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Autore: evelyn80    28/09/2019    3 recensioni
Greta e Linda sono due ragazze ventunenni, amiche da quando erano bambine. Entrambe studentesse alla facolta di Lingue e Letterature Straniere all'Università di Milano, coltivano il sogno di diventare interpreti. Nel frattempo, si esercitano nell'uso della lingua inglese ascoltando le loro canzoni rock preferite nel negozio di dischi del padre di Linda, in cui entrambe lavorano nel tempo libero. Mentre Linda è single e corre dietro a ogni ragazzo biondo che incontra, Greta è felicemente fidanzata con Matteo, col quale sta progettando il suo futuro.
Una triste notte di gennaio, però, tutti i suoi sogni più belli si infrangono contro il tronco di un albero. La ragazza, incapace di guardare al futuro, si chiude in se stessa, finché non incontrerà l'uomo che aveva sempre sognato: Terry Kath, il chitarrista dei Chicago.
Innamoratosi di lei a prima vista, Terry cercherà di conquistare Greta finché non riuscirà a riportarla di nuovo alla vita.
Storia direttamente ispirata dalla drabble "Disperazione", tratta dalla raccolta "Melodies" di Kim WinterNight
Genere: Drammatico, Romantico, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Danny Seraphine, Nuovo personaggio, Terry Kath
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Questa storia nasce da un'idea di Kim WinterNight, ed è direttamente correlata alla sua drabble “Disperazione”, contenuta nella raccolta “Melodies” che potete trovare qui: https://efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3810353&i=1
I personaggi di Greta e Matteo, dei quali l'autrice mi ha gentilmente concesso l'utilizzo, sono di sua esclusiva proprietà, mentre gli altri personaggi originali che incontrerete nella storia sono frutto della mia fantasia. I Chicago appartengono solo a loro stessi, e con questo mio scritto non ho inteso offendere nessuno di loro.


Il titolo della storia è ispirato a una canzone dei Chicago, “Alive again”, tratta dall'album Chicago XII meglio noto come “Hot streets”. Le frasi tratte dal testo, che fanno da introduzione alla storia, sono il leitmotiv di tutta quanta la vicenda. Inoltre, ogni capitolo è introdotto da una citazione tratta da altre canzoni, più o meno datate, che hanno una particolare rilevanza all'interno del testo di ogni capitolo.
Oltre al banner principale, anche ogni capitolo avrà un suo piccolo banner, rappresentante un'immagine che viene citata nel testo.
Buona lettura.


 




 

 

Capitolo Due

 

 

Per il dolore è abbastanza un minuto”


Per fare un uomo – Francesco Guccini

 

 

Il rumore secco dello schianto risuonò come uno sparo nel silenzio della mezzanotte passata da poco. Il signor Achille Andreoli, pensionato settantenne che soffriva di insonnia, lo udì perfettamente mentre, supino nel letto, attendeva che Morfeo si degnasse di venirlo a sollevare tra le sue braccia. Si mise a sedere guardandosi attorno, chiedendosi cosa fosse successo. Si voltò a fissare la moglie che dormiva con la guancia schiacciata sul cuscino e la bocca semiaperta, e la scrollò di malagrazia fino a farla svegliare.
«Maria, hai sentito?».
«Che cosa?», biascicò la donna, la voce ancora impastata dal sonno.
«Un botto, fuori nella strada. Secondo me qualcuno si è stampato contro uno di quei maledetti tigli».
«Ma che ne so, io! Stavo dormendo...».
«Sarà meglio andare a vedere?», chiese l'uomo, alzandosi dal letto e cercando la vestaglia a tentoni nella penombra.
«Vacci tu... magari è qualche ubriacone che ha sbandato...». Maria si ributtò sdraiata sul cuscino, ma ormai il marito le aveva interrotto il sonno, così lo sentì ciabattare fino alla porta di casa.
Una volta fuori, Achille si rese subito conto di una sagoma scura accartocciata contro il tronco di uno degli alberi che orlavano Viale Papiniano. Si guardò di nuovo attorno: non c'era nessuno, fuori, oltre a lui. Probabilmente tutti i suoi vicini di casa stavano dormendo il sonno dei giusti e nessuno aveva sentito lo schianto.
Attraversò la strada, senza curarsi della vestaglia che gli svolazzava attorno alle gambe magre e della Fiat 500 gialla che stava sopraggiungendo alla sua destra, unico segno di vita in quel deserto urbano che era Milano all'una di notte. Il conducente fu costretto a rallentare e gli altri tre occupanti dell'automobile fissarono l'ometto attraversare il viale, chiedendosi dove stesse andando a quell'ora della notte con indosso la sola vestaglia. Nessuno dei quattro si avvide della moto schiantata contro il tiglio e la 500 proseguì lungo la strada, il rombo scoppiettante del suo motore a due cilindri come sottofondo.
Una volta giunto dall'altra parte del viale, il signor Achille si rese subito conto che non si trattava di un semplice ubriaco che era andato a sbattere con la macchina, senza gravi conseguenze, come aveva immaginato sua moglie. La Moto Guzzi era ridotta a un ammasso di lamiere e tubi contorti, mentre il suo conducente giaceva sdraiato scompostamente sopra le radici dell'albero. Si chinò per guardarlo meglio e fu costretto a tapparsi la bocca per trattenere un conato di vomito. La testa di quel poveretto era fracassata, i lunghi capelli castano scuro appiccicati al volto per via del sangue che colava copioso. I suoi occhi azzurri fissavano la chioma dell'albero con sguardo ormai vitreo. Era chiaro che non c'era più nulla da fare, per lui, ma seguendo l'istinto l'ometto corse di nuovo verso casa, chiamando la moglie a gran voce.
«Maria! Maria!».
«Che c'è...», rispose la donna con voce lagnosa. Non era ancora riuscita a riaddormentarsi, nell'attesa che il marito rientrasse, e per questo si sentiva abbastanza scocciata.
«Chiama l'ambulanza, presto! È un ragazzo con la moto quello che si è schiantato».
La donna, di colpo totalmente sveglia, saltò giù dal letto e corse, per quanto glielo permettevano le gambe tozze, all'apparecchio in salotto. Con mani tremanti sfogliò l'elenco telefonico finché non trovò il numero dell'Ospedale Fatebenefratelli; e fu con grande fatica che riuscì a spiegare, all'infermiera che le rispose, quello che era successo.
L'ambulanza arrivò venti minuti dopo la sua telefonata ma, come il marito aveva già intuito, il giovanotto era morto sul colpo e i barellieri non poterono fare altro che trasportarlo all'obitorio. La polizia arrivò subito dopo la partenza dell'ambulanza. Gli agenti interrogarono il signor Achille, unico testimone dell'accaduto, che raccontò di aver udito il rumore dello schianto e di essere corso in strada a vedere, trovandosi davanti quella scena tragica.
Dai documenti trovati addosso al cadavere risalirono alla sua identità. Si trattava di Matteo Manzi, ventitré anni, residente nella zona del Parco Lambro. I due agenti in servizio si lanciarono uno sguardo mesto. Dovevano adempiere al compito più gravoso di tutti: dare la notizia della morte di un giovane ai suoi genitori.


 

Greta scese dalla sua Fiat 500 blu scuro, dono del padre quando aveva conseguito la patente, e corse dentro la carrozzeria per salutare sia il genitore sia Matteo. Quando si erano lasciati, la sera prima, aveva avuto voglia di dargli un ultimo bacio, e siccome non c'era riuscita perché il ragazzo era già partito aveva tutta l'intenzione di rimediare quella mattina. Salutò suo papà con un bacio distratto sulla guancia e si guardò attorno in cerca del suo fidanzato. Quando non lo vide si preoccupò: di solito riconosceva il rumore della sua macchina e gli si faceva sempre incontro per primo.
«Papà, dov'è Matteo?», chiese, fissando il padre per la prima volta da quando era entrata.
Il signor Marcello era pallido come uno straccio lavato e non sapeva da che parte guardare. Volgeva lo sguardo ovunque attorno a sé, tranne che sul viso della figlia.
La preoccupazione di Greta si trasformò in panico. «Papà, ti ho fatto una domanda... dov'è Matteo?», ripeté con voce tremante. «Perché non mi rispondi?», aggiunse subito dopo, nel vedere l'esitazione del padre.
L'uomo si passò una mano sul viso, poi la prese per un braccio e la condusse nel suo ufficio. Fu costretto a trascinarla perché Greta non riusciva a muovere le gambe.
«È meglio se ti siedi, figlia mia», riuscì finalmente a dire mentre la forzava a sedere su una delle poltroncine di pelle davanti alla scrivania.
La ragazza lo guardò dritto in faccia, gli occhi verdi sgranati per lo spavento.
«Cosa... cosa è successo a Matteo, papà?», si sforzò ancora di chiedere, balbettando per il terrore.
L'uomo le voltò le spalle prima di parlare. «Mi ha telefonato suo padre, stamattina. Purtroppo... c'è stato un incidente stanotte. Mentre rientrava a casa, ha perso il controllo della moto ed è andato a sbattere contro uno dei tigli di Viale Papiniano».
Le parole del genitore si confusero nella mente di Greta: incidente... sbattere... tigli... Le parve che stesse parlando di uno sconosciuto, non del suo fidanzato. L'uomo aveva continuato a parlare ma la ragazza non lo stava più ascoltando. Ora una sola domanda le ronzava in testa.
«È morto, non è vero... papà?».
Marcello rimase in silenzio, chinando lo sguardo a terra, e la figlia capì che quello era un sì. Matteo non c'era più. Era morto, era andato a schiantarsi con la moto contro un maledetto albero.
Scosse la testa, alzandosi di scatto dalla poltrona. «No, papà, Matteo non può essere morto. Ci dobbiamo sposare, stiamo cercando casa, lo sai».
L'uomo si voltò a guardare la figlia, le lacrime mal trattenute negli occhi grigi. «Mi dispiace, Greta...», riuscì solo a dire.
La ragazza scosse ancora il capo, incredula. «No! Non ti credo! Matteo non è morto. Non è morto, hai capito? Io e lui ci sposeremo e vivremo felici!».
Il signor Marcello fece l'atto di abbracciarla ma lei si ritrasse. Retrocedette finché non andò a sbattere contro la parete di vetro del piccolo ufficio, poi si voltò e corse fuori, verso la sua macchina.
«Greta, aspetta!», le gridò dietro il padre, spaventato all'idea che potesse prendere l'auto e scappare di corsa commettendo qualche avventatezza. Aveva già perso il futuro genero, al quale era molto affezionato. Non poteva permettersi di perdere anche sua figlia. Corse per raggiungerla, ma fu anticipato da Egidio e Carmelinda, appena entrati nel parcheggio della concessionaria. Non appena aveva ricevuto la terribile notizia, l'uomo aveva chiamato l'amico per chiedere conforto e supporto, e lui e la figlia li avevano raggiunti appena in tempo.
Carmelinda corse a raggiungere Greta che stava già spalancando la portiera. La prese per le braccia e la strinse a sé, ma la ragazza si contorse per liberarsi dall'abbraccio.
«Non è morto, Linda!», esclamò, rivolgendosi con rabbia all'amica. «Non può essere morto!».
«Calmati, Greta, ti prego!», replicò Carmelinda, accorata. «Lo so che è difficile da credere, ma purtroppo è così. L'ho letto anche sul giornale, stamattina. C'era una foto della moto e ho riconosciuto la targa. È proprio quella di Matteo».
Greta si contorse, la bocca distorta in una smorfia di dolore. No. Non poteva crederci, non voleva crederci! La sera prima lei e Matteo si erano lasciati con la promessa di trascorrere del tempo insieme. Lui le aveva detto che avrebbero avuto tantissimo tempo a loro disposizione. Non poteva essersene andato, così su due piedi, lasciandola sola e infrangendo le sue promesse.
«Noi dobbiamo sposarci, lo capisci o no?», gridò con voce strozzata, piegata in due tra le braccia di Carmelinda che tentava di sostenerla con tutte le sue forze.
Marcello corse ad aiutare la ragazza, prendendo la figlia tra le sue braccia forti.
«Senti», disse Linda, stringendo le mani dell'amica tra le sue, «se vuoi ti accompagno all'ospedale. Non voglio essere rude proprio in questo momento, ma devi renderti conto con i tuoi occhi e accettare la verità».
Greta scosse la testa: non voleva andare a vedere quel cadavere, chiunque esso fosse. Lei voleva solo aspettare il ritorno di Matteo.
Suo padre, però, insisté. «Linda ha ragione, tesoro. Devi capire che ti stiamo dicendo la verità. Matteo non c'è più e non ritornerà. So che ti sembreremo crudeli, ma prima lo accetterai e prima te ne farai una ragione. Sei giovane, hai ancora una vita davanti...».
Greta scosse le braccia, rifiutandosi di ascoltare le parole del genitore. Lei quella vita la voleva passare con Matteo. Una debolezza improvvisa la assalì e le gambe le cedettero. Suo padre la fece sedere sul sedile del passeggero della sua Fiat 500, mentre Carmelinda si mise al volante. La ragazza mora fissò suo padre per chiedergli il permesso di andare e il signor Egidio annuì, accompagnando poi l'amico Marcello dentro la concessionaria.
Linda lanciò un'occhiata a Greta, seduta scompostamente sul sedile, gli occhi spalancati ma asciutti, quasi spiritati. Con i capelli ramati tutti scompigliati sembrava quasi una strega... o una pazza.
Sperando che la seconda ipotesi non si avverasse mai, la ragazza mise in moto l'auto e si diresse verso il Fatebenefratelli.



Carmelinda sostenne l'amica per tutto il tragitto dal parcheggio fino all'obitorio. Greta sembrava non voler camminare, rifiutava di muovere anche un solo passo, così Linda fu costretta quasi a trascinarla. Avrebbe voluto essere da tutt'altra parte, in quel momento, magari al “Disco d'Oro” ad ascoltare l'ultimo vinile dei Chicago, ma non poteva abbandonare la sua amica nel momento del bisogno, specialmente ora che aveva davvero necessità di rendersi conto che Matteo era morto. Era un compito molto ingrato, quello che le stava toccando, ma non poteva esimersi dal compierlo.
Una volta giunte all'interno della stanzetta, Greta fissò il corpo del ragazzo steso nella bara, con volto impassibile.
«Questo non è Matteo... io te l'avevo detto che non poteva essere morto», sibilò rivolta a nessuno in particolare. Girò sui tacchi e uscì dalla stanza, lasciando Linda a fissarla allibita.
Come poteva non aver riconosciuto il volto del suo fidanzato? Per quanto tumefatto e coperto di ecchimosi, era impossibile confonderlo con qualcun altro. Il suo naso lungo e dritto, il piccolo neo al lato della bocca carnosa... quello era Matteo. E, come se non bastasse, c'erano i suoi genitori seduti accanto al feretro. Carmelinda lanciò loro un'occhiata disperata che si perse nel silenzio greve della saletta, poi corse fuori all'inseguimento dell'amica.
Greta riuscì a uscire all'esterno dell'ospedale, muovendosi su gambe rigide come pezzi di legno ma, una volta fuori, il suo autocontrollo cedette e si accasciò a terra senza nemmeno un lamento. Linda la raggiunse e quando si accorse che era svenuta chiamò a gran voce chiedendo aiuto.
Al suo richiamo accorsero alcuni barellieri, che sollevarono la ragazza priva di sensi e la portarono all'interno della struttura ospedaliera. Carmelinda li seguì, fermandosi poi al telefono a gettoni nell'ingresso per avvertire il padre della sua amica. In cuor suo, sperò che finalmente Greta si fosse resa conto che era tutto vero. Matteo non c'era più.

 

 

Spazio autrice:

Questo capitolo è veramente straziante, lo so. È stato difficile scriverlo, anche se mi sono emozionata molto nel farlo, ma era necessario perché la morte di Matteo è parte integrante della drabble di Kim WinterNight che funge da promotrice a questa storia.
Voglio dare alcune spiegazioni, anche qui:
1) per descrivere l'incidente mi sono rifatta a un altro incidente, avvenuto nei primi anni '80 nella mia zona. Una notte, più o meno verso mezzanotte e mezzo/l'una, un ragazzo in moto sbandò e andò a sbattere contro un tiglio, perdendo la vita sul colpo. Su quel viale extraurbano c'erano poche case, ma in quella di fronte all'albero fatidico viveva un signore che sentì il rumore dello schianto e andò a vedere, in vestaglia, cosa era successo. In quel momento, di ritorno da un concerto, sulla loro automobile i miei genitori stavano tornando a casa, in compagnia di una coppia di amici. Videro l'uomo in vestaglia attraversare di corsa la strada e si chiesero cosa stesse facendo, “quel matto”, fuori a quell'ora di notte in pigiama. Non guardarono verso gli alberi, che tra l'altro rimanevano al buio, e non videro l'incidente. Solo al mattino seppero cosa era successo. Quindi sì, sono loro gli occupanti della 500 gialla, gli ho dedicato un piccolo cammeo, benché in un momento tanto delicato.
2)Viale Papiniano è un viale alberato che esiste davvero, a Milano, così come Parco Lambro. Lo stesso vale per l'Ospedale Fatebenefratelli. Agli inizi del '71 era già attivo e funzionale ed era forse il principale ospedale della città.
3) l'immagine che accompagna questo capitolo non credo abbia bisogno di commenti.
Spero di aver reso verosimile l'angoscia di Greta e il suo rifiuto di accettare la morte di Matteo, perché questo rifiuto riconduce sempre alla drabble di cui sopra.
Al prossimo capitolo.

 

 
  
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