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Autore: lady igraine    17/09/2017    0 recensioni
"S’illudeva di essere forte, si aggrappava alla convinzione di poter affrontare tutto, ché se non cedeva, se riusciva a rimanere tutto d’un pezzo, anche solo nell’apparenza, sarebbe passato indenne attraverso i paradossi della sua vita. Il mondo era orribile, chi non era forte abbastanza veniva masticato e sputato, e lui aveva trascorso anche troppo tempo della sua esistenza provando un opprimente senso di mortificazione.
Per questo se lo era imposto, si era costretto a essere forte, una muraglia impenetrabile. Ma, forse, aveva ottenuto solo di essere ermetico, e dentro quelle mura aveva nascosto un’anima indifesa che soffriva da sola, senza speranza di ricevere aiuto."
Genere: Drammatico, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
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À Demian

Capitolo decimo

Contrasti

Attorno a lui c’era solo oscurità.

Buio fitto e denso, viscoso. Aveva la sensazione che gli si fosse appiccicato addosso, se ne sentiva soffocato. Gli ostruiva la gola, gli mancava il fiato e l’aria rarefatta pareva opporsi ad ogni suo tentativo di inspirare ancora e ancora, faceva freddo e il sudore gli imperlava la fronte e il corpo come un secondo strato di pelle impalpabile.

Avrebbe voluto agitarsi, scalciare quel dannato piumino che pesava addosso facendolo sentire come se ogni movimento gli fosse precluso e fosse legato polsi e caviglie, avrebbe voluto cercare una posizione più comoda che gli desse una qualche tregua.

Invece restava fermo, schiacciato ad afferrare un buio annichilente.

Sarah dormiva ancora stretta a lui, raccolta nel suo abbraccio con il volto angelico, nascosto dalle ombre della notte, che posava placidamente sul suo petto. Demian si chiedeva come riuscisse a riposare quando il suo cuore batteva tanto forte e ostinatamente da sembrargli che volesse solo sfondargli la cassa toracica. D’altronde, in realtà voleva che sua sorella rimanesse proprio lì, dove si trovava, dove era il suo posto.

Non voleva allontanarsi da lei, non aveva mi sentito tanto la necessità di tenerla vicino a sé, al sicuro, come se un suo abbraccio potesse bastare a combattere un male che Sarah si portava ingenuamente dentro.

A soffocarlo era solo la paura di tutto ciò che si erano detti, di quello che non avevano avuto il coraggio di dire. Sarah aveva incarnato con poche parole i suoi incubi più oscuri, ed ora le ombre avevano mani acuminate ed artigli che si aggrappavano al suo corpo e facevano a brandelli la pelle, dilaniavano la carne e il sangue e l’ultimo dei suoi respiri, lo spingevano, cadeva in un baratro di insicurezze senza fondo.

La cosa peggiore era il sentimento di sospensione che lo tormentava, quel fondo mancato che forse avrebbe fatto male, lo avrebbe frantumato, ma l’avrebbe anche liberato di un peso. Un unico, grande dolore, e poi basta.

La fine.

Frantumarsi insieme a lei e sparire.

Perché lo sentiva nei loro cuori sincronizzati sullo stesso battito, se mai le verità di Sarah fossero diventate realtà, schiantarsi a sua volta, toccare quel fondale di amarezze e morirci, per quello schianto, sarebbe stata l’unica cosa sensata che gli sarebbe rimasta.

Il corpo della sua bestiolina si abbassava e si alzava al ritmo con il respiro, ed era delicato e labile, una visione destinata a dissolversi con l’alba. Se avesse acceso la luce, come nelle migliori storie di spiriti, il suo corpicino cangiante si sarebbe disgregato in polvere, ma il suono del suo soffice soffio di vita non era sufficiente a fornire conforto, gli sembrava di potersi ingannare senza la vista.

 

Sarah sa.

Conosce la sua condizione.

 

E se Sarah sapeva, se conosceva la natura della propria condizione, se era consapevole delle poche garanzie del suo esistere, Demian allora era perso.

Incapace d’azionare gli ingranaggi del proprio pensiero e di raccogliere le proprie sensazioni appannate dall’attanagliante dubbio che lo rendeva inerme.

 

Nessun esame, nessun controllo potrà garantire nulla.

Nonostante tutto il tempo trascorso da quel giorno, non è cambiato niente.

E almeno non fingere di poter dormire, non fingere che vada tutto bene.

Non ci sono sicurezze.

Blandi tentativi di preservare la sua fragilità e nient’altro.

Smettila di mentirti, guardati.

Sei patetico.

 

Si premette un pugno sull’occhio, schiacciò fino a farsi male, per ricacciare l’angoscia e forse il pianto che minacciava di strabordare dagli occhi lucidi.

 

Quanto ancora puoi resistere?

E anche se volessi cedere, pensi sul serio di averne la possibilità?

Cosa credi di fare, come pensi di lasciarti andare?

La tua apatia non ti salverà.

 

Scivolò fuori dalle lenzuola che il sole era ben lontano dal mostrarsi. Erano quasi le cinque, sul balcone faceva freddo e la luce spettrale della lampada esterna tratteggiava le linee di un giardino lasciato all’incuria del disuso.

Accese una Lucky Strike, inspirò una profonda boccata di fumo e lo trattenne a lungo, prima di rilasciarlo. Le volute opache di grigio si confusero rapidamente con le nuvole di ardesia che incorniciavano la luna.

Si accomodò su una seggiola di vimini sgangherata, retaggio di maman come la compagna, abbandonata in un angolo e occupata da un cestone di panni da stendere ormai quasi del tutto asciugati. Forse, sua zia si era anche raccomandata perché se ne occupasse lui, con qualche post-it o una chiamata, ma non ci aveva prestato attenzione. Il tavolino intrecciato era sormontato da una lastra di vetro opaca e sporca, i fiori nel vaso si erano seccati, alcuni erano caduti, altri erano rimasti tetramente attaccati per un soffio e dondolavano leggermente, come in una poesia di Ungaretti.

Il vento muoveva le ombre degli alberi ridisegnando il confine del suo sguardo, e il rumore delle foglie che frusciavano riempiva il vuoto silenzio.

Non distolse mai la sua attenzione da quell’ondeggiare pacato e metodico, finì la sigaretta lentamente, lasciò che una parte si consumasse da sé mentre i suoi occhi inseguivano complicati pensieri che s’intrecciavano ai ricordi.

Ricordi di Sarah a cinque anni, di quell’anno vissuto in ospedale per la bambina, quando ancora maman stava bene.

Ricordi di Jenevieve con quella piccola bestiolina sulle spalle, per i corridoi di un reparto infantile, e la mano aggrappata al treppiede delle flebo che le seguiva impietoso.

Schiacciò il mozzicone in un posacenere già ricolmo. Appoggiò i gomiti alle ginocchia, guardò il fiato condensarsi.

Forse avrebbe piovuto.

Mai una notte gli era parsa tanto lunga.

 

 

 

Il campanile della chiesa, ben visibile dalla finestra della cucina, lo ridestò dal suo torpore rintoccando le sette. Più stanco della sera precedente, Demian abbandonò la sua seggiola e un posacenere ricolmo di mozziconi che il cielo albeggiava, con nuvole sfiorate dal rosa e dall’indaco.

Le erbacce del giardino e il gazebo di legno sfibrato dalle piogge e dal sole perdevano la loro poesia alla luce del giorno e lasciavano al loro posto solo un sentore di degrado, un’impressione di tristezza simile a quella che coglie un adulto quando osserva l’altalena su cui giocava da bambino ormai in rovina. Si affacciò alla porta della camera di maman e ritrovò una Sarah profondamente addormentata. Non aveva notato la sua assenza, e il suo posto accanto alla bambina alla fine era stato preso da Lala, che si era completamente distesa supina con le zampe tese al vuoto, rigide come nel rigor mortis.

La parte più irresponsabile e inadeguata di sé valutò velocemente se farle o meno saltare scuola. Pensò al cinema, scandagliò tutte le locandine di film Disney in uscita, ricordò che Sarah doveva avergli accennato ad Atlantis.

Qualunque sciocchezza morì sul nascere, su quella soglia, infranta sul visino piccolo e lentigginoso della sua bestiolina. Si passò una mano fra i capelli per ravvivarli, dalla nuca le dita scivolarono sul collo e lì si ancorarono, in attesa del passo successivo.

Con un sospiro amaro liquidò l’idea di passare la giornata con lei e andò in cucina, a recuperare le arance che aveva comprato apposta il pomeriggio precedente per farle una spremuta.

Stava profondendo tutta la sua attenzione in quei gesti meccanici e banali, quando la vocina impastata di Sarah lo riportò bruscamente sul pianeta terra, nella sua cucina intoccata da settimane, in una mattinata di una settimana che voleva non solo non vivere, ma nemmeno considerare.

«Fratellone?»

Il pigiama era largo e sgualcito ed i capelli un groviglio di nodi che avrebbe fatto concorrenza ad una gorgone. Sua sorella si stropicciò gli occhi pigramente, con il dorso della manina. Sembrava avesse una domanda inespressa sul suo visino da cucciola.

«Bonjour, bestiole»

La confusione si acuì, gli occhi della bimba si assottigliarono, lo studiarono con un sospetto buffo, poi si spalancarono lentamente, riempiti di consapevolezza, ed allora le sue labbra di rosa si schiusero gradualmente in un sorriso soffice e felice.

«Bonjour, mon frére!»

Gli corse incontro e Demian fece appena in tempo a gettare la scorza vuota dell’arancia per afferrarla al volo. Si esaminarono ancora, e Dami lesse in lei il suo medesimo stupore, il medesimo sconcerto nel vivere quell’istante come un frammento di ricordo cristallizzato e ormai perduto. Poi, Sarah gli schioccò un bacio veloce sulla guancia e ridacchiò soddisfatta.

«Tu fais quoi?»

«Un jus d'orange»

«Adore le jus!» batté le manine con entusiasmo.

Stirò un sorriso compassato, per non farle pesare il suo malumore «Pendant va' te préparer pour l'école»

La rimise a terra, Sarah sfoderò un ghigno malandrino e si drizzò come un soldatino ubbidiente esibendosi in un pomposo saluto militare. Infine si voltò e corse verso il bagno, i piedini nudi che scivolavano sulle piastrelle.

«Et mets-toi les pantoufles, avant que tu tombes malade!»

E mettiti le pantofole, prima che ti ammali!

 

«Oui, maman!»

Sarah scomparve nella camera da letto della mamma lasciando come strascico solo l’eco della sua risata. Averla in casa, sveglia e normale, gli riassestò un poco l’umore guastato dal sonno, dall’angoscia e dal troppo fumo che gli aveva scorticato la gola. Finì di prepararle la colazione, sistemò la tavola con una tovaglietta di Topolino, ricordo di una gita a Disneyland con Beau e Tristan, e tagliò una fetta di torta al cioccolato comprata solo per lei.

Non era certo che la bimba avesse conservato intatte le sue abitudini mattutine, ma nel dubbio si era attenuto alla colazione che abitualmente consumava con lui tempo prima. Personalmente non aveva fame, lo stomaco si era contorto e ristretto e se provava a immaginarlo, non doveva essere più grande di una noce per le contrazioni e la nausea che gli causava, perciò mise sul fuoco la moka del caffè, giusto per darsi una spinta a restare sveglio.

Lalami aveva fatto in tempo a mangiare ed il caffè a risalire con un gorgoglio di protesta, ma Sarah non si era più mostrata. Bussò alla porta del bagno con una leggera apprensione, che si smorzò non appena riconobbe i lamenti mugugnati della sorella che inveiva, poco elegantemente, in francese. La musicalità del suo accento mascherava le barbarie che bofonchiava, ma Dem si appuntò comunque mentalmente di non imprecare più nemmeno per errore davanti a lei.

«Qu'est-ce que tu fais?»

Entrò senza consenso, e Sarah si volse a guardarlo con un broncio frustrato e le guanciotte rosse di sforzo «Je ne peux pas!» piagnucolò la propria indignazione pestando un piede.

Davanti a tutto quel fervore solo perché non le riusciva di sciogliere i nodi, Demian si concesse il primo ghigno sincero.

«Tu es vraiment un désastre!»

Le sfilò la spazzola di mano e Sarah emise uno sbuffo contrariato, l’aria avvilita di un cucciolo maltrattato «Di solito me li pettina la zia»

 

Potevi chiederlo a me

 

La vita sarebbe stata più semplice, se certe verità gliele avesse mai dette a voce. Invece si limitò come sempre a pensarle, a pensare che lo voleva davvero, che sua sorella dipendesse un poco da lui, ma alla fine andava bene come le veniva spontaneo ed era meglio se non avesse ricercato nulla. Concentrato sui filamenti dorati che scivolavano tra i denti della spazzola, non si accorse subito che la maglietta della bimba, con lo scollo a barca, lasciava intravvedere una spessa cicatrice a lisca di pesce, testimonianza dell’importante operazione di quasi cinque anni prima.

Per un po’ s’incantò sul quello sfregio, bianco perla su bianco latte, e quando notò che Sarah lo studiava dallo specchio con le sopracciglia corrucciate, il malumore gli ripiombò addosso.

«Habille-toi, mets-toi un sweat»

Vestiti, mettiti una felpa

la rimproverò istintivamente.

Finì di legarle con un elastico le ciocche laterali, poi le diede le spalle e si allontanò, per non doverla guardare in viso. Per non vedere lo sguardo che le aveva lasciato, perché non vedesse l’espressione di disappunto e rigetto che temeva di avere, quasi di ribrezzo.

Perché Sarah era piccola, non poteva capire che il suo malessere era paura per lei e nient’altro, e lui non era in grado di trasmetterlo in maniera sana, normale.

«Il fait trop froid puor toi ici» aggiunse, per smorzare la crudeltà delle proprie parole, ma il tono freddo confuse solo sua sorella. La vide annuire e vestirsi subito, come in imbarazzo. E quel silenzio inquieto e colmo di disagio si protrasse per tutta la durata della colazione. Sorseggiava il caffè a fatica e guardava Sarah di sottecchi mentre mangiava e dondolava le gambine sotto il tavolo, gli occhi fissi nel vuoto davanti a sé, per non sbagliare nemmeno per errore ad incrociare i suoi.

Demian, il peso di quel silenzio, lo sentì come un macigno di vergogna sotto il quale avrebbe voluto finire schiacciato, come punizione per le sue mancanze.

Sua sorella non si espresse più, lo seguì ad occhi bassi, si fece aiutare ad indossare il casco e si sedette davanti a lui nel tragitto fino a scuola, aggrappandosi alle sue braccia. Compì ogni gesto con la timidezza di una paura latente, Demian non sapeva se per le parole che le aveva rivolto o per il tono aggressivo che l’aveva spaventata. Quando si fermò nel parcheggio e la vide posare i piedi a terra, provò una fitta allo stomaco. Sarah gli porse il casco, poi alzò gli occhi su di lui, con timore.

Abbozzò un sorriso.

«Au revoir, fratellone»

Si mise sulle punte, per poter arrivare a lasciargli un bacio sulla guancia, e Demian assecondò quel gesto candido che riusciva solo a rivelargli la sua costante inadeguatezza verso qualcosa di bello. Maman gli aveva insegnato ad amare il bello, non gli aveva insegnato come proteggerlo però, ed allora per tenere stretto ciò che amava Demian finiva con l’aggrapparvisi con troppa forza, distruggendo tutto.

«Au revoir, mon trésor, tiens-toi bien»

Arrivederci mio Tesoro, fai la brava

La sua bestiolina sorrise con più tranquillità, annuì e gli diede la schiena per raggiugere i compagni di classe raccolti in capannelli davanti al cancello della scuola.

«Et ne pas courir!» aggiunse, dopo un breve momento di riflessione. Questa volta Sarah lo guardò da sopra la spalla e scoppiò a ridere «Oui maman!»

 

 

***

 

La casa di zia Claire s’inseriva in un complesso di villette a schiera dai muri intonacati di rosa e finta pietra agli angoli. Demian era seduto da dieci minuti buoni sul suo sgangherato motorino, a studiare oltre le siepi basse, perfettamente potate, che avvolgevano la ringhiera, il piccolo rettangolo di prato altrettanto perfettamente curato, un piccolo giardino in miniatura decorato di fiori come una bomboniera.

Una perfetta casa borghese insomma, con un sentierino che conduceva al portico, lastricato di grosse pietre e ombreggiato da un acero rosso. Le imposte delle porte a vetri erano spalancate e dalla soglia schiusa della cucina usciva una musica leggera, ovattata dalle pareti eppure sufficientemente nota perché dal minimo suono Demian potesse riconoscerne il brano.

L’ombre et la lumiere aveva quel ritmo pacato e sonnacchioso che ricalcava la personalità della zia nei suoi momenti oziosi da animale pigro. Momenti così rari, che se ci pensava forse poteva contarli sulle dita di una sola mano.

Sorrise, al pensiero di Claire che probabilmente ci stava ballando su quella musica, come faceva maman ascoltando Elton John quando era bambino e lei doveva fare le pulizie. Con uno slancio delle mani si staccò dal sellino, attraversò la strada e sostò di fronte al cancello marrone come irrigidito, prima di decidersi a suonare. La testa della zia fece capolino quasi immediatamente dalla porta della cucina e, appena lo riconobbe, fece subito scattare il cancellino che si aprì spontaneamente, senza emettere il minimo cigolio.

Qualsiasi serramento di casa sua cantava appena lo si sfiorava, ma lì, in quella casa perfetta, tutto era impeccabile e funzionale, oliato come fosse nuovo. E in quel semplice quanto banale confronto Demian ci leggeva i dettagli che mettevano in risalto quanto il suo mondo fosse sempre stato in bilico sul disastro, sul punto di andare in pezzi perfino su inezie come quelle.

«Ciao, tesoro!» la zia lo accolse con un grande sorriso.

Aveva labbra sottili e chiare che nel tendersi quasi scomparivano lasciando solo un accenno di contorno. Quell’espressione amorevole si oscurò in un attimo «Hai portato Sarah a scuola, vero?»

Gli strappò un sorriso quell’accusa permeata da un senso di minaccia latente.

Annuì, ma non aggiunse nulla.

Era fermo sulla soglia di una casa in cui cercava sempre di non entrare. Se possibile, nemmeno voleva avvicinarcisi, perché bastava la vista di tutta quella vita, raccolta in una casa che vissuta lo era davvero, lo era da una famiglia, per causargli smarrimento e tristezza.

Alla luce di una tersa giornata autunnale Claire era bellissima, anche in quella sua tenuta da casalinga inquieta, con i capelli biondi raccolti in un mollettone sconclusionato e una maglietta blu elettrico larga e bucherellata, con qualche macchia bianca dovuta quasi certamente alla candeggina.

«E perché invece tu non sei a scuola?» per avvallare il suo rimprovero brandì il piumino delle polveri neanche fosse un’arma contundente e gliela puntò al petto. Claire cercava di approcciarsi in modo scherzoso alla sua negligenza, per trovare un punto d’incontro, un dialogo tra la precisione che la caratterizzava e il suo essere sconclusionato all’opposto. Qualcosa nel suo viso dovette farla desistere però, perché abbassò il braccio quasi a rallentatore e lo studiò con un cipiglio da rapace.

Demian aveva esitato fino a quel momento perché non aveva idea di come introdurre l’argomento.

L’espressione della zia si ammorbidì in un sorriso accomodante «È successo qualcosa?»  

Quando arrivava il momento di farsi avanti, riusciva sempre e solo a tacere, incapace di reagire. E così, tutti i sentimenti che nei giorni precedenti lo avevano animato, scomparvero. Persino la collera immensa verso la zia, quell’odio bruciante, si era già consumato lasciando solo cenere dietro di sé, braci appena tiepide che covavano un rancore sopito.

Claire non aveva alcuna colpa, per questo non gli riusciva di sfogare sulla sua minuta figura la sua frustrazione e il senso d’impotenza. L’unica persona che riusciva davvero ad odiare era maman ed il suo egoismo. Lui e sua zia erano sulla stessa barca, trascinati dalla corrente della volontà di Jenevieve, che potevano solo assecondare, senza realmente opporsi al volere di una donna viziata ed egoista in grado di vedere solo se stessa.

Anche sua zia stava perdendo qualcuno di amato.

Anche lei non avrebbe mai desiderato che maman si arrendesse.

Ma Jenevieve aveva sempre preso da sé le proprie decisioni, e l’avrebbe fatto fino alla fine, senza considerare il loro dolore.

Annuì ancora e strinse le labbra fino a renderle persino più esangui «Devo parlarti di maman» chiarì, con una voce ferma e distante che non credeva sarebbe riuscito a sfoggiare e gli suonava estranea «E anche di Sarah»

Il sorriso materno della zia si spense piano e una nuova determinazione illuminò quel volto che, non fosse stato per i segni del tempo, riusciva a conservare in sé una traccia genuina di fresco e giovinezza. Entrò in casa e lasciò la porta aperta, come invito affinché la seguisse.

La sala era in perfetto ordine, Demian non trovava altro aggettivo per definire l’ambiente arioso e accogliente. Il parquet scuro era tirato perfettamente a lucido, il tappeto persiano ai piedi del divano crema era di ottimo gusto, come ogni cosa scelta da Claire, e i libri erano ordinati per grandezza sulle mensole del grande mobile che occupava tutta una parete. I soprammobili erano perfettamente spolverati e le superfici di legno, la televisione ed il computer erano immacolati in maniera quasi maniacale, nemmeno in controluce gli riusciva di individuare un granello di polvere.

Tutto curato nei minimi dettagli, come lo era Claire, a rimarcare che con sua madre condivideva l’aspetto e la genetica, ma nient’altro.

La zia si era compostamente accomodata sul divano, appena sul bordo, e con le mani si massaggiava le tempie «È per questo che non sei più andato a trovarla, vero? Hai scoperto cosa ha deciso di fare»

«Sì»

«Te ne volevo parlare, ma sei sparito. Non sono più riuscita nemmeno ad incrociarti» spiegò, fermando i movimenti circolari delle dita per alzare lo sguardo e fissarlo negli occhi. Si mordeva il labbro sottile, forse era il senso di colpa per una mancanza che non aveva realmente avuto. Perché era vero, aveva assecondato i suoi soliti colpi di testa e aveva fatto in modo di non essere reperibile, di questo Claire non aveva motivo di biasimarsi. Forse almeno, avrebbe potuto saperlo prima, ma anche ad esserne informato, non cambiava il fatto che non avrebbe avuto comunque voce in capitolo su quella scelta.

Valutò se sedersi, per provare ad avere un dialogo tranquillo e sereno, ma il suo corpo rigettava quella possibilità, sedersi era l’ultima cosa che avrebbe potuto fare, aveva addosso troppa adrenalina, troppa ansia per quello che avrebbero dovuto dirsi, perché rispettava Claire e inconsciamente, e neanche tanto inconsciamente, aveva paura di lei.

Prese un respiro profondo, chiuse gli occhi un istante, per allontanare l’immagine stranamente prostrata di una donna indistruttibile.

«Non voglio che Sarah la veda»

«Sarah non dovrebbe vedere sua madre?» sussurrò Claire, basita.

«Sì» lo disse con voce ferma e sicura, un tono che non ammetteva repliche, ma era già evidente dalla luce di quegli occhi ferini che la zia non avrebbe esitato a ribattere.

Infatti, Claire si alzò, tentando di far valere tutta la sua altezza, un metro e cinquantotto di donna con la brutalità di uno scaricatore di porto celata dietro l’apparenza da nobildonna. Ogni traccia di comprensione e benevolenza era stata soppiantata da una destabilizzante decisione.

«Non ci siamo mai capiti bene, Dami, quindi questa volta sarò molto chiara e moto diretta e al diavolo i moralismi. Non sono mai stata d’accordo con nessuna delle decisioni prese negli ultimi anni. Mia sorella è un’irresponsabile, e io sono convinta che tutti i suoi tentativi di assecondarti ti abbiano fatto più male che bene. Ma l’ho ascoltata, perché non avevo nessun diritto di intromettermi. Non volevo che ti sobbarcassi del peso che ti sei preso, non volevo allontanare Sarah da voi, eppure vi ho aiutati a farlo, in fondo anche io temevo che potesse stare male.

Ma ora le cose sono diverse. Sono cambiate Dami, devi aprire gli occhi»

Fece un passo verso di lui, e Demian dovette sopprimere l’istinto di allontanarsi. Avevano parlato fino allo sfinimento di ciò che Claire aveva sempre pensato, sentirlo però lo poneva ogni volta in uno stato d’inadeguatezza che non sapeva come gestire. La zia gli prese il volto tra le mani, lo inchiodò con lo sguardo impedendogli qualunque tentativo di sottrarsi alla sua brutalità.

«Jenny sta morendo»

Lo scandì lentamente, con crudeltà quasi, e davanti agli occhi della donna che lo aveva cresciuto, occhi gemelli a quelli di sua madre, di sua sorella, provò il panico di non riuscire a raccordare i propri pensieri.

 

Pensi davvero che non lo abbia capito, zia?

Non riesco a pensare ad altro ormai, ci provo, ma non ci riesco.

 

L’unica cosa di cui fosse consapevole, era di star perdendo maman. Accettarlo era un’altra questione, una questione che magari avrebbe affrontato da solo, un giorno.

Forse.

Le afferrò i polsi e strinse con troppa forza, lo comprese dal lamento appena stentato che le sfuggì tra i denti, ma non gliene importò. Voleva essere altrettanto cattivo e riuscire a farle almeno un poco del male che riceveva da lei con una manciata di parole.

Si chinò e soffiò ad un palmo da suo volto, con gelida indifferenza «Lo so»

«Jenny è mia sorella. Non te lo dirà mai perché non vuole ferirti, ma desidera rivedere sua figlia prima di morire» la voce s’incrinò su un’esitazione, la zia s’irrigidì e il viso si congestionò in una smorfia di sofferenza «Anche Sarah vuole solo rivedere sua madre. Non hai alcun diritto di decidere per lei»

La rabbia della vergogna lo travolse «Nemmeno tu!» ringhiò, solo perché non voleva pensarci, non voleva ascoltare ciò che sapeva, non voleva ritrovarsi a gestire i suoi sensi di colpa e la durezza della zia contemporaneamente, era una battaglia da cui avrebbe potuto uscirne solo sconfitto. Sfogò la sua inadeguatezza aumentando la stretta, finché gli occhi strizzati nel dolore di Claire non gli fecero capire di star esagerando. Allentò la presa e la zia, con un movimento secco e un’espressione rancorosa, si liberò. Dei cerchi rossi segnavano la pelle morbida dei suoi polsi sottili.

«Io non lo faccio infatti! Faccio decidere lei!» gli urlò contro, indignata, massaggiandosi il polso destro con troppa energia, come a scacciare il senso della sua mano avvinghiata a lei per ferirla.

«Sarah è troppo piccola per capire, non sa a cosa va incontro. Non ha idea di cosa dovrà vedere!»

«Lo so che vuoi proteggerla, Dio solo sa se non è quello che vorremmo fare tutti, ma Sarah conosce la morte più di quanto tu possa anche solo immaginare! La affronta tutti i giorni, muore dentro tutti i giorni e la colpa è anche tua! Non puoi proteggerla e poi abbandonarla, quando lei aspetta soltanto che tu le dedichi un’ora, una dannata ora della tua vita!»

Demian indietreggiò di un passo, non riuscì a deglutire.

Lo sguardo di fuoco della zia lo inceneriva e ammutoliva, la donna avanzò puntandogli l’indice al petto, decisa a sputare le parole come veleno succhiato da una ferita infetta.

«Tu hai veramente idea di come sia la quotidianità di tua sorella? O ti è più facile far finta di aver dimenticato? Non può giocare, non può correre, si affatica per un nonnulla e l’unica cosa che le riesce è guardare gli altri, ed io posso solo guardare mia nipote che si lascia vivere come una spettatrice impotente! Vegliarla, e sperare che non stia male e non abbia crisi, perché quando sta male lei vuole soltanto te, e la metà delle volte tu non ci sei!»

Lo colpì al petto, ripetutamente, un tocco debole in realtà, ma reso forte dalla collera e per Demian così insostenibile che indietreggiò finché non incontrò il bordo della scrivania del computer. Cercò di restringersi, quasi di appollaiarvisi sopra, di scomparire.

Era quella la forza della zia, lo faceva sentire minuscolo.

Un altro colpetto e l’indice sollevato in un gesto di velata minaccia «Non ci sei perché sei un vigliacco, perché hai paura! È pietoso dover vedere una bambina di nove anni che lotta per non farti preoccupare, perché non credere, lei lo sa che scapperesti! Sa perfettamente che se ti rendessi davvero conto dei suoi limiti la lasceresti sola!»

S’interruppe, solamente perché da qualche parte in quel suo sfogo aveva iniziato a piangere, ed ora non le riusciva più d’ingoiare i singhiozzi di nervoso. Avere quegli occhi da falco, gli stessi occhi della sua coscienza, mietitori della sua anima, puntati addosso con tanta energia, gli toglieva le parole.

Aveva sempre pensato che la malattia di maman gli avesse rovinato la vita, l’avesse segnata al punto che l’unica cosa che gli restasse di sopportabile era la certezza che almeno Sarah si sarebbe salvata, che l’unica cosa buona della sua vita era stato farsi carico di quel dolore per non doverlo spartire con la propria sorellina.

Solo quello.

Ed ora gli era appena stata tolta quell’unica possibilità.

 

Non hai mai capito niente

Sei solo un vigliacco ed un bastardo, credi di avere tutte le risposte, ed in realtà sai solo girare in cerchio.

Sarah fa bene a dubitare di te, sei solo un vile su cui non si può contare, sai soltanto scappare.

 

S’illudeva di essere forte, si aggrappava alla convinzione di poter affrontare tutto, ché se non cedeva, se riusciva a rimanere tutto d’un pezzo, anche solo nell’apparenza, sarebbe passato indenne attraverso i paradossi della sua vita. Il mondo era orribile, chi non era forte abbastanza veniva masticato e sputato, e lui aveva trascorso anche troppo tempo della sua esistenza provando un opprimente senso di mortificazione.

Per questo se lo era imposto, si era costretto a essere forte, una muraglia impenetrabile. Ma forse, aveva ottenuto solo di essere ermetico, e dentro quelle mura aveva nascosto un’anima indifesa che soffriva da sola, senza speranza di ricevere aiuto.

Si sentì inerme, le braccia gli ricaddero lungo i fianchi, come non gli appartenessero più. La verità, per qualcuno come lui, era qualcosa di atroce che lo faceva avvizzire da dentro. La mano di Claire raggiunse il suo viso, gli accarezzò la guancia e un brivido, come un sussulto, lo attraversò. Fu come un risveglio dal suo torpore apatico.

La guardò negli occhi, gli parve di vederla per la prima volta. La mano della zia lo stava afferrando e lo tratteneva, impedendo al vuoto senza ritorno dei suoi pensieri di risucchiarlo lontano. Il suo calore, la sua tenerezza affettuosa, erano un’ancora che lo affrancava alla realtà.

Aveva la pelle bagnata.

Forse stava piangendo, non se ne era accorto, era un inetto succube della vita, non era in grado nemmeno di trattenere quel male per sé. Quando si parlava di Sarah, l’impotenza lo annientava.

«Dami, non le hanno dato più di tre mesi di vita. È l’ultima possibilità che abbiamo di rimettere a posto le cose, non voglio avere questo rimorso. Non volevo ferirti… lo so che la ami, so che Sarah è la persona più importante della tua vita. Non volevo mettere in dubbio il tuo affetto, ma il tuo amore non deve soffocarla»

«È tutto ciò che mi resta»

Si vergognò di doverlo sussurrare. Si vergognò di dover ammettere una verità tanto deprimente, la voce roca s’incrinò. Per quanto le volesse bene non era in grado di proteggerla, la vita era troppo più forte di lui perché potesse tenergli testa con la sua debolezza.

Chinò il capo, appoggiò mollemente la fronte sulla spalla di Claire ed un singhiozzo strozzato venne soffocato dal corpo piccolo e snello della zia.

«Non è tutto, c’è molto di più. Questa è casa tua Dami, se solo volessi vederlo. Quando vorrai, questa porta sarà sempre aperta per te, avrai sempre un posto dove tornare. Tu non sarai mai solo» un sospiro tremulo, la sua mano fra i capelli, ad accarezzargli la nuca «Non sei solo» ribadì con più forza. Glielo ripeté a lungo, come una litania, un lento e pacato incantesimo che intesseva attorno alla sua anima stanca una rete di sicurezza a cui si aggrappò con tutte le sue forze. Il tono calmo, dolce eppure incredibilmente fermo di Claire, gli trasmise la giusta calma; ricacciò l’angoscia, si staccò da lei. Si guardarono negli occhi ancora una volta, Demian trattenne un brivido.

«Ascoltami ora. Io non lo farò senza di te. Voglio che tu le sia accanto quando le diremo di Jenny. Anche tu per lei sei tutto, e voglio che sia tu a sostenerla. Ma per farlo, devi prima affrontare Jen. Devi giurarmi che lo farai»

Le dita sostarono con leggerezza sicura sulla sua guancia e Demian faticò a deglutire. Accennò ad abbassare il capo, ma Claire non glielo permise, con ferma dolcezza lo costrinse ad affrontarla.

«Giurami che sarai con lei, quando le diremo che Jen sta per morire»

Ebbe paura, così paura che le mani tremarono. Le chiuse in due pugni serrati, cercò un equilibrio, di domare quel terrore di non essere all’altezza, di non poter sostenere Sarah. Paura di deluderla, di soffrire troppo e di essere tanto compreso dal proprio dolore da non essere in grado di curare la sofferenza di sua sorella.

Pensò a Sarah e si disse che almeno per una volta, qualcosa le doveva.

«Je promets»

 

 

***

 

 

Il cellulare aveva ripreso a vibrare.

A contatto con la superficie di legno del tavolo faceva un baccano assurdo, un rumore che gli stava trapanando il cervello acuendo un mal di testa già di per sé epocale.

Si interruppe, ma solo per pochi istanti. Il tempo di qualche sospiro e vibrò di nuovo. Era la decima volta e Demian iniziava ad essere intollerante. Abbandonato il proprio corpo in maniera scomposta sul divano, il movimento più esteso che gli riusciva di compiere era inclinare la testa all’indietro. Persino la bottiglia di birra, piena a metà, che stringeva fiaccamente tra le dita, risultava troppo pesante. Osservò la linea di quel liquido ambrato dondolare pigramente, ipnotizzato. Di come fosse arrivato a casa ricordava poco, la mente era annebbiata. Sapeva solo che dopo aver parlato con la zia si era sentito troppo male, così male che non sapeva nemmeno come gli riuscisse di restare in piedi. Sapeva solo che era stanco, stanco, e aveva freddo di una disperazione che lo svuotava. Era tutto più facile, se ogni cosa si sfocava. A terra, ai suoi piedi, altre quattro bottiglie vuote erano accatastate e una, sdraiata, gocciolava sul tappeto già largamente macchiato. Non ne aveva mai rette più di tre, ma quel giorno aveva accettato una personale sfida con se stesso. Eppure non bastava, a quel senso di leggerezza, di ovatta nella testa, si era aggiunta una nausea prepotente che sembrava solo il riflesso fisico di un malessere che non sapeva esprimersi.

Lalami era una palla di pelo raccolta sul divano, al lato opposto, lo guardava inquieta e non aveva il coraggio di avvicinarlo. Il suo musino appuntito che ricordava una volpe era infossato nella sua coda e quegli occhietti vigili lo studiavano con un’attenzione che rasentava la paura. Quando beveva, il cane gli stava sempre a debita distanza, come non lo riconoscesse, e allora Demian ricambiava quelle occhiate intimorite con una pena infinita, per se stesso, per tutto ciò che amava in modo troppo maldestro per essere amore.

Lo prese un altro conato di vomito, non sapeva quanto fosse colpa dell’alcol e quanto di quella giornata del cazzo. Quanto di Claire, quanto di quella sua vita.

Quanto di maman.

 

Sta morendo

 

Faceva quasi ridere. Stava morendo da anni, eppure era una possibilità che veramente non poteva prendere forma, non attraverso i suoi occhi. Restava una verità sospesa e irreale, improbabile, messa in conto più per evenienza e convenzione che per una certezza.

Il cellulare ricominciò a vibrare.

Aggrappandosi allo schienale del divano si aiutò ad alzarsi, barcollò pericolosamente ed i contorni degli oggetti si sfaldarono e riunirono e separarono di nuovo, stritolandogli lo stomaco in un nuovo impulso a rigettare. Ciondolò verso la cucina, afferrò il telefono e interruppe quel rumore martellante rispondendo senza guardare il numero.

«Ehi! Buon giorno amante dei clichè!»

La voce così squillante e allegra lo colpì a tradimento, allontanò l’apparecchio dal viso e lo studiò assottigliando gli occhi, quasi cercasse di ricordare cosa fosse e come funzionasse. La verità era che non era sicuro di aver riconosciuto l’altra persona o, se ci aveva visto giusto, non poteva essere vero, sarebbe stato troppo ironico, un’altra presa in giro della vita.

«Annie?» biascicò, pronunciando la prima parola sensata dopo ore di sconclusionati borbottii. Scoprì di avere la bocca impastata, una sensazione sgradevole come se gli avessero fatto l’anestesia alla lingua.

La ragazza non gli rispose, non subito. Lasciò trascorrere un lungo momento di silenzio, e Demian sentì che le gambe iniziavano a flettersi, gelatinose e assolutamente non in grado di reggerlo ancora per molto.

«Cosa è successo» ogni traccia di ilarità si era dileguata, ed ora quella voce allegra si era fatta seria e indagatrice. Se fosse stato più lucido, avrebbe provato a leggerci altro, ma non riusciva a concentrarsi. Riusciva a pensare solo che era Arianna, ed era veramente ingiusto. Aveva atteso e desiderato fino allo sfinimento una sua chiamata, ed il grande momento era giunto solo ora che era troppo in aria per poterne gioire.

Registrò la domanda e si accorse, con sgomento, che non era una domanda, che quella ragazza aveva nei suoi riguardi un intuito spaventoso.

«Niente» borbottò.

Si sfregò gli occhi, la stanza non la smetteva di ondeggiare, si appoggiò al tavolo con la mano libera.

 

Una canna, ecco cosa devo farmi. Con una canna mi rilasso di sicuro

 

«Demian… hai bevuto?»

Si sentì punto sul vivo come se Arianna lo avesse fisicamente pungolato.

«Perché?» scattò sulla difensiva. Non capiva come lo avesse compreso, così da poche parole, ma si vergognava, era ancora sufficientemente lucido forse, per la vergogna.

«Perché ho visto persone sfondate dall’alcol abbastanza spesso da riconoscere subito quando qualcuno non è lucido» ribatté pratica «E il tuo “perché” da bambino che nasconde le caramelle è decisamente una conferma»

Tutte quelle parole dette con la rapidità della sua parlata, lo lasciarono stordito. Demian sbatté le palpebre un paio di volte, cercando di mettere a fuoco quel discorso decisamente troppo articolato per la sua momentanea condizione.

«Ok, hai ragione» mormorò arreso.

Barcollò verso il divano, si lasciò cadere fra i cuscini e portò un braccio a coprirsi gli occhi. Così nascosto, il mondo smise un istante di girare, ma la testa pulsava e tutto andava male, lo stomaco si restringeva ancora e ancora e forse avrebbe vomitato.

Che importanza aveva negare l’ovvio?

C’era troppa luce e lui voleva solo finire di bere, in quella bottiglia nera ci vedeva tutto un senso.

«Cosa è successo Demi?»

«Niente» sussurrò. Mai una parola gli era parsa tanto vuota, così vuota che gli venne ancora l’assurdo desiderio di piangere.

«Tutto»

Arianna non rispose, poi Dem riconobbe uno dei suoi pesanti sospiri dal sapore della resa «Dimmi cosa devo fare»

Suonava categorico come un ordine e Demian pensò che fosse tipico di lei, che le si addicesse, perché Arianna parlava sempre con una sicurezza assoluta che la faceva apparire indistruttibile e irreale. Tutta quella sicurezza metteva solo in luce la propria debolezza, quella pateticità che cercava di nascondere ma restava comunque davanti ai suoi occhi senza che potesse contrastarla.

Lo faceva sentire a pezzi, non riuscì a frenare il pianto quieto che lo prese a tradimento, né ci provò, quasi non se ne accorse, era troppo ubriaco per avere la lucidità di biasimarsi. Desiderava solo qualcuno a cui appoggiarsi e un nascondiglio dove infossare il suo viso, come da bambino, quando cercava riparo nel collo di maman e la sua spalla sembrava l’unico porto sicuro di tutta la vita. Voleva essere cullato e che qualcuno gli dicesse che sarebbe andato tutto bene.

E non era importante che fosse vero, lui la verità non la voleva. Voleva essere illuso, voleva essere protetto, almeno un poco per una volta.

«Vieni qui Annie? Vieni da me…»

Gli mancò il fiato

«Ti prego… ti prego vieni da me, non lasciarmi solo»

«Arrivo subito. Metti via quella bottiglia Demi, siediti e aspettami»

La sua risposta arrivò immediata e senza ombra di esitazione, e il suo corpo rispose immediatamente a quella dolce fermezza, le spalle si sciolsero e Demian si raccolse. Il tono materno, melodioso di una sfumatura infantile, aveva un che di severo, ma la sua durezza riuscì solo a farlo sentire più tranquillo, era come se qualcun altro stesse prendendo il timone e lui potesse finalmente smetterla di preoccuparsi della direzione della sua nave.

«Aspettami, ti prometto che arrivo presto. Sono con te… non ti lascio Demi»

 

Guida tu Annie, fa’ quello che vuoi. Io la strada non la conosco più

 

 

 

ANGOLO AUTRICE

 

È passato un po’, la verità è che sono concentrata su diversi progetti e quindi ho meno tempo per revisionare questa storia. Anche se le tempistiche si sono dilatate rispetto ai miei desideri, sono comunque decisa a portare a termine la sua pubblicazione, per quanto lenta e sofferta e meno seguita che in passato.

Sono troppo legata al personaggio di Demian, per molti motivi che non starò a elencare, per rinunciare a rifugiarmi nelle sue vicende, almeno una volta ogni tanto.

Certo, la speranza di ricevere le vostre parole oltre ai numeri delle vostre letture e i nickname di chi è uscito dall’anonimato inserendo la storia nelle seguite, preferite e ricordate, è una speranza labile ma che non muore mai, quindi nel dubbio vi aspetto.

Se tutto va bene, a presto!

  
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