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Autore: Hainechan    10/11/2017    2 recensioni
Finalmente ho trovato il coraggio di scrivere una storia tra Leo e Guang-Hong. Parlo di coraggio perché tengo talmente tanto a questi due personaggi che non volevo rischiare di rovinare tutto XD Loro sono di una dolcezza infinita e ho sempre pensato a loro come un emblema dell'amore puro e dolce. Spero di essere riuscita nel mio intento e in caso contrario sumimasen! In questa storia Guang-Hong, spaventato che Leo possa scoprire ciò che prova per lui, fa di tutto per scappare, fino a quando non capirà che non c'è nulla di cui aver paura :)
Genere: Romantico, Sentimentale, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Shonen-ai | Personaggi: Guang-Hong Ji, Leo De La Iglesia
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Guang-Hong non riusciva  a distogliere lo sguardo. I suoi movimenti, i suo passi lenti, la sua eterna danza. Tutto di Leo era di una dolcezza infinita. Pattinava con maestria, leggerezza e con quell’eterno sorriso dipinto sul viso. Nelle orecchie aveva le sue cuffie, le sue compagne fedeli. Leo non usciva mai senza l’I-Pod. La musica era la sua vita e ogni movimento che creava sul ghiaccio dipendeva da essa.

Guang-Hong avrebbe voluto togliergli una cuffia e ascoltare. Era curioso. Non capiva quando fosse nata questa sua curiosità nei confronti del ragazzo. Forse fin dalla prima volta che si erano visti, molti anni fa, quando Guang-Hong aveva abbandonato la Cina per volare in America. A quel tempo era solo un bambino spaurito. Era la prima volta che viaggiava, per giunta da solo e, se doveva essere sincero, aveva provato il forte impulso di tornare a casa.

Era in un paese sconosciuto di cui a malapena sapeva qualche parola della lingua. I suoi genitori e, soprattutto il suo allenatore, avevano insistito che almeno imparasse le basi, ma aveva sempre avuto difficoltà.

La sua unica consolazione era data dalla pista da ghiaccio. Quell’infinita distesa bianca sbrilluccicante d’azzurro, segnata dalle lame dei pattinatori che si impegnavano per ottenere il massimo dal proprio fisico.

Un bambino, in particolare, attirò l’attenzione di Guang-Hong. Era minuto eppure già slanciato nel fisico. I lunghi capelli marroni sembravano danzare seguendo ogni suo movimento e  suoi occhi ambrati lanciavano scintille ad ogni salto riuscito. Era bravissimo. Ogni suo passo era perfettamente calibrato e anche se qualche volta cadeva riusciva a rialzarsi all’istante, per nulla turbato da quell’errore.

Alle orecchie portava delle cuffie nere e talvolta si soffermava, lì in mezzo alla pista, completamente assorbito da un mondo di cui Guang-Hong non faceva parte. Quel bambino sembrava capace di estraniarsi completamente dalla realtà che lo circondava. Gli bastava chiudere per un istante gli occhi, appoggiare le mani sulle orecchie ed era fatta. Solo lui e nessun altro.

Guang-Hong lo aveva osservato con gli occhi a palla, fremendo dall’eccitazione e dal desiderio di pattinare insieme a lui. Mai nessuno era riuscito ad attirare così il suo sguardo prima di allora. Era sempre stato un bambino timido, incapace di relazionarsi normalmente con le persone.

Il pattinaggio era la sua vita. Poteva pattinare per ore, solo, lontano dal clamore e dalle chiacchere. Credeva che tutto ciò fosse abbastanza. Non aveva bisogno di amici, solo di quei pattini bianchi che potevano trasportarlo in un mondo magico e solo per lui.

Fino ad ora.

Voleva essere amico di quel bambino forse un po' più grande di lui. Lo voleva con tutto se stesso ma non sapeva nemmeno come si chiedesse il proprio nome in inglese. Il suo allenatore aveva avuto ragione. Perché non si era impegnato di più nello studio?

Decise all’istante cosa fare.

Indossò i pattini, strinse i lacci e deglutì. Prese un respiro profondo, si fece coraggio ed entrò in pista, proprio nel momento in cui il bambino riapriva gli occhi.

E Guang-Hong si lasciò trasportare da una musica invisibile, i pattini che creavano scie armoniose sul ghiaccio, gli occhi che cercavano quelli del bambino.

E poi accadde. Perse l’equilibrio e cadde sedere a terra, provocando le risate degli adulti.

Le guance di Guang-Hong divennero di un infuocato rosso e le lacrime iniziarono a scendere ignobili sul viso pieno di vergogna. Aveva voluto impressionare quel bambino ma aveva fallito miseramente. Ora che cosa avrebbe pensato di lui?

All’improvviso si ritrovò una mano davanti al viso. Era la sua. Quando Guang-Hong alzò gli  occhi velati di lacrime vide il bambino in piedi davanti a lui con un’espressione preoccupata in viso. Non stava ridendo di lui.

-Are you okay?- gli chiese

Stai bene?

Guang-Hong annuì e prese la sua mano tesa.

-What’s your name? I’ve never seen you here! Are you the new boy come from China?-

Che cosa gli stava dicendo? Guang-Hong non capiva nemmeno una parola e il bambino se ne accorse. Indicando se stesso disse un nome: Leo de la Iglesia. Poi indicò Guang-Hong. E lui capì.

-Guang-Hong Ji- si presentò.

Leo sorrise raggiante.

-Come with me!-

Guang-Hong lo seguì. Il suo allenatore li aspettava ai bordi della pista.

-This is Guang-Hong! He comes from China!-

-I Know. Can I speak with him?-

-Of Course.-

Poi l’allenatore si rivolse a Guang-Hong in cinese.

-Credo che avrai bisogno di imparare l’inglese prima di tutto. O mi sbaglio?- gli chiese sorridendo.

La timidezza di Guang-Hong ricomparve all’istante ma l’uomo fu bravo a metterlo a suo agio.

-Ti troverai bene qui Guang-Hong. E Leo è un bambino adorabile. Imparerai tanto da lui.-

E aveva ragione, soprattutto nel definire Leo adorabile.

Da quel giorno Leo e Guang-Hong divennero buoni amici. Leo insegnò a Guang-Hong l’inglese e, con sommo stupore di Guang-Hong, non fu così difficile. Si allenarono ogni giorno insieme e man mano che passava il tempo Guang-Hong si sentiva legato a Leo come a nessun altro. Rideva insieme a lui, scherzava, condivideva i momenti di felicità ma anche di tristezza e di rabbia quando falliva un salto.

Fu doloroso ritornare in Cina. Piansero entrambi mentre si abbracciavano stretti all’aeroporto e si promettevano di scriversi sempre. E non ci fu un solo giorno in cui non si scambiarono messaggi, anche brevi.

In seguito entrambi gareggiarono nella Skate America e alla Coppa della Cina. Anche dopo aver terminato la loro corsa di Grand Prix non smisero un solo istante di chattare dai loro rispettivi paesi.

E ora erano di nuovo insieme in America ad allenarsi assiduamente per la prossima gara.

Guang-Hong non avrebbe dovuto avere altri pensieri se non quelli di dare tutto se stesso e vincere, ma la sua mente era piena di altro e quell’altro aveva il suo nome.

Leo.

Quando aveva iniziato a vederlo non solo come un amico prezioso ma come qualcos’altro?

Era successo all’improvviso. Qualcosa era scattato nel suo cuore. Un minuto prima era il Leo di sempre. Un minuto dopo il suo cuore aveva fatto un salto, battendo un pò più veloce. E aveva capito.

Non gli voleva più bene come un amico. Lo amava.

Ed era spaventato da questo suo sentimento. Era intenso, travolgente come un fiume in piena. Ne era terrorizzato. Temeva che potesse fuoriuscire dagli argini travolgendo tutti intorno a lui.

Non voleva che Leo lo scoprisse.

Che cosa avrebbe pensato?

Un ragazzo non poteva amare un altro ragazzo. Non era giusto. Vero? Ma allora perché il suo cuore si ostinava a oscillare incessantemente nella direzione di Leo?
Perché il suo respiro accelerava improvvisamente ogni volta che le loro mani si sfioravano quasi per caso?

Non sapeva quanto ancora avrebbe resistito. Ma non aveva altra scelta se non comportarsi come al solito. Non voleva perdere Leo. Non sarebbe sopravvissuto.

-Guang-Hong! Cosa fai lì impalato? Hai fame?-

La voce di Leo lo distolse dai suoi pensieri. Sentì le guance arrossire mentre guardava l’amico avvicinarsi a lui.

-Ormai è l’una passata. Ci siamo allenati tutta la mattina incessantemente. Una pausa ce la siamo meritata- disse, togliendosi le cuffie dalle orecchie.

Guang-Hong si soffermò per un istante a guardare quelle sue splendide mani affusolate e così mascoline. Le sue non erano così. Sembravano ancora quelle di un bambino.

Si domandò come sarebbe stata la sensazione di stringere le mani di Leo, camminare fianco a fianco mano nella mano.

Si pentì all’istante. Una cosa del genere non sarebbe mai successa.

-Stai bene?- gli chiese Leo lanciandogli uno sguardo preoccupato.

-Certo!- esclamò Guang-Hong di rimando. -Ho solo una fame da lupi!-

Leo era sempre stato troppo bravo a leggere l’animo di Guang-Hong. Un passo falso e sarebbe stato scoperto.

-Andiamo?- lo incitò il cinese iniziando a togliersi i pattini e fuggendo nello spogliatoio. Sentì lo sguardo di Leo che premeva sulla sua schiena ma si impose di mantenere il controllo. Stava impazzendo. Letteralmente.

L’amore che provava per Leo era come una bomba ad orologeria. Non sapeva quando sarebbe esplosa né i danni che avrebbe causato. Non era sicuro di volerlo davvero sapere.

-Ci mangiamo una crepe?- gli chiese Leo una volta che furono usciti dal palazzetto. Il tempo non era clemente nemmeno quel giorno. Un fastidioso vento freddo soffiava a intervalli irregolari e l’aria gelata riusciva ad entrare nelle ossa.

Eppure Guang-Hong sentiva caldo. Forse era dovuto alla presenza di Leo al suo fianco.  Se n'era accorto da un po'. Quando c’era lui anche se fuori le temperature sfioravano lo zero la sua pelle scottava come se avesse la febbre.

-Ci sto!- esclamò. Amava le crepes, soprattutto quelle dolci e Leo lo sapeva bene. Lui sapeva tutto di lui. Ogni cosa, anche la più stupida. I suoi gusti, ciò che amava e ciò che non gli piaceva, i suoi film preferiti (qualche volta si ritrovavano a casa dell’uno o dell’altro per vedersi un dvd dopo un’estenuante giornata di allenamenti), i suoi cibi preferiti e i suoi desideri più intimi. Ed era così anche per Guang-Hong. Non credeva che ci fosse ancora qualcosa che non sapesse sul conto di Leo. Persino la sua musica, il mondo in cui entrava quando indossava quei suoi immancabili auricolari non gli era più estraneo.

Si recarono nel solito ristorante per famiglie, specializzato in crepes. Ce n’erano per tutti i gusti e a Guang-Hong venne subito l’acquolina in bocca appena ne sentì il profumo.

Ordinò una crepe dolce con marmellata di fragole, la sua preferita, mentre Leo un hamburger.

Mangiò con lentezza, assaporando ogni morso, cercando di fare durare quegli istanti all’infinito. Sapeva che terminato il pranzo avrebbero ripreso gli allenamenti. Era giusto così. Il loro obiettivo era qualificarsi per la finale del Grand Prix. Volevano dare il massimo.

Eppure… quanto avrebbe voluto poter essere sincero con Leo. Quanto avrebbe desiderato potergli aprire completamente il cuore.

Guang-Hong si lasciò andare ad un sospiro che non sfuggì a Leo.

-Lo sapevo. C’è qualcosa che ti turba.-

Guang-Hong sussultò.

-Non c’è niente. Davvero!-

Leo lo fissò a lungo e Guang-Hong non riuscì a sopportare quello sguardo accusatorio. Distolse gli occhi e non disse nulla.

Finirono di mangiare in silenzio, in un’atmosfera improvvisamente tesa.

Quando uscirono pioveva a catinelle.

-Ci bagneremo tutti- disse Leo. -Forse è meglio aspettare che finisca.-

Guang-Hong non ne aveva nessuna intenzione. Non sopportava l’imbarazzo che si era creato tra di loro. Voleva allontanarsi da Leo e così non ci pensò due volte e si precipitò sul marciapiedie, iniziando a correre sotto l’acquazzone.

-GUANG-HONG!-

Non credeva che Leo potesse seguirlo così Guang-Hong corse così tanto che ad un certo punto mise il piede in fallo e cadde a terra con un forte tonfo.

Tre cose successero contemporaneamente. Un forte dolore al braccio, la vista leggermente offuscata per via della botta e le forti mani di Leo sulle sue spalle, che lo scuotevano cercando di capire se stava bene.

Guang-Hong dovette sbattere tre volte le palpebre per mettere a fuoco la vista. La prima cosa che vide furono gli occhi leggermente offuscati di lacrime di Leo.

Fu come se ogni suono scomparisse. Non sentiva nulla se non la voce profonda di Leo che lo confortava dolcemente.

E quelle lacrime…

La mano di Guang-Hong si mosse di sua volontà e si appoggiò sulla guancia dell’amico.

-Perché stai piangendo?-

-Perché sei caduto malissimo razza di stupido! Ho temuto il peggio! Cosa sarebbe successo se avessi rotto una gamba o peggio? Sei un pattinatore professionista! E non mi rispondevi! Mi sono spaventato come non mai! Non farlo mai più capito? Non osare farmi una cosa del genere ancora perché altrimenti non saprei cosa fare!- gli urlò in faccia Leo, le lacrime che si confondeva con la pioggia, i capelli appiccicati al viso e la bocca che tremava.

Guang-Hong aprì le braccia, ignorando il dolore e abbracciò Leo stretto a sé, iniziando a piangere a sua volta in maniera incontrollata. Non riusciva a smettere. Si sentiva un bambino e anche così stupido. Aveva fatto piangere Leo. Lo aveva fatto preoccupare così tanto.

Non seppe per quanto rimasero lì, sul ciglio del marciapiede, sotto quell’acqua scrosciante, stringendosi come se non ci fosse un domani, sicuri in quell’abbraccio così intimo e traboccante di tutti quei sentimenti che ancora non erano riusciti a tradurre in parole. Per fortuna nessuno sembrava passare per quella strada ma anche se fosse successo, sinceramente a Guang-Hong non sarebbe importato nulla.

Quando si staccarono erano entrambi infreddoliti, avevano il viso gonfio dal pianto e il braccio di Guang- Hong faceva un male terribile.

Leo se ne accorse.

-Andiamo a fartelo vedere.-

Lo aiutò ad alzarsi e corsero al pronto soccorso che, per fortuna, distava solo pochi isolati.

Quando Guang-Hong uscì gli sorrise.

-Solo un graffio.-

-Fammi vedere.-

-No…-

Leo non accettò il suo rifiuto. Con mani ferme e movimenti delicati slegò il bendaggio che il medico gli aveva fatto. Sotto di esso vi era un brutto taglio. Il bendaggio era già sporco di sangue.

-Poteva andare peggio- provò a dire Guang-Hong. -Guarirà subito e, in ogni caso, non sarà d’impiccio agli allenamenti.-

Leo non disse nulla.

-Leo?-

Guang-Hong lo osservò mentre gli voltava la schiena ed usciva impettito dal pronto soccorso.

-LEO!-

Aveva smesso di piovere e i raggi del sole brillavano sulle gocce di pioggia, creando sbrilluccichi dai colori dell’arcobaleno.

-LEO!-

Finalmente Leo si fermò.

-Perché sei corso via?-

Leo lo osservò per qualche istante prima di parlare.

-Perché non mi dici che cosa c’è che non va? È da tanto tempo che sei strano Guang-Hong e io non ho detto nulla, rispettando il tuo silenzio. Ma oggi è stato troppo. Dimmelo. Ora. Io sono qui, ci sarò sempre Guang-Hong. Non devi dubitarlo mai.-

-Ci sarai sempre? Anche quando ti avrò detto la verità?- Guang-Hong non voleva dirlo. Non voleva. Eppure quelle parole che aveva tenuto nascoste per così tanti anni ora sembravano dotate di volontà propria e sgorgarono fuori come una marea. -Bene, ti dirò la verità. Tu mi piaci Leo. Mi sei sempre piaciuto, forse fin da quando eravamo bambini. Mi piaci e non come un amico. Quello che provo per te è amore. Ti amo Leo. Ti amo come nessun altro e in tutto questo tempo mi sembrava di impazzire. Provavo vergogna, imbarazzo. Com’era possibile che mi piacesse un ragazzo? Non era naturale. Era ingiusto, strano. Non doveva andare così. Eri il mio migliore amico, il mio confidente, tu sei sempre stato tutto per me e da quando ho realizzato questo la paura di perderti si è impossessata di me. Non sapevo più cosa fare… non voglio perderti Leo! Non voglio… Io...-

Guang-Hong non riuscì più a parlare. Era scosso dai singhiozzi e gli mancava il respiro. Era tutto finito. Tutto. Non poteva più tornare indietro.

-Sei veramente uno stupito- la voce dolce di Leo lo fece sussultare. E poi successe. Le sue grandi e forti braccia lo circondarono in un caldo e tenero abbraccio. Lo strinse a sé e Guang-Hong poté sentire il cuore di Leo battere più forte del normale, ad un ritmo che inseguiva il suo, creando una strana melodia.

-Tu non mi perderai mai.-

Guang-Hong avrebbe voluto chiedere, qualsiasi cosa, ma aveva la lingua impastata. Non riusciva a parlare né a smettere di tremare.

Leo gli prese il viso tra le mani e gli stampò un lieve bacio a fior di labbra.

Guang-Hong poté sentire il suo odore, dolce, il suo respiro che si confondeva nel suo, il calore della sua pelle sfiorargli le guance.

Poi Leo si staccò. Il fastidioso tremolio di Guang-Hong aveva smesso come per magia. Quando incrociò gli occhi di Leo vide uno scintillio che non aveva mai visto prima.

Aveva le guance bordeaux, proprio come le sue ed un sorriso così dolce da poter sciogliere il cuore più duro.

-Tu non mi perderai perché provo esattamente lo stesso sentimento. Mio dolce Guang-Hong, ti amo. Non so nemmeno io quando è iniziato. Forse è germogliato lentamente nel mio cuore, come un piccolo seme che aveva solo bisogno del tuo calore per poter crescere. Tu sei tutto per me e non ho intenzione di lasciarti. Mai. Per sempre. O almeno fino a quando tu non ti stancherai di me.-

-MAI!-

L’impeto con cui quella semplice parola uscì dalla bocca di Guang-Hong sorprese entrambi. Scoppiarono in una risata cristallina e gioiosa.

-Credi di riuscire a pattinare?- chiese Leo.

-Insieme a te riuscirò a fare qualsiasi cosa- rispose il cinese, senza più un filo di imbarazzo.

Leo gli sorrise e gli prese la mano, stringendola con estrema dolcezza.

Ritornarono così al palazzetto, mano nella mano, consci che tra loro le cose non sarebbero mai tornate come prima. Avevano appena aperto le porte per un futuro radioso e pieno di speranza ed entrambi non vedevano l’ora di percorrerlo insieme.

   
 
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