanti ad un palco su cui cominciavano a riunirsi gli ufficiali dell’Esercito e gli istruttori che avevano seguito la seconda parte del loro addestramento. John, essendo sotto la “W”, prese posto nell’ultima fila mentre Lestrade si posizionò nella stessa fila di Holmes e Molly, davanti a Moriarty e Moran. John adocchiò anche Irene Adler, in prima fila dato che cadeva sotto la lettera “A”.
Dovette aspettare fermi in piedi per altri dieci minuti prima che tutti gli ospito dell’Alto Comando fossero presenti e si potesse cominciare la cerimonia. Un ufficiale diede l’attenti dai piedi del palco e loro, battendo i tacchi, si portarono le mani lungo i fianchi. L’ufficiale urlò il saluto e, subito dopo, il riposo. John si trovò con le gambe leggermente divaricate e le braccia incrociate dietro la schiena.
Il Generale di Corpo d’Armata prese posizione davanti al microfono sul palco e, schiarendosi la voce, cominciò a parlare.
« Il mio saluto a tutti voi, cadetti, e le mie congratulazioni per aver portato a termine con successo l’addestramento speciale all’uso delle Nanomacchine » disse, le mostrine sulla giacca verde scuro che brillavano sotto i raggi di un pallido e clemente sole. « Come già sapete, nel corso di questa cerimonia vi sarà comunicato il vostro reggimento di appartenenza e vi sarà consegnata la giacca con il relativo stemma. Non solo, in questa sede saprete anche a quale squadra siete stati assegnati ».
John ascoltò con la voglia pressante di conoscere il suo destino. Wilkes, in piedi al suo fianco, si schiarì la gola senza un motivo preciso, probabilmente per scacciare l’ansia che gli faceva muovere nervosamente le dita delle mani.
« Prima di cominciare, voglio ringraziare ognuno di voi per la dedizione e il tempo che avete dedicato alla causa. Per noi è importante riuscire a combattere i mutanti usando le loro stesse armi, e queste armi siete voi, giovani soldati che mettete in gioco la vostra vita per garantire la sicurezza del regno e della famiglia reale » omaggiò.
John si trattenne dal roteare gli occhi.
« Ed ora, le assegnazioni » cominciò, facendosi passare una lista di nomi e attendendo che altri due sottoufficiali si sistemassero sul palco con le giacche.
John seguì il tutto con attenzione. Irene Adler fu accettata in ifrit e ritirò la sua giacca con lo stemma della fiamma incoronata. Fu poi il turno di Sherlock Holmes, che fu accettato in Alicanto, così come Molly Hooper.
Sebastian Moran e James Moriarty ricevettero a loro volta lo stemma con le ali d’argento e d’oro incrociate, mentre Murray fu assegnato ad Huginn, ricevendo il gagliardetto con le ali nere.
Fu il turno di Lestrade, che venne chiamato come soldato di Alicanto.
Poi, dopo altri nomi che John dimenticò quasi subito, toccò a lui.
« John Hamish Watson, matricola Alfa-Charlie-1-2-5-6-9-Zulu » lo chiamò, John si avvicinò al palco dove la voce disinteressata del Generale pronunciò « Alicanto ».
Non poté trattenere un sorrisetto. Gli venne consegnata la giacca, che indossò subito, e tornò a passo veloce al proprio posto mentre il Generale proseguiva chiamando Wilkes, che finì in Ifrit.
Non poteva crederci. Era finalmente riuscito ad avere lo stemma del reggimento in cui voleva andare da quando era fuggito dalla città. Poteva già sentire sulle spalle l’adrenalina, vedere negli occhi la vecchia città di Londra.
Ora, doveva solo capire con chi avrebbe combattuto.
Dopo aver terminato i cadetti, il Generale proseguì nelle nomine. Cominciò a pronunciare liste da tre di nomi e cognomi, creando squadre appartenenti alla stessa fazione, i cui interessati automaticamente annuivano in segno di comprensione e si cercavano di sottecchi con gli occhi.
Finalmente, dopo minuti che sembrarono ore, il Generale pronunciò il suo nome.
« Sherlock Holmes, Gregory Lestrade e... » un secondo che durò un’eternità: « John Watson ».
E John, all’improvviso, non fu più sicuro di niente.
 
 
 
 
 
 
 
 

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1- il chokuto è un tipo di spada simile alla katana ma con la lama diritta e affilata solo da una parte. Si legge “ciocuto”.
   
 
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