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Autore: Parmandil    11/01/2019    0 recensioni
La Guerra delle Anomalie imperversa ormai da due anni. La Federazione è frantumata in settori che non riescono più a comunicare fra loro e flagellata dagli attacchi dei Tuteriani. Le anomalie distruggono interi mondi, obbligando i federali a uno sforzo senza precedenti per accogliere e ridistribuire i profughi. Solo l’alleanza coi Klingon potrebbe dare alla Federazione il vigore necessario a prevalere.
Molte forze, però, cospirano contro l’unione. La tecnologia predittiva dei Tuteriani consente loro di pianificare le mosse vincenti. La stessa tecnologia sembra in mano a una specie appena giunta dal Quadrante Delta: i Krenim. L’antico sogno di Annorax, il dominio assoluto delle linee temporali, non è mai stato così vicino a realizzarsi. E nello sforzo di padroneggiare per primi il viaggio nel tempo, i nostri eroi potrebbero varcare una soglia insospettabile... ritrovandosi in uno Specchio oscuro.
Ma la sfida più inaspettata viene dal cuore della Federazione. Molti cittadini sono convinti che i Tuteriani non vadano combattuti, ma accolti come ogni altra specie. Avranno ragione? Il Movimento per la Pace Galattica ritiene di sì. I suoi esponenti sono pronti a immolarsi per il loro ideale di pace. La domanda è: quanti altri saranno immolati?
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Klingoniani, Nuovo Personaggio
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Triangolo
Capitoli:
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Star Trek Universe Vol. III:
Linee temporali
 
 
SPAZIO, ULTIMA FRONTIERA.
QUESTI SONO I VIAGGI DELLA
NAVE STELLARE ENTERPRISE.
LA SUA MISSIONE È ESPLORARE
STRANI, NUOVI MONDI,
SCOPRIRE NUOVE FORME DI VITA
E NUOVE CIVILTÀ,
FINO AD ARRIVARE LÀ
DOVE NESSUNO È MAI GIUNTO PRIMA.
 
 
Tempi duri generano uomini forti.
Uomini forti generano tempi felici.
Tempi felici generano uomini deboli.
Uomini deboli generano tempi duri.
                                        Proverbio orientale
 
 
-Prologo
Data stellare 2518.225
Luogo: Janus VI
 
   Janus VI non era un pianeta ameno. Localizzato in posizione marginale, era un mondo geometallico di classe F. L’atmosfera era assai rarefatta e comunque irrespirabile per gli umanoidi. Non c’era acqua in superficie, solo sterminati deserti rocciosi, così ossidati da conferire al pianeta una colorazione rossastra. Janus non era adatto alla colonizzazione, né valeva alcunché come meta turistica. Ma nel sottosuolo si annidavano vene di minerali interessanti per la Federazione. Ricchi giacimenti di pergium, cerio, oro, platino e uranio che aspettavano solo d’essere sfruttati. Così fin dal XXIII secolo vi era sorto un impianto minerario. Col passare del tempo il complesso era cresciuto, ramificandosi nel sottosuolo, e altre miniere erano sorte qua e là sul pianeta. Le strutture erano quasi tutte sotterranee, data la mancanza d’aria respirabile. I pochi edifici in alzato erano mantenuti pressurizzati.
   Per molto tempo il complesso minerario era stato gestito dal personale federale. Ma poiché la Federazione aveva un sistema economico ibrido, che per quanto statalizzato contemplava la possibilità d’impresa privata, ecco che nel XXV secolo gli impianti erano stati acquisiti da una famiglia di ricchi imprenditori Tellariti. E all’alba del XXVI secolo, alla morte del capofamiglia, i rampolli si riunirono a consiglio per decidere come gestire l’impegnativa eredità. Una riunione del genere sarebbe stata tesa, se i partecipanti fossero stati Umani. Ma coi Tellariti – specie notoriamente polemica – c’era da aspettarsi che volassero le sedie.
   «Bene, fratelli, ci siamo tutti. Dichiaro aperta la riunione... la prima senza papà» disse Boc con aria compunta. Era il fratello maggiore, quello favorito dal testamento: l’unico ad aver ereditato una quota azionaria nettamente superiore agli altri. Del resto era coinvolto nella gestione dell’azienda già da anni. Perciò sedeva a capotavola, mentre i sei fratelli più giovani – i Tellariti avevano famiglie numerose – erano allineati ai lati del tavolo, tre per parte. Alle spalle di Boc si trovava una finestra in trasparacciaio, affacciata su un’immensa caverna sotterranea. I riflettori posti sulla volta illuminavano un intrico industriale: trivelle, condotti, cisterne, raffinerie, torri di raffreddamento, trasporti su rotaia e levitanti. Molte volte, guardando da quella finestra, Boc si era trovato a pensare che un giorno tutto questo gli sarebbe appartenuto. Sempre che i fratelli sapessero stare al loro posto.
   «Questa tragedia ci ha lasciati sgomenti» proseguì Boc. «Come sapete, papà era in ispezione nel Settore 47, recentemente ampliato, quando c’è stato il terremoto. I terremoti qui sono rarissimi – la crosta è molto stabile – per cui i rinforzi strutturali della galleria si sono rivelati insufficienti. Così papà è rimasto vittima del crollo, assieme a un ingegnere e a quattro operai. È stato l’incidente più grave verificatosi su Janus VI, da quando nostro nonno rilevò i vecchi impianti federali. Il Consorzio Minerario manderà i suoi ispettori da un giorno all’altro. Con la scusa dei controlli sulla sicurezza ficcheranno il naso dappertutto. Inutile dire che dobbiamo impegnarci a fare buona impressione, e mostrare che le criticità sono state risolte, se vogliamo evitare rogne. Gli investitori sono irrequieti, ma li ho assicurati che anche questo mese rientreremo nelle quote di produzione. Ho indetto una presentazione per il mese prossimo, in cui mostrerò i miei piani per l’avvenire. Ma naturalmente prima dobbiamo discuterne un po’ fra noi, fratelli».
   «Bene, allora discutiamone!» esortò Yun, il sesto fratello.
   «Certo, certo. Ma prima diamo il benvenuto al più giovane fra noi!» disse Boc, accennando al fondo del tavolo. «Ben arrivato, Grenk. So che questo è un periodo di grandi cambiamenti per te. Sei appena diventato maggiorenne e ti sei diplomato col massimo dei voti su Tellar, quindi... congratulazioni. Questo dovrebbe essere uno dei più bei periodi della tua vita, mi dispiace che sia stato funestato da questo lutto. Comunque eccoti qui, alla tua prima riunione aziendale. Che quindi è la nostra prima riunione al completo, con tutti e sette. Come ti senti?» si premurò.
   «Burp. Parli come se dovessi fare pubblicità. Siamo sempre noi, testone. Che importa se ci riuniamo attorno a un tavolo aziendale o a casa nostra? Veniamo al sodo!» esortò Grenk. E si scolò una lunga sorsata della bibita che si era portato dietro. Ad appena diciotto anni, Grenk aveva già la folta barba in voga fra i Tellariti, che nel suo caso era di un castano chiaro. Gli occhietti porcini scintillavano divertiti e un po’ strafottenti sotto le sopracciglia cespugliose. A vederlo era il più plebeo del gruppo: l’unico a vestire in modo informale, anziché con un abito da ufficio.
   «Sì, veniamo al sodo. La composizione del consiglio d’amministrazione. Abbiamo letto tutti il testamento del vecchio, quindi sappiamo come andrà a finire» disse Maw, il secondo fratello. «Ciascuno di noi ha il 13% delle quote azionarie, che per sei fratelli fanno il 78%. Fai eccezione tu, Boc, che da solo ti pappi il restante 22%. Quindi l’amministratore delegato sarai tu».
   «Ho lavorato duramente per meritare questo riconoscimento, e ora sono pronto a farmi carico delle responsabilità» confermò Boc.
   «Come no! Hai lavorato così bene, hai messo la miniera così in sicurezza, da ridurre papà a una sottiletta!» protestò Pic, il quarto fratello.
   «Come osi! Non tollero queste volgari insinuazioni! Cosa credi, che abbia provocato io il terremoto?!» insorse Boc, perdendo la compostezza.
   «Con le giuste tecnologie è possibile. Con le giuste tecnologie si può fare di tutto» commentò Grenk. «Ma nessuno è qui per accusarti, fratello. Papà aveva detto chiaramente che eri il suo successore e non credo che tu fossi così impaziente da spiaccicarlo solo per affrettare la tua ascesa».
   «Grunf, finalmente un po’ di buonsenso!» mugugnò Boc. «Dunque, come stavo dicendo, io sarò l’amministratore delegato. Naturalmente ciascuno di voi avrà un posto di rilievo nel consiglio d’amministrazione. Siamo in sette, ma siamo una sola squadra. Farò in modo che ciascuno abbia l’incarico che gli è più confacente...».
   «Davvero? Mork che farà, il sovrintendente alle cucine?!» rise Trok, il terzo fratello.
   «Spiritoso» fece Mork, il quinto fratello, che era il più grassoccio del gruppo. «Il tuo unico talento invece sono le donne, quindi che farai?».
   «Non so... dirigerò le pubblicità?» propose Trok.
   «Basta così!» li richiamò Boc. «Non siamo più bambini, qui la situazione è seria. O formiamo un consiglio efficiente, o siamo finiti».
   «Che intendi con “finiti”?» chiese Grenk, d’un tratto inquieto.
   «Intendo che siamo kaput. Se gli ispettori del Consorzio Minerario ci fanno una relazione sfavorevole... se scrivono che gli impianti sono vecchi e non a norma... dovremo chiudere per chissà quanto» avvertì Boc. «Il che mi porta al vero motivo di quest’incontro: mostrarvi in anteprima il mio progetto di riqualificazione!» aggiunse, illuminandosi.
   «Riqualificazione? Che intendi?» chiese Yun, apprensivo.
   «Intendo che dobbiamo adeguarci al nuovo secolo, fratelli!» disse Boc emozionato, rivolgendosi a tutto l’uditorio. «Ho in mente un radicale ammodernamento degli impianti e del personale».
   «Capisco l’ammodernamento degli impianti... ho sempre detto che ce n’era bisogno... ma del personale?!» chiese Grenk.
   «Eh-eh, questo ti piacerà, fratellino!» ridacchiò Boc. «Tu che sei tanto appassionato di meccanica e nuove tecnologie, preparati a sbalordire. Preparatevi tutti, fratelli. Ecco a voi la versione 2.0 delle nostre industrie!».
   Così dicendo Boc premette alcuni tasti sull’oloschermo del tavolo. Il finestrone alle sue spalle divenne opaco, trasformandosi in uno schermo. E su quello schermo comparve uno schema degli impianti rinnovati, con didascalie esplicative. L’inquadratura zoomò su alcuni elementi chiave, mentre Boc forniva i dettagli. Quando finì di parlare degli impianti, passò al personale. Allora tutti si avvidero che, in quella presentazione, gli operai non erano Tellariti. Non appartenevano nemmeno ad altre specie federali.
   «E sissignori... come vedete, sono tutti synth!» esultò Boc.
   A quelle parole, Grenk aggrottò le folte sopracciglia. Synth era un temine gergale, vagamente denigratorio, per indicare gli individui sintetici. «Vuoi sostituire i nostri lavoratori con androidi e ologrammi» mormorò.
   «Assolutamente sì! Solo così resteremo competitivi!» confermò Boc. «Pensateci: i synth non mangiano, non respirano, non dormono, non hanno bisogno di fermarsi a riposare. Possono lavorare ininterrottamente, senza piantare grane. Sono più forti, più precisi, più resistenti alle radiazioni di qualunque Organico. Possono maneggiare l’uranio e andare in superficie senza bisogno di tute. Nessuna assicurazione medica, nessuna previdenza sociale. E in caso d’incidente... sono solo apparecchiature rotte. Facili da rimpiazzare, senza seccature burocratiche!».
   «Tu parli di synth di vecchio tipo, con le subroutine minime per fare il loro lavoro. Quelli che non reclamano diritti, insomma» notò Grenk, con crescente inquietudine.
   «Si capisce. Saranno di vecchio tipo per quanto riguarda il software, così da non darci seccature. Ma saranno aggiornati nelle capacità fisiche, per essere i lavoratori perfetti» chiarì Boc. «Terremo giusto qualche sorvegliante e qualche ingegnere Organico, per accertarci che i synth funzionino a dovere. Ma a conti fatti, il 90% del personale degli impianti può essere sostituito. Dico, il 90%! Vi rendete conto del risparmio?!» chiese, con occhi bramosi.
   I fratelli si scambiarono pareri, perlopiù favorevoli, commentando i dati e i pronostici che scorrevano sullo schermo. A parità di personale, le ore di lavoro – e quindi la produzione – erano triplicati. Le spese, invece, erano nettamente diminuite.
   «Finalmente hai avuto una buona idea, fratello!» commentò Pic.
   «Sì, sì. Tutto bello, tutto giusto. Ma che fine faranno i nostri operai?» chiese Grenk. A quelle parole il chiacchiericcio s’interruppe e tutti gli sguardi si appuntarono su di lui.
   «Beh, fratellino, non serve essere geni per capirlo. Avremo molti esuberi. Tutto a norma di legge, naturalmente. Faremo le cose per bene, nessuno potrà farci causa» sostenne Boc, con un tono che voleva essere tranquillizzante. Ma Grenk era lungi dal calmarsi.
   «Vuoi licenziare in tronco il 90% dei nostri operai. Molti di loro sono così specializzati che avranno difficoltà a trovare lavoro altrove» notò il giovane Tellarita.
   «È il progresso, fratellino. Non possiamo combatterlo. Saremo fortunati se riusciremo a cavalcarlo con successo» ammonì Boc, facendosi serio. «Ma sei troppo inesperto per capire. Hai appena terminato gli studi di base. Devi ancora specializzarti in economia e diritto, come abbiamo fatto noialtri. Allora... e solo allora... potrai parlare con cognizione di causa».
   Grenk non ribatté. Non aveva argomenti, a parte quello puramente emotivo di non voler licenziare così tanti dipendenti. E temeva di trovarsi solo contro tutti, in quella prima riunione a cui era stato ammesso. Non sarebbe stato un esordio brillante per la sua carriera d’affarista. Non era ancora certo di quale fosse la geometria delle alleanze e delle ostilità attorno a quel tavolo; ma aveva la netta sensazione che voltare le spalle a un simile incremento dei profitti gli avrebbe messo tutti contro. Salvo forse Yun, il sesto fratello, l’unico oltre a lui che sollevò qualche obiezione. Ma ben presto, messi in minoranza dagli altri cinque, dovettero tacere. Per il resto della riunione, Grenk ascoltò in silenzio Boc che illustrava i dettagli dell’ammodernamento. Esposto con la sua consumata abilità retorica, il progetto sembrava destinato al successo. Ma a Grenk sembrava troppo carente di cuore.
 
   Terminata la riunione, Grenk sgattaiolò via mentre i fratelli si attardavano a chiacchierare di futilità. Si era annoiato tanto da trattenere a stento gli sbadigli. Tutte le riunioni erano così noiose? Probabilmente sì, anzi, quella doveva essere stata più movimentata del solito. Ennesima conferma del fatto che non era tagliato per quella carriera. Lui preferiva risolvere problemi pratici, meccanici. Qualcosa che potesse vedere e toccare con mano.
   Percorrendo un corridoio, Grenk si fermò presso una finestra. Era affacciata sulla stessa grande caverna visibile anche dalla sala conferenze. Stavolta il Tellarita poté avvicinarsi, osservando il panorama sotterraneo. Agli occhi di un profano, l’intrico di apparecchi industriali poteva sembrare caotico. Grenk invece ne percepiva l’ordine. Era come un grande organismo, dove ogni componente svolgeva una funzione essenziale. Le trivelle, che frantumavano le rocce, erano come i denti. Le raffinerie che estraevano i metalli pregiati erano come lo stomaco e l’intestino. Il sistema d’aerazione era come i polmoni. I condotti e i trasporti erano i vasi sanguigni. La griglia energetica era il sistema nervoso. E gli operai, beh... volendo proseguire l’analogia, erano i muscoli e i tendini che facevano funzionare l’impianto. Per la maggior parte erano Tellariti, ma c’era anche una percentuale significativa d’alieni di altre specie federali.
   Proprio in quel momento molti operai lasciavano le macchine e uscivano dalle gallerie, per la pausa pranzo. Non indossavano tute integrali; non ce n’era bisogno. Mentre in superficie l’aria era rarefatta e tossica, lì nel sottosuolo era stato possibile creare un’atmosfera respirabile. Così Grenk poteva vedere i loro volti, le loro espressioni. Nel complesso sembravano abbastanza distesi, nonostante il tragico incidente di pochi giorni prima. Evidentemente non sospettavano che il prossimo amministratore delegato stesse pianificando di licenziarli, per sostituirli con synth.
   Per un attimo Grenk fu tentato di scendere fra loro – o anche di parlargli dalla finestra – per avvertirli del pericolo incombente. Ma si trattenne da quella bravata. A che pro avvertirli dei licenziamenti? Loro non potevano farci niente. Al massimo potevano scioperare, ma questo avrebbe solo convinto vieppiù Boc che era meglio sostituirli con androidi obbedienti.
   «Meglio di no. Otterrei solo di suscitare disordini, senza giovare a nessuno» si disse Grenk, lasciando che gli operai passassero sotto di lui. Eppure, mentre li guardava, un’idea cominciò a prendere forma nella sua mente. Un’idea così ardita che sulle prime la rigettò. Poi invece cominciò ad analizzarla, a rigirarla nella mente, come avrebbe fatto con un congegno da riparare. La rimaneggiò fino a convincersi che era praticabile. Ma non sapeva ancora con chi praticarla, dato che gli serviva un complice tra i fratelli. Alla fine il giovane Tellarita smise di pensarci e andò a pranzo anche lui. Certe idee avevano bisogno di decantare, prima d’essere riprese in esame.
 
   Dopo pranzo Grenk si ritirò nell’officina del complesso minerario. C’era una gran quantità d’apparecchiature rotte, in attesa che qualcuno ci mettesse le mani. E lui adorava mettere le mani nella roba scassata, individuare il problema, risolverlo. Era il suo modo per combattere contro il caos e l’incertezza della vita. Gestire sei fratelli maggiori era un compito immane, ma riparare un carrello antigravità guasto... quello poteva farlo. Era appunto alle prese con uno di quei carrelli, mentre il comunicatore gli leggeva un articolo d’elettronica, quando Yun entrò in sala.
   Il fratello più grande si guardò attorno, finché notò le gambe di Grenk che spuntavano da sotto il carrello, sollevato da due cric ai lati. «Ehi, Grenk. Sono Yun, vorrei parlarti. Grenk, mi senti?» chiese Yun, senza avere risposta. Allora si avvicinò, sbuffando. «Boia d’un mondo, Grenk, ti sei addormentato là sotto?!» gridò.
   «Chi è? Aspetta... interrompere lettura!» ordinò Grenk. Il comunicatore tacque, permettendo ai fratelli di parlarsi senza interferenze. Allora Grenk si tirò indietro, uscendo da sotto al carrello. «Ah, Yun, sei tu! Dillo la prossima volta. Che ti serve?» chiese.
   «Volevo scambiare qualche parola... riguardo alla riunione» disse Yun a bassa voce. Si guardò attorno, con aria da cospiratore, per sincerarsi che fossero soli. Dopo di che porse la mano al fratello, aiutandolo a rialzarsi.
   «Che abbiamo da dire? Mi pare che ormai sia tutto deciso» sospirò Grenk, tirandosi in piedi. «Boc diventerà amministratore delegato. Noi diventeremo i suoi lacchè. E centinaia di operai saranno licenziati in tronco. Dovranno trasferirsi ad anni luce di distanza per trovare un altro impiego. È il progresso, a quanto pare». Così dicendo si levò un fazzoletto di tasca e prese a pulirsi le mani dall’olio di macchina.
   Yun si guardò i palmi, accorgendosi d’essersi insudiciato a sua volta. Sospirò e attese che il fratello gli passasse il fazzoletto già sporco. «Sai, mi ha un po’ sorpreso che l’unico scettico oltre a me sia stato tu. Proprio tu, che stravedi per tutto ciò che è meccanico!» commentò, accennando all’officina attorno a loro.
   «Mi piacciono le cose meccaniche, certo. Ma non significa che voglia eliminare le persone. Le tecnologie sono utili, ma dovremmo essere noi a gestirle. Sennò ci si addormenta il cervello. E una civiltà di cervelli assopiti è spacciata!» ribatté Grenk.
   «La penso come te, ma non so come potremmo impedire a questo progetto d’andare in porto. Boc è proprio fissato, non cambierà idea» mormorò Yun.
   «Allora dovremmo impedirgli di diventare amministratore delegato» borbottò Grenk, rivelando l’idea che gli frullava in testa da qualche ora.
   A quelle parole Yun ebbe un fremito. Tornò a guardarsi attorno, ancora più nervoso. «Non pensavo a una soluzione così drastica, ma temo che tu abbia ragione. Se Boc diventa amministratore, farà questa cosa. Al massimo potremmo rallentarlo, ma prima o poi la farà. Però non vedo come potremmo opporci alla sua elezione. Lui ha il 22% delle azioni, noi solo un misero 13%».
   «Un 13% ciascuno» corresse Grenk. «Queste percentuali non sono un caso. Papà voleva che bastassero due di noi a contrastarlo, posto che fossero davvero affiatati. Tanto affiatati da indurre uno dei due a cedere tutta la propria quota all’altro, a un prezzo di favore, per permettergli d’arrivare al 26% e scalzare Boc».
   «Stai proponendo una mossa estrema. Boc la considererà una pugnalata alle spalle» mormorò Yun, sempre più turbato. «Ascolta, tu sei il più giovane fra noi, l’unico a non avere ancora studiato a fondo economia e diritto. Quando l’avrai fatto, allora forse potrai proporti...».
   «Io non voglio studiare economia e diritto!» sbottò Grenk. «Sai che il mio interesse è l’ingegneria, la meccanica. Forse anche... la meccanica di curvatura» rivelò.
   Yun emise un lungo fischio sommesso. «Ne sei certo? Guarda che sono discipline maledettamente complesse. Pochi hanno il talento e la costanza per padroneggiarle. Molti di più partono in quarta, convinti di fare chissà che, e finiscono fuori corso con un esaurimento nervoso. Così esausti e delusi che poi hanno difficoltà a riprendere gli studi in un altro settore» avvertì.
   «Sì, conosco i rischi» mugugnò Grenk. «Ma vedi, ultimamente ho letto degli articoli scientifici molto interessanti. In questi anni gli ingegneri della Flotta Stellare stanno facendo passi da gigante con la cavitazione quantica. Ad esempio, pare che fra un paio d’anni la vecchia Enterprise-H sarà ritirata dal servizio. Il nuovo modello, l’Enterprise-I, sarà una classe Altair con la cavitazione più veloce e sicura che si sia mai vista. Ti rendi conto di cosa significa? Un’intera generazione d’ingegneri esperti in curvatura sta per andare in pensione. Le loro conoscenze sono obsolete. Il futuro è la cavitazione quantica... e se mi sbrigo, potrei appartenere alla prima generazione d’ingegneri che si formeranno con quella. Il che mi renderà molto richiesto, dentro e fuori la Flotta!» gongolò, lo sguardo perso in visioni lontane.
   «È un progetto ambizioso, fratellino. Ti richiederà grande impegno e sacrifici. E ti porterà molto lontano da qui. Ma se sei proprio deciso, non voglio dissuaderti» disse Yun. «Questo però significa che non potrai dedicarti agli affari di famiglia. Quindi...».
   «Quindi dovrai essere tu a scalzare Boc» confermò Grenk. «Al momento sei l’unico ad avere la preparazione necessaria a presentare un progetto alternativo al suo. Lavoraci. La riunione per eleggere l’amministratore delegato è fra una settimana. Se per allora avrai elaborato un piano alternativo convincente, un piano che non preveda tutti quegli esuberi, io ti sosterrò. Ti cederò la mia quota a un prezzo di favore. Del resto questa carriera non fa per me, avrei comunque preferito l’ingegneria».
   «Io... non so che dire» fece Yun, fissandolo incredulo. «Se questo piano funziona, sarà un bene che tu finisca a prestare servizio nella Flotta Stellare. Perché dovrai essere nello spazio profondo, molto lontano da qui, per sfuggire all’ira di Boc».
 
   Come previsto, una settimana dopo i sette fratelli tornarono a riunirsi nella stessa sala. All’ordine del giorno c’era l’elezione del nuovo amministratore delegato. Boc si presentò sicuro di sé, tutto azzimato nell’abito da ufficio che lo faceva sembrare più magro. Si era persino impomatato barba e capelli. Salutò uno a uno i fratelli mentre entravano e attese che si fossero tutti seduti attorno al tavolo, mentre lui restava in piedi a capotavola.
   «Bene, cari fratelli, oggi siamo qui riuniti per sbrigare una semplice formalità» esordì Boc. «Io sono stato il braccio destro di papà negli ultimi quindici anni. Io ho la maggior quota azionaria. E soprattutto, io ho la visione necessaria per lanciare le nostre industrie verso un futuro di crescita, competitività, successo. Avete avuto modo di visionare il mio progetto e di approvarlo. Dunque, assodato che ho la vostra fiducia, confido che sarò eletto con voto unanime...» disse, fregandosi le mani.
   «Al tempo!» l’interruppe Yun. «Sei stato il braccio destro di papà per quindici anni, ma non è forse vero che in questo tempo gli affari hanno ristagnato, e abbiamo perso competitività?».
   Boc lo fissò con una sorpresa che si tramutò subito in indignazione e in collera a stento trattenuta. «Papà non ha mai voluto che facessi a modo mio, che cambiassi davvero le cose. Ma adesso finalmente potrò farlo... adesso lo farò. Hai visto anche tu il mio progetto di riqualificazione! Devi ammettere che è un balzo nel futuro! Una svolta che non può essere rimandata!».
   «Ah, sì, ci vuole una svolta» convenne Yun. «Ma non è detto che la soluzione sia licenziare il 90% dei dipendenti e automatizzare tutto. Col rischio che alla prima tempesta ionica, o al primo attacco informatico, ci si blocchi l’impianto. A questo proposito, vorrei presentarvi la mia proposta per il futuro» disse, rivolgendosi a tutto l’auditorio. Premette alcuni comandi sul suo oloschermo, attivando lo schermo principale alle spalle di Boc. Subito partì una nuova presentazione, simile alla precedente nella grafica, ma diversa nei contenuti.
   «Come vedete, possiamo rinnovare le tecniche di prospezione mineraria mediante l’uso dei nuovi sensori quantici sperimentati dalla Flotta Stellare. Possiamo incrementare l’estrazione grazie a teletrasporti mirati. E cosa più importante, possiamo aumentare la sicurezza degli operai. Useremo la nanotecnologia del tritanio plastificato per i rinforzi strutturali delle gallerie, che in tal modo saranno assai più resistenti ai terremoti. Quanto ai synth, li impiegheremo solo nelle rare occasioni in cui serviranno interventi urgenti di messa in sicurezza delle gallerie. A conti fatti, il mio progetto prevede appena il 5% di esuberi. Il resto dei lavoratori potrà aggiornarsi con dei corsi di formazione professionale che gli metteremo a disposizione...».
   A questo punto Boc esplose. «Come ti permetti di trasformare la mia elezione in questa farsa?! Il mio piano è già stato discusso e approvato, non c’è spazio per i tuoi deliri!».
   «Il tuo piano non è stato approvato, dato che tu non sei ancora l’amministratore delegato» puntualizzò Yun, mantenendo la calma.
   «Beh, lo sarò tra pochi minuti!» sbottò il fratello maggiore, rosso in volto. «Ho i numeri per farlo, e tu no. Computer, attivare la procedura di voto per il conferimento della carica d’amministratore delegato!» ordinò.
   Davanti a ciascuno dei fratelli una sezione del tavolo s’illuminò d’azzurro, mostrando la sagoma di una mano, con le dita lievemente divaricate. «Prego, apporre la mano per la conferma genetica dell’identità» disse il computer. Dopo di che si sarebbe passati alla votazione vera e propria.
   «Fratelli, questo voto non è già scritto. Siete liberi di fare ciò che meglio credete» avvertì Yun. «Se la mia proposta vi sembra migliore e più lungimirante, agite di conseguenza. Badate bene: se avete paura adesso che Boc non è ancora eletto, quanta ne avrete dopo avergli ceduto il potere?».
   «Ti sfugge un dettaglio... io sono l’azionista di maggioranza!» rivendicò Boc, sempre più iroso. Le sue mani si aprivano e chiudevano compulsivamente, come se volesse stringerle attorno al collo del fratello più giovane.
   «Ne sei sicuro?» chiese una voce da fondo tavolo.
   Ancora più sorpreso, Boc cercò con lo sguardo chi aveva parlato. Era stato Grenk. «Sicuro di cosa, d’avere la maggioranza? Sì, l’ultima volta che ho controllato era così!» disse fra i denti.
   «Ti consiglio di controllare ancora, fratellone. Potresti scoprire che le cose sono cambiate!» disse Grenk, ridendo sotto i baffi.
   Qualcosa nella sua risata fece accapponare la pelle a Boc. Assalito da un orribile sospetto, il fratello maggiore si chinò sull’oloschermo, interrogando di nuovo il computer. «Di cosa blateri? Certo che ho ancora la maggioranza! Come potrebbe essere altrimenti? Nessuno di voi rinuncerebbe alla sua quota...» borbottò, per farsi coraggio. Ma quando il grafico a torta apparve sull’oloschermo – e anche sullo schermo parietale alle sue spalle – rimase senza fiato. Perché la fetta più grande spettava a Yun, che controllava il 26% delle azioni. Un piccolo, ma decisivo vantaggio sul 22% di Boc. Gli altri fratelli conservavano un 13% a testa... salvo quello che aveva ceduto il suo per rafforzare Yun.
   Commenti emozionati corsero lungo il tavolo, man mano che i fratelli si accorgevano che Boc non era così inattaccabile, anzi, era già in minoranza. I loro sguardi corsero a Yun con rinnovato rispetto. Intanto Boc, sempre più livido, leggeva i nomi sul grafico, per vedere chi era l’unico assente. Cioè quello che aveva sacrificato la sua quota pur di fermarlo.
   «Sono stato io» ammise Grenk alle sue spalle.
   «Tu!» ringhiò Boc, voltandosi di scatto. Era schiumante di rabbia. «Infame traditore, cosa credi di fare? Questo non è un gioco! C’è in ballo il mio business!» ringhiò.
   «Il nostro business» corresse Grenk. «O dovrei dire il vostro, di voi sei. Avevi ragione su di me, non sono tagliato per fare l’affarista. Guarda che ho combinato nella mia prima settimana, eh-eh! Quindi lascio la faccenda nelle vostre capaci mani e me ne vado a studiare ingegneria» rivelò.
   «Tu... voi... vi siete accordati per spodestarmi!» gridò Boc, passando lo sguardo fra Yun e Grenk. «Così manderete in rovina quest’azienda! Tu lo sai già, per questo scappi!» accusò il più giovane.
   «Ho fatto quello che ritenevo giusto. Ho ceduto la mia quota per salvare i nostri operai» rivendicò Grenk.
   «E ora che sono io l’azionista di maggioranza, chiedo al resto della famiglia di darmi fiducia» s’inserì Yun. «Votate per me, fratelli. Ammoderneremo gli impianti senza sacrificare gli operai. Gestiremo le nuove tecnologie, anziché lasciare che siano loro a gestirci!» promise.
   Gli altri cinque fratelli si guardarono l’un l’altro sorpresi – ma non contrariati – da quell’inaspettato sviluppo. Sotto lo sguardo sconcertato di Boc, posarono le mani sui lettori di DNA e procedettero al voto. Anche Yun votò, per se stesso. Grenk invece era ormai escluso, per cui se ne stette spaparanzato sulla sedia, con le mani in tasca e un sorriso sornione.
   Allora Boc si affrettò a votare per sé. «Non fate follie, fratelli. Non gettate il nostro futuro per seguire questi due impiastri, che hanno complottato alle mie spalle...!» implorò, madido di sudore. Ma quando il verdetto apparve in caratteri cubitali sullo schermo principale, dovette arrendersi all’evidenza. Yun lo aveva stracciato.
   «Il nuovo amministratore delegato delle Groink Industries S.p.A. è Yun» annunciò il computer. «Salve, signor Yun. I codici di comando le sono stati trasferiti, il sistema informatico la riconosce come amministratore».
   «Tu... non la passerai liscia. Farò ricorso contro questa votazione. Preparati a ricevere i miei avvocati!» minacciò Boc, torvo.
   «Se vuoi una battaglia legale, l’avrai. Ma non vedo proprio come potresti invalidare il voto, senza metterti contro ciascuno di noi» avvertì Yun. «L’alternativa che ti offro è di rimanere nel consiglio d’amministrazione. Non come presidente, certo, ma come addetto al marketing. Sei già il volto più noto delle nostre industrie e hai gli agganci necessari. Puoi fare ancora molto per l’azienda e ritagliarti un buon margine di profitto. Ma se ci dai battaglia legale e perdi... allora perderai tutto. Sarai tagliato fuori, completamente, per sempre. Prenditi del tempo, pensaci bene, e fammi pervenire la tua decisione».
   Boc posò le mani sul tavolo e chinò il capo, sconfitto. Era evidente che avrebbe accettato l’offerta. Non gli servivano gli avvocati per sapere che un ricorso aveva probabilità di successo pressoché nulle. «E così si farà a modo tuo... vedremo dove ci porterà questo. Se ci porterai verso il fallimento, mi ci vorrà un attimo a chiedere una mozione di sfiducia nei tuoi confronti! E i nostri fratelli, così lesti a scaricarmi, saranno altrettanto svelti a scaricare te!» avvertì.
   Poi Boc si rivolse a Grenk, in tono ancora più velenoso. «E tu, saltapicchio?! Hai ceduto tutta la tua quota – suppongo in cambio di un bel gruzzolo – e ora sei fuori dai giochi. Almeno non potrai fare altri danni. Hai in mente cosa fare della tua vita? Perché se poi ti va male, e torni qui a mendicare, non aspettarti d’essere accolto a braccia aperte!».
   Yun stava per intervenire in difesa del fratello, ma Grenk gli fece segno che poteva difendersi da sé. «Come ho detto, studierò ingegneria. E non per riparare ventole dell’aria o carrelli antigravità. No, io studierò meccanica di curvatura, e lo farò all’Accademia della Flotta Stellare! Vi manderò le cartoline dalla Terra!» gongolò.
   «La Flotta Stellare! Non fa per te... lì si lavora sul serio!» lo schernì Boc. «Scommetto che non arriverai nemmeno in fondo all’Accademia. Avrai troppe difficoltà, troppa competizione... e troppa paura dell’ignoto. Sei un ragazzo di città, l’ultima frontiera non ti si addice!».
   «Vedremo, fratellone. Vedremo...» disse Grenk, lisciandosi la barba, coi pensieri già rivolti al futuro. L’Accademia non lo spaventava, era convinto di sapersela cavare. Quanto ai rischi del servizio vero e proprio... erano acqua passata. L’epoca pioneristica della Federazione – la cosiddetta Età delle Esplorazioni – era finita col secolo precedente. Adesso la Flotta Stellare si occupava più che altro di pattugliare i confini e le rotte interstellari, contrastando la pirateria e il contrabbando. Erano compiti di polizia che si traducevano più nel sequestro di carichi sospetti che non in battaglie spaziali. Insomma era un’epoca tranquilla, un’epoca di crescita e consolidamento delle colonie, senza particolari minacce all’orizzonte. Cosa poteva andare storto?
 
   
 
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