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Autore: Mary P_Stark    18/04/2016    3 recensioni
Una serie di OS dedicate ai personaggi della Trilogia della Luna. Qui raccoglierò le avventure, i segreti e le speranze di Brianna, Duncan, Alec e tutti gli altri personaggi facenti parte dell'universo di licantropi di cui vi ho narrato in "Figli della Luna", "Vendetta al chiaro di Luna", "All'ombra dell'eclissi" e "Avventura al chiaro di Luna" - AVVERTENZA: prima di leggere queste OS, è preferibile aver letto prima tutta la trilogia + lo Spin Off di Cecily
Genere: Azione, Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lemon, Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'TRILOGIA DELLA LUNA'
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Dove tutto ebbe inizio - Parte 6





Sorseggiando del sidro di mele da una coppa lignea, Avya sospirò leggermente prima di scrutare il viso ombroso del compagno.

Non si stupiva che il suo volto fosse irato e teso, perché lei stessa si sentiva a quel modo.

Ciò che aveva udito nel piccolo villaggio di Storix non lasciava adito a dubbi ma, al tempo stesso, lei sperava di sbagliarsi, di doversi ricredere.

Fryc.

Cacciatori scelti a caccia di prede.

Di prede che non avevano nulla a che fare con i cervi, o altro.

No, ciò che cercavano aveva un altro nome.

Lui aveva definito Fenrir ‘demone’ e la sua genia, nata dal ventre di Avya, ‘stirpe del demonio’.

In quei vent’anni passati lontano da Midghard, lui non aveva mai smesso di cercarli e, pian piano, aveva instillato la paura nelle genti del nord, nella bellissima isola di Albion1.

I villici avevano appreso dai guerrieri di Fryc cosa potesse annidarsi tra loro e di volta in volta, nel corso del tempo, erano stati messi al rogo coloro che la gente aveva reputato strana.

Coloro che avevano posseduto connotazioni uniche, o troppo rare, erano stati visti come figli del demone-lupo, e messi a morte per sentenza dei capi-villaggio, o di Fryc stesso.

Occhi di lupo, avevano cercato tra le genti, o segni evocatori del sangue demoniaco che poteva scorrere in loro.

E, per tutto il tempo, non avevano fatto altro che uccidere persone innocenti, convinti di essere sulla strada giusta per eliminarli per sempre.

Se solo Fryc avesse saputo!

“E così, tuo fratello non ha mai smesso di cercarci… quel folle…” borbottò Fenrir, terminando di bere il suo sidro.

Avya assentì, spiacente, e mormorò in risposta: “Forse, se riuscissi a parlarci, potrei cambiare le cose.”

“E come, mia cara? Sei identica a come lo lasciasti vent’anni addietro. Come potrebbe non crederti un demone, o una strega?” la irrise con dolcezza Fenrir, carezzandole il viso delicato.

Lei annuì di fronte a quella verità inoppugnabile e, nel lanciare un’occhiata ai loro figli, distesi nei loro letti nella stanza accanto, mormorò: “Come può anche solo pensare di ucciderli? Sono i suoi nipoti.”

“Sono abomini, per lui, mia cara. Poco importa che abbiano anche il tuo sangue, nelle vene” sussurrò spiacente Fenrir, levandosi in piedi.

Allungata una mano in direzione della compagna, le domandò: “Esci con me per scrutare l’alba?”

Avya si accoccolò accanto a lui e, assieme, raggiunsero la porta della casupola al limitare del bosco, lasciando che i loro sguardi indugiassero sull’orizzonte.

Ciò che videro, però, li portò a irrigidirsi e, d’istinto, Fenrir nascose dietro di sé la figura di Avya, già pronto a dar battaglia.

Loki si avvicinò spavaldo a loro, avvolto dalla prima luce del mattino e apparendo oscuro e tenebroso, pur se avvolto dal calore del sole.

La sua risatina querula infastidì non poco il figlio che, rabbioso, domandò: “Cosa ci fai, qui? E come sei giunto fino a noi?”

“Figlio mio… non mi presenti alla tua consorte? Dopotutto, sono anni che non stiamo un po’ assieme, e vedo che nel tempo passato lontani, la tua vita è molto cambiata” ciangottò il dio degli inganni, allargando un poco le braccia, come a voler dimostrare che non portava armi con sé.

Peccato che le armi di Loki non fossero forgiate nel metallo, ma piuttosto nella sua mente ingegnosa e perversa.

“Chi ti ha mandato, qui? Hel, forse?” ringhiò Fenrir, sempre sul chi vive.

“Oh, per tutti gli dèi! Lascia fuori tua sorella, per una volta… ha già ricevuto la sua degna punizione, per avermi mentito. No, mio caro. Chi ti ha tradito, è colui che hai sempre considerato tuo amico. Tyr è un inguaribile pettegolo, quando alza un po’ troppo il gomito” ironizzò Loki, facendo spallucce.

Fenrir sobbalzò, quasi colpito fisicamente da quelle parole e, scettico, replicò: “Non ti credo. Diresti qualsiasi cosa, per tagliare fuori dalla mia vita le poche persone che mi apprezzano. Inoltre, Tyr non berrebbe mai una birra assieme a te. Ti detesta.”

“Dimentichi che le uniche persone che ti hanno realmente aiutato, da quel che so, non corrispondono al nome di Tyr,… o sbaglio?” gli fece notare Loki, bloccandosi a pochi metri da loro. “E, se posso permettermi, chi ti ha consigliato di usare una rete dei nani, per proteggere la tua aura dall’occhio di Odino?”

Accigliandosi maggiormente, Fenrir borbottò: “Tu come lo sai?”

Il padre si limitò a sogghignare e, al dio-lupo, non rimase altro che dire: “Tyr. E’ un’idea che è venuta a Tyr.”

“E sai anche cosa sa fare, oltre a contenere la tua aura?” gli domandò a quel punto il dio degli inganni, aprendosi in un ghigno ferale.

Avya strinse un braccio all’amato, mormorando: “Non ascoltarlo, Fenrir. Tyr non avrebbe mai potuto mentirti. E’ tuo amico.”

“Mi spiace deludere le tue aspettative, fanciulla, ma Tyr è figlio di suo padre e, in quanto tale, la sua fedeltà va prima di tutto a Odino, non certo a un dio reietto come mio figlio” le fece notare Loki, affabile e affascinante.

Indietreggiando dentro casa – Hati e Sköll si erano svegliati, nel frattempo – Fenrir borbottò all’amata: “Scappa con i nostri figli. Io saprò come trovarti, lo sai.”

“Ma… ma Fenrir, tu…”

Non appena si trovarono entrambi all’interno della casupola, Loki sorrise vittorioso e, con un gesto negligente, lanciò una semplice runa oltre la linea della porta.

Sgomento, Fenrir la guardò al pari di Avya e, mentre i figli li raggiungevano per chiedere spiegazioni, la rete sopra le loro teste si illuminò.

La lega polimetallica creata dai nani divenne incandescente e, come una rete da pescatore, cadde addosso a loro, … oltrepassandoli.

Non colpì Avya, non colpì i gemelli. Nessuno di loro venne interessato da quella trappola.

Il suo obiettivo era uno, e uno solo. Fenrir.

Si strinse addosso a lui come una seconda pelle, stringendo e stringendo ancora, sotto gli occhi sgomenti dei figli e di Avya, che presero a tirare con forza le maglie.

Loki, imperturbabile, osservò la scena pieno di delizia, già pregustando l’inizio del Caos tanto bramato… ma qualcosa andò storto.

Non solo la rete si spezzò sotto il peso del potere dirompente di Fenrir, ma lui non apparve per nulla piegato dalla fatica, né dal dolore.

Ansando di rabbia a stento trattenuta, gridò ai figli di andarsene assieme alla madre dopodiché, puntato il padre con lo sguardo, ringhiò: “Prima, mi vendicherò su di te, poi penserò a Tyr. Una volta per tutte!”

Hati prese in braccio la madre, mentre Sköll apriva loro la strada, correndo più veloce del vento.

Alle loro spalle, nel frattempo, il padre prese sembianze di lupo e attaccò Loki che, dopo un attimo di smarrimento dovuto al fallimento del piano, scomparve in una nuvola di fumo, esclamando: “Ti fidi delle persone sbagliate, figlio! Sempre!”

Un attimo dopo, Fenrir si ritrovò a fissare la brughiera in completa solitudine, pieno di rabbia e di furore a stento represso.

Lanciò perciò un ululato stizzito e, preso che ebbe a correre, si inoltrò nella foresta per sfogare in qualche modo il suo risentimento.

Tyr lo aveva tradito, lo aveva smascherato proprio con Loki, l’ultimo, dopo Odino, a dover sapere dei suoi figli, di Avya!

Ma perché l’aveva fatto?

Tyr si dimostrerà colui che per primo tradirà la tua fiducia, Fenrir…

Le parole di Urŏr gli risuonarono nella mente, foriere di un futuro che lui non aveva voluto accettare, ma non di meno dimostratosi vero, reale.

La rabbia crebbe, crebbe a dismisura e, quando infine scorse una luce oltre la foresta, vi si gettò.

Lì, scorse la vallata sottostante, un piccolo villaggio in lontananza e, a sorpresa, una battaglia in atto.

Mutando forma, tornò uomo e, lasciando che il vento portasse a lui suoni e voci, inorridì quando scoprì cosa stessero facendo.

Senza attendere oltre, corse giù per l’erta erbosa, ben deciso a mettere fine a quello scempio.

Nessun altro sarebbe morto a causa sua, pur se non era stato lui a causare quel disastro.
 
***

Bevendo una birra in compagnia di Balder, Tyr sogghignò al suo indirizzo e disse: “Posso giurarti su quanto ho di più caro che non mento, fratello. Potrei batterti da bendato, e con una mano legata dietro la schiena. Mettimi alla prova, e vedrai. Mi sono allenato con un partner d’eccezione, per diventare così bravo, perciò ormai non ho rivali.”

Il fratello lo fissò burbero, replicando: “Ti alleni ancora con Fenrir, per caso?”

Accigliandosi un poco, Tyr borbottò: “E se anche fosse? Lo tengo lontano dai guai, così Odino non deve infuriarsi con lui, no? Non è quello che ha sempre voluto nostro padre, e in cui ha sempre maldestramente fallito?”

Balder gli sorrise irriverente, ribattendo: “Sei così sicuro che, il tuo allenarti sempre con lui, non sia servito, al contrario, a istigare la sua violenza, fratello? Quella bestia è nata per fare del male, e tu solletichi il suo istinto. Sei folle, al solo pensare che sia una creatura recuperabile, o meno che matta da legare.”

“E tu sei un idiota. Non conosci Fenrir come lo conosco io” sbottò Tyr, sbattendo il boccale di birra sul tavolo della taverna dove si trovava, in Asghard.

“Pensi di conoscerlo, ma non sei sempre con lui, vero? Non vedi ogni volta ciò che lui fa” gli ritorse contro Balder, sibillino. “Come puoi dire di sapere esattamente come la pensa? O quali siano i suoi più torbidi desideri?”

“Che intendi dire?” ringhiò il fratello minore, accigliandosi.

Balder terminò con calma il suo boccale, sogghignò all’indirizzo del fratello e, lapidario, dichiarò: “Non si conosce mai abbastanza una persona, mio caro. Io andrei a curiosare ciò che sta facendo adesso, poi potremo anche riparlarne.”

Tyr lo fissò malissimo ma non disse nulla e, in uno scintillio dorato, svanì dalla taverna, dirigendosi verso Midghard attraverso il passaggio di Bifröst.

A quel punto, Balder pagò il conto, uscì con calma e, una volta fuori, riprese le sue vere sembianze, tornando a essere Loki.

Soddisfatto con se stesso per quel tiro mancino, il dio degli inganni si avviò verso Bifröst a sua volta, ben deciso a scambiare due paroline con la figlia.

Non si tentava di farla in barba proprio a lui. Neppure Hel poteva permetterselo.

Per lo meno, aveva pezzato la sua ingenuità in qualche modo.

Mettere zizzania tra Tyr e Fenrir era un ottimo sistema per far perdere la testa al figlio.
 
***

Il vero Balder, nel frattempo, era impegnato in tutt’altra conversazione, così come in tutt’altro luogo.

Non che gli facesse piacere visitare un regno come Niflheimr, ma il messaggio ricevuto da parte di Hel era stato troppo allettante, perché lui vi rinunciasse.

Fidarsi di quella dea era rischioso ma, pur di farsi bello agli occhi del padre, avrebbe tentato il tutto e per tutto.

La benevolenza con cui Odino trattava Thor era quasi insopportabile, ed era giunto il momento di porre un freno all’egemonia del fratello e del suo martello magico.

Trovava irrispettoso che solo a lui fosse stato dato uno strumento della potenza di Mjiollnir ma, ormai, su questo non avrebbe più potuto porre rimedio.

Ciò che, invece, gli aveva proposto Hel, l’avrebbe portato sicuramente al centro dell’attenzione, rendendolo ben visto agli occhi del padre.

Quando infine mise piede a palazzo, Hel lo accolse con un sorriso e un invito a entrare.

Per l’occasione, la dea aveva indossato la sua consueta maschera, che le copriva la metà del volto distrutta dalla cancrena.

Balder ne studiò la metà sana, trovandola bellissima. Peccato fosse deformata in tutta la metà del suo corpo, perché sarebbe stata una donna degna di poter aver al fianco.

Potente, spietata e bellissima. Un vero scorno, da parte delle Norne, imporle quella maledizione.

Quando raggiunsero la sala del trono, i loro passi a rimbombare nel palazzo vuoto, Balder fissò incuriosito la rete traslucida stesa sullo scranno di Hel e lei, sorridendo, disse: “Vedo che l’hai notata.”

“Cos’è?”

“Ciò che ti renderà eccelso agli occhi di Odino” gli promise con un sorriso, afferrandola per mostrargliela. “Questa è Drómi, una rete creata appositamente dai nani per catturare e tenere imprigionato Fenrir.”

Accigliandosi, Balder replicò: “Per quanto mi stia antipatico tuo fratello, non ho motivo di attaccarlo. Non mi ha fatto nulla… a parte mangiarmi i calzari quand’era un cucciolo, ma mi sembra un’esagerazione prendersela ora, per una cosa di millenni fa.”

Hel lo lasciò dire, squadrandolo con il suo occhio sano, pregustando già il suo pagamento per quella concessione.

Sorridendo appena, ribatté: “Oh, lo so. Quegli eventi furono solo sfortunati, ma non certo passibili di una simile vendetta. No, io parlo di un abominio che si è perpetrato all’oscuro di Padre Tutto, e che non può più essere sopportato.”

“Cosa intendi dire?” si interessò a quel punto Balder, prendendo dalle mani della dea la rete metallica, studiandola con attenzione.

Era leggerissima ma, strattonandola con forza, si accorse anche di quanto fosse robusta. Forse, davvero sufficiente a trattenere quel lupo che era Fenrir.

“Mio fratello ha fatto bere il suo sangue a un’umana, elevandola a un ruolo che non merita, l’ha ingravidata e ha avuto due gemelli dal sangue misto. Capisci bene di quanti crimini si sia macchiato, lui che Odino aveva confinato alla solitudine a vita!” gli spiegò con enfasi.

Balder apparì degnamente scioccato da quelle sue parole, e Hel seppe di avere il dio in pugno.

“Perché non lo catturi di persona, visto che sei a conoscenza di questo segreto?” le domandò allora il dio biondo, insospettendosi un poco.

Quanto sanno essere sciocchi, i figli di Odino, pensò tra sé la dea, fingendosi contrita.

“Perché ammetto di averli nascosti io, per molto tempo. Volevo in qualche modo recuperare un rapporto almeno con mio fratello Fenrir, se non con Jor, ma lui aveva occhi solo per la sua amata, e ha sfruttato la mia gentilezza per i suoi soli fini. Perciò, merita di essere punito degnamente.”

“Mai ferire una donna, eh?” ironizzò Balder, ghignando.

“Esatto” assentì Hel. “Ovviamente, però, tutto ciò ha un prezzo.”

“Non avevo alcun dubbio. Non per niente, sei figlia di tuo padre” sorrise divertito il dio, facendo spallucce. “Cosa mi proponi, dunque?”

Sorridendo maliziosa, Hel aprì il suo lungo abito di velluto scuro, mostrando un corpo tonico e asciutto… e completamente nudo.

Balder si scompose solo in minima parte, essendo abituato da tempo ad assaggiare le carni più tenere del Creato.

Di sicuro, si sorprese però nel vedere il corpo magnificente di Hel integro e sano.

“Come diamine…”

“Dyggvi
2 è un re, uno sposo di nobile stirpe finché si vuole… ma è morto. E i morti non danno molto piacere. Per una notte, voglio assaporare le carni di uno dio, di un uomo vivo. Questo sarà il tuo pegno a me.”

Balder la scrutò con malcelato interesse, ne sfiorò le carni con dita lievi, saggiò la consistenza di un seno, facendola fremere e, roco, mormorò: “Che ne è della maledizione?”

“Conosco qualche trucchetto anch’io… la magia non appartiene solo mio padre. Ti prometto che non rimarrai scontento, ma pretendo da te il massimo, in cambio di Drómi.”

Balder, allora, ghignò, lasciò andare a terra la rete metallica e, dopo averla avvolta con un braccio, la attirò a sé.

Con la mano libera le strappò dal viso la maschera, scoprendo un viso interamente perfetto e bellissimo.

Il suo sorriso si allargò e, sulle sue labbra, mormorò: “Non ho mai scontentato una donna in vita mia. Con una dea, farò faville.”

“Non desidero altro” replicò Hel, poggiando una mano sul suo sesso, già pronto per lei.

“Come vedi… o meglio, senti, non perdo tempo” rise roco Balder, prendendola in braccio con un gesto repentino.

Hel rise e, nell’indicargli dove dirigersi, lanciò una sola occhiata alla rete stesa a terra, prima di pensare unicamente al suo amante.

Sapeva che non sarebbe durato per molto, ma quell’incantesimo le avrebbe donato ben più di un godibile amplesso.
 
***

Le mani macchiate di sangue al pari degli abiti, Fenrir fissò ciò che restava degli uomini che avevano cercato di uccidere delle incolpevoli donne.

Queste ultime, però, furono ben lungi dall’essergli grate e, fissandolo terrorizzate, fuggirono via in preda al panico, lasciandolo solo in mezzo a quella carneficina.

“Umane… nessuna ha il coraggio della mia Avya” brontolò Fenrir, passandosi le mani insanguinate sulla tunica.

Già pronto ad andarsene, si irrigidì non appena percepì una presenza divina nei paraggi e, accigliandosi, osservò una nube dorata comparire dinanzi a lui.

Sapeva benissimo chi sarebbe apparso. Lo riconobbe dall’odore.

Sul punto di discutere aspramente con colui che aveva sempre reputato essere suo amico, Fenrir scrutò il viso ombroso di Tyr prendere corporeità ma, quando ne colse l’ira, si bloccò.

Perché Tyr doveva essere infuriato con lui? Non ne aveva alcun motivo!

“Quindi, Balder aveva ragione. Sei il folle che non ho mai voluto credere tu fossi.”

“Che vai dicendo?! Io, folle? Tu, piuttosto, che hai tradito la mia fiducia, inducendomi a credere che la maglia creata dai nani fosse solo uno strumento per proteggermi.”

Ora fu il turno di Tyr di apparire confuso e, guardandosi intorno sgomento, la carneficina evidente dinanzi a lui, esalò: “Non so davvero di che parli… so solo che vedo quanto io sia stato sciocco a credere che tu fossi sano di mente. Mi sbagliavo di grosso, evidentemente.”

“Non sai di che parlo?! Vile e bugiardo! E non pensare che io mi sia mosso per diletto, contro questi uomini. Loro stavano cercando di…” iniziò con il protestare Fenrir, bloccato però da un gesto dell’amico.

“Non accampare scuse che non reggerebbero dinanzi a nessun tribunale divino. Questi uomini sono morti… morti per colpa tua! Non c’è giustificazione alcuna, per le tue azioni” sibilò Tyr, gli occhi invasi di odio e dolore al tempo stesso.

Fenrir si inalberò immediatamente, a quelle parole livide, e sbottò.

“Credi pure alle parole di tuo fratello, se vuoi. A quanto pare, neppure io avrei dovuto fare affidamento su di te.”
“Odino aveva ragione nel volerti tenere d’occhio” sospirò Tyr, scuotendo il capo. “Vattene, perché io possa dare loro degna sepoltura. Non meriti neppure di stare vicino a questi uomini.”

Sprezzante quanto ferito, Fenrir replicò: “Se non vedi al di là del tuo naso, non è affar mio. Pensa ciò che vuoi, di me. Se basta l’opinione di quell’ubriacone di Balder per farti cambiare idea così alla svelta, allora vuol dire che non mi conosci affatto.”

“No! Non ti conosco affatto!” ringhiò Tyr, indicando con rabbia i morti.

“Se fossi stato presente, avresti capito!” si difese Fenrir. “Ma che parlo a fare… tu che mi hai tradito per primo.”

“Oltre che bugiardo, sei anche un vanesio” lo rabberciò il dio biondo. “Non dirò dei tuoi figli per rispetto verso Avya, ma non cercarmi mai più. La nostra amicizia termina qui.”

“Con somma gioia, non posso che dichiararmi d’accordo” sentenziò Fenrir, svanendo in una nuvola dorata.

Tyr, allora, fissò sgomento quel mare di morti e, serrando gli occhi, trattenne le lacrime che mai avrebbe versato per colui che aveva considerato un amico.

Lo stesso fece Fenrir che, rientrando a casa col cuore spezzato, fu sul punto di sfogarsi con Avya per quanto appena accaduto.

Le parole, però, gli morirono in gola quando, a sorpresa, scorse due fanciulle nel bel mezzo della stanza principale, scarmigliate e coperte di fuliggine.

In un angolo, Hati stava curando una ferita profonda sul braccio del gemello, che pareva essere preda di un forte stato di stress.

La sua entrata in scena bloccò tutti e, quando anche Avya si presentò nella stanza – tornando apparentemente dalla stanza che divideva con il compagno – quest’ultima esalò: “Oh, cielo… Fenrir!”

Lui li squadrò tutti, notò l’aria spaventata delle due ragazze, ma non la ritenne diretta verso se stesso quanto, piuttosto, verso qualcosa che le aveva terrorizzate in precedenza.

“Posso… posso sapere che sta succedendo?” chiese alla fine, non sapendo bene chi guardare, o a chi rivolgersi.

La ragazza bruna scoppiò in lacrime, e quella dai capelli biondi cercò subito di chetarne l’ansia.

Avya, allora, si affrettò a poggiare una mano sulla spalla della ragazza piangente, e mormorò: “Fryc…i suoi uomini stavano per ucciderle sul rogo, quando…”

Hati prese la parola con coraggio, e aggiunse: “Le abbiamo salvate. Non potevamo lasciarle là a bruciare vive, ma…”

Sköll sbuffò e, guardandosi il braccio fasciato, terminò di dire: “… ma abbiamo esagerato. Ci dispiace, papà. Ci hanno visto. Nell’altro modo.

Fenrir non se la sentì di avercela con loro. Tutta la loro vita era stata strana, costellata di pericoli, concessioni, ricatti.

Non un solo giorno era stato passato nella tranquillità assoluta, se non quando si erano trovati a Niflheimr.

Ma quella era stata solo una parentesi, perché mai avrebbero potuto abitare lì per sempre.

Sospirando, Fenrir si rivolse alle due fanciulle e, con un tono il più possibile pacato, domandò loro: “Anche voi avete visto?”

La bionda annuì, si lappò le labbra screpolate e infine disse: “Hanno lo spirito del lupo, dentro di loro, e quello spirito ci ha protette e salvate.”

Fenrir sorrise appena nel notare con quanto coraggio lo stesse guardando, ignorando di proposito il sangue che lo ricopriva.

“Prosegui pure nel prenderti cura di loro, Avya. Io mi cambierò, nel frattempo. Non hanno bisogno di essere ulteriormente turbate dal mio stato attuale.”

Ciò detto, fece per allontanarsi ma la compagna, afferratolo a un braccio, mormorò: “Cos’è successo?”

“La stessa cosa che è successa a voi, ma io non ho avuto la fortuna di trovare donne e fanciulli altrettanto coraggiosi da accettare per buona la mia presenza” sospirò Fenrir, sconsolato. “Inoltre, Tyr si è presentato al villaggio a giochi ormai conclusi, accusandomi di essere un mostro. Non mi ha lasciato il tempo di parlare e, oltretutto, ha negato ogni addebito riguardo alla rete. Si è dimostrato degno di suo padre.”

Avya lo fissò spiacente e, nel dargli un bacio sulla guancia, asserì: “Io so che no sei un mostro.”

“E’ questo che mi consente di vivere… tu, e i nostri figli” replicò lui, sorridendo un momento ai gemelli prima di sparire nella sua stanza.
 
***

Scrutando gli occhi ambrati delle due fanciulle, Fenrir domandò loro: “E’ solo per il colore dei vostri occhi, che hanno tentato di darvi fuoco?”

Scuotendo il capo, la bruna – di nome Lyka – asserì: “Io sono un’erborista, mio signore. Ritenevano che, per questo, potessi essere anche una strega.”

Fenrir sorrise divertito ad Avya, prima di dichiarare: “Anche qualcun’altra fu accusata di simili maldicenze, pur se non arrivarono mai al punto di volerla morta. Ma immagino che Fryc abbia instillato sufficiente paura a tutti, per mettere voce agli incubi più inconfessati.”

La bionda – Sylvi – annuì con vigore, sibilando sprezzante: “E’ stato mio padre a consegnarci al capo villaggio e, quest’ultimo, ha chiamato le orde di Fryc perché venissimo giudicate.”

Si lasciò andare a un’espressione stizzita, prima di aggiungere: “Giudicate! Come se legarci a due tronchi e darci fuoco fosse un giudizio!”

Il dio assentì, solidale con le due giovani, e dichiarò: “Potrete rimanere finché vorrete. La nostra casa sarà la vostra … e i miei figli si comporteranno onorevolmente, con voi.”

Ciò detto, lanciò un’occhiata d’intesa con i due interessati, che borbottarono delle proteste sentite, come se loro non si fossero sempre comportati a modo.

Le due ragazze sorrisero divertite e Avya, nell’alzarsi, le accompagnò in quella che, da quel momento in poi, sarebbe stata la loro stanza.

Rimasto solo coi figli, Fenrir tornò serio e disse: “Aspettatevi che Odino venga presto a bussare alla nostra porta, figli miei. Non è più il tempo dei segreti, e io cercherò di ottenere per voi un salvacondotto, indipendentemente dal prezzo che dovrò pagare per averlo.”

“Papà…” mormorò turbato Hati, fissandolo in ansia.

“Figli miei, voi avete riempito un vuoto nel mio cuore, e la Madre sola sa quanto questo mi sia stato di conforto. Voi e Avya mi avete cambiato, avete fatto di me un dio migliore, un uomo migliore, ma Odino non cambierà mai idea su di me. Mi riterrà sempre un portatore di sventura, perciò so già che dovrò pagare un fio, per avervi avuto nella mia vita.”

“Lo pagheremo noi, per te!” sbottò Sköll, già pronto a dar battaglia.

Fenrir scosse il capo corvino, replicando: “Non è compito che spetti a voi. Il vostro, sarà prendervi cura di mamma, e di tutte le persone che Fryc tenterà di colpire. Non si fermerà mai, ormai è assodato, e molti seguiranno il suo esempio. Voi dovrete essere l’estrema risorsa per coloro che finiranno nella sua rete.”

Hati e Sköll annuirono, pur se di malavoglia e il padre, nel sorridere loro, aggiunse: “Nessun padre potrebbe essere più orgoglioso di me.”

I due gemelli si limitarono a esibirsi in un mezzo sorriso imbarazzato e, quando Avya tornò, ripresero a sistemare in casa, preferendo non farle notare il loro disagio.

Fenrir, allora, la prese accanto a sé, la baciò sulla tempia e, dentro di sé, si ripromise di tenerla al sicuro a qualsiasi costo.

Anche a costo di morire, se necessario.





1 Albion: come veniva chiamata un tempo la Gran Bretagna.
2 Dyggvi: re scandinavo (morto) che venne offerto in sposo a Hel, quando giunse alle porte di Niflheimr per entrare nel regno dei morti. Ne divenne il marito.
 


Note: Uror non ha mai specificato se, il tradimento di Tyr, fosse cosciente o meno, quindi, ecco perché Fenrir lo ritiene un traditore, e Tyr lo pensa un folle, come mai aveva voluto credere. Nel bene e nel male, il loro legame li ha traditi, perché sono rimasti entrambi vittime del loro stesso affetto, usato sapientemente dalla rete di inganni messa in piedi da Loki.
Loki che però, a sua volta, è stato tradito dalla subdola figlia, che ora vuole utilizzare Balder per ottenere i suoi scopi. Sarà solo punire il fratello, o ci sarà dell'altro?
Di sicuro, ormai siamo giunti al dunque, poiché manca poco alla resa dei conti.

  
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