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Autore: Chiara Capocci    18/10/2021    1 recensioni
La storia romanzata della relazione amorosa tra Lorenzo il Magnifico e Bartolomea de' Nasi.
Genere: Sentimentale, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Epoca moderna (1492/1789), Rinascimento
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4 marzo 1489

Donato Benci giaceva esanime sul letto di morte.
Il trapasso era stato tranquillo, sebbene l'uomo soffrisse da tempo di diversi malesseri fisici che nell'ultimo periodo lo avevano costretto a letto: la notte precedente prima di andare a dormire aveva recitato una preghiera con la figlia, si era coricato e la morte l'aveva colto nel sonno.
Al suo capezzale era riunita quella parte della famiglia Benci più vicina al defunto, comprendente i fratelli Bartolomeo e Francesco, la nipote Ginevra di Amerigo e la vedova Bartolomea con la figlia Ginevra di Donato.
La piccola, seduta sulle gambe della sua omonima più adulta, era serena in volto e finanche nell'animo. Dalla sua fede incrollabile e il profondo affetto, reciproco, che la legava al padre le derivava la gioia per il fatto che Donato dovesse aver smesso di soffrire, e la convinzione che un uomo buono e amorevole come lui non potesse in quel momento trovarsi altrove che in Paradiso.
Gli adulti erano in piedi vicino la sponda sinistra del letto, esclusa Ginevra di Amerigo.
La donna, nel vedere la dodicenne Ginevra di Donato al capezzale dello zio, era incalzata dai ricordi della morte di suo padre quand'ella era di poco più piccola. Quanta sofferenza aveva provato nel vedersi portare via da un male misterioso quel genitore meraviglioso da cui aveva ripreso l'amore per i libri e le poesie! Ma ne era passato di tempo da allora, e ora non era rispettoso sovrapporre alla figura di Donato quella di Amerigo Benci, specie tenendo presente che in famiglia si era sempre rimproverato al primo di assomigliare assai poco al fratello. Ginevra de' Benci cercò dunque una distrazione alzandosi dal capezzale del defunto per dirigersi alla finestra, dopo aver fatto scendere dalle proprie ginocchia la giovane cugina e averle intimato di raggiungere la madre all'altro capo del letto.
Bartolomea l'avrebbe volentieri presa accanto a sé se Francesco Benci non l'avesse preceduta invitando la bambina a mettersi vicino a lui.
Quest'atteggiamento nascondeva neanche troppo velatamente la volontà di indirizzare un messaggio a Bartolomea, quello per cui a sua figlia avrebbe giovato la lontananza da lei, concordemente alla pessima opinione che Francesco aveva della cognata. Per l'uomo, infatti, Bartolomea de' Nasi era poco più che una sgualdrina, una donna immorale che, accecata dalla lussuria e dalle attenzioni del potente di turno, aveva venduto l'onore dei Benci, la famiglia che l'aveva accolta quand'era poco più che una bambina.
Bartolomea incassò il colpo. Del resto poco le importava delle provocazioni del cognato, le uniche armi che aveva per colpirla. Sapeva che se avesse potuto Francesco sarebbe arrivato a strapparle la custodia di Ginevra, ma, per l'appunto, non ne aveva la facoltà, in quanto nel suo testamento il marito Donato aveva nominato tutore della figlia il Magnifico Lorenzo, l'unico a disporre di "omnibus de dicta Ginevra" e che mai avrebbe avallato le pretese di Francesco a scapito di Bartolomea.

Il gruppo familiare aveva appena rotto l'adunata che Francesco Benci, sinuoso e venefico, non pago della precedente provocazione nei confronti di Bartolomea, incamminandosi verso l'uscita si accostò alla cognata sussurrandogli parole di sfida.

"La morte di mio fratello sarà il tuo lasciapassare per altre dissolutezze?"

Bartolomea alzò lo sguardo nella direzione dell'uomo. La domanda del cognato le aveva portato alla mente lo scenario drammatico che le si prospettava, quanto mai distante da un lasciapassare per altre dissolutezze. Vedova con una figlia a cui assicurare un futuro dignitoso, con un padre defunto da anni e invisa ai parenti del marito, l'unica sua possibilità era quella di implorare ospitalità ai suoi fratelli, nella speranza che la figlia contraesse matrimonio presto e che lei stessa potesse rimaritarsi, relativamente giovane com'era. Certo, rimaneva la possibilità di pretendere da Lorenzo ch'egli intervenisse per trovarle un nuovo coniuge in virtù di quanto c'era stato tra di loro, ma come fare se proprio lui le aveva spezzato il cuore?
E poi, se anche fosse riuscita a relazionarsi di nuovo con lui e a risposarsi per sua intercessione, cosa ne sarebbe stato della figlia Ginevra? Non poteva certo chiedere di combinare un matrimonio anche a lei, sarebbe stato troppo opportunistico, e quasi un voler strumentalizzare per fini materiali la sua passata relazione col Magnifico, come fosse stata una prostituta.
Più Bartolomea de' Nasi pensava al suo futuro da vedova con una figlia dodicenne, più le si prospettava l'eventualità di non riuscire a salvaguardare sia lei che Ginevra. Evidentemente qualcosa andava sacrificato. "Sacrificherò me stessa" pensò Bartolomea. "Quello che conta è che la mia piccola non abbia a patire. Di me sarà quel che sarà, e questa precarietà del resto la merito come punizione per i miei peccati".


"Che ne sarà di te, madre?" furono le parole, le prime pronunciate in quella giornata, che Ginevra di Donato rivolse a Bartolomea al termine della cerimonia funebre, mentre tornavano a casa.

Era un'adolescente intelligente, tanto da aver compreso chiaramente i dissapori esistenti tra la madre e gli zii, in grado di compromettere la vita familiare che si conduceva da che lei aveva memoria. Sapeva che lei e Bartolomea agli occhi dei Benci non erano equivalenti: Bartolomea era un'estranea, mentre lei, in quanto nata da un loro parente, era sangue del loro sangue, un elemento della famiglia che andava preservato in seno alla schiatta, tanto più se figlia innocente e sfortunata di una madre degenere qual era considerata dagli zii.

"Dovresti chiedere al Magnifico Lorenzo di proteggerti e offrirti sostegno. Se non lo farai tu lo farò io"

Nell'udire parole così lucide e imperiose Bartolomea arrestò il passo, costringendo la figlia a fare altrettanto. Pensò che fosse la paura a rendere Ginevra così acuta e pragmatica, perciò le accarezzò i capelli e la abbracciò, mentre l'esortazione della figlia produceva in lei pensieri incalzanti.
Era arrivato il momento di capire cosa fare non solo della sua vita, ma anche di quella di sua figlia. Rimanevano valide le conclusioni delle riflessioni di quella mattina: qualsiasi cosa fosse stata decisa, andava decisa tenendo presente il bene di Ginevra e non il suo, e il bene di Ginevra era obiettivamente quello di rimanere in casa Benci, qualsiasi cosa fosse stato di lei. Era un pensiero terribile e angoscioso, per l'inevitabile circostanza per cui Ginevra, se non avesse contratto matrimonio di lì a poco, sarebbe cresciuta in un ambiente dove la madre era fortemente disprezzata e stigmatizzata: per quanto considerasse peccaminosa e riprovevole la vita che aveva condotto da due anni a quella parte -tradendo un marito esemplare e compromettendo l'onore di una famiglia, quella dei Benci, che l'aveva accolta quand'era appena quattordicenne-, Bartolomea scoppiò in lacrime.
Ginevra assistette impassibile al pianto di sua madre, che riteneva la reazione più naturale per un'indole debole come quella di Bartolomea. La giovane infatti, davanti alla circostanza per cui sua madre aveva intrapreso una relazione clandestina e ora si trovava a sperimentarne le conseguenze, lungi dal colpevolizzarla eccessivamente, pensava alla donna che l'aveva messa al mondo come ad una vittima in primis della sua natura di femmina, intimamente corrotta, e subito dopo della sua mollezza caratteriale, tale da non averle permesso di porre freno agli istinti. Tutto ciò faceva sì che Ginevra desiderasse per Bartolomea un futuro clemente, che, in considerazione del fatto che sua madre non era malvagia quanto fragile, potesse permetterle magari di redimersi, mentre lei stessa avrebbe contribuito con la sua vita ad espiare i peccati commessi dalla Nasi.
Per quanto riguardava il Magnifico Lorenzo, che Ginevra aveva evocato come protettore, la possibilità ch'egli rientrasse nella vita di sua madre non la turbava minimamente, dal momento che non avrebbe potuto nuocere a nessuno, ora che Donato Benci se n'era andato. Ginevra aveva di Lorenzo, che peraltro era anche suo tutore legale, un'opinione altissima, e solo il grande amore che portava alla memoria di Donato le impediva di pensare a lui come ad un secondo padre: del resto era l'unico che avesse compreso la sua natura e l'avesse incoraggiata ad assecondarla; ogniqualvolta poi pensava ai versi che le aveva dedicato con grande sensibilità ed affetto, le veniva da commuoversi e da decantare Lorenzo quale un uomo sommamente buono e dignitoso, talmente buono e dignitoso da spingerla a sorprendersi di come avesse potuto compiere adulterio insieme a sua madre.
La giovane Ginevra non poteva immaginare che in realtà, lungi da Lorenzo, sarebbe stata principalmente lei stessa, con le azioni che avrebbe compiuto di lì a poco, ad assicurare alla madre il futuro clemente che si auspicava per lei , futuro in cui Bartolomea si sarebbe dimostrata una donna tutt'altro che fragile e caratterialmente debole.

* * *

Gualtieri Alisi aveva la grande capacità di rimanere impresso a chiunque lo incontrasse e avesse l'occasione di sentirlo suonare: il virtuosismo che caratterizzava le sue dita alla viola era raro, connotando la musica ch'egli produceva come una melodia unica ed ipnotica. Da quando i Benci erano riusciti ad inserirlo negli ambienti della corte papale, una decina di anni prima, come semplice cantante, l'uomo aveva messo a frutto la poliedricità che gli era propria per imparare a suonare la viola, e così facendo era diventato in poco tempo il vanto di quell'orchestra che animava le serate di papa Sisto prima e di papa Innocenzo poi.
Poteva dirsi senza alcun dubbio ch'egli avesse un'indole artistica, giacché l'azione di suonare la viola era da lui caricata di sentimento ed estro, lungi dal configurarsi come una meccanica abitudine atta ad assicurargli sostentamento e vantaggi dal punto di vista materiale. Tale circostanza era evidenziata dalla tendenza di Gualtieri a ricercare più composizioni possibili, da suonare per sé in primis e successivamente da proporre alla corte. Se Sisto, amante dell'arte e della musica, pretendeva dai suoi musici un massiccio ricambio di pezzi, assecondando la spasmodica ricerca dell'Alisi, la stessa cosa non poteva dirsi di Innocenzo, e solo la passione di Gualtieri assicurava alla corte papale una vasta gamma di composizioni.
Egli, per forza di cose, cantava e suonava brani che avevano origine in diverse parti della penisola, contravvenendo al campanilismo tipico dell'Italia di quel periodo: era invero un cosmopolita, e in ciò l'aiutavano le sue origini.
Gualtieri Alisi non era infatti né romano, né fiorentino, sebbene vivesse a Roma e avesse abitato anni prima nella città del Giglio. Era nato a Bisceglie, nel regno di Napoli, quale figlio illegittimo di un ricco mercante che per affari si recava spesso a Firenze, e in un'occasione aveva portato quel ragazzo che sentiva quanto mai distante da sé, data la di lui indole e il di lui status di figlio illegittimo.
Il caso volle che il fondaco dove alloggiavano fosse vicino a via dell'Agnolo, laddove era sita la bottega di mastro Verrocchio, con il suo variopinto retrobottega ricco di opere d'arte in vendita.
Come poter parlare dell'incanto che i colori e quelle composizioni realistiche, la lucida finitezza del marmo e la splendente patina delle sculture bronzee destavano nel giovane Gualtieri? L'animo era ricolmo di gioia e intima soddisfazione, come quella di un marinaio che abbia trascorso tanto tempo in mare e sia finalmente riuscito a toccare terra. La vita che aveva trascorso fino ad allora era il mare; l'Arte, che in quelle opere così a misura d'uomo gli si svelava ora nella sua forma più tangibile come fine prodotto dell'ingegno umano, era la terra. L'uomo poteva creare simili prodigi, e la via per poterlo fare, come scoprì presto Gualtieri, era quella di entrare come allievo in quella fucina di bellezza. La portata epifanica di una simile consapevolezza lo fece rinascere a nuova vita, o venire al mondo per la prima volta.
La sensibilità artistica di Gualtieri però non poteva che scontrarsi con i progetti che suo padre aveva per lui: la bottega del Verrocchio non solo gli era interdetta, ma non poteva neanche essere nominata, pena le mortificanti asserzioni del padre circa la sua nascita illegittima, con le connesse considerazioni sul fatto che quel ragazzo non faceva altro che rivelarsi come un errore.
Fu allora che Gualtieri, con la caparbietà che era propria del suo carattere, mise a punto una strategia che si sarebbe rivelata, poi, vincente, mettendo da parte i sogni e adempiendo alla volontà del padre. Il mondo degli affari divenne per lui un libro aperto, tanto che suo padre, sebbene avesse solo quindici anni, arrivò a dividere con lui i profitti. Gli permise anche, sebbene solo per lavoro, di viaggiare per l'Italia: e dunque Gualtieri ebbe modo di tornare a Firenze, deciso a lasciare quella vita che gli stava stretta per abbracciare quella che desiderava e che sentiva congeniale a sé. Al suo idealismo però si accompagnava anche una solida lungimiranza, grazie alla quale sentiva di dover avere delle garanzie in merito al suo futuro, non potendo permettersi assolutamente di partire alla cieca, rischiando di perdere tutto. Fu così che, prima di fuggire dal suo vecchio mondo, si presentò al cospetto di Andrea del Verrocchio, chiedendogli di poter entrare nella sua bottega. Avrebbe volentieri implorato se il suo orgoglio non glielo avesse impedito: ma non ce ne fu bisogno, fortunatamente. Mastro Verrocchio, inizialmente scettico circa l'età del ragazzo che aveva di fronte, troppo tarda secondo gli standard di un apprendistato, rimase successivamente colpito dalla sua storia, così singolare e ammirevole. Sebbene il buonsenso gli dicesse di lasciar perdere quel garzone che sembrava destinato a tutt'altra vita, che non aveva mai messo mano alla matita, che aveva un padre che molto probabilmente lo avrebbe reclamato, portando grane a lui e alla sua bottega, Andrea decise di accogliere Gualtieri Alisi tra i suoi allievi, affidandogli l'iniziale mansione di occuparsi della sua bottega in chiave imprenditoriale, viste le sue competenze in ambito mercantile.
I primi mesi di Gualtieri Alisi nella bottega di mastro Verrocchio non furono piacevoli: passare tutto a controllare i libri contabili alla ricerca di spese eccessive o inutili gli dava l'impressione di essere rimasto a Bisceglie, con l'aggravante di stare a pochi metri dal luogo dove avveniva la creazione artistica, senza però potervi prendere parte. Per non parlare poi del timore continuo che suo padre potesse raggiungerlo e il maestro cedesse alle sue pressioni per riaverlo indietro! Gualtieri pensava ad una simile circostanza con lo stomaco sottosopra e un acuto senso di sbandamento. Tornare sotto al tetto paterno sarebbe stata una tortura dell'anima. Piuttosto che subire le ritorsioni del genitore sarebbe scappato di nuovo, magari in Francia o in Inghilterra, e avrebbe lavorato duro, al servizio di chiunque gli avesse teso la mano, fosse pure il Diavolo in persona.
Ma, fortunatamente per la sua anima di cristiano, suo padre non l'aveva reclamato, e dopo un anno di avveduta gestione finanziaria della bottega, mastro Verrocchio gli aveva permesso parallelamente di partecipare alla vita di bottega in qualità di garzone. O meglio, aveva sentito parlare di un mercante pugliese in visita a Firenze alla ricerca del figlio scomparso da qualche mese, ma non ci si era mai imbattuto, complice l'abitudine a restare chiuso nella bottega del Verrocchio, sia per la mole non indifferente di lavoro, sia per la paura di incontrarlo.
Ma, al principio del 1475, Gualtieri sentiva che suo padre dovesse essere lontano, richiamato dai suoi affari nel Meridione, e anche se così non fosse stato, la sua recente promozione a garzone gli dava un entusiasmo e una leggerezza tali da farlo sentire invincibile... Avesse incontrato suo padre per le vie di Firenze l'avrebbe affrontato a viso aperto.
La promozione a garzone di Gualtieri Alisi coincise con il periodo in cui, nella bottega di mastro Verrocchio, due opere su tutte catalizzavano l'attenzione e l'operosità della bottega intera: il David e il Battesimo di Cristo.
Fu allora che Gualtieri fece la conoscenza forse più importante della sua vita, che avrebbe indirizzato il corso della sua esistenza rendendolo l'uomo che era in quella primavera del 1489. Leonardo aveva appena sette anni in più di Gualtieri, ma dal primo momento in cui interagirono il ragazzo di Vinci rappresentò per l'Alisi quel padre spirituale in grado di catalizzare tanto l'atavico bisogno di affetto che il giovane Gualtieri, per forza di cose, aveva dovuto reprimere, -stretto com'era tra il rapporto conflittuale con il suo vero padre e una vita dedita agli affari prima, e al caparbio inseguimento dei propri sogni poi- quanto la realizzazione della personalità artistica del giovane. A ventitré anni infatti, Leonardo da Vinci possedeva già una saggezza e un'intelligenza emotiva in grado di assolvere perfettamente al ruolo di mentore, tanto nella vita quanto nell'arte.
L'incontro tra i due avvenne in una circostanza pittoresca, quasi boccaccesca: Gualtieri era il testimone delle uscite notturne di Leonardo e Sandro, quel pittore già affermato che tuttavia frequentava ancora bottega e veniva chiamato Botticello, e in un'occasione aveva deciso di seguirli, per scoprire il motivo di tante ripetute fughe di soppiatto.
Si scoprì che i due stavano supervisionando l'ultimazione e il collaudo di una taverna, nella zona di Ponte Vecchio, avendone preso la gestione all'insaputa di tutti, soprattutto del Verrocchio, per quanto l'attività non interferisse minimamente con la vita di bottega...L'una infatti li avrebbe occupati la sera e la notte, l'altra il giorno. Più che altro sapevano che il maestro li avrebbe scoraggiati, appellandosi a quel buonsenso che suggeriva di lasciar perdere attività notturne che nell'immaginario comune erano assimilabili a pratiche e frequentazioni lascive.
“Già”, gli avrebbe detto mastro Andrea, “siete due pittori, vale a dire due bischeri senza arte né parte, letteralmente senza Arte, privati come siamo noi del diritto a raggrupparci in una corporazione autonoma che porti il nostro nome... vi manca solo di mischiarvi a sodomiti e puttane!”
Quando l'attività di Leonardo e Sandro divenne di pubblico dominio, il Verrocchio non esitò a redarguirli usando termini analoghi: ma ormai le porte dell'Osteria erano state aperte, e non già per sodomiti e prostitute, quanto piuttosto per gente onesta che avesse voluto ristorarsi permettendo ai due giovani proprietari di guadagnare qualcosa.
L'Osteria delle Tre Rane, come Leonardo e Sandro l'avevano chiamata, attirava gli avventori per le due variopinte insegne dipinte a mano e per i fondali artistici che, rubati dai depositi della bottega del Verrocchio, si intravedevano dall'entrata, ma invero non favoriva la loro permanenza né tantomeno il loro ritorno. I fortunati che riuscivano a districarsi col menù, scritto da destra verso sinistra dal Da Vinci e reso più comprensibile solo dai disegni delle pietanze realizzati da Botticelli, dovevano fare i conti con vivande fantasiosamente reinventate, in grado di incontrare il gusto di pochi.
Nel corso delle nottate all'Osteria, l'amicizia tra Leonardo e Gualtieri si consolidò nei modi e nei termini sopraddetti, tanto che l'Alisi era presente quando Leonardo e Sandro dovettero chiudere i battenti dell'Osteria, e se ne dolse tanto quanto loro; nell'estate del 1475 Gualtieri accompagnava Leonardo in casa Benci in occasione della realizzazione del ritratto di Ginevra per mano del giovane artista, gettando le basi per quel consolidamento dei rapporti con la famiglia fiorentina che sarebbe stata fondamentale per il suo inserimento nell'orchestra papale.
Fu grazie a Leonardo, peraltro, che Gualtieri scoprì la sua vocazione per la musica e il canto, dopo l'ennesima crisi dovuta ad un rifiuto di mastro Verrocchio a concedergli di lavorare a fianco di Leonardo nel Battesimo di Cristo. Gualtieri non avrebbe desiderato altro, se non per ambizione personale per l'intensa volontà di collaborare con l'amico, affinché il loro sodalizio umano potesse tradursi in un sodalizio artistico, con l'obiettivo finale di creare bellezza, a maggior gloria di Dio.
Gualtieri era ancora molto giovane, ma ciò non gli impedì di provare un profondo dolore allorché il rifiuto di mastro Verrocchio andò a pesare come un macigno sul timore già esistente di non essere abbastanza bravo con il disegno e la pittura. L'orgoglio dell'Alisi, che non gli avrebbe permesso di perseverare in un campo in cui non brillasse particolarmente, unito all'estremismo dei suoi diciannove anni, lo avrebbe portato ad abbandonare ogni cosa per intraprendere tutt'altra strada. Ma egli era anche molto caparbio, e troppo avveduto per gettare alle ortiche l'Arte, ciò che sognava da anni, per cui aveva sacrificato una vita di ricchezza ed agi... La presenza di Leonardo nella sua vita fu decisiva a questo proposito. Egli soffiò sul fuoco della caparbietà e dell'avvedutezza mostrandogli un'altra via, che Gualtieri non aveva mai preso seriamente in considerazione, mentre gli parlava parallelamente di impegno, costanza e dell'importanza della sperimentazione e del cimento, al fine di raggiungere quella conoscenza che, da sola, serviva a fare virtuoso un uomo. La virtù era dunque nell'umile poliedricità, e non nella presuntuosa padronanza di una sola arte, per quanto profonda, utile solo ad alimentare pensieri pregni di vanità.
Fu così che Gualtieri Alisi riprese in mano la matita per non lasciarla mai più, mentre scopriva nella musica e nel canto la sua disciplina l'elezione.

   
 
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