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Autore: Blackellrick    05/07/2021    0 recensioni
Erano bastati pochi anni per piegare il mondo sotto il suo dominio. Quella malattia era incurabile, contagiosa e devastante.
Tutti gli infetti venivano segregati all'interno di alcune strutture, per poi deperire senza possibilità di ritorno al mondo esterno.
Oliver era stato spinto dentro uno di quegli ospedali, trovando l'unico oggetto che potesse farlo stare meglio; una videocamera.
Genere: Dark, Drammatico, Generale | Stato: completa
Tipo di coppia: Shonen-ai
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Si passa una mano sulla testa. Era glabra, sensibile al tatto.
Rimette giù la mano e poi si sporge verso la macchina, per accenderla.
«Ciao! Sono Oliver e questo è il mio-»
«Lo spegni quel coso?»
Sposta lo sguardo quasi nervoso sul ragazzo al suo fianco e serra le labbra.
«Sam...È una cosa importante! Perché non hai messo la cravatta?»
Il ragazzo al suo fianco era fuori dall'inquadratura della videocamera. Era un vecchio modello, sperava almeno stesse registrando davvero, così pareva.
«Quale cravatta? Sei un deficiente.»
Oliver si passa la lingua sulle labbra, abbassa lo sguardo e poi rivolge un sorriso teso verso la videocamera.
«S-Sono O-Oliver e q-questo è il mio sedicesimo giorno di terapia-»

Il rumore del cancello che si apriva era un incubo.
Per un attimo, per un solo secondo, la luce investiva violentemente l'interno infertile dell'ospedale. Chi si trovava in mezzo veniva accecato da quel bagliore.
La pelle bruciava, così sensibile com'era.
La luce, il silenzio e poi qualcuno veniva spinto dentro.
Un giovane, di media statura, scarno e pallido, veniva avanti stringendo un cuscino, una borsa sterile. Era tutto ciò che gli avevano dato.
Spazzolino, spugna, ciabatte.
Non aveva nemmeno una foto del suo fratellino con sé.
Non gli era rimasto niente, se non di fare la terapia.
Il cancello si era chiuso, le luci artificiali si erano riaccese, insieme all'insopportabile rumore della ventola che faceva circolare l'aria all'interno.
Non c'erano finestre, né porte.
C'era solo il cancello.

«Ciao, sono Oliver. Questo è il mio cento settantesimo giorno di terapia.» Tira su con il naso, ci passa un dito sotto e asciuga il sangue, poi si alza.
«Procede bene. Ho perso tutti i peli sul corpo. Peso...Cinquantacinque...Altezza: uno punto settantotto.» Sbuffa una risata, tossendo.
«Dovrei fare il "what I eat in a day...". Comincio da oggi: per colazione...Acqua.» Si poggia al lavandino, le mani che tremavano appena.
Guarda verso la videocamera, come per paura di non essere dentro l'inquadratura.
«A pranzo...Tre crackers.»
«A cena...Deve ancora arrivare la cena. Spero in un grandissimo crispy mc bacon.» Chiude gli occhi per qualche secondo, quando li riapre, non era più solo in stanza.
«Sam...?» Ci sperava ancora.
Sperava ancora di vederlo entrare da quella porta dopo aver bevuto il suo frullato alla banana.
Di vederlo buttare il bicchiere per terra e sistemarsi i pantaloni mentre si buttava sul letto e chiariva: "che schifo la banana."
«N-no. Mi chiamo Robin.» La sua voce era piccola e tremante.
Era nuovo.
Si sentiva dal suo odore.
Be', Sam non sarebbe tornato più, non sarebbe mai potuto tornare dall'inceneritore.
La sua terapia non era andata a buon fine e Oliver, be', Oliver si sentiva sempre più vicino alla morte di Sam.
«Ciao piccolino. Primo giorno?» Si gira, sentendo per un attimo le gambe cedere.
Anche le gambe di Sam si erano messe a tremare la prima volta che era entrato.
Robin schiude le labbra, si guarda intorno e poggia il cuscino sul letto.
«Mi hanno assegnato qui.» Sussurra.
Oliver annuisce sommessamente.
«Da quanto...?»
«Da due settimane. Sono stato in isolamento in casa mia. Mio padre è molto...Ricco. Ma la terapia non poteva continuare a casa.» Si siede, sospirando, guardando il ragazzo spegnere la videocamera.
«Ho ancora i capelli. Ho ancora in realtà molti peli. Li ho rasati prima di venire qui.» Ammette.
«E sono...Sono scuri i tuoi capelli?» Chiede Oliver, sorridendo, sedendosi sul letto di fronte al suo.
«Si. Si. Sono castani.» Spiega, guardando fuori dalla stanza.
Il corridoio era così desolato. Faceva freddo, non c'era un buon odore, il tanfo dell'alcol era ovunque.
«Qui come...Come funziona?» Domanda.
«Qui alle tre di notte scendono dei tubi dal soffitto. Dobbiamo attaccarceli alle braccia e comincia la terapia. Ogni mattina da quello sportellino riceverai del cibo.» Dice, indicandolo.
Era uno sportello vicino al letto.
«E così a pranzo, cena...Spuntino...Ecc. Quello che non mangi lascialo dentro. Almeno che non vuoi mangiarlo dopo.» Tossisce, sentendo gli occhi chiudersi per qualche secondo.
«Sei stanco?» Chiede subito Robin, alzandosi.
Aveva ancora la forza per farlo.
Oliver scuote la testa.
«Quello è il nostro bagno...Quello...Non si pulisce da solo, ma non preoccuparti, io ho smesso di...» Lascia la frase in sospeso con un piccolo sorriso.
«Di cosa?» Chiede Robin, schiudendo le labbra.
Un filo di preoccupazione gli aveva contorto il viso.
«Di andare in bagno. Fa parte della malattia. Poi smetti.» Sussurra, portandosi una mano sul volto.
Il ragazzo si siede al suo fianco, fissando il vuoto per qualche istante.
Non glielo avevano mai detto questo.
«E come funziona? Cioè la malattia come continua?»
Oliver si sistema goffamente su un fianco, si morde il labbro delicatamente e sposta lo sguardo sul suo.
Robin aveva gli occhi verdi, erano carini.
«Comincia a mangiarti.» Sussurra, indicando il cestino con i fazzoletti sporchi di sangue dentro.
«Niente bisogni fisiologici, perdi la capacità di piangere, smetti di mangiare. Gli ultimi sono la perdita di movimento. Non puoi alzarti dal letto, poi, anche se sei vivo, non riuscirai più ad aprire gli occhi e infine...» Increspa le labbra in un piccolo sorriso triste e tira su con il naso.
«Muori.» Finisce Robin, la gola secca.
«Se sei fortunato.»
«Se non lo sei, ti bruciano vivo.»

[...]

Non avrebbe mai potuto immaginarsi tanto dolore.
Oliver prima della malattia era un ragazzo solare, un po' incline a comportamenti bizzarri, ma era divertente, spiritoso, non smetteva mai di ridere.
Quel ragazzo gli sembrava più un ricordo, anzi, un sogno, come se non fosse mai esistito.
Lo aveva sognato, una notte, poi si era risvegliato e aveva capito di non essere lui.
Oliver ora era quel ragazzo attaccato al letto, che aveva smesso di mangiare da un po', che non riusciva più a registrare come voleva.

«A-Ah piano...Mettilo dentro, piano.» Sussurra.
Robin lo guarda scettico e con un gesto rapido, lo fa entrare.
«Ho detto piano! Ma sei stupido?»
«Oliver, ma piano come? Non è così grosso come credi.» Borbotta.
L'altro sbuffa una risata, guardando il braccio dove aveva appena fatto entrare l'ago per la terapia.
«Che succede se rifiuti di fare la terapia?» Chiede Robin, sedendosi vicino a lui.
«Muori. Il primo giorno stai malissimo, il secondo sei già morto.» Spiega, chiudendo lentamente gli occhi.
Era così stanco...
«Di che colore erano i tuoi capelli?» Chiede Robin, curioso.
Non glielo aveva mai detto.
Oliver si passa la lingua sulle labbra, pensandoci un po' su.
«Rossi.» Sussurra, riaprendo gli occhi.
«Puoi accendere la videocamera per me?» Chiede.
L'altro annuisce.
Si alza e l'accende, portandola vicino al suo letto prima di mettersi sul proprio e iniziare la terapia.
«Ciao, sono Oliver. Questo è il mio...Duecento cinquantesimo giorno di terapia. Miglioramenti? Nessuno.» Sospira, guardando i tubi che scendevano dal soffitto.
Se ne sarebbe andato come Sam...Non ci sarebbe stato modo di curarlo.
«Ho smesso di mangiare. Non mi alzo dal letto da due..Due...» Settimane? Giorni? Quanto tempo era passato?
Sussulta nel vedere Robin avvicinarsi.
Che stava facendo?
Si era seduto di fronte alla videocamera.
«Non importa. Si rialzerà.» Spegne la videocamera e lo guarda, sospirando.
«Robin...Ma che dici?» Non si sarebbe mai rialzato.
A differenza sua, l'altro mangiava ancora, aveva le sopracciglia, non sputava sangue.
Ma era magro almeno la metà rispetto a quando era entrato e aveva le occhiaie, quelle bruttissime occhiaie dovute alla morte imminente.
«Andiamo.»
Oliver si lamenta, le braccia del ragazzo gli erano passate sotto il corpo e ora era seduto.
La testa faceva male.
Sentiva in bocca il sapore ferroso del sangue.
«Robin n-no...»
Lo aveva tirato in piedi, un po' a forza.
La fronte del ragazzo era appena imperlata dal sudore, seppur ora Oliver pesasse niente, a volte era difficile perfino sollevare la forchetta per mangiare.
«Ti alzerai. Andremo a prenderci un frullato...Un frullato alla banana come quello che beveva Sam.»
Gliene aveva parlato.
La notte, quando i tubi scendevano giù, quando la terapia iniziava, quando tutto si spegneva, Oliver cominciava a parlare di quell'uomo così scontroso e tenero al tempo stesso.
Di come se ne fosse andato, di come lo avessero portato via prima che il suo cuore smettesse di battere.
«Robin la terapia...» Boccheggia quando tira via gli aghi.
«Non importa. Tanto io e te moriremo lo stesso. Tu tra qualche settimana, io tra qualche mese. Non voglio morire bruciato.» Aveva così tanta paura.

 

La sala era vuota, le scale erano state l'ostacolo più grande.
Robin lascia andare Oliver, che si era accovacciato subito sul pavimento, tossendo.
Il castano si passa una mano sotto il naso, dove le prime gocce di sangue avevano cominciato a scendere.
Respira, si ferma qualche secondo, la mano sul fianco, il fiato corto.
Guarda Oliver a terra e poi avanza verso il banco.
C'erano delle macchinette, erano dei distributori.
Clicca due volte sulla banana.
«Tieni su.» Glielo passa, sedendosi rozzamente al suo fianco.
Le ossa del suo bacino avevano urtato il pavimento.
«Robin non...» Oliver scuote la testa, riusciva a stento a parlare.
«Non andrà m-mai giù...Non...» Robin si era fatto più vicino, aveva poggiato la testa contro la sua e ora lo stava guardando.
«Andrà giù. È la tua ultima volontà. Questa malattia te lo lascerà fare.» Sussurra.
Sente le labbra tremare.
Sentiva freddo, così tanto freddo.
«Come sarà dopo?» Sussurra contro il suo corpo.
La sua testa era ricaduta sulla spalla di Robin, che provava a stare dritto solo per sostenerlo.
«Sarà bianco.»
«Bianco?»
«Bianco si. Come...Come un lenzuolo.»
«Rob...Che cazzo di paragone è mai questo?» Chiede, sbuffando una risata sottile.
L'altro era rimasto in silenzio.
Faceva ancora più freddo, sentiva la testa leggera.
«E farà caldo.» Continua Robin.
«Così caldo che staremo senza vestiti.»
«E avremmo tutti i nostri capelli. E io potrò farti le treccine...Anzi, te le farà Sam, come ti aveva promesso.»
Oliver chiude gli occhi.
Glielo aveva proprio detto Sam.
«Robin...» Sussurra.
L'altro annuisce, guardandolo.
«Il frullato alla banana...Sam aveva ragione, fa schifo.»
Il bicchiere gli era caduto di mano, il frullato si era versato sul pavimento e Oliver aveva buttato la testa giù.
Robin trattiene il fiato, poggia il proprio bicchiere di lato e sistema la testa dell'altro sulle proprie gambe.
«Piangerei, Oliver, piangerei tantissimo.» Sussurra.
Non poteva farlo.
«Poi dimmi...Dimmi se dall'altra parte sarà davvero bianco.»

[...]

Si siede, stringendo per qualche secondo le lenzuola tra le dita.
Poi si sporge e accende la videocamera.
«C-Ciao...»
Diceva così, no? Lui iniziava i video sempre così.
«Sono Robin...E...E Oliver si è rialzato davvero.»

 

   
 
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