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Autore: Trix_    21/05/2021    3 recensioni
Campagna inglese, inizi del '900. June ha sedici anni quando viene adottata dalla vedova Chandler: un evento insolito per una ragazza della sua età, ormai rassegnata a una vita in cui avrebbe dovuto cavarsela da sola. Tuttavia, arrivata alla tenuta della sua nuova famiglia, nulla di ciò che vi trova è quanto si era aspettato. La vedova Chandler non è una vecchia signora inglese, anzi: ama farsi chiamare zia Yoko ed è un'eccentrica, scandalosa e coltissima donna giapponese.
La sua casa è un luogo di rifugio per coloro che vivono ai margini della società, ben lontana dal caos di Londra.
Zia Yoko, però, è un cubo dalle mille facce. Il suo odio per le ingiustizie non si limita a garantire una tranquilla vita di campagna ai reietti, ma si tramuta in vendetta fredda e premeditata. In un mondo dove gli ultimi e i diversi non hanno voce, esiste un sottobosco che cerca di sopravvivere come può.
June sarà disposta ad aiutarla?
Genere: Malinconico, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate | Contesto: Età vittoriana/Inghilterra
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2.
 
 

Mille domande le vorticavano in testa. Una parte di lei si era convinta che avrebbe avuto una camera tutta sua, che sarebbe stata la figlioccia di zia Yoko, eppure la donna aveva parlato con chiarezza: quella era la loro stanza.

La camera era una mansarda inondata dal sole, con mobili e pavimento di legno chiaro e un tetto spiovente in cui si apriva un'ampia finestra che permetteva di guardare il cielo. A invaderle le narici fu l'odore delle ortensie dai petali lilla e azzurri che decoravano il finestrato, e dei glicini che picchiettavano i vetri.

Oltre all'armadio erano presenti due letti ai lati opposti. Dominique si lasciò crollare su quello di destra, pertanto June immaginò che le sarebbe toccato l'altro. Si accomodò, rigida, sul bordo del materasso e si schiarì la voce per rompere il silenzio.

"Lavori qui da molto?"

"Io qui non ci lavoro. Non proprio." Dominique si sollevò sui gomiti e le lanciò un'occhiata da furetto intelligente. "Zia Yoko non te l'ha detto?"

"Detto cosa?"

"È per il colore della mia pelle, vero?" La domestica che non era una domestica si fece di colpo ostile e la tranciò con un'occhiataccia. "La ragazzina bianca crede che dovrei starmene in un angolo a ripetere a pappagallo 'Sì, padrona' e 'No, padrona', spazzolarle i capelli, portarle la colazione e lavarle le mutande?"

Le guance di June si fecero roventi e scosse con forza la testa, balbettando una profusione di scuse che, per quanto sentite, le suonarono solo vuote e stupide.

La linea aggressiva delle labbra di Dominique si sciolse in un sorriso, un lampo bianco nella carnagione. "Dovresti vedere la tua faccia." Pescò una fogliolina di fragola dalla ciotola e gliela tirò. "Scherzavo. Più o meno. Cioè, non è colpa tua, ma siete abituati a vederci o come tappezzeria servile o come lavoratrici di strada. Indosso l'uniforme solo per salvare le apparenze ed evitare che donnette bianche e piene di boria come quella che ti ha portata qui infastidiscano la zia. Le devo tutto, non vorrei crearle problemi. Ma non azzardarti a dirglielo, eh! Prova a insinuare che non sappia fare qualcosa e la manderai su tutte le furie."

"È molto orgogliosa?"

"Come tutti gli artisti."

June annuì, il groppo della vergogna che cominciava a sciogliersi. "Non ti pesa dover costantemente recitare una parte?"

"Io adoro recitare. E poi, non è quello che facciamo tutti?"

A June venne spontaneo sorriderle. Per qualche motivo, immaginò che dietro a quelle parole si celasse la donna al piano di sotto. "Ho capito. Quindi ti ha adottata?"

"Direi piuttosto che mi ha salvata. Zia Yoko è fatta così, le piace circondarsi di relitti, forse perché si sente un relitto lei stessa e ha bisogno dei suoi simili per riuscire a rimanere in piedi."

Aveva una luce nello sguardo, Dominique. Un bagliore che lasciava sospettare fosse disposta a fare la vita per quella donna. June si era domandata per quale motivo, nella lettera inviata all'orfanotrofio, zia Yoko avesse esplicitamente richiesto la ragazza più cresciuta. Era quella con le speranze minori di riuscire a farsi una famiglia, per quanto nessuna delle ospiti della signorina Balery potesse vantare privilegi rispetto alle altre. I privilegi erano briciole di pane, e loro le colombe affamate che lottavano per accaparrarsene anche solo una in più.

"Quindi chi si occupa della casa?" chiese June.

"Tutti. Alla zia non piacciono i ruoli, ma ricorda sempre di esserle grata e di portarle rispetto. Se lo merita più di chiunque altro e non tollera che non le venga riconosciuto."

June annuì, appuntandosi a mente quella regola. Adattarsi le veniva più facile, se aveva delle regole da rispettare.

Esitò. "Hai detto che ti ha salvata. Da dove?"
Dominique le rivolse uno strano sorriso, poi si sdraiò a pancia in su, gli occhi rivolti alla finestra che si apriva nel soffitto. "Questa è una storia che ti racconterò quando saremo amiche."

 

 

La durezza del materasso dell'orfanotrofio le si era cucita addosso. June aveva imparato che gli spifferi di vento che ululavano tra i doppi vetri non erano spiriti scesi nella notte a prenderla, per quanto a Emma Roan piacesse ricordarglielo. Il vento trovava sempre il modo di posarsi al mattino, o di quietarsi schiacciato dallo scroscio della pioggia, e quel pensiero in qualche modo riusciva a rassicurarla.

Il vento e il materasso della tenuta Chandler erano diversi. Le coperte erano morbide e odoravano di fresco, il vento soffiava libero e selvaggio sulla campagna, senza infrangersi contro le palazzine ammassate nella periferia. E anche se la tenuta scricchiolava e i fantasmi trasbordavano dai muri, si era messa ad ascoltare nella speranza di imparare la lingua di quella casa, invece di nascondere la testa sotto il cuscino in attesa dell'alba.

La luce riempiva la camera e Dominique non c'era. June indossò una vestaglia leggera sulla camicia da notte e raggiunse le scale. Udì il rumore di chiacchiere e posate che tintinnavano di sotto, e per la prima volta nella sua vita avvertì la disorientante consapevolezza della libertà.
Non doveva attendere il suono della campana, né il richiamo della signorina Balery e il sapore nauseabondo del ricostituente.

Poteva fare quello che voleva.

Scese in salotto. Zia Yoko turbinava sulle note di un'opera lirica, le piume di struzzo che svolazzavano attorno alla vestaglia. Stringeva un bicchierino di brandy in una mano, benché l'orologio a parete segnasse le nove del mattino, e i lunghi capelli sciolti sulle spalle danzavano simili a scampoli di seta. Le fece pensare a uno spirito del fiume.

La pittoresca visione della zia la distrasse solo un istante dallo spettacolo imbandito sulla tavola, una distesa di fumanti torte di frutta, variopinte torri di pasticcini, il servizio fiorito tra ceste di arance e una cesta di ciambelle calde.

Dominique stava imburrando una fetta di pane con burro e marmellata e la addentò, sciogliendosi in un gemito di goduria così prolungato che June si imbarazzò.

"Buongiorno, topolina!" trillò zia Yoko. "Ben svegliata! Prego, siediti pure."

Tuttavia, June rimase immobile.


È una bambina denutrita, quella che varca la soglia del refettorio in una fredda mattinata di dicembre. Pallida e dai capelli stopposi, non parla. La suora che l'ha accolta crede che sia stupida, l'ha sentita mentre lo diceva alla direttrice dell'orfanotrofio.

Sarebbe difficile spiegarle che le parole le possiede, sono un nido di farfalle che le si agita nella gola, ma hanno bisogno di trovare la strada per uscire.

Ha dei ricordi vaghi, sua madre che le intreccia i capelli, sua madre che le canta una melodia lontana che viene dalle isole Orcadi dove le persone sono silenziose e hanno i capelli del colore del fuoco, sua madre che esce al mattino ma non fa ritorno per la cena.

Gli uomini che sono venuti a prenderla non le hanno detto dov'è, l'hanno solo portata lì. Era la prima volta che dormiva su un materasso non suo.

"Come sono morti i tuoi genitori?" le ha chiesto la sua vicina di letto, una bambina molto più grande di lei. "Mio papà è caduto nel fiume gelato. Ha tossito per una settimana, poi non ha tossito più."

June non lo sa. E perché la mamma dovrebbe essere morta? Ha solo fatto tardi, succede quando gli uomini la invitano a bere nei pub. Le dispiace per quella bambina che parla del papà come se facesse parte di una storia non più sua, ma le dispiace ancora di più perché non ha nessuna storia da raccontare.

Nel refettorio tutte la guardano come l'ultimo pezzo degli scacchi da eliminare prima di vincere la partita. La suora la scorta al suo posto, l'ultimo di una lunga tavolata in legno scuro rosicchiato dai tarli

"Devi mangiare" le dice, indicandole una ciotola colma di un qualcosa che è bianco, molliccio ed emana uno strano odore.

June scuote la testa.

"Devi mangiare" ripete la suora con una certa impazienza. "Sprecare il cibo è peccato."

"Ma è domenica."

Sono le prime parole che fuoriescono dalla sua bocca da quando è lì. È domenica, e anche se lei e la mamma non hanno molti soldi la mattina del giorno del Signore le fa trovare le ciambelle calde per colazione. Questo quella suora algida e arcigna non può saperlo, né capirlo.

"Sprecare il cibo nel giorno in cui Dio si è riposato è peccato ancora più grave."

Con quelle dita nodose, dita di strega, artigli di aquila, afferra il cucchiaio e lo affonda nella ciotola. Poi le tappa il naso, stringe forte per obbligarla ad aprire la bocca. June cerca di immaginare il sapore delle ciambelle mentre quella poltiglia le scivola in gola.
 

"Ti senti bene, topolina?"

Toccandosi le guance, June si accorse di avere la pelle umida di lacrime, mentre nell'altra mano stringeva la ciambella che aveva pescato dal cesto in tavola. Si riscosse, asciugandosi in fretta con il dorso della mano.

"Perdonatemi. Mi sono... ricordata di una cosa." Si abbandonò a un altro piccolo singhiozzo, crollando sulla sedia. "Grazie per tutto questo, siete davvero... davvero..."

June proruppe in un altro singulto, che ricacciò indietro quando il calore della mano di zia Yoko le si posò sulla spalla. "Una guida? Una creatura meravigliosa? Una dea?" enumerò con teatralità, le dita contro la fronte in una posa esageratamente drammatica.

A June scappò una risatina lacrimosa e addentò la ciambella. Con la coda dell'occhio, notò che zia Yoko stava sorridendo.

"Oh, topolina, questo è il mio personale benvenuto nella tua nuova casa. Sei così piccina, scommetto che in quel brutto posto ti nutrivano a pane e segatura. Su! Mangia tutto! Devo parlarvi."

June non se lo fece ripetere due volte e divorò tutto quello che le capitò a tiro. Finì la ciambella, trangugiò un bicchiere di spremuta d'arancia e spazzolò senza troppi complimenti una fetta di crostata alle mele con panna. Poteva quasi udire la vocetta della signorina Balery che la ammoniva mentre sgranocchiava confetti al rosolio: "La gola è peccato!".

Dominique le scoccò un'occhiata divertita dall'altro capo del tavolo.

Zia Yoko sollevò la puntina del giradischi, scolò il suo brandy e prese posto su una sedia, accavallando le lunghe gambe bianche. "Abbiamo ospiti stasera, e visto il banchetto di stamattina le nostre scorte in dispensa stanno scarseggiando. Fatevi accompagnare in paese da Connor, per favore... oh, e chiedete a Madeline di farvi una lista."

June ignorava chi fossero quelle persone, ma immaginò facessero parte del personale– o degli ospiti – della tenuta. A guardare lo stato in cui versava la casa era chiaro che zia Yoko non avesse donne delle pulizie. Da quel che aveva intuito, la proprietaria non gradiva particolarmente che gli estranei circolassero fra i corridoi.

Dominique e June tornarono in camera per lavarsi e vestirsi. Faceva caldo, così June estrasse un abitino giallo dalle maniche a sbuffo e il girocollo in pizzo, allacciato al collo da un nastrino scuro, e acconciò i capelli in una lunga treccia castano chiaro.

"Non fissarla."

Sobbalzò, voltandosi in direzione dell'altra ragazza, che nel frattempo aveva reindossato l'uniforme. La osservava, scura in volto, le spesse labbra premute fra loro.

"Chi non devo fissare?"

"La signora Madeline. Lo detesta. E poi quando agita il coltello mi mette addosso una fifa blu. Quindi, non fissarla."

June annuì, con la scomoda sensazione del disagio che le strizzava le viscere. Tornarono di sotto e percorsero stretti corridoi lastricati di pannelli di legno scuro fino a sbucare in cucina. Le ricordò l'antro di una strega, con le pentole di rame di borbogliavano placide sul fuoco e ciuffi di erbe e aromi catalogate in vasetti di terracotta che affollavano le mensole.

Una donna mastodontica ciondolava di spalle, dall'altro lato dell'isola di marmo, con un grosso secchio per terra colmo di piume e un'oca morta distesa sul tagliere. La stava spennando con velocità invidiabile.

"Buongiorno, Madeline!" cinguettò Dominique.

La signora grugnì.

"Io e la nuova arrivata stiamo andando in paese. Zia Yoko dice che hai una lista per noi."

Madeline grugnì ancora, indicando con la mano tozza e gonfia un foglietto ripiegato sul bancone. June si affrettò a prenderlo, e quando le fu accanto bisbigliò: "Immagino siate stata voi a preparare la colazione di stamattina. Volevo ringraziarvi, era tutto buonissimo".

La donna voltò di scatto la testa e June avvertì il sangue farsi gelido. L'occhio sinistro della cuoca era coperto da una vecchia benda di cuoio che le ricordò i romanzi sui pirati che leggeva di nascosto in soffitta. Da sotto, sfuggiva il lembo di una brutta cicatrice.

Non c'era nulla di aggraziato nella figura di quella donna. Aveva caviglie gonfie, vene varicose, il seno cadente e il fisico sformato dall'età. Il volto era un insieme di lineamenti schiacciati, privi di grazia, simili a quelli di un carlino arrabbiato. Eppure, l'occhio che le rimaneva brillava di un azzurro mai visto. Un pezzetto di cielo incastonato nella sclera pallida.

June si accorse che la stava fissando. Balbettò delle scuse e, inseguita dallo sguardo torvo della donna e dai passetti di Dominique, uscì in giardino.

"Che cosa le è successo?"

Dominique vagò attraverso i frutteti diretta verso il casolare in mattoni poco lontano dai cancelli. "So marito. L'ha picchiata quasi a morte e le ha cavato un occhio con un coltello. Zia Yoko l'ha raccolta qualche anno fa. Quell'animale l'aveva scaricata sulle sponde del Tamigi come un sacco di letame."

La ragazza camminava così veloce che June faticò a starle dietro. Provò una fitta al petto. "Povera donna."

"Esatto. Povera donna" esclamò l'altra, bloccandosi di colpo in mezzo al viale. Si voltò, trapassandola con uno sguardo che ribolliva di collera e determinazione. "Devi fare attenzione agli uomini, nuova arrivata. Ti promettono sicurezza e poi ti schiacciano."

"La signorina Balery diceva che solo un uomo avrebbe potuto salvarmi dalla disgrazia."

"La signorina Balery è un'idiota."

Lo disse con una convinzione tale da June si sentì vacillare. Una parola così diretta sminuiva quella che era stata l'autorità portante di tutta la sua esistenza. Se fosse stata presente, avrebbe lavato le loro lingue con il sapone, sfregando le setole fino a far dolere loro le papille gustative.

Ma la signorina Balery non era più lì.

"Sì" mormorò June. "È un'idiota."

"Non sarai grata a zia Yoko perché ti ha tolta da quel posto orrendo. Lo sarai perché di insegnerà a non aver bisogno di un uomo per vivere, a meno che tu non lo desideri."

Non aveva neanche mai valutato la possibilità. Con l'avvicinarsi della maggiore età, i suoi piani per il futuro si limitavano all'affitto di una pensioncina, un impiego e la speranza di trovare un bravo ragazzo con cui su mettere su famiglia. Le era sembrata una buona prospettiva. Si era sforzata di pensare in positivo, di tenere fuori tutti i possibili imprevisti che avrebbero potuto ledere fin dalle fondamenta quello schema perfetto, ma traballante. Avrebbe potuto vivere sola in una pensione piena di topi e scarafaggi che zampettavano nelle tubature, i turni al lavoro sarebbero stati senz'altro massacranti e il bravo ragazzo, chissà, lo sarebbe stato fino in fondo?

Dominique e Madeline non la pensavano così. Il mondo non era stato costruito per quelle come loro.

   
 
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