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Autore: lepaginediariadne93    13/01/2022    1 recensioni
"Ho provato il retrogusto dell'amarezza quando ho assaggiato la dipendenza e l'ho scambiata per amore".
Ginevra ha solo sedici anni quando incrocia, per la prima volta, gli occhi glaciali di Claudio. Per lei, è un colpo di fulmine. Per Claudio, lei è solo un nome da aggiungere alla sua lista di conquiste.
Tessendo una rete di inganni e bugie, Ginevra riesce a liberarsi del peso ingombrante di un amore a senso unico, ma quale sarà il prezzo da pagare, quando il passato tornerà prepotentemente nella sua vita e le chiederà un regolamento di conti?
Genere: Drammatico, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Triangolo | Contesto: Contesto generale/vago
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Capitolo Uno
 
 
È risaputo. Gli incontri che ti cambiano la vita non si fanno annunciare. Non ti lasciano un biglietto con nome e recapito, né ti inviano un messaggino quando stanno per bussare alla tua porta.
Sono più simili a un impatto frontale in autostrada: loro sono un tir, tu una vecchia auto che cammina per miracolo.
Quando ti investono non c’è possibilità di salvezza: sei fregato e basta.
Un po’ com’è capitato a me, che nemmeno ero stata invitata al compleanno Francesco Gori, ma Benedetta mi aveva tallonata per una settimana perché le facessi compagnia e, alla fine, avevo ceduto alle sue insistenze.
Così, alle 21.00 in punto di quella fredda sera di ottobre, mi ritrovai, contro ogni previsione, a suonare il campanello di casa del ragazzo più spocchioso, irritante e insopportabile della scuola.
«Mancini, ho forse le allucinazioni?» fu il simpatico benvenuto del festeggiato «Cos’è, abbiamo alzato la testa dal dizionario?»
«Ricordami perché siamo qui» borbottai sottovoce, prendendo Benedetta sottobraccio e superando Francesco Gori senza neanche fargli gli auguri.
«Perché Gori è il cugino di Ludovico» cantilenò la mia amica a mo’ di poesia «e questa è la buona occasione per passare del tempo con lui. A proposito, pensi sia già arrivato?» domandò guardandosi intorno.
«Giuro che, se non si presenta entro dieci secondi, vado a prenderlo io, ovunque sia» ribattei acida. Ero lì da meno di cinque minuti e già mi ero pentita di essermi fatta convincere.
E un’insopportabile voce maschile alle mie spalle mi confermò che, prima sarei tornata a casa, meglio sarebbe stato per tutti. «Accidenti, Mancini. Ci siamo addirittura vestite da femmina! Potrei quasi pensare che tu l’abbia fatto apposta per me.»
«Pensare non ti si addice, Gori» ribattei piccata «Non sprecare il tuo tempo in qualcosa che non ti riesce».
Per tutta risposta, indugiò sulle mie gambe scoperte e piegò appena le labbra all’insù.
Istintivamente, tirai giù l’orlo della gonna che Benedetta mi aveva prestato.
Non ero solita vestirmi in quel modo, ma la mia amica era stata irremovibile. E così, mi ero fatta convincere a lasciare a casa i miei comodi jeans e le mie pratiche All Star e a indossare quella longuette scura, stretta sui fianchi, che sfiorava a malapena le ginocchia. I piedi erano torturati da dei tacchi neri trafugati dall’armadio di mia sorella.
In compenso, quell’anima pia della mia amica aveva salvato la mia camicetta beige, suggerendomi però di tenere aperti i primi due bottoncini per scongiurare – parole sue –  l’“effetto catechista”.
Si era messa in testa che avrei dovuto trovare qualcuno, ma ero sicura che quell’improvviso interesse per la mia vita amorosa fosse dovuto al senso di colpa per avermi trascinata in quel salotto puzzolente di alcool e pullulante di persone con cui, se avessi avuto scelta, non avrei condiviso neanche l’aria.
E tutto solo per la sua fissa per Ludovico Gori.
Che, per inciso, non si era ancora palesato.
Stavo seriamente valutando l’ipotesi di andarlo a prendere io stessa e trascinarlo lì per le orecchie.
«Eccolo, è arrivato!» squittì improvvisamente la mia amica, strattonandomi dall’agitazione «È bellissimo!»
Beh, come darle torto? Non era sicuramente il mio tipo, ma era senz’altro uno dei ragazzi più affascinanti che avessi mai visto. Non che ci volesse molto, eh.
In segreteria si erano impegnati sul serio a raggruppare nella nostra classe ragazzi che, nel complesso, non potevano neanche essere definiti passabili, a esclusione di Gori, ma non avrei mai ammesso, neanche sotto tortura, che era piuttosto – ecco – carino.
 In fondo.
Ma molto in fondo.
«Finalmente sei arrivato, cazzone!»
Ecco, poi si comportava come un uomo di gran classe e quel po’ di bellezza che gli riconoscevo andava a farsi friggere.
Però, a malincuore, mi trovai d’accordo con lui: finalmente quel gran cazzone di Ludovico era arrivato e, come si confaceva a uno che si credeva un dio sceso in terra, fece il suo ingresso glorioso, passando impettito tra gli invitati e squadrando tutti con sufficienza.
Al contrario, uno stuolo di ragazzine lo guardava con gli occhi adoranti e un sorriso ebete stampato in faccia.
E la mia amica Benedetta non faceva eccezione, anzi, forse era la più penosa di tutte.
«Quanto è figo!» sospirò aggrappandosi al mio braccio «Pensi che, vestita così, possa piacergli?»
Ignorai volutamente la sua domanda. Quella sera aveva deciso di indossare un abitino verde smeraldo piuttosto corto, che copriva l’indispensabile, con una profonda scollatura sulla schiena, ma che, sul suo corpo minuto e sottile, la faceva assomigliare a una bambina che gioca con i vestiti della madre.
«Benedetta» nel momento in cui ci passò accanto, Ludovico le rivolse un saluto stentato, mentre a me riservò un misero cenno del capo, che ricambiai con un’occhiata annoiata.
Solo allora mi resi conto che non era solo. A pochi passi da lui, sguardo basso e sigaretta spenta tra le labbra, c’era un ragazzo dal volto familiare, ma che non riuscii ad associare a un ricordo preciso. Sapevo solo che lo avevo già visto, e nient’altro.
Aveva il classico aspetto di quello che potrebbe essere definito “un tipo poco raccomandabile”. Praticamente, la personificazione dei ragazzi belli e dannati che popolano i romanzi che Benedetta ama leggere.
Dopo il suo eroico ingresso, con tanto di corte sospirante a seguito, il principe William dei poveri raggiunse Francesco, mentre il ragazzo che era con lui lo salutò distrattamente e uscì in terrazza a fumare.
Inspiegabilmente, non riuscivo a staccare gli occhi da lui.
Ne fotografai mentalmente i movimenti, dal modo in cui pescò l’accendino dalla tasca dei jeans alle nuvolette di fumo che disegnò nell’aria, a come si scostò dagli occhi una ciocca di capelli.
Ripercorsi con lo sguardo ogni curva del suo corpo alto, slanciato e tremendamente attraente.
«Smetti di fissare Costa?» Giusto per essere sicura di attirare la mia attenzione, Benedetta mi assestò una gomitata nel fianco.
«C-come fai a conoscerlo?» finsi un tono distaccato, evitando il suo sguardo e massaggiandomi la parte dolorante.
Dentro di me, invece, la curiosità mi stava divorando.
Benedetta sollevò un sopracciglio «Come fai tu a non conoscerlo, piuttosto! È il campione di pallavolo della nostra scuola. Claudio Costa, quinta E. Ha ripetuto il terzo anno due volte. Non propriamente un topo di biblioteca, insomma»
«Però, certo che ne sai di cose, eh» la stuzzicai nervosa. Presi a torturare un fazzolettino di carta per non cedere alla tentazione di chiederle qualcosa in più.
«Vuoi che ti dia un tovagliolo integro? Sai, per asciugarti la bava» ridacchiò, guardandomi eloquente.
Arricciai il naso «Ma che cavolo dici? Non mi serve un bel niente. E poi, a dirla tutta, se una di noi sbava, quella sei tu!»
«Beh, non ho problemi ad ammetterlo, io.» replicò lei facendo spallucce «E, comunque, lascia perdere. Costa non è proprio il tuo tipo».
Avvertii una fastidiosa sensazione all’altezza dello stomaco e ingoiai a vuoto.
«E, sentiamo, quale sarebbe il mio tipo, secondo te?» Ero sulla difensiva, e il solo rendermene conto mi provocava un certo fastidio.
Ma la mia domanda rimase inascoltata, perché Francesco si era piantato al centro della stanza e aveva richiamato l’attenzione di tutti battendo le mani come una foca.
«Adesso si gioca a Obbligo o verità! Chi vuole partecipare, venga qui vicino a me!»
Gli occhi verdi di Benedetta brillarono di un guizzo malizioso «Questa non me la perdo! Gin, sei dei nostri?»
Inorridii. Avevo accettato di indossare una gonna scomoda e sfidare il mio precario equilibrio sui tacchi. Non avevo bisogno di un gioco infantile per peggiorare la mia già penosa serata.
«Ma neanche morta!» sbottai «Va’ pure, vi osservo da qua» mi spalmai con la schiena contro una porzione libera di parete e incrociai le braccia al petto.
Non avrei permesso a niente e nessuno di smuovermi da lì.
Avrebbero dovuto trascinarmi via di peso.
«Occupi il passaggio. Ti puoi spostare?»
Ecco, come non detto.
«Si dice per favore, gran maledu...» la voce mi morì in gola quando mi voltai e mi trovai faccia a faccia con Claudio Costa, che mi fissava annoiato. Dietro di lui, una ragazza bionda mi lanciava sguardi eloquenti.
«Allora, ti sposti?» domandò spazientita.
«Prego» borbottai a denti stretti, schiacciandomi ancora di più contro il muro per farli passare, lo sguardo basso per non incrociare gli occhi di Claudio.
Quando entrambi furono abbastanza lontani da me, ripresi fiato e li osservai accomodarsi in mezzo a quegli altri citrulli – Benedetta compresa – che avevano deciso di partecipare. Ben presto mi resi conto che l’unica a essere rimasta in piedi ero io.
Poco male, il buffet mi avrebbe fatto compagnia.
Peccato che la visione di quella bionda appiccicata a Claudio mi avesse chiuso lo stomaco.
È assurdo, mi dissi in preda ad una tacita, e intima, crisi di nervi. Vista da fuori sembravo l’impassibilità fatta persona, ma dentro mi sentivo pungolare da un fastidiosissimo fuocherello che mi ustionava le membra.
Il mio stato d’animo, a cui non avrei saputo dare un nome (o meglio, a cui temevo di dare un nome), non aveva senso.
Non avrei dovuto provare quella morsa allo stomaco nel vederli vicini, non avrei dovuto stringere i pugni quando lui le si avvicinò per sussurrarle qualcosa che l’aveva fatta sorridere.
Immaginai il calore del suo soffio che accarezzava l’orecchio e il collo di quell’oca giuliva e sentii montare dentro una rabbia che, per una persona estremamente lucida e razionale come me, era a dir poco inaccettabile.
Inammissibile.
Mi voltai di scatto per non torturare ancora i miei occhi e mi diressi a grandi passi verso il tavolo imbandito.
Riempii il piatto con qualsiasi cosa mi capitasse a tiro mentre, alle mie spalle, si alternavano gridolini, risa e schiamazzi.
Peggio di uno zoo, pensai accigliata, mentre mi versavo dell’aranciata. L’immagine di Claudio e della sua accompagnatrice che se la ridevano era così impressa nella mia mente che non mi accorsi che l’aranciata aveva oltrepassato il bordo del bicchiere e stava gocciolando su un vassoio di rustici.
«Cazzo» borbottai, mettendo da parte il bicchiere «Ma che sto combinando?»
Ancora di spalle, incapace di voltarmi e assistere allo spettacolo, sentivo le pareti della gola bruciare.
Tastai le tasche della gonna e tirai fuori una caramella al miele, una di quelle che, per abitudine, portavo sempre con me. La mandai giù, sperando mi desse un po’ di sollievo, e chiusi gli occhi mentre il ripieno caldo e zuccheroso si scioglieva contro le pareti della mia bocca.
Non mi accorsi della persona che si era fermata a pochi passi da me. Feci appena in tempo ad avvertire un braccio cingermi la vita e voltarmi, per poi ritrovarmi due labbra morbide e bollenti che accarezzavano le mie.
Quando sentii la lingua umida farsi strada in cerca della mia, il sapore dolce del miele si mescolò all’acredine del fumo.
Fumo e miele: il sapore più buono del mondo.
Istintivamente chiusi gli occhi e sentii le membra, fino a quel momento rigide e tese, ammorbidirsi al tocco di quella mano forte, ma gentile, che ora mi spingeva la schiena e premeva il mio corpo contro il corpo di chi mi stava baciando.
Qualcuno mi stava baciando.
La presa di consapevolezza della situazione mi investì in pieno e, impulsivamente, mi ridestai.
Di quel momento, ricordo ancora il rumore dello schiaffo che assestai a colui che si era permesso di fare una cosa del genere e del silenzio che gelò improvvisamente la stanza.
Claudio Costa si portò una mano al viso, sul punto che avevo colpito, e, per un attimo, i suoi occhi color ghiaccio si specchiarono nei miei. Temetti riuscisse a leggermi dentro, tanto erano profondi, poi lo vidi sollevare le labbra in un sorriso di scherno e voltarmi le spalle con nonchalance.
«Ho vinto!»
Ho vinto.
Lui aveva vinto, e io avevo perso.
«Cazzo, Cla’! Avevo detto una cosa estrema, ma non immaginavo tanto!» Francesco Gori si portò una mano al petto, tanto si stava piegando in due dalle risate.
Ingoiai storicamente quella cattiveria e rimasi in silenzio, pregando che le lacrime che mi pizzicavano gli occhi non avessero la meglio sulla mia forza di volontà.
Non avrei mai dato a Gori e alla sua combriccola la soddisfazione di vedermi ferita. Quando fui abbastanza certa di poter gestire la situazione, mi sedetti su una delle poltrone libere e attesi paziente che i bambini dell’asilo finissero il loro giochetto.
Quando li vidi finalmente alzarsi e sparpagliarsi per la stanza, raggiunsi la mia amica.
«Io penso di voler tornare a casa» sussurrai a Benedetta, mentre si versava della birra.
«È per quello che ha detto Gori? Lo sai che è un cretino» replicò a voce bassa, mentre si riempiva il piatto di patatine.
Mi strinsi nelle spalle «Ma no, figurati. Quello che dice quel decerebrato mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro. Piuttosto, domani vorrei svegliarmi presto e ripetere filosofia»
La vidi sorridere speranzosa. Sapevo che l’unico modo per non farmi fare domande e, soprattutto, dargliela a bere, era mettere in mezzo l’interrogazione di filosofia, materia che Benedetta odiava come la morte.
«Stai pensando di proporti?» avvertii una nota di speranza nella voce che mi tranquillizzò. 
Annuii «La Ferrari ha detto che accetta volontari a questo giro. Perché non approfittarne e togliermi un’interrogazione dalle scatole?»
«Così mi salvi!» squittì, prima di saltarmi addosso «Sei la mia secchioncella preferita, lo sai?»
«E anche l’unica, se pensi ai soggetti che abbiamo in classe» borbottai, guardando in direzione di Francesco «Ora vado, altrimenti perdo l’ultimo autobus!»
«Aspetta, vuoi che venga con te? Non mi va di farti tornare a casa da sola»
Era gentile, davvero, ma era una pessima bugiarda. Glielo leggevo negli occhi, che non avrebbe mai voluto mollare la festa così presto, non ora che aveva finalmente l’occasione di scambiare due parole con Ludovico.
Pescai il cellulare dalla tasca e glielo sventolai in faccia «Ti chiamo appena arrivo, tranquilla»
Le mandai un bacio al volo e mi incamminai verso l’uscita, sperando di fare in tempo a prendere il pullman e non dovermi sorbire mezz’ora di strada al buio.
Ma non avevo considerato che i tacchi a spillo e i sanpietrini del vialetto non vanno d’accordo se corri e hai la testa tra le nuvole.
E la mia, in quel momento, era in un’altra galassia.
Cazzo.
Come se non fossi stata già sufficientemente al centro dell’attenzione, mi ritrovai con il sedere per terra, sotto gli occhi divertiti di alcuni scimmioni usciti a fumare.
«Bella caduta!»
Vidi una mano tendersi verso di me. Era grande, liscia e – sembrava – morbidissima.
Senza pensarci troppo mi ci aggrappai e mi lasciai tirare su «Grazie» mugugnai.
Quando, poi, la luce dei lampioni illuminò il viso della persona che mi aveva aiutata, la salivazione si azzerò e il labbro inferiore prese a sbattere violentemente, quasi fossi stata nuovamente baciata, assaggiata, morsa, da quelle labbra.
Le sue labbra.
«Tu» soffiai irritata. Che diavolo voleva ancora da me? Umiliarmi un’altra volta? Non gli era bastato quello che mi aveva fatto?
«Fammi passare, devo prendere il pullman»
Sfilai con nonchalance la scarpa con il tacco tranciatosi nella caduta e, senza dire altro, oltrepassai Claudio che, dal canto suo, non accennava a spostarsi da là.
Chissà quanto lo stava divertendo quella situazione!
«L’ultimo bus è già passato» mi raggiunse in poche falcate «Poco prima che cadessi come una pera cotta»
Ridussi gli occhi a due fessure «Vuoi farmi notare che ho fatto una figura di merda? Lo so da me, non c’è bisogno di infierire!»
«Non è il caso che tu vada da sola a casa a quest’ora, ti do un passaggio in moto»
«Ma che stai dicendo? Non ti conosco nemmeno» arretrai di qualche passo, come se, allontanandomi da lui, avessi potuto guardare quella situazione assurda con il distacco che avrei voluto avere e che avrei dovuto provare per uno sconosciuto come lui.
Invece no.
Mi sembrava di essere legata a lui da un filo invisibile che si accorciava sempre di più, fino a farmelo sfiorare.
A farci sfiorare.
«Se non sbaglio, prima, ci siamo baciati» sorrise sornione e sentii le guance andare a fuoco sotto quegli occhi che, illuminati dalla scarsa luce della strada, sembravano irreali tanto erano trasparenti.
«Tu mi hai baciata» gli puntai il dito contro «Io stavo per i fatti miei»
Incrociò le braccia al petto e, con uno sbuffo, scostò dagli occhi una ciocca di capelli «Io ti ho baciato, ma a te è piaciuto»
Ma tu vedi che insolente!
«Io ti ho schiaffeggiato, mi pare»
«Vero, quello è piaciuto a me» accompagnò le sue parole con un occhiolino e non potei fare a meno di piegare lievemente le labbra all’insù.
Parlare, battibeccare, discutere (cos’è che stavamo facendo, per l’esattezza?) con Claudio mi piaceva, mi solleticava e mi faceva sentire… viva.
«Allora, questo passaggio?» soffiai.
Trasgredire per una volta alle regole che mi erano state impartite non avrebbe minato la mia integrità, né sarei stata marchiata a vita con una lettera cucita sui vestiti.
In fondo, avevo solo accettato un passaggio in moto dal tizio che mi aveva regalato il mio primo bacio.
Il giorno dopo, quando avrei aperto gli occhi, sarei tornata la solita Ginevra metodica, pacata e diligente. La solita Ginevra noiosa e banale.
Peccato che io, quella ragazza, non l’abbia mai più rivista.
   
 
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