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Autore: Parmandil    15/01/2019    1 recensioni
Per molti secoli i popoli della Via Lattea si sono interrogati sui grandi misteri del cosmo. Cosa c’è oltre la Grande Barriera che avvolge la galassia, impedendo alle navi di uscire? Chi ha costruito le megastrutture come la Sfera di Dyson? Da dove viene la sorprendente somiglianza genetica fra gli umanoidi, una somiglianza tale che le diverse specie possono persino incrociarsi? Alcuni hanno visto un’unica mano dietro questi misteri: quella dei Progenitori, la stirpe ancestrale da cui tutti gli umanoidi hanno tratto origine. Ora queste antiche domande avranno finalmente risposta.
Ristrutturata dopo l’ultima battaglia, l’Enterprise-J si lancia arditamente all’esplorazione della galassia di Andromeda, arrivando là dove nessuno è mai giunto prima. Troverà nuovi e formidabili alleati, ma si scontrerà anche con la forza più distruttiva dell’Universo: la Scourge. In una corsa contro il tempo, i nostri eroi cercheranno di rintracciare i creatori della Scourge... e di loro stessi. I legami saranno sottoposti alle prove più dure e ciascuno di loro affronterà i propri demoni, mentre il viaggio al centro di Andromeda somiglia sempre più a una discesa negli abissi dell’Inferno... e della mente.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
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-Capitolo 10: Risanare la terra
 
   Il mondo natale dei Kelvani era identico a come l’avevano visto la prima volta: un globo arido e bruno, chiazzato dai laghi grigi della Scourge. Le terre, i mari e persino l’atmosfera erano sterili. L’Enterprise entrò in orbita geostazionaria sopra la capitale, di cui non restavano che terra smossa e un grande lago di Scourge. Una navetta lasciò l’hangar principale e scese nell’atmosfera. I suoi movimenti erano seguiti con trepidazione dalla plancia.
   «È a diecimila metri. Ancora nessuna reazione da parte della Scourge» rilevò Terry.
   «Avanti...» mormorò Fanior osservando la navetta, come se potesse dirigerla lui stesso.
   Gli ufficiali attendevano in silenzio, ma con la stessa partecipazione. Era il momento decisivo... la ragione per cui erano entrati nel Cervello Matrioska e poi avevano preso la decisione di distruggerlo. Già esserne usciti vivi poteva considerarsi una vittoria. Ma per il resto della galassia, la sopravvivenza dell’Enterprise contava poco. Per Andromeda era quella, l’ora della verità.
   La navetta scese indisturbata, fino a sorvolare il lago di Melma Grigia. Si fermò a una decina di metri d’altezza e rimase immobile, sospesa a mezz’aria. Solo il ronzio dei motori turbava il silenzio dell’ambiente. Per qualche secondo non successe nulla. Poi la paratia sul retro si abbassò, facendo da pedana, e Sunny uscì alla luce del sole. Avanzò con sicurezza, finché fu proprio sull’orlo. Qui stiracchiò le braccia e si bilanciò sulle punte dei piedi, come un tuffatore olimpionico che si prepara al balzo. La Melma Grigia si stendeva, appena mossa dal vento, per centinaia di metri in tutte le direzioni. Sunny la contemplò per qualche istante, aggrottando la fronte, mentre il sole riverberava sulla sua superficie d’oro. Si stiracchiò ancora, saltellò e infine si tuffò senza esitazione.
   I federali, che lo seguivano dalla plancia, trattennero il fiato. Per l’emozione parve loro che il tempo si dilatasse e la caduta fosse oltremodo lunga. Poi Sunny colpì la superficie grigia e melmosa. Vi s’infilò dentro senza sollevare nemmeno uno spruzzo e svanì. I federali esalarono il fiato. Passarono i secondi; il lago rimaneva grigio e immoto.
   «Non ci riesce?» mormorò Fanior.
   «Diamogli ancora qualche secondo» disse il Capitano. «Dev’essere un grande sforzo, per lui».
   «Ce la farà» disse Terry, con pacata sicurezza.
   Trascorsero altri lunghi, dolorosi secondi. Ed ecco, un bagliore dorato apparve nel punto in cui Sunny si era immerso. La Scourge stava cambiando. La macchia aurea si espanse a ritmo esponenziale, allargandosi sotto la navetta, finché divenne un’onda irresistibile. Contagiò tutto il lago, da una riva all’altra, facendolo splendere come uno specchio d’oro sotto il sole. Ancora qualche momento e la superficie prese a sobbollire. Innumerevoli bolle dorate se ne staccarono, fluttuando a mezz’aria, e si dispersero in tutte le direzioni. C’erano migliaia di laghi come quello da convertire, su tutta la superficie del pianeta. Il processo avrebbe richiesto ore, forse giorni; ma il passo fondamentale era stato fatto. Visto dallo spazio, il pianeta cominciava già a tingersi d’oro.
   «Scendo con una squadra» disse Chase, alzandosi. Da quando era ad Andromeda non aveva ancora esplorato un pianeta, nel senso tradizionale del termine. Le sue uniche missioni sul campo erano state sul relitto del Leviathan e nel folle ambiente del Cervello Matrioska. Era anche sceso su un planetoide, per salvare Neelah dalla Scourge, ma in quell’occasione non aveva nemmeno messo piede a terra. Gli mancava l’aria aperta, avere un cielo sopra la testa. Ed era curioso di vedere Kelva Primo dalla superficie.
   «L’accompagno» disse subito Fanior.
   Anche Terry e Lantora si unirono alla squadra. Da ultimo, quando erano già in sala teletrasporto, Neelah si unì a loro. «Finalmente potrò vedere questo pianeta come si deve» commentò, ricordando come aveva dovuto abbandonarlo a precipizio la prima volta.
   Ora che la Scourge era quiescente e la Melma Dorata si diffondeva a macchia d’olio, non c’era più bisogno delle tute ambientali. I federali poterono teletrasportarsi così com’erano. Si materializzarono a pochi passi dalla riva, battuta dalle onde dorate. Il sole nascente rendeva il lago così luminoso da ferire gli occhi. Faceva già caldo, ma la brezza rendeva sopportabile l’ambiente. Chase si schermò gli occhi con la mano, per proteggerli dal riverbero, e si guardò intorno. Da un lato c’era una vasta estensione di terreno sconvolto, dove un tempo si trovavano le fondamenta degli edifici. Più lontano ancora si levavano le colline, scure e brulle. Dall’altra parte il lago segnava il centro della città, dove la melma si era raccolta una volta conclusa la sua opera distruttrice. Tutto era immerso nel silenzio.
   «Doveva essere un luogo incantevole» disse il Capitano, accostandosi all’Ambasciatore. «Le rinnovo le condoglianze per l’accaduto».
   «Forse questo è l’inizio della rinascita. Una nuova alba per il mio popolo» disse Fanior, contemplando il lago dorato.
   «Ma dov’è Sunny?» chiese Lantora, notando che la sua navetta galleggiava ancora a mezz’aria.
   «È vicino... ora ci raggiungerà» disse Terry, accostandosi alla riva. Agli altri non sfuggì la sua impazienza.
   Ed ecco, la superficie del lago s’increspò a pochi metri da loro. Una sagoma umanoide ne emerse, come se un elevatore la spingesse verso l’alto. Per prima apparve la testa calva, poi il torso muscoloso con le braccia fieramente incrociate; seguirono l’addome e le gambe. Era Sunny, che emergeva vittorioso in un tripudio d’oro. Quando anche i piedi divennero visibili, l’umanoide si fermò, saldo e stabile come se fosse sulla terraferma. In quella posa osservò solennemente i federali raccolti sulla riva.
   «Sembra un Oscar» mormorò Chase, divertito. E infatti applaudì, imitato dagli altri. Fanior esitò, non avendo familiarità con quel gesto umano, ma alla fine si unì alle ovazioni, serio e composto come al solito.
   «Ben fatto, amico!» gridò invece Lantora, più facile a emozionarsi.
   «Sono io che devo ringraziarvi, amici miei. Voi mi avete dato la vita» sorrise Sunny, venendo loro incontro a grandi passi. Camminava sulla superficie melmosa come se fosse solida roccia. Appena mise piede sulla sponda puntò subito verso Terry, che lo attendeva trepidante. Dapprima l’IA si trattenne, data la presenza del Capitano e degli altri. Ma quando Sunny l’abbracciò teneramente, non si sottrasse. Nell’atteggiamento dell’umanoide c’era qualcosa – un misto d’innocenza e saggezza – che rendeva tutto facile e naturale. Dietro di lui, le bolle d’oro continuavano a emergere dal lago e affollavano il cielo, dirette verso le altre pozze di Scourge.
   «Siamo solo all’inizio» disse Sunny, sciogliendo l’abbraccio. «Resta moltissimo lavoro da fare. Convertito questo pianeta dovrò passare rapidamente agli altri. E in giro per Andromeda ci sono molti popoli che si nascondono dalla Scourge. Non sarà facile scovarli tutti, per informarli che ora hanno una difesa».
   «La Coalizione di Andromeda ci darà una mano» suggerì Chase. «Quando ti vedrà e saprà cosa puoi fare, cambierà atteggiamento nei nostri riguardi. Ho già ordinato di contattarla, per informarla delle novità».
   «Bene, abbiamo molto di cui parlare» convenne Sunny. Intanto la sua navetta si era mossa, pilotata in remoto da Terry. Atterrò sulla spiaggia, proprio accanto alla squadra.
   «Mentre aspettiamo gli Andromedani, sbarcheremo parte dell’equipaggio» decise il Capitano. «Dopo quel che ha passato, la nostra gente ha diritto a vedere il sole e a respirare un po’ d’aria fresca. Questo sembra un buon posto per stabilire il campo base» aggiunse, guardandosi attorno. «Magari spianando un po’ il terreno... che ne dice?» chiese a Fanior, sfiorandogli la spalla per indurlo a seguirlo lontano dalla spiaggia. Neelah capì la mossa e diede una discreta gomitata a Lantora, per farla capire anche a lui. Si diressero a loro volta nell’entroterra, lasciando a Terry e Sunny un po’ di privacy.
   «Che tipi, i tuoi colleghi!» commentò l’umanoide dorato, osservandoli mentre si allontanavano. «Ma sono buone persone. Capisco che tu voglia restare in servizio».
   «Sono più che buone... e ora sono anche qui» sorrise Terry, sfiorandogli la tempia. «Sei un concentrato delle loro qualità migliori. E siccome fra le loro caratteristiche c’è la perseveranza, so che non ti fermerai finché non avrai convertito tutta la Scourge di Andromeda. Quindi... il lavoro potrebbe separarci» aggiunse, facendosi seria.
   «Non direi» obiettò Sunny. «Dalla conversione di questo pianeta ho già abbastanza massa per diffondermi in tutta la galassia. Ma saranno bolle che agiranno in modo piuttosto automatico. La mia attenzione resta concentrata in questa forma. Vorrei vivere come un umanoide, per quanto possibile».
   «Vorresti vivere sull’Enterprise?» chiese Terry.
   «Certamente» annuì Sunny. «Ho un gran sapere in testa, ma è teorico. Devo vedere come vivono in concreto gli umanoidi per sentirmi uno di loro. E ad Andromeda gli unici umanoidi sono sull’Enterprise. Forse un giorno visiterò anche la Via Lattea... ma succederà solo quando avremo chiuso i conti con la Scourge, e potrebbe volerci parecchio. Nel frattempo stare con voi mi sembra un buon compromesso».
   «Mi sembra ragionevole» disse Terry, ma ciononostante aveva l’aria un po’ delusa. Fece per discostarsi, ma Sunny la trattenne.
   «Aspetta. C’è un altro motivo per cui desidero stare sull’Enterprise. Il più importante» disse solennemente.
   «Sì?» chiese l’IA, scrutandolo con una certa ansia.
   «Perché sull’Enterprise ci sei tu. Vorrei restarti accanto, se per te va bene» disse l’umanoide con naturalezza, alzando di nuovo la mano dorata.
   «M-mi va bene, sì» disse Terry in un soffio. Sentì di nuovo quelle strane sensazioni degli Organici, che la sua proiezione isomorfa imitava perfettamente: dilatazione dei capillari, battito accelerato, nodo allo stomaco. Sapeva cosa significavano. Alzò anche lei la mano, tenendola distesa.
   Per un attimo restarono fermi in quella posizione. Erano Intelligenze Artificiali, nonché mutaforma... ma quei semplici gesti degli umanoidi continuavano ad affascinarli. Avvicinarono i palmi con incredibile lentezza, fino a toccarsi. Allora chiusero le dita, stringendosi forte. Sunny circondò la vita di Terry con un braccio, lei gli mise l’altra mano sulla spalla. E si scambiarono il primo bacio delle loro vite.
 
   Fanior depose gli strumenti da giardinaggio e si asciugò il sudore con uno dei tentacoli. Era bello stare su Kelva nella sua forma naturale, ed era ancora più soddisfacente contribuire alla ricostruzione, a partire dalle piccole cose. Attorno a lui, i fiori di Sashira che aveva appena piantato stavano mettendo radici. Le colline circostanti, dove lui e altri Kelvani avevano lavorato nei giorni scorsi, erano già rivestite dalla boscaglia azzurrina. Le vecchie storie erano vere: quegli arbusti silicei crescevano nell’arco di una notte. Erano piante pioniere, il primo passo per ricostruire l’ecosistema kelvano. Le altre piante, dalla crescita più lenta, sarebbero state reintrodotte gradualmente. Poi sarebbe toccato agli animali, a partire dai più piccoli. La Coalizione aveva salvato diverse specie, talvolta sotto forma di esemplari viventi, più spesso con il solo DNA. Sofisticate tecniche di clonazione e crescita in vitro permettevano di ricrearli. Era un lavoro immane, che avrebbe richiesto generazioni; ma bisognava pur cominciare. E Fanior era lieto di contribuire ai primi passi.
   Richiamato da un suono rimbombante, l’Ambasciatore inclinò il corpo conico e puntò uno dei grandi occhi da calamaro verso il cielo. Due astronavi della Coalizione stavano scendendo dall’orbita. Sorvolarono la collina su cui si trovava e si diressero verso il lago, dove presero a riempire le stive di Melma Dorata. Altre astronavi, atterrate sulle sponde, avevano già fatto il pieno ed erano pronte a ripartire. La flotta della Coalizione, giunta dalla stazione di Suspiria, stava imbarcando grandi quantità di quella sostanza, da usare contro la Scourge. In tal modo avrebbe contribuito a diffonderla in Andromeda.
   Anche se il suo corpo da calamaro era inespressivo, Fanior si sentiva appagato. I leader della Coalizione avevano ringraziato i federali per la loro impresa nel Cervello Matrioska. Reshef in persona aveva ammesso che costituiva «la vittoria più significativa mai conseguita contro la Scourge». Di conseguenza l’Enterprise era stata riammessa nei ranghi della Coalizione con tutti gli onori. E quando Chase aveva chiesto a Reshef di revocare l’esilio contro Fanior, il Consigliere non aveva potuto esimersi dall’accettare. L’Ambasciatore si disse fra sé che aveva fatto bene a fidarsi del Capitano. Quali che fossero le sue remore contro i vertici dell’Unione Interstellare, Chase e i suoi ufficiali meritavano la sua più alta stima e tutto l’aiuto che poteva ancora dargli. Perciò sarebbe rimasto sull’Enterprise, quando fosse ripartita, anche se lo addolorava lasciare Kelva così presto. Almeno i suoi simili sarebbero rimasti, per portare avanti la ricostruzione. E l’Enterprise si sarebbe tenuta in stretto contatto con gli alleati.
   L’Ambasciatore riprese il lavoro, muovendosi svelto con le sue cento appendici. Qua e là, sulle colline e nei fondovalle, altri Kelvani facevano lo stesso. Nella zona più pianeggiante stavano già tracciando le linee di un nuovo insediamento. Esseri di tutte le specie, sia di Andromeda che della Via Lattea, erano affaccendati in mille attività. Alcuni però si godevano semplicemente qualche ora di meritato riposo. Lantora e T’Vala camminavano tra i fiori di Sashira, mano nella mano, facendo progetti per il futuro. Si erano ormai lasciati alle spalle l’incidente della Barriera. Raav e gli Xindi Rettili dell’Enterprise si godevano il sole sulla spiaggia. E l’Ingegnere Capo Grenk risalì la collina, stando attento a non calpestare i germogli appena piantati. Si avvicinò a Fanior e l’osservò in silenzio per circa un minuto; poi si schiarì la voce. «Ehm, è lei, Ambasciatore?» chiese.
   «Certo, Ingegnere. Non mi riconosce?». Il traduttore universale rendeva comprensibile il linguaggio del Kelvano.
   «In quella forma, devo dire che ho qualche difficoltà. Non per criticare, ma... voi Kelvani vi somigliate molto» disse il Tellarita.
   «So cosa intende... anch’io trovo gli umanoidi difficili da distinguere» ammise Fanior, comprensivo. «Cosa la porta qui?» chiese poi.
   «Uh, niente di che... volevo stare un po’ all’aria aperta. Posso aiutarla?» chiese Grenk, accennando agli attrezzi da giardinaggio.
   «Se crede... ma si tenga a distanza di sicurezza. Mi muovo molto rapidamente» avvertì l’Ambasciatore. In effetti i suoi tentacoli gli guizzavano attorno come fruste.
   Grenk prese una paletta e cominciò a piantare i fiori di Sashira, che nella loro struttura frattale riproducevano già la forma dell’intera pianta. Per un po’ il piccolo Tellarita e il grosso Kelvano lavorarono in silenzio, fianco a fianco.
   «Non mi sono ancora congratulato per il contributo che ha dato all’ultima battaglia» disse a un tratto Fanior. «Far collassare la Matrioska è stata un’ottima idea».
   «Sempre che sia servita» sospirò Grenk. «Shado potrebbe essere ancora là fuori. Sa, quando sono salito sulla Phoenix non era quella, la mia idea. Pensavo di tornare più indietro nel tempo e avvertire l’Enterprise perché non entrasse affatto nella megastruttura. Così non avremmo avuto né Sunny, né Shado».
   «Ma la Scourge avrebbe continuato a espandersi incontrollata» notò Fanior. «Anche se Shado fosse sopravvissuto, ritengo che lei abbia fatto la scelta giusta. Tra l’altro, se avesse seguito la sua prima idea, è probabile che il cambiamento di linea temporale l’avrebbe annichilita».
   «Sì, beh... sono già morto una volta» commentò Grenk, facendo spallucce.
   «Mi spiace che la pensi così. Quel che ho fatto sul Leviathan era finalizzato unicamente a salvarla. Non pensavo di sconvolgerla a tal punto» si scusò il Kelvano.
   «È tutto a posto, Fanior» disse Grenk, alzandosi dal suo lavoro. «Sono stato giù di corda per un po’, ma ora è passato. Quand’ero nella Phoenix, e ho dovuto scegliere che fare, ho avuto un’illuminazione. Qualunque cosa mi sia successa, ci sono un’infinità di buone ragioni per andare avanti».
   «Ne sono lieto. È proprio certo di stare bene?» insisté l’Ambasciatore, squadrandolo con un occhio da calamaro.
   «Yotz, sì!» esclamò il Tellarita, con un sorriso che gli scoprì le zanne porcine, e si rimise al lavoro di buona lena.
 
   «Gli ordini di servizio per oggi, Capitano» disse Ilia, porgendo a Chase un d-pad da firmare.
   «Uh-uh. Novità dalla Coalizione?» chiese il Capitano, scorrendolo rapidamente. I due stavano passeggiando non lontano dal lago, in una zona in cui la riva si alzava a formare una scogliera rocciosa.
   «Quel che ci aspettavamo. Sta cercando di contattare altri gruppuscoli che finora si erano nascosti e di far pace coi pirati, ma non sono cose che si ottengono dall’oggi al domani» rispose la Trill, camminando con le mani intrecciate dietro la schiena. «Intanto stiamo rifornendo i coloni kelvani con viveri e medicinali. Reshef le fa sapere che apprezza molto».
   «È un Kelvano ragionevole, dopotutto» commentò Chase, restituendole il d-pad firmato. «E Suspiria che dice?» chiese, ma in quella si vide passare davanti un gruppo di bambini dell’Enterprise che giocavano a rincorrersi. Fra loro c’era una ragazzina bionda con gli occhi verdi, una delle più vivaci del gruppo.
   «Dice che non si divertiva tanto da quando ha lasciato gli Ocampa» sorrise Ilia, osservando i bambini che si allontanavano correndo.
   «Uhm... e di lei che mi dice?» domandò Chase, studiando il suo Primo Ufficiale. Ne osservò attentamente la postura e l’espressione. «C’è qualcosa di diverso in lei. Sento che il vecchio Zarden ci ha lasciati».
   «È così» confermò Ilia. «Lo zhian’tara è finito. Che esperienza! Non so come definirla... di sicuro istruttiva. Ma anche logorante, con certi Ospiti».
   «Non lo dica a me!» esclamò il Capitano. «Penso ancora a quando ha manifestato la personalità omicida di Joran, poco prima che arrivassimo ad Andromeda. Abbiamo dovuto tenerla in guardina per due settimane. Poi mi sono dovuto sorbire l’umorismo di Curzon. È andata meglio con Jadzia ed Ezri... ufficiali in gamba. Ma mi lasci dire che Martis era una solfa. E Zarden sarà stato pure un genio, ma non era simpatico a nessuno. Sono lieto che sia di nuovo se stessa. Mi prometta che non farà mai più una cosa del genere!».
   «Promesso, Capitano» lo tranquillizzò Ilia. «A meno che non sia assolutamente necessario!» aggiunse furbesca. «Beh, ora torno all’insediamento. Le ricordo la riunione coi Consiglieri, questo pomeriggio».
   «Non mancherò» promise Chase, procedendo di buon passo verso la scogliera.
   «Vuol proseguire da solo?» chiese Ilia, un po’ stupita. Non c’erano altro che rocce, in quella zona. Sia gli Andromedani che la gente dell’Enterprise erano lontani. Anche i bambini erano stati richiamati indietro dagli adulti.
   «Non da solo» corresse l’Umano.
   Ilia aguzzò la vista e notò una piccola figura che si stagliava in cima alla scogliera. «Capisco... buona fortuna, Alexander» disse in tono più confidenziale, e si allontanò con discrezione.
 
   «Eccoti!» disse Neelah, quando Chase la raggiunse. «Strano posto, per un appuntamento. Che volevi dirmi?».
   «Oh, giusto un paio di cose» disse il Capitano, guardandola in un modo che la dottoressa non seppe interpretare. «Per quanto riguarda la tua richiesta, Suspiria dice di no: non puoi avere un campione del suo citoplasma».
   «Frell, ci contavo!» si dispiacque Neelah.
   «Però ha accettato di dirti qualcosa su Exosia. E questo mi crea un problema, perché non vorrei che ti smarrissi nella foresta miceliare, o che impazzissi con le spore, proprio ora che ti sei ripresa dalla Scourge» notò Chase.
   «Oh, Alexander... ti preoccupi troppo!» trillò Neelah. Fece una piroetta e lasciò che Chase l’abbracciasse da dietro, cullandola. «È che sono piena di progetti. Devo recuperare il tempo perso nella crono-stasi. Non mi perdonerò mai d’essermi dormita la permanenza nel Cervello Matrioska. Se avessi potuto ficcare gli iniettori tubolari in un computer dei Proto-Umanoidi... ah, chissà che avrei scoperto!» sospirò. L’emozione le fece estroflettere davvero gli iniettori, lunghi un palmo.
   «E dai, cara, ritira quegli affari... non donano alla tua mano» disse Chase, scostandole i capelli candidi per baciarla sul collo. Neelah rabbrividì e socchiuse gli occhi, mentre gli iniettori le rientravano nella mano. Per un po’ rimasero abbracciati, contemplando il lago dorato.
   «Questo invece la rende molto graziosa» riprese Chase, e Neelah sentì che le stava infilando qualcosa al dito. Abbassò lo sguardo, meravigliata... e vide che l’uomo le aveva infilato un anello all’anulare. Era un cerchietto di platino, con incastonato un piccolo zaffiro di un blu intenso. Per un attimo rimase paralizzata, senza fiato: sapeva cosa significava quel gesto, per gli Umani.
   «Alexander...!» mormorò, sentendo le vertigini. Si girò per guardarlo negli occhi.
   «Neelah... in questi anni ne abbiamo passate tante» disse Chase, stringendole le mani fra le proprie. «Abbiamo visto la morte in faccia più volte e ho rischiato di perderti in più modi di quanti voglia ricordare. Ma per qualche miracolo ne siamo sempre venuti fuori. E poiché ci attendono altre sfide, voglio approfittare di quest’ora di pace per chiedertelo. Avrei dovuto farlo già da tempo». Le sfiorò la guancia, fissandola negli occhi azzurri. «Neelah, vuoi sposarmi?» chiese con voce limpida. Ci fu un attimo di silenzio; ma l’Aenar non era il tipo che dubita di ciò che vuole.
   «Lo voglio» disse con fermezza. «Caspita se lo voglio!» aggiunse ridendo, e gli gettò le braccia al collo. Chase la strinse tanto che la sollevò da terra per qualche secondo. Quando sentì le labbra dell’Aenar sulle sue, capì che ogni battaglia e ogni sacrificio di quegli anni erano ripagati.
 
   Quel pomeriggio, Chase si recò alla riunione con i Consiglieri. Era l’ultimo incontro, prima che l’Enterprise ripartisse. Anche molte navi della Coalizione avrebbero lasciato Kelva, con le stive piene di Melma Dorata, ma alcune sarebbero rimaste per proteggere i coloni kelvani. Altre astronavi erano ancora in viaggio, dai quattro Quadranti della galassia, per venire a rifornirsi.
   La riunione si tenne in un edificio ancora in costruzione: c’erano i pavimenti e le pareti, ma niente soffitto, così che l’intensa luce del sole inondava il salone ancora spoglio. Il Capitano si presentò con i suoi ufficiali superiori, ai quali non sfuggì l’anello che Neelah sfoggiava al dito e ciò che implicava. I leader della Coalizione erano tutti lì, di persona o in olo-presenza, compresi Reshef e Suspiria. Venne anche Fanior, in forma umana, e da ultimo Sunny.
   Fu una lunga discussione, perché c’era molto da pianificare. La Coalizione promise di diffondere il più possibile la Melma Dorata, convertendo la Grigia. S’impegnò anche a cercare tracce della Nera, dato che nemmeno la distruzione del Cervello Matrioska assicurava che Shado fosse stato annientato. «Il Clan degli Esuli cercherà in tutta Andromeda le tracce di questa entità malefica» promise Suspiria, la cui vocetta seria contrastava con il viso paffuto da bambina. «Ci assicureremo anche di mantenere i contatti con l’Enterprise».
   «Visto che hai deciso di rimanere a bordo, sarai il nostro ufficiale di collegamento» disse Reshef, agitando un tentacolo all’indirizzo di Fanior. «I nostri avi furono saggi a mandare gli esploratori nella Via Lattea. Da lì è giunta la nostra salvezza» riconobbe.
   «Ora che la Scourge si è fermata, molte genti che vivevano nascoste torneranno a farsi vedere» commentò Suspiria. «La nostra Coalizione potrebbe crescere, ma affronterà anche sfide inedite. Dobbiamo tenerla unita, perché le battaglie sono tutt’altro che terminate».
   «Noi ci tratterremo ad Andromeda ancora per qualche anno» spiegò Chase. «Così vedremo il nuovo corso delle cose. Ma c’è una domanda che mi faccio, e non so darmi risposta».
   «Dica, Capitano» lo invitò Reshef.
   «La Sfera di Dyson della Via Lattea accoglieva una popolazione superiore a quella di tutte le altre specie umanoidi sommate» disse lentamente il Capitano. «Il Cervello Matrioska era più piccolo, ma poteva comunque sostentare una popolazione immensa. Insomma, i Proto-Umanoidi – sia Preservatori che Distruttori – erano incredibilmente numerosi. Del resto la migrazione da una megastruttura all’altra richiese quattrocento anni per essere completata, non è così?».
   «Esatto» confermò Suspiria. «Dove vuole arrivare?».
   «Ecco, per quanto la Scourge fosse virulenta mi sembra strano che siano morti tutti» argomentò il Capitano. «Possibile che nessuno sia riuscito a sganciare qualche modulo dalla Matrioska? E quelli che erano giunti dalla Via Lattea, i Preservatori, l’avranno fatto con delle astronavi. Dobbiamo credere che non se ne sia salvata neanche una?».
   «Sta ipotizzando che alcuni Proto-Umanoidi siano sopravvissuti fino a oggi» riassunse Terry.
   «Sì... Preservatori, Distruttori o entrambi» confermò Chase. «So che sembra strano, visto che nessuno li ha mai visti... ma ricordiamo che erano schivi e maestri dell’occultamento».
   «La sua ipotesi è realistica, visto il loro numero esorbitante» ammise Terry. «E il cambiamento della Scourge potrebbe finalmente indurli a rivelarsi».
   «Se i Progenitori esistessero ancora, mi piacerebbe conoscerli. In fondo sono la radice comune che ci unisce» commentò Sunny, rivolgendosi agli umanoidi dell’Enterprise. «Ma se fossero sopravvissuti i Distruttori... allora sarebbe male» aggiunse, rattristandosi. La sua epidermide dorata parve d’un tratto meno luminosa, come se rimuginasse cupi pensieri. E nessuno, nell’assemblea, seppe che dire per confortarlo.
 
   
 
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