Crossover
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Autore: Registe    22/08/2021    3 recensioni
Quarta storia della serie "Il Ramingo e lo Stregone".
La guerra tra l'Impero Galattico e la famiglia demoniaca si è conclusa, ma non senza un costo. Vi è una cicatrice profonda che attraversa mondi e persone, le cambia, rimane indelebile a marchiare i frammenti di tutti coloro che hanno la fortuna di essere ancora vivi. Qualcuno decide che è il momento giusto per partire, cercare di recuperare qualcuno che si è perso. Qualcuno decide di dimenticare tutto e lasciarsi il passato alle spalle.
Qualcun altro decide invece di raccogliere i frammenti di una vita intera e metterli di nuovo insieme, forse nella speranza che lo specchio rifletta qualcosa di diverso.
Genere: Avventura, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Film, Libri, Videogiochi
Note: Cross-over | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il Ramingo e lo Stregone'
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Capitolo 16 - Accettazione







Gea Oganae








Zexion provò a resistere per un quarto d’ora, ma quando Gea spalancò le porte dell’ascensore che conducevano al settimo livello delle miniere accettò con un sospiro l’erogatore d’ossigeno passatogli da uno dei minatori. Tutti gli uomini lì dentro li indossavano, ed un paio di loro mostrava lungo le guance i segni permanenti dell’ingresso dei minuscoli iniettori.
Le lunghe cave di teroa si snodavano nel sottosuolo di Onoam per centinaia di chilometri. Le mappe olografiche che i Servizi gli avevano fornito prima della partenza coprivano circa dodici livelli, ma qualcuno dei suoi colleghi del distaccamento di Naboo sospettava che ne esistessero almeno il doppio, e che alcuni dei quali corressero vicinissimi al nucleo della luna. Alcuni droidi estrattori passarono al suo fianco, e Zexion si appiattì contro la parete per evitare di finire travolto da quelle masse enormi e cigolanti, ben lontane dalle macchine di primo livello che aveva visto lungo la superficie di Geonosis o di Kessel. Gli uomini e le donne della miniera si muovevano con una strana eleganza intorno a quelle figure d’acciaio che occupavano quasi tutto il percorso, e non gli sfuggì il pugno affettuoso che Gea lanciò ad un droide fermo in un angolo.
L’illuminazione era fioca a causa dell’incredibile reattività del teroa alle radiazioni luminose della maggior parte degli spettri, e la visibilità attraverso quel dedalo di macchinari, uomini e roccia era rischiarato soltanto dal baluginio rossastro dei cristalli che facevano capolino dalle pareti.
La maggior parte delle gallerie era alta, e nei punti più alti alcuni uomini dovevano estrarre in bilico su dei carrelli ad espansione, mentre in alcuni passaggi la roccia curvava talmente tanto che lo stesso Zexion dovette camminare più volte a carponi. L’aria degli erogatori era così fetida da ricordargli le fogne dei livelli inferiori di Coruscant, e non era così sicuro che gli iniettori fossero stati sterilizzati nel passaggio tra lui ed il suo predecessore; in un paio di incavi Gea suggerì di indossare delle visiere, e quando Zexion vide la quantità di sabbia e pulviscolo depositate al di sopra del vetro capì del perché gli uomini di Onoam avessero gioito tanto all’arrivo del carico della MinoTech.
Più si addentravano sottoterra e più la sensazione di chiusura ai polmoni si faceva pressante, e la flebile aria mossa dagli erogatori nelle sue narici non riusciva certo a restituirgli la necessità di percepire il proprio elemento. Non aveva mai posseduto un eccellente senso dell’orientamento anche all’aria aperta, ma era chiaro che Gea Oganae avesse tutte le intenzioni di confondergli le idee.
“Che te ne pare, Ienzo? Senti già la mancanza delle alte vette di Coruscant?”
Il ragazzo emerse dall’ennesimo cunicolo con cuore il procinto di esplodergli per lo spazio angusto ed il caldo che gli si era appiccicato ai vestiti. La mano d’istinto sfiorò il dispositivo automatico di recupero in dotazione dei Servizi, l’unica certezza che almeno un droide medico sarebbe potuto riuscire a rintracciarlo in caso di emergenza.
Si appoggiò al costone di roccia, senza più nemmeno sforzarsi di nascondere il proprio disagio al capo dei minatori. “Mettiamola così, su Coruscant c’è un altro tipo di inquinamento” mormorò “Ma tutta la Galassia è così”.
“Allora non hai mai messo piede su Naboo, ragazzo”.
La nuova area dove avevano messo piede era piuttosto ampia rispetto agli altri livelli. Per qualche istante Zexion ebbe l’impressione di essere addirittura risalito di almeno un livello, e le orecchie richiesero del tempo per abituarsi alla nuova pressione.
Ogni passo, ogni movimento anche minimo dei lavoratori era accompagnato da un cigolio inquietante che l’eco della caverna amplificava a dismisura; uomini, donne e droidi scivolavano a numerosi metri sopra le sue teste, dove un dedalo di impalcature e tubi disegnava una rete a cui le figure erano appese mediante supporti che anche a quella distanza Zexion era sicuro che non fossero stabili. I cristalli di teroa brillavano in maniera flebile, incastonati contro il soffitto della caverna. Le ombre dei minatori erano delle macchie scure contro la fioca luce rossastra, e brandivano degli strumenti estrattivi che probabilmente erano antecedenti alla Guerra dei Cloni; in un angolo, accatastati e coperti da vecchi teli, un paio di invertitori gravitazionali di sicurezza giacevano spenti, senza dubbio guasti. Numerosi droidi scivolano a terra e raccoglievano i cristalli che i minatori lasciavano cadere a terra con il loro lavoro, alcuni così lenti da non riuscire ad evitare la roccia che cadeva contro le loro strutture.
Gli odori dei lavoratori erano ovunque, e la loro apprensione emergeva nonostante la puzza acre del sudore e l’aria stantia e non purificata da settimane.
Ad una donna cadde una trivella ad accoppiamento da oltre sette metri, e la sua imprecazione quando lo strumento esplose in una nuvola di scintille probabilmente la avrebbe sentita persino il governatore Saruman su Naboo. Un droide astromeccanico incredibilmente rumoroso accorse nel luogo dell’impatto, il faro ridotto ad una sottile lama di luce per non creare instabilità nella massa di teroa sovrastante, ma un suo cinguettio sconsolato ed una parziale rotazione della cupola fecero capire agli astanti che purtroppo per lo strumento non vi era più nulla da fare. La minatrice borbottò qualcosa a metà tra l’ennesima imprecazione ed una scusa, ma l’eco trasformò il tutto in un suono buio e non articolato.
“Incidenti di tutti i giorni” mormorò Gea, prendendolo per la manica ed indicandogli quello che sembrava un ibrido tra un ripostiglio di droidi ed un ufficio e che non avrebbe mai notato se non fosse stato per qualche leggera luce artificiale che traspariva dai pertugi. Il ragazzo la seguì senza fare storie, ascoltando le sensazioni degli uomini al loro passaggio, figure immerse nel buio che emanavano un odore di curiosità.
E, allo stesso tempo, una flebile nota di speranza.
Quello che doveva essere l’ufficio della capo minatrice Oganae aveva di intatto soltanto una postazione olografica appoggiata su una scrivania. L’intero mobile era costellato di proiettori, olografie luminose e quelle che a sua interpretazione dovevano essere rappresentazione di aree della miniera a cui aveva attribuito colori difficili da interpretare. L’odore della donna permeava tutta la stanza, e la causa probabilmente era l’enorme tuta buttata su una sedia che Gea rimosse per farlo accomodare: la sedia non cigolò sotto il suo peso, ma il giovane retrasse la mano non appena commise l’errore di appoggiare il palmo contro la seduta, rinvenendo polvere e sassolini.
Con un gesto secco la donna spense il proiettore, e trascorse qualche secondo al buio prima di accendere una lampada rotonda che ad una prima occhiata Zexion avrebbe scommesso che fosse rotta. “In un altro ufficio ti avrei offerto qualcosa da bere, Ienzo. Ma purtroppo qui sotto non possiamo permetterci certi lussi. Al massimo un po’ d’acqua”.
“L’acqua andrà benissimo” rispose.
Gea si voltò per aprire una tanica, ma al giovane non sfuggì il guizzare degli occhi della donna nella sua direzione.
Il droide astromeccanico che aveva visto qualche minuto prima entrò senza nemmeno farsi annunciare, e nonostante i sensori finì comunque per travolgere una serie di macchinari accatastati vicino alla scrivania. Gea lo guardò con aria di sfida, versando parte della tanica in una tazza e porgendola a Zexion con le sue enormi mani. “Fai come ti pare, CR. Non che tu mi abbia mai dato ascolto” brontolò, chiudendo con forza il contenitore. “Attieniti solo al protocollo”.
Il ragazzo osservò il droide brontolare qualcosa, uscire in retromarcia ed allontanarsi rumorosamente verso il fondo della maniera, il suo naso concentrato solo sulla quantità di persone che dovevano aver bevuto in quel bicchiere prima dell’ultimo lavaggio.
La setticemia sembrava un’opzione piacevole, e strinse di nuovo a sé il salvavita.
Ma rifiutare un bicchiere di preziosa acqua in un luogo simile avrebbe accorciato ancora di più la sua vita, almeno dallo sguardo fisso di Gea Oganae, dunque la mandò giù in un solo colpo.
Era calda e disgustosa.
La donna si sedette, gettandosi di peso su una sedia identica alla sua ma con un bracciolo sfondato. “Non sei un po’ giovane per questo tipo di lavoro, Ienzo?” domandò, spostando tutto il peso sulla sedia. “Ammetto che non mi sarei aspettata un visino ripulito come il tuo, qui sotto”.
“Appunto”.
Con la sala immersa nella penombra, Zexion inspirò con tutte le energie che gli occorrevano.
Era chiaro che la donna avesse scelto quel luogo proprio per la scarsa visibilità, ma era un dettaglio che lo avrebbe solo avvantaggiato. La sua interlocutrice aveva ancora numerosi dubbi, ed al giovane non era sfuggito il suo odore che di incuriosito aveva ben poco, così come aveva percepito l’arrivo di un paio di minatori bene armati proprio al di fuori dell’ufficio. Incrociò le mani sulla scrivania, accorgendosi di quanto fossero appiccicose. “Non se lo aspetterebbe nessuno. Di norma … un esponente del popolo nanico sarebbe stata la scelta più ovvia quando si tratta di miniere”
“Parli dei nani con una discreta facilità, Ienzo”.
Gea incrociò le braccia, piegando leggermente la testa verso di lui. “Un popolo famoso per la sua fedeltà alla causa della Ribellione. Non esattamente benvoluti in territorio imperiale, sai?”
“Un motivo in più per non mandarne uno su un’aeronave della MinoTech”.
La pressione intorno a lui iniziò a mutare insieme ai pensieri della minatrice.
Respirare lì sotto ormai stava diventando impossibile, ed il ragazzo puntò i piedi contro la sedia, costringendosi a rimanere vigile anche se tutti i muscoli del corpo gli stavano gridando di uscire di lì e correre a prendere una boccata di aria vera. Gli odori della donna, mescolati a quelli degli uomini al di fuori, sembravano un’onda su cui fosse costretto a rimanere in piedi
“Suppongo che tu abbia già avuto a che fare con dei nani …” mormorò, sperando che il tono colloquiale della frase riuscisse a spingere la minatrice ad un nuovo passo “… in tempi recenti, intendo dire”.
“E chi potrebbe dirlo, Ienzo?”
Poche parole, ma la vera risposta giunse alle sue narici, forte e chiara.
“Beh, sarebbe un vero peccato se non ne avessi visto nemmeno uno. Qui dentro è chiaro che siate tutti minatori capaci, ma mi sentirei sollevato nel sapere di aver consegnato il materiale nelle mani di gente che appartiene davvero al sottosuolo. È stato un viaggio pieno di rischi”.
“Non lo metto in dubbio, e per questo ti rinnovo i ringraziamenti di tutti noi. Solo che …”
Le sue dita picchiettarono su un pad. La luce si riflesse sulle sue unghie distrutte, scintillando con prepotenza nella penombra dell’ufficio; dei file si aprirono, ma lo schermo era saggiamente volto nella direzione opposta ai suoi occhi.
Dall’esterno giunse un brusio confuso, ma il giovane non poteva concedersi il lusso di una distrazione.
A giudicare dal rumore metallico e dal brusio, il droide CR doveva essere tornato.
Con secondo gesto più imperioso, Gea Oganae chiuse i file e si protese verso di lui. “… non ero stata avvisata della tua visita, Ienzo. E non sono un’amante delle sorprese, sai? Per quanto terribilmente gradite…”
“Credevo che una come te sapesse come funzionano queste cose” disse, sollevandosi dalla sedia.
L’altra si alzò di riflesso, seguendo il suo movimento per continuare a torreggiarlo.
Ma i suoi pensieri adesso gli invadevano le narici forte e chiaro, così come era chiaro che non avrebbe mai accettato alla leggera la parola di qualcuno più debole di lei. “Pensi sul serio che l’Alleanza metta tutti al corrente di tutto? Specie con i soldati di Saruman dentro questa miniera? Nemmeno io avevo idea di chi avrei incontrato quaggiù, né se altri siano stati avvisati …”
Sorrise, costringendosi a concentrarsi al massimo per mantenere un’espressione che risultasse quantomeno decisa. I suoi sensi come un guizzo sembrarono attirarlo fuori dall’edificio, ma gli occhi rimasero puntati contro quelli scuri di lei. “Ogni frase in più del necessario può arrivare alle orecchie degli imperiali. E nessuno di noi vuole trovarsi degli assaltatori in casa, dico bene?”
Lei si morse il labbro, come a soppesare le sue parole. Zexion si sentì scrutato fin nel profondo, ma resse lo sguardo inquisitore.
Il calore dell’intera miniera sembrò avvolgergli le spalle come un mantello, ritrovandosi a sudare copiosamente.
Ma, prima ancora che la stessa Gea potesse rivolgergli il suo solito ghigno provocatore, il giovane sentì di aver ottenuto ciò per cui era giunto.
“Punto a tuo favore, piccoletto. Mi sembri pure troppo sveglio per essere dell’Alleanza ma ehi, sono solo una scavarocce, certe cose non fanno per me” fece, rimettendosi di colpo seduta e allungando la mano per riempirsi di nuovo la tazza d’acqua. Un sospiro di sollievo scappò anche dalle labbra di Zexion quando vide gli enormi bicipiti della donna decontrarsi, ma ebbe cura di nascondere la propria espressione sotto al ciuffo. La minatrice controllo velocemente il pad, digitò un comando e poi sollevò lo sguardo per rivolgerlo alla porta. “CR si è attenuto alla prassi. Uno dei diplomatici dell’Alleanza sbarcati nei giorni scorsi verrà a riceverti”.
“Come ho già detto, è verosimile che non si tratti di qualcuno che io possa conoscere. Lo stesso trasporto di contrabbando dai depositi della MinoTech è stato organizzato con la minima dispersione di informazioni possibile” mormorò.
Il peggio era passato, ma si trattava soltanto del primo passo.
Non si era assunto i rischi senza motivo, e ad ogni minuto che passava era certo che l’aria gli sarebbe bruciata nei polmoni; il comunicatore salvavita sembrava esserglisi attaccato al guanto per il sudore, e l’attesa del responso finale sembrava un’agonia.
Poi, ad un tratto, complice un leggero spiffero al di sotto della porta, l’odore del delegato gli giunse come un colpo di frusta. Piacevole e profumato, non intenso, ma assolutamente l’unico odore che non avrebbe mai dovuto incrociare nel corso di quella missione.
Vi era una sola persona nell’intera Ribellione che avrebbe potuto scoprirlo, e tra tutte le migliaia di pianeti abitabili e non della Galassia doveva trovarsi proprio nel sottosuolo della luna di Onoam.
“Tutto a posto, Ienzo?”
La voce di Gea lo colse di soprassalto, e cinque dita si strinsero intorno alla sua spalla. Era chiara che lo stesse facendo solo per sorreggerlo, ma al giovane scricchiolarono come se un gigante gli avesse appena afferrato per stritolarlo ed incatenarlo alla sedia. “Hai una faccia …”
“Credo … credo solo che mi manchi l’aria …” sussurrò, cercando di alzarsi.
L’odore si avvicinò, accompagnato dal clangore del droide astromeccanico.
Zexion si voltò di colpo, facendo scivolare gli occhi per tutta la stanza, e si alzò nonostante la donna cercasse di trattenerlo seduto.
La porta si aprì, e due grandi occhi azzurri fin troppo familiari incrociarono i suoi.
“Padron Zexion? Cosa ci fa qui?”
Qualunque risposta intelligente fosse sul punto di uscirgli dalla bocca rimase gorgogliante a metà, scoppiando come una bolla dentro la sacca dell’erogatore.
La solita espressione odiosa da pesce lesso di Camus invase il suo campo visivo, seguita dall’unica frase possibile che il sacerdote potesse pronunciare “Ma lei non stava con i Servizi Segreti?”
“MA BRUTTO …”
L’ultimo atto cosciente di Zexion fu quello di premere con tutta la forza in corpo il segnale del comunicatore di emergenza prima che l’enorme mano di Gea Oganae lo ributtasse a terra per colpirlo in pieno viso con un pugno.







 
 
La pozza di magma ribolliva pigramente.
Zam non era mai stata una grande amante delle temperature estreme, ma in quel momento il vapore giallastro che fuoriusciva dalla bocca secondaria del vulcano giocava a suo favore.
Parlare di Jango non la metteva mai a suo agio.
A pochi passi da lei, il Generale Baran sembrava una statua scolpita nella roccia nera nel vulcano, seduto a terra in mezzo al vapore ed alle scintille. Il diadema dorato che gli incorniciava l’occhio sinistro risplendeva con venature simili al fuoco, l’unico elemento che avrebbe potuto definire “vivo” su quella figura immersa nella meditazione; nemmeno il mantello o la stoffa degli abiti sembrava scossa dal leggero soffio d’aria che proveniva da oltre il vulcano, e per tutta la durata del suo racconto l’uomo era rimasto nella medesima posizione senza emettere un suono o piegare il collo.
Se non si fosse trattato del Cavaliere del Drago in persona, Zam sarebbe stata pronta a scommettere che il suo interlocutore non avesse ascoltato una singola parola del suo racconto.
E, si ritrovò a pensare con amarezza, forse sarebbe stato preferibile.
Non si era mai considerata una donna romantica, ma anche dopo più di venti anni d’assenza sarebbe stata pronta a giurare di sentire le dita di Jango avvilupparsi tra i suoi capelli in mezzo a quelle volute di fumo acre e vapore. Parlando con il Generale si era resa conto di quanto negli ultimi tempi il proteggere e nascondere Neos avesse coperto la sensazione di mancanza del suo compagno, e questo l’aveva forse rattristata più del dovuto.
Ai lati del Cavaliere del Drago, poste su due bracieri, una fiamma rossa ed una azzurra guizzavano incuranti dell’ambiente in cui si trovavano, brillanti come se lo stesso magma sotto di loro cercasse di rispecchiarvisi. Zam aveva notato che durante il suo racconto le fiamme erano lentamente aumentate, passando da semplici braci a lingue di fuoco lunghe quanto un suo braccio.
“Ti ringrazio di avermi narrato della tua perdita”.
La figura parlò, anche se si mossero soltanto le sue labbra. “Avresti potuto ometterlo, eppure hai deciso di espormi una tua debolezza. Non me lo aspettavo”.
“Se è per questo nemmeno io. Ma è stato lei per primo, Generale, a chiedermi come mi fossi unita all’Impero Galattico”.
“Al momento non riesco a vedere il collegamento”.
Zam mosse con lentezza un passo in avanti. Il Cavaliere del Drago non mosse un muscolo, né parlò per allontanarla, dunque costrinse la gamba sinistra a continuare il movimento, portandosi ancora verso di lui. La debolezza dei primi giorni era andata ad affievolirsi, e le piante dei piedi sembravano ricordare in maniera ottimale come spostarsi priva di un sostegno. Sospirò tra sé rendendosi conto che avrebbe avuto bisogno ancora di qualche giorno per una riabilitazione quantomeno sufficiente. Il sangue del drago, come le aveva mormorato lo stesso Generale durante un dormiveglia, compiva miracoli eccezionali, ma era compito delle persone ritornare a muoversi nel mondo.
Da quella posizione riusciva a scorgere la punta dei baffi neri, anch’essi quasi immobili sul viso contratto.
“Dovrà pazientare ancora un po’, temo” disse “È un argomento …complicato”.
Di Jango ne aveva parlato ben poche volte anche con persone come Mara o Daala, figure con cui negli anni aveva instaurato un buon rapporto di confidenza. Talvolta ne aveva discusso anche con Boba, ma sapeva che con il cacciatore di taglie era spesso molto difficile esporre argomenti così personali. “Ma conto di avere abbastanza tempo da raccontarle tutto”.
La figura si alzò, scostando con un dito la cenere dallo spallaccio. Gettò uno sguardo sul fondo del crepaccio dove il magma sfrigolava in decine di enormi bolle che scoppiavano lungo la superficie per alimentare il vapore fastidioso.
“Ho una domanda da porti”.
Zam si immobilizzò, colpita dallo strano cambio di tono nella voce del Generale. “Mi dica …”
“La morte del tuo compagno … credi che avresti potuto evitarla, se fossi stata lì? Se fossi stata pronta alla battaglia, saresti riuscita ad uccidere quello Jedi?”
Sussultò, sentendo improvvisamente la presa dei piedi venirle meno. Allungò una mano, afferrando uno dei bracieri vicino a lei, accorgendosi solo in quell’istante che la fiamma azzurra emanava una strana frescura che contrastava il calore ed il fuoco del vulcano. Ebbe bisogno di qualche secondo per deglutire, sforzandosi di cercare un senso alla domanda dell’uomo; da quando si era risvegliata nel suo territorio il Cavaliere del Drago si era limitato ad ascoltare i fatti, senza perdersi in domande idiote come i se o i ma.
Eppure la domanda era lì, nell’aria e nel fuoco, e capì che il signore dei draghi non avrebbe nemmeno aperto gli occhi finché non avesse ricevuto una risposta soddisfacente. Respirò, non del tutto certa che quell’amaro che le invase i polmoni fosse causato dai fumi del vulcano. “Io … credo di sì. A Coruscant mi ha catturata, ma sono convinta che se lo avessi visto minacciare Jango e Boba … avrei potuto fare di più” sussurrò “Avrei potuto fare la differenza”.
“E questo non ti rende dunque colpevole? Si potrebbe pensare che sia stata la tua assenza a ucciderlo, almeno in parte”.
Zam tremò.
L’affermazione rimase nell’aria, sfrigolando.
Non era stata la prima volta che quel pensiero l’aveva attraversata, ma aveva cercato negli anni di addormentarlo. Ne aveva parlato qualche volta con Mara, una di quelle persone che di certo non si perdeva in frasi di cortesia soltanto per alleggerirle la coscienza, ma anche lei aveva cercato di alleggerire quel senso parziale di colpa che era nato lo stesso giorno che quello Jedi l’aveva bloccata nella carbonite. Se non avesse preso la decisione di assassinare la senatrice da sola probabilmente Jango non sarebbe morto. “Lei affronta sempre i problemi in modo così diretto, Generale?”
Lui abbandonò l’immobilità, muovendo leggermente la testa verso il centro della pozza come a cercare qualcosa nel vapore impenetrabile. “È l’unico modo che conosco, e sono convinto che tanti anni al fianco della famiglia demoniaca lo abbiano fortificato” disse “Ma non mi hai risposto”.
“Ho risposto ad una domanda con un’altra domanda. Un po’ troppo umano da parte mia, e mi scuso” disse, ascoltando il suono del proprio cuore.
Sì, aveva addormentato la domanda per tanto tempo, forse temendo il dolore.
Ma la sensazione di aver sbagliato ogni singolo passo e di aver causato la fine della persona che aveva amato più di ogni altra al mondo … non poteva semplicemente ucciderla.
Ed era incredibilmente strano e perfetto come una creatura a metà tra l’uomo, il demone ed il drago che aveva combattuto con tutte le proprie forze fosse stato in grado di sputarle dalla bocca una verità a cui aveva cercato di dare forma anche in presenza di persone amiche ed alleate.
La vera differenza tra un dio ed un mortale come lei. “Sì. E non è stata anche colpa mia. È stata soprattutto colpa mia. Ho creduto di poterlo salvare con le mie forze, e l’ho portato invece alla morte” disse. La mano destra le corse d’istinto alla guancia, come a sopprimere una lacrima, ma il fuoco, il vapore e qualcosa di doloroso al centro del suo petto non le fecero trovare altro che una pelle riarsa. “Non so cosa sarebbe accaduto se avessimo lavorato insieme, ma sono convinta che il risultato sarebbe stato … preferibile. E la ringrazio per avermi costretta ad ammetterlo”
A quelle parole, il signore del Choryugudan si voltò.
L’espressione al di sotto delle sopracciglia nere era immobile, ma non vi era quel sentimento duro che Zam si sarebbe immaginata.
Quello, probabilmente, era dipinto sul proprio viso.
Si avvicinò a lei, sollevando il gomito per fornirle un appoggio. “Un altro argomento su cui ci troviamo d’accordo. Non essere presenti è una colpa. Non agire è una colpa”
Chinò la testa, evitando i suoi occhi per la prima volta da quando si erano incontrati.
“Fallire è la più grave delle colpe”.
Uno strano silenzio cadde in mezzo a loro.
Zam accettò il braccio senza dire altro, sentendo al di sotto della tunica i muscoli indurirsi più del necessario, ma delle decine di parole che cercavano di uscirle dalla testa non ve ne era nessuna adatta a capire quali pensieri passassero dietro quel diadema dorato e quella pelle che nemmeno i lapilli del vulcano riuscivano a bruciare.
Presero lentamente a scendere.
Le sembrava che ogni passo fosse contemporaneamente più pesante e più leggero di quando fosse salita.
“Per oggi le storie possono aspettare”
Il Cavaliere ruppe il silenzio, bloccandosi a metà del percorso e voltando la testa verso un punto dell’orizzonte. Zam seguì lo sguardo, osservando uno stormo di draghi che non aveva mai visto muoversi in formazione verso la caverna del suo ospite, figure allungate e sinuose che sembravano addirittura salire e scendere tra le nuvole grigie. “Avrei il piacere di farti conoscere qualcuno”.
 
  
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