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Autore: koan_abyss    26/06/2021    2 recensioni
Passare il pomeriggio in una sala da tè, se non lo si ha mai fatto prima, può creare un po' di ansia e imbarazzo: tutte quelle regole, tutti quei dettagli da ricordare per non fare brutta figura! Emily, poi, deve passare il pomeriggio in una sala da tè con il suo insegnante di galateo, come prova finale del corso che ha frequentato. Solo questo basterebbe a far sudare le mani a molti. Ma Emily ha anche un'altra ragione per essere nervosa, riguardo quell'incontro...
Storia partecipante al contest “Evocami col mio nome, ti svelerò i miei segreti – Edizione speciale Setsy&Mystery” indetto da Setsy e mystery_koopa sul Forum di EFP.
Genere: Commedia, Generale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Il servizio incompleto



La tovaglia era ovviamente immacolata, come le porcellane sul tavolo. Le posate erano lustre e mandavano bagliori argentati nella luce naturale che inondava la sala: le si sentiva tintinnare delicatamente tutt’attorno, tra le dita delle signore di mezza età in sobri abiti pastello.

Il cameriere servì loro il tradizionale tè pomeridiano, mentre Emily si sforzava di restare composta senza ingobbire la schiena, poi posò la teiera tra loro evitando (con maestria, Emily riteneva; ma lei non faceva testo) di rovesciare il semplice vaso di fiori che freschi che decorava il tavolo.

Emily ringraziò ancora una volta (l’ennesima, e probabilmente a sproposito) il cameriere. Fissò il tavolo imbandito con un sorriso rigido, cercando di non soccombere all’ansia che la pila di piccoli tramezzini al cetriolo le provocava: come diavolo sarebbe riuscita a prenderne uno senza farla franare?

‘Concentrati,’ si disse.

Dall’altra parte del tavolo, invece, Woodworth sedeva sicuro e a suo agio. Rivolse un cenno di ringraziamento al cameriere e guardò Emily. “Eccoci giunti al gran finale,” disse con aria quasi complice. Sorrise appena sotto i baffi sale e pepe e allargò le mani a indicare la sala da tè, affollata ma non rumorosa, in quel venerdì pomeriggio.

“Non pensavo ce l’avrei fatta,” rispose Emily, in tutta onestà. E come sarebbe finito quel pomeriggio era ancora tutto da vedere.

“Ha fatto molta strada, miss Miller,” concesse Woodworth. “Un percorso certo non privo di incidenti,” Emily avvampò, “ma la conquista di maniere impeccabili è un’ardua vetta da scalare.”

“Spero di essere pronta.”

“Ne sono certo. D’altronde, non pretendo la perfezione. Dopo un corso di galateo di dodici ore sarebbe ingiusto, nonché irrealistico. Ma il tradizionale tè pomeridiano non è al di fuori della sua portata.”

Emily diede un colpetto di tosse, mentre le scorreva davanti agli occhi il tragicomico balletto di quando era arrivata alla sala da tè poco prima dell’istruttore di galateo.

Intanto, la pretesa di un tavolo specifico da cui fosse possibile vedere le porte della sala, come tutte le sue altre “alquanto peculiari richieste”, con le parole del responsabile di sala, era stata accolta con un tono neutro che tuttavia sapeva curiosamente di disapprovazione.

Inoltre, a quanto pareva, le signore venivano scortate al tavolo (Emily avrebbe dovuto saperlo? Ricordarlo da qualche lezione?) e fatte accomodare. Ma lei si era seduta in fretta e pesantemente, sistemandosi la sedia da sola, accorgendosi troppo tardi delle mani levate per aiutarla.

Senza scomporsi, il cameriere aveva raddrizzato la schiena, pronto a ritirarsi.

Ma lei aveva lanciato uno stridulo ‘mi scusi!’ in cacofonica assonanza col rumore del legno che strisciava sul pavimento mentre allontanava di nuovo la sedia dal tavolo, decisa a non privare l’uomo delle sue mansioni.

La sua considerazione lo aveva certamente colpito: allo stinco, perché Emily aveva messo troppa foga nel movimento.

Il cameriere aveva reagito con stoica professionalità, mentre tutti gli altri avventori si giravano a fissarli, e aveva passato a Emily un menù dietro cui nascondersi, piena di vergogna.

Per di più, alla fine si era seduta al posto sbagliato, così era Woodworth, arrivato poco dopo, che si trovava rivolto verso l’ingresso. Diamine.

Woodworth, che ora la guardava con aspettativa.

“Vogliamo cominciare?” suggerì, al protrarsi del silenzio smarrito di Emily. Indicò la teiera in un gesto di invito.

“Sì!” si riscosse lei, afferrando la porcellana e servendosi il tè, che ormai doveva essere rimasto in infusione quanto bastava.

“Non consiglierei più di quattro minuti di infusione, per il Wuyi Oolong,” aveva infatti suggerito Woodworth, quando Emily lo aveva scelto.

L’uomo si servì dopo di lei. “Zucchero?”

“Due zollette, grazie.”

Woodworth le offrì il piattino con le fette di limone, poi il latte.

Emily prese finalmente con cautela la propria tazza e assaggiò un sorso. Mh. Forse avrebbe fatto meglio a restare sul classico Earl Grey…

Woodworth assaggiò il proprio tè con aria assorta e occhi socchiusi, con l’abbandono di un sommelier.

Emily occhieggiò con sospetto le tartellette fragola e panna: quelle si mangiavano con le mani? Ma no, a cosa sarebbe servita, altrimenti, la forchetta? Era certa almeno che il coltello da burro fosse limitato solo al burro o alla panna rappresa. Non che lei si sentisse in grado di mangiare, in quel momento.

Woodworth la stava fissando di nuovo.

“Sì?” chiese Emily, mirando a un tono melodioso e suonando invece come una bimbetta colta con le dita nella panna. E le tartellette non le aveva neanche toccate.

“Cosa viene, ora?” la incalzò Woodworth.

“Ora? Uh…”

“La conversazione. Ricorda? Il tè pomeridiano è un’occasione di incontro, lo scopo principale è la conversazione,” rispose Woodworth.

“Oh! Sì! Ovvio. Siamo qui per parlare,” blaterò Emily, poi si impose di calmarsi e concentrarsi ancora una volta. Sì, era per parlare, che erano in una sala da tè, e lei si era esercitata, con quello che voleva dire. “Non avrei mai pensato, solo un paio di mesi fa, che sarei finita a prendere lezioni di galateo,” disse, prendendo un sorso dalla sua tazza per darsi un contegno e bruciandosi la lingua.

Woodworth sembrava già pronto ad aprire la bocca per ricordarle di non soffiare sulla sua bevanda, ma Emily riuscì a trattenersi.

“Sì, ecco, è stata un’esperienza nuova, per me,” riprese lei. “Non sapevo neppure che ci fosse una scuola di galateo in città!”

Woodworth sorseggiò il proprio tè (senza bruciarsi). “Ci sono alcuni centri culturali che organizzano dei corsi, con cui talvolta collaboriamo, ma sì, l’Istituto è unico nel suo genere, a Scranton. L’unico polo culturale che offra anche lezioni di buone maniere.”

“La segretaria, Terry, mi ha detto che è stato lei a crearla, quando si è trasferito qui dall’Inghilterra. Quanti ani fa? Quindici?”

“All’incirca. Poco più di tredici.”

“Ma non faceva l’insegnante di galateo, prima di venire in America, vero?”

Woodworth posò la tazza. “Non proprio.” Offrì a Emily il piattino dei mini-sandiwich (che in realtà si chiamavano closed sandwich o qualcosa del genere, stando al menù) prima che lei potesse incalzarlo sulla sua precedente occupazione. “Mi chiedo cosa abbia fatto scattare la curiosità per un corso di galateo,” chiese mentre lei si serviva impacciatamente.

Ma anche quella apertura poteva funzionare, per Emily.

“È stata un’amica a parlarmene,” iniziò con slancio, senza più pensare al cavolo di mini-sandwich.

“Schiena dritta,” la corresse Woodworth. “Fa sempre piacere sentire che vecchi studenti soddisfatti dei nostri corsi scelgano di consigliarli ad altri.”

“Oh, la mia amica non era proprio una ex-studentessa. Aveva seguito diversi corsi, negli anni, e l’ultimo a cui si era iscritta, quello della signorina Tatter, sui maestri della pittura barocca francese, è ancora in corso,” disse Emily. “Purtroppo, per la mia amica rimarrà incompleto. Mi riferisco ad Anne Hartway. Immagino la conoscesse.”

“Non bene, temo. Una terribile tragedia,” disse Woodworth. “Il corso di arte di miss Tatter è sempre molto popolare. Io stesso ho avuto il piacere di seguirlo, anche se l’arte che prediligo, e che più mi aggrada, è questa.” Sollevò la tazza di porcellana cinese “Gli aromi, le note, la musica e la conversazione: tutti gli elementi che rendono quello del tè un momento speciale”

“Concordo appieno. La tradizione, il rito stesso del tè,” annuì Emily “Credo sia stata proprio Anne a farmelo capire. Lei era un’appassionata della cerimonia giapponese del tè, lo sapeva? Diceva a volte che le sarebbe piaciuto creare un proprio corso sull’argomento, in collaborazione con l’Istituto.”

“Sarebbe stata una preziosa aggiunta alla nostra offerta formativa,” commentò Woodworth, freddo. Mangiò il suo sandwich al cetriolo. “Eravate molto vicine?” chiese, ancora più freddamente.

“Come possono esserlo due persone con trent’anni di differenza tra loro,” rispose Emily. “Non ci conoscevamo neanche da tantissimo tempo, ma… sì, direi che eravamo vicine.”

Woodworth rimase in silenzio. “Il suo tè,” le ricordò alla fine.

Emily aveva abbandonato tazza e stuzzichini. Abbassò gli occhi sulla tazza e la riprese lentamente. “Sa, sono stupita che lei e Anne non vi conosceste. Che non vi conosceste bene,” aggiunse, prima che Woodworth potesse correggerla.

L’uomo strinse le labbra con aria infastidita.

“Avevate molto in comune, lei e Anne. La conoscenza profonda del tè e dei suoi rituali, e—”

“Temo di non essere affatto un esperto di tè giapponese,” la interruppe Woodworth.

“Ma è un collezionista, non è vero? Di porcellane antiche. Ho visto esposti diversi servizi antichi, all’Istituto. Terry è stata così carina da mostrarmeli. Siccome i servizi da tè giapponesi sono notoriamente preziosi e ricchi di storia…”

“Ho incrociato qualche pezzo pregiato, durante la mia carriera,” ammise Woodworth. Posò la propria tazza e osservò Emily attentamente.

“Anne era una collezionista di tazze giapponesi. Non di quelle antiche, quelle preferiva saperle nei musei. Lei collezionava servizi da tutti i giorni, per così dire.”

Emily fece un piccolo sorriso tra sé: non si era mai sentita in soggezione davanti agli inviti per il tè pomeridiano di Anne. Erano ore tranquille, di quieta felicità e discreto sarcasmo. A volte barzellette sporche.

“Sa, quando la polizia ha visto il suo appartamento, ha subito pensato a un tentativo di furto, un ladro che forse voleva sedarla per poi svaligiare la casa con calma, ma che ha commesso un errore e ha finito per avvelenarla. La detective Montoya, che si occupa delle indagini, ha ammesso che non sembra un modus operandi molto pratico, per un topo d’appartamento, ma non ci sono altre piste.”

Emily scosse la testa. “Però a me proprio non convince. Anne non aveva cose preziose, solo buon gusto. E occhio: avrebbe saputo riconoscere stile ed età di un qualunque servizio giapponese a prima vista. Aveva tanti di quei cataloghi di musei e case d’aste.”

“Affascinante.”

“Vero? E adorava fare ricerche sulla storia di quelle vecchie porcellane! A chi appartenevano prima, se venivano dalla collezione di cineserie di una famiglia ricca che le aveva acquistate in Oriente come status symbol — si usava in Europa, non è vero? — o se si trattava di ricordi di incarichi diplomatici. Cose così. C’era la storia di un servizio, in particolare, di uno stile originato da un vasaio coreano nel XVI secolo,” continuò, gli occhi incollati in quelli grigi e gelidi di Woodworth. “Lo stile Koishiwara-yaki, lo conosce?”

“Non sono familiare con i vari stili. Non gradirebbe uno scone? Sembra che i closed sandwich non siano di suo gusto.”

“No, grazie. Questo servizio Koishiwara-yaki aveva una storia che mi è rimasta impressa: era scomparso negli anni 90’, rubato dalla casa di una famiglia nobile di Norwich. Gli Ashenhurst, di Sprowston, a essere precisi. Non solo, la casa era appena stata teatro di un’inspiegabile tragedia: la morte improvvisa del padrone di casa per un malore imprecisato.”

“Non si sporga sul tavolo,” le ordinò Woodworth, aspro.

Emily lo ignorò. “Pensavo che lei fosse familiare con quella storia, signor Woodworth, con il fatto che anche lei abitava e lavorava nella vicina Norwich. Era curatore di un piccolo museo, in quegli stessi anni, non è vero? È stata sempre Terry a dirmelo.” Sorrise. “Il tour dell’Istituto che offre è davvero esaustivo.”

“Perché rivangare questa macabra storiella?” chiese Woodworth.

“Be’, lei non ci crederà, ma Anne era certa che il servizio giapponese nel suo ufficio fosse identico al Koishiwara-yaki rubato in Inghilterra: di sicuro è molto simile alla foto sul catalogo di Soteby’s del ’41 che Anne aveva nella sua collezione…”

Woodworth posò la propria tazza e ritrasse le mani dal tavolo. “Normalmente noi Inglesi siamo disturbati da un’eccessiva sfrontatezza, ma penso di aver assorbito abbastanza le usanze americane, ormai,” disse. “Quindi, la pregherei di dirmi dove vuole andare a parare, miss Miller. Prometto di non offendermi.”

Anche Emily si scostò appena dal tavolo. “D’accordo, allora. Il servizio Koishiwara-yaki nel suo ufficio è lo stesso trafugato da casa Ashenhurst, ne sono certa. Come sono certa che se fosse finito nelle sue mani in maniera innocente, Anne non sarebbe stata avvelenata, mostrando dei sintomi non del tutto diversi da quelli del malore improvviso che aveva stroncato il signor Ashenhurst.

“Lei ha scoperto che l’uomo aveva in casa quel servizio. Ma lui non voleva separarsene, né prestarlo al suo museo. Così lei lo ha ucciso e ha rubato il Koishiwara-yaki. È fuggito in America, dopo, in attesa che anche gli eredi di Ashenhurst morissero, o si scordassero della faccenda, prima di rivendere il servizio e arricchirsi.”

“Questo non è un collegamento. È un salto, temporale e spaziale, di pura immaginazione, temo,” rispose Woodworth, prendendo il tovagliolo dal tavolo. “Inoltre, la polizia non ha idea di come miss Hartway sia stata avvelenata, lo hai detto tu stessa.”

“Be’, io temo, a volte, di essere fin troppo curiosa per il mio bene: ho avuto modo di parlare con la detective Montoya in più di un’occasione,” cominciò Emily.

René Montoya non aveva gradito troppo parlare con lei, specie nell’occasione in cui Emily si era intrufolata nell’appartamento di Anne approfittando della confusione delle indagini. Ma lei aveva notato subito qualcosa di promettente.

“È stato portato all’attenzione della polizia che uno dei servizi da tè giapponesi di Anne era incompleto. Sembrerebbe un piccolo dettaglio, ma è invece fondamentale per andare a fondo di questo mistero. Mancava una tazza: la tazza usata per somministrarle il veleno! L’assassino ha dovuto portarla via; ha lavato e riposto con cura le altre, perché nessuno notasse che erano state usate o trovasse le sue impronte, ma quella che conteneva il veleno ne aveva senza dubbio assorbito un po’. Essendo così porosa, la ceramica assorbe facilmente i liquidi—”

“Tutto questo è ridicolo. Il servizio può essere incompleto per un’infinità di ragioni. Miss Hartway potrebbe semplicemente aver fatto cadere una delle tazze.”

“Mh, ora lo vedo, che non conosceva Anne molto bene. Lei era molto attenta ai suoi servizi da collezione e non era per nulla sbadata.”

“Potrebbe averla rotta un’ospite,” ribatté Woodworth, con un’occhiata eloquente a Emily.

Lei arrossì suo malgrado: non si contavano le tazze, i bicchieri e i piatti che aveva rotto nel corso della sua vita. L’Istituto aveva una politica di tolleranza di due tazze, prima di addebitare i danni agli iscritti. Le tacche sulla cintura di Emily (o meglio, le sue mani maldestre) attestavano quattro caduti, ad oggi.

Ma con Anne non si era mai sentita in soggezione, appunto, né osservata o giudicata: non aveva mai rotto niente per nervosismo.

“Non è stata rotta da un ospite,” rispose, riprendendo il controllo. Prese la sua borsa e ne estrasse una tazzina di ceramica grezza, molto semplice, sorella di quelle del servizio incompleto che René rifiutava così testardamente di prendere in considerazione. “Eccola, la tazza con cui ha avvelenato Anne, signor Woodworth, l’ho trovata io stessa nel suo ufficio.”

Woodworth la fissò sbalordito per un attimo, poi scoprì i denti: “Non mi crederai così ingenuo? Non ho certo conservato quella che—” L’uomo si bloccò all’istante, le labbra serrate e le narici che fremevano: non aveva detto molto, ma si era indubbiamente tradito.

Emily appoggiò la tazzina sul tavolo. “Deve averla gettata via, immagino,” disse, oltre al rombo del proprio cuore. Voleva esultare, urlare di rabbia, gridare vendetta. Non fece niente. “Ma per un attimo ha avuto paura che l’avessi trovata sul serio, contro ogni logica, vero?”

“È la tua parola contro la mia,” rispose Woodworth, rilassandosi di nuovo.

“Per ora. Ma quando la polizia sarà informata di tutte queste coincidenze, quando vedranno il famigerato servizio Koishiwara-yaki…” Emily scrollò le spalle.

“Nessuno ne sarà informato,” disse Woodworth. “E questa tua recita alla Poirot mi ha stancato.”

“Tanto peggio per lei, non ho intenzione di smett—”

Emily si ritrovò a fissare interdetta il tovagliolo che Woodworth le puntava contro, appena al di sopra del bordo del tavolo.

“Sapevo che avresti portato guai dal momento in cui ti ho trovata a ficcanasare nel mio ufficio,” riprese Woodworth, mentre Emily si rendeva conto, in ritardo, che quella che le veniva discretamente puntata contro era una piccola pistola. “Ora seguimi fuori in silenzio e nessun altro si farà male,” intimò Woodworth.

‘Nessun altro… tranne me!’ pensò freneticamente Emily. Col cavolo che lo avrebbe seguito fuori!

“Quest’uomo ha una pistola!” strillò a squarciagola nel tintinnio delle ceramiche e dei cucchiaini.

Qualcuno degli impomatati avventori della sala da tè si sarebbe ripreso dallo stupore per la sua maleducazione prima che Woodworth si comportasse in modo ancora più inappropriato e le sparasse?

Emily non intendeva correre il rischio: balzò in piedi, cercando qualcosa con cui difendersi, e brandì decisa contro Woodworth… il coltello da burro?

Entrambi abbassarono lo sguardo sulla lama corta e arrotondata. Un ricciolo di burro minacciava di cadere sulla tovaglia.

“Be’, avresti potuto scegliere meglio,” commentò alla fine Woodworth, sollevando l’arma.

“Non farlo, ho già chiamato la polizia, non andresti da nessuna parte,” strillò ancora Emily. Le sue orecchie registrarono uno scandalizzato ‘ma insomma’, da qualche parte dietro di sé.

“Il secondo bluff non funziona mai,” la informò Woodworth. “Addio.”

In un lampo di pura irrazionalità, Emily diede un calcio al tavolo, ribaltandolo e facendo volare ovunque tazze, teiera e crème fraîche. Le grida scandalizzate si moltiplicarono, insieme a quelle di dolore di Woodworth, ustionato dal tè bollente.

Lei non poteva dire di aver sperato in quella specifica evenienza, dato che non aveva pensato affatto, ma non avrebbe certo sputato sulla propria ridicola fortuna.

Woodworth le scagliò uno sguardo di puro odio, mentre si teneva la mano offesa, per fortuna non più stretta attorno alla pistola. Poi si girò e si lanciò verso l’uscita, spintonando chiunque si trovasse sulla sua strada.

Era quasi all’ingresso quando un cameriere, le mani cariche della sua ordinazione, gli si parò davanti. Lasciò cadere a terra tutto ciò che aveva sul suo vassoio, allargò i piedi per un equilibrio ottimale, e colpì Woodworth dritto in faccia con l’argenteria, stendendolo sul pavimento.

Emily sobbalzò al gong del tremendo impatto e rimase a fissare a bocca aperta il cameriere e un suo collega che immobilizzavano Woodworth.

Il responsabile di sala si materializzò accanto a lei, tenendo la pistola di Woodworth con un fazzoletto. “La polizia è in arrivo, miss. Un paio di minuti al massimo. Sono molto spiacente per il ritardo.”

“Oh? Davvero? Non credevo l’avrebbe chiamata: ha reagito come se le avessi chiesto la cosa più ridicola e isterica di questo mondo,” rispose Emily, sbattendo le palpebre.

“Le assicuro, miss, che quando una donna mi chiede di chiamare la polizia riguardo al suo accompagnatore, tratto la faccenda con assoluta serietà,” disse l’uomo, grave.

“Certo. Grazie. E— mi dispiace per il tavolo. E per il servizio di porcellana. Probabilmente anche per il tappeto. Ma davvero non volevo giocarmela con il coltello da burro.”

“Resterebbe sorpresa, dei danni che anche un utensile del genere riesce a provocare,” disse il responsabile con un luccichio divertito negli occhi.

“Sul serio?”

“Oh, sì. Lo so per esperienza.”

“Esperienza in una sala da tè?” ridacchiò Emily.

L’uomo annuì. “Che cos’è un piccolo scontro all’arma bianca in una sala da tè aperta da quasi un secolo?”

Emily lo fissò, sconvolta e ammirata. Forse era sotto choc. “Sa cosa? Potrei dare a tutta questa storia del tè pomeridiano un’altra chance…” disse mentre la polizia, la detective Montoya in testa, irrompeva nella sala.

Emily fece ‘ciao’ con la mano a René, che le lanciò un’occhiataccia (ma poi scosse la testa quasi con affetto, quindi era tutto a posto, no?) e si chinò a cercare la piccola tazza giapponese di ceramica grezza che aveva estratto dalla sua borsa.

“Ecco, Anne,” sussurrò tra sé e sé. “La metterò con le tue. Il servizio sarà di nuovo completo.”




Note:
Questa storia partecipa al contest  “Evocami col mio nome, ti svelerò i miei segreti – Edizione speciale Setsy&Mystery” indetto da Setsy e mystery_koopa sul Forum di EFP!
Il mio pacchetto è 'La classe non è acqua', con il prompt 1: Uno dei vostri personaggi è l’insegnante di galateo (improvvisato o professionale) dell’altro, che deve essere molto sprovveduto per quello che riguarda le buone maniere: come banco di prova, lo porterà in una elegantissima sala da tè.
L'oggetto da inserire era la tazza giapponese, i generi/avvertimenti 'giallo' (e spero si percepisca anche un po' di 'commedia'XD)
   
 
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