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Autore: _Lightning_    24/08/2019    0 recensioni
Con il Giorno della Promessa all'orizzonte, Roy Mustang si ritrova a pensare sempre più spesso a Ishval, ai propri errori, e a cosa gli ha lasciato quel luogo se non ricordi dolorosi e sensi di colpa. Si imbarca così in una lunga reminiscenza con l'aiuto di Riza, fidata compagna di vita, nel tentativo di mettere finalmente a tacere i demoni che gli mordono la coscienza.
Dal prologo: «C’è qualche problema, Colonnello?»
È formale, distaccata, anche se siamo soli. Una pantomima sterile e autoimposta, affinata con gli anni.Non possiamo cedere, mai, nemmeno nel buio cieco di un vicolo dimenticato, o finiremmo per tradirci alla luce del sole con mille occhi intenti a scrutarci. L’abbiamo concordato in silenzio, che è ciò che di solito parla tra noi. Per questo adesso mi sento quasi un profano a romperlo, a voler trasmutare in parole ciò che mi passa per la testa. Ombre dense, a cui non dovrebbe mai essere data forma.
Genere: Drammatico, Guerra, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Maes Hughes, Nuovo personaggio, Riza Hawkeye, Roy Mustang | Coppie: Roy/Riza
Note: Missing Moments, What if? | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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11 Novembre 1908,
Distretto di Tiham,
01:00


 
Di notte, il buio dietro le mie palpebre non è immobile, né davvero nero.

A volte si tinge di una sfumatura rossastra, di tramonti infuocati soffocati dagli incendi e dalle ceneri; si popola di figure deformi, dalle articolazioni aguzze e rigide come carbone, con volti indistinguibili e privi di occhi, i denti troppo bianchi digrignati contro di me.

Altre si fa grigio, avvolto da una nebbia caliginosa che ottura i polmoni, nella quale si aggirano fantasmi di fumo con mantelli bianchi, sporchi di sangue così vivido da ferire le retine.

A volte mi oppongo al sonno e penso, do forma agli spettri che si annidano nella mia testa nella speranza che renderli più reali possa aiutarmi a combatterli. La maggior parte delle volte mi annego nella stanchezza dopo pochi minuti, sopraffatto da un dolore soffuso che sembra tirare le cuciture della mia anima quasi a volermela strappar via – li sento ridere, o forse piangere.

E quando penso, tornano i caduti. I compagni, i senza nome, tutti quelli che ho lasciato nella sabbia con gli occhi egualmente neri e sbarrati nel nulla. Arrivano in una massa confusa, mi assalgono e poi recedono, fingono di andarsene, perché non si allontanano mai veramente. Si nascondono solo negli angoli bui del mio inconscio, pronti a riemergere.

Stanotte richiamo uno ad uno i miei compagni perduti, in una processione ordinata, come alle esercitazioni dell’Accademia. Mi scopro a ricordare tutti i volti, tutti i nomi, il grado, il modo in cui se ne sono andati. I ricordi precedenti, con loro ancora in vita, sono sbiaditi e perdono consistenza con ogni giorno che passa, come fossero solo racconti di eventi vissuti da qualcun altro. 

Non mi sforzo di recuperarli. Li lascio affondare nell’oblio, prendo un paio di gocce di laudano e sprofondo assieme a loro prima che diventino troppo reali.



12 Novembre 1908,
Distretto di Tiham,
20:20
 

Mi agito nel sonno leggero di chi dorme negli orari solitamente occupati dalla veglia.

Non sono del tutto addormentato, e percepisco gli spasmi impercettibili che mi attraversano i muscoli, logorati dalla tensione residua della battaglia. Oscillo nel dormiveglia con un senso di nera vertigine, mentre odori e colori irreali mi lambiscono i sensi, scaglie oniriche di sogni diafani – fiamme e spari e strade assolate di campagna; urla e sangue e il profumo di caprifoglio nelle serate estive. Per un attimo sento la consistenza dell’erba secca e morbida sotto il fianco, subito sostituita dal sottile strato di coperte adagiato sulla dura terra battuta. Poi sono di nuovo nel buio, incorporeo, con solo il dondolio stanco dei miei pensieri a cullarmi.

Una sagoma corre in lontananza, ora tra rovine diroccate, ora tra steli dorati inframezzati dai vigneti. Corre, si arrampica agile su dune friabili, scala collinette fiorite, schiva monumenti sfregiati e alberi rigogliosi senza fermarsi, ora con una divisa addosso, ora con un vestito di lino leggero, senza fermarsi, affannata, inseguita da un sibilo acuto, più forte, sempre più forte, assordante…

Basta una lieve pressione sull’avambraccio a farmi spalancare gli occhi, strappandomi dall’oblio con artigli affilati: mi sollevo a sedere di scatto, la destra già pronta a trasmutare e le pupille che faticano a mettere a fuoco il bersaglio nella penombra della tenda.

«Ehi, guerriero, metti via quell’affare,» mi rimbrotta una voce nota, scansandomi il polso senza tante cerimonie.

Il volto di Maes emerge dallo sfondo annacquato, prendendo man mano forma e consistenza davanti a me come un riflesso in una pozza d’acqua agitata. La lente incrinata degli occhiali, il cerotto sulla fronte, la barba mal rasata. Abbasso la mano lentamente, le dita ancora contratte nell’atto di schioccare, e mi sento implodere i polmoni mentre cerco di trattenere l’affanno, riducendolo a respiri appena più sonori del normale.

«Uno di questi giorni ti incenerirò per sbaglio, Hughes,» sbotto con voce impastata, stropicciandomi gli occhi ancora appesantiti dal sonno, ancora fissi sulla sagoma in corsa già sbiadita dalla mia memoria.

«Certo, perché un nemico avrebbe l’accortezza di svegliarti, prima di ucciderti,» sbuffa lui, in tono canzonatorio.

Faccio per abbozzare un sorriso, ma l’intenzione si scontra con l’indolenzimento che mi morde le giunture non appena provo a muovermi. Fa sempre più freddo, e la mia divisa non è più abbastanza per tenerlo a bada.

«Sei sopravvissuto anche oggi solo per venire a seccarmi?» lo rimbecco, ma sono contento di vederlo.

Almeno finché non comincerà a straparlare della sua ragazza a Central… allora, forse, potrei cambiare idea. Hughes fa una smorfia indecifrabile, ed è come se stesse rimangiando un commento a forza, per poi accennare col capo al di fuori della tenda.

«Non so se hai dei programmi per la serata, ma se avevi intenzione di cenare arrivi tardi,» mi annuncia infine.

Un crampo allo stomaco mi ricorda la mia fame mai del tutto sopita, e lancio un’occhiata oltre il lembo della tenda: il cielo è già scuro, con solo un fievole riverbero sul profilo delle dune. Impreco tra i denti, alzandomi con più lentezza di quanto vorrei. Ho dormito molto più di un’ora.

«Avevo detto a quell’idiota di Stuart di svegliarmi per tempo…» sibilo, mentre il mio stomaco insiste nel farmi notare che l’ultimo pasto caldo è stato questa mattina.

Hughes si alza, dandosi delle pacche sulle ginocchia per scrollar via la polvere sottile.

«Credo che “quell’idiota di Stuart” sia il soldato che si è beccato una pallottola vagante ai margini del campo,» mi informa, privo d’inflessione, ma con occhi intensi. «È della tua truppa, no?»

Mi passo una mano tra i capelli scomposti, pettinandoli al meglio che posso con le dita.

«Sì,» annuisco infine. «È morto?» chiedo poi, infilando le braccia nelle maniche del pastrano chiaro, che uso come coperta.

«Non saprei. Controlla in infermeria.»

«Magari domani,» liquido la questione, scostando la stoffa cerata della tenda e uscendo all’esterno.

L’odore di fumo, attutito all’interno, si intensifica pungendomi le narici, e l’aria frizzante scava un canale limpido tra i miei pensieri, rendendoli più navigabili. Un pallido alone mi esce dalla bocca, appena percettibile ma destinato a farsi più denso e visibile con ogni giorno che passa [1]. L’aria è sbagliata: manca la scia fragrante di foglie cadute, il loro fruscio tinto di colori caldi, il profumo delle caldarroste che viaggia nell’aria.

«Non è colpa tua,» mi riscuote Hughes, dietro di me.

«Lo so,» rispondo piattamente, muovendomi in direzione della piazza d’armi. «Non posso certo coprire le spalle ai miei soldati anche quando dormo, mangio o vado al cesso,» borbotto, in sincrono col mio stomaco ridotto a una noce.

Maes non commenta, ma colgo un’occhiata strana da parte sua, la seconda stasera.

«Cosa?» chiedo, fermandomi e voltandomi verso di lui più accigliato di quanto vorrei.

«Niente,» scrolla le spalle lui. «Penso solo che ti conosco troppo bene,» aggiunge poi, col fantasma di un sorriso a tirargli le labbra.

Sospiro tra me, ma non lo contraddico. Se potessi, li proteggerei tutti, sempre. Ma quanto può suonare ipocrita, detto dalla bocca di uno che per proteggere brucia, devasta e lascia altre persone ad agonizzare tra le braci?

Mi limito a rivolgere lo sguardo al cielo opaco, segnato da grigie dita di fumo che sembrano volerci calare addosso per ghermirci. Per portarci via, uno ad uno, verso un luogo d’ombra privo di stelle, perché quelle non esistono più. Sono state inghiottite mesi fa dalla coltre perenne degli incendi e delle esplosioni. Ogni volta la loro assenza mi scava gli occhi, mi fa sentire cieco.

«Forse non mi conosci così tanto,» replico, in un mormorio appena udibile.

La sua risposta è una stretta di spalla che mi allontana dal buio.

Arriviamo in silenzio alla struttura pericolante che ospita le cucine. È difficile determinare che tipo di edificio fosse prima: le architetture qui sono diverse, estranee; quello che potrebbe sembrare un tempio è in realtà una scuola, quello che potrebbe essere un condominio è un ospedale.

Questo è un anonimo cubo di blocchi squadrati, un tempo chiari, ora anneriti dalla fuliggine e dai fumi delle cucine, con una piccola cupola sfondata sul tetto. Nei frammenti sparpagliati a terra si intravedono intricati motivi geometrici di un azzurro pallido, forse l’illusione di un cielo limpido.

A giudicare dall’affaccendarsi degli addetti, l’ora di cena è passata da un pezzo. I fuochi di cottura sono spenti, gli enormi pentoloni rovesciati, mentre un ragazzino smilzo, forse figlio di uno dei militari, li pulisce uno ad uno a colpi di spazzolone e sabbia. L’acqua è troppo preziosa per essere sprecata.

Individuo il capo-cuoco seduto su una rampa di scale crollate, intento a sorseggiare da una fiaschetta metallica. Hughes mi dà di gomito, attirando la mia attenzione vagante.

«Puoi corrompere Hershel con le sigarette,» mi informa, dall’alto di chi ha passato già più di un mese a Tiham, contro le mie due settimane scarse.

«Peccato che non fumo,» replico, tirando seccamente su col naso e prospettando già una notte a digiuno.

Hughes rotea gli occhi al cielo e mi piazza in mano una stecca di sigarette, che prendo di riflesso, per poi scuotere la testa.

«Prendile e basta, ne fumo comunque troppe,» mi incita, mettendo a tacere le mie proteste con veemenza.

Le sollevo nella sua direzione in segno di ringraziamento, e dopo cinque minuti passati a contrattare con Hershel, ci avviamo di nuovo fuori, io con una razione sottovuoto indefinibile e senza etichetta, lui intento a fumare quella che sembra la sua ultima sigaretta.

«Hai rimediato solo quello?» sogghigna Hughes, con un cenno del mento verso la scatola di metallo, e io alzo le spalle. «Farsi bistrattare così da un Sergente… dov’è finito il tuo orgoglio, Alchimista di Fuoco?»

«Sotto qualche centinaio di cadaveri bruciati,» replico secco, prima di poter cambiare traiettoria ai miei pensieri.

Mi mordo la lingua quando Hughes ammutolisce, anche se non sembra portarmi rancore. Non lo fa mai, per quanto ne avrebbe tutte le motivazioni, visto il mio umore perennemente scostante. La sua giovialità si smorza, e quasi penso che stia per congedarsi; invece mi segue con le mani in tasca, rimandando probabilmente i suoi vaneggiamenti su Gracia a un momento più ameno.

Ci fermiamo nella parte est dell’accampamento, sotto un’altura scoscesa che funge da difesa naturale. Ai suoi piedi, sono abbattuti i resti di un passaggio coperto un tempo fiancheggiato da colonne, che sono state spostate e usate come rinforzo nelle fortificazioni. Ne rimane una, spezzata, un mozzicone bianco riverso sul terreno brullo. I resti del giardino circostante sono ingialliti, a tratti carbonizzati; l’unico albero è stato sradicato da una bomba, il laghetto è stato prosciugato già da tempo, con le alghe e le ninfee rinsecchite ancora incollate al fondo.

Mi siedo con pesantezza sul capitello scheggiato della colonna. Questo è una sorta di luogo privato, uno dei pochi in cui posso stare davvero solo coi miei pensieri, che spesso si trovano a rievocare l’aspetto originario del giardino, una piccola oasi lussureggiante ora non dissimile dal deserto che la circonda, pronto a inglobarla.

Hughes lo sa, ma si siede comunque accanto a me, sempre senza parlare, e la sua presenza non mi disturba. Apro la scatoletta con un rumore d’alluminio piegato, ne registro di sfuggita il contenuto poco appetibile e recupero comunque il cucchiaio dal tascapane. Non voglio neanche sforzarmi d’immaginare cosa sto mangiando.

Uno sparo riecheggia in lontananza, seguito da una raffica ravvicinata. Molti alzano la testa, ma non c’è allarme; io continuo a mangiare cercando di non ingozzarmi.

Si sente un rimbombo basso, poi un frastuono metallico, simile a uno sferragliare di catene. Un paio di cupi colpi di cannone ci fanno vibrare le ossa, chiudendo la sequenza, poi torna il silenzio. Lo scontro riprende, ma i suoni ci arrivano così flebili da essere coperti dagli schiamazzi del campo.

«Grand non era in permesso?» chiede Hughes, guardando in direzione della battaglia, dove all’orizzonte si intravede di tanto in tanto il chiarore di una trasmutazione.

«Lo ha rifiutato,» rispondo, inghiottendo a forza una cucchiaiata insipida. «Ha detto che “lui serve qui”,» concludo, e non aggiungo altro per non palesare troppo la mia antipatia per l’Alchimista di Ferro e Sangue.

Hughes prevedibilmente si acciglia: so che è di un altro avviso, essendo già stato sotto il suo diretto comando.

«Beh, non ha tutti i torti,» replica, con uno sbuffo che forse è stanchezza, forse frustrazione.

«L’hanno riassegnato a Gunja [2]. Sperano che distrugga la sacca di resistenza,» bevo un po’ d’acqua dal sapore di cloro dalla borraccia, «ma per come la vedo io sta solo distruggendo la sua brigata,» non mi trattengo dal commentare.

«A quanto pare sposteranno a Gunja anche me,» mi rivela, ignorando la frecciatina, e io stringo di riflesso il manico della posata nel sentire questa novità. «Non è ufficiale, ma pare che vogliano riassegnare le truppe, visto che qui la situazione è più “tranquilla”.» [3]

Ci scambiamo uno sguardo, concordi sul fatto che non lo sia neanche lontanamente. Non con gli squadroni del Sangue di Ishvala in giro.

«Quindi anche Hawkeye riparte con te,» deduco, cercando di mostrarmi indifferente e tradendomi già col solo fatto aver posto la domanda.

«Già,» conferma lui, per poi chinarsi coi gomiti sulle ginocchia e scrutarmi a fondo da dietro le lenti. «Se vuoi ringraziarla, devi farlo entro domani. Stanno affrettando i preparativi,» continua poi, e nonostante il tono leggero riesco a percepire la sua curiosità.

«L’ho già ringraziata,» replico, bruciandomi più o meno consapevolmente quella scusa per interessarmi a lei e ingollando l’ultimo boccone del rancio, senza sentirmi più sazio di prima.

«Bene, perché senza di lei ce la saremmo vista brutta.»

«Già… non so come ho fatto a dimenticare il guanto,» butto lì. [4]

Lo so perfettamente, e la risposta la stringo tra le dita sottoforma di fialetta di vetro nella mia tasca. Allento la presa, o finirò per frantumarla.

«È lo stress,» risponde lui, con mio sollievo. «Ti logora fino alle ossa. Forse ti converrebbe tatuarti addosso il tuo scarabocchio come Komanche e Kimbly, così saresti sempre coperto.»

Lo spasmo che mi attraversa il cuore è così forte che temo mi abbia increspato la divisa.

«Non…» la mi voce si estingue, troppo debole. «Mi servirebbe comunque una scintilla; un tatuaggio risolverebbe solo metà del problema e un accendino è meno affidabile della stoffa d’accensione,» concludo infine, domando le mie parole traballanti e adottando un tono di consumata esperienza in materia.

«Ne capisci più tu,» mi concede Hughes, conciliante e ignaro.

E forse nota la mia tensione, nota il pallore del mio volto – forse, sicuramente – ma qui sul campo di battaglia sono normali, anonimi, quasi. Deglutisco saliva e polvere e sposto lo sguardo sul profilo aguzzo della cresta rocciosa.

«A proposito di Hawkeye… vuoi spiegarmi?» mi incalza poi, con un misto di curiosità e divertimento a illuminargli il volto.

Faccio appello al mio autocontrollo e impongo al mio viso di rimanere inespressivo, e alla mia lingua di non diventare tagliente per le connessioni inconsapevoli che sta facendo Hughes. Siamo stati attaccati, lei ci ha salvati, io non avevo il guanto. Chiunque farebbe queste domande, queste osservazioni. Butto fuori un respiro silenzioso e intriso di un vago senso di colpa, perché non dovrei nascondermi di fronte a Hughes.

«Ci siamo conosciuti da bambini, al villaggio dei miei.» [5]

«Siete in confidenza, mi sembra.»

«Io vivevo a East City, da mia zia, lei a Bushmills [6]. Ci vedevamo solo d’estate e per le vacanze di fine anno; giocavamo insieme, studiavamo...» Mi interrompo, temendo che quell’ultima parte possa risvegliare ricordi troppo vividi. «Non c’erano molti bambini della nostra età, e a nessuno piace stare da solo in vacanza,» continuo, scrollando le spalle a minimizzare la questione. «Siamo solo sorpresi di ritrovarci entrambi qui,» concludo, e questa è una verità.

“Sorpreso” non è tuttavia la parola giusta per la gelida pugnalata che mi ha trafitto le viscere nel vederla qui. Con le sfumature d’ambra liquida nei suoi occhi cristallizzate in lastre opache, coi riflessi di variopinte foglie autunnali ora smorte, calpestate da troppi piedi e accumulate ai lati della strada in pile marcescenti.

Non dovrebbe essere qui, anche se ne immagino il motivo; eppure chiederglielo mi terrorizza. Preferisco il tarlo insistente del dubbio a una certezza lancinante.

«Un’amica d’infanzia, insomma,» commenta Hughes, e odio la perspicacia che trapela dalle sue parole, innocentemente provocatoria.

«Sì, un tempo. Ci siamo persi di vista.»

È vero, anche se in modo diverso da quanto lascio intendere. Non ci siamo mai davvero persi di vista, sono solo cambiati i ritmi che regolavano il nostro rapporto; e in un certo qual modo, era più forte quando vedersi era un’occasione rara, speciale, da sfruttare fino in fondo e vivere appieno.

Ricordo l’attesa tra gennaio e giugno, quei sei mesi che sembravano eterni, e poi finalmente il breve lampo di colori – cieli tersi e campi di girasoli e tetti di tegole rossicci – che sembrava evaporare rapido come le pozzanghere dei temporali estivi.

Quando eravamo ancora troppo piccoli per avere il senso dei giorni e dei mesi, tenevamo d’occhio le file infinite di vigneti, sapendo che quando l’uva avrebbe cominciato a scurirsi sarebbe arrivato il momento di salutarci, almeno fino alla prima neve.

D’inverno era più difficile rendersi conto del tempo che passava. Erano due settimane che volavano in un battito di ciglia, con uno scoppiettio di fuochi d’artificio vivaci nel mezzo, e dopo mi rimaneva in bocca il retrogusto dalla cioccolata calda, più amaro di quanto realmente fosse, più amaro con ogni anno che passava.

Poi erano cominciate le estati mancate, gli inverni saltati. Il crescere senza vedersi, il mancarsi e il ritrovarsi adulti, quasi sconosciuti. Il conoscersi troppo, tra una lezione di alchimia e l’altra, il tenersi a distanza, tra un’ora di studio e tre di ozio sotto il gigantesco olmo su cui non ci arrampicavamo da anni, ma che rimaneva ancora il nostro punto d'incontro.

«È stata sfortunata.» La voce di Hughes mi fa sobbalzare. «Come tutti i cadetti diplomati quest’anno,» aggiunge poi, mesto.

«Non sapevo neanche che si fosse iscritta all’Accademia,» mi lascio sfuggire, e faccio di tutto per non incontrare i suoi occhi.

«È normale, se vi siete persi di vista…» osserva lui, sottintendendo il contrario ma avendo la buona grazia di non esplicitarlo.

«Sì, è solo…» Rastrello la mente alla ricerca di una spiegazione coerente. «Bushmills è piccola, le voci girano, tutti sanno tutto di tutti e zia Chris è una pettegola,» alzo le spalle a mo’ di giustificazione, con un mezzo sorriso. «Ha mantenuto qualche contatto lì, ed è strano che non me l’abbia detto. Le sarà sfuggito.»

Hughes non risponde, ma lo vedo sorridere di nascosto e volgo gli occhi al cielo. Lui non insiste, ma so che continuerà a stuzzicarmi al riguardo.

Magari uno di questi giorni gli spiegherò tutto. E capirà che tra noi non è come pensa... non del tutto almeno, o forse è molto di più.

Che quello tra me e Riza è un vincolo basato su presupposti diversi da quelli che uniscono le persone ordinarie: amicizia, affetto, amore, fiducia... sono concetti ora sovrascritti e distorti da formule alchemiche, sabbia e sangue, a siglare un legame indissolubile che solo in parte ha a che vedere coi sentimenti. Che preferiremmo molto, entrambi, essere solo delle persone ordinarie.

Che c’è un motivo dettato dal cuore e non dalla mente, se non ho un cerchio alchemico tatuato sul dorso della mano.

Magari uno di questi giorni glielo dirò. Presto, prima che la guerra ci separi di nuovo.



 
 
Fine Parte I
 
 
 


Note:

[1] Ishval è descritta e rappresentata come una terra desertica; di conseguenza, vi è una forte escursione termica tra il giorno e la notte. Vi sono molte somiglianze con un paese mediorientale, il che mi ha portato a ipotizzare che gli inverni possano essere molto rigidi, come in Iraq, Afghanistan, Siria e altri paesi dove temperature basse e neve sono frequenti anche in zone aride e sabbiose.

[2] Gunja: distretto citato nel manga, dove appunto è stanziato Hughes quando Logue Lowe, guida spirituale degli Ishvaliani, si consegna a Bradley nel tentativo di siglare una pace.

[3] Ricordo che Ishval è un’intera provincia di Amestris. Stando alle mappe, la nazione sarebbe grande all’incirca come la Francia, e in rapporto Ishval sarebbe vasta più o meno quanto la Provenza. Va poi tenuto conto del fatto che la ribellione si è espansa nell’intera East Area, assumendo quindi proporzioni gigantesche e difficilmente controllabili. Si giustifica così la lunga durata della guerra (1908-1909) nonostante gli Alchimisti arruolati. NB: I nomi dei distretti sono quasi tutti di mia invenzione, salvo diversa indicazione.

[4] Riferimento all’episodio riportato nel manga, in cui Roy e Hughes vengono provvidenzialmente salvati da Riza.

[5] Tutto ciò che seguirà qui e nei prossimi capitoli circa il passato di Roy e Riza sono mere speculazioni e frutto di headcanon consolidati negli anni.

[6] Già citato in precedenza, è un villaggio dell’East Area fittizio, anche se il nome richiama una cittadina dell’Irlanda del Nord che ho visitato e da cui ho tratto ispirazione (lì si produce un pregiato whiskey, in quella fittizia vino).

 

Note Dell'Autrice:

Cari Lettori,
arrivo finalmente col successivo capitolo della raccolta, nel quale spero troverete molti riferimenti familiari, prima fra tutti la comparsa di Hughes. Ovviamente nella storia c'è molta speculazione basata sui missing moments, ma spero che apprezzerete la mia visione e gestione dei personaggi. Roy può sembrare un po' distante dalla versione del manga/anime, ma qui ha ancora 22-23 anni, contro i 29-30 del canon, e ho voluto enfatizzare quanto non sia ancora del tutto maturo, né in grado di elaborare ciò che accade attorno a lui e per causa sua.
Tutto ciò che non è chiarito dalle note troverà spiegazione più avanti ;)

Ringrazio enormemente lovelyhinata per aver recensito lo scorso capitolo, e la mia carissima Miryel per il supporto e l'entusiasmo dimostrato per questa storia, oltre che per la fornitura clandestina di fanart per ispirarmi <3
Al prossimo capitolo, spero presto,

-Light-
   
 
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