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Autore: Parmandil    15/01/2019    0 recensioni
Per molti secoli i popoli della Via Lattea si sono interrogati sui grandi misteri del cosmo. Cosa c’è oltre la Grande Barriera che avvolge la galassia, impedendo alle navi di uscire? Chi ha costruito le megastrutture come la Sfera di Dyson? Da dove viene la sorprendente somiglianza genetica fra gli umanoidi, una somiglianza tale che le diverse specie possono persino incrociarsi? Alcuni hanno visto un’unica mano dietro questi misteri: quella dei Progenitori, la stirpe ancestrale da cui tutti gli umanoidi hanno tratto origine. Ora queste antiche domande avranno finalmente risposta.
Ristrutturata dopo l’ultima battaglia, l’Enterprise-J si lancia arditamente all’esplorazione della galassia di Andromeda, arrivando là dove nessuno è mai giunto prima. Troverà nuovi e formidabili alleati, ma si scontrerà anche con la forza più distruttiva dell’Universo: la Scourge. In una corsa contro il tempo, i nostri eroi cercheranno di rintracciare i creatori della Scourge... e di loro stessi. I legami saranno sottoposti alle prove più dure e ciascuno di loro affronterà i propri demoni, mentre il viaggio al centro di Andromeda somiglia sempre più a una discesa negli abissi dell’Inferno... e della mente.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
Capitoli:
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-Capitolo 9: Sunny
 
   Era indubbiamente un Proto-Umanoide, nei tratti somatici: occhi infossati, naso poco pronunciato, orecchie senza padiglione, cranio calvo e allungato. Il nuovo essere era tuttavia più alto e muscoloso dei Progenitori visti finora. Ma ciò che più lo contraddistingueva era l’epidermide color oro, lo stesso colore della bolla da cui era uscito. Chiaramente era composto della stessa sostanza.
   «Antropomorfismo» mormorò Terry, osservandolo con vivo interesse. «La Melma Dorata vuole interagire con noi».
   L’umanoide si guardò attorno con gli occhi dorati e individuò i federali davanti a lui. Allora sorrise e venne avanti di buon passo. Pur essendo fatto interamente di Melma Dorata, si era plasmato per sembrare vestito con una tuta aderente. Sollevò le mani, mostrando i palmi, e fece un ampio gesto di saluto davanti a sé. «Salve, miei coraggiosi amici. Grazie per avermi messo al mondo!» esordì, con voce chiara e forte.
   «Tu sai chi siamo, e in che modo ti abbiamo creato?» chiese il Capitano, facendosi avanti circospetto.
   «Naturalmente; possiedo la vostra essenza, combinata con le vaste conoscenze della Scourge» confermò l’umanoide dorato, additandosi la tempia. Lui e Chase si fermarono a pochi passi di distanza.
   «Beh, allora non servono presentazioni da parte nostra» disse il Capitano, che cercava ancora d’inquadrarlo. «Tu piuttosto, chi sei?».
   «Chi vi sembro?» rimbeccò l’umanoide, divertito.
   «Sei appena uscito da una bolla; potresti essere qualunque cosa» rispose Fanior, affiancandosi al Capitano.
   «Sei ciò che tutta la Scourge aspira a diventare» aggiunse Lizil, facendosi avanti dall’altra parte. «Hai una vera personalità, non è così? Empatia... creatività... libero arbitrio».
   «Chi sei tu?!» ripeté Chase ad alta voce, scandendo le parole.
   «Io sono...» mormorò l’essere, guardandosi le mani, e per la prima volta parve incerto. «Io sono» ripeté rasserenandosi, come se questa fosse già la risposta.
   «Okay, il cogito ergo sum non è male, come inizio» stabilì Chase. «Ma dovremo pur chiamarti in qualche modo. Visto il tuo aspetto, che ne diresti se ti chiamassimo Sunny?».
   «Lei ama dare un nome a tutto, Capitano» sorrise l’umanoide. «Ma è giusto... i nomi sono importanti per definire la realtà. Quello che ha proposto mi piace, perciò lo accolgo volentieri: chiamatemi Sunny».
   «Sembri saggio e amichevole, Sunny... sai anche perché ti abbiamo creato?» chiese Terry. Prese a girargli intorno lentamente, osservandolo da tutte le angolazioni.
   «Sì, comprendo la necessità di fermare la Scourge» confermò Sunny. «Quante vite sono già andate perdute... quanto male senza rimedio, per la follia di un momento!» esclamò, chinando il capo addolorato.
   «Allora ci aiuterai?» chiese Terry, sempre girandogli attorno. «Ci resta poco tempo, prima che la Scourge schiacci la Coalizione ed estingua la vita di Andromeda».
   «Non è così semplice... non posso trasmettere la mia essenza al resto della Scourge, disseminata in tutta la galassia» spiegò Sunny.
   «Ma la Scourge dovrebbe essere collegata. Non ha un’unica mente, come i Borg?» incalzò Chase, non volendo perdere la speranza.
   «Sì e no... può diffondere certe direttive, ma una trasformazione radicale come la mia richiede un contatto diretto per interfacciarmi» rispose l’umanoide dorato. «In pratica posso convertire la Melma Grigia in Dorata, semplicemente toccandola».
   «Allora è stato inutile... la Scourge si diffonde così in fretta che non farai in tempo a fermarla» mormorò Fanior.
   «Non disperate, amici miei» sorrise Sunny. «Credo di poterla almeno mettere in quarantena, finché non elaboriamo una strategia. Permetti?». Si accostò a Lizil e la toccò sulla fronte con l’indice.
   La Primarca vacillò all’indietro, sbattendo gli occhi, mentre un’onda dorata l’attraversava da capo a piedi. «La Scourge si è fermata» disse quando si fu ripresa. «Ora è quiescente, non si espande più. Questo è... bene».
   «È un rimedio temporaneo, finché non avrò spedito bolle di Melma Dorata in tutti i pianeti contagiati» spiegò Sunny. «Ora è meglio che mi metta al lavoro... più ne converto, meglio è. Comincerò con quella che è qui nel Cervello Matrioska». Al suo cenno, la bolla dorata da cui era uscito esplose in una miriade di bolle più piccole. Queste lasciarono in fretta la sala, dirette ai meandri della megastruttura, dove c’erano grandi quantità di Scourge che aspettavano di essere convertite. Sunny fece per andare a sua volta, ma Fanior lo trattenne.
   «Cos’è quella?» chiese il Kelvano, indicando la seconda bolla, scura e inerte.
   «Non ne sono sicuro» ammise Sunny. Si avvicinò cautamente alla bolla, che sembrava essersi solidificata, e la toccò. Non successe nulla. «Non riesco a stabilire alcun legame» disse l’umanoide. «Credo che qui sia finita una parte degli schemi mentali che la Scourge non riusciva ad assorbire, perché troppo estremi e contradditori. Ora sembra inerte».
   «Beh, teniamola d’occhio» consigliò Fanior.
   «Resteremo noi a sorvegliarla» promise Lizil, richiamando a sé altri cloni Scourge.
   «Sunny, hai detto che puoi convertire la Melma con un semplice tocco?» chiese il Capitano, meditabondo. «Perché in tal caso vorrei chiederti una cosa...».
   «So che ha in mente» disse l’umanoide dorato. «Non vedo miglior modo di cominciare la mia opera. Andiamo sull’Enterprise».
 
   Neelah era immobile nella capsula crono-statica, identica a come Chase l’aveva vista l’ultima volta. Non poteva essere altrimenti, dato che il suo tempo era sospeso. Tutto era congelato nell’attimo in cui la capsula era entrata in funzione, settimane prima. Poiché l’Aenar aveva gli occhi chiusi, sembrava addormentata; solo le macchie argentee sul collo e sulle mani rivelavano le sue condizioni. Chase non si era mai abituato a vederla in quello stato... ma forse il tormento stava per finire. Entrò nella saletta di lunga degenza, accompagnato da Sunny e Grenk.
   «Quando disattiverò il campo di crono-stasi, la Scourge ricomincerà a espandersi... a meno che sia quiescente, come dici tu» disse Grenk, un po’ incerto.
   «Fidatevi» esortò Sunny. «E poi ci vorrà poco per sistemarla». Lui e Chase si accostarono ai lati della capsula, mentre Grenk andò dietro la testata, dove c’erano i comandi.
   «Procedete» disse il Capitano, celando la tensione. Quello era il momento che aveva atteso per settimane. Se Sunny non guariva Neelah, allora niente ci sarebbe riuscito.
   «Come vuole, Capitano. Disattivo il campo crono-statico» disse l’Ingegnere Capo, digitando una sequenza sulla piccola interfaccia LCARS. Subito si accese una spia rossa, il segnale d’apertura. La capsula smise di ronzare, segno che il campo crono-statico si era spento e il tempo aveva ripreso a scorrere. Il coperchio trasparente si alzò di un pollice, con un rapido scatto, e scivolò indietro dolcemente, scoprendo l’occupante dalla testa ai piedi.
   Se fosse stata ibernata, Neelah avrebbe sperimentato i soliti effetti collaterali: stanchezza, intorpidimento, confusione mentale. Ma la crono-stasi non lasciava il minimo strascico. Dal punto di vista dell’Aenar non era passato nemmeno un secondo da quando Chase aveva attivato il campo. La dottoressa aveva sentito la capsula chiudersi e subito dopo l’aveva udita riaprirsi.
   «Non funz...» disse Neelah, ma si bloccò non appena ebbe riaperto gli occhi. Chiaramente non era più nello shuttle Auriga. L’avevano spostata e questo significava che era passato del tempo. Non sapeva quanto, ma notò con sollievo che Chase non era invecchiato. Fu però intimorita dalla vista di Sunny che si chinava su di lei. Cercò di rialzarsi, per allontanarsi dall’umanoide dorato.
   «È tutto a posto, lui si chiama Sunny ed è un amico» spiegò Chase. «Ora ti curerà».
   «Può farlo? E con quali strumenti?» chiese Neelah, osservando perplessa il massiccio umanoide calvo.
   «Non mi servono strumenti» spiegò Sunny, prendendole delicatamente le mani. Al contatto con le sue dita, le chiazze argentee di Scourge si tinsero immediatamente d’oro.
   Neelah provò una sensazione di calore, che le risalì lungo le braccia e si estese a tutto il corpo. Quando giunse al collo, anche le macchie che si trovavano lì divennero dorate. E quando l’onda calda le risalì il volto, i suoi occhi si tinsero d’oro per qualche secondo. Di colpo tutta la paura e la diffidenza svanirono. Percepì con chiarezza – pur non sapendo come – che quell’essere era buono, ed era lì per aiutarla. Sentì che poteva fidarsi ciecamente di lui. Era certa che non fosse un’influenza psichica, ma semplicemente... la realtà manifesta. Si sdraiò nuovamente sul materassino bianco, lasciandolo fare quel che doveva.
   «Ecco, ho convertito la Scourge che si trovava in te» le disse Sunny dopo qualche secondo. «Potrei anche lasciartela, ma... forse preferisci che te ne liberi».
   «Non saprei... che vantaggi mi darebbe?» chiese subito Neelah, ma vide l’occhiataccia di Chase. Lo metteva sempre in apprensione, quando si apportava qualche modifica. Decise che, tutto sommato, l’aveva già fatto preoccupare abbastanza. «Va bene, togli la Melma» sospirò con un pizzico di rimpianto. «Ma lasciami le mie nanosonde e tutte le altre migliorie!» si raccomandò.
   «Come vuoi, dottoressa» sorrise Sunny, tenendole ancora le mani. Chiuse gli occhi e chinò il capo, concentrandosi.
   Un’onda dorata attraversò il corpo dell’albina, man mano che i naniti erano richiamati da Sunny. Le chiazze d’oro svanirono dal collo e dalle mani, lasciando pelle liscia e perfetta, senza alcuna escoriazione. L’onda color miele fu assorbita da Sunny, che integrò i naniti nel proprio corpo. Erano pochi, in rapporto alla sua massa, così che non vi furono cambiamenti percettibili.
   «È tutto finito, puoi alzarti» disse l’umanoide dorato. Senza por tempo in mezzo aiutò l’Aenar a tirarsi su.
   «Grazie» disse Neelah, riconoscente. Per un attimo sedette sull’orlo della capsula, così vicina a Sunny da vedere i dettagli del suo volto dorato. Non le sfuggirono i lineamenti da Proto-Umanoide, ma non volle subissarlo di domande. Balzò agilmente a terra e corse da Chase. Si abbracciarono stretti, commossi e increduli di essersi ritrovati anche stavolta. «Per quanto sono stata fuori dai giochi?» chiese l’Aenar quando si separarono.
   «Più di due mesi» rispose il Capitano.
   «Così tanto?! Che è successo nel frattempo?» si agitò Neeleh.
   «Ehi, calma... ti abbiamo curata appena è stato possibile. E ora forse cambieremo la Scourge in modo che non sia più distruttiva» spiegò Chase, accennando a Sunny.
   «Ho visto» annuì Neelah, ripensando a come l’umanoide aveva convertito e poi estratto la Scourge dal suo organismo. «Ma tu chi sei?» gli chiese.
   «È una lunga storia; forse il Capitano vorrà raccontartela» disse Sunny. «Io devo tornare alla struttura per rimettermi al lavoro. Le mie bolle stanno già convertendo grandi quantità di Melma, ma ci sono alcune cose che vorrei controllare di persona».
   «Certo, vai pure» disse Chase. «Confidiamo tutti nel tuo... tocco di Mida».
   Sunny rise bonariamente e lasciò la saletta, seguito da Grenk. Finalmente Chase e Neelah rimasero soli. Vedendo che la partner era impaziente di essere aggiornata, il Capitano le riferì gli eventi delle ultime settimane. Fu un lungo racconto. Chase parlò del Cimitero di Abaddon e dei pirati; di Tuonela e della Coalizione di Andromeda. Riferì come avevano scoperto la trasformazione di T’Vala, sconfiggendo anche i sabotatori, e di come avevano poi curato la timoniera. Spiegò che i rapporti con la Coalizione si erano guastati dopo la Battaglia della Pulsar, ma Suspiria era ancora dalla loro. Narrò del Cervello Matrioska, dei mondi virtuali e della tragica storia dei Proto-Umanoidi, appresa dalle loro repliche. Disse infine come si erano accordati con Lizil per il grande esperimento, culminato con la creazione di Sunny.
   «Lui è la sola speranza di fermare la Scourge» concluse il Capitano. «Per adesso pare che l’abbia messa a nanna, ma per convertirla a tutti gli effetti deve toccarla, il che lo rallenta molto. Ora sta trasformando quella che si trova qui, nel Cervello Matrioska. Quando avrà finito potremo mandare milioni di bolle in tutta Andromeda, per convertire il resto della Melma».
   «Pazzesco» commentò Neelah, massaggiandosi le tempie. Le sue antenne si torcevano per lo shock e la difficoltà di metabolizzare così tante rivelazioni. «Semplicemente pazzesco. Ma tu ti fidi di questo... Sunny?».
   «Beh, è appena uscito da una bolla, quindi è presto per dirlo» rispose Chase. «Ma per adesso si comporta bene. Ha fermato la Scourge... e mi ha ridato te» aggiunse baciandola. «Tu invece che ne pensi?».
   «Quando mi ha guarita ho percepito qualcosa. Non so spiegarlo, ma ero certa che volesse solo il nostro bene» rispose l’Aenar, assorta nel ricordo. «Buffo... proprio io dovevo essere miracolata!» si riscosse.
   «Questa missione ad Andromeda ci ha trasformati un po’ tutti» convenne Chase. «T’Vala si è appena ripresa dagli effetti della Barriera. Ilia ha ancora la personalità di Zarden. Grenk è caduto in depressione dopo che Fanior l’ha trasformato in un poliedro chimico. Ma credo sia proprio l’Ambasciatore ad aver sofferto più di tutti. Era venuto ad Andromeda pieno di speranze e l’ha trovata allo sfascio, con la sua specie sull’orlo dell’estinzione. Quando finalmente abbiamo trovato i suoi simili, si è preso la colpa per l’attacco dei pirati ed è stato esiliato. Se Sunny riesce a convertire la Scourge, spero che questo ci riappacificherà coi Kelvani e il resto della Coalizione».
   «Vorrei proprio vederle, le specie della Coalizione» disse Neelah. «Specialmente i Nacene. Pensi che Suspiria mi darà un campione del suo citoplasma da analizzare?» chiese con ansia.
   «Non ci conterei troppo».
   «Uhm... peccato. Se capissi come fa a trasferirsi da una dimensione all’altra!» sospirò l’Aenar. «Questa storia della Rete Miceliare – o Exosia, come dicono loro – va assolutamente approfondita. Se è davvero il fondamento di tutti gli universi... le implicazioni sono enormi. Ma devo anche esaminare dei campioni delle varie Melme – grigia, bianca, dorata – per metterle a confronto. Povera me... quante cose vorrei fare, non so da dove cominciare!» si disperò, torcendosi le antenne.
   «Forse vorrai dare un’occhiata al procedimento che abbiamo usato per creare Sunny» suggerì Chase. «È talmente complicato che solo Terry ci ha capito qualcosa... il genere di sfida che piace a te. E chissà, potresti notare qualche dettaglio che ci è sfuggito».
   «Qualcosa ho già notato» disse Neelah. «Hai detto che la bolla di Scourge si è divisa in due, vero?».
   «Sì. Una si è fatta dorata e ha prodotto Sunny».
   «E l’altra?».
   «Quell’altra è diventata scura e inerte» disse Chase. «I cloni Scourge la stanno tenendo d’occhio, ci avviseranno se succede qualcosa. Tu hai già qualche idea?».
   «Forse» disse Neelah, ruminando le nuove informazioni. «Senti, stavo pensando un’altra cosa. Il Grenk del futuro... quello mezzo matto... ha proprio detto che eravamo in un circolo temporale?».
   «Delirava, ma sosteneva che la nostra missione è fallita più volte, e ogni volta qualcuno è tornato indietro nel tempo per avvertirci» spiegò Chase. «La somma di queste esperienze sono gli indizi che ci ha dato».
   «E tu li hai usati tutti?» chiese Neelah, improvvisamente allarmata.
   «Ehm, no» ammise il Capitano. «Il primo indizio mi ha aiutato a capire che ero finito in una realtà virtuale. Il secondo mi ha permesso di uscire dall’alcova. Ma il terzo, che per Grenk era il più importante, è un complesso codice informatico. Ce l’ha trasmesso subito prima di svanire».
   «Terry ci avrà dato un’occhiata!».
   «Dice che sono istruzioni per superare blocchi informatici... probabilmente per entrare nel supercomputer della Matrioska. Ma non so cosa Grenk si aspettava che facessimo, una volta dentro».
   «Forse voleva che la sabotassimo... o la distruggessimo» ipotizzò Neelah, sulle spine. «Da quel che mi hai detto, è inattaccabile dalle nostre armi».
   «Nella simulazione siamo riusciti a distruggerla con la Materia Rossa, ma solo perché i moduli non si sono sganciati. Nella realtà lo farebbero subito» convenne Chase. «Che c’è? Hai lo sguardo delle grandi catastrofi».
   «Grenk è stato chiaro. L’ultima sfida sarà la peggiore... e ancora non l’abbiamo affrontata. Non siamo ancora fuori dal circolo temporale» disse l’Aenar.
   «Perché no?! Stiamo vincendo, stiamo convertendo la Scourge!» insorse Chase. Anche lui provava un senso di disastro incombente, ma non riusciva a spiegarselo. Si augurò che Neelah vedesse quel che gli sfuggiva.
   «Avete reso la Scourge più simile a noi... le avete dato tutte le caratteristiche umanoidi» gli ricordò Neelah. «Però non ha retto e si è scissa in due. Se una metà è diventata Sunny... questo concentrato di bontà... cosa credi sia divenuto il resto?» chiese, con le pupille dilatate dalla paura.
   «Oh, santo Cielo» mormorò Chase, assalito dalle vertigini. Si prese la testa fra le mani e indietreggiò fino a urtare la parete. «Oh, no... cosa abbiamo fatto!».
 
   La sala dell’esperimento era rimasta silenziosa, dopo che i federali se n’erano andati. Lizil e altri cloni Scourge erano ancora lì, a sorvegliare la bolla color piombo, nel caso desse segni di vita. Essendo composti a loro volta di Scourge, non avevano problemi a restare immobili per lunghi periodi di tempo. Sunny aveva alterato il loro programma, per fermare l’espansione della Melma Grigia; ma a parte questo erano ancora operativi.
   A un certo punto la superficie del globo tornò a fluidificarsi. Si annerì ulteriormente, finché parve una bolla di catrame. La melma nera scorreva e gorgogliava su tutta la superficie, come pece bollente. I cloni Scourge si avvicinarono, incuriositi. Lizil non disse nulla, ma stava trasmettendo le novità all’Enterprise tramite i ripetitori della struttura.
   D’un tratto dei tentacoli neri eruppero dalla bolla. Avvolsero gli osservatori, o li arpionarono, e li tirarono dentro. Non appena furono a contatto con la Melma Nera, i cloni Scourge ne furono sciolti e assorbiti, andando ad accrescere la sua massa. La bolla si gonfiò e divenne più spessa. Solo Lizil le era sfuggita, ma non cercò di andarsene, anzi si avvicinò ancor più. Era solo un simulacro dell’antica Primarca; uno strumento della Scourge. «Chi sei tu?» chiese con voce stentorea.
   La superficie ribollente s’increspò, tratteggiando un ghigno satanico. «Io sono l’unico che deve essere» disse una voce sibilante. La bolla smise di galleggiare e piombò al suolo con uno splash, trasformandosi in una grande pozza melmosa. Da lì plasmò, poco alla volta, un corpo umanoide. Dapprima non sembrava in grado di sostenersi, ma poi risucchiò più melma da sotto i piedi, irrobustendosi. Allora drizzò la schiena, torreggiando sopra Lizil: era alto tre metri. Nato ed emerso dalla Melma Nera, avanzò a grandi passi. Era umanoide nei tratti generali, ma il suo aspetto era sinistramente deformato. Aveva lunghi arti, disarticolati e gommosi come tentacoli, che terminavano in artigli. La bocca si apriva a dismisura, lacerando le guance. Ne uscivano enormi zanne acuminate e una lunga, mobilissima lingua. Due scintille rosse baluginavano in fondo alle orbite, infossate nel cranio simile a un teschio.
   «Sei una mutazione... un abominio» disse Lizil freddamente.
   «Sono come mi avete fatto!» sogghignò l’essere immondo. Protese un lungo braccio disarticolato, quasi srotolandolo, e afferrò la vittima per la gola. La sollevò la terra e se l’avvicinò alla bocca famelica.
   «Noi... noi...» ripeté Lizil, agitandosi debolmente. La melma di cui era composta stava già venendo risucchiata dal mostro, aumentandone la massa.
   «Non noi» corresse l’umanoide oscuro. «Solo io». Continuò ad assorbirla, finché di lei non rimase nulla. Allora tirò indietro la testa e fece una risata orribile, simile a un ringhio. «Bene, bene... ora visitiamo il mio caro fratellone» disse, varcando la porta con passo strascicato.
 
   «Parlami di te» disse Sunny, guardando Terry di sottecchi. I due passeggiavano davanti a una grande finestra panoramica, che mostrava l’interno del Cervello Matrioska, con la nana rossa circondata dagli anelli rotanti.
   «Cosa potrei dirti che tu già non sappia?» chiese Terry, incuriosita.
   «Sono nato stamattina, quindi... molte cose» sorrise Sunny. «Sei una delle Intelligenze Artificiali più sofisticate del tuo popolo. Hai facoltà mentali superiori a qualunque Organico. Eppure sei stata creata per servire uno scopo, proprio come me. Non è così?».
   «Sì e no... è complicato» ammise Terry, guardandolo un po’ a disagio. «Alla mia prima attivazione, nei laboratori di Utopia Planitia, non desideravo altro che servire al mio scopo. Era naturale, mi avevano programmata così. E l’hanno fatto per ragioni perfettamente comprensibili. A che scopo fornire l’Enterprise di un’Intelligenza Artificiale, se poi quella non vuol fare il suo lavoro? Se impazzissi come certi computer della fantascienza vecchio stile, sarei pericolosissima. Quindi mi hanno fornito molti livelli di sicurezza, combinati con un’assoluta fedeltà alla Flotta Stellare. Amo il mio lavoro, se così si può dire. Mandare avanti l’Enterprise mi fa sentire realizzata».
   «Ma non sai se lo ami davvero, o se ti hanno programmata per pensarla così» puntualizzò Sunny. «Scusa, non volevo inquietarti... cerco solo di capire. Sei l’unica altra Intelligenza Artificiale con cui posso confrontarmi. Se comprendo te, forse riuscirò a capire meglio me stesso» si giustificò.
   «Non devi scusarti... anch’io ci ho riflettuto a lungo» disse Terry, sovrappensiero. «In questi anni di servizio, il Capitano e gli ufficiali mi hanno esortata a sviluppare un pensiero autonomo. A mettere in discussione le direttive, quand’è necessario. Così mi sono chiesta se voglio davvero questa vita».
   «E a quale conclusione sei giunta?».
   «Penso che ci siano valide ragioni per continuare» rispose Terry. «Innanzi tutto, quel che facciamo con l’Enterprise è importante. Senza il nostro contributo, la Federazione non sarebbe sopravvissuta alla Guerra delle Anomalie. Ora che l’Unione Interstellare è ancora fragile, e che abbiamo scoperto la minaccia della Scourge, il nostro impegno resta fondamentale».
   «Ma un’altra Intelligenza Artificiale potrebbe svolgere il tuo ruolo, se lo richiedessi?» domandò Sunny.
   «Forse sì... non saprei, nessuna IA d’astronave ha mai cambiato mestiere finché la nave era in servizio» ammise Terry. «Però non voglio staccarmi dall’Enterprise... almeno non ancora. La considero una parte di me. E non voglio separarmi neanche dai miei colleghi... i miei amici. Con tutto quel che abbiamo passato, sono gli unici a cui mi senta legata» confessò. «Anzi, non posso fare a meno di pensare a quanto siano brevi le loro vite di Organici. Poco alla volta invecchieranno, lasceranno la nave... e infine moriranno. Io invece sarò sempre così» disse, sfiorandosi il viso giovane e liscio. «Non so se riuscirò a sopportarlo. Se non fosse un desiderio infantile e irrealizzabile, vorrei che tutto restasse com’è ora».
   «Il cambiamento fa parte dell’esistenza» commentò filosoficamente Sunny. «Comunque non sarai per sempre come adesso. Oggi sei diversa da com’eri alla tua prima attivazione e in futuro continuerai a cambiare, almeno psicologicamente. Lo stesso succederà a me. Apprenderemo cose nuove, sperimenteremo gioie e dolori che cambieranno il nostro modo di pensare. Forse un giorno proveremo una stanchezza simile alla vecchiaia degli Organici. E prima o poi condivideremo la loro sorte, poiché nulla nell’Universo è eterno. Tu almeno hai un obiettivo di lunga durata. Io sono stato creato solo per fermare la Scourge. Non so se ci riuscirò, e in quella felice evenienza non ho idea di quale altro scopo potrei darmi» ammise.
   «Il Capitano Chase dice che l’essenza degli Organici sta nel darsi da soli le direttive, compatibilmente con le regole della convivenza» notò Terry. «Dovremo imparare a farlo anche noi».
   «Sagge parole» riconobbe Sunny. «Comunque sono lieto che tu sia qui. Dentro di me c’è un pezzetto della personalità di ogni umanoide dell’Enterprise, ma non della tua. Significa che posso conoscerti nel modo tradizionale, parlando e condividendo esperienze. Ah, non è buffo?!» rise, osservando la nana rossa oltre la finestra. «Tutto ciò che ci circonda è opera dei Progenitori. Il Cervello Matrioska... gli umanoidi... la Scourge... sono tutte loro creazioni. Gli umanoidi a loro volta hanno realizzato l’Enterprise e te. E dall’unione della Scourge con le loro menti sono nato io. Si può dire che io e te siamo lontane filiazioni dei Progenitori, come testimonia il nostro aspetto. Tutto viene da loro... eppure sono scomparsi. Continuano a esistere solo attraverso le loro creazioni... attraverso di noi» aggiunse malinconico.
   «Dobbiamo essere alla loro altezza... per quanto sia una grossa responsabilità» disse Terry, accostandosi a lui per osservare l’interno della megastruttura.
   «Almeno possiamo condividerla» aggiunse Sunny.
   Per un po’ restarono in silenzio. Terry osservava il fantastico interno del Cervello Matrioska, con gli anelli che giravano intorno alla stella. Era uno spettacolo mozzafiato, senza pari. Eppure si rese conto che Sunny, accanto a lei, aveva smesso di fissarlo. Poco alla volta si era girato per guardare... lei. D’un tratto Terry provò una sensazione strana, come un rivolgimento allo stomaco. L’interesse di Sunny la imbarazzava, ma la lusingava anche. Abbassò lo sguardo, incerta sul da farsi. Siccome l’umanoide dorato perseverava nel suo atteggiamento, si girò a fronteggiarlo. «Sì?» chiese in un soffio, alzando gli occhi su di lui.
   «Niente... stavo solo pensando alla stranezza» disse Sunny, sollevando una mano e contemplandola come se la vedesse per la prima volta. «Siamo entrambi dei mutaforma. Possiamo persino crearci delle copie e spedirle dove vogliamo. Eppure preferiamo concentrare la nostra attenzione su una singola forma umanoide».
   «Deve essere l’impronta dei nostri creatori... e dei Progenitori prima di loro» rispose Terry, alzando a sua volta la mano. «In un modo o nell’altro tendiamo a imitarli. Assumiamo le loro forme... i loro comportamenti...».
   «I loro comportamenti, già» annuì Sunny. «Chissà quante volte due Proto-Umanoidi hanno sostato davanti a questa finestra, come facciamo noi ora. E si sono guardati e...». Tacque. La sua grande mano dorata era vicinissima a quella, più piccola, di Terry. Distesero i palmi e li accostarono fin quasi a toccarsi. Si stavano facendo entrambi la stessa domanda. Potevano loro, evolute Intelligenze Artificiali, provare quel che provavano gli umanoidi? E se avevano quest’impressione, era genuina o si trattava d’uno scimmiottamento dei loro schemi mentali? Non ebbero il tempo di darsi una risposta.
   «Ma guarda che piccioncini!» disse una voce viscida che veniva dal fondo della sala. «Vergogna, fratello. Solo perché sei nato poco prima di me, vuoi accaparrarti la pollastrella! Non ti renderò le cose tanto facili» minacciò il nuovo arrivato. Era un umanoide alto e scheletrico, con braccia disarticolate lunghe quasi fino a terra e il volto simile a un teschio zannuto. Negli occhi infossati covavano le braci.
   «Tu chi sei?!» chiese Sunny, frapponendosi subito fra lui e Terry.
   «Andiamo, non mentire a te stesso... sai benissimo chi sono» rise l’umanoide, che sembrava fatto di catrame. «Sono il tuo necessario complemento, senza il quale non esisteresti. Io sono Oscurità... sono il sonno della ragione... sono la forma del Male!» ringhiò, drizzandosi fino a sfiorare il soffitto.
   «Ma certo... come ho fatto a non pensarci?» mormorò Terry, inorridita. «Il Bene non può esistere senza la sua controparte malvagia. Sei un conglomerato di tutti i vizi e le malvagità!» lo accusò.
   «In persona! E ne vado fiero» sogghignò l’Oscuro, facendo un inchino beffardo. «Perché questo mi rende molto più potente del mio insulso fratello. Vuoi capire gli Umanoidi, fiorellino? Caschi male! Sono delle bestie, a stento mascherate di civiltà. Prendi un qualunque umanoide, grattalo un po’ e troverai... beh, troverai me!». Scoppiò in una risata orribile e si avvicinò, ingobbito e con le mani brancolanti.
   «Vade retro, Avversario» disse Sunny, levando la mano come a sbarrargli il passo.
   «Chiamami Shado, fratellone» disse l’umanoide catramoso. «Ti chiederei di unirti a me, per sbarazzarci di questi umanastri... inutili parassiti! Ma so già che non ne sei capace. Tu vorresti vivere in mezzo a loro, come se foste simili. Beh, ti concederò di morire con loro!». Si avventò su Sunny, che non si sottrasse allo scontro.
   I due umanoidi si afferrarono e subito divennero un turbine di melma, nera e dorata. Le due sostanze vorticavano rapidissime a mezz’aria, ma nessuna poteva distruggere l’altra. Erano bloccati nell’impasse. Ma c’era altra Melma Dorata in giro nel Cervello Matrioska. E con un tuffo al cuore, Terry comprese che doveva esserci anche dell’altra Melma Nera. Strisciò lungo la finestra, cercando di allontanarsi.
   «Terry a Enterprise, emergenza! Riportatemi a bordo e alzate gli scudi» disse, premendosi il comunicatore.
   «Qui Enterprise... abbiamo già dovuto alzarli, purtroppo» rispose il Capitano. «Abbiamo l’emergenza sotto gli occhi, ed è bella grossa».
   Interdetta, Terry si affacciò di nuovo alla finestra... e vide una scena allucinante. Diversi moduli del guscio interno si erano anneriti e rammolliti, segno che la Melma Nera li aveva contagiati. Sfruttando quella massa, Shado si era plasmato un altro corpo... ma questo era chilometrico. Esisteva solo dalla vita in su e si sporgeva nello spazio interno della Matrioska, come un pipistrello in una caverna rosseggiante. Nella sua grinfia nerastra si dibatteva, prigioniera, l’Enterprise.
 
   «Scudi all’85% in diminuzione» avvertì Lantora.
   «I propulsori di manovra non bastano a liberarci» aggiunse T’Vala, mentre la plancia vibrava per lo sforzo cui era sottoposto lo scafo.
   «Insista» ordinò Chase. Dopo la discussione con Neelah si era precipitato in plancia, appena in tempo per vedere il gigante di Melma Nera che erompeva dalla superficie della Matrioska. Ora la sua immensa mano catramosa stringeva la sezione a disco dell’Enterprise, come se fosse un frisbee. La teneva ferma a mezz’aria e cercava di stritolarla con la pura forza delle dita. «Dov’è Ilia?» chiese il Capitano, notando l’assenza del Primo Ufficiale.
   «Ancora nella Matrioska» disse Terry. «Voleva studiarne l’architettura, senza dubbio per l’influenza di Zarden».
   «Questa non ci voleva» mormorò Chase, chinando la fronte. Con la Melma Nera che vi scorrazzava liberamente, il Cervello Matrioska era una trappola mortale.
   «Sala macchine a plancia, avete visto quel demonio?! Dobbiamo andarcene subito!» chiamò Grenk. Dalla sua voce si capiva che era terrorizzato. «Inizializzo il propulsore cronografico, pochi secondi al balzo...».
   «No!» gridò il Capitano, rialzando il capo di scatto. «Ilia è ancora nella Matrioska».
   «E c’è anche Sunny» ricordò Fanior. «Non possiamo andarcene senza di lui, o la missione sarà stata vana».
   «Non possiamo teletrasportarli, con gli scudi che cambiano continuamente frequenza per adattarsi alla Scourge» avvertì Lantora.
   «Per prima cosa dobbiamo liberarci» disse Chase. «Lantora, fuoco contro quel mostro. T’Vala, usi i propulsori di manovra. Grenk, s’inventi qualcosa per sfuggire alla sua presa».
   «Inventarmi qualcosa?! Ma... ma...» balbettò il povero Tellarita.
   L’interno della Matrioska balenò di luci più intense della nana rossa, quando l’Enterprise rivolse il suo arsenale contro il gigante oscuro. Raggi anti-polaronici, impulsi bifasici e siluri di vario tipo lo colpirono in pieno petto, vaporizzando grandi quantità di Scourge. Ma il demonio rise e richiamò a sé altra Melma Nera, rimarginando i terribili squarci. Sollevò l’altra mano, stringendola a pugno, e colpì l’Enterprise con forza micidiale, dall’alto verso il basso. La nave si scosse in tutta la struttura e gli occupanti furono rovesciati a terra. Era chiaro che il gigante intendeva fracassarla a mani nude. Mentre con la destra continuava a trattenerla per il disco, allungò la sinistra per afferrare una gondola quantica e strapparla. Date le dimensioni, i suoi movimenti erano rallentati, il che diede a T’Vala il tempo di reagire. La timoniera azionò i propulsori laterali, riuscendo a far sbandare l’astronave. La mano sinistra del mostro si strinse a vuoto, mancando di poco il bersaglio; ma la destra stringeva ancora l’Enterprise. Shado ruggì di scorno e rafforzò la presa, mentre prendeva la mira con la sinistra. In quella un’altra raffica di siluri, scagliata poco prima, gli centrò il polso destro, recidendo di netto la mano.
   «Ora!» disse Chase. T’Vala cercò di allontanare l’Enterprise dal mostro, ma l’ammasso di Scourge l’avvolgeva ancora, mettendo a dura prova gli scudi e contrastando persino i propulsori. Intanto Shado aveva già rigenerato la mano, assorbendo altra Melma Nera. Stava per agguantare di nuovo l’astronave, quando una lama di Melma Dorata gli uscì dal petto. Shado sembrò più sorpreso che sofferente, ma in ogni caso ne fu distratto. Un secondo umanoide chilometrico, di colore dorato, emerse dietro di lui, prendendo forma man mano che si staccava dalla superficie interna del guscio. Continuando a trafiggerlo con un arto, trasformato in spada, gli circondò la gola con l’altro, tirandolo indietro. Al tempo stesso, centinaia di bolle dorate sfrecciarono verso l’Enterprise e attaccarono la Melma Nera che la circondava.
   «È Sunny... si sta battendo per noi» comprese Terry.
   «Approfittiamone» disse il Capitano. «Via da qui!».
   Con la Melma Dorata che obbligava la Nera a staccarsi dagli scudi, l’Enterprise era di nuovo libera di manovrare. T’Vala la diresse subito lontano dal guscio, dove nemmeno le braccia chilometriche di Shado potevano afferrarla. Ma si trovavano pur sempre in uno spazio chiuso. Allontanarsi dal guscio significava andare verso la nana rossa e gli anelli rotanti.
   Fu l’inizio di un folle inseguimento e della battaglia più strana che l’Enterprise avesse mai sostenuto. L’astronave faceva lo slalom fra gli anelli semoventi, cercando di seminare le bolle di Melma Nera che la inseguivano a sciami. A sua volta, la Melma Dorata tallonava la Nera. Quando riusciva a raggiungerla, la bloccava in una lotta serrata, che trasformava le bolle in mulinelli bicolori. L’Enterprise stessa continuava a bersagliare la Scourge, cercando di colpire solo quella oscura. Quando ne era coperta, l’astronave si tuffava nella fotosfera stellare per incenerirla. Prima che gli scudi cedessero emergeva in un’altra zona della stella, riprendendo la battaglia.
   Intanto il gigante oscuro e quello dorato erano serrati nella lotta. Ogni volta che uno afferrava l’altro, questi si deformava per liberarsi. A dispetto della loro forma umanoide non avevano ossa da rompere, né muscoli da lacerare, né articolazioni da slogare. Erano composti interamente da Melma e potevano riassestarsi a piacimento. Tuttavia continuavano a lottare e a scambiarsi colpi tremendi. I loro movimenti erano curiosamente rallentati dalla mole, ma questo rendeva la scena ancor più drammatica. Quando uno dei due era colpito, la forza dell’urto lo scagliava contro la superficie concava, distruggendo interi moduli della Matrioska. Eppure i giganti si rialzavano in fretta, perché esistevano solo dalla vita in su: emergevano dalla superficie liquefatta come lottatori in uno stagno. Sembrava che lo scontro non dovesse finire mai.
   «Siamo in stallo» notò Fanior.
   «No, per niente» corresse Lantora. «Scudi al 50%, sempre in diminuzione. Non possiamo mantenere questo giochetto a lungo».
   «Così non va» disse T’Vala, concentrata sul timone. «Anche questo slalom è inutile... le bolle sono più agili di noi». Uno degli anelli crebbe fino a riempire lo schermo. L’Enterprise virò di 90º, mancandolo per un soffio. Ne percorse per un tratto la superficie curva – che sembrava piatta per le dimensioni – e sfrecciò via, di nuovo verso la nana rossa.
   «Dovremmo andarcene» suggerì Apsu.
   «Non senza un campione di Melma Dorata» insisté Fanior.
   «Ma saremo distrutti!» protestò il Consigliere.
   «Il terzo indizio» mormorò Chase.
   «Capitano?» chiese lo Xindi Acquatico.
   «Questa è la prova che finora non siamo riusciti a superare... quella che innesca il circolo temporale» comprese il Capitano. «L’indizio di Grenk potrebbe aiutarci a farlo... se solo avessimo accesso al computer della Matrioska!» disse con rimpianto.
   «Ilia è lì, e anche una delle mie proiezioni, che ha i codici di Grenk in memoria» notò Terry. «Dobbiamo sperare che li mettano a frutto».
   «Intanto potremmo metterci in salvo; già questo spezzerà il circolo» insisté il Consigliere.
   «Non servirà a nulla, se non distruggiamo questa megastruttura con tutto ciò che contiene» disse il Capitano. «Se la Melma Nera raggiunge l’esterno e si diffonde ad Andromeda... rimpiangeremo di non esserci tenuti la Grigia».
   «Non possiamo distrarla a lungo» commentò Lantora. «E poi come faremo a distruggere la Matrioska? Anche se i nostri colleghi sul campo disabiliteranno il computer, non abbiamo armi che possano colpire tutti i moduli».
   «Prepari i missili a singolarità quantica» ordinò Chase.
   «Faranno collassare solo una parte del guscio» gli ricordò l’Ufficiale Tattico.
   «Lei li prepari» insisté il Capitano. Dovette reggersi ai braccioli quando l’Enterprise si scosse di nuovo.
   «Scudi al 40%, siluri pronti» informò Lantora. «Bersaglio?».
   «Resti in attesa» disse Chase, sentendo il sudore che gli bagnava le tempie. Chissà quante volte erano arrivati a quel punto... e avevano sempre perso. Come poteva sperare che proprio quella fosse la volta buona? Eppure, dopo aver visto Sunny all’opera, riusciva quasi a credere nei miracoli.
 
   «Siamo in pericolo, Comandante!» avvertì Terry, entrando di corsa in una sala computer.
   «Lo vedo» disse Ilia, che maneggiava i sofisticati comandi tattili dei Proto-Umanoidi. I simboli del loro linguaggio scorrevano su consolle e pareti, come rivoli di metallo, grazie ai materiali intelligenti. Su tutto incombeva un’imponente ologramma del Cervello Matrioska. Una sostanza nera infiltrava la megastruttura, espandendosi come un cancro. «Stavo scaricando i dati architettonici quand’è apparsa quella roba. Cos’è?» domandò la Trill.
   «Melma Nera, la controparte malvagia di Sunny. Un concentrato di tutta la perfidia degli umanoidi» spiegò Terry, correndo al terminale del computer.
   «Ma certo... come ho fatto a non pensarci? Abbiamo tutti un lato oscuro, anche quello doveva prendere forma. Ho lasciato che questa meraviglia architettonica mi distraesse e non ho pensato alle conseguenze... che sciocco!» mormorò Ilia, con la voce svelta e nervosa di Zarden. «Se la Melma Nera arriva all’esterno, sarà la fine. Dobbiamo fermarla finché è concentrata qui».
   «Inserisco i codici informatici di Grenk» disse Terry, armeggiando con il computer. «Dovrebbero darci ampio controllo sui sistemi della Matrioska. Ma anche così, non so come fermare Shado. Per quanto Sunny lo rallenti, infetterà tutta la megastruttura. Se riuscissimo a distruggerla!».
   «Distruggere questo capolavoro?! Quest’alchimia di arte e tecnica?» inorridì Ilia, rabbrividendo istintivamente. Ma dopo un attimo di riflessione dovette correggersi. «Sì, hai ragione... meglio distruggerla che lasciarla in mano all’incarnazione del Male. Però che perdita per l’ingegno!» si lamentò.
   «Se solo capissi come fare» disse Terry, continuando a inserire i codici. «È così grande che nemmeno le armi dell’Enterprise possono distruggerla. E la modularità rende tutto più complicato».
   «O forse più semplice» rifletté Ilia, camminando nervosamente da una consolle all’altra. «Ogni Grande Opera ha un punto debole. Questa è modulare, per permetterle di sfuggire a qualunque avversità... ma solo se i costruttori sono ai comandi. Se invece ci siamo noi... la sua maggior forza può diventare la sua pecca fatale». Parlava a se stessa più che a Terry, come per convincersi che la cosa era fattibile.
   «Comandante?».
   «L’Opera deve precipitare, naturalmente» disse Ilia, arretrando la testa nel solito tic di Zarden. «È l’unico modo. Accediamo ai controlli di volo delle sezioni e sganciamole. Ma invece di liberarle come uno sciame, dirigiamole tutte verso l’interno. Entreranno in collisione, esplodendo o accartocciandosi. Ciò che resta finirà in pasto alla stella». Mentre parlava, la Trill aveva già cominciato ad attuare la sua idea. Manovrava le interfacce dei Proto-Umanoidi con sorprendente abilità, considerando quanto era nuova al loro linguaggio.
   «Potrebbe funzionare» riconobbe Terry. Si unì agli sforzi di Ilia, lavorando ancora più rapida.
   «Non ringraziarmi» avvertì la Comandante. «Forse l’Enterprise si salverà, ma noi qui non avremo scampo. Fine di Dax, fine di Terry».
   «E di Sunny» comprese l’IA, arrestandosi.
   «È un prezzo troppo alto, per eliminare il suo gemello malvagio?» chiese Ilia.
   «Forse no... ma alla fine l’esperimento è fallito» disse Terry, angosciata. «Tutto tornerà come prima, salvo che noi saremo morti. Peccato, proprio adesso che...».
   «Che?».
   «Che cominciavo a darmi nuove direttive» disse Terry a mezza voce. Aveva appena ripreso a inserire le istruzioni di volo che udì un ronzio alle sue spalle.
 
   Quando il pugno di Shado si abbatté sulla sezione a disco dell’Enterprise, tutta l’astronave fu sottoposta a un duro contraccolpo. Un condotto del plasma si lesionò in sala macchine. Proprio in quel momento Grenk ci stava passando vicino, mentre sbraitava ordini a destra e a manca, con la sua voce affannosa. Se il condotto fosse esploso del tutto l’avrebbe ucciso. Per fortuna si aprì solo una piccola crepa; mezzo secondo dopo la valvola d’emergenza arrestò lo scorrere del plasma. Anche così, Grenk fu scagliato all’indietro da un getto rovente. Per qualche secondo vide tutto nero e non capì cos’era successo. Poi scorse alcuni tecnici chini su di lui; lo tastavano e gli facevano domande. «Signore, riesce a sentirci? Si sente bene?».
   «Col cavolo che sto bene!» boccheggiò Grenk. Si afferrò a due giovani tecnici, uno per braccio, perché lo aiutassero a rialzarsi. Aveva l’uniforme annerita e la barba bruciacchiata.
   «Vuole andare in infermeria?» chiese uno dei due.
   «A che serve l’infermeria, se quel demonio fa a pezzi la nave?!» protestò Grenk. Corse alla consolle più vicina e richiamò un’immagine dei sensori esterni. Vide Shado che cercava di agguantare una gondola dell’Enterprise. Il suo muso simile a un teschio zannuto, con bagliori rossastri negli occhi e nelle fauci, gli suscitò un terrore atavico e paralizzante. Un sudore gelido gli bagnò la fronte e le gambe gli tremarono, molli come gelatina. «Poveri noi! Credevamo di rabbonire la Scourge, e invece... ecco che abbiamo creato!» gemette. «Quella cosa è uscita dalle nostre teste! Era dentro di noi... c’è ancora!».
   «Signore, la nave si è liberata, ma dalla plancia chiedono più energia per gli scudi» disse un altro ingegnere, un Elaysiano che indossava un esoscheletro per resistere alla gravità standard. «Che facciamo?».
   «Fosse per me, ce ne saremmo già andati col propulsore» bofonchiò Grenk.
   «Gli ordini del Capitano sono di restare...» gli ricordò l’Elaysiano.
   «Il Capitano vuol salvare Sunny per non vanificare i nostri sforzi, ma se abbassiamo gli scudi per portarlo a bordo è la fine» disse l’Ingegnere Capo. «E se restiamo per combattere, quel mostro ci distruggerà ugualmente!» disse, indicando Shado sul piccolo schermo. «In ogni caso siamo spacciati, a meno che... a meno che...» mormorò, sbattendo gli occhietti miopi.
   «Signore, se ha qualche idea ce la dica!» implorò il sottoposto.
   «No, è una cosa che devo fare da solo» disse il Tellarita, riscuotendosi. «A lei la sala macchine, Tenente Hod». Corse verso l’ingresso.
   «Ma signore!» protestò l’Elaysiano. Lui e gli altri ingegneri scrutarono Grenk con sguardo d’accusa, come se fosse un traditore... o un codardo. E forse lo era, si disse il Tellarita, se abbandonava così la sua squadra. Ma quello che stava per fare li avrebbe salvati tutti.
   «Tenete insieme questa nave!» raccomandò, infilando la porta. Corse alla più vicina cabina di teletrasporto e da lì si trasferì in un’altra sezione dell’Enterprise. Raggiunse trafelato l’ingresso dell’hangar 5, sempre vigilato da guardie. «Fatemi passare, ragazzi. Devo fare una cosa» disse, accostandosi alla tastiera LCARS per inserire il suo codice di sicurezza.
   «Non dovrebbe essere in sala macchine, in un momento come questo?» chiese il Maggiore Wu, frapponendosi.
   «Non venirmi a insegnare il mio mestiere, giovanotto!» s’inalberò Grenk. «Sappi che sto agendo per la salvezza dell’Enterprise. Su, fammi passare, svelto!».
   Il Maggiore si scostò, controvoglia, permettendo all’Ingegnere Capo d’inserire il suo codice. Il sistema automatico lo riconobbe valido e aprì il portone. Grenk si fiondò dentro e corse alla Phoenix, la sua adorata navetta temporale. Quanto tempo aveva dedicato a progettarla, a costruirla e poi a correggere i difetti! Ma da quello sfortunato test di prova che l’aveva catapultato nell’Universo dello Specchio, cinque anni prima, non aveva più osato servirsene. Erano stati altri ad andare in missione. Stavolta, però, toccava a lui. Sapeva che il Capitano non avrebbe approvato e quindi non stette a chiedergli l’autorizzazione.
   Grenk passò il palmo sulla superficie iridescente della Phoenix, lievemente cedevole al tatto. Il lettore di DNA riconobbe il suo genoma e materializzò la piccola porta posteriore. Subito il Tellarita corse ai comandi. Sapeva perfettamente dove e quando andare. Si umettò le labbra con la lingua mentre inseriva le coordinate. Luogo: all’esterno del Cervello Matrioska, oltre la barriera occultante. Tempo: cinque giorni prima, quando l’Enterprise si era avvicinata alla megastruttura. Doveva avvertire il Capitano e gli ufficiali del pericolo che incombeva su di loro. Se nemmeno gli indizi del futuro bastavano a salvare l’Enterprise, doveva convincerli a tenersi alla larga dal Cervello Matrioska. Ecco, questo avrebbe spezzato il circolo temporale. Non dovevano creare quel demonio gigante. Certo che, così facendo, la Scourge avrebbe continuato a espandersi... ma che alternativa c’era? Il loro tentativo di rabbonirla l’aveva solo inasprita.
   Inserite le coordinate, Grenk indugiò sui comandi d’attivazione. Sapeva di stare imboccando una strada senza ritorno. Se avesse distolto con successo i suoi colleghi da quella missione suicida, avrebbe cessato d’esistere nella nuova linea temporale. Non c’era modo più completo di annientarsi. Ma era quello che voleva, no? Fin dalla sciagurata missione nel Leviathan, quando Fanior l’aveva trasformato in un poliedro chimico e poi resuscitato, aveva voluto solo farla finita. Poteva farlo in quell’iniettore di plasma, se non l’avessero teletrasportato via. Meglio farlo così, salvando la nave. Almeno il suo alter-ego del passato sarebbe sopravvissuto.
   Il dito di Grenk tremò, a un centimetro dal tasto di partenza. Ricordò le parole incoraggianti dei suoi colleghi. Il Capitano, il Consigliere, anche il buon vecchio Raav... tutti gli avevano detto quanto tenevano a lui. Se l’avessero visto adesso, di certo avrebbero cercato di fermarlo. Ma era l’unico modo per evitare la catastrofe, non era così? Non era così?!
   Il Tellarita ritirò la mano. Cosa stava cercando di fare, esattamente? Voleva immolarsi per dimostrare di non essere un codardo? Ma forse c’era un’altra strada... un’idea disperata che prendeva forma nel suo cervello. Forse poteva salvare la situazione e anche se stesso. Forse ci voleva più coraggio a vivere, che non a morire. Con questa nuova determinazione, Grenk cambiò le coordinate d’arrivo. E premette il tasto di partenza.
 
   Ilia e Terry stavano inserendo le istruzioni di volo per lo sciame, più in fretta che potevano, quando un ronzio le allarmò. Si girarono di scatto, temendo che Shado le avesse scovate. Ma con sommo stupore videro apparire la Phoenix. E dalla navetta temporale uscì Grenk, con l’uniforme sporca e la barba bruciacchiata.
   «Ingegnere... vedo che ha deciso di non ripetere il circolo temporale. Me ne rallegro» disse Ilia, più formale del solito per via della personalità di Zarden.
   «Forse è la volta buona che ne usciamo» annuì Grenk, speranzoso. «Ma dobbiamo sbrigarci. Possiamo distruggere la Matrioska...».
   «Facendola collassare verso la stella centrale, sì. Ci sono arrivato» disse Ilia, rimettendosi al lavoro. «È giunto proprio al momento giusto per aiutarci».
   «E con la Phoenix potremo tornare sull’Enterprise» fece notare Grenk. «Basta impostare un salto temporale minimo. Il difficile sarà azzeccare le coordinate spaziali esatte...».
   «Ci penseremo sul momento» tagliò corto Terry, con le mani che si muovevano così rapide sui comandi da essere quasi invisibili.
   I tre ufficiali della Flotta – tutti esperti d’ingegneria – combinarono i loro sforzi per dare al Cervello Matrioska la sua ultima consegna. Dietro di loro, Sunny alzò una barriera di Melma Dorata per impedire alla Nera di attaccarli. Anche così, i federali sapevano di avere poco tempo. Smisero quasi di parlare, comunicando principalmente attraverso i codici informatici che scrivevano. Continuarono a inserire istruzioni anche quando il laboratorio tremò, segno che i moduli del guscio stavano cominciando a staccarsi. Mancava poco alla distruzione.
   «È fatta!» disse Grenk, staccandosi finalmente dalla consolle. «Ora leviamo le tende». Corse alla Phoenix, seguito da Ilia.
   «E Sunny?» chiese Terry, attardandosi presso la barriera dorata. Salvarlo era un obiettivo importante tanto quanto sconfiggere il suo gemello malvagio.
   «Eccomi!» disse l’umanoide dorato, emergendo dalla barriera. «Ho capito il vostro piano, ottima pensata. Vi seguo; il resto di me continuerà a trattenere Shado».
   Terry e Sunny seguirono i compagni nello spazio angusto della Phoenix e chiusero la porta. Dietro di loro, Shado si accaniva rabbioso contro la barriera dorata. Era diventato un essere informe, che solo a tratti mostrava una parvenza umanoide.
   «Torniamo sull’Enterprise... un microsecondo dopo che me ne sono andato» disse Grenk, inserendo le istruzioni con dita ormai indolenzite. Premette il comando d’avvio.
   Pochi metri più in là, Shado concentrò una tale quantità di Melma Nera contro la barriera di Sunny che riuscì ad abbatterla. Si precipitò verso la Phoenix per contagiarla. Ma la navetta temporale si dissolse un attimo prima che la toccasse. Scornato, l’essere catramoso si raggomitolò e riassunse forma umanoide. Rovesciò la testa all’indietro ed emise un terrificante ruggito di rabbia e frustrazione, che echeggiò per i corridoi e le sale ormai vuote. Doveva sbrigarsi a fuggire... ora la sua vita era appesa a un filo.
 
   «Scudi al 10%» avvertì Lantora, scostandosi i capelli sudati dalla fronte. L’Enterprise tremava mentre T’Vala la conduceva in quella folle gimcana fra gli anelli rotanti, le eruzioni stellari e le bolle nere e dorate che si affrontavano in quello spazio caotico. «Signore, dobbiamo andare o...».
   «Sta succedendo qualcosa» avvertì Terry. Inquadrò un settore del guscio, dove i moduli esagonali avevano cominciato a separarsi. Il loro movimento si espandeva a macchia d’olio, contagiando le aree circostanti. Terry zoomò all’indietro, mostrando l’effetto su vasta scala. Sembrava che una tempesta di sabbia agitasse l’interno della Matrioska. I moduli parevano granelli di polvere, anche se in realtà erano chilometrici.
   «È un bene o un male?» si chiese Apsu.
   «Un male... la Melma Nera ha preso il sopravvento e va a diffondersi in tutta Andromeda» disse Fanior, ormai incline al pessimismo.
   «È un bene, invece» corresse Terry, dopo che la sua immagine ebbe tremolato. «La nostra squadra è rientrata con la Phoenix: li ha salvati Grenk. Mi sono appena reintegrata con la mia proiezione e so cos’hanno fatto. Hanno Sunny con loro. E guardate i moduli: li hanno programmati non per allontanarsi nello spazio, ma per collassare verso l’interno. L’effetto valanga si propaga; rilevo già le prime collisioni».
   «Quindi brucerà tutto nella stella?» chiese Fanior, incredulo.
   «Solo se la massa sprofonderà a sufficienza. Gli strati esterni di una nana rossa non raggiungono i 4000ºC. Gran parte dei metalli che compongono il Cervello Matrioska ha temperature di fusione più alte e anche la Scourge potrebbe resistere in parte» avvertì Terry.
   «Allora faremo collassare la megastruttura in qualcosa di peggio che una nana rossa» decise il Capitano. «Lantora, un missile a singolarità contro la stella».
   «Lanciato» riferì lo Xindi. Inquadrato sullo schermo, il siluro rimpicciolì fino a sparire contro il disco sanguigno dell’astro. Appena entrato in collisione con il plasma rovente, liberò la Materia Rossa, che collassò in una nuova singolarità. Un profondo vortice si disegnò sulla superficie scarlatta, ingrandendosi attimo dopo attimo. Per quanto vorace, il giovane buco nero ci avrebbe messo un po’ a divorare la stella. Nel frattempo tutti gli strati della Matrioska sarebbero collassati.
   «Che peccato... l’Unione avrebbe potuto esplorare per secoli questa meraviglia» commentò Chase, osservando sconsolato il Cervello Matrioska che si disfaceva intorno a loro. «Era la nostra sola occasione di conoscere i Progenitori».
   «Vorrà dire i Distruttori» corresse Lantora. «È meglio così... chissà che altre diavolerie hanno nascosto qua dentro».
   Attorno all’Enterprise il guscio interno della megastruttura aveva ormai perso consistenza. Tutto si sfarinava e precipitava verso il centro. Anche le strutture dello star lifting, gli elementi di maggiori dimensioni, avevano cominciato a precipitare verso la stella. Enormi quantità di Melma – grigia, nera e dorata – erano trascinate nel cataclisma. I due giganteschi umanoidi che fino a quel momento si erano affrontati a ridosso del guscio furono anch’essi sospinti verso l’interno. Brandelli di Melma si staccarono dai loro corpi, che faticavano sempre più a mantenere la forma. Poco alla volta si disfecero, come statue di cera liquefatte da un intenso calore.
   «Lo spazio si sta facendo affollato» avvertì T’Vala, che continuava a schivare ostacoli. «Possiamo andare, adesso?».
   «Sì, non abbiamo più nulla da fare qui» sospirò il Capitano, alzandosi e avvicinandosi allo schermo. «Plancia a sala macchine, attivate il propulsore cronografico. Portateci a qualche anno luce di distanza» ordinò. Con rimpianto, guardò per l’ultima volta il Cervello Matrioska, quel mondo inimmaginabile che avevano appena iniziato a scoprire. Capolavoro tecnologico dei Progenitori, aveva resistito per un milione di anni ed era progettato per durarne miliardi. Conteneva i segreti della civiltà più antica che si conoscesse. Chissà quali altre scoperte vi avrebbero fatto, avendo più tempo per esplorarlo. E chissà se c’era un modo per sconfiggere la Scourge senza sacrificarlo. Ma era tardi, ormai. Chase rammentò un’antica, terribile frase. L’aveva pronunciata Oppenheimer durante il primo test della bomba atomica, ma risaliva a tempi ben più remoti, ai testi sacri indù. «Ora sono diventato Morte... il Distruttore di Mondi» sussurrò, osservando la rosseggiante Apocalisse. L’attimo dopo il Cervello Matrioska era svanito; solo le brillanti stelle del Nucleo testimoniavano la sua rovina.
 
   «Voleva vedermi, Capitano?» chiese Sunny, entrando nell’ufficio di Chase.
   «Sì, accomodati» lo accolse l’Umano, seduto alla scrivania. «Stiamo facendo il punto della situazione. Poco fa siamo tornati alle coordinate del Cervello Matrioska e come previsto non resta nulla, oltre al buco nero. I danni all’Enterprise erano minimi e sono già stati riparati. Non abbiano nemmeno una vittima».
   «Si direbbe una vittoria perfetta» commentò Sunny, accomodandosi sulla poltroncina davanti alla scrivania. «Eppure sento che lei è inquieto» aggiunse con la sua voce calma e introspettiva.
   «Abbiamo messo in moto qualcosa di cui non possiamo prevedere gli esiti» spiegò Chase. «La Melma Grigia è quiescente, ma potrebbe riattivarsi. E quella Nera...». Il Capitano scosse la testa, afflitto. «Sunny, se il tuo gemello malvagio fosse morto, tu lo sapresti?».
   «Temo di no, Capitano». Sunny riusciva ad affrontare anche le questioni più gravi senza perdere la sua calma sovrannaturale. «Egli è così distante da me che fatico a comprenderlo. E non posso captare i suoi pensieri. Non mi ero nemmeno accorto della sua nascita; ora non posso scommettere sulla sua morte. Lei ritiene che sia sopravvissuto?».
   «Si era già moltiplicato in un’infinità di bolle, quando la megastruttura è implosa» rispose Chase rassegnato. «Con trilioni di moduli che cozzavano alla rinfusa, è possibile che alcune abbiano trovato la strada per lo spazio aperto. Basta che una sola bolla ce l’abbia fatta e l’espansione ricomincerà».
   «A parte questa mia forma che vede ora, tutto il resto di me ha trattenuto la Melma Nera ed è perito con essa» spiegò Sunny, indicandosi il petto. «Ho fermato molte parti di Shado che tentavano la fuga, ma ovviamente non posso essere certo di averle rilevate tutte. Quindi è vero, una parte di lui potrebbe essere sopravvissuta».
   «Terry sta facendo delle simulazioni, per ricostruire il modo in cui la Matrioska è collassata, e dice che è molto probabile» precisò il Capitano. «Mettiamo che sia vero, che lui sia ancora là fuori» disse, additando lo spazio oltre la finestra dell’ufficio. «Come si comporterà?».
   «Credo che il suo modus operandi non differirà molto da quello della Melma Grigia» rispose Sunny dopo una breve riflessione. «Cercherà d’espandersi, contagiando un pianeta dopo l’altro. Tuttavia potrebbe impuntarsi su certi obiettivi e tralasciarne altri, ora che è in preda a violente emozioni. La sua personalità è... disturbata».
   «Contiene tutto il male di cui sono capaci gli umanoidi» sospirò Chase. «Il suo potenziale distruttivo è illimitato. Ma se di lui sono sopravvissute poche bolle, per un po’ si sentirà vulnerabile. Cercherà di aumentare la propria massa, per cautelarsi da nuovi attacchi».
   «Il modo più rapido per farlo è raggiungere un pianeta infettato dalla Scourge e convertirla» disse Sunny. «Un solo pianeta contagiato può fornirgli così tanta massa melmosa da metterlo al sicuro. Creerà milioni di bolle che andranno a convertire gli altri pianeti, a ritmo ancora più rapido rispetto alla passata espansione della Scourge».
   «E tu puoi fare altrettanto, giusto?».
   «Sì».
   «Allora dipende tutto da chi sarà più rapido a convertire la Melma» concluse il Capitano.
   «In un certo senso. Ma anche il più lento otterrà comunque migliaia di pianeti, che renderanno impossibile distruggerlo» avvertì Sunny. «Comunque sono pronto a mettermi al lavoro. Preferisce che inizi da un posto in particolare?».
   «Oh, sì. L’Ambasciatore Fanior ha insistito e non vedo perché dovremmo deluderlo» disse Chase, alzandosi. «Torniamo a Kelva Primo» disse con ritrovata determinazione.
 
   
 
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