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Autore: Lalushka85    27/12/2020    2 recensioni
Ciao a tutti!
Mi chiamo Laura, sono da molti anni una scrittrice di fanfiction a tema "City Hunter", ma questa che vi propongo e' una storia originale.
L'ho scritta ormai tantissimi anni fa e mi sono detta...mah, perche' no...vediamo un po' che ne pensa il pubblico!
E' una storia di stampo romantico con risvolti drammatici che si presta bene ad un seguito che, volendo, ci sarebbe pure!
Beh...buona lettura!
Genere: Introspettivo, Mistero, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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-Ci siamo. -
Sospiro sconsolata quando alzo gli occhi e incontro il riverbero delle decorazioni.
Le hanno montate da poco più di una settimana, ma le hanno accese solo oggi perche' a quanto pare c'è una data che deve essere rispettata dall'intera nazione.
Mi hanno pure invitato nella piazza principale per assistere all’accensione dell’albero, ma ho declinato dicendo di essere raffreddata.
 
Di nuovo abbasso gli occhi sul libro:un giallo di poco più di cinquecento pagine.
Avrebbe potuto tenermi compagnia almeno per una settimana, ma non è nelle mie corde: e farcito di termini e descrizioni tecniche a cui fatico a star dietro e la storia ha dei risvolti troppo sanguinolenti, quel che è peggio e che per uno dei miei principi incrollabili non posso lasciarlo a metà e temo che alla velocità con cui sto andando avanti me lo porterò dietro almeno fino all' anno nuovo.
Guardo con desiderio alla pila di altre letture a cui avrei voluto dedicarmi durante queste vacanze invernali.
 
"Un thriller brillante, impossibile smettere di leggerlo"
 
Troneggia a caratteri cubitali sotto al titolo e al nome dell’autrice.
Forse la cosa più brillante di questo malloppo è proprio la copertina.
Avrei voglia di scaraventarlo contro qualche muro, ma non è mio così mi limito a chiuderlo ed appoggiarlo con un pezzo di carta tra le pagine per tenere il segno senza piegare le pagine lasciando quegli antiestetici e odiosi “orecchi”.
 
Si è alzato il vento, lo sento ululare inquietante.
 
Forse è meglio se abbasso le tapparelle: fa freddo e poi è già buio pesto anche se non sono neanche le quattro.
Rabbrividisco quando scalcio via il plaid.
Fuori, in terrazza, le piante tremano più di me o forse, martirizzate dal gelo, ormai non sentono più nulla.
Sembra che portare il nome di un fiore non sia una garanzia, e pensare che credevo di avere il pollice verde!
La realtà è che sono stata abituata troppo bene a casa mia, ho scoperto a mie spese che era il clima a far tutto al posto mio: una miscela armoniosa di aria frizzantina, sole e pioggia.
 
Mai come adesso mi sembrano lontani i tempi in cui quella casetta, in posizione privilegiata rispetto al resto del paese, era tutto il mio mondo.
 
-La neve, no, di nuovo. -
Borbotto stizzita.
Non mi ero accorta che ci fosse stata una spolveratina, spero che si sciolga e che stanotte non replichi anche se temo che con le temperature
in picchiata i fiocchi si cristallizzeranno in gelo e non riuscirò a mantenere l’equilibrio.
Solo la scorsa settimana ho rischiato di piantare il culo per terra almeno cinque volte al giorno - ed è una stima al ribasso.
 
Piombo di nuovo sul divano.
Mozart, il mio persiano bianco, non fa una piega.
Basta che non gli arrivi un calcio e per lui va tutto bene.
Avevo letto da qualche parte che i gatti soffrono se li si sposta dal luogo in cui sono cresciuti, ma immagino che lui si sia reso conto del nostro
trasloco solo perché, pochi istanti prima del nostro ingresso nel condominio, è riuscito a fuggire dal trasportino e si è rifugiato sull'unico
albero del cortile, un tronco talmente spoglio da sembrare secco, e forse morto lo era davvero se poche settimane dopo sono stata svegliata di prima mattina dal vociare di alcuni operai che lo stavano tagliando.
Era una pena vedere il mio gattone lassù: guardava verso di me e miagolava disperato, come se si fosse già pentito della sua bravata.
Io mi sono fatta prendere dal panico e mentre lo imploravo di scendere giù cercavo di raggiungerlo con saltelli inutili e storti che avevano il solo effetto
di farmi sembrare più sgraziata di quanto io non sia solitamente.
Forse facevo davvero pena se un ragazzo, che poi ho scoperto essere uno dei miei vicini, mi si è avvicinato e con quattro agili movimenti, mettendo i
piedi negli incavi giusti e riuscito a raggiungerlo e a riportarlo tra le mie braccia.
Credo e spero che quella sia stata l’unica avventura della vita del mio micio: poco mi importa se ha sette vite, io ne ho solo una.
 
Sono io quella attaccata ai luoghi fisici: sono cresciuta ai bordi di un lago e quando ne sono stata strappata, per molto tempo non sono riuscita a farmene una ragione.
Odiavo l’uomo che non conoscevo e che mi aveva allontanato dalla mia amorevole famiglia, detestavo tutto del posto in cui mi aveva portato anche
se avevo una stanzetta tutta per me e la natura rigogliosa intorno.
Adesso non faccio che struggermi di nostalgia e non so se mi abituerò mai a questo appartamentino freddo e spoglio, l’unico che sia riuscita a permettermi col magro budget preventivato per l’affitto.
“L’albero, devi fare l’albero.”
Ripete ossessivamente una vocina dentro la mia testa.
-Finisco il capitolo poi basta, giuro. -
Parlo da sola, ma non me ne preoccupo.
Mi trovo molto più stimolante di tanta gente che ho incontrato per la mia strada…
Purtroppo, mancano solo un paio di pagine e così, prima che me ne renda conto, mi trovo ad afferrare il cartone alto e smilzo che contiene l’abete acquistato ieri al discount sotto casa.
-Forza tu, vieni qui. -
Mi sento una maestra cattiva che prende per un orecchio un allievo indisciplinato.
E pensare che non ho mai approvato simili metodi da trogloditi!
Il nastro adesivo viene via con facilità, ma quando afferro la punta, non solo l’alberello non si schioda di un millimetro dal suo sarcofago, ma mi resta in mano una manciata di aghi di carta lucidati con poca cura.
Sventro la scatola e scopro che i rami sono saldamente ancorati da metri di fil di ferro.
-Ottimo acquisto. -
Mormoro quando dopo interminabili minuti di intenso e doloroso lavoro, l’alberello emerge in tutto il suo splendore.
È irrimediabilmente storto, spelacchiato ed emana un forte odore chimico.
Credo proprio di aver capito perché era in offerta…
Avrei potuto spenderli meglio quei soldi, magari in una bella spesa ed invece ho voluto mantenere una stupida promessa.
Fortuna che per gli addobbi non ho dovuto tirar fuori un centesimo.
In uno scatolone colorato, sotto innumerevoli strati di carta con le bolle, riposa una collezione di preziose sfere di cristallo.
Lontano cimelio di una famiglia ancora più distante che adesso non esiste più.
Le avevo nascoste in soffitta, nome altisonante per un sottotetto buio e umido in cui le cose ammuffiscono con una velocità che fa quasi paura.
Avrei voluto che restassero lì, lontane dagli occhi e anche dal cuore.
 
Ed invece puntuale come ogni anno, è arrivato dicembre.
 
Ho cercato di ignorarlo, non ho neanche cambiato pagina al calendario.
Ho provato a far finta che il tempo non passasse, ma il tempo è stato molto più furbo di me.
Il tempo passa e sa come fregarsene delle persone e dei loro sentimenti.
 
Mi sento a disagio a maneggiarle queste decorazioni, soprattutto se penso che le ultime dita a sfiorarle sono state le sue.
Era strano vederlo con quelle cosette fragili tra le mani, lui che sembrava una strana accozzaglia di bestie feroci: biondo e con una gran criniera da
leone, alto e forte come un orso.
Quando ci vedevano insieme nessuno credeva che fossi sua figlia.
Ma che animo gentile era il suo: era lui che credeva nel Natale e nel suo spirito, lui che sperava che tutto fosse possibile, lui che mi è stato accanto
anche quando gli facevo la guerra, lui che ha salvato la mia vita quando invece avrei meritato di essere lasciata al mio destino, lui che è morto solo
per colpa mia.
 
Uno scalpiccio veloce e leggero oltrepassa la rampa di scale di là dalla mia porta.
Immagino che sia qualcuno che abita al quinto piano, ma c’è solo una persona di cui vorrei aver sentito i passi in questo momento.
Andres.
Le porte di ingresso delle nostre case si affacciano sullo stesso pianerottolo, lui ha salvato Mozart e porta il sole nella mia vita anche con un solo minuscolo gesto.
Ormai manca da casa da più un mese.
So che è uno spirito libero, ed immagino che sappia cavarsela da solo e che non abbia più bisogno di una balia.
La verità è che mi manca terribilmente, uno dei pochi visi amici nell’oceano di indifferenza della città.
 
Non devo pensarci, mi sembra di impazzire…
La musica nelle orecchie.
Rock acido.
Faccio scorrere l’indice sulla ghiera impostando al massimo il volume.
 
Immagino che non dovrei, perché io con l’udito ci lavoro.
In realtà vorrei fuggire, scappare via, non sentire più nulla..
 
Capisco che il viso mi si bagna, una lacrima mi scorre fin sotto il collo.
Silenziosa.
 
Immagino che sia il cuore che grida di disperazione.
   
 
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