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Autore: _Lightning_    29/10/2019    5 recensioni
[INCOMPIUTA]
«Mi sembrava che ne avessi bisogno,» sussurra Natasha, con voce velata, e Tony sorride appena a quello sfoggio di spavalderia che sanno entrambi essere inutile.
«Decisamente,» non la contraddice, ma aumenta un poco la stretta e sente la sua farsi quasi disperata a sottolineare quanto ne avesse bisogno anche lei.
Come se quell’abbraccio potesse alleggerire il dolore di entrambi, o fonderlo in modo da renderlo più comprensibile, meno oscuro.
Non sa se Natasha lo stia trascinando verso il basso per piantare un ormeggio sicuro, o verso l’alto, a fluttuare incerto a mezz’aria. Ma sfiora la terra con la punta dei piedi e rimane lì, in equilibrio, in bilico con lei.

In un universo in cui lo schiocco ha reciso e distrutto legami, chi è rimasto è costretto a ricostruirli, ritrovarli, o crearne di nuovi, con il costante interrogativo di quanto sia giusto andare avanti quando ci si è lasciati così tanto dietro.
[pre-Endgame // Hurt-comfort // IronWidow + Pepperony // PoV Tony]
Genere: Angst, Hurt/Comfort, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Natasha Romanoff/Vedova Nera, Pepper Potts, Peter Parker/Spider-Man, Tony Stark/Iron Man
Note: Missing Moments, What if? | Avvertimenti: Incompiuta, Tematiche delicate, Violenza
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.3.

Buio
 

 
“For all those born beneath an angry star
Lest we forget how fragile we are

On and on the rain will fall
Like tears from a star
On and on the rain will say
How fragile we are”

 
 [Fragile – Sting]



Dicembre 2018, ex-Avengers Tower, New York
 
Procede a tentoni, privo d’orientamento.

Si aggrappa alle mani che lo toccano senza neanche chiedersi di chi siano, le stringe e cerca di trattenerle anche se sembrano tutte sfaldarsi sotto i suoi polpastrelli, friabili e illusorie. Le uniche che vorrebbe sfiorare non arrivano mai.

Li riconosce così: dalle mani, soprattutto; attraverso i loro gesti. I buffetti impacciati di Rhodey sulla nuca, i suoi palmi ruvidi e saldi che lo sostengono come hanno sempre fatto; le mani ampie e paffute di Happy che gli sorreggono la fronte e gli danno pacche leggere sulla schiena; raramente qualcun altro che non riconosce, più brusco. Forse Banner, meno probabilmente Rogers: poco importa, finché raggiungono lo scopo di non lasciarlo a soffocare per terra in una pozza d’alcool.

Odia il contatto fisico, l’ha sempre odiato con tutto se stesso, se non con quelle poche, pochissime persone a cui lo concedeva di buon grado – e metà di esse adesso sono cenere. Ma quegli sporadici contatti sembrano dargli la forza che sente di non avere. E in fondo, chiusa a doppia mandata in fondo al petto, una piccola parte di lui ha sempre cercato quell’affetto e quell’amore che pensa di non essersi mai davvero guadagnato. Le carezze e i baci di Pepper, le parole che gli sussurrava all’orecchio; quei mezzi abbracci che rimpiangerà per sempre di non aver regalato del tutto a Peter, la sua risata spontanea, contagiosa.

Adesso sono solo fantasmi che gli sfiorano la pelle. Fredda, insensibile. Come se non riuscirà mai più a provare qualcosa di bello in vita sua, come se il suo petto non fosse più adatto ad accogliere alcuna emozione se non i singhiozzi che lo scuotono nel cuore della notte, automatici, privi di lacrime e innescati non appena poggia la testa sul cuscino.

Si aggrappa ad ogni tocco, ad ogni orma di calore che sente addosso, nel tentativo di risvegliarsi e di sentire di nuovo qualcosa che non sia dolore e vuoto – perché anche quella casa è vuota e parla di loro, in ogni metro quadro, e sa che è qui che è scomparsa Pepper, gliel’hanno detto, e ogni volta ha l’impressione che la polvere sia cenere, una patina grigia onnipresente che gli aderisce addosso come una seconda pelle.

Un giorno – ed è dicembre, sa sempre quando è dicembre – le mani che si tendono verso di lui cominciano a sfuggirgli tra le dita. Comincia a non vederle, o a ignorarle. Sprofonda, un millimetro di più ad ogni ticchettio d’orologio. Beve meno, ma in modo più costante, precipitandosi in un torpore perenne e non concentrato in poche, intense ore di oblio completo. Sente persone che vanno e vengono nel suo attico trascurato e smette di salutarle, percepisce le loro mani che gli passano attraverso, e a volte batte le palpebre e si trova teletrasportato a qualche giorno dopo senza sapere come.

Si sveglia e si addormenta senza logica, e vorrebbe solo non abbandonare mai quella parentesi buia che si popola di sogni dolci – non più incubi; quelli ormai si sono avverati tutti – che lo fanno rimanere sospeso sulla realtà. La mattina, quando si sveglia, le sue labbra sanno sempre di sale.
 

 
§
 

Rimane intrappolato in se stesso per mesi. Forse sono solo giorni o settimane, ma ha perso il conto tempo fa.

Ha perso il conto anche di quando, esattamente, il tempo abbia smesso di avere significato, tramutandosi in una lastra di lucido basalto nero privo di dimensioni sulla quale continua ad arrancare. Il principio d’inerzia adesso gli rema contro, perché lui vorrebbe solo sedersi e lasciare che il tempo gli scorra addosso, invece di continuare a inseguirlo come se potesse raggiungerlo. E non può, non ci riuscirà mai, perché si estende all’infinito davanti a sé, e dietro di lui c’è un muro impossibile da infrangere che continua a premergli tra le scapole, doloroso.

Così arranca, un passo dopo l’altro, striscia tra bottiglie vuote, notti insonni, progetti incompiuti che forse non ha mai iniziato per davvero. Non si ricorda neanche più il momento in cui ha smesso di cercare una soluzione i nlaboratorio. In cui ha smesso di fare qualsiasi cosa, quell’istante in cui anche solo varcare la soglia di casa per perdersi tra le strade sfatte di New York ha iniziato a presentarsi come un’impresa impossibile – e poi è toccato a quella della camera da letto, e poi al letto stesso.

Se Rhodey non avesse fatto irruzione nel suo eremo su misura, prendendolo di peso e costringendolo a rimettersi in piedi urlando come un ossesso, è sicuro che avrebbe finito per scomparire, raggomitolato tra le lenzuola e nella conchetta del materasso modellata dal suo corpo deperito. Sarebbe scomparso in silenzio, senza un grido, né un pensiero, annidato nel suo angolo di buio e alcool e false stelle. Come sulla Benatar, lontano da tutti, disperso nel suo cosmo che adesso è personale e gli spalanca gli occhi anche quando vorrebbe solo chiuderli per farli strabordare senza controllo – e invece sono sempre asciutti come carta vetrata.

Solo che Rhodey è arrivato, l’ha sollevato di peso, l’ha forzato prima sotto la doccia ancora vestito e poi a sedersi al tavolo del salone – sterminato, vuoto, spento – facendogli mandar giù a forza qualche boccone sotto il suo occhio vigile. Lui non ha opposto resistenza, o almeno non troppa. Anche se avesse voluto non ne sarebbe stato in grado. Fissa il suo migliore amico con occhi enormi e continua a chiedersi perché si stia ostinando a tenerlo in vita. Non esprime ad alta voce quel pensiero, perché così gli spezzerebbe il cuore e, in fondo, sa benissimo perché lo fa. Forse è solo per quello che si sta lasciando andare a quel modo nel vuoto: perché c’è qualcuno che all’ultimo momento gli impedisce di sfracellarsi a terra, ogni volta.

«Sono contento che tu sia vivo,» gli dice quel giorno dopo secoli di silenzio, mentre segue i suoi movimenti in cucina, col mento poggiato sul dorso delle mani e le braccia conserte sul tavolo come un bambino in punizione.

Sa che suona egoista, detto così. E in parte lo è, ma lui non è abituato a dire certe cose ad alta voce, né Rhodey è abituato a sentirsele dire. Non si gira verso di lui, ma lo sente sospirare.

«Io a volte mi chiedo se tu sia ancora vivo,» sbotta, e c’è un’ombra di pianto represso nella sua voce.

Tony abbassa lo sguardo, colpevole. Non ha visto piangere Rhodey in trent’anni; forse solo quella volta in cui l’ha recuperato in Afghanistan ha avuto gli occhi un po’ lucidi – gioia, lacrime di gioia – e adesso è tutto ciò che gli vede fare. Costantemente, soprattutto attorno a lui.

«Non lo so neanch’io,» mormora contro le proprie nocche, e vi poggia poi la fronte a nascondere del tutto il proprio volto sfatto; la penombra è un sollievo per i suoi occhi affaticati e fotosensibili. «Stavo provando a… a resistere, ma non ha funzionato molto bene,» conclude, schiarendosi la voce, e i suoi occhi scattano involontariamente verso il bancone, calamitati dalle troppe bottiglie semivuote che occhieggiano tentatrici.

È consapevole di essere in condizioni pietose, e a posteriori sente la vergogna risalirgli le guance per aver costretto Rhodey a ripulirlo e renderlo presentabile. Si liscia le ciocche di capelli ancora umide sulla fronte, pettinandole poi all’insù nonostante siano diventate troppo lunghe dopo mesi d’incuria. Si è guardato di sfuggita allo specchio, ed è abbastanza convinto che di ritorno da tre mesi di patimenti avesse un aspetto migliore. Più sano, sicuramente, forse perché dopo quell’esperienza aveva ricominciato a vivere, e non a morire come sta facendo ora, un minuto alla volta.

«Come ti senti, adesso?» cambia argomento Rhodey, riponendo il canovaccio e poggiandosi al bancone della cucina a braccia incrociate, a distanza. «Fisicamente,» specifica poi.

«Un po’ più vivo. Fisicamente,» replica lui con parole strascicate, senza alzare la testa come se fosse a risparmio energia. «Sei una frana a fare i pancake, ma apprezzo lo sforzo,» continua poi, con un sorrisetto celato e sinceramente riconoscente nonostante il tono ironico.

Lo sente sbuffare divertito.

«Ha parlato Master Chef,» lo rimbrotta, e Tony non alza lo sguardo per paura di stare solo immaginando il sorriso che intuisce sul suo volto.

«Avevo una specializzazione d’onore in omelettes, quelle sono molto più difficili dei pancake,» ribatte, forzando la voce in modo da renderla briosa, con scarso successo.

Lo sente quasi trattenere il fiato, e rinuncia a proseguire su quella linea inutilmente vivace. Continua a premere il volto contro il tavolino, ad attutire il mal di testa da dopo sbornia. Se davvero può parlare di “dopo” sbornia, perché non c’è mai un momento in cui si senta del tutto sobrio.

«Tones, io non so più cosa fare con te,» sbotta Rhodes, senza preavviso, e lo sente agitarsi sul posto, le suole delle scarpe che strusciano contro il pavimento. «Hai perso ancora peso e hai il fegato gonfio, credo... se continui così dovrò portarti in ospedale,» continua, più nervoso.

«Stai chiedendo alla persona sbagliata, se cerchi una soluzione,» replica serafico lui, senza più sforzarsi di articolare chiaramente le parole e ignorando l’ultima frase.

«Ma deve esserci,» ribatte lui, stentoreo.

«I miei calcoli dicono il contrario, e sono ancora in grado di…»

«No, non sto parlando di quello, Tony, ma di te,» lo interrompe Rhodey, e sembra infervorarsi di nuovo. «Una soluzione per te. E non è l’alcol. Dovresti parlare… con qualcuno. Non con me, perché sai benissimo che sono incapace. Fare come… come dopo New York,» insiste, e Tony sa perfettamente che si sta arrampicando su specchi e false speranze.

«Rhod, dopo quello che è successo anche i terapisti hanno bisogno di terapisti, non…» risucchia un sospiro svogliato. «Non è un qualcosa che si può “risolvere”. Né aggiustare. Non lo faccio neanche apposta. Non voglio stare così,» aggiunge, scoprendo gli occhi senza guardarlo, fissando lo skyline fuori dalle vetrate e poggiando di nuovo il mento sul dorso delle mani. «So che non mi credi, ma…»

«Ti credo. Ti credo,» ribatte Rhodey, passandosi una mano sulla bocca inclinata verso il basso per la preoccupazione, poi si stacca dal suo appoggio e gli si avvicina, sedendosi sul tavolo accanto a lui. «Ma ci dev’essere qualcosa che potrebbe farti stare meglio. A parte…»

«… l’impossibile,» completa Tony, amaramente, senza muoversi ma volgendo ora gli occhi verso di lui, sapendo che si sono appannati. «Tu,» risponde poi, sbuffando e riprendendo il filo del discorso. «Anche Happy. E non mi far diventare melenso, così mi sto già rovinando la reputazione, se ancora ne ho una,» si affretta ad aggiungere, contraendo appena le dita e sentendosi esposto, come ogni volta che tenta di usare le parole al posto delle azioni.

«Avere gente intorno,» dice Rhodey, con cauta lentezza, e forse un pizzico di calore in più dopo quelle parole.

Tony annuisce appena, per poi sospirare pesantemente, stropicciandosi la pelle in mezzo alle sopracciglia con un gesto esausto.

«Divento autodistruttivo, da solo. Lo sai,» si costringe ad ammettere, e preannuncia la replica dell’amico.

«Lo so, è proprio per questo che non volevo che lasciassi il Complesso,» ribatte infatti, piccato, e Tony è sicuro che stia trattenendo un “te l’avevo detto” esplicito solo perché è troppo arrabbiato per buttarla sul ridere.

Sfugge al suo sguardo accusatore e schiocca la lingua, a corto di parole.

«Lo sapevo anch’io, ma… credo fosse un passaggio obbligato, in un certo senso,» dice, sottovoce.

Sente Rhodey inspirare a fondo, ed è decisamente incazzato. Quando è incazzato, Rhodey tende a usare i pugni al posto delle parole, così si affretta a proseguire:

«Se n’erano comunque andati tutti, non faceva molta…»

«Ora sono tornati. Alcuni, almeno. Il Complesso funge di nuovo da base operativa,» lo interrompe lui, e per un istante sembra quasi rallegrato, come se riunire i Vendicatori superstiti potesse fare una qualche differenza.

«Base operativa per cosa, esattamente?» chiede, cercando di non suonare troppo sarcastico.

«Per il poco che possiamo ancora fare. Non ti sto dicendo di tornare ad essere Iron Man, ma almeno torna da noi. Anche se non siamo più i Vendicatori, proviamo comunque ad andare avanti,» continua, con più veemenza e, Tony lo sa, una punta di speranza.

«Andare avanti…» ripete scettico, facendo aderire un palmo al piano lucido del tavolino, prendendolo come appoggio solido in un mondo che ancora traballa leggermente. «Ci devo pensare. Non mi sembra una soluzione, solo un modo per tenermi meglio d’occhio,» sbuffa, senza nascondere l’irritazione.

«Infatti è anche per quello,» non nega Rhodey, e gli posa una mano proprio sul polso, facendolo sussultare e inviandogli una scarica di fredda elettricità lungo la spina dorsale.

Gli sembra che il piccolo marchio roseo sul polso inizi a pulsare con violenza, come quando vi era ancora infisso il coccio affilato. Si aspetta un commento da un istante all’altro, ma Rhodey, cosciente o meno di quel quasi-incidente, si limita a stringerlo appena in quello che, lo capisce in ritardo, è un gesto per cercare conforto, non per darlo.

«Ho mantenuto la promessa,» si trova a dire Tony, con la gola stretta e piena di bugie, perché è stato più volte a un passo dall’infrangerla, frenato solo da voci che non avrebbe neanche dovuto sentire.

Rhodey annuisce in silenzio, meccanicamente, e Tony capisce che non vuole neanche discuterne, di quello. Non vuole prendere in considerazione quell’eventualità, anche se probabilmente l’ha tormentato in ogni istante in cui non è stato lì con lui, vedendolo coi propri occhi ancora vivo.

«Non ho mai avuto molto, Tones, e il poco che avevo l’ho perso quasi tutto nella Decimazione,» dice poi, semplicemente, aumentando la presa sul suo polso e arricciando le labbra nel fissarlo.

Lui non riesce a sostenere il suo sguardo e si limita ad annuire, poggiando poi la fronte sul dorso della sua mano, che ancora gli stringe il polso. Si sente uno schifo – fin troppo se stesso – per non aver pensato a lui, alle conseguenze che ha dovuto affrontare, come tutti gli altri. Rhodey ha sempre considerato gli Stark la propria famiglia, per quanto disfunzionale, e loro due sono diventati fratelli d’elezione – ma ciò non vuol dire che non abbia sofferto nel perdere la sua vera famiglia [1]. Forse l’ha reso solo più difficile, realizza, pensando a quanto a lui ancora faccia male il cuore nel pensare a Howard, nonostante tutto il rimprovero e l’ambiguità che si è lasciato alle spalle per posarli sulle sue.

«Va bene, Rhod,» mormora infine, accomodante, il capo ancora chino contro le sue nocche a trarne supporto. «Ci penso. Dammi solo un po’ di tempo.»

Quasi gli viene da ridere, perché è esattamente quello, che vorrebbe fermare o riavvolgere. Sente Rhodey che respira a fondo varie volte, a cadenzare la propria indecisione.

«Non aspettare troppo, o ti vengo a prendere di peso,» conclude, con un tono che sa già di sconfitta.

«Basta che non mi butti di nuovo nella vasca da bagno,» sorride appena lui, sbuffando una risata stanca.

«Quello non posso promettertelo,» ribatte, e gli strofina i capelli sulla nuca in una carezza ruvida e rassicurante rimasta identica per trent’anni.
 

 
§

 
Evidentemente ha aspettato troppo, perché qualche giorno – settimana? – dopo, mentre si sta ancora chiedendo come diavolo sia finito per terra ai piedi del proprio armadio, sente il trillo dell’ascensore in soggiorno. Non si odono imprecazioni, né passi pesanti, né Tones gridati con voce minacciosa e preoccupata al contempo, quindi non è sicuro che sia Rhodey.

Rilascia un lamento esasperato, chiedendosi quanti miliardi di persone – se davvero ne sono rimaste così tante al mondo – abbiano il codice d’accesso per casa sua. Fa leva su un gomito per alzarsi, riuscendo solo ad scollare la testa dal pavimento e a rimescolarsi i pensieri ancora liquidi di scotch. La bottiglia giace sul comodino, semivuota, non più così invitante dopo essere rotolato malamente giù dal letto. Il mondo beccheggia e s’impenna, e vede che deve essere sera, o tardo pomeriggio – è ancora inverno? Il pavimento congelato che gli preme sul lembo d’addome scoperto gli risponde di sì – e le luci di New York sono accese – in parte, troppo poche, coi ponti ridotti a reticoli neri e contorti nel crepuscolo. Niente luminarie natalizie, quest’anno, e potrebbe essere l’unico miglioramento nel mondo post-Decimazione.

Emette un altro lamento, più acuto, quando la sua porta si schiude e viene accecato dal bagliore che immette nella stanza. Strizza gli occhi contro la lama luce che fende la penombra, senza riuscire a distinguere il nuovo arrivato, ma stabilendo con parziale certezza che, vista la stazza, non sia Rhodey, né Happy.

Poi sente dei passi leggeri, in punta di piedi, e batte le palpebre in un moto d’incredulità nel distinguere meglio quella sagoma minuta che gli si sta avvicinando.

«Romanov?» mormora lentamente ogni sillaba, a malapena comprensibile, e un capogiro lo invoglia a poggiare di nuovo la testa sul pavimento, guardandola sbilenco dal basso.

«Ehi, playboy,» sospira lei con voce più grave di quanto ricordasse.

Si accovaccia di fronte a lui, permettendo alla luce di delinearle il profilo del volto stanco, le labbra piegate in un piccolo sorriso smorto.

«Ti sono mancata?»




 


Note:

[1] Le dinamiche familiari di Rhodes nei fumetti sono piuttosto intricate e ho preferito semplificare il tutto, visto che invece nel MCU non si sa assolutamente nulla. Basti sapere che ha un rapporto conflittuale in particolare la sorella, che non vede per molti anni finché non viene a sapere della sua morte in circostanze tragiche (qui assimilate alla Decimazione).



Note dell'Autrice:

Cari Lettori,
prima o poi la cara Nat doveva pur entrare in scena, e spero che sia stata una svolta gradita. Le sue vicissitudini, ve lo preannuncio, non saranno chiarite del tutto ancora per un bel po', e si divertirà lei stessa a tenere sulle spine sia voi che Tony.
Ora, mi aspetto una standing ovation per Rhodey e per la pazienza che quel povero cristo dimostra con Tony, che ovviamente dovrà ripagargli tutti i danni psicologici, prima o poi.
Da qui in poi, la storia entra nel vivo, se così si può dire, e ciò significa che i due martiri di turno ne dovranno passare delle belle ;)

Ringrazio immensamente tutti voi che avete recensito fin qui e tutti coloro che hanno aggiunto la storia alle loro liste <3 Questa è una storia che sto curando con particolare premura, quindi mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensate, a prescindere dalla lunghezza del commento: ogni parola conta ed è motivo per migliorarsi <3

Detto questo, vi aspetto al prossimo capitolo!

-Light-

P.S. Per chi segue o ha già letto la versione su Wattpad: sottolineo che quella è in tutto e per tutto una bozza/modo per vederla "su carta" prima della stesura definitiva, e che quindi vi saranno discrepanze tra le due versioni, probabilmente sempre più incisive col passare dei capitoli e soprattutto in relazione alla cronologia della storia, che è cambiata in corso d'opera.
   
 
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