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Autore: venerdi 17    25/11/2016    2 recensioni
Sul mio viso già cominciava a fare capolino un sorriso al pensiero di vedere quell’ammasso putrescente annaspare al suolo per risollevarsi. Almeno uno cosa buona l’avrebbe fatta l’amico per me: mi avrebbe regalato l’ultima risata.
Genere: Drammatico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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L’ULTIMA CARTUCCIA
(l’ultima risata)
 
 
***
 
 
Sembrava un robottino troppo cresciuto con le pile quasi completamente scariche che era stato sputato fuori da un frullatore dopo un adrenalinico giro della morte. Avanzava verso di me con passo lento e ondeggiante. Guardarlo mi faceva venire il mal di mare, o forse era a causa del mio stomaco vuoto da un paio di giorni se mi stava salendo la nausea.
Un altro centinaio di metri e mi avrebbe raggiunto e, anche se sapevo di avere i minuti contati per prendere una decisione, ancora non ero certo di come avrei usato l’ultima cartuccia che avevo e che era già dentro al fucile che stringevo tra le mani.
Mentre lui si sfiancava per raggiungermi, senza tuttavia versare nemmeno una goccia di sudore e calpestando ogni centimetro di terreno con fatica ma con una determinazione invidiabile, stavo quasi per cedere al panico e voltarmi per fuggire. Forse volevo darmi ancora un po’ di tempo per ponderare bene la mia scelta, ma di una cosa ero assolutamente certo: non gli avrei mai permesso di avvicinare quella sua lurida bocca alla mia pellaccia. Se glielo avessi permesso avrei gettato al vento tutta la fatica che avevo impiegato in quegli ultimi mesi per impedire che mi trasformassero in uno di loro.
Ma nonostante quell’imperativo assoluto, rimaneva lo stesso il dilemma che mi assillava da sei giorni, da quando avevo deciso che proseguire non serviva a niente e ho quindi scelto di fermarmi qui per attenderlo: chi di noi due avrebbe ricevuto la grazia di quell’ultima cartuccia?
Feci ruotare lo sguardo intorno a noi, vedendo nient’altro che terra pianeggiante spazzata dal vento tiepido. Da giorni stavo attraversando a piedi quel terreno arido, preferendolo alla strada deserta che mi ero lasciato alle spalle perché stanco di imbattermi in cadaveri in avanzato stato di decomposizione abbandonati ai margini della carreggiata.
Se avessi scelto di usare la cartuccia contro di lui, cosa avrei fatto dopo? Di cosa mi sarei nutrito? Dove avrei dormito per proteggermi dal freddo che calava con il buio e che diventava sempre più intenso notte dopo notte? Non avevo più armi, mi era rimasto solo quel fucile che tenevo tra le mani e una sola cartuccia. Non sarei sopravvissuto a lungo.
Sopraffatto dal panico cercai di contrastare il familiare senso di impotenza sforzandomi di inalare più aria possibile a ogni boccata, cosciente che con molta probabilità quelli erano i miei ultimi respiri.
Forse sarebbe stato più giusto puntare la canna del fucile contro il suo cranio e mettere fine al suo girovagare solitario. Quella mia ultima azione clemente gli avrebbe dato finalmente la pace. In fondo non riuscivo del tutto a ignorare che anche lui prima di essere morso era un uomo normale come me, e forse anche lui aveva combattuto fino alla fine per non diventare uno di loro, ma desideravo anche puntarla contro di me per farmi saltare il cervello che, affollato com’era da migliaia di immagini di dolore e morte, ero certo che come il suo ormai putrefatto non avrebbe più funzionato correttamente, non per molto almeno. Forse stavo già dando i numeri. E poi la testa mi pulsava dolorosamente da giorni e in quel momento non volevo nient’altro che smettesse di martellarmi le tempie. Le massaggiai con due dita, poi tornai a guardare lui. Visto da quella distanza, era ormai a una quarantina di metri, sembrava un uomo d’affari reduce da una catastrofe aerea, con una frattura scomposta alla gamba destra e il braccio dallo stesso lato mozzato all’altezza della spalla, l’abito era stracciato, sporco di polvere, sangue e brandelli di carne. Senza mai staccarlo dal suolo trascinava il piede che, girato di lato in una posizione assurdamente anomala per un arto che potesse avere anche solo la minima possibilità di tornare un giorno funzionante, coperto dalla scarpa elegante strisciava sul terreno secco che ammassandosi scivolava poi fino alla punta di cuoio, lasciando un cumulo di terra che segnava con una riga dritta e precisa il suo passaggio. La gamba sinistra, apparentemente sana, sorreggeva tutto il peso di quella carne ormai morta e nauseabonda che era il suo corpo, oscillando a ogni passo sotto la leggera flessione dell’articolazione del ginocchio.
Spostandomi di lato guardai alle sue spalle. Il solco lasciato dal suo piede, su quel terreno che non veniva bagnato dalla pioggia da chissà quanto, era visibile fin dove riusciva ad arrivare il mio sguardo. Il bastardo mi stava seguendo da giorni. Sapevo che anche da una grande distanza riusciva a sentire il mio odore e che il suo istinto lo guidava da me, per lui ero come una bistecca che, sfrigolando sulla griglia, sparge tutto intorno il suo profumo saturando l’aria, morbida e succosa, ma ancora irrorata dal sangue, pulsante di vita, come piaceva a quelli della loro specie. E il fatto che fosse così ostinato da giorni nel volermi raggiungere, mi dava la certezza che non ci fosse nessun altro vivo oltre a me per chissà quante altre miglia. Da quando mi ero incamminato a piedi, dopo che quello stronzo che stava arrancando davanti a me aveva fracassato il radiatore dell’auto su cui viaggiavo e, rialzandosi con fatica ma come se niente gli fosse accaduto, aveva cominciato a seguirmi, avevo camminato per tre giorni, poi alla fine mi ero stufato, complici anche la stanchezza e l’inutilità di proseguire, e mi ero fermato per aspettarlo. Con il suo passo lento e claudicante ci aveva messo sei giorni a raggiungermi.
Certo, se quando l’avevo visto in mezzo alla strada, l’avessi aggirato invece di schiacciare il piede sul gas cavalcando la striscia della mezzeria, la macchina non mi avrebbe abbandonato in mezzo all’asfalto rovente. Ma la breve attesa dell’impatto mi aveva totalmente annebbiato il cervello ed è stato inevitabile lanciarmi contro di lui a tutta velocità. Uno sfizio del genere dovevo assolutamente togliermelo, e comunque ero già in riserva da qualche miglio e le taniche di benzina erano ormai vuote, non sarei andato molto lontano in ogni caso. Il suo braccio che volava sopra il tetto dell’auto rimbalzando sulla lamiera, cazzo, mi ha fatto gridare come un pazzo esaltato, dandomi una scarica di adrenalina che mi ha fatto sentire di nuovo vivo dopo mesi. Anche se sarebbe stato meglio che a staccarsi fosse stata la sua testa, che non ho potuto maciullare sotto le ruote dell’auto perché durante la retromarcia il motore ha reso l’anima a dio. Pace all’anima sua, e alla mia, se ancora ne ho una.  
Con gesti annoiati e meccanici sganciai la cartucciera ormai vuota liberandomi i fianchi e la lanciai a terra tra noi. Non spostò nemmeno un attimo lo sguardo vacuo che teneva puntato su di me. Non sono nemmeno certo che davvero mi vedesse. I primi giorni dopo la notizia dello scoppio dell’epidemia, si susseguivano nei vari dibattiti in tv diverse teorie su di loro. Una di queste la ricordo bene: il medico invitato in trasmissione da Oprah spiegò che vedevano solo in due dimensione e in bianco e nero. Un po’ come quei vecchi film che tanto amava mia madre di Fred Astaire e Ginger Roger, e che quando ero piccolo guardavamo seduti uno accanto all’altra sul divano del nostro salotto, nel vecchio televisore senza telecomando e con l’audio gracchiante. Continuando a fissarlo, pensai che forse una volta che avesse raggiunto la cartucciera, per colpa della sua vista scarsa, ci sarebbe inciampato, o che forse gli si sarebbe impigliata alla caviglia mezza svitata di quel piede storto e che trascinandola me l’avrebbe riportata.
Scossi la borraccia, a giudicare dal suono al suo interno avevo sì e no solo due dita d’acqua. Per una volta decisi di fregarmene e, dopo aver tolto il tappo, me la scolai tutta, godendomi fino in fondo ogni singola goccia.
Asciugandomi le labbra secche con la manica ruvida e sporca della tuta mimetica, guardai lui, era a una trentina di metri da me e a una decina dalla cartucciera, a cui cedetti la compagnia della borraccia che sollevò un po’ di polvere quando atterrò con un tonfo sordo, poi dalle spalle mi feci scivolare lo zaino sdrucito che conteneva solo pochi oggetti che ormai mi erano del tutto inutili e, dopo averlo lanciato, osservai soddisfatto la piccola catasta.
In quel momento avrei ucciso per una sigaretta, anche per un mozzicone spento e consumato fino al filtro. Incredibile a dirsi, ma le sigarette erano state saccheggiate ancora prima dei beni di prima necessità. Avevo fumato la mia ultima sigaretta… bah, forse due mesi prima.
Tolsi la tracolla del fucile dalle spalle e mi sedetti a terra con le gambe incrociate, abbassai gli occhi e guardando gli scarponi che non toglievo da settimane mi chiesi se dentro ci fossero ancora i miei piedi, l’ultima volta che li avevo visti era stato durante il breve acquazzone che mi aveva colto di sorpresa mentre guidavo di notte. Scesi in fretta dall’auto e mi spogliai per lasciarmi scivolare addosso l’acqua gelata che sulla pelle pungeva come spilli. Fui proprio un coglione quella notte, per farmi quella doccia di pochi minuti ho rischiato di beccarmi una polmonite. Doppiamente coglione, perché avrei dovuto almeno evitare di bagnare la tuta e spogliarmi prima di scendere dall’auto, così da risparmiarmi di dover poi dormire nudo in auto perché il tessuto fradicio era più gelato di una coperta di marmo, considerando anche che, con la polvere e la sabbia che la ricoprivano e che si erano mescolate all’acqua, quando il giorno dopo finalmente si asciugò era ancora più rigida e ruvida.  
Bei tempi quando avevo ancora un’auto in cui dormire. Da nove notti mi stendevo a terra con lo zaino come cuscino e chiudevo gli occhi fingendo di stare sopra un letto con le lenzuola profumate di bucato e abbracciato a una bella ragazza invece che al fucile. Avevo abbandonato la speranza di poter godere della compagnia di una donna già da un paio di settimane, quando attraversando questo Stato con quel vecchio catorcio con cui ero costretto a viaggiare a non più di venticinque miglia all’ora, ho realizzato che non ricevevo alcun segnale radio, nemmeno un misero fruscio, dal decimo giorno di fila. Lì ebbi la conferma al mio peggior timore: ero rimasto solo.
Nel mio girovagare solitario che si protraeva da almeno un mese non avevo incontrato anima viva. Fatta eccezione per il non morto di fronte a me ormai a un passo dai pochi oggetti che possedevo.  
Decisi di complicargli ulteriormente la non vita. Da uno dei tasconi della mimetica tirai fuori la torcia di alluminio e la rigirai un po’ tra le mani, la portavo sempre addosso. Anche se le pile erano finite da giorni, continuavo a sperare che prima o poi ne avrei trovate di nuove. Ma vista la situazione, non mi sarebbe più tornata utile in alcun modo, così la gettai insieme a tutto il resto che speravo avrebbe fatto inciampare il mio amico. Sul mio viso già cominciava a fare capolino un sorriso al pensiero di vedere quell’ammasso putrescente annaspare al suolo per risollevarsi. Almeno uno cosa buona l’avrebbe fatta l’amico per me: mi avrebbe regalato l’ultima risata.
Puntellando i gomiti sulle ginocchia e con il mento appoggiato al fucile che tenevo sopra le mani voltate in su, contai i suoi passi a voce alta, lentamente, come il suo incedere. «Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque» e poi successe quello che speravo. Il coglione cadde in avanti senza nemmeno interporre tra sé e il terreno l’unico braccio che aveva. Nel completo silenzio di quello spazio aperto e vuoto, il rumore secco delle sue ossa che si rompevano risuonò come se sparato da un amplificatore. Un piede in fallo e l’amico si era giocato anche la gamba sana. E io scoppiai a ridere, come non facevo da tanto, non ricordavo quando era stata l’ultima volta, ma certamente non da quando, tre mesi prima, mia moglie era tornata dalla sua cena di lavoro prima del previsto, ed entrando nel mio studio si era lanciata contro di me con la bocca spalancata. Riemergendo immediatamente dal mondo parallelo in cui ero inabissato mentre lavoravo al diciassettesimo capitolo dell’ultimo libro che stavo scrivendo, ho approfittato del vantaggio che mi dava la scrivania tra noi, su cui continuava a sbattere mentre si piegava in avanti con le fauci spalancate invece di aggirarla, e aprendo il cassetto e balzando in piedi ho afferrato la rivoltella che tenevo lì dentro e le ho sparato in fronte.
E continuai a ridere, isterico, fino alle lacrime, mentre lui si dibatteva come un pesce in fin di vita sul margine di un fiume prosciugato dalla siccità.
Agitandosi, puntellò il capo a terra assieme alla spalla con il moncherino e facendo leva anche sul ginocchio sano cercò di rialzarsi, ma il solo risultato che ottenne fu di ruotare su un fianco e, dopo qualche altro inutile contorcimento, ricadere sulla schiena. E io risi ancora più forte, vedendo che muoveva i tre arti rimasti come una tartaruga che cerca di raddrizzarsi.
Mi sollazzai guardandolo ancora qualche istante, poi mi alzai lentamente e, sfinito per aver bruciato le mie ultime energie con quelle risate gentilmente offerte dal cazzone, feci quei pochi metri che ci separavano. In piedi, di fronte a lui, gli puntai il fucile sul petto schiacciandolo a terra. «Secondo te cosa dovrei fare adesso? Dammi un consiglio. Tu cosa faresti al posto mio? Sai, se tu potessi parlare, sarei contento di stare qui ad ascoltare la tua storia. Ma non puoi, ed è davvero un peccato. È da tanto che non parlo con qualcuno. Tutti quello che conoscevo o che ho incontrato fin qui sono morti, più o meno, molti di loro per mano mia.» Si dibatté, puntandomi addosso i suoi occhi vacui e sollevando il naso per annusare l’aria. Piegando il capo di lato e assottigliando gli occhi per schermarli dal sole, lo spintonai con il fucile dandogli dei colpetti. «Vorresti mordermi, eh?» La sua mascella scattava meccanicamente mentre tendeva il collo verso di me. Avvicinai la mano libera alla sua bocca e sventolandogliela sotto al naso stuzzicai il suo appetito. Filamenti di bava gli scivolarono ai lati della bocca colandogli sul collo, mentre la sua gola gorgogliava dall’urgenza di essere appagata. I denti che sbattevano come nacchere furono la sua risposta. Sollevai lo sguardo, osservando l’orizzonte. Terra e cielo, non c’era nient’altro. Scrollai una spalla.
«Col cazzo che lo farai. Preferisco crepare di fame e di sete.» Gli puntai il fucile in fronte e nemmeno il lampo di consapevolezza che per un attimo gli illuminò gli occhi mentre li spalancava mi fermò, e gli sparai con l’ultima cartuccia che avevo.   
 
 
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