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Autore: Alarnis    29/12/2020    1 recensioni
"Quel giorno fu lei a restare ferita, solo ora se ne rendeva conto."
Genere: Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Ogni riferimento a persone e luoghi esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Vi auguro una buona lettura e di commentare se vi farà piacere ^_^
Il vostro parere per me è molto importante e mi aiuterà senz'altro a migliorare. 

 

 
 

ANTEFATTO

“Cerchiamo Lavinia!” esclamò allegro Guglielmo, concedendo due energici colpetti al collo del suo scuro stallone, che sembrò nitrire in risposta.
La sua pupilla era troppo svelta e dinamica, pensò con un misto di apprensione e orgoglio. Gregorio al contrario sembrava annoiato di cavalcare, quasi offeso di doverli accompagnare; preda del tipico malumore ed insofferenza dell’adolescenza, rifletté Guglielmo.
Lo spirito della ragazza era simile al suo: avventuroso e amante delle sfide. “Tuo padre sarebbe orgoglioso!” pensò con nostalgia all’amico, compagno d’armi in mille incursioni e battaglie, morto quando Lavinia e Gregorio erano ancora piccoli.
Lavinia avrebbe risposto al suo invito alla caccia con una preda d’eccezione, ne era sicuro! Ma quella zona era nuova per loro, quindi la ragazza avrebbe dovuto essere prudente nell’allontanarsi. Re Bressano, infatti, aveva onorato la loro famiglia, i Montetardo, del suo favore con il titolo di conte; concedendogli Raucelio e le terre che comprendeva, in aggiunta al soldo con cui erano stati ingaggiati.
Tuttavia l’assenza di Lavinia, era una buona occasione per spendere un po’ di tempo con Gregorio, che del resto sembrava rispettosamente ignorarlo, cavalcando metri addietro; scortato silenziosamente dal proprio seguito personale. Cinque guardie a cui mai rinunciava negli spostamenti: Mavio, Gherardo, Bastiano, Ottavio e Ubaldo. Non che Gregorio fosse un vigliacco, ma era egocentrico ed egoista, oltre che poco incline ad approvare le passioni altrui, come poteva essere per Guglielmo la caccia. Del resto Gregorio non sentiva Guglielmo né zio né un secondo padre, nonostante il passare degli anni, che avrebbero dovuto creare tra loro reciproco affetto. Per lo meno Gregorio era limpido a non farne mistero, esternandolo verbalmente senza vergogna.
Guglielmo se ne rammaricava spesso, anche se il carattere schivo di Gregorio non attirava il suo favore; tanto tendeva a restare nelle retrovie; non si scopriva mai, quasi preferisse agire nell’ombra.
Guglielmo lo distanziò, quasi disprezzando quella pigrizia, che non condivideva; pronto com’era a ogni allenamento del fisico e della mente e, quella prateria era un invito irrinunciabile.
L’aria era calda e ristorava le guance con il suo calore, scaldandogli la leggera barba chiara che gli sagomava il viso. Il vento soffiava leggero, sembrando accogliere con benevolenza quella cavalcata, facendo ondeggiare i capelli ormai più bianchi che biondi.
Era una zona, ampia e omogenea, decisamente più ariosa rispetto alle cupe foreste di Montetardo, dove solitamente trascorrevano i congedi.
Una foresta di faggi in lontananza lo incuriosì; lo stesso doveva essere stato per Lavinia. Meglio controllare! si disse dinamico, avviando il cavallo, mentre una lepre fuggiva veloce a balzi e spariva volatilizzandosi così com’era apparsa. Guglielmo sorrise, alzando il labbro superiore in una smorfia: scappasse da Lavinia?
Uno stormo d’anatre selvatiche librò in volo sopra di lui; le loro ombre danzarono al suolo, stupendo con il fascino delle loro ali aperte anche i soldati e Gregorio.
Improvvisa, una richiesta di aiuto gli giunse alle orecchie. Frenò il proprio cavallo, tendendo le redini per sollecitarne la risposta.
Era un grido di fanciullo. Doveva essere in pericolo.
Il secondo grido, più distinto, allarmò anche il seguito. Una guardia, Mavio, si staccò dal gruppo per attendere istruzioni, in risposta al suo gesto di stallo.
A dispetto del suo ruolo e titolo, la situazione chiedeva un suo intervento.
Riuscì a scorgere la scena che cercava: un grosso cinghiale stava caricando un ragazzino, pietrificato nei movimenti; la schiena addossata ad un albero.
La guardia concitata additò la scena, descrivendola ai compagni rimasti indietro, in arrivo assieme a Gregorio.
L’animale era ferito; sanguinava e, per questo era aggressivo e incontrollabile. Una grossa freccia lo infastidiva sul collo ma non era sufficiente a privarlo delle forze e limitarne la reazione furiosa.
Guglielmo si maledì di sapere di chi, con tutta probabilità, fosse quella freccia, Lavinia!
Un cacciatore esperto non avrebbe risparmiato una preda ferita, o piuttosto l’avrebbe braccata per poi ostentarla. Probabilmente la pupilla non s’era nemmeno accorta fosse andata a segno: ne disprezzò l’incauto agire.
Doveva intervenire per forza, ma una prima spallata dell’animale travolse il ragazzino che si accasciò a lato dell’albero, con un urto che Guglielmo pensò potesse averlo ucciso.
Nonostante la cautela consigliata da Mavio, Guglielmo scese veloce da cavallo urlando contro la bestia e sfoderata la spada minacciò un’azione, sferzando l’aria, per allontanarla e distoglierla da una nuova carica.
L’animale scartò, sembrò rabbrividire, dondolò il dorso con fastidio e, disturbato dall’agire di Guglielmo che lesse come una minaccia, gli si rivolse contro deciso. Il grugno che fiutava l’aria e sembrava annusare con fastidio l’odore dell’umano, disprezzando quella nuova intrusione.
Guglielmo l’affrontò prima che fosse troppo tardi per il fanciullo.
“Pensa a lui!” urlò a Gregorio, che svogliato in sella al cavallo, si limitava a guardare, a distanza. Nel viso del pupillo lesse un proposito indegno; fosse troppo pericolo rischiare per un nessuno.
Mavio tentò l’avanzata ma indietreggiò quando la bestia sembrò concentrarsi su di lui.
Guglielmo fece da solo. Si fiondò su di lei, riuscendo a conficcare mortalmente la sua lama, rischiando un corpo a corpo.
La tensione nell’aria sembrò sciogliersi con il plauso dei soldati, di fronte alla sua azione e all’immagine del cinghiale a terra, con l’occhio sbarrato.
Ignorò quei complimenti, accorrendo a portare aiuto; sincerandosi delle condizioni del giovinetto.
Restò colpito dalla dolcezza di quel volto.
Istintivamente Guglielmo pulì il sangue che macchiava la pelle sotto la stoffa lacerata sulla spalla sinistra urtata da una zanna. Una chiazza scura rendeva evidente il colpo che il ragazzino aveva subito al braccio, nonostante avesse tentato di difendersi. Ascoltò il cuore: batteva!
Scostò i capelli dalla fronte, scoprendo tratti del viso morbidi del biancore del latte.
“Sei salvo!” lo rassicurò, sollevandolo tra le forti braccia.
Gregorio s’era finalmente degnato di avvicinarsi, ma sembrava più curioso del cinghiale abbattuto che del fanciullo quasi morto, salvo fissarlo quasi con invidia per la premura che sembrava dimostrare Guglielmo nei suoi confronti.
Mavio accorse per aiutarlo facendo l’atto di chiedere il giovinetto in consegna “Posso occuparmene io, signore!”.
“E’ sotto la mia protezione. Fa’ che sia curato al castello!” proclamò la sua benevolenza. Lo accomodò tra le braccia di Mavio, che robusto di fisico lo ricevette con cura, mentre Guglielmo avvertiva il resto del gruppo “Troviamo Lavinia!”.
   
 
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